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EMILIO SALGARI

 

Le meraviglie del Duemila

 

 

 

IL FIORE DELLA RISURREZIONE

 

 

 

 

 

Il piccolo battello a vapore che fa il servizio postale unavolta alla settimanafra Nuova Yorkla più popolosa città degli Stati Unitid'America settentrionale e la piccola borgata dell'isola Nantucketquellamattina era entrato nel piccolo porto con un solo passeggero. Accadeva spessodurante l'autunnoterminata la stagione balneareche rarissime personeapprodassero a quell'isolaabitata solo da qualche migliaio di famiglie dipescatori che non s'occupavano d'altro che d'affondare le loro reti nei fluttidell'Atlantico.

«Signor Brandok»aveva gridato il pilotaquando ilbattello a vapore s'era ormeggiato al ponte di legno «siamo giunti.»

Il passeggeroche durante la traversata era rimasto sempreseduto a prora senza scambiare una parola con nessunos'era alzato con unacerta aria annoiatache non era sfuggita né al pilotané ai quattro marinai.

«I divertimenti di Nuova York non lo hanno guarito dal suo spleen»mormorò il timoniere del piccolo battellovolgendosi verso i suoi uomini.«Eppureche cosa manca a lui? Bellogiovane e ricco... se fossi io al suoposto!...»

Il passeggero era difatti un bel giovanetra i venticinque ei ventott'annidi statura alta come sono ordinariamente tutti gli americaniquesti fratelli gemelli degli inglesicoi lineamenti regolarissimigli occhiazzurri ed i capelli biondi.

Aveva invece negli sguardi un non so che di triste e di vagoche colpiva coloro che lo avvicinavanoe nelle sue mosse qualcosa di pesante edi stancoche contrastava vivamente col suo aspetto robusto e florido.

Si sarebbe sospettato che un male misterioso minasse la suagioventù e la sua salutenonostante la bella tinta rosea della sua pellequella tinta che indica la ricchezza e la bontà del sangue delle forti razzeanglosassoni.

Come abbiamo dettoudita la voce del pilotail signorBrandok s'era alzato quasi a faticacome se si risvegliasse in quel momento daun lungo sonno.

Sbadigliò due o tre voltegettò uno sguardo assonnatosulla rivatoccò appena la tesa del suo cappello per rispondere al salutorispettoso dei marinai e scese lentamente sul pontile di legno.

Invece di dirigersi verso la borgatale cui casettes'allineavano a duecento passi dal porticciolosi mise a camminare lungo laspiaggiacolle mani affondate nelle tasche dei pantaloni e gli occhisemichiusicome fosse in preda ad una specie di sonnambulismo.

Giunto all'estremità della borgata si fermò e aprì gliocchifissandoli su un gruppo di monelli scalzi ad onta dell'aria frizzanteche si rincorrevano lungo le dune ridendo e schiamazzando.

«Ecco degli esseri felici» mormorò con un tono d'invidia.«Essi almeno non sanno che cosa sia lo spleen

Stette qualche istante immobilepoi scosse il capomandòun lungo sospiro e riprese la passeggiataper fermarsi alcuni minuti dopodinanzi a una bella casetta a due pianitutta biancacolle persiane verniciatee un giardinetto chiuso da una cancellata in legno.

«Che cosa farà il dottore?» mormoròguardando lefinestre. «Starà tormentando qualche cavia o qualche povero coniglio. Ilsegreto di poter rivivere dopo cent'annibell'idea! Io credo che quel buon Tobyperda inutilmente il suo tempo. Eppure egli è molto piùfelice di me.»

Tornò a sospirareattraversò lentamente il giardinetto ilcui cancello era aperto e salì la scalasenza quasi rispondere al saluto diuna grassa e rubiconda fantesca che gli aveva gridato dalla cucina:

«Buon giornosignor Brandok; il mio padrone è nel suostudio.»

Il giovine era già al secondo piano. Aprì una porta edentrò in una stanza piuttosto vasta e bene illuminata da due ampie finestretutta circondata da scaffali di noce pieni di un numero infinito di storte e dibottiglie variopinte.

Nel mezzocurvo su una tavolavi era un uomo suicinquantacinque annidi forme quasi erculeecon una lunga barba un po'brizzolata e tutto intento ad osservare un coniglio che parevaa prima vistaomorto o addormentato.

Udendo aprirsi la porta si levò gli occhiali e si voltò conuna certa vivacitàesclamando con voce giuliva:

«Ah! sei tornatoamico James? Ti sei stancato presto diNuova York e mi pare che tu non abbia un'aria molto soddisfatta».

