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Le marionette parlanti

di Giovanni Verga

 

Si rappresenta

Come il MESCHlNO andò perle CAVERNE

E trovò MACCO in forma diSERPENTE

Col quale parlò

E giunse alla PORTA della

FATA

Indi farsa con

PULClNELLA

Il cartellone portava dipinto il Meschinoarmato di tutto puntocontro un drago verdeil quale vomitava delle lettere rosse che dicevano:Ebbi nome MACCOe andai facendo male sin da piccino: tuttaopera di don Candeloroil quale dipingeva anche le scenesuonava la grancassavestiva i burattini e li faceva parlareaiutato dalla moglie e daicinque figliuolitalché in certe rappresentazioni c'erano fin venti epiù personaggi sulla scenacombattimento ad arma biancamusica e fuochidi bengalache chiamavano gran gente.

Diciamo cinque figliuoliperò uno di essi veramente era figlio non sisa di chiraccolto da don Candeloro sulla pubblica via per caritàedanche perché aiutasse a lavare i piattisuonar la tromba e chiamargentevestito da pagliaccioall'ingresso del teatro.

- Martinofate vedere i vostri talentie ringraziate questi signori-.

Martino voltava la groppasi buttava a quattro zampe e imitava ilraglio dell'asino.

Egli era il buffo della Compagniafaceva il solletico alle donneeandava a cacciare il naso fra le assi del dietro scenamentre sivestivano per la farsa. Colla ragazza poi inventava cento burlette che lafacevano rideree le mettevano come una fiamma negli occhi ladri e sullafaccia lentigginosa.

- Be'Violantevogliamo rappresentare al vivo la scena fra Rinaldoe Armida? -

Una volta che don Candeloro lo sorprese a far la prova generale collasua figliuolala quale si accalorava anch'essa nella parteeabbandonavasi su di un mucchio di cenciquasi fossero le rose delgiardino incantatoamministrò a tutti e due tal salva di calci eschiaffi da farne passare la voglia anche a dei gatti in gennaio. - Ahbricconi! Ah traditori! V'insegno io!... - La Violante ne portò un pezzoil segno sulla guancia. Ma ormai aveva preso gusto alle monellerie diMartinosicché andava a cercarlo apposta dietro le quintefra le scenearrotolatee i cassoni delle marionettementre lui smoccolava i lumi perla rappresentazione della serao soffiava sotto la marmitta posta su duesassinel cortiletto. Gli soffiava fra capo e collo dei sospiri cheavrebbero acceso tutt'altro fuocopigliandosela colle stelle e coibarbari genitori.

- Sta' tranquilla- disse Martino- sta' tranquilla che me lapagherà -.

Adesso era lei che lo stuzzicavavedendo che il ragazzoammaestratodalle bussestava all'erta pel principalecoll'orecchio teso eguardandosi intorno prima di allungare le mani verso di lei. Gli portavadi nascosto i migliori bocconi; gli serbavain certi posti designatiilvino rimasto in fondo al fiasco; per rivolgergli le parole più semplicidinanzi ai suoifaceva un certo viso come avesse l'anima ai denticolcapo sull'omero e gli occhi di pesce morto; pigliava il tono delle Clorindee delle Rosamunde per dirgli soltanto: - Bisogna andare per l'olioMartino. - Guarda che non c'è più legna sotto la mangiatoia... -

E quando lavorava accanto a luisul palcocon le Artemisie inmanogli buttava sul viso le parole infocate della partecogli occhineri che mandavano lampie le labbra turgide che volevano mangiarselo.

«O Cieli! Che mai vedo a me dinanzi!... Mio signore... mio bene!»

- Lavora! lavorasgualdrinella! - borbottava don Candeloroallungandodelle pedatequando poteva.

- Com'è vero Dio! t'ho detto che me la pagherà! - rispose Martino frai denti più di una volta. «Siprincipessa adorata...»

E gliela fece pagareun giorno che il principale era andato avanti a procurarla piazzae la Compagnia e la baracca seguivano dietro su di uncarro. Martino e la Violante finsero di smarrirsi per certe scorciatoiein mezzo ai fichi d'Indiae raggiunsero poi la comitiva in cima allasalitascalmanati; Martino trionfantequasi avesse vinto un terno allottoe la Violante che sembrava davvero una principessasdilinquendoattaccata al suo braccioe lagnandosi di avere male ai piedi.

Chi si lagnò sul serio poi fu don Candeloroche non poteva piùmaneggiare quel birbo di Martinodivenuto insolente e pigrominacciandoogni momento di piantar baracca e burattini e andarsene pei fatti suoi.

