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Yoga Roma Parioli Spedizioni Raccomandate Roma
Giuseppe Gioachino Belli
Le Lettere
Volume primo
____________
LETTERA 1.
A GAETANO BERNETTI - ROMA
Roma3 ottobre 1816
Gentilissimo Sig. Gaetano Bernetti.
Penetrato da un intimo senso di dispiacere mi dispongo a trattenere per brev'ora sopra un soggettodel quale od al suo figlioo a me dovrà risultare una dose non leggiera di scorno e disonore. Chi di noi due ne sia meritevole Ella potrà giudicarlo.
Ognuno sa che nel passato tempo una catena di circostanze sinistre mi aveva assoggettato alla necessità di provvedere alla mia sussistenza e al mio ricovero nel modo il più decenteed insieme più adeguato alla povertà che mi opprimeva. I miei parenti a S. Lorenzo in Lucina mi offrirono il vittoe mancando io ancora di un tetto che mi ricettassei miei parenti medesimi pregarono il suo figlio a procurarmi una camera ai Capuccini la quale ottenni di fatti mercè i buoni uffici di lui uniti agli altrianch'essi efficacidel Padre Lodovico Micara. Fin qui Peppe merita da me ogni gratitudinee la riscuote. Ricevuto io ai Capucciniincominciò Peppe ad invitarmi alla sua tavolae sino che questi inviti furono pochiio gli ricevei senza contrastoe con soddisfazione. Ma quando vidi esser'essi molto replicatiopposi a loro reiterate ricuseallegando la troppo accresciuta spesache Peppe soffriva per questa ragioneed il malcontentoche Ellae la Signora Teresa ne avrebbero risentito. Egli rispondeva sempreche il suo proprio peculio lasciatogli per legato dal nonno poteva da lui essere impiegato nel suo maggior piaceree che perciò i suoi genitori non avrebbero avuto di che dolersi del suo procedere a questo riguardo. Io ciononostante resistevae non poche volte dovemmo insieme altercare per dei pranzi de' quali in fondo io non poteva aver gran bisognostante la esibizione di mio zioda cui poteva riceverli egualmentee di più senza peso di obbligazione. Esso mio zio e la sua Famiglia possono essere testimoni della resistenza colla quale accettava io da Peppe dei favoriche erano poi realmente favorie che mi pareva allora provassero in Peppe un cuore tutto benfatto ed amico.
Confesserò poiche ogni seracenando il suo figliocenava io ancora con luie ciò non mi cagionava ripugnanza giacchè una certa delicatezza di Peppe gli faceva assicurarmi non causargli io alcun aggraviomentre la cena che gli veniva da casapoteva benissimo essere e per lui e per me sufficienteessendo essa in modo abondantechenon che unodue potevano comodamente saziarsene. Io dico questo far strada a ciò che mi resta a direnon per diminuire in Peppe la benignità dell'attoe quella che mi parevae sembrata sarebbe a tutti amorevolezza. Gli donai in quel tempo una borsa da danari.
Andando in questo modo le coseio ebbi bisogno di uno scudo che Peppe mi offrìper riuscire in un progettoche egli stesso Le potrà dichiararetralasciandone io la narrazione non già per ritrosiama bensì per solo amore di brevità. Eseguito io il mio progettoe pagato uno scudo che possedeva ma destinato ad altr'uso di maggior rilievoPeppe mi assicurò che a casa mi avrebbe poi dato quella somma senza la cui sicurezza non mai mi avrei indotto ad effettuare un passoche alla fin fine non era della prima necessità. Giungemmo a casaPeppe poco dopo finse di essere uscito; io lo credettima uditolo poco appresso muoverebenché con qualche precauzionela maniglia della sua portauscii dalla miae lo vidi entrare in camera: lo chiamai allorama egli ponendo di dentro un ostacolo al saliscendemi rispose: un momento. Io aspettai fuori tre quarti d'ora e mezzo appoggiato alla porta e leggendo un libro per divagarmi e non perdere la pazienzama finalmente fuggitami questa bussaie bussai dodici volte: mi rispose Ella Signor Gaetano? Così mi rispose Peppe Bernetti.
Partii allora col pianto agli occhi ed il veleno nel cuore... ma non parliamo più di un caso che ancora mi accende. Venne il tempoin cui per ragioni di famigliaElla e la Sua Signora consorte entrarono in discussione col loro figliuoloe fu in quell'epocache non ricevendo egli più dalle Signorie Loro le medesime tratte di denaro che priasi trovò in qualche bisogno; ed io cogliendo con gioia una circostanzain cui poteva agevolmente usargli un tratto di riconoscenzagli offrii col cuore la metà di sette scudi che in que' giorni un tal Lorenzo Cervia mi aveva pagatiin soddisfazione di alcuni lavori fattigli in materia di contabilità. Esso per verità gli ricusòe non ne prese che due paoli per pagare ad un chiavaroo falegname che fosseuna egual somma che gli dovevaed inoltre altri sei paoli pe' suoi minuti bisogni. Mi promise di restituirmelima poi se ne scordòo volle scordarsene ed io credei mio dovere non parlargliene più. Gli regalai in que' giorni centoventi vedute di Roma. Un piccolo ordine posto da me nuovamente ne' miei interessi mi presentò l'opportunità di lasciare il soggiorno de' Capuccinisoggiorno che già dal Generale dell'Ordine mi si voleva togliere. Partii ma restai sempre amico di Peppepresso il quale di tanto in tanto mi conduceva. Giunto poi il giorno in cui Ella condusse seco il medesimo a Bolognae l'altro giorno in cui ambedue ne ritornaronomi fu da Peppe partecipato il matrimonioche erasi fitto in capo di effettuare fra sé e la giovane Carradori della Marca. Fu allora che io divenni segretario di Peppementre ogni ordinario aveva a scrivere una buona somma di lettereporzione delle quali da lui destinata a coltivare e mantenersi le amicizie contratte nel suo viaggioe porzione a condurre la macchina nuziale che si era in testa fabbricata. Ma qui è tempo ch'io dica come un anno circa prima di quest'epoca erano stati da me prestati ad un tal Ciotti scudi sei richiestimi per fare un viaggioe datigli da me in una circostanzain cui erano essi la mia unica risorsa. Ciotti nel partire incaricò il suo padre allora domiciliato in Roma di restituirmelima questo non volle mai scendere ad un atto di cotanta equitàdimodoché fui costrettobenché infruttuosamentea scrivere al figlio lettere replicate per ottenere il rimborso di una somma assolutamente a me necessaria. Ciotti non risposeviaggiòe non ne seppi più nuova.
Tornando ora al nostro propositodirò che Peppe rivenuto da Bologna mi manifestò aver trovato in Loreto un certo Ciottiil quale lo aveva molto ben servito presso la contessinae col quale voleva mantenere un carteggio acciò seguitasse ad essergli nell'affare un mediatoreed interprete. Udito io il nome del Ciotti feci a Peppe varie interrogazioni dirette ad assicurarmi della identità di quegli con quel Ciottia cui aveva prestato il denaro; ed avendo dalle risposte di Peppe rilevato esser quel dessolo informai del fatto fra noi due accadutoe della determinazionein cui mi fissava di volere al medesimo rammentare il suo debito.
Peppe peròche temeva che Ciottisospettando essere a me venute da lui le informazioni della sua attuale dimoragli ricusasse per vendetta gli aiutiche ne speravami pregò a desistere dal mio propostoassicurandomi che egli stesso fra due giorni al più mi avrebbe soddisfatto della somma dal Ciotti dovutamisomma che diceva si sarebbe poi ritenuta in affareche il padre dello stesso Ciotti aveva affidato a V. S. Io trovai buono il partitonon scrissi a Ciottiseguitai però a scrivergli letteroni che Peppe ricopiava per suoiseguitai a scrivere altre lettere a ContiMarchesiContesseMarchesanead altri nobili e plebei; seguitai a scrivere processi alla Contessina Carradori; insomma restai aspettando il risultato della promessa di Peppe per due lunghi mesisenza che esso me ne facesse più parolae senza che finisse mai il mio impiego di segretario. Finalmente gli ricordai ciò che dovea ricordarglie fu allora che il Sig. Giuseppe mi rispose essere io in libertà di scriver a Ciotti giacché cessata la probabilità del matrimonionon temeva più che quegli potesse intorbidarglielo. Ecco una bella azione da bagherino!
Dice Bernetti per redimere il suo onore in un fattoche tanto glielo adombrache invece di sei scudi mi regalò un vestito. Il regalo del vestito è veroma ne son diverse le circostanze. Egli inventa di avermelo dato nuovo e buonoed io rispondo che era di un cattivo panno rivoltato e ritintoe tanto ciò è veroche portando per la vecchiaia un flagello di tarlaturequeste scoprivano la corda del panno molto più chiara che il pelo esternodal che è facile rilevare essere stato tinto con un colore più scuro di quelloche il panno aveva in origine. Ma non è questa la circostanza più solenneche mi prefiggo prender di mira; eccola. Bernetti vuole avermelo donato in luogo dei sei scudi - falsofalsissimoinvenzione artificiosama di uno sciocco artificio. Il vestito io lo aveva ricevuto due mesi prima che si partisse il Bernetti da Romaed in tempo che io stava ancora ai Capuccini. Dirò come fu. Bernetti mi macchiò una sera di olio il mio unigenito abito; macchiatolone ingombrò le imbrattature di raditura di muroe mi diè a portare un suo vestitaccio (che è quellodi cui parliamo) sintanto che il gesso avesse intieramente sorbito l'oliodel quale era coperto. Rimandato esso alfineBernetti mi richiese il suo abitoio glie lo resie fu finito; ma volendo io poi giorni dopo far dare dal sarto una restauratina al mio abito che ne aveva anzi che no bisognopregai Peppe a rinuovamente prestarmi quel suoed egli urbanamente mi concesse la grazia. Tornò l'abito dal sartopagai a questi alcuni paoli del mioe restituii a Peppe l'abito provvisorioche mi fu anzi da lui dimandato prima che avessi avuto agio di adempiere al mio preciso dovere. Passarono molti giorni sino a che una mattina lamentandomi io della mia mala sortee della impotenza di farmi un paio di stivali per rimpiazzare i miei invalidi alla faticaPeppe mi disse che invece di stivali mi avrebbe donato un vestito. Cercòricercò allora nel suo guardarobae finalmente com'è naturalela scelta cadde sopra l'abito peggioresu quel tale abito di ripiegoil quale si vuol far passare per nuovoquandoché fattolo io stimare da una Ebrea d'ago d'orome lo apprezzò tre paoli eper dir come dissetre giuli. Or presto a bomba che si raffreddano i ferri. E come può star salda la faccia di un uomomentre la bocca proferisce menzogne simili e somiglianti imposture? Parlo della menzogna crassa e marchigianache quell'abito donato nel tempo dei ritiro di Peppe e miosia una rappresentanza de' scudi sei promessimi dopo il felice viaggio di Bologna.
In primo luogo già io non sarei stato di pasta così tenera da sorbirmi tre paoli per sei scudi; secondariamente poiallorché dimandai a Peppe qualche nuova de' sei scudi promessi e svanitiegli non mi avrebbe altrimenti risposto esser'io in libertà di scrivere a Ciottima sarebbe stato sollecito a pormi avanti agli occhi il vestitochesecondo quel che dice adessodoveva avermi regalato poco prima: ma forse che un misto di delicatezza e moderazione lo avranno in quel momento ritenuto dal farmi una rispostache ora né moderazione né delicatezza gli fa risparmiare; e sono medesime le circostanze giacché sei scudi gli chiedeva alloraquattro glie ne chieggo adessomiserabili quattro scudide' quali narrerò la storiae pe' quali Peppe non ha temuto né teme d'ingiuriare un amicotrattandone la fama come si tratterebbe una ciabattaod il lezzo stomachevole delle cloache.
Prima però di scendere a cosiffatta narrazionenon sarà fuor di proposito mandar innanzi un altro raccontuccio curiosoil quale potràse non altrodare una idea del peso morale di un personaggioche essendo nel caso nostro il protagonista della commediapuò pretendere (e lo merita) che il suo carattere sia ben dettagliatoposto nel vero suo lumee colorito scrupolosamente sin che vi sieno colori sulla tavolozza.
Chi ignorerà esser stato Peppe involto in una passione che per più anni lo ha dominatodirettoinformato? Ora ascoltiSignor Gaetano gentilissimo; questa passione gagliardalungaimperiosa; questa passioneche ha dato luogo a fatti seriquesta passione che ha resistito a consiglia rimostranzea rigorie tutti paterniche è un bel dire; questa passione infineche pareva inestinguibilealmeno per forza umanaquesta passione vide l'interessee si estinse. Peppe partì da Roma innamorato morto d'una; tornò da Loreto innamorato morto di un'altra; e chi fece il miracolo? Venticinquemila scudiche si speravano di dote. Ed eccoti altre smanieeccoti nuove impazienzeeccoti diversi acciecamenti; la prima donna affatto dimenticatatutti pensieri per la seconda. Ma questo per avventura non è biasimevolegiacché il cuore umano rassomigliando in tutto ad un barometroè così esso soggetto ad ogni minima esterna impressione; che se incostanze di tal natura son difettise ne incolpi più la umana costituzione che l'umano carattere. Si maneggiòcome dissi di sopral'affaresi trattò calorosamente il matrimonioma questo non volle accaderee si finì. Sgombrato così il cuore da una passioneche una certa specie di speranza vi aveva solamente intromessasi trovò subito suscettibile di nuovi riempimentied eccoti in ballo l'amore antico che ali riprende e vigore.
Giunge la nuova che l'amata si dona ad altro marito; si chiede a Peppe un certo consensoche si diceva abbisognare; Peppe lo niega; l'autorità paterna ci pone le mani; è prestato il consenso fatale; si fa secreta l'istanza per un'accettazione ai Camaldolesi di Frascati; si ottiene; si sta per partire; io ricevo l'ultimo amplesso dell'amicizia; piantidisperazioneconvulsionidiavoleriee tutto questo in pochissimi giorni. Finalmente il giovedì un'improvviso sgorgo di sangue arresta e partenza e progetti. Il sangue cresce; si affaccia una certa tossetta; il venerdì si cammina curvicol volto giallo e nero; le forze s'indeboliscono; s'incomincia a disperare della salute. Io che vedo tutte queste cosem'inteneriscoscordo i passati tortie vado il venerdì notte a fare la nottata al malatoportandogli biscottini ed altrodelle quali cose però ricevei pagamento. Ora senta questache è bernesca o bernottesca davvero. Giunto io a' Capuccini mi viene avanti non un uomoma una larvafiacca sparutae questa era Peppeche mi abbracciae mi confida dover uscire la notte per condursi ad un abboccamentoche doveva essere l'ultima consolazione della sua vita. Io gliene mostro i pericoli e le difficoltàma tutto inutile: il bisogno d'abboccarsi era fortee perciò invece di cederedimandò a me Peppe soccorso. Non sapendo che fareio glielo promisied ecco come feci. Me ne andai giù dal portinaio Fra Bernardoche è un buon fraticelloe gli sciorinai la seguente novelletta. Fra Bernardo mioho bisogno di un piacere. - ComandiSignor Giuseppe - (perché io mi chiamo Giuseppe) - Dovendo dimani prima di giorno andare qui vicino in un luogocosì per tollerare meno incomodo resto questa sera a dormire con Peppee dimani quando sarà ora verrò giùvi desteròe voiche siete tanto buonomi farete il favore di aprirmi la portaaffinché possa uscire. Il frate mi rispose di sìed io tornai sù. Si cenòe dopo molte chiacchiere raggirate tutte sopra un soggettosi andò vestiti a prendere un po' di riposo. Battuta l'ora disegnata per l'abboccamentoci alzammo. Peppe prese il mio ferraiuoloio presi il suoe così travestiti scendemmo le scaleed all'oscuro all'oscuro io bussai alla porta del povero fraticelloil quale alla voce mia uscito fuori al buioaprì la porta del Conventoe credendo di far uscire Bellifece uscire Bernetti. La bella fuche mentre esso uscivail frate gli domandò più volte come stava Bernetti; ma egli non risposee facendo comparire me poveretto un malcreatose ne andò per prudenza senza aprir bocca. Io me ne tornai su pian pianoe nel salir le scale udii che diluviava: dissi allora: povero ferraiuolo mio! ed entrai in camera. Eccone un'altra più bella. Verso giorno i frati si alzarono pel mattutinoe quanti ne passavano avanti alla porta della mia stanzabussavano e dicevano: Come state signor Giuseppe? (perchè V. S. sache anche il suo figliuolo si chiama Giuseppe). Ed io che non era Bernettimi contentavo o di non rispondere quando le bussate leggiere potevano far supporre che non avessi uditoo quando esse erano fortimandare un certo suono inarticolatoche sembrava un muggito di buona graziae così siccome i lamenti presso a poco somigliano in tutte le vocii frati mezzo soddisfatti e mezzo no si partivano. Si fece finalmente giorno; venne Bernetti bagnato come un pulcino; io gli apriied egli entrò contento come una pasqua. Ma eccoti una bussata - Chi è? - Amici. Era un frate. Rispondo: un momento; e presto fatto spogliare Bernetti sino ad un certo gradoper far credere che allora si vestisseindosso il mio ferraiuoloche per l'acqua che aveva sopra pesava dieci decine. Apro la porta; il frate entra - Come avete passata la notte Signor Bernetti? Così così - Ed io allora: per bacco! Come piove! Guardate quisono venuto adessoe mi sono tutto rovinato; ed il frate poco dopo partì. Quel giorno era sabato; indovini un poco Signor Gaetano? ma già Ella lo sa meglio di me: la Domenica dopo il suo figliuolo stava pel corso in biga con mio cuginoguidando il suo cavallo da sévegetobello robustoe guarito affatto da una malattiadalla quale chi scampa soffre almeno un annetto di debolezza e convalescenza.
Da quel giorno in poi è stato sempre benesi fece crescere i baffispacciò patenti di cavalleriae con spronie con frustinie con cavalli fece restar me come un minchioneche non potei trattenermi dal dire evviva li matti! Gli altri fatterelli che illustrano poscia la sua carriera militareio gli tralascierò: so che adesso fa il curialee taccioperché io delli curiali ho paura.
Veniamo ora alla storia de' quattro scudi. Era passato molto tempoed io me ne vivea quieto senza pensar più né a Bernetti né a Ciottiquando una sera portatomi all'Accademia Tiberina della quale indegnamente son membrovidi Ciotti che fra gli uditori stava seduto nella sala in cui si suol tenere adunanza. Mi accosto ad essolo salutogli do il bentornatoefinito il trattenimento poeticomi unisco con essoil qualeponendosi il discorso degli antichi sei scudimi disse che l'indomani me ne avrebbe soddisfatto. Non mi feci sfuggire il momento della sua favorevole disposizioneandaie riebbi a conto due scudi: gli altri quattro poi non potei più riscuoterliperché Ciotti rimase ben presto senza quattrini. Si stava cosìallorchèincontratolo fra le tante voltemi disseche avendo prestato a Bernetti quattro scudie dovendo egli presto partire da Romaciocché ancora non si è effettuatoavrebbe ingiunto al Bernetti medesimo di riguardar me come suo creditorediscorso che al Bernetti fu fatto dal Ciotti in mia presenza il giorno di S. Giuseppe 19 Marzo del corrente anno 1816. Bernetti accettò la giratae si confessò mio debitore di scudi quattroi quali mi disse potev'andare a riceverli in sua casa anche in quel giorno se avessi voluto. Io però fui moderatoe volendo usare delle convenienze con chi mi era stato ed ancora mi era un po' amiconon mi portai dal medesimo che la mattina del giorno 21. Peppe non c'era. Vado il giorno dopo; Peppe non c'era. Vado il terzo giorno; Peppe non c'era; e sempre con appuntamento. Vieni oggi... vieni domani... Frattini mi deve dare certi danari... non me li ha dati... Da un giorno all'altro si passò ad una settimana all'altrae da una settimana all'altra ad uno all'altro mesegiacché non era più Frattini che comparivama un certo Pucciil quale assicurava Bernetti aver prestato danari. Insomma trenta o quaranta appuntamenti mi furono da Peppe datine' qualiessendo ogniuno composto di un'ora di attenzionespesi inutilmente quarant'ore del mio povero tempo. Finalmente stancoe più che stancoricorsi a Ciotti come primo creditore di Peppedal quale esso Ciotti condottosimi riportò in risposta che io era già stato pagatoche aveva già ricevuto da lui circa a cento scudiche si faceva ben meraviglia del mio non delicato procederee che se pel mio meglio non tacevasarebbe stato costretto di cavarmi un certo contoche mi avrebbe fatto di creditore divenir debitore. Una eguale risposta con qualche cosetta di più denigrante ha fatto EllaSignor Gaetanoal medesimo Ciotti venuto da mia parte a reclamare contro le villanie di suo figlioil qual vuol conteggiarmi i pranzi che mi ha dato. Non so se dal contesto di questa lunghissima lettera potrà apparire nullach'io possa opporre ai benefici del suo figliuolo garbato: voglio a Lei rimettere l'incarico di fare il confronto e il conteggio: forse non ci rimarrei tanto allo scoperto.
Conchiudo finalmente col direche la condotta tenuta dal suo figliuolo per tutto il tempo della sua vita paragonata a quellache in me il Mondo ha vedutapotrà servire di fededi allegatidi testimoni; di sentenza a questo mio veridico e fedele processo.
Sono
Il suo servitore divoto
Giuseppe Gioachino Belli
LETTERA 2.
A PIETRO SALIMEI
[Roma19 maggio 1817]
Giuntomi a notizia che Ella abbia ne' scorsi giorni ricevuta una patente di nominae sapendo io d'altronde esser Ella stato uno dei primi membri ricevuto nel nostro Corpo letterarioe che perciò questa recente spedizione può indurre qualche confusione nella storia ed altri andamenti accademiciprego Lei darmi qualche schiarimento sull'oggetto merceccui io sappia con precisione e la persona che Le ha fatto la citata spedizioneed il prezzo da Lei pagatonee tutt'altro che abbia con ciò relazione. In seguito di che io avrò mezzo di regolare i miei registri ed i stati del mio accademico uffizio.
La prego di non isdegnare le proteste del mio sincero rispetto.
Dall'accademia19 maggio 1817
Il tesoriere annuale
G. G. Belli

LETTERA 3.
AL PRESIDENTE DELL'ACCADEMIA TIBERINA - ROMA
[4 giugno 1817]
Non potendo dispensarmi dall'applaudire alla laudevolissima condotta tenuta da Monsignor Presidente nell'accettare a nome del Consiglio la rinuncia fatta alla carica di Segretario annuale dal Sig. Cavalier De Mortara; io sottoscritto per obligo del mio officio e per coerenza per quel che mi è convenuto palesare a carico del Sig. De Mortara suddettoaccuso il medesimo davanti il Consiglio affinché sia giudicato a tenor delle leggi come reo d'infrazione delle leggi e regolamenti che nella qualità di Segretario lo riguardanoe d'indebita esazione di alcune somme da parecchi accademici.
Dimando che il presente atto sia inserito nella relazione del Consiglio di questa sera perciò che sarà di ragionee per base delle nozioni future.
Questo dì quattro Giugno 18 diecisette.
Il tesoriere annuale
G. G. Belli

LETTERA 4.
AI SOCI DELL'ACCADEMIA TIBERINA - ROMA
[1817]
Ill.mi e Chiar.mi Colleghi
Io so bene che nelle turbolenze e fra i casi che il proprio vantaggio direttamente non ledanoè il tacersi sentenza non da pochi lodata e da tutti quasi seguitama son insieme intimamente persuaso che ove questi avvenimenti pregiudizievoli sieno a causa che l'onor ci commanda difendereil secondargli è colpae il secondare chi gli trascura è delitto.
Chi non ha vistochi ignorachi non sarà sempre convinto che la condotta tenuta dal passato Segretario verso il tiberino instituto è biasimevoleè vileè obbrobriosaè di quel genere infine che meritò sempre mai la esecrazione d'ogni uomoed il rigor d'ogni legge?
Che se giusta e santa dirsi debba l'idea di colui che posti da canto la compassione intempestiva e dei riguardi totalmente mondani e sospetticon tutto il potere dà opera ad espellere dalla società una così abbominevole peste; che maiDio buonoche mai dovrà pensarsi di chi ricorrendo a ragioni tutte povere e freddepompa facendo di una maturità di consiglioche diresti assai meglio estremità di pauranon solo con torto manifesto d'ogni buon senso dissimula lo scandalo anticoma per novella esca e ripetute indulgenze i semi alimenta di ben più brutta vergogna?
Non mi allontano io giànodalla circostanza in cui l'Accademia nostra attualmente ritrovasi; che non bastò l'aver mandato impunito un fallo contro cui ogni sanzione penale era lieve(ma) si volle ancora scendere alla umiltà di pregare il reo a non allontanarsi da noie pregarlo con quelle formalità stesse colle quali s'invitano tutti i soci più benemeriti a fregiare le accademiche raunanze e delle loro persone onoratee de' parti de' loro ottimi ingegni.
Così si è agito da quel Consiglio Tiberino il quale soleva già raccapricciare alla sola idea di vedersi dattorno un uomoil consorzio del quale potesse dar ombra di complicità d'attentato: così si è agito da quel Consiglio Tiberinoil quale studiava già tutti i mezzi per dare un memorabile esempio di imparzialità e di giustizia. Io mi vergogno di questa giustiziae tanto me ne vergognoche se non fossi sicuro che il rinunciare all'amministrazione del tesoro accademico presterebbe alla malvagità di alcuni incoraggiata dalla debolezza di altri le armi per involgere me ancora nelle turpitudini del Segretario passato; io non esiterei un momento a dimettere una rappresentanza che mi unisce a persone specchiatissime per veritàma pure non state molto gelose del mio né del loro decoro.
Seguiterò pertanto a maneggiare le rendite dell'Accademia e provvederne ai bisognisino a che il tempo del mio officio venga chiuso dalla impressione della medagliauna delle qualiper coerenza delle cose passatetoccherà forse a chi per tanti titoli ne va immeritevole.
Sin qui nell'intrinseco. Nell'estrinseco poi si potrà esaminare da quali solennità fosse accompagnata la risoluzione d'invitare il Mortara a leggere nella futura adunanza solenne.
Con impertinenza egli strappa di mano al bidello le lettere per rintracciarvi la sua mansionestupisce non trovandola e con audacia pari alla prima insolenza assoggetta il Segretario a varii constituti temerarj riguardo essoriguardo al Segretario vergognosi. Da ciò si passa ad interrogare alcuni membri del Consiglioed eglino cedendo non saprei a checredono cedere a certi dritti da' quali il Mortara siccome socio venga tuttora assistito. Che dritti? Di quai dritti si parla? Ed i torti? Non son questi in numero ed in gravezza bastanti ad eguagliarlisuperarlidistruggerli?
Non dovrebbe al Mortara bastare l'essere stato conservato sull'albosenza avanzarsi a pretensioni assolutamente impudenti? E si noti che alcuni membri del Consiglio tassarono me di poca esperienza delle cose per avere contraddetto alla loro opinionela quale era che Mortara restando in Accademia lungi dal reclamare mai i dritti d'accademiconon avrebbe anzi più ardito comparire fra i Tiberininé sostenerne gli sguardi. Come sia andata tutti lo han visto.
In secondo luogo fu legale il Consiglio in cui si decretò l'invito a Mortara? No; ma pure sì se udiremo il Vice-Presidente il quale lunedì scorso 30 Giugno non temeva affermare essere il numero di sei individui chiamato legale dalle leggi accademiche. Povere leggi! E si desumerà anche da voi il dritto di leggere un capitolo non decretato in Consiglionon visto in censurae di piùdopo una lunghissima prosa? Povere leggi! Quanto male vi conosce chi vi dovrebbe difendere!
Che se mi si obbietterà essersene dimandato il permesso al Presidenterisponderò essersi anche in ciò errato tentandolo ad infrangere quelle leggialle quali egli ancora è soggetto.

LETTERA 5.
AL CONTE GIULIO PERTICARI - ROMA
Di casa4 dicembre 1819
Pregiatissimo Sig. Conte
Poiché non ho avuto la fortuna di trovarla le tre volte che sono stato in Sua casa per riverirla; e d'altra parte ci fugge il tempoin capo al quale debbono essere coniate le medaglie della nostra Accademia; Le mando una mostra a penna del conio rovescioche si dovrà lavorareonde Ella la esaminie mi faccia sapererimandandomelase così potrà riuscir di suo gusto.
Altro titolo non ci ho posto oltre quello di Presidente dell'Accademiaperché le Leggi nostre lo vietano; siccome Ella può ben vedere là dove esse parlano delle medaglie. Che se nell'anno scorso fu questa legge non osservataciò avvenne per non essere stato a tempo al Presidente ricordata.
E mi creda quale godo di essere
Suo um.o servitor vero
G. G. Belli

LETTERA 6.

A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - PESARO
Di Roma13 gennaio 1820
Amabilissimo il mio risvegliato
Nel giorno 8 corrente la vostra graditissima lettera mi trovò in lettoper una feroce colicada me due giorni prima sofferta; della quale ora sono liberobenché senta gli effetti del sangue cavatomide' digiunide' purgantie degli esterni ed interni fomenti. È vera gioia quellache io provoudendo che voi abbiate vinto i maligniche non vi lasciano pace. Né posso intendere come debbano essere nati quegli uominii quali non sanno vivere che di cattivi fattie di malvaggi pensieri. Ma perché si vede chiaramenteche i più buoni sono i più perseguitati da costoro; pare doversene conchiudereche il vizio tenti di opprimere la virtùper questa ragione che non sa sostenere il confrontoe gli acuti rimproveri. Voi però seguiterete a condurre la vostra vita tranquilla; ed usando della onestà vostra per sole armi di questa guerrariderete de' vani sforzi di nemici scarsi di munizionie ricolmi di codardia.
Il medesimo rimproveroche pel mezzo di vostra sorella feci fare a voivorrei ora fare a Lei pel mezzo vostro. Io Le ho scritto due letterel'una da Terni al momento di partirne per Romae l'altra di quiche è quella da voi vista alla Ripa. Di ambedue non ho risposta. Per parlare però con sinceritàio dubito più della postache della Sig.ra Teresinaconoscendo la prima negligentee la seconda diligentissima. Se voi avete occasione di farle avere questo avvisomi farete cosa veramente gratissimafacendolo a Lei arrivare.
Intorno ai perdoniche voi mi chiedeteio vi dico che la mia amicizia è di quella indulgenzache rimette insieme e la colpae la pena. Se voi però siete davvero pentitoattribuitevi di per voi la penitenza; e sia questase volete un consiglioil prendere qualche volta la pennaper consacrare un momento a chi non si scorda di voi.
Che Roma non istia tra le prime Città che gareggiano di gusto teatraleio ve l'ho concessoe ve lo torno a concedere. Ma che Fermo debba noverarsitra questeche vincono Romaio non saprei esserne persuaso. Perché malgrado tutta l'abbiezzionein cui il governo ecclesiastico tiene le cose teatralipure Roma e per l'essere capitalee pel numero della popolazione suae per la quantità degli stranieriche vi concorronopuò facilmente superare Fermo sulle sue scene. Lasciando però Fermo dove si trovaio vi assicuroche in questo anno i nostri teatri sono un'altra cosa. Se voi mi parlerete della bontà delle operee della maestria de' cantantiio vi risponderòche v'è del buonoe del cattivo: ma dirò insiemeche quando gl'Impresari hanno voluto il meglio e pagarloil successo è poi sempre subordinato a quelle leggicon le quali vanno tutte le cose del mondo. Non per tutto un maestro reputato eccellenteha saputo far beneo bene piacere; non per tutto un attore altrove applauditoha potuto incontrare le medesime acclamazioni. Oltre a ciòper riempire tre primi teatri di tutti i gioiellisarebbe necessario far perdere alle altre Città l'amore pel buonoed il desiderio di avere ancor'esse il migliore. Le nuove musiche sono per altro bene riuscitee giudicheremo delle altre aspettate. I soggetti sono per la maggior parte graditi; intendo di parlarvi insieme di musicicomicie ballerini. Il ballo è di bello spettacolo: le decorazioni poi di un gusto squisitoed eccessivamente dispendiose. Fra le altre cose vedreste un campo di guerrieri vestiti di lucidissimo acciajo. Una latta brunita a specchioè la materia degli elmettiusberghiscudi e schinieri di quelli; e veramente abbagliano gli occhi. Il costume è l'antico italiano. I vellutile più fini stoffei recami di argento e d'oro sfoggiano nelle ultime parti. Tordinona è posto in grande eleganzae fa eccellente comparsa. Viasi è fatto qualche passo.
Non ho più carta. Salutatemi il Cav. Jachsone Piccolomini. Alla Sig.ra Chiarinaed al Sig. Cavaliere vostro padre fate parte de' rispetticoi quali mi ripeto
Vostro amico vero
G. G. Belli - Palazzo Poli 2° piano

P.S. Voi pungete il povero D. Flavio amaramente.
Mariuccia vi saluta assaie voi fate altrettanto per me verso tutta la vostra famiglia.
Profitto di tutti i pezzetti di bianco.

LETTERA 7.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Macerata per Ripatransone25 maggio 1820
Caro Checco
Credevi che mi fossi scordato di te? Ti saresti ingannato. Io sto benuccio e l'aria è buona. Salutami tanto poi tanto PapàMammàPeppeClementinale famiglie Lepri e Chiodie tutta l'Accademia Tiberina. Né voglio omettere gli altri amici appartenenti al tuo negozioné l'ab.e Enrico.
Vidi a Spoleto Procacciil quale dice di non avere scritto per la ultimazione di quell'interesse perché vuole scrivere quando già avrà in pronto la sicurtà. Fa ricerche sull'albo accademicose vi sia un tal Tobia Fiorettisecondo medico di questa cittàil quale si spaccia a vocea pennae a stampa per accademico Tiberino. Che se vi èfa rintracciare da chi fu proposto questo regaletto alla nostra Accademia. Questi è un bestione senza corna ma con buon compenso di orecchie. Vedi ancora se sia vero che l'altr'anno spedisseo facesse leggereuna sua prosa sulla virtù. Io non posso crederlogiacché in questa si dice che la virtù consiste nel cedere ai moti della natura. Sarebbe dunque virtuoso anche Monsignor Monticelli. Addio
il tuo Belli

LETTERA 8.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Ripatransone24 agosto 1820
Caro Checco
Io non potei rispondere alla tua carissima ultima da me ricevuta alla Marina di S. Benedettoperché tornato poco prima da Ascoli aveva varie coserelle da disbrigare. Peraltro pregai la mia Mariucciache mandasse ad accusarti il ricevimento di detta tuae te ne ringraziasse.
Oggi però voglio farti spendere questi altri sei baiocchetti in premio del n.° 3 di Diario che mi spedisti. Ma insomma l'inclemente Clemente! E l'abate du Chateau? Si è sprofondato in Castello. E l'altra femina di Costanzina. Queste femine femine mi danno un po' da pensare. E se va avanti così il Mondo diventa l'isola di Orontea (mi pare Orontea) e ci vorranno altro che i Guidon selvaggigli Astolfii Sansonettie i Grifon bianchi e gli Aquilanti neri per vincere e ripopolare queste feminee contrade. Se bastasse il Corno di Astolfo alla buon'orama a' tempi nostri quest'arma è più da donna che da uomo.
Ho gradito la mercuriale de' generi cereali: ed ho riso sugli assi delle ruote di Boncompagni. Ohvergogna degli uomini fottuta! Lascia che così esclami col Berni. Ci sono in Roma tanti belli esempi da imitare ed imitati dagli stranieri che vi concorrono in folla dal Mondoe noi facciamo queste sacrileghe coglionerie! Oh vergogna dunqueoh vergogna degli uomini fottuta! Cioè degli uomini romani: anzi delle bestiegiacché si parla de' nostri architetti.
Favoriscimi di mandare a dire a Mariucciache alla posta de' franchi troverà una mia assicurata per lei. Che se non ricevesse il solito avviso della direzionele giovi questa notizia.
Io conto di partire di qui a giornie passando per LoretoMacerataforse CamerinoTolentinoFulignoandare a Perugiae poi finire a Spoletoe Terniper poi a suo tempo restituirmi in Roma a chi mi desidera e far rabbia a chi me ne vorrebbe lontano. Intenda che parlo di Lei e della sua famigliacciache ciononostante mi saluterai affettuosamente abbracciando quelli di casache mi parrebbe lecito se lo facessi da mee non per procura. Né ti scordare la casa Chiodi etc. etc.
E dicendovi qui la buona sera
Mi raccomando a Vostra Signoria.
Linarco Dirceo P.A.
fra gli Accademici tib.ni G. G. Belli

LETTERA 9.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
29 agosto 1820
Caro Amico
Se vi pareio verrò a darvi l'ultimo abbraccio dimani nel medesimo sitoalla medesima orasulla medesima bestiae col medesimo angiolo custodedove venniin cui giunsila quale mi portòe che mi fu scorta la volta passata.
Salutami il Conteche non conta né contee né contanti.
Ben tornato dunque da Fermodove io v'affermo che non istarei fermo tre oreper esserci stato infermo tre dì.
E vi abbraccio cordialmente.
Il vostro amico G. G. Belli.

P.S. Non vi spaventi quell'ultimo abbraccio. Io intendo ultimo per quest'annoo viaggio. Vostra sorella vi prega di due limoni. Ma non si offenderebbe se fossero quattro.

LETTERA 10.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
[31 agosto 1820]
Caro Amico
La vostra perplessità io già me la imaginava; ed appunto per produrlaio [non] alteraima modificai il mio carattere. Una storia orribile narratami sono circa sei giorni in vostra casa alla Ripanella quale anche io figuravami fece nascere il pensiere di scrivere que' versie spedirveliper poi riderne con voi quando ci saremmo rivisti. Non li firmai per la probabilità di smarrimento di lettera. La spiegazioneche interessa la vostra delicatezza consiste negli ultimi sei versi. Natalee Francioso. Voi m'intenderete adessoe capirete che in senso Aretinesco la croce dell'ordine del boja significherà forcapresa la crocecome si suol prendere per patibolo. Così il gran maestro giustiziere diviene il boja med.mo nelle mani di cui dovrebbe stirare le cuoja il personaggioche per essere decorato com'è nella società di un certo grado insigne merita il primo posto nel premio delle sue gentili e nobili maniere. Il secondo soggetto non merita neppure l'onore di quel suppliciola crocee però sarà punito con altro non meno atroce dopo che avrà accompagnato sul dorso il compagno alla grande funzione. La ragione poi della metafora della croce procede dal vanto di nobiltàche stoltamente ho udito prendere il nostro principale personaggio. Ho però inteso direche questa è la decorazione che merita.
La Sig.ra Teresa vi mandò ieri il mio biglietto per via di un sartoche ve lo rimise per mezzo di una sciocca che non ne attese la risposta. Io l'ho ricevuta oggi al casino di Vulpianidi dove sarei passato a visitarvi. Voi però andate a Fermoonde ci rivedremo in un altro annoperché io debbo presto partire. Se Marchionni non mi avesse fatto una vostra ambasciataio non vi avrei scritto il mio biglietto.
Mi pare che voi vi siate un poco messo in riparo con me; e me lo dice quel pregiatissimo Sig. Bellicon cui principia la lettera vostra. Ciò nasce dal senso oscuro dei versi: eppure io credeva che le ultime due terzine vi dovessero comparir chiare; ma mi sono ingannato. Che se poi vi spiace che io abbia scritto contro chi ha ingiuriatoe voie me; sappiateche voi siete l'unico al mondoa cui questo scritto sia statoe sarà mai comunicato.
Intanto vi abbraccio del miglior cuoree vi auguro un felicissimo viaggio. E sono sempre
Il vostro G. G. Belli

Dal casino Vulpiani 31 agosto 1820.

LETTERA 11.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Ripatransone7 settembre 1820
Caro Spada
Oggi dunque abbiamo la gran crisi benigna del Soleper la quale Egli tornerà sano dopo una malattia di languoreche minacciavalo di estinzione insensibile. Tu però non sai cosa c'è di rimarchevole in questa ecclissi: non la grande oscurazionenon l'anelloo le altre simili minchionerie. Il gran caso è quello che ti dirò io; cioè che il bel mezzo di essa accadrà nel medesimo momento nel quale io venni alla luce nell'anno 1791; vale a dire ventinove anni fa. Qui sopra si potrebbero dire molte belle galanterie ed anche molte vaghissime impertinenze. All'ora ch'io scrivocioè alle 9 antimeridiane il tempo si è preparato con foltissime nuvole per renderci più piacevole il fenomenoche non vedremose dura così.
Fra tre o quattro giorni dal correnteio parto pel viaggio di cui ti parlai. Addio. Salutami tuttie credimi
Il tuo a.co G. G. Belli

LETTERA 12.
A TERESA NERONI - RIPATRANSONE
Di Terni5 ottobre 1820
Guardimi il Cielomia carissima amicache io impari giammai a non conoscere il prezzo dell'amiciziae l'obbligo della riconoscenza. Voi però che conoscete mecome io conosco quel che ho detto di sopranon dovevate chiamarmi filosofocioè secondo la vostra interpretazioneuomo dimentico di tutti i riguardi che si debbono alla società. Io ciononostante non voglio schifarlo questo nomeperchénel vero suo sensoesso significa culto di ogni buona disciplinae per conseguenza culto ancora della decenza e degli onesti usifra i quali è compreso anche quello di dar novelle di sé a chi le desidera ed insieme le merita. Dopo tutta questa filastrocca o diceria filosoficavenghiamo all'applicazione dei membri dell'orazione. Non era dunque possibileamica mia carache io non solamente mancassi alla civiltàma cosibbene alla parola che vi aveva data di scrivervi appena giunto costàdove mi affrettai di portarmi anche prima che non aveva disegnatolasciando per ora da parte il viaggio di Assisi e Perugia. Per la qual cosa io giunsi qui a Terni il giorno 19 che cadde di martedì nel passato settembre. Nel giovedì susseguente21 d°partì il Corriere alla volta della Marcae doveva portare tre mie lettereuna per voiuna per Fulignoe l'altra per Ascoli; seppure l'averle io scrittee portate alla posta non fosse un sogno ad occhi apertie sul bel mezzogiorno. Odo ora da voiche nulla avete ricevutocome nulla debbono aver ricevuto gli altri duepoiché non me ne hanno dato riscontro. Se questa buzzerata(perdonate il termine) non finisceio avanzo un ricorso formale contro le poste di Terni e di Macerata.
E per tornare al discorso della letterache io vi aveva scrittaessa era un processo sempiternopoiché scritta di minutissimo carattere da tutte le partie sino ne' pezzi bianchiche avvanzano dalla facciata della soprascritta. Io mi estendeva sulla commemorazione de' nostri discorsidelle nostre operazionie sopra le mie fanciullaggini insieme con Costanzina e Checcuccio. Ricordava la schiera delle carte da giuocola mossa che me ne era riserbatai sonni tranquilli della buona signora Tecla; e gentilezzae raganellaed il gatto. Ricordava la volontaria malattia del caro Flaviole mancie da me date a due stallieri per vostro contole cambiali che ne rilasciai loro sulla vostra cassa pagabili a vistae tante altre minute cosetteche adesso non mi tornano in mente. Faceva in fine una esatta nota delle persone che desiderava mi fossero da voi salutate. In questa nota erano espressi tutti i nomi de' soggetticolla giunta della loro qualità distintiva. Sicché voi vedeteche per leggere tutta questa tirata vi bisognavano almeno due ore: laonde la tenera e compassionevole posta vi avrà voluto risparmiare questo tedio ed incomodo. Sarebbe però stato desiderabile e giustoche non si fosse dato tanto amore pel prossimo.
Nelle lettere che vado ricevendo da Romaho letto il pronto arrivo colà de' buoni pistacchii quali ci hanno portato meraviglia e piacere. Vi debbo però rimproverare per non avermi voluto dire quanto daste al vetturalequel giorno che prima di partire dalla Ripa io ve ne feci richiesta. Faremo così; per ora rivaletevi sul credito mio su di voi per conto briscolaed io penserò a quietare i stallieri di Loreto e Macerata possessori dei miei biglietti di banca.
Gradirei di sapere varie cose: 1° se Vulpiani oltre la mia letterache voi sapetene abbia ricevuta un'altra anteriore che gli mandai da Fuligno: 2° se vostro fratello Cav.re ne abbia parimenti ricevuta unache gli scrissi da Terni molti giorni addietro: 3° come sta la povera Checchina: 4° come andò a finire il coccodrillo delle monache: 5° se il Sig. Cav. Pietro Paolo è nel seno della sua famigliasiccome udii che doveva succederenel qual caso vi prego fargli i miei rispettiaggiungendoci anche quelli che per lui vi mandai nella mia disgraziatamente perduta. Se la presentecome sperovi arrivavi prego darmene un cenno a posta corrente per mia regola circa quello che medito di fare riguardo alle postegiacché non é la prima voltache a me manchino letteree manchino a coloroa' quali io le diriggo. Né io sono un sospetto di fazioniné le mie lettere ne contengono i semi o le trame; e perciò la vedremo un po' chiara.
Vi supplico a compatire a mio riguardo quel povero arcipreteil quale se è fastidiosoè ancora più buonoed ha tutta la buona volontà di riuscire grato con quelle stesse premureche per avere un esteriore poco aggradevoleinvece di piacere ributtano. Ricordatevi della caritàe soffrite in pace un vecchio infeliceal quale non rimangono più che pochi annie forse anche pochi mesi di vita. Vorreste abbreviarglieli? Egli è tale con voiche ogni vostro riguardo anche minimo lo consolalo confortae gli riempie di consolazione la sua vita meschina.
Salutatemi tutti tutti quelliche sapete essermi graticioè quelli che vi frequentanoe dite loroche benché io non li nomini tutti particolarmenteciononostante li tengo tutti vivamente fissi in memoriain ispecie quelli fra essida' quali ho ricevuto delle cortesie ed attenzioni.
Abbracciatemi poi il caro Checcuccioe riveritemi la dolce Costanzinaper la quale la mia penna è sempre prontaquando abbia bisogno di qualche altra stroffetta per canto. Nella mia lettera perdutaio faceva a questi cari vostri figli una lunga predica sul mio vecchio stile: in questa non ci cape; e perciò ricordino quel che ad essi diceva quando io vivea fra voi.
Addiomia buonissima amica: ricordatemi a Mammàa Flavio e credetemi

V. aff.mo a.co G. G. Belli.

LETTERA 13.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Terni7 ottobre 1820
Caro Checco
La tua del 6 settembre fu la ultima lettera che io ricevei a Ripatransoneed in essa non mi parlavi affatto delle ricerche da farsi a Fuligno. Io poi partii di là il dì 11dopo il qual giorno non ho più saputo né puzza né odore di quelli paesi. Se dunque tu mi scrivesti altra letterasarà ancora alla posta. Certo è peròche se io avessi a tempo saputo il tuo desiderioti avrei servito fedelmentecopiando io medesimo il testonon perché lo avessi fatto meglio ma perché ci avrei impiegato la diligenza e il fervore dell'Amicizia. Ora peraltro non ho alcuno là in Fulignodi cui sapessi valermi in questo bisogno. Il solo amico che io ci abbiaoltre ad essere governatore della Doganae perciò totalmente ignorante di queste materiepresentemente è alla sua villeggiatura alquanto da Fuligno distante. Egli però mi ha promesso venirmi a trovare colla sua famiglia alla nostra campagna di Terni; ed allora parlando a viva voce con luipotrò interrogarlo e sapere se vi sia a Fuligno persona alla quale affidare un incaricoil quale benché sembri ridicoloè pure di qualche pesogiacché dalla inesattezza de' copisti ignoranti deriva spesso confusioneed infedeltà di lezioni.
Tu intanto spiegami meglio se o tutta l'opera vuoi copiataod i soli settenari di profezie del T. Gualdo. Confesso che sarei indeciso sul tuo desideriopoiché quantunque sembri che tu parli di questi soltantopurtuttavia non lo dici distintamente. Ripetimi ancora il nome dell'autore della intiera operapoiché essendo questo caduto sotto al suggello della lettera è restato laceratoe indistinto. Usa la cautela di lasciare nelle lettere un pezzetto biancoonde il suggello non produca simili guasti. Dal poco che ho potuto capire di questo nomecrederei che potesse essere F. Stupema non so se ci abbia indovinato. Dall'altra parte io quest'opera non la conosco. Il nome dell'editore è chiaro: Agostino Alteri nel 1685e questo va bene.
Quel De Romanis è un capodopera: non regge in nessuna unione; ed ora credoche questo scismatico giornaleo andrà poco avantio ne farà pochi spicci; e meno da spicciare.
Mi duole oltremodo la febbre del povero Peppe. Istruiscimi del suo ristabilimentoche già spero seguito. Altrettanto poi godo della buona salute di Papà Mammà e Clementinache mi saluterai tanto e poi tantoe più ancora.
Lepri dunque non ha ricevuto una lettera che io gli diressi a Roma colla direzione al domicilio. Si parla in essa dell'Eroe di Pico in 4 sonetti. Mi diverto così: non credo però che al mio ritorno ci sia tanto da dire a lungo su queste mie povere cosesiccome tu dici. Ti abbraccio da amico

G. G. Belli

LETTERA 14.
A TERESA NERONI - RIPATRANSONE
Di Terni22 ottobre 1820
Amica carissima
In questo medesimo corso scrivo a Vostro fratello Peppe (detto così in confidenza) di cui ho ricevuto una lettera al solito ritardata. Al disordineche apparisce nell'esercizio delle postenon fo più meravigliase le due mie vi arrivarono insiemese Vulpiani non ne ha ricevuta che una di due da me scrittegli. Ho molto gradita la notizia che Checchina sia guarita. Vi assicuroche al momento della mia partenza dalla Ripaoltre il dolore causatomi dal di Lei gravissimo maleprovai quasi eguale rammarico non potendo dimostrarle con qualche atto di gratitudine consuetola riconoscenza che io nudriva per le tante attenzioni da Lei usatemi per tutta la mia dimora pr. alla buona famiglia Vulpiani. Ne avrei incaricato D. Giustocome vi dissi più voltema egli era assente; e non potei trovarlo neppure a Maceratastando egli quel giorno con Armaroli in Appignano. La medesima assenza di D. Giusto fu la cagione del silenziodi cui egli si lagna. La mia lettera era del 21 settembree se fosse arrivata in correntesecondo quanto D. Giusto mi disseegli non doveva ancora essere tornato alla Ripa. Ecco perché in quella prima lettera non lo nominaiavendo altronde nominato tutti gli altri distintamente: e mi pare che a D. Santi io dicessi sottomaestro; dunque se mi ricordai del sottomi ricordava anche del sopra. Circa poi alla seconda letteraegli non ha di che lagnarsiperché io vi pregai in essa di salutare quanti frequentano la vostra casafra i quali egli ancora è compreso. Per placarlo però totalmentevi prego in questa di salutar lui tre voltee gli altri una sola. Non vorreiche se un giorno ricado sotto la sua disciplinasi vendicasse a colpi di frustae colla tavoletta del somaro. Se il mio caro Dottore si ricorderà della Colonna di Campo Vaccino etc. etc. comprenderà il senso della parola perpetuella. Non si stancarà mai di dire che a suoi tempi non c'era. Sarei cionostante dolentissimo se egli si fosse offeso di questo epitetoché in tal caso ritiro subitoe gliene chieggo scusa; perché io voglio stare sempre in pace con luiverso il quale ho stima ed obbligazioni. Caro quel coccodrillo del pozzoe care quelle monachelleche se l'erano creato dentro quella cara testa fasciata da quelle carissime bende! Per un tronco d'albero incomodare de' votapozziinquietare un vescovodisturbare una Cittàinfastidire Domine Iddio! Le loro fervorose preghiere (facendo astrazione dallo scopo) mi sembrano quelle delle ranocchie pel travicello. Ma i travicelli sono sempre travicellie le monache saranno sempre monache. Non so se questo paragrafo converrà coi rigidi principj del caro amico Flavio; ma l'avventura è così bizzarrache merita bizzarre parole.
Credo che saremo vicini allo sposalizio del buon vostro compare Niccolino. Uno dei dispiaceriche mi reca la mia lontananza da Ripatransoneè il non poter vedere questa solennitàla quale deve molto rallegrare lui e la sua famigliacome la sola circostanzain cui l'uomo è veramente contento. Quanto godrei nel contemplare la gioia dello sposoe la timidità della sposa! quale soddisfazione avrei di trovarmi fra i brindisi delle due famigliee degli amici concorsi ad accrescere con la loro allegrezza il dolce brio della festa. Forse io non sarei degli ultimi ad alzarmi dal mio posto con un bicchiere in manoed elevando gli occhi al cielopronunciare colla verità sulle labbra li semplici voti del mio desiderio: Diobenedici [...] la nostra gioiae la loro unione; e spargi sopra [...] i tre primi tuoi donipacesalute e ricchezza. E poi direi mille minchionerie confacenti alla circostanzae necessarie per conservare il buon umoreche è il quarto dono di Dio procedente da que' treche ho detto di sopra. Se con questi tempi Mammà dormeha ragione. Cos'altro si avrebbe da fare che taroccareo dormire?
Conservatemi vivo nella vostra memoria ed io procurerò di conservarmi sempre il nome prezioso di
vostro amico G. G. Belli.

P.S. Salutatemi distintamente Vulpianie ditegli che io non gli scrivo più se non ho sue lettere.

LETTERA 15.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Di Terni22 ottobre 1820
Carissimo amico
Io non capisco più niente del corso di queste maledettissime poste. La mia del 24 settembre vi giunse il 5 ottobree la vostra del 6 mi è arrivata il 18. Chi potrà pertanto indovinare quale giro queste lettere si faccianoo per quale motivo restino a covare nelle poste? Quello che mi accade con voimi è accaduto con Vulpianiil quale di due mie lettere non ne ha ricevuta che unaed io nessuna delle sueche pure deve avermene scritte; e mi è accaduto con vostra sorellaalla quale sono state date unite due lettere di distantissima data.
Non arrivo a comprendere la vera causa della vostra colica morale. Mi accusate per sua origine la non curanza dell'etichette del Mondo; ma ignoro come questa negligenza possa partorire un male temuto da voi di tanta durataper affliggerne seriamente chi da simili etichette non può sperare vantaggi né temere danni. Voi non avete bisogno del Mondo: lo possedete tutto nella vostra fortunae fra le mura della vostra casacolla famiglia vostraco' vostri amici e coi sollieviche attingete dalla cara musicae dal dolce studio dei libridi cui avete formato una sì bella raccolta. Che se poi queste etichette disprezzate non riguardino il mondo maschilema il muliebrela cosa assume subito un altro aspettoe la vostra colica morale può più facilmente spiegarsi.
Mi chiedete dettagli più particolari dell'abilità de' musicie della qualità della musica di Spoleto. Voi forse rideretese io vi risponderòche non mi ricordo il nome dello spartitoné del suo compositore. Ma questa mia dimenticanza vi darà qualche lumefacendovi conoscereche la bontà dell'opera ottenne da me tanta attenzione quanto bastava per farmi giudicare lì per lì del merito delle cose parzialie poi scordarmi del tutto. Se però debbo dar retta ad una rimembranza confusache me ne è rimastal'opera mi pare che fosse il Matrimonio per concorsoed il Maestro NicoliniFarinellio cosa simile diminutiva. La composizione mi parve però abbastanza mediocre circa al musicale: riguardo al poeticoassolutamente cattiva. Le parole mi fecero nauseae la condotta non la capii. La prima donna benché manchi di alcuna consonantepure in Roma non dispiacque tantouna volta che cantò da soprano ne' Maccabei di Trento. Aveva allora qualche grazia di direed un non so che di piacevole nella voce. A Spoleto non la trovai più quellae non mi fece né caldo né freddobenché il difetto della linguanon compensato da altra vernicemi portasse piuttosto al freddo che al caldo. Questa è la Sig.ra Parise di lei vi basti. Il tenore è un ragazzo di Volterradove ha moglie e figliuoli. A me sembrò sguaiatello assaie voi ne giudicherete meglioperché più di me ve ne intendete. Egli non è assolutamente pessimoma a me... che so io... - Delli due bassiuno è un cannaroneil quale ha una voce di bagherino Romanoe l'abilità di un cantore di esequie. L'altro è il Sig. Liparini padre vecchio della brava Lipariniche adesso sta figurando sulle scene di Europa nelle opere buffe. Gli allori della figliuolae qualche foglia secca degli antichi suoi proprj fanno insieme fatica per meritargli indulgenza a quel pochissimodi cui può egli adesso far dono. Voce di naso e tremulamimica affettata per supplire alla voce etc. etc. La seconda donnae l'ultima partesono tali da non farne parola. L'effetto prodotto nel teatro di Spoletogiudico debba essere prodotto eguale in quello di Ascoli da eguale compagnia. Forse però una diversa musica può variare l'effettopoiché accade spesso che un attore figura meglio in una musica che in un'altra. - Io in questi giorni mi avvicinerò a voi di trentasei migliaperché vado a Fulignoe di là piego poi a sinistra per Perugia. Ne' primi di novembre però sarò nuovamente in Ternie vi resterò sino alli 7o alli 8nella quale epoca tornerò a Roma. Questo vi serva di regolase vorrete scrivermi. La vostra visita sanbruto sanbruto mi sarebbe graditissima: e voi sarete il vero padrone di venire santo fasonee di andarvene ancora insanitate hospite. Replicate i miei saluti all'amico Sig. Voltattornie fatemi schiavo del Conte nostro.
Il V. amico aff.mo G. G. Belli.

P.S. Vi pregose andate in Ascolidimandare a Renazzi se ricevette una mia lettera.

LETTERA 16.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Spoleto4 novembre 1820
Caro Checco
Quel mio amico di cui ti annunziai la venuta nel mio casino di Ternimi scrisse dover restare in Fuligno per un ordine del tesoriereil quale l'obbliga di assumere oltre la sua carica di Governatore della Doganaanche quella di sopraintendente delle finanze di tutta la provinciapel viaggio a Firenze che ha dovuto fare questo primario Ministro. Vedendo io dunque fallito il progettoche ti manifestai circa al tuo affare; nella occasione che sono qui venuto per un mio interesseho dato una corsa io stesso a Fulignoil quale non è lontano da qui che 18 miglia. Ne' tre giorni pertanto di mia dimora colà ho cercato que' due librima invano nella biblioteca del Seminariola quale per una traslazione da un luogo ad un altro del Seminario medesimoha sofferto molte perdite compresa quella dell'indiceed ora sta ammassata in confuso e senza alcun ordine in una stanza. Cercando però altrove ho trovato il Tommasuccio da Gualdo nella biblioteca del Marchese Bernabòe ne ho ordinata una copia fedelela qualese mi arriva in tempo porterò con me a Romaaltrimenti l'avrò a Roma poco dopo il mio arrivo. Relativamente poi allo Stupeparlai con un tal Professore di eloquenza Ab.e Santarelliil quale mi disse avere di questo libro una certa memoria; e però glie ne ho lasciato gl'indizied egli mi ha promesso farne ricerche diligenti nella riferita biblioteca malmenata. Pe' libraied altrove non si trova certoavendolo abbastanza cercato; onde se si rinvenisse al Seminarionon ci è altro mezzo per averloche farne fare una copia. In tutti i modiquando siasi trovatoio ne sarò tosto avvisato.
Fra mezz'ora parto per Terniove forse io mi troverò a ricevere una tua rispostase me la fai in corrente. Che se non mi scrivi in correnteo stimi inutile di farloparleremo meglio in voce al mio prossimo ritorno al paese. Chiodi e Lepri saranno forse tornatio staranno per esserlo. Salutameli tuttied anche i miei parenti se li vedie tutti li tuoi.
E ti abbraccio di cuore.
Il tuo aff.mo a.co G. G. Belli

LETTERA 17.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Terni6 novembre 1820
Carissimo amico
Il Sig. Guidi di Acquavivache si trova in questa Cittàmi favorisce di recarvi una mia lettera. Non so se l'altra mianella quale vi partecipai le notizie teatrali da voi richiestevi sia pervenuta: ma spero di sìperché ho avuto risposta da vostra sorellaa cui scrissi nello stesso ordinario. Laonde tralascio di replicarvi dei dettagliche ripetuti vi annoierebberoe nuovi vi sarebbero a quest'ora presso che inutili.
Il desideriochecon grande mia soddisfazione mi avete dimostrato di vedere spesso i miei caratterimi ha suggerito il pensiero di profittare di una occasione così favorevole per farvi arrivare un pegno della memoria vivache conservo di voie dell'amiciziache mi avete saputo inspirare. Non vogliate credere che la lontananza ed il tempo abbiano indebolito in me la immagine di ciò che vi appartienee vi circonda. Ancora mi pare di essere a S. Benedettodi passeggiare con libertà nelle nostre stanzedi udirvi a suonare il basse ed il clarettonedi valicare nel vostro legno il Tesinoo Ticino che sia; insomma di conversare con voie con gli amici che vi siete scelti per compagnia della vostra vita tranquilla. Fra due o tre giorni io parto di qui per la mia patriadove tornerò alle mie consuetudiniimpiego cioèpasseggioritiroe silenzio. Conosco in queste poca utilità per la mia salute fisicama temoche troverei peggio per la moralequando così non vivessied andassi ad immergermi in quel vorticenel quale quattro quinti degli uomini pretendono trovare felicità. Io ho poca etàma pure in ventinove anni di vitanon mi è ancora mai saltato in pensiere di assaggiare questa felicitàdi cui odo sempre le laudie non vedo mai la realtà. E perciò credoche per tutto il tempo che dovrò ancora passare nel mondomi contenterò di condurre la mia vita oscurae se vogliamo anche dire apatisticapoiché deciso come sono di astenermi sempre dalla partecipazione delle altrui contentezzevoglio procurare per quanto posso di salvarmi dagli altrui rammarichie dolorie sollecitudiniche sono secondo il mio giudizio il tossico inevitabile attinto dalli poveri uomini a quelle stesse fontanealle quali concorrono per cavarsi la sete de' piaceri terreniche inebrianoe non consolano mai. Questo è un perioduccio un po' lungoma mi [è] venuto così dalla pennae voi ve lo sorbirete come tutte le altre mie noiose tirate. Quando anderete a Ripatransonedove so che da molto tempo non si hanno vostre notiziefavoritemi portarvi i miei saluti a tutti di vostri famiglia primae poi a quelli che più convengono nel nostro carattere.
Vi prego così di riverirmi il Sig. Gabrielee gli altri Sigg. Voltattorni; e senza più dire vi abbraccio.
Il V.aff.mo a.co G. G. Belli

LETTERA 18.
[A TERESA NERONI?]
[13 gennaio 1821]
Gentilissima quella donna mia
Il Sig. Belli m'impone significarvi avere egli risoluto di non uscire questa mattina di casacosì persuadendolo un deliziosissimo doloreche gli ha stabilito quartiere d'inverno in coppa a lu pietto. Vi prega mandarmi pel renditore di questo biglietto il vasello di estratto d'assenziodel quale io bramo far trattamento al mio amico Sig. Belli avanti al pranzo: affinché egli possa mercé una buona panciata assopiredivertireo minchionare una certa doserella di buzzere che mi pare gli vadano passeggiando pel capo. E vi supplico nel tempo medesimo di dire da mia parte e del Sig. Belli mille cose dolci e zuccherine alla amabilissima Sig.ra Contessa Chiarinaed all'Arciduca Luigi nostro benemerito alleato. Né mi scordate presso la Sig.ra Cletae presso la vostra Signorinaerede (diciamolo alla parigina) delle vostre attrattive e delle vostre virtù. Ho detto una grande e bella galanteriae non mi credeva capace di tanto. Or' andate a stimar le carogne! E sono contento di esserlopurché sia una galante carogna francese.

Vi B.L.M.
V. Serv. ed a.co G. G. Belli
Di casa13 gennaio 1821alle 10 antimerid.e

LETTERA 19.
A SILVIA CERROTI CONTI - ROMA
Ripatransone19 agosto 1821
Cara Mammà
Mercoldì scorsogiorno onomastico e natalizio di Mariuccianon potendo io più dormiremi alzai all'Auroracolla mente tutta ingombra del piacereche avrei gustato di passare quella giornata in mezzo alla nostra famiglia. Sono già tre anniio andava tra me stesso dicendosono tre anniche in questo giorno io sto lontano da Romané più auguro di viva voce a Mariuccia le felicità che ella merita. Fra queste e simili riflessioni presi la penna e composi tutti d'un tratto i versi che qui vi trascrivo. Essi sono debolissimiperché spremuti quasi per forza di desiderio da un ingegno illanguidito troppo dalle infermità. Oltrediché arriveranno tardiessendo già scorso il giornoin cui avrebbero dovuto già essere giunti al destino. Cionostante io ve li mandoe li mando a voiperché con la vostra bella enfasie con quel tuono di materna tenerezzali declamiate in mia vece a Mariucciaalla presenza di quelle persone che l'amano.
Persuadetevi che la idea di vedervi e di udirvi sarà per me nei prossimi giorni la più schietta consolazione in questi luoghi solitaridove non penso che alla casa nostrada cui debbo così spesso distaccarmi per ritrovar la salute. Abbracciatemi Papàe zio.
Salutatemi tutto il resto della famiglia e ricordatevi sempre del vostro
aff.mo genero G. G. Belli

Tra le sorelle che gli stan intorno
Espero già coll'amoroso lume
Va all'occidente ad annunziare il giorno.

E tremolando sulle incerte piume
Già coll'ampolla di rugiada piena
Vien l'alba fuor dalle marine spume.

Seco uno stuol di zeffiretti mena
Che d'aliti soavi e molli fiori
Spargono il Cieloche biancheggia appena.

E già l'Aurora dagli antichi amori
Sveltasi a forza di Titon suo fido
Riconduce alla terra i suoi colori.

Tutti gli augelli già lasciano il nido
Escon le belve dalli suoi covili
Vengono i pesci a trastullarsi al lido.

E l'agnellette dalli chiusi ovili
Tratte all'aperto accoppiano i belati
De' suoi custodi alle zampogne umili.

Tornan le vacche ai pascolari usati
E muggendo richiamano i vitelli
Che van dispersi a folleggiar sui prati.

Là il saltar vedi de' puledri snelli
Là il cozzar miri de' gelosi arieti
Qui l'anitre tuffarsi ne' ruscelli.

Ah! poi che tanto gli animanti lieti
Rende il bell'astro quando imprimer suole
L'ultimo bacio sulla fronte a Teti:

Perché le umane creature sole
Privansi il cuore della gioia pura
Di salutar nel suo natale il Sole?

Io però fuor delle insalubri mura
Esco soletto quando il gallo canta
E si rallegra ogni altra creatura.

E pieno il petto di dolcezza tanta
Ti benedicoo luce mattutina
Che prezïosa per me sorgi e santa.

Ti benedicoo grazïa divina
Che il primo raggio ai pargoletti lumi
Oggi vibrasti della mia Regina.

Dico di Leiche mi donaro i Numi
Che sola di piegare ha signoria
Il mio cuorle mie voglie e i miei costumi.

Oh dunque sempre benedetto sia
Questo bel giornoe questo mesee l'anno
In ch'ella nacque perché fosse mia.

E benedette sian le pianteche hanno
Questo del loro amor germe produtto
Per ristorarmi d'ogni antico affanno.

E sì la vita mia piena di lutto
Scorsa sarebbee de' miei studi avrei
Colto assai scarso e molto acerbo il frutto;

Dove nel colmo de' disastri miei
Per l'amarezza dello mio dolore
Non avessi a pietà mosso costei.

Pietà le pose la mia storia in core
Appresso alla pietà venne amicizia
E all'amicizia poi successe amore.

Troppo ahi del Mondo la crudel malizia
Fatto aveva di me tristo governo!
Ma pur mi scordo d'ogni sua nequizia.

Ed ora intorno a me più non discerno
Che il dolce aspetto della mia famiglia;
E di bearmi in lei spero in eterno.

Purse memoria v'ha che dalle ciglia
Una lagrima ancor spremere mi possa
Egli è il pensier della perduta figlia.

È questo il solo che li nervi e l'ossa
Talor mi scuotema sperar mi giova
Che sia del reo destin l'ultima scossa.

Così l'anima mia pace ritrova;
E vede che dal dì ch'io vivo teco
Vivoo mia Vitad'una vita nuova.

Né punto calmi se invidioso e bieco
Della fortuna mia l'occhio mi guardi:
Se tu mi guardi insiemquell'occhio è cieco.

E se il veleno di morbosi dardi
Incontro al petto mio spesso ella vibra
Per farmi tristo quel furor sien tardi.

Ché l'amor tuo l'affievolita fibra
Veglia a saldarmie tenero e pietoso
Le dolci cure coi bisogni libra.

Però trar lagni sul malor non oso
Onde il ciel forse vuol purgarmi l'alma
Di qualche morbo più maligno e ascoso.

Ma la speranza che ogni doglia calma
Fra i tuoi conforti dentro il sen mi brilla
In benefizio dell'afflitta salma.

E tu vedrai di nuovo a stillaa stilla
La salute colar nelle mie vene
E raccender la mia spenta pupilla.

Siccome allor che pel Cielo viene
Dopo una pioggia di stagione estiva
Iride bella a far l'aure serene:

La Natura spirante si ravviva;
E li pastori che fuggian col gregge
Tornan sul prato a modular la piva.

Ma qualor Giove che lassù corregge
Quanto qui abbasso si succede e move
Con fissi eventi e con prescritta legge

Me ancor serbasse a più crudeli prove;
Noi dovremmo baciar l'aspro flagello
E li decreti rispettar di Giove

Ché d'ogni altra virtù questo è il suggello.

Se maicara Mammào i vostri occhio il mio carattereo la mia propria ortografiao qualche altra ragione poetica vi facessero dubitare di leggere questi versiallora aspettate una serain cui venga in casa qualcunoal quale questi ostacoli sieno pianie fategliene fare la lettura.
In tutti i modi pensate voi a far sìche Mariuccia riceva questo tributo che io Le offro in mancanza di altro. Forse alla umiltà della medesima dispiaceràche questi versi si leggano in pubblicoma spero che ne sarà poi contentaquando sappia che ciò mi farà grande piacere. Io adesso sono come un fanciullo. La minima cosa mi rattristae la minima cosa mi rallegra: figurate poi l'occuparmi di Mariucciache per me non è minima cosaquanto debba recarmi sollievo.

LETTERA 20.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Ripatransone30 agosto 1821
Caro amico
Poiché voi dormite di un placidissimo sonnoio vengo a risvegliarvi col ronzio del mio pimpleo colascione. Ecco il sonetto per voie quello pel nostro Sig. Giuseppe. Se servirannovi prego che se ne osservi dallo stampatore esattamente la ortografiae la interpunzione. Circa i titolifateci quelle sostituzioni che meglio credetepurché non siano troppo verbose. Pregate poi il Sig. Voltattorni perché io non sia nominato appiè del sonettoche ho scritto per lui. Il nome dell'autore non è necessario: che se per la superiore approvazione non se ne potesse far senzaci ponga il suose vuoleod un altro a sua scelta.
Il malanno da me sofferto sulle coste non mi ha ancora permesso di star curvo per finire il vostro prospetto. Quante volte però vi bisogni intanto quel disegno dell'Architettopotete chiedermelonon avendone io che una mediocre occorrenza.
Questa è la terza lettera che vi diriggo. Adesso ci calzerebbe a capello un bocconcino di rispostaper provarmi che vi ricordate del vostro vero amico
G. G. Belli

P.S. I saluti a Gabriele etc. etc. etc. ci s'intendono.
oggi ho miseria di carta

LETTERA 21.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Ripatransone13 settembre 1821
Mio carissimo amico
Appena ordinato il mio piccolo bagagliomi accingo ad occuparmi degli uffici da me dovuti all'amiciziache mi lega con Voi. Queste prime parole sono per se stesse abbastanza chiare per dimostrarvi che io piglio da voi congedonel momento in cui sto per abbandonare questa provinciae le buone persone che vi ho conosciute. A Ripatransone nopel suo climama a S. Benedetto avrei desiderato passare il prossimo autunnoe l'invernoe la seguente primavera; e voi già lo sapete: ma una lega di molte e diverse combinazioni mi costringono a recarmi sollecitamente nell'Umbriae quindi per novembre a Roma; dove poi voglio aspettare o la salute o la morte. La parte maggiore di simili combinazioni è per me dolorosa: la minore mi è al più indifferenteriguardo agli effetti che mi potrebbe produrre. In avvenire vi spiegherò meglio tutto ciò; e vi metterò a parte de' miei dispiaceriche non saranno mai per mancarmie delle mie consolazionise piacerà a Dio di mandarmene.
Arrossisco di vergogna nell'involgere il disegnoche riceverete qui annessosapendo che per la forza della promessa mi gravavi il debito di unirvene un altro eseguito da me: ma se vi dico che non ho potuto farlonon vi esagero il vero. L'incomodo sopraggiuntomi al mio ritorno costàrinnovato per la seconda volta dalle medesime causemi fa ancora dolere delle sue conseguenzefra le quali annovero quella di essere con voi comparso un bugiardo. Voi mi taccierete al solito di soverchia delicatezza; ma io così sono fabbricatoe bisogna distruggermi da' fondamenti per togliermi queste idee dal cervello. Conservo però presso di me gli elementi del lavoro promessoviil quale vi arriveràse non accettosicuro almeno ed inaspettato. Quando e come che siavi servirà di un richiamo per ricordarvi di me.
Venghiamo adesso al Capitolo de' salutiche non è di poca importanza. A Gabriele ditegli un addio santo fasoneperché non vada spacciandoche me ne sono andato così in sanitate hospite. Al Sig. Giuseppese fra le sue addolorate preparazioni è capace di distrazionericordategli in me un servitore senza livreacosì di Lui come delle sue gentili Signore. E se il Sig. Checco vi dimandasse se io mi sia ricordato di Luirispondetegli in falsetto: e sicuro. Col suo mezzo fatemi riverire la famosa al tresette Sig.ra Vittoriae quell'altra Signora che tanto bene sa cantare: e zucche e zucchee cici. Il Sig. Antonio si metta in mezzo a questo fermento di saluti e riverenzee gliene toccherà la sua parte. Né mi scordo del paesano mio: e finalmente mi cavo la berretta davanti allo Stoico che tenete appiccato incontro al vostro scrittojo.
Tornando ora a voi: io intendo di essere sempre impiegato da voi e dalla Sig.ra Pacifica in ogni circostanzain cui possa provarvi la mia riconoscente amicizia.
Il V. a.co vero G. G. Belli

LETTERA 22.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Terni22 settembre 1821
Caro Checco
A Fuligno trovai la tua veramente graziosissima perché cominciava con tre grazie. Tu dunque compatisci que' poveri poveti da me ridotti alla miserabile condizione di un Cassio e di un Giuda; e non conti per niente il tormento mio orribile di sentirmi crepare dalle risa e non poter ridere per rispetto umano? Né ti dilungasti dal vero quando temesti che la mia lingua non voglia finirla qui; perché infatti mi va passando qualche ideuccia per la testa di aggiustar loro un po' meglio il corpo per le feste: senza però nominarne alcuno individualmentee per la santa carità di fratelloe per la riverenza delle nostre accademiche leggi. Ma a proposito di Accademiaci sarebbe pericolo che la di lei perditada te con mistero annunciatamifosse il letto del Tevere ovvero il ricattiere che a Lei lo affittava? Leggi di grazia a questo proposito il seguente sonetto da me scritto in Ascoli nel mese di giugnoe non mai a te speditoper paura che alcuni nostri confrati se lo avessero a male.

Fra i Lippio Ceccoe fra i Cursori ancora
Certa novella in Pico si bisbiglia;
Che il Padre Tebro colla sua famiglia
Per giusti fini vuol cambiar dimora.

Se questo è vero noi vedremo allora
Mille antiquarj rinnarcar le ciglia
Sperando pur che dalla sua mondiglia
Qualche bel pezzo caveranno fuora.

E credo beneche di roba antica
Buoni frammenti troveranno in copia
Con poca spesa e con minor fatica.

Ma di moderna sarà grande inopia;
Perché oggia nostra confusion si dica
Poco s'inventa piùmolto si copia.

Ignoro seimmaginando la qualità della perdita accademica io mi sia apposto anzi al falso che al vero: ma poiché tu mi dici quella essere perdita da consolarseneper questo riguardo mi pare di non errar di molto. Però tu devi o non leggere ad alcun tiberino questo sonettoo se lo vuoi leggere senza timore di conseguenzeleggilo appunto a quelli macchiati della pece della quale è discorso: perocché è certo che eglino non saranno per mostrarne alcun fastidioonde non comparire a fare il lupus in fabula.
Mi consola moltissimo la notizia del ristabilimento dell'amico Peppee del grande miglioramento della cara Clementinala quale a quest'ora sarà ritornata un fioretto. Tanto questi quanto tutti gli altri di casae così gli amici come i colleghiche si ricordano di metu risaluta da mia parte. La mia epistola composta a solo fine di distrazione e passatempo non merita i tuoi elogi né quelli di chi l'ha udita da te recitare. Vedo però che voi altri mi siete assai più indulgenti che non mi è la mia Musa.
A me accadono tutte belleecome si dice a Romabadiali. Domenica sera 16 del corrente io arrivai a Tolentino morto di sonnoe non potei trovare un buco per dormire un paio di orette. La festa del beato S. Nicola vi aveva attirato tanta gente dei contorniche io fui obbligato a pigliare un legno fresco e ripartirne a due ore e mezzo appena sparato il fuoco artificiale. E questo sia un proemio del racconto di quel poco di solennitàdi cui in quel breve spazio di tempo mi fu permesso di godere. Ti giuro che mi divertii senza capo né fondo. All'avvicinarmi alla Città il continuo suono de' sacri bronzi mi andava annunziando qualche cosa di grosso; ed il mio legno premeva e squarciava frequenti e densi gruppi di villani vestiti in fiocchie di tale fisonomiache pareva che più di Bacco si trattasse che di S. Niccola. Ad un quarto di miglio dalla porta della Città incontrai un palchetto parato pomposamente di un candidissimo lenzuolo rappezzatoe guarnito da una vaga bordura di carta dipinta a patacche di vari colori.
Dalla banda della stradaove questo palco sorgevanon avendo il terreno né muroné frattané altro riparoma divallando in un declivio molto precipitosovi era stato tirato giudiziosamente uno spaghetto rinforzatoil quale per tutto il tratto della strada veniva a misurare distanze sostenuto da politi bastoncelli conficcati in terrain quella guisa appunto che noi piantiamo i mazzuoli per le civette. Colpito dall'apparecchiodimandai che significasse. "E chemi fu rispostonon lo sacceteche se fa la carriera?" - Tra lo strepito di chitarroni e tamburelli destinati a rompere il capo a S. Niccola ed a mee fra due lunghe file di banchetti coperti di corone e di santi dipinti e non dipintiio passai per un vicolaccio chiamato lu corsoed arrivai in piazza grande dove sta la locandain cui io aveva creduto di dovere albergare. Là trovai tutto l'esercito provinciale sotto le armivestito in istretto uniformecoi gomiti ricusciti di filo bianco sopra un fondo oscuro sìma così turboche non se ne poteva riconoscere la tinta. Vi si era amalgamata la patina del tempoche a poco a poco tutte le cose fa di un colore. Ogni soldato aveva sul berrettone un mazzetto di erba a piacere; e con bella varietà qua verdeggiava la paretaria vicino all'alloroe là presso alla mortella il diuretico crescione. Tutti poi cingevano spadedi cui almeno vedevansi le guaine ed i pomi; ed imbracciavano certi archibugi fabbricati al tempo di Cimosco. Chi volesse essere un poco satirico direbbe che due di essi portavano due fucili da cacciaquasi avessero a fare con passeri o con merlotti.
Tutto ad un tratto ecco un bisbiglio. Il popolo si ritirasi presentan le armi un po' per volta e passa un frullone carico zeppo di magistrati e di fanti di palazzo. Avrei piuttosto giudicato essere quello il carro di Nettuno vistolo così tirare da sei enormi storioni: ma il suo andare per terrae l'abito di chi vi era portato mi persuasero diversamente. I magistrati erano sei; i postiglioni tre; e li donzelli quattro: in tutto capi n. 13. Il vestiario della magistratura consisteva in tutto quello che si aveva potuto ritrovare di meglio per la Cittàbenché gli si potesse rinfacciare un tantinello di difformità: ma queste sono inezie da passare sotto-cappotto. La livrea della corte di un vivacissimo rosso sporco traeva risalto da certi cappelli bordati di carta d'argentoe fattiper dartene una ideasulla forma delle antiche galee della Santa Lega. Uno de' quattro donzelli portava una tromba ad armacollo. Partito il corteggio a briglia scioltapoco dopo si udirono dieci colpi di mortaroe quindi a non molto arrivarono tre barbarissimi barbari con un passetto castellano piuttosto velocebenché di tratto in tratto si fermassero a riprendere fiato. Vinse un bajo scodatoil quale servate le debite ceremonietoccò sei buoni scudi di premio per le mani della reduce Magistratura. - A un'ora e mezzo di notte s'incendiò la macchinala quale rappresentava una cosa che non si capiva ma che era molto bella. Il fuoco fu brillantissimomalgrado che certi eretici pretendessero che non si potesse soffrire. È però veroche un disgraziato girelloinvece di girare a cerchiosbagliò motoe andava ciondolando come un pendulo di oriuolo. Imprudentemente allora mi fuggì di bocca: ve' ve' ecco il pisciabotte! e tosto un soldatodi que' due dal fucile da cacciami si accostò gravementee mi domandò cosa fosse questo pisciabotte. Io gli risposi senza sgomentarmi essere un certo negozio del paese mio. Egli allora si approssimò al palco de' Magistratiripeté le mie stesse parole le quali parvero persuaderli; e la cosa finì così. Ma se per mia disgrazia io dava di naso in un magistrato o meno benignoo più bestiale di quellovedicaro Checcoa quale rischio io mi ero esposto per non frenare la lingua.
Terminato il fuoco mi si disse avvicinarsi l'ora del teatro; ma io già sazio di festevolli andare a saziarmi di cibi: onde cenai e partii. Pel giorno seguente si preparava gran fiera; onde procurare di spogliare qualche povero compratorein onore e gloria del Protettore S. Niccola. - Ho parlato a Spoleto con la Poetessa Rosina Taddei la quale mi ha imposto di salutarle gli amici di Romae specialmente Battistini e Ferretti. Se il vedifammi da procuratore. Se la carta non finisse non ti abbraccierei ancora: ma amene lo faccio di cuore.
Il tuo G. G. Belli

LETTERA 23.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Terni27 settembre 1821
Caro Neroni
Non voglio che trascorra tanto tempo senza che vediate miei caratteried abbiate le nuove di mia salutela quale sinora è migliore di quello che io ne aveva sperato.
Nel passare da Spoleto ho domandato a tre o quattro miei amici delle informazioni sulle qualità del Sig. Bolli; e le ho ricevuto uniformi a quelle già a voi pervenute. Questo soggetto gode di buona riputazione in tuttociò che forma lo scopo del vostro interesse.
Pregate a mio nome il Sig. Giuseppe Voltattorni perché dia per me una o due copie di quel sonetto stampato per la festa dell'Addolorata; e se voi farete stampare l'altro pel matrimonio del V.° Pajelli vi prego del medesimo favore.
La Sig.ra Teresa vostra sorella si compiacerà incaricarvi del loro ricapito. Siatemi cortese di vostre notiziele quali sempre m'interessano. Riveritemi la Sig.ra Pacifica; e salutatemi que' buoni pacchiani de' nostri amici. Sono col solito affettoe colla medesima stima
Il V. aff.mo a.co G. G. Belli

Riuscì brillante la festa? Datemene qualche cenno.

LETTERA 24.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Terni20 ottobre 1821
Caro Checco
Perdona se t'incomodo. Sono stato pregato di fare una inscrizione lapidaria per una defunta. Io sono sicuro che comporrei una epigrafe senza errorio almeno me ne lusingo; ma sono insieme convintoche non le darei il perfetto sapore che a questo genere si compete. Fammi il piacere di pregare o Pippo De Romaniso qualcun'altro de' molti abili nostri amiciperché voglia favorirmi in questa mia urgenza. La lapide non deve essere molto lungaanzi piuttosto succintama insieme toccante e patetica. Il tempo stringedovendosi sollecitamente ergere il tumulo a chi n'è il suggetto. Ecco le notizie necessarie.

Il cavaliere Pietro Paolo Neroni
pone il mausoleo alla sua suocera Marianna Mucciarelli
nata de' Conti Novi di Ascoli il 12 giugno 1727 e morta il 5
Ottobre 1821; della età cioè di 95 anni; donna di costumi semplici
ed illibatissimi, di stato vedovile, di spirito ameno, e
leggiadro; e del lusso, dell'avarizia ed altre mondane
depravazioni acerrima rampognatrice.

Su queste cose si può giuocare molto bene ed impostarne qualche cosa di buono. Più presto potrai mandarmelapiù ti sarò grato.
Salutami tutti. Amami al solitoed al solito credimi.
Il tuo aff.mo a.co G. G. Belli

LETTERA 25.
A PIETRO PAOLO NERONI- ASCOLI
[ottobre 1821]
Veneratissimo mio Sig. Cavaliere.
La supplico di non tassarmi d'inciviltà pel ritardo di riscontro alla Sua onorevole de' 12 ottobre scaduto.
All'arrivo di essa io ero in giro per l'Umbriadonde tornato costà fui tosto assalito da un insulto di colica molto più violento che non fu quello da cui Ella mi vide travagliato in Ascoli nel dì 15 luglio.
Le conseguenze per me sempre funeste di questo orribile male mi sono ora più dolorosein contraposto della speranzache io nudrivacon qualche fondamentodi migliore salute. Pazienza peròe diciamo ironicamente col Poeta
Del presente mi godo e 'l meglio aspetto.
Dalle obbligazioniche mi corrono verso di Leie di tutta la sua parentelaElla argomenterà se la morte della ottima Sig.ra Marianna mi sia riuscita grave; e se io abbia potuto concepire il dolore della Sig.ra Tecla specialmente e della Sig.ra Chiarinaio che dell'affetto di queste Signore verso la loro veneratissima madre ed ava ho avuto esperimento. Del suo rammarico poiSig. Cavalierenon gliene parloperché Ella sa di quale inasprimento Le tornerebbero le mie parole in mezzo alla Sua grande amarezza. Ella amava quella Donna come una Madre; e veramente meritava sentimenti religiosicome gli antichi patriarchi. Se torno mai in Ascoliandrò a versare anch'io qualche lacrima su quel sepolcroche la Sua pietà ha voluto innalzare ad una memoria così degna di vivere eterna nelle menti dei posteri.
La prego di rendere i miei saluti alla amabilissima Sig.ra Chiarina ed al caro Luigi; e di credere in me inalterabili i sensi di stima e di rispettocoi quali ho l'onore di ripetermi
D.V.S.Sig. Cavaliere
U.mo D.mo Obb.mo Servitore
G. G. Belli (Palazzo Poli 2° piano Roma)

LETTERA 26.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Terni3 novembre 1821
Caro Checco
Bella epigrafe! bellabellabella! È vero: tanto sapore essa ha di quel che dev'essereche è da temersi non abbia a comparire salata a chi non ha formato il gusto a queste vivande. Io ti ringrazio de' pensieri parole ed opere da te impiegate per favorirmi; e ti prego uficiare per me il gentilissimo nostro De Romanisperché Egli non mi tassi giustamente di ommissionee mi creda meritevole di penitenza.
Il mio ritorno può essere imminente.
Salutami quanti Tiberini ti possano capitare davanti in questo tempo di gozzoviglie. Di Ciotti e di Agnesina Comelles non ne parliamo. Il primo non lo merita; e la seconda lo merita troppo perché possa dirsene abbastanza in una lettera. E poi mi ha tanto sturbato la di Lei morteche non mi regge il cuore a parlarne. Consola la povera Costanzina degna figliola di quell'ottima madre. Salutami la tua famiglia e ricevi un abbraccio.
Il tuo Belli

LETTERA 27.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Terni8 novembre 1821
Amico carissimo
Sono tremante di freddo per una improvvisa tramontanasbucata dall'inferno dopo la caduta di copiosissima neveda cui ricoperte biancheggiano le circonvicine montagne. Se nelle vostre regioni stasiccome io credoimperversando il medesimo tempocomprenderete quanto sensibile a me debba riuscire l'inaspettato di lui cambiamentoallorché vi avrò partecipato essere io tuttora infermiccio per una recente colicasopraggiuntami negli scorsi giorniper rovinarmie per distruggere in me que' consolanti principi di migliore saluteche nella mia ultima io vi aveva annunciati. Pare ormai chiaro che la mia macchina si sia totalmente conquassata: né possa trovarsi ordigno né arteficeche vagliano a riordinarla. Pure vado raccogliendo le reliquie sparse del mio antico spiritoe con questo debole avanzo di coraggio mi provo ad aiutare il languido moto delle ruote di questo oriuolo logoro e sdruscitoperché sappia esso più lungamente segnare le ore della mia misera vita. Rileggendo quanto ho sin qui scrittomi pare avere composto una bella e buona tirata da Caloandrood altro sentimentale romanzo. Ma che volete che faccia? Me la piglio così ariosa e procuro di dare in minchionerie per temperare la bileche spesso mi va assalendo le viscereed amareggiando la bocca.
Dopo il mio ritorno qui in Terni da un certo giro fatto per l'Umbriatrovai una vostra gratissima dell'otto ottobreuna di vostra sorella del 10ed una del Sig. Cavaliere vostro Padre del 12. A questa ho già dato il debito riscontro; alle altre due rispondo nel corrente ordinariosiccome per la vostra parte voi potete vedere. Unito alle tre surriferite lettere mi fu presentato un piego contenente alcune copie di quel sonettodi cui vi aveva pregatoed insieme vari rametti rappresentanti un globo aereostatico. Vi sono pertanto grato del pensiero da voi avuto di profittare di una favorevole occasioneonde potessi io riceverli anche prima che la Sig.ra Teresa fosse stata al caso di farmeli avere. Ho veramente goduto che le feste di S. Benedetto abbiano avuto un successo non ottenuto da quelle dalla superba Grottammarela quale ostenta sopra S. Benedetto tanta superioritàquanta S. Benedetto sopra di Lei può giustamentevantarne. Partecipate all'eccellente amico Sig. Giuseppe questa mia esultanza; e salutandolo molto a mio nomepregatelo di presentare miei rispetti alle di Lui gentili Signorealla Sig.ra Vittoriaed a quella Sig.ra di Fermodella quale confesso di non ricordare il nome. Ricordatemi poi al Sig. Checcoal Sig. Antonioed a Pavonse ancora é con voi. Ed alla Sig.ra Pacifica vi supplico estendere la espressione di que' sentimenti di gratitudine stima ed amicizia che a voi rinnuovo dicendomi al solito
vostro amico aff.mo e serv.re vero
Giuseppe Gioachino Belli

P.S. Fra cinque giorni io torno a Roma dove aspetto vostre lettere più lunghe che sia possibile.

LETTERA 28.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
[20 aprile 1822]
Mio carissimo amico
Aveva intenzione di non muovermi più da Roma; eppure eccomi di nuovo risoluto di partirmeneed alla vigilia di rilasciare i miei Lari. Fra quattro o cinque giornial più tardiio sarò in legnoe farò viaggio. Se voi mi chiedete dove mi diriggonon vi potrò rispondere fuorché di primo slancio mi conduco nell'Umbria; ma dopo la dimora di un mese non so dove andrò a passare gli altriche correranno sino a dicembre. Ancora non ho nulla deciso. Tutto era disposto per fare il viaggio di Napoliinsieme con un mio amico; ma come trovare il coraggio di esporsi al probabilissimo se non certo pericolo di essere colto dai masnadieri che infestano ogni dì più le sventurate provincieper le quali è d'uopo far transito? Numerose orde di antropofagi scorrono desolando que' luoghie menando in ostaggio sui monti tutti quegl'infelici che loro vanno cadendo tra' mani. Cosìio che cerco la salutetroverei la morte o di ferroo di disagioo di spaventole quali tutte tre si somigliano. E quando anche il danno si ristringesse al rovinare la Casa per pagare il taglionenon sarebbe già poco. Sono tre giorni che venne in loro potere il Governatore di Napoliil quale per la improvvisa sopravvenienza di uno squadrone di cavalleriaebbe la grazia da Santo Jennaro di veder fuggire i suoi guardiani ed essere lasciato in camicia. Che delizie eh? Che bel secolo!
La mia salute è molto migliore che non lo fu negli anni scorsi quando io partiva da Roma. Posso direche in quest'anno viaggio più per preservativo che per cura. Forse vedrò parte della Toscana.
Non ho voluto indurarmi nella colpa; ed andarmenesenza tormi dalla faccia il rossore di un vergognoso silenzio. Per dire la santa veritàho da farmi qualche rimprovero verso di voi. Tanto tempo senza una lettera! E poi quel disegno! Quella benedetta scala! Per caritàalzate la manoe vi basti la mia mortificazione. Potrei allegare molte scuse: l'impiegogli affarila poltroneria... ah! questa... questa... temo che vi faccia più impressione degli altri. Ma voi non siete Nerone che di nome: e il cuore però l'avete da Titoo se v'è stato di meglio. Dunque miserereet parce.
L'avreste mai aspettato? Quel povero Jaxon! Qui è stato il giorno del giudizioe mia moglie si è trovata in imbarazzi grandissimi per soccorrere alla sorella ed alla nipoteche voi avrete già veduteo a momenti vedrete passare per costì. Ammazzato da un carnefice inglese! Dopo una cura stravagantissimail sudore spaventevole prodotto da due pozioni sudoriferefu arrestato da quel manigoldo con salviette inzuppate d'acqua gelataapplicate in testasulle braccia e sul petto dell'infelice malato. Una febbre apopleticacon vomito sanguigno ripetuto in ogni accesso novellorapirono ben presto ai parenti ed agli amici un soggetto ripieno di tante nobili prerogative. Spadolino si fucilas'impicca Gammardellasi decapita Borsoni; e questo sicario vivrà per miseria degli uomini: quante vittime dovranno perirese il loro boia non le precede! Mi figuro il lutto di Ascoli. Quello di Romabenché così vastanon fu piccolo: tutti compiansero la persona e la foggia della sua morte.
Che fa il Sig. Cavaliere Pietro Paolo? Che la Sig.ra Contessa Chiarina? Non ho mai avuto novella di loro. Al primo inviai una certa epigrafe: alla seconda una lunga lunghissima lettera pel capo d'anno; ma o sono andate smarrite le loro risposteovvero non so... Vi prego richiamarmi alla loro memoriaed a quella di Luigi Vitali Cantalamessa; a cui non iscrissi per timore di non far bene accetta cosa. Per quanto mi fu detto da tre boccheLuigi aveva l'animo alquanto rivoltato contro di me. Avrebbe però tortoe forsese ne sarà poi persuaso.
Filippuccio mi regalò una copia del vostro epitalamio Voltattorniano. Vi ho trovato del riposo e della naturalezza. Bravo Neroni!
È Belli che vi lodacioè non un adulatore. Mi rallegro però col Sig. Giuseppe mio buon amico e padrone. Me lo saluteretee con lui la sua Sig.raed il Checcoed il Sig. Antonioe Gabrielloe quanti sono costì adoratori del nostro Santo Fasone.
Vi abbraccio come fratello. Addio.
Il V.° aff.mo a.co G. G. Belli

Di Roma 20 aprile 1822.

LETTERA 29.
A TERESA NERONI - ASCOLI
Ripatransone24 septembre 1822
Ma très chère amie
Je suis ici depuis dimanchemais demain je n'y serai plus. Mon départ est fixé pour la nuit prochaine; et au moment que vous lirez ma lettreje serai bien loin de vous. L'objet de ma course dans cette ville a été une visite à Vulpiani et aux autres amisparmi lesquels vous occupez la première place dans mon souvenir. Mais vous demeurez ailleurset mon éspoir de vous voir encore une fois a été vain. Encore une fois dis-jeparceque j'ignore absolument s'il me sera jamais permis de parcourir encore ces contrées. Mon emploimes affaires domestiqueset des autres raisons particulières m'obligeront dorénavant de rester dans ma patriedont je ne me suis écarté que trop dans les années passées; et quand même des circostances imprévues aussi bien qu'imprévoyables me forceraient de m'en éloigner de nouveauil ne serait peut-être pas celui-ci l'endroit où mes pas se dirigeraientcar mon voyage pourrait avoir un autre butainsi un bout tout different.
J'ai goûté du plaisir de rendre mes hommages à Mr. le Chevalier votre père et à M.me votre Mère qui jouissent l'un et l'autre d'une santé la plus digne d'envie. J'ai pressé contre mon coeur ce bon enfant de votre pétit advocat et j'ai témoigné à la fois ma surprise à l'aimable Constancine pour la belle taille qu'elle a développé en si peu de tems. Je vous en fais mes complimensMadamebien que [...] ne sont ordinairement pas le plus joli présent pour des jolies Dames. Que des louanges sur les charmes de leur filles. Un peu de jalousieun petit morceau de dépitune subtile tranche d'intérêt personnel joint à quelque scrupule d'amour propre s'en mêlent toujoursen donnant plus d'accès à la flatterie qu'à la vérité. Mais vos vertues méritent bien qu'on vous rétranche de la règle généraleet que l'on parle à vos oreillescomme on parlerait à celle de la sagesse même. Vous ne savez point accueillir dans votre âme ces idées fausses ni ces préjugés vulgairesqui gàtent et corrompent si misérablement la plus part des têtes de votre sèxede ce beau sèxe douxcharmantenchanteurdont l'humanité serait d'autant plus honoréesi elle n'en portait pas l'empreinte de ces petits défauts. N'en soyez-point en colèrema bonne amie. Vous dévez défendre la cause de vos soeursmais le procès serait un peti long et d'issue périlleuse et équivoque.
Comment se porte-t-elle l'aimable Comtesse Chiarina? Se souvient-elle encore du pauvre Belli? Et le cher Louis Vitali Messacantata? Je me le réprésent un peti défait pour la perte de son amoureuse. Il amait beaucoup M.me Marianne et elle l'en recompensait à la folie. Mais ma rivalité était pour lui un peti génanteet un morceau un peti dur à engloutir.
Point de plaisanterie. Je fus sincérement afigé de la mort d'une dame si bonnesi pieuseet si gaie malgré l'age dont elle était surchargée. C'est donc clair que Louisaussi bien que tous ceux qui appartenaient à cette femme pour lien de sang ou d'amitiédut en rester vivement pénetré. Saluez-le moi ce bon ami: je ne vous prie point de l'embrasser pour mon compteparceque l'on dit que cela ne vous conviendrait pas. Mais si vous croyez d'ailleurs que le Monde se trompe dans ses maximesrèglesjugémentsetc.faite-le à la bonn'heureet embrassez-le par procuration. M.M.ss le Chanoin et la Garde vos respectables frères auront la bonté de me croire toujours leur ami.
Je votis rémerciema chère Comère des saluts que votis envoyates pour moi à Peppemais je ne rémercie point de la réponse que vous ne m'avez jamais écrite... Mon dieu! L'exprès va partir. Adieu. Répondez moi à Terni s'il vous plait.
Votre ami J. J. Belli

LETTERA 30.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Napoli15 aprile 1823
Mio caro Checco
Ti scrivoma non so quello che ti diròperché questa Città mi tien fuori di me. Troppo fracasso pel povero Belli! Se non fosse il buon climae il desiderio mio di vedere i luoghi celebri che circondano questa metropolia quest'ora ne sarei già partito. Sto sempre fuori di mee qualora penso a me stessomi sembra ricordarmi di una lontana persona. Qui non si può né pensare né scriverené dormire né parlareperché il chiasso vieta tutte queste belle cose. Bella Città assaima non la sceglierei per la dimora della mia vita. Ho già veduto qualche antichitàe ne sono restato commosso. Parlo di PozzuoliBajaCuma e Miseno etc. Luoghi venerandi e fertili di care e dolcissime ricordanze! - Consegnai a D'Apuzzo la tua letteraquella di Loveryil progetto di Monumento per Canovala Commediala patenteetc. etc. etc. Ci siamo riveduti con gran piacere. Così con Saponeri. - Quicome sapraisi sta fabbricando una gran Chiesa con portici ai lati sulla piazza Reale. I Napolitani diconoche è come S. Pietro di Roma. Io però sarei tentato di bestemmiare e sostenereche il tutto entra nel pisciatore degli Svizzeri. Ho gran premura di avere una medaglia in funere Canovae. Come si potrebbe fare? Impiegando già ancora i debiti mezzi pecuniarj. Me ne è stata fatta premura da persona a cui non so negare questo servigiotanto più che essa vuole pagarla. Se manchi di viemettiti in concerto colla mia Mariuccia: così quattr'occhiquattro maniquattro gambequattro... dico due bocchefaranno più di due. Che so io!... FoloBaruzziMissiriniqualcuno non potrebbe trovarla! Anche l'autore Girometti non sarebbe pregabile. Procura di farmi questo piacerecaro Checcoed io dirò tre ave marie alla Madonna per te. Riscontrami. Salutami tutti di tua casama tutti. Io conto di nominarteli uno per uno. Salutami LoveryLepriCostanzaTetaChiodii Giorserii tiberinitutti senza Signore. Qui me lo sono perduto questo titolo Romanoed ho invece trovato un Don. Io sono Dontu saresti Don ed ambidue Dondòn.
Addio. In fretta ti abbraccioe volo alla posta.
Il tuo Belli
via Toledon° 143secondo piano

LETTERA 31.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - ASCOLI
[31 gennaio 1824]
Mio caro Neroni
Ristabilito io perfettamente in salutevoglio darvene novellacome ad amico gentilissimoil quale saprà per fermo congratularsene. Varj anni di sofferenze e di moto: molte arie diversefra le quali ultimamente quella fortunata di Napolioperarono in me un cambiamento di cui io non portava speranzal'arte era incapacee diffidavano tuttiquasi di un impossibile prodigio. Ne' miei più miseri giorni voi mi avete sofferto vicino: ma dove io mi vi rifacessi ora davanti voi durereste quasi fatica a ravvisare in me quel macero e tristissimo Belli: tanto l'esteriore aspetto mioe le dimostrazioni dell'interno animo han vestito novelle forme. La natura in me non si mutò; ma si modificaronsi i caratteri di lei. Imperocché siccome dalla morbosa alterazione del mio naturale carattere io fui tratto allora in ipocondria nerissimae nello abborrimento di ogni sociale consuetudine; il ristauramento di esso nel proprio suo mezzo alla più antica mia malinconica serenitàed al mio moderato amore pel ritiro novellamente mi richiama.
E l'allegrezza solita dalla verace amicizia a sperimentarsi ne' prosperi successi degli amici io voleva pure a voi procacciareed io stesso goderne il riflessomercé un rapido passaggio pe' vostri deliziosi alberghinel mio ritorno di Napoli lungo il cammino del Tronto. Ma la molta mano di masnadieri sì pedoni che a cavallodi cui andava di que' giorni infestata la provincia di Terra di lavoroper la quale avrei dovuto far transitodal primo divisamento distogliendomia ribattere mi costrinse la strada di Romaonde recarmi in codesti paesi. Forse potrò mandare ad effetto simile mio desiderio vivissimo di ristringervi al cuorein un secondo viaggioche vo meditando per quelle saluberrime regioniin cui il cielo ridente e l'amenità della natura offrono grande compenso della pessima compagnia di chi immeritamente le abita. Benché però sembra dover perdonarsi a quel popolo la fiacchezza di ogni manieraonde le anime sue sono vinte. Il climain cui vive e si educatroppo molle e voluttuoso è: ed io mi accorgevache lungamente abitandovi ad eccedente mollezza alfine mi rompereied in essa a tutte le morali pravitàche per necessario ne conseguono.
Il vostro fratello Filippo mi va spesso ripetendo gli elogi de' vostri amabili figlinella educazione de' quali così lodevolmente voi l'animo vi occupate: e di entrambibenché di uno in ispecie fra essiio ascolto con piacere i rapidi progressi nella musicaoggetto principale della vostra passione per le nobili discipline.
Diriggo questa mia lettera alla volta di Ascolivenuto in dubbio del vostro dimorarvi nell'attuale stagione di pubblica gioja.
La Sig.ra Teclala Sig.ra C.ssa Chiarinail Sig. CavaliereDon Flavio e con distinti modi la eccellente vostra sorella io pregai di salutare per merichiamandomi alla loro memoria. Né vogliate presso i figli di lei carissimi trascurarminé molto meno di poi presso la Sig.ra vostradove attualmente non siate seco. Gratificatemi in ultimo di molte parole amichevoli col buon Luigi Vitali Cantalamessae co' fratelli Gius.e e Franc.o Voltattorni e Gabriello Santo fasone.
E senza piùalla vostra benivolenza mi raccomando.
Di Roma 31 gennaio 1824.

Il vostro aff.mo amico
Giuseppe Gioachino Belli

LETTERA 32.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[17 febbraio 1824]
Caro Checco
Al solitosto male. Di' ciò questa sera a Pieromaldiche mi aspettava con versi: e se lo vedessi casualmente in oggi sarebbe meglio. Sai? Ruga e De Romanisque' due tomi chiassaroli si sono proposti di far cagnara in adunanza pel mio intervento al funeraleintervento da essi medesimi favorito. Benché la loro idea sia da scherzo; pure coi cari cervelletti di alcuni nostri accademiciche misurano col compasso tutte le azioni degli altrimi pare che dovrà finire in burattinata. Vero è che Pieromaldi ha immaginato un bel mezzo termine per ridurre tutto a zero: ma pure se si potesse operar sìche non accadessero scenate da mattiavrei più piacere. Se poi vogliono assolutamente pigliarsi questo gusto soavese lo cavinopureperché a me non fa danno né quello che ho fatto né quello che eglino possono dire. Mi regolerò però meglio per l'avvenire. Odine Pieromaldi.
Salutami tutti: addio.
Il tuo Belli
17 febb.o

LETTERA 33.
A GIACOMO MORAGLIA - MILANO
Di Roma4 giugno 1824
Mio caro Moraglia
È venuto oggi un mio amico a prender congedo per Milano. Non ho voluto tralasciare questa occasione per darti novelle di me. Ho sofferto un'altra malattia di febbri infiammatorieche mi hanno per molti giorni molestato. Sono oggi uscito per la prima voltaed ho profittato di questo permesso della mia convalescenza per recarmi espressamente presso il Sig. Thorwaldsen a saper qualche notizia delle misure. Egli crede fermamente che il silenzio del Sig. Conte De Pecis alla nuova replica di questo Sig. Monti sia indizio dell'arrivo e ricevimento di esse misure; e così stima Tenerani. Ambidue ti salutano. Io non so che dire. Sono esse o non sono giunte? Ti assicuro che le avrei riprese oggi io medesimo se non avessi veduto nel Cav. Thorwaldsen qualche cosa che mi dava indizio di disapprovazione: perché infineavendogli io manifestato la occasione bella che per domani mi si presentavaegli invece di rispondermi: già le ha avute di certomi avrebbe risposto: ebbene riprendetele. Forse la mia sarà stata delicatezza soverchiama con persone di prim'ordine e classiche non è mai troppa la circospezione. Subito dopo la tua gentile del 16 Marzo io ti diressi il mio Mss. da stamparsi alle condizioni da te accennatemie ti ci misi quattro copie di una poesia da me qui impressa. Quel plico fu diretto franco per via d'ufficio da questo a codesto Direttore postale. Contemporaneamente ti scrissi pel mezzo ordinario una lettera di avviso della spedizione. Dopo qualche tempo mancando di riscontro e temendo di smarrimenti ti replicai letterain occasione del doverti ringraziare dello stracchino eccellente arrivatoci spedito da uno spedizioniere di Bologna. A questa cadrebbe il riscontro in questi giorni correntima intanto ricevi anche la presente e scusa la importunità in grazia dell'amicizia. Ad ogni buon fine per rimediare al caso di uno accaduto smarrimento ti unisco qui due altre copie restatemi di que' verside' quali ti aveva spedito le quattro. Qui è giunto ultimamente sui giornali un componimento sullo stesso soggetto del Pindemonte. Non ottiene molto successo. Figurati il mio! Avrà almeno questo mio il pregio meschino di essere apparso alla luce pel primo. Io sto sempre sulle mosse di partire da Roma appena appena la salute me lo vorrà concedere. Tu però non frodarmi di tue lettere vertenti sulle tue nuovee sul nostro affaruccioscrivendo direttamente a Francesco Spada orologiaio incontro alle Convertite al Corsoil qualecome già ti ho già detto altre volteda me rivestito dell'alter ego in simile negoziofaràriceveràpagheràmi avvertirà dove io sarò etc. etc. Qualora tu abbia ricevuto le due mie passatea questa terza dirai: già m'ha rotto i c...; ma pure sai quanto è degno di scusa chi deve regolarsi nella ignoranza e nel dubbio del passato; ed in questo caso son io dubbioso ed ignaro sull'esito delle anteriori mie lettere. Sempre seguo a congratularmi delle tue prosperità domesticheed artistiche e te ne auguro incremento non mai pigrescente. Oggi fra Thorwaldsen e Tenerani e me si è rinnovata memoria di quella cena col biglietto d'ingresso contrassegnato da un boccale e dal motto Viva la Societàche tu immaginasti ed insieme noi due eseguimmo. E si è fatta menzione della mia canzonetta da brindisie del buon trattamento che ricevemmoe dell'allegria che godemmo. Bel tempi! Non sai? Ne' conviti artistici ancora si canta quel brindisiche qui tutto conservano in copia. Vi sono al mondo certe ineziole più fortunate di qualche altra grave cosacui il capriccio del destino concede vita e favore. Nel riscontro primo che mi darai dopo questa partecipami preciso il tuo indirizzoonde io possa valermene in caso uguale a quello dell'attuale spedizione. Per questa volta manderò il latore mio amico all'Accademia di belle arti; o presso il Sig. De Pecis onde imparare la tua dimora. A proposito! Come va che Tenerani mi dice il Sig. De Pecis non chiamarsi D. Giovanni siccome tu mi dicestima invece il Conte Eduardo De Pecis? Ce ne son forse due?
Dopo questa disgressione torno al proposito raccomandandoti il mio amicoda cui avrai la presente. Esso è un buon omettoe mezzo parente di Mariucciamentre i genitori del di lei genitore Ab.e Conti erano regnicolinati in un paese anzi in una città detta Aquilapatria del mio raccomandato. Se vorrà egli vedere qualche cosa delle più belle di Milanodirigilo; mi obbligherai. Egli viaggia con due coniugi baroni ungaresi amicissimi del Card. Feschprotettore suoe promotore della sua carriera ecclesiastica. E siccome nel far conoscere le persone si principia dal nome lorocosì io per uniformarmi all'uso finirò col dirti chiamarsi egli l'Abate Giuliani.
Nella nuova Piazza del Popolo si è innalzata una statuaccia di Ceccarini rappresentante un Nettuno somigliante piuttosto ad un moderatore del vespertino passeggio de' cocchi della nostra sbadigliante nobiltà. Incontro ve ne andrà un'altra peggiore rappresentante Roma. Di ragione. Se un Dio è stato sì da lui maltrattatocosa doveva aspettarsi chi non fu giammai Deae più non è Donna? Queste due statue sorgono sulle due grandi fontane a conchiglia situate alle due estremità della corda maggiore della ellissifigura della rinnuovata piazzacome ti è noto. Fuori della ellissi ai quattro angoli dell'area Flaminia (così in certe birbe inscrizioni chiamata) naneggiano quattro giganti di fabbricheo giganteggiano quattro nane meschinità di modernissima architettura Valadierianapiene di archettibuchettiocchietticornicettegattarolee colombatoi. Se fossero almeno colombariinutriremmo speranza di seppellirci in eterna requie l'architetto e tutti i di lui fautori. Ma no: sono quattro fabbriche destinate ad albergo di fratiad albergo di viaggiatoriad albergo di cavalli da postae ad albergo di finanzieribestie peggiori di tutte le altre. Vedi poi bizzarria! Nella quarta di esse sta praticata una separazione riserbata ad esposizione di quadristatue ed altri nuovi oggetti di belle arti. Potevano esporli a Ponte Milvioo sul Monte Mario. Ne avrebbero meglio goduto le ombre di Massenzio e di Cinna. Addio ti lascio in queste discrete e pacifiche cogitazioni. Il tuo
G. G. Belli

LETTERA 34.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Firenze24 giugno 1824
Mia cara Mariuccia
Giunsi qui ieri al giorno stanco dopo un viaggio felicissimose si eccettui qualche pioggia. Ieri sera dopo data una sistematuccia alle mie coseusciiandai alla poliziae poi da Falconieri. Egli sta benonee così la signora Teresai quali ambidue mi hanno visto molto con piaceree mi hanno invitato a pranzo per questa mattina. Ti salutano infinitamentee ti pregano salutare Mamà. Qui sono bene alloggiato ma ancora non si è parlato di interessiperché ho trovato la padrona di casa con un poco di febbre di reuma. Scusami se per viaggio non ti ho scritto. Non mi sono mai incontrato nelle fermate con corrieri a proposito: soltanto ieri ti scrissi una letterina da Siena; ma essendo chiusa la posta all'ora in cui passai per quella cittàincaricai uno della locanda d'impostarla. Questo mi chiesi all'uopo una moneta molto più forte del dritto d'impostatura: sopraggiunse lo stesso locandierecioè il padrone e volendo sostenere il suo garzone disse una mucchia di chiacchieresicché io mi ripresi indietro la letterae ripartii. In essa ti avvisavo del mio prospero arrivo fino a quella preziosa città. Ivi senza spogliarmi e col ferajuolo indosso andai a vedere il duomoche è una maraviglia; varie altre chiesee la piazza con certi palazzi. Questa occupazione unita al tempo per mangiare un boccone empiè le tre ore circa che ci trattenemmo a rifrescarementre le nottate furono fatte a Torrinieri e Poggibonsi. Però non potei fare alcuna visita; ed altronde seppi essere tutti in campagna.
Da Falconieri trovai quel Cav. Gagliano con la moglieche mi hanno detto essermi io assai cambiato di aspetto in meglioe mi hanno dimandato nuove della Contessa Capizucchinella di cui casa in Albano li conobbi nel 1818. Per la via ho incontrato viaggiando un certo nano curioso appartenuto già alla Principessa di Gallesed ora apocato da quel tale circolatore col cane giuocator di cartearitmetico ecc. Esso viene a Romae forse si farà vedere venalmente. È curioso assai: piccolo forse più di baioccoma meglio fatto. Porta una barba lunga che lo rende piú mostruoso. Mi sono incontrato ancora con uno di que' due tedeschi assassinati presso Terracina. Sta molto malinconicoparla pocoe mangia meno.
Se vedi Pipposalutamelo assai assaie digli che gli ho salvato i libri dalla dogana avendoli introdotti gratis sotto cappotto. Li consegnerò al piú presto. Salutami anche Checco Spadae tutti di sua casa. Nel viaggio sono venuti uno dentro e l'altro in serpa due napolitaniil primo certo Cav. Giuseppe Sanciogiovine assaiche va in Francia; ed il secondo ancor giovinema menodi professione chirurgoe compagno dell'altroda cui par mantenuto. Vedi un poco se nessuno de' nostri napolitani conosce questo Sancio. Quicome saiè morto in questi giorni il Granducae non vi son più né festené teatri. Poco male. Si dice che il lutto durerà sei mesi.
Mariuccia miami debbo far la barbae vestire; ho da uscire per udir messa ed impostar la presente: dunque m'è forza far fine. Addioaddio. Saluti a tutti di casa: e credimi a tutta prova il tuo
P. aff.mo

P.S. L'indirizzo è quello preciso lasciatoti. A propositoveniva con noi un'altra carrozzain cui stavano i due sposi schermitoriche hanno dato a Roma le accademie. Quella moglie è un gran brutto maschione!
Da Falconieri c'era anche la madre di Sgriccila quale al solito fece di gran sproloqui del figlio attualmente dimorante in Parigi. Fammi il piacere di chiedere a Zuccardi se io debbo da Piatti esigere il prezzo de' libri portatigli. Non mi ricordo se me lo disse in Roma.

LETTERA 35.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Firenze3 luglio 1824
Mia cara Mariuccia
Ai conti ch'io faccio la lettera che ti scrissi di qui il 24 passato Giugno già doveva esser capace di riscontroche io però non ho ricevuto. Sarà il solito mio destino in fatto di postanon volendo neppure per sogno immaginare che questo silenzio proceda da tua indisposizione di salute o da altro principio spiacevole. Qui mi si dice esservi i portalettere come a Romae l'ho saputo anche alla posta dove spesso vado a chiedere tue lettere. Fa una cosa; a questa non rispondere coll'indirizzo: chi sa che diavolo questi portalettere s'imbroglino. Quando però ti facesse d'uopo del mio preciso indirizzo per l'avvenire o a fine d'indicarlo ad alcunoo insomma per saperlo tu stessaoltre alla via del Ciliegio N° 6090 è necessario sapere il piano che è il primo perché qui stando tutti i portoni chiusi ed essendovi un campanello per piano fatti e disposti l'un sotto all'altro come i registri de' nostri organi di Romase si suona uno invece di un altro e si dimanda di persona non a tutti i compigionanti cognita può nascerne confusione. Io sto benissimo. Vado osservando la Cittàche è molto graziosaed esaminando gli uomini che non lo sono tanto malgrado l'apparenza. L'avv. Capei amico della Caucci mi ha condotto in varj luoghi. Giraud ti saluta e questa mattina mi farà conoscere Niccolini il tragedo. Il signor Grobert è in campagnae tutti gli altri o irreperibilio malatio forestiericosicché ancora non ne ho veduto alcuno. A proposito di Giraudfa il piacere di mandare in amministrazione a riverire il Contea salutar tutti e dire particolarmente a Cardinali che Giraud ha commesso il lavoro di quell'articolo all'estensore Gino Capponi. Ho veduto l'abate Metelliche si mantiene tal qualee ti saluta tanto. Sui primi giorni del mio arrivo io pranzai qui in casama siccome pranzavo un po' prestoed altronde io spesso avrei dovuto scaldarmi a correre da un polo all'altro della Città per giungere a tempo ora mangio dal trattoree poi pian piano me ne torno a casacosa che mi riesce più comoda. Per l'alloggio ed un discreto servizio pago una lira al giorno cioè quattro francesconi e mezzo al mese. Quanto si perde nella moneta! Oltre lo scapito delle monete nel cambio di un grosso per ogni nuovo scudoe di due paoli per ogni luigiil francescone è diviso in ottanta graziee queste grazie fanno qui la stessa figura che a Roma il baiocco. I fiorentini rispondono si dà qui meno pezzi ma essi contengono in sé più valore. Ed io rispondo essere effimero questo calcolo perché i valori delle monete si ritrovano nella borsa sempre uguali a quelli delle cose che in commercio rappresentano. Vado vedendo la casa Campello ed andiamo insieme in qualche luogo. Essi partono prestoe me ne dispiace. Ieri andammo tutti in unione a vedere il gabinetto fisico. Non ho mai trovato cosa più bella. Ho comperato per quattordici paoli un cappello di paglia nero a cannuccianon già di treccia di Firenze perché costano troppo. Questo mi servirà per comodoe per risparmiare il mio di feltro il quale è già in sì ottimo stato che se col sole e la polvere di tutta la state lo seguitassi a portarepe' restanti mesi di autunno non me la farebbe davvero. È arrivata la famiglia Toriglioniche vuol trattenersi un anno. La signora Teresa Falconieri ed il signor Cav. ti salutano. Essi mi usano molte cortesie; anzi quando esco di casa andrò da loro con questa letteraperché se la sig.ra Teresa sarà in casaaggiungerà qualche parolaavendomelo detto. Ogni volta che vado in lor casaGiovanni il servitore mi chiede di te colla maggiore ansietà e mi dice che lo ricordi alla tua memoria. - Come stai tu? Come Ciro nostro? Come Mimma? E Pippo? E tutti di casa? Dammi queste notizie che sommamente sonomi a cuore. Quest'annolontano da casa mi pare di soffrire anche di più la lontananza. Addioaddio. Un abbraccio di cuore.
Il tuo P.

Ho avuto la tua del 29 in questo momento essendo andato a cercarne prima d'impostare. Povera Mariuccia! Che destino! Ancora stai così? Al giunger di questa spero ti troverà meglio.

LETTERA 36.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Firenze10 luglio 1824
Mia cara Mariuccia
Rispondo pel corriere che parte or ora alla cara tua del 7giunta poco fa. Ti confesso un estremo dispiacere nell'udirti sempre soffrire qualche incomodo e vedo con altrettanto rammaricoche la stagione dell'estremo caldo forse contribuirà ad inasprire i tuoi incomodi con la debolezza che ne deriva. Le buone nuove del nostro Ciro mi consolano altronde un poco. Deve esser caro quel ciuco! Tristo quel Romano che in Firenze dicesse ciuco a un bambino! Egli udirebbe a farsi i più acerbi rimproveri; perché ciuco di buon toscano significa asino. Non so come la cara Roberti accusi il mio silenzio. Prima di partire da Roma scrissie di qui ho riscritto una volta. Fammi perciò il piacere di scrivere tu due righette come mi accenni. Se poi avessi qualcuno da mandare da Borghi a dirgli che la Marchesa Roberti lo vorrebbe per qualche giorno a Morromi faresti piacere. Se costì il caldo è fortequa non corbellae si arde di sera come di giorno. Pare una fornace d'inferno. Ti assicuro che se dura così e ne sentissi mai qualche molestianel venturo mese me ne fuggirei a Siena od in altro paese più fresco di questo. Finora però non ne risento alcuno incomodo.
Abbraccia... noabbraccia... ah! tiriamo via! già che è dettapassiamolaabbraccia dunque il caro Pippoe digli che riferisca a Zuccardi come il libraio Piatti non ha ancora esatto nulla. Mi ha però pregato di ripassare un poco più in làe pare disposto a versare in mie mani quanto di que' libri colerà nelle suecredo però detratto quel pro che di uso gli appartenga. - Dimmi: di Votrontò che diavolo è accaduto? Ti ringrazio di cuore de' saluti di Tenerani e di Bolognetti. Per via dello scultore Trentanove riceverai le mie nuove verbalmente.
La Sig.ra Teresa ed il Cav. ti rendono mille saluti: e la prima messa in diffidenza di me da quella raccomandazione che tu gliene fai convalidata con un per caritàsi protesta di volermi tenere in rigido esame per darti relazione di ogni mio moto. Io non ispero nulla nelle mie azioniperché zoppico semprema spero tutto nella indulgenza di lor signore. Da banda gli scherzi. Tutti ti salutano: ed io ti abbraccio.
Il tuo P.

LETTERA 37.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Firenze17 luglio 1824
Mia cara e buona Mariuccia
La malattia del povero Menicuccio mi arriva al cuoretanto più che per la di lui mancanza tu devi naturalmente soffrire moltissimo. Spero udirne nuove migliori: e ti prego di darmele. Sono contento che anche tu convenga meco sul pensiere di cambiar paese qualora questa temperatura vada così innalzandosi che più non mi convenga. Tarderò a ciò eseguire sino a che conoscerò di soffrirci alquanto. Sinora tanto me la passo. In caso contrario verso la metà di agosto me ne vado. Altronde questa cara metropoliad eccezzione di alcune bellissime cose che presenta è una gran noiosa città. Orgogliodiffidenzaapparente cortesiaavariziacuriositàignoranzalussovigliaccheriadisprezzoecco il fondo morale di questa metropoli. La virtù dominante è per verità la sobrietàma figlia del lusso e dell'avarizia diviene spregevole quanto i suoi genitori. Mi piace però assai di avere veduto da vicino tutte le meraviglie di quest'Atene novella. Roma non deve arrossire per la sua rivalità. - Ma parliamo di quel che preme. Le tue notizie intorno al nostro figlio mi hanno fatto versare qualche lagrima di contentezza. Ti giuro che ardo di desiderio di rivederlo e di coprirlo di baci. Vivo persuaso che tu stessa all'udire di lui tante belle particolaritàsentirai diminuire il peso de' presenti incomodi da lui a te cagionatie scorderai affatto i passati. Una cosa sola non comprendo: cioè come da noi due sia potuto uscire un gigante. Quel Votrontò è un vero capodopera; e diglielo da parte mia. Ho avuto una lettera del caro Pippo. Per non fargli spendere questi baiocchi gli risponderò nella presenteperché spero che lo vedrai.
Il mio soprabitino da estate malgrado i riguardi da me continuamente usatigli onde volesse reggere anche per un'altra stagione interapure non l'ha voluta fare e nelle asole e nei paramani e nel bavero ed in qualche altro luogo va mostrando la sua stanchezza di viver più oltre. Però me ne sono comperato un altro di camellotto color pisellino chiaro con bottoni grandi inargentaticon mostre di seta davanti sino da piedi né tanto strettinee ben fattino assai. Ho comperato ancora un altro gilé da estate egualmente bell'e fattoperché assolutamente de' corpetti estivi mi trovava un po' scarso. Finalmente ho comperato un colletto di seta foderato bianco ed orlato di pelle con fibia dietro per risparmiare un poco il fazzoletto nero che mi feci per uno scudoil quale è forte e bello. Dunque tutta questa roba cioè soprabitogilé di sottilissima lanettae colletto di seta con fibiaquanto l'ho pagata? Sessantadue paoli fiorentini. Mi sono fatto diriggere da Falconieriil quale passò anticipatamente dal magazzinodove si serve ancor luia prevenirne il padrone e spiritarlo anticipatamente; onde non mi buttasse giù. Il Contino di Campello per due vestiti ha pagato ad un sarto belli dodici francesconi di fattura e spesette. I Campelli sono partiti.
Fra una cosa e l'altra però i danari qui me se ne vanno più che a Napoli. Non credere che sia restato senza danaroma se per i primi di agosto potessi mandarmene dell'altro mi faresti piacere tanto più che se poi parto di quinon sarebbe forse così facile trovare appunti per dove andrò. Mariuccia mia ti farai forse maraviglia di questa richiestama se rifletti che il solo viaggio fra postoun po' di buonamanocolazionemance ai camerieri e stallinidoganepolizie etc. etc. mi arrivò a 13 francesconise pensi alle spesette che ho fattoal vittoalla casaalla imbiancatura e stiraturaed a mille altre piccole ma frequenti occorrenze che dalla mattina alla sera si dannovedrai che anche senza affatto spregareil danaro me se ne fugge dalle mani senza avvedermene. Ti ripeto che anche al fine del mese mi avanzeranno degli scudie solo ti chiedo danaro sul principio di agostoonde poi non trovarmi sprovvisto nei luoghi ove andassi. Ma già sento da te rispondermi il solito perché mi fai questi conti? Ciononostante è dovere che io te li faccia. Se il Cav. Falconieri non mutava opinione circa al dare una corsa con me a Livornoci sarei andato volontieri; ma egli non vuoi più venireed io solo non voglio far questa spesa. In due si risparmiae si sta più sollevati. Cuore mio ti do un bacio e ti prego salutar tutti. Vulpiani è più a Roma? Salutalo.
Il tuo P.

Mio caro Pippo. Sogliono gli uomini ne' loro colloqui far differenza dagli orali agli scrittiimperciocché alzano sempre questi di un grado di più nella misura del complimento. Così a chiparlandosi dà il voiscrivendo si assegna il lei; ed il voi a chi il tu si prodiga verbalmente senza riserva. Tanto tu hai fatto con meponendomi nella seconda classe del voi. Ed io ti rispondo con tutta la politezza e la ceremonia possibile: vatti a fare b... - Ti ringrazio senza fine di quanto hai eseguito per me circa a Loretoed a Cardinali. Non so; Cardinali è di un fondo amabilissimoma vi son de' momenti che a chi non lo conosce sembra tutto altro uomo. Se lo trattassite ne innamorerestitanto te ne piacerebbe il carattere. Ma pure convengo teco essere sempre un difetto quel non saper prendere gentile cera davanti a persone non più viste da prima. Vado a scrivergli.
In qualunque modo che il cane Fido sia stato educatoè certo che sorprendee più le teste angolari che le rotonde. Ma zittinon diciamo più in làperchè se ci sentono i bianchi e neri ci mandano a far conferenze spirituali con quell'O gravido di una S. Diciamo fin qui. Io credo le bestie capaci di ogni educazione per quanto il rispettivo loro organismo possa concedergli. Ma un cane ancorché laureato alla Sapienza (e Fido lo meriterebbe forse più di tanti altri non cani ma asini) non potrà mai fare un allievoné comunicare altrui le sue dottrine: come fra gli altri dice per eccellenza Buffon. I Fiorentini sono poi certi graziosi animaletti da mettersi in alcoolse per fortuna mai se ne perdesse la razza. Io ho fatto conoscenza con Niccolinie l'ho trovato un vero letterato che fa classe da sée non partecipa di tutte le galanterie dei suoi cittadini. Togliete lui e tre o quattro altri a lui un poco inferioriil resto è roba da affasciarsi per illustrarci le impiallicciature de' canterani. Ho assistito a certi saggi di un istituto di pubblica istruzione. Se tu avessi udito che scuolarie che maestri! Per definire una parolaparevano tanti alchimisti in cerca dell'oro potabile; ed invece di oro beevano il piscioingannati forse dalla somiglianza del colore.
Se passi avanti a Spadaentra e parla con Checco. Digli che lo abbraccioe saluto tutti i suoie che gli scriverò. Addio addio addio.
Il tuo

LETTERA 38.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Firenze24 luglio 1824
Mia cara Mariuccia
Ah! quanto mi sarebbe piaciuta la tua improvvisata! Ma! È proprio un destino che quel che più piace non si debba ottenere! Tu ti privi di questo sollievo con riflessioni che non fai però per la parte mia: e questo mi mortifica e mi procura un dispiacere di più vedendoti negare a te stessa quello che a me accordi con tanta bella maniera e generosità. Circa a Vulpiani ti do mille ragioni ed anche per questo capo vedo l'angustia in cui devi stare! Povera Mariuccia mia! Tu mi chiedi quanto io vorrei di danaro? Non saprei cosa risponderti. Che so io! Mi vuoi mandare altrettanto di quanto mi dasti alla mano? Cuore miofa un poco tu. Ti prego però che il numero di monete che mi manderai sieno francesconi.
Circa al caldo di Sienacredo che quegli abitanti lo credano eccessivo perché avvezzi a quel clima: tutti però qui mi dicono essere là molto inferiore a questo di Firenze. Bastavedremo. A Morrovalle appunto scrivo in quest'ordinario contro una lettera scrittami con mille scongiuri di andare a passare qualche giorno alla Marca. Io ne ho poca voglia per le medesime ragioni che ti osservai a Roma. Ma anche a questo penserò meglio. Intanto darò loro la notizia del probabile viaggio di Borghi. Godo che vedesti Trentanovee ti ringrazio de' saluti di lui così come di quelli di Tenerani. Piacemi poi sentire che il buon Menicuccio stia meglio. - Aspetto con ansietà Labellae Giorgioil quale non venne con me per non passare da quella parte appunto che ora ha scelto.
Vado vedendo gente che conosco. È venuto Frecavalli sempre amabilissimoil quale questa notte deve partire per Livornoe poi per Genova e Milano. Egli mi ha dato notizie del viaggio della Caucci con Sassi. Ho anche veduto il pittore Carelli colla moglie reduci da Venezia per Roma. Egli mi conosce da bambino. Ne' pochi giorni da che sta qui e per gli altri pochi che ci sarà ci siamo spesso veduti e ci vedremo; anzi domani andiamo insieme a vedere il sontuoso palazzo di Borghese e poi a pranzo da Toriglioni. Ho anche veduto l'argentiere Belli che va a Milano con suoi lavori: e di' a Pippo che fra dimani e dopo dimani conoscerò il letterato Giordani venutosi credea stabilirsi quinon potendo forse più stare a Milano. - Le nuove del nostro caro bociacchetto sempre più mi consolano. - Anche qui il tempo ha fatto le medesime stravaganze di Roma. - Dimmi una cosa per curiosità. Moraglia ti rispose a quella lettera in cui io aggiunsi?
Ti salutano tanto i Falconieri che sarebbero stati tanto contenti quanto io di vederti in questa Città. - Mercoldì nella Chiesa di S. Gaetano udii una messa funebre pel Granduca Ferdinandoscritta da un certo maestro Ceccariniil quale compone come un angelo e canta come un Dio (sempre però del paganesimoper non entrare in brutte materie). I cantori erano 38: l'orchestra poi di un numero infinitotutti soggetti di sorprendente abilità. Dico la veritàa Roma non ho mai udito altrettanto. - Oggi andrò passeggiando a Fiesole. Pippo sa cos'è; e credo che visiterò quell'Inghirami il quale fa quella grand'opera sulle antichità etrusche. Ieri fui a vedere la valle fiorentina da una villetta appartenente alla famiglia degli Albizi sopra un'amena collina chiamata Bellosguardo. Ivi presso sono due maraviglie. Il platano intorno a cui siedette Boccaccio colle sue gentili novellatrici; e la casa entro la quale il Guicciardini scrisse le belle storie italiane. Ho veduto anche la villetta di Danteed il torrente Mugnone giù pel quale il ridetto Giovanni Boccaccio descrisse i suoi BrunoCalandrino e Buffalmacco (se non erro) in cerca della nera elitropia; e per tacere di tante altre cosette ho visitato la Ducal delizia di Poggio a Caiano celebrata da Angiolo Poliziano col poemetto intitolato l'Ambrae dove morirono Francesco Ie Bianca Cappello. Di tutte queste cose a te non importerà nullama te le ho pure volute dire perché ne abbi materia onde parlare con Pippo di me. Sta benesaluta tuttiamamie credimi di cuore
Il tuo P.

LETTERA 39.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Firenze31 luglio 1824
Mia cara Mariuccia
Ricevo la cara tua del 27 spirante. Partecipo della tua giusta collera per Vulpianila condotta del quale fu veramente infame. Tu sai se l'animo mio sia mai stato proclive alla crudeltà; e se ti abbia sempre consigliata ad usare con Vulpiani della condiscendenza. Oggi però ti esorto a non usargliene piùperché non la merita. - Ho avuto la lettera di credito sopra questi F.co Borri e compagni: di cui prenderò notizia. Intanto ti ringrazio della prontezza del tuo pensiero e della premura che mostri sempre in tutto ciò che mi riguarda. Non dubitare: la mia cambiale (pagabile però da te a vistasecondo l'espressione della credenziale) non eccederà gli sc. 60e prenderò di meno io qui quanto naturalmente si pretenderà per lo scapito delle monetee pel profitto del pagatore. Quando il mio viaggio alla Marca ti faccia piacereio lo intraprenderò. Intanto dimmi se alla mia partenzadi cui ti darò in seguito avvisobrami di qui qualche cosa. Gli abiti di seta mi dicono tutti e specialmente la Toriglioni che costano meno che a Roma. Gradiresti un poco di alchermes? Ti dimando queste cose per non fare spese che poi ti spiacessero.
Ricevo una lettera di Moragliain cui mi dice averti risposto alla tua ultimae ti saluta anche da parte della di lui moglie. Fammi il piacere di mandare qualcuno a salutarmi Checco Spada e tutta la di lui famigliadicendo che io mi confesso reo verso di lui di debito epistolareil quale però soddisferò presto. - Ho veduto Labella e Giorgio. Il primo partì dopo due giorni. Il secondo si tratterrà del tempoma va richiamando Roma. Se vedi Tenerani salutalo e digli che io parlo molto di lui con la Signora Carlotta Lenzoniin casa della quale ho veduto la sua Psiche sedente. Tante cose a Pippo. Abbiti cura per carità; e credimi
Il tuo P.