Il giovine si lasciò cadere sopra una sedia che si trovavapresso la tavola e rispose con un mesto sorriso.

«Dunque?» chiese l'uomo attempatodopo un breve silenzio.

«Sono più annoiato di prima ed è un miracolo che sia qui»rispose Brandok.

«Perché?»

«Avevo già deciso di fare un bel salto dal faro dellaLibertà e di sfracellarmi sul molo.»

«Una brutta sciocchezzamio caro James. A ventisei annicon un milione di dollari...»

«E cento milioni di noia che mi fa sbadigliare da mattina asera» disse il giovineinterrompendolo. «La vita diventa ogni giorno piùinsopportabile e finirò per sopprimermi. Un viaggio all'altro mondo non midispiacerebbe. Forse là m'annoierò meno.»

«Viaggia in questo mondoamico.»

«Dove vuoi che vadaToby?» disse Brandok. «Ho visitatol'Australial'Asial'Africal'Europa e mezza America. Che cosa vuoi che vadaa vedere?»

Il dottore s'era messo a passeggiare per la stanzacon lemani dietro al dorsola testa bassacome se un profondo pensiero lopreoccupasse. Ad un tratto si fermò dinanzi al conigliodicendo:

«Jamesti piacerebbe vedere come camminerà il mondo fracent'anni?».

Il giovane Brandok aveva alzato la testa che teneva inclinatasu una spallainterrogando il dottore collo sguardo.

«Sì» riprese Toby «io voglio vedere che cosa saràl'America fra venti lustri. Chissà quali meraviglie avranno inventato alloragli uomini. Macchine straordinarienavi colossalipalloni dirigibili e millealtre cose strabilianti. Ormai il genio umano non ha più freno e gl'inventorinascono come i funghi.»

«Hai trovato finalmente il modo di prolungar la vita?»chiese Brandokcon tono leggermente ironico.

«Di fermarlainvece.»

«Ah!»

«Ne vuoi una prova?»

«Possibile che tu abbia fatta una simile scoperta?»esclamò Brandokcon stupore. «So che tu da molti anni ti dedichi a certiesperimenti.»

«E sono pienamente riusciti» disse il dottore. «Vediquesto coniglio?»

«È morto?»

«Nodorme da quattordici anni.»

«È impossibile.»

«Fra poco te lo farò risuscitare con una semplice puntura eun bagno tiepido.»

«Quale filtro misterioso hai scoperto? Non ti prendi giocodi meToby?»

«A quale scopo? Chiudiamo le porte perché nessuno ci oda oci vedae tu assisterai ad una risurrezione meravigliosa.»

Fece girare le chiavichiuse un po' le finestreaccostòuna sedia al tavolino e dopo aver offerto al suo giovine amico un sigarodisse:

«Ascoltami ora; poi verrà l'esperimento».

Tobydopo essere stato alcuni momenti silenziosoraccoltoin se stessos'era alzato per prendere da uno degli scaffali un vaso di vetrocontenente una piccola pianta disseccatache pareva unica nel suo genere.

«Ne hai mai veduta una simileamico James?»

Il giovine Brandok guardò il dottore con una certa sorpresadicendo:

«Vorrei sapere che cosa c'entra questa pianticella coiconigli che dormono da tanti anni. Immagino che non avrai l'intenzione diaumentare le mie noie».

«Niente affatto» riprese Tobyimperturbabilmente. «Tudunque non conosci questo fiorequantunque tu abbia assai viaggiato?»

«Sai bene che io di botanica non me ne sono mai occupato.»

«Allora non hai mai udito parlare del fiore dellarisurrezione?»

«Nomai» disse il giovine.

«Ascoltami dunque: la storia è interessante e nont'annoierà. Cinquant'anni or sonoun mio collegail dottor Dekviaggiavanell'Alto Egitto collo scopo di trovare un'antica miniera di metalli in cuilavoravano un tempo dei sudditi dei Faraoni. Un giorno incontrò un araboinfermo ed il dottore lo curò amorosamentesalvandogli la vita. Il figlio deldeserto era poveroeppure volle ricompensare il suo salvatoredandogli untesoro che da solo valeva tutte le pietre preziose del mondo.»

«In che cosa consisteva?» chiese Brandokche cominciava adinteressarsi vivamente a quel racconto che assomigliava ad uno di quelli delle Milleed una Notte.

«In una piccola pianta disseccatache dall'arabo era statascoperta in una antichissima tombanel seno di una sacerdotessa egiziana cheper bellezza non aveva avuto uguali. Il dottor Dekascoltando i pomposi elogifatti a quel piccolo fioresepolto chissà quanti secoli prima dell'eracristiana e che portava dei bottoncini arsi dal sole ed ingiallitinon avevapotuto trattenersi dal sorridere.»