- Ora che t'ho insegnato la professionee t'ho messo all'onor delmondo!... ribaldofellone!... -

Violante piangeva e supplicava l'amante di non abbandonarla in quelpunto.

- Che vuoi? - disse Martino. - Sono stanco di lavorare come un asinopei begli occhi di non so chi. Ci levano la pelle. Non ci lascianorespirare un momentoneppure per trovarci insieme... -

In tre mesi soltanto quattro voltedi nottea ruba rubacon unapaura del diavolo addosso! Una sera che babbo e mamma avevano mangiatobene e bevuto megliola ragazza andò a trovare il suo Martino insottanache sembrava la Fata Biancasciogliendosi in lagrime comeuna fontana.

- Che facciamoDio mio?... Tu dormi invece!...

- Eh? Che vuoi fare? - rispose lui fregandosi gli occhi.

- Non posso più nascondere il mio stato... La mamma mi tiene gli occhiaddosso... Bisogna confessare ogni cosa... Tu che hai più coraggio...

- Ioeh? Perché tuo padre mi dia il resto del carlino? Grazie tante!Piuttosto infilo l'uscio e me ne vo. Se tu vuoi venire con mepoi... -

L'idea gli parve buona e l'accarezzò per un po' di tempo.

- Io so fare il salto mortalel'uomo senz'ossail gambero parlante.Tu sei una bella ragazza... Sìte lo dico in faccia... Vestita inmagliaa raccogliere i soldi col piattellola gente non si farà tirarle orecchie per mettere mano alla tasca. Andremo pel mondo; cidivertiremoe ciò che si guadagna ce lo mangeremo noi due. Ti piace? -

Mai e poi mai don Candeloro si sarebbe aspettato un tradimento cosìnero. Proprio nel meglio della stagionequando il pubblico cominciava adabboccaree da otto giorni che erano arrivati in paesee avevanopiantato le assi nel magazzino dell'arciprete Simolas'intascavano soldicolla palae ogni sera si cenava! Fu allora che Martino e la Violantesentendosi la pancia pienasputarono fuori il velenoe gli appiopparonoil calcio dell'asinola sera che il pubblico affollavasi in teatro per lacontinuazione delle imprese di Guerin Meschino alla ricerca della FataAlcidae prevedevasi più di venti lire d'incasso.

La moglie di don Candeloroche da qualche tempo aveva dei sospetti eteneva d'occhio la figliuolala sorprese tutta sossopradietro aMartinoil quale insaccava della roba. Violantecolta sul fattole sibuttò ai piedi piangendocome la Damigella di Pacifero Re delPorchinosquando svela il suo fallo al genitore.

- Ahscellerata! - strillò la madre. - Cos'hai fatto? Tuo padre orav'accoppa tutt'e due! -

Don Candeloro sopraggiunse in quel puntofacendo il diavolo a quattroappena intese di che si trattava. Sua moglie gridando aiutoViolantebuttandosi dinanzi all'amante per difenderlo eroicamente a costo dei suoigiorniMartino arrampicandosi sull'intetaiatura delle quintecon tantodi temperino in manoi ragazzi strillando tutti in coro: una scena alnaturale che chiunque avrebbe pagato l'ingresso volentieri per godersela.Don Candeloro però non dimenticò neppure allora né chi era né quel cheaveva a fare.

- Zitti tutti! - gridò colla voce solenne delle grandirappresentazioni. - Adesso apparteniamo al pubblicoche comincia a venirein teatro. TuGraziava alla portase no entrano di scappellotto.Aggiusteremo i conti dopoin famiglia -.

Figuriamoci la povera madre che doveva sorridere alla gente incassandoi due soldi del bigliettocon quel pensiero e quello spavento addosso!...Le prime scene poimentre aiutava il marito che aveva le mani legate daiburattinie non poteva andare a prendere pel collo i due infami che noncomparivano a tempo coi loro personaggi!...

- Che diavolo fanno? Adesso è l'entrata di Alcida. Com'è veroDiomi rovinano la meglio scena!... -

Il pubblicoche non sapeva niente di tutto ciòaspettava l'entratadella Fata Alcidala quale doveva sedurre il Meschino perbocca della Violante; e lo stesso Meschino era rimasto collebraccia in ariadondolandosi sulla punta dei piedie guardando la gentecoi suoi occhi di vetrocome a chiedere: - Che succede adesso? -

Succedeva che dietro le quinte c'era una casa del diavolo. Si udivacorrere e bestemmiaree a un certo punto la stessa scenache figuravauna bellissima loggia tutta istoriata a colonne gialle e turchineondeggiò come sorpresa dal terremoto. Guerino alzò ancora lebraccia al cielotirato in su sgarbatamentee uscì di furiacol mantorosso che gli si gonfiava dietro.