LETTERA 40.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Firenze7 agosto 1824
Cara Mariuccia
Dimani lunedì prenderò il danaro; in conseguenza credo che col corriere venturo il banchiere spedirà a Roma la cambiale. Io sono persuaso che la credenziale non potrebbe mai valere a mio caricomentre parla che la somma da me ricevuta dovrà essere da me dichiarata in cambiale: e poi essendo la credenziale non munita di alcuna mia firma fra loro potrebbero aver fatto quel che avessero voluto senza mia intesa e responsabilità. Non dubitar dunque; non comprerò nulla. Saluterò Giorgioa cui è venuto dalla Grecia un fratello brutto come un mulatto. Questi starà qui sino a Novembre: poi accompagnato da Giorgio andrà a Bologna a fare gli studibenché di età maggiore di quella del fratello. Giorgio poi tornerà qui a passare l'inverno. Senti. Mi si dice che per andare alla Marca passando per Bologna poco si allunghi. Per Fuligno fino a Macerata sono miglia 156: da Bologna sono poco più di 200. Se trovo qualche compagnia passo di là: altrimenti vo per Fuligno. Cara Mariuccia mianon posso proprio scrivere di più perché dal punto che mi han dato la lettera fino all'impostatura non ho che momenti. Spero che Ciro stia benecome tu dici. Io ci sto: e tu come vai? Saluto tutti e ti abbraccio.
Il tuo P.

LETTERA 41.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Firenze17 agosto 1824
Cara Mariuccia
Privo da vari ordinarj de' tuoi caratteri mi sta molta pena nel cuore pel dubbio delle cause di siffatto tuo tacere: seppure ciò non derivi da solita colpa de' ministri postali le di cui negligenze sembrano per destino accumularsi sempre a mio danno. Spero che le mie ti saranno tutte regolarmente pervenutecompresa la ultima pel tuo onomastico; cosicché tu non debba trovarti ondeggiante fra le mie medesime incertezze.
Sino ad oggi non so ancora precisarti il giorno della mia partenza di qui. Sono tante le cose qui belle da osservarsie tanto piacere risento dal contemplarle minutamente che mi resta qualche altro giorno ancora per venirne a termine. Questa mattina sono stato per la terza volta a visitare la chirografoteca laurenzianala quale avrebbe procacciato al mio Pippo somma soddisfazionedove fosse a lui stato tanto concesso di tempo per iscorrere tutti i tesori onde sino al num. di circa 9000 è composta. Salutamelo Pippo; e così tutti gli a noi uniti per sangue e per amicizia. Dammi per carità sollecita le tue nuove e quelle di Ciroche ambidue intendo abbracciar collo spirito.
Il tuo P.

LETTERA 42.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Firenze21 agosto 1824
Carissima Mariuccia mia
Gradite mi giunsero oltremodo le notizie del piccolo sollievo che ti prendesti nel giorno della tua festa; e godo assai nell'udire che tutti gli amici e le amiche tutte si ricordano sempre di tela quale meriti certamente questa memoria pe' tanti meriti tuoi nella gentilezza delle generose affezioni.
Ti confesso il vero: anche io avrei amato assai di assistere a quelle allegrezzele quali sogliono ai cuori non tanto male impastati riescire sì dolci. Sono già persuaso come l'avessi visto o udito che tu hai salvato porzione di que' dolci pel ritorno di Peppe. Per altro io sarei contentissimo che te li godessi tu in compagnia degli amici. E mi piacerà di vedere i bei fiori della Capranica. Dunque abbiamo avuto anche accademia poetica? Brava la mia cicia! Credo ti sarà stata consegnata una copia de' versi scritti per te: amerò di leggerli al mio ritorno. E questo Poeta chi è? Romanoo Partenopeo? Tutte le cose dunque andarono benema quelle due ore dopo la mezzanotte avranno fatto rimescolare la Sig.ra Giovanna.
Le ottime notizie che mi dai del nostro Ciro per quanto mi rallegrino sonomi alquanto amareggiate dalle altre non così felici del caro Pippoche mi saluterai. E digli che io ho fatto qui (fra gli altri) amicizia con Lodovico Valerianicol quale ho parlato di lui e delle ricerche che va facendo sulle XII tavole. Valeriani è incantato di ciòe gli dimanda pel mio mezzo se della sua opera sul medesimo soggetto ha veduto l'edizione di Luccasola da lui in oggi riconosciuta. Se non l'ha vedutagliela manderà. Egli farà un'altra edizione della versione di Tacito molto variata. Di' ancora a Pippo che finalmente il libraio Piatti ha ritirato da quattro associati il prezzo dell'opera di Zuccardi. Intanto procura di esigere il restoe poi (meno forse qualche sconto a suo pro) me ne consegnerà l'importo. - È tornato mercoledì Sgricci da Parigi carico di ori e di allori. Ci siamo già veduti più volte. Egli si ricorda di tee di tutta la nostra famigliae ti saluta. - Se Cipriani non è in Albano ma a Romadigli quando viene con la contessache il Cav. Galiano dopo quella prima lettera che gli arrivò sì tardi gliene ha scritto un'altrache teme non gli sia giunta. Questa l'ha diretta a Roma senz'altro indirizzo. - Ho trovato una compagnia per andare a vedere Livorno con pochissima spesa. Partiremo oggi e torneremo martedì. Già che son qui e mi si offre questa buona occasione non voglio lasciare di vedere quel portoe Pisa che sta sulla strada. Dal fine poi della settimana imminente mi dispongo a partire. - Mi dispiace che la mia lettera per celebrare la tua festa arrivasse un poco tardi. Io la scrissi il giovedìgiorno in cui qui parte ancora un corriere per Romamisurando appunto che nel sabato ti giungerebbe mentre due soli giorni impiega in questo viaggio la posta. Mi dispiace sia accaduto altrimentitanto più che vedendo tu il mio silenzio avrai formato cattiva opinione della mia memoria per te.
Ho qui fatto amicizia col Principe Avellino di Napoliche è una bravissima persona. Egli a gennaio sarà nuovamente a Roma e verrà a trovarci. - Agli otto di settembre qui si riaprono i teatri chiusi per la morte del Granduca. In ciò sono stato disgraziatoperché il non vedere affatto i teatri di una Capitalebenché non sia una grande sventurapure è una perdita nella massa delle notizie acquistatevi.
Salutami tuttie ricevi un bacio dal tuo
P.

P.S. Giorgio ha avuto tre giorni di cacarella per colpa del latte e de' fruttie l'ha curata coi frutti e col latte.

LETTERA 43.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Firenze28 agosto 1824
Mia cara Mariuccia
Il mio viaggio a Livorno è fatto. Ho veduto quella Città: ho veduto PisaLuccaPesciaPistoiae Prato. Livorno è piccolabellabrillantissimama troppo mercantessa per chi non è mercante. Pisa grandespaziosama spopolata Città merita l'attenzione di qualunque erudito viaggiatore. Lucca non presenta che noia ed antipatia sì nelle fabbriche che nelle persone che le abitano. Ha però un bel duomoun amenissimo passeggio sulle muraun magnifico palazzo ducalee qualche altra buona cosetta. Ma pure Iddio ne scampi ogni fedel cristiano. Pistoia piuttosto piacevolema ancor essa non molto abitata. Pescia piccola e graziosa; e così Prato.
Cercai di Labellae non mi fu dato trovarlo neppure in casaove mi diressi. Questo viaggio di pochi giorni scomputato quel che avrei dovuto qui spendere pel vitto mi è costato tutto insieme cinque scudi e mezzo. In compagnia le spese divengono più tenui. Per andar nelle Marche ti dissi che meditava di passare per Bologna perché Votrontò mi aveva detto di volerci dare una corsa. La venuta del fratello o qualche altro motivo gli ha fatto variar pensiero; cosicché avendo ora io trovato un bologneseche già conosceva da vari anni indietro a Romaed il quale riparte di qui con la moglie per ridursi a Bologna io mi unisco con loroparendomi che lo allungare la strada di alcune miglia sia molto bene compensato dal vedere Bologna e la Romagna da me non viste giammai. Partirò lunedì prossimomartedì sarò a Bologna e mi vi tratterò tre o quattro giorni al più. Di là passerò subito a Morrovalle. Non ti dico dove tu debba rispondermiperché non so se la tua lettera giungesse a tempo di essere presa da me in qualunque delle Cittàper le quali andrò facendo passaggio. Questo mio compagno di viaggio è figlio del più ricco banchiere di quella Cittàgiovine molto dottoma d'infelice strutturaed ultimamente alquanto alienato di mentecosicché ogni due o tre giorni sbalestra un poco ne' suoi discorsimescolando fra le cose più belle che si sappiano direle più stravaganti che si possano ascoltare. Del resto è amabilissimoe pieno di spirito e vivacità. - Avellino ti conosce sicuramente e ti saluta. Giorgio che è guarito perfettamente fa lo stesso. Godo che Pippo stia meglioe lo abbraccio. Galiano gradisce i saluti della Contessae te ne ringrazia. - Quanto sarà caro quel Ciracchiotto con le zampette di fuori! Non vedo l'ora di abbracciarlo! - Amami Mariuccia miae credimi sempre
Il tuo P.

P.S. A Bologna cercherò della Caucciche a quest'ora ci dovrebb'essere. Senti. Se mi rispondi subito spero avere in tempo la tua a Bologna. Bastano due righe. Non ti dispiace che io passi da quella Città eh? Ne sarei dolente. Di' a Pippo che conoscerò l'avv. Degli Antonjper cui mi ha dato una lettera il Conte Giraud. Giorgio qui presente ti saluta.

LETTERA 44.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Bologna3 settembre 1824
Mia cara Mariuccia
Martedì al giorno arrivai qui dopo un giorno e mezzo di felicissimo viaggioed affatto affatto scevro da ogni ombra di que' pericoli da' quali tu lo temi accompagnato. Il povero giovine mio compagno non è altrimenti affetto da una forte pazziané da furiama solamente da un tranquillissimo disorganizzamento (per così esprimermi) d'ideefra le quali di tanto si ravvolge. La sua fissazione sta nel proposito di calcolare le sensazioni degli uomini onde mettere questi in equazione ridotti a sillabeper averne in prodotto un risultato di preveggenza di ogni loro attuale e futuro interno ed esterno accidente. I suoi discorsi su ciò sono curiosissimi. Del resto è mansuetissimoe pieno di grazia. Pochissimo certamente questo viaggio per Bologna può aver aumentato di spesamentre di Firenze a Loreto (preso come punto di meta) corrono miglia 174 per la parte di Folignoe per Bologna 210cioè 36 sole di più; dimodoché il viaggio è quasi lo stesso: solamente vi correrà di più la spesa di trattamento di cinque giorni in questa Cittàla quale non sarà neppure molto forteavendo scelto una locanda discretae di cinque giorni pranzando tre in casa di amici. Non è poi calcolabile il vantaggio di aver veduto Bologna e la Romagna contro un piccolissimo aumento di spesa.
Questa mattina è arrivata la posta ed orora mi dicono che riparte. Quando sono andato a dimandare la tua carissima tornava appunto dalla Caucci che ho visitato nella campagna della Lepri posta ad un terzo del portico lunghissimo il quale conduce al Santuario della Madonna di S. Luca. Pioveva che diluviava ed io uscito dalla locanda sono andato sin là su a tre miglia di distanza senza ombrelloe senza bagnarmi. La Lepri ha una porticella del suo casino sotto questo portico; ed io vi ho battuto nel ritornoed ho cercato della Marchesa Caucci. La ho trovata male assai ridottae piena di affannouscendo appena da una malattia che l'ha afflitta fin dalla uscita di Roma e specialmente a Fulignoa Fabrianoa Sinigallia ed a Cesenadove credeva di morire. Ora sta un poco meglioed ha ripreso i sonni che aveva affatto perduti. Mi ha parlato della tua letterache tu mi dici averle scrittae ti prega di scusarla se non ti rispondeperché le hanno vietato di scriverealterando assai questa occupazione la sua testa. Forse lo avrebbe fatto con due parole; ma veduto me mi ha incaricato di salutarti caramente e di dispensarla. Salutami Checcoed assicuralo da mia parte che la sua lettera non mi è giunta affatto: onde per questa parte sono innocentebenché nol sia circa al non avergli scritto mai io. - Qui è sempre Nuccima stando in qua e in là pe' casinodove villeggiano tutti questi signorichi sa se potrò vederlo. Ha avuto una certa fornitura. - Lunedì partirò di Bologna. Alla presente non risponder subito. Aspetta un'altra mia che ti istruisca del luogo ove saròse cioè Loreto ovver Morrovalle: tanto più che amo che la tua lettera mi arrivi me presente. Le notizie di Ciro sempre mi consolano. Perbacco! questo vuol mordere presto! Già mette i denti! Salute! - Il piacere de' caratteri di Pippo mi è amareggiato dall'udirlo sì tristo. Vedi di consolarlo per quanto puoi. In Toscana non mi sarebbe più possibile di eseguire quel che mi diceperché non vi sto più. Che se nelle poche parti della Marcaove dimorerò mi verrà fatto di servirlosarà il piacere mio forse maggiore del suo. Ma chi sa se potrò far nulla? Cara Mariucciaamami sempree sempre credimi al solito pieno di affezione.
Il tuo P.

LETTERA 45.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Ancona9 settembre 1824
Mia cara Mariuccia
Sono qui da tre ore ed or ora riparto. Nel breve lasso di mia fermata ho visitato Casa PichiMons. Nembrinie Casa Perozziche tutti ti salutano. Ho cercato anche di Uguccioniche è impiegato a Sinigalliae del Conte Francesco Milesi per due volteche non era in casa. E poi sai da chi sono stato e da chi ho pranzato? Da Pettiche ti saluta tanto tantoe mi ha fatto mille feste. Egli spera di tornar presto a Roma. Da un amico di Casa Solaridove volevo fermarmi qualche giornoho udito essere forse eglino al Monte di Ancona; e perciò per prima visita farò quella di Morro. Ivi rispondimi a questa ed all'altra mia di Bologna. Il mio viaggio è stato tutto prosperosissimo. Ad Imola ho veduto il Conte Carlo Vespignaniche si ricorda molto bene di tee ti saluta. - Fa dire a Zuccardi avere io esatto per lui paoli sedici da Piatti di Firenze per 4 copie del suo opuscolo: delle altre tre una non è ancora esattae di due dice Piatti dover essere depositario per vendita accidentalebenché io gli abbia sostenuto con sua negativa esserne egli stesso associato. Zuccardi si regolerà. - Addioaddio. Questa sera ad Osimoe dimani al destino. Ti abbraccioed intendo abbracciar Ciro nostro.
Il tuo aff.mo Pecorino.

LETTERA 46.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Macerata per Morrovalle19 settembre 1824
Mia cara e buona Mariuccia
Ti scrissi da Ancona che non aveva potuto trovare Milesima dopo impostata la lettera verso l'Ave Maria lo trovai al passeggio verso la porta pia e la sera andai al teatro con luimentre per certo cambio di cavalli che fece il vetturino io mi trattenni in Ancona tutto il giorno e la notte. Nel giorno consecutivo arrivato a Macerata andai a cercare Lentiil quale era in Ascolie poi andai da Monsignor Teloni che trovai benissimo di salutee pieno di memoria di te e di tutta la casa nostra e fino del nostro piccolo Cirodel quale tu mi dai buone nuove per grazia somma del Cielo. Dormii anche a Macerata e la mattina appresso che fu il sabato 11 giunsi qui dove trovai la solita cordiale accoglienza. Mi piace assai udire che fra tante triste occupazioni che purtroppo devonti dare le cose nostre pure prendi qualche momento di sollievo mercé la compagnia di quella famiglia di cui mi parlie l'amabilità della quale mi rende spiacevole il non poterla conoscere. Mi duole assai dello stato poco felice della salute di Mamàe della malattia del principino di Piombino e della Capranica. Sarei andato dimani stesso a trovare la Salvatori a Maceratama non so dove cercarla non sapendo in qual casa sia questa di lei sorella. D'altronde la Salvatori non è da tanto tempo a Macerata che possa essere conosciuta per venirmi indicata la sua dimora. Questa mattina ne ho dimandato ai fratelli Lazzarini che vivono sempre in quella Cittàe non sanno cosa alcuna né della Salvatoricome è naturalené di questa sorella di leiche io ho loro nominata per una Spada di Cesi o di Terni perché meglio capissero. Nulla me ne ha saputo dire: onde andrei forse girando invano nella ricerca. Ho pensato scriverle due righe significandole aver da te saputo il suo viaggioe chiedendole il suo preciso ricapito. Se Borghi figlio ti chiedesse Sc. 5:75 cioè quelli che ti lasciai delle Roberti in una cartinaconsegnali con due linee di riscontro. Ti salutano tutti. Amami sempre e credimi sempre il tuo aff.mo P.
Io sto bene.

LETTERA 47.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Macerata per Morrovalle30 settembre 1824
Mia cara Mariuccia
Non mi pare avere tardato tanto a scrivertimentre aspettava risposta alle due mie di Bologna e di Ancona; e questa giuntasubito ti scrissipochissimo dopo qui giunto. Hai ragione. La tua lettera mi ha ristorato la memoria circa al nome della famigliain cui è la sorella della Salvatoridi cui io aveva affatto affatto perduto ogni idea; tantoché non vi fu punto né di caricatura né di malavolontà nel dimandartenee nel dimandarne a tanti altrie sino per lettera alla medesima Salvatoriciocché provando la mia capocchieria da storditoprova insieme il desiderio di vederlae pel piacere di farloe pel gusto di compiacer te. La Salvatori non mi ha risposto; ma con la tua notiziaentro la settimana ci vado; e sarò contento ancora di far conoscenza della così brava di lei nipote. Godo di tutte le nuove relazioni che vai facendopersuaso che conosciuto il tuo carattere dagli amici più antichii nuovi da essi a te presentati debbano essere di quella onestà e compitezza che tu ricerchi nelle persone che sogliono ammettersi alla tua conversazione. Laonde sollevatie divertiti.
Se Pippo sta beninoio ne son contentoneed ascolto con esultanza la di lui villeggiatura a Frascati. Io gli scrissi nello scorso ordinarioe lo incaricai di farsi dare da te la chiave del tiratore mioonde cercare fra il mazzo contenente de' miei manoscritti poetici certa canzonetta che io scrissi l'anno scorso per Ignazina Roberti a Loretoonde sostituirsi da lei sull'aria di un'altra poco decente datale da un signore Fermano. Questa comincia: Se vuoi ch'io canti o Licida / Il grato invito accetto etc.ed è lunga circa un foglio. La Marchesina l'ha per accidente bruciatae me la chiede per portargliela a Loreto. Io né l'ho meco né la ricordoonde la bramerei subito. Ne avevo dato incarico a Pippo perché a te in quell'ordinario non doveva scrivereed a Pippo voleva in tutti i modi mandare due righe. Ma se egli va a Frascatiprego te di far tu le sue veci. Ho piacere che quello antipatico chiericone vada in chiesa a servir le messe piuttosto che seccare i galantuomini per le case. Quanto sarà caro quel pacchianetto di Ciro colle zampette di fuori! E tupovera Mariuccia miain quanti impicci!
Le Signore Roberti aggradiscono infinitamente i tuoi salutie te ne ritornano altrettanti. Tu ringrazia quanti di me si ricordanoe ricevi un abbraccio dal tuo Peppella.

LETTERA 48.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Loreto9 ottobre 1824
Mia cara Mariuccia
Nell'ultimo ordinario non ebbi tue lettere; ed al conto che faccio mi sembra che dovessi riceverne. In tutti i modi ti scrivo per mostrarti che vivi in errore su ciò che dicesti a Pippocioè che io ti faccio mancare mie lettere. Seio puoi essere sicura che io non ho fatto restare alcuna tua lettera senza debito riscontrosecondo l'ordine da noi stabilito: e talora ho scritto anche di più. Dunque non lagnarteneMariuccia mia; perché poi se vuoiin questo poco che mi resta prima di riabbracciarti posso anche scriverti in ogni ordinariomentre ciò mi reca moltissimo piacere anziché pena e fastidio. Ricevetti la lettera di Pippo colla canzonetta che ho qui portato a Loreto con aggradimento di tutti. Se dimani (sabato) giungerà una tua a Morro non so se potrò però averla in tempo per risponderci o poco o niente: ed in questo caso ci risponderò nell'ordinario seguente. Intanto tu rispondi alla presente a Morrovalleperché a quell'ora già ci sarò ritornato. Domenica passata mi posi in viaggio per Maceratama sopraggiunta molt'acqua ritornai indietroe rimisi la gitala quale poi eseguii martedì. Trovai la Salvatori raffreddata morta e vecchia come una sibilla. La figlia era in letto un poco indisposta anch'ellae non la vidi. Trovai ancora il Sig. Carlo giunto la stessa mattina ottimamente colla diligenza. Mi dimostrarono tutti molto piacere di avermi veduto; e mi obligarono veramente a tutta la gratitudine col non offerirmi neppure un bicchier d'acquacosa che forse ci sarebbe anche entrata nel sapersi essere io là ito espressamente per trovar loro. Ma ripeto che in ciò fui più contentoperché così pranzai dal trattoree scamiciato e libero come un birbaccione. La Salvatori non era in sua casama una cortesia almeno in esibizione apparteneva il farla alla casa Franceschiche io conobbi ivi tutta. - Domenica stava pensando alle zampette di Ciroe mi pareva vederle. Spero che sciolto seguiterà così a prosperare come faceva legato.
A Morrovalle ho veduto l'avv. Luigi Cipolletti statovi tre giorni con la Bonarelli di Ancona in casa del Signor Carlo Liberati. Ho di te molto seco parlatoe di Vulpianie de' nostri vecchi interessi. Egli molto ti saluta. E ti salutano anche tanto questi Signoripresso i quali mi trovo. Io ti abbraccio di vero cuoree mi ripeto.
Il tuo Peppe

LETTERA 49.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Loreto16 ottobre 1824
Mia cara Mariuccia
La casa Solari mi ha incaricato dirigerti l'annesso foglio dettatomi parola per parola. Tu già comprendi cosa esso importiil trovare cioè se si può qualche impiego per la persona di cui vi si parla. Io non ho creduto ricusarmitanto più che con tanti numeriuditi da me confermare anche per altre bocchenon mi pare difficile in Roma di collocarla. L'unica difficoltà secondo me consisterà negli anni. Io ho letto alcune di lei lettere alla Marchesa Solarie le ho trovate benissimo scritte e da civil donna. Se puoi passar parola a qualcuna delle tue conoscenzebenché molte adesso ne mancheranno per cagion di villeggiaturami farai piacere. Questa donna verso la fine del mese partirà per Roma e porterà seco due mie righe per te onde farsi conoscere e dirti dove andrà a fermarsi pel caso futuro di potervi essere ricercata.
Credo che mi riuscirà di fare avere a Pippo qualche commissioncella di tanto in tanto: almeno mi è stato promesso. Sono proprio contento di udire dalla cara tua de' 7 corrente la mutazione di abito del nostro figlio. Dio ce lo conservi sempre sano per consolazione della nostra vita. Papà è dunque partito? È naturale che in ogni anno debba finalmente accorgersi che n'è un altro passato. Della Salvatori ti scrissi di qui nello scorso ordinario. Io non sapeva che Campello fosse tornato in Romaed ora che lo sonon resto niente convinto del suo sollecito rimpatriamentosapendo quanto differì la sua anteriore tornata per colpa della lentezza degli affari in codesta nostra Dominante. Penso pertanto di non espormi ad andare a casa suaperché senza di lui non mi piacerebbe restarvi. - La cosa che più mi rallegra nella tua lettera è il sentirti prendere un poco di diversivo in casa del nostro buon Rossiche mi saluterai tanto tanto tanto insieme colla sua sig.ra Solomea. Spero migliori notizie della Capranica. Io sto benonee vi son sempre stato. Ti abbraccio del maggior cuore e sono il tuo P.
Risposta sempre a Morrovalle.

[Segue la lettera di raccomandazione per Maddalena Areschi]

LETTERA 50.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Macerata per Morrovalle17 ottobre 1824
Mia cara Mariuccia
La tua seconda lettera direttami qui durante la mia dimora in Loreto mi fu colà spedita da queste Signore giusta la preghiera da me loro fattane nel momento di partirmene per quella Città. Io ci risposi difatti come tu opinied avraine avuto effetto. Ora rispondo alla tua del 14alla quale attendo risposta. A Loreto sono stato una settimana e mezzoe ne son presto tornato avendo ritrovati in Casa Solari altre sette persone forastiere di Fossombrone parenti del Cavaliereciocché mi ha fatto sembrare opportuno di lasciarle per parte mia una ottava parte di libertàtogliendo un'ottava parte d'incomodo. - Anche iocome dalla mia rilevastiattribuii tutto alla famiglia Franceschi la indebita accoglienza fattamila quale doveva essere diversa in contemplazione delle Sig.re Salvatori che io andai a visitare movendomi espressamente di qui. - Se Zuccardi è indifferente sulla reccezzione presente o futura di Sc. 1:60molto più lo sono ioe rimetto ciò nel pieno tuo arbitrio. - Se la Sig.ra Contessa Muzzarellicome credosi tratterrà in Roma godrò di conoscerla ed offerirmele servitorestante che è così gentile quale tu me la dipingi. Salutami Gnoli e ringrazialo del ricapito della patenteche io non meritoe tanto meno quanto più que' Signori miei colleghi me ne stimano degno. Quando avessi potuto più lungamente trattenermi a Bolognaavrei volentieri dato una fuggita a Ferrara.
Le continue felici notizie di Ciro mi empiono di consolazionecome ugualmente mi piace sentir le tue. Che vuoi che ti precisi della mia salute? Io sto benissimoecco tutto. - Ma il povero Angelini non può dire cosìe me ne duole davvero. Tutti ti rendono i saluti. Io ti abbraccio di cuore.
Il tuo P.

LETTERA 51.
A MADEMOISELLE URSULINE MAZIO - FRASCATI
Rome20 mai 1825
Vous trouverez peut-être étrangema chère et bonne cousinequ'en vous écrivant une lettre j'y aie voulu vous régaler d'une languedont jusqu'à ce jour vous ne pourriez faire qu'un ragoût pour vos répas champêtres. Mais commeà justement parleril n'est point de bons choix lorsque notre volonté se détermine au gré de sa seule liberté de choisirplutôt que par les loix rigoureuses de la raisonpour cette fois ici M.me votre intelligence voudra bíen se contenter de céder à M.r mon caprice l'honneur de remplir une pauvre page de babilsqui ne seraient pas d'ailleurs mieux entendus quand je les aurais griffonnés après avoir détrempé dans mon encrier le plus tendre morceau de langue que vous eussiez sû trier vous même dans une boucherie toute entière. Cependantje veux là-dessus me justifier si j'ai dit entenducar j' ai très-bien ditnon par rapport à votre insuffisance ou à votre manque d'amitié envers un cousin à la fois et précepteurmais en égard à la multiplicité des distractions qui doivent nécessairement absorber toutes vos facultés intellectuelles et tous vos momentsdans un séjour riant tel que le fameux Tusculumqui forma de tout temps les délices des maîtres du Monde.
Et vous aussi vous allez en dévenir un petit fiéau avec mesdemoiselles les filles de M.me Mattoni pour les quelles l'on craint qu'il ne sera pas suffisant ni des grilles ni des Argus. Vous vous lévez dès que l'aube commence à paraître sur l'horizon de votre fantaisie: une prièrette au bon Dieu entre les dentset vous voila dejà prête au déjeneur: bon appétitMademoiselle. Il est déshormais tems de sortir pour aller à la proménade du matin. Sans façons point d'étiquette. Un très-petit ou très-grand chapeau de paille sur la tête fermé sous le menton par un ruban couleur de verité ou d'espoirun joli parasol à la mainje vous vois courirsauter et folâtrer ça et là comme un petit lutin dans les longues allées et au sein des bocages sombre et misterieux du charmant Belvedere(s'il y en a). - Mais qu'est ce que ce vent subit qui agite les feuilles des arbres et en secoue les branchesdont ces gentils oisillons s'envolenttournant en cris de frayeur leur ramage de volupté?
Peut-être est-il Zephir qui conduit Psyché à son epoux... Ah! non: c'est le souffle du furieux Garbinl'avant-coureur des orages. Fuyez doncma miesauvez-vous quelque part; le tonnerre grondele Ciel s'obscurcit et la pluie commence à tomber à gros bouillons. Maispour la Dieu mercije vous vois dejà à l'abri chez vos aimables hôtes. Vous êtes haletantepauvrette! respirez donc. Eh que ferez vous à present? Vous jouerez du pianovous causerez avec vos amiesvous vous amuserez à ne rien fairejusqu'a l'heure du diner. La table desservie vous irez faire un peu de siesteet ensuite vous vous mettrez à la fenêtre voir passer le Gran Dieu Pluvius suivi de la belle Irisqui descend sur la terre pour ne rien fairecomme vousde tout ce qu'on veut qu'elle y fasse de la part de Junon.
Le jour tombe; il est dejà nuit; et les domestiques viennent avec des bougies remplacer la lumière de Phoebus qui declina dans la mer pour laver son front divin de la poussière que les fogueux EousAetonPyroüs et Plégon soulevèrent des routes du firmament. Bonsoirmonsieur le soleil. Quoi donc!je sens ici que vous vous écriez; est-ce qu'il y a de poussière en paradis? Oui-dàma bonneje puis vous en repondre: ce n'est que de celle-là qu'on jette par une main invisible dans les yeux des coupables lorsque les Dieux veulent les aveugler en peine de leur forfaitsà fin qui courent par eux-mêmes à leur destinée. C'est pourquoi moi aussi je cours au lit les yeux demi-clos purger ma conscience du crime de vous avoir parlé dans un language inconnu. - Il est tard! - Ma montre... Ventrebleu! Deux heures aprés minuit! Adieu donc. Mille honnêtetés de ma part à M.mes Rossiet vousvous récevez à genoux une bénédiction que je vous donne en baillant.
Je suis votre très affectionné cousin J. J. Belli.

LETTERA 52.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Firenze27 settembre 1825
Caro Ceccoo Checcoo Ciccioo Checchoo Cieccoo Ciecchoo Cecchoche vogliam dire che sia.
Ille est multus tempus quod ego volebam scribere tibi sicut tu habebas mihi dictum ante meam transactionem a Roma; et usque ad hunc (quod potest etiam dici hanc) diem non me scivi reducere ad istam occupationemnon jam quia illa sit incomodaet acidulased pro quo ea est una obbligatio; et tu scis quod omnes obbligationes mundi reexeunt valde penosaeetnon sapio dicere quiamandant in longumet faciunt quaerere excusationeset cavillationesetut vulgo diciturancinellas. Per allud ego dicebam saepe infra me et mecur non ardebo ego scribere ad Ciccum meumqui fuit semper amicus meus usque a tempore illo in quo poma aurea tirabantur a nobis super dorsum transeuntium ante et retro per viam cursi? Ego scribebo ad omnes costoset faciam videre hominibus et tangere cum manibus quod una amicitia antiqua et respectata plus valde quod si esset affinitas sanguiniset inquartatio quartorum gentilitiorumet cognatio cognationissicut sermo sermonistertiae declinationis. Id non obstans non habebo materiam ad scribere tantum quantum ego haberem desideratum. Sed tu es ita bonuset teneret paciocchae (ut ita dicam) mansuetudinisquod non eris pro accipere in malam partem si ego ero plus brevis quam segretaria breviumet breviarium romanumetiam cum abbreviationibus et ciferellis huc illuc interpositis. - Nec tibi faciat speciem me audiendi loquere in ista pulcherrima lingua maiorum nostrorum romanorum antiquorumquia tu habes ab scire quod ego sum captus amore pro illaet me invenio omnes dies quod habet factus Deus in medium ad auctores classichiores istius favellae uti ad dicere Cicero pro domo suaQuintus Oratius carmen saeculareVirginius bucconicuset Titus Lividuset Vocabularium Turiniqui sunt toti auctores multi clamoris et gravitatis.
Fac mihi favorem dicendi ad Henricum Loverium meumtuumsuumnostrumvestrumet alienumquod usque ad istam diem non habes dictum nihil illi de sua commissione articuli prope morten Joannis Belzoni mortui ad Gatamin salute nostraquia in cabinetto Viessauno erat tomus 22 maltebrunianus in quo nunciabatur solum tantum mors illius itineratoris granellari (idest testicularii et reliqua) et tomi 23 et 24 erant in girum in manibus sociorum. Redeuntibus ad poenam istis duobus voluminibus ergo habeo repertum in illiset nihil ibi estet nec tam paucum in quadernunculis insulatis qui debent postea formare tomum 25 ultimum pro horaid est ad totum cadentem annum. Quod si ille habet aliquem notionem plus precaesam de loco individuali ubi iste articulus stet scriptusdicat mihiet ego servam illum de barba et pectinesicut ipse meretur. Nihil praeterea habeo scitum de rupto Belzonio in desertibus africanis et sepulto forsitam in ventribus leonum et tigridum aut aliorum animalacciorum ferocium qui inhabitant illas regiones domus diaboli maledictas. - Ego sum proximus ad discendendum ab istis etruscis locis misericordiae et taccagnitatis. Igitur responde mihi ad postam currentemid est in eodem die in quo habebis presentem(et tunc respondebis ad Florentiam) si non debebis scribere ad Bononiamubi ibo infra biduotriduoquadriduosed non perveniet ad novenam. In omnibus modis erit melius dicere mihi aliquam rem hic de Loverio nostrocui dabis osculum cum omnibus floccis in ambabus genuis unum pro parte. Ad Deumad Deum. Vade cum tua comoditate ad Cardinaliumet instrue illum quod mihi pervenit paccus cum quinquaginta copiis canzonae meae filarmonicanae; benè correctaepraeter unum errorem ad tertium versumquartae stantiae.
Ad Deum de novo: salutabis mihi totam familiam tuamet Tiberinos illos quod poterunt cadere tibi ante.
Tuus Joseph Joachim Belli.

Die etiamdeus ad Loverium quod nec Plattius nec Moliniusnec duo alii boni librarii habent nec cognoscunt Lessingum nec Sulzerium. Ego sum sfortunatus in commissionibus suis.
Si tu mihi respondebis hic sapis modum et terminum; si respondebis ad Bonomiam per literam in administrationem regestiet die illam mitti iis pacchibus Diretionis.
Valeceu sta' sanus.

LETTERA 53.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[4 ottobre 1825]
Caro Checco. Di' a Lovery che ho trovato da Viesseux dov'è l'articolo di Belzonicioè negli annali di statistica etc. che si stampano a Milano: ma il libro era al solito in giro per le mani degli abbuonati.
Se io conoscessi l'abbuonato che lo ha cercherei di accattivarloma non mi si sa dire chi sia. Io parto di qui domani per Bologna. Lascio commissione a un amico di far trascrivere l'articolo quanto prima si possae poi spedirlo in Roma all'indirizzo di Enrico Lovery. Se mi favorirà come mi lusingoil nostro Arrighetto avrà quel che desidera. Digli ancora essere state inutili altre pratiche pel Lessing e pel Sulzer. Avrai avuto altra mia lettera in buon latino negli scorsi ordinari. - Abbiti oggi questo codicillo in pessimo italiano. Salutami tanto PapàMammàClementinaPeppeZio GiovacchinoNino LepriTetaecc.
Firenze4 ottobre
Sono il tuo Belli.

LETTERA 54.
A MONS. CARLO GAZZOLAACCADEMICO TIBERINO - ROMA
[10 gennaio 1826]
Chiarissimo Collega
Se fosse cosa di niun momento per l'Accademia nostra il lasciar dubbio il numero e indeterminata la qualità de' componimenti lunghirecitabili nelle adunanze solenniio mi approfitterei bene di questa indifferenzaper aspettare dal tempo tanto di agio che mi bastasse a scrivere la Canzone destinatami dall'Egregio Consiglio per l'adunanza del 1° venturo febbraio. Ma poiché al buon successo di que' letterarii esercizi troppo mi è noto importare la conoscenza certa delle produzioni di cui si possa far contoobbedisco oggi al dovere che mi corre di ringraziarericusandocodesto Ch. consesso della considerazione nella quale mi presequando della distribuzione de' componimenti deliberò. Le mie occupazioni domestiche sono attualmente di tale peso e natura che ne' brevissimi momenti in cui me ne sollevo per respiraremi conservano lo spirito turbato e non padrone di dedicarsi ad impieghi che lo vogliono troppo più sciolto e sereno.
Prego la sua cortesia di partecipare a' suoi nobili colleghi questo mio non volontario ringraziamentoe di non isdegnare le proteste della mia perfetta considerazione.
Di casa10 gennaio 1826
Il Suo dev.mo servitore e collega
G. G. Belli

LETTERA 55.
AL SIG. SEGRETARIO ANNUALE (CAV. PIETRO VISCONTI) - ROMA
[3 aprile 1826]
Chiarissimo Collega
Se alcune domestiche mie faccende non mi avessero tenuto lontano dall'Accademia e da Roma il giorno in cui dal Consiglio del 1825 fu eseguita la distribuzione delle medaglie di quell'annonon Le recherei fastidio con questa mia letteradiretta allo scopo di chiamarmi immune dalla taccia di poca consideratezzain che possono forse essere incorsi que' miei valorosi Colleghi per certo trascuramento di riguardi dovuti ad alcuno accademico non meritatamente da essi negletto.
Come lo spirito delle leggi è intorno a ciò manifestocosì La prego rendere manifeste queste mie condoglianze all'Accademiaaffinché si sappia per ognuno di quanta venerazione io mi senta verso quelle compreso.
E senza più me Le raccomando.
Lì 3 aprile 1826
Suo dev.mo aff.mo Servitore e collega
giuseppe gioachino belli
uno de' consiglieri dell'esercizio 1825

LETTERA 56.
AL SEGRETARIO DELL'ACCADEMIA PERGAMINEA - FOSSOMBRONE

(minuta)
[9 maggio 1826]
Ch. Signore
Poche novelle saprebbero per avventura giungermi grate quanto quella datami dalla sua gentilezza con lettera uficiale del 12 marzo n° 15alla quale purtuttavia ripensandoio non so se più debba gloriarmi od arrossire dell'onoreche da Codesto illustre istituto veggomi compartitomessa la gloria dal canto del favoree il rossore dalla parte del merito. E tanto in questa dubbiezza io vacilloche dove il rifiuto di un fregio potesse non parere forse più indegno del demeritoe colorire la umiltà di villaniaio preferirei piuttosto il ringraziare negandoun così chiaro collegio di valorosifra i quali non mi è lecito entrare che per amore d'obedienza e di studio.
Porto lusinga che dal Ch. Sig. Vice-Custodeda V.S. e da' suoi nobili colleghi sarà concesso alla emissione del mio voto sulle leggi accademiche uno spazio sufficiente al potersi ripesare con maturata [...] da un solo cose già tanto gravemente ponderate per molti riuniti giudici. - Intanto come quelle sembrano indicare preparata una formula speciale per le schedole obbligatorie de' candidatinel che consiste una fra le condizioni da preceder la legale e definitiva investitura del titolo di accademicocosì io mi faccio ardito di chiedervene i termini per non deviare dal rispetto dovuto alle formenecessarie troppo alla incolumità della sostanza.

LETTERA 57.
AL CONTE VINCENZO PIANCIANI - ROMA
[10 maggio 1826]
Veneratissimo Sig. Conte
Potrei dirle le seguenti cose oralmente: ma poiché so lo scritto restare più impresso che non fanno le parolee dir meglio e più rispettosamente perché più misuratoLe mostrerò con ossequioscrivendocome io abbia ragioni di doglianze circa il trattamento avutomi sempre in amministrazione. Io fui dal Cardinale Consalvi di ch.me. nominato ad impiego di registro fuori dell'ufficio dell'Amministrazione con biglietto che terminava dicendo: doversi in seguito rettificare gl'impieghi secondo che la qualità delle persone e l'interesse del Governo avessero giustificato. Su questa massima Monsignor Guerrieriallora Tesorieresin dal bel primo giorno degl'installamenti 1° settembre 1816 mi trasferì all'ufficio dell'Amministrazione generaledichiarandomivi commesso di seconda classe. Entrai io dunque in esercizio contemporaneamente con tutti gli altri del medesimo gradoe con tutti gli altri copiai le prime lettere d'impiantoanzi ne minutai quandodopo pochi giorni di serviziofu il Segretario Cecconi destituito. Venne allora il Segretario Sig. Petti all'amministrazione e poi il Sig. Stolzdi lui aiutante di studioalla Direzione; e poi tutti gli altria noi posteriori ed estraneibenché di noi più veloci nella nostra carriera. Ma questo non è il mio punto principale. Dopo breve spazio dallo stabilimento dell'amministrazioneElla mi fece dimandae poteva esser comandose io volessi andare ad aiutare per due o tre mesi il preposto degli atti privati di Roma. Io vidi tutto lo spiacevole e lungo avvenire che questo trapasso mi discopriva: ma a Lei piacque persuadermi operarsi ciò per mio bene e gran beneed ingannarmi io sul dubitare che una volta là confinato più non ne sarei o difficilmente tornato all'amministrazionedove era il mio impiegoe dove io sarei rimasto indietrose non di drittodi fatto almeno e di cognizione. Obbedii: e invece di tre mesi vi stetti tre anni. Intanto qui nascevano leggimemorie d'ordine e interni metodiche io ignorava condannato nella peggiore metà di una sesta parte di prepositura perché io conduceva il monotono registro di dritto fisso in un uficio di Romadove in sei ufici tutta la somma prepositoriale si divide. Poi il Preposto degli atti privati assunse i pubblici: ed io conservato nel suo uficio vi ordinai l'archivioa cui non mai prima s'era pensatoIn questo mezzo fu chiamato dalla Direzione altro impiegato per disimpegnare nell'amministrazione incombenzealle quali avrei potuto bastare io. Io reclamai moltoe tantoche finalmente ottenni di ritornare in amministrazione col titolo di commesso di prima classein ricompensa di tre anni di fatiche veramente eccessive non meno che noiose. Vollie ne aveva i mezzisupplicare Monsignor Tesoriere perché di accordo col titolo conferitomi come si rileva dai ruolimi fissasse la giunta di stipendio al medesimo titolo corrispondenteil quale Ella da qualche tempo prima mi andava somministrando con separata quietanza. Ella me ne trattenne promettendomi d'impetrarlo per me: ed anzi un giorno si aspettava ad ore il rescritto. La sperienza del passato mi incuteva timore per l'avvenire: Ella mi quietava coll'assicurarmi con parola d'onore che alla finein qualunque eventoquella giunta mi sarebbe sempre stata pagata finché l'amministrazione avesse avuto reggimento da Lei. Questo in verità era assai meno che fissazione nel ruolocome avrei desideratoma pure era qualche cosa: e così per allora mi tacqui. Passato un certo tempo mi fu ritolto l'aumento. Morì quindi il Sig. Lepri commesso di la classe; e il Sig. Poggioli che sempre allegò anteriorità sopra di mebenché entrati entrambi in esercizio col medesimo grado in un medesimo giornosollecitò il posto di primo commessoe l'ottenne collo stipendio analogoin preferenza di meche di già ne godeva il titolo: a questo si rimediò col rifondere i ruoliche più non presentassero l'antico metodo di precedenza. Intanto il nuovo Commessochiamato dalla Direzionee venuto certamente anni dopo di meentrato al fatto delle cose aveva cominciato a lavoraree lavorando beneottenne e gode un aumento mensile di scudi cinque: e per tacere di luinon pur uno si conta forse fra i tanti miei compagniil quale non lucri il suo soprassoldo segreto. Io solo non ho mai nulla avutoanzi quello perduto che aveva. EccoSig. Contei vantaggi miei e i disegni che si facevano per favorirmi e sollevarmi. Io abborrii sempre dallo stile de' pitocchi. Oggi però che le mie circostanzesenza potersi dire pessimeassunsero pure aspetto peggiore delle anticheio stimo non dover più osservare silenzio; convinto di più che quantunque quelle fossero ottimecome forse taluno vuol credereciò non entrerebbe nel nostro calcoloperché le paghe degli ufici già stabiliti non si livellano in progresso sulle proprietà particolari come le dative: di che tanto nell'Amministrazione nostra quanto in tutti gli altri dicasterii del governo brillano luminosissimi esempi. Demeriti morali forse non mi macchianoné stupidità mi avvilisce. Una malattia mi ha rimosso alcun tempo dall'uficio: ma questo ha recato più danno a me che allo Stato; ed altronde i miei pregiudizi economici erano già stati all'Amministrazione o compiuti o ben preparati quando Iddio mi chiamò a rovinarmi viaggiando gl'interessi per salvarmi la vita: iatture da me sostenute senza querelae non implorando dai Superiori fuorché quello che lo stesso morbo da per sé mi accordavao mi avrebbe concesso la morte; dico assenza dall'uficio.
Ma v'è ben altrichesenza morbonon per mesi ma sempre è lontano: eppure per solo merito di fedelissima assenza ha ottenuto nel ruolo quegli stessi vantaggiche le fatichele promesse e i disastri a me non seppero mantenere. Tutto questo è vero; ed io lo dico a Lei perché pel rispetto da me dovutole mi piace farla consapevole di quanto si muove nell'animo miodisposto sì alla preghiera onde ottenere giustiziama sì ancora al coraggio di metter doglianze sulla negligenza e sullo avvilimento in che mi veggo tenuto.
10 maggio 1826.
Giuseppe Gioachino Belli

LETTERA 58.
ALLA MARCHESA MATILDE ROBERTI SOLARI - LORETO
[22 agosto 1826]
Vorrei darvi notiziema qui poche ne corrono perché questo è tempo di treguae la natura e la sorte sembrano riposare. Quando si riscioglieranno o avranno finito le vacanze allora avremo di che intrattenerci sugli avvenimenti mondani.
Intanto vi dirò cosa che di già forse sapete. Questo Messer Giovanni Paterniuomo sufficientemente asinarionato in maledicta Narnia trasportato qui dal tempo cattivoe salito a grado di molto seguito e dipendenza; quest'uomorispettabile portatore di enormi brillanti sullo sparato imbuculare; quest'onestissimo gabelliere di bolli da pesi e misure; questo delicatissimo dispensator di bocconio imbeccatureo strozzi che sianoquest'onorato impresario mercatante di corna e faville nelle giostre e pirotecniche veglie romane; a mal grado dell'introdotto velario nel Mausoleo di Cesare Augustoluogo destinato al cornificio diurno ed ai notturni sfavillamenti con fiacca imitazione benché gentile dell'antico velario Flavioscarso profitto ricavava dall'aumentato prezzo d'ingresso al doppio spettacolo. Fertile di trovatecome sagace consecutore di scopiimmaginò tre conventi di romani al suo anfiteatro per giocarci tre partite ossia farci tre tombole in tre consecutive domeniche; utile speculazione per luiperché del suo non rimettevacome si suol direche le cazzeruole. Ottenuto il permesso dalla Segreteria di Statoimmaginati i modifatte le stampelavorata l'urnabollate le cartelle e distribuiteaffissi i manifestie messo il grembiule dell'operaeccoti sabato mattina un Pontificio divieto ed eccoti fumo dove aspettavasi arrosto. Si sta ora in sui compensi: e il chiedere e il negare fanno insieme un sapore terzo come d'olio e d'aceto...

LETTERA 59.
AL SEGRETARIO DELLA ACCADEMIA PERGAMINEA - FOSSOMBRONE
[16 settembre 1826]
Rendo all'illustre Accademia ed a Vostra Signoria le grazie maggiori che per me si sappiano in povero contraccambio del molto onore di cui mi veggo fregiato nel Diploma accademico. Io so veramente di nulla valeree tutto però riferisco pertanto il merito alla luce che gli dà apparenza.
Faccia di grazia conosciute queste mie novelle protestazioni al Chiarissimo ceto de' miei Colleghi e Signoridei quali così come di Lei io mi pregio di essere e di considerarmi ammiratore rispettoso e servo devoto.

LETTERA 60.
AL PROF. ANTONIO MEZZANOTTE - PERUGIA
Di Roma26 gennaio 1827
Gentilissimo amico
Non prima di ieri potei estrarre da questo babilonico ufficio delle dogane il bel libro che da voi speditomi mi recò franco la diligenza di Venerdì 20. Io ve ne ringrazio con vero sentimento di riconoscenzae vi aggiungo anche quello di venerazionepoiché vi veggo in ciò uomo più che evangelicoretribuendo voi il mille per uno dove il vangelo non promette che il centousura anch'essa che ne' tribunali della terra non troverebbe troppo facile passo.
Graziecaro Mezzanottegrazie: questa andrà a prendere posto fra le altre interessanti vostre opere di cui aspetto la provenienza da Bologna.
Tanto in riscontro alla onorevole e grata vostra del 17; e finisco abbracciandovi di cuore.
Il v. aff.mo a.co
G. G. Belli

LETTERA 61.
A TOMMASO GNOLIAVV.TO CONCISTORIALE - ROMA
[gennaio] Mercoledì 31 1827

O Gnoli amico che le palle e l'asta
Tratti con gagliardia da Concistoro:
Bozzoli amicoal cui pregio non basta
Solo un quartinma ben merti un tesoro
Tosini amicoo uom di buona pasta
Che quanto pesi vali argento ed oro
Venite questa sera; e avrete il seno
Di pizza avvocataria onusto e pieno.
Il pizzaio
Belli

LETTERA 62.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Fuligno29 luglio 1827 - ore 10 della sera
Mia cara Mariuccia
Prima di tutto mi pare che mi lasciasti fredda fredda! Ci ho pensato sempre. Non ti parlo della mia compagnia che di volocome di volo il restoperché muoio di sonnoe mi duole piuttosto assai un dente. Sono con me un tal Corradi con la moglieabitanti a Roma nell'appartamento di Lelmi. Vi è poi uno studente che viaggia per Pergola sua patria con una scipita e goffa moglie allattante una bambina di 73 giorni. Accanto a me in serpa (dico meglio cabriolet) viene una brutta Marchegiana di Monte Alboddo che mi secca furiosamente colla menz'oracolla menza nottee col non gi sta. Io le rispondo assai di radoe leggo. Si dormì due ore e mezzo a Narni. Siamo passati questa mattina appena fatto giorno da Terni. Lasciata la vettura in piazza sono corso a svegliare Vagnuzzi e gli ho frettolosamente detto due paroleanche per Borzacchini che non ho trovato. A Spoleto ho parlato con Plinj. Scrivo qui per servirmi delle buone penne di Fuligno: del resto recherò meco la lettera per impostarla più in là che sia possibile pel passo del corriere che giungerà a Roma giovedì: almeno se cosa di nuovo vi saràla dirò. Pel corriere di domani lunedì 30 non è stato combinabile. A Spoleto non era più ora; a Terni non mi sono fermato; a Narni era troppo vicino a Roma in un viaggio piuttosto lunghetto; e poiarrivato alle 11e ripartito alle 2 e mezza con in mezzo tutti gli amminicoli della cenalavandae sonnocome si faceva?
Saluto le case Dolce e Spada con tutti gli annessi e connessi. Gli altri poi secundum quid: tu conosci i gradi delle mie inclinazioni.
Ti abbraccio insieme col mio Ciro: addio
Il tuo P.

LETTERA 63.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Bologna6 agosto 1827
Mia cara Mariuccia
Pochi momenti dopo impostata da te la tua del 2 corrente devi avere ricevuto la mia scrittati da Tolentino; nella quale ti diceva i motivi per cui non ti aveva scritto prima. Il giorno 4 poi ti sarà arrivata l'altra mia di Sinigallia. Vedi dunqueMariuccia miache io non ti ho mancato di nullané lo saprei fare giammai. Giunsi qui sabato sera accolto dalla famiglia Celsi come un fratello: e debbo usare violenza per partire dimani (martedì 7). Sto dunque in moto per la partenza. Oggi pranzerò coll'ottimo Mazza (che infinitamente ti saluta e abbraccia Ciro mio) in casa di un francesechimico di questa fabbrica di pannine.
Ho esatto questa mattina gli Sc. 40 e ti ringrazio di cuore.
Dopo impostata la mia di Sinigallia vidi la duchessa d'Altemps col padre e con Fidanza. Le dimandai se v'era Marcolini: mi disse di sì e mi insegnò la casa. Ci andaie fui veduto con gran piacere. Stan tutti bene e salutano tanto te e Pippo. Il giorno dopo pranzo andammo a spesso insieme perché i Sig.ri Vetturini mi tennero là 24 ore. - Passai da Pesaro di notte. - A Rimini vidi Ferrari che saluta te e casa Dolce. - Non ho ancora potuto vedere Muratori: oggi andrò a casa suache mi è stata insegnata. - Menguzzi di Bagnacavallo vorrebbe vedere i conti: io ho risposto essergli stati datie adesso il Conto essere il Mandato: su questoquando egli paghigli rilascerò qualche cosetta. - Verrà dopo il 20 a Roma il Sig. Germano Rusconinuovo Ispettore delle ipoteche invece di Carnevali. Condurrà la moglie. Sono brave persone che ho conosciute e mi han chiesto di venire la sera da me. Te le dirigerà Celsi con due righe: così siamo d'intelligenza. Per S. Lorenzo sarò in Milano. Quanto godoMariuccia miadella tua rinuncia alla deputazione di beneficenza! Che diranno? Ti vorrebbero veder morta? Io no però. Dunque abbiti cura per carità: fa i bagnicammina il meno possibilee pensa a star bene per me e per Ciro nostro. Mariuccia miail 15 è la tua festa. Vedi che io non me ne scordo: e fo mille e mille voti per la tua felicità. Ricevine in pegno un tenero bacio.
Parlai a Sinigallia con Bondì che ti saluta. Ci vidi Roverella che saluta Gnoli e Pieromaldi etc. etc. - Mi incarica Celsi di pregarti che se mai vedi Carluccio Canori lo saluti da parte di tutta la sua famiglia. Ricordami a tutti quelli che chiedono di me: addio. Ti abbraccio.
Il tuo P.

LETTERA 64.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Bolognamercoldì 8 agosto 1827
Cara Mariuccia
Sono qui ancora per mancanza di vetture. Veramente lunedì al giorno venne da me un vetturinoma come io stava chiuso in camera leggendo un librola affezionata famiglia Celsi prese quel pretesto di mio riposo onde licenziarlo e non farmi partire. Ieri poi me lo confessaronoed io che nulla di negozii ho che mi chiami a Milano ora per orasopportai in pace questa obligante soperchieria dettata dalla buona amicizia. - Partirò peraltro sul fare del giorno di dimanie arriverò sicuramente a Milano a mezza mattina della prossima domenica 12 corrente. Di là darò riscontro a quella tua che tu senza dubbio mi ci devi inviare in risposta alle tre mie antecedenti a questa.
Oltre a CelsiMazza e Scarabelli seguono a colmarmi di favori o di gentilezze. Cento lettere commendatizie mi sono qui offerte per Milano: io però ringrazionon sapendo bastare a tanti rapporti; solamente ho accettato due: la prima del fratello di Cardinali(Clemente) il quale è ora qui per qualche giorno con la moglie bolognesequella tale Signora bellina che tu conoscesti in casa Tarnassi quel giorno della processione di donne nel giubileo. Cardinali dunque mi ha dato una lettera pel celebre Dottore Giovanni Labuse un libro da portargli.
Ho poi un'altra lettera per un locandieredatami da un locandiere e insieme banchiere di questa Bolognaamicissimo di Celsi. Questi mi ha fatto anche una cambialetta alla paria vistasopra Milanomancando qui assolutamente oro da trasportare.
Mariuccia miacome stai? Seguono i bagni a giovarti? Pensa che gran parte della mia salute dipende dalla tuae da quella di Ciroil quale mi lusingo che stiaal solitobenone. Oggi ad otto è la tua festa. Invita qualcunoe sollevati. Io corrisponderò da Milano alla tua allegrezza col chiamarti molti e molti altri anni tranquilli. - Del libro prestatomi da Dolcee delle calze provvedutemi da Orsiniil primo mi fa compagnia nell'andatale seconde me la faranno al ritorno. Salutami tuttiche non distinguo per timore di lasciarne fuori qualcuno per errore.
Ti abbraccio: baciami Ciro. Addio.
Il tuo P.

P.S. Pianciani rilasciò quella fede per la Pulizia?

LETTERA 65.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Milano13 agosto 1827
Mia cara Mariuccia
Eccomi in questa città bellissima da ieri. Sperava di trovare tue lettere alla postama nulla vi era e neppure ne sono venute col corriere di un momento fa. In tutti i modi voglio scriverti una parola per dirti che io sto benee che appena arrivai cercai e trovai Moragliail quale trasecolò al vedermi. Egli è in questo momento a me presentee le cose che mi dice per te non so ripeterle. Fra due o tre giorni mi conduce ad una gita con lui ne' bei contorni di Milano.
Come staicuore mio? Ciro mio sta bene? Abbiti cura; e credi che se più per oggi non ti scrivo è effetto del corriereche parte adesso.
Moraglia mi ha trovato una buona stanza. Addioaddio.
Vidi Olmi a Parmae cenai seco: dillose lo vedia Biagini. Ti abbraccio di nuovopregandoti di mille baci a Ciro mio. Che penna! Locande!
Il tuo P.

LETTERA 66.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Milano18 agosto 1827
Mia cara e buona Mariuccia
Dalla mia anteriore n.° 5 avrai udito come io stava in pena non vedendo i tuoi caratteri. La presente dovrebbe dileguare ogni idea di timore e di dispiacere ma come farlose tu mi dici di non star bene? Non puoi credere quanto questa cosa mi agiti e mi faccia vivere inquieto! Vedo con dolore che le tante brighe nelle quali tu devi certamente trovarti avvolta ti tolgono sino il tempo di fare i bagnida cui si potrebbe sperare un gran bene. È questa una gran fatalità che la salute ti vada così abbandonandoed è stata di più una grande ingiustizia che io che alla fin fine non aveva niente sia venuto a divertirmie tu al contrario che soffri davvero abbi dovuto restartene alla fatica ed ai dispiacerisola e senza un conforto! Ti assicuro che se tu mi dicevi a tempo quel che mi dici oggiio non partiva di certo. E fra le altre cose mancavano ancora questa benedetta congregazione di caritàe quel birbante del tuo ziopel qualese non ci fosse un infernobisognerebbe fabbricarlo apposta. Mariuccia miaabbici sofferenza fin che puoie quindi io direi che te lo togliesti sino dal pranzare con teponendoti del tutto dietro un salvaguardiache sarebbe quello di manifestar tutto a qualche persona di autorità; né il curato mi parrebbe fuor di propositotanto più che io sospetto che l'avvocato lo visiti spesso. Bastaio parlo così per modo di dire: tu poi medita se ciò ti convenga per la tua pacedi cui abbisogni. Non dubitare: Celsi non ci abbandonama pensa che Menguzzi è un disperato.
Non puoi credere le attenzioni di Moraglia e di tutta la famiglia. Egli si dispera per non avere una casa in cui poter darmi una stanza: è piccola assaie ci vive coi genitoricol fratellocon la moglie e due cari figlioletti. Avrebbe voluto vedermi piuttosto nell'anno venturoin cui dice che starà più largo. Tutte le feste devo pranzare da lui: gli altri giorni sono tutti troppo intrigatie mancano si può dire di ora fissa per riunirsi. Giovedì 16 mi condussero in campagna a Magenta20 miglia da Milanodov'è un'altra loro figlietta a balia: ha 10 mesi e va solacarina come un angioletto. Eravamo Moragliail buon fratellola ottima moglie ed io. Questa donnina non totalmente bellaha maniere obligantissime: è però anche graziosa di viso e di figura. Essa divide col marito il vivo desiderio di farmi piaceree mentre giovedì Moraglia per più di dieci volte pranzando ti desiderava presente con una commozione veramente da amico essa brillava di gioia. Che buona famiglia! Qualunque ora o mezza giornata Moraglia può rubare alle sue occupazioniè subito mecoe finora ad ora non ho girato che con lui per questa superba Città. Ieri sera mi portarono al teatro Carcano. Oggi partiamo per Monza e per la Brianzae torniamo lunedì. Quest'altra settimana mi conducono a Pavia ed ai laghi. Insomma non so che dirti.
Ho veduto NarducciCalvie i Manzi: anch'essi esibizioni senza fine. Cattaneo e Crivelli son morti. Questo Crivelli era quello a cui de Mortara tagliò il dito. Egli faceva furiosamente l'amore colla sorellaClotildedel nostro Aniceto Orsini. Moraglia mi ha preso in affitto una stanza in casa di un tal macchinista de' Carliil quale ha inventato e offerto al Papa una macchina intitolata sorgente di moto. Non ho ancora potuto vedere i Borgiané il Muller di Pippo. A proposito di PippoMoraglia avrebbe bisogno di sapere se vi è (oltre la solita delle guide di Roma) qualche opera particolare che tratti esclusivamente della Basilica di S. Pietro. Egli crede che un tal Domenico Fontana (se non erro) ne abbia scritto. Vedendo Pippoo anche Puccinellimi faresti il piacere d'impegnarti a prendere in ciò qualche lume.
La roba di vestiario va qui precisamente ad un terzo dei prezzi di Roma: quel che da noi sta a 10 qui si ha per 4 o per 3. Se io avessi danari mi provvederei davvero di qualche cosa; ma pure un soprabitino di cammellotto per quest'altr'anno vorrei farmelo. Figurati tutto insieme arriverà a poco sopra gli Sc. 4! Che ne dici? - Vedendo Spada salutalo con tutta la famiglia tanto tantoe digli che Labusletterato celebre di quiattende da Pietruccio Visconti quelle notizie intorno allo zio Ennio Quirino. - Non so se ti ho mai detto che a Bologna vidi Muratoriil quale ti riverisce benché non ti conoscae saluta casa Dolceche saluterai anche per me. Saluta altresi tutti gli altri maschi e femineo per dir meglio uomini e donne. Che ti dirò poi del mio Ciro? Non voglio dirti nulla: tu puoi comprendermi. Ti abbraccia di cuore.
Il tuo P. aff.mo

P.S. Io sto bene.

LETTERA 67.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Milano25 agosto 1827
Cara Mariuccia
Dopo impostata una lettera per Pippoil quale mi aveva richiesto di una notizia che gli premevami è stata data la cara tua del 18 cad. Convengo che le tue lettere non mi giungono troppo consolantiavuto specialmente riguardo al mio carattere mobile ed apprensivo pel quale anche le paglie divengono travi: ma ora mi riconosco nel medesimo tempo abbastanza giusto e ragionevole per attribuire non a te affattoma tutto alle circostanze contrarie l'amarezza del tuo dire. Povera Mariuccia mia! Sarebbe bella che mentre tu soffri tanto e tanto fatichi e ti martorii per mandare avanti meno male che si può la nostra casadovessi poi anche fingere tranquillità in mio servigioavendo l'animo turbato dal cattivo aspetto de' nostri interessi! Circa però al molto urto che certo deve aver lor dato questo altro mio viaggio confessami Mariuccia mia che io non avrei voluto farlo perché molto più che non apparisce al di fuori so io penetrarmi di tutto ciò che va nella vita conosciuto e apprezzato. Ma tu tenera della mia salute non solo volesti prenderne cura con un nuovo viaggio il quale senza dubbio non si rendeva poi necessario pel dileguamento di qualche incomodo estivo e passeggieroma bensì ti piacque accelerare la mia partenza. Io voglio far tutto quello che a te piacema esiggo da te un parere per andare di accordo: dimmi verso qual tempo ti piacerebbe che io fossi a Terni. Tu sai quanto io mi sia in certe cose sempre incertoe come spesso un tuo consiglio mi determinierompendo quella specie di mia irresolutezza mi sembri divenire il consiglio mio proprio. Dimmelo Mariuccia mia. Troppo più tardi di quel tu penseresti mi spiacerebbe di andarci: troppo più presto mi spiacerebbe egualmenteperché con sincerità dico che Milano Bologna e Loreto mi offrono migliore soggiorno che Terni e Casa Vannuzzi.
Circa i crediti recuperabili non so che dirti se la mia personale presenza sia utile o no: tu conosci la mia flessibilità e quasi puerilità contro chi sugli occhi miei chiede e prega. Circa poi alle vendite io non so davvero accordarti che io serva meglio in persona per trovar compratori: assicurati che acciò val meglio un terzo per la speranza di un piccolo guadagno che non lo stesso padrone (benché io non lo sia) il quale quando mancano oblatori nuoce più che non giovi coll'andarli cercando e suscitando: io poi che son tanto bravo! Ma pure voglio in tutto e assolutamente fare il tuo piacereper consolarti almeno colla mia buona volontà. In quanto al silenzio di Vannuzzi ti mando le accluse due righe: inviale se credi ben fattoaltrimenti replica tu medesima; se io fossi costì ti allevierei volentieri da queste fatiche di più.
Non posso capire come non ti risposi intorno a M. Samin alla tua degli 11 agosto. Ecco dunque. Bochet mi disse in una sua che si pensava di mutare ordine alla pensionee che mi avrebbe però detto qualche cosa di preciso. Io voleva aspettare e aspettava da un giorno all'altro queste migliori notizie onde recarmi da M. Samin con qualche cosa che valesse la pena. Se tu prendi la posizione Bochet nel credenzino sinistro del mio scrittoio troverai la lettera Bochet in cui se ne parlala quale dev'essere l'ultima o la penultima del fascetto intitolato Corrispondenza diretta. Se mi fosse giunta la tua qualche ora prima avrei unito la presente a quella per Pippo onde risparmiava una impostatura che qui costa circa un paoloe lettere che si ricevono da Roma si pagano circa bai 13. Dunque ogni lettera tra missiva e responsiva vale intorno a 24 baiocchi: che sonata! Ciononostante debbo chiamarmi fortunato se questo prezzo mi procaccia le tue nuove e mi significa la tua volontà. Ti ripeterò i saluti di Moragliache riceverai da Pippo. Gli altri amici pure mi dicono sempre mille cose per te. Mercoldì andai a pranzo da Calvi. Lunedì mi conduce a un suo casino a Monza per tornare la sera. La di lui moglie e la moglie del fratello sono un poco pigrucce. Stringo al cuore Cirosaluto tuttie ti abbraccio affettuosamente.
Il tuo P.

LETTERA 68.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Milano10 settembre 1827
Mia cara Mariuccia
Rispondo contemporaneamente a tre tue lettere de' 25 ag.del 1° sett. e del 4 d. Alla prima non diedi riscontro tra perché varie cose in essa dimandatemi te le aveva dette nella mia ultimaallora corrente in viaggioe perché aspettando da te replica ad una mia mi riserbai dirti tutto insieme onde evitare altresì le incrociature. Le due poi del primo e del 4 corr. mi sono state date oggi unitamente. - Certo è che Fioravanti è un gran vassallo! - Le tue ragioni per persuadermi del perché sagrifichi tutto alla mia salute non possono che parermi amorosissimee come tali eccitarmi alla più viva gratitudine. Circa a Peppinogodo che siasi scosso; e tu avrai veduto che io non aveva poi osservato con lui quel silenzio di cui pare che tu dubitassi. Egli nudre un poco di pigriziala quale unita alla scarsa sua educazione lo fa sembrare anche più cattivo che non è. Stando così le cosee potendo tu mandarmi qualche altro baioccomi farai certo gran piacere. Assicurati che io non getto nullae quando vedrai con che mi mantengo ti farà sorpresa. Ma il tutto insiemeindispensabile fuori di casaè quello che porta avanti. Per questa volta voglio che al mio ritorno tu osservi la mia lista di spesee vedrai il minimo fra gli articoli apparire quello del mantenimentobenché non saprai insieme quale degli altri escludere e chiamare superfluo e assolutamente risparmiabile. Io conterei sui primi di ottobre di trovarmi a Bolognaa ciò sembrandomi che le tue ultime lettere mi diano largo. Di là passerò per pochi giorni a Loreto donde mi scrivono volermi assolutamente vedere dopo due anni che al mio passaggio si trovano sempre in campagna. Sugli ultimi dieci giorni di ottobre sarò a Ternie là starò sino verso alla metà di novembree anche più se ti parrà che l'interesse de' nostri affari lo persuada. Se questo mio itinerario ti piace avvisamenementre se con qualche prontezza mi rispondi al tuo solitovi è benissimo tempo che io possa ricevere qui un'altra tua lettera. Allora quel danaro che tu crederai poter essere in grado di mandarmipotrai spedirmelo a Bologna col solito ottimo mezzo dell'amm.ne del registro.
Grazie a te e al caro Spada pel sonetto di Mimma. Ci vai tu alla vestizione? Già credo di sì perché le vuoi benee poi sai che mi dai con ciò consolazione: povera Mimma! è stata tanto disgraziata.
Meno male se l'azienda de' poveri ti si allegerisce: potrai tirare un po' più avantie farti questo merito avanti l'umanità. Moraglia ti ringrazia delle notizie sulla Basilica di S. Pietro. Egli e la sua famiglia mi usano sempre le maggiori attenzionie se io abusassi sarei padrone di casa loro.
Per lo studio di Ciro ci penserò io: non ti dar pena; è tanto tenero che un ritardo di qualche giorno non gli nuocerà certotanto meno con quel piccolo cervello che si ritrova. Affogalo di baci per me. Ringrazio l'ottimo nostro Rossi della buona memoria in che mi ha. Risaluta tuttie ricevi da me mille abbracci.
Il tuo P.

LETTERA 69.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Milano10 settembre 1827
Carissima Consorte
Il consenso che tu mi dimandi per la prossima vendita al Sig. Antonio Corazza del tuo pezzo di terra ereditato in Cesi sotto vocabolo la Croce delle fabbriche per la somma di scudi Centonovantatre e bai: 80eccolo qui amplissimoe quale potrei dartelo in persona dove io mi trovassi in questa circostanza con te. Serva anzi la presente per metterti in diritto di disporre di questo e di ogni altra tua cosa sotto qualunque estremo e condizione ti piacciatroppo io sapendo per prova che a nulla tu sai andar risoluta se non a ciò che di vero utile riuscir sappia alle cose della nostra famiglia. E con ciò di vero cuore ti abbraccio.

Il tuo aff.mo marito
Giuseppe Gioachino Belli

LETTERA 70.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Milano23 settembre 1827
Cara mia Mariuccia
Rispondo alla tua de' 15 andante. Poiché il mio itinerario incontra la tua approvazione io penso di partire di qui domenica 30seppure gl'incagli ordinarii delle vetture non mi ritarderanno di uno o due giorni. Ai primi dunque di Ottobre io sarò a Bolognadove attendo da te riscontro alla presente. D. Cesare Borgia vuol ripartire da Milano nel prossimo mercoledì 26. Ieri sera che pranzammo insieme da D. Francesco questi e la moglie volevano in ogni modo obbligarlo a partire al fine del mese per andare con me a Bolognadove egli si dirigge: non so cosa farà. Egli ti saluta e così D. Fr.co. - D. Alless.o sta da qualche tempo ammalato con reuma. Ti ringrazio della notizia del libro di Torricelli: penserò io a scrivergli direttamente. Fa veramente meraviglia la faccenda di Peppino: e più che la sua mancanza mi dà pena l'imbarazzo e il dispiacere che reca a te. Speriamo che troverà il modo. Oggi dunque Mimma sarà monaca! Possa essere felice! Nell'andare o non andare tu avrai fatto benissimo quel che avrai fatto. Bravo il Sig. Checchino delle orecchie lunghe! - Godo molto della guarigione di Natalina: fa con lei i miei sinceri rallegramenti. - Salutami la Mazzanti tanto. La Battaglini partì? La sua causa come va? Che ne dice il Dottor Biscontini? Quanto è brutto quell'uomo vestito da Abate! - Martedì vado a Pavia con Moraglia e Calvia visitare la Certosa così celebrela Universitàla Cattedralee le così dette Conche di Ticino etc. Anche qui fa un tempo del diavolo. Il giorno che andai al lago di Comofece là fra quelle Alpi un temporale d'inferno. Mi ci condusse il fratello di Moraglia che tu a Roma hai conosciuto. Moraglia ti rende saluti centuplicati. Oggial solito di tutte le festepranzo da lui; e fra un quarto d'ora la Moglie suaeglied io andiamo a far colazione all'Isola bellasontuosa osteria fuori di porta Nuova. Mangeremo la buzzecacioè la trippa. Quanto godo di udire che quel caro Ciro vada fissando la ragione e divenga più docile. Coprilo di baci per me. Io sto benee prego te di averti cura. Saluta tutti al solito e di' a Pippo che gli porterò il Manuscritto che mandò a Müller. Gli Spada che fanno? Non gli ho scritto maima gli ho tenuti sempre nel cuore. Addio: ti abbraccio affettuosamente.

Il tuo P.

LETTERA 71.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Bologna3 ottobre 1827 - ore 1130 antimeridiane
Cara Mariuccia
Sono partito domenica 30 da Milano: sono qui arrivato orora: appena cambiatomi sono andato alla postadove ho trovato le tue carissime del 27 e 29. Cercando il Sig. Rusconiho poi saputo essere il Direttore della posta: sono dunque tornato alla postae ho trovato essere fuori Bologna e tornare dimani: non posso dunque darti notizie dell'incasso della somma da te favoritamidi cui ti ringrazio davvero senza fineconoscendone sempre più il tuo attaccamento per me. Le notizie che mi dai della Barberi e della Falconieri mi affliggono assai: né manca ancora di disturbarmi molto l'intrigo in cui ti trovi per colpa di Coletti. Povera Mariuccia mia quanti disturbi! Ma benché lontano io li divido con tebramando invano di assisterti. Godo tanto tanto del bene stare di Ciro nostro: bacialo 1000 volte per me. Non ti dico altro perché il corriere sta a momenti per partire: il resto nel venturo. Ti abbraccio addio.
Il tuo P.

LETTERA 72.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Bologna5 ottobre 1827
Mia cara Mariuccia
Jeri mattina questo Sig. Cavaliere Giacomo RusconiDirettore delle poste mi pagò gli scudi trenta che tu ti sei compiaciuta di mandarmi. Letto appena il nome Rusconi nelle due carissime tue 27 e 29 pp. settembredubitai sulle prime del pagamentovivendo qui alcuni soggetti di quel nome molto cattivi pagatori; né il Giacomo che lo precedeva poteva darmi miglior sicurezzamentre io non ricordava il nome di battesimo di questi. Ma pure il pensiere della puntualità e prudenza del Marchese Mornadoe quindi la notizia avuta dell'essere questo nostro Rusconi il solidissimo Direttore della postami posero in quiete; e il buon esito della faccenda coronò la novella fiducia. Ti rinnovo pertanto qui i più sinceri ringraziamenti per la premura con la quale vieni incontro a tutti i miei bisogni. Così gli altri fossero diligenti con te! Ti assicuro che quel saperti in tanta angustia pel ritardo del pagamento Vannuzzi da te assegnato con tua firma a soddisfazione di appunti così imminentimi ha fatto e fa stare in molta pena. Come avrai fatto dentro uno spazio così limitato? E non bastavano dunque questi tuoi disturbiche altri ancora dovessero aggiungersi loro per tormentarti? La morte inattesa della Barbèrie il colpo della Falconieri debbono certamente averti assai indisposta; ed anche a me danno grande rammarico.
Figuro la desolazione di Barbèri e dei Lepri; figuro la pena dell'ottimo Cavaliere Falconieri; l'imbarazzo della eccellente famiglia Battagliaed il tuo insieme per essere stata destinata a presiedere alla cerimonia disgustosa del trasporto della malataparticolarmente in un modo tanto eccitatore della pubblica curiosità. Evviva! tutte le mosche addosso ai cavalli magri! Sempre così!
Nella mia lettera dello scorso ordinario nulla potei dirti della mia partenza di quiné del mio itinerario precisoper norma del nostro carteggio. Celsi era partito per Lugo poche ore prima del mio arrivodimodoché senza averlo rivedutonulla potevo né posso decidere sul giorno del mio proseguimento di viaggio. Non so quando tornerà: deve però accader presto. Per metterci dunque al sicuropuoi rispondermi il giorno 13 e farmi trovare la tua lettera il giorno 15 a Loretodove intorno a quell'epoca spero certamente di essere. Non mettere sull'indirizzo il ricapito in Casa Solari. Essi stanno in campagnaed io vorreise arrivassi di buon'ora a Loretoritirare la tua carissima prima di recarmi alla loro villeggiatura. - Dopo veduta e gustata MilanoBologna mi par divenuta un paesetto da cicoriari. Stringi di cento abbracci Ciro nostrosaluta gli amici e credimi sempre.
il tuo aff.mo P.

LETTERA 73.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Bolognamercoledì 10 ottobre 1827
Mia cara Mariuccia
Nella prossima notte partirò per Loretosiccome ti dissi nella mia antecendente de' 5la quale così come l'altra de' 3 spero che avrai ricevuta. M'è stata ieri data alla posta una lettera che Giorgio Votrontò mi diresse da Firenze a Roma. Questa lettera era apertae non so se ciò sia accaduto per opera dei ministri postalii quali si sarebbero tolti una curiosità molto vaga. Se poi fosse essa stata prima data a tee l'avessi aperta tu per vedere di qual premura potesse quella esserela cosa muterebbe aspetto e nulla vi resterebbe da dire. Intanto circa a Giorgiosappi che mentre domenica io andava sotto il portico del pavaglione pensando di cercare qualche greco suo conoscente per chiedergliene notizieecco che me lo vedo all'improvviso davanti. Egli era arrivato la sera avanti da Firenze. È venuto a Livorno da pocoe là fra breve spazio ritorna per stamparvi una sua operanon so quale. Forse darà una fuggita in Roma prima di tornare alle Isole Ionie. - Fra due giorni parte quel Sig. Germano Rusconi di cui ti parlai quest'agosto: ti porterà una lettera mia. - Ha scritto a Celsi il suo commissionato di Lugo pel nostro affare Menguzzi che in breve tempo si deve vendere la casa di lui: allora etc. Intanto il debitore richiede una copia del conto: bisognerà dargliela: anzi in un momento che tu avessi di tempo potresti prendere il mazzo de' conti legalie fatta estrarre detta copiaspedirla franca al Sig. Giovanni CelsiBologna. Ciò per sollecitare l'invio che io non potrei eseguire che tardi. - A Parma quando io vi passai per tornar quinon vi era Olmi: stava in Firenzee quindi dava una fuggita per pochi giorni a Roma: l'hai veduto? Bacia Ciro; saluta tutti e credimi sempre. Il tuo P.che sta bene e altrettanto desidera di te.

LETTERA 74.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Loreto14 ottobre 1827
Cara Mariuccia
Sono arrivato verso seraoggi domenica 14a Loreto. Ho fatto cercare del Direttore della posta per vedere se vi fossero lettere tue non ve n'erano. Dimani mattina riparto pel Casino di Solari. Ho qui trovato un fascio di biglietti di tutta la famiglia affinché mi decida a non tardare neppure un minuto per andarli a trovare. La presente serva solamente per darti notizie di me: quando avrò avuto da questa posta tue letteregiusta quello che ti dissi nelle mie ultime di Bolognaallora ti scriverò più categoricamente. Intanto alla presente non dovrai risposta. Io sono giunto qui felicissimamentebenché una piena orribile abbia nella notte dal 6 al 7 portato via tutti i ponti delle Marcheche non son pochie mutato quasi la faccia della terra. Addio: amami come ti amobaciami Ciro; e credimi
Il tuo P.

LETTERA 75.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Dalla villeggiatura Solari
alle Cervare4 miglia da Loreto
[19 ottobre 1827]
Mia cara Mariuccia
Tu dici benissimo essersi rotto un ponte presso Fano; anzi io ti aggiungo che da Fano in poi non si trova ponte il quale non sia fracassato. I piccolisovrapposti ai fiumicelli o a men grossi torrentihanno già ricevuto un precario riparo pel momentaneo passaggio de' viaggiatorie così il più grande tra Fano e Sinigallia: il ponte però del fiume Esino e l'altro del Musone sono in modo fracassati che non può neppure pensarsi al riparo; ma un poco a spalla di uominiun poco in barcaun poco a guado di legnotanto sufficientemente si passa purché non sopravvengano piene novelle. Di ciò mi parese non erroaverti dato qualche cenno nella mia de' 15. Io trovai presso Rimini due diligenzeche procedevano a Bologna unitee altrettante si suppose andarne insieme alla volta di Roma; anzi dicesi chegiunte esse al fiume Esino di qua e di làsi cambino per ora i forestieri e le merci e retrocedano alle loro origini. Con tutte queste circostanze che hanno quasi cambiato l'aspetto di queste campagne io arrivai qua sano e salvo senza il più piccolo contrario incidentefuorché quello della non valutabile spesa di qualche paolo di più. In generale poi sappi che quando io viaggio prendo in modo le mie misure con freddissimo animocheeccettuati quei piccoli sagrifici economicimi avviene sempre di trovarmi fuori da molti imbarazzi e ottenere le cose secondo il mio desiderio. Al Po per esempiotrovai un mare invece di un fiumee un mare rotto a velocissimo corso. Le dighe di Lombardia vinteogni cosa un lago. Moltissime vetturetanto dal confine austriaco quanto alla riva Piacentina giacevano timorose del passoe aspettavano che il fiume fatto più mitee abbassate le acqueloro concedesse il ristoro del ponte di barche o il compenso delli sciolti battelliai quali molti non osavano ancora fidarsi. Un di Londraun di Parigiun di Milanoed iosocii nel legno scandagliammo l'orai mezzie la circostanzae risolvemmo il passaggio onde ripararci piuttosto in Città comoda che non in un casolare in mezzo a squallide lacune. Un battello si offerse: e introdottovi il legno in un modo veramente curiosoe dopo i cavalli e quindi noidopo tre quarti di oraarrivammo all'annottare presso le mura di Piacenza soddisfattissimi di ciò che altri prima di noi avevano a torto temuto.
Lunedì mattinalasciata a Loreto la mia lettera antecedente per tene partiie per la via carrozzabile di Macerataanziché per il cavalcabilescomparsa quasi per le alluvionipercorrendo 23 miglia in breve spazio di tempo giunsi in questo casino atteso e ricevuto con non comuni segni di buona e sincera amicizia. Il legnoin cui io erasoffrì l'incomodo di un'ora di diluvio universale; e la faccenda andò bene. Tutta la ottima famiglia Solaribenché non ti conoscae il Marchese D'Oriail quale crede di averti veduta in Anconati dicono mille cose amichevoli e ti avvertono essere partitao star per partireMaddalena Reschila quale provvisoriamente ritorna da Chigi. Degli affari nulla ti rispondo perché non saprei trovare termini per arrabbiarmi a dovere con questi infami soggetti coi quali abbiamo la sfortuna da agire. Ecco i frutti delle promesse di Deangelis circa ad Antaldi; ecco le conseguenze della nostra gentilezza con Fioravantiecco... gran manica di birbi tutti. Noto poi di Corazza e di Borzacchini! Non dubitaremi tengo nell'animo ciò che per ora toccherà a me di tentare al mio ritorno per Terni; e il resto a Roma. Intanto armiamoci di pazienza. Caro quel Ciro! Digli che Papà tornerà e passerà delle ore con lui. Ho fatto udire il tuo paragrafo a questi signoriche ne hanno assai riso. Questa mia ti giungerà tarda risposta alla tua de' 13ma i pessimi tempi hanno ritardato le occasioni tra Loreto e qui. Essa andrà dimani a Loretopartirà sabato a serae ti giungerà lunedì 22. Sarà perciò impossibile che un tuo nuovo riscontro mi ritrovi qui. Rispondi però a Ternie intanto io ti andrò informando delle mie mosse. Questi signori avrebbero su me lunghe intenzionima io farò violenzae manterrò l'itinerario annunziatoti. - La povera Natalina è forse morta? Le ho scritto una lettera di rallegramentie non ne so nuova: se però è viva transeatperché val più un ciucarello vivo che un dottore morto. Ti abbraccio di cuore. Addio.
Il tuo P.

LETTERA 76.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Dalle Cervarevilleggiatura
Solarimercoledì 24 ottobre 1827
Cara Mariuccia
Avrei dovuto partire dimani per Maceratadistante di qui cinque migliaper quindi trovato un posto per Terni dirigermi a quella volta. Ma i tempi sono così dirotti e talmente infuriano che non so se questo tragitto per istrade di sola terra cretosae scoscesissime potrà essere effettuatotanto sono dette strade lubriche e rovinate; e tanto più poi perché il baulle non potendo entrare dietro la carrettella di Solaricon la quale andrò a Maceratadovrà portarsi a schiena; e le bestie non attaccano i piedima sdrucciolano orribilmente. Il ritardo però non potrà eccedere l'uno o i due giornifinché venga uno scarso in cui le acque siano alquanto scolate. Intanto te ne avviso con questa mia. Andrò in seguito istruendoti delle mie mossecome ti ho nella mia precedente promesso. Questi signori ti salutano: io ti prego di abbracciare il nostro Ciro; e dare i saluti a tutti. Ti abbraccio di cuore.
Il tuo P.

LETTERA 77.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Ternilunedì 20 ottobre 1827
Cara Mariuccia
All'avemaria son giunto qui sano e salvo. Sabato 27 devi avere avuto una mia ultima e lunga dalle Cervare. Ho veduto Antinori e ti mando a suo nome le accluse carte che favorirà consegnarti la Sig.ra C.ssa Marcolini. Un giorno prima di me passò da Macerata Gnolie parlò con Antinori di Gagliole: hanno combinato il modo da tenere. Qui è la M.sa Antaldi: procurerò di parlarle. Si presenterà da te il sig. Fossati letterato reduce da Parigi. È amico del nostro Pippoe ha viaggiato per qualche tratto con me. Esso è brava persona e ti darà mie nuove. Con la posta di giovedì avrai miei più lunghi caratteri. Abbraccio Ciro dopo di te. Addio.
Il tuo P.

LETTERA 78.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni31 ottobre 1827
Mia cara Mariuccia
Avrai a quest'ora veduta la C.ssa Marcolinila quale io incontrai a Spoletoed a cui consegnai per te a Terni una mia lettera contenente altre due datemi a Macerata dal Sig. Antinoriintorno all'affare poco buono del Migliorelli. - Sperava trovare qui tue lettere siccome ti pregai di Loreto: sperava riceverne col corriere di questa mattina; ma non ne ho vedute: a buon conto spero che tu abbi ricevute tutte le mie scritteti l'una dopo l'altra dalla villeggiatura Solari; l'ultima delle quali fu da me mandata a impostare espressamente a Macerata la sera di giovedì 25. Mi lusingo che non da motivo di salute o da altra spiacevole causa procederà il tuo silenzio.
Circa a Gagliole ti dissi nella mia consegnata alla Marcolini essere Gnoli passato per Macerata un giorno prima di me: avendo dunque parlato con Antinorirestarono fra loro di concerto che Gnoli da Fuligno gli avrebbe spedito un foglio di riassunzione. Antinori però pretende che sino a che il B. Governo si contenterà del solo comandare il pagamento senza assegnare alla Com.tà questa spesa nel preventivone riuscirà ad essa impossibile l'effettuazionee parimenti alla Delegazione rimarrà legata la mano alla esecuzione degli ordini. Da Gnoli poi udrai meglio tuttosecome credosarà prima di me a Roma. Io non l'ho veduto; forse sarà andato al solito a Perugia. Sul registro della locanda postale di Macerata vidi il suo nome segnato il 7 ottobre per la volta di Ferrara. Mi disse ieri sera Peppino Capocciche con tutta la famiglia ti salutache egliGnoli e Tosini vinsero cinquanta zecchini fra tutti e tre in una tombola di Fuligno circa un mese fa.
Ho parlato con l'Antaldila quale con fredda gentilezza mi ha risposto che il marito è tuttora a Bologna onde esigere danaro dal Governo; che Deangelis sta a Pesaroe che ella vive al buio dello stato attuale della nostra faccenda: in generale però mi disse che il Marchese aveva approvato le disposizioni di Deangelis. Io però gli obbiettai la mancanza de' pagamenti mensilie quella della procura facoltativa a comporre: ella ritornò allora alla sua ignoranza. Vedo io peraltro andare adesso a finire a buon conto l'anno che Deangelis dimandò di prorogaonde o sia scorso questo sopra uno scritto o sopra una parolaè sempre passato; e noi restiamo padroni di eseguire i mandatisempre consigliandoci prima se l'avuto al conto pregiudichi in nulla l'azione libera primitiva. Io intantose stessi in tescriverei col prossimo corso una lettera al Deangelis a Pesaroin termini generali che non compromettessero: la farei io stesso di qui ma non ricordo il di lui nome di battesimoné ho modo di rintracciarlo non volendo chiederlo alla Marchesa che forse neppure vedrò più.
Ho scritto a Corazza che venga a Terni: ci era stato due giorni prima onde condurre alla caduta la Angelici di Porta Settimiana. La Malagotti voleva venire lunedì sera a trovare la figliama avendo saputo il mio arrivose ne astenne. Io le ho scritto un biglietto. Se non accedele faccio intimare il mandato. - Mi dice Borzacchini avere già a te scritto che il padre è alla sua tenuta per assistere alla sementa così difficile in questi tempi piovosi: appena torneràciò che deve accadere in breveparleremo dei nostri affarinon potendo farlo egli solo. Io non so che rispondergli. Mi assicura il Maggiore Marco Setacci (che ti saluta) che oggi manderà da me il De Sanctis debitore di Sc. 342 per due annate di censo. - Peppino dice averti spedito per la posta il danaro per Ballantie che darà a me il residuo della sua rata di Sc. 450. È restato assai mortificato del ritardo di questo suo pagamentoma assicura che avendo già preparati da quasi un anno i danariper non tenerli oziosi gli aveva investiti in olio a Sc. 29 la soma. Questo é poi calato a Sc. 20 in 21senza neppure trovarsene compratori. Coletti poi ha prodotto il resto del ritardo. Tuttociò può esser vero. Regolerò con lui i conti. - Sento che al primo dell'anno ritornò la dativa all'antico stato di aggravio. Bella diminuzione è stata dunqueforiera di nuove leggerezze! - Un certo tale di Todise non erroaveva offerto a Garavita pe' nostri fondi di Terni un prezzaccioche Garavita ha ributtato con mal'umore. Vi è ora un certo trattato lontano per quel terreno sterile che già chiedeva un tal Benedetti per mezzo di Francolini; cioè il terreno Fornaro. Fa' una cosa: in uno de' sportelloni del mio scrittoio prendi il più grosso protocollovedine l'indice in principio e al fascicolo Fornaro etc. Forse troverai (che ci dev'essere) la perizia che ne facemmo elevare col mezzo di Corazza dal perito Teosoli allorché si trattò col Benedetti: se la trovimandamela. -Vedrò Silvestro e se mi parla di acquisto di Piedelmonteci andrò prestando un orecchio. - Pagò Mirabelli al 25 d'agosto gli Sc. 9? di Stocchi mi si dice di sì. Francesco Diomede deve farlo a momenti. - Temo molto cheo paghi o siavi costrettola Magalotti cavi fuori la pretensione della riduzioneperché qui l'estinzione di Mazzoneschi è conosciutae forse si è anche parlato della nostra differenza: onde la Magalotti ne avrà tirato lume.
Dimmi un poco Mariuccia mianon si potrebbe ottenere coll'esempio di altri anni un lasciapassare per me? Forse la fissazione della dogana nuova a porta del popolose già è andata in vigorerenderà più difficili queste licenze che si accordavano già per risparmiare ai viaggiatori l'andare a Piazza di Pietra. E poi non so se venendo io dall'esteropotrei... bastavedi un pocoe se mai l'ottienio mandamelo o dimmi da dove hai affacciato la mia provenienzase da Milano cioè o da Terni: onde io non mi trovi in contraddizione: parrebbe però meglio dire tutta la verità onde non avere un cattivo testimonio nel passaporto. - Quel Fossati che ti diriggo con la lettera della Marcolini è cognito anche a Tavani: mi mostra piacere di conoscere la mia famigliadi cui aveva spesso parlato con Mariannina Zuccardi con cui fece già l'amore. Bacia tanto Ciro. Ti salutano tutti; e saluta tutti. Ti abbraccio di cuore.
Il tuo P.

P.S. Io non porto nientema sempre è bene evitare le dogane.

LETTERA 79.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni9 novembre 1827
Cara Mariuccia mia
I baffi già sono partiti! Sei contenta?
Non ho avuto oggi tue lettere: comprendo che ieri la mia ti sarà arrivata troppo tardi; ed oltre a ciò era secondo il solito un processo. Ho fatto i conti con Peppino: non ti ho mandato ancora quel poco che ho raccoltoper non fare tante mandatelle nel caso che mi fosse riuscito di riscuotere qualche altra cosa. - Il P. Ferrini di Cesi non voleva comprare la querciama il dritto di tagliarne qualche ramo figurati tutto l'albero è stato stimato quattro paoli! Non ho dunque voluto più parlarneessendomi sembrato d'incontrare un gran ridicolo e una gran fama di affamatose avessi conchiuso fra quattro persone cioè Stocchiil di lui subaffittuarioil fratee me un contratto di quattro o cinque baiocchi. - Il ricevuto di Ballanti lo manderai per occasione: anzi ci penserò io al mio ritornopiacendomi di vedere come Ballanti lo abbia concepito. Di Borzacchini nulla si sastando nel cuore della sementa. Questa mattina ho scritto al figlio un biglietto polito e forte. Io vedo che andremo alla fine del mese con tutti e duecento gli scudioltre i pochi frutti etc. Ho riparlato alla Pelucca: mi burlacome udrai. - Ho fatto la intimazione alla Magalotti: vedremo. - Hai avuto la mia lettera recata da Peppe Serafini? Hai veduto Labella? Hai veduto MatteucciEmilianiMiss Anna Trail? Quanti ne passanotanti te ne spingo a darti mie nuove. In tutti gli anni il rivederti mi è stato assai caro: quest'anno però non vedo l'ora: forseoltre al piacere grande di riabbracciar te si aggiunge l'interesse di riunirmi al vantaggio del nostro Ciro più grandicello e più bisognoso di assistenza che non negli anni passati. Con te sta ottimamentema sei tanto occupata! In due faremo qualche cosa di più. - Nella lettera che consegnai a Serafiniti dava notizie che avrò il passaporto di qui pel ritornoonde tu parlassi subito all'avv. Ricci. Noi ci vedremo sui primi giorni della settimana venturaperché assicurati che stanno in modo le cose da fare meglio a Roma che qui. Corazza mi ha dato parola d'onoreche appena accomodato il suo affare con Borzacchinivende dell'olioe manda a Roma gli Sc. 100 e la procura. Sul resto risolvi liberamente a tutto tuo piacereperchè quando sei contenta tu sono contentone ancor io. Ti abbraccio.
Il tuo P.

LETTERA 80.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Terni11 novembre 1827
C. Mariuccia
Ho impostato altra lettera alla ora legale cioè mezzogiorno. Ora sono le 4 e ricevo la tua di ieri. Babocci mezzo addetto alla posta mi fa il bel piacere di inserire la presente fra i pacchi già chiusi pel corriere che arriva ora. Farò chiamare Silvestro: per questa rag.ese non vedi gli Sc. 170 come ti dissi nell'altra mia di questa mattina non stare in penagiacchè se Silvestro stringe manderò tutto insieme mentre altrimenti per Sc. 400 pagherei Sc. 4. Ti sarò docile in tutto: va bene? Sei contenta? - Garavita si è malato: si spera che non sarà nulla. La tua lettera potrebbe forse obligarmi a stare qui qualche altro giorno: se dunque non mi vedi non ti prender pena. Addio. Abbraccio te e il caro Ciro. Sono il tuo Duca.

LETTERA 81.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
[Terni12 novembre 1827]
Mia Cara Mariuccia
E un'altra lettera: ti avrò seccato: ma non mi par vero di poter conversare con te ogni giornoo darti le notizie cosìcome si suol direa botta calda. - Come avrai udito da altra mia mandai a chiamare Silvestroil quale è disceso questa mattina. L'ho condotto da Garavita e lì abbiamo parlato; ma inutilmente: sono disceso a poco a poco agli Sc. 2300 e Garavita mi faceva il ruffiano: non vuole aggiungere nulla sugli Sc. 2200dicendo di pagare a rigore di stima il terrenoe il casino più di quello che lo stato suo e le condizioni de' tempi possono meritare. Mi sono sdegnatoe dopo molte parole l'ho lasciato con Garavita e sono partitosperando che Garavita l'avrebbe convertito. Al contrario: egli ha seguitato a protestare che malgrado tutto il dispiacere che sente pel probabile di lui allontanamento da quei luoghi dove è natonon può assolutamente fondare più degli Sc. 2200 sopra una possessione fallacissimasoggetta a rischipatita nel fabbricato etc. etc.e della quale non vi sarà alcuno che ci offra di più. In quanto a quest'ultimo puntosia detto qui in silenzio fra noilo credo fermamente anch'io; e vorrei esser bugiardo. - Finalmente è partito protestando che se l'affare fosse così buono per lui come io glielo do a credereegli non sarebbe così sciocco di abbandonarlo. - In tutti i modi io dimani credo di soddisfare alle tue vedute andando su a distaccare gli arazzi e portarli in Ternimentre o il terreno resti a te o lo comprino altri è meglio levarli. Conduco meco Babocci per fattorino. Ecco che mi sono attenuto agli estremi del tuo permessomentre l'accondiscendere agli Sc. 2200 poteva meritarmi da te un rimproverostando fuori dalle conferitemi facoltà. - Circa all'invio de' danari attienti alla lettera che ti farò giungere giovedì 15mentre potrebbe darsi che dimani Silvestro si cambiasse ma non lo credo. Visiterò bene dimani i telai delle finestre che egli mi dice essere sgangherati e farò altre diligenti inspezioni. Però è certoche ammesso anche tutto ciò che si può dire contro alcune venditeil possedere beni bisognosi di manutenzione e possederli distanti dal domicilio è una gran faccenda. Ti dissi che Borzacchini mi pagò Sc. 100e il resto e i frutti li darà al fine del mese venendo egli a Roma per la stipulazione. - La presente ti sarà ricapitata da Gnoli. Addio: ti abbraccio di cuore e do un bacio a Ciro.
Il tuo P.

P.S. Mi pare che Venerdì io non sarò più qui certo: pure se per metterti al sicuro da tutti i casi volessi giovedì mattina scrivermi un rigomi farai piacere; ed io parlerò a Babocciil quale se io sarò partito avrà da me le mie istruzioni sul sicuro destino di tua lettera. Già io sapeva la notificazione sul vestire di panni nostrani: lo faremo: poco bene e poco male: io vesto di neroe il panno nero a Roma si fa bene o almeno passabilmente.

LETTERA 82.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni14 novembre 1827
Mariuccia mia
Grazie del lasciapassare.
Per non vivere in gran pena mi è necessario sperare che il freddo di ieri non ti abbia prodotto il male di cui temi. Non sono ancora partito per l'affare di Silvestro e degli arazzi. Il primo è restato sgomentatoma ancora non cede; Garavita crede che cederà di certo dopo che colla partenza mia avrà conosciuto la mia fermezza. Forse tuper qualche residuo della massima in cui erigodrai quasi di questa precaria sconclusione; ma io che esamino tutte le cose con più cognizione di fatto credo sempre che per qualche e qualche anno ti convenga meglio il non posseder stabilie che inoltre quello di Piedelmonte non è mal venduto al prezzo in questione. Staccai ieri arazzi e cornici e già sono a Terni. Li batterò bene in oggie poi bene condizionati resteranno qui perchè il vetturale si aspetta. Allora verranno a Roma dentro un sacco dello stesso vetturalee non si sciuperanno di certo. Avrò in oggi la fede di questa segreteria Comunale. - In tutti i modi imposterò dunque dimani Sc. 270in cui sono compresi gli Sc. 22:75 di Macchiettide' quali mi ha pagato l'impostatura. Se poi dopo il mio ritorno Silvestro volesse conchiuderefarò in modo che i suoi Sc. 410 vengano insieme coi 100 di Corazza onde formare il pieno di 500 meno dispendioso per la posta. Ci abbraccieremo in breve: ora dipende tutto dalle vetture. Avesti la mia portata da Neroni? Essa ti avrà dato lumi sulla mancanza della spediz. de' denari. Gnoli l'hai veduto? Abbraccia Ciro come io abbraccio te.
Il tuo Pecora

LETTERA 83.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni15 novembre 1827
Mariuccia mia
Eccoti il danaro in otto cartocci
1° Piastre: Sc. 55
2° Idem: 55
3° Papetti: 20
4° Idem: 20
5° Grossetti: 10
6° Idem: 10
7° Piastre: 50
8° Oroe argento sciolto: 50
Sc.: 270
Di Macchietti: 22:75
Per te: 247:25

Al mio arrivo faremo i conti.
Ieri serastando al caffèsi parlava della difficoltà attuale di trovare qui posti per Roma. Disse allora l'avv. Ciatti di avere in quel punto fermato due posti in una vettura buona per sabato mattinaed esservene ancora due vuoti. Mi feci insegnare il vetturinoe subito corsi a fermarne per me. Partirò dunque dopodimani con buona compagniae arriverò a Roma domenicameno qualche circostanza imprevista. Quasi contemporaneamente con me giungerà la vettura cogli arazzi. È un vetturale con cui Peppino ti mandò del danaroe tiene stalla qui in casa. Ancora non so quanto dovrai dargli: te ne avviserò dimani per la posta. Il sacco è di Peppino. Ti abbraccio di vero cuore.
Il tuo Pecora.

LETTERA 84.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni16 novembre 1827
Mariuccia mia
Ancora sono quie la causa di ciò consiste tanto nel perdimento di tempo per l'affare di Silvestroquanto nel non avere prima trovato vettura. Ieri impostai per la diligenza Sc. 270e unii nel pacco un foglio in cui ti avvisava che io partirei dimani mattina sabato 17 onde arrivare a Roma nel dopo pranzo di domenica 18salve circostanze accidentali. Temeva quasi però che detta notizia che ti avrebbe dovuto giungere ogginon ti giungesse che Dio sa quandoed anche dopo il mio arrivo perché ieri al giorno la diligenza non passò e si temette che tarderebbe qualche giorno per le molte nevi cadute a Colfiorito. Finalmente è passata questa mattina circa le 10cosicché tu avrai il danaroil mio foglio accluso e la presentetutto contemporaneamente. - Mi dispiace assai che tu abbia a perdere la buona occasione che ti si era presentata di rinvestire il danaro di Silvestro; ma che vuoi fare? Adesso non sarei più in tempo neppure di farlo avvisare: e poi non vi sarebbe neppure la nostra convenienza di cedere così presto. Lascia fareche ho bene istruito Garavita (il quale è guarito) e ci sentiremo fra lui e me per lettera. Egli crede che Silvestro cederà: in tutti i modi per adesso è bene che io parta un poco alto con lui. Peraltro non è mica vero che Silvestro abbia di sicuro aff.to sedici mesi e mezzo: io non sono così gonzoe nella quietanza fattagli per gli Sc. 90 ho ben detto che quantunque io riceva adesso l'annata invece che al primo Aprile 1828io non dovrò per ciò esser vincolato nella libertà di vendere il terreno a chi mi capiti in questi quattro mesi e mezzo; nel qual caso gli si dovranno rendere gli Sc. 90come di ragione. Questa per lui può essere una spina acuta che Garavita farà giuocarequando lo vedrà.
La lettera portata da Gnoli mancava di dataè veroe me ne venne il sospetto mentre io andava a letto. Ma che vuoi che ti dica: lasciai Gnoli per andare a scrivere quella letteramentre egli si metteva a cenare per poi andar subito a dormiredovendo ripartire assai di buon'ora. Nel piccolo spazio di tempo ti dissi molte cosee la fretta mi fece dimenticare la data. Però ti era facile supporla da teperché quella di Neroni era del giorno avantie quella di Gnoli del giorno appresso. Gnoli impiegò due giorni a venire a Roma; vi deve essere giunto mercoledì 14: dunque la mia lettera era della sera di lunedì 12.
Il vetturale che porterà gli arazzi le cornici ed i chiodi doveva partire dimani: forse starà un altro o due altri giorni: sarò dunque io in Roma al di lui arrivo. Non gli si dovranno dare che paoli sette: sei contenta? Ti abbraccioMariuccia mia: fallo tu con Ciro: e domenica lo faremo tutti e tre insieme. Addio.
Il tuo P.

LETTERA 85.
A GIUSEPPE DEANGELIS - PESARO
[1 gennaio 1828]
G.mo mio Sig. Deangelis
È già compiuto l'anno dacché per effetto di Sua mediazione noi abbiamo sospeso le due cause contro la famiglia Antaldi per le quali già anteriormente avevamo i mandati spediti. Pochissimo abbiamo avuto in quest'anno; e intanto oltre i frutti arretrati vanno correndo gli attuali; giace il capitale derivante da Conti di funzioni e spese fatte dal defunto mio suocero e non se ne paga compenso; resta il censo senza fondo censitovenduto con poca fede dai Sig.ri Antaldi etc. etc. - Io dunque indignato da tante mancanze di paroladistrutta in me ogni reliquia di pazienzae fin anche di ogni riguardo verso le promesse di V.S. feraci sino ad ora di sì poco fruttoLe protesto col presente biglietto di andare senza alcun altro momento d'indugio a por termine ai mezzi legalionde ottener tutti i fini qui espressiin via la più rigorosa. Non si maravigli del mio procedere giustissimo: io invece mi maraviglio altamente della spensieratezza biasimevole dei Sig.ri Antaldie dirò ancora delle fallaci promesse di V.S. - Mi creda pieno di riguardi.
Di casa primo del 1828.
D.mo obb.mo serv.re
Giuseppe Gioachino Belli

LETTERA 86.
A FERDINANDO MALVICA
SEGRETARIO DELL'ACCADEMIA TIBERINA - ROMA
[7 gennaio 1828]
Chiarissimo Sig. Segretario
Corre già qualche anno da che que' rispettosi nostri Colleghi i qualichiamati dagli annuali suffragi a reggere l'Accademia nostra coll'opera e col consiglioseggono in alto dove voi oggi sedete: tutti o Padri onorati di famigliao gravi Ecclesiasticio dotti dottorio integri magistratio splendidi patriziio studiosissimi giovani; corre già qualche annoripetoche que' nostri rispettabil colleghi mentre singolarmente presi uno per uno vi allacciano con la soavità delle manierevi edificano con la giustizia del cuoree v'incantano con la finezza del giudicioassociati poi appena in collegio e accinti alle consigliari deliberazioniperdono tosto miseramente la stella polaree balzano là a modo di naufraghi ad un postoche quasi sempre per verità lor si propizia non perché intendono eglino drittamente a cercarloma sì perché con meravigliosa aberrazione della natura va loro il posto stupendamente all'incontro. Ammissioni di candidaticacciate di accademiciformazioni di ternecollezioni di uficiidecreti di onorinegazione di premiicensura di operecollezione di pecuniachiamate di sociiinviti a comporreapplicazione di principiiuso finalmente di mezzitutto per non so quale destino quasi dirò deputato allo sforzo della nostra Accademiarinchiude alcun vizio di formae qualche germe di vergogna.
Di varie cose mi sono io di tratto in tratto richiamatosopra molte ho mormoratoin moltissime ho usato pazienza. Oggi però che fuori di bisogno dell'Accademiain onta delle leggi suee contro il rispetto della formalitàcotanto pur necessarie alla incolumità della sostanzaveggo essersi dal testè cessato Consiglio proceduto il 31 dicembre a deliberazioni immaturealzo liberamente la voce e me ne dolgo al consiglio novellodel quale voi tenete i segreti.
Il giorno 5 dicembre fu a me dal bidello dell'Accademia presentata una lettera data pel Consiglio pro tempore dal Segretario annuale Sig. Pietro Sterbini il 22 allor recente novembre nella quale a ciascun socio si proponevano sei articoli di esame intorno ad una innovazione desiderabile in comune nell'ultima adunanza generale dell'anno; cioè la nomina di un archivista perpetuo a cui venisse affidata la cura e il buon ordine di tutti gli atti riguardanti il nostro letterario Instituto. Lessi io la lettera e mi ingegnai di ponderarne le gravi ragioni che persuasero la sapienza del consiglio ad accettare a pieni voti la proposizione fatta di quella novità da due egregi suoi membri: ma o fosse tardità del mio ingegno nel penetrare le troppo recondite utilità del progettoo soverchia tenacità di amore verso quelle leggi chein riforma delle vecchieio insieme con altri quattro miei colleghi fondatori compilai il 14 gennaio 1816 per facoltà delegataci nell'Adunanza generale del Xbre 1815; o fosse in fine vera inefficacia di esse ragioni a convincere chi non si trovasse preoccupato di mente e di cuore; quest'una cosa è certa che la persuasione del Consiglio in me punto non trapassò.
Preparatomi però sopra cadauno de' sei articoli un buon corredo di rilieviio me ne stava tranquillo aspettando l'adunanza generale del 31 dicembre bandita ordinariamente nel consueto elenco di prose già distribuito fin dal principio dell'anno. Giunse finalmente quel giornoe quich. Sig. Segretariocomincia il soggetto del mio attuale richiamocol quale intendo di provare e di chiedere che l'adunanza generale del 31 dicembre 1827 sia nulla essenzialmentee come tale se ne debbono cancellare tutti gli atti che possano esservi nati. Io mi recava dunque in quella data all'Accademia Tiberina onde assistere all'adunanza generale ordinaria dopo il solito letterario esercizioe in quella perorare a difesa della integrità delle nostre leggiquando mi venne saputo per via essere l'adunanza già terminata e sciolta dal Sig. Presidentee in quel punto andarsi tenendo il letterario esercizio fra que' pochi soci che vi avevano assistito. Me ne ritornai allora indietro stringendomi nelle spalle come uomo incapace di spiegare il come e il perché quella cosa accadesse. Ma nel giorno consecutivo tutto divenne palesequando dimandatine varii accademicialcuni mi risposero di nulla saperne meglio di mee altri mi favorirono la spiegazione del fatto dicendomi il Sig. Presidente avere opinato e per intimo speciale procacciato di anticipare straordinariamente alle ore 23 1/2 quell'adunanza che ordinavasi doveva tenersi dopo il solito letterario esercizioaffinché non si protraesse troppo in lungo la sera destinata a certa solennità che con pompa magnifica di parole e di atti in effetto si consumò: e mi dissero di più come terminata e sciolta quell'adunanza straordinariamente già intimata per apposito bigliettoil presidente dopo il letterario esercizio con appello verbale ai presenti ne convocasse una secondaper darvi compimento alle cose che per difetto di numero legale fra i membri del consiglio non eransi nella prima adunanza potute completamente ordinare né definitivamente risolvere.
Voi sapetech. Sig. Segretarioe con voi tutti coloro lo sanno ai quali non è occulto lo spirito delle nostre leggi né fosco il generale lume del discorsoche onde possa dirsi legale un'assemblea in cui abbiano voce tutti i domiciliati nella terra dove si adunaa tutti quelli ne deve precedere ufficiale notifica e intimazione e ciò al giudizioso ed ovvio fine che tutti intervengano a usare lor drittoa dire loro sentenzae udire l'altruionde chiarire la materia in discussione e scambievolmente persuadere o essere persuasi. Che se si comportasse il mal uso di intimare chi sì e chi notosto inverrebbe l'abuso di far chiamata a coloro soltanto de' quali anticipatamente si fosse esplorato il consiglio favorevole alla massima controversa e così vincerebbesi pienamente ogni partito: lo che è sempre con ogni diligenza di cure e severità di sanzionida vietarsi prima e punirsi dopo del fatto. Ora delle due adunanze tenute il 31 io non potei assistere alla primaperché non ne ricevetti l'invito: non potei assistere alla secondaperché la convocazione e il successivo scioglimento della prima me la fece ritenere quale era di fatto disintimata; e quello che accadde a me avvenne eziandio ad altri sociide' quali io non nominerò qui per cagioni di esempio che i soli Sig. Lovery e Tenerani. Così le ragioni che io aveva per operare contro il progetto di legge andarono in vano; e s'impedì che io con argomenti da altri non avvisati potessi volgere i consenzienti al mio votoo che i consenzienti con le riflessioni loro da me non saputepotessero svolgermi dalla mia opinione: in ambedue i quali casi un lodevole effetto doveva sempre risultare alla incerta giustizia della causa in arringa. E che molto io mi tenessi buono a dire non dubitatech. Sig. Segretario; ma piuttostose voletemaravigliatevi pure della vanità di mia presunzione. La conseguenza avrebbe risoluto il problemae il fine provati i mezzi. In verità molto avrei detto e prima e dopo la nomina dell'archivista: prima della nominadimostrando agli accademici la vanità di tutto il progetto; e aprendo loro gli occhi con vergini prove sulla malizia precipuamentee sul rischio del sesto articolo di quello: dopo la nominasostenendo che l'atto disteso per dar forza di legge al partito già vintoimplicava ed implica una imperfezione ed un biviodi cui si vedrebbero gli effetti appena il nuovo segretario e l'Istoriografo dell'Accademia si accorgessero non essere nel detto atto con esplicite parole state cancellate le disposizioni degli art.li 1819 e 20 delle leggi nostrein virtù de' quali possono e debbono entrambi contrastare all'eletto archivista per l'esercizio delle conferitegli attribuzioni rivendicandole a se stessi dacché l'inclusione di una cosa posteriore non importa esclusione di un'altra preesistente. Intanto io non potei parlarené con me poteronlo altri sociie di questi quando anche non fosse seguita alcuna scambievole persuasione delle parti discordis'ignora poi infine quale sarebbe stato il colore de' voti segreti. Ioripeto ancoranon potei parlare perché non intimato; e se la non intimazione di un accademico avente diritto fa nullo tutto ciò che lui insciente si delibera e si risolvela prima adunanza straordinaria del 31 e molto più la seconda convocata senza alcuna regolaedireiquasi con sorpresa e per modo d'insorgenzasono di dritto nulle e come non fatte. Né gioverebbe a chi venisse mai in capo questa bizzarra eccezionel'oppormi una negligenza del bidello.
Gli atti che si emanano senza preventiva citazione non sono già nulli per ciò che non fosse consegnata la citazione al cursorema sì dove dal cursore non fu presentata al citando. Il tribunale potrà sì gastigare il cursorema gli atti mal fatti per sua negligenza non saranno perciò meno nulliperché nati insciente la partela quale dovevae non il cursoreessere avvertita. L'Accademia deve chiamare me: io riconosco lei: ella vigili sulla diligenza di chi può comprometterla.
E qui vi dimando ossequiosamentech. Sig. Segretarioche la presente mia lettera sia da voi passata al Consiglioe quindi letta alla prima adunanza generale in figura di formale protesta e di speciale mozione per la nullità delle ripetute due adunanze e degli atti usciti da quelle.
E pieno di tutti i sentimenti degni di voiho l'onore di dichiararmi
oggi7 gennaio 1828
Vostro servitore e collega
G. G. Belli

LETTERA 87.
DICHIARAZIONE FATTA DAL SOTTOSCRITTO NELL'ADUNANZA GENERALE DELL'ACCADEMIA TIBERINA LA SERA DEL 28 GENNAIO 1828.

Quando iocon alcuni compagni eguali tutti di studii e di desiderio di gloriafondai questa oggi famosa Accad.a Tiberinaebbi in pensiero di stabilire un nodo di pace e di amoreche molte persone unisse ad una medesima lode. - Oggiche vedo deluso il mio scopo vi rinunzio per sempree mi dichiaro cancellato dall'albo degli Accademici tiberininon piacendomi di partecipare di un onore amareggiato per l'una parte dell'Accademia da soverchia offesae per l'altra da eccessiva pazienza. - La mia perdita è di niun momentosiccome saggiamente opinò un rispettabile membro dell'attuale Consiglio. La Accademia ha molto e moltissimo può avere di che ristorarla. Nulla però ha l'Accademia Tiberina di che riparare al mio amor proprio oltraggiatodapoiché sa così umanamente soffrire i colpi che si danno alle sue leggi fondamentali. Questo è l'atto della mia ultima volontà e libertà accademica.
Giuseppe Gioachino Belli
uno de' fondatori dell'Acc.a Tib.a

LETTERA 88.
AL CAV. PIETRO E. VISCONTI ACC.° TIB.° - ROMA
[10 febbraio 1828]
Chiarissimo amico
Ho udito che voi incliniate a credermi disposto a ritirare la mia rinuncia tiberinaqualora il Consiglio non l'accetti. Questa opinionenata forse nel vostro animo da qualche mal inteso che sia occorso ne' nostri colloquii in propositomi pare meritare di essere da me chiarita ondenon faccia sì luogo in alcun tempo ad equivoci sulla natura della mia volontà. Io vi lasciai padrone di insinuare al Consiglio il rifiuto delle tre note rinuncieperché padrone realmente ne sietené autorità alcuna potrebbe da me partire per allontanarvi dal vostro divisamento: ma aggiunsi poi essere mia intenzione di considerare sempre la rinuncia mia per valida e ferma. In questo pensierocaro amicoio sto e starò immutabile. E lo ripeto a voi in questo fogliosiccome in voce a tuttiaffinché non accada che allorquandocome speroil Consiglio Accademico mi cancellerà dell'albo de' sociiquell'atto sembri anzi un commiato che una partenza.
Fate voi ciò che le vostre cortesi massime vi dicono bello: io continuerò quello che il mio carattere mi fece giudicar buonoe restiamose non più colleghi nel fiacco vincolo tiberinocolleghi nel modo più saldo della reciproca stima e dell'amore sociale.
E con tutti i sentimenti degni di voi mi confermo vostro amico e servitore
Gius.e Gioach.o Belli

LETTERA 89.
A MADAME HORTENSE ALLART DE THÉRASE
[Le 20 mars 1828]
Madame
J'ai lu vôtre beau romanet je vous en dire un motbien que je connaisse cette règle établie par la prudence de ne jamais donner des conseils et d'avis à qui n'en démande pas. Vous trouverez par conséquent dans ma démarche plus de franchise que de politesse. Mais comme je crois vous avoir comme femme supérieure et dégagée des outrances qui constituent la pluspart des bienséances de la sociétéje hazarde d'enfreindre auprès de vous cette loi vigoureuse pour m'éléver jusqu'à vôtre caractèreousi vous voulezjusqu'à vôtre indulgente. Ce sera tout dit sur les impressions que la lecture de vôtre ouvrage m'éxcitalorsque je vous aurai assurée que je l'eusse répétée très-volontiers si ce n'eût été la crainte d'abuser de vôtre prêt. L'attention suppléa cependant au retour; et je conserve et conserverai pour long-temps cet enthousiasme de penséesces émotions de coeur et ce trouble d'espritdont vous savez si bien le secret.
Peu de livres de cette éspèce peuvent amener un lecteur non commun à réfiéchir autant que vôtre Gertrude le fait; très-peu lui inspirer un intérét si vif et si constant dans des bornes aussi étroites que le salon d'une société à la modela maison d'une familleles murs d'une rétraiteet le coeur de deux amants. Il faut beaucoup connaître la nature humaineles ressorts des passions et les mysthères de la méthaphisique pour s'emparer de la sorte de l'esprit des hommes avec si peu de moyens et sans le divertir. Il est nécessaire d'avoir profondement médité sur la politique des étatssur les bésoins des peuples et sur les verités de la philosophie pour dévélopper avec tant de vigueur et de noblesse des principes sublimesimportantsvraismais égarant à la fois une raison non radicalement affermée à faide de la méditation et à l'école de l'expérience. Vous devez avoir reçuMadameune âme assez mâle et énergique; vous avez dû beacoup voir et entendremais plus encore écouter et comprendre; vous avez dû sentir plus que vous n'ayez observé et compris. Vôtre genie vous traça une route sur la quelle vôtre coeur et vôtre âme furent vos meilleurs guides; vous avez visé à un butdont les plus grands modèles de l'art vous dévoilérent la hauteur tandis que vôtre originalité vous en applanit l'atteinte.
Un langage plein de grace et de persuasion; un style par moment modeste et hardimais toujours passionné et enchanteur; une exposition salutaire des troubles du monde; un essai frappant des dangers et des espérances de la vie; une peinture animée des longues douleurs et des courtes consolations humaines; un contraste bizarre de la destinée inevitable avec celle que les hommes se créent; un tableau expressif des dommages et des ressources qu'on peut trouver en soi même et au déhors; une nuance délicate mais apercevable entre les lois de la nature et celles de la providence; voilaMadamece que vôtre ouvrage renferme digne de fixer les regards des gens éclairés. Aussi je pense que les personnes d'une classe inférieure ne sauront guère s'y amuser et par conséquent ils l'appreciéront au dessous de sa valeurcar ce qui donne du prix au mérite c'est toujours l'agrément.
Mais du fond même d'où nait l'objet de mon admirationje voisMadames'éléver le sujet de mes doutes. Je veux plutôt m'éxposer à avoir le tort qu'à vous cacher ce qui prend àmes yeux un aspect de raison. Je crainsMadamedeux choses qui seront pourtant l'une et l'autre sans fondement; la première que vous n'ayez pas assez suivi les événements qui pour la pluspart eússent peut-être donné à l'ensemble le charme sûr de la varieté sans nuire à l'unité et à l'intérêt principal; la seconde que vous ayez un peu trop poussé quelques caractèreset précisement ceux de votre héroine et de son amant.
Etquant à la premièrepasse que vous tranchiez aussi brusquement sur la société de Paris et sur ses intriguesdont vous vous étiez si heureusement servie dans vótre machine jusqu'à un certain point de l'ouvrage; l'on pourrait me repondre que il n'en était plus bésoin. Passe encore cet oubli soudain des ennemis de Gertrude et de leur vengéance irritée; passe le silente sur le denoûment du sort périlleux de Charles livré aux poursuites d'une police rusée chez un protecteur équivoque qui agissait par seul intérêt personnel choqué bientôt et détruit dans le mauvais accueil de ses voeux. Passe enfin le départ mystherieux de cette pauvre Julianeles passions et les malheurs de laquelle nous avaient trop émus pour ce que sa fin ne méritât pas encore des paroles et des larmes. Ce mysthèrej'en conviensne manque pas son effet avec l'éspèce d'effroi qu'il nous jette dans fame attendrie; cependantje ne saisj'y trouve un vide que j'aimerais mieux rempli autrement que par la seule terreur.
Mais Léonor! La bonnela chastel'aimable Léonor! Mais Pélage! cet amant si épris de ses attraits et de ses vertus! Mais Mr. Müller! ce mortel généreux qui ne craint pas de sacrifier les dernières affections de sa vie à une femme adorable si non adoréeà un amour presque autant fatal à son bonheur domestique qu'il l'était à sa vanité. Ne nous pas dire même un mot de leur félicité ou infélicité reciproques après ce divorce annoncé à peine!
Hedwige partHedwige meurtet sa mort nous est rapportée en des termes si touchants! Certesdans l'action général elle avait joué un rôle bien tendre et affectueux; mais pourrait-on le comparer à celui de sa soeurou du moins le lui préférer?
Vous reduisez donc tout-à-coup vótre roman presqu'à deux personnagesvous employez le 3.me volume presque tout entier à anatomiser pour ainsi dire deux coeursà analyser une fiamme jusqu'à ses éléments les plus étheréesà occuper le lecteur d'abstractions des choses aux idéesà leur rétracer l'image d'une passion trop souvent sans limites et trop parfois limitée par une puissance d'âme miraculeuse et par des subtilités intellectuelles mieux singulières que rares. Là tout l'univers a disparu devant vos yeux. Pour un traité de moeurs cela irait à merveille; mais pour de moeurs en actionpour des passions considerées en rapport avec leurs sujetsenfin pour un roman qui doit ressembler à une histoirepeut-être foudrait-il ménager d'avantage les esprits et ne les pas fatiguer avec un luxe de speculative qui les épuise tout en les extasiant.
Or c'est précisement là que s'appuye la deuxième partie de mes timides plaintes contre cet ouvrageainsi d'ailleurs admirable par tant de sublimité. Je le répète: me tromperais-jeMadameou n'auriez-vous point poussé trop loin vos principaux caractères? Vous avez du talent et de la conscience plus qu'il n'en faudrait à plusieurs écrivains à la fois. Examinez donc sans prévention et sans amour propre si mon opinion est juste ou non; et daignez m'éclairer si je vis dans l'erreur. En général j'ai toujours cru incontestable à l'égard des peintures morales que tout ce qu'on n'ait pas trouvé en soi mémeil faille le chercher dans la société moyennant une observation mûre et une analyse assidue et scrupuleuse. C'est pas ce seul moyen qu'on surprend la nature et qu'on la copie. Ce qui n'est d'aprés nature n'est vrai; et l'imaginaire pourra bien frapperémouvoirébranlermais il ne laissaira aprèes lui rien de solideil ne fera jamais du bien. Il est hors de question que la nature se plait quelquefois des éxtrémités et se jette à l'extraordinaire: cependant Aristote qui prévit l'écueil où échoueraient les auteurs dont l'imagination fouguese se laisserait séduire par ces effortsleur remontra de se défier de la vérité elle-même quand elle ne portàt la masque de la vraisemblance; ce que Boileau a depuis répeté en ces termes:

Jamais au spectateur n'offrez rien d'incroyable:
Le vrai peut quelquefois n'étre pas vraisemblable.

Je finisMadamepour vous avouer ingénuement qu'en lisant de quelle manière vous raisonnez sur l'amourje fermai souvent mon livre pour me proposer ce problèmeque je ne sus pas résoudre: ou personne au Monde n'a connu l'amour comme Elleou Elle est trop au dessus de l'amour.
Pardonnezde graceune témérité que je vous prie de répéter à deux causes différentesc'est à dire vôtre grandeur et ma petitesse.
Je suis avec tous les sentiments dignes de vousMadame
vôtre tres-dévoué serviteur J. J. Belli.

LETTERA 90.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Narni 10 settembre 182[8] ore 10 antimerid.e
Cara Mariuccia
Otto orzaroli! Chi li cercasse non li metterebbe insiemee io gli ho trovati senza cercarli! Mi stanno tre dirimpettouno di fiancodue in serpae due sulla canestra sovrapposta alla volticella. Non parlerò delle belle camiciuole di vellutino e di tela rigatina; non de' soavi berrettini di lanetta livida e di refe incorniciati di filetto rosso; non de' sudori beneolenti aglio o simile senso piccante sotto il senso piccato. Tutti o di Novara o di Domodossola parlano la gentilezza del loro gergoe si rivolgono tutti con certo rispetto orzarolesco al mio vicinoil quale perché si dimostri per di più di essi basti il dire che porta le faldebenché non abbia cappello.
Lo compra a Milanodove si risparmiano due paoli e anche 25 baiocchi. La buona gente non sa risolversi di prendere per un orzarolo anche me quantunque si conosca loro negli occhi che ne muoiano di voglia: ma le falde mie pare che abbiano sin qui più virtù delle già sullodate.
Per me se muoiono di vogliapovera gente muoia purenon parlo sino a Milano.
A porta del Popolo dove montarono ad associarmi alla loro sortequel dalle falde principiòbrusquement et sans trop me ménagera stringermi con le sue dimande quasi sotto il torchio de' suoi maccheroni (e dice di averne uno bello nella stanza di dietro; aggiungeremo alla bottega). Ma alla quarta dimandase pure ci si arrivòi muscoli della mia faccia già gli avevano dato le risposte per cento; cosicché tutto orzarolo che fosse conobbe il suo tempo e vide che aria tirava.
Un altroche io dentro di me chiamo il Balafré perché è concio nel muso come il Duca di Guisala prese per la strada del tabacco: Ne gradite una presa? - E io: Graziee viso duro. Se accettavo era finitaperché tabacco presoamicizia fatta: questo è un assioma sociale.
Brava genteed anche istruita! Nel passar da Nepi seppe dire che quell'acquidotto porta a Roma l'acqua di Trevisotto alla quale terra noi passeremo domanidopo valicate aspre montagne che l'acqua salta a piedi pari. Già tutti sannoe chi non lo sapesse lo impariche l'acqua di Trevi viene da Trevi Umbra dove si muore di sete. Che se i condotti romani accennassero un'altra direzionesi chiude gli occhi e col cervello si rivolgono a qual punto cardinale si vuole.
Buona gentee anche civile! Ieri sera a cena tutti dicevano che bisognava proferire agli altrimettere in precedenza agli altriinsomma favorire il Signore (cioè quel dalle falde più lunghe: io); e però tutti e otto mi dicevano in concerto: si serviscasoré. E fra la verità del vino chi mi diede la notizia stupenda che il granturco ha chiesto al Papa il passo libero per Ripagrande perché fa la guerra col Re di Moscovia; chi mi narrava le ricchezze che il padre aveva lasciato a loro dodici fratelli di due madrispecialmente in vacche che ne aveva quindici. Ogni persona che sappia di contitrova con poca fatica che toccò una vacca e un quarto a fratello. - Quale mi dava gli indizii per distinguere l'olio buono dal cattivoil più sicuro de' quali faceva consistere nell'assaggio; e quale finalmente alzandosi da tavola mi ruttò assai urbanamente in facciae servì per saluto.
Che ti pare? Veh mihibeato me! Ma io mi serro in una camera soloma io ho un buon libroma io sto in umore di godermeli. E questi tre riserbi li metto qui per calma di chiper dannata ipotesidubitasse della realtà della buona compagnia che il cielo mi ha largita.
Or ora a Terni. - Dalla presente arguisci della mia salute.
Saluta tuttidentro e fuori; particolarmente chi ci favorisce la sera di qualunque età e sessoe chi è talora la sera da me incomodato: dico gli eccellenti inquilini del primo strato calcareo del Signore del Piombo.
Mille baci a Ciroe mille a te. Io sono il tuo
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LETTERA 91.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
[Foligno12 settembre 1828]
Te l'aveva detto ioMariuccia mia? L'avrebbe capito un tonto che in quell'ottavario d'orzaroli si annidava grande dottrina. Questa mattina all'alba abbiamo avuto una lezione di fisica e poi subito appresso un'altra di filologia. Sin ch'è stata notte si è mantenuto quel silenzio in cui gl'ignoranti e i dottori fanno una stessa figura: ma non appena il sole è comparso ad illuminare i cocuzzoli delle montagne della Castagnache tosto una simpatiaesistente senza dubbio fra gli esseri di questo sublunaremettendo in consonanza e in mutuo rapporto la interna luce morale de' miei novaresi e domodossolani colla esterna luce fisica di lassùhan tutti e otto principiato a dar fuori con bei ragionari che un francese tradurrebbe col nome illustre di Caquet. Il Sole è stato definito per un fuocoil fulmine per un altro fuocoe l'acqua per una cosa che non si sa veramente cosa sia ma che è nemica del fuoco; e all'acqua e al fuoco il Signore dia loco. E i fiumi vengono tutti dal mareegrandezza di Dio!vi ritornano tutti: perché il mare è una gran quantità d'acquapiù alta delle montagne: e però va su su e poi scende giù giù; e non è più salata perché le montagne son dolci! Povere Colonie se se ne accorgono i caffettieri.
E molti torrenti non arrivano mai al mare perché si perdono per la seccaperché quando la terra è secca non viene acqua che non si lecca. E l'acqua in francese si chiama Aòha risposto un altro dottore degli otto: e così è stato che dalle investigazioni naturali si passasse con belle transizioni alle disquisizioni dialettiche. Io sono stato assoldato con Napuglioneseguitava a dire l'ottavino artebiancae so come che si parla in francese. Lo sapete voi come si chiama il brodo? Abbujò. E l'osteria? Obbergè. E il cacio? Frummag. E il prosciutto? Ciampò; e via discorrendo. Ora chiunque ha buon naso si accorge subito in quali situazioni abbia l'alunno dei galli appreso tanta glottica perizia. Dica chi vuole; viva Dio e la lingua francese!
Un uomo che conosce questo idioma cattolico può viaggiare per tutto il mondo a occhi chiusie può andareDio scampi ognunoanche in terra de' Turchidove si ammazza tanta carne battezzata.
E non crediategente miache non si dasse di barba alla povera Storia naturale che se ne stava in un cantone zitta zitta senza dar fastidio a nessuno. Iddio passò un giorno per una strada (quando ancora non erano inventate le diligenze) e incontrato Adamo gli domandò se avesse messo il nome a tutte le bestie. SissignoreSignorerispose Adamo: da Eva sino alle formiche e alli moschini (non erano inventati neppure i Microscopi per andare più in là) nessuna n'è restata senza. Ecco perché le bestie hanno tante cognizioni. E qui fila fila tutte le genealogie animaleschefra le quali osservazioni ho imparato per la prima voltaconfesso la mia ignoranzache la Golpa è figlia della cagna e del lupo: e così si spiega perché pare un cane e non è un canepare un lupo e non è lupoma aggradisce le galline in bocconi come l'uno e l'altro parente.
Il Re di Torino le distruì tutte prima che nel Piemonte se ne trovassero tante come adesso; e però beati in quel Regno i capponi! Un'altra volta sulle stregonerieargomento serio.
Per oggi è notte: buona sera.
Hai avuto le lettere di Babocci e Vannuzzi? Circa gli Sc. 12 rispondi con buona maniera di no alla dimanda di dilazione. - Per la Pelucca e per Malagotti vedo che ce n'andremo a novembre. - Giannocchi pagò que' due scudi che pretende aver dati mesi addietro; e dice Vannuzzi che ne ha quietanza dell'avvocato. Dunque restano Sc. 8. - Ho scritto a Mirabelli che se la intenda teco. - A tempo opportuno Vannuzzi manderà a te i denari per Ballanti. - Avendo esso pagato le dative di varij mesiil suo conto del trimestre scaduto residua a così poco che se tu credi posso conteggiarlo con lui al mio ritorno.
Ho parlato con Sanziconservatore delle ipoteche di Spoleto. Per la radiaz.e di Castelli basta un atto di consenso di brevettoe già ho scritto a Garavita di Spoleto; per la radiaz.e dell'avvocato basta la fede di morte legalizzata e la faremo al mio ritorno in Roma. Il Sig. Plinj ti scrive in quest'ordinario per un affare di Marcotte da consultarsene Biscontini.
Fra brevi giorni ti spedirà un ordine di Sc. 52: 43 a beneficio dello stesso Marcotte. Gli esiggerai per l'uso già fra noi stabilito. Ti salutano ProcacciPlinj e Fontana. Salutami anche tu sotto e sopra come il testo: baciami Cironee ricevi una buona stretta dal tuo Pecorinoche va a mutarsi in Parmegiano.

LETTERA 92.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Rimini14 settembre 1828alle 9 3/4 di sera
Cara Mariuccia
Manco male che ho sonno: se no poveri Orzaroli! Ti dovevo fare il racconto delle stregonerie e di una specie di astrologia giudiziaria in cui sembrano molto dottamente iniziati; ma ho sonno; e poi hanno principiato a seccarmianzi stiamo bene in là nella seccatura. - Bàstiti il sapere che gli stregonile streghei maghi (anche quelli innocenti del lotto) i fattucchieri e simili gentilezzefurono tutti da Gesù Crocifisso accondannati in ne le nozzi di Canna e Galilea dove che fu fatto il Conciglio di trentaindove Iddio disse che lui aveva creato Romala Francial'Angrinterrae tutto il mondo là... nel mondo fin che ce n'èper amallo e servillo in tutta un'internità e per questo Nové gli fece l'arca perché se salvassi dal diluvio di acqua come fece quanno che vinne tutto quel malanno dal Paradiso; e allora c'erano l'astrigoniche se so poi aritrovati li libbri de Magia sotto terra per opera del diavoloche se voleva addifenne al tiritolio del Regno suoche il Signore ci addelibberi a tutti.
Vidi Torricelli che mi volle seco la sera e la notte in una sua villetta. Combinò tutto così bene che la mattina si trovò pronta la carrozza onde proseguire il viaggio. Voleva disfare la mia scrittura e tenermi con lui per una settimana. Egli e Bertinelli ti salutano.
Passai da Fano molto a buon'orae appena potei lasciare alle Zuccardi (che anch'esse ti salutano) le carte di Pippo per Marcolini. La Battaglia è tuttora lì. - Ho qui veduto Ferrari che ti dice mille cose. Mariuccia miati scriverò da Milano dovesalvo erroresarò la sera di venerdì 19. Saluto tutti tutti e ti abbraccio con Ciro mio.

LETTERA 93.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Da S. Ilario17 settembre 1828
Cara Mariuccia
Bisognerebbe far spolverare le fratte almeno tre volte la settimana: così diceva oggi seriamente il mio orzarolo colle falde lunghevedendo a destra e a sinistra tanta polvere ch'era una miseria. Chi avrebbe mai pensato a un simile mezzo-termineho esclamato io tostocon una certa rispettosa cera da spaventato! Siete bravo assaiSig. Andrea. -Non sapreiha risposto il Sig. Andreadimenando la testai fianchi e tutta la persona come un'anguilla di Comacchio: Non sapreia me m'é piasso sempre d'entrà dentro in nelle cose; ma poi so' un ignorante perché la diollogia la sanno li scultori che leggheno tutti li libbri. - Oh vedete mo quanta sagacità e umiltà unite insieme come una minestra di riso e cavoli! Così mi piacciono gli uomini! Saperee nascondere; che questi altri saputelli sputaperle per lo più non sanno neppure dove il diavolo tiene la codacosa così chiara che basta chiederne a un caudatariote ne dice tanto da farti dottore. Dio volesse però che il comandare le feste toccasse una volta al mio artebianca (che fa pure il fornaio a socero) sarebbe così sempre giorno di lavoroe le cose camminerebbero meglioche adessobisogna dirloè una babilonia. Sissignoraogni mattina spazzare le frattee io ci metto del mio anche gli albericon una scopettina da destinarsi. In questo modooltre al bel ristoro del viaggiatore(che giacché soffre tantocon rispettonel culogodesse almeno un poco negli occhi) arrogerebbe altresì il conseguimento di quel primo secondo fine tanto essenziale nella vita umanadico la mundizia ossia proprietàcosa così necessaria alla conservazione della pulizia: e andatelo a negare senza pigliarvi una patente di jacomantonio. BastaSignore Iddioconfrontare le due parole onde convincersi di quanta analogia e corrispondenza passi fra le loro peculiari e corrispettive significazioni.
Bravo artebianca compellegrino mio! E non si vedrebbero mica più al mercato que' fruttacci impolverati e inzaccherati dalla cima dei capelli sino alle punte delli piedidi modo che nemmeno col raschiatore se ne torrebbe via la sozzura incozzata: e il coltelloDio guardi! perché persicacome dice il proverbio? persicapirapoma cum corticibus sunt meliora. L'orzarolo mio non sa il tedesco: però quest'ultima frase per verità non la dissema gli si leggeva negli occhie anche di peggio. - Ah! un pezzo per ogni terra murata vi vorrebbe d'uomini simili; e non vi rimarrebbe un canequel che sia un caneche non ne godesse il suo boccone. Già si sasi dice così per modo di direperché poi poialla fine dei finiil paragonare gli uomini ai caniehm ehmsarebbe veramente ciò che si dice da can barbone. Non v'è nessuna bestiapropriamente dettaa cui l'uomo non possa stare di soprae coi piedio colla rotondità posteriore della sua persona: sentimento del Sig. Andreatutta farina di quel testone d'uomo che bisognerebbe imbalsamarlo adesso proprio pel minor decoro che gli si potesse fare. E ognuno può capirlo da sé cosa si dica quando vi dice balsamo! Non per niente è stata fabbricata la città di Cantianoche Iddio ce la conservi in eterno come un'indulgenza plenaria. E dite che l'orzaroloanziche ambidue i quadrati di due orzaroli non l'abbiano capita; cuccù! Saltarono giù come otto saltimbanchiche sono gli animaletti i più saltatori; e dentro di slancio nella officina del Sig. Restituto Achilli; e poi fuori di trotto carichi di caraffine e scarichi di paolettiperché imparate anche questaogni caraffina costa un paolodi maniera che una decina torna a uno scudo romano: conto che si fa subito senza il ministero delle dita. - Forse costano care? Lo solo soc'è stato qualche panbiancovero panbiancoche ha detto essere troppi dieci baiocchi per una solacon licenzacoglioneria; come che la roba buona non costasse danari! Oh perbacco baccone vorrei mo vedere anche questa! Con una gocciola di quel portentoso esixir anti-stomatico si può comodamente far restituire il fiato a dieci uominie il Cielo sa quanto valga la vita di un uomo; e si troverà chi ama più un giulio che una tale boccetta! CoraggioSig. Restituto mioElla seguiti allegramente a fare balsamoe sino a che nel mondo vivranno orzaroliascolti bene la mia amichevole imprecazioneElla non potrà morire di fame. - Tutte queste cosecara Mariucciaio le dico per mostrare che so viaggiaree racconto le cose come stanno e dove stannoe non faccio come qualche svizzero cattolicoil quale dopo stato in un Cantone per 57 annifinalmente si mosse pel mondo nella età della discrezione; e avendo udito a Roma che un pover'uomo si era gettato giù dall'Arco di Parmaegli che scriveva sempre giornali e recitava notturnisaltò a casaetraffeteschiccherò giù come in Parma vi è un bellissimo arco antico e alto altoda cui è pio costume che si gettino a capo sotto tutti i casi detti disperati; e qui diede il Sig. Tedesco in erudizione perché s'incalzò per modo di similitudine il salto di Leucade. E un'altra voltae poi ho finitoall'udir narrare di una festa fatta alla Madonna di Costantinopoli con pubblici fuochi d'artifizio a piazza Barberiniraccontò nel suo giornale medesimo con una cristiana esultanza essere una voce maligna che i barbari facciano tanta oltranza alla gente battezzataperché benché i turchi non sappiano neppure il credotuttavia hanno permesso nella stessa città di Costantinopoli un simile spettacolo etc. etc. e qui veniva la descrizione di tutti i razzi.
ImparaMariuccia miae convinciti che il Mondo è come un banco di scuola: più vi si stapiù vi s'impara: quantunque circa alla seconda proporzione vi sia chi parteggi per la negativa.
Il vetturino ha cambiato tutte le tappe onde non ispendere troppo negli ordinari della Città. Dunque non ho potuto vedere né Piccardiné Emilianiné Papottiné Oloniné... chi altro? Non lo so: insomma nessuno. Dillo a Spada perché Spada lo dica a Biagini onde Biagini lo dica a chi gli pare. Scrivo questa lettera da S. Ilariovillaggio di assoluto confino dello Stato di Modena sette miglia prima di Parma. Sono le dieci: vado a letto. Un bacio a Cirone. Ricevi mille abbracci dal tuo P.

P.S. Porto meco la presente già scritta per impostarla dove potrò prima. Dopo dimani spero sicuramente di aver già fatto il solenne ingresso a Milano. È colà un susurro per questa notizia portata avanti dal vento che mi soffia dietro. Dicono che non vi si trovi più polvere l'ho presa tutta io in viaggio.

LETTERA 94.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Di Roma4 dicembre 1828
Gentilissimo amico
Eccovi una lettera scritta procuratorio nomine cum clausula ut alter ego. Il vostro amabile fratellooccupato oggi dalla guardia e immerso tutti questi giorni in un mare di faccendealla vigilia com'è di una partenza per lungo e glorioso viaggio; ha incaricato me di rappresentarlo negli uffici che doveva con Voi compiere: né in ciò le circostanze mi potevano meglio servire tanto è il debito di grazie che mi corre da riferire alla veramente obbligante memoria in che io sono rimasto presso di voi esempio di rara e delicata amicizia. Dal più riconoscente animo ho ricevuto i saluti vostri dal Cav. Filippo sempreché me ne ha recatie con tanta maggiore allegrezza quanto più il tempo crescente avrebbe dovuto lasciarmi rassegnatose non all'oblioa quella specie almeno d'indifferenza in che sogliono almeno gli uomini riporre coloro dai quali molti anni e molte miglia li divisero. Dalla quale vostra diversità di sentire e di fare io mi godo recenti freschissimi testimoni.
Io mi son qui da pochi giornireduce da Milanodove mi piace assai più la vita che altrove. Quella città benedetta pare stata fondata per lusingare tutti i miei gusti: ampiezza discretamoto e tranquillitàeleganza e disinvolturaricchezza e parsimoniabuon cuore senza fastospirito e non maldicenzaistruzione disgiunta da pedanteriaconservazione piuttosto che società secondo il senso modernoniuna curiosità de' fatti altruilustro di arti e di mestieripurità di cieloamenità di sitosanità di opinionilautezza di cibiabbondanza di agirispetto nel volgociviltà generale etc. etc.: ecco quel ch'io vi trovo secondo il mio modo di vedere le cose e di giudicarle in rapporto con me; e però se a Roma non mi richiamasse la carità del sangue e la necessità de' negoziilà mi fermerei ad àncorae direi: hic requies mea. Non ho sin qui veduto Parigima visitandola talora nei libri vi scopro eccessi di misura nel più e nel menoed io non amo di associarmi agli estremi. Gli assaggio per curiosità di palatoma poi cerco il ristoro nel mezzo: lì sta Milanomi pareo che piglio un granchio più grande del Gran Can de' Tartari. - E voi mio buon Neroni? Avete voi più viaggiato? Menaste poi i vostri figliuoli a Bologna? E qui fate plauso alla mia felice memoriase mai mi fosse già stato detto da Filippuccio. Come va il violino in cui uno particolarmente fra i vostri figli così bene si distingueva sin da quando io empiva il Piceno de' miei dolori colici? (Ma adesso sto come un b.f.: indovinala grillo). E siamo Nonni eh Neroni? V'è però una gran dolcezza in quei figlidolce che non conoscono gli schifi de' nonni denotanti che l'età va come il Mondo. - So le lodi della vostra amabile filodrammatica: so di lapidi... so anche che la carta è finita e i saluti non incominciati.
Dunque PadreMadresorelle e tuttiparenti amici e benefattorideo gratias! Vi abbraccia di cuore il vostro primo de' secondi
G. G. Belli
Palazzo Poli 2° piano.

Se Mariuccia sa che la ho cacciata in un poscrittocon tutti i saluti suoila mi ammazza: misericordia! DunqueNeronila mia vita sta nel vostro silenzio.

LETTERA 95.
AL PRESIDENTE DELL'ACCADEMIA PERGAMINEA - FOSSOMBRONE
29 gennaio 1829
Chiarissimo Sig. Presidente
Non in modo legaleè veroma per avventura ricordabile; non al Presidente dell'Accademiama alla persona del Presidente; non per iscritto in letterama a voce nella stessa sala accademicaio ebbi l'onore nel passato novembre di partecipare la infelicità delle da me praticate ricerche intorno al quesito direttomi.
Se l'Iconografia ci abbia serbate le sembianze del Pergamino.
Se pertanto mi veggo oggi giungere nella sua lettera del 2 cadente un testimonio del suo dolore per ciò che io non abbia eseguito il lavoro commessomi dall'Ecc.mo Consiglio per l'anno V; parmi che mentre anch'io debba rammaricarmi di averle cagionato tanto disgustom'abbia nulladimeno alcun luogo di consolazione dal vedere che il vero motivo del rimprovero dalla Ch. Sua Sig.ria indirizzatomi dipenda quasi più da dimenticanza d'incidenti e da uniformità di già stampata modula che non da mio fallo assoluto: da poi che la Ch. S.S. fra gli altri pensieri dell'accademico reggimento o non si è risovvenuta del fatto di Novembreo sovvenutosenepure non ha forse diliberato se quella particolare insinuazione avesse valore di salvarmi da porzione del meritato rimprovero delle benché umanissime note di biasimoodiliberatolo ancora non ha curato decidere se la mancanza di partecipazione di un atto importi sempre ed ineccezionabilmente la mancanza d'esercizio dell'atto medesimoa malgrado dell'assioma forense che contra contumaces omnia jura clamant.
Sopra altri ricevuti incarichi avrei io bene incorso in accademiche censurecioè per l'ozio della mia pennama in questo una benignità sproporzionata alle omissioni mie non farà sì che io non me ne accusi spontaneamente all'Accademia la quale con silenzio generoso volle risparmiarmi il maggior rossore di rimprovero meglio guadagnato. Se però unita all'accusa siami lecito mandare incontro all'indulgenza accademica una scusa del mio falloio dirò che una vita agitata da diversi agenti tutti nemici dell'ingegno e dei quieti studii mi tolse agio e senno per corrispondere degnamente al giudizio della aspettazione di un Consesso elettissimoil qualeattribuendo a tutti per gentilezza la stessa buona tempra di valore che in sé ritrova e sentenon deve poi essere ingiustamente ingannato con effetti troppo inferiori all'anticipato concetto.
Se mai nella presente mia lettera la sua perspicacia incontrasse frase o parola discordante col tutto umile rispetto e colla cieca rassegnazione che l'inferiore deve al superiore suome ne assolva la sua clemenzada poi che quantunque io non ebbi ribelle intenzione o talento mormorantepure già me ne pento per l'eventualità.
E voglia sempre graziosamente riguardare
Il suo servitore obbligatissimo
G. G. Belli
Socio pergamineo corrispondente

LETTERA 96.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - SAN BENEDETTO
[17 febbraio 1829]
Caro Amico
Ieri sera è arrivato vostro fratello carico di onori. Non l'ho veduto ancorama l'ho saputo da chi l'ha veduto. Eccovi una buona notiziama io non faccio nulla per nulla; e voglio da voi un piacere. Il 17 gennaio p.to scrissi una lettera al Sig. Luigi Tommasi di Ripatransone su certe vertenze in affari disgraziati che non debbono a voi riuscire un mistero. Egli non mi ha mai risposto. Non potreste voi semplicemente da qualcuno fargli dire che io (abitante al Palazzo Poli 2° piano) aspetto da lui un riscontro alla mia del 17 gennaio? Esco or ora da una malattia di reumae Mariuccia contemporaneamente da un'altra. Abbiamo poi Ciro malato anch'egli da 10 giorni di gastrica e attacco di petto. Ah! ma speriamo un migliore avvenire. Voi? I vostri? Fatemene tranquillo in questa stagione da Samoiedi.
Vi abbraccio di cuore
Di Roma17 febbraio 1829
Il Vostro amico Vero
G. G. Belli

LETTERA 97.
AD ANONIMO SVIZZERO
[30 luglio 1829]
Pregiabilissimo mio Sig. [...] Michele
Ho bisogno di alcune notizie svizzere delle quali niuno meglio di Leivicino come ella è al centro del governo federalepotrebbe favorirmie tanto meno altri lo potrebbe quanto più ai lumi che in copia debbono a Lei aver procacciati il Suo domicilio e la qualità Sua. In codesti luoghiElla accoppia altresì la cognizione intima di questo nostro paesee sa in conseguenza discernere sino a qual punto possano non discordare fra loro in una stessa persona i moderni principii che ne' due Stati le vecchie consuetudini e le nuove vicende abbiano conservatocambiato o rifuso. L'esordio non l'adombriné Le dia troppo magnifica idea delle mie dimande: le troverà semplicissime e non temerariee solo importanti dal lato della sollecitudine che deve stringere i padri al pensiero dei figli. Mi si suppone essere nella Svizzera varii stabilimenti pubblici dove si prenda a pensione giovinetti anche di tenera etài quali vi acquistano scienzeletterelinguemoralee ginnasticaqualche ornamento etc. etc. vivendovi possibilmente senza morbi e senza disordini. Vorrei dunque sapere quale fosse nella Svizzera lo stabilimento che fra tutti potesse essere a Suo giudizio il più convenire a un fanciullo romanodestinato dal padre a divenireper quanto le felici sue disposizioni lo consentanouomo religioso e non superstiziosoamico più dell'onore che della riputazionecoraggioso e non temerariofranco e non impertinenteobbediente e non vilerispettoso senza adulareemulatore senza invidiagiustolealevegetoagileamabiledottoerudito: insomma un uomo da riuscire la compiacenza de' genitori e l'esempio de' concittadini.
Inoltre quanto e sotto quali condizioni (tutto compreso) sia il carico pecunario da sostenersi dalla famiglia.
Quali i rudimenti preliminari e l'etànecessari all'ammissionequale sommariamente il piano d'istruzione e di educazione morale. Quanta la durata del convitto etc. etc. Ella m'ha a sufficienza intese: ho anzi troppo detto per la Sua penetrazione.
Dalla lettura e dalla conversazione io ho bene raccolto qualche indizioma tale che non mi mette in quiete né può equivalermi al voto d'una persona di mia fiduciailluminataamicae conoscitrice come dissi de' diversi rapporti sociali del giorno.
Più: in caso di Sua partenza da codesti climipotrebbe Ella indicarmi persona colla quale io avessi all'uopo una corrispondenza?
Insomma io ho ardito d'incomodarla: ma primaoltre al sentimento della Sua gentilezzame ne sono accresciuto il coraggio parlandone col Dottore Suo fratello che ha gli stessi Suoi sentimenti.
Ella ora col favorirmi da quel cortese che mi si è sempre mostratomi provi di avermi perdonato l'ardire.
E riverendolo con effuse di rispetto e di amicizia me Le offero tutto a' suoi servigi
Di Roma30 luglio 1829
Il Suo dev.e obbl.
[firma cancellata]
Palazzo Poli 2° piano

P.S. L'instituto di Fellemberg non sarebbe al caso?

LETTERA 98.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA

La sera de' 12 agosto 1829; Dal
più odioso de' paesi che s'incontrano
nella vita: Acquapendente!

Mia cara Mariuccia
Otto e quattro? in numeri arabi12 - I signori Mercadanti genovesi che non potevano soffrire il Sole partendo da Roma di giornoper istrana metamorfosi operata dal Dio Redicolo o Ridicolo si sono cambiati in quattro bravi Carbonai di Via Tomacelli che viaggiano a redeundo e tornano a Chiavari: due de' quali vanno davanti e uno di dietro; lo che tradotto in lingua più volgare vuol dire: Va sui baulli. Quel di dentro forse meriterebbe di star di fuori; ma come que' di fuori non meriterebbero di star dentrocosì vi sta bene anche lui.
Dunque8 dell'altro annoe 4 di quest'annoabbiamo compiuto la dozzina sotto gli auspici dell'orzo e del carbone. Degli altri due ad aliam. Anticipo la presente ad imitazione di un Duca del Sirmio onde ti arrivi il giorno in cui ti fu dato il nome di quel med.mo giorno: non so se ho detto bene. Voleva dire un beau-motma le testate nelle carrozze non sono le più proprie a risvegliare lo spirito. DunqueMariuccia miaabbiti vita lunga quanto posso desiderarlo io e lo saprà desiderare il nostro Cirosupposto in noi affetto.
In questo viaggio è curiosa! Dove non è passato il Corriere non vi è uficio postale: dove è uficio postale trovo passato il Corriere. Però anticipo oggi nel sabato 15seppure una pulce che ora mi mette pel capo l'Ostessanon dica la veritàcioè che di qui passino due soli Corrieri per settimanae il terzo per la via di Perugia.
Allora sabato non ti arriverebbe la presentee tu t'ingrugneresti. Ma che colpa n'ho io? L'augurio l'ho fattoe di cuore; ed ho sempre udito che gli auguri sono come le indulgenze e i suffragi: quando debbono arrivare arrivano secondo la intenzione di chi ne mandae non secondo il calcolo di chi ne aspetta. Dunquevada: e tu rispondivenga. Ti do vinto il quindicila caccia e la partita. Salutami tutti; e ricevi un abbraccio del tuo P.

Ciro mio caro. Papà tuo pensa sempre a te. Ricordati delle promesse che mi hai fatte: obbedienza e studio: allora ti vorrò sempre bene. Ti benedico.

LETTERA 99.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Firenze18 agosto 1829
Mia cara Mariuccia
Sabato a sera giunsi in questa Cittàdove non ho trovato quasi nessuno di coloro che conosco. La Torriglioni col marito e Landucci sono a' Bagni in Livorno. Il Sig. D. Carlo Pinotti a cui nella med.ma sera del mio arrivo ricapitai la lettera di Biscontiniera co' Rondinelli a Fiesole. Il giorno consecutivocioè domenica 16venne a Firenze per me; ma in tutto il giorno non mi trovò mai. Il Sig. Tagliani però mi aspettò la sera alla locanda per ricapitarmi un grazioso biglietto del Sig. D. Carlo. - Ieri pranzai col Generale Antonelli che ti salutae verso novembre passerà da Roma per Napoli. - I miei due compagni di viaggio non Carbonai furono un Sig. Gordoa Messicano di 32 anni versatissimo nelle letterature antiche e moderne d'Europa. Conosce la moglie di Gaetano Paris da prima che sposasse. Quando tornerà al Messicodopo i suoi lunghi viaggi che ora ha compiutociò che succederà prestomi saluterà i Paris. Se anzi vedi Checco Spadaa cui dirai mille cose per mepregalo che racconti in Casa Belli avere io mandato saluti al Messico anche per parte loro. - L'altro compagno di viaggio fu un fiorentino ciarloneal quale l'americano ed io abbiamo dato varie lezioni. - Dietro poi il legnosotto le chiappe del quarto Carbonaioviaggiava con noi una cassa di candelieri inargentaticome che in Toscana non vivessero candelierari. Eppure la dogana ci ha messo le mani sopranon badando all'interdetto che salva i beni di Chiesa. - Di' al Canonico Spaziani che se quel Signore dell'ombrelladel delfino che parlaquell'uomo che in latino significa Arteva ancora da Falconieriamerei che in di lui presenza dicesse o al Cavaliere o alla Sig.ra Teresa: un mio amico mi ha scritto da Firenze che dassi a lor Signori i saluti della famiglia Marracci. Forse vedrà qualche bel moto del Signore dell'Arteautore forse del libro dell'arte e di tutte le cabalette del lotto. A Roma racconterò al Canonico storie da farlo trasecolare. Altro che ombrella!
Alla presente rispondimi a Genova per dove partirò questa notte. - La mia salute è ottima; e la tua? Fai nessun bagno? FalloMariuccia mia. - A tuo comodo passa mille saluti ai Ricci e alle Terziani; come pure riveriscimi tutti i Signori della tua società. Ti abbraccio di vero cuore. Il tuo P.

P.S. Avesti la mia di Acquapendente?

Ciro mio carose vedessi che graziosi ragazzetti sono qui a Firenze! Studianorispettano tuttisono compostisaviigentili... E tuCiro mio? Pensa che ti fai grandee devi essere la consolazione di Mammà e di Papà. Abbi quindi in mente l'obbligo tuo.

LETTERA 100.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Genova26 agosto 1829
Mia cara Mariuccia
Sono in questa superba Città dalla sera del giorno 23. Vi starò sino al 3 di settembreessendo troppe le cose da vederee non basterebbe un buon mese stancandosi. Il 5 o il 6 sarò a Milano. Sto scrivendo la storia del mio passaporto. Allorché sarò tornato a Roma credo che messo in bilancio con l'oro varrà più dell'equipollente metallo: e i giri poi e le firme di tre quattro e 5 ufficii per ogni Città sono cose da poema: udrai. Se vedi Fossati digli che Orsolini non è mai tornato a Milano. Tanto egli che il Sig. Parodi mi guidano. Io però faccio molto anche da me.
Se vedi Biagininarragli che quantunque egli mancasse di lasciarmi l'indirizzo del libro che voleva da Minuccipure credo di essermi con questo spiegato; ed egli l'avrà colle solite spedizioni.
Un altro se vedi. Se vedi il M.se Morandofagli da mia parte ringraziamento dell'avermi procurato la conoscenza del Sig. Pagano Direttore della Gazzetta.
Mariuccia mia carasappi che i quattrini corrono come barberibenché io non abbia preso un divertimento propriamente detto. Questo è un discorso d'ogni annomi risponderai. È verobenché però altri nelle mie stesse circostanzeessendo anche più tirchi di me all'occasionespendono pure alla fin de' conti di più. Ma Dio te lo perdoni! Io spendoe la colpa è quasi tua. Me ne sto buono buono a Roma come un angelettoe tu mi vieni a provocare! Un altr'anno ti faccio cantare. Bella gratitudine! tu ripeti. NoMariuccia miaio ti sono gratissimo di quanto tu fai per mee Dio mi vede il cuore; ma allorché considero l'aggravio che questi miei viaggi resi ormai non necessarii arrecano alla casame ne vergogno. Ma di ciò basti.
Smanio di ricevere una tua lettera. Spero di averne dimani dapoichésecondo i calcoli che faccioil sabato 22 tu devi avere risposto alla mia di Firenze del 18. Temo sempre che o tu o Ciro stiate poco bene. Non v'è alcuna ragione; lo vedo; ma provo ogni anno di più che l'amore della casa e della famiglia si va in me accrescendo con l'età.
Ieri sera trovai in un caffè il fratello di Tavaniquello che ha per moglie la Frantz. È stato a Milanoe viaggia. Temo però che non ritrarrà dai viaggi lo stesso profitto che può ritrarre il fratello. Questo è un buon ragazzottoma a lumi si sta male. Insomma è il sartore.
A Pisagiovedìpranzai con un pulitissimo e graziosissimo uomoAubert Muradgià Livornesedi circa 50 annifiglio di A... [nome illeggibile]e negoziante e possidente in detta Città marittima. Finito il pranzo mi salutò colla maggiore cordialità e andò a gettarsi dalla cima della torre pendente. Dalle carte trovategli si rilevò avere già tutto premeditato. Io però non ho mai veduto uomo più presente a se stessopiù tranquillo e più indifferente. Mi dolse assaitanto più che aveva la stessissima faccia del fu Giuseppe Mazio mio zio. Forse colla morte volle prevenire qualche fallimento.
Che fa Ciro mio? Ti ubbidisce? Si ricorda le promesse che mi ha date? Studia? - Ah! Mi pare mille anni che non vi ho veduto! Ti abbraccio coi soliti sentimenti di affetto
Il tuo P.

LETTERA 101.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Milano5 settembre 1829
Mia cara Mariuccia
Non ho subito risposto alla cara tua del 22 agostoda me ricevuta a Genova essendo che il giorno anteriore a quello in cui mi giunse detta tua lettera te ne aveva già inviata un'altra mia in cui ti dava avviso del mio buono arrivo in quella bella Città. Altronde mi riserbava risponderti appena arrivassi a Milanoonde anche non accumulare tante lettere contro la probabilità delle incrociature: e appresso a tutto la spesa della posta è da queste parti veramente eccessiva tanto nel mandare che nel ricevere lettere. - Eccomi dunque a Milano sin da ieri mattina all'un'ora pomeridianaessendo partito da Genova il Mercoldì 2 siccome credo che ti prevenissi. Se non mi mancassi tuse non mi mancasse Cirose non mancasse la mia camerettacrederei d'essere a casa miatanto è gentile e affettuosa l'accoglienza che mi vanno facendo i buoni Moraglia. Scrivo in questo momento nello studio del caro Giacomo il quale lavora accanitoe ti dice infinite cose. Così ti saluta il fratello Peppe che ricorda anche Biscontini. - Trovai a Genova Gagginie mi rivide con estremo piacerefacendomi molte e molte dimande di te. - La lettera che mi dici avermi scritta a Firenze non mi pervenne: forse vi sarà arrivata dopo la mia partenza. - Credo che Parriani ti avrà incaricata egli stesso di spedirgli il danaro per la posta: altrimenti il danaro dell'impostatura andrebbe a nostro carico. Dopo l'avviso di tenere il danaro a sua disposizione egli doveva farti presentare ordine e persona ad esigere. Ma questa è piccola cosa. - Il foglio di Stocchiche il messo ha perdutofu cavato da me da vari altri fogli di perizie: mi dispiace però sempre simile perditain vista della estrema difficoltà che mi era costato l'indurre Stocchi a firmare dal 1826 in poidifficoltà forse aumentabile in una ripetizione di firma. Io meco non ho le carte necessarie alla rinnovazione del foglio smarritoné potrò però al mio passaggio per Terni fare altro che parlare con Peppino e con Stocchi. - Cercherò D. Antonio. La cognata di Moraglia non lo vide che una volta solae non se ne seppe più nulla. La curiosa è che detta cognata di Moraglia un giorno prima che io arrivassi a Milano aveva impostata una lettera di riscontro ad una che io aveva inclusa per lei fra molte altre agli altri amiciin quel pacco che consegnai alla Frosconi per Calvi: il qual pacco è stato da Calvi ricevuto di recente. Ed anche Moragliacirca 20 giorni faconsegnò una lettera per me ad un Milanesemuratore di professioneche si recava a Viterbo e poi forse a Roma. Dunque dette lettere hanno ricevuto il riscontro della mia bocca prima che io le abbia lette; ciocché farò al mio ritorno. - So che qui è Baruzziincaricato da te di salutarmi: lo cercherò. - Sino ad ora ti ho giuocato a coppe: ora mi è necessario di bussarti a danari. Mi dispiace assai di dovertelo dire; ma verso i 25 di questo mese non ne avrò più. È vero che quantunque mi tardassero da Roma qualche giorno oltre il 25non per questo qui mi mancherebbe da ricorrere. Fa il piacere di salutarmi chi ti chiede di mee ricevi da me un abbraccio affettuoso. Il tuo P.

Bravo Cirone! Mi volevi scrivere in carta bollata eh? StudiaCiro mio caro; e intanto io farò vedere a D. Antonio le due righe che mi hai scritto a Genova. Ti abbraccio e benedico.

LETTERA 102.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Milano14 settembre 1829
C. Mariuccia
Ricevo la tua carissimadata il 5 corrente settembre. Questa è la seconda lettera tua che mi è pervenutanon avendo io avuto prima di essa che l'altra del 22 agosto mentre io stava a Genova. Per la qual cosa ignoro quale specie di fogliorelativo a Vulpiani tu mi abbia dimandato. M'immagino dal contesto della tua a cui oggi rispondoche forse tu avrai inteso volere qualche carta di approvazione intorno alla cinquina di dilazione da accordarsi a quel debitore. In caso che la sia cosìqui annesso ti scrivo un foglio in cui ti do ampie facoltà di far tutto ciò che ti piace: se poi si tratta d'altrotornerai a parlarmeneed avrai pazienzagiacché io non ho ricevuto la lettera in cui me ne devi aver tenuto discorso. - Il giorno 5 ti scrissi altra lettera in cui ti tastava il polso con espressioni anche più chiarecome avrai udito. Ma siccome è probabileanzi quasi certo chedopo il 20Moraglia ed io andiamo a fare un giretto sui laghie a Luganoe a Morcòa vedere i parenti di Fossatinel qual giro impiegheremo circa otto o dieci giorniaffinché la lettera in cui mi spedirai (credo al solito) una cambialenon giaccia tanto in postanon sapendo io il preciso sul giorno della mia andata né su quello del mio ritornopotrai indirizzare la lettera a G. G. Belliil tutto in caratteri tondarelli e distinti. - Ho trovato presto D. Antonio. Egli sta benecelebra qualche messa di discreta elemosinae sta vicino ad andare a Marsiglia. Pare però che il pensiero di un ritorno a Roma lo vada tentando; ed io coopero alla tentazione. Non puoi credere quante cose mi dice per te e per Ciro; e saluta poi Rossi e tutta la conversazione. Qui a Milano è un nipote di Rossi. - Le Frosconi partirono per Parigi due giorni prima che io arrivassi a Milano: la madre lasciò al marito una graziosa letterina da spedirsi a Roma al mio indirizzopiena di belle espressioni per me e per te. La Battaglini le aveva scritto di volere andare a Parigi con loroe poi non si è fatta più sentire. - Cencio Galli da pochi giorni è qui reduce da Londra. C'è anche Zuccoli; c'è Frecavallic'è un mondo di gente che conosco. Goditise puoiqualche festa; ricevi mille saluti da Moraglia; abbracciami tanto tanto il nostro Ciro che benedico; e ricevi un bacio dal tuo P.

LETTERA 103.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Milano28 settembre 1829
Mia cara Mariuccia
Domenica 20 del cadente mese era il giorno in cui io doveva andare con Moraglia a fare il giro di cui ti parlai in altra mia. Ma siccome nel precedente ordinario io non aveva ricevuto tue letterecosì immaginandomi ricevere in d.° giorno in cui arrivava il corriere feci trattenere il legno fino ad ora di apertura di posta. Vi trovai infatti la cara tua del 15 contenente la cambiale Torlonia sopra Marietti per Lire austriache 305:50. - Già dal giorno innanzi io aveva dato all'amico Baruzzi un mio foglio per te. Ricevuta pertanto la tua lettera del 15 tornai a casa e scrissi in fretta un altro biglietto a Baruzzial quale feci ricapitarlo dal mio padrone di casaper dirgli che giungendo a Roma te lo consegnasse insieme colla lettera datagli il giorno avantionde tu avessi notizia dell'arrivo di d.a cambiale. Fatto ciò montai in legno e partii. Tornato ieri seppi da Frecavalli che Baruzzi partì realmente il martedì 22 come aveva stabilitoma che per certe ragioni avrebbe consumato in viaggio circa quindici giorni benché andando col corriere.
Vedendo io dunque che le mie notizie le porterebbe troppo più tardi di quello che io avrei credutoho pensato di rimediare al possibile con la presenteonde tu non abbia a stare in pena né per me né per la cambialequantunque l'avviso datoti da me precedentemente del mio giro per questi laghi etc. ti potesse pure spiegare in qualche modo il mio silenzio. - Il mio viaggetto adunque è terminato come cominciòfelicemente in veritàma fra diluvii continui. Ho veduto spettacoli prodotti dall'acqua. I danni di queste provincie subalpinee le rovine della Svizzera e de' luoghi circostanti sono orrendi ed incalcolabili. Il terribile di questa Natura commossa presenta pure un non so che d'imponente in riflesso specialmente della qualità de' luoghi sopra i quali ha infierito e infierisce. A voce ti narrerò in parte le scene di desolazione che s'incontranoe si odono qui raccontare. - Spero che il foglio che ti mandai per Vulpiani avrà appagato il desiderio che dovevi avere espresso nella tua lettera che non arrivò mai. Le circostanze che mi accenni intorno a' tuoi occhialle tue fatiche e ai tuoi imbarazzi mi disturbano assai. Da' mille baci a Ciro nostro che benedico. - Cercherò del Sig. Lucchi. - Circa alla valuta della cambiale te ne dico qui unite due parole che se vedrà anche Spada non mi dispiacerò. Ti abbraccio di tutto cuore. Il tuo P.

[In foglio separatocontinua:]

LETTERA 104.
Di Milano28 settembre 1829
Mia cara Mariuccia
Ebbi in tempo la cambiale Torlonia sopra Marietti per L. austriache 305:50 unitamente alla tua lettera in cui mi dicevi in data del 15 che su detta cambiale avrei avuto la perfetta valuta di pareggio di colonnati 50avendo tu pagato costì tutto il di più che costì e qua si sarebbe potuto pretendere pel cambio etc.onde nulla di meno mi giungesse dei detti colonnati 50 - Vedo tuttavia che il Sig. Torlonia è più amico di S. Matteo pubblicano che di S. Matteo divenuto apostolo. Il cambio de' colonnati era ed è di Lire 6 e centesimi 22 per ogni pezzo. Ecco il conteggio

I colonnati Lire: 50.
moltiplicati p. Lire austriache: 6:22
formano: L. 311:00
Ho avuto: L. 305:50
Scapito: L.5:50

cioè bai: 88. - Non so perché dunque il sig. Torlonia abbia conteggiato a 6:11 invece di 6:22a quanti il giusto cambio giungevaquandoché ancora quantunque il Cambio fosse stato al saggio più sfavorevoletu eri disposta a pagare a Roma la differenza. E neppure questo scapito si può imputare a provvigione del Banco Mariettipoiché tocca sempre la ragione che tu ti esprimesti di sborsare ogni peso al Torlonia onde a me giungessero netti i 50 colonnati. E già sono persuaso che uniti questi 88 baiocchiindebitamente ritenuti in onta del Cambio del giornoal molto più che tu avrai pagato a Romaper questa miseria di somma si sarà sopportato il 5o il 6 per Cento. Bel mestiere quello di S. Matteo! - Questo santo però divenuto apostolo predicò l'obbligo della restituzione.
Ti abbraccio di nuovo e sono il tuo Belli.

LETTERA 105.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Milano14 ottobre 1829
Mia cara Mariuccia
Nulla più disordinato del nostro carteggio di quest'anno. Per me tu sai che ti ho regolarmente scritto da ogni luogo dove sono stato. Vorrei lodarmi altrettanto delle lettere tuenon che tu non me ne abbia speditema che le avessi io ricevute. Già si smarrì quella prima in cui cominciasti a parlarmi di Vulpianila quale neppure ho più saputo dove mi fosse stata da te direttacome non so altresì se abbi tu ricevuto il foglio che per Vulpiani ti spediiné se andasse bene in quel modo. Insomma dalla tua del 15 settembre latrice della Cambiale di L. 305:50 io nulla ho più veduto de' miei caratteri. Eppure te ne riscontrai il 20 settembre per l'occasione di Baruzzi e quindi al mio ritorno da Lugano avendo udito da Frecavalli che Baruzzi partito di qui il 22 settembre si sarebbe fermato alquanti giorni in viaggio benché andando col corriereti ripetei alla lettera per la posta sotto il 28 onde tu non fossi in penaquantunque da' miei precedenti avvisi tu dovessi sapere che io era andato fuori di Milano. Da quell'epoca sino a questa mattina sono andato regolarmente alla posta tre volte la settimana all'arrivo di ogni corriere e mai nulla vi ho trovato. Sono persuaso che ciò provenga da impicci passati ma pure ti confesso che ciò non lascia di tenermi un poco inquietosapendo da te che in Roma vi erano grandi malattie: senza di che tu conosci quanto silenzio incertezza e lontananza siano insieme di fastidio. Intanto eccomi giunto all'ultimo giorno da me fissato per la mia dimora in questa Cittàcosa di cui ti avrei avvisato prima se non avessi aspettato il tuo riscontro almeno alla mia del 28.
Così stando le cose e avendo io già da tre giorni preso la caparra dal vetturino per Bologna contava di avvisarti di non spedirmi qui altra lettera e mi duole che forse ve ne arriverà una allorché sarò partito: spero almeno che non vi sarà nulla di premuroso altrimenti adesso non saprei neppure dove dovrei invitarti a ripetermene il contenuto. Eccone la ragione. Per la stessa occasione di Baruzzi io mandai a Fossombrone una lettera a Torricelli per avvisarlo che dentro il mese corrente sarei andato a trovarloriservandomi a dargliene più precisa notizia circa al giorno in cui sarei arrivatoallorché fossi sulle mosse di partire da Milano oppure appena arrivato a Bologna. Difatti oggi stesso mi disponeva a fargli la promessa partecipazione; ma che! andando alla posta - per cercare tue lettere ne ho trovata invece una di lui che mi scrive da Firenze dove si trova - per suoi affari: e dai brevi termini della sua lettera arguisco che neppure può avere avuto quel mio foglio spintogli per Baruzzi. Ecco dunque variato tutto l'ordine del mio viaggio: e ti assicuro che qui su due piedistando a momenti per partirenon posso prendere nessuna risoluzione che in progresso di viaggio non mi vedessi in necessità di cambiare. Passerò pel Furlo? passerò per la Marca? passerò per la Toscana? In poche ore che mi rimangono a restar qui e affollatissime non ho agio di poter risolvere con sicurezza. Tu dunque dove mi scriverai? Per ora sospendi tutto. Da Bologna ti darò più precisi dettagli e allora ti regolerai sopra quelli. È una fatalitàmacuor mionon è mia colpa. Vado arguendo che quest'anno ci rivedremo assai prima: tanto meglio così. Vidi il Sig. Lucchi amabilissimoche ti saluta. - D. Antonio partì per Marsiglia: ma mi pare che Roma gli ripasseggi per la fantasia. Di' a Ciro nostro che studii e sia buono altrimenti non c'è regaletto. Gli ho comprato una cosa per una pezzetta di Spagna. Vedrai che vale di più: povero figlioci si divertirà e tu la terrai riposta come già accadde di qualche altra cosa. Si trovava anche a Romama oltre che vi sarebbe costata di piùi regali che vengono di fuori sono più graditi. Saluti di quie saluti per costì. Ti abbraccio di tutto cuore. Il tuo P.

LETTERA 106.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Bolognalunedì 19 ottobre 1829
Mia cara Mariuccia
Son qui da sabato in ottima salute. Ma quel benedetto Baruzzi è curioso! Mi disse che eccettuati due giorni di dimora in Imolaveniva direttamente a Roma col corrieree oggi ho saputo che cinque giorni fa era ancor qui. Chi sa se arriva a Roma nemmeno per novembre! Mi ebbe poi bene avvertito Frecavalli di qualche di lui ritardo in viaggioma non credevo mai tanto. - Il vivo dispiacere di mancare in tanto tempo di nuove tuedi Ciroe della casa mi è pure ieri stato di qualche momento alleviato dal Curiale Deangelis il quale mi dice che partì da Roma il 3e che tre giorni avanti era stato da te senza trovarti in casa. A buon conto dunque so qualche cosa indirettamente di te sino al fine di settembre. Spero pertanto che da quell'epoca al giorno d'oggi nulla ti sia accaduto di sinistro. La posta per Roma parte oggi alle 3 pomeridianee alle 5 arriva quella di Milano. Smanio che arrivino dunque le 5 per vedere se Moraglia mi abbia spedito qualche tua ivi arrivata dopo la mia partenza da quella città.
Sto qui aspettando Torricelli che deve arrivare da Firenze nella settimana. Arrivandoti la presente giovedì 22 in ora che tu possa aver tempo di rispondere azzarda una linea all'indirizzo di Bologna in cui tu mi dica queste sole parole: noi stiamo tutti bene addio. E tanto dico azzarda un sol rigoin quanto che conosco che quantunque ti riescisse di rispondermi in pronto corsopure la tua lettera non giungerebbe qui che domenica 28nel qual giorno io non so se potrò più trovarmi in questa Città; nel qual caso sarà minor male che vi resti una lettera che ti sia costata la minor fatica possibile. Tuttociò poi che devi dirmi di estesoscrivilo sabato 27 e indirizza la letterasenz'altro ricapitoa Fanodove io passerò o vada o no a Fossombrone. Vedi quanta confusione produce questo incaglio di tue lettere per un mesemotivo per cui sperando io d'ordinario in ordinario di ricevernemi fuggì l'opportunità di avvisarti in tempo il mio itinerarioal che si è poi aggiunta la improvvisa mutazione di esso per la repentina notizia della dimora di Torricelli. Mariuccia miada me non dipende il non aver fatto di meglio. - Intanto sappi che con Deangelis non ho parlato di nullaperché mentre io pranzava nella trattoria di una locandaegli passò colla valigia per andar su nella stanza destinatagliessendo arrivato in quel punto. Mi disse due parole e poi seguì il facchino. Allora non volli disturbarlo: stamattina non l'ho trovato quando sono andato alla sua locanda a cercarlo. - Un bacio a Ciro. Cento a te. Il tuo P.

LETTERA 107.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Bolognavenerdì 23 ottobre 1829
Mia cara Mariuccia
Brava Mariuccia mia: hai pensato benissimo; e la tua lettera mi ha trovato a Bologna. Ti assicuro che mi ha consolato più questa tua lettera che non lo avrebbe fatto un terno; mi ripongo in tranquillità dopo tanto tempo di mancanza di tue nuove; mentre è certo che dalla tua del 15 settembre nulla più ebbiné mai vidi quel Sig. Gamorra. - Non so come tu abbia ad inculcarmi di passare da Ternimentre questa è cosa che io faccio tutti gli annie parmi già noto fra noi che lo avrei praticato nell'anno corrente. Ti sembrerebbe forse che io potessi chiuder gli occhi alla urgenza degli affari di casa quando riguardano te e Ciro? A me penserei meno. Se la Cuccoma non minchiona io partirò di qui lunedì 26e mi tratterrò una giornata in Pesaro per vedere il Sig. Andreatinie un altro giorno a Fano onde trovarmi allo spaccio delle lettere in caso che ve ne sia una tua. Torricelli non può per ora lasciare Firenze. Vorrebbe ad ogni costo che io lo rappresentassi come dice egli in casa sua perfino che egli tornasse; ma io gli ho risposto che per ogni riguardo non credo bene di andare dove manca il padrone. Dunque tirerò di lungoin modo che fra i Morti e S. Carlo conto di essere in Terni. - Ricevo grandi favori dal Dottor Mazza che ti saluta con Scarabelli; e ambidue abbracciano Ciro. Dunque il nostro Cirone ancora non vuole studiar bene? Non dubitareMariuccia miache arriverà a tempo quanto ogni altro. Intanto però convengo che si debba stargli sopra. Ti salutano i coniugi Massaried i Celsie il Dottor Labella che ho veduto mezz'ora fa. Ricordami agli amici e prendi un abbraccio dal tuo P.

LETTERA 108.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Fanogiovedì 29 ottobre 1829
Cara Mariuccia
Due righeche il corriere parte. Son qui da due ore. Pesaro viene prima di Fano: dunque ciò che mi dici dell'affare Antaldi non è in tempo; ma non lo sarebbe stato neppure prima perché quantunque avessi fin da Bologna avvisato Andreatini del mio passaggioegli non ebbe la mia lettera essendo da varii giorni assente da Pesaro e per varii altri giorni lo sarà. La moglie e i giovani di studio ignorano tutto. Da Antaldi non andaiperché non avendo potuto sapere da Andreatini lo stato dell'affare temei di compromettermi in qualche punto da me ignorato. - Prendo delle intelligenze colla Marcolini (da cui pranzo oggie che è gravidae ti saluta) perché potendo ritirare in tempo le carte da Pesaro le porti ella stessa a Roma per dove parte di qui il 4 di Novembre: in caso contrario ci penserà l'avvocato Cadabene. - La Battaglini ti salutae ti loda del bel contratto fatto con Piombino. La famiglia Borgogelli è in campagna: l'altra dell'abate non lo so. - Baci mille a tee a Ciro. - Se io trovo vettura parto domani: se no appena la trovo. Scrivo con le penne della Battaglini... dunque...
Il tuo P.

La Marcolini sarà a Roma il 7 e va ad abitare tra la Stamperia camerale e i SS. Angeli custodi in casa di un certo Bellini.

LETTERA 109.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA

Lettera sigillata a sigillo la mattina del
sabato vigilia di tutti i Santi dell'anno
1829a mezzodì.

Cara Mariuccia
La vettura fu trovata appunto la stessa sera in cui ti scrissi l'ultima mia. Partii dunque da Fano la mattina di ieri Venerdì 30e giungerò a Terni verso il mezzodì del lunedì 2appunto nel momento in cui il portalettere ti ricapiterà questa mia. Già per lettera ho avvisato il Sig. Pietro Spada di Cesionde avanzar tempo. Ti ripeto quel che ti dissicioè di aver preso bene dei concerti fra la Marcolini e l'avv. Cadabene sul ritiro e l'invio a Roma delle carte Antaldi. Se giungeranno in tempo a Fano prima della partenza della Marcolinile porterà ella stessa. Nella combinazione attuale non ho potuto far di meglio. - Trovai nella vettura sei orzaroli. Gli orzaroli mi perseguitano! Uno mi sedeva accantotre incontroe due in serpa. Ma a Fossombroneprimo rinfresco a 15 miglia da Fanopassai in altra vettura con 4 gesuiti. Ora vado facendomi santo sino a Terni. Dico rosariiufizi di tutte le razzelitaniedeprofundissalmi penitenzialigiaculatorie. Se fosse un frate soloalzerei un poco la testa; ma contro quattroun solo secolare ha brutto giuoco. Dunque mi adatto di buona grazia alle circostanzee faccio buon viso. Nelle ore poi di ricreazione o narriamo tutti e cinque a vicenda dei belli esempii edificanti che io per la parte mia m'inventoovvero io leggo dei bei libri di orazione alla latina intitolati Dies Sacrache i buoni gesuiti mi hanno offerto per divertirmi in grazia di Dio. - Ho con me un certo mio povero libretto non scritto dal diavolo ma neppure dall'angiolo Gabriello: ma figuratinon ha più faccia di compariree riposa nel sacco sino a nuov'ordine. - Sai che dicono per la locanda? Ih! guarda che bel giovanotto si portano a Roma i gesuiti per novizio. Ecco la prima parola di vanità che da ieri mattina mi è uscita di bocca: sia detta però in semplice via di relazione de verbo alieno.
Tanti baci a Ciro e la benedizione. - A te mille abbracci.
Il tuo P.

Cristaldi non è più lui. Ricci forse anch'egli. Mattei... ma chi glielo dice? Dunque quest'anno senza dubbio si va in dogana.

LETTERA 110.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni4 novembre 1829
Mia cara Mariuccia
Ricevo la tua di ieri. - Gli Sc. 25 di Silvestro sono già in mie mani: così gli altri Sc. 15 del fratello Francesco Diomede. Circa alle altre riscossioni periodiche non manca che De Sanctis e Peppino. Il dare di De Sanctis per frutti del censo è di paoli i quali al ritiro prossimo del capital di Sc. 28 gli si dovranno abbuonare in diffalco della rata comodi non concessagli mai dall'ab. Conti sin dal principio della legge che la prescrisse. Ho poi detto prossimo ritiro del Capitale perchè il Maggiore Marco Setacci sicurtà del De Sanctis è attuale amministratore di certi fondi spettanti alla eredità del suddettodimodoché è suo interesse di ritenere la somma per la estinzione di un debito che graverebbe anche lui. Mi ha dunque giurato che ne' primi mesi del 1830 questo affare sarà terminato. - Con Peppino non ho ancora fatto i contima temo anche io che pel saldo delle somme dovute da lui si dovrà accordargli qualche poco d'indugio. Cosa faresti se non paga ora? Lo vorresti citare quando non lo abbiamo citato per emergenze più serie?
L'affare Cardinali prende sotto il mandato che si può prendere da un momento all'altro. Egli ora si raccomanda perché lo aspettiamo fino a che si purifichi il vino della recente raccoltalo che accaduto promette di vendere subito e pagarci. Io voglio fargli il progetto di prendere invece la entrante quantità di vino da vendersi piuttosto a nostro contoonde sollecitare la cosa e prevenire il caso che il contadinaccio si venda il chiaro e il torbido e si mangi i quattrini. Se egli accudisce al progetto la cosa è fatta: se ricusaè indizio di frode futura; e allora ordino la estrazione del mandato che vorrei eseguire sul med.° vino anziché sul terrenogiacché le esecuzioni sui fondi sono algebra ed espongono spesso al meno che sia al pericolo di dovergli aggiudicare il fondo colla rifaz.e del di più del valorelo che nel caso nostrostante le modicità del nostro creditoci darebbe da fare. Ma pare che il vino non lo tenga a casa suané so se riusciremo nello stratagemma di andare ad assaggiarlo per iscoprire dove si trova. Bastasta tranquilla: Cardinali non è attualmente in Terniandando in giro per le fiere con la polvere da caccia: se lo vedrò ci parlerò io: se nolascierò le cose istruite al Peppino.
Il danaro del compratore del terreno Peluccail danaro cioè che noi sequestrammo è già depositato in mano del negoziante Camilli. Vi sono altri sequestri contemporanei al nostroma pare certo che ne avanzi per quietar tutti. Si anderà avanti colle citazioni declarari et consignarise bene ho ripetuto questi gerghi forensi. Quando i Pelucca andassero in Segnaturaciò sarebbe sempre avanti l'uditore e non in pieno tribunale stante la bassezza della somma: e questo rifugio del debitore svanirebbe mercé pochi altri scudi di spesa e poco altro tempo di indugio.
Oggi dopo pranzose non pioveràsalirò a Miranda per vedere il terreno Valle Caprina. Voglio un poco vedere se si può preparare un affitto per la scadenza della Colonia che succederà al prossimo Marzo. Certo è però che quell'oliveto è mal situato. Pare intanto che per quest'anno dovrà produrre circa le 5 some d'oliodue e mezzo delle quali toccherebbero a noi. Vi è per tutto una grande abondanza di olivee l'olio abbassa il prezzo. Il tempo però è crudo assai; e se gela addio abondanza.
La proposizione di Pietro Spada è quella stessa che rifiutammo anni addietrol'acquisto cioè della Caprareccia. Ho tornato a rispondergli che la Caprareccia è la dote del restoe distratta sola pregiudica in pregio gli altri terreni. Babocci ha qualche speranza di condurre il Monastero di Cesi ad impiegare nell'acquisto di que' fondi certe somme che va ad incassare fra non molto tempo. Io l'ho impegnato ad occuparsene.
Venerdì dovrebbe di qui passare la famiglia Marcolini per essere a Roma o sabato o domenicapurché il Conte sempre afflussionato abbia potuto partire oggi da Fano com'era stabilito. Allora sentirò se portano loro le carte Antaldi. Mi dissero a Fossombrone che se non si combina con la Marchesa Antaldi stiamo male perchè il Marchese Antaldi non ha più niente del suo. Sarebbe una bella buggiancata anche questa!
Del lasciapassare alla finfine m'importa sino ad un certo punto; dunque ti ringrazioma non ti dar troppa pena. Lo vedi che D. Antonio aveva per la testa Roma? Proprio proprio ho gran piacere del di lui ritornoe salutatemelo tanto tanto tanto. - La vivacità di Ciro nostro mi dà poco paura. Lascia fare al tempo. Qualche poco di disturbo ce lo daràma paura non deve darla. CiroMariuccia miaverrà un brav'uomo. - A Spoleto vidi Uguccioni che ti saluta. Hai riso sui Gesuiti miei compagni? cioèil Cielo me lo perdonihai riso sui fatti che accaddero fra noi? Questa lettera è già troppo pienama nel venturo spero dirti qualche altra cosetta ancor ella curiosa. - Vorrei far sì che per la sera di Martedì 10 io fossi a Roma. Addiocara Mariuccia miaabbraccio te e Ciroe saluto gli altri.
Il tuo P.

LETTERA 111.
A GIOVANNI BATTISTA MAMBOR - ROMA
[1829]
Sia ammazzataccio tutti li gargantacci fracichi che accimenteno li poveri fijji de madre che nun danno fastidio a gnisuno. Ma varda sì che bella legge de canaccio arinegato che ce vorrebbe lo spadone de San Paolo prima arremita ce vorrebbepe' fragneje l'animaccia drento in de la merda a ste carogne de gente ciovile che vonno parlà cor quinni e'r quinnici e cor ciovèe poiCristo pe le casete sbrodoleno giù certe azzione che nun le faria nemmanco er boja che se l'impicchi a quanti che soste crape che strilleno Roma e Toma e ce batteno de cassae rugheno come cagnacci de macello; e poi ch'edè? Si sentono un rogito de somaro fanno a fugge pe lo scacarcio. SentimeTittaprimo de mo te tienevo in condizione de giuvenotto de monnoma mo te sbaratto pe' carogna quant'è vero la Madonna Santissima che nemmanco semo indegni d'anominalla. Comesangue de mi padre! Malappena me dicheno: MoàPeppelo sai de chi è la festa oggi? - Node chi? - De Titta Marmoro. - e io do de guanto a la pennache accidentaccio quanno che l'ho pijjiata in manoche averebbe avuto in cammio da maneggià er cortelluccio. Me viè lo sgaribbizzo de stennete sur un sonetto da Dante Argerie poi te manno a scrive 'na lettera de discurso de sagnatario liquida nus fragnete come brodo di trippa pe aringretatte de la povesia che m'è amancato er tempo de misuralla; me metto le cianche in colloe m'ariscallo er fedigo e tutti l'intestibili pe arrivà ar portoncino tuoprima che quella paciocca de tu sorella me lo sbattessi in der grugno; l'arrivo deretoje l'appoggio; je dico de famme l'obbrigazione d'acconsegnallo ar Sor Titta che se pulisce er culo co la man dritta; e tutte ste graziosità che ecquine! E tu panzaccia de vermini d'un porcaccio da va affogato drento a un pantano de piscio de somaro piagoso de porta Leoneme vienghi a risardà cor lanzo balordo de le millanta grazie e antrettante quarantinepe' buttamme insinente l'imprecazione de famme crepà in sanitate rospite d'er prossimo mio comm'e'tte stesso a li quinnici de st'antra settimana eh? Accidentiva'si nun pregassi er Signorech'è tanto misericordiosode fatte sciojje er bellicolo a te. E che fa che nun caschi de faccia avanti proprio mo? - Sentime Titta: San Giovanni nun vo tracagna; e tie' all'ammente ste parole mia: nemmanco er sommo pontefice Pio Ottavio co la stora e la mitria; e er capitan Pifero co' li suoi suizzori co le guainelle fatte a pisilonne; e er Cardinal Ruzzela cor vigereggentee li palafragnerie li scopatorie Monsignor Governatore co quer negozio c'arinfresca le chiappee tutti li cristiani e l'aretichi der monno cattolico me poderebbero tienè che si te trovo p'er vicoletto nun te mettessi un deto in bocca e un antro ner persichino pe famme de te un manicotto cor pelo indove sì e indove nope er tempo d'er rifriggerio; e accusì imparerai a avè un tantino più d'ingratitudine a chi te fa bene; che già come dice quello? Lava la testa ar somaroce perdi la lescia e er sapone; fa' carezze all'orzoe chiamerai soccorzo; giuca co li cardie te n'accorgerai presto o tardi; gratta la rogna ar muloe te paga a carci in culo. E mica me l'invento io sti fonnamenti che cquinesai? Va' a sguerciatte in ner Tasso Bardasso e te li troverai drento in ner parafrigo de

Intratanto Arminia in vallombrose piante
D'antica sèrva d'er cavallo ascorta

T'ho vorsuto fa tutta sta chiacchierata pe fatte vede che nun semo carogne 'na buggiaratae che sto pezzo de carne ce sta be' in de la bocca come a querchidunantro. De restante io nun tiengo er dente avvelenato co gnisunoe fa conto che ste cose te l'abbi ditte come ceci bianchi spassatempo. Si vo' fa pacevie' stasera da Manfredonio a li tre scaliniche c'è un vinetto badialaccio de tre fichi la baggiarola ch'arifiata li vivi e li morti ammenne. Ce troverai Caterina la guerciaLuscia la santolaRosa ficamosciaNunziatella de li Bordati de SoraGiartruda Ciancarellala mojje d'er frosciola Cicoriara de ponte rottola peracottara de li painila fijja zitella de SalatacciaTribuzzia la sediara d'er catichisimoMenica la bagarinella de MercatoNanna quattrochiappee Agnesa mia quella che je dicheno: quanto sei bona. - E poi ce viengheno lo Stracciaroletto de Borgoer tornitore de San MautteGurgumellaPanzellaRinzoChiodoRoscioCacarittoPuntattacchiDograzziaBebberebbèNapuglielloCacasangueCodoneMagnamerdaPanzaneraer cechetto de le quarantoraFeliscetto d'er mannolinoer cavarcante de Guidonier mozzo Russio d'er principe Cacarinier cammoriere d'Artemisiser Maniscarco de la liniaGalluzzo er baffutello de Monte Brianzoer Rigattiere de la pulinaraer barbieretto de San Tomasso imperiorelo spennitore de PalazzoGrespigno lo scarpinello de la Subburrali du' chirichi de San Neo e TacchineoPazziani lo spazzino e er cerusico Campanile a braccetto.
Lì facemo bardoriacantamo li ritornellije la toccamo co la tarantellabevemo quer gocciofacemo le passatelleballamo er sartarellotastamo er sedici a quelle paciocche: insoma ce divertimo senza l'offesa der Signore. Dunque viecce si ce voi vienì; e si nun ce voi vienìcocete in dell'acqua tua come li spinaci.

LETTERA 112.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Pesarosabato 15 maggio 1830
Mia cara Mariuccia
Appena parlato con memercoledì 12l'Avvocato Bottoni dovette andare a Fanoe questa mattina ritorna. Però non si è potuto parlare della minuta che ti annunziai nella mia antecedente.
In mancanza di affari ti racconterò alla buona un fattarello affinché tu che ami trattenerti in discorsi di nuovetrovi in questa mia lettera un poco di pascolo alla tua inclinazione.
Cominceremo col dire che per la crescente civiltà del nostro povero secolonon v'ha più asinoper somaro che siache non istudii oggimai come un caneper lasciarsi addietro i suoi emuli nella carriera delle lettere dell'alfabeto. Così ogni onesto spacciatore di caffè in tazzeil quale non ami la sua bottega convertita in un deserto della Tebaidedeve procacciarsi al meno uno zibaldone o alla peggio un Courier des Damespronti uno e l'altro a pascere i faticosi ozii dell'erudito avventore bisognoso di assaporare con pausa il suo bicchier d'acqua. - Dietro tali principiiil Caffettiere de' Nobili di questa cittàNunzio Righettipensando come soddisfare all'uoposenza pagare ai ministri della posta pontificia i soliti beveraggi di agenziapregò un suo amorevole clienteBanchiere della Ripaebreoonde alcuno de' di lui corrispondenti di Milano lo associasse direttamente a certo foglio periodico. Scrisse il fedele israelita al confratello cristianopubblicani entrambie gli commise di oprar sì che il Sig. Nunzio Righetti venisse inscritto nell'Albo di tanti altri benemeriti della letteratura. Giunto il tempo di venire la prima spedizionela prima spedizione arrivòpuntuale come il giorno delle Ceneri appresso all'ultimo di Carnevale. Arrivòdicoe si vide rispettosamente diretta "A SUA ECCELLENZA R.ma MONSIG.re RIGHETTI NUNZIO APO.co IN PESARO". - Il caro Direttore della postache aveva le sue buone ragioni per dichiarare ad ogni modo scismatica quella disgraziata gazzettaletto appena l'indirizzo scandalosopensò di coalizzare uno contextu il lucro cessante delle sue tasche col danno emergente della dignità prelatizia: e poiché alle generose risoluzioni non va dato tempo di raffreddarsipreso fra mani il corpo dei due peccati salì di corsa all'uficio del collega Sig. f.f. di Direttore di puliziache c'entrava come il Gloria nella messa di requie. In quale altro modo doveva andare la faccenda? Le lacune di una stampata cedola intimatoriabuona tanto al sesso mascolino che al femininofurono tosto riempiute a penna da uno scriba di genere neutro; e dopo un'ora appenail Nunzio di conio lombardo stava già avanti al suo giudice per essere degradato. - Dite un po'temerarioda quando in quà siete voi Nunzio? - Da trent'anniotto mesi e sei giorniEccellenza. - Chi vi ci ha fatto? - Il padre Curato del DuomoSig. Direttore. - Recitate voi l'imbecille? - Perdoni: avanti a V.E. non mi sarebbe possibile. - Volete dirmi un'ingiuria? - Non glie la voglio dire. -Dunque voi vi spacciate all'estero per Nunzio Apostolico? - Veramente io mi spaccio per Nunzio Righettie quell'Apostolico sarà probabilmente un titolo disertore della corte Austriaca; poiché vorrei aver l'onore di morire qui addosso a S.E. se ho mai avuto pel capo altri apostolati che quello di predicare indegnamente la gloria delle mie bevande calde e freddee di bandire la riputazione delle mie marmellate. - Ma dunque quella Ecc.za Rev.ma come vi si è ella appiccata? - Senza merito mioEccellenzae poco più poco meno come si appiccano de' cordoni rossi e delle sciarpe turchine a tanti petti indegni forse di chiudere un cuore anche da caffettiere e da tripparolo. - Siete un impertinente. - Sig. Direttoremi armonizzo per non far dissonanze.
Il Sig. f.f.buon dilettante di chitarra franceseintese subito la malignità del frizzo; e mi duole dover ripetere tre parole lubriche nelle quali a quel punto proruppe. Ma a storico fedele disconviene meno una oscenità che una negligenza. -Cazzus! esclamò dunque il Sig. faciente-funzionifottetemi in profosso questa carogna.
Con tutto ciòintorno al vocabolo Carognanon debbo dissimulare a discarico del Magistratoche le opinioni dei filologi non vanno d'accordo: poiché se da un canto è vero che un dignitario di Roma vietò un giorno a me stesso che col ministero di quella voce io potessi indicare onestamente pure un asino mortochi non ricorda dall'altro la puritàil candoree la eleganza con che il piissimo Cesari di cruschevole memoria chiamò Divina Carognail Sacrosanto Corpo di Cristo? - Era la quistione a tai terminiquando il Circoncisofatto avvisato dell'abbaglio del gazzettiere e del pericolo di Monsignorecomparve col copia-lettere sotto il braccio a difendere per acta et probata la innocenza del Nunzio. L'onesto Giudeopossessore in giro di Banca e in metallici per circa un milionedoveva chiarire ogni dubbio con somma facilità.
E così fu. Solo si vuoleche il Caffettiereal consueto fornimento dei dessert mosaicisi obbligasse per articolo segreto di aggiungere un'appendice in servigio de' politici e degli Epistolariial prezzo da liquidarsi colle differenze delle dignità e delle sportule hinc inde. Avvisato quindi l'editor Milanese del grancioil Caffettiere rimase e rimane in pace a costruire i pasticci. - Buono per me intanto che il Sig. f.f. è andato a riunirsi a' suoi antenati!
Questi f.f. sono lettere assai ficcanaso: ed altronde un abile poliziaco deve sapere anche quello che ignoranella stessa guisa che un'onesta spia dice la verità fino allorquando mentisce.
Siamo al solito giuoco del corriere. Se arriva in tempoaggiungo: altrimenti abbraccio teabbraccio Cirosaluto gli amicie spedisco.
Il tuo P.

Mi arriva la tua di giovedì 13. La scorro con l'occhioe vedo che tra questa mia e le precedenti ho esaurito quanto potrei qui solo ripeterti. Solamente ti aggiungo che vidi giovedì il Corriere Belli che ti portava le carte da giuoco. Da lui avrai avuto le mie notizie orali. Ti abbraccio nuovamente con Ciro.

LETTERA 113.
ALLA MARCHESA VINCENZA ROBERTI - MORROVALLE
[Da Pesaro8 giugno 1830]
... È veroil tempo non è mai lungoe la regolarità abbrevia tutto. Oltre a ciòle medesime occupazioni ogni giorno ripetute dietro la guida del dovere e sotto lo stimolo delle affezioni domestiche acquistano ben presto ne' cuori bennati un genere di dolcezza che vanamente si cercherebbe fuori delle virtuose abitudini. La stessa monotonia de' luoghi diviene per noi allora una particolare sorgente di piacere. In ogni oggetto crediamo di riconoscere un testimonio delle nostre azioni lodevolie un compagno fidato delle care emozioni che ci premiarono l'anima al compimento di quelle. Chi troppo cambia di esercizi e di stanzaeduca i suoi pensieri al desiderioi desideri alla cupiditàla cupidità all'intemperanza; e così da sensazioni soverchiamente variate ed attiveesce finalmente il mal frutto della trista indifferenza e del tedio tormentoso. Al contrario in un ritiro tranquilloin un ritorno continuo d'idee sperimentatel'uomo moderato raccoglie la propria imaginazione in se stessoe la impiega ad esaminare meglio le risorse ed il fine della esistenza. Famigliarizzato ogni dì più con que' suonicon que' coloricon quelle formecon quelle fisionomie del giorno precedentesi ritrova in costante accordo con loroe fingendosi del resto un mondo a suo modolo accomoda facilmente alle modificazioni del suo spirito. Quando le passioni dell'uomo ristretto dentro un circolo angusto di terra si celano alla onnipotenza dei casiil di lui cuore trova nell'ozio di esse quella placida spensieratezza che ne deriva i benefici elementi della felicità. E quando la mente di luiaffrancata dall'esterne distrazioniconservi la libertà di se stessapuò allora conoscere l'intenzione della naturaseguirne le leggiadoperarne i soccorsiad aspettare in pace dalla di lei fedeltà l'adempimento delle speranze della vita.
Per dirvi ora due parole di me vi assicuro che al punto della vita a cui sonocominciano già assai a potere su di me i pensieri di riposodi semplicità e di futura consolazione. La vita umanaoltrepassato di poco il suo mezzonon si compone più che di reminiscenzele speranze e i progetti periscono in un fascio appena la mano fredda del tempo ne addita la tardità in ogni nuova intrapresa. Senz'altro avviene che di un dolore esasperato ogni dì più dall'idea della distruzione che si avvicinala virilità precipita nella vecchiezzae guaiguai a que' vecchi che non si saranno preparati di buon'ora una riserva di conforto! Schivati nell'universoespulsi dirò quasi dal posto che occupano nella societàcostretti a cedere vigorebellezzasalutecarezze a chi gl'incalza senza posa alcunaessi rivolgonsi indietro aridi e afflitti spettatori degli altrui godimentia cui non è più loro lecito aspirare. La gioventùoltre all'allegrezza sua propriapuò trovare de' piaceri dovunquee fino negli stessi difetti degli uomini; laddove la vecchiezza sfortunata non può rifugiarsi che nelle loro scarse virtù; al giovane è sempre aperto il gran teatro delle illusioni a traverso alle quali i contemporanei si offrono a lui; pel vecchio non rimangono che le risorse della realtàquasi tutte pur troppo dure e desolanti. L'anima sua s'inaspriscee i suoi difetti non più velati da alcun'apparenza di amabilitàlo abbandonano al solo conforto della pazienza e della compassione. Per risparmiarmi pertanto al possibile la umiliazione di que' generosi sentimentiio penso di fabbricarmi una felicità domesticauna felicità tutta indipendente dalle vicende del mondo; e ringrazio la Provvidenza che mi abbia concesso un piccolo amicoil qualericordevole forse un giorno dei diritti acquistati dalle mie cure alla sua riconoscenzami ameràspero senza le viste interessate della personalità. Ancor iodunquese potessisceglierei asilo in un angolo ignorato di terradove l'elezione congiunta con la necessità mi abituassero poi grado a grado a far di meno di agi di strepitodi varietàdi appetitidi gloriadi tutto ciò insomma che aggirandosi nell'eterno vortice delle cose peribilici vieta di pensare a noi stessi. L'amicizia di un mio figlioe quella al più di un altro compagno che io avessi incontrato per la strada solitaria scelta per mio viaggio all'eternitàpotrebbero bastarmi per dire: Ecco una vita che finirà senza rammarico...

LETTERA 114.
A FRANCESCO SPADA - ROMA

D'in sull'Isauroil giorno de'
SS. Giovanni e Paolo M.M.
[26 giugno 1830]

Caro Checco
Sono molti giorni trascorsi dacché io doveva e voleva rispondere alla tua giuntavenutami nel riscontro del Sig. Biaginiil quale si azzarda a scrivermi su carta intonsa! Questo lusso incivile non ancora dai libri si era esteso ai pistolarii.

Tanto ti dico e basta:
Il resto lo saprai nella catasta.
(Chiari)

Tenerissimo l'epitaffio per la cara defunta! Parmi che già da lungo tempo meditandolo tra me ne facessi lettura. Ti ringrazio ora di questo doloreche mi è piaciuto di rinnovare. Ma guarda che orecchiaccio egli è il mio! E non mi si è ficcato mo in capo che il volle fare del titolo avrebbe giovato meglio alla malinconia posto prima di Della sorella sua?
È una mia incaponatura (badiamo alla p.); ma questo vuol dire avere una testa. Bell'essere acefalo.
Ho mandato incartati a Torricelli i saluti tuoi e quelli del Sig. Domenico Ciancapel quale ho pure riverito il conte Cassi. Torricelli poi vi rifà salutati (come Coluccio) entrambi.
E già che siamo sulle spalle del Ciancacalchiamole un'altra voltae poi basta. Digli così: il gran Padre Destino ha dato un'accettata sulla corda che doveva legare Gazzani e la Ducrò. Quella si è spezzata e questi se ne sono portati un pezzo per uno. Silenzio tanto sulla corda che si fabbricava quanto sul taglio che l'ha troncata. Se ne parlerà a suo tempo.
E voi che diavolo v'impasticciate di nuovedi passione e di gazzette? Faccio quello che mi paredisse figurino. - De' nostri progetti parleremo meglio a voce: spero presto. Auguro davvero di cuore un ristabilimento a quella povera Erminiuccia! Abbracciami Peppee il buono... noottimo Giorgieri.
Ma eh? Povero Giorgio IV! ad uso di ricetta. -
Ed ora avremo forse un recipe Guilhelm pro usu. Pillola dura! E il Lord Wellintoneche farà? -
Oh pure i grandi romori nel gabinetto di Queluz!
La Porta si sganghera. Santa-Fé gronda: Gallia arde. A Buenos Ayres tira aria cattiva. Megico dà in ciampanelle: Don Fernando cogliona i figli maschi di S. Luigi: Dante Algeri prepara una tragicommedia cum notis variorum. S. Nicholaosko piglia Armeni in Salvianose non li compera a sconto di pigione. Intanto le nuove elezioni oltre-monte si affrettano; i Dipartimenti bestemmiano per carità; e il Ministero cerca di lavorarli alla Polignacca. Lauda finem.

Tanto ti aggiungo e basta:
Il resto lo saprai nella catasta.
(aut. cit.)

Eccoc........!come si sviscera il Mondo!
Spero di partire di qui tra pochissimi giorni. -
Mettiti sulla portae quando passano amicifa loro un baciamano per me.
Ma quel P.L.p.e. o ex gr? Scrivecanta e stampache l'andrà bene? Veramente questa la indovinerebbe anche Giona che non dava sempre nel segno. Oh buon Cavalierino! In Africa avrebbe ragione Maometto; e la profezia prudente rivolterebbe la testa. Tutto il vaticinio è infiammato dallo spiro di Domus-aurea. Ma se poi si apre la foederis-arca che qualche altro profeta minaccia? Allora... ma perché si ha da aprire? Lasciamola chiusa; e abbracciamoci che è tempo.
Il tuo 996.

LETTERA 115.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Pesaro 13 luglio 1830 alle 10 antimeridiane
Checco mio
Bene fecistiCaterinella. A Ferretti voglio sempre bene; e diglielo. Dunque sta meglio? Gaudeo. - Sai? Da queste parti tutti mi dimandano che sia certo Avv. Andrea Bàrberi che scrive circolari onde spacciare una traduzione sua del prezzo di 4 paoli. Io rispondo: è un giudice. - Che razza di giudizii va dunque facendo degli uomini? essi rispondono: - ed io: Uhm! - Sarà due ore un tal Piatelletti Ministro di Casa Antaldi mi ha domandato se io conosceva Piccardi. Il Piatelletti non sa che fare del segreto lasciatogli da Piccardi in corpo. Ed eccoti la tua lettera che mi parla di Piccardi. Lo troverò in istrada perché io parto a mezzogiorno in diligenza. Ecco perché scrivo male; ché del resto... eh! eh! - Abbraccia te e lo Sdiquilito
Il tuo Belli

LETTERA 116.
A LUIGI VIVIANI
[6 agosto 183]
Ho finalmente avuto gli elementi del metodo Jacobotconcernenti i principii d'insegnamento universale secondo il principio della emancipazione intellettualeda cui la Francia e più il Belgio vanno attualmente ottenendo conquiste di dottrina assai vicine al prodigio. Non più i processi barbari dall'incognito al cognitoma dal manifesto all'occulto: non il falso spirito di sintesifra non intesi elementi; ma la benefica ragione d'analisi stabilita sopra idee già possedute: ecco quel che prepara nell'età nostra alle menti puerili uno sviluppo maraviglioso di quelle facoltà che non negate dalla Natura quasi ad alcunola educazione conserva in così pochi alla società defraudata. Ma io la prego di credermi: l'opposizione completa e dirò diametrale che questa moderna scoperta presenta incontro ad ogni vecchia pratica d'istruzionedovrà in Roma richiamare gl'istruttori alla qualità de' discepoliprima che possa dare alla patria un allievo: dannoda durare ai figli e ai padri che gli amanofinché la prepotenza del pregiudizio e dell'interesse non sarà vinta negli educatori dalla verità e dalla filantropia.
Per mevoglio io stesso fare una prova sopra me stesso onde il mio Ciro colga il frutto di un sistema di associazione ideologicastato sempre consono co' miei principiitanto che vado quasi orgoglioso d'averla presentito in certi miei lavori di storiadelineati presso a poco sul disegno che oggi nel Nord si colorisce con sì bel premio di successi.
Del resto mi piacerà di sapere se la enciclopediola che ho avuto l'onore di procurarle Le sembri almeno capace d'insinuare ne' Suoi cari bambini le elementari nozioni delle quali il Mondo Nuovo non permette più la ignoranza...

LETTERA 117.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Ternimartedì 28 settembre 1830
Mia cara Mariuccia
Mentre sto aspettando la tua lettera di oggiche il corriere di dimani mi dovrebbe certamente recareti andrò dicendo due parole e sulla tua del 25 e sulle altre nostre cosette di affari. In primo luogo ti confesso che la mancanza di tuoi caratteri nell'ordinario di domenica scorsa mi aveva un poco sorpresostante la talquale importanza delle tue risposte: ma lungi dall'attribuire il tuo silenzio a tua omissioneio lo riferiva ad impicci di posta. E quasi fu così. Appena pranzato ieri vidi arrivarmi Gnoli correndoil quale avendo rifrescato a Narni era solamente di passaggioed aveva lasciato in piazza il legno e i suoi tre compagni di viaggio. Da lui seppi la dimenticanza dell'impostamentoed ebbi la tua lettera. Uscii per riaccompagnarlo alla carrozzae trovai la sua compagnia essere tre curiali: Caramelli e Polidori diretti a Veneziae Federici (quello che sposò la figlia vedova dell'Ambrosi) incaminato a Milano. Tredici miglia lontano da Roma aveva ribaltato per un ruotino uscito dall'asse: essi però fortunatissimi non si fecero neppure un lividoné il legno soffrì nemmeno una graffiatura. A Civita il vetturino ebbe la nuova della morte di un suo fratelloe qui poi ha dovuto prendere un rinforzo di cavalli. Malgrado tutto ciò i 4 viaggiatori hanno in due giorni allegramente potuto percorrere la via da Roma a Spoleto. - Mentre io rimetteva in legno l'avv. Gnoli fra le corna di due o trecento bovi perugini che passavano per Romaeccoti un'altra vettura di passo! Chi è? È Puccinelli con tutta la sua famiglia che va a visitare il figlio maggiore nel Collegio di Spello. E qui toccate di manoaddiietc. etc. Gnoli ha ritratto dal viaggio molto giovamentoe questo puoi farlo credere con sicurezza alla moglie che mi saluterai. - Nulla ti dissi di Spoletonon avendo ciò merito di occuparmi. In quattro giorni ho vedutolettoe disposto. Credo che potrà andar bene. - Va bene dell'inscri.e Trivisani. E Deminicis non risponde! Uhm! - Circa a Frosconi avrai comunicato la risposta a Zuccardi. Insommacos'è? È poi svanita la fortuna dello zio della moglie? o che sia morto? Ma se fosse morto lasciandole beneesse non avrebbero abbandonato la loro benedetta Parigi. Mi confondo. - Se rivedi il Marchese Antici salutamelo; anzi per suo mezzo vorrei (se fosse possibile) far chiedere scusa al Sig. Honory se nell'unico momento in cui lo vidiil bisogno del dire e del dimandare altre cose mi fece mancare al dovere di offerirgli la società ristretta della nostra casa. Potresti per mezzo del Marchese Anticia tuo e mio nomefar supplire? - Le notizie di Ciro nostro mi consolano assai. Io penso di occuparmi molto della sua vitase Iddio prolunga la mia. Dagli tanti baci per me; e ringrazia Stanislao. - Venendo ora all'affare con Peppinonon credere che mentre io procuro di persuaderti pro bono pacisio non traveda il punto vero della ragione; ma che vuoi fare con questi cervelli duri e storti come corni? Se Fratocchi non ti farà per la tua porz.e qualche agevolezza avremo evitato con 25 paoli un'altra tiritera che finirebbe il giorno del giudizio. Tu sai che con altre persone e in altri affari ho voluto e saputo sostenere il tuo dirittoma qui mangio ad una tavola e tratto con gente diversae mi parrebbe aver l'aria di un cursore sotto le cibariemalgrado tutto lo splendore del dritto che esercitassi. Quindi accetto con riconoscenza l'arbitrio che mi dai. Se peraltro fosse in tempo (come credo bene) di togliere dalla procura l'espressione delle spese del rogito di essapotrei procurare di fare un altro tentativo per fartele risparmiare: altrimenti lasciamo correre. - Saluta e ringrazia Pippo.
Qui piove sempree vi son feste d'ogni genere per la fiera di Campitello. Io non esco mai di casae passeggio assai pel salone. - Ricevo la tua del giorno corrente: qui non c'è più carta: dunque ti aggiungerò un altro mezzo foglio. Ti abbraccio di cuore.

LETTERA 118.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Ternivenerdì 1° ottobre 1830
Mia cara Mariuccia
Avrai avuto la mia di mercoledì 29 settembre. In quest'ordinario non ho avuto tue lettere: spero che ciò sia per aver tu mancato ieri di tempo in cui rispondere alla sudd.a mia. Nella notte da mercoledì a giovedì alle 11 meno 10 secondi pomeridianesi è sentito un terremoto molto forte e ondulatorio a quanto mi parve. Io aveva cenato da mezz'ora e stava scrivendo appunto la parola terremoto per servirmene in certo mio lavoro. Appena chiamato rispose. Scrivo in una bottega: che penna! Ti abbraccioe mi riporto all'ultima mia. Sono il tuo P. Mille baci a Ciro.

LETTERA 119.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroligiovedì 26 maggio 1831
Mia cara Mariuccia
Parve un destino! Non dirti neppure addio prima di partire benché fra noi ne fosse poco prima stato parlato! Ma Publio stava alla finestra del camerino fumando; Menicuccio andava su e giù seguitando i facchini: io in sala a far la guardia alla casa e al bagaglio che restava tuttavia su. Quindi dovetti scendere io stesso per invigilare alla collocazione e alla salvezza degli oggetti: allora chiamato discese anche Publioe Menicuccio salì. In questo io avrei dovuto ritornare su a salutartima il vetturino m'intontì colla fretta e partì. A Fontana di Trevi mi accorsi del mio mancamentoe ne mostrai gran rammarico. Publio voleva tornare indietroma a me parve tardied oltre a ciò cosa irregolare il ribussare alla portae far rialzare Menicuccio che forse già rientrava nel letto. Tu mi avrai peraltro aspettatoe ti sarai maravigliata del mio procedere; e se forse il moto del legno non ti avesse avvertita della mia partenzanon avresti saputo che pensare non vedendo più alcuno. Publio però e questi della famiglia possono essermi testimonii del rammarico che fin qui ho sempre dimostrato del fatto. - Alle 4 uscimmo dalla porta Maggiorecioè circa alla levata del sole; ed all'avemaria eravamo già sotto le mura di Veroli: viaggio felicissimoeseguito con rapiditàinterrotto da sole tre ore di rinfresco cioè due a Valmontone25 miglia da Roma ed una all'osteria di Alatri5 miglia distante da Veroli: viaggioripetofelicissimoin ottimo legnocon eccellente vetturinopieno di libertà e comodosotto begninissimo cieloe sopra una lieta strada fra amene campagne. Qui ho trovato affettuosa ospitalitàcasa superbae clima eccellentebenché ancora alquanto freschetto. Io arrivai così leggiero come quanto partii: 60 miglia mi parvero una delle trottate fatte da noi insieme per Roma. Sto beneho appetitoe odo dirmi che di ora in ora mostro un viso più chiaro e più vivo. Miracoliso benel'aria non ne fa; ma pure il buon'animo che accompagna queste assicurazioni de' miei ospiti mi riempie di gratitudine e di fiducia nell'avvenire. Della festa qui celebrata martedì a sera e ieri per la...

LETTERA 120.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Verolimartedì 7 giugno 1831
Mia cara Mariuccia
Sono al solito dispiaceredi udirti così oppressa di fatichedelle quali quando sono lontano non posso darti un sollievoe quando son vicino neppurementre tu sempre mi ripeti esser la nostra una barca da condursi da una sola mano: la qual cosa per dir la verità nella massima parte la credo. Ma almeno allorché la perversità de' tempi vorrà permetterteloprocura di prendere qualche poco di svario. Anche qui la stagione va strana. Allorché arrivaitrovai freddo; poi il tempo parve rivolgersi al buono: da qualche giorno però sono tornate acqueventi e stravaganze. Intanto io sto coperto della mia lanae non soffro di simili variazioni. L'appetito regge e le guance pare che si rigonfino alquanto. - Io stesso ho secondato i tuoi sproni su Publio onde fissi con la madre la mia dozzina. Egli però soffre di una porzioncella di quella indolenza che rimprovera nel fratello Icilio; questo non nuocendo nulladimeno alle di lui buone qualità. Ma spero che lo farà quanto prima e te ne darà ragguaglio. Egli già non è affatto capace di dolo; perciò solamente per tuo avviso ti faccio sapere che la vettura sin qui con tutte le spesette straordinarie di viaggio fu da noi due pagato a metà. Col vetturino verolano avrebbe pagato lui avendoci affari particolari. Ma questo motivo non sussisteva più con un altro conduttore. - Vedremo cosa saprà fare quel capo-d'opera di Vulpiani. Io credo che se egli si approfitterà della ospitalità che noi già gli offrimmo per un mesenon ci sarà lecito di tirarci più indietro. Dio volesse che ciò potesse contribuire a far risorgere i di lui affari onde migliorino anche i nostri con esso. Ma particolarmente in queste circostanze di tempichi sa! - Dimmi un poco: trovasti un tomo del Giraud che Publio lesse la sera antecedente alla nostra partenza? Mariuccia mia da' mille baci a Ciro nostroe benedicilo. Amami poi e credimi il tuo P. che ti abbraccia di cuore.

LETTERA 121.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Verolimartedì 14 giugno 1831
Di molta soddisfazione mi sarebbe riuscito e mi riuscirà quandunque sia il vedere il carattere del nostro caro Ciro ed in esso una prova del di lui ben essere. Ma poichésiccome benissimo tu diciuna letteraper quanto breve la si vogliaegli da per sé non potrebbe né concepirla né farlacosì sono contentissimo che ciò accada allorquando la necessaria assistenza ti resterà meno incomoda a prestargliela. Intanto abbraccialo di tutto cuore per me. - Publio mi risponde che egli ti ha scritto nell'ordinario scorsocioè sabato 11. Sul proposito però della mia dozzina non ha fatto fin qui nullae questa mattina alle mie istanze assai premurose opponeva l'essere a me facilissimo l'offrire quello che mi paresse secondo la proporzione del trattamento che io vedo farmisi. Il trattamento è quale in una famiglia si può desiderare; ma che io mi avanzi a fare offerte o contrattare su ciò che deve non solo risguardare un interesse mio personale ma la stessa mia propria delicatezzalo vedo oltre le forze del mio carattere. Quindi alle nuove preghiere da me avanzategli affinché accomodi egli questo affare secondo il già convenuto concertomi ha promesso che certamente lo faràe che tu poi senza complimenti conchiuderai a piacer tuo. Circa al Sig. Bochetqualora dietro buona giustificazione tu avrai sborsato del denaro al di lui raccomandatoper altrettanto di meno accetterai e pagherai l'ordinese mai te lo spedisse per l'intero senza prima essersi con te chiarito sui pagamenti anteriori. Io mi ricordo assai bene che quando Vulpiani disse di voler venire a Romaaggiunse che avrebbe seco condotto il figlio Domenico. Per lo che la nostra offerta non avrebbe oggi cambiato termini. - Non saresti per avventura stata un po' troppo generosa col Dottore in proporzione del numero delle visite? Nulladimeno non trovo a ridire su quel che hai creduto di faretanto più in riguardo alla buona ed amorevole cura da lui usatami. - In casa Falconieri è difficile che la conversazione si regga. Co' begli anni fuggirono loro anche tutte le belle e piacevoli cose. Pure è gente che merita molto pel loro buon cuore e la loro costante amicizia. - Mi dispiace assai il funesto caso di Angelinae neppure ho udito con indifferenza la disgrazia dell'amica di Margheritaquantunque non la conoscessi. - È certo che la pendenza Trivisani può contarsi a veglia!
Ringrazio senza fine il buono amico Stanislao del gentile paragrafo da lui aggiunto sotto la tua lettera degli 11. Piacevoli mi riescono le cose che egli mi dice circa alla mia saluteed altrettanto grate le notizie del Torricellial quale ha sul mio conto risposto benissimoed il vero. Mi sorprende però di vedere la tardanza del di lui raggiungere il suo. M.r Delegato di Ascoli. A quest'ora lo avrei creduto partito. - Vedendo Biagini salutalo tanto tantoe dimandagli se è finita la faccenda pecuniaria con Scifoni e Marini. Saluto tutti gli amicie ti abbraccio con vera affezione.
Il tuo P.

LETTERA 122.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Verolisabato 8 giugno 1831
Non mi fa maraviglia che nel passato giovedì non avessi tu ancora alle 2 pomeridiane ricevuto la mia del 14n° 4mentre sai bene che talvolta il portalettere tarda. Quel che mi fa specie si è come giovedì tu non avessi avuto ancora la lettera che Publio mi torna ad accertare di averti spedita la sera di sabato 11. In quella egli dice che ti dava discarico a quel che ti doveva dire. Dentro questa stessa settimana però egli ti ha scritto un'altra volta per mezzo del vetturale Geralico che fa ricapito a Grotta-Pinta; e in questa lettera deve averti parlato della mia dozzina. Spero che a quest'ora ti sarà arrivato tutto. - Diverse cose mi vanno passando per la mente riguardo agli ostacoli che tu mi dici insorti nell'affare Corsini. Non te ne tengo ciononostante propositoonde non pormi a fare l'indovino. Mi duole però assai che anche questo sia venuto ad aggiungersi alle altre tue non poche brighe. - Ciroripetolo farai scrivere quando potrai: intanto mi basta di sapere che egliunitamente a testia bene. - A Stanislao replicai nell'antecedente. - Il Sig. Dolcibene a te cognito mi fece molte cortesi esibizioni prima della mia partenza: profitterei della sua bontà se mi facesse venire alla prima occasione di un Conduttore di Diligenza (diligente) tre scatolette di terra-cattù di Mondini e Marchi speziali a S. Paolo in Bolognadelle quali una con aromae due senza aroma. In tutto saranno tre paolicostando un paolo l'una. Colla prima occasione poi che si presenteràdopo venute da Bolognami farai il piacere di mandarmele. - Mi dirai poi qualche cosa in proposito alla mia dozzina di cui non so nulla. Spero che sarà una cosa discreta. Alla presente (se non hai cose di somma importanza) non rispondere subitoonde rimetterci in corrente senza incrociature. AmamiMariuccia miae sta bene.
Il tuo P.

LETTERA 123.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Verolimartedì 21 giugno 1831
Mia cara Mariuccia
Nella carissima tua di sabato 18 cominci colla mia salutedi un nulla io ti aveva detto nella mia antecedente. Ma tu hai riflettuto benissimo: niuna nuovabuona nuova. - Publiooltre alla lettera ch'egli sostiene averti inviata coll'ordinario degli 11ed oltre ancora all'altra rimessati per via del vetturale che va a Grotta-Pintate ne ha scritta una terza nella quale riepilogò tutto. Questa poi mi pare sicurissima perché andai ad impostarla io stesso il giorno 18 insieme con la mia n° 5la quale avrai certamente ricevuta. Ieri Publio andò a Frosinone e torna questa sera. Là ci è stata la festa di S. Silverio Protettore della Città. Tanto egli quanto l'amico che ve lo ha condotto colla sua carrettella volevano condurvi anche mema tu sai se un paio di migliaia di corna di buoi e quattro migliaia di zoccoli di cavallo sieno oggetti di chiamarmi a correre. E quando vi avrai aggiunto un fuochetto artificiale di 20 o 30 scudi ecco tutto ciò che deve far superare l'antipatia di trovarsi in luoghi strettissimi in mezzo a una confusione di villani. Vi andrò anch'io a Frosinonema a cose quiete: tanto più che amerò di vedere Renazzi e la moglie. - Vedi che circa ai pagamenti Bochet non accadranno incrociaturee forse questo modo di pagamento a rate potràcredoriuscirti più comodo; quantunque tu mi risponderai che se il francese non ti avvisa primala dilazione delle rate equivale a zero.
Sempre mi confermo che non giudicai male della certa specie di eccessività nel pagamento del medico: e vedi che tu pure ti eri tenuta agli Sc. 44che andavano benissimo. E poiché non mi avevi fatto la storia della discrezione dottoraleio dovetti crederla generosità tua. Or guarda che lappa che è quel sig. Medico! Bisogna che creda che durante questa mia ultima malattia abbiamo vinto un terno. Nella malattia antecedente per 40 visite si contentò di Sc. 10che tornano a bai: 25 per visita; ed ora ha portato il suo merito sino quasi alli paoli 5 per ogni salita di scale. Bel guadagnare circa uno scudo al giornoin venti minuticon una sola clientela! Per Bacco nuoce quasi più il medico che la malattia!
Se tu vuoi vedere lo specchio delle nostre ipoteche attiveva' al credenzino del mio lavamanie nei vani che passano tra protocollo e protocollo troverai inserito un mezzo foglio di carta che le comprende tuttemeno quella circa Peppino rimasta in bianco per la indolenza invincibile di Garavita. Detto foglioappena tu ti accosteraiti salterà agli occhi. Intanto però ti dico che la ipoteca a Fioravanti non esiste tanto perché l'epoca (come apparisce dalla posizioncella che ti ho lasciato) fu privataquanto perché non si è potuto inscrivere neppure giudizialmente pel non essersi mai presa sentenza circa il debitore. Di Trivisani però esiste il borderò in posiz.emandatomi a mia richiesta l'altr'anno da Giacopetti che ne lo incaricai. - Ti raccomando a questo proposito la rinnovazione imminente contro Costanzi. - Questa notte è partito di qui il tenente Onofri venuto quasi inutilmente a far reclute in questa provincia. Dice che verrà a vederti. - In Veroli è maritata una figlia della Valdambrinicredo quella che doveva prendere Orlandini. L'ho veduta una volta qui in casa. Ora è in convalescenza della rosolia. Abbraccio di nuovo te e Ciro nostro.
Il tuo P.

LETTERA 124.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli25 giugno 1831
Mia cara Mariuccia
Rispondo alla tua de' 23 in cui mi chiedi conto del trattamento che io qui ricevo onde su quello e sulla soddisfazione che me ne risulta stabilire una norma circa la moderazione o eccessività della dozzina proposta in Sc. 12 mensili. Già in altra mia io ti dissi che quello che in una famiglia casareccia si può sperare io qui l'ottengo. Per darti però una migliore idea delle cose entrerò un po' meglio nel dettaglio di esse. La bontà e la premura con cui qui sono trattato sono grandie anche sommee anche diremo eccedentitrasformandosi assai di sovente in un assedio da far capitolare la resa senza neppur l'onore delle bandiere spiegate. Ma che vuoi fare? L'unica che potesse qui avere una giusta idea del mondo civile e di quanto può fare la vita riposata e pagasarebbe la Sig.ra Nanna; ma premettiamo anche in lei un certo tal quale guasto procedente dalla operosità insistente ed efficace dell'esempio che la circonda; e se poi ci aggiungeremo in diffalco tutta la parte d'animo che deve ella concedere ai Sagramentialle Chiesealle preghiereai digiuni e a qualche altra praticuccia di religionele cure che le restano disponibili nel cervello e nel cuore possono certo bastare e bastano a farne una eccellente madre di famiglia ed un'ottima economa di una casama non mai una donnadai cui consiglie previdenze e providenze abbia a nascerne quel bell'ordine di proprietà e di comodo il quale con gli elementi qui in casa esistenti si potrebbe sperare e ottenere. Quindiper dire più specialmente di meuna superba stanza piena di tele di ragno: elegantissime persiane che la furia continua dei venti qui dominanti vuol sempre in agitazionee in istrepitoe chiuseper mancanza de' necessari fermagli: dodici ampii cristalli sporchi in modo che non la vista degli oggetti esternima né anche la luce solare può quasi più avervi passaggio: un moderno camminetto di bel marmo bianco affumicato dalle esalazioni interne del bucato del pianterreno: un larghissimo letto dal quale escono i piedi di fuori per la sproporzione delle misuresoffice in modo che o i detti piedio la testaod i fianchi vi s'ingolfano fino agli abissi: una nobile coperta che scopa la terra da tutte le parti: una scrivania alla moda colla zella incozzata in più d'un luogo; due ben modellati comòcon tiratori che vogliono chiudersi da quella parte che loro più piace: una lucerna ricolma d'olio e ridondante come una fontana: un'altra senza boccaglie e i di cui stoppini all'improvviso ti si nascondono e ti lasciano al buio: una tovaglia finissima sparsa di frittelleuna camera da pranzo tutta addobbata di bel parato e di oggetti da cucina: tre gatti che si fanno pagare il loro ufficio contro i topi a furia di saltarvi fin ne' piatti che vi stanno davanti mille mezzi per difendersi dalle moschee nulladimeno un milione di mosche per ogni palmo quadrato di spazio: una sostanziosa cioccolata da tagliarsi a fetteuna studiata minestra senza brodo e colma di pepe o garofaniun pollo ricercato sparso da un capo all'altro di schiuma: carbone sparso qua e làcaduto dal canestro a chi stira: un'insalata cottama cotta in tanta estensione del termine che non vi rimangono più che le fibre: un solo cucchiarino da caffè per tutta la carovana: neppure uno sgommarello per dar la zuppaun'acqua calda per la barba e pei denti piena di fuliggineo di fondi di caffèo di grasso di pilao di rimasugli d'ovo sbattutoo finalmente odorosa di fumo. Un collo di camicia col baffettoun gilè colla ciancicaturaun fazzoletto col bughetto rispettato. Etc. etc. etc. Il trattamento poi di cibarie è quale la estrema scarsezza di questo paese può farlo ottenere migliore e non burlo. La mattina cioccolata: a pranzo minestra tre cose e talora più: quindi caffè: e la sera si ripeterebbe altrettanto ma io vado assai piano (*). Onde procurarsi però il vitto da fornire la tavoladice la Sig.ra Nanna (e la credo) che deve quasi metter gl'impegni. Le carni scarse e non troppo buone; rarissimi pollierbe quasi nessuna: insomma un paese senza industria e senza coltura. Quindi carissime le vettovaglie che conviene disputarsi in piazza un coll'altro e incettarle anche prima che arrivino. E la Natura pure produce qui come altrove! Or figurati se è ora così che il governatore attuale vi ha in qualche modo provvedutocosa sarà stato primache il forno spesso mancava di pane; non vi era mai mercatosi vendevano con fraude quasi tutte le carni morticine del territorioe il pizzicarolo non teneva fuorché cacio pecorinomerluzzo salatoe salacche tarlate. Pure qui tutti contenti in questo paese.
Venendo ora alla dozzinasul seriocomputata colazionepranzocenae se volessi merenda: computato l'alloggioil lumeil consumo di biancheriala lavatura e stiraturae la servitùqui dove tutto si ha caro e con difficoltànon mi pare eccedente. Già non vi starò neppur molti mesi per mille ragioni municipalied atmosferichee civili. Mi basterebbe ricuperarvi perfettamente la salutee poi ambulo. Col dimorarvi ho scoperto un clima di un'incostanza infernale: certe strade che sembrano scale dell'ultimo piano del Palazzo Poli; e poi certi abitanti... e poi certi speziali... Basti dire che il primo fra questi è un doratoreche di cento medicine ne tiene in bottega una dozzina al più; e spesso manca di cassia; e quando l'hase non gli tenete sempre gli occhi addosso e vi divagate un tantinotraffete vi ci ficca la mela cottao l'acquao il diamine che se lo porti: e ciò per aumentare il peso senza diminuzione del fondo di farmacia. - Un medico quindi!... ma che medico! fa' dei pessimi sonettacci satiricima pure lo credo assai più abile in quelli che nel conoscer la febbre. - A propositoda varii giorni mi ripizzicano de' doloretti al pettoalle bracciae alle mani: un buon medico di Frosinone progetterebbe una ben saturata decozione di... di... (non so se lo scrivo bene) di legno guaivo presa per 40 mattinesostenendo egli che dopo un male reumatico lungo senza un decotto non si guarisce mai bene. Che ne direbbe Mazzucchelli? - È finita la carta. Addio: addio. Abbraccio di tutto cuore te e Ciro nostro.
Il tuo P.

(*) E se fra giorni volessi mangiare magariché anzi questo è un soggetto di angustia il salvarmi dalle continue offerte e dagli stimoli di questa natura.

Publio è andato oggi a Ferentino a seccarsi e perdere il sonno. Io ho preferito di fare il mio comodo: e questa sera quando tornerà gli darò la tua lettera che ho ritirata per lui alla posta.

LETTERA 125.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Veroli30 giugno 1831
Partirò certamenteMariuccia miae con questi di casa non è necessario alcun pretestoavendogli io già manifestato chiaramente che la stemperatezza di questo clima mi caccia. Circa all'interesse sono contentissimi che tu lo accomodi con Publio: si potrà ratizzare sulla mia dimora fatta fino al punto della partenza. - Tu mi dimandi perché non ti ho dato prima un cenno delle cose che ti dissi nella mia precedente. - Te ne ho parlato quando era tempo di aprir bocca. Il tempo anteriore fu consumato in esperienza. Appena qui giuntoe per qualche giorno di poiti dava buone nuove di mia salutee diceva la verità. Lo stomaco era stato il primo ad accorgersi del mutamento di clima e se n'era mostrato contento. Dopo sono succeduti ad avvedersene i muscolied hanno collo stomaco fatto causa a parte. Allora ho aperto gli occhi ioe ho cominciato meglio ad osservare la bisogna. Questo paese è situato sopra una montagna tutta scoglie tutta scoperta. Ieri cambiò temperatura cinque o sei voltee sempre da un eccesso all'altro. Me lo avevano dipinto per un paradiso: potrei anche crederlo per l'elevatezza suama pel resto somiglia meglio all'inferno. Non ti dico che l'aria non sia buona: non può anzi essere che ottima; ma per reggere alle stravaganze delle montagne è necessaria una costituzione meno scompaginata della mia. Ciò riguarda al fisico. Circa poi al civile non ti dissi nella mia ultima che la metà. Figurati tre giorni addietro la Sig.ra Nanna non trovò un uovo per tutta Verolionde darmelo la sera. Ieri mattina fece girare e battere ad ogni porta onde trovare un paio di piccioni. Li ebbe finalmente a gran venturama grossi come due quaglie le costarono due paoli.
Ieri sera io aveva necessità di un poco di cassia: il povero Publio dové tornare a casa senza averla potuto portare. Per farmi un poco d'insalata cottabisogna ordinare la cicoria un giorno avanti. Purtuttavia questa tavola è molto a sufficienza provvistama tutto gronda sudore di chi lo ha procacciato. La carne di macello si deve comperare quando c'èe poi metterla in grotta. - In quanto poi all'interno della casa essa è bella e sarebbe anche assai comodama la poca cura manda tutto in deperimento. La cortesia de' padroni di casa può dirsi senza ugualema è una cortesia campagnola che ti porrebbe la casa in collo senza comprendere che il peso eccederà le tue forze. Prenda un poco di questo: sono tenerissimi: e saranno cavoli. - Senta com'è delicato e leggiero questo umido: e saranno funghila di cui leggerezza la misurano a peso di staderae non a capacità di stomaco. E mangi quie riprenda lìe assaggi di questoma lei non mangia nientema lei muore di famema lei fa penitenza: e beva un altro bicchiere: e si sforzi; e faccia un poco di merenda ma i suoi dolori provengono da debolezzaetc. etc. Intanto io vado scoprendo certe codiche di porco cotte col lessovado sentendo pepe e garofanibevo un'acqua che sa di terrabenché a questi signori sembri acqua celestee debbo tutto giorno lottare contro le cordiali insistenze di chi è incapace di essere illuminato quando certe cose non le capisce da sé. - Mi dicono: Lei sta sempre soloe si annoierà. Come vuoi fare altrimenti? Io ho bisogno di riguardi. Se scendo all'appartamento della signoratrovo tutto apertoe spesso per le stanze fischia la tramontana come in piazza. È vero che qualche volta al mio apparire si chiude qualche finestra in qui e in làma io mi accorgo assai bene che quello che giova a me nuoce agli altrie riesce loro un gran sacrificio. Figuratila conversazione è composta di tre o quattro persone che giuocano a calabresella in mezzo proprio di una stanzetta con quattro finestredue porte e un camminettoche vale a dire sette buchi tutti spalancati. La Sig.ra Nanna sta in camera sua a dir le orazioni con le figlie; ed io in camera mia a sbadigliarema almeno a finestre chiuse. A due ore e mezzo ceno. Publio e il Governatore che fan parte della calabresellacenano verso le due e vanno spesso a letto coll'alba. Potrei io far questa vita? - Venghiamo adesso alla mia partenza. Ho fatto consiglio colla Sig.ra Nanna e con Publio. Due mezzi vi sono: o la diligenza di Frosinoneo la vettura. Col primo mezzo eviterei la pessima nottata a Valmontonema c'è l'incomodo di andare di qui a Frosinone con tutto il bagaglio; e questo è poi soverchio per la condotta della diligenza. In vettura porterei tutto con mema si fa la tremenda nottata fra le cimici di Valmontone. Or senti bene. Dimani torna da Roma quel vetturino che io cacciai via allorché venni qui. Con esso combinerò il giorno ed il modo del partiree se egli (come qualche volta lo fa) accudisce a fare tutta una tiratate ne avviseròe tu mi favorirai di farmi trovare alla porta la facoltà del Conte Moroni firmata e bollata col suggello di uficio a scanso di dispute. E se potrai unirci anche un lasciapassare te ne sarò grato. Ci sentiremo però meglio quando avrò parlato col vetturino.
Intanto ho scritto alla Robertima solamente per prevenirla. La decisione definitiva la prenderò a Romaperché vorrei almeno arrivare da quella povera gente senza dolori. Se mi ripigliano làpazienza; ma scendere dal legno per così dire onde mettermi a lettonon mi parrebbe coscienza; e neppure mi azzarderei a un viaggio lunghetto se non mi sentissi in forze e in sanità sufficiente. Oltrediché arrivato a Roma dovrò riformare e mutare faccia al bagaglio per passarlo dal baulle alla valigiae lasciare tante cose che per la diligenza peserebbero troppo. Dunque il posto non me lo fissare. Questo si fa presto; ed altronde non mi parrebbe prudente l'obligarmi così in anticipazione a un proseguimento di viaggio che per qualunque motivo mi potesse riuscire ineseguibile pel già fissato momento. Non mi dilungo di piùavendo scritto abbastanzae dovendo presto correre ad impostare perché è tardi. Abbraccia Ciro nostroe benedicilo. Intanto godo anticipatamente del piacere di rivederlo unitamente a teche stringo al cuore dicendomi
Il tuo Peppetella.

LETTERA 126.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Di Morrovalle31 luglio 1831
Mio caro Neroni
Dove siete? Io son quidopo aver passeggiato per molti giorni la provincia di Campagnatroppo bello e sfortunato asilo di ladri.
Mi tratterrò in questa terra alcun poco di tempoalieno pel corrente anno da' miei giri nel Nord d'Italia: ché tre mesi di mori-e-non-mori; 14 libbre di sangue accordato generosamente alla punta di una lancetta e alle trombe di 65 mignatte; dodici vescicatoi; un paio di dozzine di purgheun battaglione di lavemensMonsieur; un codicillo di senapismi; 50 giorni di sole bevande insustanziose; una penitenzauna eucarestiae un preludietto di crisma; le son coserelle da non menar tanto per l'allegra due gambe di un povero galantuomo. E così è che mi convenne non ha guari scontare sette anni di perfetta e robusta saluteco' quali era io stato dal 24 al 31 premiato di un altro settenario di patimenti sofferti già dal 17 al 24. Laude sempre ne sia alla Provvidenza che si degna assaggiarci nel crogiuolo de' malanni. Basta di me. E voimio stracarissimo amicocome state? come ve la passate? Fra le delizie certo di una consolante famigliagiunta da età e stato di coronare le paterne sollecitudini. So de' vostri due figli che han dato soggetto ad encomii pubblici per la loro eccellenza nella bell'arte che vi ha sempre sedotto. Bravi! Me ne rallegro e con essi e con voi. I Voltattorni? Li saluto tutti e singoli; e qui sta bene un etc.
Abbraccia Neroni suo
G. G. Belli

LETTERA 127.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Morrovallegiovedì 18 agosto 1831
Mia carissima Mariuccia
Riscontro due tue lettere dell'11 cioè e del 13. - Circa alla prima ti dico che ho fatto a queste Signore l'ambasciata della coperta: se vorranno ordinarla te ne riparlerò a suo tempo. - Mi dispiacque di darti disturbo intorno al Cholera Morbusma ne fui spinto a parlare dallo stretto interesse civicofamiliare e personaleche in casi simili non può certamente tacere. La storiella delle Monache de SS. Domenico e Sisto già io la sapeva dalla stessa bocca di Mazzucchelli che la ripete ogni momento: ma malgrado della sicurezza di lui e di tutta Roma in un flagello di questa naturanon è meno vero che ci facciamo illusione miserissimadapoiché questo morbo desolatore si avvanza sempre a passi di giganteed ha già di molto trapassato il Danubio che si sperava potesse esserne una barriera. E lasciamo stare la strage che mena ne' luoghi da noi più remoti: l'11 luglio a Pietroburgo di circa 500 malati non se ne salvarono 15.
Bastanella universal cecità che pare sempre destinata ad accompagnare agli occhi umani questa specie di flagellil'unico conforto è certo quello di sperare nell'aiuto celestebenché sarebbe sempre assai meglio sperare nel Cielo e d'aiutarci alacrementeonde i nostri sforzi fossero benedetti di felice successo. Ma è purtroppo sicuro che dopo aversela presa in canzona allorché il male sarà a porta del popolosi ordinerà in fretta in fretta una processione. Non voglio più estendermi sopra un argomento così desolanteil quale non può non affligertiMariuccia miasenza nessun compenso. Lasciamo fare alla provvidenza: seguiremo la sorte degli altri. - Intorno però alle perniciose e al vaiuolo che mi dici affliggere attualmente Romaconosco anch'io la difficoltà di garantirsene; ma pure son persuaso che fra cento affettiottanta o novanta apparterranno alla classe di chi si è avuto meno cura: almeno usando delle precauzionie poi cadendo pure nel malequesto riuscirà meno maligno. Dunqueper caritàgran cura a te ed a Ciroil quale da un momento all'altro aspetto di udirlo vaccinato.
Vengo oraalla tua de' 13. Secondo quanto mi avvisi sul ritorno indietro delle lettere a Bondìquella da me scrittagli il 7 dovrà retrocedere a Maceratadov'è la Direzione che la spinge a Sinigallia. Quando potrò avere occasione di farne fare ricercane avrò pensiere; benché non so se a me la renderanno. Intanto ho oggi stesso riscritto alla M.sa Antaldi ne' termini da te indicatimi; e speriamo vederne un successo. Forse forse Fioravanti pagherà i frutti in agostocome promette; ma ecco che anche in quest'anno abbiamo perduto l'occasione del pagamento della sorte la quale è per noi di grande importanzastante la difficoltà della qualità del contratto. Più si tardapeggio è; e però io aveva pensato di assalire il debitore per sorte e frutti senza più parlargliene. Se ora paga i frutti è certo che chiederà altra dilazione per la sorte. Tu però che stai al regime della casaqueste cose le vedi meglio di me; dunque fa' tuche è ben fatto. Godo della stipulazione con Corsini. Qui piove semprefa umido e freddo: e quando queste tre cose non accadonovi è invece una quantità di vapori secchiche tingono il Sole in verdein bleuin gialloe in bianco. Passa da un colore all'altro come una lanterna magica: e si guarda ad occhio nudo. Che stagione! Che anno! Tanti saluti di questi signori: io abbraccio Ciro e te di tutto cuore. Il tuo P.

P.S. Devi avere avuta la mia degli 11segnata per equivoco col n. 8: doveva portare il n. 7. Essa ti faceva mille augurii per la tua festa.


LETTERA 128.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Morrovallemartedì 23 agosto 1831
Mi approfittomia cara Mariuccia del ritorno che fa a Roma Meconiper inviarti la presente risposta alla tua del 18. Tanto meglio l'aver lasciato Veroli a tempo! In quest'anno per verità l'atmosfera è minacciata dappertutto; ma sotto il Cielo di Veroli si deve soffrirne assai più che altroveper la incostanza naturale a cui va quel clima soggetto. Arrivato io quidopo alcuni giorni ebbi una lettera di Publioin cuicome io già me l'aspettavasi faceva un bello elogio di quel soggiornodiventato un paradiso terrestre appena dopo la mia partenza! Aria dolcetranquillacielo serenosole temperatissimoe gioia universale! Non so cosa direbbe adesso il buon Publioseppure l'amor del nido de' suoi morti antichi non lo accecasse sulle bare de' morti moderni. Qui almenose il tempo è strano e veramente imperversale morti son rare e colpiscono quasi solamente dei vecchio de' giovani di vita strapazzata e per lo più ritornati dai lavori delle campagne romane. In questo territorio di Morrovalle si vede sì qualche perniciosama poche: nell'altro di Montesantodove andai ieri a visitare la famiglia Marefoschine sono scoppiate di piùbenché l'aria vi sia tenuta per forse più salubre ancora che questa. Ed io pensoappunto nella maggiore elasticità di quel clima consistere la principal ragione del maggior numero di malori. Più elevatapiù scopertae in conseguenza più incostante nella temperatura.
Ho riso assai e ho fatto ridere la famiglia Roberti sulle 3 avemarie a te e 10 a Ciro. Bisogna senza dubbio convenire nel tuo pensiero che il nostro nuovo penitente ne avesse un carro a quattro cavalli! Se va avanti con questa proporzionea 20 anni non avrà più che il tempo di far penitenze. Spero che queste riflessioni lo persuaderanno di più della necessità di esser buono e far sempre il suo dovere. Così Iddio lo benediràe gli uomini gli daranno lode e riverenza. Come si conosce bene che in Roma si trascurano affatto tutte le salutari osservanze! Non trovarsi ancora un buon pus! fa meraviglia! Il giorno 20 ebbi riscontro di Macerata non esser là ritornata la lettera che io scrissi il 7 a Bondì in Sinigallia sotto l'indirizzo dei Sigg. Cave e Bondì: il 21 dunque scrissi direttamente al Direttore della posta di Sinigalliapregandolobenché non mi conosca personalmentedi respingere quella lettera o direttamente a me o vero in Roma alla Ditta Sigg. Cave e Bondìa cui è diretta. Vedremo che ne nascerà. Ti dissi già che avevo ripetuto alla M.sa Antaldidalla quale non ho ancora riscontro. Due Elene avrai avuto tu da complimentare: la Barbèri di cui mi parlastie la Lovery che è più secondo il tuo cuore. Di' a Stanislao che in seguito delle di lui notizie ho scritto a Torricellibenché da Veroli già gli dassi discarico della procura della cresima di Ciro. Lo ringrazio intanto senza fine il nostro buon Stanislaoche salutoe che spero stia in ottima salute. A propositodi' a Biscontiniche al mio passaggio da Spoletonon vidi Plinj ma un di lui giovane che egli mi fece trovare per dirmi che Riochi aveva pagato qualche cosa e si disponeva a pagare il di più. Do a Meconi un libro che ti passerà: mettilo nel mio studio: è una buona edizione di una ottima storia da me comprata a Macerata per pochi baiocchi. Saluto tuttied Ossoli: e ti abbraccio con Ciro.
Il tuo P.

LETTERA 129.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Morrovalledomenica 4 settembre 1831
Bramosomia cara Mariucciadi compiacertimi accingo all'opera di cercare informazioni sul Collegio di Osimo. Non mi reco espressamente sul luogo distante di qui circa 30 migliaperché per convincermi col fatto delle cose che caverò da buone fonti mi bisognerebbe passare del tempo onde assistere alle lezioniconversare co' Maestri ed acquistare l'esperienza necessaria a conoscere l'abilità di questi e la efficacia de' loro metodi. Però ti prevengo del molto mio dubbio circa alla preferenza che questo vecchio Collegio Vescovile possa meritare sul rinnovato di Perugia che ha una celebre universitàun gabinettouna specola e un museoa contatto ed aiuto. Certo egli è bene che in una Casa di educazione regolata da Vescovi l'influenza de' mirabili sistemi della moderna istruzione arriverà appena dopo un altro mezzo secoloquando cioè già sarà tarda. Tutti i lumi che io già posseggo in mente intorno al collegio in quistione si riducono all'aver esso dato ne' passati tempi de' bravi pretiabilità che forse non ha oggi perduta. I professori saranno eccellentima di oscuro nome son certo. Le risorse poi di Osimo in fatto di scienza e di ornamenti fanno aggricciare le carni a pensarle. Non ti aggiungo altro su ciò: queste sono mie idee che probabilmente i fatti potranno smentire. Rispetto per ciò sempre le ragioni che tu abbia per inclinare alla contraria opinione e quando me le avrai manifestate le valuteremo insieme e le confronteremo colle mie per decidere in un punto di tanta importanza. D'altra parte io stimo Meconi per un buono e bravo giovanotto: ma non lo ritengo assai competente per dar giudizii di cose che poco riguardano la sua sfera e la sua esperienza in somiglianti materie. Il nome che può aversi acquistato il Collegio ne' vecchi tempitra il vecchio modo di vederee tra i passati bisogni del secolopossono illuderlo come possono illudere molti altri: e se aggiungi a queste considerazioni l'altra dello stare ivi in educazione un individuo della famiglia Marefoschi a lui tanto attaccatapotrai tirare una conseguenza de' suoi elogi con poco pericolo d'ingannarti. Ma vedremoe saprai. Intanto ti prego caldamente di passare urgenti istanze al nostro Biscontini affinché ricerchi presto fra' suoi librie ti dia la copia del programma del Collegio perugino ch'egli più volte mi promise in reintegrazione di quella che per di lui consenso mandai a Torricelli. Se ne avrà bisogno per fare con quella ciò che a suo tempo ti dirò. - Ho piacere che tu sii andata a visitare i miei parenti. Povera Costanza! Senza legato! - Va bene de' danari da te dati al francese di Bochet. La carta bollata per le quietanze non serve a nulla: dovremo forse litigare con Bochet? Spero di no. Come sono contento all'udire che si speri di aver trovato un buon pus! Così almeno avremo preservato quel caro figlio da un malanno. E circa a malimi rattrista che tu vada ricadendo nella riscaldazione. Badacie non trascurarla. Le migliori notizie del Principe di Piombino mi hanno fatto piacere. Da tre giorni è qui ripartito il poco di sereno e di caldo che da poco aveva ricominciato. Tira un vento da gettare per terrafa freddo e umido: piove e vien grandine in qua e in là. Quale anno! Con tutto ciò io me la vado passando competentemente. Oggi è finito il solenne triduo celebrato in questo paese a preservazione del Cholera. Che dice ora Mazzucchelli? Ci crede che venga? Spero che i medici romani leggano le molte operee i moltissimi articoli de' giornali scientifici e letterarj che ne parlano in tutti i sensi. Ne ristringessero almeno un qualche metodo preservativo e curativo per la povera Roma! Benedici Ciro e abbraccialo come di cuore ti abbraccio. Il tuo P.

P.S. Ti rendo i saluti di Casa Roberti.

LETTERA 130.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Ternimercoldì 5 ottobre 1831
Checco mio
Fra non molto ci riabbracceremo. Intanto ti fo precorrere la notizia che vengo carico di nuovi versi da plebe. Ne ho sino ad oggi in 153 sonettisessantasei de' quali scritti da dopo la metà di settembre (crescono). A guardarli tutti insiemee unendovi col pensiere quel di più che potrà uscire dai materiali già raccoltimi pare di vedere che questa serie di poesie vada a prendere un aspetto di qualchecosada poter forse davvero restare per un monumento di quello che è oggi la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di originalità: e la sua linguai costumile usanzele pratichela credenzale superstizionii pregiudizile notiziee tutto ciò insomma che la riguardaritieneal mio giudiziouna impronta che la distingue d'assai da qualunque altro carattere di popolo. Né Roma è tale che la plebe di lei non faccia parte di gran cosadi una Città di sempre solenne ricordanza. Di più mi sembra non iscomporsi da novità la mia idea. Un disegno così colorito non troverà lavoro da confronto che lo precedesse. I nostri popolani non hanno arte alcuna: non di oratorianon di poeticacome nessun popolaccio n'ebbe mai. Tutto esce spontaneo dalla natura suaviva sempre e frescaperché lasciata libera nello sviluppo di qualità non mercate. Direi delle loro idee ed abitudinidirei del parlar loro ciò che può vedersi delle fisionomie. Perché tanto queste diverse nella plebe di una Città da quelle de' cittadini della Città stessa? Perché non frenati i muscoli del volto alla immobilità che la educazione civile richiedesi abituano alle contrazioni della passione che domina e dell'affetto che stimola; e prendono quindi un diverso sviluppo corrispondente quasi sempre alla natura dello spirito che que' corpi anima e dirige. Che se ne' cittadini non accade una totale uniformità di fisionomieciò si deve alla fondamentale differenza de' tratti specialmente proveniente dalla ineguaglianza degli ossi che le carni rivestono e dal non aver mai la Natura creato nulla di similema di consimile. Vero però sempre mi par rimanere che la educaz.e che accompagna l'incivilimentofa ogni sforzo per ridurre gli uomini alla uniformità: che se non vi riesce quanto vorrebbeè forse uno de' beneficii della creazione. - Il popolo quindi mancante di artemanca di poesia. Se mai una ne cercalo fa sforzandosi d'imitare la illustre. Allora il plebeo non è più lui; ma un fantoccio male e goffam.e rivestito di vesti non attagliate al suo dosso. Poesia propria non ha: e in ciò errarono quanti mai sin qui vollero rappresentare il dir romanesco in versi che tutto mostrano lo sforzo dell'arte sulla natura e della natura sull'arte. Esporre le frasi del romano quali dalla bocca del romano escono tuttodìsenza ornamentosenza alterazionesenza pure inversioni di sintassi o troncamenti di licenza se non quelli che il parlatore romanesco usa egli stesso: insomma cavare una regola dal caso e una grammatica dall'uso; ecco il mio scopo. Il numero poetico deve uscire come per accidente dal casuale accozzamento di correnti e libere parole e frasi; non iscomposte giammainé correttené modellatené accomodatecon modo diverso da quello che ci può mandare il testimonio delle orecchie. Che se con simigliante corredo di colori nativi giungerò a dipingere tutta la morale e civile vita e la religione del nostro popolo di Romaavròcredoofferto un quadro di genere non disprezzabile da chi guarda senza la lente del pregiudizio. Non castanon religiosa talvoltasebbene devota e superstiziosaapparirà la materia e la forma; ma il popolo è questo; e questo io ricopionon per dare un modelloma sì una traduzione di cosa già esistenteepiù lasciata senza miglioramento. A te e a Biaginied in voi agli amici di maggior mia confidenza io darò a vedere gli ultimi lavori delle mie ore d'oziopersuaso che la delicatezza e l'amicizia d'entrambi non ne trarrà fuori che la sola lettura. Ne rideremo poi insieme; e queste risa ci varranno a prepararci l'animo alle possibili sciagure che ci minaccino. Abbraccia tutti quelli che mi son cari: addio.
Il tuo Belli

La mia salute è mediocre. La tua?

LETTERA 131.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
[31 dicembre 1831]
Mio caro Torricelli
La tua lettera del 27 mi ha tutto pieno di dolore. Vi leggo quanto tu hai dovuto e devi sentire in questo luttuosissimo avvenimento: nel bacio e nel sorriso paternodi'non hai trovato oggi un premioun gran premiodella filiale carità? Il tuo padre morendo si è ricordato che tu non gli hai afflitto gli ultimi giorni di vita malgrado qualche piccola durezza che potesse averti usata. La di lui benedizione discese sul tuo capo e passerà certo ai figli de' tuoi figli. Ora sii uomoun uomo filosofo; sollevati e pensa quante vite sono attaccate alla tua. - Ho delineato oggi un rozzo pensiero da servire per una idea allo scultore in metallo. Vedilo intanto tue rimandameloperché non ne ho un doppio. Io stimerei che la grandezza fosse conveniente così. Sto pensando che se le lettere ti sembrano grandi al giusto difficilmente si potranno incidere nette nel marmo e più difficilmente riempire il graffito con l'oro in modo che risalti. Per l'incisione in marmo vorrebbero le lettere essere di taglio più ampio e profondo che non comporta la proporzione del mio modello: e fatte più grandine risulterebbe un tutto di soverchia mole e di soverchio prezzo (benché questo non sarà mai piccolo): l'anello soprattutto vi si smarrirebbe alla vista. Non si potrebbe dunque tirare la tavola di bronzo oliva-cupoincidervi le lettere e dorarle? L'annettervele in rilievo costerebbe troppo caro. Ma son curioso io che ti vo' facendo l'economo.
Ho preso l'ardire di cambiare qualche parola alla inscriz.e: non però con l'animo di preferire la mia alla tua lezione. Due o tre volte ho posposto la 6a colla 7a lineama poi ho lasciato così suonandomi meglio all'orecchio e alla mente. Circa alla punteggiatura io sarei contento a questo. Il carattere corsivoche ne ammetterebbe di piùparmi che sconvenga. Le parole di tuo padre in diverso colore mi spiacerebbero: la diversa mole le distinguerà assai.
Dopo la linea 12 non è necessario alcun segno di divisione. Vedo le migliori epigrafi che non ne hanno. Il ritorno al carattere piccoloe il senso staccato non lasciano luogo a questa necessità.
Venendo all'affare Consolidatovedosìun capitale di Lire italiane 476127; pel quale il Tassini avrebbe dato Sc. 300. Questa specie però di offerta egli la fece in quella stessa lettera in cui avvisava tuo padre che il frutto di quel Capitale era stato fissato dal Monte di Milano a Sc. 25 annui. Nelle lettere posteriori peraltro il medesimo frutto si vede calare invece a 25 lire ital.ee poi a L. 2450aggiungendovi che soltanto per equivoco si era da luiTassiniparlato in addietro di scudi là dove s'intendevano lire. Mi fa gran meraviglia come un Capitale che ridotto a unità romana al cambio del 535 forma una somma di Sc. 889:95abbia a rendere un frutto di L. 2450 equivalenti a Sc. 4:57 1/2. Il Consolidato essendo al godimento del 5non rappresenterebbe questa somma annua neppure un valore di cento scudi. Ci deve dunque essere qualche motivo occulto.
Un'altra cosa ho rilevato dal carteggio Tassinicioè che prima dell'arrivo a lui della procura del q.m tuo padrepareva che i denari stassero in tasca: dopo l'arrivo della procura (con la facoltà di alienare) si direbbe quasi che neppure il Monte Napoleone o la Commissione mista avessero pensato ancora a liquidare il credito. Il Tassini assume d'improvviso un certo discorso d'irre orre che non garbeggia molto. Ho già fatti varii quesiti in proposito alla Direz.e del debito pubblico; e se posso averne le rispostecome mi sono state promesseprima della partenza del corriere d'oggite le aggiungerò qui sotto. Altrimenti ad aliam. - Circa poi alla alienabilità della venditaoggi il Governo é poco in creditoe perciò appena si potrebbe ricavare un 75 per 100 capitalizzato il frutto al 5. Mi spiego? Ogni Sc. 5 di rendita sono riguardati rappresentare un capitale di scudi 100. Orbene questi scudi 100 oggi diventano 75ed anche meno per chi vuole evitarli: eppure in commercio era già arrivato il consolidato romano al 105 per 100e il Milanese al 100cioè alla pari. Ma ora...
Aspetterò dunque che tu abbi fatto alla tua elegiai cambiamenti che stimi convenientieavuti questimetterò tutto nella sua lezione e busserò alle porte degli Odescalchi. Va bene così?
Davvero la Circolare mi sa di muffa.
Credi l'A.A. miglior dicitore?
Mi congratulo teco pel ristabilimento del tuo bel Torquatello che mi abbracceraicome abbraccerai anche il futuro mio santoletto Amantino dal viso dell'Armi. È più così serio? Sant'Anna aiuti la tua Clorinda.
Mariuccia ti fa le sue sincere condoglianze e ti esorta con me alla rassegnazione.
Addioaddio. Ti abbraccia il tuo Belli.
Di Romal'ultimo dell'anno 1831

LETTERA 132.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
[4 gennaio 1832]
Mio caro Ferretti
Eccoti la introduzione. Leggilae dimmi il tuo parere; perché il criterio tuo mi sta per cosa non comune. Ti accludo anche due altri sonetti che l'ha fatti chi jje pare e ppiasce. Riprenderò tutto lunedì 9 verso le 3 1/2 pomeridianealla qual'ora sarò da tepurché il tempo non vada all'estremo del cattivoe neppure a quello del buonolo che in inverno è peggio forse che il tristo per un cerotto mio e tuo pari. Il tuo Sig. Avelloni sarà per avventura scandalizzato da alcuni soprattutto de' miei quadretti poetici: ma tu ripetigli il motto da me tolto ad Ausonio "lasciva est nobis paginavita proba cioè scastagnamo ar parlàma aramo dritto." Eppoi queste cose restano (almeno per ora) nelle menti de' soli amicii qualie tu il primo gentilissimo fra essimi usano certo la delicatezza di non conservarne altra nota che quella che resti loro nella memorialo che solo Iddio potrebbe togliere. Ti abbraccia il tuo
Belli
4 del 1832.

LETTERA 133.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Romasabato 14 gennaio 1832
Mio caro Torricelli
La tua ultima è del 3: ti sei tu forse maravigliato del mio silenzio? Ma
Del vecchio (ladro) guardavam la traccia.
Il vecchio però non si è lasciato trovare. Potrebbero ben trovarlo gli occhi della giustiziao criminaleo civile. Ma che! In certi paesila primaguarda più in cagnesco i buoni che i malvagied altronde il legale probo di cui ti parlai è di avviso che il tuo caso contro il vecchio ladro non presenta tutti i caratteri da aprir l'adito ad una azione contro il corpodapoiché sino a tutto il fatto della vendita le cose procedettero regolari: nel resto tuo padre (di troppa buona fede sugli antecedenti) non ti ha lasciato che un credito contro uno inonesto anzi fraudolento procuratore. Per aver titolo a procedere di criminedice il legalebisognerebbe poter provare una frode sugli antecedenti. Bastaio legislatorein certi casimanderei in galera gli antecedenti e i susseguenti. Circa poi all'azione civileecco come stanno le tue cose. Il Tassini non più impiegato al Cracas: senza scarpe in piedidisperatostoccatore per vivere. Vivente Leone XIIimprese un giornale ecclesiasticocon sua rappresentanzama con occulta opera del P. Ventura teatino. Dopo alcuni numeri l'Imprenditore si mangiò le quote anticipate de' Socie il giornale arrenò. Gli ecclesiastici e i filoecclesiasticia' quali il giornale piacevaricorsero al Papa. Il Papa chiamò il Tassini. Questicome puoi credereera preparato alle ciarle. Conclusione dell'abboccamento si fu che Leone fece dare al Tassini Sc. 600 per ristorare l'impresa. Dopo due altri numerio menola impresa naufragòe gli Sc. 600 andarono ove poi caddero le somme e i tartufi di Torricelli. Fu coglionato un Papae meno i ferri che non volle imporglinon seppe che fargli! [....] Non terminarono qui le mie ricerche. La tua cartella fu venduta il 4 agosto 1829 a un Michele Ajani. Iogiusta la probabilitàlo stimai l'Ajani Michele del Cracasnel cui uficio era impiegato il Tassini. Ma che! Il Michele Ajani del Cracas è già morto da otto annie l'uficio Cracas nel 1829 era (salvo i particolari contratti di famiglia) tra le mani di... Cavalletti e dei cognati suoi Angelo e Pietro Ajanil'ultimo de' quali è anche egli morto da alcuni mesi a questa parte. - Ma il Consolidato di Gio. B. Torricelli venduto al Michele Ajani (come è scritto in Amm.e del debito pubblico) si possiede almeno da alcuno de' discendenti di lui? Nessuno della famiglia Ajani ha mai comperato rendite pubbliche. Dunque chi può essere questo Ajani compratore? Il Michele noperché morto ab antiquo: i due figli di lui noperché non possessori di vendite pubbliche. Piano: vi è un quarto Ajaniun Michelino Ajani attuale alunno dell'ospizio degli orfaniprocedente da altra linea Ajani. Ma questo è un fanciulloè un orfanello; e questa gente non compera. Però il Michelino ha un tutore.
Chi è questo tutore? Monsignor Ginnasi: peraltro nella intestaz.e di venditadovrebbe essere in questo caso stato scritto Mons. Ginnasi come tutore etc.e non rudamente Michele Ajani dacché un fanciullo degli Orfani non fa certo quello che gli agenti ufficiali di Cambio dovettero presentare al Censore del Debito pubblico insieme col procuratore Tassini quali persone illis notae. Mi resta dunque di parlare con Mons. Ginnasi; e poi se il di lui pupillo non fu il compratorecome io credodimanderò all'Amm.re del Debito pubblico come sia che si vendano rendite pubbliche a nomi mentitiad incogniti. Ci riudiremo. Intanto tu vedi se tu avessi costì più fortuna con l'altro baron fottuto amico del baron fottuto Tassini.
Non ho avuto il tuo anello: per ciò non mi sono ancora mosso per la cornice etc.
Conosci tu la seguente sciarada del fu Giulio da Pesaro? La riportava un numero del giornale delle dame sul finire del 1831. Così mi fu detto da chi me la recitò.