- Tradimento! Infami saracini! Voglio berne il sangue! - si udìgridare don Candeloro colla sua voce naturale.

Il pubblico si mise a strepitare. Dei burloni che avevano adocchiatoqualche bella ragazza nei primi posticominciavano a spegnere i lumi. -Fermi! Ehi! Non facciamo porcherie! - gridavano altri. Nella baraonda siudì il correre dei questuriniche le orecchie esercitate riconobberosubito al rumore degli stivali.

- Musica! musica! Non è niente! niente! -

Ma non ce ne fu bisogno. Guerino tornò in scenapiegandosi indue ad inchinare gli spettatorie dall'altra parte comparveimmediatamente la Fata Alcida«di tanta bellezza adorna che lasua faccia splendeva come un sole» come spiegava a voce don Candeloroilquale accese in quel punto un po' di magnesioche fece un bel vederesull'armatura di latta del Meschinoe il manto della fata tutto adraghi e bisce d'orpello.

- Bravi! bis! - gridarono i compariche non ne mancavano.

Si sarebbe udita volare una mosca. Da un canto il Guerinochefaceva orecchio di mercante alle seduzioni della Fatae lei cheostinavasi a riscaldare in lui «le ardenti fiamme d'amore» diceva collasua stessa boccae con certi atti di mano anchetanto che il Meschinodimenavasi tutto con un suon di ferracciae lasciava intender chiaramente«che se Dio per la sua grazia non gli avesse fatto tenere a mente gliavvertimenti dei tre santi Romiti di certo sarìa caduto». Lagente si sentiva drizzare i capelli in testa. Uno di lassùnei posti daun soldogridò inferocito:

- GuardatiMeschino! Tradimento c'è! -

Però gli avventori soliti avevano notato che quella non era la vocedella Fata Alcidae gli stessi gesti che facevadi qua e di làall'impazzatanon avevano niente di naturale. Per certo qualcosa digrosso doveva essere avvenuto dietro le quinte. Sicché da prima furonoosservazioni e mormoriie poi vennero le male parole. Infine allorchéinvece dei draghi e degli altri incantesimi che dovevano far nascere ilfinimondodon Candeloro cercò di cavarsela con una manata di pece grecae picchiando su due scatole di petrolio per imitare il fracasso dei tuoniscoppiò davvero l'inferno in platea: urlifischibucce d'arance e piperotteche pareva volessero sfondare il sipario. - Pubblico rispettabile- venne a dire la moglie di don Candeloro più morta che vivae con unocchio pesto- ora viene una bella farsa tutta da riderenuovissima perqueste scene. Onorateci e compatiteci -.

Che farsa! La gente era lì dall'avemaria per godersi appunto la granscena dell'incantesimoe aveva speso i suoi denari per vedere «ipersonaggi»che si azzuffavano sul serio menando botte da orbie nondon Candeloroil quale fingeva di prendersi le legnate dal randelloimbottito di stoppa e se la rideva poi sotto il naso. Parecchi sibuttarono sulla cassetta. Ci fu un piglia piglia fra le guardie e i piùlesti di mano. I comici saltarono giù dal palcoscenicocosì come sitrovavanomezzo vestiti per la farsagridando e strepitando anche loro.Don Candeloro colla camicia di Pulcinellascappò a correre versola campagnaal buioin cerca dei fuggitivigiurando d'accopparli tutt'eduese li pigliava.

- Li ho visti io- disse un ragazzo: ce n'è sempre di cotesti: - Sonfuggiti per di qua -.

Martino e la Violante correvano ancora infattitanta era la paura.Allorché incontravano dei carri per la stradaViolante si buttava dietrouna siepepoich'era in sottanina biancacosì come aveva potutosvignarsela mentre vestivasi per la farsa. Martinopiù furbofingevad'andare pe' fatti suoio di allacciarsi una scarpa. Poiquando furonoben lontanisi accoccolarono dietro un muroe mangiarono del salamecheMartinoinnamorato com'eraaveva pensato a mettere da parte. Violantepiù delicata e sensibilebadava piuttosto a guardare le stellepensandoa quel che aveva fatto.

- Dove si va adesso? - chiese sbigottita.

- Domani lo sapremo - rispose lui colla bocca piena.

Cominciava a spuntare il giorno. Violante non aveva portato altro cheuno scialletto logorosulla sottaninae tremava dal freddo.

- Hai paura forse? - chiese lui.