Città Greca è il mio primo illustre al Mondo.
Si fa bianco per gli anni il mio secondo
Penetra il tutto mio dentro il cervello
Od in un buco che il tacere è bello.

Quando avrai tempo e cuore mi manderai la tua variante alla elegia di Properzioed io farò fare il rinaccio: pregherò l'Odescalchi perché lo si faccia. Sei ancor padre in 4°? Come è finita la faccenda Ugolinesca? Sei Deputato? Lo Zurla che disse?
Epigramma di autore a me cognitoper la occasione in cui fu da Bologna mandato oratore alla S. Sede il poliglotto Mezzofanti(ora prelato).

Sagacemente invia Bologna a Roma
Un orator che intende ogni idïoma:
Ché a Romaa farsi onore
È d'uopo un oratore
Che sappia delle lingue almeno quelle
Parlate nella Torre di Babele.
Il tuo Califfi
alias 996

LETTERA 134.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma2 febbraio Candelora del 1832
Mio caro Torricelli
È vero il tuo precedente annunzioin fieridella consegna di un anello a un corriere; ma poiché di tutti i caricamenti de' corrieri si manda dall'Ufficio postale un avviso ai domiciliila mancanza di questo avviso mi fece supporre che la consegna non fosse accaduta de factoe tu avessi mutato mezzo di spedizione. Ad ogni modo ieri ritirai lo astuccetto con entro l'anellola cui immagine bellissima è appena distinguibile attraverso di un cristalletto di superficie sfregiata. Dove tu non fossi affezionato anche a detto cristallo (il cui logoramento ti si può forse affacciare alla mente quasi testimonio del lungo uso che ne fu fatto dal tuo padre)io ti proporrei di farcelo cambiarenel che la miniatura guadagnerebbe moltissimo. Dimmene il tuo parere.
Dàgli e ridàgliho finalmente parlato con Mons. Ginnasi. Mi ha fatto ripetere il discorso quattro voltee poi non ha capito niente. In ultimo un po' bene un po' malecon qualche aiuto di fianco sono giunto a mettergli in capo la metà di quel che io voleva: malo vorrai credere? si è perduto tutte le cartelle de' consolidati da lui acquistati pel di lui pupillo Michele Ajani. Cercò per tuttoa più voltee non giunse a ritrovare queste benedette cartelle. Era curioso il vederlo mettersi le mani fra i capellie di tempo in tempo domandarmi se fosse danno l'averle perdute! Da un libriccino di ricordi ricavò pure l'acquisto acefalo di un consolidato che comincerebbe col tuo nella data della comperanon però nella cifra della venditadapoiché il tuo era di Sc. 4:50 annui ed il suo è di Sc. 6. Il prelato poi non conobbe né il venditore né il procuratore. Il tutto passò per le mani di un agente di Cambio. Ma appena io gli ripetei per la 5a volta il portentoso nome del Tassiniammutolìinarcò gli occhie mi disse: oh! il Tassini! è mio debitore: quando lo avrà trovato me lo mandi. Ci dividemmo allora colla intesa che io tornerei nel futuro sabato 4 per leggere la fatale cartellaqualora sia ritrovata. Gli lasciai memoria scritta e partii.
Intanto il portentoso nome del Tassini segue a farmi scoprire nuovi tratti del suo valore quante volte lo pronuncio nelle ricerche che ne vado facendo. Ho scoperto mangeriefurtistocchipiccoligrandipubbliciprivatie tutti corredati di bellissimi amminicoli. Te ne risparmio le storie. Dove sarà egli mai? nessuno lo sa. L'unico luogo dove non è di certobenché lì solamente dovrebbe trovarsiè la galera. Il Piva non è più impiegato alla Dogana di terra: dicono che ho capito male: è a Ripagrande. Andrò là ma [....] Avesse ad essere un altro furbo! [....] Anche per questa letteramio caro Torricellinullao quasi nulla. Ma il male viene dagli spini del fiore che mi hai messo tra mani.
L'appartamentino Belli pe' mesi di aprile e di maggio! Se verrò non istarò tanto quanto tu dici. Dio ti dia pazienza nel tuo nuovo genere di vita. Saluto tua moglieabbraccio i tuoi figli e te affettuosamente. Addio.
Il tuo Belli

LETTERA 135.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma4 febbraio 1832
Mio caro Torricelli
Per dimenticanza di un mio domestico la qui acclusa non andò alla posta nel suo debito corso. La riapro pertanto e qui la inserisco in modo che formisi il volume di una sola lettera.
Questa mattina ho riveduto Mons. Ginnasi. La vendita ch'egli comprò pel suo pupillo Michele Ajani si fu appuntino la tua di Sc. 4:50 1/2 annui formanti un Capitale di Sc. 90:10pel quale al Cambio allora corrente sborsò al Tassini Sc. 85:59 1/2. Il Tassini dunque ha rubato per capitale Sc. 85:59 1/2 e per frutti arretrati a tutto il giorno 30 giugno 1829 Sc. 41:29. In tutto Sc. 126:88 1/2.
Questo Signore è irreperibile. Il Pivache non pare cattiva personadice che dal mese di Dicembreanzi dalla vigilia di Natale in cui cenò il Tassini con lui non lo ha più veduto senza più sapere dove siasi ficcatoperché ha per certo lui aver cambiato casa. La dimora vecchia era nella via de' Coronarima la nuova nessuno la conosce. Forse si è voluto così questo birbante sottrarre alle ricerche dei molti da lui derubatiche sono assai assaied ogni giorno ne discopro di più. Ti assicuroTorricelli mioche io non perderò di mira lo scoprimento di luima intanto non posso dirti di più. Ma scopertolo poi che ne trarremo? Fa una cosa: scrivigli una lettera dicendogli tutta la cosa netta e tonda quale da me si è scopertae finisci per minacciargli una querela criminale. Vediamo un poco di spaventarlose ne potesse cavare un costrutto.
E ti abbraccio di tutto cuore
Il tuo 996

LETTERA 136.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone10 maggio 1832
Mia cara Mariuccia
Due righe per annunciarti il ricevimento del pacco da te inviatomi. Esso contiene appunto ciò che io desiderava: e mi pare bene che io errai nel chiedere due paia di stivaletti bianchigiacché trovo che le due paia più nuovefatte l'anno scorsosono le cenerine di tela russa e quelle di nankin naturale. Sono sempre in attenzione della risoluzione che prenderà Pippo Ricci sull'invio degli Sc. 40 che tengo per luisiccome gli scrissi il giorno 3 correntenel qual giorno ne scrissi contemporaneamente anche a te col mio n. 3. Domani o dopo domani vado a Pesaro con Torricellie ne ritorneremo dopo due giorni conducendo la di lui suocera ad un casino di campagna che Torricelli ha in questi contornied ove passeremo tutti insieme un mese.
Avrai udito che in Ancona accadono de' sussurried i Carabinieri sono rinchiusi e guardati dai francesi. Pare che tutto provenga dalla imprudenza di un ufficiale di quel corpoil quale all'istanza un po' viva di certi cittadini che chiedevano la restituzione di un ottonaio carcerato per fabbricazione d'armi vietatesi vuole che corrispondesse con un colpo di pistola il quale uccidesse un uomo che usciva di chiesa pe' fatti suoi. Il popolo parve molto indignato. La frequenza di simili sconcerti pei diversi luoghi dello Stato non può essere favorevole al ristabilimento della buona intelligenza reciprocatanto necessaria pel ritorno di un ordine desideratissimoal quale ciascuno dei partiti dovrebbe cospirarecooperando col sagrifizio d'una parte del proprio orgoglio e del sommo diritto che affaccia. Il Mondo pare oggimai una caldaia di mosto. Per ora grand'acido si sviluppa: quando ci consoleremo col vino di tanto fermento? Iddio ci tragga da tanti imbarazzici faccia buonici consoliamen.
Tanti baci a Ciro nostro che benedico di cuorecome di cuore ti abbraccio.
Il tuo P.

LETTERA 137.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone19 maggio 1832
Mia cara Mariuccia
Apprendo dalla tua del 17 la spedizione della scattola del Sig. Camillettie ne ho parlato a Torricelliil quale contentissimo di tutto ti ringrazia senza fine delle tue sollecite premure per lui. Allorché l'invio sarà giuntone avrai avviso e ti si spedirà il resto dell'importo. Gli scudi Trenta che ti spedii martedì 15 gli avrai forse a quest'ora ricevutiseppure non ti arrivino colla diligenza di martedì 22. Scrissi giovedì a Pippo dandogli ragguaglio del viaggio Marcolinie pregandolo di saluti per te e per Ciro. Torricelli ed io avevamo finalmente risoluto di andare dimani a Pesaro per tornare dopo due giornima chissà se lo stato della Contessa ce lo permetterà. Di giorno in giorno essa si è ridotta nel modo quasi simile a quello in cui mi ridussi io l'altr'anno. I tempi qui infuriano invernilmente dopo sentitosi per qualche giorno un caldo veramente da luglio. - Ti ringrazio rapporto alla Mancinie riferirò a' di lei parenti le tue parole. La gita alla Vigna Lelmi mi è un garante che la tua salute del 17 fosse migliore di quella del 16lo che mi dà molta consolazione. Venendo a Cirogodo assai di vedere in lui un certo amor propriomentre da questoallorché è moderatoprocedono tutte le virtuose e lodevoli azioni degli uomini. Benedicilo e abbraccialo per me. Il sufficiente stato di salute del buon Cav. Galiano mi dà piaceree i suoi saluti altrettanto. Intendi già che io li contraccambio sempre che tu possa farglieli ricevere. La mia salute è buonama gli stessi riguardi che osservo per conservarla tale mi tengono moscetto moscettodappoiché sappi che dal mio arrivo a questa parte due sole volte ho potuto azzardare di uscire di Casaoltre la visita a Marcolini: ed altronde qui dentro non vi sono attualmente motivi di sollievostante la malattia della Contessa e la insociabilità del paese. Che vuoi fare? Vedo bene che da qualche tempo un destino avverso perseguita i miei viaggetti: ma

Purché non venga
Madonna Morte
L'iniqua sorte
Si stancherà.

Saluto tuttie abbraccio affettuosamente la mia Mariuccia.
P.

LETTERA 138.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone22 maggio 1832
Mia cara Mariuccia
Di pienissimo gusto di Torricelli e di tutti è riuscito il monumento mandato dal Sig. Caminettiper dare al quale io ti spedisco oggi franchi i residuati scudi quindici che gli consegnerai dietro la quietanza di saldo in Sc. 45. Detta quietanza inseriscila in una tua lettera e mandamela. S'intende già che il Sig. Camilletti faccia il suo ricevuto a favore dirett.e di Torricelli per le tue mani. Torricelli torna nuovamente a renderti le maggiori grazie che sa pel bel modo con cui l'hai in questa circostanza favorito. Della Sig.ra Mancini va benissimo tutto ciò che tu dicie ne feci parte a' di lei parenti. Intanto ti ringrazio anche di ciò nuovamente. Io non volli farti nessuna specie di rimprovero circa la regolarità delle cose che possa io dirigere a favor tuo: soltanto intesi di metterti su ciò l'animo in quiete per questa e per tutte le altre possibili circostanze future. Va bene di Lazzarini e di Paniani. - Le stesse parole che Piccolomini ha risposte a te le rispose a me prima della mia partenza: ciò vuol dire che non ha più pensato da quel tempo a far nulla. Se vedi il Sig. Perozzisalutamelo. Domenica scorsavedendo una ottima giornatadetti una corsa a Pesaroviaggio di tre sole postee ne tornai ierilunedìconducendo meco la Madre della Torricelli che sta molto aggravata. Antaldi mi pagò Sc. 20frutti a tutto marzo pp.to. i quali sono in mie mani. Il buon tempo dura ancora: oggi è il terzo giorno: Dio ce lo conservi. Delli Sc. 10 che mi facesti ritenere sui denari di Ricci ti risposi in globo nella lettera a Ciro. Andò benone cosìe torno a manifestare la mia soddisfazione. Povero Ciro! Non poteva ancora vedere i Cavalli! Ma pure egli ricorderà che una volta ci si addormentava e straniva. Ora però è più grande e giudiziosoe troverà più gusto in quel divertimento. Io lo abbraccio e benedico col maggior affetto. Così faccio con tedalla benedizione in fuori. Sono il tuo
P.

LETTERA 139.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombronegiovedì 24 maggio 1832
Mia cara Mariuccia
Ricevo la tua carissima del 22 e la riscontro. Non è già complimento che mi ha ritenuto in casa tanto tempoma come ti accennaila malvagità dell'atmosfera. Oggi è il 5° giorno che si respirabenché pare già che si vada un poco rannuvolando. Io sto bene in genereperchè mi sono avuto riguardoma vado sentendo de' doloretti agli articoli dei diti delle mani e de' piediai polziai gomitialle ginocchia etc. Passeranno. - La Contessa Torricelli sta molto male: le cavano gran sangue: insomma ricordati di me nel 1831: tale è ella ormai: di modo che qui v'è tutt'altro che allegria. Ci vuol pazienza. Godo della buona salute di Ciroe della tua competente vado sperando meglio. Dunque Borghese è stato trasportato da Firenze a Roma?
Non avrai trovato alla diligenza gli Sc. 15 che ti avvisai in predizione nella mia del 22. Il motivo fu perché andato alla posta la mattina non ci trovai nessunoe tornatoci dopo il pranzo trovai che allora passava il corrieree non fu più tempo di depositare. Depositai però ierie martedì 29 gli Sc. 15 per Camilletti saranno in Roma all'ufficio. È un ritardo che a nulla nuoce. La ricevuta del Camilletti per gli Sc. 45come ti dissi la spedirai a me. - Dimanda a Biscontini se ebbe poi la risposta di Plinj sul suo conto di stragiudiziali nella causa Marcotte a Ricchi.
Benedico e abbraccio Ciro nostroe ti abbraccio affettuosamente
il tuo P.

LETTERA 140.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone29 maggio 1832
Mia cara Mariuccia
Riscontro la tua 26 cadente. Io sto meglio de' miei doloretti reumatici. Per tre sere ho fatto de' pediluvii con acqua aceto e senape: per due mattine ho preso cremor di tartaro etc. - Anche la Contessa sta megliobenché da quattro giorni sieno qui riprincipiati i venti e le pioggie. Godo del divertimento di Ciro nostro alla Commedia de' ragazzi; e mi spiace che i Cavalli ti abbiano annoiata. - Dici benissimo: ho avulso Sc. 40.
Mariuccia miala posta sta per partireed io chiudo la presente per arrivare in tempo. Do mille baci a Ciro e a tesaluto tutti e sono
il tuo P.

LETTERA 141.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone7 giugno 1832
Mia cara Mariuccia
Ricevo la tua del 5 e mi sorprende che Pippo non ti abbia riferito le cose che io gli scrissi per te coll'ordinario del 2 corr.relative alla tua del 29 p.to Maggio. Nello scorso ordinario del 5 ti aggiunsi qualche parola a piè di una lettera che volle scriverti il nostro Torricelli. - Qui ancora il tempo segue ad essere alternato da fitto estate e fitto inverno: piove quasi sempree quando non piove tira un vento furioso; insomma è una diavoleria. La Contessa segue al solito: io me la passo. - Mi fa gran pena il sentirti così convulsa; ma spero che finalmente questo infame tempo si placherà. - Di' a Spada che un po' più in là risponderò alla sua lettera. Abbraccia e benedici il nostro caro Ciroe credimi sempre affettuosam.e
il tuo P.

LETTERA 142.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone16 giugno 1832
Godo assaimia cara Mariuccia che finalmente questa tua da sì lungo tempo sospirata gita di Monte Cavi sia pure accaduta. Ma se io debbo dal tempo che qui fece giovedì 14 arguir quello che avrà fatto in que' paesidovrei temere assai del buon esito della tua allegriataimperocché qui soffiò tutto il giorno un turbine furiosissimo. Bastavoi altri non sarete stati sciocchi di avventurarvi. Lo avrei voluto vedere quel caro Ciro sul somarello! Ci fu alcuno che prendesse possesso? - La Contessa cominciò ieri ad alzarsi per una oretta. Essa ti saluta e così Torricelli. Anche egli è stato alcun poco malato. Un po' più di lui lo è stata una di lei figliettae più di questa la cameriera della Contessa: tutti contemporaneamente. - Il mio dito si è sciolto e scrivo bene da me. - Bravo Cardinali! me l'aspettavo! - Salutami tutti gli amicidà mille baci a Ciro nostroe ricevi da me il solito affettuoso amplesso.
Sono il tuo P.

LETTERA 143.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone19 giugno 1832
Mia cara Mariuccia
Il racconto della tua gita mi ha fatto passare una bella mezz'orabenché avrei amato udire che ti avesse fatto lo stesso buonpro che al nostro amatissimo Ciro. - M'indovini per aria e poiché lo comandiecco per ora in succinto la narrazione del fatto. Il pretesto del dito e tutto il resto fu un puro artificio per non metterti in pena. Ora pare tutto finito. Il 4 mi posi in letto con febbre ed infiammazione di golapresa collo star sempre in casa e in vetrina. Dal 4 all'11 mi fecero 9 sanguigne dalle braccia e una dal piede. Il giorno 17 mi attaccarono 17 mignatte alla gola e il giorno 11 altre 53 nel medesimo sito. Jeri al giorno mi alzai un poco dopo di avere avuto per 15 giorni a' miei fianchi sempre il medico il chirurgo e lo speziale. La mia Camera era trasformata in un arsenale di caraffedi caraffinedi acquedi oliidi cassiedi cartinedi sciroppidi spugnedi ghiaccio etc-etc. e ti dico ghiaccio perchè nel giorno 12vinta appena l'acutezza estrema del malemi si posero a cacciare in gola ghiaccio e gelati; e così ho durato per 5 giorni dì e notte senza alcuna interruzione. - Adesso mi si curano le ulcere natemi in gola. - Ti assicuro che un assalto simile forse non l'ho avuto mai. Ah! vedo che per questa mia gola è finalmente necessaria una risoluzione per liberarmi per sempre da un tanto flagello. Ricadere ogni momentoad ogni leggerissima causa: perdere tutto il sangue ogni tantino: conservare di ogni ricaduta il lievito per una nuova: patir tanto: correr rischio di ammalarmi in viaggio e dove Dio sa: spender tanto; e forse alla fine diventare un canchero!... A tutto ciò avere un rimedio facilenon doloroso o pochissimobrevesenza conseguenzee non farlo? Già da molto tempo molti valenti professori mi ci hanno consigliato: in oggi poi me ne mostrano la precisa necessità. Io ho due tonzille scirose: ebbene estirparlee buon anno. In due minuti tutto è fatto. Fra due o tre mesitutto bene esaminatovoglio farlo: e tu se ami la mia vita ci acconsentirai. - Ho scritto già troppo. Tutti ti risalutano: ed io ti abbraccio di cuore con Ciro nostro.

Il tuo P.

P.S. Il diligentissimo medicobolognesescuolaro di Tommasinisegue sempre a visitarmi con assiduità.

LETTERA 144.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombrone21 giugno 1832
Mia cara Mariuccia
Riscontro la tua 19 corrente che a cagione della solennità del Corpus domini ho ricevuto pochi momenti prima dell'impostare. Dalla mia precedente avrai udito tutto quello che in ristretto concerne la sbiossa da me sofferta. Ora la convalescenza progredisce lentamente ed allorché sarà compiuta io volerò a Roma nelle mie stanze in compagnia di te e di Ciro e degli altri amici veramente fatti pel mio cuore. - Tu non vuoi contima come farne a meno? - Degli Sc. 40 da me avuti in tre volteme n'erano restati al principio della malattia 26coi quali io avevapiù che a sufficienza per soddisfare tutti gl'impegni e le spese fino a pie' fermo in Roma. Ma vedicuor mioquale diluvio mi è venuto addosso. Il solo medico mi ha fatte 60 visitedelle quali varie di notte. Poi tante sanguignetante mignattetanti crestieritante medicinenevegelatidoveri di mance di più...
In questo frangente ero lì per chiederti qualche cosa nel mentre che questo Dr. Baglioni corrispondente di Pippo Ricci è venuto a propormi di lasciare in mie mani Sc. 40 per Ricci stesso. Io ne scrivo a Pippo in questo medesimo corso e lo prego di venire subito da te per concertare questo affareparendomi utile che tu non spenda per affrancarmi danaro. Nella lettera a Pippo sviluppo meglio simile interessesicuro che quanto a lui dico potrà forse anche a te convenire. Perciò qui mi astengo dal dire di piùessendo l'ora tarda e le forze poche. Spero nel giorno di lunedì 25 avere su ciò una risposta da te concertata con Pippo per mia quiete. Mia cara Mariucciaio sono afflittissimo di aver cagionato alla Casa quest'altro dispendio nelle attuali purtroppo luttuose circostanze: ma come si fa? Come cozzar col destino? - Ti rendo i saluti della famiglia Torricellie ti prego risalutare chi si è ricordato di me. A Ciro mille benedizioni e baci. A te poi un milione di abbracci. - Smanio di ritrovarmi fra voi altri.
Sono il tuo P.

LETTERA 145.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Fossombronemartedì 26 giugno 1832
Mia cara Mariuccia
Riscontro la tua di sabato 23. Ecco il motivo del mio artificio per nasconderti il mio stato: temevo di darti troppa penama tu mi forzasti a dir tuttoe tutto fu detto. Intanto peròcara Mariuccianon agitarti più affatto perché io son guaritoed ogni giorno sto meglio. L'unica cosa che conservo sono quelle dogliarelle nelle articolazioni delle mani e de' piedi: macome ti dissi nella mia precedentequi ti ripeto che il Medico mi assicura un tale incomoduccio dovermi lasciar libero allorché farò dei bagni. Non attribuire menomamente a mio desiderio di palliarti l'importanza della operazione delle tonsille. Tutti i professori mi hanno sempre in ogni luogo assicuratocome questi attualmente mi confermano essere detta estirpazione una cosa ridicola e da non farne alcun caso. Il dolore è piccolissimo e infinitamente minore che quello della estrazione d'un dente: il tempo per eseguirla può al più estendersi a due minuti: l'emorragia se un poco di emorragia accadesi arresta in momenti con l'uso della neve tenuta in bocca. Insomma io ti ho detto la pura verità: ciononostante ad autunno c'è tempoed avremo agio ed opportunità di parlarne per fare il tutto col più scrupoloso giudizio. Che se verificheremo insieme che in simile operazione c'è tutt'altro che da porsi in orgasmonon ti pare un gran beneficio quello di liberarmi per sempre da tante maledette angine?
Torricelli è tutt'ora a Sinigaglia: al suo ritorno gli farò i tuoi ringraziamenti: gli ho intanto fatti alla moglie la quale non vuole ascoltarli. Di ciò parleremo meglio a voce. - Sii certa che io non mi metterei in viaggio quando non mi sentissi capace di sopportarlosarebbe di partire dentro la settimana futurasecondo che potrò e dove il medico non lo giudicasse opportuno. La mia idea su ciò trovare qui una occasione per venire a piccole giornate sulla via del Furlo. Tre motivi mi persuadono a scegliere questo partito: 1° il non voler passare presso Ancona con la diligenzadove questo legno è spesso assalito dai ladri: 2° evitare tre giorni di continua scossa con tre nottate di cammino: 3° il vero incomodo del giungere a Roma di notte. Su ciò ci risentiremo meglio. Se intanto ti fosse possibile di ottenere il solitissimo lasciapassaresarebbe cosa buona. Io posso riportare piuttosto qualche cosa di meno che non qualche cosa di più di quello che portai via da Roma.
Circa all'affare di Riccibenché non abbia potuto udire il di lui votoesiggerò gli Sc. 40 per suo contoe quello che non ne spenderò lo condurrò a Roma per darlo a lui o a te secondochè sarà stato composto fra noi tre questo affare. Forse la disgraziata combinazione di D. Pietro Lante può essere utile alla salute di Ricci padretogliendolo a quella vita solitaria e cogitabonda che sempre conduce.
La notizia di Galiano mi ha veramente sorpreso! Povero G. R. colle sue speranze! Tutti i dolci e le visite delle tre damigelletutto gettato! - Anche io però ci perdodiciamo la veritàimperocché già mi andavo introitando delle altre belle trottate in quel comodissimo legno nelle deliziose giornate estive! Ma senza burla od egoismomi dispiace sul serio di non vederlo più!
È un pezzo che Cencio Rosa doveva avere il gradoma io credevo qualche cosa più che sotto-tenente. - Eccoti ancora da mia parte una bella letterona. Lo scriverti non mi ha punto incomodatoed altronde c'erano a dire varie cosette. Finisco qui dopo averti pregato di benedire Ciro nostro e di coprirlo di baci. Mi vado consolando sempre colla speranza che egli si ricordi del suo papàe che studii. Quanto godrei se al mio ritorno lo udissi leggere velocemente e a senso due pagine! - Ti abbraccio di vero cuoreMariuccia miae sono il tuo P.

LETTERA 146.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[fine giugno 1832]
Mio caro Checco
E da Mariuccia e da Ricci avrai udito le mie peripezie.
Eppuro eccheme quà: gnente pavura. (Io)
Senza dunque altra giustificazione tu vedi qual fu il mio ritardo di riscontro alla tua del 5 giugno spirante. Se la faccenda andava un poco più avanti invece di giugno ero spirato io.
Allorchè Biagini scriverà al valoroso Malvica fa' che gli dica da mia parte che io ho letto il paragrafo per me e ne ho aggradito la compitezza dell'espressioni. Esse stesse peròmoderate ed oneste quali potevano uscire dalla penna di un gentiluomo quale Malvica èmi hanno purtuttavia fatto dubitare che da me sino a Lui la natura delle mie opinioni e delle parole sul di lui libro bellissimo de' sepolcri etc. abbia per avventura potuto alterarsi per successivi malintesimentre le doti dell'opera che il Malvica vuole modestamente segnalarmi sono appunto quelle che io trovo ed apprezzo in quel suo lavoro pieno di ardoredi dottrina e di virtù. Le uniche mie pochissime osservazioni cadevano e cadono sul solo artificio di poche fra le molte inscrizioni onde il volume va ricco. In questo mi parve che anche voi amici vi accordaste con me: e se così fuo tutti dicemmo bene o c'ingannammo tutti. Oltre la lettura da me fatta in Roma dell'esemplare che me ne die' Biaginil'ho replicata in questa Città maturamenteal quale effetto portai meco il libro. E già mi accingevo alla estensione dell'articolo per l'Oniologiaquando mi assalì la mia fiera malattia che fece colare dodici volte il mio sangue. Pretermesso allora ogni pensiere che non fosse di curami sopraggiunse la tua del 5 col paragrafo di Malvicail quale mi fece mutare ideaonde evitare ogni credibilità di prevenzione sinistra che mi si potesse supporre dell'opera da esaminarsied anzi da lodarsi quasi in tutto.
Malvica però non sarà frodato dall'articoloseppure non mi manchi una promessa di chi non mi ha mancato giammai: e nell'articolo che rimpiazzerà il mio il nostro Malvica otterrà gli elogi e le osservazioni di ben più degna penna che la mia. L'estensore ha egli per mia cura letto anch'egli due volte il libro e ne ha concepito il desiderio di conoscerne l'autore.
Chiudo questo lungo paragrafo co' miei affettuosi saluti per quel nobilissimo ingegno che tanto onora e più è per onorare la Sicilia e l'Italia.
Non mi resta più tempo per te. L'ora della chiusura della posta già batte: e così tuBiaginiPiccardi etc. pigliatevi un sacco di abbracciamenti del vostro Belli.
E se nel sacco qualcosella avanza,
Datene...

P.S. Non so serispondendomi tuio potrei avere qui la tua risposta. Dunque tu hai talento e capisci cos'hai da fare.

LETTERA 147.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
[7 agosto 1832]
Amico carissimo
Ho udito che abbiate ricevuto dal re di Napoli una nuova decorazionee ne ho giubilato come di uno de' pochi casi ne' quali vedo fra gli uomini posarsi il fregio sul meritoe perciò più ne ho giubilato che questo merito riconosciuto risieda in chi mi onora della sua cara amicizia. Se la notizia è veracome ho dei dati per crederepiacciavi di accrescere la mia sodisfazione con una vostra diretta conferma. Da non molti giorni io sono tornato a Roma dopo un altro breve viaggetto di poco oltre a due mesi. Qui seguo il mio solito genere di vita: ritiratissimo e solitario. Mi aspetto di udire altrettanto di voimeno il vostro sollievo serale de' quartetti in famiglia.
Vi faccio i saluti di mia moglie e vi prego di passare i miei rispetti a tutti i vostri.
Sono di cuore
Il vostro amico e servitore
Giuseppe Gioachino Belli
Palazzo Poli2° piano.

Di Roma7 agosto 1832.

LETTERA 148.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Sabato 20 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Manca un quarto alle 10 e già siamo a Baccano per rifrescare. La vettura è eccellentee i cavalli volano. Ciro sta benone e saluta tanto tanto la sua mammà pregandola a stare allegra.
Un'ora e mezzo prima dell'Avemaria siamo giunti a Civitacastellanae appena preso alloggio ho mandato il nostro Ciro con i due fidi angioli custodi a vedere il Duomoil pontela fortezza (di fuori) e lo svizzero che batte le ore sul campanile. - Tornato a casae udendo dire da me che la camera assegnataci doveva per certo essere frequentata da molti sorcide' quali si vedevano gl'indizii e si udivano gli strillettiegli il nostro Cirone ha subito esclamato: Questo è certo non vedete che anche sul pagliaccio de' letti ce n'è l'avviso? Queste due lettere S.A. significano Sorcio Amato. Infatti ogni paglione aveva un bollo marcato con dette iniziali. - Ora è la 1/2 ora di notte. Ciro giuoca a carte con Domenicoe osserva che la sua mammà starà con Don Ferdinando. - Or'ora si cena e poi si va a letto. Buona notte anche a tecara Mariuccia da parte di noi tutti.
Narni 21 - ore 10 1/2 antimerid.e
Siamo giunti sani e salvi. Ciro mangia d'assai buono appetito. Abbiamo veduto Bucchi che ti saluta. Sta grasso. La moglie sta magra e torna a Roma sul fine del mese. - Nel dubbio di fare in tempo a Terniimposto qui la presente. Se l'ora lo permetterà ti scriverò pure da Ternie così avrai le notizie nuove di là. Siamo in legno e scrivo qui dentro; perciò Ciro non può aggiungere di più. Tanti rispetti d'Antonia e Domenicoco' saluti per Annamaria ed Antonio.
Ti abbraccio di cuore il tuo P.

LETTERA 149.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA

Mammà miaio sto benee mi diverto vedendo Terni che mi piacee ci ho trovato un anfiteatro come Corea. Vi assicuro che non mi manca altro che di stare con voi. Ma vado a farmi uomoe questo pensiere deve dare a me coraggioe a voi consolazione. Tutti vi salutano; ed io vi bacio la mano chiedendovi la benedizione.
Ciro vostro.
Di Ternilunedì 22 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Come ti dissi nella miadata di Narninon giunsi qui in tempo per impostarti un cenno del nostro ottimo arrivo. Fummo accolti con somma cordialità da TeodoraMariuccia e Peppino. La moglie é restata a Torre Orsina con la figliettaperché questa è raffreddatae pel bisogno di attendere alla vendemmialo che obliga pure Peppino a tornarvi oggi dopo pranzo. Ciro piace a tutti quelli che lo vedonoe mostra una franchezza per tuttoin tutto e con tuttiche fa piacere a guardarlo. Ogni tanto mi va egli dimandando cosa farà adesso Mammà. Io gli rispondo che starà afflitta per la sua mancanza ed egli dice povera Mammà!
Ho veduto Corazza: siamo restati d'accordo che al mio ritorno lo avviserò e andremo a Cesi sulla faccia del luogo con un muratore e combineremo il tutto secondo il giusto e l'onesto. Stocchi credeva che a me potesse piacere di prendere lo stesso il semestre d'affitto. Gli ho mandato a dire da Corazza che il danaro serve a te in Romae peròdovendo io subito ripartire per Perugiao mi fornisce col denaro i mezzi di spedirtelo francoo lo affranchi egli stesso alla tua direzione. Già ti ricorderai che in questo semestre ci toccano non già Sc. 105 ma bensì Sc. 97:81stanti gli Sc. 7:19 che si debbono a Corazza. - Circa agli Sc. 50 che questi deve dare tuttora per residuo del prezzo del terreno vendutoglio me li pagherà al mio ritorno da Perugia (e in questo caso gli si abbuoneranno per essi altri Sc. 1:25 di frutti a tutto marzo 1833; epoca in cui entrerà in possesso del fondo); ovvero li pagherà in quell'epoca come meglio a me piacerà. - Alla riapertura del tribunaleintorno alla festa di S. Martinosarà finita la pendenza con i frati Agostinianipel sequestro circa Piacenti. Allora io sarò in Roma o starò per entrarvie firmeremo insieme la procura ad esiggeresecondo i termini che in detta epoca sarò ad indicarti. - Io vorrei ripartire per Perugia dimani mattinama il vetturino che ci ha condotti fin qui non può veniree sinora altro legno non s'è trovato. Prima che cada il giorno ciò può accadere. - Il tempo è bello e Peppino voleva condurre Ciro in legno alla caduta e poi di là a cavallo alla Torre; ma cavalli in questi tempi di vendemmia non si sono trovatied altronde vetture non si possono prendere stante la privativa della Postala quale poi costa troppo. Egli ha un legnettoma attualmente manca di cavallo. - Oggi penso di mandar Ciro a vedere il così detto Sasso di S. Paolo a mezzo miglio fuori le porte di Ternidove il fiume imbattendo in un enorme macigno piantato a traverso il suo corsoforma un salto bellissimo. Sarà questa vista una miniatura della cascata che vedrà un giorno. -
Mariuccia miapensa a sollevarti quanto più puoie sii persuasa che Ciro sta bene e meglio starà sempre coll'aiuto del Cielo. - Antonia e Domenico non cessano d'insistere perchè io ti porga i loro rispettie ti mandi i saluti per la Signora Annamaria la Decana e per Antonio il novizio.

Martedì 23.

Non siamo oggi partiti per mancanza di vettura; partiremo però dimani mattina: si rinfrescherà a Spoleto: la sera a Fuligno; e giovedì mattina saremo a Dio piacendoin Perugia; ciò accadrà presso a poco allorché tu leggerai la presente. - Ciro ha fatto una grande amicizia con un canòne di casa. Bisogna vedere come questa bestia gli corre appresso per tutto. La seconda amicizia poi l'ha stretta con un bell'albero di fichi che sta giù nell'orto. Ogni tanto corre giùe sta contemplandolo a testa alta e bocca aperta. Questa mattina Domenico ed io siam saliti sull'alberoed egli era fuori di sé raccogliendo da basso i fichi che gli facevamo cadere. Non credere però che ne abbia mangiati: li ha tutti portati in casa per pranzo. Già egli parla di Terni e delle sue stradecome di Roma; e mostra una prontezza tale che credo non avergli mai scoperta dapprima. Le mangiate e le dormite son come quelle d'Albanoe sta rosso e duro come una mela rosa. Ieri fucome ti dissial sasso di S. Paoloe tornato a casa imitava con salti e suoni di bocca il rumore e il moto di quel fenomeno d'acqua. Oggi è andato a S. Martinoal Monumentoalla Madonna del Rioe verso la strada di Piedelmonte. Antonia e Domenico gli sono sempre al fianco: io per verità faccio il poltrone. -
Finisco col pregarti nuovamente a star del migliore animo che puoi. Tutti ti salutanoe Ciro ti bacia la mano chiedendoti di nuovo la benedizione. Io ti abbraccio di tutto cuore; e sono al solito
il tuo P.

LETTERA 150.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiagiovedì 25 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Partiti ieri mattina da Terni arrivammo ieri a 22 ore e mezzo a Fulignodove girammo alquanto per far vedere alla mia gente la Città e i guasti del terremoto. Dopo bene albergato si è ripartiti questa mattina a giorno e alle ore 11 antimeridiane eravamo già qui in Perugia distante da Fuligno 22 miglia. Tutto è andato benone. Smontati appena in locanda è venuto a vederci Biscontini il quale ha fatto tutti i patti col locandiere e ci ha assistiti a pranzo. Dimani pranzerà con noi: noi poi andremo per un paio di giorni alla sua villeggiatura. - Ho mandato alla postae infatti eravi la tua del 23 con l'inclusa carta bollata che ti rispingo firmata. Circa alla assicurazione ci avrei sempre badato benché tu non me lo avessi detto. - Ho già parlato col sarto e col calzuolaio. Il primo farà a Ciro un abito nerodue pantaloni e gilè simili (tanti ne fanno gli altri) soprabito e pantaloni di borgonzò e feraiuolo simile: il calzuolaio poi gli farà due paia di scarpe. - Domani andremo a visitare il Collegioe allora ti saluterò il Presidente Colizzi: oggi sono tutti in campagna. - Appena vedrò Micheletti gli farò il tuo saluto. - Di Stocchi già ti dissi nella mia di Terni 24 corr.e; feci a Corazza molte premurema nulla vidi prima della mia partenza. Spero che non vorrà prendersela così comoda. - Va bene della De L'Arche: se si esiggedimmeloed io le ne accuserò subito il ricevuto. - Biscontini mi fornirà tutto il danaro che mi occorrerà. - Ho parlato lungamente e continuamente con Ciro di teed oggi in particolare gli ho letto il paragrafo della tua lettera: egli dice che ti dia tanti e tanti baci sulle mani e sul viso da parte suae ti chieda a suo nome la benedizione. - Noi stiamo tutti bene. Antonia e Domenico ti riveriscono. Biscontini ti saluta: io ti abbraccio di vero cuore.
Il tuo P.

LETTERA 151.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiasabato 27 ottobre 1832
Mia cara Mariuccia
Noi seguitiamo tutti a star bene: ieri conducemmo Ciro a vedere il Collegio: ci ricevé il Presidente Colizzi che ti saluta. Lo stabilimento non può essere meglio esposto né più propriamente tenuto. Tutto bene. Bel refettoriobella cucinabel teatrinobei bigliardibellissimo oratorioinsomma tutto belloproprio e decente. Si è stabilito che per quest'anno Ciro starà fra i piccolionde abbia più curanon parendo ancor tempo che dorma in una camera soloné essendo capace di quegli studii che occupano i mezzanelli. Starà dunque in un grazioso dormitorio scompartito in vaghi lettini di ferrotutti nuovi. Accanto al suo lettinoche è coperto di un vidò biancoavrà il suo tavolinetto da posar le sue cosettee un attaccapanni coperto da tavoletta e tendina. - Egli entrerà lunedì prossimoonde andare subito alla scampagnata che in quel giorno tocca; ed è meglioa sentimento di tuttiche partecipi di questi ultimi giorni di divertimenti onde al suo ingresso non metterlo subito al travaglio. Ciro è il più bello di tutta la sua camerata. Avvicinatosi ai suoi futuri compagni (fra i quali sono GrazioliSartori e Bartolucci) tutti gli si andavano mettendo accanto per vedere se era più alto o più basso di loroe poi tutti pregavano il Presidente che lo facesse restare a pranzo con loro. - Appena Ciro sarà in Collegionoi andremo per due giorni al casino di Biscontini e poi tornati a Perugia vi passeremo altri due o tre giorni per visitarlo: quindi partiremo per Terni. - AddioMariuccia mia: Domenico e Antonia ti riveriscono: Ciro ti bacia la mano e ti chiede la benedizioneed io ti abbraccio di cuore
il tuo P.

LETTERA 152.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia30 ottobre 1832 - martedì
Cara Mammà miaio sto bene e contentoe vi chiedo la benedizionebaciandovi la mano con rispetto ed affezione.
CIRO VOSTRO.
Mia cara Mariuccia
Hai ragione veramente di lagnarti che nella lettera che ti diressi il 25 non vi fu nulla di carattere di Cirocome altresì nulla vi avrai trovato nell'altra del 27ma sappi che dette due lettere per varie circostanze furono da me scritte e chiuse in somma fretta. Eccoti nella presente due righe di questo caro figlio scritte da lui questa mattina nella camera del Presidente Colizzi. Iericome nella mia precedente ti avvisaiseguì il suo ingresso in Collegio. Alle 9 lo mandai con Antonia e Domenico per udire a quale ora si poteva tornare con lui e con la canestra del corredoonde fare la consegna così di esso come della roba: egli corse sempre avanti sino alla porta del Collegioed arrivato dentro non volle più tornare indietrodi modo che Antonia e Domerico ve lo lasciarono e tornarono solimaravigliati dell'allegria e franchezza da lui mostrata nel prendere subito possesso del suo nuovo domicilio. Dopo le 10 vi tornammo tutti insieme col bagaglioe trovammo Ciro cogli altri ragazzi della sua camerata in un saloneche è la platea del teatrodove faceva il capo-popolo giuocando a pallae dirigendo e vincendo tutti in quell'esercizio. Era un bel vedere con quale ilarità e destrezza si tratteneva in simile favorita occupazione dentro un gran vano vuotocircondato da mura amplissime e senza alcuno impedimentoneppur di finestreche stanno assai in alto. Mi disse il prefetto che già avevano i ragazzi fra loro accozzato una commediola d'invenzionenella quale al solito Ciro si fece rimarcare per la sua franchezza e lepidezza. - Dopo qualche tempo passarono al giuoco delle boccette nella sala de' bigliardi. Il cattivo tempo non permise la campagnata: e si divertirono tutto il giorno in casa.
Questa mattina è uscito a passeggiare nel suo uniforme nero con tutti gli altri compagni: oggi a 22 ore vi torna un'altra volta. Lo abbiamo trovato contentissimo di tuttodel vittodel lettodegli usi etc. etc. Accanto al suo bel lettino ha il suo tavolinetto con tiratoriniil suo comodino chiusoinsomma tutto l'occorrente.
Il Presidente Colizzi m'ha assicurato che è il più caro ragazzetto che abbia veduto: e l'Economo del Collegio mi assicura che non già un novizio egli si mostra ma sembra un veterano. DunqueMariuccia mia ringraziamo Iddio di questa nostra risoluzione. - Il tempo guastatosi non avendoci permesso d'andare al Casino di Biscontiniio penso di partire di qui venerdì 2 novembre. La sera vorrei essere a Spoleto per trattenermici il sabato mattina onde tentare di parlar con Plinj che al mio primo passaggio non trovaistando egli a Monte Falco. Perciò lo avviso oggi per letteracome avviso altresì Corazza e la casa Vannuzzi del mio arrivo a Terni nella sera di sabato 3. - Scrivo oggi anche a Stocchi e alla De L'Arche. - Qui si sono spesi e si spendono dei buoni quattrini: al mio ritorno avrai il conto di tuttoonde metterlo nel libro delle memorie della domestica economia. Ciroseparatamente dal suo scrittomi ha incaricato di dirti tante altre cose per lui e di darti trecento baci. I saluti di tutti per tutti e i miei affettuosi amplessi per te. Sono il tuo
P.

P.S. - Ciro è tutto in festa perchè ieri sera vinse in Collegio una tombolacon cui ha dato trattamento di caffè e latte a tutti i convittori.

LETTERA 153.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiagiovedìprimo novembre 1832
Mia cara Mariuccia
Gran motivo certo di consolazione mi riesce e deve ancor a te riuscire il vedere con qual briocontentezza e buona grazia il nostro Ciro si presta alla nuova vita che ha intrapresa. Non si fa mai aspettare in niun uficio e in niuna circostanza degli usi di comunità: non abbisogna di alcuno stimoloné guidané assistenza: tutti i superiori sono incantati di luie tutti i ragazzi han gli occhi sopra esso. Ogni giorno noi lo abbiamo visitatoe ieri andammo a far ciò nell'ora del pranzo del Collegio. Mangiava con un piacere e con una disinvolturafacendo al solito tutto da séche innamorava il vederlo. Come poi siano i Convittori trattati e con qual'ordine e proprietà non è cosa da dirsi così di leggieri. La lettura del pranzo dura momentie poi i ragazzi son sempre dispensati dal silenziofacendosi loro facoltà di parlare scambievolmentepurché ciò sia alquanto sotto-voce e con decenza; mentrecome mi diceva il Presidente Colizziquesto non è un seminario vescovilema un instituto di educazione civiledonde debbono uscire giovani destinati al conversare e a tutti i migliori usi della società. Questa mattina di buon'ora Antonia e Domenico sono andati a vederlo: allegro come il consuetoe s'incamminava allora alla colazione che consiste in una pagnotta di 5 onze e due fette di prosciuttoil tutto di eccellente qualità. Egli ha detto a Domenico e Antonia che gli salutassero tanto la sua Mamàe le dicessero da sua parte che egli è assai contento e studierà assai. Più tardi ci andrò a vederlo anch'ioe verso sera ci si tornerà. Domani mattina poi ripartiremo di Perugia: la sera saremo a Spoleto: ivi starò il sabato mattina per veder Plinja cui ho scrittoe per ritirare dall'uficio delle ipoteche la cancellazione (che ordinai al primo passaggio) della inscrizione Castelli e Avv. Conti. Sabato a sera poi sarò a Ternidove ho già avvisato tutti per lettera. Stimolaicome ti dissinuovamente lo Stocchi a spedirti il semestre del quale abbisogni. - Adesso adesso si va in un casino qui vicino dove Biscontini ha preparato un convito a me e varie altre persone scelte.
In questo punto ricevo la tua del 30che è tale da mettermi in costernazione. Mariuccia miase non vale a consolarti il ripeterti con la maggior sincerità dell'animo mio l'eccellente stato di spirito e di luogo in cui si trova il nostrofiglioio non so più cosa dirti. Ieri mentre pranzava così esultantegli si avvicinò Domenico dimandandogli dove fosse più contentose a casa o lì. Senza esitare un momento egli rispose: Quie quel David (il suo cameriere) è un gran bravo giovanotto. Consolatimia cara Mariucciae credi al tuo aff.mo P.

LETTERA 154.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Ternisabato 3 novembre 1832 alle 4 3/4 pomeridiane
Ciro mio caro
In questo punto siamo qui arrivatie il mio primo pensiero è di darti questa notizia onde tu sappia che il nostro viaggio è stato felice e che noi pensiamo sempre a te. Io mi persuado che tu stia benissimosiccome allorché ti lasciai e spero fermamente che la tua condotta tanto nel costume che nello studio siae sia sempre per essere lodevole. Questo è lo scopo di ogni desiderio della tua mammà e mioe questo è altresì ciò che tu devi alle amorose cure di chi attualmente veglia alla tua educazione. Riverisci per memio caro figlioil Sig. Professor Presidente Colizzi e il Sig. Economo Don Antonio Ribacchi. Credo che io starò in questa Città sino a tutto il giorno di Mercoledì 7 correntee poi tornerò a Casa per far compagnia a Mammà. Antonia e Domenico t'inviano mille e mille salutied altrettanto fanno questi nostri parenti. Io poi amorosamente ti abbraccio e ti benedico.
Il tuo Papà.

LETTERA 155.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Ternidomenica 4 novembre 1832
Mia cara Mariuccia
Secondo l'itinerario già precedentemente partecipatotigiungemmo ieri sera in questa Città. - Lasciammo Ciro giovedì sera in ottimo citato di salute e al solito contentissimo della sua sorte. Per mostrarti come ivi è bene raccomandatoe con quanta facilità noi potremo essere al giorno di tutto ciò che lo riguardisappi che i Coniugi Rossi (quelli che vennero a pranzo da Biscontini anni indietro con Scifoni ed altri) lo visiteranno ogni festalo terranno raccomandato colle loro molte conoscenzee lo assisteranno in qualunque occorrenza. - Micheletti lo conosci: il fratello di Micheletti è Computista del collegioe molto ivi ben veduto: una Signora che va a sposare detto fratello di Micheletti è intrinseca amica del bravo e caro D. Antonio Ribacchi economo e factotum del collegioil quale va in casa di lei ogni sera dall'avemaria ad un'orae poi dicendo d'aver tanti figli da assistere torna al Collegio fra essi che lo amano come un padre. Il rettore Can.co Cambi è parente del mio amico Procacci di Spoletoil quale gli raccomanderà continuamente il nostro Ciro. - La famiglia di Monsig. Cittadini Vescovo di Perugia è tutta amica di Domenicoe mediante l'ascendente che il Vescovo non manca di avere su quell'istituto ancoraessa famiglia terrà esatta cura de' vantaggi di Ciro. I professori dell'universitàfra i quali il chiaro Mezzanotte col quale ho stretto amiciziadovendo andare in collegio ad istruirvi i giovanetti delle classi inferioriavranno gli occhi su Ciro. - I Camerieriil guardarobieree tutti gli altri addetti all'institutobravissima e amorosa gentenon mancheranno di assisterloe anche d'informarci in caso di bisogno dirigendosi specialmente a Domenicoche ha seco loro combinato ogni cosa. - Aggiungi a tutto ciò i reali meriti del Collegio stessoe la eccellenza vera del carattere del Presid. Colizzie poi dubita e temi pel figlio nostro. Lo sotu addurrai la ragione di non vederlo: ma ti deve consolare il pensiere che egli si va intanto facendo un degno uomo e stimabile. Presto tu avrai le sue nuove dirette. - Nel partire da Perugia pregai Biscontini di rispingermi qui la lettera che tu possa avermi inviato a Perugia giovedì primo del mese. Oggi dopo il pranzo aspetto poi tue notizie dirette da Roma. - Io credo che starò qui intorno a quattro giornisecondoché potrò decidere quando avrò veduto Corazza e Stocchi e terminato le faccende con essi. Non perdo neppure di mira qualche altra cosetta che vi è da fare: quella però e frati Agostiniani non può materialmente definirsi che verso i 20 del mese. Farò i conti con Peppino sulle dative da lui pagate in quest'annoho già esatto l'annata di F.co Diomede prima di andare a Perugia: stimolerò Desanctis per la prima rata del censuccio di Sc. 28:50 che deve restituire in tre anni per convenzione da noi fatta l'altro antro; e se non pagaordinerò che si citi. - Se tu puoi al solito farmi avere il lasciapassare mi farai cosa grata. - Peppinola moglie e la figlietta sono ancora a Torre Orsina. - Mariuccia miaprocura di star bene e il più sollevata che puoi: così operando mi darai gran consolazionee te ne sarò gratissimo. - AntoniaDomenicoe le cugine ti dicono mille cose: io ti abbraccio di cuoree sono il tuo P.

Noi torniamo a Roma carichi di baci di Ciro per te e di sue ambasciate pure per te.

LETTERA 156.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Romagiovedì 15 novembre 1832
Mio caro figlio
Per varie combinazionifra le quali la pioggia non ebbe l'ultimo luogomi trattenni a Terni tanto che giungendo a Roma la sera di martedì scorso vi trovai la tua lettera del 10giunta al mio indirizzo nell'antecedente lunedì. In essa trovomio Ciromotivi di consolazionesia in riguardo al buon stato di tua salutesia per rapporto alla lusinga che tu porti di aggradire colla tua condotta a' tuoi ottimi Superiorima finalmente a motivo della soddisfazione che mi mostri del nuovo tuo stato.
Vivendotu conoscerai un giorno quello che tutti gli uomini sperimentaronola vanità cioè di tutto quanto non è merito e virtù; e questa veritàche ti viene dalla bocca di un padre che non saprebbe mai ingannartiti sostenga il coraggio e la ilarità nel bel cammino sul quale la mia tenerezza ti ha messo. - Se ciò non si contrarii alle regole di codesto institutomi piacerebbe oltremodo che tu nella tua corrispondenza con me e con la tua Madre non abbandonassi quel certo tuono di affettuosa confidenza che noi sempre t'inspirammoe da cui tu mai non iscompagnasti il rispetto dovuto dai figli a' loro parenti: di maniera che i dolci titoli di papà e Mammà ci giungerebbero assai più cari degli altri di Signor Padre e Signora Madre. Ripeto però che io subordino questo mio desiderio alle leggi della educazione del luogo dove tu ti ritrovi. Quello però che assolutamente io t'inculco è il modo delle soprascritte da usarsi sulle tue lettere. Nessun titoloCiro mio. A me semplicemente "Signor Giuseppe Gioachino Belli"e a Mammà tua "Signora Maria Conti Belli" e basta. In Casa nostra non vi sono titoli di nobiltà fuorché abusiviper una invalsa consuetudine nata da parentele. Il mio carteggio poi e quello di Mammà ti prego di conservarlo tuttodappoiché io sono assai attaccato alle memorie di famiglia. Altrettanto noi qui faremo delle lettere tue che tu non mancherai di indirizzarci regolarmente secondo le norme del Collegio. - Gli amici di Casache tu hai pel mio mezzo salutatiti ringraziano e risalutano cordialmente; ed io ti prego di porgere i miei distinti ossequiuniti a quelli della tua Mammàa' tuoi Sig.ri Superiorie distintamente al Sig. Professore Presidente Colizzi. - Mammà ti benedicemio caro Cirocon tutta la effusione del cuoreed io faccio altrettando ripetendomi
tuo aff.mo Padre
Palazzo Poli2° piano.

LETTERA 157.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Romamartedì 27 novembre 1832
Mio carissimo figlio
Niun'altra consolazione può mai venirmi maggioree neppure eguale a quella che mi apportano le tue letteree che potranno esse arrecarmiallorchésiccome nell'ultima tua io vi troverò sicurezze della tua condottadella tua salutee del tuo amore per me e per la tua buona Mammà. La nostra esistenzaCiro mioè una cosa che va disciogliendosi come tutto il resto del Mondo; ma la speranza di vedere un giorno in te un frutto onorato delle nostre cure fa quasi parere di avere cominciato una nuova vita al principiar della tua.
Ricevo con gratitudine l'onore de' saluti del Sig. Presidente; e in quanto al Sig. Rettoreche si è compiaciuto di aggiungere del Suo nella tua lettera del 24io qui intendo di rivolgermi a Lui direttamente per ringraziarlo delle Sue gentilezzeed assicurarlo insieme che io saprò risarcirmi del dispiacere di non averlo ancora conosciutoallorchè mi recherò in maggio a Perugia per trattenermici qualche tempo.
Ad Antoniamio caro Ciroa quell'Antonia che tanto amorosamente ha vegliato sempre su te fin dalla tua nascitaè dispiaciuto di non vedersi mai nominata nelle tue lettere. Tu sai quanto ti ama questa eccellente donna che per le sue virtuose qualità merita quasi un titolo a dirsi appartenente alla nostra famiglia. Sii riconoscentemio caro figlioa chi ti ha fatto del benee pensa che la gratitudine è la sola virtù terrena che potremo portare nel cielodovecome dice un autore eccellentenon vi sono né perdoni da dimandare né grazie da ottenerema resta solo l'amore de' beneficii. Parrà a te forse che io voglia portare le mie parole alquanto fuori della intelligenza propria della età tua: ma a meCiro miopiace di parlarti come si deve ad un uomo che dev'essere uomo ogni dì più: e poiché la conversazione fra noi stabilita della nostra corrispondenza mi fa lusingare che tu abbia un qualche giorno a rileggerla per grato passatempo del cuorecosì amo che alcuna almeno delle molte frasi delle quali si compone una lettera di famigliapossa servire a secondare in te lo sviluppo delle morali intelligenze. Né di rado pure accadrà che le cose stesse che io ti dico confronteranno con le massime a te sviluppate da' tuoi ottimi Superiorinel che troverai una prova della verità che dirigge le loro bocche e la mia.
Addiomio carissimo figlio: io non voglio più lungamente separarti da' tuoi doveri. Mammà ti benedice con me. Tutti gli amici di casafra i quali il Sig. Dr. Ferdinandoil Sig. Canonico Spazianiil Marchese Ossolie i Sig.ri Avv. RicciSpada e Biagini ti salutano con le più cortesi parole. Ti salutano altresi DomenicoAntonio ed Annamariai qualioltre Antoniacompongono la nostra buona famiglia. AmaCiro mioil tuo aff.mo Papà.

P.S. Di qui innanzi avrai le mie lettere affrancate: così la tua piccola borsa farà questo risparmio. Nell'ordinario passato non vi pensai.

LETTERA 158.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma5 marzo 1833
Mio caro figlio
Nella mia penultima lettera ti raccomandai di non ripeter più la tanta tardanza de' tuoi caratterima vedo che ciò è subito tornato ad accaderedappoiché dal tuo foglio del 2 febbraio non hai più scritto. Questa è una cosa che dà molta molestia a tua madre ed a me; ed io sopratuttoamante rigidissimo delle discipline stabilite e convenutenon posso vedere senza molto rammarico che l'inosservanza di una di esse cada appunto sopra un articolo che valse fra gli altri a determinarmi al distaccarti da me. Due lettere al mesesiccome prescrive il regolamento del Collegiose non sono sufficienti a consolare un padre della lontananza di un unico figliobastano pure a fargliene sostenere il dannoin armonia colla idea della educazione a cui i genitori pospongono la contentezza della presenza de' figliuoli loro. Mi farai pertanto cosa gratissimamio caro Cirose pregherai in mio nome chiunque attualmente dirige la tua piccola segreteriadi mantenere in te una diligenza di carteggio che non abbia mai più a rinnovarmi il rammarico di richiamarti a memoria un punto per me del massimo interesse. Abbitifiglio miogli abbracci e le benedizioni della tua Mammàed i saluti singolari di ciascuno degli amici e della famiglia. Sono con la solita tenerezza
Il tuo aff.mo Padre

LETTERA 159.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Romasabato 9 marzo 1833
Mio caro figlio
È precisamente accaduto quello che avvenne la volta precedente. Lo stesso giorno in cui io scriveva a te fu quello della tua data nello scrivere a me. Spero però di averti in modo manifestato le mie ideeche quindi impoi il nostro carteggio tornerà ad essere e si conserverà regolare. Di molto conforto mi è riuscito il sapere da te l'allegro modo col quale si è nel tuo Collegio trapassato il tempo carnevalescoe quanto i goduti passatempi abbiano contribuito al ricrearti l'animo e al confortarlo a nuove prove di coraggio nello studioresoti ormai dall'abitudine più piano ed aggradevole. Così èCiro mio: i sollazzi sono allo spirito quel ch'è il cibo al corpo. Gli alimenti lo ristorano dalle fatiche e gl'infondono vigore per fatiche novelle; nel tempo che le fatiche stesse abbisognano all'uomo onde poi assaporar meglio il divertimentoil qualenon condito dal desiderioè simile ad una vivandachequantunque saporosa e delicatariesce insipida e nauseante senza lo stimolo dell'appetito. Guai a chi mangia nella sazietà; e cosìmisero colui che estingue lo spirito in diletti non mai alternati dal travaglio. Il languorela noja e il disgusto di sé ne faranno un essere morto prima di moriree in poco dissimile dai candelabri e dalle statue che van decorando i luoghi delle sue dissipazioni. È inutile che a questo passo io ti ripeta l'assicurazione della paterna sincerità. Tu lo sai che io non seppi mai ingannarti: manell'attuale soggettoalla verità delle mie parole voglio unire il soccorso della tua stessa memoria. Non ricordi tuCiro mioquante volte il giuoco troppo continuo ti ha riempito il cuore di svogliatezza; e tudeluso nella tua lusinga di sollievopassavi da un giuoco all'altro senza mai trovar quello che ti dasse il diletto di cui abbisognavi? - Iolo confessotalora ti abbandonava a te stesso e ti lasciava fareperché appunto una verità non insinuata da alcunoma sollevatasi spontanea nel nostro cuore dal gran fondo dell'esperienza ci mette meglio nell'animo un principio salutareche un giorno richiamato opportunamente ad esame sparge la nostra vita passata di una luce che c'illumina l'avvenire. Comprenderai beneCiro mioqueste mie riflessioni? Ne dubito: ma convintocome sonoche alcuno de' tuoi eccellenti superiori ti aiuterà a penetrarlenon tralascio di fartele e per tuo bene e per mia stessa soddisfazione. Non puoi credere quante cose affettuose ti dica la tua buona Mammàla qualeallorché giunse la tua letteracorse ella medesima a portarmelatutta ansante di consolazione. Tutti gli amici che tu hai nominatie così ciascun individuo della nostra affezionata famiglia ti ripeton cordialmente i loro saluti. Solamenteti ripetoil Sig. Toceo noi non lo vediamoed io non so neppure se sia in Roma. E di tanto ciò basti.
Io ti abbracciomio caro figlio e t'incarico de' mie rispetti a' tuoi Sig.ri Superiori. Benedicendoti finalmente mi ripeto
tuo affez.mo Padre

LETTERA 160.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma21 maggio 1833
Mio carissimo figlio
Ogni tua lettera è una nuova consolazione per la tua buona Mammà e per me. L'udirti sano e studioso ci rallegra in modo che non saprei facilmente spiegartelo. SeguiCiro miosegui con coraggio ad applicarti agli studii i qualise ti daranno alcuna faticati diverranno essi medesimi il più dolce premio degli ostacoli che avrai superati colla perseveranza; perché lo sviluppo progressivo che succede nelle facoltà intellettuali a misura del loro eserciziova a poco a poco tant'oltreche giunge finalmente ad innamorarci del nostro dovere. Allorché le tue idee si andranno ordinandoallorché il tuo spirito verrà cultoquando col bel corredo di scienza che ti si prepara conoscerai cosa è il Mondocosa è l'uomoe qual'è il nobile destino di questoringrazierai ben di cuore la Provvidenza che si compiacque riporti nel numero di coloro ai quali le Maraviglie di Dio non sono nascoste dall'infelice ignoranza. E qui figuratio figlio miola gioia che io provereise trovandomicome io speroal tuo saggio di settembreti vedessi onorato di un premio disputato nobilmente agli altri cari giovinetti che ti accompagano nella tua carriera. Sarebbe quello ai miei occhi quasi un mio stesso trionfopoiché nulla di bene o di male può a te mai arrivareche io non io consideri come cosa mia propria.
Forse il Sig. Presidente ti avrà detto che io meditava di farti un dono lavorato colle stesse mie mani. Te ne avrei potuto anche fare una sorpresama amo anche più il mettertene in aspettazione. Esso consiste in tre morali novellettee secondo la tua capacitàda me tradotte dall'inglesepur da me ricopiate in guisa ben bene intelligibilee fatte poi legare in forma di libretto con qualche discreta eleganza. Quelle con permesso de' tuoi Superiori tu leggeraie potrai ancora fare udire a' tuoi compagni d'età e di studiodappoiché io stimo che un buon fanciullo possa per la loro lettura diventare migliore. Riceverai il libretto da me direttamente nell'entrare del prossimo giugnoallorché ti stringerò al mio cuoree ringrazierò caldamente chi prende cura di te. Riverisci intanto a mio nome i Sig.ri PresidenteRettoreed Economo: ricevi la benedizione di Mammà e la mia: aggradisci i saluti de' nostri affezionati famigliarie credimi sempre tuo
amorosissimo Padre

LETTERA 161.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[28 maggio 1833?]
Caro Checco
Eccoci a 500. Forse mi arresterò un momento: forse non mi arresterò. Leggi intanto la dozzina che mancava alla mezza chiliadee più tardi verrò io a riprenderla per porla in collegio. Ieri sarei venuto: ma che tempo non fu? Il buono. Oggi che non è il cattivo sarò ad udire se la mia armata possa racconciarsi. Chi leggessealtri che tequesto fogliodirebbe: qui c'è congiura di certo: e non saprebbe che si tratta di sonetti... [solda]tini di stagno. Questa dichiarazione sia un... in caso che Antonio dasse per via... e lo frugassero alla granguardia: benché...
martedì 28.
Sono il tuo
g. g. b.

LETTERA 162.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiagiovedì 6 giugno 1833
Mia cara Mariuccia
Ieri mattina tre ore avanti il mezzodìavendo dovuto staccare un legno per mefinalmente potei partire da Spoletoe jeri sera alle 23 1/2 stavo alla porta S. Pietro di questa Città. Siccome detta porta conduce alla passeggiata del Frontonemi cadde in mente un desiderio e una lusinga insieme di potervi incontrar Ciro di ritorno dal passeggio. Dettofatto. Appena sono sotto all'arco della portaeccoti la Camerata de' piccoli del Collegio che passo passo entra in Città. Al sentire i sonagliCiro nostrovispo come un cardellosi rivolgee mi riconosce al momentobenchè io stassi al buio dentro un legno con le bandinelle tirate. Mi vide pel davantie disse scuotendo le zampette: ecco Papà. Per allora ci salutammo e non più. Io mi fermai per dare il passaporto etc. etc. e la Camerata andò innanzi: ma poi sbrigatomila raggiunsi sotto alla fortezza presso alla nuova apertura. Lì discesi e abbracciai Ciro. Non ti so dire come lo vidi sanobelloallegrocolorito e prosperoso. È il più grande de' suoi compagnista forte e robustoe pare un bel fiore di primavera. Gli dissi qualche cosa di te e della famiglialo baciai per tuo contoe ci lasciammo per rivederci stamattina. Sono infatti escito per ciòma che vuoi? Per arrivare soltanto al Caffè a far colezione mi sono bagnato come in una fontanatanto era ed è il diluvio cheaccompagnato da vento e freddovien giù in questa orrenda giornata. Ho dovuto tornare alla locandaaprir la valigiae mutarmi fino dirò alla camicia. Quindi non calmando l'ira del tempogli ho mandato un biglietto dal Cameriere di questa locanda della postadove mi è forza sostare per ora sotto alla mannaja dell'onesto cliente di Biscontini. Appena il tempo lo permetteràescirò per far qualche cosa e vedere qualcuno. Intanto ho fatto prendere alla posta la tua lettera del 4. Godo delle buone notizie di Angelica quanto mi rattristo di Bertinelli. Non so se a Roma si sarà fatta la processione: qui no per la furia dell'acqua. - Ti avviso che Frecacavalli ti dovrà prima di partire riportare i miei Promessi Sposi in tre volumetti. Se lo vedisalutamelo. - Giorni indietro è qui stato carcerato in piazza Menicuccicon dispiacere di tutta la Cittàla quale del resto è trista ma tranquilla. - Nello scorso ordinario ti spedii da Spoleto il mio N° 5 con tutto il necessario nell'affare Canale. Per oggi non so dirti di più. Ti abbraccio di vero cuoree sono
il tuo P.

LETTERA 163.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiasabato 8 giugno 1833
Non rispondo ad alcuna tua
perché in questo ordinario non
ne ho avute.

Eccomimia cara Mariucciaa darti pieno ragguaglio di ciò che concerne il nostro Ciro. Ieri mattinamalgrado la continuazione della solita pioggia mi recai al Collegio dove fui ricevuto dal Sig. Presidente Colizzi e dal Sig. Rettor Cambii quali uno e l'altro ti salutano. Il secondo andò in persona a chiamar Ciro nella sua Cameratae poco dopo me lo vidi comparir davanti nel solito aspetto di contentezzavivacità e buono umore. Mi dimandò di Mammà e poi di Antonia e quindi di Domenico e di Annamaria: nè obliò alcuno de' parenti e degli amici. A tutte le dimande io soddisfecie lo abbracciai e baciai molto per te e per tutti gli altri. Alla richiesta del come e quanto fosse egli pago della sua vita del Collegiomi rispose un sì con quella sua tanto cara maniera giojosacon cui una volta ci rallegrava in famiglia ed ora rallegra e guadagna il cuore di tutta la Comunità. Non ti saprei dire la soddisfazione da lui provata al vedere il pallone cominciò a saltare e stropicciare le manidicendo che appunto arrivava a propositoperché il pallone antecedente si era finito di rompere nelle recenti campagnate di Maggio. Oltre a giuocarci tra compagni al modo consuetoil Maestro di fisica si occupa di tanto in tanto di gonfiarglielo di gas idrogenoed allora que' ragazzetti si divertono in farlo ascendere e ritirarlo quindi a terra mercé uno spaghetto dal quale è frenato. E bisogna sentire come Ciro e Graziolitutti due specialmente conoscano gl'ingredienti ed il processo di questa fisica operazione. In appresso si passò ai soldati. Nuovi scoppii di gioia: ed altra gioia ai due cartocci di mandorle e confetti di Antonia e Annamaria che ringrazia senza finesiccome immensamente ringrazia te della cioccolatadella quale è assai ghiotto. Insomma egli dissebattendo in terra i piedi: Tutto buono: una cosa meglio dell'altra. E quanto aggradì il mio libretto! Me ne lesse subito la lettera dedicatoriaparlando a zompetti alla peruginacome se qui fosse nato e stato sempre.
Se lo sentissi quanto è curioso! non pare più romano. Negli studii ho avuto nuova conferma che si conduce benissimoe secondo le precise parole del Rettorebatte i migliori che nella sua Camerata distinguevansi prima del suo ingresso in Collegio. Ha già delineata una carta dell'Irlandala divisione geografica delle parti principali di tutti i regni e altre terre del globola sa a mente come il paternoster; e così comincia a conoscer benino la grammatica italiana. Nella Calligrafia poi il Maestro fa adesso scrivere a lui gli esemplari pe' suoi compagni. In una parola non puoi farti una idea adeguata di quanto dia piacere il vederlo e l'udirlo.
Ho interrogato il guardarobbiere per quel che si deve fargli ancora di vestiario. Mi ha risposto che [...] una sola mutatura per casa. Io dunque la farò eseguiree m'informerò ancora se vi sia bisogno di altro per questo caro figliocome di peculiodi scarpeetc. etc. Egli desidererebbe da me certi pezzetti di cartoncino dipinto che si vendono in una bottega da lui conosciutai quali diversamente combinati formano certe piacevoli figure. Io voglio contentarloed un giorno dopo pranzo me lo farò consegnaree portandolo a spasso lo appagherò. Darò pure qualche cosetta di mancia al guardarobbiere e al Cameriereche entrambi gli prestano molte attenzioni. Del resto o per loro curao per propria esattezzaCiro nostro è il più pulito della Camerata.
Questa mattina ho veduto il Sig. Angiolo Rossi che è stato malato per 15 giorni di podagra. Ci andai appena arrivai in Perugiama avendo udito al suo negozio che era in lettonon volli infastidirlo. La moglie non l'ho ancora veduta. Al contrario in casa Monaldi ho trovato la moglie solae le ho lasciato la lettera di Biscontini pel Marito. Il Sig. Luigi Micheletti e la Signora Cangenna mi hanno ricolmato di gentilezze: essi andavano strologando il capo per trovare il modo di poter combinare il modo di ricevermi in casa. Io perònon volendo permettere il loro incomodoho profittato della dozzina che mi hanno trovata in Casa Fanipel Corsoincontro alla Mercanzia. Ho un decentissimo alloggiopranzo di zuppatre piatti e fruttie la sera zuppaun piatto e frutti. Alla colazione e alla biancheria penso da me. Per questo trattamento ed alloggio pago dieci scudi al meseed ho già fin da oggi anticipato il primo mese a tutto il 7 di luglio. Non ho potuto ancora vedere il Signor Bianchi. So peraltro da Lovery che egli è istruito del mio arrivoe che mi vorrà rivedere egli stesso. La sua famiglia passerà in campagnacredotutta la statee sento che un giorno voglia condurmi a vederla e conoscerla. Tuttoció per relazione di Lovery il quale sta benonema un poco in pena sulla salute del padre. Quicome saivi è Oldaniil quale mena un sussiego come un Ministro di Stato. Sta sempre sulla suadà udienza alla grandeporta una certa fittuccia all'asola del vestitoparla con mezze parolesi dà per primo minutante del Ministero dell'Internoe fa ridere tutti quelli che lo hanno veduto portiere di questo uficio di delegazione.
Lo stesso Luigi Micheletti che gli prestò 18 scudi perché potesse fare il viaggio di Roma la prima volta che vi venneè trattato da lui col tuono di un superiore verso un dipendente. Quanto siamo curiosi noi uomini! Io non l'ho ancora veduto ma se con me fa il pallone assaggerà il mio bracciale.
Io non ti diròMariuccia miadi essere già senza danari affattoma fin qui non è stata che una continua svenarella per tutto e in mille maniere. Quindi se tu volessi dire a Biscontini che disponesse il Sig. Rossila Signora Rossio chi credeperché mi si somministrasse della moneta alla mia richiestami faresti piacere. Io poi segno sempre ogni baiocco che mi esce di manoe buttarne non ne butto davvero. Forse un altro al fine del giuoco se n'uscirebbe col risparmio di qualche scudo in meno di quello che spenda ioma in me vi sarà un po' di troppo onde non farmi guardar dietro: spreghiperòno davvero. La carta è finita. Ricevi mille baci di Ciro che ti chiede la benedizionee saluta AntoniaDomenicoi di lui figliAnnamariaetc. etc.
Sono il tuo P.

LETTERA 164.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia2 luglio 1833
Mio carissimo Checco
Che ti potrei più dire intorno alla tua lettera del 31 maggio? Ella è rimasta nell'uficio postale di Terni fino a jeriper quante premure io abbia fatte colà praticareappena seppi da Mariuccia che tu mi ve l'avevi spedita. A quest'ora la tua Ode o è stampata o sta per esserlo con que' ritocchi che il tuo buon gusto non puòvia facendonon averti suggeriti. La ode è bellateneragentilissimae tu lascia poi stare che la sia o classica o romanticaqualora pure i romantici e i classici non abbiano un cuore di diversa natura. Dovunque parla la verità con parole convenienti al soggetto e alla situazionelì è bellezza ed effetto immancabileo che la inspirazione venga di Germania o di Grecia. Le muse son figlie della Memoriae la Memoria moderna ha ben altre da contarcene che non quella di Pericle e d'Augusto. Perché andare al tempio della Gloria per una sola via e sempre per quella? Se l'Oriente ha la sual'Occidente ne ha fabbricata un'altra; e così altre il Mezzogiorno ed il Nord. Ciascuno parte da casa sua né ad uno straniero è chiuso il dritto di viaggiare per le strade degli altri col passaporto della Ragioneprima e vera regina degli uomini. Non era necessario avvertimento perché io m'avvedessi del furtosor ladroncello buggiarone. Arrivato a quel di là etc. esclamai: te conoscomaschera. Mapost confessionem remittuntur tibi peccata tua.
Di' al nostro Biagini che nel prossimo 4° fascicolo dell'Ontologia Torricelli mi ha pregato di mandare avanti una sua epistola al Marchettidalla quale egli vuol far conoscere chi parlerà del Malvica. E quel Chi è lo stesso Torricelli che mette fuori alcune sue inscrizioni domestiche e un ragguaglio di un funere da lui celebrato alla Memoria del padre. Nel successivo 5° fascicolo poi uscirà il suo discorso intorno i Sepolcri e le iscrizioni del Malvica. Intanto nel 3° fascicolo già pubblicato fu inserito lo squarcio eruditissimo e giudiziosissimo del Malvica stesso intorno all'arte del tradurre. Mi dice il Mezzanotte quello squarcio (che deve far parte di un'opera del Malvica sulla letteratura italiana) non esistere che in sue mani (cioè di Mezzanotte) e in ms.; ma io mi taglierei la gola se quello stesso io non l'ho già lettoet quidemstampatoet quidem possedendone io stesso un esemplareet quidem... eppure Mezzanotte dice di no; eppure io dico di sì. Che ne dice Biagini nostro che le cose malvicane le sa come le proprie? - E per tornare all'articolo Torricelliappena sarà in luce sul giornaleio ne farò estrarrecome stabilii con Biaginiuna cinquantine di copie delle quali ne lascerò cinque per l'estensore ed una per me. Le altre 44 verranno a Romaaffinchè quattro se ne dividano fra teBiaginiPiccardi e Riccie le altre 40 si spediscano in Trinacria che vuol dire Siciliaa Panormo che significa Palermo. E il Piccardi e il Ricci salutameli teneramenteprima il primo perché lo vedrai primae quindi l'altro perché... poi. E salutami Costanzae salutami tua cognatae salutami chi ti paree buon di'. Fa di star sano se ci sai starese no sta' incomodato a comodo tuopurché ti mantenga sempre in salutea consolazione di chi t'ama come me scrivente.
G. G. B.

P.S. Sai? Ciro sta benegrasso come un tordorosso come un peperonevispo come un grillettobuono come un angiolostudioso come un ciceroncino: metti insieme le similitudinio i cinque soggetti del paragone e fanne una filza. E di' un po' un'altra cosa: all'ultima strofe della tua ode Costanza non ce n'ha aggiunta un'altra che venga dire: più tardi che sia possibile?

LETTERA 165.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiasabato 6 luglio 1833
Mia cara Mariuccia
Questa mattina ho ricevuto la tua del 4 contenente la citazione da presentarsi al Sig. Bianchi. Per oggi non è stato possibile di averla spedita dai cursoricome io aveva tentato ed erami lusingato. Te la spingerò coll'ordinario di martedì 9 e tu l'avrai il giovedì 11. - Del Sig. Angelici va bene: ne riparleremo ad ottobre. - Le pillole le ho avutee ti ringrazio. Il ritardo dell'acqua della scala non nuoce. - Scriverò ad Antaldi. Ciro lo vedocome ti dissidue volte la settimanaoltre quando lo incontro al passeggio. Hai tu dubbio che non te lo abbracci spesso e che non gli parli sempre di te? - Giovedì egli mi pregò che lo raccomandassi al Rettore affinché gli permetta qualche volta di prendersi un mezzo gelato quando è assai caldoe secondo ché egli si sia portato benetanto più che gli altri compagni lo fanno. Di assai buon cuore io intercessi presso il Rettore per questa piccola soddisfazioneed il Rettoregraziosamente annuendorispose che Ciro è tale buono e studioso ragazzo che anche colla sua propria voce avrebbe ottenuto questo permesso. Io dimandai allora al Rettore se dovevo rifonder nulla nel deposito del particolar peculio di Ciro: egli soggiunse esservene ancora intatta la metàcioè Sc. 3tantoché il Calzuolaio non ha ancora portato il conto de' lavori fatti per Ciro. Pare che il Rettore quindi creda che detto peculio particolare destinato a diverse spesette straordinarie potrà bastare fino verso novembre. Allora avremo lo sfogo dell'erogazione etc. - Dimani tornerò al Collegio e ti benedirò e bacerò faccione nostronominando anche Antonia. - Tanto per quest'ordinario. Sèguita ad averti curae non lasciare i bagni. Sono abbracciandoti di tutto cuore
Il tuo P.

LETTERA 166.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia9 luglio 1833
Checcarello mio
Mi caschi la testa se so dove mettermi le mani per fare i ritocchi che si desiderano alla mia ode. Le cose di gettocome venne giù quellaforman un masso così compatto che vàllo a scomporre! e per ognuno de' cambiamenti propostibenché in sé apparentemente assai piccolimi bisognerebbe non solo il ceselloma il forbicione per tagliare il filo che dritto dritto vi corre per entroe Dio sa quali nodacci mi converrebbe poi farci per raccapezzar l'unità. E li farei anche que' nodie vorrei anzi farli; maripetomi caschi la testa se so dove mettermi le mani. Non si dà uomo più imbrogliato di me nel bisogno delle correzionie perciò se Iddio non mi aiuta alla primaguai! - Diamo un po' una guardatella a' tuoi cinque appunti:
1° Di vostra union beò. Vorrebbero sciogliere quella union in tre sillabe? Lì non si può senza sciogliere il verso; e da capomi caschi la testa se trovo un altro pensiere per sostituirvi un altro verso che dica quel che il primo diceva. Dunque ho paura che la unione resterà intattatanto più che ai poeti (come al Papa) data est potestas ligandi et solvendi dove non sia caso riservato ad Apollo: rotta di collo.
2° Spir etc. Lo spiro non è proprio l'unum et idem che lo spiritoquantunque nato dallo stesso padre e dalla medesima madre! Io intendeva del soffiodell'afflato divino che forma lo spirito: e in ogni modo poi che questo spiro s'intendami pare che possa patire l'apocope di cui è capace il sospirocome lo sono tanti altri nomi che escono in ironon eccettuato il Sig. Casimiro il barbiere.
3° Vedestù. Qui do un po' di ragione a chi la chiedema tornerei per la quarta volta all'imprecazione contro la mia povera testa che vorrei pure conservar sulle spalle. Questa stanzetta è come la prova dell'antecedente siccome quella è la soluzione dell'altra più addietro: ed io vi ho proprio bisogno di far quella dimanda al maritoonde persuadendosi si consoli.
4° Transitovoce non bastantemente poetica? Lasciamo in pace il Baron-DeMajo - requiescatche non conosceva il vocabolario poetico.
Io lo conosco e direi quasi la bestemmia di averci trovato dentro quel transito nel senso appunto che mi chiedeva la mia circostanzadove io credeva che ci stesse assai meglio che Morte o qualunque altro sinonimo di questa gentil Signora. Il passaggio dello spirito dal corpo al cielodal tempo all'eternità: una idea di moto solenneaccompagnato dalle tre virtùe terminato in seno a Diodov'è perpetua immobilità di vita! E siccome appunto questa specie di Morte io adombrai nella strofa precedente "Non vedestù ne' placidi Moti del suo passaggio"pel medesimo motivo stimai che la voce transito servisse bene al complemento del concetto senza offesa del vocabolario poetico. Ma se mi sono ingannatopasso alla 5a imprecisione e lì resto. Avanti.
5° Non più i sommessi gemiti etc. Echeggian pel silenzio etc. A questo passo viene in ballo lo Spada. SentimiSpada mio. Qual'è la specie d'istantanea contraddizione che tu vi trovi? In due raffronti potrebb'ella trovarsi: o tra il sommessi e l'echeggianoo fra l'echeggiano e il silenzio. Io credo che tu parli della seconda. Diciamo pure d'entrambe. I lamenti in chiesa sogliono essere sommessima non tanto quando sono veramente lamentiche non suscitano un suonoe nel suono un'ecoo quell'equivalente rimbombo che noi battezziamo talvolta per eco. (I ragazzi poi alla prima Comunione fanno quegli altri belli strillettiai quali niun sordo vorrebbe negare il merito di un sonoro per eccellenza.). Circa all'echeggiare nel silenzio io intendo di quel suono che deciso e non decisoqual'è precisamente quello di un pianto mezzo repressosuole udirsi in modo che quasi il silenzio stesso di un tempio non n'è assolutamente vinto: ed oltre a ciòappunto perché un'eco si ascoltirendesi necessario che il luogo nel quale l'eco si suscita non sia turbato da altri suoni a quello stranieridi maniera che ad ogni rinnovarsi e cessare di quell'unico suonoil silenzio proprio del sito resti vinto e poi tornicome per intervallo. Queste mie spiegazioni ti parranno facilmente arzigoli: ma io travedo che se le avessi fatte meglioe tali che rendessero appuntino le idee che in esse vorrei scioglieretu ti stringeresti nelle spallee diresti: Vuole aver ragione? diamoglielaché già quasi l'ha.
Stringiamola in conclusione. Io non vedoper quanto pensiin qual modo contentare chi mi onora dei suoi consigli. Non è superbiaperché io ne so meno di tutti. La è veraassolutainvincibile difficoltà di dire altrimenti. Se voi altri amici trovaste il verso e il modo di cinque sostituzioni che adempiendo al fine cercato non nuocciano ai riguardi del filodel gettodella unitàdel concatenamentodella reciprocitào di che diavol'altro vogliam dire esistente nel tutt'insieme della mia odese trovastedicoquel verso e modosuggerite il balsamo come additaste le piagheed io abbasserò il capo sotto la macchina di Mastro Titta. Se ciò non accadee se la Ode non meritasse di vivere senza quei tagliti assicuroChecco mioda leale uomoche rimetto in te il darla in luce o nasconderla come tu crederai più spediente al tuo onore o a quello dell'ottima amicache tutti piangiamo. Non badare all'orgoglio d'autore: cacciala nel cestinocome fanno i Cardinali e i Ministri di tanti memoriali che han più ragione del mio cencio di ode. Un bacio a tutti gli amicie altrettanti per te.
Il tuo Belli

P.S. Ho capito del cerotto del Canonico Pereyra: ne chiederòe se v'èlo porterò.

Altro P.S. Ho fatto un sonnettocioè un'appennicarella (che non s'avesse a confondere con sonettocosa che in Arcadia può accadere facilmente)e mi è tornato in capo quel Vedestù. Vogliamo dire

Non parve a te ne' placidi etc.?

Se a te la vamagari che il sonno mi aiutasse ancora nel transitonella unionnello spir e nell'echeggiar!; ma una buona dormita mi ci vorrebbe per tanta roba; e allora potrei rispondere alle lodi: bagatelle: gli ho fatti dormendo. E seriamentea tanti e tanti non verrebbe meglio così che vegliando? Per esempio fra i molti nominiamo a cagion d'onore l'onesto Villetti buon padre di famigliae lo specchiatissimo D. Raimondo Pigliacelli più degno di pastorale e di bugia che di una pelliccia canonicale. Va a non dire allora al sonno con Seneca: pars humanae melior vitae!
Bravo il Missirini! Pungoli al Borghi. Mazzocchi allo Azzocchi.

LETTERA 167.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiamartedì 9 luglio 1833
Eccotimia cara Mariucciala citazione eseguita contro questo Sig. Bianchial quale la mostrai prima della legale presentazioneed egli se ne mostrò pago dicendo che se non avesse avuto d'uopo del mandato di consegna per sua giustificazione mi avrebbe tosto consegnato il danarocome farà appena il documento sarà in ordine. In quel casofatti dire da Marini se pagata la somma sequestrata io debba rilasciare al Bianchi il mandatoche egli mi chiederà certamente tanto per documento contro il Marcucci quanto per pezza giustificativa verso la Cassa Camerale. - Domenica io fui a pranzo da luie vi fu anche Lovery.
Sono andato questa mattina espressamente al Collegio per vedere Pietruccio Grazioliche ho trovato in buona salute al solito. Di lui scrivo direttamente in questo medesimo corso al Sig. Avvocato suo padre. In questa occasione mi son fatto chiamare anche il nostro toretto al quale ho consegnato un barattoletto di manteca che mi aveva dimandatoe dieci palle per la provvistadiròdi tutto l'annomentre le ultime mandategli sono giàcom'è naturaletutte in sepoltura. La soddisfazione di quest'altro suo desiderio gli è riuscita gratissima. Il Rettore ha fatto a Ciro un elogio avanti a Grazioli nella circostanza di dirmi che il Grazioli oggi è in penitenza per aver rotto già il quarto libro di geografia ricomprato questa mattina dallo stesso Sig. Rettore per paoli sette. È vero che Ciro è minor tempo che sta in Collegioma pure il di lui primo libro di geografia ancora è buonoe Grazioli che non è poi tanto più anziano di Ciro in Collegio ne ha già cucinati quattro. Questa cosa però all'avvocato non gliela scrivo. Nella settimana passata il nostro figlio ha fatto sempre tutti bene tanto nella geografia che nella lingua italianadi modo ché i superiori si chiamano sempre più contenti di lui.
Senti questa. Un pittore ha qui esposto un quadro che dipinse per Milanoed avendolo esposto ha mandato fuori alcuni biglietti a stampa con una linea in bianco da riempirsi col nome del destinatarioonde invitare persone a vedere il suo lavoro. Che ha fatto Ciro! Se n'è procurato unolo ha empiuto col mio nomee poi piegato in regola me lo ha dato affinché io goda di questo piacere. Ti assicuro che ciò mi è stato di molta soddisfazione. - Della salute di questo caro figlio nulla ti dirò. Tu sai che in ogni estate si dimagrava ed impallidiva. Se lo vedessi adesso sta meglio di quello che era a Roma l'inverno. Bisogna certo convenire che questo Collegio è esposto in una gran bella e salubre parte della Città! E per finire pure una volta di Ciro egli ti chiede la benedizione e ti dà tanti baci. Saluta pure infinitamente AntoniaAnnamariaDomenicoi di lui figli e tutti gli amici. - Il guardarobiere dice che sei paia annue di calzetre bianche e tre neresono sufficientissimeperché il Collegio le fa raccomodare all'occorrenzae perché facendone di più si spregherebbero col crescere del ragazzo. Mi scordavo di dirti che appunto la diligenza di Ciro nel conservare le sue coseha reso così mite il consumo che già t'indicai del suo piccolo peculio in deposito. I danari di Grazioli volanoper lo sciupo particolarmente de' libri scolasticii qualisecondo i regolamentisono naturalmente a carico de' rispettivi studenti.
Le notizie della tua miglior salute mi hanno veramente consolato. Non mi dici però se hai poi cominciato o no i bagni. Io sto benema credo che questa sera mi farò la ormai divenuta consueta sanguigna di precauzionesentendo quella solita ottusità che di tanto in tanto mi sorprende. I miei polsi infatti sono assai pieni e una slentatina di vena mi si dice molto opportuna. Anche questi professori sono di sentimento che per qualche tempo io dovrò fare cosìepassato poi il periodo che attualmente ha preso la mia macchinasi potrà diradare i salassie ritornare a poco a poco all'antico equilibrio. Ciò di cui qui si manca è il comodo de' bagni per la scarsezza di acquacircostanza che ha fatto sì che quest'uso salubre non siasi introdotto in pubblico e sia poco praticato in privato. Questo Sig. Angiolo Rossi mi va da molto tempo facendo istanza perché io lo accompagni per tre o quattro giorni a Sinigaglia. Io non ci sono niente niente disposto e spero di sicuro di sgabellarmelaanzi me la sgabellerò. Torricelli poi mi fa per lettera più forza ancora affinché vada a passare almeno una settimana con lui. Dicendo però di no a Rossinegherò anche a Torricellila cui Fossombrone è sulla stessa strada di Sinigaglia.
È vero: mi pare che Frecavalli non possa essersi piccato. Se lo vedisalutamelo.
Di Antaldi va bene. Io aveva già preparato la lettera per impostarla questa sera. È meglio che resti inutile.
Sono obligato a Marcelli della sua cortesia.
Mi ha scritto Corazza che appena finite le mietiture farà il riscontro delle piante secondo la nota che glie ne mandai. Dice che ti mandò gli altri due prosciuttima che non ne ha avuto riscontro.
Babocci per ora non mi ha fatto sapere altro.
Qui piove regolarmente ogni giornoe molte di queste acque sono temporali belli e buoni. Insomma pare che quest'anno a Perugia non vi sarà estate.
Non mi pare d'aver altro da dirti per quest'ordinario. Ti abbraccio dunque di tutto cuoree ti prego di salutarmi chi ti chiede di me.
Sono il tuo P.

LETTERA 168.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiagiovedì 25 luglio 1833
Mia cara Mariuccia
Risconto la tua del 23. - Farai fare la sola gabbia piccola al prezzo di Sc. 1:20purché sia bella e forte; e poi me ne darai avviso. Starò aspettando il Sig. Fani con le cose da te consegnateglied eseguirò appuntino la tua commissione col nostro figlio. L'ho veduto questa mattinae l'ho trovato rosso e rotondo come una mela-appia. In questa settimana i suoi studii gli hanno fruttato un ottimo e tutti bene. Gli è venuta una vogliarella. Amerebbe di avere un paio (almeno) di racchette e qualche volantino. Io gliel'aveva promessi dopo il mio ritorno a Romama pare che il povero ciuco amerebbe più oggi l'uovo che domani la gallina. Le racchette dovrebberoegli diceessere di quelle che hanno da una parte la cartapecora e dall'altra la reticella di corda di budello; ovvero colla sola cartapecora perché il botto del colpo è l'affar principale. In casa dovrebbero esserci ancora quel tali cartocci da raccogliere i volantini per aria. Ci si potrebbero unire. Povero figlio! Si porta bene. Gli vogliamo negare questa soddisfazione? Egli ti chiede la benedizioneti abbracciae saluta Antonia e tutti.
Va bene di Costanzi. Ti accludo la carta firmata in bianco. - Io credo però che il Sig. Fabj con quelle offerte e dimande voglia scoprir terreno. - La sentenza è notificata. Il Sig. Bianchi ad ogni mia richiesta (che sarà pronta) mi darà gli Sc. 14:42 dietro mia semplice quietanza a tuo nomebenché io non sia nominato nella causa. Farò la quietanza colla riserva delle spese. Intanto sappi che la presentazionecon copia rilasciata al domicilioha importato baiocchi 37 1/2. Fa' aggiungere questa partita al conto. - Ringrazio tanto il nostro Ricci. - Lo stato della povera Angelica mi fa molta pena. - Saluto tutti e ti abbraccio di cuore.
Il tuo P.

LETTERA 169.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiagiovedì 8 agosto 1833
Mia cara Mariuccia
La tua del 3 corrente invece di arrivarmi il 5come dovevamiè giunta jeri. Appena impostata la mia precedente n. 23 passai avanti al Collegio di Cirocome fanno le rondinellele quali per ogni volta che s'imbucano nel nido vi volano attorno almeno trecento. Trapassato che ebbi di un poco il portonemi udii chiamare a voce bassa: Papàpapà; e nell'alzare il capo vidi Ciro alle finestre del suo dormitorioche mi faceva de' baciamani. Quindi a poco si affacciò anche il Cameriere David accanto a Ciroe ad un'altra finestra il prefettoil quale mi partecipò che per quel giornostante il tempo dubbionon si andava a spassoma invece si conducevano gli alunni a giuocare negli spiazzi del Collegio. Il nostro figlio aveva in capo un berretto di lanetta nerache era mioe glielo regalai quest'ottobre nel suo ingresso all'instituto. Mi piacque di vedere che ancora lo conservi. Questa mattina gli ho fatto la visita del giovedìgiusta il costumee gli ho letto le cose a lui appartenenti della tua lettera del 3. Egli le ha udite con molta attenzione e ilaritàe poi se l'è volute rileggere da sédicendomi infine: Papà ringraziate la Mamma a nome mioditele che stia benee che io Le do tanti baci e le chiedo la benedizione. E dopo incaricatomi de' saluti per Antonia e per tutti gli altriha finito con due zompetti. Qui sopraggiunsero i Sig.ri Presidente e Rettoreche gli fecero mille carezzee m'incaricarono di dirti mille cose da loro parte. Il Sig. Pres. Colizzi poi aggiunse che per ora sarà difficile assai che possa farti in Roma un'altra visituccia. Circa all'affare Costanzi va bene. Io seguito sempre a ripetere quanto ti dissicioè che il Signor Fabj di lui curiale non venne a parlarti che per cercare di pescare qualche altro vampiro da opporti. Intanto però non so cosa vorrà sostenere. Di Bertinelli nulla mi fa speciee non so come quell'uomo vorrà cavarsela da tante pastoje nelle quali tiene avvolti i piedi. - Povera Angelica! Quella è una donna perduta. Evviva la spenditrice universale! Ti costerà faticama ne uscirai di certo con onore. Fa' i miei complimenti con lo sposo. - Vado a scrivere a Terni intorno a Canalee vedremo che si potrà fare. Del resto tu hai operato molto e bene a questo proposito.
Se ti dovessi raccontare al vivo l'acqua che qui cadde tutto jeri e il furioso temporale di questa nottefarei opera inutile per la sua difficoltà. L'acqua si è mangiata nella nottata una strada che si faceva di nuovoe i tuoni saranno stati un migliaio. Ah! Iddio liberi l'Italia nell'autunno da qualche calamità! Bastaa buon conto Ciro nostro dice che non ha udito niente perché ha fattocome fa sempretutto un sonno.
Vedo ancora per Perugia l'Avvocato Marsuziil quale con un piglio a destra ed un altro a sinistrae camminando a gran falde spalancateprende tutto il corso per sé.
Debbo farti i saluti. del Sig. Luigi Micheletti e della Signora Cangenna di lui mogliecome altresì della Sig.ra Marchesa Monaldila quale manda spesso da me un professore di letteratura del Collegio di Ciro a informarsi delle mie nuove. Ogni tanto vado io stesso a riverirla. Iericon quel delicato diluviovenne detto Professoree mi offerì da parte della Sig.ra Marchesa la chiave del suo palco al teatro nobile ogni volta che io la desideri. Forse una sera che non piova e non sia freddo (vedi pretensione!) l'accetterò. Del resto anche senza questa chiave io frequento moltissimo il teatromentre in 64 giorni dacché sono a Perugia (ed il teatro ha agito sempre) vi sono stato per mezz'ora una sera onde vedere il teatro civicodove allora erano le recite.
Procura di star bene anche tuamamie credimi sempre il tuo
aff.mo P.

LETTERA 170.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiagiovedì 22 agosto 1833
Cara Mariuccia
Riscontro la tua del 20. Tanto l'altro jeri mattina quanto jeri mattina e giornoe finalmente questa mattina sono stato presente agli esami annuali del Collegio Pio. L'udire que' cari ragazzetti a parlare di tante cose eruditescientifiche e ameneera un piacere da muover le lagrime. Ciro nostro fu esaminato jeri al giorno sulla grammatica italianae questa mattina ha subìto l'esame sulla geografia. Nella grammatica si portò assai beneavendo sempre risposto assennatamentecon precisione e con grazia alle varie quistioni promossegli dagli esaminatoriprofessori della Università. Nella geografia poi non ti so dire con quanto garbo e possesso ha dato sulla carta la descrizione di tutta l'Asia. Se ne stava ritto in piedi avanti al quadro eretto sul cavalletto e lì con la sua bacchettina in mano andava indicando i luoghile posizioni e i confinia mano a mano che veniva esponendo con la voce. Senza mai impuntarsie parlando chiaramente e con pausaha esaminato tutto il suolo dell'Asia; ne ha indicato le principali Cittài fiumii monti: ha distinto le dominazioniha annoverato le particolarità dei luoghi e dato un dettaglio delle produzioni e del commercio delle varie nazioni di quella parte di mondo. Bisognava udirlo a profferire netti e spediti que' brutti nomacci da fracassar la lingua d'ogni galantuomo. Quella regione gli è toccata a caso: del resto egli conosce tutto il globo egualmente. Anche i tre suoi compagnie specialmente Graziolisi sono portati assai bene. Grazioli poi ha l'abilità di delineare all'improvviso col gesso sulla lavagna la superficie di qualunque parte di Mondo. Ha poi Ciro fattoper esporlo al saggio di settembreun grande specchio di varii caratteri con a piedi una bella cartina geografica miniata. Il Maestro di calligrafia mi disse jeri: il suo Sig. Ciro è il mio sostituto. Molte e molte carezze gli sono state fatte questa mattina dal professor Mezzanotte che lo ha interrogato. Insomma Ciro è un bravo ragazzettobuonostudiosoe amato da tutti. Egli ti chiede la benedizione e ti abbracciamandando i consueti saluti. - Fu un mio equivoco l'aver udito che già fosse deciso dover Ciro dare il saggio pubblico. Ciò non è ancora stato determinatoe dipende da certe regole dell'institutoanche estraneamente all'abilità. Io spero però che di certo gli toccheràbenchè del primo anno di convitto. Te ne darò notizie a suo tempo.
Mi duole di Celanima più e più del male del povero Pietro Mazzarosa. Confido però che a quest'ora già starà meglio. Mi congratulo della buona riuscita delle tue provvistee del regalo ricevutone. - Parlerò alla Rossi della gabbia e ci sentiremo. Non so se ti dissi che essa non vuole che il marito sappia questa sua commissione di modo che è bene che ciò lo senta Biscontini onde in qualche circostanza (non prevenuto) non avesse ad uscirsene col Sig. Rossi.
Godrò sapere l'esito della causa Costanzi. - Quimalgrado la stagione orribilenon vi sono gran malattiemeno qualche poco di reuma da non farne caso. - Farai bene ad andare in Albanoma vacci in buona ed allegra compagnia.
SicuroCalcagni d'Albano è fratello della Contessa Toruzzi. Come diavolo commettere una simile imprudenza! Figurati che incendio rovinoso! quel gran localee destinato a quell'uso! propriopoverettopiove sul bagnato.
Di' a Biaginiquando lo vediche ho letto la sua lettera al Prof. Mezzanotteil quale lo ringrazia e conviene in tutto e per tutto con lui. E salutamelo.
Ringrazio chi si ricorda di me eal solito abbracciandoti sono
Il tuo P.

LETTERA 171.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia27 agosto 1833
Mio caro Checco
Che diavolo di poema vorresti tu ch'io ti mandassi se in tutto il tempo da che son qui non ho saputo formare un pensiere che mi valesse una parola? Mi chiederai dunque come io passi la mia vitapoiché sei quasi anticipatamente persuaso che io non vada in alcun luogoe conservi le mie casalinghe abitudini di Roma. Sto in casasto in camerae leggo. Passeggio quando l'atmosfera lo concedepasso qualche mezz'ora nel negozio del libraio Bartellivisito il mio Ciro due volte per settimanae il resto in casain camerae leggo. Ho portato meco da cominciar de' lavori e da finirne d'incominciatima sarà l'aria troppo fina ed elasticaioti ripetonon so formare un pensiere.
Tu mi desti una vagliatina giudiziosa della mia ode per la povera Lepri: quando vedrai che setacciata me n'ha fatta Torricellisentirai allora che nespole! A dargli rettacome forse vorreibisognerebbe aprire un buco sino al nucleo della terrae seppellirla laggiùacciò il mondo non restasse impestàtper dirla alla vicarianacioè secondo Monsieur Vicar. È vero che il Torricelli conchiude le sue osservazioni esser quelle di un trecentistama buggiararlo quel beato Trecento come la sona! Or tu mo stampalaardilanettaticidàlla a salumaiofalla portare dal fiume: ti do carta bianca.
Di Ciro fatti dare notizie da Mariucciala quale sino al giorno corrente ha sempre avuto da me il regolar gazzettino intorno alla vita ed ai fatti di questo caro raponzoloe direi meglio raperonzo per amor del Trecento. Il tuo bacio glielo darò giovedìpress'a poco all'ora in cui tu riceverai la presente.
Qui non sono niente e poi niente rigidi in fatto di censura di stampe: anzi si stampa tutto senza che questi buoni Revisori vi mutino un ette. Ciò ti farà piacere. Lascia però ch'io ti dia il contropelo. Tutto deve mandarsi alla Censura romanameno (per grazia) gli articoli del giornaleche da rami divengono bacchettee meno gli avvisi di nuove tinte per le scarpeosterie da aprirsi e tridui da celebrarsi. Protesto altamente contro la taccia del miscere sacra profanis: ma quando la cosa è cosìe bisogna dirla tutta in un tempova a fare altrimenti.
Come va che Biagini mi dimanda se mi ricordo del cerotto che mi commettesti? Non l'ha già avuto e pagato?
E tu che fai? Scrivi? Leggi? Mangi? hai le tue regolari deiezioni? Aprimi il cuore. Veramente il cuore accanto alle deiezioni non te lo doveva mettercima ripeteròquando bisogna dir tutto in un fiatova a fare altrimenti!
Qui una comica Compagnia Ciarli-Brenci etc. etc. dopo avere gridato cinquanta serepassò a gridare a Spoletodove il pover'uomo del prim'uomo (Brenci) morì una bella sera sul campo della gloria. Almeno dicono che morisse a sospetto di fuga. Nolo dico seriamente e con dispiacere: fu colpito d'apoplessia e morì sul palco. Ferretti lo avrà conosciuto. Salutamelo il caro Giacomoo fammelo salutare con tutta la famiglia. Stanno tutti bene?
E salutami BiaginiRicciPiccardi e suoituo padretuo fratelloLepriPulieriRosani e chi ti pareché pare anche a me.
E ti abbraccio.
Il tuo B.

LETTERA 172.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia3 settembre 1833
Mia cara Maruccia
Rispondo alla tua del 31 passato agosto. Domenica vidi Ciro nostroil quale si dispone pel saggio pubblico che sarà giovedì 5 corrente alla mattina. Nel dopo pranzo della seguente domenica succederà la solenne premiazione. Egli è giudicato già degno di premio: credo però che il successo debba dipendere da un bussolo con qualche altro di eguale suo merito. In ogni modo l'onore sarà sempre lo stesso. Vado facendo eseguire d'accordo col bravo guardarobiere varii lavori nel corredo di Ciro pel mezzo-tempo e pel futuro invernostagioni che qui sono molto distinte l'una dall'altra. A cose fatte ti darò ragguaglio di tutto quanto è stato giudicato necessario di fare. Questo guardarobi e il cameriere della Camerata sono due veramente eccellenti giovanottied io alla mia partenza li rimunererò con un'altra mancia delle premurosissime attenzioni che mostrano al nostro caro figlio. Dalla mia precedente avrai udito quando arriverà a Roma il vetturale. Va benone intorno alle vedute di Roma etce ne ringrazio te e l'ottimo Biagini che mi saluterai tanto tanto. Mi ha consolato la guarigione di Mazzarosacome seguita a rattristarmi lo stato infelice della povera Angelica.
Qui è caduta la neve sulle montagne di confinee fa molto freddo. Ciro ti bacia la manoti abbracciae ti chiede la benedizione. Saluta poi Antonia e tutti. Io ti abbraccio e sono di cuore
il tuo P.

LETTERA 173.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia7 settembre 1833
Cara Mariuccia
Ricevo la tua del 5e la riscontro. Lo stesso malvagio tempo che tu mi descrivi essere stato a Roma in detto giorno fu egualmente quiunito a un sensibile freddodi modo che ci volle tutto il mio desiderio di udire Ciro al saggio che mi determinasse ad uscire di casa; ed uscii tutto vestito da inverno. Sono varii giorni che diluvia di continuo. Vedremo domani se vorràil Signor Tempo permettermi di concorrere allo spettacolo della premiazionedi cui poi ti darò un distinto ragguaglio. - Ho mandato a vedere se alla posta fosse giunto il pacco per Ciro: mi han detto di nomentre i gruppi qui non vengono che il lunedìsiccome non ne partono che la domenicamentre nelle sole domeniche parte di qui il Corriere per Fuligno e ne ritorna il lunedì. Gli altri due corsi settimanali si fanno per via di staffette latrici di sole lettere. Dunque darò al nostro caro figlio il regalo appena sia giunto. Circa alla spedizione della gabbia va bene; e darò a Ciro tutto ciò che vi è annesso per lui. - La tua intenzione riguardo a Costanzi è buonama bisogna poi vedere se il mobilio della sua casa potrà saldare gli Sc. 1200più qualche arretrato che siavi di frutti spese etc. Oltre di ché insorgeranno delle dispute sulla comproprietà dei fratelli ed altri di famiglia. Perciò sta' oculata. Vedi di far sollecitare la liquidazione delle spese Marcucciaffinché si possa ultimare il tutto con Bianchi fin ch'io sarò qui.
Ti accludo un foglio bollato e da me firmato in biancoonde tu te ne serva a tuo senno. L'ho sottoscritto in basso per lasciarti più spazio a scrivere: per la qual cosafatta prima una minuta ti regolerai sulla quantità del bianco da riempire. - Ho piacere che il nostro Biagini abbia già avuto il cerotto che mi richiese.
Il figlio del dottor Micheletti è morto realmente. Questo ragazzo d'indole assai recalcitrante ripugnava a tutte le volontà paternee più alle di lui disposizioni intorno alla educazione. Mutati varii luoghi ne' quali era stato messo a studiarefinalmente pareva che nel Collegio di Arezzo si fosse un poco calmato.
Maavvicinandosi l'epoca delle vacanzevoleva ritornare a farle a Casa. Il padre che conosceva che una volta tornato si sarebbe penato a farlo ripartiregli lasciò libera la scelta tra il villeggiare in una bella campagna che possiede il Collegio Aretinoe tra il passare ad un ameno casino di certi Signori d'Arezzodi lui Clienti. Udita il fanciullo tale alternativa a lui ingratache fa! Una sera si avvolge un panno bagnato attorno al collo e un altro in testae poi aperta la finestra si pone in letto per dormire. Casualmente il Rettore vide dalla sua stanza la finestra aperta del Michelettie recatosi nella di lui camera gliela chiusa. Il ragazzo all'udire aprir la porta si pose la testa fra i lenzuolie finse dormire cosicché il Superiore credette la finestra di lui esser rimasta aperta per dimenticanza e più non vi badò. Riuscito il Rettoresi rialza Micheletti e bagnati di nuovo i panni ripete il mal giuocoed anzi riaperta la finestra vi si sdraiò sotto sulla nuda terrae così seminudo si addormentò. Figurati alla mattina! Fu ritrovato tutto gonfio. Interrogato ripetutamente confessò finalmente il tuttoe dopo una orribile malattia di 24 giorni spirò lunedì 2 alle ore tre pomeridiane. Il povero padre è al colmo dell'afflizionetanto più che avendo il Collegio tardato a scrivergli fino al 15° giorno del maleed essendo giunta la lettera mentre egli era a Città di Castelloha saputo il caso poco prima della morte. La moglie del Micheletti partì bene subitoma delirando sempre il figlio non l'ha potuto vedere. Eppure a malgrado che il povero padre si rammarichi tantopure confessa che forse la provvidenza ha così disposto per risparmiargli altre lagrime più amare che il figlio avrebbe un giorno potuto fargli spargere. Noicara Mariucciaringraziamo Iddio che Ciro nostro è savioe i suoi superiori più assai diligenti. Ti abbraccio di cuore.
Il tuo P.

LETTERA 174.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia10 settembre 1833
Cara Mariuccia
Jeri non ebbi tue letterema bensì la spedizione per Ciroal quale corsi subito a portarla. E giunse bene a propositomentre nella solenne premiazione di domenica nominato Ciro a tre premiiuno cioè in lingua italianauno in geografia ed uno in calligrafianon ebbe la sorte di conseguirne alcunonon essendo mai uscito al bussolo in cui fu posto il suo nome tre volte co' suoi competitori nelle tre classi enunciate. Nella geografia ebbe due altri emuliuno solo nella lingua italianae cinque nella calligrafia. La sortizione di tutti i nomi in competenza si fece alla presenza degli spettatori a suono di sceltissima bandala quale si tramezzò a tutti gli atti della funzione. Dispiacque a tutti i Superiori la poca fortuna di Ciroal quale però furono tanto più prodigati elogi da essi e da molti astantiin quanto che si sapeva che i competitori più fortunati di lui erano tutti del secondo anno di collegioe Ciro del primo; circostanza che pure a detta di alcuno si poteva meglio calcolare dai giudici che stabilirono l'ordine della premiazione. Io ti spedisco per la posta il libretto di prospetto. So che ti converrà avere delle noje alla doganama pure pensando che ti farà piacere il leggerlo te lo mando. Aggiungo su questo proposito che il Rettore convenne con me che forse i primi elogi della scuola si convengono a Ciroma che dovendo purtuttavia gli esaminatori e i Consuperiori del Collegio attenersi ai risultati positivi degli esami trimestralinon potevano negare una parità a chi realmente la ottenne. Ciro poi si espresse che quantunque avrebbe amato il conseguimento di qualche premionulladimeno si appagava dell'onore che la sorte non può contrastargli.
Non ti puoi figurare la di lui gioia al ricevere le vedute di Roma e la pianta. Disse che quello era il suo premio. Tutti i ragazzetti della sua Camerata gli si affollarono intornoed egli fece da Cicerone. I ringraziamenti che ti fa sono infiniti; e così ti chiede la benedizioneti abbracciae saluta AntoniaDomenico e tutti. - Ti debbo dire che da alcuni giorni soffre della flussione all'occhio destrola quale peròcome vedinon gli ha impedito di fare regolarmente le sue faccende. Il professore del Collegio gli ordinò certi bagnoli approvati da altro eccellente oculista Sig. Achille Dottoriniche io ci ho già condotto due volte a mio contoe ce lo farò tornare fino a completa guarigione. Il Dottoriniche Biscontini deve certo conosceremi assicura che non è nientee neppure gli ha vietato che possa discretamente applicare.
Sta'cara Mariucciatranquillae assicurati che con un poco di cura svanirà questo maleil quale è molto minore di quello che Ciro ebbe già a Roma all'occhio medesimo varii anni addietro. Appena sarà un poco più diminuito il sangue comparsogli sul bianco dell'occhioall'angolo esternoil bravo Dottorini gli darà un collirio che servirà a guarirlo del tutto e a rifortificare i vasellini ingorgati. In caso poi che tardasse alquanto il sangue a svanire saranno applicate alle tempie due mignattine per accelerarne la risoluzione. Ti ho dato notizia di questo piccolo incomodo del nostro caro figlioacciò semai ti venisse saputo per parte indirettanon ti prenda alcuna penae ti fidi di me. Del resto Ciro sta in piediallegroe se la ride; e i superiori gli hanno tutti i più delicati riguardi perché non abbia aria o altri nocumenti esteriori.
Domenica sera andò qui in iscena una opera in Musicaintitolata la Orfanella di Ginevracantata benissimo. C'è un basso poichiamato Angelini Dossi che a Valle farebbe fanatismo. Io comperai un palco al second'ordine per 50 baiocchionde salvarmi dalla piena della plateae mi divertii moltissimo. Le decorazioni sono eccellenti. L'opera è al teatro Nobile vicinissimo alla casa dove abito. Aspetterò la gabbia. La Signora Rossi è contentissima della scattola che ci hai fatto fare. La medesima Signora ti prega dirle come sono grandi le pelli di ermellinoe quanto costano l'una. Per la grandezza puoi fartela dare in modello dal pellicciaioe poi col lapis disegnarmene la circonferenza sulla tua stessa lettera. - Avrai avuto la miadove ti parlai de' lavori di sarto che faccio fare per Cirotanto per l'autunno che pel prossimo inverno. Ti abbraccio di cuoree sono il tuo P.

P.S. È general voce che il Marchese Ettore Florenzi sia morto al suo casino della Colombella.

LETTERA 175.
A ORSOLA MAZIO - ROMA
Di Perugia24 settembre 1833
Carissima Orsolina
Io già sapeva che tu saresti balestrata in ottobre: ti ringrazio però di avermene data partecipazione tu stessae tengo ciò in conto di quella gentilezza che ti distingue. Sii felicecara cuginae felice quanto il mio cuore ti desidera e quanto tu meriti di essere. Lo sposo che la provvidenza ti ha destinato ha tutti i caratteri da farti presagire una bella vita di pace. Sii feliceti ripeto. Io vidi andare a marito tua madre: vedo oggi il tuo imeneoe così spero trovarmi un giorno agli sponsali della prima tua figlia. Allora io era quale ora tu seie al futuro matrimonio della tua prole tu sarai quale adesso io mi trovo. Parlo di età. Io vo sempre sventuratamente innanzi a te; e quando tu ancora vigorosa abbraccerai i tuoi nipotinimi sarà forza di bamboleggiare con essi. Vedicara cuginacome ancora fra le gioie possano trovarsi pensieri di malinconia. Ma e poi perché? Se io sarò vecchiolo saranno tutti quelli che vivranno di poie beato chi guardando sui giorni vissuti non vi troverà vergogna che lo faccia arrossire. Dunqueinnanzie ciascuno adempia alla propria missione.
Se le tue nozze accadessero verso la fine di ottobreo almeno a mese inoltratoio spererei di trovarmi personalmente ad accompagnarti all'altare. Se poi dovrà accadere altrimentimi contenterò in arrivando di salutarti Matrona.
Avrai avuto in mia casa notizie del mio Ciroe delle belle speranze ch'egli mi dà.
Salutami testa per testa tutti i tuoie in favore della circostanza i saluti pel caro Balestra sien duee più se ti piace reiterarli. Sono veramente pago di averlo preso parente.
PerdoniSignora Sposala confidenza cuginale di questa mia letterae mi creda sempre
Suo aff.mo cugino G. G. Belli

LETTERA 176.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia24 settembre 1833
Cara Mariuccia
La guarigione di Ciro mi ha per due ordinarii trattenuto dallo scrivertiondenon essendovi più un urgente bisogno di carteggio in tutti i corsi postalirimetterci in regola. Rispondo pertanto oggi alle tue carissime de' 17 e 21. Comincerò dal dirti che Ciro seguita a star beneanzi mi dice il cameriere che neppure gli fa più i bagnoli. Io l'ho veduto fin qui ogni giornoe nel solo sabato scorso che non lo vidilo incontrai alla Università dov'è l'esposizione del concorso annuale e triennale delle belle arti. Giovedì 19 non solo non andò Ciro in campagna ma non ci andò neppure nessuno del collegiostante il pessimo tempo. Vi andarono però jeried io li vidi tornare. Ciro era tutto vispo e contento. Ti dice egli al solito mille cose affettuosebaciandoti la mano e dandoti i saluti per Antoniaetc. etc. - Circa ad Angelicase i polmoni son tocchiil parto non la può salvare.
Non so perché tanto strepito per la scoperta del corpo di Raffaellomentre si è sempre saputo che stava sotterrato in quel luogo. Se lo volevano fuori lo potevano scavar prima. In tutti i modicertamente questa è per le arti una bella reliquia. - Ora che Biscontini non c'è chi guideràil nostro delicato affare con l'avv. Costanzi? E Biscontini non torna in Curia che ad anno nuovo! Che carte vuoi che abbia occulte Costanzi? Non ne può averee se ne avessele avrebbe già tratte fuori. Egli tenta come tanti altri che girano mille tribunali per pagar quattro in luogo di uno. Ti ringrazio de' saluti di Zia Teresa e Mariucciacome ancora della notizia del matrimonio di Orsolina. In questo ordinario ho avuto da lei stessa la formale partecipazionee vado a risponderle rallegrandomi. - Bravo Biagini! Birbo quel Pippaccio! - Ho avuto lettera di Corazza il quale dice che gli orribili tempi hanno impedito fino ad ora la consumazione della conta degli alberila quale però spera di finire in questi giornifinita la fiera di Campitello. I ristauri sono a buon punto. Secondo i termini del contratto egli e Stocchi vanno ad eseguire un taglio nella Macchiettae perciò stanno all'ordine quattro prosciuttiche io gli scrivo di mandarteli. Ho avvisato anche Babocci del mio ritorno a Terni circa il 10 ottobre.
I tempi qui seguitano ad essere bestialied io mi sento tutto indolito. Come salvarsi del tutto? Hai tempo a star dentro: l'aria fredda e umida penetra per ogni luogo. Sono abbracciandoti di cuore il
tuo P.

LETTERA 177.
AL DOTT. RAFFAELLO BERTINELLI - ROMA
Perugia [5 ottobre 1833]
... La vostra letterasegnata da Voi col 23 settembrenon giunse a questo uficio postale che il 27ed in quel giorno io era in letto con febbre di reumache per varii altri ha durato ad affligermi. Nello scorso ordinario io mandai ciò a notizia di mia mogliedi modoché se voi in oggi la vedeste sappiate che questo non è più per essa un mistero. Tuttavia il male non è stato graveed ora me ne trovo libero.
Mi affliggono veramente le novelle che di voi mi datee veggo con amarezza che non sia ancor sazia la fortuna di perseguitarviquandoché nel Mondo avrebbe dove assai meglio e con più di giustizia esercitare le sue persecuzioni. Ma poiché quasi sempre gli avvenimenti sono condotti dalla mano degli uominii quali poi al complesso de' loro maneggi si compiacciono d'attribuire l'astratto nome di Sortenon è da stupirsi se i mali effetti della lor gravità cadano più spesso sui migliori che non sui tristidappoiché o questi raramente mancano di armi di difesa contro gli attacchi de' loro ugualio gli ultimi amanopiuttostocché offenderlifarseli complici nella eterna insidia che tendono alla odiata virtù. Comprendo le mie parole dover giungere fiacco balsamo e inefficace alle acerbe vostre feritema poiché so pure che l'esser compatito nella sventura èse non altroun male di menoio intendo che voiprendiate per ora dalla mia penna que' conforti che non mancherei di apprestarvi vicino onde ajutarvi a sostenere i colpi della disgrazia la quale siccome tutti gli altri mali agenti della terra non sa poi a lungo resistere contro una determinata costanza.
Tenetevi cara la tibi-Seraphinanella quale veggo più semplicità che mal'animo contro di voi. Poverina! Sarebbe necessario un cuore di bronzo per tener saldo contro i combinati attacchi di una raffinata maliziadi maniera che fra tante suggestioni perverse non è maraviglia che il di lei nuovo cuore vada fluttuando.
Io parto di qui fra quattro giorni. Addiocaro Bertinelli: sono sempre il v.ro aff.mo a.co
Belli

LETTERA 178.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Terni15 ottobre 1833
Mio caro Ciro
Giunsi in questa Città la sera di domenica 13 dopo un felicissimo viaggio. Ti assicuro che l'essermi allontanato da te mi ha costato molta penala quale è però mitigata dall'averti lasciato in buona salute e così bene affidato qual sei. Procura di conservarti sano col moderato uso di tuttociò che ti si concede al sollievo dello spirito e del corpoe fa' che le notizie che io andrò di te ricevendo mi riescano sempre di consolazione sotto ogni rapportocosì di salutecome di condotta e profittotantoché col rivederti nel prossimo anno ti ritrovi convenientemente più vicino al perfezionamento a cui ti si va conducendo.
Riverisci per me il Sig. Presidenteil Signor Economoe il Sig. Prefetto. Amami e ricevi la mia benedizione.
Il tuo aff.mo padre.

LETTERA 179.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Terni24 ottobre 1833
Mio caro Ciro
Mi ha scritto la tua mamma le seguenti cose sul tuo conto. Io ti copio qui appresso le medesime parole della sua lettera. Eccole.
Ieri ho ricevuto una lettera di Ciro, diretta a te. Credo che abbia sbagliato dirigendola a Roma invece che a Terni, poiché diversamente mi sembrerebbe assai singolare che io non ci sia nominata nemmeno con un saluto. Mi dispiace peraltro che, ancorché fosse destinata per Terni, non ci abbia messo nessuna parola per quelli di Casa Vannuzzi, nostri parenti, che pure egli conosce, e dai quali ha ricevute molte finezze al suo passaggio per quella Città. Bisogna che Ciro sia un poco più premuroso sul punto della gratitudine. Ora dimentica sempre anche Antonia, che è per lui come una seconda Madre; e a me non piace tanta disinvoltura, la quale col tempo diviene durezza ed egoismo. Debbo pure osservare che le ultime due lettere scritte da lui tanto a te che a me, sono così tirate via e di un caratteraccio così brutto, che fanno nausea: ed anche di questo non sono contenta. In questo modo egli fa mostra di peggiorare piuttosto che migliorare.
Tu saiCiro mio (riprendo qui io tuo Papà) che molte volte ti ho a Perugia rimproverato della tua indifferenza e negligenza nel dimandare nuove della tua tenera Madrela quale non sarebbe mai stata fra noi nominata se non te ne avessi parlato sempre io pel primo. Comprendo che circa le lettere che tu scrivi te ne vien data la minuta bell'e fattama chi stende la minuta non è obligato di conoscere tutti gl'impegni del tuo cuore verso le persone alle quali tu devi mostrare riconoscenza. Devi tu stesso pregarlo ad includerci le debite menzioni. Riguardo al caratterebadaci un poco di piùcaro figlioe non mostrar di disimparare. Riverisci per me i Sig.ri tuoi Superiorie credimi sempre
tuo aff.mo Padre.

LETTERA 180.
A CIRO BELLI - ROMA
Di Roma30 novembre 1833
Mio caro figlio
Riscontro la tua graditissima lettera del 19 spirantee ti faccio stimolo con la presente a scrivermene un'altra quanto primaonde istruire la tua Mammà e me stesso del tuo stato di salute e di tutto il resto che ti concerne. Io già sapevasin dal mio partir da Perugiache i tuoi studii pel nuovo anno scolastico dovevano essere l'aritmetica e la lingua latina: mi ricordo anzi che circa a quest'ultima tu mi dicesti essertene già tanto anticipato qualche principio dal tuo buon Maestro Sig. Felicioni. Mi piacerà oggi di udire come ti sembri riuscirti difficile questo dotto idioma. Io però tengo per fermo che le notizie che tu già possiedi di grammatica in generesienti per facilitare d'assai i progressi in una lingua così necessaria a chi nel Mondo vuol sapere. Ed è tantaCiro miola necessità del conoscere la lingua latinache non solo la ignoranza di essa ci priva della conoscenza di tanti capi-d'opera originalima ci niega altresì il possedere a perfezione la stessa nostra lingua nativachefiglia della latinaprende da quella il più bel lustro delle sue forme. Allorché tu avrai familiare la superba lingua del Laziosarai stupefatto delle bellezze sublimi degli antichi Autori; e le stesse carte che tu scriverairiterranno l'indole delle tue buone letture. Il Sig. Rettore sa se io ti dico il vero. Studia dunqueo mio Ciro: un poco di fatica sarà un giorno ricompensata da infinito piacere e da gloria. Te lo prometto.
Riguardo alla Calligrafiami sembraCiro mio caroche tu vada prendendo qualche difettoil quale con qualche attenzione potrai facilmente ritoglierti. Per esempiola lettera Fche una volta era da te scritta secondo le forme più lodevoliora la fai nel seguente modo... Questafiglio mioè una forma un po' sconciae disarmonizza nella scrittura colle lettere vicine. Giudicherai tu stesso della Verità delle mie asserzioni dalle due parole che qui appresso io ti segno
affetto
difficoltà.
Non vedi tuCiro mioche nel modo scritto alla tua guisa le due ff sembrano piuttosto due lunghe zetatantoché quelle due parole si leggono meglio per azzetto dizzicoltà che non per affetto difficoltà? Di dove hai cavato questa barocca forma di lettera? - Nel resto poi bada di non tirar via nello scrivere. Io so che fra gli studii non si può scrivere sempre con tanto agio e tanta attenzionementre l'applicazione ed il tempo debbonsi economizzare in favor del soggetto che si scrivee non già totalmente o in gran parte concedersi al carattere con cui si scrive: ma almeno in qualche particolar circostanzadove lo studio non entri per primosii accurato nello scrivere in modo da non perdere un'abilità che avevi acquistata. E in quanto alle lettere che mi dirigisieno esse più brevise vuoima più corretteimperocché io ci trovo non poca negligenza nella ortografiae per conseguenza molte correzioni. RiflessioneCiro mioriflessione in ogni cosae non si sbaglia maio raramente.
Come ti trovi nella nuova Camerata? - La famiglia Fani mi scrisse i tuoi saluti: il Sig. Biscontini me li ha portati. La tua Mammà ti dice mille cose piene di amore e di tenerezzae ti esorta a studiareesser buonoe stare allegro. Antonia e gli altri nostri buoni domestici ti salutano. Presenta i miei rispettosi ossequii ai Sig.ri tuoi Superiorie ricevi i miei abbracci e la mia benedizione.
Il tuo aff.mo Padre

LETTERA 181.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma19 dicembre 1833
Mio carissimo Ciro
Non dubitarenon perderti di animo. La lingua latinasul principio dello studiarlasuole riuscire un poco difficile a quasi tutti; ed io mi ricordo che anche a me accadeva altrettanto allorché io era della tua etàecome teprincipiante. Di mano in mano però l'esercizio continuoe l'abitudine che ne conseguerendono familiare qualunque più astrusa difficoltà. A te non manca ingegno. Non ti dico ciò perché tu ne insuperbiscamentre il talento e tutto quello che abbiamo al Mondo di buono è dono gratuito della Providenzae non già nostro merito particolare. Intendo solamente di dimostrarti che con disposizioni sufficienti di spirito non si deve disperare di buon successo in nulla di quanto s'intraprende con ferma volontà. Il peggio che possa accadere a uno studente è il diffidar troppo di sée lasciarsi sgomentare dalle prime difficoltàinseparabili da tutti i nuovi sperimenti. Col coraggio e colla perseveranza ogni giorno si guadagna una vittoria sopra gli ostacolie non solamente si superano i presentima si acquista ad un tempo il vigore per superare i futuri. I più famosi uomini della Terra sono stati fanciulliniuno di essi era nato istruito: tutti si trovarono nuovi al principio nella carriera del sapere. Che mai sarebbe accaduto di loroe quale di tante famose opere avremmo noi oggise alle prime difficoltà sbigottitisi fossero arrestati sulla via che li condusse poi a tanta altezza di gloria? Tu hai detto saggiamente che raddoppiando d'impegno speri di far que' progressi che lo studio non nega mai alla costanza. Quello che oggi ti sarà sembrato oscuro e spinosocol ritornarci sopra a mente serena e non divagata ti si farà dimani chiaromolle e fiorito. Vedio mio Cirola natura d'inverno. Ti parrebbe mai che quel prato sterilenudo e malinconico dovesse poi ben presto ricoprirsi di tutti i doni della fecondità? Eppure pochi raggi di un benefico Sole di primavera bastano a produrre il miracolo. Dov'erano nevi e brine sorgono indi a poco pingui erbe e vaghissime; e colorite frutta appaiono sugli aridi rami degli alberi. Altrettanto accade nell'uomo. Esso non ha da principio che la capacità di produrre; ma il calor dell'ingegno unito al tempo e alla pazienza lo muta a poco a poco in tutt'altro da quello di prima e dice la Sagra Scrittura che colui che seminerà con lagrimeraccoglierà esultando vale a direche le fatiche sostenute nel coltivare saranno premiate dall'allegrezza della raccolta. Sta' dunque di buon'animoCiro mio: studia con fiducia di riusciree riuscirai. Il profitto verrà da sésenza quasi che tu te ne accorga: e un giorno sarai certo che io ti diceva la verità. Studiocoraggioe il successo è infallibile. Tuo padre non t'inganna.
Ho veduto il Signor Presidente Colizzi. Egli mi ha dato buone notizie di tee ti vuol bene. Procura dunquemio caro figliodi non demeritare mai la di Lui graziané quella degli altri tuoi buoni Superiori. Sii umanogentileobbedienteassiduo ne' tuoi doverie grato alle cure che ti sono prodigate in tante maniere. Ama puree rispetta i tuoi compagniimita il buon procedere di ognuno e non invidiare la gloria di alcuno. Sii sempre verace ed umilee quando mai ti avvenga di fallireringrazia chi ti ammonisce. Questi consigli ti diamo tua Madre ed ioed intendiamo che siano il miglior regalo che possiamo farti per le imminenti SS. festeche desideriamo felici a tea' tuoi Superiori e a tutto il Collegio. Fra giorni poi avrai qualche cosetta da goderti per amor nostro. I giuochi però saranno menoperché ormai ti fai grande. Ti benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre.

P.S. Oltre a Mammà (che ti benedice con me) ti salutano tutti i buoni amici di Casae Antoniae Domenico e gli altri nostri amorosi familiari.

LETTERA 182.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma26 dicembre 1833
Ciro mio
In questa cassetta checome nell'anno scorsoti sarà stata mandata dal Sig. Angiolo Rossie che tu dopo averla vuotata gli restituiraisono i piccoli doni che ti godrai in quest'anno per amor nostrosecondo che io ti avvisai nella mia lettera del 19.
Vi troverai dunque:

1° Un pangiallodono di Annamaria.
2° Un torronedono di Domenico.
3° Un cartoccio di mandorle attorratedono di Antonia.
4° Un'altro di confettidono di Antonia.
5° Una cassettina di coloridono del Sig. Marchese Ossoli.
6° N. 7 pennelletti con loro bacchettine.
7° N. 6 piattini da stemprarvi i colori.
8° Un cerino.
9° Due trucchi da terra.
10° Due paja guanti.
11° Un pajo straccali.
12° Una piccola scrivania.
13° Le tue carte mimiche.
14° Il bucciottorappresentante il Cavallerizzo.
15° La pompa ad acqua.
16° Il ritratto del Buffon.
17° Le Novantanove disgrazie di Pulcinella.
18° Quattro barattoletti di mantecafatta da Antonia.
19° Ventiquattro aranci.
20° Un pallone da camera.
21° Quattro libre di cioccolata.

Vorrei sapere quando principieranno le recite nel Collegioquale commedia si eseguirà; e quale parte tu precisamente vi abbia.
Il Signor Presidente Colizzi ti saluta. Tu riverisci da parte mia e di Mamà il degnissimo Signor Rettore e il Signor Economoe per mezzo di questi anche il Sig. Luigi Micheletti e di lui Consorteaugurando a tutti un buon Capo-d'-anno.
Tutti i nostri parenti ed amici ti salutanoe ti esortano a farti onoreper gloria di te stessoe della famigliache un giorno spera da te il suo lustro.
Tua Madre intanto ed io travagliamo per prepararti uno stato che tu poi dovrai consolidare co' tuoi proprii meriti.
Addiomio caro figlio. Ricevi la nostra benedizione.
Sono
il tuo affezionatissimo padre

P.S. I nostri buoni domestici ti dicono mille cose affettuosele quali tu riceverai con gratitudine.

LETTERA 183.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiasabato 1° febbraio 1834
Mia cara Mariuccia
Giunto di notte a Ternit'impostai le due righe già preparate fin da Romale quali avrai ricevute. Non avrei mai creduto di essere in tanta compagnia nella diligenza. Eravamo otto. - Nella prima giornata e nella notte consecutiva si ebbe diluvio. Jeri poi da Fuligno fin qui un vento agghiacciante e così impetuoso che faceva prova di atterrare il legno. Oggi è nuvolofreddissimoe minaccia neve. E la bella è che tutti affermano che sino a jeri si era qui avuta una primavera. Sempre io mi porto appresso il buon tempo. Arrivai qui jeri serae non ti dirò la sorpresa di questa buona famigliache ha messo sossopra la casa onde farmi festa e graziosa accoglienza. Questa mattina poi ho goduto l'affetto prodotto in Ciro nostro dalla mia repentina visita. È rimasto estaticoe poi colla voce agitata mi è saltato al collodicendo: Papà! è Papà! E Mammà è venuta? Poi ha principiato a saltare rosso come un gambero. Egli sta di un bene da non potersi spiegarecoloritoprosperosolietissimoe con due guancie grosse e dure come due pietre. Mi ha condotto a vedere la sua cameradove ha portato zompando la tazza da noi donataglie da lui gradita oltremodo. Oggi dev'essere giunta a Roma la lettera in cui egli ci dava conto dell'esame trimestrale. I Superiori ne sono restati contenti e mi han detto che Grazioli stesso gli è rimasto di un grado inferiore. Lunedì sera andrò ad udirlo recitare in una Commedia intitolata: i Golosi. Dicono che ha una parte non tanto breve.
Se dovessi riferirti tutte le cose da lui dettemi per questo mio viaggioe per tee per AntoniaDomenicoetc. etc. non finirei mai. Parlavasaltavae si stropicciava le manibattendole quindi per festa che veramente veniva dal cuore.
Di' al Sig. Dr. Micheletti che appena arrivato (a tre ore di notte)consegnai a Barbanera pel di lui studio la lettera e il plico. Circa a questoè curiosa che smontato io di diligenza mi scomparve dinnanzi il Sig. Bianconi che doveva consegnarmelo. Dovetti dunque farlo cercare per le locande di Fuligno per chiederglielo. Eglitrovato che fumi mandò per risposta che nulla doveva egli darmi per Perugia. Mi fu pertanto forzamentre io pranzavadi rimandarci una seconda volta il cameriere di Pollo con una ambasciata più viva e circostanziata. Allora venne indietro il plico.
Col locandiere Pollo ebbi battaglia. Di questa parleremo e rideremo poi a voce col Dottor Micheletti.
Sappia Biscontini che dallo stesso Barbanera ho fatto avvisare il Dr. Speroni. Ancora però non ho veduto alcun di lui messo per ritirare la roba che debbo consegnargli. (Ecco che arriva il Dr. Speroni). Ho incontrato per istrada questo Sig. Bianchila cui famiglia poi visiterò. Mi ha detto il Rettore che a loro richiestaotto giorni indietrocondusse in loro casa Ciroche ne fu ricolmato di finezze.
La sola visita che è stata da me fatta finora è al Sig. Rossi nel suo sgabbuzzino. Egli sta bene e saluta te e Biscontini.
Io ho freddosto beneti abbraccio di cuore e ti prego ricordarmi agli amici. Sono
il tuo P.

P.S. - Martedì 4 puoi azzardare due righe di risposta. È vero che se debbo trovarmi la sera del 5 a Fuligno per la diligenza della nottenon potrei avere la tua lettera; ma in ogni modo sarà bene che me la invii per tutti i casi che in detto giorno non mi facessero ripartirementre Ciro non è affatto contento di soli quattro giornie questi Signori Fani ne vorrebbero almeno sette. Bastavedremo. Benedici Ciro che lo desidera tanto.

LETTERA 184.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiamartedì 4 febbraio 1834
Mia cara Mariuccia
Rispondo alla tua del 1° corrente. - Come ti dissi nella mia dello stesso giornoio già sapeva l'arrivo a Roma della lettera del nostro Ciro. Sapeva altresì dell'altra lettera di Casa Fanie me ne hanno qui manifestato il contenuto. Ti ringrazio delle notizie che mi dai dell'Accademia del Venerdì 31e mi rallegro che tu abbia goduto di una bella serata. Anche io sono qui andato sino ad ora una volta al teatroe questa volta fu sabato a seraessendovi stata opera tanto la vigilia che il giorno della Candelora. La esecuzione della Norma mi piacque ben poco. La Taccani (meno l'antipatia) è sul gusto della Tacchinardi. Il tenore cantò come un bagherinomovendosi come un manipolatore di torroni. Il basso e nella vocee nella figurae nella mimicae nel vestiariopareva un confratello del Suffragio che siasi alzato il cappuccio. Del resto non occorre parlare.
Jeri sera fui al teatrino del Collegio Pio. Le decorazioni e il vestiario sono senza pecca. I convittori declamano come violini scordati. Due soli ragazzetti de' più piccoli mostrano qualche disposizione naturale. Pronunciano tutti alla barbaricae dicono degli spropositi sistematiciche il Sig. Direttore doveva prevenire. Ciro non recitò jeri serama insieme con altri compagni comparve da soldato nella farsa del pitocchettoe con essi eseguì delle evoluzioni militariche furono il più bel pezzo della serata. Erano assai cari que' raponzoliin uniforme e baffettimarciare armati a suono di tamburoed obbedire con sufficiente precisione al comando di un colonnellorappresentato da uno de' collegiali più grandiche aveva parte nella farsa.
Eglicioè Cirorecita questa seraed io andrò ad udirlo. Essendo egli uno de' piccolispero per questo motivo che sia meno cagnolo degli altri maggioriperché qui vedo che appunto la natura che inclinerebbe al buono è poi falsata in appresso dalla pretensione che va in sull'esageratoe dalla direzione di un soggettoi cui allievi me lo fanno calare di credito.
Ci fu anche un ballo di cinque ballerinipure collegiali. Consisteva in una specie di contradanza di un centinaio al più di zompetti e di alzate di braccia concertata per dieci scudi da quel manichino vecchio del Serposal quale avrei invece contato dieci nerbate sulla schiena degna di un basto sdrucito. Ha ridotto questi poveri ragazziche sembrano dieci salami attaccati a cinque prosciuttiprendendo il prosciutto per vita e il salame per gamba.
Io domani non partirò piùperché non essendo ancora attivata la diligenza nuova per Todi e Narnise io andassi a Fuligno onde attendervi la diligenza ordinaria che vi passa nella notte seguente tutti mi dicono che in questi ultimi giorni del romano carnevale si può scommettere cento contro uno che non vi troverei posto. Che farei allora a Fuligno? E troverei altra vettura subitoquando anche volessi stare in viaggio tre giorni? Sarà dunque più prudente che io parta di qui domenica 9per profittare del seguente corso di diligenza che arriverà a Roma la mattina dell'11ultimo giorno di Carnevalepel qual corso mi soggiungono tutti che si può invece scommettere la testa che il posto vi saràmentre chi vorrà correre ai soli moccoletti? Intanto ci riudiremo in seguito. Ciro sta benone: ti salutati abbracciae ti chiede la benedizione.
Nell'aritmetica egli ha fatto in tre mesi quel che gli altri in due anni. Così precisamente mi ha detto il maestro. È arrivato a tutti i calcoli delle frazioni e si dispone già ai calcoli superioriintroduttivi alle operazioni algebriche. Nella lingua latina ha dato anche saggi assai sufficienti.
Circa poi alla sua dolcezzabontà e modestiati assicuro che non solo in Collegioma è lodato anche per la Città. Egli saluta AntoniaDomenico etc. Di' mille cose per me ai Calvia BiaginiSpadaPippo e a tutti gli amici.
Ti abbraccio di nuovo e sono
il tuo P.

LETTERA 185.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiagiovedì 6 febbraio 1834
Mia cara Mariuccia
Riscontro la tua del 4 corrente. Martedì sera come ti dissifu la serata che andò in iscena Ciro. Recitò egli in una commediola in due attidella Rosellini di Firenzeintitolata: I Golosi. I due ragazzi erano Ciro e Grazioliai quali accaddero certe avventure spiacevoliper essere entrati in un orto altrui a spogliare un albero di frutta. Il carattere però che rappresentava Grazioli era di un giovanetto sprezzatore dei consigli della età maturaladdove al contrario quello dell'Enrichettodi lui cugino (parte di Ciro) si opponeva alle derisioni e irriverenze dell'altro. La dissero entrambi benino e con molta disinvolturamalgrado una ben piena udienza che ingombrava il teatro. Io non soglio farmi velo alla verità di privati affetti; e perciò qualora ti dica e ti ripeta che que' ragazzetti declamano con maggior naturalezza che i più grandicredimi. Una volta Ciro dimenticò due o tre parole di un suo discorsoe senza smarrirsi fece un'alzatina di spalle e tirò via. Tutti risero. Un'altra voltadovendo dare ad una villanella due frutta che aveva in saccocciase ne scordò; e dopo qualche momento ricordatosenedisse: ah! a proposito...ecavatele fuorile consegnò. Que' raponzoletti ebbero molti applausi.
Mi ha dimandato questa mattina il nostro Ciro quando io parta. Gli ho risposto: domenica mattina. Egli allora: bravobravoPapà: va benone: così state un po' più: va benone. E qui due zompetti al solitoe una stropicciata di mani. Egli ti saluta tanto e poi tantoti chiede la benedizionee ti promette di farsi onore. Saluta anche AntoniaDomenicoi di lui figli ed Annamaria. I giuocherelli da noi mandatigli hanno fatto furore.
I tempi sono assai cattivie di carnevale qui non ce n'è neppure l'ideameno il teatroed alcune feste di ballole qualicome puoi pensareio non frequento affatto.
Ieri sera incoronarono al Teatro la prima donna Taccanicon molta derisione della più sana parte della Città. Incoronata per mano d'un genioche n'ebbe da essa la mancia di uno scudofu ricoperta da una pioggia d'oro come Danaecolla sola differenza che gli zecchini si commutavano in un diluvio di pezzetti di talco gettati giù dai cieli del palco scenico. Al fine poi dell'opera la Signora fu condotta a casa fra bande e torcie in un legno da gala della Regina di Baviera. E qui notisi di passaggio che questa Signora dell'altissimo canto ha avuto qui la paga di trecento scudi. Ma una coronauna pioggia di talcoe un trionfo l'hanno posta in Perugia nell'ordine delle dame di fama europea. Iddio però gliela mandi buonaperché di detronizzazioni in questo malaugurato secolo non è penuria; e le corone che da un paese si dannospesso da un altro si tolgono. Povera Taccani allora; e più povera Perugia! La Taccani è una buona donnina di secondo ordine. Ma a quelle di primo cosa darà il Trasimeno?
Saluta tuttie ricevi un abbraccio di cuore
dal tuo P.

Alla presente non rispondereperché io sarò partito allorché arriverebbe il riscontro.

LETTERA 186.
A FRANCESCO CASSI - PESARO
Di Roma15 marzo 1834
Pregiatissimo amico
Il corriere del 13 mi portò il vostro manifesto colle due annesse tessere di dichiarazione che voi proponete a' vostri antichi Socionorevoli forse tutti come voi ditema non tutti per avventura egualmente generosi. - Coll'ordinario poi di oggi ricevo la cara e gentil vostra del 9marcata in arrivo il 13ma non più presto pervenutamistante la mancanza dell'indirizzoche io raccomando a tutti i pochi miei corrispondenti al fine di non andare a farmi pestare inutilmente le coste per dieci volte all'inferriate postalie perder quindi la virtù della perseveranza proprio in quel torno che mi avrebbe fruttato una lettera. Il portalettere peròche conosce me e le mie mancetrovata oggi la vostra epistola negli scaffali dell'Uficione l'ha toltaed ora vi rispondo al momento.
Per soddisfare alla dimanda intorno al numero delle copie che rimangono in essere de' quattro fascicoli sino ad oggi stampatinon parmi poter fare di meglio che riepilogare qui le notizie datevi con due miei fogli del 27 e 29 Luglio 1830riscontrate prima in vostro nome il 5 agosto seguente dal Sig. Honorye poscia da Voi medesimo sotto il 19 del medesimo mese. In questa anzi e successiva vostra del 16 ottobredetto annomi annunciavate che le carte della gestione Cavallettispeditevi da me il 29 luglio anterioreerano sotto l'esame vostro e del Sig. Vincenzo Bontàdel quale esame mi avreste poi partecipato il risultamento: e a ciò si rimase. Intanto le notizie eccole qui:

Copie esistenti
dei fascicoli:
In carta
ordinaria
Velina bianca
Velina perla

N. 33
N. 20
N. 1

- " 53
- " 31
--" 5

- " 66
- " 34
-" 10

105
- 57
-" 13

_____
_____
_____

N. 257
N. 142
N. 29

Totale per fascicoli
Totale per qualità
Fasc.° 1°... N. 54

Fasc.° 2°. . . " 89
Carta ordinaria . . . N. 257
Fasc.° 3°. . " 110
Velina bianca . . . . . " 142
Fasc.° 4°. . " 175
Velina perla . . . . . . . ." 29
_______________

. . . . . . . . N. 428
corrisponde al . . . N. 428

Questo è il numero de' quaderni deposti presso di me dal distributore Sig. Cavallettie questo è il medesimo numero che deve al presente esistereperché quantunque da me non riscontrati prima di scrivere la presentepure so che da luogo in cui stanno niuno può averne rimossi.
Attenderò dunque il Sig. Biolchini per mostrargli il detto fondo e per tenere con lui que' proposito che meglio crederà egli giovare alla vostra ristorata intrapresa; e ben volentieri mi recherei tosto io medesimo a visitarlodove io sapessi chi sia e in qual parte abbia dimoracose entrambe a me ignotedappoiché iopoco al fatto della letteratura romananiuno mai vedo di coloro che sono da lui segretario assistiti. Questi Signori arcadisti tengonsi troppo in sull'altosenza pensare che vien sempre la falce del Tempo a fare di tutto le debite detrazioni. Isthuc est saperenon quod ante pedes modo est videresed etiam illa quae futura sunt prospicere. E quando Terenzio ciò scrisse chi sa che in quel futura non volesse anche considerare il giudizio degli uomini. - La carta mi mancama non il desiderio di trattenermi con voi. Fate dunque che non mi manchi di che trattenermi in questa occupazione. Sono il vostro aff.mo amico e servitore
G. G. Belli
Palazzo Poli 2° piano

Autografo nella Biblioteca Oliveriana di Pesaro.
LETTERA 187.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma25 marzo 1834
Carissimo figlio
Alle altre tue qualitàdelle quali confesso di non saper lamentarmiva però in te unita una certa malattiola di cervellodi cui desidererei veramente che tu ti guarissi. E non ti pare difatti di avere il cervelletto un po' guastoallorché tanto facilmente dimentichi così il tuo dovere di farmi avere le tue nuovecome il desiderio che la tua Mammà ed io nudriamo di riceverle? Te lo ripeterò ancora: io non credo che ciò in te nasca da difetto di cuorepoiché il solo sospettarne mi causerebbe il più grave rammarico. Ma se in queste tanto frequenti negligenze (condannate dai regolamenti del tuo Collegioed accusate dai miei replicati lamenti) si debba far grazia al tuo cuore ed assolverlo sino dalla possibilità della colparitorna sempre più evidente la giustizia del mio dubbio sulla leggerezza di quella tua testinaalla quale non manca altro per volar via che metter fuori due ali come quelle de' passeri. Tuin questo rapportoprendimio caro Cirouna ben nociva abitudine. L'avvezzar l'anima nostra a troppo spesse negligenzefa sì che questi atti di trascuranza prendono a poco a poco un carattere d'indolenza su tutti que' nostri doverila osservanza de' quali richieda il minimo fastidio e la più lieve fatica. E sappiCiro mio caroe crediloe scolpiscitelo bene in menteche le abitudini contratte nella fanciullezza difficilmente poi si abbandonano in età più maturaanche a malgrado della ragione che persuade e della volontà che stimola a correggersi. Forse talvolta una risoluzione ben ferma e determinata potrà dare all'uomo avviziato qualche vittoria sopra se stessoma sempre le antiche inclinazioni si studieranno di prevaleree quando anche il trionfo della ragione e della volontà sia completoquale prudenza è mai quella e quale interesse è di un Uomoche si riserbi tanti sforzi futuri per combattere un nemico e cacciarlo di casaquando con sì poca fatica poteva prima impedirgli l'ingresso? Anche in questa mia lettera io conosco il bisogno de' soccorsi del gentilissimo Signor Rettoreonde farti bene penetrare il senso della presente mia morale lezione. Tu già sai esser mio desiderio che tu rilegga nel tempo futuro le mie letteree così la maggior chiarezza ed evidenza che prenderanno allora a' tuoi occhi serviranno tanto a convincerti dello sviluppo del tuo intelletto quanto della verità de' miei avvertimentisuggeriti dalla esperienza che è la prima e più sicura guida delle umane operazioni.
Ringrazia in mio nome il Signor Rettore della lettera da Lui scrittami il 20e previenilo (come è dovere) che quanto prima io andrò a mettermi di concerto col Sig. Vincenzo Fanionde principiare a darti le preliminari nozioni della Musicaavanti di venire alla pratica dello strumentoil pianforte.
Mammàche ha ricevuto la tua del 20ti benedice ed abbraccia. Altrettanto faccio ioincaricandoti de' miei rispetti a' tuoi superiori.
Il tuo aff.mo padre.

LETTERA 188.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[14 aprile 1834]
C. A.
Quanti erano gli altri? 75. Volgi il numeroed eccotene 57. Su questi la solita riserva. Non così sugli altri due non romaneschiche anzi... È roba di stagione. Ne mando anche a Biagini.
Ti abbraccio di cuore.
14 Ap.e
Il tuo B.

LETTERA 189.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
[24 aprile 1834]
Caro Checco
Ieri sera non parlai de' due sonetti qui inclusi perchèquantunque fattimancavano delle note. Leggitili eppoi me li renderainon avendone io altra copiae dovendone fare un certo uso. Ti abbraccio.
24 aprile 1834
Il tuo Belli

LETTERA 190.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiagiovedì 8 maggio 1834
Mia cara Mariuccia
Riscontro la tua del 6 corrente. Le nuove del nostro Ciro le avrai già avute dalla mia precedente. Esse continuano ad essere le medesime. Questa mattina è venuto in questa Casa Fani insieme alla sua Camerata per veder passare la processione delle Rogazioni che si è fatta un'ora avanti il mezzodìcon un vento che gettava i Cristi per terrae infasciava le teste de' frati nelle loro tonache. Oggi dopo il pranzo sono io stesso andato a prenderlo e l'ho portato a spasso con me. Egli sta sempre colla solita allegria e con due guance che paiono pietre. Ti chiede la benedizioneti dà mille bacide' quali alcuni per Antoniae ti prega salutargli DomenicoAnnamariaBiagio e Gregorio. Circa a quest'ultimoha riso udendo la di lui speranza di venir qui a trovarlo coi danari del terno. Compiaciti finalmente di riverire in di lui nome tutti gli amici.
In quanto alla dimanda che mi fai intorno al danaro di cui io creda abbisognare fino al mio ritorno a Romati dico che di non molto più avrei d'uopo; ma poiché nel mio passaggio per Terni vi dovrò pagare almeno otto copie d'archivio d'istrumenti e certe fedi catastali e di registro per la Congregazione del Patrimonio Canale (che te ne dovrà rimborsaresecondoché disse Biscontini essere stato stabilito)così sarà bene che tu mi spedisca una venticinquina di scudipei quali però puoi prenderti largo fin verso i venti del mesequando così ti piaccia. La mia dozzina è già pagatae le spese per Ciro e qualche altra per me occorrente alla giornata vado facendole a poco a poco. Ti saluta la famiglia Rossie porzione di questa Casa Fanimentre le Signoremeno la Madrepartirono jeri per la campagnaa dieci miglia di distanzadove resteranno quindici o venti giorni in un luogo detto la Spina. Di ciò peraltrovedendo Angiolino Vaninon fargliene mottomentre ignorando io se vogliono che lo sappiami spiacerebbe che questa notizia gli andasse per parte mia. A mano a mano che ti capita l'occasione salutami CheccoBiaginiPippoFerrettiil can.co SpazianiCasa De WittenCasa Marinie gli altri amici della nostra famiglia. Procura di non scalmarti tantose i caldi seguitano. Qui jeri tirò una fredda tramontana. Ti abbraccio di nuovo e sono
Il tuo P.

P.S. Oggi ho scritto a Stanislao Bucchi per avere il Certificato ipotecario onde stipulare con Vannuzzi. Ieri venne a Perugia espressamente il Sig. Luigi Micheletti e mi pagò Sc. 1:95 per Biscontini.

LETTERA 191.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di Perugiasabato 17 maggio 1834
Caro Ferretti
Tu mi dicesti: scrivimi; ed io ti scrivo. E per non venirti avanti con le mani vuoteti mando quattro ciarle in versise vuoiper lo Spigolatore. Ho qui letto un serto di sonetti tributati da chiari nomi alla memoria del giovanetto Adolfo Mezzanottemorto alle speranze della patria e del padre: e ci ho voluto cacciare il naso ancor io. È temerità ma non sarà né la prima né l'ultima de' poetastrelli miei pari. L'ultima parola del tredicesimo verso è un predicato che poco anzi nulla conviene al suo subbiettoma sì al frutto di esso. Io però ho avuto bisogno di quel traslatoe forse potrà perdonarmi sì in vista de' molti obblighi ai quali mi sono nel sonetto vincolato. Eppoi in poesia si è talvolta trovato di peggio. Questaper veritànon sarebbe una buona ragionema almeno m'illude la coscienza. Come stai? La tua famiglia che fa? Salutamela. Qui fa caldo e freddo a ore; e si va dal mussolo al borgonzonecome del fritto all'arrosto.
Abbracci: addio
Il tuo aff.mo amico
G. G. Belli

LETTERA 192.
AL PROF. ANTONIO MEZZANOTTE - PERUGIA
[19 maggio 1834]
Amico carissimo
Lessi ieri di fiato la Olimpia del vostro povero Adolfononché i funebri versi dell'amiciziadai quali è l'opera accompagnata. Chiuso il libroscrissi il Sonetto che vi mando in tardo testimonio della mia ammirazione per un giovinetto il di cui corpo deve aver ceduto all'azione dell'anima.
Fra i molti peccati che potrete notare nel mio meschino lavoro accuso intanto io medesimo spontaneamente la poca convenienza che lega il suggetto e il predicato messi in fine del 13° versodappoiché tra arbore e precoce abbisogna il grado intermedio di frutto.
Ma poichè a qualche difficoltà mi ha assoggettato il riepilogare con qualità contrariee in due versile tre proporzioni già sviluppatespero che l'ardire del translato mi si vorrà da voi perdonare. Nulla dimeno su questo come sugli altri spropositimea culpamea culpamea maxima culpa.
Dal momento in cui venni da voi giovedìe vi trovai dormientesono tuttora in casa per un reumettaccio preso pel repentino abbassamento della temperatura atmosferica. Io sono un termometroun barometro e un igrometro. Vedete dunque in me in intiero gabinetto fisico.
Vi abbraccio di cuore come meritate; e sono il vostro amico
Di casa19 maggio 1834.
G. G. Belli
[segue il sonetto: "Fiammacui l'esca in gradual misura"]

LETTERA 193.
A MELCHIORRE MISSIRINI - FIRENZE
Di Roma18 giugno 1834
Mio carissimo Missirini
Allorché giunse a Roma la Vostra lettera del 4 maggioa me indirizzataio ne era da pochi giorni partito e mi trovava in Perugiadove a brevissimi intervalli torno sempre a recarmi trattovi dall'amore del mio figlioche sta ivi educandosi in quel buon Collegio Pioinstituito e diretto dal sommo uomo Don Giuseppe Colizziromano di nascita ma di fama italiana. Trovato dunque il caro vostro foglio in mia Casaavidamente l'ho lettonuovamente rallegrandomi della vostra amicizia e gentilezzacomunque cose non nuove a me che in tanti anni ne godo e conosco il pregio. Sulle parole di sconfortocolle quali pure mi avete alcun poco amareggiata la piacevole vista de' Vostri caratteriio non so che dirvial buio qual sono del tenore delle disgrazie onde vi dite travagliato. Questegiammai non mancano alla vitae meno a quella de' buoni e degli innamorati degli uomini e del loro bene. Di qualunque natura poi elle si sianomolto malagevole riesce il consolare un sapienteil qualea malgrado della sua cognizione del Mondo e della trista parte che vi tocca alla virtùti dice pure io sono infelice. Ogni genere di conforto tratto dagli aiuti della filosofia egli già lo conoscee inutile troppo gli verrebbe da altri quando nol trovi efficace nella stessa propria sapienza. Vergognandomi io pertanto di assumere gli uficii del consolatore con Uomo tanto a me superiore per animo e sennovi farò ripetere due parolette da Senecadel quale niun saggio che viva sdegnerebbe considerarsi discepolo:

Res humanas ordine nullo
Fortuna regit: spargitque manu
Munera carcapeiora forens.

Io però mai non soglio meravigliarmi de' fausti successi del malvagiosommati in confronto de' buoni eventi del virtuosoe sempre su ciò vado ripetendo a' miei amici che delle due strade aperte agli umani desiderii per giungere al loro scopol'inonesto può batterle entrambementre non avendo scrupoli di mettersi su quella del torto gli è pur sempre libero l'andare per quella del dritto: laddove all'onest'uomo non essendo scelta da fare non può egli giungere al bene che per un solo cammino. Pare quindi assai naturale in questocome in tutto il resto delle umane coseche più sono i mezzi e più facile il fine. Certo è nulladimeno che a' vostri qualsivogliansi mali peggior rimedio non potevate apprestare che quello di avvolgervi lo spirito fra i sepolcri e fra le tante scoraggianti idee che offre la Morte; seppure bello e virtuoso pensiere di scemare qualche male alla umanità soffrendo non vaglia esso solo a bilanciare in voi tutto il disgusto che deve venirvi dal quadro il più luttuoso della nostra caducità. Ma io temo che voi leverete quella vostra potente vocee sarà indarno. Alcuni radicali pregiudiziie peggio se fomentati da malinteso spirito religiosoprima di svellersi intieramente dall'indurito suolo della societàdeve passarvi sopra gran ferro di tempoe gran fuoco di filosofia. Il primo sempre lavora ma nel senso solo di distruzione dove non venga aiutato dalla luce dell'altro. Il Mondo vi pare filosofo? Appena nelle società più civili io conterei un centesimo di uomini civilizzati. Altra è la politezzaaltra la filosofia: quella investe la superficie e la fa bella: questa penetra la massa e la rende buona. E il Mondo sinora non è a rigore che bello. Vero pure è sempre che migliorandosiper gli sforzi insistenti de' Saggiil centro delle ramificazioni socialii raggi obbediscono al di lui impulso e girano spesso ciecamente attorno a un nucleo di benefica non conosciuta e non meritata influenza. Levate dunque sempre la voce Voi animosi che avete petto da tantoe se un sollecito esito non coronerà le vostre speranze sotto i vostri occhi che ne vissero bramosivi sosterrà il conforto di quella gran verità: di'di'di'e qualche cosa resta. Molte forzetutte cospiranti ad un finespesso vincono la stessa natura.
I miei amici ed io abbiamo trovato bellissimi e di voi degni i due vostri sonetti per la Tacchinardi - Persiani e per la Ronzi. Il nostro Ferretti li riproduce in questi fogli romani.
Non so se questo Architetto Sig. Gaspare ServiDirettore de' due giornali artistico-letterarii il Tiberino e lo Spigolatorevi abbia l'atto avere un libriccino di poesie offertegli dagli amici nella recente occasione del suo matrimonio colla Sig.ra Annetta Contini figlia del Colonnello di questo nome. Ad ogni modo voglio terminare d'imbrattare questo foglio di carta col trascrivervi lo strambottaccio fattogli da me. Brutto pagamento io vi do per l'invio de' soavi versi Vostrima la botte dell'aceto non può dar greco o Chianti. Sorbitevi sù questa amara bevandae se la vi par troppo amaraserrate gli occhi e la bocca dicendo: transeat a me. - Prima di passare a' versiconchiuderò col dirvi in prosa che la gentilezza del Sig. Camillo Torriglioni vi farà pervenire la presentee che io sono e sarò sempre vostro amico ed ammiratore.
Giuseppe Gioachino Belli
Palazzo Poli2° piano

[Segue l'ode "Il Sole dell'Imeneo"]

LETTERA 194.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma26 luglio 1834
Mio carissimo figlio
Con la massima consolazione la tua Mammà ed io abbiamo letto la tua lettera del 24 corrente; perché ci è il più sicuro testimonio dell'esser tu perfettamente guarito. Farai molto bene secome diciti avrai per l'avvenire que' discreti riguardi che ti possano preservare da una ricaduta. Io ignoro come sia andata questa volta; ma se mai avesse contribuito al tuo male qualche soverchia mancanza di cautelaspero che potrà servirti di esperienza pel futuro. Figlio mio caroil dolore è il miglior maestro degli uomini; e la memoria di quello che già si è sofferto serve a darci regola nella nostra condotta. Vivendoe osservando naturalmente i casi umaniti avvedrai da te stesso di questa altra verità che ti accenno.
Già al mio partire di Perugia io ti aveva promesso che verso il mese di agosto ci saremmo riveduti. Ciò dunque accadrà entro la prima dècade dell'entrante mese.
Dal Sig. Professor Colizzi ha la tua Mammà ricevuto notizia della visita da te fatta alla Sig.ra Principessa di Danimarca. Questa Signora è venuta oggi verso il mezzodì a trovare la tua Mammàenon avendola rinvenuta in Casatornerà questa sera per darle nuove di te.
Pel giorno 12 agosto io già sarò di certo a Perugiama se mai per qualche imprevista circostanza non vi fossi ancor giuntoti ricordo di spedire in quello stesso giorno martedì 12 agosto una lettera a Mammàonde le giunga il 14 vigilia della di lei festa ed insieme del di lei giorno natalizio. Tu sai quanto devi alla tua buona Mammàe perciò non fare che essa in quella circostanzanella quale tutti i parenti e gli amici sogliono congratularsimanchi di una prova della memoria e dell'affetto di un figlio. Su questo dunque ci siamo intesi.
Torna a riverire in nostro nome i tuoi Sig.ri Superiori: ricevi i saluti e i rallegramenti di tutti quelli che ti conoscono: seguita a star benee fatti onore. Ti abbraccio e benedico insieme con Mammàe sono il tuo
aff.mo padre

LETTERA 195.
ALLA MARCHESA VINCENZA ROBERTI PEROZZI - MORROVALLE
Di Roma31 luglio 1834
Cara amica
non mi fate passeggiare per una ridicolezza di sessanta baiocchi. Nell'ultima vostradata di Morrovalleluglio 1834 mi diceste: nell'ordinario ventuno ve li spedirò etc. Il fatto è però che sino a questo giorno non è venuto niente in nessun ordinario. Che questa gran somma l'aveste tenuta voi o l'avessi avuta ioera indifferentema poiché mi annunziate l'impostamentoin tal caso è meglio che l'abbia io anziché la tenga il pubblico ufficio. Vedete dunque se la Posta di Macerata abbia spediti questi benedetti sei paolie in caso che sìannunziatemi il giorno della spedizione onde farla nota a questi Ministri che la niegano. Io vi sto seccando per simile ineziama convenite che nella circostanza attuale farei male a lasciar correreonde regalare dei paoli alla Ill.ma Amministrazione. Neppure io godo di tener dietro a certa sorta di affaroni.
Al ritorno della vostra risposta io non sarò più in Romapartendone dopo dimani. Ma ci sarà chi farà per me secondo che Voi vi compiacerete indicarmi direttamentedi che poi mi si darà avviso dove io potrò ritrovarmi. Salutatemi tutta la Vostra famigliacompreso il Sig. Giuseppe vostro suocero e credetemi il vostro affez. a.co e serv.re
G. G. Belli

LETTERA 196.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiamartedì 12 agosto 1834
Mia cara Mariuccia
Partito da Terni colla diligenza domenica alle 2 dopo il mezzodì arrivai a Fuligno la sera alle 9 circae vi passai la nottata. Ieri mattina poivolendo proseguire il viaggio per questa Cittànon trovai un postoe ad un'ora dopo il mezzogiorno dovei prendere un legnoaltrimenti andavo a rischio di consumare a Fuligno il risparmio che volevo ragionevolmente fare nella vettura. Qui pure però ebbi una delle solite porcherie da' vetturinidella quale parleremo in vocementre mi preme ora di parlarti di Ciro. Ieri sera non giunsi in tempo per vederlo. L'ho però veduto questa mattinae l'ho trovato estremamente contento della mia visita. Egli mi ha subito fatto mille dimande di te. La di lui salute è affatto ristabilita e si è ben rimessostando inoltre d'un umore lietissimo. Interrogato da me sulle probabili cause della di lui malattiami ha risposto che forse dev'essere stato qualche improvviso colpo d'aria senza alcuna preoccupazionelo che mi confermano il Rettore e gli altri. Mi ha recato nella sua stanza a vedere il pianforteche mantiene benissimoe del quale è oltre ogni dire contento. L'acqua della Scala gli è stata gratissima; ed avendone ancora una caraffina della precedentene ha regalato una della nuova al Rettoreche l'ha assai gradita. La cioccolata pure gli è giunta accettissima; ma dove ha dato in salti è stato al vedere il cannocchiale. Vedremo poi venerdì cosa dirà dell'astuccio. Egli si preparava già a scriverti una lettera per la tua festae dice che son già varii giorni che faceva i conti sull'ordinario postale che ti facesse giungere la sua lettera il più vicino che fosse possibile al giorno della tua festa. - Lunedì 18 si dà principio agli esami generali dell'anno scolasticoe durerà il saggio anche il martedì e il mercoledì. Te ne darò a suo tempo il ragguaglio. Il nostro Ciro intanto si va preparando per riuscire il meglio che saprà. Egli ti chiede la benedizioneti dà mille bacie ti dice di star tranquillissima sulla sua saluteperché ora si sente assolutamente bene. In Collegio varii sono stati i ragazzi malati di golae lo stesso Cameriere di Cirodopo di averlo assistito ebbe anch'egli una angina più forte assai di quella sofferta da lui.
Al Presidente Colizzi non ho ancora fatto la tua ambasciata perchè non l'ho fin qui veduto.
Ho già pagato un mese della mia dozzinae soddisfatto lo stipendio di giugno e luglio al Maestro di musica Sig. Fani. Fra qualche giorno poi gli pagherò il Metodo generale dello studio al pianforte che gli ha fatto copiareeper mio ordinerilegare come un libro onde coll'uso non gli si sciupi nell'adoperarlo. Questo metododei migliori che si conosconoera necessarioe la spesa andrà unita alle altre occorse per le cose preparatorie a quest'ornamento che vogliamo dare al nostro carissimo e meritevolissimo figlio.
Qui l'aria è molto più fresca che a Romapassandovi una differenza di varii gradiin causa dell'elevazione del suolo e della ventilazione assai libera. A me però piaceva più il caldo uguale ed unito della nostra Città.
Ho veduto questa mattina in Casa Bianchi il tenente Loveryche sta benee meglio che quando era a Fuligno. Se vedi la madredille che le di lui circostanze di servizio sono ancora le stesse che gli rendono impossibile il lasciare la sua Compagniache manca di Capitano.
Un saluto a tutti gli amicie alla nostra famiglia. Sta' bene Mariuccia miae il Cielo possa concederti mille e mille altri giorni simili a quello del prossimo 15 agostoche tu puoi credere quanto io ti desideri felice e lieto per mia consolazione e del figlio nostroacciocché riuniti un giorno tutti e tre godiamo insieme il frutto delle nostre più care speranze. In questo desiderio ti rinnovo la protesta della mia sincera affezionee sono di cuore il tuo
P.

P.S. È verissimo che Ciro fu assistito colla maggior premura ed attenzionespecialmente dal suo buon Cameriere. Darò per conseguenza mancia doppia a questo bravo giovanotto.

LETTERA 197.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di Perugia21 agosto 1834
Caro Ferretti
Si dà per certo che Gamurri abbia preso per sei anni il teatro di Tordinona. Si suppone pertanto che possa essere in Roma persona che lo rappresenti. Su queste due basi il Sig. Angiolo Faniquel medesimo che tu conoscesti in compagnia del tenore Furlonimi ha pregato di scriverti se sarebbe possibile il trovarsi un impegno per essere scritturato nel prossimo carnevale come prima violaposto che egli ha occupato in molte orchestree fra le altre a Bolognaa Sinigagliaed anche a Roma nel carnevale rotto a mezzo dalla morte di Papa Leone. Io ignoro se tu avresti mezzi da favorirlo. Se ne haispero che vorrai impiegare in suo pro' qualche parola.
Dammi nuove di tua salutee della tua famiglia. Il mio Ciro sta bene e si fa onore. Io sto così così in questo urtantissimo clima. Ma v'è Ciro e ci vuol pazienza. Salutami gli amici e credimi sempre
Il tuo aff.mo amico vero
G. G. Belli

P.S. Devi aver avuto una lettera del Prof. Mezzanotte.

LETTERA 198.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiamartedì 26 agosto 1834
Mia cara Mariuccia
Per quest'anno non sarà necessario il supplir noi ai torti che potesse soffrir Ciro dalla fortuna nel bussolo dell'estrazione de' premii. Egli a buon conto ha già assicurato il primo premio assoluto nell'aritmetica ragionata; e pel resto poi si vedràmentre per la lingua latina sarà imbussolato nel giorno e nell'atto istesso della premiazione solennela quale accadrà nel dopo-pranzo del giovedì 4 settembre. In questi giorni intanto il Signor Ciretto se la diverteessendo il Collegio condotto a tutte le feste della Città in luoghi sicuri e distinti. Fatti leggere da Biscontini il programma de' divertimenti perugini della corrente settimanaesposto nell'Osservatore del Trasimeno di sabato 23e a tutto quello che vi udrai (meno il teatro) i Collegiali sono condotti. Perugia in questi giorni è trasformata in una Casa del diavolo. Ioal mio solitonon vado a veder nientee neppure mi sono ancora ridotto a recarmi al teatro. Non ho proprio voglia di nullané mi sento il coraggio di esporre la mia vacillantissima salute ad alcun minimo rischio. Mi trovo già vecchio e fuori quasi del Mondo.
Ho piacere che Antonia abbia poi scrittoe godo di udirla guarita prima di averla saputa ammalata. Dissi un giorno a Ciro (parlandogli indifferentemente delle visite che di tanto in tanto riceve) che all'entrar di novembre vedrebbe forse qualche conoscente della nostra famiglia. Quel munelletto mi rispose subito: è Mammà; e ad una mia negativa soggiunse: dunque è di certo o Antonia o Domenico. Io allora volsi altrove il discorsoperché quel furbo mi avrebbe capito per aria. - Dopo dimani lo rivedrò al Collegioseppure non lo incontrerò primaed allora lo saluterò e benedirò da tua parte. (L'ho veduto poco prima di impostare la presente. Sta benonee ti abbraccia).
Al mio partire da Terni lasciai Vannuzzi col Chirurgo che stava allora tagliandogli un carbonchio sotto l'ascella destra. In quest'ordinario mi ha scritto riguardo ad una certa commissione che mi dette la mogliee mi dice di esser quasi guarito.
Ho avuto una lettera di Ferrettiche mi annunzia nella sua famiglia esser qualche solito malannuccio. Pover'uomo! Combatter sempre colla salute è un gran ché!
Se pei primi dell'entrante mese fossi in grado di mandarmi un poco di danarimi faresti piacere. Avendo speso circa a sette scudi e mezzo pel viaggio da Roma a Terni e da Terni a Perugiadieci per la dozzina d'un mesedue pel Maestro di Musica di Ciro a tutto luglioqualche mancia in Collegioe qualche altra mia spesetta giornalieradegli Sc. 25:64 da me sin qui avuti poco più ne rimane. Al mio ritorno in Roma poi faremo la solita distinta della somma totale servita per mee di quella servita per Cironella quale figurerà la Musicail vestiariole mancela solita scorta annuale nelle mani del Rettoree qualche altra cosetta che avrò stimato necessario d'impiegare per lui.
Il Sig. Angiolo Rossi sta male di podagrai di cui accessi sonogli divenuti molto frequenti. Eglila moglieil Dottor Michelettie il Presid.e Colizzi ti dicono mille cose.
Non so se Biscontini sappia che verso la fine di settembre verrà a Roma il Dr. Speroni. Se non lo sadiglielo in mio nome.
Salutami tutti gli amici di Casae specialmente SpadaBiagini e Pippoa mano a mano che andrai vedendoli. Manda pure i miei rispetti in casa Marini e in casa De Witten.
Dubito che Orsolina e Balestra non torneranno davvero per adessoed alla Madre per quest'anno gliel'avranno ficcata.
ProcuraMariuccia miadi star benee credimi sempre di cuore il tuo
aff.mo P.

P.S. È a Perugia Enrichetto Dedominicis. L'ho veduto col Marchese Uguccioniche ti salutacome ti salutano anche il Conte Solone Campelli di Spoletoche è pur quie Menicucci.
Ho trovato un conticino di medicine servite per la malattia di Ciro. Io era nell'opinione che anche la spezieria andasse a carico del collegioma sul libretto de' regolamenti ho verificato il contrarioe così l'ho saldato. Ciro mi ha dimandato un giuoco di scacchi. Gliel'ho preso di poco costoma pure bellino. - Gli ho fatto rilegare alcuni libri di studioche erano alquanto sciupatelli perché in origine legati in rustico. Etc.

LETTERA 199.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiamartedì 2 settembre 1834
Mia Cara Mariuccia
Riscontro la tua del 30. Nello scriverti la mia precedente non ti parlai della mia vacillantissima salute perché in quel giorno fossi realmente malatoma per le tristi esperienze giornaliere del disordine del mio temperamentodi che tu stessa da tre anni a questa parte sei pur troppo testimonio. Tu sai cosa è divenuta la mia povera macchina dopo la breve malattia del 1831e la non meno terribile del 1832sofferta da me in Fossombronebenché di minore durata. Da quelle due fatali epoche il mio sangue è in continuo stato d'irritazione; e se io voglia esser sinceronon un solo giorno passò mai perfettamente contento di me. Conosci tu bene tutti i motivi accumulati assieme per mantenere in me vivo questo principio d'irritabilità; e quindi l'aumento dell'umor mio malinconicoal quale non trovo sollievo che nella pace della solitudine. Solitudine poi senza qualche applicazione per me è impossibile: dunque ecco il quadro delle mie attuali necessità.
Per ritornare all'espressioni sfuggitemi nella mia lettera del 26ti ripeto che io in quel giorno non era realmente malatoma purtuttavia già da sei giorni mi sentiva molestato dalle mie accensioni ora alla golaora in tutta la boccae nel colloe pel pettoe per la schienae per le spallee per le viscere: un po' in qua e un po' in là. Purtuttavia nella stessa serache era placidissima e temperata volli tentare di andare ad udire la Straniera al teatroecome lo aveva prevedutomi annojai terribilmente. Nel Mercoldì stetti così così: il giovedì 28 ci crebbe il mio fuocomalgrado le grandi bibite che ho sempre fattemalgrado rigorosa dieta che sempre osservoe malgrado l'astinenza dal vino. Così me la passai ardendo sino al sabato 30nel qual giorno mi si fece trarre dieci once di sangue. Ma il doloreparticolarmente nel petto cresceva in un grado ben dolorosodimodoché domenica fu di precisa necessità di cavarmi un'altra libra di sangue che appena caduto nel bicchiere si coagulò in modoche dopo fasciatomi il braccio io voltai il bicchiere sottosoprae il sangue vi restò fisso come fosse di cera. Mi hanno dato dei calmanti e dei purganti: mi han fatto dei clisteriima col solito vano successo. Oggi sto meglio e profitto del miglioramento per scriverti la presente ed assicurarti dell'avanzamento della mia guarigione.
Circa ai danari potevi pure mandarmi quel che per ora potevi.
Volendo tuper altroun'idea da me della sommati faccio riflettere che dovrò ordinare l'occorrente vestiario d'inverno per Ciro. E più pagare un paio di calzoni di tela russa ordinaria per luimentre il Pres. Colizzi ha giudiziosamente stabilito di farne un paio a tutti i collegiali onde risparmiare loro i calzoni di scottino neri ne' due mesi della villeggiatura.
Dovrò pagare il metodo di pianforte che ordinaicome ti dissi altra volta. Pagherò le due mesate di agosto e di settembre al Maestro Fani.
Rinnuoverò il deposito nelle mani del Rettoree un poco più forte dell'ordinariovolendo io che l'accordatore lo paghi egli mensilmente. In quanto alle future mesate di Fani non ho ancora deciso come mi regolerò e ne parleremo in seguito.
Pagherò il Medicoil Chirurgo e lo Speziale per me. Quindi dovrò pensare a qualche altro poco di tempo che mi tratterrò qui oltre il mesementre i due mesi intieri non ve li passerò più come avevo divisatoe ciò ond'evitare l'aria pungente dell'approssimarsi di ottobre.
Finalmente dovrò pensare al viaggio del ritorno. Per tutti questi finimandami se puoi una trentina di scudiche se mai per caso non bastassero a tuttovi sarà tempo a pensarci.
Io so che tu non vuoi udire da me parlare di contima siccome io mi faccio un gran carico delle spese della nostra famigliacosì non so evitare di entrare in questi dettagli persuaso come sono che la più stretta economia in cui vivo non lascia di esigere delle spese necessarie per tuttociò che ho nominato. Conoscoti ripetoche a' tuoi occhi io non abbisogno di prove e di giustificazioni: contuttociò soffri le mie minuzie come una mia particolare soddisfazione.
Di Devillers va benissimo.
Ieri venne a trovarmi il nostro Ciro col Sig. Rettore. Egli sta benissimoe giovedì sarà premiato. Io non potròcredoandare alla funzione perché finisce di nottee si fa in una sala che pel gran concorso di gente è caldissima. A suo tempo però te ne manderò il programma come nell'anno scorso.
Ti ringrazio veramente di cuore delle tue care ed affettuose espressioni e ne riparleremo in voce.
Mi ha scritto Baboccie di ciò pure parleremo poi. Intanto si fa quel che si deve. - Antaldi non ha ancora dato riscontro. Vedrai che vorranno pagare tutta l'annata assieme.
Regoleremo in seguito anche questa faccenda.
Procura di star benee ricevi gli abbracci del nostro Ciro ed i miei. Sono sempre il tuo
Aff.mo P.

LETTERA 200.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di Perugia11 settembre 1834
Mio caro Ferretti
Eccoti un'altra mia letterala quale spera di trovare te più tranquillotua moglie più vocale della Selva di DodonaBarbaruccia senza tosseChiarina smummiatae Cristina libera della sua piastra di piombo. Vorrebbe anche trovar guarito Gaiassi che tu mi desti quasi per disperato.
Il Mezzanotteal quale partecipai il tuo paragrafomi disse di salutarti. Deve egli averti mandato a quest'ora una sua ode sugli esercizii equestri dati dal Guerra in Perugia.
Fani si è diretto a Gamurri per mezzo del Tenore Peruzzi che canta in questo teatro. Il Sig. Peruzzi abita nella medesima casadove io alloggioed anzi dorme in una stanza accanto alla mia. Avendo io spesso parlato di te con luiha voluto che scrivendoti ti facessi mille saluti in suo nome. Egli partiràcredoil 16 per tornare a Bologna dove è domiciliato. Ottimo giovane!
Sull'articolo della mia salute ti dirò solamente che se non mi facevo due sanguignoni in 24 orela finiva male; come poi la dovrà finir male con tanti necessari salassi. Qui è il caso dell'incendio. O bruciarsio gettarsi dalla finestra. - Io mi dissanguoe intanto il calore delle mie viscere si mantiene. E non bevo vinoe ingozzo fiumi d'acquae mangio come un grillo. Ah! bisognerà cercare qualche sistema di curaaltrimenti gli anni nestorei da te auguratimi vorranno essere pochetti!
Ti mando 14 versi scritti ieri dal Sig. 996 per M.ma Enrichetta Meric Lalande che ha trattato i Perugini come canimalgrado le sue buone varie migliaia di franchi. Essaindipendentemente del suo orgoglio che le fa trascurare anche i mezzi restatileè una stella in tramonto. Vanta che potrebbe venire a Roma anche con 20.000 franchi. Se l'impresario gliene dà millee la prende (odi Geremia) l'impresario fallisce. Ma Gamurri ha ben altro pel capoe ci regalerà piuttosto la Ungher o la Schutz (ho scritto bene?) qualunque delle quali vale in oggi per dieci Madame Enrichettecon tanto minore superbia. - Del resto i 14 versi del Sig. 996 potranno servire di svegliarino contro l'avarizia di Madama e delle sue consorelle di pretensione. Sarebbe ora di finirla con queste file di migliaia accanto a poche cifre di quarti-d'ora. E qui cadrebbero in acconcio due versi di un altro poeta amico tuo:

Che ad estirpar tal musico sozzume
Non basta un secchio ma vi vuole un fiume.

Salutami tanto MaggioraniBiaginiSpadaQuadraried altri amici che tu vada vedendo. E sono di te e della tua famiglia
amico vero
G. G. Belli

PER FAMOSA CANTATRICE

Questa superba Dea del ciel di Francia
Chevana ancor d'un appassito alloro
Sogna i trionfi e il plauso alto e sonoro
De' più bei dì che le fioria la guancia

Non paga pur che italica bilancia
Come al suo Brenno giàle pesi l'oro
Sprezza la mano che il civil tesoro
Profonde in trilli ed in canora ciancia.

Badi peròche sorgeran Camilli
A rovesciar quella bilancia sozza
Ove senno e virtù cedono ai trilli.

Eper diocesseranno i tempi indegni
Che a disbramar la fame d'una strozza
È poco il censo che distrugge i regni.

996

LETTERA 201.
A RAFFAELLO BERTINELLI - ROMA
Perugia23 settembre 1834
La vostra lettera del 15perché mancante del mio secondo nome nell'indirizzo ha passato quella sorte alla quale io volli ovviare allorché assunsi quel distintivo che mi individualizzasse tra la folla dei Giuseppe Belli che corrono il Mondo. È capitata nelle mani di un Giuseppe Belli nativo (credo) di Città di Castelloe finalmente l'ho io avuta jeriaperta per colpa dell'equivoco e non dell'uomo.
Io non sono in collera con alcuno: non posso dunque esserlo con Voie tanto meno poi in quanto che io manco di que' meriti che abbiano a far correre un amico a vedermialmeno allorché sono malato. Vivete dunque tranquilloe lasciate in pace Esaù e Giacobbe nel Santo seno di Abramo.
La mia salute è sempre vacillante. Ciro prospera e si fa onore.
Dopo domani io lascio questa Città.
Qui ha cantato la celebre Sig.ra Enrichetta Meric Lalande. Un certo Sig. Novecentonovantasei ha pubblicato alcuni versi in di lei onore. Voglio trascriverli perché han fatto romoree da quando teatro è teatro non si è mai più udito un simile elogio il quale tende ad encomiare la Signora Lalande e le di lei consorelle nella bell'arte del Canto. Vi abbraccio e sono
Il V.° Belli

LETTERA 202.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma15 novembre 1834
Mio caro figlio
Ieri tornò Domenico e mi portò la tua lettera del 6. In questa lettera tuCiro mione hai fatta una delle tue solite. La tua Mammà che tanto ansiosamente aspetta e legge ogni lettera che da te procedenello scorrere quest'ultima non ci trovò neppure una parola per leicome se essa non esistesse sulla Terra. Ma ti pare mostrare un buon cuore col dimenticare così ogni dovere di amoredi rispetto e di gratitudine? Ciro mio carotu hai una mente troppo leggierala quale non si risente che di momentanee impressioni. Bisogna dunque studiarsi di correggere una inclinazione naturale che frutta vivi dispiaceri a noi per adessoe che un giorno ne frutterà a noi insieme e a te medesimo. Sappi che la tua povera Mammàla quale non pensa che a terimase jeri assai afflitta della tua colpevole dimenticanza. Per rimediare alla meglio al tuo errore io ti consiglio di diriggere a Mammà stessa la prima lettera che tu scriveraichiedendole scusa di un fallo che il nostro amore vuole ben credere involontario. Spero io poi che in quella lettera a Mammà non sarò scordato io alla mia volta. E scrivila bene.
Circa ai regalide' quali mi ringraziihai preso un equivoco grosso. Noi questa volta non ti abbiamo mandato che il fazzoletto nero da collo e la Rosa de' Venti. Tutto il resto fu dono del buon Domenicoil quale non dev'essere frodato della tua gratitudine.
Antonia è ritornata prima di Domenicomolto afflitta dal non aver potuto passare per Perugia onde rivederti.
Ringrazia in mio nome il degnissimo Signor Rettore della di lui lettera e di ciò che in essa mi dice e m'invia: e riveriscilo distintamentecome ancora il Sig. Presidente Colizzi.
So che quest'anno ai tuoi studi si è aggiunta la Storiache è la prima maestra della vita.
Applica dunquesii buonoe ricordati di noi.
Ti benedico ed abbraccio di cuore.

Il tuo aff.mo padre

LETTERA 203.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma23 dicembre 1834
Mio caro e carissimo figlio
Non potevi farmi una più grande sorpresa di quella che ho da te ricevuta nella tua lettera latinala quale sebbene io medesimo avrei conosciuta improntata dell'opera dell'ottimo Sig. Rettorepurtuttavia mi è stata una testimonianza parlante dei progressi che ad ogni modo tu vai facendo in una lingua così bella e tanto necessaria a chiunque voglia nel Mondo distinguersi dal volgo degli uomini. Senza il latino è ben difficile arrivare alla vera sapienzadappoiché quanto di classico e di sublime si sappia desiderare tutto si ritrova nei libri di quegli altissimi ingegni che resero un giorno famosa la patria nostrae di una fama che dopo tanti secoli ancora dura e non sarà mai per mancare.
A misura che tuCiro mioti avvanzerai negli studiti innamorerai di questo idioma e delle stupende opere che in quello sono scritte. Grazie dunquemio carissimo Cirograzie di questo bel dono che mi hai fattopoichè io lo tengo appunto in conto di regalo e il più accetto che tu potessi mai farmie tanto più quanto che in quelle parole meo consilio io leggo una prova della tua intenzione di farmi piacere. Sulla lettera nulla ho da rilevarementre gli stessi errori nei quali eri trascorso nel mettere in pulito la minutasono stati dalla mano maestra corretti. Di un solo piccolo rilievo io mi contenteròed è circa all'anno della data. Lo so che noi siamo nel 1834 e che tu nel 1834 scrivevima pure avendo tu adottato lo stile antico di datareio crederei che invece di dire XV Kalendas Januarii DCCCXXXIV avresti tu dovuto scrivere XV Kalendas Januarii MDCCCXXXV.
Il Signor Rettore potrà dirti se io abbia torto.
Nel risponderti io aveva divisato farlo in latinoma poi mi hai dato soggezioneadesso che ti vedo diventato un Ciceroncino: e ho detto fra me stesso: se dio mi guardi io scrivessi qualche spropositoche bella figura farei io vecchio avanti a un dottore di neppure undici anni? Dunque eccoti una lettera italianama scritta più col cuore che con la mano. - La tua Mammà ha aggradito il tuo foglio al pari di meed entrambi ti incarichiamo di rendere mille e mille grazie al tuo degnissimo Sig. Rettore per la cortese assistenza prestatati. La tua epistola ha girato le mani dei nostri più buoni amicie tutti hanno diviso la nostra consolazione.
Ieri ho consegnato al Vetturale Castellino la solita cassetta diretta in Casa Fani per esserti inviata in Collegio. Essa dovrebb'essere a Perugia sul finire di questa settimana. Tu vi troverai qualche piccolo dono per la ricorrenza del nuovo anno. Siamo stati in molto pensiere su che mandarti. I giuochi non sono più degni di un Marco Tulliettonè tu sembri più desiderare bucciotti. Cose di lusso e di mollezza non ti convengono per le varie disposizioni del Collegio. Dunque cosa mandarti? Contentati del poco che vi rinverrai: e piuttosto se un'altra volta desidererai qualche cosaindicameloe spero che si tratterrà di oggetti da poterti appagare. - La scattola non serve che la rimandi ad alcuno. È troppo vecchia e sciupata. Se ti serve a qualche uso mettila sotto il tuo letto: altrimenti fanne quello che vuoi.
Un piego color di rosa che vi è dentrodiretto a codesto Sig. Dottore Ferdinando Speronise potesse senza molto incomodo di qualcuno essere ricapitato alla libreria Bartelli ne sarei grato a chi si prendesse gentilmente questo disturbo.
Dimanda al Sig. Felicetti se hai bisogno di nulla nel tuo corredocome camiciecalze etc. edavendone bisognoper quando si dovrà fartene l'invio. Rispondimi su ciò.
Mammàgli amici e i domestici (particolarmente Antonia) ti rendono infiniti augurii per le feste e pel nuovo anno; ed io vi unisco anche i miei per tutti gli ottimi tuoi Superiori e Maestri.
Ti abbraccio e benedico di cuore
Il tuo aff.mo padre

LETTERA 204.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma27 gennaio 1835
Mio caro Ciro
Riscontro la tua del 15 cadente. - Due ore dopo avere impostato la mia precedente incontrai per la strada il Sig. Professor Colizzi arrivato in Roma poche ore primae lo trovai nella sua solita buona saluteciò che mi fece sommo piacere. Dal medesimoche ho quindi riveduto altre volteebbi le buone notizie della tua saluteed anche sufficienti relazioni intorno ai tuoi portamenti tanto morali quanto scolastici. Le medesime cose mi conferma il vigilantissimo Sig. Rettoreil quale mi riverirai e ringrazierai del gentile riscontro da Lui dato alle mie dimande relativamente a codesto Sig. Tozzi.
Ai primi dunque dell'imminente mese cade nel Collegio il consueto saggio trimestrale. Procura alacrementeCiro mio carodi non restare addietro agli altri. Ne' soli difetti vorrei che tu fossi l'ultimo: ne' fatti d'onore godrei udirti sempre il primo. Comprendo benissimo non esser ciò sempre possibiledappoiché la medesima gara animando anche gli altrinon è più dalla volontà individuale che dipende l'avanzar gli altrui passima sì invece dal vario vigore accordato a cadauno dalla Provvidenza. In questo caso basta che la coscienza non ci rimproveri di non esser giunti a quel punto a cui le nostre forze sarebbero state sufficienti.
Tu avrai senza dubbio udito a spiegare la parabola evangelica del padrone e de' servi. Uno ebbe dal Signor suo cinque talentie tanto s'ingegnò che al Signore li rese in capo a un tal tempocon più altri cinque di lucro. Dominequinque talenta dedisti mihiet ecce alia quinque superlucratus sum. Un altro servo al contrario prese i cinque talenti di sua parteli seppellìeritornato il Signore a chiedergli ragione del suo trafficoglieli restitui non diminuiti ma neppure aumentati.
Credi tu che il padrone si rimanesse pago al non trovarvi diminuzione? Nofiglio mio: l'obbligo del servo era di accrescere e non soltanto di conservare: e così cosa accadde? Il pigro trafficatore fu paragonato a quegli alberi infruttiferii qualinon dando di sé che il legno de' rami e del tronconon sono utili che a far fuoco. Difatti non mai accade vedere che un Agricoltore getti alle fiamme una pianta feconda. I talenti della parabola erano monetema sotto il velo di quelle monete noi dobbiamo intendere le buone disposizioni dell'animacolle quali ciascun uomo che vive è obbligato a procacciarsi valore e fama di buon aiutatore della società di cui Iddio lo volle individuo. Il VangeloCiro mioè il libro della veritàe il primo Maestro della morale umana. Quanto dunque in quello si racchiude non dev'esser preso quale passatempo e fuggilozioma in senso di guida infallibile delle nostre operazioni. I pericoli da esso dimostrati sorprenderanno chiunque non modelli la sua vita a norma di que' sapienti precetti.
Sarà buon uficio di cortesia se tu andrai dimandando al Sig. Maestro Fani notizie della salute della Sig.ra Angiolacaduta in non lieve infermità. Quella Signora ti ha dimostrato molte premuree tu non fartene notare per dimentico.
La tua Mammà ti benedice ed abbraccia. Gli amici e i domesticispecialmente Antoniati salutano. Riverisci i tuoi Superiori e credimi sempre l'aff.mo tuo padre.

P.S. Amerei sapere a che ti trovi nello studio della musica.

LETTERA 205.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma 3 febbraio 1835
Mio caro Ciro
Colla tua del 29 perduto gennaio mi fai de' rimproveri da' quali debbo difendermi. Delle tue letterealle quali ti lagnavi non avere avuto riscontrola prima fu da me riscontrata nella mia al Sig. Rettore a cui in quello stesso ordinario dovetti scriveree la seconda te l'accusai il 27come tu stesso hai veduto. Mi dirai che questo mio riscontro fu un poco tardo; ma a questo proposito io ti ho già detto altra volta che mi piace scriverti verso l'epoca precisa in cui per le consuetudini del collegio tu devi mandarmi una tua lettera. Operando in tal modo io vengo a darti come uno stimolo e a risvegliare la tua memoriettache talvolta si è in questo rapporto addormentata. Ti pareCiro mioche io saprei dimenticarmi di te? Pure lo sai quanto io e tua madre ti amiamo. Ho scelto questo giorno per rispondertistanteché oggi secondo qualche ordinario ecclesiastico ricorre la tua festafacendosi commemorazione di S. Ciro Alessandrinonobile medico. Tu sei Ciropotrai conseguire la nobiltà della virtùed esser medico di te stesso mediante un regolar metodo di vita: e cosìdalla patria in fuorisomiglierai al tuo santo. Santo poi non ti ci spero: mi basta che sii buono.
La mia presenteoltre a ciòti arriverà in punto che i tuoi Saggi saranno bene incaminati. Io questa volta non posso assistervi; ma chiudo gli occhie mi pare di essere presente in codesta sala accademicae vederti sull'impalcato a far l'obligo tuo. Da questa mattina fino a tutto il prossimo giovedì rari momenti passeranno ne' quali io non rinnovi nel mio spirito l'idea di questa mia assistenza intellettuale ai saggi tuoi e de' tuoi bravi emuli. Ne attendo con ansietà i successi.
Dimanda al Sig. Felicetti se tu abbisogni di camicie e di calze e per qual tempo ti potranno occorrereaffinché vi sia agio di lavorarle. Rispondimi su ciò.
Il Signor Presidente non ho potuto in questi giorni vederlo: appena lo vedrò gli presenterò i tuoi ossequi.
Tu intanto presenta i miei e quelli di Mamà tua al degnissimo Sig. Rettore. Antonia e gli altri domestici ti salutanogli amici di casa ti abbraccianotua madre ed io poi e ti salutiamoe ti abbracciamo e ti benediciamo affettuosamente.
Sono il tuo aff.mo padre

LETTERA 206.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma17 febbraio 1835
Mio carissimo figlio
Riscontro la tua lettera del 7 correnteil cui ricevimento ti feci già accusare per mezzo del Sig. Vincenzo Fani che mi saluterai.
VeramenteCiro miodi quel mediocre se ne poteva fare di meno. Il peggio è per me che un mediocre del Maestro significa assai più che uno degli esaminatoriperché l'esito di un esame non sempre prova l'abilità o l'ignoranza di un discepolo: laddove al contrario i voti del precettore sono la vera e precisa manifestazione del merito e demerito dello scolare in tutto il periodo di studio del quale si tratta. Adesso dunque io vo vedendo che quel benedetto mediocre influirà maluccio sullo scrutinio della premiazione. Da ciò prendiCiro mioesempio della irrimediabilità del tempo perduto. Il fatto sarà sempre fattoe non si può più ripetere indietro. Se fu fatto beneci frutterà utile; se fu fatto maleci frutterà danno. È vero che a tutto può darsi un rimedioma sempre il passato è passato. Una volta un bambino aveva perduto un soldoe piangeva. Il padre per calmarlo gliene dette un altrodicendogli: eccoti ricco come prima. Ma il fanciullettopossessore della nuova monetaseguitò a cercare la smarritadicendo: se ritrovo quell'altra sarò più ricco di prima. Così è del tempo e del profitto di esso: potremo riparare al perduto con un novello impiego di volontà; ma se ci fosse dato richiamare a noi quel che fuggìsaremmo felici del doppio. StudiaCiro mio carostudia di cuore e senza interruzione. Un giorno benediraicredi a tuo padrebenedirai le fatiche della tua fanciullezza.
Eccoti vicino alle recite carnevalesche. Reciti tu quest'anno? In tutti i modi divertitie col divertimento rinfranca il tuo spirito per le tue applicazioni.
Il Sig. Fari mi partecipò la tua idea di studiare la introduzione della Straniera: Voga voga etc. - Bravo Ciro mioimparala bene.
La tua Mammà ti ringrazia delle amorose espressioni da te usate con leiti benediceti abbraccia e ti dà mille baci. Così ti salutano i nostri amiciAntonia e gli altri domestici.
Il Sig. Presidente sta bene e ti saluta anch'egli. Tu presenta i miei rispetti al Sig. Rettoree credimipieno di amore
il tuo aff.mo padre

LETTERA 207.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma5 marzo 1835
Mio carissimo figlio
Nella tua lettera del 21 febbraioin cui rispondi alle mie riflessioni su quell'importuno mediocre da te riportato negli esamiprometti di fare il possibile affinché il futuro esperimento vada assai meglio. Intanto mi dici che pel passato ci vuol pazienza. Hai ragioneCiro mio: ci vuol pazienza. Che si può fare di meglio che esercitare questa bella virtùla quale diviene altronde necessità quando manca affatto un migliore rimedio? Te lo diceva anche io che al fattoal passato non si può far più ritorno. Né io ritornerei più su questo punto se precisamente questo tuo confortarmi alla pazienza non mi suscitasse qualche riflessione novella. La pazienza è un un'amabile dono della provvidenzadestinato a consolare i rammarichi della vita e a contentare l'uomo in quella moderazione d'animo che dà risalto alle sue più belle prerogative.
Ma sventuratamente questo prezioso regalo del cielo cede assai presto ai ripetuti cimenti. Il nostro caso dell'esame non entra ora fra le cause alle quali io voglio indirizzare la tua attenzione. Esso è un lieve danno che tu puoi ben risarciree ciò basti. Voglio invece darti regola che può servirti in tutte le occasioni in cui ne' tuoi rapporti colla società sia luogo all'esercizio della tolleranza. Tu devi agir sempre come se tutti gli uomini fossero impazienti e non ne perdonassero una. La troppabuona opinione dell'altrui clemenza e facilità diviene in noi un abito di trascurare soverchiamente l'adempimento de' nostri doveri; e cosìoltre il pregiudizio di avvezzarci disattenti e poco curanti della perfezione nostraa cui l'indulgenzao l'educazione degli uomini può concedere quel che le mancasi consegue un altro mal fruttocioè quello di doverci a nostre spese disingannare su quella stessabenignità che supponevamo negli altri salda a qualunque provocazione. Non voglio mica dirti con ciò che tu debba principiare dal riputare tutti gli uomini una gabbia di leoni e di orsi rabbiosio un eserciti di nemici implacabilivigilanti sempre per attaccarti nella tua parte più debole. NoCiro miogli uomini dobbiamo crederli tutti più buoni e mansueti di noi. Io intendo rimovere da' tuoi giudizi l'eccessoil quale guasta tutte le più lodevoli qualità della mente e del cuore. Te lo ripeto: non giudicare impazienti tu devi gli uominima operare come lo fossero. In questo modoo abbiano essi o non abbiano questa virtùtu sarai sempre al sicuro. Le soverchie lusinghe di trovare in altrui quella bontà per noi che noi stessi ci siamo negata quando abbiamo male operatoci gettano un giorno o l'altro in un mare di guai dove si affoga. - Se questa mia lettera fosse al di sopra della tua intelligenzaprega alcun tuo Superiore di dichiarartene lo spirito. Cosìa poco a pocoprinciperai a meditare da te.
Il Sig. Presidenteche ho veduto da pocoti ritorna i tuoi saluti. Gli amici e i domesticispecialmente Antonia ti dicono mille cose. La tua buona Mammà ti abbracciasiccome faccio io.
Il tuo aff.mo padre

LETTERA 208.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma9 aprile 1835
Mio carissimo figlio
Il giorno 12 corrente è il tuo compleanno. Nella prossima domenica ad un'ora di notte tu termini l'anno undecimo della tua vita e cominci il decimosecondo. VediCiro miocome fugge il tempo! A te ancora non pare cosìperché i fanciullispensierati per naturanon pongono mente a quel che significa una girata di ago sul quadrante di un orologio; e perché sul bel principio della loro carriera non par loro poter vedersene il fine. Ma tutto ha termineCiro mioe l'avrà anche il Mondo.
Non vedi tu che a forza di annidi mesi e di giorni il Mondo si è già invecchiato di circa a sei secoli? E i giorniche formavano que' mesi e quegli annidi che sono essi stessi composti? Di ore: di minuti. Quanto dura un minuto? sessanta battute di polso. Come il tempo è veloce! Hai tu mai osservato una mostra che avesse la lancetta de' minuti secondi? Ogni oscillazione del pendulo ne fa saltare uno! Nulla è più proprio a far meditare l'uomo sulla fugacità della vita quanto uno di simili oriuoli. Negli altri il movimento è appena percettibile senza una determinata attenzionela quale poco vi si prestapoichésoddisfatto l'intento di veder l'ora in un dato punto del giornose ne ritrae subito lo sguardo. Con molta sapienza è stato rappresentato il tempo sotto le forme di un vecchiostante l'età che ha percorsa: alatoper indicare la celerità sua: armato di falceonde simboleggiare la distruzione da lui portata a tutte le cose; e munito di un orologio a polvereperché siccome gli atometti o granellini dell'avena cadono dal recipiente superiore a quello inferiorenella stessa maniera tutti gli enti creati precipitano nel nulla per non riaiziarsene più.
La providenza così ha voluto; e niente di ciò che ebbe principio può essere eternofuorché le anime coi loro meriti e demeriti. Da tutte le esposte riflessioni puoi facilmente cavar da te la conseguenzaa cui ti volli condurre. Impiegar bene il tempoperché più non ritorna mentre presto trapassa; e farsi un cumulo di azioni meritoriedalle quali dipender la nostra felicità nel tempoe nella eternità. Rifletti seriamente a queste verità gravissimee principia a fare da uomo.
Nel giorno della tua nascita noi ti vorremmo fare qualche regaloma non sappiamo di chépei motivi che ti spiegai un'altra volta. Dimmi pertanto cosa tu potresti desiderare che ti convengae noi procureremo di contentarti. Ne potresti consultare col Sig. Rettore che mi riverirai distintamentecol Sig. Prof. Colizzianche in nome della tua Mammà.
In questo preciso momento ricevo la tua lettera del 7. Le parole che già ti aveva scritto qui sopra tornano bene a proposito anche per la circostanza della comunione che vai a fare per Pasqua. Ecco un altro passo che ti deve condurre alla perfezione. Ora la tua Mammà non è in casa. Appena sarà ritornata farò conoscerle il tuo desiderio di rivederla.
Aggradisco i saluti che mi fai. Alle Sig.re Fani rimandali per mezzo del Sig. Vincenzo che riverisco.
Ti abbracciomio caro figlioe ti benedico di cuore
Il tuo aff.mo padre

LETTERA 209.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma19 maggio 1835
Mio caro figlio
Rispondo alla tua lettera del 16la quale tanto la tua Mammà quanto io abbiamo infinitamente aggradita come quella che ci dà una prova del tuo maggiore impegno nello studio della lingua latinalingua necessarissima a chi voglia far buona figura di dotto nella società. Bravo dunquebravoCiro mio: tu corrispondi perfettamente alle nostre intenzioni e ti acquisti sempre maggiori titoli alla nostra benevolenza. Non comprendo però il motivo che possa averti fatto astenere dall'esporti per due consecutivi trimestri all'esame dell'aritmeticatanto più che mi dici essere stati soddisfacienti i tuoi risultati settimanalie malgrado che nell'anno scorso tu riuscisti a guadagnare il primo premio assoluto.
Circa alla musica pure son contento. Ringrazia e saluta in mio nome il Sig. Fanie pregalo a coltivarti sempre negli esercizi fondamentali che ti spedii l'anno passato. Cosìeseguendo i pezzi di studio potrai divertirtied acquisterai franchezza e profondità.
Non dubitareCiro mio caro: nel prossimo giugno qualcuno di noi verrà a vederti. Ancora non si è potuto risolvere chi verràperché la tua Mammà ha moltissimi impiccied io faccio una cura il di cui tralasciamento potrebbe nuocere a quella salute che pel mezzo di essa mi pare di andare riacquistando. Qualcuno ad ogni modo verrà: stanne tranquillo. Siccome peraltro questa venuta non potrà accadere che intorno alla metà del mesefammi il piacere di informarti dal guardarobiere se si possa ritardare fino a quell'epoca il rinnovamento degli oggetti di vestiario de' quali mi scrive il Sig. Rettore aver tu bisogno per la stagione estiva. Che se di qualche cosa avessi tu urgenzaad un cenno che tu me ne dia io pregherei qualcuno a Perugia onde se ne incaricasse al momento. Intanto al principio della ventura settimana credo che potrò mandarti i fazzoletti.
Segui a leggereCiro miola vita di Ciceronee fa' di divenire tu ancora un Ciceroncino.
Riverisci da parte di noi due il Sig. Rettore e il Sig. Presidentee ricevi i nostri amplessi e le nostre benedizioni.
Sono il tuo aff.mo padre

LETTERA 210.
A GIACOMO FERRETTI - CIVITAVECCHIA
Roma28 maggio 1835
Caro Giacomoalias Jacopo
Non so dirti quanto e quanto piacevole mi sia giunta jeri sera la tua del 24. Dopo due giorni dalla tua partenza io mi recai in tua casa in cerca di notizie ed ebbi quelle del tuo proprio arrivo. Da quel tempo in poi non aveva altro saputo. Veramente io poteva tornare a dimandarnema non l'ho fattoe mea culpa. - Chillo strafalario de lo Sig. Tomasiello Galluzzo mi portò i tuoi saluti una sera prima dell'arrivo della tua lettera. - Anche qui il Signor Giove si fa onore sotto le invocazioni di tonante e di pluvio. - De' teatri che ti dirò? Tu ne saprai forse più ancora di me che non vi vo mai. Sento però che Argentina se la batte con Valle. Canes cum canibus facillime congregantur. Circa alla salute della tua buona famigliuola avrei voluto una parola sola: BENONE: ma la spero in seguito. Giàpel giorno 10 o circa mi prometto di udirla dalle vostre stesse e vive voci. Io sto piuttosto benacchette col pollastro. - Il Cianca ti salutail Cecco purzì e Mariuccia figùrati. - Ho scritto pel giornale di Perugia un non breve articolo sui Bagni di Lucca del chiarissimo Conte di Longanoche Iddio tenga lontano. Udremo che ne dirà la censura. Ti mando intanto 42 versi di un amico tuo. Costì siete in cinque preteriti: all'uno o all'altro potranno servire. Ti abbraccio toto cordedico mille cose affettuosealla tua famiglia e sono il tuo
Belli

Quarantadue versi di Novecentonovantasei

AL PRINCIPE MARCO ANTONIO BORGHESE
NEL GIORNO DELLE SUE NOZZE

Io non so qual tu siaperché la sorte
Tantao Marcofra noi pose distanza
Di quanto cede mia povera stanza
Allo splendore di tua nobil corte.

Ma purse il testimon della sembianza
Può del costume far le genti accorte
Una non t'hai di quelle anime morte
Di codardia nel fango e di baldanza.

Però il secondo de' tre dì solenni
Di tutto il corso dello uman viaggio
Non con lusinghe a festeggiar ti venni.

Prencericorda quanto indegno oltraggio
Faresti al mondose il valor che accenni
Non scendesse per te nel tuo lignaggio.


PER LA CAUSA SFORZA

Sotto gli auspicii di cotal che adorna
Bestemmiandol'umano col divino
Nell'arena rotal Giulio Sforzino
La quarta volta a battagliar ritorna.

Crede il Mondo peròseppure non torna
Lo inchiostro in latte e l'acqua fresca in vino
Che don Giulio e donn'Anna e Don Marino
Saran disfatti e n'avran mazza e corna.

E tempo è ben che cessi il vitupero
Di madri e di sorelle snaturate
Che infaman sé per offuscare il vero.

Oh Giudici di Diovoi le salvate
Ributtando il rossor dell'adultero
Sull'avarizia e sul mentir d'un frate.


AL PROFESSORE D. MICHELANGELO LANCI
PEL PREMIO QUINQUENNALE DELLA CRUSCA NEL 1835

DehMichelangiol miocome hai tu posta
La sublime opra tua dentro lo staccio
Di quelle scimie di Giovan Boccaccio
Per cui Monti sprecò tempo e Proposta?

Meglio oh quanto era il fartene una rosta
Da cacciar moscheo involgerne il migliaccio
O accenderne un falò pel berlingaccio
Mal grado delle veglie che ti costa!

Quandopiù ch'essaha prezzo oggi un sermone
E sopra un Lanci si solleva un Buffa
Morto in terra è il poter della ragione.

E i buon messeri della crusca muffa
Dan prova al Mondo omai che il loro frullone
Giracome il cerveldi buffa in truffa.

LETTERA 211.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Ternidomenica 21 giugno 1835
Mia cara Mariuccia
Con ottima nottata e con mattinata non molto calda siamo qui felicemente giunti un'ora e tre quarti prima di mezzogiorno. Si è fatto un bel camminare. Abbiamo trovato tutti di casa Vannuzzi in ottimo stato di salute: ed appunto jeri ed oggi stavano parlando di me e maravigliandosi che io quest'anno ancora non passassi. Ho detto loro che poco è mancato che rivedessero te: ne sarebbero stati tutti lietissimi.
Or ora mangeremo un boccone (zucche per me)e poi al mezzodì proseguiremo il viaggio che speriamo prospero come lo è stato fin qui.
Se vedi Spada o Biaginisalutalie chiedi loro notizie del povero Ferretti che jeri sera mi dissero essersi fatta già la seconda sanguigna. Un saluto agli amici e alla famigliaanche per parte di Domenico.
Ti abbracciocara Mariucciadi tutto cuore e sono
il tuo P.

LETTERA 212.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiamartedì 23 giugno 1835
Mia cara Mariuccia
Dalla mia n° 1 avrai avuto le notizie del nostro ottimo viaggio fino a Terni. La presente ti darà ragguaglio del resto. Pernottammo a Fulignoe jeri mattina prendemmo un legno per Perugia uniti ad altre due persone della Diligenzale quali erano dirette a quella Cittàdove arrivammo un'ora e mezzo prima del mezzogiorno. Smontati alla locanda della Coronadove abbiamo preso albergodopo mezz'ora circa ci recammo al Collegio. Ciro ebbe un gran piacere di vedermima a prima giunta non aveva riconosciuto Domenicoche stava lì con me in camera del Rettore. Vedi chi ti ho portato? dissi io a Ciro. Egli allora Oh! Domenico! e gli saltò incontro. Ci dimandò subito subito di tee si mostrò rammaricato del non esser tu venuta come sperava. AssicuratiMariuccia miache questo Cirone sta di una salute che non si potrebbe desiderar migliore. Grassodurocoloritoallegro e mattaccino ch'è un piacere. Ci portò in camera sua e ci fece udire al pianoforte il Coro Voga voga. Lo suona beninoe pel poco tempo dacché studia la Musicaa cui le altre occupazioni più gravi lasciano scarso spazioce ne possiamo contentare. I Superiori si chiamano soddisfatti del di lui studio e de' di lui portamenti. Ha egli infinitamente aggradito il regalo della moneta d'oroe te ne ringrazia. Egli medesimo l'ha depositata in mia presenza nella borsetta ov'è la doppia. Delle due paia di guanti a maglia uno gli va benee l'ha ritenuto: l'altro lo riporteremo a Roma con tutto il bolloonde vedere se possa cambiarsi in un paio più grande. Ciro ha fatto una mano e un piede da apostolo. Al mio arrivare jeri in Collegio trovai che Ciro aveva già preparata la minuta di una lettera per teonde mandartela per mezzo del Conte Ettore Borgia che va a ripartire a momenti. Il mio arrivo gli ha reso necessario il farci qualche piccolo cambiamento. Domenica a seradopo tutta la giornata festeggiata in onore di S. Luigiebbero i Collegiali alcuni fuochi di artificio in uno degli spiazzi del Collegio e poi innalzarono un pallone costruito da loro. Vi fu anche bella illuminazione. Oltre molto concorso di gentev'intervenne anche il Delegato.
Questa mattina siamo tornati al Collegio per concretare il da farsi relativamente al vestiario del quale Ciro ha bisognoed abbiamo riparlato con lui che al solito stava come un becco cornuto. Mi ha espressamente incaricato di scriverti le sue notiziedi mandarti mille bacidi chiederti per lui la benedizionedi salutare gli amici che lo ricordanoe di dire mille cose ad Antonia. - Credo che Domenico scriva a parte ai suoi figli.
Ho veduto il Sig. Angiolo Rossima non ancora la Sig.ra Chiarina. Mi dice il marito che essa va soffrendo di un certo gonfiore alle gambe.
Le Sig.re Bianchi sono in Campagnae così la Sig.ra Cangenna Micheletti. La famiglia Fani sta bene e ti riverisce. Così ti saluta il Dr. Speroni. Di' a Biscontini che ho ricapitato la sua lettera in proprie mani al Sig. Brizi. Speroni gli ha spedito un pacco di fascicoli del giornale per febbraio e marzoe c'è compreso anche quello per me. Il 4° volume del Prof. Colizzi uscirà sui primi di luglio.
DammiMariuccia miabuone nuove della tua cara salute: dammene anche se ne haidi Ferrettie saluta tutti gli amici.
E qui di vero cuore ti abbraccio.
Il tuo P.

P.S. Fammi il piacere di mandare i miei saluti al mio caro Maggioranie gli farai dire che già ho parlato per la sua raccolta. Bramo udire buone nuove della tua salute.

LETTERA 213.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia27 giugno 1835
Caro il mio Cecco
Mi è stato scritto così: "Il Buffa si è portato a Firenze per brigare in Corte a suo prode. Che non può mai la briga fratesca?"... Io ho risposto così:

Corri dunque sull'Arnoo cucullato
Onde alfin l'arciconsole benigno
Ti getti la sustanza nello scrigno
Della mezza corona che ti ha dato.

Corrie in alta avrai lo Infarinato
E lo spirto gentil de lo Inferigno:
Ch'esser non puote che a te sia maligno
Chi die' rovello all'immortal Torquato.

Ma se avanzo d'onore e di vergogna
Pungesse ancor quegl'incruscati petti
Tu saidomenicanche ti bisogna.

Dolci sorrisilusinghieri detti
Arti fratesche: e poi Romae Bologna
E Flora e Italia il tuo trionfo aspetti.

Dunque: "E Don Giulio e Donn'Anna e Don Marino
Ne andar disfatti e n'ebber mazza e corna".

Gran Santo Re David! Desiderium peccatorum peribit.
Mi pare che lo dica David: No? Si? Domandalo allo Scultore. Io tornerò a Roma assai presto. Credo che partirò di qui domenica 5e in due salti eccomi alle Convertite. Apri intanto le braccia.
Salutami Biascio e Ferretti che spero già guarito con Barbaruccia. Un saluto anche a Lepriche già ne avrà avuto un altro dal Sig. Pietro Bettanzi mio compagno di viaggio e di mensanel senso però di desco e non più.
Andando in casa Piccardi - Ratti - Ruspoli tocca la mano per me a chi voglia lasciarsela toccare. Con chi acconsenta fa peggio.
Una ave senza pater e gloria al Sig. Alessio e alla famiglia di tuo fratello.
A Roma piovee qui non canzona. Un frescarello poi che Dio tel dica. Eppoi un Uomo!...
Ciro sta bene e si fa grosso e sottile. Salutatemi gli amici di casami ha detto. Dunque ce n'è la tua buona porzione.
È notte ed ora di cena. Addio: vado a mangiare il mio empiastro.
Ego sumio sonoil tuo Belli bello e buono.

LETTERA 214.
AL PROF. ANTONIO MEZZANOTTE (?) - PERUGIA
Di Roma15 luglio 1835
Amico carissimo
Il primo fascicolooper dir megliovolume delle vostre opere da voi direttomisi è trovato. Peraltro il secondo e i successivi mandatemeli colla indicazione del domicilionon trascurata da me sulla schedola di associazionecioè
Palazzo Poli2° piano.
Stringete la mano con mia procura al gentilissimo ed ottimo vostro prof. Massariraccomandandogli quel tal figlio de' sei baiocchi.
A proposito! non vi lasciai il 2° sonetto sulla faccenda Lanci-buffiana. Avete il primodovete avere quest'altroper mandarli insieme al paradiso delle cartacce. E perché qui non entra ve lo scriverò alla voltata del foglio.
Dunque abbiatevi un V.S. da carte di musicache alcuni spiegano per Vossignoria. Questo modo d'interpretare io lo conoscoperché vivo nel paese degli antiquari.
S.P.Q.R. Senatus Populusque Romanus
S.P.Q.R. Soli Preti Qui Regnano.
Prima del sonetto due altre parole. Dite al M.se Prof. Antinori che il cucullato si crede dai linguisti o linguacciuti che sianopossa applicarsi per modo estensivo ad ogni genere e specie di claustraliessendosi detto da buoni poeti fra i quali il Montichiercho e cocolle per preti e frati.
O buona o non buona ragioneio me la ingolloché la mia serve d'indulto. Circa poi all'Arciconsolofu egli appunto la pietra dello scandalo. Ed ora sia il capro emissario solvens pro cuncto populo. Ditegli anche questo.
Ora trapassiamo al sonetto in nome di Dio. Intanto stringete il lucchetto e mantenemi schiavo.
Il vostro 996

[segue la copia del sonetto: "Corri dunque sull'Arnoo cucullato"]

LETTERA 215.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Di Roma16 luglio 1835
Mio carissimo amico
Ritornato appena da una delle mie frequenti escursioni a Perugiadove ho il mio Ciro in collegiomi son veduto ricapitare in nome di vostro fratello Filippo due esemplari di una Lettera di Eveno Aganippeo ad un suo amico diretti da voi con sopraffascia uno a mia moglie ed uno a me. Potete pensare se questo invio mi ha fatto piaceree se me lo ha fatto per più titolitanto come un testimonio del non essere io mai morto nella vostra memoriaquanto pel pregio dell'opera e per l'interesse della relazione che la costituisce. Ed io che vostra mercè conosco codesti luoghi e li sconosco sì beneholeggendo la vostra descrizionecreduto quasi di rivederli in realtàe provato un senso di soddisfazione al cui complemento non mancava che la vostra compagnia. Il racconto poi del rappacificamento tra i due paesi vi so dir io che m'ha commosso sino a inumidirmi gli occhi tanto i generosi atti di virtù signoreggiano il cuore umano. Intorno al quale avvenimento una curiosità mi rimane da appagare e una preghiera da farvi. Chi fu quel gentilesul capo del quale pose Apollo la Corona come al principal promotore della riconciliazione di due popoli? Scommetterei qualunque cosa men preziosa della vostra amicizia essere stato colui che si nomina alle linee 18 e 24 della pagina 6adue linee degne d'essere incise in bronzo. Se mi sono ingannato nella mia congettura dovrò credere che in S. Benedetto viva un altro Voi-stesso.
Vengo ora a dirvi che il vostro dono è giusto venuto a trarmi una spina dal cuore. Io era con voi in collera. Seppi un vostro figlio essere stato in Romae voi non me lo indirizzaste. In lui avrei onorato lui e il padre. Io non voleva più venire a vedervicon vendetta da buon cristiano rendendo bene per male. Ora su ciò si vedràe allora sarebbe la vendetta più acerba.
Le mie occupazioni sono continue: mi occupo in appianare la futura carriera letteraria di mio figlio. Attualmente gl'illustro uno dei tre poemi di Virgilioe gli distendo un ampio piano di Mnemonicaperché se mai dovrà perdere la memoriacome va succedendo a meabbia pronto un soccorso. Ho anche scritto uno scartafaccio pel quale ho da un libraio di Parigi offerta di 100.000 franchinon per l'eccellenza dell'opera ma per la novità della materia e della forma. Ma i tempi corrono ad essa contrariae verrà forse in sepoltura con me.
Riveritemi la vostra famiglia. Salutatemi tutti i Voltattornie Pippo Lenti e la moglie. Che n'è del Comite nostro? Mariuccia vi ringrazia e vi stringe la mano. Sono il vostro G. G. Belli
palazzo Poli.

P.S. Vi spedisco un mio vecchio ciafrugliorecentemente stampato in un giornale per cui scrivo qualche articolo come Iddio vuole.

LETTERA 216.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma30 luglio 1835
Mio caro Ciro
Rispondo alla tua del 25. Vedo che non mi hai data risposta alla dimanda che ti feci nella mia precedentecioè se conservi ancora le vedute e la pianta di Roma che noi ti regalammo. Non mi ricordo di avertele in quest'anno trovate fra i tuoi impicci. Mammà ti abbracciasaluta e benedice.
Come tu saiil giorno 15 agosto è il giorno della di lei nascita e del nome di casa. Dunque tu dovrai al solito scriverlee siccome io dubito di qualche tua leggiera dimenticanzate lo ricordo. Eccoti qui appresso la minuta della lettera che le manderai e che dovrai impostare immancabilmente la sera di giovedì 13 agosto - Ricevi i saluti degli amicidella famigliae di Antonia specialmente: riverisci i tuoi Signori Superiorie prenditi i miei abbracci e la mia benedizione.
Il tuo aff.mo padre

Perugia13 agosto 1835
Mia carissima Mammà
Scrivo questa lettera e faccio conto che vi arrivi sabato 15. Se in quel giorno Voi riceverete le congratulazioni e gli auguri di tutti i parenti ed amiciè molto più giusto e doveroso che vi concorrano i voti di un figlio che tanto vi deve e tanto vi ama. Vogliate dunque aggradireMammà miaquesta prova della memoria che io conservo di Voi e della vostra tenerezzae siate convinta che tutti i miei desiderii sono rivolti al fine di vedervi menare lunga e tranquilla vitaalla felicità della quale io procurerò sempre di contribuire con tutto lo sforzo della mia volontà. Queste Mammà mianon sono vane parole di lingua ma sincere espressioni del cuoregiacché io non posso aver cosa più cara che i miei genitori. Spero non lontano il tempo in cui potrò con le azioni provarvi la verità di quel che oggi vi dico. - Ricevete i complimenti de' miei Sig.ri Superioribeneditemie credetemi

Vostro aff.mo figlio Ciro

LETTERA 217.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma3 settembre 1835
Mio caro figlio
Alla tua lettera del 29 passato agosto rispondo per mezzo del Signor Evangelisticugino de' Sig.ri Fanie addetto allo studio del Signor Biscontini. Egli torna a Perugia e ti recapiterà le presente. Veramente dopo le mie speranze e le tue promesse quel nuovo mediocre mi ha non poco sorpreso e disgustato. Questa benedetta lingua latina mi pare che tu non la voglia in corpoed al contrario senza di essa farai pessima figura nella carriera del saperee vedrai più difficili i seguenti tuoi studi letterarii. Come la nostra Società è costituitaun uomo che voglia distinguersi dal volgo ha necessità assoluta della lingua latina. - Che farai tu nell'anno venturo? Vorrai seguitare nella medesima classee passarci e consumarci tutto il tempo del tuo convitto in collegio? Ciro miovoglio concederti che questa lingua ti riesca difficilee realmente non è facilema le difficoltà si vincono ad una ad unacome le altezze delle montagne si superano a passo a passo. Un uomoal quale venga ordinato di trasportare da un luogo all'altro mille libre di pesosbigottiròse il peso non è divisibile in partinon però se lo sia. Egli allora ne trasporterebbe anche il doppioil triplocentuplo etc. Il solo tempo a la perseveranza gli basteranno al bisogno. Anche un bambinoad once ad oncepuò eseguire quello stesso trasporto. Così devi dire di te o della lingua latina. Se gli ostacoli ti si facessero incontro tutti insieme come un torrente improvvisoio sarei il primo a riconoscer giusto in te e naturale lo smarrimento dell'animo e la mala riuscita. Ma i tuoi Maestri non ti dividono eglino forse quel torrente di giorno in giorno in sottili facili ruscelletti? ResistipersistiCiro mioe vedrai la verità del proverbio gutta cavat lapidem.
Circa alla spazzola pel pianforte hai ragionema non se ne sono mai trovate da questi spazzini che ci dicevano aspettarle di Germania La ho dunque ordinatafacendone io un modellettoad uno di questi nostri stupidi e negligenti artigiani di Roma. Appena avuta te la spedirò.
Mi hai salutato in nome della Signora Cangiani: m'immagino che avrai voluto dire Signora Cangenna. Se vedi o Lei o il Sig. Luigi Michelettiritorna loro i miei ossequi. Riverisci i tuoi Signori Superiori e così i Sig.ri Maestri Speroni e Fani. Mammà ti abbraccia e benedice. Gli amici di casa e i domesticiparticolarmente Antoniati salutano. Sono di cuore
il tuo aff.mo padre.

LETTERA 218.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma15 settembre 1835
Mio carissimo figlio
Ebbi in tempo la tua dell'8 correntee non risposi subito sperando poterti dare buone notizie della scopetta pel pianforteda me ordinata secondoché già ti accennai. Masiccome io prevedevami hanno fatto una porcheria e una cosa inservibile per tutti i versimalgrado tutte le più minute mie dichiarazioni intorno alla formaalla grandezza e all'uso. Ho pertanto dovuto ordinarne un'altra a un diverso scopettaroe il cielo me la mandi buona ancor questa volta. Dovrebb'esser fatta per venerdì prossimoe in questo caso pregherò il Sig. Dottor Micheletti di portartela nel suo ritorno a Perugia.
La tua Mammà ed io siamo restati oltremodo contenti de' tuoi successi nella recente premiazione. Quantunque tu non sii stato nominato ad alcun primo premiopurtuttavia quattro nomine non sono da calcolarsi per nullatanto più che esse abbracciano tutte le classi nelle quali ti sei tu in quest'anno occupato. Abbine dunqueCiro mio caroi nostri affettuosi rallegramentie ricevi pur quelli di tutta la nostra famigliae de' parenti e degli amiciai quali non ho trascurato di far conoscere i tuoi trionfi. Forte adessoCiro miocoraggioe avanti senza arrestarti. Vedi pur bene che le difficoltà poi si vincono. Tu entrasti in collegio nel 1832: ebbene che avresti tu detto prima di quell'epocase avessi assistito ad una premiazione di fanciulli negli stessi studi che tu adesso coltivi? Ti sarebbe stato impossibile il concepire come quelle tenere menti avessero saputo aprirsi a nozioni secondo il tuo vedere astrusissime. Eppure ci sei arrivato ora anche tu. Hai studiato di ora in oradi giorno in giornodi mese in mesedi anno in anno; ed ecco la intiera somma di tante piccole fatiche e di que' gradati profitti. Come abbiam detto del passatoargomenta tu pel futuro. Gli ostacoli si vincono collo stesso progresso con cui la lancetta di un oriuolo percorre il quadrante. Pazienzatempoe perseveranza; e si diviene sapienti.
Benché la sorte ti abbia favorito in due bussoli della premiazionepure noi vogliamo darti un segno a parte della nostra soddisfazione. Il Signor Micheletti adunqueti consegneràoltre la scopettaun altro oggetto col quale speriamo che ti divertirai moltosenza che sia un giuocherello. Ti prego però fin da ora di tenertelo a contoperché costa assai e perché merita il titolo di passatempo anche di una età più matura della tua. Conserva le tue coseCiro mioe pensa che ormai ti disconverrebbe troppo lo sciupio de' fanciulli.
Amerò di conoscere a suo tempo i nuovi studi ai quali ti si farà applicare nel nuovo anno scolastico.
Ormai son principate le tue campagnate. Si va quest'anno a caccia colla civetta? Cacciatori malpraticifortuna di uccelli.
I parentigli amicii domestici (particolarmente Antonia) ti salutano. Ti saluta anche la cognata del Sig. Bianchi la quale è in Roma. Mamma ed io ti benediciamo e abbracciamo di cuore.
Il tuo aff.mo padre

LETTERA 219.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma19 settembre 1835
Mio carissimo figlio
Il Sig. Micheletti favorisce recarti la presente ed il resto. Eccoti quanto ti annunziai nella mia antecedente del 15. - La scopetta pel pianforte mi pare che possa andar bene. Che se mai i peli sembrassero al Signor Fani forse alquanto lunghettigli sarà facile sotto la sua direzione il farli un poco accorciareciocché potrebbe compiacersi di eseguire il Sig. Felicetti che ha pratica del maneggio delle forbici. Fa' leggere al Sig. Fani queste mie parolele quali io però conchiudo con dire che a mei peli della scopetta non sembrano di lunghezza sconveniente al loro uficio. Salutamelo il Sig. Fanie digli che faccia egli altrettanto con la sua famiglia. Tieni da contoCiro mioquesta scopettae non rovinarla col gettarla qua e lào col giuocarvi. Essa può essere eterna.
Unito ad essa troverai un libro contenente i costumi civiliecclesiastici e militari della Corte papale. Avendo tu (come mi assicurasti) conservato le vedute di Roma che ti furono già da noi donatequesti costumi possono riuscirti piacevolie di utile trattenimento intorno alle cose della tua patria. Non mandarli a maleché mi dispiacerebbetanto pel disprezzo che mostreresti ai nostri regaliquanto per la somma di varii scudi che sarebbero come gettati. Tu ora sei un omettoe ti disconverrebbero le negligenze della infanzia. Hai capitoCiro mio?
Colla prossima venuta del Sig. Biscontini avrai le sotto-calze di cotone da invernoe quindi a poco ti sarà spedito quanto occorre per rinnovare il tuo vestiario per la detta stagione. Va bene?
Tutti ti salutano al solitoe Mammà ti abbraccia con me e benedice. Riverisci i tuoi Sig.ri Superiorie credimi pieno per te di tenerezza
Il tuo aff.mo padre

LETTERA 220.
A GIACOMO FERRETTI - ROMA
Di casalunedì 21 settembre 1835
Mio caro Ferretti
Tu sai come io per le delicate ragioni già a te manifestate non aveva in mente di scrivere per la Bettinioalmenodi non inviarle i versionde non far forza alla sua volontà. Ma che vuoi! un pensiere improvviso mi si è cacciato nella penna e in un momento è voluto venir fuori in inchiostro.
Cotto e mangiato. Adesso scritto il sonettoadesso ricopiatoadesso a te diretto; e siamo alle 9 di questa sera. Ecco gli umani propositi. Il mio sonetto è un compendio della storia del mondo fisico e del mondo socialecome la Bettini parmi un compendio del bel sentire degli uomini.
Non dirmi che io ti tenga pel mio portalettere: tu mi sei troppo di meglio. Dunqueper cortesia del tuo animose vedi alcuno pel cui mezzo mandare alla Sig.ra Bettini il mio microcosmoti sarò grato del tuo favorecome lo ti fui per risguardo al Sig. Domeniconi. E due. Poi... ma ascolto Stazio che mi ricorda

Quid crastina volveret aetas
Scire nefas homini.

Amamisaluta la tua famigliasaluta il povero Zampied abbimi sempre aff.mo amico
G. G. Belli

[Retro è aggiunto] Mi ha scritto il Fani se potesse venire per 1° della 2a coppia di viole a Tor di nonaonde per tuo favore parlarsene al Tassinari.

LETTERA 221.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[29 settembre 1835]
Gentilissima mia Signora Amalia
fra le cortesi accoglienze della sua casa io dimenticai ieri tutto il resto del mondoperché il mio spirito non sa fare che una cosa per volta. L'avvocato Biscontini mi avevaimposto di riverirlad'intercedere per lui un perdono anticipato alla mancanza che le di lui brighe gli faran forse commettere di non venire ad inchinarlesi prima della di lui prossima partenza per Perugiae finalmente di chiedere in di lui nome i Suoi comandi per quella città. Procuro di rimediare oggi alla mia omissione di ieri nello stesso tempo che riparo l'altra mia storditaggine intorno ricapito della lettera di Fani. Anche per questa potrei però addurre una scusa: la mia fretta di venire da Lei. In tutti i modi convengo per amore di sinceritàla mia memoria essere abitualmente un po' infermae ne' suoi esercizi abbisogna di analogie e di rapporti. Eccoper esempiole tre parole PerugiaAmore ed infermapoco anzi scrittemi han fatto mo ricordare che il giornale scientifico-letterario di Perugia stampò una mia novellettaintitolata Amore infermo. De gli estratti esemplari mandatimene dal Direttore me ne resta ancor unoche pare aspettasse Lei in Roma affinché il fondamentale pensiero della novella ricevesse una solenne mentita. La pregomia gentilissima Signora Amaliadi riceverlo in piccol testimonio della mia divozione a' Suoi grandi meritirapporto ai quali la mia memoria avrà in avvenire poche confessioni da fare e meno assoluzioni da chiedere.
Presenti i miei ossequi alle Sue Signore Madre e Sorellae mi conservi nell'onore di essere Suo d.mo ed aff.mo servitore
Giuseppe Gioachino Belli
Di casa29 settembre 1835.

LETTERA 222.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[2 ottobre 1835]
Gentilissima Signora Amalia
nella prossima notte parte l'avv.to Biscontini per Perugia. Facendo io seguito a quanto Le scrissi martedìLa prevengo di ciòperchéavendo Ella a Perugia fresche relazionipossa approfittarsi di questo incontro ad ogni Suo piacere. Verrò io stesso dopo il pranzo a ricevere in procuratorio nome i Suoi ordini. Sarebbe superfluo ed anche temerario il qui aggiungere che io con simile avviso non presumo disturbare menomamente la Sua libertà. Ella mi aspettinon mi aspettifaccia il pieno Suo comodo. Basteràdov'Ella esca mi lasci una parola in Sua casabenché all'estremo il non trovare pure alcuno lì sarà una risposta anche quella. Unico male in tuttociò il non poter riverirla.
Le raccomando quel mio povero convalescente. Gli abbia cura e lo guardi dalle intemperie. Una recidiva! Dio guardi! Il Tempo non salverebbe meglio della Ragione. Io però gli spero tanto di vita che possa venire in un baule a fare un viaggio con Lei. Si dice che i viaggi rimediano a tutto.
Perdoni le mie scipite faceziee mi creda seriamente
suo Servitore vero G. G. Belli
Di casavenerdì 2 ottobre 1835.

LETTERA 223.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma13 ottobre 1835
Mio caro figlio
Ricevo la tua letterina del 10e mi maraviglio di non trovarci neppure una parola intorno alla scopetta pel pianforte e al libro di costumi che fin dal 19 settembre ti spedii pel mezzo del Sig. Dottore Micheletti. Che egli non ti abbia fatto la consegna di quegli oggetti è impossibileed altronde io te ne ho tenuto parola anche nella mia lettera unita alle calze di cotone (e non di lanacome tu dici)di cui mi accusi il ricevimento. Dunque da che dipende il tuo silenzio sui nostri doni? Da disprezzo non voglio neppure supporlo. Io dovrei inquietarmene e rimproverartene con qualche serietà; ma prima voglio udire le tue ragionise ne hai di plausibili. Che se mai ciò dipendesse dalla tua solita ed abituale spensieratezzami darebbe poco coraggio per continuarti le mie attenzioni. Bastaogni prudente giudice deve prima ascoltare le difese e poi condannare od assolvere. Io ti desidererei innocente perché non so avvezzarmi alla idea che tu possa divenire un egoista e un ingrato. Nulla io pretendo da te fuorché studio e bontà. Ma pare a teCiro mioche il non riconoscere le altrui premure andrebbe d'accordo con la bontà che da te desidero? Io so bene che se qualcuno ti percuotessetu gli diresti: Mi hai fatto male. Or beneallorché alcuno ti usa un favorenon dovrai tu dirgli: Mi hai fatto bene? E quando il beneficente si contenti di questa sola rispostatrascurerai tu il dargliela? Insomma fra la scopetta ed il libro si ritrovava pure una mia lettera. Bisogna dire che siasi smarrita fra le tue cartacce: altrimenti essa medesima ti avrebbe ricordato il tuo dovere. Arrestiamoci quiperché io mi avveggo di trascorrere a quella sentenza che non voleva più ora pronunciare. Intanto restiamo buoni amicie diamoci un bacio. La tua buona Mammà ti benedice ed abbraccia. Gli amiciAntonia e gli altri domestici ti salutano. Tu riverisci i tuoi Sig.ri Superiori e la Sig.ra Grazioli se la vedi.
Mi ripeto colla solita tenerezza
il tuo aff.mo padre

LETTERA 224.
AL SIGNOR ESTENSORE DEL CENSORE UNIVERSALE DE' TEATRI - MILANO
Di Romaottobre 1835
Onorevole Signore
La nobile ed assennata risposta fatta da V.S. ad alcuni rilievi della Gazzetta Piemontese sul Melodramma La Pazza-per-amore del nostro concittadino Sig. Giacomo Ferrettiavendoci in Lei mostrato un franco amico della veritàci dà animo a pregarla d'inserire nel suo divolgatissimo foglio queste parolescritte nello spirito di esercitare un nuovo atto di giustizia contro due laconici articoletti del giornale Il Figaro (N.N. 7383) relativi all'Opera di Roma nella corrente stagione autunnale. Venne in quelli annunziata la caduta della musica del RicciGli Espostiseguita dalla rovina di uno dei capi-d'opera rossinianiL'assedio di Corinto; con nuda e secca sentenza se ne addossò la colpa alla prima donna Sig.ra Annetta Cosatti e al tenore Sig. Alberti. Noi non sapremmo negare il poco fortunato successo dell'unocome osiamo sostenere che l'incontro dell'altro pareggiasse la gloria già ottenuta sulle medesime scene allorché fu prodotta sotto gli auspici del valore di un Galliil cui solo nome è un elogioe la cui sola comparsa assicurava un trionfopria ch'egli andasse a trapiantar nel nuovo mondo i lauri mietuti nel vecchio. Noper verità e per giustizia diremo tutt'altro. Ma il ciel chiuda la bocca di chiunque volesse far eco alle accuse del Figaro onde giustificare i motivi di que' disgraziati naufragi. Perìè veroil naviglio del Riccimeno però per l'imperizia dell'equipaggio che per le forme del legno poco atte a correr queste acque. Snellospalmatoelegantema non troppo fatto pel Tevereentro a' cui vortici (stupendo a dirsi) affonda talvolta miseramente ciò che lieto galleggia sul Ticino o sull'Adda. Eper lasciar le metaforeverremo a conchiudere che l'Alberti non è certo un Rubininon è un Dupreznon è quel che una volta fu il David; ma neppure è un cantore da chitarrinosiccome al Figaro sembra ch'ei sia. Né alla Cosatti debbonsi concedere i pregi delle Malibrandelle Ronzidelle Unghere delle altre poche celebrità dell'odierno teatrochiare in Italiachiarissime fuorie rimunerate ovunque in una sera con quanto consolerebbe per un anno numerose e virtuose famiglie. La Cosattipiù umile di tutte costorole quali non sempre si possono averenon merita purtuttavia di comparire ne' pubblici fogli quasi capro-emissario carico de' peccati del popolo. Dotata dalla natura di gratissima voce e robusta ed estesanon povera di sentimento e d'intelligenzadi un aspetto da non mandare le genti in delirio ma neppure da far chiuder gli occhi a nessunoessa nulla poté aggiungere all'Opera come nulla le tolse. Non incontrò nella musica del Ricci; ma chi piacque in essa? La Sig.ra Amalia Pellegrinidice il Figaro. - Signor Figaronoi abitiamo a Roma ed Ella a Milano dove fu indotto in equivoco da una romana relazione che guardò agli effetti senza curarsi delle cause. Sappia Ella dunque che se la sua gentile concittadina riscosse un applauso nella prima sera (e forse lo avrebbe meritato eguale nelle successive) l'uditorioche era annoiatovolle rallegrarsi un momento. Questa abbiasi per istoria vera quanto la scoperta delle Indie. Lungi la malignità da noi che stimiamo la Sig.ra Pellegrini al suo giusto valore. Ma il solo averla posta sopra alla Cosatti fa scorgere che in quell'applauso ci fosse qualche cosa sotto. Il pubblico applaudìla Pellegrini ringraziòe tutto finì in buon umore. - Venne poi L'assedio di Corintola Cosatti vi trovò canto per leie gli evviva salirono al Cielo. Eppure quel maraviglioso lavoro non si sostenne! Perché? A ciò risponda Maometto.
Terminiamo questo ormai lungo cicaleccio colla seguente appendice. Il Figaro ha una pagina consacrata ai teatri. Ebbeneparlandovi delle nostre disgrazie non si scordi di notarvi le nostre fortune. Ci compiange egli nella musica? Ci invidii dunque nella prosa; e narri alla Lombardiaalmeno una voltacome in Roma si trovi adesso e fanatizzi i Romani la comica Compagnia Mascherpanella quale per tacer di vari altriuna Bettiniun Domeniconiun Colomberti e un Gattinelli son quattro colonne da sostenere il peso di qualunque drammatico edificio.
G. G. Belli

LETTERA 225.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[Roma26 ottobre 1835]
Amabilissima mia Signora Amalia
I nostri discorsi (così come suole accadere conversandoche di uno in altro proposito principiasi talora da un paio di occhiali e si finisce coll'incendio di Troia)ci condussero negli scorsi giorni a parlare di quella romana generazione di letteratii qualifra sé ristrettie schivi di tutt'altri e tutt'altro che non sia loro e in lororegalansi scambievolmente il modesto titolo di santo-pettoe ciò per la santità del loro amore verso le lettere del Trecentobeate quelle e beato questo per omnia saecula saeculorum. Ricorderàgentil Signoracome io le narrassi essere uno di costoro venuto a morte nel 1834e aver commossa la mia povera musa novecentista a piangerne l'amarissima perdita. Or bene io Le invio oggi i versi spremuti dal mio dolore in quella lugubre circostanzae consecrati a tutti i Santi-petti compilatori del giornale-arcadicogiornale profetico chezoppo più di Zoilo nelle sue pubblicazionisuole spesso annunziarecon data per esempio del '32antichità dissotterrate nel '33. Se questa non è profezia bell'e buonaDio sa cosa ell'è.
L'illustre defunto ebbe nome Girolamo Amati di Savignano. Fu veramente buon grecistabuon latinistabuono scrittore italiano. Molto seppe e moltissimo presunse. Con pochi usava: degli altri non rispondeva neppure al saluto. Sordido e senza camicia sotto i panni: di volto satiro e così di parole; e tuttavia ne' suoi scrittiper umana contraddizionenon raro adulatore dei potenti. Stridulo poi nella voce come cornacchiae ruvido nel corpo e ne' modiquanto il rovescio d'una impagliatura di sedia. A quella corrugata frontedegnissima di un posto nella commedia de' Rusteghiprofondevano i di lui cari fratelli il nome solenne di fronte omerica in grazia forse del cervello che ricopriva. Ne' miei 14 versi e nella nota dichiarativa incontransi alcuni fiori di linguaonde vanno sparse le carte e olezzanti i colloqui de' Santi-petti ai quali il Segato di Belluno niente saprebbe più dare oltre quanto lor concesse prodiga la natura. Se v'è da ridereSignora Amaliarida con me: se poianzi che di risoprovi Ella senso di nausealaceri questi fogli e si rallegri colla dimenticanza e de' Santi-petti e del loro encomiatore
Gius. Gioach. Belli
Di casa26 ottobre 1835

IN MORTE DI GERONIMO NOSTRO

O Santi-pettio primi arcadi eroi
D'ogni savere e gentilezza ostello
In cui lodiam quanto di raro e bello
Formar seppe Natura e prima e poi:

Spenta è la luce che mostrava a noi
Carità benedetta di fratello
Sulla omerica fronteove il suggello
Fu di spregio d'ognun fuor che di voi.

Levate alto gli omeile genitali
Blandizie vostree i modi lusinghieri
Onde fra voi vi divolgate uguali.

E come già rendeste allo Alighieri
Date suffragio a lui di Parentali
Fra il piantoi rosolacci ed i bicchieri.

LETTERA 226.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma14 novembre 1835
Mio caro e povero Torricelli
Come è bugiardo il mondo! quanto brevee mal locata la gioia dell'uomo! Tornato io a casa ben tardi nella mattina delli 12 (?)trovai sul mio scrittoio una letterail carattere del cui indirizzonon visto da tanto tempomi rallegrò. Era tua lettera. Non fosse mai giuntao non l'avessi mai letta! E fu ventura la trascorsa ora al rispondere: nel mio sbalordimento ti avrei scritto delirj. Le prime parole di quella - Martedì Clorinda fu lietissima ad un pranzo di suo cugino - mantenneroaccrebbero anzi il mio piacere ingannevole. E se al tuo dolorea te ingenuoa te non seconda vittima del funebre caso si potessero mai da me amico tuo attribuire oratori artifici in mezzo al piantoed alla desolazioneparrebbe quel lieto verso destinato quasi a rendere più straziante l'inatteso effetto del resto terribile. Già dalla seconda linea - quel "tornò a casa in ottimo stato di salute" principiò a gelarmi il cuoreperché nel corso ordinario della vita simiglianti frasi non sogliono usarsi maise nonpreliminari di funeste notizie. O la giovanebellae gentile tua sposa! piangimio Torricellipiangiche ne hai ben motivo. Non sarò io quel freddo spettatore della tua miseriache venga a tentare il tuo nobile animo colle comuni risorse della sistematica consolazione. Sìesala nel piantoun'angosciachetrattenutapotrebbe fare a lutto sei orfani. Chiudi gli orecchi agli zelatori del fatoe del cielo: tu ne sai più di loro. L'umanità ferita chiede oggisolagli affetti del tuo cuoree le meditazioni del tuo spiritoe l'amore deve farsene il signore assoluto. Tu molto perdesti: non tutto; e ne hai verità in quei sei volticopie fedeli della cara immagineche si dileguò. Ma la provvidenza albergò nel nostro petto più tenerezzequella di figliodi amantedi maritodi padredi amico tutte le hai tu conosciutee profondamente sentite. Una ti fece gemeree ancora ti fasulle ceneri del tuo buon genitore: due altre ti si risvegliano adesso più imperiose che primaperché la natura oltraggiata dalla morte si vendica sul cuore più prossimo al colpoe perché nella perdita è più la coscienzache nel possessoe nel medesimo acquisto. Dunque ciòche ti rimane e di prolee di amici non è per ora compensato del troppoche ti mancò. Tu però offeso dalla morte in quel che ti tolsesaresti ad un tempo offensore di quel che ti lasciase all'umanissimo e bollente tuo animo volessi imporre di forzae di slancio il conforto pericoloso degli uomini materiali. La cristiana rassegnazione non abbisogna per trionfare sulla nostra fralezzadella mentita impassibilità dello stoico. Umiliare il pensiero ribelle all'onnipotenza è segno di pietàe di ragione. Asservire gli affettiche onorano la nostra specieè pruova di vizio e di ferina stoltezza. Cosìtu piangimio caroper sollevarti il cuore degnamentee conservarlo sano a' tuoi amicie a' tuoi figli. Il temposedatore di tutti i moti dell'universoti restituirà poi quella calmacheaccompagnata ora sempre da dolce mestiziadà fede perenne di una vecchia sventura patita in chi meritava continuità d'ogni bene. Intanto io associerò le tue alle mie lagrimesapendo tu bene quanto quella bell'anima castamente mi amasseperché tu mi amavie come io vi ricambiassi dello stesso affettoche a te mi congiunge. Bacia per me i tuoi cari figlie quando li condurrai ad infiorare la tomba maternatra le mani tenerelle di quelloche dovrò io tenere al sacramento della confermazioneponi un fiore di piùcon l'animo che sia gittato sulla pietra in pietosa memoria della mia afflitta amicizia.
Il tuo G. G. Belli

LETTERA 227.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma8 dicembre 1835
Mio carissimo figlio
Rispondo io per la tua mammà alla lettera che tu le inviasti il 28 novembre. Ad entrambi noi piace assai di udire le tue promesse di un maggiore impegno nell'esercizio delle scale musicali. Lo conoscoquegli esercizi sono alquanto aridi e poco gustosima senza di essiCiro mionon si può davvero giungere alla perfezione del suono. Insommanella musica come in ogni altra arte o scienza gli elementi riescono sempre duri e difficilimasuperati quelliper ogni grado di pena sofferta se ne guadagnano mille di soddisfazioni e di gloria. Non prevedi tuCiro mio caroil diletto che procurerai a te stesso e agli altri allorché adulto e desiderato potrai far mostra de' tuoi talenti in un adornamento che la moderna educazione tanto aggradisce? Se tu non avessi a sapere che la sola musicasaresti un soggetto molto comune: con la unione però di più solidi fregii quali saranno gli studi del tuo collegioquella della musica farà di te più risalto. Mi pare avertelo detto altre volte: nei momenti di fastidio per gli ostacoli di qualunque progresso bisogna pensare al riposo e al bene futuro; e questa idea non puoi credere quanto alleggerisca i travagli presenti. Io parlo per esperienza; ed ho mille volte provato la realtà di quanto ti vo' dicendo. Spesso anche a me sembra spinoso un lavoro: ebbeneio allora chiudo gli occhie con quelli della mente trascorro a vagheggiare i successi che me ne possono derivare nell'avvenire. Entrato appena in me questa persuasione sento raddoppiare la mia lena e il mio coraggioe mi pare un prato molle ed ameno ciò che prima mi aveva sembianza di una valle piena di scogli e di tenebra. Io ti parlo di me perché tu devi essere quel che son io: tu ed io anzi siamo e saremo sempre una medesima cosa; ed allorchéfinita la tua educazioneritornerai a vivere con meci aiuteremo scambievolmente dei nostri lumi reciprocie godremosperogiorni tranquilli e onorati nella soddisfazione de' nostri doveri.
Mammà ti salutaabbraccia e benedice insieme con mesiccome insieme con me ti prega di riverire il Sig. Presidenteil Sig. Rettore e gli altri tuoi Superiori. Antonia e gli altri domesticinon che gli amici di casati dicono mille cose cortesi. Io sono
il tuo aff m° padre

LETTERA 228.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[14 dicembre 1835]
Cortesissima Signora ed Amica
La cara donna pianta in queste mie rime fu Teresa Sernicolisorella del professore di questo nomeil quale acquistò grado e onore di cavaliere non per ventura di natali e di cieco favorema per meriti veri nella santa arte che volge a salute della umana vita il ferroi cui benefici e le offese ebbero forse una allegoria sapientissima nella lancia di Achillecausa e rimedio di aspre ferite.
Amabile per forme e più per costumiandò colei moglie ad Annibale Leprifavorito dalla fortuna di agi e dalla natura di alti sensi e raro cuore. Religiosaamenacasta e compassionevole formò essa la delizia del marito e il decoro della casa per diciassette annie di trentanove morì nel 1833 lasciando il suo sposo non padreperò che fra tanti doni non volle il cielo concedere feconditàforse per renderle meno penosa la immatura morte.
Molti distinti uomini con soavi carmi ne lagrimarono il fatofra i quali vi nominerò Giacomo Ferretti e per l'amicizia che a lui ci legae perché la prima figliuola di luiCristinaebbe nome e nuova madre per quella benedetta al sacro fonte della rigenerazione: circostanza atta a farne dolce la memoria anche a Voi che non la conoscestea Voi sì tenera dell'affettuosa famiglia del nostro amico.
Vivete sana e sempre più cinta di gloria.
Roma14 xbre 1835.
G. G. Belli

LETTERA 229.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma22 dicembre 1835
Mio carissimo figlio
Ebbi la tua del 12e mi piacque leggervi le promesse che in essa mi faitanto più per una specie di convinzione che mi dimostri intorno alla verità dei miei consigli.
Si sta preparandoCiro mioqualche cosetta da mandarti secondo il consueto fra le feste e il capo d'anno. Ho fatto costruire espressamente una scattola per queste spedizionied ho ordinato che vi sia messa una serratura con due chiaviuna delle quali manderò a te perché la conservied un'altra la riterrò ioaffinché la scattola possa andare avanti e indietro tra Roma e Perugia come una specie di baulettosenza bisogno d'inchiodare e schiodaree senza necessità di rinnuovare tanto frequentemente quest'oggetto di trasporto. Darò dunque ordine al vetturale che dopo averti lasciata la cassetta venga a riprenderla per riportarmela vuota in un altro viaggio che farà egli per Roma.
Oltre i saluti della Signora Cangenna che tu mi facestiebbi una lettera nella quale mi parlò gentilmente di tee me ne dette buone nuove. Se tu la vedi riveriscila in mio nomee dà un bacio al piccolo Cencino.
Presenta gli ossequi della tua Mammà ed i miei a' tuoi Signori Superiori e Maestried in ispecial modo al Sig. Presidente e al Sig. Rettoreai quali farai mille auguri di felicità per le prossime Sante feste e pel successivo nuovo anno.
Gli amicii parenti e i domesticifra i quali principalmente Antonia ti dicono mille cose affettuose. La tua buona Mammà ed io ti benediciamo e abbracciamo teneramentee preghiamo Iddio perché ti ricolmi l'animo di allegrezza nel tempo natalizio come nell'anno nuovoe per lunghissima vitatutta onorata ed utile al tuo bene e all'altrui. Ricevi queste espressioni dell'amore vero ed ardente del tuo
aff.mo padre

P.S. Poco prima di mandare alla posta la presente mi è giunta l'altra tua latina scritta il 19 correntecioè nel 14° giorno avanti le calende di Gennaio 1836. BravobravoCiro mio; e benchè tu ancora non tocchi a sublimità nel possesso di questo idioma (siccome mi dici)purtuttavia io son contentoe ne ringrazio il gentilissimo tuo Sig. Maestrodel quale con molto piacere e mio onore trovo i saluti e gli auguri nella tua lettera. La tua Mammàbenchè meno dotta del suo Ciropure presso mia spiegazione ha potuto gustare le tue latine eleganze e te ne rimerita con mille nuovi abbracci. Così te ne fanno plauso coeteri noti ac affines.

LETTERA 230.
A NATALE DE WITTEN
nel giorno 25 dicembre 1835

Dopo trecensessantacinque giorni
Ed un giorno di più quando è bisesto
Torna il Santo Natal con tutto il resto
Cioè i Magiil presepio e i suoi contorni.

Io non mormoro già ch'esso ritorni
Bensì mi lagno che ritorna presto.
Perché ad ogni tornata è manifesto
Che ci crescono addosso i capricorni.

E non appena pei caffè in vetrina
Scopro i primi pangialliio dico: male!
Vedi come l'età passa e cammina.

Bastalasciam da parte la morale;
E piuttosto gridiam questa mattina:
Viva il Natale ed il Signor Natale!

G. G. Belli

LETTERA 231.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma9 gennaio 1936
Mio carissimo Torricelli
La composizioneosecondo il linguaggio de' tipografila pizza della tua inscrizioneè fatta. Non si può ancora imprimere perché l'incisore non ha fatto il monogramma del Cristo da porvisi in altoil quale manca al Salviucci nella grandezza proporzionata al nostro bisogno. Io però non cesso dallo stimolare.
Sul sonetto pel capo-d'anno ecco come la penso io ai versi 5° e 6°. - Il servo è il servo e il tiranno è a dirittura il padrone: il che si riferisce all'opre: il numero è l'anno 1835: l'appiè del trono è il punto dove si congiungono i rapporti del comando e della obbedienzae dove l'anno gli accoglie tutti nel suo seno per ritenerveli quasi cosa presente per tutta la durata dell'anno stessofinito il quale sogliono gli uomini considerare perfettamente passati i fatti in quello accaduti. Così dicesi è cosa di quest'anno; così fu cosa dell'anno scorso etc. Terminato l'annogli avvenimenti di quelloprendendo di un colpo natura di cosa remotacadono coll'anno stesso in grembo ai secoli che sono compiuti e riuniti all'eternitànella di lei parte antecedente al punto del presenteche è il solo momento da cui si possa concepire divisa. Difatti l'eternità mancando di estremineppure dovrebbe di ragione aver partile quali suppongono un mezzo. Quel tal che credo possa ritener più relazioni colle opre che non col servo e col tirannomentre costoro in caso obliquo e in vera obliquità di azione non istanno nel verso se non per caratterizzare le qualità dell'opre di servitù e d'impiego; di modo che alle sole opre vien consecrato tutto il resto di quella quartinadove il servo e il tiranno non figurano più. Dopo tante ciarle apparirà forse meno dichiarata la matta idea che io pretesi di esprimervi. Dio guardi però quel sonetto che abbisogna di tanti commenti!
Ti ringrazio del bel sonetto del Sig. Donini il quale si assapora senza uopo di arzigogoli. E così ti sono obligato per la cara e stracara ottava del Sig. Montanari. Come vi ha preziosamente riuniti i due nomi di Clorinda e Torquato! Ecco un modello rarissimo dell'arte di giuocare sui nomi con severa convenienza al soggetto.
E già che siamo in proposito di sonettisapraiose nol saitel dico ioche il Barone Ferdinando Malvica di Palermo s'è insorato con egregia donzella. Voleva miei versi. Gliene scrissi 14ma un comune nostro amicoil caro ed eccellente Biagini che nel 1830 ti feci conoscerenon ha creduto che gliel'inviassionde (son sue espressioni) non fargli cascare il cuore in terra. Li mando a techepovero Torricelliil cuore in terra già ce lo hai. Unisci dunque dolore con isdegnoe leggi i miei 14 versiseppure non debbano chiamarsi meglio 154 sillabe.
Ho letto la pistoletta del Santo-petto S. B. - Potrebbe farmi miracoligetterebbe l'opra ed il tempo. Caratterizzato un uomotutti i suoi attimi prendono il colore del suo carattere. Io sono irreconciliabilee chi ha offeso un mio amico ha vituperato meperché io considero nell'onore tutti i viventi obbligati in solidum. La lettera è bella e dolcedi quella venustà e mollezza che spiravano le lettere di quel morto capo-di-setta che ti sorrideva e pugnalava.
A proposito del Malvicanominato più soprarimandami per qualche occasione il suo-mio libro di epigrafia etc. Ti abbraccia il tuo B.

[In foglio a parte il sonetto al Malvica:]

Immagini di vitao Ferdinando
Pegni di voluttà fur gl'imenei
Infin che arriser più benigni Dei
A questo di virtù suol venerando.

Ma da che Italia nostra è messa al bando
E fra l'onta di barbari trofei
Nacque in lei morte e par viver in lei
Chi môve all'ara de' môver tremando.

D'onordi senno e carità ripieno
Se da sposa feconda avrai tu figli
Pensa a qual terra li deponi in seno.

Terra povera d'armi e di consigli
Terra cui mai non sorge un dì sereno
Terra di servitùterra d'esigli.

LETTERA 232.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma12 gennaio 1836
Mio carissimo figlio
Ho molto piacere che tu sia rimasto contento degli oggetti da noi inviati per tuo uso pel recente Capo-d'anno. È stato quel che si è potuto fare tanto in vista delle regole del tuo Collegio che non permettono oggetti di lussoquanto per rispetto delle circostanze de' tempi in cui la stessa prudenza non concede che si pensi a troppe superfluitàriuscendo anche difficile il far fronte ai puri bisogni. In ogni modoabbitiCiro mioin quelle cose un testimonio della nostra premura per te; e vivi sicuro che noi faremo sempre tutti i nostri sforzi affinché non ti manchino oneste soddisfazioniin premio della diligenza che ti raccomandiamo incessantemente ne' tuoi doveri. Tu non devi pensare per ora che ad acquistare virtù ed istruzionee le rimanenti cure per la tua felicità non verranno in noi giammai a diminuirsi. Tu formi l'unico oggetto di tutti i nostri pensieriaffinché un giorno tu possa benedire la nostra memoria. Se non avrai ricchezze da sfoggiare e insultare gli sguardi del Mondospero che ti avremo preparato un miglior patrimonio di onore e d'istruzioneche ti procacci una vita tranquilla e modesta fra l'approvazione e la stima degli uomini. Tutto in terra periscetuttoCiro miofuorché il decoro di un'anima elevataschietta ed ornata di salda cultura; e fino l'invidia e la malignità de' malvagi giungono a render poi giustizia ad un merito reale che non si smentisce da se stesso. Ti voglio convincere della bellezza della virtù e della forza che questa esercita anche sugli uomini viziosi. Sai tu cosa è la ipocrisia? È un'imitazione attenta e studiosa di tutto ciò che le umane azioni hanno di buono e di lodevole. Ebbenela ipocrisia è un vizio perché assume falsamente un esteriore virtuoso onde ingannare. Ma non vedi tu dunque che lo stesso vizio confessa così il bisogno di nascondersi sotto le spoglie della virtù? Non si chiama ciò un vergognarsi della propria bruttura? Non si scopre in quell'artificio la superiorità che tutto il Mondo è forzato a concedere al giustoall'onesto? Se pertanto la virtù può parere bella talvolta anche simulataperché non vorremo noi acquistare la realtà che non ha d'uopo di fraudi per sostenersi a fronte di tutti gli eventi? L'ipocrital'impostore fatica per apparir virtuosoma l'uomo onesto lo sarà e per sentimento altrui e per propria coscienza; e la coscienza è il primo giudice che noi dobbiamo rispettare e temere.
I primi suffragi di noi stessi li dobbiamo ricercare in noi stessi. Quando un malvagio è scopertoal disprezzo comune deve necessariamente unire quello del proprio convincimentonel che consiste il primo e il più tremendo gastigo della colpa. Lo studiofatto con cuor retto e col fine di migliorare la propria naturacontribuisce prodigiosamente al conseguimento della bontàperché chi studia cerca la veritàe la verità è come una fiaccola accesa da Dio per guidarci al possesso del vero bene. RiflettiCiro mioa queste ragionie parlane coi dotti tuoi Superiori che ti sono in luogo di padre. Io non posso così di lontano che accennarti qualche punto che l'esame e il discorso ti debbono sviluppare in tutta la loro ampiezza e illuminare di tutto il loro splendore.
DimmiCiro mio: come senti freddo? - Reciti al teatrino quest'anno?
Tuttie specialmente Antonia ti salutano. Pochi giorni addietro parlai di te lungamente al Sig. Avvocato Gnoli.
Riveriscimi i tuoi Sig.ri Superiori ricevi le benedizioni e gli abbracci della tua Mammà. Ti stringo al cuoree sono il tuo aff.mo padre.

LETTERA 233.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[Roma20 gennaio 1836]
Mia gentilissima amicanulla di più sconcio che le cose fuor di proposito. Avrei pertanto dovuto non mandarvi oggi le qui unite melensaggini che scrissi ieri pel libercolaccio il quale dovrà usurpare nel Vostro baule uno spazio assai meglio occupabile anche da un paio di calze da scarto. Ma il desiderio di dimostrarvi che ancor lontana dalla vista non potete esser remota dal pensiero di chi Vi conoscemi han fatto bravare le convenienze. Due altre considerazioni contribuiscono pure alla risoluzioneun po' strana per verità in riguardo alla circostanza penosa della Vostra famiglia: l'una cioè riposta nella mia speranza che la Cecchina stia oggi meglio di quello che ieri sera mi annunziò Biscontini: l'altra appoggiata alla vostra libertà di leggere o non leggere le mie sciocchezzesecondo il vario consiglio dell'animo.
Se nulla è al Mondo di che io oggi mi dolgaciò è il vedere come io sia stato profeta circa alla infermità della vostra buona sorella. Ah! così avesse voluto ascoltare le insistenze di un querulo amico! Ma non volgiamo gli occhi all'indietro. Percorriamo invece con ogni specie di voti e di auguri il lieto giorno della ricuperata saluteed il momento di gioia che dopo quello la attende. Salutatela in mio nomee mostratele calma onde trasfonderne in lei.
Riverisco la Signora Lucreziae mi confermo con tutti i sentimenti degni di Voi
Di casa20 gennaio 1836
Vostro servitore ed amico
G. G. Belli

LETTERA 234.
AL CONTE FRANCESCO CASSI - PESARO
[21 gennaio 1836]
Gentilissimo e rispettabile amico
Mi fu il giorno 14 recapitata la obbligantissima Vostra del 7 relativa al passaggio delle vostre stampe farsaliche dalle mie alle mani del Sig. Pietro Biolchini segretario del Giornale Arcadico. In quel giorno io guardava il letto per reumamale da cui pochissimi vanno immuni in questo rigidissimo inverno. Si dovette pertanto rimettere l'operazione ad altro giornoe fu infatti eseguita nel Martedì 19. Poche notiziecome ben potete comprenderesono io stato in caso di procacciare al Sig. Biolchini de' fatti antichie meno schiarimenti per l'azione futuradappoiché dopo la transmissione che pel mezzo della Diligenza io vi feci il 29 luglio 1830 di tutte le carte relative alla cessata gestione del Cavallettionde fossero da Voi e dal Sig. Bontà esaminateio rimasi privo di qualunque documento che potesse aiutarmi a riannodare nella mia mente o avviare nell'altrui un filo qualunque di questa per voi poco fortunata orditura. Ma seripresi in qualche modo i capi della spezzata telapotesse mai riuscirvi utile in qualche parte la mia meschina cooperazioneVoicol Sig. Biolchini e chiunque altro vi rappresentimi troverete sempre ilare e pronto a' vostri servigi.
Che poi dirò della cortese liberalità Vostra nel dono di un esemplare del nobilissimo vostro lavoro? Io non so come abbia potuto da Voi meritarmi un sì prezioso regalo. Ma nel tempo stesso che ho in me vanamente cercato i titoli a tanto favorenon ho saputo pure trovarmi animo a rifiutarlo. Lo accetto dunquee l'aggradisco quanto si devecioè moltissimo; evalendomi delle vostre facoltà sulla scelta della carta dell'esemplareho creduto tenermi egualmente lontano da' due estremie scegliere il mezzo. Mi sono per conseguenza ritenuta una copia in carta velina bianca di ciascuno de' 4 fascicoli. Così i quadernetti che vennero presso di me in deposito in numero di 428 sono in oggi da me stati consegnati al Sig. Biolchini in n° di 424. Il Sig. Biolchini poiche naturalmente era istruito del tratto di vostra cortesissima a mio favoremi ha promesso che ricevendo egli i mancanti fascicoli del compimento dell'operami farà in Vostro nome tenere quelli che dovranno completare il mio esemplare.
Due occupazioni ho io oggi avute relative a Pesaro. L'una piacevolissimacioè questa lettera a Voi che tanto stimo ed amo: l'altra assai ingratama pure indispensabilecioè la spedizione di una citazione al Sig. Marchese Antaldicol qualeavendomici Voi così bene avvicinato nella mia dimora a Pesaro nel 1830avrei pure voluto conservare per sempre buona ed onesta armonia. Ma poiché il Sig. Marchese Ercoleattuale guidatore delle faccende e degli interessi della nobil famigliami ha usato il poco urbano contegno di non rispondere neppure alle mie lettere di molti mesi (letterevoglio dirlocortesissime) non mi resta che la via spinosa che dovetti battere allora.
Comandatemimio caro e rispettabile amico e credetemi sempre Vostro aff.mo a.co e serv.e Giuseppe Gioachino Belli.
Palazzo Poli2° piano
Di Roma21 gennaio 1836.

LETTERA 235.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[Di Roma31 gennaio 1836]
Dacché i primi studi delle storie e della ragione politica dei popoli principiarono a svilupparmi un senso nella parola di Patriail sommo pensiero che abbia di poi occupato continuamente il mio spirito quello si fu delle cause della italiana decadenzanon che di quella specie di fato che questa già sì potente e pur sempre nobilissima terra mantien vile e derisa. Vanese non al tutto ingiuste mi parvero ognora le querele d'Italia contro la violenza stranieraquando la principale vergogna debba ella vederla sul proprio voltoe il roditor verme suo vero cercarlo nelle stesse sue viscere. Succedute le cupidigie dell'oro all'amor della gloriaall'ardire l'insolenzaagli stenti de' campi l'ozio e le lasciviee alle magnanime imprese le discipline del fasto e del tricliniola pubblica vita divenne privataesciolto il gran vincolo simboleggiato sapientemente ne' fasci de' littoriciascun uomo si raccolse in se stessonon più cospirando al comun bene ma inteso all'individuale suo comodo. Surse allora uno scettro su milioni di spadee la servitù di ciascuno segnò il termine dell'impero di tutti per dar principio ad una nuova grandezzafalsa ed instabileperché scompagnata dall'universale interesse che è anima e vita delle nazioni.
Or voigentilissima amicarimarrete per avventura stupefatta come e perché da sì pomposo esordio io discenda a parlarvi di tanto esigua cosa quanto pochi miei versiil cui debole suono si perde e smarrisce per entro al romore di quelle vaste vicende.
Meditava io appunto nell'anno 1825 sui miseri destini di queste nostre belle contradeallorché l'Amor-personalevecchia ed eterna origine delle italiane sventurevenne a dividere gli animi di un romano sodalizioche dal culto de' numeri musicali s'intitolò Accademia Filarmonica. Il malnato scisma separò l'onorevole instituto in due distinti corpiné l'uno né l'altro de' quali poteva bastare a se stesso. Parvemi quella discordia circostanza atta e pretesto per levare alto la voceesgridando i miei sconsigliati cittadini su quello per sé oscuro suggettofar balenar a' loro occhi una luce dileguatasi in tanta abbiezione e dimenticanza de' civili doveri.
Composi quindi e pubblicai la Canzone che qui appresso vi transcrivoné volli darle alcun titolo specialevagheggiando la speranza che ne' più svegliati de' miei lettori potesse entrare almeno un dubbio che io sotto lievi apparenze avessi forse occultato più sublimi veritànon concesse dalla condizione dei tempi a libero esame. Varii difatti penetrarono il mio intendimento: il massimo numero però non ne trasse altro giudizio fuorché della sproporzione di que' miei clamori ad una meschina lite fra musici.
Ma a Voientrata oggi a parte del mio segretocosa rimarrà oggi a dire dei miei poveri versi? Null'altro se non che piacciavi usar loro indulgenzanon minore dell'amicizia con che onorate in ricambio la mia servitù.
G. G. Belli
Roma31 gennaio 1836.