- No... no... con temio bene... -

Le venivano in mente allora le parlate d'amore che aveva imparato amemoria pei burattiniallorché Martino rispondeva colla voce grossa efacendo smaniare d'amore Orlando e Rinaldo. Così ledamigelle e le principesse si lasciavano rapire dall'amante sui cavallialati. Martino fermò un carrettiere che andava per la stessa viaecombinò di montare sul carrolui e la Violantepagando.

- Hai dei soldi? - chiese lei sottovoce.

- Sìsta zitta -.

Dopoper giustificarsisi sfogò a dir male dei genitori di leicheli facevano lavorare per nulla e si arricchivano a spese loro. - Infine-conchiuse- ho preso il mio. Tanto tempo che tuo padre non mi dava unbaiocco -.

Però la Violante non aveva appetitosentendosi sullo stomaco la pauradel babboe il peso di quell'azionaccia che Martino gli aveva fattomettendo le mani nella cassetta.

Lui invece era allegro come un fringuello; accarezzava la ragazza efaceva cantare i soldi in tasca; nelle strade maestre ci stava come a casasuae ad Augusta le fece far l'entrata in ferrovia come una principessa.

- Vedi! - le dissepigliando i due biglietti di terza classe. - Vedicome tratto io! -

Da principio non andava male. Violante era un po' goffaun po'pesante; ma allorché girava in tondo su di un piedeo s'arrampicava suldorso di Martinoscopriva tali attrattive che la gente correva in piazzaa vederee metteva volentieri mano alla tasca. Martino chiudeva un occhioquando correvano anche dei pizzicottisottomanomentre la ragazza giravacontegnosa col piattello fra la folla. Pazienza! il mestiere voleva così.Oggi quadomani lontani delle miglia. - Dove ti rivedranno poi glisciocchi che si lasciano spillare i soldi per la tua bella faccia? - Incompenso si mangiava e beveva allegramentee lui andava a letto ubriacosinché il diavolo ci mise la coda...

La Violante si ubbriacava pure agli applausi e alle esclamazioni salatedel pubblicosicché scorciava sempre più il sottaninoe rischiava dirompersi l'osso del collo nel fare il capitombolo. Per disgrazia s'accorsenello stesso tempo che bisognava slargare di giorno in giorno la cinturae che le dolevano le reni nel fare le forze. Già quei baffettigliel'avevano detto a Martinoche non l'avrebbe passata liscia. Sicchéle rinfacciava che quando sarebbe divenuta grossa come il tamburoneilpubblico li avrebbe lasciati in piazza tutt'e due a grattarsi la pancia.Per giunta poi aveva dei sospetti su di un Tizio che correva dietro allaViolanteda un paese all'altroe tirava a farlo becco.

Ne aveva avuti tanti la bella figliuola degli spasimanti che ustolavanodietro il suo gonnellino corto: militaribei giovanisignori cheavrebbero speso tesori! Nossignore! Ecco che ti va a cascare in bocca aquel disperato che portava tutta la sua bottega al colloe giravaanch'esso per il mondo a vendere spilli e mercerie di qua e di là. Per unpalmo di nastro la brutta carogna si era venduta! Martino n'ebbe lacertezza quando glielo vide al colloe vide pure il merciaiuolo che lopigliava colle buone anche luie gli pagava da bere per tenerlo allegro.

- Aspetta! - ghignava fra sé e sé Martino alzando il gomito. -Aspettache vogliamo ridere meglio quando verrà il momento che dico io!-

Tollerò ancora un po'per necessitàfinché la Violante potéaiutarlo a raccogliere soldi sulle piazzeodiandola internamente edandole in cuor suo tutti i titoli che aveva imparato nei trivi. Poiunbel giornoaccortosi che il merciaio allungava le mani sotto la tavolaverso la Violantementre desinavano insieme come amici e fratelliall'osteriafece una scena indiavolatatirando fuori il coltellominacciando gli amici che si frapponevano a metter pace.

- Che pace? Con quella canaglia?... Voglio mangiargli il cuore a tuttie due! - sbraitò raccogliendo i suoi cencie tanti saluti allacompagnia!

Il povero merciaioche si vide cadere sulle braccia la Violante piùmorta che vivae gravida di sette mesi per giuntaprotestò la suainnocenzae se la diede a gambe anche luila stessa notte. Sicché lasventurata rimase senza amici e senza quattriniin mezzo a una viaedovette lasciare all'Ospizio di Maternità il frutto del suo bell'amore.