LETTERA 236.
AD AMALIA BETTINI - ROMA
[1 febbraio 1836]
Carissimaamica
l'anima umana è come uno strumento musicalein cuibenché tacitisi nascondono gli elementi di tutti i tuonigravi o acutimalinconici o lieti. Non aspetta essa che il tocco esterno onde manifestare la sua occulta potenzae non solo del suono provocato ma di tutti gli altri ancora corrispondenti al sistema della sua propria armonia. Così tu leggi un di que' libri che colpiscono la immaginazione tosto ti si risveglieranno mille sensazioni di che tristezza forse t'ignoravi capacee un vortice d'idee nuove e sconosciute sorgerà a far eco a quelle con cui un'arcana legge le pose in analogiastabilendo fra loro quasi un metafisico magnetismo. Eccoio ho letto l'Antonycon tanto sapere e passione da Voi tradotto; e per tutt'oggi è certo che io penso come Dumas. Ma domani? Maraviglioso ingegno! Il Mondo aveva una nuova facciaed ei l'ha dipinta. La di lui Adele muore assai più sublime di Lucrezia.
Vi rendo il Vostro manoscrittoavvisandovi che per questa generazione esso non sarà mai cosa da Roma.
Conservatemi la grazia della vostra amicizia.
Il vostro servitore ed a.co
G. G. Belli
1° febbraio 1836.

LETTERA 237.
AL CONTE FRANCESCO CASSI - PESARO
Di Roma4 febbraio 1836
Mio rispettabile amico
Nella vostra lettera 28 gennaiogiuntami contemporaneamente col 5° fascicolo della vostra Farsaglia che graziosamente volete donarmiho veduto un novello documento della non simulata compitezza che vi distingue fra i dotti d'Italiae del come un generoso animo possa di buona fede illudersi fino al punto di attribuire a' giusti suoi ammiratori una parte del proprio merito e la stessa luce che da lui su quelli si spande. Che sono io? Che so? Cosa ho fatto pel Mondo e per Voionde abbiate a prodigarmi sì lusinghiere espressionile qualise io non le sapessi partite da cuore ingenuomi umilierebbero dove oggi mi tentano a vanità? Né vogliate già sospettare che così Vi parli per sostenere con Voi una gara di complimento: ché troppo male risponderei alla sincerità vostrae mostrerei di sconoscere la vera indole dell'amicizia di cui è proprio talvolta il dir falso colla intima persuasione del vero.
Voi mi onoraste a Pesaro della vostra familiarità: avemmo insieme franchi discorsi che ci apersero scambievolmente il fondo del nostro spirito; ma niuna lusinga doveva restarmi che da' quei colloquipe' quali io penetrava il vostro ingegnoavesse in Voi potuto passare un concetto di me da esserne in oggi chiamato a mover giudizio sopra una vostra opera già lodata da lodate pennee da tanti desiderataequantunque ancora incompletacitata pur già non di rado dove avesse ad allegarsi Lucano. Nulladimenopoiché in ogni caso nel negare il proprio suffragio a chi lo richiegga per quanto esso valela umiltà assumerebbe forma di scortesiaio Vi dirò brevemente (e lo giurereidove fra onesti uomini abbisognasse) poche versioni de' classici essermi sembrate tanto nobili e splendide e veramente italiane quanto questa da Voi intrapresa del difficilissimo poema dell'ardito cantore di Cesare e di Pompeo. A Voi esperto nella storia delle umane tristizie non parrà maraviglia se le strida delle mulacchie spesso levinsi a soffocare il canto de' cigni. Ma che perciò? Le poche medaglie de' genii sorgeranno sempre dal fiume dell'oblio per andar depositate dal tempo nel tempio glorioso dell'immortalità. E questa è già vecchia peste d'Italia che dove balena una luce là molti soffii maligni corrano a spegnerla: contenta piuttosto la invereconda ignoranza alle tenebre universali che non ad un raggio rivelatore della di lei turpitudine. Ogni opera dell'uomo porta le impronte della frale di lui natura: sufficiente prova lo stesso vostro originalemalgrado delle sue tante parti sublimi. Ma come le civili critichecriticabili anch'esse possono avvicinare un lavoro alla perfezione per quanto la perfettibilità umana il consentacosì i sarcasmi e gli oltraggi debbono quasi far credere esservi giunto: perché lo scherno è carattere d'invidia; e quella sozza non morde mai in basso. A queste parole sono io trasceso per solo intendimento di calmare in Voi una specie di peritanza in cui Vi veggo ondeggiante nel bilanciare il vostro oro colle spade insolenti dei Brenni della Letteratura. Voi dispregiatelo sole ciance di chi non sa usar meglio sua vita che logorando l'altrui; ma nuda di esterni conforti difficilmente la vera modestia non si rattrista in segreto de' tentativi della maldicenzae non dubita se fra i vani clamori si nasconda alcun germe di giustizia e di meritata severità. Animoamico caro e rispettabile: onoratesiccome sempre facestegli urbani consiglide' quali piccol'uopo anche avetema ricordatevi insieme che un vasto mare non si solca senza procelle e pirati.
Cercherò di vedere il Sig. Biolchini per udire da lui se io possa per qualche modo cooperare a' vostri vantagginon ostante la mia nullità e l'isolamento in cui di ragione son tenuto e mi tengo.
Se avete occasione di trovarvi col Sig. Marc. Antaldo Antaldi Vi prego fargli conoscere i giusti motivi delle mie ostilità.
E con tutti i sentimenti degni di Voi mi confermo
Vostro aff.mo ed ob.mo amico G. G. Belli.

LETTERA 238.
AD AMALIA BETTINI - LIVORNO
[27 febbraio 1836]
Mia carissima Amalia
i versi qui precedenti erano già da dieci giorni destinati a servir di risposta: oggi invece vi verranno come proposta. Capite? cioèè meglio dire mi spiego? perché la mala intelligenza è più spesso vizio delle lingue che degli orecchi. Insommafacciamoci a parlar chiaro: io aspettava a bocca apertaad occhi apertia braccia apertead anima spalancataqualche vostra notiziae mi era intanto quelle 1595 sillabacce rimate e acciabattate su Iddio sa comeper darvi mala paga a segnalato favore; ma le notizie si sono azzoppicate per viao affogate fra le nevi dell'Appennino. Fintanto dunque che non vada il cane di S. Benedetto a cacciarnelee tutte intirizzite me le porti a riscaldarsi con meio voglio mo spedir loro incontro i miei peotici arzigogoli. Ne già vi fumi pel capo il ghiribizzo di credermi impastato di quella tal pasta perugina che pretenderebbe una lettera per minuto: il cielo ce ne scampi. Io conosco bene la vostra artei vostri impegnile vostre brighei vostri cassonii vostri dentila vostra... vogliamo dirlo? diciamolola vostra poltroneriolae tutte le altre vostre cosette. Eppoieppoinon siamo noi già di amore e d'accordo che mi avreste scritto quando il Signore ve ne spedisse la vocazione? Per questa volta però non siamo nel caso. Voi siete partita contro voglia; avete viaggiato in cattivo tempo; siete andata lontano (al conto ch'io faccio) 13.500 migliaquante ne corrono agli antipodi del Vaticano; potevate aver sofferto; noidico noisoffrivamo delle vostre possibile sofferenze... Dunque? Dunque l'aspettazione non è ascrivibile a petulanza; ma sibbene ad piam causamcome diconci sempre i nostri buoni sacerdoti quando vogliono le cose a modo loro. Ma la Bettini non ha potuto scrivere. Va bene: scriverà dunque quando potràe intanto scrivo io che ho il calamaio bell'e ammannito. Sapete? Un Ferrettino è nato domenica 21alle 7 della mattinaa far compagnia alle sorelle; e lunedì 22alle 6 della sera andò in chiesa a farsi chiamare Luigi. Fra i sorbetti io dissi:
Servo suosignor Giachimo.
Date un bacio per me a Vostra Madreperché sappiate che uno gliene ho dato da me stesso quando partìe non me ne pento. In quanto poi alla Cecchinal'è un altro paio di maniche. Stringetele la mano con mia procura sino a farle gridare Caino. E a Voi? A Voi mille affettuose parole. E quando mi rispondereteché pure una risposta me la sono promessabadiamo ai pronomi. Da Voi a me io non sono terza personama seconda. Circa poi al numero attribuitemi quello che Iddio v'ispirabenché il singolare.
È più gentile assaifa più buon bere.
De' saluti di Mariuccia ve ne do colla canestra sì per voi che per la Sig.ra Lucrezia e per la Cecchina. E quell'angiol di Angiol Biscontini? Si farà i fatti suoi da sé. Sono il vostro
G. G. Belli
Palazzo Poli2° piano

Di Romasabato 27 febbraio 1836.

Mentre io stava chiudendo questa letterina per mandarla alla postaeccoti una cara epistoletta data di Livorno il 23. Oh va' a dire che la Mamma del corriere potesse con ragione rimproverarlo d'essersi presa una scalmatura! L'epistoletta è firmata da una Amalia B. Quanti bei nomi potrebbero portare sulle spalle quella testa del B.! Ma un foglio sì caro e disinvolto e obbligante non saprebbe essere stato scritto che da una Bettinila più carala più disinvoltala più obbligante donna ch'io mi conosca. Dunque io rispondo alla Bettinie vado a colpo sicuro! Quanti orrori mi dipingetemia amabile amica! Raccapriccio nel ravvicinare per un momento l'idea della vettura rovesciata al pensiero di Voi. Sieno grazie al cielo a mani giunte perchè in Voi preservò noi da disgrazia. Qual maraviglia del vostro incontro? Andate a declamare a' Turchiagl'Irrochesie li convertirete tutti in lingua italianacome gli apostoli convertivano in lingua ebraica i greci e i latini. Eppoi già avete udito Coleinee basta. Ed io povero Daniello grido e griderò sempre: anzi diventerò un Gionae tuonando alla mia patriase non vi richiama prestole intimerò il tremendo quadraginta adhuc dies etc. Però il mandare d'accordo la sollecitudine del vostro ritorno con quella de' miei desiderii mi pare più lavoro da patriarchi che da profeti. E voi fate leggere i miei scarabocchi? E non avete più in mente l'epigramma del frontispizio? Va bene; se pel mondo non commetteste qualche spropositosareste troppo pericolosa. Beato il Mascherpa che ha una buona quaresima! e più beati i Livornesi che per voi l'hanno ottima! La quaresima romana è veramente quaresimaspecialmente dopo quel carnovale che oggi è fuggito a Livorno. Voi mi chiedete versied io vi aveva prevenuta. Un Daniello non si smentisce mai. Vi saluterò la famiglia Ferretticon la quale non ho sin qui parlato che di due personedell'Amalia cioè e della Bettiniperché voi sola valete per duee dico poco. Biscontini vi risponderà nel venturomille brighe forensi gli assorbiscono il po' d'ora che rimane alla sera. A questo punto della mia lettera datele un'occhiatina da capo a fondo come fece Giacobbe a quella tale scalettae poi dite in coscienza se non si chiami pagar la posta a ragion veduta. In un foglio di carta un archivio!
G. G. B.

Mi chiedete se vi permetto un abbraccio. Eh! Figuratevi se questo cuore arde. Servitevi pure e riprendetene da me centoe tutti da galantuomo. C'è più carta bianca?

LETTERA 239.
AD AMALIA BETTINI - LIVORNO
Roma29 febbraio 1836.
Alla mia prima celia coleiniana non vi sdegnateamabilissima amicase mando appresso questa ingamiense. Elevato da Voi alla dignità di vostro poeta cesareose non di Vostro consigliere aulicoio non posso tradire un ufficio che mi compiaccio confondere con la idea di prerogativa. Eccomi dunque Vostro MenestrelloVostro bardoVostro trovatoree con tanta mia maggiore felicità in quanto la religione e la legge non ancora vi posero al fianco un Raimondo di Rossiglione il quale trattandomi da secondo Cabestaing vi desse a mangiare un cuore disposto in tutto a piacervi fuorché nelle pentole di cucina. Acuta di mente come gentile e tenera per naturadovete aver penetrato l'unico fine dei miei fabliauxquello cioè di trastullarvi se mi riescaa far sì che un pensiere da Voi rivolto a questa vecchia città si accompagni per via ad un sorriso ravvivatore de' brevi diletti che abbiate potuto gustarvi fra le glorie della vostra virtù presa ne' più bei sensi del vocabolario. Niente di male in Voiniente di male in meniente di male in nessuno. Ridiamocarissima Amaliagiacché a questo siamo quaggiù condannatiche le gioie dobbiamo fabbricarcele quasi tutte da noila spontaneità appartenendo presso ché esclusivamente al dolore. Ma quale de' dueo l'eroe o il cantorefarà miglior figura in questa poetica mediocrità?

Di ch'io mi vo stancando e forse altrui?
giudica tu che me conosci e lui
(Petr.)

Voleva mandarvi la mia novella intitolata Una storia cefalicabenché il domenicano l'abbia mutilata appunto nel nodo ove andavano a riunirsi le fila e l'intendimento dell'invenzione. Il di più ve lo avrei scritto a penna; ma al momento dell'addio a questa lettera la stampa sta sotto il torchio. Il mio Ciarlatano è tuttora sullo scrittoio del Reverendissimoe chi sa! Sto adesso scrivendo in parecchie favolette la vita di Polifemo. Forse sarà fatica gettata. Tout pour le mieux; e che viva Maître Pangloss. Mettetemi alle ginocchia delle Sig.re Lucrezia e Cecchinacome io mi pongo ai vostri piedi chiedendovi la santa benedizione.
Il V/° aff.mo a.co e s.re
G. G. B.

LETTERA 240.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma12 marzo 1836
Mio caro Torricelli
Ti sei mal rivolto per l'emendazione del tuo disegno: io non sono dell'arte; e se pure una volta misi la bocca e le mani nel monumento per l'avello di tuo padreallora fu mio il concettoma lo espresse un artista.
La inscrizione del Muzzi mi parealmeno nella prima metàalquanto impicciatae la tengo per una di quelle belle cose che vengono dette bellissime quando alla mostra di esse preceda quella del nome del loro autore. È assai difficileio credoche gli effetti di una sensazione antecedente non si spargano sulle susseguenti e non le modifichinoallorché vi s'interponga un rapporto unisono con ciò che in noi regna come opinione stabilita. Da due punti si può partire per misurare una estensione qualunque. Nella scala proporzionale del merito epigrafico Muzzi sta al sommo gradocome io (se facessi epigrafi) mi troverei al più basso. Mettiamo per un momento quella inscrizione nel bel mezzoe ravviciniamo poi ad essa i due nomi: l'uno discenderà per quanto l'altro s'innalzi; e quando si ritrovassero uniti al livellola perdita del primo equivarrebbe al guadagno del secondo.
Quindise l'avessi scritta iodovrei forse andarne superbo: dal Muzzi peraltro si poteva sperare un po' meglio. Che se ioinetto al faremi azzardo tuttavia al direso che il giudizio [...] talvolta sua rettitudine nel solo intelletto aiutato dai confronti dell'esperienza. Pochi sapranno p.e. disegnarti una fogliaeppure molti diranno con ragione: quell'albero non me lo presenterebbe la natura quale io qui lo veggo dipinto. Nel nostro caso concretooltre la tua ossequiosa prevenzione in favore del Muzziun principio di trasporto verso chiunque accarezzi le tue predilezionipuò in te confondere gli atti del cuore con quelli della menteed alterare i termini dell'equazione ne' calcoli della tua stima; cosicché se al Muzzi e alla sua epigrafe si volesse attribuire la formula A+B per esprimere due quantità uguali ad Xtu vi sostituiresti i valori positivi 1+1 = 2 là dove io direi 1 + 1/2 = 1 1/2.
Nulladimeno il tuo giudizio che fosse di tanto caduto sotto la influenza della passione poté essere di altrettanto rettificato dalla conoscenza dell'arte sulla quale si aggiròintantoché il mio sentimento nato nell'ignoranza dell'arte può anch'esso ravvicinarsi al vero per la opposta via della mia equanimità relativamente al soggetto donde prende la prima origine il tuo trasportocioè l'amore: poiché tutte le cose al mondoed anche le astratteson capaci di quantitàe le qualità contrarie insieme si elidono quando fra loro esiste uguaglianza. Volendo pertanto compromettere in altri le nostre contrarie sentenzetutta la indagine del nostro giudice dovrebbepensoridursi al sapere se abbiasi a dar più peso nel tuo giudizio all'azione del maggior sapereo nel mio a quella della miglior tranquillità d'animo. E qui confesso che non mi presenterei al tribunale con soverchio coraggio. Ristringerò quindi col ripetere che la epigrafe non mi pare indegna di lodi la quale a te sembrò bellissima; ma al tempo stesso bramereiper tuo confortoche tu t'avessi più ragione di mee che in quella tenera epigrafe non esistesse difetto.
Terminata la cicalataè tempo di venire agli abbracci.
Il tuo G. G. Belli

LETTERA 241.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Roma29 marzo 1836
Mio caro Ciro
Mi arreca molto piacere l'aggradimento da te dimostrato al libretto che ti mandai. Esso alla mole è ben piccola cosamacome tu stesso saviamente dicipuò molto e dilettare ed istruire. Volendo dargli una scorsa di lettura ti servirà ciò per iscandagliare la quantità e qualità di materie in quello contenute; ma non è a questo scopo di lettura seguìta e ordinaria che simili opere sono immaginate e dirette. Tutti i libri che hanno la forma di un dizionariotutti i repertorii ordinati col sistema alfabetico non ad altro mirano fuorché a soccorrere uno studioso al momento di qualche speciale occorrenza su tale o tal'altro soggetto. E chi leggendo solamente dal principio alla fine un vocabolario di lingua si lusingasse di imparare quella lingua a quel modofarebbe ridere sino Eraclito che in vita sua sempre pianse. È vero che in quel vocabolario tutte si troverebbero le parole della lingua e le frasi e tutti i modi del dire; ma che perciò? tutto quello che va come per salti nella mentee non vi si colloca con metodoe non vi rimane a far parte di una serie d'ideesvanisce presto e si perdeseppure non fa di peggio. La perdita di qualche notizia acquistata sarebbe un male non tanto grave: il danno più forte consiste nel disordine e nella confusione a cui si abitua la nostra mente nell'afferrare qua e là idee e sensazioni non disposte fra loro con alcuna armonia. Una catena avrà cento anelli: se tu me li presenti tutti scomposti e isolati in un canestronon solo io non avrò da te una catenama quasi neppure comprenderò a quale uso mi potrebbero quelli servire. Uniti però essi e insieme collegatiecco in un momento la lucida comprensione del tutto: ecco la catena: ecco quel corpo unico benché composto di cento partidelle quali una sola che si afferri tira seco al debito uso tutte le altre compagne. PerchéCiro mioi nomi o i cognomi delle persone si dimenticano così facilmente senza un lunghissimo uso di ripeterli? Perché i nomi delle persoti non hanno alcun rapporto né alcuna connessione necessaria con chi li porta; e tu invece di Belli potresti chiamarti Cambie saresti sempre quello stesso uomo che sei. Il nome dunque non è sì necessariamente congiunto colla tua persona o colla tua effigie che il solo vederti debba a chi ti vede ricordare come ti chiamiquando costui non abbia col molto praticarti supplito per via di abitudine al lieve fondamento su cui appoggiano e riposano l'idea di te e l'idea del tuo nomeaccidentalmente fra loro accozzate e senza (dirò così) un cemento o una colla che le unisca insieme per necessità di raziocinio. Moltissimi uomini si lamentano della loro cattiva memoriama se l'avessero presto coltivata e aiutata in gioventù coll'ordine e col metodoquante e quante cose non piangerebbero poi dimenticate!
Tu dunque leggi per orase vuoiil mio librettoma questo sarà un solo passatempo: per rendertelo veramente utilecome qualunque altro libro composto nella forma di un dizionarioè necessario che tu vi ricorra spesso alle opportunitàle quali saranno frequenti. P.e. parlerai o penserai ai vantaggi recati all'uomo dalla scrittura? Corri sul libretto a cercare carta e inchiostro. Tuttociò che allora leggerai di questi due oggetti resterà impresso nella tua mente perché anderà ad ordinarsi in una serie di idee che la mente aveva già disposta e incominciatané così un'idea caccierà l'altra come una incognita forestiera. Se questa mia lettera ti riusciràcome dubitooscura e durettaprega il gentile Signor Rettore a spiegartela in mio nome. - Nella mia antecedente ti dimandai se tu avessi qualche desiderio da soddisfarsi: tu non mi hai risposto. Rispondimi dunqueed io procurerò di appagarti. Il giorno 12 aprile tu compirai 12 annicosicché quel dodici del mese sarà il più solenne di tutti gli altri dodicesimi giorni di aprile che vedrai scorrere nella tua vita. Fa' dunque in quel giorno un forte proposito di essere un uomo virtuoso e onorato. Io verrò a trovarti verso la fine di maggioe allora ti porterò quello che lecitamente avrai desiderato e chiesto al tuo Papà che ti ama tanto. La tua Mammà ti abbraccia e benedice di cuore come faccio io. Gli amicii parentii domestici e specialmente Antoniati salutano. Tu riverisci da mia parte i Signori tuoi Superiori. Se il vetturale non è tornato a prendere la cassettaci penserò poi io medesimo. - Il tuo aff.mo padre.

LETTERA 242.
AL MARCHESE ANTALDO ANTALDI - PESARO
[24 maggio 1836]
Veneratissimo Signor Marchese
Per farmi più breve l'amarezza di questa lettera io Le risparmierò il racconto dei modi coi quali il Signor Marchese Ercole Suo figlio mi strascinò a spedire la citazione per scudi quaranta che in nome di mia moglie Le fu presentata il 9 febbraio pp.togiorno di martedì e perciò postale per Pesaro. Fu allora chescosso il Sig. Marchese Ercole da quell'atto della mia risoluzioneruppe il Suo ostinato silenzio e mi scrisse una lettera con data del giorno anteriore (lunedì 8)ricevuta da me il dì 11nella quale schivando ogni discorso intorno alla citazione venne ripetendo le solite promesse indeterminate e le consuete dimande di nuove tolleranze da aggiungersi alle vecchie così mal corrisposte. Risposi io il 13 accusando le tante delusioni della mia buona fede e deferenzae nulladimeno conchiudendo che avrei accordata per gli scudi quaranta una ultima dilazione sino a tutto il mese di Marzo se al cader di detto mese mi avesse pagati scudi sessantastanteché coincideva in quell'epoca la maturazione del terzo trimestre di frutti arretrati. E per tutta garanzia della mia tolleranza e della sospensione degli atti non dimandai che la di lui positiva parola d'onore. Replicò il Sig. Marchese e mi richiese di estendere la dilazione sino allo spirar d'aprilepel qual tempo mi assicurò del pagamento degli scudi sessantasulla sua positiva parola d'onore. Ripetendo io il 23 concessi la proroga alla parola d'onore del Sig. Marchesepurché il danaro fosse in Roma il dì 30 aprile. E cosìmessi da parte gli atti giuridiciio viveva tranquillo sopra un pegno che un Cavaliere stima non solo più della roba ma anche più della vita. Arrivato però il mese di maggio senza l'arrivo della somma promessami feci lecito il giorno 7 di dirne due altre convenienti parole al Signor Marchese Ercoleaggiungendogli essere io purtuttavia convinto della superfluità della mia lettera imperocché senza dubbio a quel giorno il danaro doveva essere in viaggio. Eppure io m'ingannavaperché il Sig. Marcheseaccusando un'assenza da Pesaronon mi riscontrò prima del 15 per dirmi che la diligenza che passerebbe da Pesaro il sabato 21 mi avrebbe portato scudi trentacioè la metàessendogli stato impossibile nel momento (sono le di lui parole) di potere accozzare l'intiero. Se questo si chiami soddisfare ad una positiva parola d'onore io lo faccio decidere a Leiuomo di nobil nascita e di più nobile ingegno. Ma pure v'è di peggiodappoiché questa mattina è arrivata la diligenzae i ministri m'han detto nulla esservi di Pesaro per la mia famiglia.
Prima dunque di riaccingermi ad una nuova e durevole guerraa cui sono spinto da viva forzaio ho voluto dirigere a Lei questi miei ultimi lamentiaffinché Ellafatta consapevole dei giusti motivi della mia colleranon trovi maraviglioso il mio chiuder d'orecchi ad ogni altra futura proposizione. Svanita una volta fra due civili persone la parola d'onorenon resta altra garanzia se non quella comune anche ai volgaricioè la forza della giustizia.
Io mi rammarico assaie forse più di Leidi questa asprezzae tanto più dopo che l'ultimo momento da me passato in Pesaro nel 1830 mi aveva inspirato lusinga che fra noi nulla più di spiacevole si eleverebbe. Né mi dica al Sig. Marchese Ercole essere affidata la amministrazione della famiglia. Ella n'è il capoed a Lei perciò mi sono rivolto. Ho l'onore di ripetermiSignor Marchese
Suo dev. ob.mo servitore G. G. Belli
Palazzo Poli2° piano
Di Roma24 maggio 1836.

LETTERA 243.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Ternisabato 18 giugno 1836
Mia cara Mariuccia
Giunto in questa Città alle 4 pomeridiane e avendo buono spazio di dimora sino alle 4 del mattino di domaniho voluto darti un'anticipazione di mie notizie nel medesimo tempo che tucome dicestimi stai dando le tue dirette a Perugia. Alla presente tu non rispondermi fino a che non avrai avuta la mia prima perugina.
Il viaggio fin qui è stato felicissimoe tale spero il rimanente.
Ecco la mia compagnia. Io sono al primo posto: alla mia sinistra siede una perugina la quale tiene più al basso che all'alto se si deve arguire dallo stia comido che mi va spesso ripetendo a motivo di una figlioletta di cinque anni che dorme tutto il giorno fra noi due e ha scelto me per prestarle uficio di materasso. Incontro alla donna si trova il tenente Frantzil quale non pare nemico e molto meno nemico vecchio di lei. Dirimpetto a me è un Sig. Francesco Soncinogiovaneed è quel tal cugino dell'Avv. Grazioliche doveva partir giovedì. Avrai udito ieri il legno a retrocedere sulla nostra piazza: ebbene si tornò a prender lui a SS. Apostolimentre alla prima passata di là non trovarono il palazzo. Dietro le spalle del Soncino è un frate conventualee dietro quelle del tenentecioè accanto al frate sta il sergente armato di fucilecosicché sembriamo una carrozzata di dio-sa-chi.
Ho parlato con Vannuzzi e Babocci etc. Tutti ti salutano. Io aspetto buone nuove della tua salute e ti abbraccio di cuore.
Il tuo P.

P.S. Mille cose a tutto il mondo da mia parte.

LETTERA 244.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiamartedì 21 giugno 1836
Mia cara Mariuccia
Nel riscontrare la tua del 18 mia prima cura e principal desiderio sarebbe di occuparmi delle cose concernenti la tua salute per me preziose sopra ogni altro bene; ma poiché ti suppongo anelante di avere da me un discarico intorno allo stato in cui ho trovato Ciroprincipio da questo articolo. Essendo io giunto ieri mattina un po' troppo tardi per potermi recare a vederlomandai subito qualcuno ad avvertirlo del mio arrivo e ad annunziargli la mia visita pel dopo-pranzo. Fu trovato tutto allegro e in grande occupazione per allisciarsi bene da tutte le parti onde farmi buona figura al mio giungere. Io dunque ci andai il giorno ed entrai la porta nel medesimo punto in cui terminavano le scuole: erano 22 ore. All'improvviso vidi da una folla di ragazzi in fondo al corridore staccarsene uno di gran carriera con tutti i libri sotto il braccio e col calamaio in manoe gettarmisi addosso. Indovini già chi potesse essere. Ci abbracciammo e baciammoe quindi subito mi dimandò: come sta Mammà? Bene mi ripugnò il cuore di dirglielonel momento che tu soffri tanto: mi riparai pertanto dietro uno di que' mezzi-termini che giovano al mondoe gli risposi eh ringraziamo Iddionella idea che sempre ci suggeriscono i predicatori di lodare la provvidenza così del bene come del male. Il povero figlio fu colto al cristiano lacciuoloe rimase soddisfatto. Salimmo quindi alle camere del Rettore parlando e di te e della nostra famiglia: ivi feci l'esposizione de' donativi de' quali rimase contentissimoe te ne ringrazierà coll'ordinario venturo. Voleva farlo oggima io ho creduto dividerti in due volte le nostre notizie: in questo modo ti parranno doppie. La di lui salute non può desiderarsi migliore: è veramente un ragazzo che consola a guardarlocoloritorobustovivacelietissimo. È cresciuto colla sommità della testa al mio mento: ha fatto una mano pochissimo più piccola della miama più polputa e tenera: il piede poi è da apostolo. Ora abita una bellaspaziosa e allegra camera con due finestre verso la campagna: quella di prima era più angusta e con un solo balcone che guardava l'interno del collegio. Il pianforte e ogni altro mobile stanno in questa nuova stanza assai ben situatie la luce e l'aria che vi si gode han potuto anch'esse contribuire al far sì che io non abbia trovato un baiocco di debito collo speziale a conto di Ciro. Ne vuoi di più? - Dello studio i superiori son contentie così dell'indole amabile del caro nostro figlio che si fa gradito a tutti. Egli mi suonò un pezzo di musicain cui dice avere assai faticato per la parte del basso piena di tuoni e di posizioni. Intanto le di lui dita arrivano già all'ottava in sui tasti. Ti dico io che poveretto chi avesse uno schiaffo da Ciro! - Le calze nere gli furono ricapitate. - Del libro dell'adolescenza è rimasto assai contento perchè già lo aveva un di lui compagnoMosti di Ferrara. Il Giovedì poi gli è piaciuto a dismisurae non l'ha nessun altro. Egli ti abbracciabaciae chiede la benedizione. Saluta quindi AntoniaDomenicoe tutti gli amici e i parenti.
Il mio viaggio non poteva riuscire più felice se ne togliamo il pensiere della tua salute che mi segue sempre. La notizia che mi dai del nuovo vescicante mi rattrista per una parte conoscendo il bisogno che te lo procurò; ma dall'altra mi fa crescere la speranza di udirti per esso più presto fuori di queste calamità. Sii pazientemia buona Mariucciae coopera colla tranquillità dello spirito alla guarigione del corpo. - Non trovai Bucchi a Spoleto; ma parlai colla moglie e gli lasciai tutto. Egli partendo il dì innanzi per urgenza di uficio l'aveva prevenuto del mio passaggio. Io poi lo vidi la sera a Fuligno dove fece ricerche di me. Farà tutto pulito. La moglie è rimasta soddisfattissima dello scialle. Addiomia cara Mariucciati abbraccio di vero cuore e sono il tuo P.

LETTERA 245.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiasabato 25 giugno 1836
Mia cara Mariuccia
Non credo di abbandonarmi alla lusinga se dalla lettura de' tuoi caratteri del 23 io traggo soggetto di vive speranze intorno alla prossima e stabile tua guarigione dopo tanti spasimi coi quali te la sei ricomprata e dopo tutti i sospiri che ce ne costa il ritorno. La più breve durata degli assalti del tuo male e la loro tanto minore intensitàandando di pari passo col rimarginamento delle piaghette del capomi sembrano dover annunziare una generale e assoluta cedenza di tutto il complessivo disordine in cui la tua salute era caduta. Il tardo momento peròcioè l'epoca della stanchezza del morbonel quale io suggerii l'applicazione della nota erbanon può farmi troppo insuperbire sulle vere cagioni del tuo miglioramento circa alla supurazione che volevamo arrestare. Nulladimenose di qualche giorno o di qualche ora avesse quel rimedio per avventura contribuito all'acceleramento del desiderato beneficiosarebbe sempre questo per me un motivo di viva consolazioneed anzi io voglio perfino illudermi sulla positiva efficacia della mia ricetta onde accarezzarmi una vanità in armonia colla mia affezione per te. Lo capiscoil primo merito della tua guarigioneche io già vagheggio assicuratasi deve attribuire alla cura de' tuoi professori; ma pure mi piace di crearmi un orgoglio simile a quello della mosca che arava sulle corna del bue.
Troppo è stato il piacere causatomi dalla tua lettera perché io ti rimproveri l'infrazione del precetto che ti avevo dato di non iscrivermi di tuo pugno. Ti ringrazio quindi della tua premura in mancanza di segretarii: potevi però esser persuasa che non mi sarebbe sfuggita la considerazione dell'angustia del tempo nell'ordinario di giovedìtantoché il non aver visto oggi le tue lettere non mi avrebbe messo in penaper la facilità dell'attribuire questa mancanza al suo vero motivo. - Il nostro caro figlio sta sempre come un fioreed a quest'ora avrai avuto la di lui lettera di giovedì 23. Nel dopo-pranzo di detto giorno egli stette sempre con me. Gli ho questa mattina per mezzo del maestro di musica mandati i tuoi salutie dimani (domenica) andrò io medesimo a trovarlo e lo abbraccerò e benedirò in tuo nome.
Col Sig. Bianchiil quale mi aveva raccomandato Regaldiho fatto molte risate sulla maniera di agire di costui. Bianchi me lo diresseassediato dalle di lui premure onde venir raccomandato a qualcuno. - Insomma ha fatto quattrini: ecco per lui l'interessante. Ora non avrà da far altro che lasciar Roma e trinciarle i panni addossoparendogli forse di aver guadagnato poco.
Qui fa caldo: figurati a Roma!
Di' a Biaginise lo vediche sto aspettando qualche occasione per mandargli il cerotto da Frontini. Salutami lui e tutti gli amicie i domesticie chi chiede di me. Abbiti cura scrupolosae ricevi mille abbracci dal tuo aff.mo P.

LETTERA 246.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia30 giugno 1836
Mia cara Mariuccia
Malgrado il licenziamento dei professori e la guarigione esteriore della testasento purtuttavia con rammarico non essere tu ancora esente dal male primitivole cui reliquie ti affliggono ancora e ti tormentano di tempo in tempo. È un gran destino! Né potendo tu ancora occuparti in nullaperché Mariuccia mia cara non mi mantieni la promessa già fattamidi scrivermi cioè per altrui mano? A buon conto la tua del 28 l'hai dovuta vergare in due tempi. Dio lo sa se il vedere il tuo carattere mi consolama questo mio piacere è distrutto dall'idea del danno che può arrecarti lo scrivere.
Comprendo che il secco modo che tien Ciro nel suo carteggio può amareggiare una madre amorosa quale tu sei: ti assicuro peròmia cara Mariucciache nostro figlio sente ben più di quello che esprime: egli mi chiede sempre di te con molta premura e si mostra gratissimo alle molte prove del tuo amore. Non affliggerti pertanto di questa apparente tiepidezza: egli ti ama assai e conosce a fondo quanto ti deve: prova di che ti sia l'ardente desiderio ch'egli avrebbe di rivederti durante il suo corso di studi. Che vuoi fareMariuccia mia? È un ragazzoed i ragazzi come anche moltissimi adulti quando sono a spiegare colla penna i loro sentimenti non sanno da che parte principiare né cosa dire. Credimiil di lui cuore è buono ed affezionatomafintantoché non ristarà in mezzo a noidifficilmente ne potremo ben conoscere e valutare le affezioni. Quando questa mattina l'ho rimproverato della di lui freddezza e brevità soverchia della di lui lettera a teha fatto gli occhi rossi e mi ha pregato a chiederti scusa in suo nome. PerdonaloMariuccia miaed assicurati che Ciro è e sarà un buon figlio. Il carattere poi più o meno carezzevole dipende dalla naturané egli n'ha colpa. - Spero sabato 2 di potere per mezzo di un impiegato di questa posta mandare franco per via della diligenzao diretto a Parlanti o non so ancora a chi altriil pacchettino di cerotto per Biagini con sopraccarta al tuo nome e al tuo indirizzo. Quando lo avrai avuto lo darai a Biaginivedendolo. Il prezzo è di bai: 35 che ritirerai o no come più crederai bene. - Cercherò la cunzia per Rotondi. - Dimmi quanti mazzi di carte da giuoco vorresti. - Mi scrive Babucci dicendomi di non averti direttamente ringraziata della procura Olivieri contro Camilliperché sapendoti inferma ha temuto incomodarti. Si esprime però verso di te con sensi di estrema gratitudine. Molte cose mi dice su codesto affare che io non conoscoe credo che ne avrà tenuto diretto proposito con chi di ragione. - Circa al terreno Marotta ne parleremo al mio ritorno. Un certo Piacentini ne aveva avanzato qualche parola di comperama i di lui affari col fallito Camilli lo hanno per ora fatto desistere da questa intenzione. In tutti i modi il terreno non resterá abbandonato. Insommane parleremo. - Intorno al 15 luglio il Professor Colizzi verrà a Romae pensiamopotendoci combinaredi venire insieme. Bastao che egli acceleri o che ritardi la di lui venutaegli porterà a Roma la cassetta di Cirola quale gli ho progettata per un certo di lui trasporto di librimentre il sesto ed ultimo tomo della sua opera è finito. - Ti dico intanto una cosa in segreto: egli mi ha dimandato se io conoscessi qualche prete abile per l'impiego di Vice-Rettore che va a stabilirsi in collegio. Io gli ho nominato l'Abate Fidanza. Al mio ritorno li faremo abboccare insieme perché Colizzi prima di tenergliene proposito lo vorrebbe vedere e parlarci. Se tu credessi intanto di scandagliare il di lui animofallo purepurché però l'Abate Fidanza non si mostrasse inteso della cosa avanti a Colizzi. - Oggi porterò Ciro con me. Rendi i miei saluti a tuttie credimi qual sono di tutto e vero cuore
Il tuo aff.mo P.

P.S. La povera Nanna Cerotti sarà venuta da noieh?

LETTERA 247.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugiasabato 9 luglio 1836
Mia cara Mariuccia
In questo ordinario non ho trovato alla posta tue letteresegno che mi hai compiaciuto nel non prenderti la scalmatura di rispondermi giovedì. Spero però di avere tuo riscontro col corriere presente per avvisarti che la mia partenza di qui accadrà (salvo impiccio) nel giorno del prossimo martedì 12. Il vetturino col quale ho già pattuito non sa ancora dirmi se potrà partire la mattina o il giornoné se impiegherà in viaggio tre giornate o tre giornate e mezza. Per entrambe le dette due varietà di movimento io non posso precisarti se il mio arrivo accadrà nella sera di giovedì 14 ovvero nella mattinata o nella sera del seguente venerdì. Fra questi due estremi però io dovrei essere a Romaove non si dasse qualche ostacolo imprevedutopotendosene frapporre al mondo tanti da non mettere in alcuna pena. Per Ciro ho fatto tuttolo lascio in floridissimo statoavrò al momento del mio partire passato ventitrè giorni presso di lui: è dunque ormai tempo che ritorni vicino a tedove potrò forse essere un poco più utile che qui. L'altro ieri condussi Ciro a spasso con me e a prendere il gelato. Ordinai anche qualche pastarella: il caffettiere ne portò alcune di varie specie: Ciro ne mangiò un paioe poi disse esser meglio che il resto se lo mettesse in saccoccia per avvezzarsi a mangiar tuttonon potendosi mai sapere gli eventi del mondo. Così scherzò con molta grazia su quel tuttosul doppio senso di qualità e di quantità. È un gran furbaccio: di poche parolema pesate. - Jeri verso sera lo trovai al passeggioe mi fece una bella scappellatona guardandomi con quegli occhi di fuoco. Questa mattina l'ho riveduto al collegiodove sono andato affinché il Rettore mi mostrasse gli altri romani. Con Ciro erano settecioètre Sartoriun Caramelliun Grazioli e un Fiorelli; e tutti in eccellente salute. Credo che tutti mi daranno qualche lettera per le loro famiglie. Domani tornerò in collegioe poi anche lunedì. Intanto prenditi tanti abbracci e baci di Ciro nostro che ti chiede la benedizione e ti prega de' soliti saluti.
A quest'ora avrai veduto Publio Jacoucci colla mia lettera e coll'involtino pel nostro Biagini. Se questi verrà da te mercoledì a sera salutamelo e digli che Ferretti si penti del primo elogio fatto a Regaldie poi gliene fece un secondo nello Spigolatore (insulso e scorretto) del '30.
Questa notte parte il Delegato che va pro-legato a Ferrara. Mi pare che la di lui partenza accada tota plaudente civitate. Tufiglia di Curiadevi comprender questa latino: se nochiama aiuto nella curia domestica. - Abbiamo a Perugia caldo e qualche tropea periodica. In questo punto io scrivo fra i tuoni. Ti dico all'orecchio che Colizzi ha dimandate informazioni dell'Ab. Fidanzae le ha avute ottime. Egli però ha degli impegni con altri soggetti. Bastase al Fidanza converrà questo uficiosperiamo di superarli. Bisogna però non mostrare che io ti abbia fatte queste confidenze anticipate.
Salutami tuttiMariuccia miaed abbiti un abbraccio di vero cuore dal
tuo aff.mo P.

LETTERA 248.
A FRANCESCO MARIA TORRICELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma8 settembre 1836
Perché il Panzieri avesse copia della tua inscrizione era necessario che tu mi dicessi: danne una copia a Panzieri. Ma tu non mi scrivesti mai quel comandoe posso affermarlo con sicurezza perché tengo attualmente la tua nota sott'occhio. Se ora dunque hai tu detto a qualcuno: ne incaricai Bellisostituisci a queste parole le altre: voleva incaricarne Belli; e così mi salverai dal nome di stordito presso il volgo ignaro. Faremo una cosa: ho ancora la copia che non potei dare al Duca [...]. Manderò quella al Panzierie sarai certo che almeno non servirà ad uso di cartoccio per dolci o per fondo a un baule.
Il Cholera fa pensare ogni padre. Se mai... dà un occhio al tuo figlioccio. Tu lo vediio ti rimando la tua stessa preghiera che non cadrà come seme in arena. - Eglicioè Ciroha ottenuto il primo premio in algebra e il secondo in umanità. A novembre s'inoltrerà più nelle matematiche e nello studio dei classici. È un buon ragazzoquietocortesediligentema insieme vivace come vuole età e robusta complessione. Tu rifletterai che vivace e quieto fanno a calci. Noha quieto lo spirito e vivace il corpoose vuoi megliola quiete e la vivacità regnano in lui come in Cielo Castore e Polluce: ognuna sorge alla sua ora. I Superiori lo amanoed io... se dicessi lo adoro toglierei temerariamente alla religione una frase che neppure starebbe al concetto. Vorrei inventare un verbo nuovo per condensare in una parola l'espressione di quanto io sento per lui. Figurati se il cholera verràcome verrà!... Te lo ripeto: al caso... dà un occhio al tuo figlioccio.
Tanto io rispondo alla tua lettera del 30 agostoche non riscontrai prima d'oggi per un forte motivo. Da molti giorni mia moglie è ricaduta nel medesimo maleche già non era mai totalmente cessatoe soffre più di prima. Io non ho un momento di tempo né un filo di cervelloe la mia casa è l'albergo della tristezza. Se tu mai capiti a Fanoo vi capita qualche tuo amicodì o fa' dir da mia parte al Prof. D. Michelangiolo Lanci che io ho spesso dimandato sue nuove a chi poteva darmenee così della Sig.ra Vittorina di lui nipote. Digli o fagli dire ancora essere finalmente pubblicato il 3° volume del Mezzanotteil quale per averlo ha dovuto litigare collo stampatoree forse gli sarà necessario di assumere un altro pe' volumi futuri.
Il Conte Cassi terminò finalmente la sua impressione della Farsaglia italiana. Egli mi fece cortese dono di un esemplare a mia scelta. Io scelsi la carta velina bianca. Non ho ancora ricevuto il 6° fascicoloma non dubito di esser da lui dimenticato nelle spedizioni che ne farà.
Abbraccia i tuoi figli a mio contonon esclusa l'Adelina la cui età soffre ancora questo atto di confidenza dal di lei suocero e tuo amico vero
G. G. Belli

LETTERA 249.
AL CONTE FRANCESCO CASSI - PESARO
[24 settembre 1836]
Pregiatissimo amico
Per graziosa disposizione della Vostra cortesia mi ha il Sig. Biolchini rimesso il sesto ed ultimo fascicolo della Farsaglia fatta da Voi pomposa di splendida veste italiana. Mentre per tutto il caro dono io mi affretto a significarvi la mia gratitudinenon so al tempo stesso tacervi d'esser rimasto attonito nel trovare il mio nome fra quelli i qualichiari la massima parte di propria lucesono da Voi destinati all'immortalità sì nelle vostre carte come nel marmo che per quelle sorgerà ad onore della italiana sapienza. Se peraltro io ve ne movessi querela offenderei certamente il pensier vostro delicato e vi darei forse sospetto di poca veracitàincredibil parendo che senza eroica virtù l'umano amor proprio sinceramente si sdegni di gloria meritata o non meritatachecché poi suoni in parole la modestia convenzionale e fattizia della social civiltà. Vorrei soltanto farvi rifletteredove non vi apparissi anche in ciò troppo ipocritache la prerogativa di amico Vostrodi cui senza dubbio io vado orgogliosopotrebbe agli illustri de' quali mi faceste compagno sembrare al più un titolo di domestica benevolenza anziché un dritto a pubblica testimonianzapostoché in me colle doti del cuorenon discare forse a qualche mio contemporaneonon si accoppiano i requisiti della mente necessarii a figurare fra i posteri in compagnia d'ingegni assai più distinti. E non sarebbe forse probabile che la generosità dell'amicizia vi avesse fatto illusione sino a cangiar natura e quantità al nulla o al pochissimo da me operato in servizio della vostra nobile impresa? Ma bastiché lo temo non il linguaggio della verecondia avesse infine a condurmi alle frasi della inurbanità. A voi piacque associare le mie felci a' vostri lauri (perdonatemi questo marinesco seicentume)ed io in tutti i modi vi ho un debito di gratitudine se non altro per la uficiosa intenzione.
Or che posseggo intiera la vostra versione prenderò a leggerla ordinatamenteonde gustarne le bellezze al loro postocosa sino ad ora da me non eseguitapoiché troppo riuscendomi grave il dovere interrompere per lungo tempo una interessante letturae avendo pur voluto in qualche modo appagare la mia brama di conoscere il vostro lavorosono andato tratto tratto scorrendo alcune partiprovviste tutte dei lor pregi speciali ma prive di quello reciproco della continuità e proporzione.
Un'altra cosa io vi vuo' dire. Voi avete promesso a' vostri associati il dono di un foglio di varianti. Io non sono associatoma spero che il dono maggiore attrarrà a mio vantaggio il minoreverificandosi anche in questo caso per vostra liberalità uno degli assiomi i più divolgati. E se non mi credessi di soverchio ardito vi pregherei pure favorirmi di quel tale commiato alla vostra traduzionegià son circa due anni dato da Voi in luceparendomi ricordarlo diverso dalla licenza con la quale chiudeste in oggi il volgarizzamento. - Sono con sincera stima ed affezione
Il Vostro amico e servitore Giuseppe Gioachino Belli
palazzo Poli2° piano
Di Roma24 settembre 1836.

LETTERA 250.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma19 novembre 1836
Ciro mio
Non ho voluto che il Signor Biscontini partisse per Perugia senza recarti una mia lettera. Spero che l'obligante pensiere del Signor Presidente nel destinarti una ripetizione particolare nell'algebra ti sia riuscito piacevole e consolante. Ciò ti rafforzerà non poco nella scienza del calcolonecessarissimo a chi desideri bene avanzarsi e profittare nelle scienzedalle quali tanto conforto deriva e tanta dignità a chi le coltiva. Te lo ripetomio caro figlioe tu vedrai verificate le mie parole: questo è l'anno che principierà a scoprirti le dolcezze che sinora ti sono rimaste nello studio nascoste. La geometria e poi la fisica cominceranno ad aprirti la mente a sublimi verità celate a tanti e tanti uominibenché la maggior parte dei fenomeni che ad esse si appoggiano vada tuttogiorno cadendo loro sott'occhio. E altrettanto dico della letteratura. Le bellezze dei classici non potranno mancare di scuoterti l'animaimperocché io mi lusingo che a te non manchi una spirito capace di sentire e di sollevarsi a poco a poco dalle scipitaggini della fanciullezzala quale senza lo studio e perciò senza il sapore rimane in molti uomini eternacosicché essi passano dalla puerilità alla vecchiezza possiamo dire di un saltostranieri quasi al mondo in cui vivono. SappiCiro mioche appena tu nascesti io dissi a tua madre: questo figlio un giorno formerà la gloria della nostra vita e l'onore della casa nostra; e tanto io dissi perché era sicuro che dandomi Iddio i mezzi non avrei nulla trascurato per indirizzarti al bene. Tu devi adesso corrispondere alle mie intenzioni e a quelle analoghe di tua madrenon che alle cure amorose e veramente paterne di chi veglia alla tua istruzione. Io non credo né pretendo che tu abbia a far prodigi: a questi son riserbati gl'ingegni straordinarii; ma perché Iddio non ti ha neppure negato un mediocre talentotrafficaloCiro mioonde un giorno non ti sia diretto il rimprovero del Vangelo al Serve nequam. Me n'esco in qualche paroletta latina perché so che a quest'ora tu la debba intendere.
Dunque il Sig. Rettore ti assisterà privatamente in algebra. CorrispondiCiro miocon diligenza e gratitudine alle di lui premuree fammelo udire contento di te.
Mammà ti abbraccia e benedice come faccio ancor io. I parentiamici e domestici ti salutano.
Antonia vorrebbe sapere se tu hai bisogno di camiciecalze o altro. Chiedine al Sig. Felicetti e rispondimi su questo propositoaffinché si possa principiare a tempo il lavoro delle cose necessarie. Riverisci i tuoi Sig.ri Superiorie credimi
tuo aff.mo padre

LETTERA 251.
AL SIGNOR NATALE DE WITTEN - ROMA
nel di Lui giorno onomastico 25 dicembre 1886

QuandoSignor Devittene mio bello
Nella Santa mattina di Natale
Sente romor di passi per le scale
E poscia tintinnare il campanello

Dica pure: ho capitoè il servigiale
Col solito rimato indovinello
Che mi manda quel màghero cervello
Quel moccicon del mio compigionale.

Ella peròSignor Natalsa come
Io mi chiami Giuseppee qual contatto
Sia fra il suo ne' Vangeli ed il mio nome.

Lascio dunque che il padre putativo
Si rallegri in Natalbenché in quel fatto
Non ebbe uficio totalmente attivo.

G. G. Belli

LETTERA 252.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma30 gennaio 1837
Mio caro figlio
Dalla tua lettera del 26 rilevo il gradimento col quale ricevesti i regaletti che il Sig. Vetturale volle portarti a comodo suo.
Circa ai risultamenti degli esami di prima letteraturanon che ai successi nella stessa facoltà in tutto il trimestrenon vi è stato male: nella geometria però mi pare che si sia zoppicato. Io so che buona parte della mediocre riuscita negli studi un po' gravi dipende in te da mancanza di sufficiente attenzione. Tu sei troppo sbadatoti abbandoni spesso più del dovere e ti distacchi con pena dai passatempidai quali Ciro mionon ricaverai null'altro fuorché pentimento del tempo perduto. I sollazzi son fatti unicamente per ristorare le forze dello spirito affaticatoe in questo senso anch'essi presentano la loro utilità anche all'ingegno come alla salute del corpo: ma se un infermo volesse prendere due o tre dosi di medicina tutte in un colpoo accelerare troppo i periodi nell'uso di essein luogo di guarire ne morrebbe. Sii riflessivoCiro mio caropènetrati de' tuoi doveripersuaditi del fine a cui son dirette le occupazioni di un giovanetto bennatoe pensa che gli anni passano e non si ricuperano mai più. In ogni tua lettera (sul fatto degli esami) ho sempre letta questa espressione: speriamo che nel futuro trimestre andrà meglio; ma vorrei che questo benedetto meglio arrivasse veramente una volta. Se tu non fossi in realtà capace di far piùti compatirei e prenderei da te quello che si potesse: ma tu l'ingegno lo haiquando vuoi servirtene: tutto il tuo difettoe in tutte le coseconsiste in una soverchia leggerezza di carattere che ti rende indifferente quanto merita di venir gravemente considerato. Cirooggimai non sei più un bambinoe fra sei o sette anni (che formano la metà della tua vita già scorsa) il Mondo può già pretendere da te qualche cosae chiederti conto del tempo impiegato e dei mezzi consumati per divenire degno dell'altrui stima. E badaCirobadache gli uomini giudicano se stessi con indulgenza ma gli altri con severità. Se io vivrò nell'epoca della tua gioventù e della tua virilitàsono sicuro di udire da te la confessione delle verità solenni che ti vado ora prodigando con poco frutto e forse con minor tua persuasione. Avresti un gran torto se non prestassi fede a tuo padrea un padre che tanto ti ama e rinuncerebbe di buon grado alla propria felicità per la tuaquando lo stesso tuo bene non formasse tutto intiero il suo contento. Credimi dunquefiglio mioe abbandona le tue puerilità. Studia con sennoed applica di buona fede a quello che fai. Un altro argomento voglio addurti per ultimo. Tua madre ti promette di venire a visitarti se riceverà migliori notizie intorno alle tue applicazioni. Ascolta finalmente i consigli de' buoni tuoi Superiorie riguardali come voce di Dio. - Tutti ti salutano. Mammà ti benediceed io con essa. Son il
tuo aff.mo padre

LETTERA 253.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma22 febbraio 1837
Ciro mio
La tua lettera 9 corrente mi ha cagionato un indicibile piacerené minore è stata la gioia che ne ha risentita la tua buona ed affettuosa madre. Io era sicuro che la promessa di una visita di Leia condizione di un maggiore impegno in te pe' tuoi studiti avrebbe scosso e riempiuto di nuovo ardore nella bella carriera che devi correre onde benemeritare di Diode' tuoi genitori e della civil società. Ma se il novello stimolo ti ha puntoe se i successi de' tuoi studi ne verranno miglioriciò prova pure che le forze e la capacità di far meglio non ti mancavano. Godo io quindi che l'amor di figlio sia entrato a far parte di questa tua metamorfosi da svogliato in attivoma aggradirò insieme di vederti in futuro zelante de' tuoi doveri non solo per la lusinga delle ricompense (di qualunque natura esse vogliansi)ma bensì per la intima e schietta convinzione che il bene operare è bello e buono in se stesso. Io voglio assolutamente che tu divenga un ometto di garboun individuo un po' distinto dalla turba degli uomini volgariuna personcina insomma da eccitare in altri stima e desiderioe non disprezzo e nausea: e gl'ignoranti e i viziosi han sempre fatto nel mondo questo bel guadagno di nausea e di disprezzo. Quanto è dolcemio caro Ciroil presentarsi a' suoi simili con tali meriti che ci guadagnino un'accoglienza festosa e onorata! Di qual conforto riesce il girarci gli occhi dattorno e veder dovunque al nostro apparire il sorriso della compiacenza! Non per verità né per orgoglio si vuol procurare questo trionfoma pel rispetto che ciascuno deve a se stessoma per l'omaggio che da tutti merita la virtù. Non ti parlo poi dei vantaggi più sostanziali riserbati all'uomo onesto e sapiente. Per lui non v'è miseriase però alla onestà e alla sapienza imparò ad accoppiare la umiltàla piacevolezza e la disinvoltura. Studia dunque a coltivarti lo spirito e il cuoreete lo assicurosarai felice; anzi saremo feliciperché la tua formerà sempre la mia felicità.
Fammi il piacere di consegnare la qui unita lettera all'ottimo Sig. Presidente Colizzie riveriscimi i Sig.ri Rettore e Vice-Rettore.
I parenti e gli amici ti salutano: ugualmente i domestici e in ispecie Antonia.
Abbi cura della tua salute e ricevi colle mie benedizioni quella di Mammà che ti abbraccia di tutto cuore come faccio io
tuo aff.mo padre

LETTERA 254.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma21 marzo 1837
Carissimo figlio
Non volli riscontrare a suo tempo la tua del 2 corrente per vedere se mancandoti l'occasione di una mia lettera da rispondervi avresti avuto memoria di scrivermi spontaneamente nella ricorrenza di San Giuseppe. Mi sono ingannato supponendoti un po' più riflessivo che al tempo passato. L'unica circostanza che ti scuserebbe da questa negligenza sarebbe una indisposizione di salute. Questa cosa però mi dorrebbe assaie perciò non voglio neppure pensare a supporla. Sarà dunque stata colpa del solito cervelletto vuoto del Signor Ciro Belliil quale al 12 di aprile termina 13 anni ed entra in 14e ancora fa il pupazzetto. Riverisci i tuoi Sig.ri Superioriricevi le benedizioni e gli abbracci della tua Mammà aggradisci i saluti de' parentiamici e domestici che ti augurano le buone festee ricordati un po' più del tuo
aff.mo padre

LETTERA 255.
AD AMALIA BETTINI - LIVORNO
Di Roma29 aprile 1837
Carissima Amalia
18 marzo 1836! Sarà dunque ora di rispondere alla vostra livornese di sì vecchia data; e questa benedetta ora sarebbe giunta molto più presto se io stesso non avessi creduto di ricevere riscontro da Voi ad una mia contemporaneache s'incontrava con quella in camminoaffidata da me alla casa ebrea di commercio Cave e Bondìda cui doveva esservi rimessa colla diligenza che meritate voi idol del vecchio e nuovo testamento. Se Belli risponde subito all'Amaliaio dicevae l'Amalia risponde subito a Bellieccoti un altro incrocicchiamento di lettereecco altre dimande di cose già detteecco un assalto di schermadi cui le bôtte e le parate si mischiano e si confondono con le parate e le bôtte. Una buona e regolare corrispondenza deve andar come il giuoco della palla: battuta e ribattuta; ché allora còntansi bene i fallie guai a chi se la lascia cadere. Ma voi zittaed io quieto: uno aspettava l'altroe ci ponemmo a sedere perché non avevam fretta nessuno dei due. Poi partistegirasteforse balzata dal cholera qua e là... chi vi poteva arrivare? Altrondese pure la colpa esclusiva del silenzio era mia (e me ne voglio persuadere)tanto faceva poi trenta che trentuno: mi buttai alla macchiaa chi s'è visto s'è visto. Saluti vostri per verità ne sono andato ricevendo; né iodiciamo le cose come stannove ne ho respinti pochi o pel mezzo di Ferrettio pel canale indiretto di Quadrario pel retto organo del buon Coleineil qualeper parentesi si è messo a fare il fornaiocosicché quando (e sia presto) tornerete a Roma i più bei maritozzi della metropoli saranno per Voibenché invece di un maritozzo io vi desidererei piuttosto un maritoné voispero mi vorrete dar torto. Insommaalle cortelo riceveste o no quel mio foglio dai figliuoli di Giuda? Esso vi portava quattro ciarle in prosa e più di quattro chiacchiere in versistrette e stivate sulle tre pagine quanto il popolo tra le panche di Valle quando declamavate la Lettrice e quelle altre diavolerie da farlo singhiozzare più di S. Pietro al canto del gallo. Io vi dirigeva una seconda epistola intitolata Niente di male come la commedia di Boncon la sola differenza che la commedia di Bon è bellae la epistola dio ce ne scampi. Se l'epistola é volata nella lunaniente di male anche qui: ne conservo l'originalee se ne potrà cavare altra copia quando non vi disgusti il rubare un quarto d'ora alle vostre più geniali occupazioni per abbandonarlo alle mie povere cicalate.
Ho saputo le vostre malattie e quelle della Mammache sono pur vostree me ne sono veramente rammaricato. Come state ora l'una e l'altra? Ditemi benealtrimenti vo' in bestiaciocché accadrebbe senza uscir di me stesso. Mariucciaor più or menoè sempre infermaed ha inoltre quasi affatto perduta la vista. Veramente vive la poverina assai mesta e caduta d'animo. Io me la passo benuccio e neppure mi ha sino ad ora visitato la grippeospite di tutte le casedazio di tutti i pettiesercizio di tutte le lancette.
Infine dalla vostra ultima letterache ho sotto gli occhiè scritto: Addiopoeta cesareo: un ultimo abbraccio dalla vostra aff.ma Amalia. La prima frase vale un tesorola seconda un Perù. L'esser vostro poeta aulico potrebbe far battere il cuore anche ad un Byron: il ricevere poi un abbracciobenché incartatodalla propria adorata sovrana (e qual sovrana!) deve scaldare il sangue anche d'un rettile fino al grado della ebullizione. Ma circa al poeta cesareo Voi a Roma mi dicevate di più. Mi dicevate: Quando io sarò regina (e in un certo senso lo siete sempre stata) voi diverrete il mio poeta e il mio consigliere di gabinetto. Ehin quanto al poeta mandiamola buona: quel consigliere però... quel consigliere!... Il passato non darebbe gran lusinga per l'avvenire. Che se voi... Chissà!... Ma passiamo a un altro discorso.
Non possoa rigore parlandofarvi i saluti di anima nataavendo io afferrata la penna all'improvvisoper modo d'insorgenzain un impeto d'inspirazionemezz'ora prima che parta il corriere. Le vocazioni bisogna ascoltarle subitoAmaliaaltrimenti si rischia di perdere l'anima e il corpo: questo almeno è il dogma che popola i nostri conventi: al resto ci pensano i catenacci. Ciononostantemeno quella povera vittima di Presidentetutti m'avrebbero empite le orecchie di mille belle parole per Voi se avessero saputo ch'io vi andava a scrivere. Ricevetele dunque anticipatee senza scrupoloperché già son certo che me le restituiscono prima di notte e con qualche cosetta d'usura.
E la Cecchina che fa? quella caraquell'affettuosa appiccicarella? Ma io che mi era creato suo compareeh! come vanno le cose de sto monno! Giàcome dice quello? L'uomo propone e dio dispone. - Non se move fojja ch'er Signore nun vojja. - Matrimoni e Vescovati stanno in celo distinati. - Chi pecora se fa er lupo se la magna. - Er lupo muta er peloe er vizio mai. - Acqua quieta vèrmini mena. - Fidasse è benee nun fidasse è mejjo. - Nun se dice quattro fin che nun sta ner sacco. E che risponde quell'altro? Chi la fa l'aspetta. - Le montagne nun s'incontreno. - Non tutte le palle ariescheno tonne. - Tanto va la gatta all'onto che ce lassa er pelo. - Tanto va er secchio ar pozzo sin che ce lassa er manico. - Dio non paga ogni sabatoma la dimenica nun avanza un quattro gnisuno. - Ogni medajja ha er su' roverzo. - De maggio puro se fa notte. - Er tempo è galantomo. - Cor tempo e co la pajja se matureno le nespole. - La vipera s'arivorta ar ciarlatano. - Si l'oste ne coce per tutti ce n'è. - Chi la tira la strappa. - Ar bervede' t'aspetto. - Nun sempre ride la mojje der ladro: e via discorrenno. - Intendiamociperché non nascano equivoci: tutte queste belle gentilezze sulle spalle di quel cuor di Bireno e faccia di Bertoldo.
Stringete la mano affettuosamente alla Mamma e alla Sorellae ponete a mio debitoseppure nel libro-mastro della vostra memoria v'è intestatala mia partita.
Ricevete finalmente da me un savio e rispettoso... che cosa?
Quello con cui chiudeste la vostra lettera del 18 marzo 1836. - Sono il vostro servitore ed amico.
G. G. Belli

LETTERA 256.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma11 maggio 1837
Mio carissimo figlio
Dalla cortesia del Signor Avvocato Grazioli ebbi la tua lettera 2 corrente. So che vai preparandoti per gli esami trimestralie ne attendo ansioso il successo. Nel venturo giugno io verrò a riabbracciarti e a rallegrarmi con te de' profitti che tu possa aver fatti in questo altro anno di studio dacché non ci siamo veduti. Ciro miola tua buona Mamma si ricorda di averti promesso una visita se tu la meritavi con buoni portamenti di studio e di condottae la sua voglia di rivederti è sempre ardentissima; ma non crederemio caroche se ella non viene ti manchi di parola. Da qualche tempo la di lei salute è un poco sconcertatabenché in modo non serio né allarmantee per ora non potrebbe forse esporsi al disagio per lei nuovo del viaggiare. Non ti mettere perciò in penaCiro mio: Mammà non istà veramente malema deve soltanto osservare un certo regime che le prescrive un metodo di vita piuttosto uniformeonde più presto riprendere il suo primiero florido stato e allora con maggior sicurezza e soddisfazione procurarsi il piacere di rivedere un figlio che tanto ama. Vivi dunque lietostudia e renditi sempre più degno del nostro affetto che non ha limiti al di qua di quanto in natura è possibile.
Vedrai il Sig. Biscontinie ti darà ulteriori notizie di noi. Egli si trattiene in Perugia pochissimi giorni.
Ritorna i miei rispettosi saluti agli ottimi tuoi Sig.ri Superiori ed alla obligantissima Signora Cangenna allorché la vedrai.
Tutti al solito ti salutanoe fra i primi Antonia. Mammà ti abbraccia e benedice con me
tuo aff.mo padre

LETTERA 257.
AD AMALIA BETTINI - LIVORNO
Di Roma27 maggio 1837
Veramentemia cara e buona Amaliaallorchè null'altro si abbia ad offerire fuorché scorze spremute di agrumi o vuoti baccelli di fave fa sempre miglior figura chi si presenta colle mani in mano. Nulladimeno questo modo di farmivi innanziquando fosse alquanto frequentetrasgredirebbe di troppo un certo vostro precettochesebbene vecchio e forse da voi stessa dimenticatopurtuttavia di tempo in tempo reclama osservanzapoiché una legge rimane sempre obbligatoria sino a che non venga abrogata dal legislatore. Prendetevi dunque ciò che posso darvie operate da clemente sovrano chiudendo gli occhi sulla entità del tributo di un suddito poverello. Voi volete qualche volta versi da me: io non aveva altri versi che quelli: sicché o magna sta minestra o sarta sta finestradicono le nostre buone lane di Roma. Attualmente io bado pochissimo alla burrascosa letteratura: sono tornato ai più pacifici studi delle scienzeastronomiafisicageologia... Un animo da cui va fuggendo la gioventù abbisogna di calma; e le letterespecialmente in certi tempi ambiguiprocurano pochissime ed effimere soddisfazioni. Gloria io non ne cercoe sarei da legare se ne covassi la pretensione. Dunque che fare per non traversare la vita fra gli sbadigli e il tedio d'esser nato? Osservar la natura. La dolcezzaAmalia miache si trae dalla contemplazione dell'universo non può trovar paragone ed apre all'uomo una tutta nuova esistenza. I miei libri di parole sono pertanto ora chiusi per dar luogo a quelli di cose. Porto rammarico del faticoso stato in cui vivete. Ma nella vostra professione gran piaceri e grandi pene! E poi quando vi attaccate coll'animo a qualche paeseeccoti le Ceneri e simili altri giorni di tristezzae da capo in pellegrinaggio. Avrei voluto inchiodarvi a Romama fatalmente non posso disporre del chiodo del destino. Non so darmi pace della inutilità dei rimedi che tentate in soccorso della vostra Mamma. E a Roma con pochissima cura stava tanto benino! Ah! quel chiodo! quel chiododitele mille affettuose parole in mio nomeed altrettante a Checchina appiccicarella. E della Marietta che n'è? sta bene? è sempre con voi? Salutatemela se c'è. Mi faceva lume per le scale con tanta buona grazia! Mariuccia sta un poco meglioma non degli occhi. Essa vi ritorna tutte le cordiali espressioni che le usate. Ma che tempieh? che stagioni! che annate! che secolo!
Teta Ferretti con la figlia Chiara sono a Frascati da varii giornie presto ne ritornano col bambino allevato. Giacomo e le altre due figlie Cristina e Barbara stanno qui e m'incaricano di salutarvi a tutte e tre.
Sono sinceramente il V/°
G. G. Belli
Palazzo Poli2° piano

LETTERA 258.
AL CONTE FRANCESCO CASSI - PESARO
[3 giugno 1837]
Gentilissimo amico
Tutto avrei aspettato tranne potesse una Vostra lettera giungerrni causa di cordoglio: imperocchénon essendo ciò immaginabile in verun altro contatto con Voise non per rispetto a qualche Vostra sventuraavevate negli ultimi anni troppo sofferto per temersi serbata dalla Provvidenza anche una provae la più acerbaal Vostro coraggio. Io che conobbi Colei che piangetee le virtù suee la lieta semplicità che le abbellivaso apprezzare la perdita da Voi fattae tanto maggiormente me ne addoloro con Voimio povero amicoquanto meglio m'è noto il vostro cuore affettuoso e l'amor tenero che vi chiudevate per una figliuola amabilissimaesempio delle sue pariconforto invidiabile de' Vostri giorni in quella parte appunto della vita in cui languendo a' nostri occhi le esteriori attrattive di un mondo pieno di fallacieci cresce a proporzione il bisogno delle domestiche dolcezze. Or come prestarvi consolazione in così desolante calamità? A voi nulla vien nuovo di quanto in simili circostanze san dire la religione e la filosofia. Abbandonati pertanto i comuni conforti a chi debba toccare animi al Vostro inferioreio rispetto in silenzio le lagrime che spargetee Ve ne imploro anzi dal Cielo copia (se è possibile) ancor più largadappoiché nell'abbondanza di quelle trovasi pur talvolta dai disgraziati quasi un risarcimento de' mali senza rimedio. Nulladimeno io desidero che quanti amici godono su me il vantaggio non dell'attaccamento alle Vostre qualitàma della vicinanza alla Vostra personaVi si raccolgono intornoe con delicate sollecitudini procaccino di accelerare a pro Vostro il momento in cui suol la natura finalmente ai profondi dolori sostituire ne' travagliati petti la pace malinconica della rassegnazione. Accoglieteinfelice amicole meste parole qual lugubre consuonanza del Vostro giusto lamento; e poiché Vi odo invocare dall'altrui compassione alcun amorevole refrigeriopensate se debba io sinceramente compiangere al Vostro dannoio padre siccome Voi eravate di unica prolela cui esistenza fra tanta caducità delle umane cose forma l'incessante pensiero delle mie speranze e de' miei timori.
Sono di vero cuore.
Di Roma3 giugno 1837
Il Vostro ob.mo e aff.mo amico
Giuseppe Gioachino Belli

LETTERA 259.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma6 giugno 1837
Mio carissimo figlio
E ti pare che io debba non esser contento di te? Sono invece contentissimoed altrettanto è contenta la tua buona Mammàla quale ti abbraccia e ti benedice mille volte. Quei tre male e quei sei mediocri in entrambe le facoltà sono così vinti e superati dai 52 bene e dagli 84 ottimi che peccherei forse di sottigliezza se li andassi a pescare nella tanta acqua che li sommerge. Certoin questo trimestre hai ottenuto dalla tua diligenza successi ben superiori a quelli del trimestre precedente. Spero peròCiro mioche non vorrai stancartima seguitare alacremente allo stesso modo. E chi sa? chi sa non possa venire un trimestre di tutti ottimi? Ti parrebbe tanto difficile? Ehnell'urna dei possibilic'è anche questa possibilità. Figurati allora le cioccolate! figurati i premi al fine del corso annuale! Ma ciò sarebbe pur nulla a riscontro colla gloria attuale e il vantaggio futuro. Bastaad ogni modo io ti ripeto che sono assai soddisfatto de' tuoi portamenti. - Se nulla di contrario ci si frappone io conterei di partire da Roma il 24 per venire a riabbracciare il mio Ciro. In risposta alla presente dimmi con franchezza se tu abbia qualche desiderio che noi possiamo soddisfare.
RitornaCiro mioi miei rispetti ai Sig.ri tuoi Superiorial Sig. Prof. Mezzanotte e alla Sig.ra Cangenna. Gli amicii parentii domesticie specialmente Antonia seguono a dirti mille cose obliganti. AddioCiro mio caro: ti abbraccia e benedice
il tuo aff.mo padre

LETTERA 260.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Terni25 giugno 1837
Mia cara Mariuccia
Due righe per dirti che sono arrivato bene in questa Città alle 11 antimeridiane. Fra mezz'ora si riparte e si deve mangiare. Sono fuggito a vedere i Vannuzzi. Ho veduto le donne perché egli non era in casa. Scrivo in piedi in piedi con un zeppaccio. Dammi per carità tue notizieabbiti cura e sii docile nel farti medicare.
Saluto tuttie ti abbraccio in massima fretta.
Il tuo P.

LETTERA 261.
A MARIA CONTI BELLI - ROMA
Di Perugia27 giugno 1837
Mia cara Mariuccia
Siccome già avrai udito dalla mia di Terniio arrivai colà ottimarnantee con pari buon viaggio giunsi in questa Città alle ore 7 1/2 antimeridiane del giorno di ieri. Non mi dilungherò quindi sulle altre particolarità del viaggio come di troppo lieve interesseed anzi piuttosto inopportune pel motivo che ti ritarderebbero ciò che più brami saperecioè le notizie del nostro carissimo figlio. Nessuno ha esagerato nel rappresentarcelo vegeto sano e lietissimo: io l'ho trovato tanto bene quanto avrei saputo desiderarlo. È forteè floridofa consolazione il vederlo. Va anche molto crescendopoiché se l'altr'anno arrivava colla sommità del capo a toccarmi il mentoin quest'anno mi tocca il naso; di modo che tu puoi desumere presso a poco una misuraprima di veder la precisa e totale che secondo il solito riporterò a Roma. Lo trovai nelle camere del Rettoreascoltando la sua ripetizione di matematiche. Mi vi condusse il Professor Colizziil quale appena udì che io era giunto in collegio corse ad incontrarmi quasi barcollando per le scaletanta fu la fretta con cui le discendeva. Buonoottimo vecchio! Egli sente profondamente il tuo statosiccome n'è pure rammaricatissimo Ciro benché io abbia con questi tenuto un linguaggio più mite onde non affliggerlo senza utilità. Ho soltanto detto a Ciro che tu vai soffrendo di qualche febbretta e di un certo mal d'occhi che t'impedisce di venire a trovarlo e di scrivergli di tua mano. Il resto che gli ho tacciuto passerà poi anch'essoe allora sembrerò aver detto intieramente la verità. Ha egli ricevuto la cioccolata e l'acqua della Scala con molto piaceree te ne ringrazia mandandoti cento baci e chiedendoti la benedizione. Saluta poi i parentigli amici e i domesticicon una speciale commemorazione per Antonia. Questa mattina sono tornato a vederloe l'ho trovato al pianforte col M.stro Fania cui ho già intavolato il mio discorso circa al termine delle sue lezioni. Il Rettore e il Pres. Colizzi sono meco intieramente d'accordo sulla cosa e sul modo. Cercherò il M.stro Tancioni per rinnovare con lui le praticheche saranno tanto più naturali in quanto è stato questi recentemente assunto dai Superiori in altro Maestro del collegioa scelta dei padri dei convittori fra lui e Fani.
La Sig.ra Cangenna si è mostrata rapita pel dono del portatasche etc. Essail maritoi coniugi Rossi e il Sig. Bianchi ti salutano e ti augurano sollecita e perfetta guarigione. Il Dr. Micheletti non l'ho ancora trovato in casa; ma mezz'ora dopo il mio arrivo le carte di Biscontini già erano state da me a lui ricapitate. Di' allo stesso Biscontini che Rossi mi ha passati gli Sc. 33; e che avendo io parlato con esso a lungo (ed anche con altri) dell'affare dell'agenzia parmi che la cosa possa andar bene. - Dammi buone nuove della tua salute. Io già le aspetto domani con ansietà. Io sto alla Corona. Ti abbraccio di cuore e sono
il tuo P.

LETTERA 262.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma11 luglio 1837
Mio caro carissimo figlio
Hai purtroppo ragione di piangere sulla perdita di una Madre così buona e a te affezionata. Ah! Iddio ci ha colpitiCiro mionella parte la più viva del cuore. Sia fatta la sua volontà. Pregaprega sempre per la pace di quell'anima benedetta che spargerà su noi dal cielo le benedizioni dell'Altissimo colle sue intercessioni. Non ti parlo della desolazione mia: essa è al colmoe solo nel mio dolore e nelle immense fatiche che ora sostengo mi regge il pensiero degli obblighi che mi legano alla tua cara esistenza. Io ti sarò sempre padre amoroso e sollecito del tuo bene; e se quel che farò per te assoggettando la mia vita ad una continua serie di sacrificii non bastasse ad assicurarti intieramente quella felicità che il mio cuore vorrebbe preparartinon sarà colpa mia ma dei casi guidati dalla mano divina. Ringraziamio caro Cirochiunque ti consola e ti amae preparati a renderti sempre più degno della affezione di sì buone gentie della stima di coloro con cui andrai un giorno nel Mondo in contatto. Amiamocimio caro figlioe confortandoci scambievolmente della nostra reciproca tenerezza rimettiamo il resto alla benefica provvidenza del Cielo.
Sono il tuo amorosissimo padre

LETTERA 263.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma22 luglio 1837
Mio carissimo figlio
Le tue affettuose lettere mi fanno piangere di tenerezzae queste soavi lagrime raddolciscono un poco quelle amarissime che io sempre verso per la perdita fatale ed irreparabile da noi fatta. Sia benedetta la volontà della Provvidenza! Prega IddioCiro mio caropregalo sempre pel riposo di quella cara anima che ci ha lasciati nel dolore. Applica in di lei suffragio le tue orazioni e le comunioni tuee vivi in modo che essa dal luogo di salute dove al certo la bontà sua deve averla collocatasi consoli nel vedere in te un erede delle sue belle virtù. Raccomanda poi ancor me a Dioperché mi regga la salute e la vita in tuo aiuto. TuCiro miosei nel Mondo ancora innocentee le preghiere della innocenza trovano grazia nel cospetto del Signore. Siamo onestiCiro mioe forse saremo un giorno tranquilli. Ti ringrazio delle tenere parole colle quali cerchi di confortarmi ad avermi riguardo. Mi risparmieròfiglio miofin dove mi concede il debito che ho di occuparmi della tua felicitàper quanto se ne possa sperare in questo mondo. Tu intanto attendi serenamente a' tuoi studi ad allo adempimento de' tuoi doveri; conservati nelle tue buone disposizioni di dolcezza di obbedienza e di gratitudine a chiunque ti fa benee pensa al giorno nel quale ci riuniremo per vivere insieme da galantuomini e onorati cittadini.
Tuttiparenti amici e domesticiti salutano: Antonia fra i primi. Riverisci tu in mio nome l'impareggiabile Sig. Professor Colizziil Sig. Rettore e il Sig. Vice-Rettore e chiunque ti chiede di me. E allorché vedrai la buona Sig.ra Cangenna dille molte parole amichevoli. Ti benedico ed abbraccio con tutto il cuore.
Il tuo aff.mo padre

LETTERA 264.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma19 agosto 1837
Graziemio caro Cirodelle tue cordiali espressioni. Esse valgono a sempre più spronare il mio già vivo impegno nel procurare per quanto mi è possibile il tuo bene. Sìfiglio miotu finirai un giorno i tuoi studi e Dio vorrà riunirci per non mai più separarci. Io sarò allora tua guidae tu mio conforto. Se avremo fortuna ne godremo a lode della Provvidenza: se ci mancheràvivremo di fatica e di onorele due prime glorie dell'uomo. Nel mese venturo io probabilmente muterò casa; ma tu ne sarai avvertito in tempo. Questa dimora non é più da me né per me.
AddioCiro mio caro: aspetterò notizie degli esami. Salutami l'impareggiabile Sig. Professore Colizzi e di' al Sig. Rettore che fra giorni io farò con lui il mio dovere. Riverisci anche il Sig. Vice-Rettore e gli altri tuoi Superiori. Ricevi gli abbracci e le benedizioni del
tuo aff.m° padre

LETTERA 265.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma26 agosto 1837
Mio carissimo figlio
La tua lettera del 22 cadente mi ha fatto lungamente piangere di tenerezza. Come non essere contentoCiro miode' tuoi portamenti? Se tu mi fossi vicinoti stringerei al mio cuore per dimostrarti con quali sensi io abbia ricevuto le notizie sul successo de' tuoi esami generali. Sappimio buon Ciroche tu sei avviato per una bella strada: io te lo annunzioe Iddio benedirà le mie predizioni. Ma che dirai che io non ti mando nessun regalo? Questo era il solito usovivente la tua povera mamma. Mi chiamerai avaro o sconoscente? No. Ciro mio: non sono né una cosa né l'altra. I tempi però volgono tristifiglio mioe la nostra casa ha ricevuto una grande scossa. Non dubitare però: io farò tutto il possibile per appagarti per quanto potrò. Se verrà come speroBiscontini nel prossimo ottobre a Perugiati manderò qualche cosa pel suo mezzo. Egli poi ti dirà quello che è bene tu sappia. Vivi tranquillo. RiverisciCiro mioi Sig.ri tuoi Superiori e la buona Sig.ra Cangenna. Il Sig. Bianchi mi ha scritto una cortesissima lettera e in questo ordinario gli rispondo. Tutti ti salutano e specialmente Antonia. Ti abbraccia e benedice di cuore
il tuo aff.mo padre

LETTERA 266.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Roma9 settembre 1837
Ho ricevutomio caro figliola tua lettera del 5 corrente e i due libretti del saggio e della premiazione di questo anno. Vedo con piacere cheavendo tu studiatoti abbia pure voluto la sorte rimunerare col buon successo in uno de' due bussoli. Le Vite del Plutarco sono cosa bellissima e classica. Io ne ho (anzi l'hai tu stessoperché la roba mia è tua) una elegante edizione fiorentina in un solo volume corredata di bei rami. - Eccoti dunqueCiro mionuovamente nelle ricreazioni autunnaliper poi di bel nuovo tornare a Novembre alle occupazioni che debbonti fruttare nel Mondo e stato e considerazione. Questa è la più giusta ed onesta vicenda nelle umane azioni: faticariposoe fatica. A suo tempoe quando tu lo sapraimi verrà grata la notizia de' nuovi studi che ti si preparano pel vegnente anno 1838che sarà il sesto del tuo corso di educazione e il 14° di tua vita. Come aumenti e invigorisci il tuo corpocosì maturerà la tua mente e si perfezionerà il tuo cuore. Ama tuttiCiro miorispetta tuttie sarai amato e rispettato. Rendi i miei saluti co' miei rispetti ai Sig.ri Presidente e Vice-Presidenteal Sig. Bianchi e alla Sig.ra Cangennatutte ottime e cordiali persone. Cosìvedendolami riverirai la gentilissima Sig.ra Marchesa Monaldi. Tutti ti salutano e applaudono: Antonia la prima. Io ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre

LETTERA 267.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma23 settembre 1837
Ciro mio
Hai ragione e fai bene. Le vacanze son tempo di sollievoper ristorare le forze consumate nelle applicazioni dell'anno e per riprendere nuovo vigore onde poi sostenere le altre del corso di studi consecutivo. Intanto i più miti esercizi scolasticicontinuati tuttavia ne' due mesi di ricreazioneti serviranno mirabilmente a ritenere il frutto ricevuto negli altri dieci mesi di doppio travaglio. Sta' di buon animo e tranquillomio caro figlio; e come hai sino ad ora trascorsi in collegio cinque anni non totalmente indegno della soddisfazione a della benevolenza degli amorosi tuoi Superiorivi passerai il minor numero che te ne rimane prima di ritornare con mechese Iddio mi conserva la vita e il coraggioti guiderò per mezzo alle contingenze del Mondo dove ancor tu dovrai far la tua partema parte di onesto uomo siccome m'ingegnerò di dartene esempio. Ci affaticheremo allora insiemee le fatiche onorate di entrambi risulteranno in tuo maggiore profitto. Tu mi dai dei saluti di care e rispettabili personecioè dai Sig.ri PresidenteRettoree Vice-Rettorenon che della Sig.ra Cangenna e del Sig. Bianchi. Di mano in mano che li vedi ripeti loro i miei più cordiali e rispettosi saluti. Ti fo intanto quelli de' pochi parenti che vedo e dei pochissimi amici che ci sono restati. Morta la tua povera Madre la nostra casa è deserta. Così fa il MondoCiro mio. Ti abbraccio e benedico di cuore.
il tuo aff.mo padre

Ti salutano Antonia e Domenico che presto non potranno più stare con me.

LETTERA 268.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma10 ottobre 1837
Mio carissimo figlio
Riscontro la tua 30 settembre. Sono molto contento di udirti applicato all'esercizio epistolare: ti servirà molto il sapere ben comporre una letteranel che parecchi anche sommi uomini spesso smarrisconsi. Non già che importi ciò grande difficoltàma perché pochi sanno conservarsi nel bel mezzo dello stile che alle lettere conviene. Naturalezzaprecisioneconcisione per quanto il soggetto lo concedegraziatalora festivitàcorrezione ortografica e sobria interpunzionesono i principali pregi di una lettera. A poco a poco ti farai bravo intanto avverti un po' meglio alla ortografia.
Fammi il piacere di dire al Sig. D. Antonio Ribacchi che il tuo semestre anticipato di retta che scadrà il primo giorno del prossimo novembre gli sarà pagato o personalmente dal Sig. Biscontini che a quell'epoca si troverà a Perugiao per mezzo di qualche suo corrispondente. Biscontini si è già diviso da me e abita dov'era l'Avvocato Gnoli al Gesù. Io partirò dal Palazzo Poli al fine di questa settimana ed andrò ad abitare in casa dei nostri parenti Mazioal Monte della farina n. 18primo piano. Tu dunque nelle tue lettere metterai di qui innanzi quell'indirizzoe bada che la lunga abitudine di scrivere Palazzo Poli non ti trasporti tuo malgrado la penna. Usaci riflessione.
Quanto mi addolori il lasciar questa casa dove ho passato 21 anni sempre in compagnia della tua povera Mammae dove tu sei natonon te lo puoi immaginare. Ma son rimasto solola pigione è assai carae le spese giornaliere troppo superiori alle attuali forze del nostro patrimonio. Dunque bisogna rassegnarsi alle disposizioni della Provvidenza e benedire gli eventi che a Dio piace di ordinare. Il separarmi da Antonia e da Domenico è un'altra prova della mia rassegnazione. Ma essi ci resteranno sempre affezionati. Ho ceduto a Domenico quelle stanze che per separata locazione da noi si tenevano superiormente al nostro appartamento. Egli vi albergherà Antoniaed anche Annamaria la quale io manterrò fin che vive. Mi farai cosa grata se scriverai ad Antonia una graziosa letterina in cui con brevi frasi ma affettuose tu la ringrazii delle cure da Lei sempre avute per tee la preghi di dire in tuo nome altrettanto a Domenico. Né scordarti della buona vecchia di Annamaria. Ecco un nuovo soggetto d'esercizio epistolare. La lettera per Antonia Ceccarelli puoi mandarla al solito indirizzo del Palazzo Poli.
Riverirai in mio nome tutti i tuoi Sig.ri Superioried anche il nuovo Sig. Rettore benché ancora io non abbia l'onore di conoscerlo. Salutami anche tutti i nostri buoni amici di Perugiafra i quali la Sig.ra Cangenna sta attualmente occupandosi pel tuo vestiario d'inverno. Quando la vedrai partecipale il mio nuovo domicilio.
AddioCiro mio caro. Ti abbraccio di cuore e ti benedico.
Il tuo aff.mo padre

LETTERA 269.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma26 ottobre 1837
Mio caro figlio
Alla tua lettera 18 corrente rispondo con questa che ti sarà portata dal Sig. Biscontini il quale parte questa mattina colla diligenza. Egli te la farà ricapitare da qualcuno giacché non si ferma per ora a Perugia ma prosegue il viaggio fino a Città di Castello. Di là tornerà a Perugia pel giorno di tutti i defunti (2 nov.)ed allora ti verrà a trovare e parlerà con te di molte cose a mio nome. Tu considera che ti parli io stesso nelle sue parole. Ti mando pel suo mezzo libbre 4 di cioccolata ed egli ti provvederà costì dello zucchero e del caffè per mio contose tu come credo lo desideri. Di piùCiro mionon posso regalarti attese le nostre attuali circostanze. Anch'io faccio a meno di tante cose di cui prima godevo. RicordatiCiro miodi suffragar l'anima della tua povera Mamma nel giorno della Commemorazione dei fedeli defunti. Prega Iddio per leied ella intanto lo pregherà per noi onde ci assista e ci consoli.
Pare che sabato 21 tu non abbia poi scritto ad Antonia. Essa me ne avrebbe parlato. Se non hai potutofalloCiro miopiù presto che potraie non Le dire che l'hai fatto a mia insinuazione. Dalle questa prova di gratitudine alla buona Antoniae nomina nella lettera anche Domenico.
Riverisci i tuoi Sig.ri Superiori e quanti hanno la bontà di chiederti di me.
Ti abbraccia e benedico di cuore
Il tuo aff.mo padre
Monte della Farina n. 18

LETTERA 270.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Di Roma2 novembre 1837
Mio caro amico
Non so se da qualche vaga voce e accidentale sia potuto venire a' vostri orecchi la per me terribile disgrazia avvenutami il 2 luglio ultimo. La mia buona Mariuccia in quel giorno morì. Già da oltre un anno ella soffriva di mali umorali vaganti dalla testa alla membraed ora appena giunti ad una specie di encefalite. Il 26 giugno io partii di Romadovendo necessariamente recarmi presso mio figlio a Perugiae la lasciai poco bene. Veramente io non voleva partirema ella mi vi spinseed io tanto più la compiacqui quanto meno il suo morbo pareva dar serie inquietudini. Volendo poi trattenermi a Perugia solo dieci giorni non dubitai di andare. Ma dopo il quarto giorno del mio arrivoebbi una lettera d'un amico allarmantissima. Volai a Romae la trovai già morta. Neroni mioqual dolore! Ella mi era tutto: moglieamicamadreconsolatrice amorosissima. Tutto mi è mancato con Lei. E nel mio temperamento cupoconcentratomalinconicoirritabilefiguratevi il mio stato di isolamento come debba essermi insopportabile. Voi che avete cuoree bel cuoreimmaginatelo senza che io ve ne dica di più. Da quattro mesi non faccio che sospirare e piangere e consumarmi. Ho tutto riperduto ciò che di bene (e gran bene) aveva acquistato ne' tre anni di un rigido regime dal quale mi era stata ridonata perfetta salute. Dolore di spiritoveglia continua e tormentosissimadispiaceri gravi e di ogni naturafatiche nuove e moltemi hanno ridotto un uomo degno di compassione. Se un giorno ci rivedremo abuserò della vostra pazienzacol racconto de' miei patimenti.
Povera donna! Morire senza né il figlio né il marito vicini! Lasciar sola la vita e priva de' conforti estremi del sentirsi chiuder gli occhi da una mano amica quanto può esserla quella de' nostri più cari! Non avere io potuto abbracciarla e prometterlepiangendodi vegliar sempre al bene del figlio! Ella ne sarà stata persuasama il sentirselo ripetere in quegli ultimi momenti deve dar tanta consolazione e tanto coraggio! Ah! pazienza.
Voglio adesso chiedere un piacere alla vostra amicizia. Da più anni mia moglie esigeva dalla Cassa dell'Amministrazione de' Beni ecclesiastici di Fermodove è capo il Sig. Mons. Bartolucci di S. Elpidiouna somma trimestrale di Sc. 14:59 1/2 proveniente da una ritensione mensile fatta in questa Computisteria Camerale sull'onorario del Sig. M.se Antonio Trevisaniuno degl'impiegati in detta Amministrazione. La persona che gentilmente favoriva mia mogliecon procura di leiesigendo ed inviando a Roma le somme trimestralinon ha più voluto dopo la morte di lei continuare questo favore. Io manco a Fermo di amicizie. Una pratica da me usata in Computisteria Cameraleonde far qui voltare di uficio le sommeha mancato di successobenché il Computista mi è benevoloopponendosi ciò alle regole di amministrazione. Non avreste voi dunquemio caro Neroniqualche onesto e gentile amico colà che in vostro riguardo volesse ogni tre mesi ritirare la detta somma e spedirmela? Io gli manderei una procura nella mia qualità di padre e legittimo amministratore di Ciro erede universale della Madre (ab intestato) come apparisce da un pubblico istrumento stipulato in atti Fratocchi il 7 luglio ultimo. Giace di già inesatto un trimestre senza che io abbia ancora potuto trovare il canale onde ritirare a Roma i denari. Vedete un pocomio buon amicodi aiutarmi in questa circostanzatanto più che ho grandi urgenze da soddisfare. E vedete la mia temerità! Non potreste voi stesso ricevere la mia procurae ad ogni trimestre mandare al Sig. Bartolucci la vostra ricevuta e ritirare l'equivalente? Se hocosì dicendo abusato troppo dell'amiciziaperdonatelo all'amicizia stessae diminuite la mia impertinenza colla vostra opera trovandomi chi per amor vostro mi favorisca. Io ne vivo in isperanza.
Addiomio caro amico. Iddio vi conservi lungamente al bene e alle delizie di famiglia. Io ne sono privo. Mio figlio è buonogentilestudiosoma è piccolo e da me lontano. Per più motivi non posso ancora richiamarlo con me. Sono con tutto il cuore
il vostro amico G. G. Belli.
Monte della Farina N° 18.

P.S. Ho dovuto cambiar casa.

LETTERA 271.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma2 novembre 1837
Ciro mio
Ho veduto la tua lettera ad Antonia. Bravo Ciro! Siamo sempre riconoscenti a chi ci ha fatto del bene. Antonia e Domenico hanno gran diritto alla nostra benevolenza. Essi non sono più con noima se ne ricorderanno sempree noi ricordiamoci sempre di loro. Biscontini ti avrà fatto avere la mia del 26 ottobre. Al di lui ritorno udirò i risultati dei discorsi che avrà tenuti con te.
Temo che tu non saprai leggere la mia presente lettera. Scrivo con pena perché mi trema la mano. Ho scritto troppo ieri ed oggi; e poi questo è un giorno che molto influisce sulla mia macchina. Suonano le campanefiglio mio: per chiamar suffragio ai defunti; e tu sai chi noi abbiamo perduto. Or viabasti di ciò: Iddio ci darà forza per rassegnarci alla Sua volontà.
Studiacuore miostudia di cuore e con mente più serena che puoi: sii buonodolcemanierosoe fatti amare da tutti. Riverisci i tuoi Sig.ri Superioriamami sempre come io ti amoe ricevi i miei abbracci e le mie benedizioni. Sono il tuo aff.mo padre.

P.S. La presente ti verrà dalla gentilezza della Sig.ra Cangenna che si occupa tanto di te. Siile gratoCiro mio: essa veglia su te come una madre.

LETTERA 272.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma11 novembre 1837
Ciro mio
Il Signor Conte Francesco Moronila cui madre Sig.ra Contessa Maria ebbe sempre tanta bontà ed amicizia per la tuaviene a Perugia direttore della posta e mi favorisce recarti questa mia lettera. Ho ricevuto la tua del 7 corrente. Il Signor Vice-Presidente Cambi mi aveva già fatto conoscere i tuoi studi per l'entrato nuovo anno scolastico. Iddio ti mantenga sempre le buone disposizioni che mostri di voler profittare in essi e negli altri che farai in avvenire. Dallo studio nasce il saperee da questo congiunto alla bontà dell'animo e alla gentilezza delle maniere dipenderà tutto il bene della tua vita. Non acquistata o perduta la stima degli uomini onestitutta la nostra esistenza diviene una serie di rammarichi tanto più pungente quanto più ne siamo noi stessi gli autori trovandone le cagioni nelle nostre opere. Pondera beneCiro mioqueste terribili veritàalle quali si suole pensare troppo leggermente dalla comune degli uominie perciò si veggono al Mondo tanti falli e tante sventure.
Circa alle tue idee di continuare nella musica vado oggi stesso a scriverne al nostro Signor Biscontinie ne parlerai nuovamente con lui. Ho scrittoe consegnata la lettera al Sig. Conte Moronial tuo nuovo Superiore Sig. Don Fausto Bonacci. Ti gli ho raccomandatoed ora raccomando a te di mostrartigli sempre obbedientesottomessoriconoscente e gentile. Riveriscimi gli altri tuoi Sig.ri Superiorie così la buona Sig.ra Cangenna e la Signora M.sa Monaldiallorché le vedrairingraziandole de' saluti che sì spesso m'inviano per tuo mezzo.
Tu dicesti alla Sig.ra Cangenna di non conoscere i nostri parenti Mazioin casa de' quali oggi io abito. Non te ne ricorderaiCiro mioma spesso io ti ci ho condotto allorché eri in Romaed anzi (e questo te lo devi ricordare di certo) il marito della mia cuginaOrsolina Mazioche allora non l'aveva ancora sposata e le abitava incontroti fece il ritratto pochi giorni prima della tua partenza da Roma pel Collegio. Quel ritratto è poi sempre stato il conforto della tua lontananza per la tua povera Madre; ed a tale scopo io lo feci fare. Ora io lo conservo presso il mio letto siccome essa usavabenché noi non abbiamo mai avuto bisogno di tal segno materiale per ricordarci ad ogni momento di te. -Questi parenti dunque ti salutano e bramano di presto rivederti. Così ti salutano i nostri amiciche sono pochi ma ottimi. AddioCiro mioama sempre
il tuo aff.mo padre che ti abbraccia e benedice.

LETTERA 273.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Di Roma14 novembre 1837
Mio veramente gentilissimo amico
Di quanti conforti la pietà umana o la civiltà mi è venuta sin qui prodigando a sollevarmi l'animo caduto in tanta deiezione per la perdita della compagna della mia vitaniuno più dolce ed efficace delle semplici parole da voi adoperate per un fine sì santo quale è quello di consolar gli afflitti. VoiNeroni mioconoscete il cuore dell'uomoe sapete di più distinguere cuore da cuore: così secondo i casi e le persone versate il balsamo che se intieramente non sana una piaga incurabilela sparge almeno di salutare dolcezza che fa parere grato anche il dolore allorché lo compatisce un animo cortese e generoso. Né mai più né meglio conosciamo il prezzo dell'amiciziache quando vivendo disgraziati ci vediamo attorno persone amorose e bennatetutte sollecite di attenuarci le pene con cui la provvidenza volle provare la nostra rassegnazione. Io dunque in mezzo a' miei patimenti benedico Iddio che mi vi fece conoscere dapprimae poi sperimentare così benevolo. È veromio caro Neroniio debbo conservarmi pel mio figlio onde non fare di questo povero innocente un orfano abbandonato. Che sarebbe di lui fra tanta corruttela? Chi lo guiderebbechi lo salverebbe dalle infinite insidie e dagli errori innumerevoli dove vanno a inciampare talora anche gli avvisati e gli accorti? Io dunque ho l'obbligo di mantenere la mia esistenza per la sua felicità. Peneròveglieròmi travaglieròe quando poi avrò di questa povera pianticella formato un albero saldo abbastanza contro le tempeste del secolodirò allora a Dio: è compiuta la mia missione: nunc dimittis servum tuumdomine. Voi siete già sciolto da un tanto dovere; ma ora i vostri figliuoli impegneranno la giustizia eterna a concedervi la retribuzione che vi siete meritatae così vivrete lunghi anni nel premio maggiore che possa sperare la virtù paterna: quello di vedere il suo sangue senza macchia al cospetto degli uomini.
Troverete qui unita la procura che la vostra bontà mi ha concesso inviare al vostro nome per la trimestrale esigenzae di cui vi tenni proposito nella mia antecedentein codesta Amministraz. dei Beni ecclesiastici di Fermo. Mi pare certo avervi avvisato essere giacente un trimestre inesattocioè quello di luglioagosto e settembre prossimi passati. Alla fine del venturo dicembre scadrà il trimestre oggi corrente. Abbiamo sempre usato di esigere trimestralmente e non mensilmente onde diminuire la noia de' troppi minuti e frequenti dettagli. Sino a tutto giugno sonosi percetti per cadaun trimestre Sc. 14:59 1/2; ma in seguito può esser piùpuò esser meno secondo l'entità dell'onorario del debitore e i sequestri de' di lui creditoribenché su questo ultimo proposito l'ultima causa sostenuta dalla fu mia moglie contro alcuni coaspiranti al riparto dovrebbe lasciare invariabile il riparto attuale. Ad ogni modo Voi prenderete quello che vi darannocompiacendomi in qualunque caso di accennarmi i motivi addottisi per dichiarazione de' cambiamenti che s'operassero.
Circa alla trasmissione delle somme mediante il proporzionato concambio che avete in mira sulle percezzioni in Roma di vostro fratellone sarei contentissimo. Sul di lui mutamento di statoche io ignoravola penso appuntino come Voie credo che quello che in ciò gli è accaduto di meglio sia la eruditadottaelegantedisinvolta e giudiziosa epistola che gli avete indirizzata per festeggiare le sue gioie colle glorie della vostra patria comune. Bella mente sana che avete! Invidio la chiarezza e semplicità de' vostri argomenti sì liberi dagli arzigogoli stiracchiati di tanti archeologi e storiografi che si lambiccano il cervelluzzo per accomodar colori a un disegno che non vorrebbe riceverli. Voi avete condotto le vostre assennate ricerche sin dove l'ipotesi confina e si confonde colla verità. Eccovi il mio schietto giudizio. Se ho errato mi piace aver errato con voi.
Sin qui voi sapete la metà sola de' miei malied è quella che soglio narrare a tutte le gentili persone. Oggi ne confido l'altra metà alla delicatezza dell'amico. Voi ne stupirete. La mia buona moglieper troppa fiducia e generosità di condottaha lasciato al figlio un patrimonio assai offeso. Quanti anni di pene mi bisogneranno per formare al mio Ciro uno stato! Ed anche chi sa!... - Io dunque cerco ogni via per sollevarlofaticandodal mio peso personale. Perciò non arrossisco dirvi che se mai udiste in codeste parti che alcun vostro conoscente avesse affari da affidare in Roma a chi non fosse capace di tradire la fiducia de' suoi committentiio presterei la mia opera in assistenza di ogni discreta persona. Intendiamoci però: in qualunque vostra occorrenza voi siete il mio padrone e il mio nuovo discorso non vi riguarda. Non si può dire ciò che io sarei pronto ad operare per voi che mi avete resi sempre tanti favori.
Amate dunque e comandate liberissimamente il vostro servitore ed a.co
G. G. Belli

LETTERA 274.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma28 novembre 1837
Mio carissimo figlio
Riscontro le tue due lettere del 10 e del 19 cadentericevute da me la prima per mezzo del Sig. Avv. Gnoli e la seconda per parte del Sig. Conte Moroni. In quella sei tornato ad assumere il pronome ella e lei. Tu sai che non mi piace. Amo che tu mi rispetti: godo però meglio che il rispetto vada unito a una moderata confidenza che riesce assai più affettuosa. Quindi il Voi mi appaga assai più; e mi parla più al cuore. Io sono tuo padree insieme il primo tuo amico e confidente; e il rispetto lo voglio attendere da te più nella corrispondenza dei sentimenti e nella consuonanza delle azioni che non nelle parolesotto le quali non di rado può celarsi una fallacia tanto maggiore quanto meno apparisce. Una soverchia familiarità mi offenderebbe perché temerei checonsiderandomi tu troppo alla parisvanisse a' tuoi occhi la gravità e la importanza de' miei consigli e si perdesse così il frutto delle paterne e insieme amichevoli mie insinuazioni. Il freddo tuono altronde della civiltà di pura convenzione disgiungerebbe di soverchio i nostri animi e potrebbe all'affezione della natura sostituire i vuoti omaggi del complimento. AmamiCiro miometti in pratica i miei avvertimentie questo è il maggior rispetto che io desidero da te.
Odo con piacere i nuovi studi che ti sono assegnati per questo 6° anno della tua educazione. Iddio benedica le cure de' tuoi Maestri e le tue fatiche. Mi si dice però che nella lingua latina sei ancora un po' tiepido. Eppure ne dovrai trarre nel Mondo tanto bene!
Ho parlato di te col Sig. Biscontini. Ebbenepoiché lo desideriacconsento che tu riprenda lo studio della musicae ne vado a scrivere al Signor Vice-Presidente col quale ne tenni varii colloqui allorché era Rettore.
Col Sig. Presidente Prof. Colizzi ho anche tenuto lungo proposito intorno a te e a quanto ti concerne. Egli ti amaed ha per te molta bontà.
In vita della tua buona Mamma era solito il mandarti qualche dono pel Natale. Oggi i tempi sono cambiatiCiro mioed io non saprei cosa inviarti per detta prossima epoca. Se tu abbisogni di qualche cosa o nudri alcun particolare desideriofammene consapevoleed io procurerò di appagarti. - Studia con coraggio e serenità d'animo. I giorni e gli anni passanoe poi viene il tempo in cui si raccoglie secondo che si è seminato. Riverisci i tuoi Sig.ri Superiorie ricevi i miei abbracci e le mie benedizioni.
Il tuo aff.mo padre.

LETTERA 275.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma13 dicembre 1837
Ciro mio
Per mezzo del Sig. Presidente Colizzi devi avere avuta la mia del 4 corrente. Ricevi ora quest'altra che favorirà consegnarti il Sig. Caramelli.
Ho con estrema consolazione udito che di giorno in giorno tu abbandoni quella certa negligenza nella quale avevi ricominciato gli studispecialmente di letteratura. BadaCiro mio carobada: se tu non istudi con fervore e di vero proposito sarai infelice. Credi a tuo padre. Se io dovessi un giorno vederti vittima della tua stessa pigrizia e indolenzane morrei di doloree tu avresti questo peccato sull'anima. Per caritàfiglio mionon istancarti. Gli anni passano prestoe presto raccoglierai il frutto delle tue attuali fatiche. Tu crescila tua mente va maturando colla età: è dunque vergogna l'operare senza senno. Fa'Ciro mioche allorquando vivremo insieme io abbia a benedire la provvidenza dell'avermiti dato. La tua povera Madre non ha potuto vedere i tuoi successima adesso prega Iddio in cielo per te. Renditi degno delle preghiere di quella benedetta che si rallegrerà delle virtù che tu acquisterai. E riguardo a mevorresti tu pagare d'ingratitudine le tante mie cure e sollecitudini? NoCiro miodà consolazione a tuo padre che ne ha bisogno per sostenere il carico della tua guida nel Mondo. Io sono qui solo e senza nessun altro conforto fuorché quello della speranza della tua buona riuscita. Se questa fallisse mi troverei troppo male ricompensato. Dunquesùcoraggioavanti sempre: bontàstudio e gentilezza: ecco quello che voglio da te. Me lo prometti?
Spero che sarai contento dell'averti io ripristinato la musica siccome tu desideravi. Anche questa potrà molto nel Mondo giovarti. Lo vedrai.
Riverisci i tuoi Sig.ri Superiori e ricevi da me salutiabbracci e benedizioni.
Il tuo aff.mo padre.

P. S. Ti ripetoCiro mioche se per S. Natale desideri qualche cosa da poter corrispondere alla nostra facoltà me lo parteciperai onde io procuri di soddisfarti. Appena ti riesce dà l'acclusa alla Sig.ra Cangenna.

LETTERA 276.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Di Roma16 dicembre 1837
Caro e gentilissimo amico
Ebbi ieri la obbligante Vostra del 10 corr. con in seno l'ordine di Sc. 14:54 1/2 tratto da vostro fratello Conte Filippo sopra questo Sig. Paolino Alibrandi furiere delle guardie nobilie da Voi speditomi in pareggio netto degli Sc. 14:59 1/2 che vi compiaceste esigere per mio conto da cod. Cassa de' Beni ecclesiastici di Fermo nell'affare Trevisani pel trimestre luglioagosto e settembre p.p.ti. - Il Sig. Alibrandi me lo ha questa mattina pagato. Sta ora per maturare l'altro trimestre di ottobrenovembre e dicembrele quote de' quali mesi giacciono nella medesima Cassa in seguito delle mensili ritenute sull'onorario del Sig. Marchese Trevisani. Entrato dunque il prossimo gennaio Vi prego a vostro comodo ritirarne l'importo.
Direttissimi rapporti amichevoli io non ho coi compilatori del giornale arcadicoma non mi è mancato mezzo di pormi con essi in comunicazione riguardo all'articolo che desiderate inserto nello stesso giornale. Ieri sera consegnai la vostra epistola a un bravo giovaneamico d'uno dei più influenti collaboratorionde lo impegni ad appagare il mio nel vostro desiderio. Non ne ho ancora rispostané ho voluto che l'indugio di essa Vi ritardasse la notizia che io Vi doveva circa all'incasso dell'ordine. Presto però deve ripartire di Roma il vostro amico Conte Orazio Piccolominiil quale vi sarà latore di una miae in essa spero annunziarvi il risultamento delle mie premure pel piccolo servizio che mi chiedete.
Favoritemi dire molte parole affettuose per me al caro Pippo Lenti (lo chiamo colla confidenza dell'antica amicizia che ci lega) che rivedrei tanto volentierisiccome ardente desiderio nudro di riabbracciar Voi dopo così lunga separazione. Quindici anni! Quanti altri ne passeranno prima di riavvicinarci?
Sono di vero cuore e pieno di sincera stima
il Vostro aff.mo e obbligatissimo amico Giuseppe Gioachino Belli.

LETTERA 277.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Di Roma26 dicembre 1837
Gentilissimo amico
Per mezzo del nostro caro Piccolomini V'invio questa letteraannunciatavi fin dalla mia precedente speditavi per la posta il 16 cadente.
La vostra illustrazione archeologica della Città di Ripatransone è ora in mano del Signor Salvador Bettiuno de' primi compilatori del giornale arcadico; e sono stato assicurato da chi gliel'ha trasmessa che o comparirà tutta intiera nel giornale o ne verrà in quello fatta menzione. Voglio sperare di non esser deluso.
Ieri uscii di letto dopo otto giorni di malattia del solito carattere infiammatorio. Ah! se non mi posso aver cura!
Circa al mio affare ed a' vostri favori mi riporto alla mia del 16.
Auguro di vero cuore a Voi e a' vostri più cari un felice anno. Il Cielo lo mandi migliore di quello che cade.
Sono sinceramente
Il vostro aff.mo e obbligatissimo a.co G. G. Belli.

LETTERA 278.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma30 dicembre 1837
Mio caro figlio
O l'altro ieri dopo pranzo o ieri mattina dev'essere partito di qui un canestrello al tuo indirizzo. Il Sig. Raffaello nipote di codesto Sig. Angiolo Rossi mi ha favorito consegnarlo a un suo amico il quale viene a Perugiae così tu lo avrai in breve per mezzo del detto Signor Angiolo. Avrei volutoCiro miomandartelo per le sante festema sono stato infermo parecchi giorni colle mie solite accensioni di sangueimpedito perciò di potermene occuparegiacché ora debbo far tutto da me. Nel canestrello troverai un pangialloquattro torroniun poco di confetti e di mandorle attorratee due mostacciuoli di Napoli. Ti serviranno per addolcirti la bocca il giorno di pasqua epifania. Non ho potuto né saputo mandarti altro: ho pregato però la eccellente nostra amica e padrona Signora Cangenna Micheletti d'indagare i tuoi bisogni e i tuoi desideri e di appagarli a Perugia senza che io stia ad accrescere il volume della spedizionegiacché per via particolare sarebbe indiscreto il caricar troppo chi ci favoriscee per mezzo de' vetturali importerebbe un dispendio inutile il trasporto di cose che si trovino a Perugia. In quanto al pangiallo esso è cosa romana e ho voluto inviarlo da qui. Conserva il canestrellopotendo servire ad altri usi.
Ho con piacere appreso dalla tua del 19 cadente che il discorso del rispettabile Sig. Prof. Colizziunito alle speciali mie insinuazioniti abbia fatto impressione. Così èmio caro Cironoi non ci troviamo più nello stato in cui sembravamo posti dalla Provvidenza. Ma comunque vadano le cosebenediciamo sempre la Mano che regola le sorti degli uominivedendo quanti stan peggio di noi benché forniti di molto maggiori meriti che noi non abbiamo. L'onoreCiro mioci terrà luogo di splendore e di lusso. Una vita modesta e virtuosa può consolare l'uomo cristiano e ragionevole da tutti gli attacchi e le inimistà della fortuna. Tu sei determinato a calcare una strada di rettitudine. Iddio benedica le tue savie intenzioni. Né io mi stancherò mai nel procurare il tuo maggior beneassistendoti assiduo e vigilante sino a che il Mondo possa conoscere i frutti de' tuoi travagli e rimunerarli. Allora io sarò vecchioe tu renderai a tuo padre le cure ch'egli avrà prestato alla tua fanciullezza. Questa è la giusta vicenda de' doveri di famiglia: il più debole deve ricever protezione dal più forte. Il debole ora sei tu: presto lo sarò iose il Cielo vorrà conservarmi tanta vita da vederti uomo formato ed abile al disimpegno degli obblighi sociali.
I nostri pochi ma buoni amici ti rendono mille saluti e insieme coi nostri parenti ti augurano un felice capo-d'anno. Fa' tu altrettanto in mio nome co' Sig.ri tuoi Superioriringraziando spezialmente l'onorevole Signor Rettore delle confortanti parole aggiuntemi appiè della tua lettera. Di' anche molte cose amichevoli per me al Signor Tancionie fallo contento di te. Alla Sig.ra Cangenna e al Sig. Bianchi ho scritto particolarmente nel passato ordinario. Ti abbracciofiglio mio caroe ti benedico di cuorepregandoti da Dio ogni felicità.
Il tuo aff.mo padre.

LETTERA 279.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Di Roma15 febbraio 1838
Mio caro e buon Neroni
Vi scrivo in letto dove mi trovò l'11 corrente la obbligante vostra dell'8contenente l'ordine di vostro fratello Conte Filippo sopra questo Sig. Paolino Alibrandi per scudi quattordici e bajocchi 54 1/2prodotto netto della esigenza da voi cortesemente fatta per mio conto in Sc. 14:59 1/2 della Cassa de' Beni ecclesiastici di Fermo pel sequestro c. il M.se Trevisani relativo all'ultimo trimestre del caduto anno. Jeri mi capitò un amico il quale mi andò a realizzar l'ordineche fu puntualmente pagato. Fu una fortuna nel mio attuale isolamento: così posso oggi darvene subito avviso. Non è poco che finalmente codesti Sig.ri pagatori siensi compiaciuti di dare ciò che da molto avevano in mano; e l'han dato quando già ritengono giacenti le due quote di gennaio e febbraio del corrente anno. Questa loro renitenza sempre più accresce pertanto le mie obbligazioni verso di voi per moltiplicati incomodi che ne dovete soffrire.
E il mio male qual'è? Il solitoNeroni mioinfiammatorio. Sto da sei giorni a brodoe per brodo do sangue. Son debolissimo di membra e di capo. Ad ogni nuovo accesso di febbre però mi torna un vigore falso e apparente che debbo poi restituire alla natura nelle ore consecutive. Ora però sto alquanto meglio de' giorni passatie per ciò mi è pure riuscito di scrivervi.
Spererei esser presto guarito. Finisco per rimettermi disteso sotto le coltri e per mandare alla posta la servaccia di casaseppure saprà ficcare una lettera in un buco. Che mutazione di scena! Pazienza.
Vi abbraccia di cuore
il Vostro aff.mo amico G. G. Belli

LETTERA 280.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma10 marzo 1838
Mio sempre carissimo figlio
Riscontro la tua del 6 corrente. Credo che a quest'ora potrai aver principiato a sperimentare la verità delle mie passate assicurazionicolle quali ho in ogni tempo voluto metterti nell'animo il coraggio che nasce dal sapere come gli studi tanto più divengono lievi e piacevoli quanto si allontanano più dagli aridi elementi. Chi principia a studiare la gramatica non sa fin d'allora prevedere sino a quali belle ed utili conseguenze debba condurre quel non troppo amabile sminuzzamento di parole e d'ideené quella incomoda ricerca continua giù per le pagine di un vocabolario. Ma viene poi fuori a poco a poco una bella lingua ed una capacità franca di distinguere non solo e classificarne le parti con esatta precisione dentro le più famose opere de' classicima ancora di intendere le alte cose che pel ministerio di quella lingua hanno scritte gli autori stessi onde erudirci ed ammaestrarci in sapienza e in virtù. Così puoi dire del calcolo. In origine il piùil menoe gli y e gli x e le radici e i quadrati etc. non ti saranno apparsi tanto geniali. Oggi però che vai e sempre più andrai di giorno in giorno scendendo alle applicazioni di quelle chiavi delle scienze esattedevi principiare ad accorgerti di quanto conforto ti riuscirà allo spirito l'aver superato il fastidio delle prime fatiche. E credimiCiro miotroverai presto maraviglie filosofiche morali e letterarie che t'incanteranno e ti faranno benedire la provvidenza dell'averti concesso il gran beneficio dello studio. Io so che tu mi vuoi bene e sei persuaso del mio amore per te. Questo mio amore dunque ti convinca della realtà di quant'io ti vo avvisando. AbbandonaCiro mioogni resto d'inclinazioni fanciulleschese mai tuttora ne conservie seriamente volgendo tutto il tuo animo alla tua cultura ti preparerai la maggior felicità che sia concesso all'uomo di sperare sulla terra. Non mi ricordo se ti ho mai detto che io ti ho lavorato due eleganti globiceleste e terrestre. Ti serviranno quando tornerai a stare con me. - Ho veduto il Signor Biscontini e gli ho fatto la tua ambasciata. Tutti di qui ti salutano. Tu riverisci i tuoi Sig.ri Superiori e i nostri buoni amicie ricevi i miei teneri abbracci con infinite benedizioni.
Il tuo aff.mo padre.

LETTERA 281.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma20 marzo 1838
Mio caro figlio
L'altr'anno tu ti dimenticasti della mia festa: quest'anno me ne dimenticava io; tantoché se non fosse giunta a proposito la tua lettera del 15 a ricordarmelaforse la festa di S. Giuseppe mi sarebbe arrivata improvvisa come arrivano i lampi. Non è piùCiro mioil tempo in cui queste giornate riconducevano nella nostra famiglia scambievoli sogni di memoria e di affetto. Sol tu adesso rimani col quale io ricambii simili atti sì dolci; e tu colla tua lettera amorosissima mi hai per verità dimostrato una tenerezza che molto mi commuove. Graziemio buon Cirograzie alle tue care espressioni: mi hai fatto un gran benee te ne rimuneri il cielo col farne un giorno a te gustare altrettanto. E mi rallegro poi specialmente della tua graziosa letterina perché il Sig. Rettore mi assicura essere ella tutta tuasentimenti e parole. Il Signor Rettore merita da me cieca fiducia né voglio credere che tu abbia saputo illuderlo con una fallace assicurazione. La lettera è molto affettuosa e disinvolta; ecomposta da te fa onore al tuo profitto nell'arte di pensare e di scrivere. CoraggioCiro mio caro; tu divieni uomo ogni giorno. - Ho gran piacere che tu principii a gustare Cicerone e Virgilioportenti di sapere e di genio.
Ti pregoCiro miodi ringraziare caldamente in mio nome il Signor Rettore per le obbliganti cure che prende d'informarmi sempre di te. Deve avere un bel cuore codesto rispettabile tuo Superiore.
Quando vedrai la gentilissima Sig.ra Cangennaalla quale dobbiamo tantole darai la qui unita mia lettera.
Ringrazia tutti i tuoi Sig.ri Superiori e così gli amici degli augurii cortesi inviatimi pel tuo mezzoe riveriscili da mia parte. Questi nostri parentie così gli antichi domesticistanno bene e ti risalutano. Domenico però è afflitto per la recente perdita che ha fatto della Madrela quale egli amava moltissimo.
SeguiCiro mioa studiare con fervore e diligenza: te ne troverai un giorno contento. Abbi cura della tua salutesii buonoamamie ricevi mille abbracci e benedizioni del tuo
aff.mo padre.

P.S. Attualmente io sto passabilmente bene.

LETTERA 282.
AD AMALIA BETTINI - VENEZIA
Di Roma22 marzo 1838
Cara Amalia
il mio silenziorimproveratomi più volte in vostro nome dal nostro Ferrettieccolo oggi compensato da una lettera lunga quanto una quaresima; seppure possa chiamarsi risarcimento un infarcimento di ciarle che o spacciate in prosa o in verso non perdono mai la loro papaverica natura. Troppo mi sono però taciuto con Voimia affettuosissima amicaperché in sul primo riaprir della bocca io potessi impedire a tutti questi strambotti il precipitarmisi fuor delle labbra come un branco di pecore o d'altri animali meno innocentiaddensati all'uscio che toglieva loro l'aria e la luce. Da molto tempo io sentiva il bisogno di consacrarvi esclusivamente un'ora di parole oltre le tante ore che voi occupate nel mio pensiero. Ma se noti vi sono in parte i motivi dolorosi che tutto han cambiato il tenore della mia vitami perdonerete l'esser questa ora giunta sì tarda. E quando mi sarà concesso il desiderato conforto di rivedervi in questa città e di tornare alle dolcezze della vostra compagniavi istruirò allora del mio stato di fatica e di isolamento. Intanto io non perdo uno de' vostri passi né de' vostri successi. I comuni amicii viaggiatorii giornalitutti io vo' interrogando per saper notizie della carissima Amaliasì ricca d'ingegno e di cuore. Non mi dite lusinghiero. Perché lo sarei? A un omicciuolo mio pari non sarebbe lecito vagheggiare scopo né premio di adulazionequando anche foste voi donna da potersi adescare con simili mezzitroppo inferiori ai meriti degni d'interessarvi a pro di chipossedendovisapesse farli valere con delicatezza. Oltrediché Voi mi avete forse conosciuto non falso e tanto modesto quanto lo comandava ogni principio e di carattere e di circostanza. Un po' di elogio anche a me; e questo dopo essermi da me stesso chiamato giustamente omicciuolo! Ebbene? non possono darsi omicciuoli sinceri e rispettivi? Anzi un gran numeroperché quelle sono per solito virtù da minori. Voglio un poco udire come voi la pensate.
Ma quel povero nostro Ferretti! Sempre malattiee di tutti i generi e tutte terribili. Non se ne potrebbe tesser chiara la storia.
Egli vi salutacome vi saluta il cav. Rosati che parecchi giorni addietro ebbi occasione di vedere. Da quando ho perduto Mariuccia abito vicino a Ferretti.
Mi dice Ferretti che voi siete per tornare in compagnia di Mascherpa. In questo caso mi pare più sperabile il rivedervi a Roma. Mascherpa non teme tanto questo viaggio come il Nardelli. Amenamenamen!
Come sta la Sig.ra Lucrezia? Quale più le convienRoma o Venezia? Dite Romase non volete farmi arrabbiare. E la Cecchina? e l'appicciccarella? Si ricorda ella mai del povero Belli? del poeta cesareo di sua sorella? Or beneallontanate per mezza giornata da Voi le occupazioni e gli amicie consumate tutto quel tempo a dir loro tutte quelle belle o brutte cose che io loro direi se fossimo insieme.
Adesso poi che vi ho scritto non mi punite del peccato vecchio col voltarmi le spalle. Rispondetemi quattro parole di quelle che sapete dire Voi quando volete lasciar la gente col cuore inzuccherato.
Vi bacia la mano rispettosamente il vostro
G. G. Belli
Monte della Farina n° 18

LETTERA 283.
A FILIPPO GELLISEGRETARIO DELL'ACCADEMIA TIBERINA - ROMA
[30 marzo 1838]
Chiarissimo Sig. Segretario
Con piacere e gratitudine ho ricevuto dalla S. V. la cortese partecipazione del general decreto accademico col quale venne dichiarata come non avvenuta la mia rinunzia del 1828. Così dopo un lungo decennio io godrò di ritrovarmi fra onorevoli e distinte persone dalla cui compagnia mi allontanai per motivi da non esser più ricordati.
Ho tardato due giorni oltre il dovere a riscontrare il Suo foglio del 27 a fine di poter più concludentemente rispondere all'inclusovi biglietto d'invito per un componimento lirico sulla Passione del Redentore. - Questo sarà da me recitatoavendolo io già espressamente scritto.
VogliaChiarissimo Sig. Segretarionon isdegnare le sincere espressioni di ossequio del
Suo d.mo Servitore e Collega G. G. Belli
30 marzo 1838

LETTERA 284.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma5 aprile 1838
Mio carissimo figlio
Ebbi prontamente dal gentilissimo Signor Conte Moroni la tua del 27 marzoe ti ringrazio dell'esserti approfittato di questa occasione per darmi tue nuovele quali godo di udir buonemalgrado del reuma di testa che mi dici aver sofferto. Forse darà una fuggita a Perugia il Sig. Avvocato Filippo RicciAiutante di studio in questo tribunale della S. Rotaed amicissimo della nostra casa da moltissimi anni. Egli è saviodotto e gentilee si compiace per amicizia dirigere le mie operazioni nella guida del tuo ristretto patrimonio. È partito per Spoletoe se mai arrivasse a Perugia mi ha promesso che verrebbe a visitarti. Fagli allora buon viso come a persona degna d'ogni stima e gratitudine.
Oggi ad ottocioè giovedì 12 correnteall'un'ora di nottetu compierai il 14° anno della età tua. VediCiro miocome celermente ti avvicini alla gioventùlasciandoti indietro l'adolescenza! Nello stesso modo devi abbandonare ogni leggerezza che suole andar compagna di questa. Io peròmio caro figlioper quanto ascolto della tua condottasono contento di tee solamente ti esorto a corroborarti nelle tue felici disposizioni ad una buona riuscita. Rifletti sempreo mio Ciroche io andrò invecchiandoe che tu un giorno dovrai non solo condurre te stesso fra le vicende del Mondoma assistere e sostenere altresì il tuo padre che tanto t'ha amato e ti ama. Se allora tu possederai virtù solide e meriti realigli uomini te ne daranno il compenso; ed io giunto al termine della mia carriera potrò chiudere gli occhi nella consolazione di lasciarti felice. Ah! quanto allora benedirai la provvidenza per averti ella concessa la volontà di applicarti all'esercizio de' tuoi doveri! Tranquillo e onorato non dovrai arrossire né di te né de' tuoi genitori. Segui pertanto con ardore ne' belli tuoi studitutti nobili e utilissimiper non dir necessarii. Godo molto di udire essere in te venuto il piacere della lingua latina. RènditelaCiro miofamigliare questa illustre linguae sappi che negli esami per essere ammesso a questa romana università si deve rispondere in latino. Ciò per tua norma. I parentigli amici e gli antichi nostri domestici ti salutano. Tu riverisci i tuoi Sig.ri Superiori e gli amici nostri perugini. Ti abbraccia e benedice il tuo aff.mo padre.

LETTERA 285.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Roma12 maggio 1838
ore 6 1/2 pomeridiane
Mio caro Ferretti
Pranzava io questa mattina allorché un famiglioo bidelloo portiere della Soprintendenza de' tabacchi mi ha recato la tua di jeri piena di liete e di non liete notizie: relative queste ultime alla tua cianca ed alle convulsioni della Sig.ra Rossi. Il dottore già deve conoscere quest'ultima cosa perché l'ultima volta che lo vidi in di lui casa (e fu mercoledì 9) aveva tra le mani una lettera di Rossi. Immagino che quell'avvenimento non vi sarà stato obliato dallo sposo scrivente. In tutti i modi farò di trovare Maggiorani e lo spronerò alla partenzala qualeaccadendoaccadrà in mia compagniaquandoché siae così sia. - Io entrai in pena per l'acqua di jeri che forse poté sorprendere in viaggio le tue pellegrine che ebbi il piacere di aiutare a salire in carrozza. Giàsi sarebbe bagnato il legno e non esse; ma pure ho udito a dire che i viaggiatori non desiderano acqua fuorché in rarissimi incontri. Questa volta era superflua.
Prima di rientrare questa mattina in casa mi sono recato a visitare la famiglia Pazzied ho avuto un bellissimo dialogo collo Stortino Pietruccioegli parlando di dentro ed io di fuori come lo spazzino di Euticchio. Le ultime parole della scena essendo state: ehquell'omoMamma sta su da Ferrettila sono andata a vedere dov'era e l'ho trovata bene: bene la figlia: bene il Peppetto. Costuiad ogni carrozza che ode passare corre sotto le finestre gridando: ecco Papà e Gigio. La casa tua va mettendosi in sesto. Mentre io parlava con Anna Maria l'è stato ricondotto il fuggiasco figliaccio che ieri non si accostò neppure a bottega. L'ha sgridato la madre; l'ho sgridato anch'io con un vocione da pedale d'organo. Ma si predica al deserto. Quello è un mobiluccio da forcacosì Iddio ne lo scampi.
Mi sono stati recati i quaderni 21 e 22 de' benefattori dell'Umanità. Vuoi che li ritiri anche per te?
Checco Spadapresso cui scrivo questa letteraebbe da me il brano di foglio dove parlavi di Lepri. Te ne darà risposta qui sotto.
Tutti ti salutano; e tu salutami tuttitua mogliele tue figlie e Gigial quale farai un bacio per mio conto. Ti abbraccio di cuore
il tuo Belli.

LETTERA 286.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romalunedì 14 maggio 1838
Mio caro Ferretti
Tu mi hai mandato due Pattòlidue Rios de la Plata. Ma io giovedì udii all'Arcadia un altro epigramma giocoso (del medesimo fabbricatore che aveva lavorato quello sull'arte metrica) da incacarne tutti i tuoi poetici fiumi auriferi e argentiferi.
Dopo scritta la mia di sabato 12 la lasciai a Spada affinché aggiuntovi infine quanto dovea dirti del suola portasse a Lopez giusta le istruzioni da te lasciatemi. Quindi passai da Lopez a prevenirlo. Ma andato Spada da Lopez colla letteraegli risposegli che pel giorno appressocioè per la domenicaavrebbe mancato di occasioni. Checco allora stimò ben fatto l'impostartela onde non ti tardasse troppo la risposta di Lepri. Jeri poi venne Checco da me a parteciparmi il suo operato. Ora io non so se tu mandi alla posta. Dunque se non ci hai mandatomandaci e troverai la mia del 12.
Ed ecco nuovamente il tempo che ti dà guerra! ecco l'acqua ecco il freddoecco il diavolo e la versiera. E quel povero Gigio? La febbre?! Pare veramente che siavi un destino deputato a perseguitarti. Dopo averti assicurato della estrema parte che io prendo alle tue traversie non posso conchiudere se non colla solita parola: pazienza. Abbici pazienza e coraggio; ché già né di questo né di quella ti manca. L'abitudine del soffrire ciò in noi produce di buono che ci fa dura la pelle.
Tornai jeri mattina in casa Pazzi. Tutto va bene; e Carolinapulita e splendente come un ermellinomi dette il tuo plico de' tesori albanensi. Or ve' dove s'è cacciato l'intruso Apollo col plettro in mano e l'archibuso al collo!
Appena piegata la presente passerò da Lopez e gliela consegnerò.
Salutami capo per capo tutta la tua famiglia e raccomanda la prudenza a chi n'ha più di bisogno. Non è stagione questané codesto è clima da prendersela ariosa.
Ti abbraccio di vero cuore.
Il tuo Belli.

LETTERA 287.
GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Roma16 maggio 1838
Mio caro Ferretti
Tornato io a casa dall'Accademia Tiberina la sera di lunedì 14 vidi sul mio scrittoio la tua del giorno precedente; ed apertalae trovatavi in seno l'altra per Annamariasubito mi condussi alla costei abitazione onde il ricapito non le tardasse un momento. Annamaria mi disse che le tue letteredentro alle sue ritrovatele porterebbe Michele nella mattina seguente (jeri 15) a coloro cui erano direttecioè ai Sig.ri TerzianiGiobbe e Lopez.
Io passai jeri da quest'ultimoe seppi aver puntualmente ricevuto il tuo foglioal quale avrebbe risposto pel mezzo del Sig. Sigismondoconsegnando a lui ancora quante carte avesse per te sino all'istante della di lui partenza. Vi aggiungo io però questa mia per dirti che jeri mattinacirca alle 3 pomeridianepartorì Orsolina molto felicementee tanto felicemente che la creatura usciva mentre la levatrice entrava: di maniera che tutti i preliminari accadessero senza la cooperazione della Signora Comare. Quando il feto avrà avuto il battesimo sarà una Cecilia come l'ava paterna.
La famiglia Pazzi sta tutta bene. A casa tua ogni cosa va in regola. Giovedì secondo le tue istruzioni sborserò la prima rata ebdomadaria di bai: 15 per sollievo del povero Peppeche aspetta sempre la carrozza. Un poco più in là consegnerò il salario alla Carolina.
I paoli 15 gli avrà poi la madre quindici giorni dopo accadutogli quel che accadde jeri ad Orsola. Tutto andrà in regola etc. iuxta mentem. Sul resto riposa.
Nelle due notti scorse ha qui continuamente diluviato. Se in Albano è accaduto altrettantoavrai almeno potuto dire: Nocte pluit totaredeunt spectacula mane.
Ho veduto Maggiorani e te l'ho salutato. Noi avremmo voluto venire in Albano domanima il tempo non è da incoraggiare alle peregrinazioni. Salutami l'ottimo Rossi e digli tutto questoe rallegrati con lui per la guarigione della sposina.
Il Boschi è arrivatoodico meglioil Bosco. Vedrò di sapere quando agirà per avvisartelo in tempo. Ma se mai si producesse Venerdìné io arriverei ad avvisarlo né tu arriveresti a' suoi giuochiche mi dicono essere vere diavolerie. Lunedì al Caffè nuovo faceva sparire sino direi la panchette e i lampadari. Vinse poi tutti al bigliardogiuocando egli a stecca volante.
Tutte notizie datemi da Cencio Rosaperché sai che io non frequento i caffè. - Confortato assai dalle migliori nuove che mi dai del tuo Gigio attendo ansiosamente di udirlo al tutto guarito. E mi dirai come se la passa Cristina. Giàla stagione non sorride finora ai convalescenti. E tumio Ferretti? E la tua gamba? Sei costretto a tenerle compagnia dentro casa? Voilà ce que c'est que d'avoir des jambes. Ma il male passa e le gambe restano.
Lunedì il Sig. D. Fabio etc. recitò un Sonetto in Accademia Tiberinaper la morte di un virtuoso suo amico. Se la prendeva colla Morte perché fura i migliori e lascia stare i rei. Leggi ora quest'altroscritto da certa persona che v'era presente.

Jer sera un galantuom di que' cotali
Da ricordar con rispetto parlando
Siccome il galateo mostraci quando
Ci accada nominar piedi o maiali

Un Sonetto leggea contro il nefando
Stil che tien Morte nel vibrar suoi strali
Contro la miglior parte dei mortali
Mentre poi la peggior lascia campando.

Morteei gridavaah intendi a' prieghi miei;
E se pieno vuoi sempre il cataletto
Risparmia almeno i buoni e ammazza i rei.

Zittoio gli dissi allorsii benedetto!
Che se morte t'ascoltaahimécolei
Non ti fa terminar manco il Sonetto.

Mille parole amichevoli alla tua famigliae credimi sempre il tuo aff.mo Belli.

P.S. Dicono che sia fuggito per debiti quel Betti che cantava e giuocava di bussolotti.
Tordinonapieno come un moggio di miglio andò alle stelle. Argentina fiaccheggia. La ex Regina del Piemonte va avanti e dietro pel Corso con due carrozze e un battistrada. E noi a piedi! Seppure.
Torloniapochi giorni addietropagò settemila scudi in oro sopra bellissima cambiale falsa.
- Vogliono stampare sull'Album il mio Goticismo.

LETTERA 288.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romasabato 10 maggio 1838
alle 9 antimeridiane
Caro Ferretti
Mercoledì sera io fui da Anna Mariae la lasciai senza indizi di parto. La mattina appresso udii che aveva partorito. Lasciai passare la giornata di giovedìper convenienzae jeri mi recai a visitarla. Si lagnava di molti e ripetuti dolori. Peppeudendo piangere il bambinoprese un bastone e voleva darglielo in capodicendo: Mammamandalo via.
Non venimmoMaggiorani ed ioin Albano giovedì 17 perché il dottore disse che se il mercoledì non si vedeva il tempo disposto al buono non sarebbe stata prudenza l'avventurarsi a una gita incomoda e trista. E mercoledì fu pessimo tempobenché neppure giovedì consolasse. Benché però si fosse avuto nella giornata di venerdì un paradisonon erasi in tempo di decideregiacché bisognava partire a buon'orae di più doveva il Dottore affidare altrui i suoi infermi sin dal dì precedente. Hoc dices Rossiosigaristae praeclaro.
Pare che il Bosco darà la sua prima serata venerdì 25. - Balestra gli fa il ritratto in litografia. Jeri mattina venne qui in casa (io non c'era) e fece girare il capo a queste donneche già non ci vuol molto. Volava tutto. Alla trattoria di Lepri sono scene.
Ma lasciamo il Bosco e passiamo alla Casa e alla famiglia. Mi congratulo con te di vero cuore pel miglioramento di Gigio. Di te mi davi buone notizie nella tua del 14: nella seguente poi del 17 non me dici parola. Ne auguro bene; e rispondendo io qui ad entrambe voglio più fidarmi il cuore a questa che a quella.
Tutti gli amici ti salutano senza finee fanno sempre voti per la tua tranquillità e per quella della tua famiglia sì amabile. Biagini e Spada mi dicono sempre mille cose affettuose per te. Orsolina sta bene. Da Anna Maria ci tornerò dentro la giornata.
Abbiti curae di' altrettanto in mio nome a tua moglie e alle figlie. Ti abbraccia in fretta il
tuo Belli.
Monte della Farinan° 18.

LETTERA 289.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Roma19 maggio 1838 (sabato)
ore 7 pomeridiane
Mio caro Ferretti
Questa mattina ho risposto alle tue del 14 e del 17.
Lopez non aveva occasione per inviarti il mio foglio. Dal suo negozio son dunque passato alla casa di Zampi. Egli non c'erama ho lasciato la lettera al servitore raccomandandola etc. etc.
Dopo il pranzo poi mi è giunta dalla posta l'altra tua di jeri (18). A questa do immediato riscontro. Anna Maria sta beneCarolina benePeppe benegli Stortini benela forca di Checco bene... peccato! Paradiso Santo! - Il neonato bene anch'esso.
Ho poco fa dato una rivista alla tua casaaprendo tutte le finestre. Fra un'ora Carolina le richiuderà. Si aprono due volte al giornomotivo per cui non vi è difetto dell'elemento sì geniale à Madame Thérèse Ferretti e a tempo e fuor di tempo.
Avrei voluto trovarmi presente all'asinesco trionfale ingresso a Castello. Cosa da inginocchiarsi come avanti alla Mula del Papa. Va bene: così le tue ragazze si scuotono e si divagano.
Ma per!... ci attaccherei un moccolo. Questa tua gamba che diavolo ha? Se non fosse gamba tua gliela farei passar bella. Chi è il Santo delle gambe? Gli vorrei dire un pater noster per te. Ma ne dimanderò o al Gambalunga o al Gambacurtao all'Abate Sgambali che lo dovrebbe sapere. Anche Gamberini e Zampi ne debbono aver conoscenza. E il Cianca nostro no? E Checco e Cianca e le Pagliarie la Balestriera e la Mazieriae tutti ti dicono vale valete et valetote. Bacia la mano a tutte le tue Signore per me. Veramente è un po' temeraria questa mia commissione; ma vedi? Anche Anna Maria mi ha affidata Carolina per visitare da solo a sola il tuo appartamento. Povero quel galantuomo che merita tanta fiducia! Privilegio de' vecchi. Eppure anche questo è qualche cosa. Ogni età ha i suoi mali e i suoi beni. Eppoi che dice Barbara? Anche Quadrari è un buonissimo galantuomo.
A momenti viene la carrozza per battezzare questa Cicilietta. Ho fatto l'ambasciata segreta ad Anna Maria. Ne ha molto goduto. E come no? Bona signa! Io plàuditeio!
Sono andato questa mattina a trovare Maggiorani e la moglie per salutarli in tuo nome e della tua famiglia e de' coniugi Rossi! Verremo in questa settimana? Uhm! De futuribus contingentibus e quel che segue.
Ti ringrazio delle notizie dei pisellidelle favedel pescedelle provaturedella ricottadel maialedelle aringhedell'acquadel vinoe di padron Paciocco portabandiera di Bacco. Ma come scrivo eh? Altro che i bei caratteri

Nati di gota e longobarda lega!

Ma che vuoi? La fretta sempre mi si divorané ho pur tempo di temprare la pena. Tu sei buon lettore come scrittore. Dunque leggi quel che trovi e buona notte.
Fra le tue istruzioni c'è Dare Sc. 2 ad Annamaria 15 giorni dopo partorito. Se non hai ragioni particolari in contrario non si potrebbe accelerare qualche giornetto? Potrebbepovera donnaaverne bisogno. Benchè non ne sappia nulla gli arriveranno come due angioli. Ti abbraccioe tu abbraccia
il tuo Belli.

LETTERA 290.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romamartedì 22 maggio 1838
ore 4 1/2 pomeridiane
Mio caro Ferretti
Rispondo a tre tue letteredue cioè di domenica 20ed una di jeri 21. - Portai io stesso la tua lettera a Firrao. Egli non era in casa ma parlai colla madre e colla nonnale quali con molta ilarità mi ricevetteroeparlando di temi ripeterono più e più volte che se tu dai una sfuggita a Roma ti voglion vedere.
Jeri al giorno venne da me Carolina in fretta in fretta. Dice: Sig. GiuseppeLanari ha mandato questa chiave pel Sig. Giacomo. Io l'ho presama crede mamma che abbia fatto male a non dire che il Sig. Giacomo non è a Roma. - Dico: Dunque? - Dunquedicemi ha detto mamma che la portassi a Lei. - Ed iodicoche n'ho da fare? - Diceeh faccia un po' LeiPerché il Sig. Giacomo dovrebbe venire a Roma stasera.
Per veder chiaro in questa faccenda e per regolar la cosa in modo che non ti spiacesse il rifiuto della chiave nel caso che tu venissiio me n'andai dal Sig. Sigismondodicendogli: Sig. Sigismondola cosa sta di qui fin qui. Eccole la chiave in anima e corpo. Se Ferretti vienecome anch'Ella credegliela dia: se Ferretti non vieneElla se la tenga: e se Ella non se la vuol tenere la rimandi a Lanari onde Ferretti non contragga obbligazioni senza suo frutto dentro. Egli mi rispose: è quasi certo che Giacomo verràma se pure non vengain tutti i modi voi ritenete la chiave e andate al teatro. Con questa autorizzazione mi misi in giro e procurai che se tu venissi all'improvviso ti trovassi nel palco in mezzo a' tuoi amici: BiaginiSpadaZampi e me. Poi eccoti che mi pianto a casa d'Annamaria ad aspettarti. A mezz'ora di notte non eri arrivato. Intanto arrivò il battezzato Sante Luigi seguito da un bel fiasco di vino e da un piattone di biscottini. Ci fu anche la parte miama sul vino feci passo. E mi godetti i bei propositi delle varie commarifra le quali la commare nera.
A 3/4 di notte me ne andai lasciando ordine a Michele che se tu arrivassi venisse a chiamarmi. All'1 1/2 eccoti Michele ad avvisarmi che sul mio portone v'era Zampi. Mi vesto e discendo. E Ferretti? Uhm! - E Ferretti? Eh! E ce ne andiamo insieme al teatro ad aspettarti. Suonò mezzanottee tu stavi ancora in Albano.
Questa mattina mi ha detto Pippo Ricci: hai veduto Ferretti che venne a Roma ieri sera? - Non è venuto. - Ma come?! Mi disse ieri che partiva a 21 ore! - Che vuoi che io ne sappia? non è venuto. Annamaria così mi ha detto un'ora fa. - All'1 e 1/4 pomeridiane da capo Belli da Annamaria. Nessuno. Rientrato in casa trovo la tua di ieri dove non si parla di viaggioma di progetti di viaggio etc. etc. Adesso torno da Annamaria ad ordinare il preparamento dei tre articoli di vestiario da te indicatimi.
Bosco è inquietissimo per le ebreate del Sig. impresario Iacoacci.
Gli frulla di andarsene senza far giuochie piuttosto dare accademie fra qualche mese quando sarà vuoto Argentina. Alibert è troppo lontano; Tordinona... ehTordinona... è Tordinona... e non so se Tordinonao Torloniao che so io... basta: Bosco è colla mosca al naso. L'ho veduto poco fa da Balestra che gli ha fatto il ritratto in litografia. Bello.
Procurerò di veder Maggiorani. Ma potrà eglima vorrà egli venire giovedì? Chi lo sa? Credo che a Rossi converrà aver pazienzae rivederlo a Roma. Io verrò (se non con lui) in altra compagnia e in altro giornoquando me lo permettono l'atmosferala salute e gli impicci.
Tutti i salutati ti risalutano. Tu di' mille cose amichevoli per me alla tua famiglia ed a' coniugi Rossi. Consola Gigiocompatisci la tua gambasopporta me e le mie ciarle e prega Iddio che ti mandi piselli a scafare in compagnia delle tue buone figliuole. - La famiglia Pazzi sta meglio de' suoi parenti della Lungara.
Sono con la testa imbrogliata e il sangue acceso.
Il tuo Belli

P.S. La Piamusica assai iona.
Adesso trovo in casa d'Annamaria un'altra tua del 20recata ora dal Sig. Nicola. Vado a portare a Lopez la striscetta scritta per lui. So che Bosco vuol venire a trovarti in Albano. Ho fatto le ambasciate sui 3 articoli di vestiario.

LETTERA 291.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma22 maggio 1838
Mio carissimo figlio
L'esito de' tuoi esaminotificatomi dalla tua lettera 19 correntemi ha pienamente soddisfatto siccome tu prevedevi. L'ho voluto confrontare con quello del trimestre antecedentee vedo che gli corrisponde.
La sola differenza consiste in ciò che nell'altro trimestre ottenesti da' Signori esaminatori un bene con più in umanitàe invece nella stessa scuola ti è oggi toccato dai medesimi esaminatori un bene semplice.
Ma a questa lieve differenza è pronta un'ampia compensazione nella totalità de' voti da te riportati in tutto il trimestreimperocchè in un numero di lezioni minore di quello del trimestre antecedente la relativa proporzione degli ottimi è maggioree di più non vi si trova alcun malementre in febbraio me ne annunziasti pur due. Ecco il confrontoda me ricavato esaminando le tue lettereperchècome tu saiio le conservo tuttee così bramo che tu custodisca le mie. So peraltro che tu in ciò mi compiaci.

Nel primo trimestre
Trigonometria:
Ottimi N. 28
Beni......... 11
Mediocri... 1
___________
Voti.... N. 40
Nel secondo trimestre
Geodesia:
Ottimi N. 19
Beni........... 3
Mediocri... 1
___________
Voti.... N. 23Umanità:
Ottimi N. 63
Beni......... 42
Mediocri... 6
Mali.......... 2
___________
Voti N. 113

Umanità:
Ottimi N. 63
Beni......... 23
Mediocre.. 1
Male.........-
___________
Voti N. 87Riepilogo totale fra le due scuole:
Ottimi in tutto N. 91
Beni....................... 53
Mediocri................ 7
Mali....................... 2
_________________
Voti in tutto N. 153

Riepilogo totale fra le due scuole:
Ottimi in tutto N. 82
Beni....................... 26
Mediocri................. 2
Male....................... -
__________________
Voti in tutto N. 110

Dal soprascritto specchio risulta dunque una crescente proporzione di buon successo ne' tuoi studî ed io te ne sono gratissimo. BravoCiro mio.
Mi è piaciuto di vedere il Conto delle spese semestrali fatto da te stesso per ottimo consiglio del prudentissimo Sig. Rettore. Nulla trovo a ridire su quelle partite e tutto va benissimo. Ti prego dire al Sig. Rettore che un poco più in là manderò qualche altra cosa per ristorare l'assottigliato deposito.
La tua forchetta va spesso soggetta a rompersi. Quando verrò a Perugiaciocché sarà forse nel futuro agostovedrò di rimediarci stabilmente facendola cambiare in altra intiera e più solida.
Io sono persuasomio caro e buon Ciroche tu abbia sempre viva la memoria della tua eccellente madre; ma pure voglio per tempo riavvalorarti il pensiero circa al giorno in cui ella ritornò fra le braccia del Signore. Ciò accadde nella domenica 2 luglio. Vorrei dunque che nella domenica 1° luglio di quest'anno tu facessi le sante divozioni in suffragio di quella bell'animase mai a Dio piacesse di tenerla ad espiare qualche sua fragilità.
Ritorna i miei ossequi rispettosi a' tuoi Signori Superiori e a' nostri amici di Perugia. Questi di Romae così i parenti e gli antichi domesticifanno altrettanto con te salutandoti affettuosamente. Fra gli altri ti dice mille cose il Sig. Avv. Graziolipadre di Pietruccio tuo antico compagno.
Ti abbraccia e benedice
Il tuo aff.mo padre

LETTERA 292.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Roma29 maggio 1838
Caro Ferretti
Ieri al giornonelle sale dell'Accademia tiberina mi fu da Zampi consegnata una tua del 27; ed io già dalla mattina ne aveva depositata una mia per te presso il gobbo.
Il Rosso ebbe i tuoi bai: 40dicendo ruvidamente: mbè. A proposito del piccione amico del tuo Gigioil Padre Secchi lesse all'accademia un mezzo migliaio d'ottave nelle quali si parlava di un certo angiolo che Sisto V° voleva acchiappare per le ali. Non fu chiaro se lasciò nessuna penna fra le mani del Papama anch'esso come il tuo piccione si sottrasse alla divota persecuzione. L'angiolo raccontò a Sisto V° la storia romana e gli dipinse tutte le brutte morti degl'imperatori cattivi: e tutto questo affinché il Papa innalzasse la guglia di S. Pietro. Ci vedi chiaro? Degli astanti non poté vedere chiaro alcunoperché tutti finirono con gli occhi serrati. L'accademia fu affollata di gente e di versi. Della prosa Salviana parleremo a voce.
Moltissimi tiberiniprimo fra' quali il Padre Rosanimi dissero di salutartie fan voti per la tua povera cianca. In questo però i primi voti sono i miei.
Finora resta ferma la Zampiano - mia venuta per domenica 3. Il tempo però potrebbe imbrogliarla. Oggi è nuvolo e puzza di cacio.
Raccomandati i canarii e il gatto. Parlato dei letti pel 26 giugno. Salutati e salutandi. Contraccambio di tutti.
Di cholera in Roma non si parlaalmeno per ora.
Il neonato di Annamaria si è gonfiato nelle parti sessuali. Vedremo che sarà. Per me direi: paradiso santo.
Bosco altercava domenicaal giuoco del pallonecon Iacoacci e Mitterpoch e Tassinari etc. Povero Bosco! - Lo udì Biagini.
Addioaddioa te e alla tua cara famiglia. Ti abbraccia
il tuo Belli

P.S. È venuto Chimenz a visitare il bambino di Annamaria. Non ne pare spaventato affatto. Ha ordinato frequentissimi bagnoli di bollitura di malva e papavero.

LETTERA 293.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Roma30 maggio mercoledì 1838
ore 9 1/2 antimeridiane
Mio caro Ferretti
Alle ore 7cioè due ore e mezza faho avuto due visite contemporanee e relative entrambe al mio buon Ferretti: la prima era dello stalliere di Mandrella con un tuo plico di ieri 29contenente lettera per Zampi e lettera per Cavalletti: la 2a dell'esattore di Torlonia (era il Sig. F.co Costantini) il quale mi disse: È lei il Sig. Belli? Ego sum. - Fa lei gli affari del Sig. Giacomo Ferretti? - Distinguo. Li faccio e non li faccio. Cose di famiglia sì: cose patrimoniali no. Ma perché questa domanda? - Perché ho qui una cambiale di Sc. 329:40 tratta dai fratelli Giacchetti di Prato a carico di Lorenzo Magni e pagabile dimani 31 al domicilio eletto presso il Sig. Giacomo Ferretti. È dunque necessario il sapere dentro domani 31 se il Sig. Ferretti abbia o no fondi del Magnie se possa fornir notizie al Banco Torlonia su chi abbia o dove si abbia a pagar la cambiale.
Partito l'esattore ho pensato recarmi presso tuo fratello se mai avesse qualche cognizione di questo affare. Nulla me ne ha saputo direse non che dubitava esserci forse un equivoco di nome (altra volta accaduto) fra te e Giovanni Ferretti libraio alla Minerva.
Ed io troccola dal Sig. Giovanni alla Minerva. Non c'era. Sta quasta là: da Ercole a Pilato: da Caifasso ad Anna. Finalmente l'ho trovato. Il Sig. Giovanni si è stretto nelle spalle ed ha fatto il nescio-nescionis. Non ha egli alcun fondonon conosce il Sig. Magni (che se lo mangi il demonio) non sa nulla né di cambialené di Torloniané di domicilio. Se ne avesse avuto sentore io correvo subito da Torlonia per risparmiarti questo fastidiobenché poi il debito non è tuoe se un matto si è dato commercialmente per tuo ospitesenza manco avvisartenesuo marcio danno. Intanto però correrà il protestoci sarà la multa della cambiale non bollata: nasceranno speseconti di sconti: conti di ritorno ed altre simili bancarie gentilezze. Io te ne scrivo subito. Se tu mai (ciò che non credo) ne avessi sentore fa che domani 31 Torlonia ne sia avvisato. Intanto mi raccomanderò al gobbo che la presente per costà non ti manchi.
La tua per Zampi l'ho consegnata alla Sig.ra Teresa. L'altra pel Cavallettil'ha presa dalle mie mani il Franceschini in assenza del principale.
Ma vedi mia insolente temerità. I nomi rapprossimati di Bosco e di Cavallettiil ravvicinamento delle due idee Accademia e Giornale mi hanno messo in pizzicore di Tiresia o di Trofonio. Tu dovresti aver parlato a Cavalletti del Boscoperché del Bosco parli poi Cavalletti a noi altri profano volgo. Eh? ho imparato la divinazione col metodo angloamericano in 12 lezioni. Che se ho fatto cecca indovinerò una altra volta. Neppure i profeti del vecchio testamento erano sempre di vena.
Tuo fratello mi ha dato la qui inclusa pel Sig. Vice-governatore. Eccotela: dagliela.
A casa tua va tutto in regola. Annamaria presto andrà a darci le mani attorno. Questa mattina il bambino di lei è più gonfio di ieri sera. Si è mandato a richiamare Chimenz. L'edema è montato all'umbilico. Me ne dispiacema pure un fanciullo di pochi giorniin una famiglia di tanti fanciulli e quai fanciulli! Con mezzi di fortuna equivalenti a centesimi... Non è meglio il paradiso Santo? Io lo ripeto convinto del sì. Ma la madre è sempre madre.
Visaj nulla ancora ha per te.
Pippo Ricci ti saluta e ringrazia.
Lopez l'ho visitato adesso: ti saluta anch'egli. I Balestra? gli Spada? i Biagini? Ti salutano. E tu non vorrai salutarmi alcuno? Sì. Salutami tua mogliee Cristinae Chiarae Barbarae Gigioe il piccione di Gigioe Rossie la moglie di Rossie Albanoe il lago di Albanoe Ferretti e il cuor di Ferretti: la miglior cosa che sia nel mondo.
La carta è finita: dunque finisca la lettera; ma non finisca no mai l'amicizia e gli amplessi del tuo frettoloso
Belli

LETTERA 294.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romagiovedì 31 maggio 1838
ore 7 1/2 pomeridiane
Mio caro Ferretti
Mezz'ora fa ho ricevuto da Annamariae Annamaria da Belardinila tua del 29 con entro l'Ode del Borgo pel Boscosoggetti spessissimo confinanti. È bella. In un paio di luoghi mi pare un po' contorta; mati ripetoè bellae te ne ringrazio. A proposito di versi il R.S.P.M. mastica alquanto sulle mie ottave antigotiche. Il P. Rosani ha assunto di aprirgli gli occhie sarebbe meglio la testa.
Manco male che mi dai una volta buone notizie della tua gambaoltre quella sulla miglior salute della tua famiglia. Che la prosperità tua e la loro imiti il suono della fama che crescit eumdemcome si spiega il ch. Tommaso Manzini.
E Gigio ha ragione: il sole è callo. Avrà anche ragione un altro giorno quando dirà è tonno e sbrilluccica. Bisogna mandare questo ragazzo a Greenwich.
Ho pagato bai: 05 invece di 03 per la canapuccia. V'era un conto vecchio per derrata canepucciaria che finiva questa sera. Dunque ho fatto come Giano: ho guardato dietro e avanti.
Il Peppe Pazzipiù pazzo di cervello che di cognomeha ricevuto oggi la sua sportula e il suo congiario settimanale. Sta benesalta e bastona.
Annamaria è afflittarella. Il povero suo bambinoil Sante già sta fra i santi del Paradiso. Però intende anch'essa il favore che può averle in ciò fatto la provvidenza. Dunque si rasserenerà presto. L'edema progrediva. Ieri mattinachiamatotornò Chimenz e disse: Ma siete curiosa! volete voi che il gonfiore passi tutto in un colpo. Ci vuole il suo tempo. E il tempo infatti l'aumentava. Verso sera cessò il bambino di poppare. Nella nottata è uscito da questo pantano senza imbrattarvisi un'unghia di piede. Cielo rubatoe furto senza gastigo. Credo che questa morte equivalga a vita per Peppe. Con quel Santino di mezzo lo vedevo brutto. Difatti le due comari (la nera e la gialla)(coccarda austriaca) dicevano oggi: stà alegriPeppech'ai arisalito lo scalinoe abbada de nun riscègnelo. A questo però ci deve badar più la madre e il Sig. Michele.
Spero che la mia di ieri30consegnata da me stesso in propriis manibus gobbi-metti sarà giunta. V'era dentro una lettera di tuo fratellopel Vice governatoree v'era il mio avviso della faccenda Torlonia.
Non ci vedo più a scrivere. Suona l'ave Maria e il lume non è acceso. È ora di finirla e andare a visitare padron Giuseppe il gibboso per mettergli la presente sulla coscienza.
Vammi salutando le tue donne e il tuo cavaliere astronomo.
Non trovo mai Zampi in casa onde combinar per domenica.
Cercherò Rossi per dargli il ben tornato. E mi sa mille anni di darlo a voialtritutti rossi come cardinali e grassi come fornitori.
Sono il tuo Belli

Orsolina ha il petto indurito a destra. Teme.

LETTERA 295.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Roma1 giugno 1838 al mezzodì
Mio caro Ferretti
Ieri seraa due ore di notteun quidam in abito verde-aspettacol pistagnino di velluto nero-pallidobussò alla porta di mia casa. Io dimandai: chi è? - Amici. - A questa bella risposta aprii e mi udii chiedere se fosse in casa il Sig. Luogotenente Belli. - Belli sìe il luogotenente noio risposi. - Dopo non poche parole si venne a concludere che il quidam aveva in tasca una lettera per metrovata da lui (egli diceva) all'albergo della Palombella. Trovata! Come! Trovata! - Insomma era la tua del 30 maggio. Fatta la consegna il Sig. latore non se ne andavama si diffondeva sulla porta in complimenti disinvolti franchi e sugosicome quelli del figlio del Sig. padre. Mi venne l'inspirazione di offrirgli la mancia per l'incomodoma una altra inspirazione non meno persuasiva mi diceva: non gliela dareperché infine l'esteriore del quidam tanto poteva imbarazzare una offerta quanto poteva compromettere un vado-liscio. Vinse la inspirazione del noe in compenso feci lume per le scaleonde colui non si facesse male.
Buggiarà la tua gamba e glielo dico di cuore. Ah! se ne avessimo quattro da far due leva e due metti!
Annamaria si va tranquillizzando. Sta bene e così tutti.
Quando questa mattina mi enumerava i saluti da darti per tutta la famigliaquel biricchino di Peppe ha finito il discorso dicendo: e a Gigio.
Pare fermo che verremo domenica: Zampila moglie ed io; e per compiere la carrozzata pensa il tuo compare di aggiungerci il Goto-Checcomaria. Tuo fratello mi darà un involtino per teforse.
Ho visitato Rossi. Come è vegeto! La moglie non era vestitaperché son ito mattino. Mi ha mostrato la cartella o il portafoglio del Mago. Ti saluta.
Le notizie della vecchierella Firrao le ho dalla bocca del Canonico che ti riverisce a nome di tutti. Sta megliopovera vecchietta. Insomma bussa bussa e non le aprono mai. Meglio così. Vivano le tue gagliarde camminatrici! Salutale sino alla nojache abbiano a dire: basta per carità.
CheccoMenicoe questi miei ti mandano mille vale e valete. Pigliali per moneta fina e spendili meglio che puoi. - Sono di cuore
il tuo Belli

LETTERA 296.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romasabato 2 giugno 1838
ore 9 antimeridiane
Mio caro Ferretti
Dal sig. Bennicellia condotta di un garzoncello in grembial da cucina ravvolto attorno al capoho in questo momento ricevuta la tua lettera del 31 maggio. Lode a Dio che non la è un uovo da bere: altrimenti sarebbe giunta un poco stantìa. Dunque allorché tu la scrivevi ignoravi la fine del povero Sante Luigiil quale appena affacciatosi allo spettacolo del Mondo ha richiuso le finestre e non ne ha voluto più sapere niente. Io te ne parlai appunto nella mia del 31e te ne ho replicato nell'altra di ieri. Annamaria benché avente viscere di madreva a conoscere il bel cambio fatto dal figlioe la diminuzione de' propri imbarazzi domestici. Solo de' patimenti di nove lune non le resta un compenso. Lo avrà nelle intercessioni di un angioletto. Ora io esco di casa e vado a trovarla. Se nulla v'è oggi di nuovo lo aggiungerò appresso in lapis. Peppe Pazzi accenna grandi disposizioni per l'arte del pionnier o direm noi del marrajuolo. Carolina è rubizza: Checcovassallo; Vincenzo e Pietruccio storti de cuore. E per essi il paradiso non verrebbe come l'anello al dito? Eppure campano! Ma di qual vita! Ah! qualche volta sarei tentato di trovar pietosa la legge di Sparta.
Ma volgiamoci a idee lietee parliamo della tua cara famiglia.
La comare-di-ferro dello Zampiche all'alimento del Camaleonte sa talora accoppiare anche il più sostanzioso delle umane menseche fa? dev'essere venuta invidia di Misuratori e maraviglia di peso. Iddio la dilati in peso e misura di salute: amen.
La Cristinanostro bilunare spaventoche dice? È ella contenta dell'atmosfera di Ascanio? Le gambette sue fanno più cecca? Credo di noe mi aspetto di trovarle domenica (domani) sulle guance due belle tinte di rosa e di ligustro. Ligustro! Mercanzia arcadica.
La buona a casereccia Chiaruzza ha ella mandato a baboriveggioli i suoi pedicelli? Le voglio veder domenica (domani) una pelle liscia e tirata come quella di un timballoma strategico e non gastronomico.
La Barborin speranza d'ôracome disen i milanesisi divora libri come Saturno figliuoli? Le vuo' portare i volumi di V. Tomasooperetta istruttiva e dilettevole da passare il tempo in oneste veglie e piacevoli conversazioni. Ed eccotela fare il suo significativo sorrisoe dire a mezza bocca quel Caro. Mi sta in testa che Barbaruccia è più allegra delle altre. Quella sua viva mente si commuove ad una lieve scintilla. Buona ragazza! Ma già in casa tua chi non è buono? Io quando ci capito.
E Gigio? E il faccioneguancionecapoccionescapiglione? Come vanno gli amor col suo piccione? Tengo dieci dozzine di buchi belli e fatti da applicarglieli domenica (domani) attorno al collo come una collana di coralli.
Dunquesissignoredomenica verremo.
Zampi e la sua Teresa
Belliuom di poca spesa
E il teutonico Piave
Da tenerselo caro e sotto chiave.
Tuo fratello mi parlò dell'agosto albanese. Peccato che le tue Dame non veggano per quest'anno il lago di piazza Navona! E peggio sarà chequando tornerannoBelli... ohéohého sbagliato mese. Si trattava di luglio e non di agostoEbbé? che male c'è? Si sbaglia tanto sugli uominiche può perdonarsi un quivico da lunario.
Sono il tuo Belli

Della tua cianca mi vengono i fumi.

LETTERA 297.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romagiovedì 7 giugno 1838
ore 7 1/2 antimeridiane
Caro Ferretti
Riscontro quattro tue lettere ricevute da me ieri nel seguente ordine di consegna:
1a 5 giugno 1838 - portata dal gobbo-met.
2a 4 giugno 1838 - Ore 2 1/2a cena - portata da anonimo
3a 4 giugno 1838 - datami da Lopez
4a 6 giugno 1838 - ricapitatami dal viaggiator Menico Cianca.
Nella prima mi partecipavi la sospensione di un viaggio metu israeliticae societatisepperciò il ritardo di un'altra tua lettera.
Portai subito le incluse a Zampi e a Piave. - Fa' tesoro delle voci e neologie del tuo Gigio. A suo tempo se ne potrà formare una nuova Proposta. Vedrai che il ragazzo a poco a poco scioglierà i passi. Io credo che la difficoltà del camminare dipenda soltanto dal modo di voltar le gambe colle punte de' piedi troppo in fuori. - Son persuaso che nella collezione Leonardiana di farfalle avrai trovato di che divertirti. Come godo che la buona Cristina azzardi già valorosa non lievi passeggiate! A questo proposito falle vedere gli acclusi versacci N. 14 e quindi accendici il lume.
Nella 2a trovo le cose non lette nella precedente pel detto motivo ebraico. - Come sarebbe?! Aspetti le cerase dei cinquanta scudi?! Me ne rido. Me le sono volute mangiar io. Non son uomo da buttar via un piatto di quella spesa. Pareva che lo stomaco nel digerirle si accorgesse di quel che teneva sullo stomaco. Va a smaltire 50 scudi in una sessione! Non ci voleva che il budello di Marcantonio e la perla di Cleopatra.
La 3a mi istruisce dei rapporti fra il Divino amore e l'amore di vinocose che in certi individuiin certi giornie in certe applicazionisi ristringono dal binario al monadico e divengono un unum et idem. Quale barbarie! e qual colpa in chi non la dissipa! Invece del cerusico io metterei in affareper adessoil boiae quindi precettori e Catechisti di sociali doverie Iddio e la patria meglio dei crocesegnati.
Il tuo Petrarca in due tomi fu subito alloggiato al suo posto dietro al capezzale della tua cara risorta.
Ed eccoci alla 4a lasciata jersera chez-moi dal Biagino rivale del Gemelli-Carreri perlustratore del mondo. Io non era in casa perché passai la serata presso il nostro Maggiorani rimessuccio in salutella piuttosto benino. Eravamo in sette a dir minchionerie intorno ad una tavolarotonda niente meno che quella di Arturo; cioè MaggioraniTavaniLuchiniFelicianiPasqualiBaroni e me infrascritta sagratario. Mi son messo in ultimo per amor di Galateo; ma là eravam tutti eguali e a perfetta vicenda come già i grotteschi intorno al circolo bollettonariosalvator delle reciproche teatrali convenienze. Aspettavasi il Rossi colla sposama avranno preferito il riposo e qualche altra faccenda non simile. Tutti que' signoricon più la moglie del Maggiorani

...la sua sposa pudìca
La Costa del suo senoElena bella
Diversa tanto da quell'altra antica

ti dicono salve ed ave a bizzeffe.
Or ora porterò a Piave la letterina che per lui desti a Menico Ciancasiccome consegnerò la presente ad Annamaria onde la passi alle bisacce de' due pellegrini Michele e Giuseppei quali vengono a visitarti e sciogliere il voto nel vero santuario d'amicizia e d'onore: a casa tua.
Orsolina dovrà soffrire un taglio per mano del Savetti. Vedo molta indifferenza in chi se ne dovrebbe disperare. Eh mio Ferretti! Non omnes omnia. Abbracci e saluti di tutti gli amici. Il Lanci mi ha incaricato dirti aver lui preparato un colpo di scudiscio pel Bettinominandolo e per Rosani non nominandolodetrattori della Lanciana interpretazione sulla inscrizione della statua etrusco todina. CioèRosani non alluse nel suo Carmen alla interpretazione del Lancima disse che il senso della inscrizione resterà misterioso per molti anni. Longumque manebit in aevum.
Questo al Professore è dispiaciuto perché i poeti non debbono giudicare del valore dei paleografi già entrati in lizzané presagire sui successi degli altri futuri dichiaratori di cose archeologiche.
Circa al Bettiche parlò chiaro e con poco rispetto del Professore D. Michelangioloquesti stamperà che colui è imbisognato di sparnazzare articoluzzi da giornale etc. - Entrate le vacanze parte Lanci e va a Venezia a stampare.
Addioaddio: ho cento cose che mi tirano fuori di casa e mi tolgono alla tua compagnia. Questa notte sono stato in letto tre ore.
Salutami perciò le tue Signore.
Il tuo Belli

LETTERA 298.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romavenerdì8 giugno 1838
Ora 1 pomeridiana
Mio caro Ferretti
Con un solo quarto d'ora d'intervallo mi sono giunte questa mattina di buon'ora le due tue lettere della vigilia d'oggiuna per mano di Carolinaprimogenita della famiglia antimediceae l'altra a condotta di un valoroso sans-culottesvice-gobbo commesso del superior dicastero Mandrella.
Mezz'ora dopo le due accluse pel copricapo e quella pel capo-copri (Lopez cioè e Quadrari) giacevano tranquillamente ne' loro luoghi di salvazione.
La Pazza e non matta Carolina ebbe il prospero da 20 fichi largitogli in tuo nome da me cassiereelemosinierecomplimentariodepositariof.f. etc. della Maestà Sua Giacomo primosecondoterzosino al millanta. I prosperi - Lambertinialias papetticommuovono i cuori e rallegrano le pupille. La Carolina impapettatacon tanto più di rassegnazione soffrirà il tardato materno regresso.
Oh la tua appetitosa colezione castellana! I lattarini dentro la tua padella potevano dire ciò che testé ha detto morendo il Principe di Talleyrandnel mostrare a dito un suo pronipote presso al suo letto di morte. Vedete o signoricos'è il mondo! Quello è il principio; questo è il fine. Infatti i lattarini vedevano ancora il lago e già si trovavano nella padella.
Mi rallegro della letizia di tua casa allo sbarco di Peppeil cui accompagnatore (nuovo Tiresia) mutò sessoforse per opera di Bosco o dell'arco-baleno: diverso però in questo dal pupillo viaggiatore itacenseche a lui una Minerva femmina divenne un Mentore maschioladdove al pellegrino de' Pazzi un maschio Michele si trasformò in una puerpera Annamaria. Nè la bussolottata fra' due generi avrà certo prodotto fra voi che la haec trovasse minori accoglienze che l'hic. Ai soli hoc mala ciera per tutto. Ma [...].
Suggellisi questa scombiccheratura e passi dal mio scrittoio al pluteo del famoso gobbo di corte: che afferra i fiaschi e li condanna a morte.

Quindi fumeranno le Maziesche minestre
E in quelle brodosissime lagune
Disseterem le nostre epe digiune.

Addio Giacomo più mio che tuo: ama il più tuo che mio
Geggebè

Mandoti di saluti una bisaccia
Da sparnazzarne in casa un tanto a testa
Ne' giorni di lavoro e in que' di festa
Quando si lava ogni cristian la faccia.
Così buon pro vi faccia
Il tempoe l'aria e il cielo del paese
E possiate campar cent'anni e un mese.
Dio facciavi le spese
E d'adipe e pinguedine v'abbotti
Che sembriate ortolani e passerotti.
Vuotate anfore e botti:
E se volete i dì più lieti e belli
Toglietevi a compagno il Bassanelli.
Tanto vi dice il Belli
E v'augura dal ciel pioggia di manna
Da gridar: pancia mia fatti capanna.

LETTERA 299.
A TERESA FERRETTI - ALBANO
Di Romalunedì 11 giugno 1838
un'ora di notte
Gentilissima ed estenuatissima e macilentissima
Signora Teresa Ferretti

I gobbi sono persone amabilissimee servizievoli più ancora di un servizievolema quando manca la materia cosa può fare un gobbofosse anch'egli un dromedario o il famosissimo Gianni? Quel povero Sig. Giuseppe vice-Mandrella ha sudato una camiciase l'aveva indossoper trovare almeno un paio di mesenterii che si potessero adagiare su due cuscini tanto che servissero di pretesto a far partire una vettura per Albalonga. Ma non signora; non c'è stato verso di raccapezzarli; e le fatiche e i pensieri del vostro e mio caro Ferretti han dovuto rimanere immobili come un'eredità giacente sotto curator giudiziario. Alzatosi col canto del gallo erasi egli posto in giro perché la canestra contenente tutti gli oggetti da spedirsi fosse pronta ad ogni fischio del gobbo; ma il gobbo non ha fischiatoe la canestra bell'e ammannita e condizionata sta qui sotto i nostri occhi aspettando la misericordia de' vetturini. Ma non andrà sempre cosìdiceva un giorno la spidiera all'arrosto; e dimani a bella punta di giorno speriamo che una carrettellauna carrozzaun carrettoneun landòun tilburyun droskuno strascinouna barrozzauna lettigauna carriuola o un altro qualunque canchero locomotivo vi depositerà a' piedi dieci foderottonemezza libra d'amidouno scuffino verdedieci borchie con dieci ferriun sapone da macchieun cappelletto per Cuppetanadiversi pezzetti di cotonealtro cotone di due speciee 14 matassine economiche da mezzo baiocco l'una. Ne volete di più? Manco la discrezione.
Dopo le promesse passiamo alle ammonizioni. Badiamo alla saluteMadama e Madamigelleperché la salute non si compera dal pizzicaroloe starei per dire neppure dallo spezialebenché gli speziali sieno d'opinione contraria. La verità al suo luogo.
Giacomo sta bene e meglio di me che sto come un toro: Sempre attivo e fervido accoppia i santi pensieri di padre di famiglia ai dolci riguardi dell'amicizia. - Sono colla compiuta mi' stima etc. etc.
Il V. aff.mo ed obb.mo Belli

LETTERA 300.
A TERESA FERRETTI - ALBANO
Di Romamartedì 12 giugno 1838
all'Angelus Domini nunciavit Mariae
Madama e gentilissima amica
È suonato. - Chi è? - Il giacchetto del gobbo (Tuttociò accadeva questa mattina alle 9 antimeridiane). - E cosa cerca il giacchetto del gobbo? - Porta una lettera: - Una lettera di dove? di chi? - D'Albano: di chi poi ve lo dirà il carattere della sopra-scritta. Leggo al veramente chiarissimo eappresso a tanto chiarore il mio nome e cognome e domicilioscritti in buona grammatica e ortografia da una penna capace di squisitissime gentilezze. Questodico fra meè della Signora Teresa Ferretti. Si spezza il suggellosi spalanca la letterae... carissimo consorte! Diamine! Di questi farfalloni vi scappano? Presto si richiuda il foglio e si spinga al padrone. Posso accertarvi che non ne lessi più in là ritenendo che Voidi due lettere preparate e chiuseuna per Giacomo e l'altra forse per meaveste errato l'indirizzoscambiando per equivoco i nomi. Ma poi il nostro Ferretti ha spiegato il busillis significandomi siccome egli stesso vi avesse commesso il dirigere la lettera a me. Ma potevate rimediarci con una sopraccarta. Diamine! Cimentare la umana curiosità e metterla a repentaglio di leggere sillaba per sillaba tutti i fatti di cosa vostra! Il mio terrore dunque di diventare un intruso contro il voto vostro e del galateo mi ha tenuto al buio dell'incomodo da Voi sofferto: sino a chevedutici insieme Ferretti ed io presso lo Zampi (alle ore 2 pomeridiane) non mi è stato da esso il tutto narrato spiegato e comentato. Una parolain graziaSignora Teresina garbata. Parliamoci qui fra noi all'orecchiosotto-voce e senza testimoni. Ci sarebbe pericolo che questa improvvisa indisposizione sia derivata da qualche diremo cipolletta od aglietto di più del solito e consueto? A un affezionato Maggiordomotenerissimo della conservazione de' suoi padronisia perdonato l'ardire della dimanda e la temerità del sospetto.
Ah! quando io stessopovero servitore senza livreavi scriveva jersera quelle memorabili ammonizioni sulla salutepareva che uno spirito delle mezzane regioni mi andasse sobillando al cuore que' consigli presaghi quasi del bisogno loro e della attuale opportunità. Siete stata male? Se vi sentite in ciò la coscienza nettae tanto netta da fare in guazzetto il mea culpavi compiangerò assai e più cristianamente. Ma se mai quel benedetto quinto peccato ci avesse cacciato per entro una puntarella di codaallora poi compassione sìperché la nostra santa religione ce lo comandapurtuttavia pregherò il caro Dott. Bassanelli di correre su e giù per Albalonga o corta che siae di ordinar man bassa su quanto di cipolle ed agli vi abbiano esposto al femminile appetitoil commercio e l'agricoltura collegate in bel modo dalla moderna politica economica. E tutti mandi al diavolo gli aglietti e le cipollinesenza alcun rispetto a qualunque nume egiziano che per entro vi alberghi. E pare a voi che i numi d'Egitto gli Osiridile Isidii Tifonie i Canopie gli Anubi e tanti altri simili inquilini d'obelischi e piramidi perdano mai la lor natura indigesta allorché fannosi più modesti abitatori d'agli e cipolle? Sono essi oggi tutti numi dannati; e voi vorreste cacciarvi in corpo tutta una casa del diavolo in una sola boccata?... A proposito di boccataFerretti ed io abbiamo pranzato presso lo Zampi. E che bocconi! e tutti senz'aglio né cipolla per grazia di Dio. - Questa sera poi Monsieur Jacques e Monsieur Joseph assisteranno gratis (la più bella parola del vocabolario latino) ai giuochi del Mago Bartolomeoprevio il dono di due polizini d'ingresso fatto dal Mago al mio padrone. Ecco una giornata bene spesasiccome ecco una lettera terminata all'oscuro. Ci vedo appena per depositarci i saluti per le ragazze e per Gigio Cuppetana. Sono il vostro aff.mo amico
G. G. Belli

LETTERA 301.
A TERESA FERRETTI - ALBANO
[Giovedì 14 giugno 1838]

Fra l'amarezza de' sofferti danni
S'io mi ti mostro mai lieto e faceto
Badadonnae non dir: quest'uomo è lieto;
Che dicendo così troppo t'inganni.

Né dal cuor vien quel riso né al segreto
Giunge del cuore ad alleviar gli affanni
Come per foco e sovrappor di panni
Un umor non si espelle acre ed inquieto.

Schietta natura crederai tu spesso
Là dove l'uomo per ingegno ed arte
Illuder tenta e lusingar se stesso

Se conoscer mi vuoi vieni in disparte
Mentre io sospiro in suon cupo e dimesso
Né giudicar di me dalle mie carte.

Ciò premesso ha la Signora Teresa torto marcio e cappotto e prende grilli per buffali nel suppormi di ilare umore per quattro facezie e ribòboli e passerotti che mi sono scappati di penna in un momento di ubriachezza suscitata dal vapor d'aglio e cipolla di Madama Ferretti. Senza burle vi assicuro che il mio spirito tutt'altro è che tranquilloe se qualche frizzo mi si affaccia alle labbra procede più da natural bile e mordacità che non da voglia di fare il lèpido o il mattaccino. Anzi vedete quanto la mia stessa natura impertinente ha perduto del suo vecchio tagliospuntandosi come un ago d'Inghilterra. Ieri sera fui amorevolmente condotto al rinnovato Argentina dal caro nostro Giacomo. Ebbene fra quelle melodie birmaneo samoiedeo cuficheo caldaicheo sonnambule che le sianose io mi fossi trovato sveglio in petto il prurito di puncicarela messe non mancava per certo a farmi divenire un vero cannibale. Bravo il mio signor Lillo! Io lo consiglierei a fare l'ortolano ed innestare il popon nella zucca. Una pompa sibaritica e più asiatica forse che franceseuno splendido scenario e tre voci da paradiso non bastare a render soffribile ciò che in altre circostanze di vestiario di pennello e di gole avrebbe forse rinnovato in iscena la strage degl'innocenti. Mentre il reo sarebbe stato uno solo! Ci divertimmo dunque assai assai assaie beato chi di noi cinque (che cinque eravamo) poteva star più prossimo al catenaccio.
Passiamo ad un altro soggetto. Il signor Filippo Zampi il Zumalacarregni del pozzo delle Cornacchiea me cognito e qui presente ed accettantem'incarica di dirle un Mondo gentilissimo d'impertinenze e tutte annodate a quell'antico filo neppure spezzato dal favor della pizza diretta e dedicata alla Comare di ferro.
PerchéSignora mia Teresa garbatadopo quella sua trascuraggine di saluti donde nacque la guerra di Troiasi compiace Ella di ripetere i suoi silenzî ingiuriosi? S'immagina forse che il Sig. Zampi sia un bamboccio da imbonire colle sculacciate? Lo Zampi è offeso e arrabbiato come un idrofoboè un furioso all'isola di San Domingo (Piave non vuole andar via se non metto un codinosiccome egli saggiamente si esprime. E il codino vuol dir saluti). Se non fossi io ve lo vedreste a cavallo a una canna venirvi a dare un mozzico al nasorinsellare il cavallo e partire. Dunque salutatelo o finisce male davvero.
Il Sig. Lopez sta invitando Ferretti a pranzo per domani (venerdì 15) e gli promette di dargli da mangiare a spilluzzico perché non ha quattrini da buttar via; e Ferretti allettato da queste seduzioni ha promesso d'andarci. La Signora Regina e sue figlie son qui e vi salutanoe così il pittore del Monte della Farina e così il Felicetto Quadraro che naturalmente ha da venir dopo il pittore. - Piave se n'è ito: dunque vi posso dire a quattr'occhi e in confidenza che egli conserva ancora in una scatoletta i quattrini destinati al gresso e regresso per venirvi a trovare. Eh? che vignaccia! Aver fra voi un Goto-chiomato senza spesa d'imballaggio e dogana! E non gli è mica un goto da affogarsi in un gotto. Se ne ride l'amico d'una masnada di Mirmidoni bell'e cresciutied armati di picchecorifiori e denaribenché di questi ultimi un po' meno degli altri nonostante la scattoletta del sacro deposito del gresso e regresso:

Mi chiamo gesso
Con una mano scrivo e l'altra casso
E chi fidasi a me per Dio sta grasso.

Via non fate fracasso
Perché suoni cotanto il campanone
È segno che vien fuor la processione.

È venuto il garzone
Di Messer gobbo mentr'io vi scriveva
Blandizie da compar di Adamo e d'Eva;

E per questo la leva
Vi son ito a levar della campana
Perché voi la trattaste alla marchiana.

Quest'altra settimana
Vi scriverò di peggioIddio vi guardi.
Per ora parte il gobboe adesso è tardi.

Saluto le ragazze e sono il vostro
aff.mo amico Belli
che non ha paure delle vostre minacce

LETTERA 302.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Di Roma14 giugno 1838
Carissimo e pregiatissimo amico.
È finalmente pubblicato questo volume del giornale arcadicoda me atteso con tanta impazienza perché doveva esso contenere l'articolo sulla vostra dissertazione intorno a Cupra marittima oggi Ripatransone. Il giornale cammina già sempre con molta lentezzama questa volta si è fatto anche più aspettare essendosi trattenuto sotto i torchi quanto bastasse per dar tempo alla stampa di tre fascicoli mensili tutti in un corpo.
Pubblicatosi appena il volumeil Cavalier Fabi Montaniautore dell'articolo che vi riguardaconoscendo la mia premura per esso me ne ha inviato a casa una specie di estratto che io vi spedisco oggi sotto fascia onde possiate leggerlo subito e vedere con qual rispetto vi si parli della vostra opera e de' vostri talenti. De' quali persuaso io quanto e più che tutt'altri vi esorto e prego di continuare a spendere il fino vostro criterio e la vostra non comune erudizione in aiuto delle archeologiche ricerche italianesin qui non poco strapazzate da menti o poetiche troppoo preoccupate o leggiere: salve le eccezioni comandatemi dalla giustizia.
Ed io che faccio? Se voi mi dirigeste questa mia dimanda colla quale talora da me stesso io m'interrogodovrei rispondervi: nulla.
Io ho lo spirito agghiacciato e quasi che morto. La memoria mi va sempre ogni dì più languendo in guisa che né solamente dimentico le poche cose da me già lette e saputema le scarse letture permessemi in oggi dal nuovo e penoso mio stato d'isolamento non mi lasciano pur traccia delle notizie che di pagina in pagina io ne venga o ricuperando o acquistando. Ciò per un uomo che sapeva di non esser creato di sola materia deve riuscire assai sconfortante e gettarlo in una deiezione di spirito tormentosissima e in un tedio assoluto di una vita resa affatto vana ed inutile. A sollevarmi dal mio visibile abbattimento i pochi miei amici di Roma vollero negli scorsi mesi far violenza alla mia restìa volontà ripristinando il mio nome nell'albo dell'Accademia tiberina da me già fondataed a cui per amor di quiete ragionevolmente rinunziai nel 1828. Ma cosa posso più fare in pro di questo instituto? Per la prosagiusta esigenza del secolomi manca oggi il tempola serenità e la suppellettile del saperestante che lo scarso che io potessi già avere acquistato ne' miei studi letterarii e scientificimi equivale adesso per la perduta memoria ad un patrimonio alienatoe per conseguenza a miseria più aspra perché non stata sempre sì intiera. Circa i versimi son questi venuti da buon tempo in fastidiocome allettamenti d'una gioventù che m'è fuggitae come cose pochissimo in oggi soddisfacienti alla età in cui viviamo. Purtuttaviasiccome più facile riesce il rimare che non il severo parlar da Oratorequalche verso l'ho pure composto in questi ultimi mesirubando qualche ora al sonno e al riposo onde non violare il tempo reclamato dalle mie sacre occupazioni di padre. Tre de' miei amici (Sig.ri Francesco SpadaDomenico Biagini e Avv. Filippo Riccidotti tutti e amorosi) han voluto far pubblico uno di que' miei pochi e cattivi componimenti intitolato il Goticismo. Esso vedrà per loro cura la luce in uno de' prossimi numeri del romano Album: e poiché eglino ne faranno estrarre degli esemplari a parteio ve ne spedirò uno sotto fascia appena verrà fuori dalle stampe. Vi servirà a solo fine di conoscere che io di più vi darei se avessi di più e di meglio. Intantoavendo io dovuto donare al Cav. Fabi Montani il vostro libretto vorrei pregarvi mandarmene un altro colla stessa memoria di vostro carattere che ricordi sempre essermi da voi stato donato. - Il nostro Orazio Piccolomini sarà contento della promozione del fratello alla carica eminente di Presidente delle Armi. Presto vedrete passare di costì la lor Madre.
Il vostro silenzio dall'8 febbraio in poi mi è stato sufficiente per conoscere che codesti Signori addetti all'amministrazione de' Beni ecclesiastici non hanno creduto bene di sborsare le quote dovutemi sul sequestro Trevisani pel trimestre di gennaiofebbraio e marzo passatimalgrado che il danaro sia colato in loro mani ad ogni principio di mese. Vorrei sperare che scadendo un altro trimestre fra pochi giorni si compiaceranno essi di sborsare contemporaneamente tutto il cumulo del semestre dal 1° gennaio a tutto il corrente giugnosomma che giace di già intiera in cassa. Io mi sono sempre astenuto dall'avvertirne Mons. Tesoriere sul dubbio che ciò possa spiacervi pei rapporti di conoscenza che voi abbiate con codesti Signori. Assicuratevi però che essi mi arrecano molto danno con questa loro non retta condotta.
Sono di vero cuore abbracciandovi
Il Vostro vero amico e servitore
G. G. Belli
Monte della Farina N. 18

LETTERA 303.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma14 giugno 1838
Mio caro figlio
Mentre mi giungeva la tua del 31 maggio andava viaggiando verso di te una mia lettera dello stesso ordinario. Essendo ormai corso d'allora buon tempo senza che noi ci siamo dati scambievoli notizierompo io il silenzio per seguitare a darti prove della mia memoriala quale tanto più volentieri e spesso a te rivolgo in quanto che il mio cuore è sempre più disposto ad amarti per conseguenza degli elogi che mi pervengono della tua condotta. Non superbirne peròCiro miodi queste lodi: ricorda sempre che la bontà e l'adempimento de' nostri doveri è un altro dovere esso stesso. Ha scritto un famoso autore: Vitavi culpam non laudem merui. Così astenendosi dal male e praticando il bene si evita più la colpa che non si meriti la lode. Ma se questa ci viene pure tribuita si riceve con gratitudine e quale nuovo stimolo a sempre meglio operare. E guai a quell'uomo che per un falso sentimento ed abbiettoonorato a torto del santo nome di umiltàsi rendesse insensitivo alla lode. Da quella bugiarda umiltà passerebbe a degradare del tutto la sublimità della umana natura. Io non parlo qui del desiderio di biasimo e di mortificazione stato sì vivo ne' santi. Essi però bene e santamente operaronoe la umiltà loro fu un eroismo soprannaturaledono miracoloso del cielo. Intendo io di ragionarti de' sentimenti connaturali all'uomo in risguardo soltanto de' suoi rapporti col Mondodove la lode modesta deve necessariamente commovere un modesto animo a maggior compiacenza delle azioni virtuose e lodevoli.
Riverisci i tuoi Sig.ri Superiori e saluta gli amici come ti salutano questi amici e parenti di Romanonché i nostri antichi domestici.
Di' alla Signora Cangenna che mi è giunta la sua del 9 correnteintorno a cui la ringrazio e le risponderò. Ti abbraccio di cuore e benedico.
Il tuo aff.mo padre.

LETTERA 304.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romavenerdì 15 giugno 1838
Mio caro Ferretti
È sembrato un destino! Il diavolo ci ha ficcato la coda. Ti avevo promesso di vederti prima della tua partenza e di metterti in carrozzae non ho potuto. Fra tutte le procellose giornate trascorse dopo il mio cataclismoniuna forse più arrabbiata di oggi. A mille impicci disparatissimi affollatimisi sul capo questa mattina aggiungi il lasso di tre ore dovutesi da me passare alla sperella del sole sotto il Gianicoloa motivo di certa differenza che va a divenire forense circa una descrizione e consegna di fondo appartenente allo slabbrato patrimonio del mio figliuolo. Pieno di fuoco nelle viscere e grondante sudore ho finito di mangiare un boccone per darmi ad intendere di aver pranzatoné prima delle 4 1/2 mi è stato possibile di fuggire in tua casa e in quella d'Annamaria. Il Sig. Giacomo è partito proprio in questo momentomi ha detto la madre di Peppe; e ho da lei saputo che tu hai dimandato più volte di me. Lo so: avevi a dirmi qualche cosa. Ma che faresti? Scrivimela e ti servirò. Si danno circostanze per le quali si è costretti a mancar di parola senza colpa del proprio carattere. Salutami la tua famiglia. Colla testa svanita e dolente mi ripeto
Il tuo Belli

LETTERA 305.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romasabato 16 giugno 1838
Ore 10 antimeridiane
Mio caro Ferretti
A primo uscire di camera ho questa mattina trovato sul mio scrittoio un plichetto a me diretto col subito di grazia. Dalle informazioni poi prese in famiglia ho rilevato esser provenuto il plichetto da mani odorose di stabbio; dimodoché dovendo forse venire da Albano e null'altro contenendo fuorché una lettera da consegnarsi a te subito di graziail latore qualunque ci ha subito serviti entrambi in mezzo alla rognonata. Delle cose scritte nella letterasuggellata a fuoco sotto marchio di targa [...] fra un caduceo ed un ramo di quercia sotto corna d'allorodevi a quest'ora saperne più forse tu stesso che non iobenché m'abbia il tutto fra mani. Nulladimeno ti rispingo la lettera quasi

Anima che là torna onde partìo.

Ma se la mia poca arte araldica non mi ha cuccato nella interpretazione della parte blasonica del plichettoquasi voglio invelenirmi come la vipera dello stemma per ciò che il cultore dell'arte salernitana m'abbia suggellato una lettera senza neppure scrivervi dentro: asino d'Arcadiaconsegna l'inserta al tuo Maestroe va a fiume. A fiume non ci sarei forse andatomalgrado della mia propensione alla santa ubbidienzama in modo avrei disposto le cose che fossimo tutti rimasti contenti come tre pasquefra le quali entra anche quella della befana.

Ma al mio Signor dottore El Bassanelli
E' non cale del Belli una bucciata
Bench'egli si trarrìa sino i budelli
Per fargli onore e il chiamerebbe Tata.
Ed io sotto quell'Egli intendo il Belli
Come sotto quell'El ho sconsagrata
La gran parola che l'arabe arene
Salva udirono un giorno al sommo bene.

E sconsagrata l'ho perch'io discreto
Dar non potendo il gran valore antico
Al decimo segnal dell'alfabeto
Nella inizial del nome d'un amico
L'ho ridotta a indicar Luca o Loreto
O Lazzaroo Luigio Ludovico
O Liborio o Lorenzo o Liberato
O altro nome del libro del curato.

Che se poi la targa del suggellolaureataroverata e serpeggiatanon appartiene al Bassanellitutti i miei castelli in aria essendosi dileguati come le uova fra le mani di Bosco

confesso e riconosco
che la bestialità di mia scienza
merita pentimento e penitenza;

e quando tornerò ad Albanose più tornerò ad Albanoil nostro Dottore guardimi pure in cagnescoche gliene dò amplissima licenza.
Perch'io merto dolore e penitenza.

Oh abbiateci pazienza
Signor Ferretti mios'io scrivo male:
Non è colpa del nostro naturale.
Ho una penna animale
Ed una certa carta e un certo inchiostro
Che ne bestemmieria sino il Cagliostro
Il quale a tempo nostro
È stato come dire un santarello
Da pigliarne a biografo il Burchiello.
Voi avete cervello
E conoscete pur che quando io scrivo
Sembro un Mastro Bodoni redivivo.
Non mi fate il cattivo
Dunque in veder le zampe di civetta
Di questo foglio scribacchiato in fretta.
Poichi la fa l'aspetta
E voi mi spedirete letterine
Come san farne i galli e le galline.
Ma è tempo di por fine
A tutto questo anfanamento a secco
Perché ho vuota la vena e asciutto il becco.
Vi saluta Ser Cecco
E il Deramone e il Balestriero e il Cianca
In quest'ultimo fil di carta bianca.
Voi passate la banca
Dei saluti alle vostre quattro donne
Per le quali io vi mando un eleisonne.
E qui col come e ronne
E busse ed altro sustanziale addobbo
Io mi vi inchino e vò a trovare il gobbo.

G. G. Belli

Bene le Anne Mariele Carolinei Peppie le due scale-a-lumaca dei Vincenzi e Pietrucci. Dei Checchi non me ne occupo un [...].

LETTERA 306.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romadomenica 17 giugno 1838

Ben ch'abbia afflitti di dolor la gola
E gli articoli tutti e i segnacasi
Pur mi ti faccio a dir qualche parola.

Erano ott'oreod otto e un quarto quasi
Quando stamane il vice-gobbo amico
Venneed io lieto al suo venir rimasi

Poiché seco recava un tuo gran plico
Gravido d'altro plico per colei
Che s'ha de' Pazzi il bel cognome antico.

Ed oltre al plico destinato a lei
V'era pure un listel pel copri-testa
Di me e gran parte de' consorti miei.

Tosto io con gamba studiosa e lesta
Portai l'uno alla buona Annamaria
E l'altro al Lopezbenché fosse festa.

Trovai Madama Pazzi in compagnia
Della figlia e dei figli piccoletti:
Ito era il grande a qualche birberia.

La salutai e il tuo plico le detti
Mentre Peppequel furbo farfarello
Veniami intorno a dimandar confetti.

Pel Lopezalla luce d'un portello
Lo sorpresi mentr'era sbacchettando
La cupola dell'ultimo cappello.

Mi lesse il tuo biglietto sghignazzando
Aggradì i vale della tua famiglia
E altrettanti suoi vale io ti rimando.

Or sono al mio scrittoio ed ho le ciglia
Fise in sul foglio tuo a me diretto
Che ha di stabbio più odor che di vainiglia.

Tu dopo il pranzo e pria d'irtene a letto
Me lo scrivesti il sedici di giugno
Cioè ierse il lunario il ver m'ha detto.

Del tuo Gigi in talare codicugno
Odo i passi più franchie omai mi credo
Che n'avrem certa la vittoria in pugno.

Correr per casa e sgambettar lo vedo
Giù pe' laureti della villa Doria
E trascorrerli tutti in men d'un credo.

CantaFerretti miocanta vittoria
Né dell'aria vivifica d'Albano
Fia per noi questa la men bella gloria.

Quanto a Cristina tua cui va pian piano
Restando il capo ignudo di capelli
Non si sgomentio si sgomenti invano.

A giovanetta mai non mancâr quelli
E presto ella n'avrà morbidi e lunghi
E belli come i primi e ancor più belli.

Ma è forza che da questo io mi dilunghi
Per dire un prosit alla tua mogliera
Per le ingollate fragole ed i funghi.

Làscialene mangiar tutta una fiera
Con cipolle e con agli e citrïuoli
In casa e fuorie di mattina a sera.

Lenti aggiungavi purceci e fagiuoli
E cicerchie e con simili civaje
Buona lega de' funghi prataiuoli.

Quelli son cibie non ti dico baje
Da impinzarne la pancia a crepa-pelle
E da cuocerne pentole e caldaie.

Qual prò ti fanno i manzi e le vitelle?
Qual prò l'acquaccia che diciam noi brodo
Da maledirlo in tutte le favelle?

Porri mangi e radicie ne la lodo
E vi rimangi su radici e porri
E rincacci così chiodo con chiodo.

E se mai credi ch'io faccia lo gnorri
Parlando come dire a badalucco
Ben fuor del veroo mio Giacomo corri.

Esser bestia vorrei come Nabucco
Pria di dir cose che smentisce il cuore
Vorre' in bocca serrar lingua di stucco.

Dopo il foglio del gobboa dodici ore
Oper parlar romanoa mezzogiorno
N'ebbi un altro da incognito latore.

Il qualtuttoché giunto al mio soggiorno
Dopo quello del gobbo di Mandrella
Pur m'apparisce più vecchio d'un giorno.

Sotto la luce della prima stella
Me lo scrivesti tuGiacomo mio
Disceso appena giù di carrettella

Onde mandarmi affettuosi addio
Per quanti amici tu lasciasti a Roma
Compreso il Maggiordomo che son io.

D'Orsola chiedi tu? Porta la soma
D'aspri dolor e molti al casto seno
Einfelicene geme attrita e doma.

Se tu meco ne soffri anch'io ne peno
E per lei vo' pregando a giunte mani
Il Signor Gesù Cristo Nazzareno.

Buone nuove ti do del Maggiorani
Ma il polso della sua buona compagna
S'oggi è tranquillo nol sarà dimani.

Ieri calcai per te piazza di Spagna
Per sapere in tuo nome della vecchia
Che un giorno muore e un altro giorno magna.

La morte halla tirata per l'orecchia:
Venerdì le fu dato il sagramento
E a novo banchettar già s'apparecchia.

Ed io povera coda di giumento
Forse avrò appena il cinquantesim'anno
Mentre alla ghiotta sarà dato il cento!

Cesare intanto n'ha tutto il malanno
Pagar dovendo il medico e il chirurgo
C'ogni otto giorni a sentenziar la vanno.

Grazie all'alvino ubbidiente spurgo
Pari la vecchia all'araba fenice
Può dir morendo: post fata resurgo.

Quella signora Emilia viaggiatrice
Che insieme al Carbonarsi hai tu veduta
Di te gran bene e di tue donne dice.

Ella pel Corpus-domini è venuta
A Romae presto tornerà alla Fratta
Ma pria pel mezzo mio la ti saluta.

A' tuoi due fogli la risposta è fatta:
Non manca ora che darla al dromedario
Perché ti giunga difilata e ratta.

Né credoo mio Ferrettinecessario
Dir ch'io m'inchino alla fama corusca
Dell'inventor del gran vocabolario

Che farà un giorno disperar la crusca.

Il tuo G. G. Belli

LETTERA 307.
GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romalunedì 18 giugno 1838
Ore 10 antimeridiane
Amice mi
Domi tuae scriboed ho davanti gli occhie fra momenti sotto le mani il volume Celsiano. Te lo spedisco oggi pel solito famoso canale Mandrelliano. Ho ricevutoe già l'hai capitola tua del 17 unita al pacco libri (Hugo e Byron) da riporsi nelle scancie.
Insieme col Celso avrai dai vetturini del Mandrella due altre spedizionicioè una mia epistola di ieri e un paio di scarpe di jeri sera. Non è partita stamane alcuna vettura. Dunqueio ho dettochi porta 30 può portare 31.
Il vetturino (lo credo tale e tale disse di essere) che portò il tuo pacco di libri girò tutta la contradasi scontrò in Annamariaetc. etc. ma diligente come un cane da caccia volle fiutar proprio la quagliae sapeva egli il perché. Aveva più fiducia nella borsa del Signor Belli che non in quella della Signora Pazzi pel grande argomento del portoo buona-manoo beveraggio che sia. Però è stato puntuale.
La lettera al De Belardini va adesso. O la porto ioo Carolina in mia vece.
Leggerò questo gran sonetto di quello strafalario del Fumasoni. Ma i Luigi decimiquarti non vi son più. Peccato! Il Fumasoni si comprerebbe un palazzo; ed oggi potrebbe appena acquistarsi una a palazzina.
Abbi cura del tuo ventre; metti in bagno il piscione Prof. Cuppetana; saluta e le tue donne e il Bassanellie credimi il frettoloso tuo amico
Belli.

LETTERA 308.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romalunedì 18 giugno 1838
Ore 6 pomeridiane
Mio caro Ferretti
Al Sig. Belli soprannominato G. G. è arrivata due ore dopo il mezzodì una tua lettera unita ad altra per Annamariacontenente quest'ultima un pacco pel Sig. Servi. La moglie di Michele ha situato il pacco Serviano sulla sua toelettinaspecie d'altare inviolabile donde nessun'altra mano ardirà rimuoverlo se non la destra del compagno di Baldassare e Melchiorre. E Annamaria e Carolina in lingua semicristianae Peppe in lingua stronadicono salute a tealla tua fungofagaalla tua dischiomataalla tua pidiscellosa e st'antr'anno sposaalla tua astratta e al tuo novello Pergamino
Perso - etrusco - caldaico - latino.
Tutte le quali impertinenzeuscite dalla boccaccia sprocedata di coloroio intendo non approvaree ci protesto sopra e sottoe di qua e di làe dentro e fuori
Però ch'io non vuo' guai co' superiori.
Io venerostimo e rispetto tutti i singoli miei padroni e le mie padronee prima di metterli in ridicolo
O mi fo sbudellare o infilo un vicolo.
BadaFerretti mioal tuo colonal rettoal ciecoal digiunoetc. E se credi che alcuni cibi ti faccian male
Non te li far venir su per le scale.
Orsolina ha acquistato un altro buco per una nuova suppurazione. Savetti dice che la faccenda vuol esser lunga. Ella soffreil marito taroccala balia dà mezza zinnae presto forse la darà intiera. Progetti svaniti: guai a cavaceci.
Ho raccolto una sporta di salutirispettiinchinisorrisiparolettedi quadi làda donneda uominiamiciparenti e benefattori. Te li mando tutti in un fasciocome sarebbe un pot-pourriun millefioriun cappon di galera. Danne uno spicchio a cadauno de' tuoiserbando la tua porzione per te oltre le mollichelle del piatto. Piatto fa rima a Gatto. Ebbene il tuo gatto vive in tranquilla e anacoretica solitudinefornito a dovizia di vettovaglie o vittuagliesecondo le varie lezioni del Cesaridel Ceciliae del Marola e dell'Azzocchiquattro pinacoli di Monte-Glossario.
Né a' tuoi canarini vien penuria di canapuccia per consolarli del cantar tuttodì senza che orecchio gli ascoltisiccome ballava la ebrea di Balzac nell'eternità del deserto teatro. Orribile condanna!ma che io pure affibbierei a certi arcadi amici miei e tuoi. Sonettare per omnia saecula saeculorum senza una bocca che dicati bravosenza due mani che ti battan le nacchere! E chi sa che nel codice di casa non sia qualche articolo di tal fatta da vendicare il genere umano dai misfatti FumasonianiBarberianie via discorrendo? Ah! se il cielo m'avesse privilegiato della cistifellea dello Scannabuevorrei scorticar loro quelle orecchiacce e far loro strillar caino peggio che non accadde ad Agarimante-Bricconio e ad Egerio-Porco-Nero.
Ama il tuo Belli.

Lo Spada nostro ti chiederebbe il Tibullo del Biondi per leggerlosecondo che gli promettestie poi letto restituirtelo. L'hai in Roma? Vuoi dargliene? Profitto di questo cantoncello ch'era destinato all'ostia pria che la materia crescesse sotto la penna.

LETTERA 309.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romamartedì 19 giugno 1838
ore sei pomeridiane

E sai tuGiacomo miocosa ho fatto? Trovandomi fra le mani i libri da te inviatimi per riporli a dormire sino al suono di novella trombaed avendoli già installati a domicilioun secondo pensiero più persuasivo del primo me li ha fatti ricavar fuori onde appagare il mio desiderio di paragonare la Tudor alla Borgiae la Maria alla Lucrezia: non già per pescarci dentro le metafisiche simiglianze trovate dall'autore (o prima o poi che la penna sua gli avesse scritti) fra i drammi della Lucrezia e del Tribouletma sì coll'unico scopo di confrontarne i meriti letterarii fra i due lavori della Regina di Inghilterra e sulla Duchessa di Ferrarasulla figlia di Enrico VIII e sulla bastarda d'Alessandro VI. Io aveva fatto conoscenza con quelle due famose eroine d'Hugo in tempi distanti e senza intenzione di metterle una accanto all'altra per vedere qual fosse più alta di spalle. Ebbeneoggi ti dicoese vuoidammi tortoche l'inglese cede d'assai alla inspirazione italiana; e giudico di tanto superiore il lavoro della Lucrezia a quello della Maria di quanto l'obelisco del Laterano sovrasta ai pinoli granitici piantati per paracarri lungo la nuova strada del Corso.
Io credo in quel volo veder Hugo perdersi fra le nuvolee in questo dibattersi fra le cupole e i tettisempre a vista di chi non s'alza da terra che per la virtù muscolare di un salto. Pochi certo sapranno anche sollevarsi all'altezza che il fantastico francese seppe segnare nella sua Tudorma fra que' pochi alcuno può lasciarselo sotto e fargli cader pietre sul capo; laddove sembra a me chefatta estrazione dalle morali mostruosità e dalle sregolatezze della fantasiail concetto della Lucrezia e la macchina di quella scenica azione stancherà sempre ed ali ed areostati di chi tentasse seguirlo pel cielo immenso in cui si lanciò lo scrittor temerario. Rideraibuon Ferrettidell'ardire di un povero rettile par mio nel misurare i volie stabilir quasi una metrologia delle letterarie ascensioni. Eppure io ho una macchinetta ad hocuno strumentuccio assai attivo che in simiglianti speculazioni rade volte mi inganna: il cuore. Quando esso ha fortemente battutoprovo spesso la soddisfazione di trovare i suoi moti meccanici e naturali in armonia coi giudizi de' più riveriti cervelli della letteraria comunità. Nella Tudor io volevo commovermi: la Borgia mi commosse: là il mio cuore si agitavaqua mi balzava dal petto. Grazie intanto alla tua spedizione di libri: vi ho sopra instituito un esperimento in qualità d'uomo-spirito. Ciò mi darà un po' d'energia per sopportare il peso de' travagli come uomo-materia.
E sissignorela tua lettera di jeri 18fa or parte del fascicolo della tua cara corrispondenzamentre il plico pel Vera aspetta il padrone in casa de' Pazzi senza congiura.
Annamaria la vedo in buonina salute: Carolina in buonona. Il Checcaccio tiene la testa fasciataperché un solito umoraccio annuale gliel'ha fessa come un granato. Quattro capelli tagliatigli per forzaquattro unzioncelle d'unguentoed eccotelo già fra poco in istato di correre per Roma a salta-la-quagliae di cozzare sin colle corna del diavolo suo aio e maestro. Gli Stortini tirano via come possono. Ogni pelo un bozzo: ogni passo una cantonata. Peppe poioh in quanto a Peppe l'è un altro paio di maniche. Dà più di quel che promettee con un martello alla mano va picchiando alla spietata
Mollia cum duris et sine pondere habentia pondus.
Costì moderatodici tu: costà smaniosorispondo io. E lo scoliaste nostro aggiungevi caldobenchè il reverendo Prof. Cuppetana legga callocioè sostanza cornea del derma. Ebbene? Come e quanti si raccolgono nuovi vocaboli dai fornelli di quell'al-glotto-chimista? Tesaurizzi tu Padre? Oh te beato! Sì presso alla fonte! Io poverello in questo avido fondaccio non m'ho soccorso che ne' putenti arcaismi d'una favella fradicia per quasi sette secoli di vita. Il tuo Cuppetana te ne dà di sì rigogliosa e fresca da starne fresco come la paretaria. Capo-basso avanti le sei Signorie vostre e schiavottiello.
Il tuo G. G. B.

LETTERA 310.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma20 giugno 1838
Mio caro Ciro
Dimani parte di qui la gentilissima Signora Maddalena Caramellimadre del giovanetto Augusto che va a visitare nel Collegio ov'è insieme con te convittore. Ebbe ella la bontà di parteciparmi questo suo viaggio perché io potessi approfittarmene se mai ti dovessi scrivere. Eccomi infatti a valermene onde riscontrare la tua del 12che ritardata al solito di un ordinario non mi giunse prima del giorno 16. Così mentre questa tua lettera veniva verso di me andava camminando verso di te l'altra mia del 14 che avrai avuta dal degnissimo Sig. Rettore. Riverisci lo stesso tuo buon Superioree ringrazialo in mio nome della cura ch'egli si prende di non lasciar passare occasione senza darmi buone notizie di te.
Credo che a Perugiasiccome quibenché colle debite proporzionisarà tornato il caldo.
Ho aggradito i saluti della obbligatissima Signora Cangennaalla quale ti prego far giungere la qui unitao dandola a Lei stessa se la vedio facendola passare nelle mani del Sig. Luigi Micheletti allorché si rechi alla Computisteria del Collegioovvero usando un altro mezzo che ti venga possibile.
Non so se tu ricordi aver qualche volta udito che io nella prima mia gioventù fondai a Roma un'Accademia letteraria col nome di Tiberina. Nel 1828 me ne ritirai per savii motivi che un giorno ti spiegherò. Intanto sappi che dopo dieci anni alcuni miei ottimi amici e sapientissimi han voluto che io tornassi a quell'instituto da me abbandonatosperando essi che ne trarrei sollievo al mio spirito malinconico. Io gli ho soddisfattima con tutt'altro scopoche è il seguente. Siccome la mia vita sempre solitaria mi ha fin qui reso a tutti ignotoho in oggi conosciuto che ciò non potrebbe essermi più conveniente nel nuovo stato della nostra casa. Quindi l'idea di acquistare buoni ed utili rapporti pel tempo in cui dovrò presentare te al Mondo e aprirti una strada di stabilimentomi persuase al riprender parte nelle cose che accadono in detta ragunanza di uomini dotti e influenti. Fra gli scritti da me finora letti colài miei amici han voluto stamparne uno entro un certo giornale romanoe me ne faranno estrarre alcuni esemplari. Ciò accadrà fra due settimane. e allora io te ne spedirò un paio di copieuna per te e l'altra pel Sig. Rettore dal quale ti farai spiegare ciò che vi si contiene. Il componimento è in versied ha per titolo Il Goticismo. Vi si sferzano le nuove mode nelle arti e nelle letterecon cui si fanno oggi ridicoli gli uomini. E poiché tu sei vicino ad entrare nel Mondo mi pare bene che principii a conoscere qual sia il lato dal quale si debba esso schivare o almeno non imitare. I miei soliti rispetti a' tuoi Sig.ri Superiori e agli amici. Ricevi tu poi i consueti saluti da tutti. Ti abbraccio e benedico
Il tuo aff.mo padre.

LETTERA 311.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romamercoledì 20 giugno 1838
Ore 6 pomeridiane

Eccomi quaSig. Giacomoo Giacopoo Jacopocome Le pare. Sono a darle conto del mio servizio dopo l'arrivo della sua di ieri 19. - Il pacco Vera sta a far compagnia al gemellofinché il Vera non tolga e questo e quello. - Il Tibullo-Biondi è passato dalla biblioteca Ferretti a quella Spada. E costui ringrazia colui. - Il Manzoni completato passò dalle mani del Raggi a quelle del Belli. - Il Visaj nihil habet per ora. - Il Servida me fatto ieri avvisare per mezzo del Padre Ascensoritirò iersera il caricamento giacente per lui in casa Pazzi. - Il Quadrariavvisato da me-meha levato la sua lettera dal Caffè di S. Luigi. - Anna Maria de-universis fa la madre di famiglia. Carolina fa il bucato in via della Farina N° 36 secondo piano. - Peppe gridacorremartella.
Degli altri uno a sedione uno a stampella.
Checcaccio ritorna alle sue onorate occupazioni. - Michele va a caccia forestierima... fa caldo e i forestieri vengono col passaggio dei tordi.

Questo episodio non l'avrà il gobbetto
Ma il Signor Sigismondo l'architetto.

Ei si parte diman da' sette monti
Per veder certe cose a Tor-tre-ponti.

Dàgli le figlie tu perché pian piano
Le meni all'infiorata di Genzano.

Son ben fidate e torneran la sera
Sotto la scorta della tua mogliera.

E se tu non ci vai pon tutte sotto
Alla giurisdizion del Poliglotto.

Chi lor vorrà dar guaiMuccio mio bello
In compagnia d'un uom come gli è quello?

Rispetteran la femminile gualdana
C'abbia a capo il Maestro Cuppetana.

Egli con due vocaboli de' suoi
Farà Celti fuggirSenoni e Boi.

E se tornancon quattro paroloni
Farà Boi rifuggirCelti e Senoni

Che cacciandosi dentro alla foresta
Diran: chi è mai quest'uom? Qual lingua è questa?

Tu studiaamico miogiaci e t'impingua:
Le tue donne a scortar basta una lingua.

Mangiao Iacopiselli e lattarini
E insalata de' Padri Cappuccini;

E dai Conventuali abbiti pure
Per un soldo un canestro di verdure.

Niun qui a Roma ortolano manigoldo
Te ne darebbe tante per un soldo.

I nostri rivenduglioli son ladri
E non fan come i reverendi padri

Che ti danno l'erbuccee che so io
Men per danar che per amor di Dio.

Questo è un paeseo mio caro Ferretti
Che non ti puoi salvar manco sui tetti:

Cerca ognun di campare a spese tue
E per uno che dan chiedono due.

Io mi son fatto un paio di stivali
Che rassembran due veste d'orinali.

La suola vi sta in lita col tomaio
E quattro pezzi sono anzi che un paio.

E pure quel ladron del ciabattino
Tre scudi vuol da me d'argento fino

Dicendo che un pochetto di sconquasso
Non è cosa da far tanto fracasso.

Dunque statti in AlbanGiacomoe credi
Che qui nulla cammina co' suoi piedi.

Basta il detto; ma innanzi ch'io suggelli
Pregoti riverirmi il Bassanelli;

E per me bacia il lembo delle gonne
Di quelle quattro perle di tue donne

TeresaChiaraBarbara e Cristina
Degne d'andar in voce anche alla Cina.

E tuo Terpandro dalle quattro corde
Da me t'abbi un amplesso ex toto corde.

Il tuo G. G. B.

LETTERA 312.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romavenerdì 22 giugno 1838
Ore 5 pomeridiane
Caro sor Padrone
Passando io questa mattina dal negozio di Lopez vi ho trovato la vostra lettera di mercoldì 20lasciatami secondo l'indirizzo dall'amico Zampi. Per vedere il gran pesce non era più tempo. Già vendevasi a fettine e fettone per baiocchi 18 la libbra ed anche per 20 o 25 secondo il genio de' compratori. Dicono che fosse uno sterminato storionema che insieme vi si trovassero due smisurati tondi. Così mi ha detto una certa Signora Dorotea della quale ecco le precise parole: ci suono un storione molto grandissimo e un tondo o due salvo il veroe lo so dalla Signora Malta delli gipponari ch'è persona che lo puole saperee tutto assieme pesa settecento e passa libbre tra tondo e storione che nissuno ha possuto mai vedere una cosa accossì tale come questa di pescaria d'oggiche s'assicuri certo che non si va più in là nemmeno per le mille. A tanto bel tratto e fiorito non mancava alla Signora Dorotea che inzepparci dentro (per fàs e Caifàs) il Maggiorasco dell'Achillini Marinese che ad ogni modo vi avrebbe fatto sempre miglior figura che non in quel beato sonetto dedicato a S. Barnaba profligatore de' contagii e del roco terremoto. Bisogna dire che il roco terremoto si fosse infreddato e accatarrato per qualche colpo d'aria sofferto fra quelle pericolose colline Marinesi o Frascatane. Ma se il Sig. Fumasoni-Biondianziché porre in ridicolo il povero terremoto per un po' di cimurro di testa e per un tantin di catarrogli avesse fatto amministrare una o due once di siroppo di violeavrebbe operato più da cristiano; e il mordace sonetto camminerebbe altrimenti.
Ea proposito di terremotoa Costantina in Africa si sono sentite alcune scosse. Un dotto Ulema ha spiegato al comandante francese la cagion naturale di quel fenomeno. Il globodice il dottor Musulmanoè sostenuto da un gran toro sulla punta di un corno. Allorché il toro è stancoda un corno fa saltar il globo sulla punta dell'altro; ed ecco il terremoto chiaro chiaro come la sperella del sole. Si sa che la nostra terra deve stare appoggiata a qualche cosa. Il toro poi si appoggia dove puòe tutto va in regola.
Ah! quel costume di dare al tuo Gigio il sobriquet di Cuppetana mi fece saltar via dal capo il suo vero nome e la sua festa di ieri. Ne avrei fatta onorevol menzione nella mia N° 9. Ad ogni modo mille anni ed accetti il voto infra octavam.
Bada dunque di non calcare il capo al serpente. Guardati attorno ne' tuoi passeggi. L'ipsa conteret caput tuum non fu detto per la suola delle nostre ciabatte.
Qui non piove acqua ma raggi di fuoco. È da tre giorni un caldo sufficiente alla graticola del diacono S. Lorenzo.
Ammiro Bassanelli e compiango Cristina: l'uno per toglierel'altra per perdere il primo fregio di una testa femminile. Ma capelli e guai non mancano mai. Lo sanno pure la Signora Malta e la Signora Dorotea.
I due plichi pel Vera mi giunsero; e se a te giunsero tutte le mie dal N° 4 al N° 9ne avrai in alcuna d'esse avuto contezza.
Orsola sta così così. La bambina dimani parte per Calvi colla balia.
Ti dò tutti i saluti di tutti per tuttie fra tutti fa' che valgano quelli del tuo
Belli.

P. S. Prima di casa Gobbi rivedo casa Pazzaglia. Saluti e saluti di maschi e femmine per femmine e maschi. Prenda ciascun la sua parte e l'intaschi. Vera non si vede. Se avrà voglia verràcome si è d'intelligenza.

LETTERA 313.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romasabato 23 giugno 1838
Ore 4 pomeridiane

Cosìmio caro Ferrettila lettera tua di ieri 22 come il pacco libri ch'eravi annessomi sono giunti questa mattina.
Il Tribouletossia Le Roi s'amuse di Victor Hugo mi è già altrettanto noto quanto io conoscevo prima d'ora la Lucrezia e la Maria. Trovandomi in mano queste due ultime allorché tu me le spedisti da Albano onde riporle nella tua biblioteca mi nacque il desiderio di confrontarlecosa da me non mai praticata per averle lette in separati tempie con diverse disposizioni d'animo. Oggi però rileggerò ancora il Tribouletonde vedere quale impressione mi lasci nell'animo alla seconda letturain un'epoca assai amara della mia vitalo spettacolo di un misero padre subissato sotto i minuti piaceri del trono.
Le tue segrete resteranno impenetrabili sino all'aria ed al sole. Io ti compatisco quanto può cuore umano compatire le sventure non meritate. Ti chiamo io sempre povero martireche tal sei per motivi estrinseci ed intrinseci a te: fortuna nemica troppoed animo troppo sensitivo. Ottimo uomo e padre ottimo di famiglia meriteresti assai più benigni riguardi dalla provvidenza.
Anche a Romae forse più qui che costìil caldo crescit eundo come la Fama. Guai a chi abbia affari nella mattina! e gli affari si trattano quasi tutti in quelle ore.
E Vera non si mostra. Michele col quale ho parlato in casa sua tra mezzogiorno ed un'orasi propone di andarne a far ricerca domani. Io glie ne ho ben insegnata la casabenchè attualmente stante l'assenza delle donnecredo non ci si trovi mai alcuno.
Maggiorani sta benino: la moglie non troppo. Pochi giorni indietro alla di lei vignuola a porta Cavalleggieri ebbe una colica e fu riportata a casa.
Pensano entrambi di assaggiare l'aria di Campagnanoper unire lo scopo della villeggiatura a quello di provvedere a certi affari di famiglia. Pel primo punto io dissentirei altamentenon potendo comprendere come (a quanto essi dicono) il clima di Campagnano possieda migliori qualità di quello di Romaquando a sole due miglia di distanza Baccano avvelena sino le rane ed i passeri.
È stato male il nostro buon Rossi con una gastrichetta. Oggi è uscito. Egli e la moglieingenua donninasalutano caramente te e la tua famiglia.
Il Marchese D. Luigi Del Gallo Roccagiovine mi ha mandato in dono (credo lo manderà anche a te) il suo stampato progetto per migliorare la navigazione del Teverecol motto di Brindley: Iddio non ha fatto i fiumi che per alimentare i canali. Così i fiumi senza derivazioni di canali non servononon servironoe non serviranno mai a niente. - E un Del Gallo fa un dono a un Belli!
Lunedì 25 giugno 1838prova del Sig. Cav.re Gaspare Servi all'Accademia tiberinaannunziata con nuovo esempio sui pubblici fogli: ci sarà dunque tutta Romaanzi tutta la Comarca anzi tutto lo stato e qualche fetterella di estero sin dove giunge il Diario. Vedi quale apprensione per noi poveri legittimi suppedanei! - Non vi vuol niente a trovarsi faccia a faccia coi 40 di Parisi e di Orcianosotto la presidenza d'Arago e di Betti.
Altro avvenimento. Giovedì 21 alla seranel Caffè Atenaico di Vallefu aspra sanguinosa e tragica lacerazione di denti canini ed unghie gattesche contro la fama del povero Costantino Mazio per certo articolo sulla musica di Lilloanzi sulle musiche in genereanzi (meglio) sui libretti in massa. Otto o dieci lingue di vipere fecero il loro dovere dalla ora 1 1/2 alle 3 1/2 di notte.
Finirono la fiera carneficina col trasformare a penna il nome di Mazio in quello di Matto; e così restò il foglio sui tavolini del Caffèe vi rimarrà fino al futuro giovedìad publicam comoditatem. Avverti però che i giudicio i manigoldine sapevano meno del reo.
Chi dice: Bosco passerà ad Argentina; chi dice: Bosco passerà a Sinigaglia. Sono fra i secondi coloro che dubitano della licenza vicariale per la novena di S. Pietromentre si crede che dopo S. Pietro l'incantatore vada a Sinigaglia onde operarvi di concerto con Lanari. Intanto però il demonio di Bosco si riposae giuoca alla Mora con quello di Socrate fra un cancello e l'altro del Castello di Plutone.
Ti debbo i ringraziamenti di Spada pel prestito del Tibullo di Biondi.
La presente ti giungerà pel mezzo di Monsieur Felichet qui va partir demain pour Albano. Nous sommes dejà d'accord que je lui laisserais ma lettre au café de Saint Louis a Ripetta e mò pozzo chiamamme romano peggio de lor'antri.
Casa Pazzaglianon parente degli Zelliriverisce e saluta. Gli amici riveriscono e salutano. Io saluto e riverisco Padremadrefigliuole e figliuolo.
Il tuo G. G. Belli.

LETTERA 311.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Roma27 giugno 1838
mercoledì ore 8 pomeridiane

Dal solito Triboulet di Mandrella mi si è ricapitata la tua di ieri con entro due letterine per tuo fratelloche io stesso ho lasciato in mano di Lopez. Costui teneva presso di sé una lettera (non so di chi) al tuo indirizzo: e così un giornale da inviarti. Ho io ritirato entrambe le cose e te le spedisco qui unite.
È comperata la pezza di fettuccia bianca inamidata e tesa dalle sorelle Piccirilli che salutano il Sig. Giacomo Ferretti.
I dettagli tuoi su Cristina e sulle tue angustie per lei mi stringono l'anima. Son padre anch'io e d'un cuor paterno non d'ultima qualità: quindi comprendo il tuo dolore e ne partecipo. Povero Ferretti! Quando avrai pace? Quando l'avremo?
Vidi Zampi ieri sera al caffè e lo avvisai della consegna da me fatta alla moglie della lettera che tu mi avevi compiegata per lui. Mi dimandò dello stato sanitario di tua famiglia; ma iobenché quasi persuaso che tu stesso gliene avrai scritto qualche cosapurtuttavia legato dal segreto da te impostomene risposi irre orre come rispondo a tutti onde non mentire nec citra nec ultra dal vero.
E bisogna davvero badarci a quel lutin de ton fils. Di giorno in giorno i fanciulletti vengono imitando più e più i capriuoli inerpicandosi dove meglio ne viene il destro o la voglia: pericolosi in ciò più i maschi delle femmineparendo quasi che la natura abbia destinato il nostro sesso alle temerarie imprese ed ai gesti d'ardire. Dunquesìbadaci e facci badare; ma già questi consigli miei vengono superflui alle sollecitudini della paterna e amorosa tua vigilanza. Stampagli un ben sonoro bacio per me su cadauna di quelle belle guanciotte buone da servire per due cuscinetti da macchina elettrica.
Biagini dev'essere in viaggio tornando da Frascati per dove partì ieri una cum variis pistoribus vel panicocolis aut frumentariis sive etc. e non altrimenti etc. Laonde i tuoi saluti li farò quando etc.
Orsolina omiopatizzata sta... come sta? Chi lo capisce? Io no pel dio Ercole sul cui altare si giura la verità. Il medico si porta appresso in una scattolina da anelletti

La spezieria con tutto il necessario
Per medicar l'esercito di Dario.

Che ne caverà? Indovinala grillo. Intanto per non farla morir di fiamma l'ammazza di fame. Il Signore benedica questo discepolo del sublime Hanchemann (che non so se si scriva cosìnon ricordandomi delle lettere componenti il suo nome da me letto sulle sue opere)e dia tempo al moscerino di portarsi in aria la colonna traiana attaccata a un'aletta.
Io ignoro come a questo proposito la pensino i Ch. Dottori Carbonarsi e Bassanelli; ma il sangue bollente non mi par brodo da raffreddarsi con una gocciola d'acqua tolta da un secchio in cui ne fu infusa altra gocciola d'altro vecchioe così di gocciola in gocciola e di secchio in secchio da trovarne la quantità e le proporzioni nelle tavole logaritme. Essala povera pazienteti saluta senza fiato.
Qui troverai nel pacco:
1° Lettera responsiva di Vera
2° Lettera datami da Lopez
3° Giornale come sopra
4° Lettera di Quadrari (che non ho veduto)
5° Pacchetto di cerotto
6° Fettuccia bianca
7° Calze nerepaio uno
8° Un fagottello di pezze bianche
N. B. I ventagli non si mandano perché Quadrati non gli ha portati.
Al momento di chiudere la presente e impacchettarla ricevo le altre tue del 26 e 27 coll'involto de' libri. Annamaria e Carolina e Peppe sono qui meco e gioiscono al pari di me delle buone disposizioni postergali della tua cara Cristina. Dieu en soit loué et vous tienne en joie.
Non conosco l'opera di Gioia di cui mi parli. Ne farò ricerche e se la troverò l'avrai: altrimenti perde la Chiesa.
Saluti inchini baciamani etc. etc.
Il tuo Belli.

P. S. Vincenzone aspetta il sonetto per S. Pietro.

LETTERA 315.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Di Roma 28 giugno 1838
Mio carissimo amico
Ho ricevuto una lettera senza firma e senza data; ma quando anche non me ne manifestasse l'autore un ordine di Sc. 14:50 che vi ho rinvenuto in senobastava il carattere della scritturae la cordialità delle espressioni per annunziarmela vostra. Ma vi pregomio caro Neronidi non parlarmi più di esattezza. Dopo i disturbi che vi prendete per me sarebbe pur bella che io ci andassi facendo il sofistico! Purché la cassa abbia pagato e paghi dietro la vostra richiestasul resto che passa fra voi e me nulla è da dire. Voi non dovete pensare più a me che alla vostra salutenon solo preziosa all'amiciziama alla famiglia di cui siete il capo e l'onore.
Vi accludo dunque la esazione da me già fatta degli Sc. 14:50 sulla Cassa di questo D. Paolino Alibrandi foriere delle guardie nobilie con ciò io sono soddisfatto del trimestre di gennaio febbraio e marzo pagati per la ritenzione sull'onorario Trevisani.
Le mie 21 ottave sul goticismo sono già stampate e usciranno in luce sabato 30. Appena quindi avrò avuti gli estratti promessimi ve ne spedirò per la posta due esemplaripoiché vi siete compiaciuto non isgradire la mia povera offerta.
RicordateviNeroni mioche io dovetti donare al Cav. Fabi Montani la vostra dissertazione archeologica. Ne vorrei una copia per me arricchita del vostro nome a penna a memoria del dono.
Abbiatevi cura. Voi lo potete più di me. E fraternamente vi abbraccio
Il V°. Belli.

LETTERA 316.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romail giorno di S. Pietro 1838
Ore 5 pomeridiane
Mio caro Ferretti
La tua del 28cioè della vigilia d'oggifu da te spedita al mezzodìma il Sig. Gobbo riverito non me l'ha portata che questa mattina due ore prima del mezzodì. Dunque quasi da un mezzodì all'altro. Quindi l'inserta per Vincenzone non è arrivata a tempocome a tempo sarebbe al contrario arrivata se la Compagnia Gobbo e cointeressati me l'avesse fatta avere jeri sera. In mancanza di Michele è corsa Carolinama il chichìbio di M.r Silvestristato in isperanza sino a jersera aveva dimesso ogni idea di complimento poetico e gastronomico. Servirà pel 1839se saranno tutti vivi in cucina e in cenacolo.
E Quadrari? Uhm! Periit memoria eius cum sonitu. Mi spiace pe' tuoi ventagli; ma io non ne ho colpaperché non è stato affare affidato a me. Tutto dunque sulla coscienza del Sig. Felice Campacent'anni.
Non so se congratularmi o dolermi della repentina chiusura nella ferita di Cristina. Sembra anche a me che qualche giornetto di spurgo non ci stesse male e la natura non l'avrebbe aborrito. Insomma quel dubbio di un nuovo taglio mi disturbanon parendomi troppo comode queste benedette operazioni in duplicata a guisa di lettere di cambio. La povera ragazza pagò a sufficienza sulla prima senza che vi fosse bisogno di fare onore anche alla secondacon più il conto di ritorno del complimentario Sig. Pietralata autore di molestissimi complimenti.
Mi fo carico del malumore della poverina: mi penetro dello stato d'orgasmo in cui devi tu vivere: valuto al giusto segno il rammarico della madre e delle sorelle della tua interessante figliuola. E se io aggiungendo una angoscia di più alle non poche delle quali mi sento oppresso e vinto lo spiritopotessi divenir atto a sollevar voi tutti dai vostri patimenticrediFerretti mioche non esiterei un momento a caricarmi di questa giunta onde asciugarvi sul ciglio una lagrima. Ma abbiamo bel dire e bel fare: colle ciarle non si paga l'oste; e per solito chi più compatisce meno può consolaresiccome i più consolati son quelli che più si commuovono alle altrui sofferenze. Altronde poimancando di mezzi di consolazionesi dovrebbe quasi tacere per non parere spacciatori di parole che poco costano a dirsie meno ancora a scriversi non essendo neppur necessario in questo ultimo caso il corredo mimico e tonico di boccacce e occhiacci a sghembo e di tuoni elegiaci da picchiapetto. Tu però che da molti anni hai conoscenza del mio animomi presteraisperoquella fede che pure le nude parole hanno talora merito di conseguire quando le suggerisca il cuore piuttosto che l'universale vocabolario dove è libero di pescare tanto ai sinceri quanto ai bugiardi e a' traditori. L'esperienza è sola maestra di veritàné basta la mensa e il rosario e il digiuno per conchiuderne: - costui tien religione nell'anima. Altrettanto deve dirsi degli ufici scambievoli fra l'uomo e l'uomo. Vuoi conoscere la lealtà? Chiedila al tempo.
Non volendo ho cambiato indole alla mia lettera trapassando a comunissimi luoghi di morale. I miei discorsi si risentono dell'amarezza del mio spirito. Iosempre malinconicoin questi giorni mi trovo anche più afflitto perché in questi medesimi giorni accadde or fa un anno l'avvenimento distruttore del mio riposo. Né lunedì 2 luglio io so vedere dove mi caccerò a sospirare. Qui nessuno m'intenderebbe. Lasciamo fare alla provvidenza che manda le brine in proporzione col fuoco da dissiparle. - Ora per dire il verom'accorgo d'aver proceduto ben poco delicatamente in questa sfilata di piagnistei. Invece di procurarti qualche sorriso fra le tue pene son venuto a funestarti colle mie inopportune lamentazioni da geremia. E davvero mi par d'essere un geremia. Quomodo sedet sola civitas plena populoripeto io talora fra me quando mi trovo tra la folla di tante liete o apparentemente liete persone. Per me è deserto quel luogo dove nessuno m'appartiene ed io non appartengo ad alcuno. Non è vero legame dove manca vera contemperanza di sensazioni. I pochi miei buoni amici mi amanoma cosa possono fare per me? Darmi teorie che io già conosco senza saper condurle a pratica malgrado de' miei continui sforzi. Eppoi i miei pochi amici non possono vivermi sempre vicini; e allorché essi mi lasciano io tosto rientro nella mia desolazione fossi anche immezzo a un festino. Ma basti di ciò.
Perdonami tante inutili querimonie. Sei però degno di ascoltarle perché la natura ti privilegiò di un cuor teneroche la sventura ha poi migliorato.
Ho parlato a diversi del Gioia sulla influenza de' climi etc. A farlo apposta nessuno conosce quest'opera.
Va' mo intorno salutandomi tutti.
Orsolina così così. Gli amici e i Pazzi m'incaricano delle lor solite litanie.
Sono il tuo Belli.

LETTERA 317.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO

Di Romal'ultimo giorno di giugno 1838 (sabato)
Ore 5 pomeridiane
C. A.
Dal Professor Silvagni ebbi il plico col tuo Foglio e Compagni. (Il foglio principale restò meco e i compagni vennero diramati unusquisque in provincia sua. I due allo Zampi e al De Belardini gli ho portati subito io: l'altro al Terziani l'ho inviato a spese delle gambe pazzesche.)
Te Deum! Laus Deo! Agimus tibi gratias! Sit nomen Domini benedictum! Quando dal divieto di discendere quattro gradini e calare di un piano si trapassa al permesso di transferirsi a un Duomo e ad una villa Doriaconvien pur dire che le faccende dalla parte de' cortili sien così quiete e rassicuranti che un professore igiaco possa smargiassarla da Giulio Cesareesclamando: Venividivici. E colga il malanno chi teco non se ne rallegra. Per questo motivo non cresceranno le mie sventure. Anzi non saprei su chi potrebbe cader l'imprecazioneandando io persuaso che quanti ti conoscono ne proveranno molta gioia e sincera.

E se noto a Cristina è che i sodali
Di casa tua (brava e discreta gente)
San che fra i quattro punti cardinali
Le apparve una meteora all'occidente
Ah dille ancor che in cento carnovali
Non istarebber mai sì allegramente
Com'oggi che il fenomeno scortese
Ratto disparve e serenò il paese.

Viva mo' il tuo Messer Ciancarella! Oh cecitate delle menti umane! Tu lo prendevi per testuggine e quello era un cerbiatto. Vedi come te la lavora? Per caritàFerretti: dàllo in mano a chi nell'uomo tiene il cervello da più che le gambe; che un popo' l'amichetto trovi d'ansadi gammone o di levaturati scappa da casa e te lo vedi con una torcia inalberata precedere la diplomazia europea.

Come un giorno le furie anguicrinite
Correan squassando le sulfuree tede
Innanzi alla quadriga di Plutone.

Trecentottantasei mortaletti! altro che la romana girandola! Con ventun botto di meno e sparandone de' restantiuno per giornoavrebbero contentato S. Pietro un anno intiero senza scucir le tavernelle a tanti bravi galantuomini che amassero meglio le botti che i botti. Io non posso vedere i quattrini consumati in faville. Eppure non par gioia se non viene in compagnia di quella cara polvere che il diavolo si porti chi l'ha inventata. Né so perché Ariosto non mandasse un Colaimme al Rev. Schwartzil frate nerocome ne scagliò sugli archibusieri che pure senza la invenzione della polvere avrebbero fabbricato innocenti ferri da calzette e da ricci.
E Biagini con tutto il pagliaro; e Spada con tutto il foderoe Lopez con tutti i cappelli; e Zampi colla mojje e col fijjoe col fijjo del fijjo; e la pazza co' pazzerelli suoied Orsolina colla sua febbriciattola etc. etc.hanno aggradito le tue salutazioni e te ne rendon pariglia. Cercherò Maggiorani quanto prima e gli leggerò il tuo paragrafo.
Per dirti un'altra parola di Orsolinala spacciano per isfebbrata del tutto. A me non sembra così. Aspetto però di tastarle il polso a guarigione perfettaper iscoprire se in istato di salute normale il polso di lei mantenga normalmente una certa frequenza di pulsazionicome qualcuno sospetta. Tutto è possibile. Sinora penso il contrario. Videbimus infra.
1° alla Sig.ra Teresa
2° alla Sig.ra Cristina
3° alla Sig.ra Chiara
4° alla Sig.ra Barbara
5° al Sig. Luigi
Saluti e riverenze per ordine di anzianità.
Il signor Bassanelli venga extra ordinem e n'abbia anch'egli la suo porziuncula. Rido per ubbriacarmi. Ti abbraccio di cuore
Il tuo Belli

Giuseppe Gioachino Belli
Le Lettere
Volume secondo
____________
LETTERA 318.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romalunedì 2 luglio 1838
(giorno nefasto)
al mezzodì (ora luttuosa)

Mio caro Ferretti
Tornando a casa in questo punto da una mia fabbricaccia dove ho faticato da nove ore italiane sino a quindici e mezzo trovo sullo scrittoio una tua lettera di ieri (primo corrente) con in seno altra per Savetti che sarà quanto prima ricapitata dal Sig. Pazzi al quale personalmente l'ho consegnata. L'avrei portata io medesimo ma ho bisogno di un'oretta di riposo e poi vado a pranzo dal buon Pippo Ricciil qualericordevole di quanto m'accadde un anno fa in questo giornoha voluto che desinassi con lui e due altri amici.
Il pacco dal Sig. Banducci patrigno di Rossi l'ebbi puntualmente e te lo accusai.
Di Quadrari avrai udito le nuove dalla mia di ieri inclusa nel pacco (ventagli N° 4) che ti spedii pel solito gobbo.
Di Zampi so tutto e ti parlai ieri anche di lui. Oggi non l'ho ancora veduto.
Sempre più mi rallegro per le notizie di Cristina.
Capite? Il Sig. Prof. di linguistica Don Grufo Papera Cuppetana non vuole starsene in casa! Infatti le prime lingue furono inventate all'aria aperta ed al solecome la confusione venne all'ombra della torre di Babel. Egli aborre le ombre domestiche quasi aduggitrici del genio.
La vecchia Firrao sta benone. Anche la moglie di Luigi ed il figlio Cesare. Vi è stato questa mattina Michele.
Tutto e sempre raccomandato alla Pazzi. La casa tua cammina in casa tua come il tuo orologio cammina in casa mia.
Bacherozzi molti. Dai sorci nessun danno. Il gatto va scarnacciando e sta in vigore di caccia.
Michele dorme dove tu desideri che dorma.
Orsolina si è un poco alzatama fiaccarella e slavatella.
Il sarto Sartori vorrebbe (senza portarselo via) osservare un certo costume in un tomo del tuo Ferrario. Annamariaa cui fu fatta la richiesta ha buttato la broda addosso a me. Io la riverso su te. Vuoi tu o non vuoi? Ti contenti o non ti contenti? Ci sarebbe presente il guardiano.
Non ho a dirti altro se non che ti abbraccio e ti prego dir belle parole alle tue Sig.re e dare un bacio a Gigio.
Sono il tuo Belli.

LETTERA 319.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romamartedì 3 luglio 1838
ore 5 3/4 pomeridiane
Mio caro Ferretti
Mi recai ieri alle 2 1/2 dopo il mezzodìin casa di Zampi onde ritirare la lettera di condoglianza per l'anniversario etc.scrittami da te il primo corrente ed annunziatami con altra dello stesso giorno. Zampi non era in casa e non potei averla. Mi si faceva tardi per andare a pranzo da Pippo Riccicome ti dissi nella mia di ieri N° 19. - Alla sera però tornando al mio domicilio la trovai sul mio scrittoioe poi stamattina me n'è giunta pure dallo Zampi un'altra di piccolo formato che tu mi scrivesti sin dal 27 giugno per annunziarmi la spedizione di libri fattami da te a mezzo della madre di Rossi. Bisogna dire che il buon Pippo Zampi l'abbia ricevuta con tanto ritardo perché anche Lopez questa mattina si maravigliava di aver oggi avuta una tua del 27 giugno per mezzo di Zampi.
Non meno delle care e consolanti parole da te adoperate poteva io aspettare dal mio Ferretti nel giorno in cui tutti mi si rinnovarono i dolori della sofferta disgrazia. Io vedo che un anno è assai poco al ristabilimento della tranquillità. Né il tenor di vita che mi è forza menare saprebbe venire in soccorso del tempo onde cospirasse insieme alla mia pace. Molta faticamoltissimi pensierigravi danniinfiniti pericoli si associano ad abbattere il mio spirito già per se stesso pusillanime e creato solo per la vita ritiratauniformeet procul negociis. La rilassante stagione fa il resto. Intanto io vo per la mia strada alla meglioo alla peggiodeterminandomi al mio dovere colle parole già si famigliari alla povera Mariuccia: sua tirare il carrettone. Le ruote cigolanole stanghe mi scorticano la pelleil carico va cadendo di qua e di là per la via; ed io pur tiro finché arrivi a porta Leone.
Ringrazio cordialmente il Dr. Bassanelli. Le nostre circostanze peròper quanto so di luidiversificano alquanto benché esteriormente di ugual natura. Egli si rivolge indietro per timore di essere seguitoed io mi rivolgo per desiderio di vedere chi più non vedrò. Se la favola d'Orfeo si potesse spiegare in due modia me converrebbe quello più compassionevolequantunque poi solo io di noi due farei il viaggio dell'averno per ripigliarvi la compagna perduta. Queste considerazioniforse poco delicate io diriggo a te. Il Bassanelli non sappia fuorché la mia riconoscenza alle sue cordialità.
I Pazzi e le Pazze stan bene e al solito salutano. È tanto continua questa notizia che mi ristringo a dartela in poche parole. Ti basti sapere che tuttoe per tuttoè in regola.
Orsolina va alzandosi di lettoma le forze debbono venire da lontano. Le aspetta. - Ieri al giorno vidi Giobbee questa mattina D'Eramo. Entrambi vogliono essere da me a te ricordati mercé un cortese saluto. - CheccoBiaginiPippo Ricci etc. ti dicono valeanzi valete vel valetote. Fanne dunque parte a chi di ragione.
Ho parlato a mezzogiorno colla Sig.ra Maddalena Caramelliritornata da Perugia dove ha il figlio in collegiocompagno di Cirobenché d'inferior camerata. Mi ha dato ottime notizie del mio orfanello sì per riguardo della salute come per quello della bontà e degli studi. Si è cattivato l'universale benevolenza coll'assiduo esercizio de' suoi doveri. -Mille cose alla tua cara famiglia.
Il tuo Belli che ti abbraccia

P. S. Che confusione! adesso mi dice Annamaria che questa lettera non mi è venuta per mezzo di Zampi ma di De Belardini. Non mi raccapezzo. Spesso trovo lettere sul mio scrittoio senza sapere chi me le ha lasciate.

LETTERA 320.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romamercoledì 4 luglio 1838
(nefasto) - ore 9 antimeridiane
Mio caro Ferretti
Mattino mattino un garzone Mandrellicoa quanto me ne dicono i connotatiè venuto a portarmi una tua senza datache io però suppongo piamente esser di ieri. Ma andiamo per ordine e non anticipiamo gli eventi.
Ieri verso sera volli vedere se Monsieur Visaj (col quale tu sei un unum & idemocome disse Carlin Portacorna e pellcamisa e sédesscisger e buell) avesse libri per te. Contentone il rospaccio affricano della mia dimandache veniva a tradursi per lui in lingua da paoli o scudomi pose fra mani N° 4 volumi del Lebeaud (55 a 58) una distribuzione (VIII) della galleria storicae il vol. 13° collezione di romanzi. Tengo tutto presso di me ignorando se tu desideri qualche cosa in Albano. Paronmi però spezzature da non meritare la pena dell'invio. Basta: tu dicesego faciam.
Già in altra mia degli andatissimi giorni ti avvisai del ritiro fatto da me del Manzoni completato chez Mr. Rayonsvulgo Raggi.
Passiamo adesso alla tua lettera che chiede risposta. Ed ecco la risposta. Si farà di tutto affinché:

...quelle care
semi-egizie morate bestiuoline
che ne' cessi ed acquai vedi albergare

non trapassino a domiciliarsi fra tuoi librii quali in casa tua non son certo destinati né a ricovero né a pastura di animaluzzi né di animaloni. Se poi il caso dovesse contemplarsi in casa miai soli topi vi avrebbero qualche jusquesito per doppio motivoe perché io non leggo (e allora studia il bibliotecario) e perché i topi hanno qui affinità di famigliasiccome consanguinei della Signora Nanna. Fra le tue mura nulla si verifica di tutto questo.
Sarà fissata al Sig. Sarto Sartori un'ora certa perché frughi nel tuo Ferrario invece dei bacherozzi. Ma il tuo Ferrario ha le figure in nero o a colori? Se non fosse colorito (ciò che non rammento) porterò il frugatore a casa mia dove troverà tutto lo spettro del prismarimpasticciato su quelle povere figure. E questo cambio di luogo si effettuerà sotto la mia livrea di tuo Maggiordomo e come affare di tuo cenno onde te ne goccioli addosso quella poca stilla di merito che ne può derivare.
A mensa-il-Ricci non fummo che quattro. Egliil Sig. Vallard Segretario del Principe di Russia; l'avv. Verasegretario dello studio di Silvestri; e io sotto-croce-segnato. Mi fu forza certamente di ciarlare. Si ciarlò moltoma si ciarlò in prosa come ciarlano diversi dell'Accademia tiberina verso ventitré ore.
Il maestrino Vera è partito questa notte.
Mi spiace più assai il tuo dolor di capo che non la stessa morte del Ciamberlano

che nell'ultimo albergo
Ha per sempre adagiato e pancia e tergo.

Già porterai berrettino; e poi manda su vapore di caffè o d'altra acqua leggermente aromatizzata. Tu sai che fra l'aromatico e il reumatico passa non lieve analogia in molte bocche.
Perché non accadrebbe altrettanto in qualche testa? Fuor di celia; io credo che qualche fumigazione vaporosa potrebbe giovarti.
Non vorrei però che Bassanelli mi udisse e mi dasse la huée.
Passerò da Lopez per ricevere il pacco di cui mi favelli. Se peraltro tu parli del pacco di tre o quattro giorni addietrol'ho già ricevuto.
Io ritengo fermamente che il tumore della povera Cristina sia il finis-coronat opus della storia del suo morbofonte di tanti rammarichi. Ne spero bene. E i capelli? Caddero sotto la forbice?
Non è a mia notizia l'avventura veliterna. Non potrà però molto tardare a spandersi sino alle mie non corte orecchie.
Qui ha piovuto due o tre volte. Domenica moltolunedì menojeri poco. Purtuttavia la pioggia di ieri fu per me la più abbondante perché mi visitò le spalle.
Oh povero Gigio! Ravvolto fra la polvere come le carovane del Sahara fra i vorticosi monti di arena! Tienlo per manoe se ti sfugge tiragli il capezzòlo. Tutto meglio che far la fine d'Encelado.
E se vienee se lo visitie se lo vedifarai il mio gran piacere salutandomi il Card. Micara e parlandogli di medelle mie circostanze e della mia antica amicizia (allorché entrambi eravamo cerasaadesso egli è ananas ed io osso di prugna). Un giorno gli farò conoscer mio figlio.
Maggiorani partirà dimani o forse anche venerdì. Questa sera vado a veglia in casa sua. Gli farò la tua ambasciata celiaca.
Il quadro di S. Giuseppe è quasi finito. Bosco ha fatto piuttosto quattrini. Ioche ne ho pochinon ci vado.
Orsolina la strappicchia e ti saluta caramente.
Così tutti i tuoi amici ti salutano e ti abbracciano.
Tu dici a me: coraggioBelli. - CoraggioFerretti mioio ti rispondo.
Sono il tuo Belli.

LETTERA 321.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romagiovedì 5 luglio 1838
ore 3 pomeridiane

Debbomio Ferrettiriscontrare oggi tre de' tuoi fogli di diversa data.
1a Una tua lettera del 10 giugno (e doveva certo dir luglio) consegnatami questa mattina da Lopez alla sua officina dove giunse jersera.
2a Altra del 2 luglio correnteconsegnatami in tutto e per tutto come sopra.
3a Altra di jeri (4) recatami poco fa dal Sig. Gabrielle.
Animo dunque. Rispondo alla 1a. Essapiccolissima di formato non parla fuorché dell'arrivo de' quattro ventagli al tuo domicilio. Approva il pagamento degli Sc. 2 eseguito in mie mani dal Sig. Campacentanni. Finalmente annunzia che di essa andava ad esser latore un peintre françaisil quale in puntualità e diligenza ce l'ha lavorata vulgo alla polignacca. Igitur de hoc satis.
Passiamo alla 2a - Racchiude la 2a l'equivoco necrologico tra il Ciambellano e il Ciamberlanomanipolatore il primo di crustulette e l'altro di pasticci: vir popularis quelloe questo vir patritius. Ed ora comprendo che io aveva ragione quando jeri leggendo nella tua del giorno 3 la notizia secca secca del funerale del Ciamberlanopoco chiaro ci vidi. Mi mancava la precedente storia della mortegiuntami dopo quella della sepoltura.
Forse il Celi non prevede a torto il passaggio del Maggiorani dai colli Campagnesi a quelli Albani o Aricini. Non so ficcarmi nella testa come l'aria di Campagnano valga a ridonar salute a chi la perdette sotto l'atmosfera di Roma. Maggiorani dice di sì e sarà. Feci parte jeri sera al nostro dottore delle notturne peragrazioni celiache. Egli ne torce il griffo come il Celi lo torce sulla villeggiatura Maggioranica. La partenza di Maggiorani da oggi è differita a sabato. Non solo eglima la famiglia e tutti i soliti amicidottori e non dottoriche si trovarono allorché ti nominai al dottorem'incaricarono di salutare te e le tue donne.
Avanti. Eccoci in corrente cioè a parlare della tua lettera di ieri 4.

Piperno mioperché questa mattina
Tanto ci assorda il suon della chimpina?

Così avrebbe a te parlatoil 1° luglioM.r Cuppetanase com'è legislator di favella fosse sparnazzatore di versi.

Cenneneo mio figliuol; la vecchia Albano
suona a morto in onor del Ciamberlano.

Ti ho suggerito uno schizzetto di risposta pel caso che l'avvenimento funebre dovesse da te drammaticamente mandarsi alla posterità mercé una piccola giunta agli Sc. 300 consumati in suono nenie e candele

a spese di Mencacci o Don Michele.

A Roma è sempre caldo il giorno: sempre fresca la notte. Almeno abbiamo due divisioni grandinetteelasticheintelligibili. Se però torna a piovere addio regole.
Ho visitato il Boscomunito del passaporto della tua lettera. Indovinala? Mi ha subito piantato fra le mani due primi bigliettirammaricandosi di non poter regalare un bel palco a te e alla eccellente tua famiglia. La di lui salute zoppica e va moscia assai. Egli è affilatotossee trova naturalmente che nel teatro Argentina fatica molto: per lo meno il decuplo che non in quella saletta del pianterreno di Ruspoli. Occupatissimo e fiaccovuolmi interprete presso di te de' sentimenti suoi amichevolicontando così di averti come riscontrato della dolcissima tua. Con un biglietto andrò io a godere de' giuochi. Per l'altro volevo che Biagini e Spada se lo disputassero a sortema quando udii Biagini aver già visto il Bosco e Spada nosuperando ogni altra considerazione soggiunsi: "Spada eccolo a te. Voi due non siete or più innanzi a me in questo soggetto nella medesima posizione". Meco dunque verrà Spada; e tu n'hai il merito originario.
Vengano i libri che mi annunzii. Andranno a far compagnia ai loro simili e staranno allegramente.
Siamo giunti allo spiacevole articolo della tua lettera. Ti caverai sangue? Te lo sei già forse cavato? E Barbara sente mal di gola?!! Che destino arrabbiato è mai questo! Aspetto con ansietà buone notizie da dispensarne agli amici.
Mi piacerà assai il riabbracciartisiccome mi fai sperareverso la fine del mese; e tanto più ne godrò in quanto circa alla metà del mese consecutivo cerco di poter dare una fuggita a Perugia dove mi chiama il povero Ciroche non ha veduto più alcuno dopo la morte della madre.
Lo stesso viaggio mi si fa necessario per altre urgenze d'affari a Terni.
Eppure mi nuocerà assai lo staccarmi dalle faccende di Roma. Ma in due luoghi ad un tempo non può trovarcisi che un santo Antonio da Padova o un altro de' suoi consorti.
Fa aggradire a Cristina le mie felicitazioni pei lodevoli spurghi della sua parte convalescente. E giacché M.ma Teresa e Chiara e Gigio stan benedi' loro che l'amicizia dell'aria equivale a quella dei Principi. Nuoce il troppo ed il nulla.
Vidi ieri sera Zampi. Sta ancora tonto tonto.
Ti abbraccia il tuo Belli

P. S. Anna Maria e i suoi godono ottima salute e mi costituiscono organo de' loro sentimenti etc.
La lettera per la Orsiniinserta nella pigra tua del 2 è già andata al destino. La recava io stesso quando trovato per caso Aniceto Orsini gli ho detto: da' questa a tua madre. Io poi verrò a riverirla.

LETTERA 322.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romavenerdì 6 luglio 1838
ore 11 1/2 antimeridiane
Mio caro Ferretti
Dalla stalla Mandrella ebbi jer sera il pacco libri contenente BarnaveMériméeLebeaude Mengotti. Erasi unita una lettera con entro altre quattro lettere per QuadrariPietralatae Sig.ri Ferretti e Carnevali.
Tutto già ricapitato.
Due righe di riscontro:
Eccoti la Ortensia del Sografi in 5 volumi.
Manco male che Cristina siasi rassegnata allo starsene in letto per qualche giorno. Ciò le accelererà la guarigione. Ah ChiaraChiara! Impertinentella! È maniera quella di assaggiare il caldo de' ferri? Se era in Albano io finiva male. Povero Giacomo! Vero martire!
Spero che Barbara sia guaritae che tu dalla progettata sanguigna avrai raccolto pronta salute.
Anche a Roma coliche e diarree. Io sto oggi malissimo: fuoco internodolor di petto e stanchezza sepolcrale. Eppure sotto sferza d'un sole ardentissimo debbo girare per urgentissimi affari dopo aver faticato al tavolino come un asino. Non sarò il primo asino che fatichi a tavolino. Tiriamo innanzi sino alla fine.
Raccontai ad Annamaria in presenza di Peppe la lusinga che ebbe Gigio di vederlo. Peppe rideva. Orsolina si alza e si dice guarita; ma non ricupera le forze. Dimmi. Se mai si volesse da questi di casa mandarla in Albano a prendere circa 40 giorni d'aria buona
1° vi sarebbe nel tuo casamentoed anzi (meglio) nel tuo pianouna stanza per riceverla? Mobiliatas'intende.
2° nel caso positivoquanto sarebbe il fitto?
3° i padroni di casa le presterebbero assistenzacome di rifar lettopulire ecc? Farle un boccone da mangiare?
4° per questo secondo titolo quanto pretenderebbe?
Pare che Balestra abbia questa idea di mandar la moglie a villeggiareese la mandassebramerebbe che essa vivesse presso a chi non la lasciasse sola e abbandonata a se stessa. Egli forse dovrebbe restare in Roma a lavoraree perciò pensa di raccomandare Orsolina a qualcunosempre in caso che la villeggiatura sia decretata.
Addio Ferretti mioti prego salutarmi teneramente la tua famiglia e di ricevere da me un amichevole abbraccio.
Il tuo Belli

P.S. Ho trovato per via tuo fratello che andava da Lopez a vedere se ci fossero tue lettere per lui. Abbiamo parlato insieme 5 minuti sempre di te. Eccoti una lettera di Quadrari. Egli la portava mentre si ricapitava a lui la tua di ieri.

LETTERA 323.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma7 luglio 1838
Mio carissimo figlio
Riscontro la tua del 23 giugno responsiva alla mia inviatati per mezzo della Signora Caramelli. Dopo il di lei ritorno io ho veduta questa Signora ricevendone ottime notizie della tua salute e de' tuoi portamenti. Iddio ti rimuneriCiro miodella consolazione che mi dai.
Anche in Roma il caldo è giunto assai avanti. Alcuni giorni però di pioggia han portato di quando in quando forti squilibri di temperatura; e le serate si mantengono sempre ben fresche. Ciò nuoce alla nostra salute. Regnano in Roma coliche e diarree.
Perugia ancora deve aver sofferto stranezze e termometriche e barometriche.
La presente ti sarà fatta avere dalla impareggiabile Signora Cangenna unitamente alle due copie a stampa che ti annunziai. Riverisci i Sig.ri Superioriricevi i saluti de' parentiamici e antichi domesticistudiasii buono e vivi felice. Ti abbraccia e benedice
Il tuo aff.mo padre

LETTERA 324.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romasabato 7 luglio 1838
Ore 10 antimeridiane
Mio caro Ferretti
Ricevo insieme le due tue 4 e 6 luglioquella del 4 l'ha mandata adesso il Sig. De Belardini che se la covava da tre giorni siccome sa Annamaria. L'altra del 6 non so chi l'abbia portata. Né so pure se mi manchino altri tuoi fogli. Tu hai il modo di conoscere la mancanza de' miei: il numero progressivo.
Si puliranno i rami (fossero anche molti) ed il ferro fuso; e si sciacqueranno i fiaschi.
Ieri tuo fratello mi lesse una tua storia sul male di Cristina.
Io farò di vederlo per contracambiarlo col racconto che ne fai a me. Povera Cristina! Ma non menodisgraziato Giacomo! Bravomille volte bravo il buono amico Albìtes!
Mi consolo di udire i progressi delle gambe di Gigio. Né la lingua si fa far torto.
Per caritànon ti esporre a troppo lunga dimora in chiesa. Il fresco ti rovina. La divozione è cosa ottima; ma la salute in un padre di famiglia non ha prezzo minore.
Michele ha avuto la tua 1/2 lettera col 1/4 di lettera per la Sig.ra Clementina Ferretti.
Quel faccia-di-cane del bibliopola somiglia sempre quell'altro faccia-di-cane di Attila flagellum Dei.
Ieri consegnai a Pippo Ricci due esemplari del mio goticismo perché li desse alla Signora Peppina Marucchi di Albanoche te li farà avere.
Aggradisco le notizie e i saluti di Sciultz. Come andrà l'appetito? Qui si è attaccato il manifesto di Canova per l'Arena.
Bosco dette ieri sera la sua ultima accademia. Promise tutte cose nuovee le promise anche dal palco scenico oralmente. Furono poi tutti robbi vecchi; terminò colla sua fucilazione: cosa assai sciapa per verità. Il popolo mormorò assai.
Ieri Quadrari disse ad Annamaria: Vado ad Albano. - Perché non passa dal Sig. Belli a farglielo sapere? - E perché ci ho da passare? Per amicizia io avrei soggiunto se fossi stato lì: per amicizia e per udire se Belli Maggiordomo di Ferretti avesse nulla da mandare al Padrone.
Io avrei fatto così. Né la mia casa è fuori di strada per chi va a visitare Annamaria.
Ti saluto per tuttie ti prego di saluti a tutti. Non mi resta tempo che per abbracciarti a sospetto di fuga e ripetermi
Il tuo Belli

LETTERA 325.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romalunedì 9 luglio 1838
(ore 2 pomeridiane)

Era io ancora in lettomio caro Ferrettiquesta mattina alle 9 antimeridianee mi ci trattenevano dei dolori e caldo d'intestiniallorché M.r Campacentanni (stato già a depositare presso Annamaria il pacco libriportatomi quindi da Carolina) è venuto a posare in mie mani una tua lettera di ieri. Abbiamo parlato un po' insieme di tutto ciò che ha relazione a cadauno vostro stato domestico e sanitario. Tra le altre cose mi ha detto Quadrari essersi da te all'istante della sua partenza ricevuta la mia N. 25 contenente le risoluzioni circa ad Orsolina; alla quale mia letterasegue a dir Quadraritu mi darai riscontro in oggi. L'attendo dunquee presto il contenuto d'esso qua si conchiuderà tutto.
Mezz'ora dopo è venuto il garzone del Mandrello con l'altra tua pure di iericon in seno le due per Zampi e Terzianiche sono subito andato a ricapitare io stesso affinché non soffrissero ritardistante l'assenza di casa di Michele che non le avrebbe portate fuorché dimani. E da Zampi e da Terziani avrai riscontro se devi averlo.
Poi ho veduto tuo fratello e lungamente si è conversato di te.
Già ti assicurai ieri che la Signora Carnevali ebbe in tempo la cappelliera ecc.
Leggointendosentoprovo quasitutto ciò che tu mi dipingi di bruno e mi descrivi di amaro nello stato del tuo cuore per risguardo a Cristina tua. Offri anche questo patimento alla provvidenza che ci assaggia in crogiuolo. Se io potessi essere in Albano come non posso neppure essere in lettoprocurerei con un po' di compagnia e di artificiali facezie o di piacevoli letture diminuire il tedio delle lunghe ore della tua cara infermae lasciare a chi l'assiste alquanto più di tregua onde sollevar lo spirito e ricrearsi fuori della stanza dove si soffre. Ma io per ora sono pianta indigena di questo ingrato terrenoe traslocata non menerei più i frutti che mio figlio ne attende e ha diritto di raccoglierne. Ho ricevuta oggi una lettera di quel buon Ciroscritta dal suo pensiere e dalla sua mano con senno e disinvoltura da 25 anni. Iddio me lo voglia felice a prezzo ancora della mia vita!
Non ho bisogno di nuove parole sulla tenerezza di Chiara. Io diceva poco fa a tuo fratello: Chiara sarà una madre di famiglia da andar per modello per le case e ne' libri. E tu lo vedrai. Ciascuna delle tue buone figlie ha una particolare virtù nell'indole concessale dalla natura.
La casa Pazzi gode di buona salutema non di uguale fortuna. Non son questi i migliori mesi dell'anno in cui Michele possa procacciarsi guadagni sufficienti per lui e per la famiglia. Se questi poverini non avessero nel tuo cuore una protezione e un soccorso superiore anche alle loro speranze ed alla tua stessa facoltàpasserebbero assai funestamente i lor giorni. Essi ti benediconopregano per te e ti salutano con effusione d'affetto.
T'attendo dunque a Roma quandocome promettivi darai la corsa d'ore pe' tuoi affari.
Fra giorni debbo ritirare da Visajtuo Piladetuo Biziatuo mezzocuoreun altro volume.
Crederai tu che Maggiorani nostro respiri già i balsami di Campagnano. MainòMessere. Il povero dottoredalla notte del 4 al 5sta in casa con molestissime vertiginiprincipiate da uno sconvolgimento fierissimo di stomaco. Ebbegiovedì 5il più violento vomito che sappia immaginarsied ora non può peranco muover passo ove non sia sorretto da qualcunoe se vuole tenersi ritto non istà sicuro senza un saldo sostegno che lo salvi dalle conseguenze di un capogiro. Si spera però che questo stato penosoe per lui al tutto nuovofinirà presto. Io sono andato e vado a visitarlocon insolito esempio che l'infermo esca di letto per visitare il medico. Non altrimenti ho iooprato questa mattina.
Prenditi i soliti saluti: fa' i soliti saluti: addio.
Il tuo Belli

LETTERA 326.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romavenerdì 13 luglio 1838
(ore 5 pomeridiane)
Ferrettuccio mio
Mentre dalla casa Pazzidove erami stamani recato alla solita tutelare visitami disponeva a incamminarmi per la facile dispensa delle tue tre lettere destinate pel Caffè di S. Luigipel negozio Feoli e per la piazzetta delle Cornacchiesopraggiunto Michele famulus plateae hammele tolte di mano per desiderio d'impiegar le sue gambe in questa tua bisogna. Quello dunque che io voleva ottenere portandole da mecioè la maggior sollecitudinesi è ugualmente conseguito pel ministerio del capitato Michele.
Ho già meco il Thadéusil Byronil Mengotti e il Brisset. Andranno fra i socii.
Questa notte è partita Mad.a Zampi per Napoli. Traversava ella Albano in vettura mentre tu vi dimoravi in letto. Chi vachi stachi dormechi veglia; e così il mondo fa il suo dovere.
Mentre io ti scrivo Turando l'incantatore apre a Corea la sua ultima ludificazione annunziata tutta nuova ma con titolo di giuochi tutti vecchi. Il popolo mormora di varie soperchieriole e di parecchie impasticciatineintantoché Cartoni si duolee non privatamente né sottovoce di cert'altra gherminella di diverso genere.
Bastaquesto è il tempo nel quale anche i Boschi camminano come al secolo della bo. me. d'Orfeo; e presto la burrascosa Senogallia si godrà nel suo seno questoo boscoo buco o selvao foresta che siatratto dall'orfico suono incantatore dell'oro e dell'argentomusica assai più potente che non quella di cetra o di lira. Buono che allo strumento della tua e della mia borsa niuna cordella venne meno per causa e per effetto d'incanti!
In quattr'ore di riposo forzatoin quattr'ore da me trapassate sotto il mio tetto aspettando mitigamento ad una mia accensione di sangue e nel petto e nelle minugeho scritto 20 ottave di-mezza-taccail cui soggetto è Bartolomeo Boscodetto Turando l'incantatore: ottave da non pubblicarsi né a stampa né a pennama soltanto passabili per una recita in tiberina il 23 correntedopo la prosa azocchiana sui romano-franzesi. Dio ci salvi dai pomidoro!
Eccoti una letteraun biglietto e un giornale che ho trovato nel dormitorio di Lopeze te ne invio perché vengano in refettorio con te.
Di Cholera asiatico ne verbum quidem. Qualche acciaccatella individuale di cholera sporadico qua e lànon contagiosonon insolito in estiva stagionenon ispargitore di allarmi. Questo è il bullettino sanitario. Pax tibiMarce.
Caldo sbardellante fra i sette colli di Roma: fiacchezza brodosa ne' 150.000 colli de' Romani.
Costì tutti vengono: di qua tutti partono. I magnati e i ricchiche suona lo stessochi per le transalpine chi per le subalpine regioni. I mosciarelli

Pe' vicini castelli -; e tutti i guitti
Restan qui soli radicati e fitti.

Sbarazzatomi dell'extra passiamo all'intuscioè a quello che più interessa il tuo ed il mio cuore.
Lo vediFerretti? Lo vedi se il cuore chiacchiera anch'egli? Io mi sentia in seno una voce dicentem mihi: Santa Maria in cacaberis aiuterà presto il tuo Giacomo. Amenio risposi.