Così babbo don Candeloropassando da quelle partiraccolse di nuovonell'ovile la pecorella smarritaché la misericordia paterna è grandeassaie la ragazzanel teatro delle MARIONETTE PARLANTIriusciva dimolto aiutomassime ora che la mamma cominciava a sentire gli acciacchidegli anni e della figliuolanza. Violante lavavacucinavaaiutava ifratelli nelle provementre il genitore smaltiva l'uggia al caffè. Lemarionette in mano sua parlavano davvero. Se la mettevano poi a riscuoterei soldiin maglia carnicinala gente entrava in teatro soltanto perrasentarle i fianchi. Sembrava la Fortuna delle «Marionetteparlanti» come si suol dipingerecol piede sulla ruota e rovesciando ilcorno dell'abbondanza sul prossimo suo.

- Madre natura m'ha fatto così- ripeteva dal canto suo don Candeloronel crocchio degli amiciche si rinnovano sempre in ogni paese e in ognicaffè nuovo- il cuore largo come il mare e le braccia aperte... -

Cogli anni era diventato filosofo. Aveva imparato a conoscere icapricci della sorte e l'ingratitudine degli uomini. Perciò pigliava iltempo come venivae gli amici dove li trovava. Si contentava di portareil corno di corallo fra i ciondoli dell'orologioe un ferro di cavallodel piede sinistroinchiodato sulle assi della baracca.

Era andata su e giù quella baracca. Una voltaquando i figliuolifatti grandicelliaiutavano anch'essi colle forze e nelle pantomimeleMARIONETTE PARLANTI contavano fra le prime di quante ne fossero in giroesi stava bene. Poi i ragazzi erano sgattaiolati di qua e di làin cercadi miglior fortuna o dietro la gonnella di qualche donnaccia dello stessomestieree don Candeloro per aiutarsi era stato costretto a riprenderMartino che aveva incontrato a Giarratana povero in cannae ridotto a farqualsiasi cosa per il pane.

- Sono nato senza fiele in corpocome i colombi- disse allora donCandeloro. - Le anime grandi si conoscono appunto al perdono delle offese.Se mi prometti di non tornar da capoti piglio di nuovo in Compagniaaquindici lire il mesealloggio e vitto compreso.

- Sia pure- rispose Martino che moriva di fame. - Lo fo per amordella Violanteche un giorno o l'altro deve esser mia moglie e legittimasposa. Ma intendiamocivossignoriache non son più un ragazzo!... e setornate a giocar di mano o a farmi patir la fameci guastiamo perl'ultima voltacom'è vero Dio! -

Si rappattumarono anche colla Violanteper intromissione del babboilquale però prescrisse che dormissero lontani l'uno dall'altrain omaggioal buon costumefinché fossero stati marito e moglie. Messosi cosìl'animo in pacetornò agli amici e all'osteriaora che al restobadavano gli altri. Nondimeno capitava spesso di dover sospendere lerappresentazioni per due settimane o tre a causa della Violantela qualeera costretta a tornare di tanto in tanto all'Ospizio di Maternità. Ilfidanzato allora vomitava ogni sorta di improperi contro di leipigliandosela anche con la suocerala quale non sapeva tenere gli occhiaperti come faceva luiprotestando di non averci colpa; e don Candelorometteva pace e tornava a ripetere che quella storia doveva avere unterminee che li avrebbe menati per le orecchie dinanzi al sindaco tuttie duee l'avrebbe fatta finita.

Disgraziatamente i tempi non dicevano. Le marionette facevano pochiaffarie la Violante protestava che se Martino non arrivava a metter suteatro da sésinché doveva portar lei sola tutta la baracca sullespallenon voleva mettersi pure quell'altra catena al colloe preferivarestar zitella come Sant'Orsola. Lei invece sapeva ingegnarsi col suopubblicodi qua e di làe per mezzo delle beneficiate e dei regaliriusciva a porre da parte qualche soldo. Don Candeloro vedeva già ilmomento in cui gli avrebbero dato il calcio dell'asinocome aveva fattolui con suo padre.

- Così paga il mondo! Non tutti hanno il cuore a un modo! -

E ci aveva pure un'altra spina nel cuore il povero vecchioal vederela condotta che teneva la figliuolae rodendosi internamente controquella bestia di Martino che non si accorgeva di nulla. Accettavaèveroper amor della pacele cortesie e gli inviti a cena dei protettoriche la figliuola sapeva trovare in ogni piazza; si lasciava mettere infondo alla tuba il cartoccio coi dolci o gli avanzi del desinare per lasua vecchiarella che aspettava a casa; ma stava a tavola di mala vogliasenza alzare il naso dal piattocol cuore grosso. E vedendo Martino chemacinava a due palmenticuor contentoquell'altro! gli dava fra sécerto titolo che non aveva mai portatolui!...

- Ahno! Non nacqui sotto quella stellaio! -