Ma se finita è già la cacarella
Non lasciar così presto il tamarindo
Né il brodo della zampa di vitella
Che in caso ugual beeva anche Labindo.
Quando poi le tue povere budella
Saran più saldeo buon figliuol di Pindo
Allor fia tempo che tu dica il vale
Al medicoal beccaio e a lo speziale.

Sulla inerzia della guarigione Cristinica rammentati per tuo conforto del famoso adagio: Chi va piano va sano e va lontano.
E fu nella circostanza dell'invenzione di tanta verità che i proverbii cominciaronsi a chiamare col nome di adagioperché andar piano e andare adagio son come Cola e mastro Cola.
Qualche altro giornetto e poi anche per quest'altro malannuccio canteremo Io triumphe!
E Maggiorani pure si accosta alle probabilità campagnaniche. I capo-giri possono dirsi terminati; e il Cencino è cattivo assaibuono indizio di prossimo ristabilimento nella salute. Ne' due scorsi giorni giaceva abbacchiatello e più Céncio che Cênciosiccome dissero a Libert bon'anima. Il padre sorride di speme e pare già altr'uomo. Gli ho fatto un'ora di compagnia parlandogli di te e de' voti di tutti i tuoi pel pronto cessamento delle sue sventure. Quindi gratitudine in lui tenerissimae preghiere a me di ringraziarti.
Pumex adest in cubiculo meo. Ursula nostra ponet illam in cubicolo tuout cultor tuus possit dicere se arida modo pomice expolitum.
Fa cantare al tuo maestro Cuppetana la seguente classica strofa [uorsa] o runicatrovata già dal celebre settentrionalista Annibale Ursino

Gaudezalmaticafrisce e tanghina
Pruspera taccapandorina:
BruccabruccaMadagascàr.

Et inclinato capite tibi vobisque salutem dico.
G. G. B.

LETTERA 327.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Roma14 luglio 1838
(sabato ore 8 pomeridiane)
Amico mio carissimo
Due delle tue che mi annunzi avermi diretto sotto data di ieri sonomi finora pervenute: una cioè distinta in 6 capi od articolied un'altra accompagnante il bozzetto di un cartellone d'invito alla tragedia Cuppetanico-samoiedo-otentotta.
Sul volto del Maggiorani van risorgendo ameni sorrisiquasi iride dopo spaventosa tempesta. Il di lui capo si rafferma: il petto e il ventre del figliuolo si calmano. Forse anche lunedì potrebbe accadere la scarrozzata per gli ozii di Tifo. Ho trovato in casa di lui Mad.a Chiarina Rossi che prendeva la consegna delle cose in quella esistenti onde tenerle e mantenerle da buona inquilina e diligente usufruttariae quelle poi rendere e restituire piuttosto migliorate che deteriorate ed anzi accresciute che diminuite etc; - perché così ecc.e non altrimenti ecc.sotto pena ecc. Invece di cattedra nel romano archiginnasio noi procureremo alla onorevole Signora Teresa Terziani Ferretti un mandato di rappresentanza alla camera de' Comunidoveadiuvante Minervasi può trarre il fiato per tutto il settenario de' meati del corpo. Ivi ella parli e riparliarringhi e declamisostenga e si oppongaed influisca sui destini dell'Orbe. Gran dono del Cielo gli è quello di una libera e abbondante loquela! Né per ciò che tu me ne diciavrebbe motivo tua moglie di rivolgersi al Signore esclamando: aperi Domineos nostrum. Ma per le viscere di G. C. non le comunicare il mio paragrafoper evitare il danno che ne verrebbe al nostro povero Lopez se ella aprisse uno spaccio di cappelli più a buon mercato de' suoi.
San Durante segue a tenere in protezione la Rossi. Tuin diffalta di luirivolgiti a Santa Reparata. Il Dio Redicolo non riporta più indietro nessuno. Quindi tu devi attenerti a altri patroni per tornartene alla tua prima anti-stercoraria salute. RiposoFerretti: regime; et taberna-culum tuum reserabitur.
Ma che pomici eh? Rifiutalese ti dà animoper quelle di Melodi Sciro e delle isole Eolie.
Il consiglio di famiglia ha deciso che potendo bastare le notizie da me già date sull'ora dell'arrivo Orsolanicoil pranzo si avrà ben agio di ordinarlo oralmente senza pericolo di macelli di pizzicherie o di forni serrati.
Pispo Bisonnino fu fratello uterino di Giulia Epponina moglie di Giulio Sabino di buona memoria. Si distinse nelle campagne battriacomio-machiache di Trasosmontes allorché Don Pizaro di Catalogna prese d'assalto Tor-sanguigna e Castel-fusano per conto d'Albumazar di Carpentieri dopo la famosa sua fuga da Valpelosa. Ruppe quindi in tre scontri di chiave maschia la Regina Sierra-Morenachenon ostanti i rinforzi di 30.000 Bucanani sbarcati in coche-d'oeuf nella baia de' Pireneifu presa in catene e menata e rimenata pe' mercati e le fiere del Mondo fino a che non accadde la riforma del calendario Giuliano che pose termine a tutte le differenze fra il cielo e la terra. Allora ebbe la sua pensione di ritiroe da quel giorno infatti il valoroso Pispo attese a riformare gli affarucci di casa suacome abbiamo da una lapide etruscanon intesa ancora da alcunoche si conserva insieme col lapis philosophorum nelle cantine di Testaccio. Eccoti in semplici e poche parole quanto io so e posso dirtio mio Giacomoper soccorso di Messer Cuppetana il tragedo albanese. Egli peròa mio giudizioavrebbe nella classica storia del suo Bisonnino tanto materiale o comento da impugnar la tragedia sino a dignità ed estensione di poemacome accadde a Milton nel suo Signor Satanassoche qui nomino per cagione d'onore.
Vedendo da lungi il Pietralarga o Pietralata che siate l'ho orecchiatodicendogli: e quando va Ella ad Albano? - Nella seguente settimana. Ma la Signora Cristina come sta? - Io allora dàgli fuori tutti i bullettini in perfetta succession cronica. - Beneha conchiuso il Cerusico: Se la piaga è piena e non rilevata in girum ad usum vulcanici craterisnihil timendum. Ego vero videbo et iudicabo.
E sai tu da parte di chi debbo salutarti? Del Don Francesco Petrinitrovato da mio cugino Mazio in un salone di Castel S. Angiolo con zimarra e berretta pretina. Molto insieme parlarono: molte cordiali parole il detenuto disse al non suo giudice Mazio onde a me da questi si riferissero: e tra le molte io ne ho udite non poche affettuosissime da spingersi sino alle tue amichevoli orecchie. Il destino dell'ex-curato volge allo sviluppo e già lo sviluppo sarebbe accaduto senza una malattiola del processante Alliata che fece restare in ozio e la penna e il calamaio scrutantes corda et renes. Ma lo Alliata è da buon tempo benigno verso il Petriniquoad vero furtumnec de coeteris erat quaestio.

Quindi a bene sperar m'era cagione
Di quella belva la gaietta pella.

Ho saputo oggi da Lopez essere nella giornata partito M.r Felice Campacentanni. Se io lo sapeva ti mandava due righe pel suo mezzo. Mi era stato detto che partiva dimani.
Al punto di terminar la presente mi si fa avere da Zampi una tua dell'11. Quel canale è divenuto un po' sporco. L'acqua non vi scorre più pronta; ma lo Zampi non deve averne colpa. Nella tua suddetta dell'11 mi parli del pappafico nerobleu di Cristinae del di lei miglioramento d'umore. Dio le dia rallegrazione come a te.

Testo da me posto in fronte alle ottave per Bosco.

Sed neque tam facilis res ulla estquin ea primum
Difficilis magis ad credendum constet. Itemque
Nihil adeo magnum neque tam mirabile quidquam
Quod non paulatim minuant mirarier omnes.
(Lucret.De nat. rer.)
Ama il tuo Belli

LETTERA 328.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romalunedì 16 luglio 1838
(ore 9 antimeridiane)

A quattro tue lettereo mio caro Ferrettiio debbo riscontro ricevute tra ieri e questa mattina; e sono:
1° Lettera del 13 corrente (per mano cortese incognita): arrivatami dopo di tutte.
2° Lettera del 14portata dal vetturino che caricò Madama Balestra.
3° Lettera del 15ricapitatami da M.r Arbalètealias Balestra.
4° Altra del 15recata da Campacentanni ad Annamaria e da Carolina a meperché al Campacentanni starà forse in capo che le mie scale sieno insaponate. Andiamo per ordine.
Alla 1a - Orsola è arrivata: dunque le cose da te dettemi intorno al suo ménage rimangono non bisognevoli d'altro riscontro.
Bosco nella ultima ludificazione coreica del 13 andò alle stelle.
Remedium: medela sibilationibus dierum antecedentium.
Parte a momentise già non è partito per la Gallia Senonia.
I presagi del povero Canova sono sic et in quantum. Ci scapperà la pagnotta sino ad un certo segno.
Dunque Felici FelicectoFelicis de Felicibus et Felicitae Feliciamfelicitatem.
Di Maggiorani udisti le migliori novelle e la prossima partenza. Nuove di oggi non posso darteneperché prima di uscir di casa voglio chiudere la presente né posso tornare a pranzo prima delle 2 o 2 1/2 pomeridiane. Altronde voglio consegnar presto la lettera al Gobbo onde la spinga certamente al Albano colle partenze delle ore calde.
Alla 2a - Dal Balestriero (che tornando io a casa ieri sera trovai già a lettoe vi dimora tuttora mentre io ti scrivo) ebbi due pacchi di biblioteca e guardaroba. Tutto già riposa al suo luogo.
Il caldo romano frigge le nostre povere membra. Ieri esposi per momenti il termometro all'ombraad ore 10 1/2 del mattinoe mi salì a 28 gradi. Figurati al mezzodì e poi! È vero che soffriva l'azione del riverberoma i nostri corpi la soffrono anch'essi e ne sentono la temperatura.
I carri di belve debbono essere il famoso serraglio di Advinent inglese.
Ti parlo col cuore. Le notizie della non ancor solida salute di tutti voi mi rattristano oltre modo. Povera Cristina! E tu e Gigi ancora in liquidazione e senza le carte in regola? Questo per verità è fastidioso incomodoma pure da non alterarti cotanto. Il vero cordoglio viene dal fato persecutore di quella cara tua figlia. Vorrei trovarmi in Albano per sollevarvi tutti come per me si potesse il meglioo per via di aiuti manualio per mezzo di ciarle o di letture o di celie; chè il bisogno di confortar gli amici cava facezie anche dalla bocca di chi non avrebbe a dar che sospiri. Salutami tanto tanto la tua Cristina e pregala in mio nomein nome di un sincero e devoto amicoa vivere più in calma che può.
Tornerà il sole. Post nubila etc. Pietralata mi disse (e te lo partecipai) che nella settimana verrebbe.
Alla 3a - Questa è la lettera Balestraria.
Alle molte particolarità ch'egli dovrebbe significarmisecondochè mi annunziinulla posso risponderti perchè ci avanziamo verso le 10 ed egli dorme ancora a... sturato. Le molli piume non lo hanno spaventato mai. Figurati oggi dopo il gran viaggio di ieri!!!
Alla 4a - Gaudeo de Ursulae Tonique possessu in domo domui tuae proxima.
Non così mi rallegro del tuo scrivere e stancarti per 8 ore continue malgrado i contrari consigli della diarrea che non è il maggior tonico del mondo. Mahai ragione: Dio vuole così! Tollat unusquisque crucem suam. Certuni però se la lasciano addietro e la consegnano ai Cirenei. Ma tu non sei di quelli: Tubuon padre e buon maritol'abbracci con ardore; e con coraggio la porti.
Mi onorerò assai della conoscenza che vuoi farmi fare del Chiarissimo Dandolo.

Notizie in globo: Miscellanee: varietà.
La tua lettera per Quadrari la portai al caffè benchè si trovasse egli in Albano e coll'orecchio prossimo alla tua boccache gli avrà ripetuto a voce tutto il contenutosi in quella.
Ieri l'altro la tue cugine dimandarono ad Annamariarecandosi espressamente da leise tu avessi mandato alcun'altra lettera per loro. Pare che aspettino qualche nuovo lume da te.
Michele Dementio Pazzi che siaha preso un anno di tempo per iscandagliare l'umore del Toto fratello dello scalpellino al vicolo de' Scannabecchi: Toto tira per adesso 45 baiocchi al giorno; ma è giuvenotto d'annà avanti e da tirà presto li cinquanta e li sessanta baiocchi come gnente.
Visitai ieri sera il Rev.mo P. Rosani con Checco e Menico. Vuole egli farmi stampare le ottave boschiane come lo furono quelle sul goticismo. Debbo copiarle e dargliele. Ci porrà esso il suo nihil obstat e poi penserà eziandio a tutto il resto. L'eziandio me lo aspetto già per le spalle. Chissà quanti ne udrò alla tiberina del 23! La mente gravida di queste precisioni me ne ha fatto sdrucciolar sulla penna. Prènditelo come caparra di più olezzanti fioretti del cimitero puristico.
. . . . . . . .
Oggialle 22 ore di voiatri italianiovvero alle 5 3/4 di noi romanifranzesiscoppieranno i tuoni pindarico - anacreontico - sperandistici nella Pinacoteca Capitolinain honorem Principis Apostolorum B. Petri de Galilea.
Massi il capitolo; De Romanis le ottave.
Non lo crederai. De Romanis aveva scritto questo verso

Sull'Italia e sul mondo universal notte.

Spada glielo dichiarò sciancatoe l'autore negò come Pietro sino alla terza volta. Finalmente si venne al giudizio della conta e della mezzacannae chi doveva restar colla bocca aperta la spalancò.
Eppure l'orecchio di Pippo è assuefatto al numero poetico! Eppure... - Oh và mo a censurar Napoleone se fece la Campagna di Russiaquando un poeta consumato scrive un versaccio di 12 sillabe pianee s'inciprignisce in difesa della retta misura. - Spada ha scritto un veramente maschio sonetto. - Iochiamato e richiamato dal Cavalier Fabi -Montani Laureanico nomineho dovuto accorgermi con mio rossore che S. Pietro nulla voleva dalla mia mente né della mia penna.
Neppure un pensiero mi nacque. - Iddio non permetta che un giorno il portinaio del Cielo vedendomi unto-unto alla porta non mi gridi dalla gratella

Questi è colui che mi pospose al Bosco?
Se ne ritorni via: non lo conosco.

E sì che Bosco mi potrebbe aiutare!
Di là son finiti i bussolottiet l'on n'escamotte pas les clefs du paradis.
Alleluja! S'è svegliato Balestra. Su tutto è stato fra lui e me cicalato. Stanzaaltre stanze con letterate francesiCristinatupasseggi e non passeggiGigioChiaraBarbaraMadama Madreetc. etc. tutto passò in rivista. Ma è ora che io termini e chiuda. Debbo radermivestirmiuscirepassare da casa tua e poi mettermi in giro per la mia via-crucis d'oggi.
Saluto te e tuttie ti abbraccio
Il tuo Belli

LETTERA 329.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
[16 luglio 1838]
L'incredulo al Vaticano nella solennità di S. Pietro apostolo.

Sonetto

Se alcun giammai con fasto ampio e profano
Fra que' sacri recessi abbia il piè volto
Ov'è il prisco e fatale eroe sepolto
Per cui surse e grandeggia il Vaticano

Che detto avràspirto protervo e insano
Veggendo un popol reverente e folto
D'incensi e d'inni ad onorarvi accolto
Il Santo suo Pastor Padre e sovrano?

Che mai quivi ei dirà nel veder quanto
Della fe' che scendea dal divin trono
Onor più grande si dispieghi il manto?!!

Nieghi quella celeste e di chi è dono:
Dica però s'ei non ascolti intanto
Arcana voce in cor gridargli: io sono.

F. Spada
14 luglio 1838

Per l'adunanza solenne tenuta dagli arcadi nella pinacoteca capitolina il 16 luglio 1838.

Relazione

1) P. FINETTI - Prosa - Parallelo fra S. Pietro e S. Paolo. - Bello stile e buoni concetti; ma qualche tendenza ad una orazione panegirica.
2) P. BONONCELLI - Carme - scolasticamente buono: filosoficamente e poeticamente così così.
Gregorio XVI va a visitare il sotterraneo di S. Pietroe l'apostoloanche prima che il suo successore apra la boccaper chiamarlo e onorarlogià s'è alzato su dal sepolcro onde riceverlo e far gli onori di casa.
3) AB. GIANNELLI - Sonettaccio - Tiriamo un vel su quel sonetto da chiamarsi un coso.
4) CAV. FABI - MONTANI - Sonetto. - L'arrivo di S. Pietro a Roma (se mai ci venne). - Quando fu finito e dopo i consueti rumori di manil'autor cavaliere andava circolando e dicendo: nienteniente: è una cosetta. Forse diceva la verità.
5) AB. SORGENTI. - Sonetto. - La (solita) navicella di S. Pietro. Né bianco né nero: cenerino.
6) SPADA - Sonetto - Lo conosci. Non fece effetto.
7) AB. BAROLA - Ode - Passiamo avanti.
8) SIGNORA ORFEI - Sonetto - La decapitazione di S. Paolo.
Vi furono i tre balzi (di rubrica) della testa: vi fu verso la fine il suo salvee tutte le altre debite coserelle de more.
9) SIG. MASSI - Capitolo - L'ultima notte de' SS. Apostoli Pietro e Paolo nel carcere Mamertino.
Stupendo lavoro per linguacostruzione de' versi e d'immagini.
10) P. GIACCOLETTI - Decasillabi latini. - Cosa da udirsi buoni-buoni e zitti-zitti come santarelli.
11) SIG. ZAMPI - Sonetto contro le serve. Sarebbe da dirsi alla tua albanese
Che val diciotto bei paoli al mese!
12) SIG. POGGIOLI FIGLIO - Ode a Roma. Metro Manzoniano: vivacitàlunghezza: generalmente belle idee: lavoro da giovanetto che sarà per divenire qualche cosa. Grata voce nel recitare.
13) AVV. PIEROMALDI - Sonetto - Portae inferi non praevalebunt. - Nel sonetto però hanno prevalutoperché la fu una tentazione del demonio bella e buona.
14) AVV. GNOLIvestito da abate. - Ode. - La chiesa cattolica simboleggiata nella (solita) navicella. - Talis pictatio talis pagatio perché fu pagata di venti o trenta colpetti di mano stanca e svogliata. Scritta però bene?...
15) AVV. ARMELLINI - Sonnetto.
16) CAV. DE ROMANIS - Ottave. - Prosa in listarelle di undici sillabe l'una.
Vi si parlò di bibliotechedi librie di cartae pergamena ed altre materie da stampa. Sogna il guerriero le schiere etc.
Udienza fratescaprelatesca e poco cardinalizia. Tre cardinalicioè GiustinianiSala ed un terzo che mi è entrato da un occhio e m'è uscito dall'altronello stesso modo che varie poesie mi presero le orecchie per porton di trapasso. - Secolariossien laicipur ve ne furono. Due soli soprabiti fra tutta l'udienza e il palcoscenico: quello del Geva e quello del De Romanis. Il secondo però andava decorato da un bel ciondolino d'oro ad un'àsolaciocché lo estolleva più che alla dignità di un frac d'etichetta. - Donne? tre: la poetessa Dionigi-Orfei; la moglie del poeta (vero poeta) Massi; e la zia paterna del piccolo Sabatuccettochiamato dall'avv. Corsi il poetino pontificiocioè in altri termini il pappagalletto di nonno. Guardie poi capitoline per tuttosì che le sale della protomoteca parevano un

forte castello antico
che al di là delle fosse abbia il nemico.

Fabi-Montani correva avanti e dietro come un fra-Mazziere che regoli la processione.
Io me ne rimasi accantonatello fra due colonnettebasi di due antichi pittoride' quali avrei voluto avere in mano la tavolozza e i pennelli.
E son Giuseppe Gioachino Belli

LETTERA 330.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romamercoledì 18 luglio 1838
(Ore 9 1/2 antimeridiane)

Ierimio caro Ferrettimancai di tue lettere e così tu mancasti di mie risposte. In compenso però ne ho avute due questa mattinadelle quali una appartiene al dì 16 e l'altra al 17. Pretende il Gianni del Palazzo Sinibaldi che mancassero ieri vettureed essere perciò arrivati questa mattina entrambi i fogli. Sia o non sia così conviene ingozzarla.
Appena uscirò di casa porterò al Caffè solito la lettera Quadrarica. La Balestrica è già consegnata al devoto femineo sesso. Il pittore dorme ancora e sogna bei soggetti per quadri larghi e lunghi quanto Campo-vaccino. Grazie intanto per le notizie Orsoliniche e Toninesche; e salutazioni per mio conto alla madre e al figliuolo. Di' alla prima esser ieri venuto il bàlio con ottime nuove della piccola Cecilia.
Non mi meraviglio dell'ascendente di Chiara su tutte le creature. Con quel cuore amoroso pacifico e caramente attraente. Quella sarà un giorno una Madre di Famiglia da disgradarne la Madre de' Gracchi. Sto fisso in questo presagio.
Dove maggior grazia e più comici sali che in Molière? Di certe penne non si temperano più.
Libri faceti faceticome tu ti esprimiioFerretti mionon ne ho. Quando aveva quattrini da spendere in libriio gl'impiegava in soggetti che mi procacciassero qualche cosa di meglio che una risata. Lo sonelle circostante della tua cara Cristina ci vorrebbero facezie e buffonerie: sensazioni insomma che controbilanciassero in letizia le noie e gli affanni del presente suo stato. Come mai! Durare la piaga così pigra e stupidané risolversi a sentire l'azione de' rimedi che vorrebbero spingerla al termine! PerchéFerretti mio (ma forse l'hai fatto) perché non iscrivi una lettera a Pietralata o ad Albites? O vuoi piuttosto che io vada a parlar loro in tuo nome? Se me ne incarichi io volo ad entrambi o a qualunque de' due tu m'indicherai.
China! Allume!! Oh!! Dio benedica la gommail laudano e il tamarindoe l'integro collegio della loro miscela. Voglio sperareanzi esser certoche non più ascolterò ritorni dal tuo stato solido al liquido; perché quella è la via che alla lunga menerebbe all'aeriforme. Vedi teoria degli areostati.
Caldo in Roma ne fae ne fa assaima quelle smanie a furia di popoloma quelle invocazioni di Sancti et Sanctae Dei che ti hanno supportele son favole da dirsi al focone fra 5 o 6 mesi. - Così circa il Cholera. Ti ripeto che coliche ed ancora cholera sporadicocircolano fra varii ventrie qualcuno ne inviano a babborivéggioli. Questo sì; ma cholera asiaticopropriamente dettotutti si accordano a negarlo a spada tratta. Quel che poi possa accadere in futuro lo sa colui che può cambiare anche i lattarini di Castello in belle e buone cipolle d'Egittoal gusto di certi parati che più al vegetale inclinino che non al regno animale. Roma sta veramente tranquilla sull'articolo choleracioè sul flagello del 1837: e le paure albanesi non possono per verità esser eco di timori romaniperché i romani mangianobeonodormonopasseggianovanno ai fuochettiprendono limonate e pappine col maggior sangue freddo (sotto un caldo di 29 gradi) e colla più ermolaica indifferenza del mondo.
Le nervose però non si fanno desiderare. Ne sta sempre sul muore e non muore la Polidori-Righetti: ne fu sepolta una bella giovinetta Rossi o De Rossio simil nomeche io non conosceva. - Altri infermi qua e là.
Il Venuti che villeggiava in Albanotornato in Roma alla sua abitazione (quella a S. Giacomo degl'incurabilivecchio domicilio del gran Canova) trovò la casa derubata. Ha perduto per 3 o 4 mila scudi di gioie etc. I denari non gli hanno trovati: altrimenti sarebbero volati anche quelli e il botto era forte. Chiavi false. Si sono trovate le porte richiuselodevole diligenza dei Signori della umana visitaaffinché il povero Venuti non fosse esposto a qualche incursione di ladri. - Non temereo Ferrettiper la tua casa: è guardata. Di giorno ci si capita sempree la notte ci dorme Michele. La casa del Venuti era solitaria ed aveva nome di ricca più della tua. Maripetola tua si guarda.
Sono state levate e ben condizionate le tendine della camera detta di Annamariadi quella da pranzoe dell'altra dove si stira. Si dice che il barbiere farà poscia il testo come se le tendine fossero sinonimi di codine e parrucche.
Maggiorani è partito. Mi recai lunedì mattina con dieci libri per la lettura villereccia della mogliee suona... suona... niuna risposta. Finalmente un inquilino dell'ultimo piano disse: chi è? - Amici. - Chi vuole? - Il dottore. - Non c'è. - E dove sta? - A Campagnano. - E quando è partito? - Stanotte. - Grazie tante. - Padrone mio. - Perdoni. - E di che cosa? - Del disturbo. - Si figuri. - Col si figuri finì il dialogo. Ieri tornai a suonare sperando trovare i Rossi subinquilini provvisorii. Silenzioe finestre serrate a vetri scuri e persiane. Voglio vederne la fine. Cercherò il Rossi e saprò il perché non sia più ito al tutorio subinquilinato.
I Pazzi stan tutti benee li vedo ogni giorno e spesso più volte in un giorno. Pregano sempre il cielo per te. Abbiti i loro saluti e quelli de' nostri amiciper te e per la tua famiglia. Ti abbraccia ed aspetta
Il tuo Belli

Ti mando un fascicolo giornalitratto dal purgatorio di Lopez. Visaj non ha ancora altro. Ci tornerò presto.

LETTERA 331.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romagiovedì 19 luglio 1838
(ore 8 antimeridiane)
Mio caro Ferretti
Al mio ritorno a casa ieri serae fu un poco tardetto per motivo di un congresso che mi occupò molto tempofu a me consegnata la tua di ieri (18) avente in seno una lettera per Monsieur tesoriere che a momenti l'avrà nelle mani. Vivine riposato.
La dolorosa storia della tua Cristinache viene poi ad essere la storia de' tuoi stessi dolorimi mette nell'anima un fastidio indicibile. È veramente crudele il vedere una giovinettafrescagraziosamorigeratasobriadivenuta da tanti mesi la vittima di mali sì lunghi e fastidiosisì aspri ed inerti! Nella mia incertezza d'animo sul parlare o non parlare a Pietralata ed Albitesnella tua smania di vederlismania di cui non mi avevi incaricato istruirli in tuo nomenon sapeva ieri che farmi. Purtuttaviaudendoti in tanto orgasmo per la loro mancanzae sapendo da te che sino al Dottor Bassanelli bolliva in petto il desiderio di abboccarsi con qualcuno di essiobbedendo io ad una inspirazione mi posi in cerca di Pietralataefinalmente trovatologli tessei il racconto de' fattisenza però dirgli positivamente se il mio passo dipendesse o da tuo impulso o da mia spontaneo motoma dando tuttavia al mio discorso un tale indirizzo che sotto una analisi potesse risolversi in manifestazioni attribuibili piuttosto al mio personal desiderio di corrispondere alla brama che tu nudrivi di rivedere il professore secondo le sue promesse e di riceverne consigli e norme pel trattamento futuro di un male ribelle sinora ai praticati mezzi di cura. Ed appunto io scelsi il Pietralata per questo colloquioperché egli e non l'Albites mi aveva negli andati giorni promesso di recarsi presto costae perché ancora mi parve che l'Albites col suo carattere severo e perentorio mi avrebbe al certo dimandato se il mio discorso fosse un'ambasciata che tu pel mezzo mio gl'inviassi: al che non so come avrei potuto risponderedappoiché il sì opponevasi al vero e contrariava forse le tue intenzionied il no menava seco la natural conchiusione seguente: ed Ella dunqueSignor Bellicome ed a che mi viene a tenere questi propositi?
Il Pietralata si mostrò penetrato della tua circostanzama dicoti il veronon mi promise con sicurezza di venire. Non ho potuto sin quidiceva: vedrò se verso sabatose al finire della settimanami riuscisse di dare una corsa ad Albano: farò il possibile e l'assicuro che porrò ogni mio studio nel disbrigarmi da molte urgenze che qui mi trattengonoonde portare al Sig. Ferretti un conforto che ardentemente m'è a cuore di procurargli. - Puoi figurartimio caro Ferrettise io tentassi con ogni calore di argomenti e d'insinuazioni di corroborare le sue buone disposizioni. Ma verrà egli poi? Potrà egli venire?
Fortunatamente però trovo nella tua lettera che tu stesso ti sei diretto ad Albites. Era il mio consiglioil mio voto di ieriespressoti nella mia N. 33.
O direttamente o pel mio mezzo era bene stimolare alcuno di questi signori a soccorrerti. Ora vedremo quale successo otterranno e le tue preghiere ad Albites e le mie premure a Pietralata. Di due uno si muoverào venendo o scrivendoe tu saprai come regolarti in faccenda di tanto prezioso momento.
Lo vedolo comprendolo sento: le tue personali indisposizioni non traggono origine fuorché dalle amarezze dello spirito.
Quando io assumendo un tuono leggiero e burlesco ti diceva parole di scherzo sull'incomodo dal quale eri afflittonon altro scopo io m'aveva se non quello di risvegliare in te una scintilla del tuo buon umoree così aiutarti con una mano a sollevarti per breve momento dallo stato di depressione in cui l'animo tuo veggo naturalmente caduto sotto il peso di tante sventuretutte congiunte a vincere il tuo non comune coraggio. Oggi ti parlo sul serio e con quella gravità che sempre regna nel mio pensiere anche allorquando io lo maschero in frasi di ridente apparenza. Ti compiangomio buon Giacomoe sospiro per te e con te.
Questa famiglia ti ringrazia delle notizie d'Orsolina che io ho loro comunicate. Ti salutano e la salutano. Tonino verrà del naturale materno. Tutti di casa Pazzi stan bene. Peppe o sarà magnano o maestro di cappellaperché sempre battema forse più questo che quello perché al battere accoppia il gridaree probabilmente avrà l'uno e l'altro se è vero che la musica prese le mosse dall'incudine.
Salutami persona per personale tue donne e l'ometto. Stringi la mano al Dottor Bassanelli e datti un bacio allo specchio per conto del tuo
Belli

LETTERA 322.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romavenerdì 20 luglio 1838
(ore 8 1/2 antimeridiane)

Primacaro Ferrettidi aver qualche cosa da dirti in riscontro di alcuna tua lettera che sia per arrivarmivoglio anticipare due parole in ordine a un soggetto che potrebbe riuscirti comodo qualora particolari tuoi motivi non ti consigliassero a negargli la tua attenzione e il tuo assenso. Vi ha persona che per giusta cagione e con ragionevole desiderio brama di trovare un fidato appoggio presso Mons. Tesoriere in prò di un suo diritto incontrastabile che la malafede e l'aridità di alcuni suoi emuli vorrebbe render dubbioso e precario. Questo individuo bisognoso di spalla presso il Tesoriere intende rimunerare generosamente chiunque volesse assumere il carico di corroborare e difendere i di lui diritti nell'animo per verità retto del prelatoma assediato e insidiato da privati interessi altruicoperti dalle maschere del pubblico bene.
Pensa Ferretti mioche un buon regaloonestamente e per giustissimo titolo guadagnatonon deve offendere né l'integrità né la delicatezza di un carattere simile al tuotanto più che qui non è quistione di chiedere una graziama di ottenere che si osservi la giustizia in un caso che ha risvegliato molti appetiti. In questo affare io non ho né avrò alcun interesse di qualunque specie voglia riguardarsi: così non vengo a tentare il tuo animo in cosa che mi potesse procacciar utilené voglio nella mia proposizione far giuocare alcuna molla dell'amicizia che passa fra noi. Tu rifletti se un incolpabile profitto in un innocente impegno potrebbe convenire a' tuoi principii ed alle tue circostanzee decidi genericamente pel sì o pel no. Se ti risolvi al notutto è terminatoanzi come non detto: se poi scegli il partito dell'assensosappi che al tuo vicino arrivo in Roma ti si manifesterà il nome dell'individuo e la qualità dell'affare. E siccome tu non avrai (nelle poche ore della tua dimora in Roma) il tempo necessario all'esser posto addentro nelle particolarità della cosadarai un appuntamento in Albano alla persona per cui ti parloed essa verrà colà espressamente a darti tutte le occorrenti informazioni e gli opportuni schiarimenti. Allora poi fra voi combinerete un giorno in cui ti fosse comodo il tornare in Romadove sarai condotto senza tua spesa come senza tua spesa ricondotto in Albano dopo il tuo colloquio con Monsignor Tesoriere. Io credo bene che Monsignore udrebbe la ragione di chiunque dalla bocca di chicchessiae non ricuserebbe buon diritto a veruno; ma la giustizia ascoltata sopra un labbro amico sembra più bella.
___________________
Ore 10 antimeridiane:
Ecco una tua di ieri (19).
Continua il tuo Passio. Disgraziato amico! E quando avevi da passare una villeggiatura così angustiatatanto faceva che il cielo ti avesse inspirato al cuore di rimanertene quidove almeno (poiché il destino ti condanna a simili necessità) avresti avuto i professori ad ogni moto di volontàe senza sospirarli da lungi siccome in una terra d'esilio. Ma dei tanti qualcuno si moverà: AlbitesPietralataConti... qualcuno insomma. E mi meraviglio come non ascolto mai parlare di un chirurgo albanese. Ai nomi di Carbonarzi e di Bassanelli non dovrebbe andare unita egli forse una riputazione chirurgica corrispondente? Voglio dire che una Città che vanta due medici sì abili non avrebbe a mancare di un altrettanto bravo operatore.
Sull'umore ecc. che vuoi che ti dica Ferretti mio? Stringiti nelle spalle ed abbi pazienza. Rifletti che più pace può fabbricarsi in famigliameno si sentono i colpi della fortuna. Così ti esorto a soffrire le astrazioni di Barbara. Essa è una buona fanciulla; e se la natura la fece astratta convien compatirla. Ammonirla sì ancoraonde il difetto abbandonato a se stesso non metta più profonde radicie affinché i danni che ne risultano si diminuiscano al possibile; ma del restocaro Ferretticosa faresti? Lo soio ti consiglioe poi ne' casi miei fo la cresta. Ebbeneallora sgridami tu.
Gigi dunque tratta il galletto come l'aquila di Siberia vorrebbe conciar i galli degli 80 e più dipartimenti: vi riuscirà meglio un Luigi che un Niccolòvista la diversa specie dei galli.
Questa mattina alle 18 italiane i materassai saranno in faccende a casa tua sotto la presidenza della Moglie e madre dei Pazzi. Se Campacentanni non compariràpagherò io e tutto andrà come un olio. - I canari cantano e scanipucciano: il gatto ruguma la sua carnaccia caponissimamente ad usum Laurentii... e quelle care - semi-egizie morate bestioline - Che ne' cessi ed acquai vedi albergaresembrano essersi ritirate a quartiere d'inverno in mezzo alla nostra furiosissima estate. Almeno dice Annamaria che non se ne veggono più.
E badi a lui il Dr. Fava: il Giobbe è dominio del Lancicaccia riservata de' di lui feudi scritturali. Vi avesse a passar guai! Bisogna bene informarsi della charta de foresta.
Saluta Orsolina da parte mia e di questi miei parenti (che non mi sembrano molto assetati di venire ad udir le sue nuove quando mi arrivan le tue lettere. Tu faresti altrimenti). Il tutto fra parentesi.
Dico mille cose affettuose alle tue donne e dò un bacio all'orientalista e occidentalista Ser Cuppetana. Tutti gli amici ti salutano.
Il tuo Belli

LETTERA 333.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Roma23 luglio 1838
(Ora 1a pomeridiana)

Primamio caro Ferrettidi ricevere la tua di ieri 22io era già andato da Annamaria e l'aveva trovata in letto ma in uno stato meno penoso de' giorni precedenti. Avuto poi la tua lettera sono tornato dopo un paio d'ore da lei e le ho passati i tre paoli che sono stati da essa ricevuti come tre angioli; e te ne rendo in suo nome tremila benedizioni. Questa famiglia conosce il tuo cuore. Il medico ha trovato la febbre piccolissima. Dura ancora il gonfiore e l'indolimento al ventrema in grado più lodevole.
Che la lettera della Scheri fosse scritta da Pietralata lo seppi dopo averla spedita. Dici bene: val più il consiglio di un professore che osservò. Nulladimeno è sempre bene aver da parte voti di più.
Un'altra volta che mi riparlerai di solleciti indennizzi e di simili birberieti spedirò pel mezzo del gobbo un carico di bastonate. - Sarebbe mo bella! Non faresti tu altrettanto per me? Non farmi indemoniare. Tu ordina ed io son qui per servirti.

Io son tuo maggiordomo
Come scrive uno istorico da Como.

Questi miei parenti son mezzi matti: saprai poi tutto.
Non ti dico più per ora onde non prendermi oggi la seconda arrabbiaturasopra questo soggetto. Più abbisogno di pace e più il diavolo mi manda veleno. Saluta dunque Orsola per mio conto e taci a lei il resto. Anche codesta buona donnetta ha uopo di tranquillità. Procuriamolene per quanto è in noi.
Vincenzone è venuto a sapere se tu fossi per caso a Roma. Voleva farti un regaletto gastronomico per S. Giacomo. Gli è stato risposto da Annamaria: glielo facesse per S. Teresa.
Se tu ti troverai in Albano sabato 28 credo che io verrò o con questi miei che si recheranno a vedere Orsolinao colla persona che ti dovrà parlare pel progetto d'impegno presso il Tesoriere. Dissi credo perché le mie giornate son numerate dal destinoe spesso mi trovo legato quando spero esser libero delle mie povere gambe. In tutti i modi ci vedremo presto o costà o costì e parleremo. Oggi ancora non ha piovuto sotto un calore allessatorio e arrosticolare. Io mi son cibata e beuta l'acqua girando per le strade del Rione Monti senza conchiudere un caro ed amato zero.
Salutami tutta la famiglia e di' a tua moglie che sapendosi da me quanto ella divide teco le premure per la casa della buona Annamaria e con quanto affetto ami ella il bambino cresciuto insieme con Gigioio mi do e darò ogni pensiero di assistere persone tanto a voi due e a' figli vostri affezionate.
Intendo poi di confortare la buona Cristina a soffrire con rassegnazione e coraggio gli ultimi avanzi di un esperimento volutosi fare dalla provvidenza sulle di lei virtù. Temperi l'animo alla calmae paghi così con qualche sorriso l'operoso e vigile amore d'un padrese non forse unicoraro e per mente e per cuore. Dimani è la festa sua. Spero che la sua gioiamalgrado de' suoi patimenticorrisponderà ai desiderii che nelle buone e amorose famiglie sorgono in simili circostanze: desiderii di reciproche tenerezze e di rinforzamento de' nodi soavi del sanguei quali non si ristringono che per mano d'amoreconsigliero di scambievoli compiacenze. Sono sempre il tuo Belli.

LETTERA 334.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma24 luglio 1838
Ciro mio
Ebbi in tempo la tua 7 corrente; ma poiché io ti aveva intanto spedito il mio Goticismo per mezzo della Sig.ra Cangenna aspettava di risponderti quando avessi avuto nuove da te dell'arrivo di quel mio libricciuolo. Finalmente ti scrivo anche senza detta notizia.
Dopo la metà di agosto spero poterti riabbracciare e passar pochi giorni vicino a te. I nostri affari mi richiameranno poi presto a Roma dove nessuno è che possa guidarli in mia vece. - Riverisci in mio nome gli eccellenti tuoi Sig.ri Superiori e specialmente l'ottimo Sig. Rettore che anelo di conoscere personalmente. - Allorché vedrai la tanto cortese Sig.ra Cangenna Micheletti dille molte parole amichevoli per te e per me. Sai tu che Ella avrà la bontà di ricevermi in sua casa pel tempo della mia dimora in Perugia? Un bel tratto di cortesia. Ritorno a te i saluti degli amicide' parenti e degli antichi domestici. Ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre.

LETTERA 335.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romalunedì 30 luglio 1838
ore 2 pomeridiane

Son salvoamici mieison salvo alfineecome la buona memoria di Don Ciccio trovomi in questo beato Purgatorio onde affinarmi l'anima e renderla degna dell'eterna gloria: amen. E già da ierimentre tornando a Roma percorreva (un po' a sghembo per verità) l'archetto di meridiano che di sud a nord separa Albano da questo Caputmundiebbi preziosa occasione di esercitare quella virtù che più forse di tutte le altre sorelle è capace di mandarti al cielo per linea recta omnium brevissima. La pazienza dicosì opportunasì utilesì necessaria a chiunque trovasi fra gli attriti innumerevoli dell'uomo coll'uomoattriti dai quali se cavi salvo il naso è prodigio. Entro una conchigliuzza univalvadecorata del festoso nome di carrettella secondo i neologie di basterna giusta le squisitezze arcaiche di Monsignore Azzocchiio mi trovai stipato a dolermene le costole e i callicon due villane e un canonicoche vorrei dir pretaccio se non me ne ritenesse

la reverenzia delle sante chiavi.

Coi lombi e le spalle contro un dorsale parallelo alla caduta de' graviio m'aveva in faccia una lentigginosa Madonna non so se muta o addormentataed al fianco sinistro il buon sacerdote che incrocicchiava un paio di gambacce bernoccolute con due specie di zamponi di Modena appartenenti all'altra donna concessami dalla provvidenza a compagnia di tre ore della mia povera vita. Sozzamaltagliata e ruvida quanto una vezzosa figlia dell'età dell'orobeavami l'olfatto con profumi d'aglio e sudorela vista con un mascherone di muso incorniciato alla ebraica entro un moccicchino color di brodo di cicerchiee l'udito con scempiaggini degne della comare di Cacasenno. Eppure Messer lo Calonaco pareva andarne in visibiliotante erano le sghignazzate e tanti gli occhiolini che le rendeva in ricambio de' culinari frizzetti lanciatigli da colei alla vita; cosicché se a tanto vogliasi aggiungere qualche non infrequente strettarella di artigli che succedeva sotto il coperchio di un cappello a tre pizzi sostenuto dalle quattro ginocchia e coperto da un fazzoletto del prete (bianco quanto neve inzuccherata d'ossido nero di Manganese) se ne dovrebbe conchiudere a scapito della carità esistere già fra quelle due bell'anime un certo rapporto magnetico da far recere per arcano consenso i più intrepidi stomaci di Tartaria.
E difatti la gentil coppia smontò ad uno stesso portone ed andossene al diavolo come Paolo Malatesta e Francesca da Polenta. Nulladimeno il buon prete era dotto in ogni rubrica dello scibilesì che varrebbe a mettere in tarantella la geografia di Maltebrun non che la storia ecclesiastica dell'Orsi. Allorché presso alla scomparsa Torre di Mezzaviaincontrammo l'ottimo D. Miguel de Braganza Alcantarache portato da quattro cavallicome Fetonte nel giorno della famosa ribaldaturatornava a fecondare le vergini d'Albanarrò il sacerdote alla sua fragrante catecumena quello essere il verolegittimo e naturale Re de' Portogallesiper distinguere i figli del Portogallo dalle frutta d'arancio. E quandosfuggiti noi dai complimenti dell'Octroi passavam sotto alle eterne pietre del Colosseonon mancò il nuovo Abelardo di spiegare alla novissima Eloisa come quel gran palazzone tutto a finestre fosse stato espressamente fabbricato da un altro re più antico di Don Michele per farci martirizzare i santi martiri che non volevano rinnegare la fede come la rinnegano a tempi nostri i tanti e tanti settenari delle sette inventate dal diavolo e dalli francesi. E la cara donnetta prese come doveva le sette per 5 + 2 = 7 con giudiziosissima equazione da piazza Montanara.
Giunto io appena parlai con Annamariale parlai di voi tutti e di Peppe Battistoni. Ella e i suoi Pazzi stan benesalutano e ringraziano. Quindi subito diramai personalmente le tue lettere allo Zampi e a tuo fratello col quale ho poi parlato questa mattina. Avrai sue notizie.
Ti mando una stampa che può servirti nel tuo consiglio di liquidazione. Dimani ti spedirò il Cesare del Cecilia.
Salutami quell'una e indivisibile triade del conte Dandolo e il Conte Dandolo e il dottor Favadottissimi e gentilissimi uomini.
Salutami la tua filoatmosferica moglie.
Salutami Ser Cuppetana e Padron Battifolle.
Salutami la feroce Orsolina e il tremendo Toninoe di' alla madre di Tonino se ha e dove lo tiene il cotone da far le sue calzee dove anche tiene la roba e il modello pei corsè.
Queste dimande vengono a Lei da Balestra.
Sono in somma fretta
il tuo Belli.

LETTERA 336.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romalunedì 30 luglio 1838
(ore 6 pomeridiane)

Mi giungecaro Ferrettila tua di ieri sera. Dovrebbe aver seguita questa trafila. Da te ad Albitesda Albites a Cascianida Casciani a De Belardinida De Belardini a Belli; e Belli da De Belardini l'ha avutacioè dalla serva di De Belardini. Orate pro nobis.
Ho dimenticato nella mia di questa mattinan° 41di dirti che Annamaria s'incaricò del procurare il pronto ricapito del tuo foglio all'Ansani mediante il canale de' di lui giovanilavoranti ne' nostri contornida lei ben conosciuti.
Sono tornato oggi presso la famiglia Pazzesca pel doppio scopo di leggere ad Annamaria le cose che mi dici per essae di andar seco a casa tua per cercare i Comentarii di Cesare tradotti in lingua strona da Gianfrancesco.
Non ho trovato che i gobbetti: le due donne non erano in casa; et quidem dimani mattina vanno a stirare di buon'ora presso le Ferretti-Cagnoli. Se dunque non potessi tu avere il Gianfrancesco dimani sera l'avrai il 1° agostoquasi contemporaneamente col perdono di San Francesco che scriveva i fioretti meglio del Gendarme interprete di Giulio-Cesare dittatore. Iddio perdoni i peccati della terra.
Ho parlato collo Zampie non col Zampiche non vorrei m'avesse a toccare uno scappellotto da Monsignore Azzocchi. Dice dunque lo Zampi che ti ha raccapezzato cartae la consegnerà ad Annamaria. Così o Madama Pazzi te la porterà essa medesimao te la farò avere nel baulle del globotempore abili.
Non frigus sed estus Romae vespere dominico dum Alba perentiebatur ab aquilone. Abissinia e Siberia a quattordici palmi di distanza! Infattidicono le zone oggidìa che servono le nostre invidiose distanze ora che gli umani vapori circolano per la terra più veloci che non i vortici cartesiani? Avviciniamocifacciamo causa comunee formiamo dell'equatorede' tropici e de' poliuna sola famiglia. Quindi il guazzabuglio di temperature: quindi lo zero sotto al braccio all'80: quindi i ghiacci giuocanti a tressette colle vampe di Sahara: quindi il popolamento de' cemeteri e il tripudio de' beccamorti.
Mehercle! Gesusmaria!
Quello che in tutto ciò mi pizzica è la infermità del cordiale Dottor Bassanelli. E il Dottor Carbonarzi rimane solo?! Digli cave canembada alla canicola; che condita con due sprazzetti di bruma iperborea può fargli pagar salata la carità del mestiere. Ma come si fa? Il Cerusico vede per metà: lumen [...] dextro etc. e in queste stagioni bisogna spalancar quattro lanterne; né poi la chirurgia adempie bene le parti della medicinasì come vuole la Bolla quod divina sapientia; benché in tempo di carestia pan di veccia e vino di nespole. Il chirurgo dia dunque un occhio e una manocome in simili incontri avrebbero fatto Polifemo e Caffarelliche non poteano dare di più.
Quando andrai o manderaifa' che l'infermo Bassanelli conosca i voti che io spingo in su in su pel suo prossimo ristabilimento. Amen.
E tu l'hai sempre co' nostri conti. Sta quietoci troverai pure il cerottoil cataplasmola pittimal'orvietano e tutto quel che bisogna. Ma le son cose da parlarne alla rinfrescatapost acquassotto il segno di libra.

Allora il dare coll'aver si scriba.
Viste allor le partite a fetta a fetta
Dirai: tanto ho da dartanto mi spetta.

Chiàmati al cospetto Orsolinae dille:

Comarela tua Tilde
Più forte è d'Alboino e d'Almachilde.
Lo stomaco di lei fatto è sì sodo
Che digerir potrìa bollette al brodo.
Ha due occhi da dirli due saette
E più acuti di quei dell'Accemette
Il quale è un Monsignor come tu sai
Che tutti quanti adocchia i nostri guai.

Prenditi uno per fianco i rispettabili signori Conte Dandolo e Dr. Favae se non isdegnano una mia stretta di mano fagliene sentire che se ne accorga il cuore. Non per confidenza né per temeraria familiaritàma in guisa di franca manifestazione di amichevoli sentimenti. Io li rispetto come onorevolissimi uomini; ma avendoli conosciuti sì umani e disinvoltimi salta il ticchio di trattarli da amici e l'anglomania del giorno esige che della schietta amicizia sia dimostrativa misura

Una stretta di carpi e metacarpi
Che sino il Padre Sarpi
A quel torcer di mano
Ne giurasse al Concilio sano sano.

Ah! se non fosse finita la carta! vorrei dirti tante belle parole per le tue donne e per Pispo Bisonnino.
Si contentino della buona intenzione.
Il tuo Belli.

LETTERA 337.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romasabato 4 agosto 1838
(ore 11 antimeridiane)

Rispondomio buono e affettuoso Ferrettialle tue del 2 e 3 corrente.
La tua lettera a Giorgi sarà presentata dimani; l'altra pel Montanelli è già impostata all'estero. Vivi tranquillo. Così potessi tu viver quieto sullo stato della tua disgraziata figliuola!
La carta dello Zampi non si è mai veduta; né so più cosa alcuna di lui stesso. Prima d'ammalarmi passai dalla di lui casa e dimandai al servitore se aveva qualche ordine dal padrone circa a certa carta. Mi rispose negativamente. Se la carta fosse stata lì prontal'avrei finita portandomela via da me. In tutto questo procrastinamento de die in diem non ho io dunque ombra di colpa.
Annamaria va alzandosi. La febbre è cessatail medico licenziatoma il dolore le alberga tuttora in seno. Dall'ultimo parto questi benedetti dolori...
Io prendo purganti senza successo. Come prendermi acqua di erba tettonica. Oggi voglio un po' alzarmi per vedere se la posizione verticale fosse più promovente dell'orizzontale.
Ti ringrazio affettuosamente delle tue care sollecitudini per la mia salute assai sconcertata. La mia vita e la mia attuale situazione possono mal tenermi sano e mal risanarmi infermo. Sit nomen Domini benedictum. Non accagionare i dibattimenti accademici della mia infermità: non mi passarono la pelle. Altri dispiaceri più gravi e procedenti da cause più importanti mi hanno empiuto l'anima tanto da impedirne l'accesso a sensazioni di ordini inferiori. Eppoi il mio male sembra doversi ripetere da principii di turbato traspiro. Mi ha però colpito in un ben sinistro momento! Pazienza.
Già conoscevo per fama il Ferrari e la sua sublime opera. Pare che adesso la natura si faccia giuoco dei prodigii e si compiaccia nel confondere le regole del suo consueto procedere. A 25 anni esser così maturi e di senno e di conoscenza di fatti! Sino ai 14 l'uomo suole esser pochissimo per se stessoun punto matematico rispetto al mondo e alla società. E in undici anni saltare in groppa ai profondi filosofi sessagenarii! Leggerò avidamente quell'operama la mia mente non è quella di Viconé di Ferrariné di Ferrettiné di Dandolo o Fava. Io ho uno spirito di corta portata e solo capace del pensiero fuggitivo. Lì vedo chese avessi pace e oziopotrei forse cavarmi fuori dagli ultimi. Alle vaste concezioni la mia vista intellettuale si perde: non le abbraccio.
Non so come Orsola viva ancora nella persuasione di vedere oggi Tilde. Dice Balestra averle sino dal 2 scritto il contrario. Tilde sta benissimoma verrà fuori col padre quando il padre potrà tornare in Albano: crederei a settimana inoltratacioè verso i dieci o in quel torno. Ciò mi pare dover conchiudere presso quanto ascolto qui in casa. Salutamela la buona Orsolae così le eccellenti tue donne. E abbracciami Gigio. Di' mille cose ai dotti due venetied ai dottori Bassanelli e Carbonarzi. Il pericolo di questi ultimi mi fa paura.
Tralascio di scrivere perché vado in sudore di debolezza.
Sono il tuo Belli.

LETTERA 338.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romamartedì 7 agosto 1838 (ore 7 antimeridiane)
Giorno di S. Gaetano padre della provvidenza. Utinam!

A due lettere rispondomio caro Ferrettia quella cioè che mi scrivesti la sera del 5 e all'altra inviatami jeri avuta da me jeri sera ad ora inoltrata.
Sono dunque spianate le Mazio-Balestrarie ossieno Orsolangiolesche difficoltàe dissipati i dubbii sul viaggio paterfiliale. Laus Deo animabus purgantibus. Io pure ho preso tre purgantieppure? Eppure me ne sto come avessi sorbito tre tazze di bollitura di nespole e di tasso-bardasso. Ma seguitiamo il riscontro ordinato della corrispondenzasenza divagarci in quisquilie.
Non so qual figura avrei fatto a mensa fra voi altri sei (che potete pisciare in ogni neve) in ispezialità ragionando d'articosì a me familiari come la modestia a un lombardo soldato della sgiaffa. Mi sarebbe toccato il pisciar nel vaglioad esempio della buona memoria di Boccanera allorché volle metter zizzania tra gli ellèno-quiriti. E bene mi avveggo esserti in quel pranzo caricato d'idee artistiche sino alle meningi e al ponte del Varoliodappoichéscrivendo su tal soggetto a me povera pulceadoperasti la tecnica voce piramidarela quale insieme coll'altra (non meno uficiale) del prosciugato ascoltasi tuttodì per gli 10.000 studi di questa metropoli delle arti. Vi avrei dunque piramidato? Sìcome piradava il Sig. Frediani sulla piramide di Cheope allorché ne scriveva lettere a mamma Europacondite qua e là di sciaradelogogrifibifrontiomonimie fredianesche. Io posso farmi lecito appena di dar sulla voce a chi si attenti di entrare in filologia popolana. Lì poisia detto con santa umiltàme la stigno sino col Sig. Bernieri di pseudoromanesca memoria. Sul resto faccio moccin-moccinotroppo fortunato dell'essermi rimasta sufficiente memoria da ricordarmi del Sutor etc. Arti io? Al più al più quella del suolachianelle.
Ho veduto in di lui casa questa mattina il nostro buono avvocato Pippo Ricciricevendone Scudo uno a pro di Annamaria. Egli parte dimani per Diosadove; e nell'angustia del tempo dice non essergli riuscito raccapezzare di più.
Mi dirai dunque de mandato uxoris tuae in quante parti e in quanto tempo dovrò spingere quel colonnato nelle fauci della povera madre di Peppe. In questa eguale mia angustia di tempotra il ritorno di lei e la partenza di mecredo sarà bene che io gliel'applichi tutta in un boccone. No? Sì? Dic.
Fra poco passerò alla casa Pazzi il tuo plico per Michele e le tue notizie gastronomiche per Carolina. Costei si sentirà accesa di virtuosa invidia e punta di generosa emulazione udendo la storia de' materni banchetti. Peraltro credo che Orazio parlasse anche di lei quando cantò il Pindarum quisquis studet aemulari.
E certoperdinciche se anch'io recandomi a visitare amici (specialmente non sanissimi) da un paese all'altrotrovassi impostata sul portone una cassa crociatami sentirei invasato da un tremore di tutti i nervi della mia persona. Che aveva da sapere la povera Annamaria che proprio in quel giorno una vecchia di settant'anni si era presa la libertà di morire sotto la suola delle tue scarpe? Cosa da voltarsi la bocca dietro.
Circa gli Sc. 1:50 di agosto per Carolina ti debbo fare la seguente avvertenza. Il primo del mesetrovandosi la madre di lei con molto morbo e senza affatto quattrini mi domandò cinque paoli a contoné io ebbi cuore di negarli. Tu dunque non dovrai dare più che uno scudo per simile articolo.
Convien dire che il Bassanelli sia composto di bassanella per reggere saldoanzi per risanarefra tanti urti e atmosferici e professionali. Digli per me: Tibi gratulormihi gaudeoe vatti con Dio.
E sicuramente che mi saluterai il Card. Micara quando tornerà. Diancine! Esser ripartito quando io mi disponeva a salire alla sua rocca!
Ho risposto a tutto? Nomanca qualche paroletta sulla mia salute. Zoppica come Asmodeo dopo la démêlée avec M. Pillardoc. Le medicine fanno effetto nelle mie viscere quanto i veccioni sul cuoio del buffalo d'Affrica. Bella gloria aver le viscere buffaline! La cassa del mio petto pare un violino dato sulla testa di uno scolaroproficiscente come la discepola del Cianciarellila famosa pianofortista che succhiò il latte dalle poppe di Madama Pazzi.
Ignoro cosa sarà accaduto nel secondo battibuglio tiberino di iersera. Que' bravi signoricostituiti in assemblea costituente e in corpo legislativofabbricheranno un codice di capocciate. Il genere della discussioneil metodo dell'arringarele declamazioni coristiche che adottano e seguononon possono menare che a mutare in piaga una scalfittura. Io non ci andai perché la sera sto meglio a casae perché il petto mi consiglia al silenzio. Debbono essere stati proposti il Conte Dandolo e il Dott. Fava. Ese propostiammessi di certo tota plaudente civitate.
Dunque Cristina meglio? oh evviva!
E non ci resta neppure la carta pei saluti hinc inde.
Sottintendili.
Sono il tuo Belli.

LETTERA 339.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma7 agosto 1838.
Due righe per accusarti il ricevimento della tua 27 luglio e per dirti insieme che alla metà del mese io spero di partire. Voglio trovarmi a Perugia all'epoca de' saggi. Allora riceverai dalle mie stesse mani un altro esemplare della stampa che facesti benissimo a dare al Signor Rettore invece di quella che gli prese quel tal Signore di Napoli.
Tu mi chiedi della mia salute. Non va troppo beneCiro mio. Godo però di un bel risarcimento nell'udire che tu vivi sano. Bella età è la tuacaro figlio. Mantenendo in tutto un savio regime non può non conservarsi a' tuoi anni ciò che la natura ci abbia dato di buono in una felice complessione.
Avrai la presente dalla obbligantissima Signora Cangenna che ha la bontà di ricevermi in sua casa nella breve mia dimora a Perugia.
Ricevi i saluti di tutti i solitie porgi i miei ossequi a' tuoi Sig.ri Superiori.
Ti abbraccia e benedice di cuore il tuo aff.mo padre.

LETTERA 340.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romamercoledì 8 agosto 1838
(ore 2 pomeridiane)

Ti rilancio la presente ad Albano a carica di balestra e in questo foglio ti avraimio buon Giacomoevasione a due tue lettereuna del 6 ed una del 7. Quella mi è giunta oggi unitamente a due pacchi libri per mezzo del Sig. Pietro Luchini: l'altraarrivatami pure questa mattina per le mani del nunzio Gabrielle.
Ed è bene che Annamaria torni oggiperché mi pare di udire che M.r Michele è stufo di fare l'Argo alla figlia. Egli porterà la lettera al Giorgi.
Iddio sia lodato pel miglioramento della piaga d'occidente!
Io mi sento acciaccati tutti e quattro i punti cardinali e le 6 parti del Mondo.
Il passo a volo de' Sig.ri Dandolo e Fava m'impedirà con mio dispiacere di vederli. Ma post aquas.
Veramente sfortunato questo povero Rossi! Poche gioie avrà certo dal matrimonio. Addio patrimonio!
La buzzera! A nove anni già la POLAGRA?! È una faccenda da impensierire un povero padre amante dei figli. Compatisco assai assai il Giorgi per questa non indifferente sciagura. E dici bene come una intiera Sorbona

Dovunque volgi gli occhi
Noveri più disgrazie che baiocchi.

Ecco dunque Orsola fra tutte le sue contentezze.
(RF. al segreto. La nuvoletta la conosco ioe so da quale pozzanghera s'è levata ad oscurare il sole. Son nebbie che si dissipanoma abbassano sempre il barometro della paceed avvezzano l'atmosfera alla future procelle).
Ti mando un Corriere dei teatri. Vorrei meglio spedirti un corriere de' lotti colla notizia di una cinquina da te giuocata.
D'Eramo doveva farmi avere una lettera per te. Gli dissi jeri sera che avrei avuta occasione di spedirtela tuto cito et iucunde. Non la vedo. Se verrà prima che la balestra scocchi riceverai la carica più forte. Altrimenti ti colpirà la sola mia lettera impiombata col Corrier de' teatri.
Ti salutano Giobbe
Spada
Le Pagliare
Le Mazie.
I nostri Dandolo e Fava passarono in Accademia come due razzi coruschi.
Quel tal Marchese del Piemontedel quale hai tu scritto a d'Eramo non è ancora in Roma. Si deve creder così perchè il suo nome non è comparso né in Consolato né in Legazione di Sardegna. Ieri sera il vice-Consolo ne richiese in mia presenza al Conte Broglia Ministro plenipotenziario di S.M. Savoiarda. Non si è veduto. D'Eramo mi condusse dal Ministro per un mio imbrogliocioè per l'imbroglio di un imbroglione che ha imbrogliato la povera mia moglieed ora vuole imbrogliar mee m'imbroglieràmalgrado del Conte Broglia che non ama gl'imbrogli!
Salutami capo per capo chi ti appartiene per sangue e per amicizia.
Sono il tuo Belli che ti abbraccia.

LETTERA 341.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romagiovedì 9 agosto 1838
(ore 8 antimeridiane)

Io già ve l'ho avvisato un'altra volta colle buonesor coso mioe voi ci ricascate. Ma che diavolo m'esci ogni tanto a parlare di conti e di saldi? Questi sono pensieri da accogliersi in mente dopo le ferie autunnali. Passerò a Carolina il residuale scudo per agostopasserò tutto il passabile a chiunque occorra di passare quel che tu vuoi passaree finiscila per amor delle anime sante del purgatorio. Non m'infradisciàdirebbe un parente di Pulcinella. Io invece ti dico e ti replico: chiudi quella malnata boccaccia in un profondo necessario silenzio. La partita poi della riconoscenzache tu vuoi serbar sempre accesaè la più strana bislaccheria che ti vien su pel cervello. Se io avessi anche operato qualche nonnulla per tedimmi non avresti tu fatto altrettanto per me in consimile circostanza? Dunque eccolo tutto saldato liquidato e ammortizzato questo benedetto articolo della riconoscenza. Tu pensapensa a rinfrancare la salute tua e quella della tua buona figliuola.

Il resto è baia che non monta un frullo
E non val manco il picciolo sesterzio
Che si spendeva a' tempi di Catullo
E d'Ovidio Nasone e di Properzio.

Dabitur scutum riccianum Annae Mariae de dementibuscitoillico et immediate. Vidi eam aliquantulum reimpellicciatellam in coloribus et carnibus suis ob aerem Albae et triclinia Jacobi; nec amplius faciunt sua crura Jacobum. Oh utinam potuisset Albae svernare diutius! Genae eius inflatae fuissent de popina tua; atque genua eius valida ad stadium agonis in tua cella vinaria.
E sai tu cosa io faccio attualmente per guarire? Scrivo e sgambetto come un ossesso onde pormi in grado di partir davvero alla metà del mese lasciandomi dietro meno spine che posso. Nel conforto di rivedere il mio Ciro troverò le risorse igieniche negatemi dal riposo de' materassi e dalle ingollate preparazioni del Professor Peretti. Quando tornerò a Roma mi rivedrai giglio delle convalli e cedro del Libano. Il pensiere che fra pochi giorni abbraccerò mio figlio mi elettrizza come una bottiglia di Leidacome una batteria di Muschembroech il borgomastro. Que voulez vous? j'y tiensdisse a Giove cert'altra persona.
Ma quel povero Pietruccio dell'avvocato Grazioli non ha potuto poi raccontarla! Puoi immaginarti il dolore del padre e della madre. Anche a me ha fatto gran rincrescimentotanto più che il giovinetto era stato compagno di Ciro. Un fiore troncato in sullo stelo! una rugiada svaporata ai primi raggi del sole! Ah! quasi meglio per lui; ma pe' genitori nonono. Chi resta ed amava merita più lagrime che non chi amava e scompare. La morte estingue una vita e ne impiaga un'altra a cui rimangono i sensi per desiderare il riposo del sepolcro.
I libri portatimi da Annamaria stanno fra gli altri che gli han precedutiaspettando novelle compagnie. Anzi tutto ciò si può mettere facilmente in versi. Vedi come la prosa diventa talor poesiae la poesia prosacon bella gara di gentilezza.

I libri che portammi Annamaria
Stanno fra gli altri che gli han preceduti
Aspettando novella compagnia.

Addiocaro Ferrettidebbo prepararmi per la via-crucis d'oggi. Vattene in giro per casa e prendi in petto chi trovi e chi non trovidicendo a tutti e singoli passati presenti e futuri: ti saluta Belli. E fra quelli anche alle balestre; e non aver pauraché non le sono armi da fuoco. Spara e fuggi.

E facendovi qui duemila inchini
Davanti a voi la berretta mi cavo
E in tutto quello che non sian quattrini
Mi vi offeriscoe vi rimango schiavo.
Il tuo bietolifero Belli.

LETTERA 342.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Romasabato 11 agosto 1838
(ore 8 antimeridiane)

Dalla destra del Balestra
Ritornato al Campidoglio
Mio Ferrettiebbi il pacchetto
Con due libri e con un foglio.
Al giornale degli Abruzzi
Sia che odori o sia che puzzi
Non darò certo di naso;
Ma però sii persuaso
Che il bel Cantoahi troppo breve!
Sul gran giorno in para sceve
Cuorcervello e tutti i visceri
Già mi scosse e confortò.
Da quel Dandolo e quel Fava
Gentil coppia onesta e brava
Nulla mai che non sia bello
E pel cuore e pel cervello
Fra le scienze e fra le lettere
Né si fe' né si lodò.
Quella è gente che non ama
Di dar vita o di dar fama
A poetiche quisquilie
Ad ampolle e rococò.

Evviva Maria
E chi la creò.

Ed oh quanto t'invidioo mio carissimo Giacomodel tuo desinare oggi con que' fiori di gentilezza! perché io sempre ho pensato e sempre ho trovato vero niuna gioia tanto soave scendere all'anima quanto quella che si suscita a mensa fra cari parenti o fra amici affettuosiculti e modesti. Allora il cibo va in tutto sangue e la bevanda in buon'umore e in consolazione innocente. Due giorni invidiabili passerai tu dunque o Ferretti. Uno oggi presso il Conte Dandolo: l'altro dimani fra le tue mura domestichecelebrando l'onomastico della seconda figliuolaper cui dovresti andar padre superbo quando anche tu non avessi le altre dueciascuna delle quali potrebbe formare la gloria di una famiglia. E non istarmi a dire: Belli si è messo a far l'adulatore. Nolo so anch'io quando c'entra; e tu sai s'io so dare della scimmia e della sciuerta a chi meriti d'essere proverbiata.
E parlando più specialmente di quella fra le tre che dimani è la Signora della festami sono ingegnato anch'io di scrivere un brindisi alla meglioonde far eco a tutte le belle cose che i commensali tiberini spareranno fra lo Expectare dapes et plenae procula mensae.
Eccolo qui; e perdoneranno.

Questo vino nun me lassa la bocca amara:
A la salute de la sora Chiara.

Ognuno da quel che può. Così Berni seniore scrisse i suoi giocondi capitoli a Messer Hieronimo Fracastoro e a Maestro Piero Buffeto: così il Berni iunione ha rimpinzato una tarantella colla storia romana sino alla Battaglia d'Azio.

E se non vien più giù Dio ti ringrazio.

Nelle opere umane bisogna cercar la buona intenzione; e nessuno presumerà mai che i due Berni abbian voluto far male. Il primo certo nol fece: il secondo neppurese vogliamo dar retta alla carità cristiana che difendendolo a spadatratta ha provato in barbara et baralipton poter le carte di lui riuscire utilissime alla cozione di melenzane e di frittate rognoseassai meglio i paterni stivali non servono alla propagazione de' calli e degli occhi-pollini. - Incoraggiato da sì nobili esempi io fabbrico brindisie tu sai che Brindisi l'è un tocco di città che sino Orazio Flacco trattò con tutti i debiti rispettibenché avesse tante altre cose da fare nella tenuta di Roma-vecchia.

S'io trovassi anzi qualche buon canale
Da mover Berni a ritornare in sella
Spererei trarne un'altra tarantella
Dal diluvio al giudizio universale
Mentre il padre cucisse uno stivale.

Annamaria è prevenuta. Le mutature Peppesche saranno ammanite in casa etce il tuo lettino rifatto in puellarum cubiculo.
Ma dimmiche Dio ti aiuti: che male poi ci sarebbe se nel tuo inno al Tasso entrasse qua e là qualche fioritura di ritornelli mammaneschio di passagalli cauponariio di melodie da carraccio? E non conti per nulla la novità? Lascia dunque cantare Comare Nena usque ad strangulationem et ultro; e Tassoe Dantee Ariosto e Petrarca e tutta quell'altra turba d'imbrattacarte si chiameranno abbastanza onorati se tra i loro elogii troveranno a mo' di parentesi un

Fior de piselli
Come una scimmia voi fate li balli
Eppoi cantate com'er re d'uscelli.

Questo è il secolo de' Gotibravissima gente che se sapesse scrivere non avrebbe tanti scrupoli alle calcagna.
VarietàFerretti mionaturanatura ignuda e cruda com'esser dovrebbe la verità: ecco le verele limpide forme del bello. Tasso e Meo Patacca a braccetto! Si sarebbe mai visto niente di meglio nel Mondo-nuovoo nella lanterna magicao nella fantasmagoria?
Dixit Jordanus Annae Mariae: Ecce locutus sum ad Fortiniumet tres bussolae in aula magna renovabuntur. Amen.
Ego sum: io sono
il tuo Giuseppe Belli bello e buono.

LETTERA 343.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugiamartedì 21 agosto 1838
Mio buono e caro Spadaamicus ut alter ego.
Una botta al cerchio e un'altra alla bottecioè una lettera a Biagini e una lettera a telasciando ad entrambi la facoltà di scegliere fra la botte e il cerchio la rappresentanza che vi parrà meglio convenire. Ci giurerei che Biagini vorrà per sé in tutti i conti la botte per motivi d'analoga corporatura.
Arrivato che fui a Perugia scrissi a Biagini. Egli intanto scriveva a me con un tuo poscritto a pie' di pagina. Ora io prendo l'accessorio per il principaleeriscontrando il tuo PROSCRITTO o coscritto che fosseverrò a calmare la tua matta stizzaccia proceduta dal non saper fare i conti né procedere da galantuomo. Io partii giovedì 16corsi sempre (meno 30 minuti di cena a Civita Castellanae 60 minuti di consegnascaricocaricopranzo e ricerca del governatore della Dogana a Fuligno) e giunsi qua' a due ore di notte del venerdì 17. Scriverti da Civita era impossibile per angustia di tempoe inconcludente per soverchia vicinanza di luogo. Da Fuligno noperché il corriere già era prontoe lo incontrai per istrada.
Dunque da Perugia. Ma il primo corso cadeva qui il 18. E non iscrissi io il 18? Scrissi a Biagini parole per tee scrissi a Biagini perché più prossimo a casa Mazio-Belli. Senza questo riflesso vi avrei imbussolati nel cappelloe beato chi usciva! Il sortito sarebbe sempre stato nunzio al compagno. Due lettere erano troppe per due corpi ed un'animané devesi moltiplicar enti senza grave ragione. E come il Sig. Spada si aspettava una mia lettera sabato 18? Bisognava che me la portassi già scritta in saccocciacome io già soleva talvolta praticare colla bo. me. di Mariuccia pel caso che nulla fosse accaduto per viaggio. Ma i termini generali in quest'anno potevano riuscire vani secondo i varii incidenti della mia salute. Insomma ho da dirne di più? Scrissi appena arrivatoe tra Biagini e me esisteva già questo accordo. Dunque zittoquietomoscae acqua in boccaSignor Rugantino Coviellicon tutte le sue ciarle di generosità e di vendetta. E impari le convenienze.
La mia salute è discretae me la vado qui confortando col vedere ed udire il mio Ciroche pare una personcina di garbo.
E di' a Biagini che gli porterò il fascetto di cannelli di cerotto che mi richiede. Ne debbo portare anche a Ferretti. Anzicirca a Ferrettisappi che mi ha scritto pur egli. Io non gli rispondo se prima non ho in pronto una certa notizia (o positiva o negativa) della cui ricerca mi incaricò innanzi alla mia partenza. Se da Biaginida teo da qualche altro di comune conoscenzasi avesse occasione di dirigergli qualche letteraaggradirei gli si facesse sapere quanto poco sopra t'ho espresso.
Ho veduto tuo cugino Luigied a varie mie interrogazioni su differentissimi soggetti non ho potuto ricavare altre risposte che ma... poi... perché... non si può... quando... si sa... hè hè... capisco che... pure... dico...e via discorrendo. Mi pare concentrato non poco. È sempre in casa Fani.
Salutami l'Accademia tiberina se l'incontri ed ama il tuo riconoscente amico
G. G. Belli.

LETTERA 344.
A GIACOMO FERRETTI - ALBANO
Di Perugia28 agosto 1838
Mio caro Ferretti.
Alla tua affettuosissima lettera del 16da me qui ricevuta il 20non ho prima d'oggi risposto avendo voluto riscontrarti allorché potessi darti le notizie bramate dal Dott. Bassanelli per Celso. Di questo motivo di ritardo feci consapevole il nostro Biaginial quale commisi di salutarti quando ti scrivesse. Passerai dunque al Dott. Bassanelli il qui unito foglietto dove troverai quanto si può dire e sapere intorno al soggetto del di lui quesito.
Ed aveva io certo stabilito di non più partiresembrandomi imprudenza il mettermi in viaggio nello stato in cui mi sentiva. Ma poi la mattina del giovedìtrovandomi un po' meno male e consultatone il Dr. Pasqualitornai all'abbandonato pensiereriannodai le sciolte filami cacciai in diligenza e mi commisi alla sorte. Già non era nuovo per me il considerarmi in viaggio per un sacco d'ossasecondo la notissima espressione della pratica forense. Né mi riuscì malaccio. Ora sto passabilmente benché questo clima sembri fatto apposta per dar la tempra agli acciai. Fuoco e gelo.
Quello che mi dà veramente noia è l'udire del nuovo allargamento della piaga di Cristina. Ah! lo vedo e lo credo ancor io: Cristina guarirà bene a Romadove in breve ci riuniremo tutti per confortarci a vicenda di scambievolezze amichevoli. E vi saranno presto anche gli amabilissimi Conte Dandolo e Dr. Fava ne' quali il cuore non fa torto all'ingegno. Riveriscimeli cordialmente.
Mio figlio è grandefortedolce e studioso. Parla pocopensa molto e mi ama.
Di' mille parole affettuose per me alla tua cara famigliaed anche ad Orsolina se è più in Albano al giungervi di questa mia lettera.
Insomma Petrini è libero! Alleluia.
Sono il tuo aff.mo amico
G. G. Belli

LETTERA 345.
A LUIGI CERROTI - ALBANO
Di Perugia30 agosto 1838
Mio caro Gigi
Il locandiere de l'Hôtel d'Europe ocome qui diconodell'Otelloè un buffone. La lettera ch'egli ti ha mandata appresso per la posta io me la portai meco alla locanda nel dopo-pranzo del medesimo giorno in cui ebbi il piacere d'incontrarti per le vie di questa Città. Entrai nel portone dell'albergo mentre ne usciva la Sig.ra Duchessa di Sora per recarsi a trottare colla Sig.ra Contessa Conestabile della Staffa. Dimandai di te: mi si rispose da un ragazzettaccio (scriviamolo più chiaro) ragazzettaccio di Cameriere essere tu uscito in quel punto per andare a passeggio. A colui lasciai la lettera e il mio nome perché il tutto ti fosse consegnato al tuo ritorno. Signorenon dubiti appena il Signore rientrerà in casaEllaSignore sarà servito. Servo suoSignore. E poi con tanta bella signoria il Sig. pivettaccio mi servì nella rognonataper dirla alla romanesca. - Del resto ti ringrazio del meglio che hai potuto fare circa alla lettera ed ai saluti Spada-Biagini.
Questa mattina ti ho salutato Ciroche mi ha commesso di fare altrettanto io con te. - E Bianchini chi lo vede mai? Partìpoi ripensò meglio per viae tornò. Allora lo vidi teco. Adesso mi dicono essere occupato di continuo nella copia di un Raffaello presso il Conestabile. Quando m'apparirà gli dirò: Vi saluta Cerroti.
E giacché sei in Albanova' in via del Vescovado n° 493° piano. Ivi troverai Giacomo Ferretti cum uxore eius et filio et filiabus. Ho udito essere inferme Cristina e Barbara. Di' a loro tutti che me ne duolee poi aggiungi mille parole amichevoli.
Scrissi a Ferretti il 28. Avrà avuto la mia lettera oggi.
Stammi beneGigi miogoditi dell'ariadell'acquadella terra e del fuocoe di tutto quello che trovi al mondo di meglio.
Sono cordialmente
il tuo aff.mo amico e parente
G. G. Belli

LETTERA 346.
A FRANCESCO SPADA - ROMA
Di Perugia8 settembre 1838
Sic vos non vobis fertis aratra boves. Biagini mi scrive e tu paghi la mia risposta. Va bene: un giorno Castoro e un giorno Pollicenati entrambi da un uovoal che allude Virgilio nella prosecuzione del testo: sic vos non vobis vellera fertis ovesbenché egli usasse l'uovo in numero plurale non bastandogliene forse uno solo. E infatti a un galantuomo vuoi dargliene meno d'un paio? Tanto varrebbe dargli del cappone addirittura. - Ma dunque il Sig. Biasciuti non ti disse che io mi sarei occupato intorno al Gallieni? Bisogna conchiudere o che Cianca abbia lasciato le parole in pizzo alla linguao che io le lasciassi in punta alla pennadue strumentacci uno peggio dell'altro: della quale osservazione non può Padron Menico adontarsi quando mi vede osservante del precetto prima charitas incipit ab ego. Il motivo della dilazione al mio riscontro circa il Gallieni nacque da ciòche l'Ospedale de' Pazzi trovasi in un certo sprofondo fuor di Perugianell'interno della quale città nulla o ben poco si conosce di quanto accade laggiù. Vista io dunque la inutilità delle mie incerte ricerchemi sono questa mattina calato a S. Margherita (nome dell'Ospedale de' Pazzi) rivolgendomi direttamente al Cavalier Direttore dello stabilimento. Fattagli la mia dimandanominatogli il soggetto e descrittagliene la personami ha il Sig. Direttore cortesemente risposto non essere mai venuto fra' suoi infermi alcuno che si riferisse a que' connotati.
Nulladimenoper di lui spontanea offertaho girato da capo a fondo tutto lo stabilimento onde osservare i molti miglioramenti introdottisi dal 1832nella quale epoca io lo aveva visitato. Non pare un luogo di reclusione e di curama un ridente e ordinato collegio di educazione. I poveri romani Bettanzi e Antisèri eccitano veramente una profonda compassione: Ti narrerò poi un colloquio da me avuto colla sventurata Ludovisi-Fortunadel quale conserverò per molto tempo penosissima sensazione. Barbellini morì. - Di tuo cugino ti parlerò in Roma. Pare non isperabile alcun miglioramento. Egli è sempre in casa Fanima si dice che Sneider voglia ricondurlo a Roma.
BelleChecco mioquelle tue sciarade! Scritte benissimo davveroma la chiarezza è poi quella che ti colpisce alla prima. Non aveva io neppure terminato di leggerle e già le aveva indovinate: la prima Chiericoe la seconda zucchero d'orzo. Non fidandomi però troppo temerariamente alla mia perspicacia e potendosi forse dar loro un'altra eguale buona interpretazionene ho spedita una copia all'Accademia de' Quaranta di Parigi e un'altra all'Accademia de' quaranta d'Orcianoper udire il sentimento di quegli ottanta Ominoni; e allora penso che potremo star di buon'animo.
In certi trabocchettiSignor Francesco mionon mi ci farete cadereper brios. Per grazia del Cielo io son nato nel grembo di S. Madre Chiesae so bene non esserci al Mondo che una sola e misera Madonna. Tutte le immagini diverse e i differenti lor titoli non sono se non altrettante invocazioni sotto le quali la divozione cristiana si compiace di venerare l'unica Vergine e Madre che la rivelazione ci die' ad adorare. Dunque il no da me detto a Perugia vale quanto il no dovuto dire alle falde dell'Aracoeli. Eppoi Rimanti: non voglio. - Son triglia di scoglio. - Ti basti così. - E questi pochi versetti di più che classica fontebastino per tutta risposta ai molti versi romantici de' quali Mastro Menico (uno de' fondatori dell'Accademia Tiberina) si avvisò d'infarcire la sua letteraccia del 4 corrente. Leggalegga il Bisso quel signor poco-di-buonoed impari a poetare con proprietà di vocaboli e senza tanto enorme abuso di licenze. Il Montla lettrala vòal su' etc. Vi par maniera questa di scrivere con decenza? Nemmeno ci si azzarderebbe un Marchetti. Vergogna! Un fondatore d'accademie! un impiegato superiore dell'Annona e grascia! un raziocinatore dell'illustre Consorzio de' fornaî! un galantuomo col frontino! Ve lo dirò io che cosa èperché io ho il naso lungo e le cose le capisco per aria. L'amico si trovava imbrogliato col numero delle sibillee sarebbe entrata nella misura una sibilla di più del dovere. E non serve che lo neghi; la faccenda deve essere andata sicuramente a quel modo. Circa poi al su' e al ve' conchiudete pure che il Signor letterato sa di grammatica quanto il Gobbetto Nalli s'intende d'intuonazione. Ma quello che fa scandalo e raccapriccio è il vederlo azzardarsi alle parole latine. Haeternum! aeternum coll'h!!! Dunque il signore non legge mai neppure l'uffiziolo della Madonna? Se facesse uso di quel libretto vi troverebbe infilzate di aeternum che non finiscono mai. Quando non si sa la lingua latina non si scrivono lettere per la postaconciossiaché la posta non è stata instituita per gli asini ma per le persone di garbo. E zitto.
Sicché Massi se l'è sentita all'osso pizzillo. Difatti la lettera di Biagini pizzicava più della frusta di cartapecora che temporibus illis mi fece assaggiare Michele il Campanaro nelle sale di D. Andrea Conti il cicoriaro del Collegio Romano. Intanto però la chitarra è venutae Massi imparerà a non tener gli uomini per Cassandrini. E zitto.
Ohascoltate entrambi adesso di Ciro. Giovedì 6 egli ed un altro convittore si esposero ad un pubblico saggio di geodesia. Un certo fratone dal centro della sala di udienza dimandò a Ciro una dimostrazione del modo di correggere le livellazioni per conto delle rifrazioni della luce. Ciro delineò una figura e poi si accinse al calcolo. A mezzo della operazione saltò fuori un ingegnere ad arrestarlo chiamando erroneo quel calcolo. Ciro lo lasciò parlaree quando colui ebbe finito gli rispose: Mi pare che il Signore prenda equivoco. La mia dimostrazione risponde benissimo alla dimanda che mi è stata fatta. Io debbo occuparmi della rifrazione della luceed ella pare voglia parlare della sfericità della terra. Mi lasci prima terminare il mio calcoloe poi colla stessa figura dimostrerò il secondo suo caso. E così accadde. L'uditorio rimunerò Ciro con un applauso. - E aveteamici miei carida notare che quel secondo caso neppure era compreso nell'indice de' capitoli ai quali i due Convittori eransi obbligati di dar risposta. - Finito il saggio tutti i maestrii Superiori e qualche altro astante andarono a rallegrarsi con Ciro perché senza suo sgomento avesse mortificato il Sig. ingegnereo ignorantese corresse in buona fedeo maligno se fu suo scopo il confondere uno studente. La Città intiera attribuisce però al Sig. ingegnere entrambe le qualità. - Sembra dunque non esser Ciro sì addietro nell'arte del calcolo. Ebbeneindovinatela un po'amici miei. Questo piccolo Matematico in erba va spiegando invece inclinazioni all'avvocatura. Dice che gli autori di eloquenza gli piacciono assai. MaCiro mio (io gli dimando) sarai poi forte nel latinonelle lettere e nell'arte oratoria? Egli mi risponde: Non dubitate Papà. - Iddio lo voglia. Ma che al successo avessimo poi ad ingannarci! Bastaintanto tiriamo innanzi sulle due viee quindi vedremo. - In tutti i casi una cosa non pregiudicherà l'altra.
Io partirò di qui lunedì o martedì: mi tratterrò in Terni una coppia o un terzetto di giornie poi m'incamminerò verso Romacciadovese non ci foste voi due e pochi altrimi parrebbe andare in galera. Per la qual cosasignori cosi mieinon mi rispondete perché la vostra lettera non mi troverebbe più qui.
Se tu o Biagini poteste portare in mio nome una notizia al R. P. Tessieri Direttore del museo Kircheriano mi fareste piacere. Si dovrebbe dirgli che dopo mille ostacoli ho ieri potuto finalmente parlare con questo Sig. Marchesino Orazio Antinorial quale aveva io fatto varie visite come pur molte ne aveva egli fatte a me senza mai scambievolmente trovarci. Egli dice avere già da qualche mese spediti al P. Tessieri parecchi uccelli preparaticonsegnandoli a un tal Massimi addetto all'Ospedale di S. Spirito e abitante in casa del perugino D. Benedetto Sebastiani accanto alla chiesuola di S. Giuliano al Sudario. Fra non molto procurerà di mandare i rimanenti che deve ancor preparare. Bramerei che il P. Tessieri sapesse queste cose prima del mio ritornoonde accelerargliene la cognizionetanto più che ne' primi giorni della mia dimora in Roma temo di aver faccende tali e tante da impedirmi di recarmi a riverirlo così presto come vorrei. L'ora più propizia per trovare il P. Tessieri è fra le 22 e le 23. -
Saluti ai soliti: abbracci a te: abbracci a Biasciuti:
Trecento Fabî in un sol giorno estinti. - chiusa in grazia della rima.
Il tuoil vostro Belli.

LETTERA 347.
A LUIGI MAZIO - ROMA
Di Ternivenerdì 14 settembre 1838
Mio caro Gigi
Ieri giunsi finalmente in questa cornuta (ese non avessi scrupolo delle parolaccedirei volentieri fottuta) città. A Perugia ho perduto due giorni nel labirinto vetturinesco. Oggi dovrei pormi in campagna pe' miei poveri affari; ma grazie a Diopiovee fra gli oliveti non si va né in tilbury né coll'ombrella.
Se dimani li Signor Tempo si contenterà mi recherò a questa benedetta via-crucis campestre: altrimenti quando la mia buona-stella vorrà. Debbo andare in giro per gli avanzi del vecchio rustico patrimonio di Cirogridando per piani e per colli e per valli: ossa aridavenite ad judicium; e così sempre si grida quando non si è avuto giudizio a tempo. Ma basta de' lai di Abacuc. - E quando sarò a Roma? - Eh... quando? Sperereivorrei lusingarminudrirei desiderio; avrei bisogno per la metà della vegnente settimana. Da martedì 18 in poi ogni giorno ogni istante può essere il mio. Ciò è bene che tu sappiaciò è bene che sappia Nannarellae la Casa et omnes habitantes in eae Biagini per tuo mezzoe Spada per mezzo di Biaginie gli altri amici per mezzo di Spadae il Mondo per mezzo degli altri amici. Non ti fidare del tuono di questa lettera. La leggerezza è in me spesso maschera della convulsione di spiritoo artificial mezzo di stordimento.
Salutami tuttie spendi questi quattro baiocchi per l'anima del tuo aff.mo cugino
G. G. Belli.

P.S. Non rispondere alla presentescritta con un zeppo prestatomi per amor di Dioperché forse il tuo riscontro non mi troverebbe in questa terra; a fra poco dovrò forse dire: Mantua me genuitCalabri rapueretenet nunc... Iddio sa qual catapecchio.

LETTERA 348.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Romamartedì 18 settembre 1838
Mio carissimo figlio
Partito ieri da Terni alle ore 4 pomeridiane sono qui giunto in diligenza questa mattina alle 8. Mi approfitto subito del corriere di oggi per darti notizie del mio ottimo viaggio e del buono stato di mia salutesiccome già te le detti in parte da Terni nel giorno 13. Eccomi dunque nuovamente in Roma ad occuparmi de' nostri affarionde far loro prendere a forza di perseveranza la migliore piega possibileoper dir megliodiminuirne il danno. Sono persuasoCiro mioche tu ancora sarai per cooperare al medesimo fine mediante una attenta e diligente applicazione a' tuoi attuali doveriil cui adempimento ti riuscirà un giorno di efficacissimo mezzo a stabilirti nel mondo e correggere gli oltraggi della fortuna. Divertiti intanto nel tempo delle vacanzee attendi a prendere nella ricreazione autunnale forze novelle e allegro coraggio per l'imminente nuovo anno scolastico. Riverisci per me il Sig. Presidente Colizzi e tutti i tuoi Sig.ri Superiori e Maestri: prendi da me mille affettuosi abbracci e credimi sempre il tuo amorosissimo padre.

LETTERA 349.
ALL'AVV. RAFFAELLO BERTINELLI - FOSSOMBRONE
Di Roma28 settembre 1838
Mio caro Bertinelli
Fra il vostro dolore vi prego di usare della vostra virtù per soffrire anche la molestia d'una mia letterache io vi scrivo però non colla intenzione di farmivi maestro di rassegnazione ma sì di mostrarvi come mi siete nel cuore e fra i primi de' miei pensieri. - Dopo la vostra partenza di Roma per ricondurvipovero Bertinellialle dolcezze della famigliaio infermai co' miei soliti accessi d'infiammazione nel sanguee così trapassai tutti i giorni sino al decimosesto di agosto in cui mi fu forza risolvermi a partire per Perugia. Il moto mi giovòe più poi l'aria di Perugia e la vicinanza del mio caro figliograndesanofortestudiosomodesto e gentile.
Queste cose io vi ho detto per farmi scusa presso di voi se non mi riuscì di recarmi allora alle Mantellate a ritirare il dolce ricordo della vostra pietosa amicizia. Ho però adempiuto a siffatto mio debito dopo il mio ritorno accaduto in questi ultimi giornied è attualmente con me quel caro pegno delle vostre fraterne più che amiche intenzioni. Ma la R. Madre Superioranel consegnarmelo con molta gentilezza di parole e di modimi afflisse col racconto di nuove sventure che voi certo non meritavateseppure con quelle a Dio non piacque provare ancora maggiormente la vostra cristiana fortezza. La R. Madre fece passare nel mio animo tutto il cordoglio che ella sente per le vostre tribulazionie fra noi si convenne che io vi avrei scritto per esser tolti da un'incertezza penosa circa all'ignorato esito della malattia del vostro ottimo padre. La buona Religiosa nulla ha più saputo dopo la notizia dei ricevuti conforti di religione dell'autore della vostra vita. Non vi spiacciaBertinelli miodirmene qualche cosa di piùonde sapere sino a qual grado noi dobbiamo o compiangervi o rallegrarci con voi.
Prima però di scrivervi ho voluto poter vedere il Rev. Prof. Tizzani che al mio ritorno seppi essere in Roma. Mi recai perciò jeri a S. Pietro in Vincoli per salutarlo e parlargli di voi. Non lo trovai e gli lasciai scritto il mio nome. Intanto perché non trascorra più tempospedisco questa mia letterae confido sarà da voi ricevuta con sentimenti uguali a quelli che me l'hanno dettata.
Stringete per me affettuosamente la mano a Torricellise lo vedete. Ma non dubito che lo vediatedacchè l'anima di lui soave e gentile nol fa mancar mai là dove siano lagrime da tergere e conforti da amministrare.
Vogliatemi benemio caro amicoe ditemi se qui posso far nulla per voi in contraccambio delle sollecitudini da voi concesse a mio vantaggio in questo mio tempo di disinganno. Sono di cuore
Il Vostro aff.mo e obbl.mo amico
G. G. Belli
Via Monte della Farina n° 18

LETTERA 350.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma14 ottobre 1838
Dall'ottimo tuo Signor Rettore ti sarà data questa mia lettera (responsiva alla tua 9 corrente)della quale mi favorisce esser latore il Signor Fiorelli che parte per Perugia con un altro figlio da collocare in Collegio.
Quello che tu mi dici intorno al proverbio araborelativo alla umana saggezzaè giustissimo. Troppo disdirebbe all'uomo il non divenir saggio che in grave età. In tutte le epoche della vita nostra dobbiamo amare il giusto ed il rettonel che risiede la prima saggezza che da noi esigono Iddio ed il mondo: in tutti i giorni del viver nostro abbiamo obbligo di acquistar nuova dottrina per conferire alla saggezza nostra progressivo aumento ed insieme un carattere più rispettabile. Non vorrei però che intorno a questo soggetto tu cadessi in un equivoco ed assumessi una opinione contraria alla comune sentenza che suole attribuire il senno alla età matura dell'uomo. Questo generale giudizio è esattissimo e vero quanto il proverbio araboquantunque sembrino fra loro in contraddizione. Dicendo il proverbio la saggezza si acquista non già col viver molto ma col vederee perciò non essere nel numero degli anni ma bensì nel cervelloviene a significare che se l'uomo aspettasse dal solo tempo la lucidità della mente e la umana prudenza vivrebbe ingannato dal suo proprio giudizio. Deve egli assiduamente affaticarsi in migliorare le sue facoltà intellettuali e correggere le inclinazioni del cuoreaffinchégiunto a vecchiezzala sua sapienza e la sua giustizia non sieno state il solo frutto degli anni ma sì ancora la conseguenza de' suoi virtuosi esercizii. Quindi fra due persone studiose di migliorarsil'una giovane e l'altra vecchiaquesta avrà più senno di quella perché operarono in suo prò e gli anni che corsero e lo studio che nel loro corso gli accompagnò: laddove quella non possederà fuorché il beneficio del sapereil quale però si acquista e cresce col beneficio degli anni. Dammio Ciroun giovane stato sempre solertee un vecchio stato sempre accidiosoed io ti dirò subito: ha più senno il tuo giovane; ed in ciò si verifica pienamente il proverbio arabo. Ma di un vecchio e di un giovane vissuti sempre entrambi innamorati della sapienza il vecchio godrà il privilegio di un maggior senno perché ebbe più tempo di acquistarlo col molto ed assiduo contemplare. Né senza motivo diede Iddio alla gioventù vivacità di spirito e capacità d'intraprendere: somministrò così ad esso i mezzi di farsi forte nel bene. Negletti que' fecondi semi a lui posti nell'anima e soffocate nella ignavia le buone disposizioni dello spirito e del cuorel'intelletto muore prima dell'uomo per difetto della prima cultura. L'ultima età della vita può conservare ma non già fare acquisto. Quindi scende al giovane la obbligazione di fare per tempo tesoro di cognizioni e di virtùondegiunto alla maturitàgodere del titolo onorato di savio che in ogni tempo fu specialmente ai vecchi (seniores) attribuito.

Cirola giovinezza è pari al Sole
Che mentre il mondo a illuminar si appresta
Rallegra il colleil prato e la foresta
E fin le balze più selvagge e sole.

Presso a lei tutto si compone in festa
E germoglian dai vepri le vïole
Mentre la fredda senettù si duole
Di viver pigraabbandonata e mesta.

Ma un Dio regola i fati; e se quei dienno
Al giovane vigorgioia e salute
Fer grande al vecchio un altro dono: il senno.

Tristo però il mortaleo filiuol mio
Che nemico del cielo e di virtute
Chiuderà l'intelletto al don di Dio.

Io già sapeva aver dato il Bosco un'accademia in Collegioed era persuaso che dovesse averti divertito.
Riverisci i tuoi Sig.ri Superiori e chi ti chiede di me. Abbiti mille saluti de' parenti ed amici nostrie così degli antichi domestici. Sta' benedivertitie ricevi benedizioni ed abbracci dal tuo aff.mo padre.

LETTERA 351.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma3 novembre 1838
Mio carissimo figlio
Dal cortesissimo Signor Fiorelli mi è stata recata la tua lettera del 28 scaduto ottobre. È dunque finito questo ottobredurante il quale tutti sogliono darsi a qualche ricreazione per ristoro dello spiritoaffaticato nell'esercizio de' rispettivi doveri. Ora ciascuno va ritornando a poco a poco alle interrotte occupazioni e al disimpegno delle proprie incumbenze. Ancor tumio buon Ciroti prepari di già a riprendere i tuoi studiquegli studi che debbonti far uomo; e mi piace che fra i motivi dai quali sei spinto a procacciarti istruzioni ed onoreabbi tu contemplato anche quello del decoro del tuo Collegio. Dicesti benissimoimperocché poco buon nome il Collegio ricaverebbe da allievi fiacchi ed asinelli. Bravo: studia per tepel collegio e per tuo padrea cui fuori di te non resta altro conforto. Sii dunque alacre ed operosoperché l'accidia è madre de' guai.
La tua lettera mi ha molto soddisfatto. Scritta con naturalezzae non priva di qualche buona graziase l'hai fatta da te (come spero) mi dà non poco a sperare de' tuoi futuri progressi. Ti conforto pertanto a continuare nel tuo stile disinvolto ed a scrivere francamente come parleresti se volessi discorrere di quelle medesime cose. Gli ornamenti del dire verranno di poi a poco a pocoe senza che tu te ne avveggaa misura che ti avanzerai nell'esercizio della classica eloquenza. Ma scrivi (te ne prego) sempre da teperché mai non saprebbe andar solo quell'uomo che sempre camminasse appoggiato.
Principiato che sia il nuovo corso scolastico mi parteciperai a quali studi abbianti destinato.
Intantosenza che tu me ne abbia fatta parolaio di qui so tutto quel che tu faie ti vedo sino fra i tuoi lavoretti meccanici. Come saranno graziose quelle scattoline di cartone pel gabinetto de' minerali! BadaCiroche le non ti vengano sciancate ed a sghembo. Vorresti che ti fischiassero? Grande scorno sarebbe questo per chi riscosse applausi nelle soluzioni di problemi geodetici e nel suono di sinfonie di Rossini.
Ed a proposito di musicagià m'aspetto di udirti nel settembre 1839 ad eseguire qualche gran concerto di formidabile difficoltà. Salutami il caro tuo maestro Signor Tancionie digli quale specie di presagi mi vada girando pel capo. E vorrei quindi che tu imparassi un po' d'accompagnamento; ma un po' per voltanon è vero?
Anche a Roma va principiando il rigido.

Ingruit hyems qualis solet esse novembris. (x)

Tu però hai tutti i tuoi pannerelli a propositoe col sangue bollente della gioventù ti riderai dell'inverno e de' suoi sfrenati rigori.
La pianta del Pincio non posso ancora mandartela perché non è ancora in ordine. Spada l'aveva finitama indovinala un po': gli si è imbrattata d'olioe deve rifarla da capo. Egli ci usa questa attenzione gentilee a noi non conviene una indiscreta petulanza. Ma l'avrainon dubitare. Ogni promessa è debito: promissio boni viri est obligatio.
Riveriscimi il Sig. Rettore al quale scrissi il 30 ottobre. Così pure presenta i miei complimenti al Sig. Presidenteed anche al Signor Prof. Benvenuti il quale si è incomodato a venire due volte in mia casa senza mai trovarmi. Né io sapeva la sua dimora: altrimenti sarei andato da lui. I parenti e gli amici e gli antichi nostri domestici ti salutano. Tu fa' altrettanto colla Sig.ra Cangenna e co' nostri amici perugini.
AddioCiro mio caro; ti abbraccio e benedico di cuore.
Il tuo aff.mo padre.

(x) Ti avvedrai che queste parole non sono un versobenchè ne abbiano il suono ed anche in parte le quantità prosodiache.

LETTERA 352.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma4 dicembre 1838
Mio caro e buon Ciro
Non prima del 2 corrente ho avuto la tua del 21 passatoalla quale oggi rispondo. È probabile che dopo qualche mese il Sig. Prof. Mezzanotte principii a prepararti almeno nella lettura del greco; eprendendo la metafora dal gergo de' giuocatorila sarà pure una mano avanzata. Mi rallegro molto per la tua buona salutené della mia ho attualmente motivo di lamentarmi. Iddio vorràsperoconservarci l'uno per l'altro.
Eccoti la storia della pianta del Pincio. Vedendo io che al nostro Spada mancava il tempo per rifarla dopo esserglisi macchiata d'olio la primané avendo io più agio di lui per occuparmeneda me stessoho pensato di rivolgermi all'autore del libro archeologiconel qual libro era riportata la pianta. Il detto autoreSig. Cav. Luigi Cardinalimio buon amiconon ne aveva altri esemplarima mi ha dato il rame onde farne cavare delle stampe. Io dunque le ho fatte eseguiree te ne spedirò otto o dieci copiealle quali ho fatto aggiungere il prospetto della piazza del popolo che apre l'ingresso al passeggio del Pincio. Ne terrai una per tee darai le altre a chi ti piacerànon trascurando il Sig. Rettoredove possa aggradirne egli la offerta. Ti prevengo però che lo stato attuale del Pincio ha subito qualche piccola variazione da ciò che viene indicato nella pianta. Se non troverò più sollecite occasioni ti spedirò le stampe insieme col solito piccolo regaletto di pangiallo romano.
I nostri parentiamici e antichi domestici ti son grati per la memoria che conservi di loro. Ciò fa onore al tuo cuore. Essi tutti ti risalutano. - Studia di cuoreCiro mioe divieni sempre più un ometto. Riveriscimi i tuoi Sig.ri Superiori e la Sig.ra Cangennadi cui il Sig. Biscontini mi ha recato i saluti. Ti abbraccia e benedice il tuo aff.mo padre.

LETTERA 353.
AL PROF. ANTONIO MEZZANOTTE - PERUGIA
Di Roma6 dicembre 1838
Gentilissimo amico
Ho ritirato dalla posta la vostra ode il 6 settembrependant (come direbbero i francesi) del 5 maggio del Manzoni. In quest'ultima però si parla di Morte e di Sbigottimento: nella vostra suona vita e speranza. Io ve ne ringrazio di cuore.
Riguardo al greco per Ciro il Sig. Rettore Bonacci mi scrisse: io gli risposi: egli mi ha replicato. Nella piega presa dal Collegio riguardo ai metodi d'istruzione convien prendere ciò che si può e come si può.
Intanto vi son grato delle cortesi disposizioni del vostro animo a pro di mio figlioe farò ancora ch'egli le valuti quanto deve. Tutto ciò che nel greco potrà Ciro acquistare prima del suo egresso dal Collegiosarà sempre un di più da non trascurarsie gli gioverà per gli studi posterioricome voi benissimo ditedovunque abbia a farli.
Se io avessi tempo da ricopiareche non l'ho davverovi manderei in piccolissimo contracambio della vostra nobile ode un'altra mia odescritta a sospetto di fuga per recitarla nell'Accademia solenne dei tiberini domenica ventura. È intitolata L'arrivo di Milorde tratta in uno stile tra il serio ed il faceto dell'attuale affitto delle case di Roma. Ve la farò peraltro sentire a suo tempo in Perugiae sino a quell'ora dormirà fra le mie scompigliate cartacce:

Tum resurget creatura
Iudicanti responsura.

Riveritemi la vostra famiglia e Sig.ri Prof.ri Antinori e Massari. Sono cordialmente il V° aff.mo a.co e servit.e
G. G. Belli.

LETTERA 354.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
Di Roma11 dicembre 1838
Mio sempre caro e onorevole amico
In seno alla obbligantissima vostra del 2 corrente ho trovato un ordine di Sc. 14:60 tratto dal conte Filippo vostro fratello sopra questo Sig. Paolino Alibrandi foriere delle guardie Nobili; e con questo io sono saldato del trimestre di luglio agosto e settembre ultimi sul sequestro dello stipendio del Sig. Mar. Antonio Trevisani. Sarei veramente un indiscreto se non che una parola ma un solo pensiere io movessi sui piccoli ritardi della esigenzadei quali voi avete voluto gentilmente chiedermi tolleranza. A me basta che la Cassa pagatrice non differisca i pagamenti scadutiallorché Le sono richiesti. Quel che poi passa fra Voi e me non deve alterare le vostre occupazioni e angustiarvi. Io so che Voi pensate a mee questo mi tiene tranquillo. Quando potrete esigere il cadente trimestre lo fareteed io ne attenderò il risultato a vostro comodo e ve ne sarò sempre obbligato come lo avessi avuto nel giorno stesso della scadenza.
Ricordatevimio caro e valoroso amicoche se pubblicherete qualche altro vostro lavoroo archeologico o d'altra naturaio mi terrò in credito di un esemplaree non vi assolverò mai dal peccato della omissione.
Nella sera di domenica 9 l'Accademia tiberina tenne solenne adunanza con un discorso del Padre Rosani generale dell'Ordine delle scuole Piesui romanzi storici. - Vi si udì un superbo poemetto in versi sciolti del dottore Fava di Padovasulle rovine di Tivoli. È il poemetto diretto a Chiara Ferretti una delle tre amabili figlie di questo nostro letterato Giacomo Ferrettie trovasi recentemente stampato in una elegantissima strenna del Vallardi di Milano. - Io dissi un mio strambottaccio intitolato: L'arrivo di Milord. Qualche socio dell'Accademia vorrebbe farlo pubblicare come già il Goticismo. Sono io però convinto che gli accadrà la sorte de' miei versi intitolati Bartolommeo Boscoi quali non ottennero il lascia-passare. Ma se mai avvenisse il contrariola prima copia sarà pel mio Neroni. In detto scritto è attaccato un po' vivacemente un certo uso moderno di Roma.
La mia salutedella quale mi chiedete cortesemente notiziava reggendosi alla meglioe per la vita che debbo menare posso chiamarmene contento. Contribuisce però a conservarmela il conforto che mi viene continuamente da Perugiadonde mi scrivono sempre lusinghevolissime parole intorno al mio Ciro. Se non avessi questo ragazzomèta e premio di tutti i miei pensierisarei già caduto a pezzetti.
Bramerei di sapere anch'io come vada la salute vostra dopo gl'incomodi che già mi annunziaste; e così pure mi fareste cosa graditissima se mi poneste a parte delle soddisfazioni che possano venirvi dalla vostra famiglia. Voi meritate di essere fatto felice. Ho udito a dire che stia per venire a Roma la moglie del Conte Orazio Piccolomini. Ne ha egli scritto a qualcuno che gli ho io fatto conoscere allorché vi è venuto l'ultima volta. E voi? Non vorrete voi più riveder Roma? È fatta più bellasapete? Il formale presso a poco si mantiene lo stessoma il materiale ha migliorato d'assai; e per solito in Roma non si cerca che questo.
Vi ho pregato più d'una volta de' saluti per Pippo Lenti e pei Voltatorni.
Non vogliono più essi ricordarsi di un vecchio conoscente?
Addiomio caro Neroniamate sempre il vostro sincero e obbligatissimo amico
G. G. Belli.

LETTERA 355.
A NATALE DE WITTEN - ROMA
[25 dicembre 1838]
Corre al mondo una voce universale
E sino per le stampe è stato detto
Il misero poeta esser costretto
A morirsi di fame all'ospedale.

Eppure la poesiaSignor Natale
Oggi ha fruttato un pranzo al mio sonetto;
E quattordici versiio parlo schietto
Mi par che un pranzo non li paghi male.

Ahse le cose a questo modo or vanno
Mi do tutto ai sonettie spero bene
Farne trecensessantacinque all'anno.

Anzi chi sa se aprendomi due vene
In luogo d'unainsiem non mi daranno
Co' pranzi ancor le rispettive cene?

25 Xbre 1838
996

LETTERA 356.
AL PROF. ANTONIO MEZZANOTTE - PERUGIA
Di Roma5 febbraio 1839
Mio buono e gentilissimo amico
Il Prelato Monsignore Gabriele LaureaniCustode generale d'ArcadiaCustode della biblioteca Vaticanaabita nel Vaticano.
Conosceva io già e pel mezzo del Sig. Rettore Bonacci e per quello ancora di Ciro le vostre cortesi disposizioni verso di quest'ultimoconfermatemi poi da Voi stessoa cui feci i miei ben dovuti ringraziamenti. E recentemente il mio Ciro mi ha annunziato il principio delle lezioni destinate a fargli anticipare qualche parte della istruzione che gli dovrebbe toccare nel venturo 1840. Di ciò io aspettava a ringraziarvi con tutto il cuore nella prima occasione che mi si fosse offerta di scrivervi. Voi obbligantissimo me la porgete oggi e con parole e con fatti che tutto mi empiono di conforto e di riconoscenza. So bene come dovrò scrivere a Ciro.
Sempre più mi cresce amore per il mio caro figlio udendone gli elogi in bocca di sapienti e gravi personefra le quali il vostro voto mi vale per molti. È buonopovero Ciroe fa il suo dovere. Ed io farò il mio verso di lui. Se Iddio mi concede tant'altro di vita da vederlo adultospero di lasciarlo nel mondo uomo onesto e onorato.
Seppi purtroppo la perdita lagrimevole da noi fatta nel virtuoso Antinori. Morì egli il sabatoe nel seguente lunedì già io lo piangevadolendomene con quanti mi capitavano avanti. Mi prese anzi in mal punto la luttuosa notiziaavendomi trovato infermoe però in maggior disposizione a risentire la tristezza dei dolenti annunzi. Ottimo uomo! In età ancor sì fresca mancare alla vitaagli amici che lo veneravano e alle lettere che egli illustrava e coi costumi e colle opere! Compatisco al vostro dolore e vi credo. Voi che avete sempre vissuto con lui in uniformità di studi e di sentimenti! Vi sarò gratissimo della elegia che mi promettete e che mi giungerà cara tanto pel soggetto quanto per chi lo trattò. Credo che in essa avrete fuso il concetto espressomi nella vostra lettera cioè: Si diradano assai quelli dell'antica scuola: ed oggi chi resta? i pazzi guastatori d'ogni bell'arte. Amen.
Abbracciate per me il mio Ciroe ditegli essersi da me ricevuta la lettera sua del 28 gennaio insieme con i librie tutto ciò pel mezzo del cortesissimo Sig. Marchese Rodolfo Monaldi. Io gli risponderò non appena avrò da lui avuti i dettagli de' voti del trimestresecondo il solito. Intanto io gli aspetto assai buonipresso quanto me ne avete detto voi in genere.
Amate il vostro aff.mo e devotissimo amico e servitore.
G. G. Belli

LETTERA 357.
AD AMALIA BETTINI - LIVORNO
Di Roma26 febbraio 1839
Mia cara Amaliapare insomma che Livorno sia per me un luogo di propiziazione. Tutte le vostre lettere mi giunsero date da codesta benedetta cittànon esclusa pur quella ultima del 3 luglio 1837 su cui invece di Bologna scriveste Livorno. Fra Livorno e me esisterebbe in voi forse un'idea intermediauna immagine riconciliatriceun influsso di graziache scendendovi in cuore ve lo ammollisca e vi faccia dire povero Belli? E così questo povero Belli ha avuta la vostra celeste letterina del 20 correntel'ha lettal'ha rilettae poi l'ha studiatae finalmente ha esclamato: Ohla dolcissima cosa! che se in questo beato secolo di tribuna e di calcoli fosse lecito il turbare la requie alle ceneri de' Numi ed alle ossa delle Fateioda buon pastorello di Arcadiavi canterei come i vostri caratteri abbiano rinnovato sull'ira mia quel miracolo stesso che già le vipere di Medusa operarono sulla balena di Andromedae lo scudo di Atlante su quell'altro animalaccio di Olimpia. Tenendomi però nel giusto mezzo fra le vecchie e le nuove dottrinenon profaneròsperola moderna filosofia con l'assicurarvi essere pe' vostri incantesimi caduto dal mio petto lo sdegnoal modo che il divino balsamo fece uscire il ferro dalla gamba di Enea. E tutte queste perle di erudizione ve le regalerei ancora a compensare il seducente quadretto da voi dipintomi della riposata cameruccia in cui fingete seguir dovrebbe un nostro ingenuo colloquio. Ma questo colloquio accadrà egli più? Sino a tutto il 43 (cinque anni!) no certamente; e poi?... Dopo io sarò vecchioavrò la podagrae rimarrò incapace di sentire il fuoco de' vostri discorsi. Voi mi avete mandata una lettera aperta: io ve ne rendo una chiusa; ma in ogni modo la penna non è mai buona procuratrice della lingua. La mia salute? ehla mia salute si risente della tristezza del mio animo; e questo ve lo dico sul serio come vi direi tante altre cose che non vi dico. Non badate alle mie barzellette. Richiamato ai tiberinidopo dieci anni di silenziorecito parole che li fanno sbellicare dalle risamentre pure io scrissi coi sospiri sul labbro e colle lacrime agli occhi.
Conosco il tasto della ilarità. Tocco quelloed esso fa l'uficio suo. Io rimango intanto freddo e malinconico. E voi siete lietaAmalia? Le vostre gloriela salute vostrae il prospero stato della Mamma e della sorella mi sembrano per voi operosi elementi di buon'umore. Or benerallegrate me pure e non potendo venir qui in carne ed ossa veniteci almeno nella litografia che vi fu fatta per la Pia de' Tolomei. Oh! mandatemela; me ne avete messo un desiderio da anima purgante. Ravviserete subito l'Amalia: così mi avete detto. Possibile che non troviate un pellegrino che voglia visitare questi nostri santuarii! cercatelo per mare e per terrae munitelo in viaggio della vostra immagine. Io poi la metterò sotto cristalloe le dirigerò mattina e sera fervorose giaculatorie. Va bene così? Un po' bene e un po' male; ma il nulla è poi meno del pocosiccome vogliono gli aritmetici. Chiedete versi? Eccovi ubbidita: tal sia di Voi. Oggi l'Arrivo di Milord: un'altra volta Bartolomeo Bosco. Prima però dei versi terminiamo la prosae chiudiamola con due belli salutonigrandi come le Ande e i Pireneiuno all'amabile Sig.ra Lucrezia e l'altro alla buona appiccicarella. Sono e sarò sempre di cuore il vostro
G. G. Belli

Ho mutato pensiero. Questo avanzo di pagina doveva servire al principio dell'ode. Ma no: facendo bene i conti della materia e dello spazio mi accorgo che i versi possono star tutti da loro in una delle due carte e lasciar questa tutta alla prosa e all'indirizzo. Così volendo mostrar quelli e non questasi fa una bella divisione fra gli agnelli e i caprettie quali mandansi in cielo e quali agli abissi. Alcuni de' tiberini volevano stampare questa ode (e le ottave su Bartolomeo Bosco) come fecero imprimere il Goticismo. Ma il permesso de' superiori... Allora pensarono farne pubblicaz. altrove. Io mi vi opposiper la difficoltà della correz. fuori degli occhi mieispecialmente alla ortografia e alla interpunzioneda me adottatenel che sono fastidiosissimo. Vi avrei colla stampa risparmiati un po' gli occhi.

LETTERA 358.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
[14 marzo 1839]
Mio sempre carissimo amico
Coll'ordine tratto il 2 corrente dal vostro fratello Sig. Conte Filippo sopra questo Sig. Paolino Alibrandie da voi speditomi nella vostra del 4giuntami non prima dell'11io ho esatto la somma di Sc. quattordici e baiocchi cinquanta procedente dagli Sc. 14:59 1/2 saldo dell'ultimo trimestre del prossimo passato anno sulla mensile ritenzione a carico del Sig. Marchese Antonio Trevisani che voi vi compiacete di esigere per me; e i detti Sc. 14:50 (depurati dal bollo per la quietanza solita a rilasciarsi costìmeno qualche inconcludente frazione di cui non occorre parlare) il Signor Alibrandi me gli ha pagati benché non avesse per ora fondi del Sig. Conte Filippo.
Come m'affiggemio caro e buono amicol'udirvi sempre incomodato co' vostri dolori reumatici! Tanto più vi compatisco in quanto so anch'io per prova ciò che si soffre per questo male aspropigroe affliggente lo spirito ugualmente che il corpo. Dal principio dell'anno sino ad oggisono già stato tre volte infermo di reumae obbligato a giacere in letto parecchi giorni per volta. Il resto del tempoossiano gl'intervalli fra l'una e l'altra malattiami scorre pure assai tristo perché un continuo e non lieve dolor di testa mi tormenta e si oppone al libero esercizio delle mie facoltà mentali e della mia persona in servigio de' poveri affari del mio caro figlio. Pazienza: Iddio mi vuol mortificare nella parte più delicata e sensitiva.
Per farvi passare un momento di più con me avrei voluto trascrivervi qualche cosa che nell'anno scorso dissi in Tiberinama vi assicuro che lo scrivere m'offende assai la testaperché l'applicazione di qualunque generee più quella degli occhiesacerba la mia emicrania. Il mio medicoeccellentesta in osservazione sui caratteri di questo male onde procurarmi un rimedio non peggiore del male come talora purtroppo accade. Confortiamoci entrambimio ottimo amicoe speriamo dopo le nuvole il sole.
Io vi rinnovo intanto le proteste della mia gratitudine pei fastidi che vi prendete per mee mi rammarico di non sapere in qual modo mostrarmivi riconoscente fuor che di parole. Ma dovunque voi mi giudichiate atto a servirvi avrete sempre in me un sincero amico e un servitore diligente.
Il vostro aff.mo G.G. Belli
Di Roma14 marzo 1839

LETTERA 359.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma4 aprile 1839
Mio carissimo figlio
Riscontro le tue lettere del 19 e 30 marzo cadutoringraziandoti degli augurii che nella prima mi fai per San Giuseppe e nella seconda per la Santa Pasqua. Non occorre che io ti dica da quali sentimenti sia nel mio cuore corrisposta la tua dimostrazione di affetto.
Dal Signor Caramelliche dopo la notizia da te datami del suo ritorno fui a visitareho ricevuto speciali informazioni intorno al buon stato di tua salute e alla soddisfazione de' tuoi Sig.ri Superiori pe' tuoi portamenti.
Quando il Sig. Avvocato Pieromaldi avrà potuto tornare a vederti aggradirò di sapere cosa ti sia sembrato di Lui e della sua gentilezza.
I versi che t'inviai sono abbastanza ricompensati dal piacere col quale mi assicuri averli ricevuti e letti. Non ti dispiacereCiro miose la natura sembri non volerti poeta. La poesia è dolce ed amena cosama seduce un po' troppo lo spirito di chi a lei si dedica ed io so di avere perduto per essa una parte preziosa de' miei anni giovaniliche avrei potuto più utilmente impiegare. Amerò sempre meglio che tu gusti la buona poesia altrui anziché vi ti eserciti tu stesso. Oggi vi è troppo da fare nel mondo; ed un discreto scrittore di prose otterrà più favore dalla moderna società e assai maggiori mezzi di esistenza che non un poeta anche ottimo. Segui dunque le disposizioni della tua mente la quale tende più al positivo che all'idealené ti dolere se la fantasia ceda in te all'intelletto. CredimiCiro: un giorno te ne troverai contentissimo.
Non sei stato esattamente informato circa alle Commedie scritte appositamente per questo Ospizio di San Michele. Non mai il Nota ma sì il Giraud ne compose alcune di lieve portatae tutte per soli personaggi maschili. Queste però non videro mai le stampe; né poi è sì facile il farne ricopiare i manuscrittii qualicome puoi ben pensareappartengono esclusivamente al luogo pio come privata proprietà. Il Sig. Cardinal Tostiche li conserva presso di sénon me li comunicherebbe in niun conto quando anche io avessi con Lui qualche aderenza. Questa è anche la opinione di qualche altra persona con cui ne ho tenuto proposito. Tu sai se io amerei soddisfarti in ogni onesto tuo desiderio. Esistono alcuni volumetti di commediole composte da Giulio Genoino di Napolie stampati in quella Città coi tipi della società filomatica nel 1831. L'opera è intitolata Etica drammatica per la educazione della gioventù. La metà delle commediole è scritta per soli uominie l'altra metà per sole donne. Se quelle convenissero al tuo collegiose ne potrebbe far ricerca; ma bisognerebbe prendere tutta la collezione (che mi pare di 8 volumi) perché in ogni volume si trova una commedia per uomini ed una per donne.
I nostri parentigli amici e gli antichi domestici ti ritornano i loro saluti. Tu rendi i miei ossequi a' tuoi Sig.ri Superiorialla Sig.ra Cangenna e agli altri amiciprimo fra i quali il Sig. Prof. Mezzanotte.
Ti abbraccia e benedice di vero cuore
il tuo aff.mo padre

LETTERA 360.
AD AMALIA BETTINI - BOLOGNA
Di Roma13 aprile 1839
Mia buona Amaliai numeri son duemi gridava una volta il maestro fra stirata e stirata d'orecchio: i numeri son duee le persone son tre. Nel sèguito della mia vita ho poi verificato che il maestro aveva ragione. Ma allora che per ricreazione mi si dava la tombolai numeri mi parevano tanti! Eppure non son più di due: singolare e plurale. Il primo riservato a una sola personail secondo esteso a tutto il genere umano. Le porzioni non paiono per verità troppo giuste: vi figura forse un po' troppo il sistema monarchico; ma le hanno fatte così e ci vuol pazienza. Almeno i Greciincastrandovi in mezzo il dualev'indoravano la pillolae il passaggio restava men duro. Peggio poi quando i legislatori delle buone creanzecacciato il naso fin ne' codici delle lingueimbrogliarono ogni regime de' precedenti sistemi. Qui voi mi chiedereteo cara Amaliaperché tanto preambolo a una lettera familiare. E appunto qui vi voleva. Nella parola familiare sta la chiave del mio Abracadabra. Uditemi bene. Del Leidell'Ella e del Vossignoria io non ho mai fatto uso con voifuorché nell'indispensabile cerimoniale de' primi colloquii. In appresso e a voce e in carta venne fuori sempre il voinon tanto per ossequio ai bandi del galateo quanto perché realmente le vostre graziela bontà vostra e i vostri talenti vi facevano parere a' miei occhi un compendio di molte care persone. Ma appunto pel complesso delle vostre qualità avvezzatomi quindi a considerarvi men prima che unica nel vostro sessoandò la logica riprendendo a poco a poco i suoi diritti sulla mia mentesì che mi vidi più d'una volta in procinto di accogliere nelle mie lettere le schiette regole grammaticali. Quando però al ruminare quella dolce seconda persona del numero singolare io mi sentii un certo sollevamento nuovo di costolepresi sospetto non venirmi forse il consiglio direttamente dal cervelloma che invece un altro viscere più impertinente cercasse di cavar la castagna con la zampa del gatto. E infatti conobbi poi essere stata una tentazione bella e buonauna tentazione cordiale mascherata da nome e da verboperché la mi svanì ad un segno di croce. Senza di ciò Voipovera Amaliasareste oggi stata stordita da un tu tu tupeggio che da una batteria di girandola.
Venendo ora alla refrigerante vostra lettera del 14 marzoeccovi i principali motivi de' quali non ne riceveste da me una risposta a Livorno fra 8 giorni siccome mi avevate ordinato.
1) Faceste l'indirizzo in Casa Ferrettial ponte della farina; ed io abito al Monte della farinae non in casa Ferretti. Ciò produsse alcuni equivoci pe' quali la vostra del 14 mi giunse il 21 allo spirare cioè del prescritto ottavario.
2) Il vostro foglio mi trovò in letto con reuma e potente emicrania.
3) Mi piaceva rispondervi a ritratto veduto; e questo di giorno in giorno sembrava dover essere qui. Il Sig. Cav. Rosati però non l'ebbe prima del 10 corrente alle 11 antimeridiane. Me lo mandò subito.
4) Circolava una voce che sarebbe venuta a Roma la compagnia Nardelli per la primavera. Presso le notizie da Voi datemi sull'impegno con Bologna io non ci credeva gran fatto! ma pure avendo io visto apparecchiare il teatro e pagarne l'affittostavami aspettando lo scioglimento di questo nodo gordiano. Avrei assai assai più amato rispondervi colla lingua che non colla penna.
Oraio son guaritoil vostro ritratto è innanzi a' miei occhivoi siete a Bologna: dunque conviene usare l'inchiostroriserbando il fiato a migliore occasioneche il cielo si degni affrettare.
Già si prepara la cornice per la mia Amalia litografica. Caro quel ritratto! Eppure v'è chi sostiene che non vi somiglia; e bisogna litigare. Io però me lo guardo e gli faccio le mie confidenze. Ma ditemi: voi me ne prometteste un esemplare ed io ne ho avuti dueuno cioè in carta della Cina ed un altro in carta comune. Il secondo debbo io darlo a qualcuno? Debbo darlo a Ferretti? A...
Avete voi mai veduteAmaliale belle sale della romana accademia filarmonica? Mi pare di sìe credo vi ci conducesse un Angiolo; benché fosse stato anche un demonioil paradiso ve lo formavate da voi. Ebbene l'accademia tiberina vi ha trasferita la sua residenza; e la sera del lunedì 8 vi si tenne la prima adunanza con prosa di Ferretti sulla vita e le opere di Francesco Avelloni. Verso la metà dell'Accademia io declamai una elegia della Taddei sullo stesso argomento della prosae infine chiusi il trattenimento leggendo 84 miei versi rimastidivisi in 6 gruppetti di 14 versi l'unointitolati: Il campione de' vocaboli - Una parola di lingua - Il purista -Il neologo - I testi di crusca - Lista del centro destro. Ve li trascrivereima un foglio di carta non è poi la piazza di S. Petronio.
Dal mio ritorno fra i tiberini non iscrivo più nel vernacolo popolare. 2000 sonetti pare che bastino e avanzino. E voisignorina miacosì mi andate voi propagando le mie bosinate? Invece di cacciarlecome direbbe l'Arciconsolonel dimenticatoiole fate ronzare nelle orecchie de' buoni cristiani! Ma avete ragione: son roba vostra; e della roba sua ciascuno può usare a suo genio. Io però protesto contro le conseguenze: e vi cito alla rifazione di dannispese e interessi. Intanto eccovi il Bartolomeo Bosco. Questo non ha paura di Voiperché è capace di dimenticarvi fra le mani un indulto per la quaresima. Guai a chi la piglia coi maghi! Fossi mago iovi farei uno scongiuro. Voi dite che ci rivedremo. Amen; ma intanto gli anni volano e la vita se ne va a spasso. A questo proposito udite:

Vedeste voi questo mantel consunto.

Insomma vi ho scritta un'altra lettera più grande della repubblica di S. Marino. Con simili carteggi si paga la posta a ragion veduta.
La Ferretteria vi manda pel mio mezzo cento e un salutoad uso di salva reale. Ed io vi prego aggiungervi uno zeroe farne così mille e dieci per mio conto alla Sig.ra Lucrezia ed alla cara appiccicarella. Altro che i 110 ceci!...
Ohè ora di finirla. Prendetevi un bacio sulla mano dal
vostro poeta cesareo
G. G. Belli
Monte della Farina18

LETTERA 361.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma23 maggio 1839
Ciro mio
Dalla tua cara lettera del 16giuntami in ritardoho con piena soddisfazione ricavato intorno al successo de' tuoi esami quanto può farmi fede della diligenza colla quale tu hai nello scorso trimestre atteso ai tuoi doveri relativi allo studio. Mi pare insomma che di ottimi non sia penuria. Macte animo dunquemio caro Ciroe innanzi senza paura. - Il risultamento de' voti di scuola pel corso del trimestre in matematica me lo manderai un'altra volta: per ora mi è bastato il voto generale del saggio.
Aggradisco le gentilezze del veramente obbligante Signor Conte Ranieri. Sono io però stato sfortunato qui in Roma circa al praticare con lui gli atti del mio dovere. Di tre volte che ho cercato di visitarlo non l'ho trovato in alcuna. La prima volta parlai col di lui domesticola seconda colla padrona della Casa dov'egli abitavae l'ultima volta lasciai un mio biglietto di visita nel buco della chiave della sua porta.
Anche qui abbiamo avuto finora un pessimo tempo e stravagantissimo. Da molti e molti anni le stagioni han perduto il regolare lor corso; cosicché dal freddo si passa rapidamente al caldo estivoe dall'estate si precipita poi nuovamente nei rigori invernalisenza quelle intermedie gradazioni di temperatura così necessarie affinché i nostri organi si abituino dolcemente ai passaggi da uno all'altro estremo. Cause astronomiche di simili stravaganze non ne esistonocome alcuni semplici van credendo e spacciando: bisogna dunque cercare la spiegazione nel nostro globo stessoe attribuirle forse a qualche squilibrio elettrico fra l'atmosfera e la terra. Infatti i generali e frequentissimi terremotigli uraganiinondazionii contagi ed altri paurosi flagelli che tuttogiorno udiamo annunziarciuniti alle acquealle nevi e alle grandini fuori di stagione per le quali soffrono e i nostri corpi e le nostre campagnenon paiono potersi riferire fuorché ad un agente potentissimo qual'è l'elettricismosiccome tu saprai fra poco tempo nello studio della fisica. Sarà per te molto piacevole lo studio di quella scienzache apre gli occhi sui grandi fenomeni e sulle più vaghe operazioni della natura. Ecco dunque passato l'arido delle tue mentali applicazioni: ecco verificarsi a poco a poco le mie predizioni e le mie promesse. Ciro(io ti diceva anni indietro) Ciro mioi tuoi studi attualile tue elementari pratiche possono assomigliarsi ad una rozza portaad una ripida scalaper cui si vada ad un appartamento pomposo e tutto splendente di lumi per un lieto festino. -Tu già ti trovi nelle prime sale di quell'appartamento magnificoe già travedi la luce delle superbe stanze più interne. Segui ad inoltrarti con franco piedee presto ti vedrai in mezzo a un delizioso spettacolo.
Ho scritto il 16 alla cortesissima Sig.ra Cangennala qualecome tu devi sapereè stata male; ma tu non me ne dicesti mai nulla. Ella s'incarica colla sua solita bontà di provvederti ciò che per ora ti è necessario. - Meno qualche ostacolo che vi si frapponesse io ti riabbraccerò nel giorno 19 agosto.
Riveriscimi tutti i tuoi Sig.ri Superiori e Maestrie ricevi i consueti saluti di quanti ti conoscono. Sono abbracciandoti e benedicendoti di vero cuore
il tuo aff.mo padre

P.S. - Ho dovuto riaprire la letteraessendomi imbattuto per la via nel portalettere che mi ha dato un foglio scrittomi dal Sig. Rettore il 20 corrente.
Dì dunque in mio nome al Sig. Rettore che io non ho alcun rapporto con Direttore del Diario romano; ma che nulladimeno appena avrò avuto dalla posta il caricamento sotto fascia (del quale egli mi parla) mi darò tutto il pensiere di servir Lui e i Sig.ri Consuperiori del Collegionel che spero di riuscire senza molta difficoltà.
Non avendo io però potuto ancora ottenere dalla posta il ridetto invio sotto fascia non sarà così facile che la riproduzione di esso possa accadere nel più prossimo numero del Diario. In tutti i modi farò il meglio che mi sarà possibile.

LETTERA 362.
A GIUSEPPE NERONI CANCELLI - S. BENEDETTO
[29 maggio 1839]
Mio caro ed onorevole amico
Ieri al giorno mi fu da questo Sig. Paolino Alibrandi pagato l'ordine di Sc. 14:50da Voi speditomi in seno a Vostra del 21per l'ammontare di Sc. 14:59 1/2 relativi al primo trimestre del sequestro Trevisani dell'anno corrente. Io seguo sempre a ringraziarvi dell'amabile cortesia colla quale Vi compiaceste usarmi questo per Voi fastidioso favore.
Basterebbe la molta amicizia che io vi professoe che meritate da chiunque conosce le vostre care dotiperché io mi rattristassi per l'ostinato malore che vi tormenta; ma un'altra cagione ancora si unisce alla prima onde più e più Ve ne compatisco quella cioè de' miei patimenti per un dolore di capo fisso e invincibile da varii mesi. Non mi lascia esso in pace né giorno né notte. Chi penamio caro amicosi fa più carico delle altrui sofferenze. Varii medici da me seriamente consultatie messi con diligenza al fatto de' sintomi di questo mio malannosono tutti d'accordo nell'attribuirlo ad un indebolimento de' nervi cerebrali. Mi curo quindi in coerenza di simile dichiarazione; ed oltre la cura positiva debbo unirvi la negativaconsistente nell'astinenza da ogni mentale travaglioeccettuati quegli indispensabili voluti dagli affari del patrimonio del mio figliopel quale anche morrei con ilarità quando ciò potesse essergli utile. Senza però il divieto de' medici sento già abbastanza in me stesso la incapacità degli esercizii di spiritotanto le mie facoltà intellettuali hanno perduto la loro energia. Pochissimo concepisco e nulla ricordo. Pazienza: passerà forse anche questo; benché nella età mia si può al più conservare ma difficilmente si ricupera il perduto. Lasciamo ad ogni modo che il cielo si ricordi di noi e ci sollevi dai nostri patimenti. La rassegnazione è pure un confortoquando non ne abbiamo un migliore.
Amatemi sempre siccome vi amo e vi onoro.
Il vostro obb.mo amico G.G. Belli
Di Roma29 maggio 1839

LETTERA 363.
A CIRO BELLI - PERUGIA
Di Roma15 giugno 1839
Mio caro figlio
Veramente riscontro un po' tardi la tua del 1° corrente; ma avendo io disegnato di mandarti la mia risposta per mezzo del Sig. Avv. Salvador Micheletti che venne a dirmi prossima la sua partenzanon ho potuto eseguire il mio progettodacché il viaggio del Sig. Michelettiche doveva accadere fin dal 10si è andato differendo di giorno in giorno.
Ho con estremo piacere rilevato dalla tua lettera che le mie assicurazioni circa al diletto a te preparato dalla fatica degli studi inferiori vanno a poco mostrandoti la verità da cui mi furono dettate. Eppure non sei ancora entrato pienamente nel dominio delle scienze le più proprie a consolare l'intelletto ed il cuore. Poco però ti resta a percorrere di camminoe ben presto sarai quasi in un mondo novello. Te lo assicura il tuo Papà che è il primo amico che tu possa avere su questa terra.
I successi di tutto il trimestre nella tua applicazione dell'algebra alla geometria son tali da appagare qualunque uomo il più esigente. Su cinquanta voti riportare 46 ottimi e 4 beni non mi par poco onore: Iddio ti rimuneriCiro miodel conforto che tu mi dai. Resto sempre nella mia determinazione di partire da Roma il 19 agostosalvo qualche ostacolo imprevedibile.
Intanto rispondimi alle seguenti dimande
1) Vuoi tu che io ti porti un altro volume di musica