«Ed io avrei fatto altrettanto» disse Brandok.

«Ed avresti avuto torto» disse Toby «poiché l'araboprese la piantala bagnò con alcune gocce d'acqua e sotto gli sguardi deldottore si compì un prodigio meraviglioso. La piantaappena sentì inumidirsicominciò a fremerepoi ad agitarsii suoi tessuti si raddrizzarono e i suoibottoni si gonfiaronopoi si schiusero. Il fiore a poco a poco sbocciavadopoventi secoli e più di sonnosvolgendo i suoi leggeri petalii quali sidistendevano come raggi superbi intorno ad un punto centralepieni di eleganzae di freschezza.»

«Strano fenomeno!» esclamò Brandokche pareva avessedimenticato il suo spleen.

«Quel fiore» proseguì il dottore «assomigliava ad unamargherita raccolta in qualche giardino incantato. Quella risurrezionemisteriosa durò parecchi minutipoi il fiore a poco a poco rovesciò la suacorolla dalle tinte iridescentiscoprendo in mezzo ai petali alcuni granelliantichissimi. Ahimè! La preziosa semente che il fiore della risurrezionecustodiva con tanta gelosa curada tanti secoli era irrimediabilmente sterile.A quale suolo affidare quei granelli? Quale sole avrebbe potuto tenerli in vita?Sorpreso e ammiratoil dottore portò seco la meravigliosa pianta e rinnovò inEuropa centinaia di volte l'esperimento del vecchio araboe sempre il piccolofiore del desertola pianta misteriosa degli antichi Faraonirisuscitò nellasua immortale bellezza mercé alcune gocce d'acqua. Morendoil dottor Dekregalò il fiore della risurrezione al discepolo ed amico suo Jamesil qualeripeté anch'eglicon eguale successola prodigiosa esperienza. Infine ilfiore della pianta egiziana venne offerto ad Alessandro Humboldt ed il grandenaturalista lo risuscitò più volte davanti ai suoi dotti colleghi. Fra le suemani la pianta misteriosa non fece che rinascere e moriresenza che eglipotesse penetrarne i segreti; ad ogni operazione ripeteva colla tristezza delgenio impotente: "Nulla c'è in natura che somigli a questa pianta!"»

«E nessuno ha mai potuto penetrare il mistero di quellapianta che tolta dal sepolcrodopo migliaia di anni risuscitava grazie ad unagoccia d'acqua e riapriva la sua corolla eternamente bellacome per dire almondo: "Ecco come ero al tempo dei Faraoni"?» chiese Brandok.

«Sìuno solo: io!» disse Toby.

«Tu!?»

«Sìio» ripeté il dottore.

«Dunque?...»

«Adagioquesto è un segreto. Durante un viaggio che feciventicinque anni or sono in Egittopotei avere uno di quei fiori e studiare eanche spiegare i misteri della sua risurrezione. E da quel fiore mi è sortal'idea di fermare la vita umana per farla risvegliare dopo un numero più o menolungo di anni. Perché se poteva rivivere un umile fiorellinonon avrebbepotuto fare altrettanto un organismo così completo come quello dell'uomo? Eccola domanda che mi rivolsi e alla cui soluzione impiegai venticinque anni distudi ininterrotti.»

«E ci sei riuscito?»

«Pienamente» rispose Toby.

S'era alzatoavvicinandosi al tavolino e aveva preso fra lemani il coniglio che pareva mortoavendo le gambe e la testa irrigidite.

«Ha odorequesto animale? FiutaloJames. Credi che siamorto?»

«È freddo e il cuore non batte più.»

«Eppure la sua vita non è altro che sospesa da quattordicianni.»

«È dunque la morte artificiale che hai scoperto?»

«Una semplice puntura del mio filtro misterioso è bastataper fermare le pulsazioni del cuore di questo animale e per conservarlo per uncosì lungo tempo.»

«È meraviglioso!»

«Forse meno di quello che sembra» disse il dottore. «Saiche cosa sono i fakiri

«Dei fanatici indiani che eseguono degli esperimentimeravigliosi.»

«E che si fanno seppellire talvolta per quaranta e anchecinquanta giorni entro una cassa sigillatacolla bocca e le narici turate dauno strato di cerae che poi risuscitano senza aver l'aspetto d'aver sofferto.Un bagno nell'acqua caldaun po' di burro sulla loro lingua per renderla piùpieghevole ed eccoli ritornare alla vita. Ora vedrai.»

Prese da uno scaffale una piccola fiala di vetro checonteneva un liquido rossovi immerse una siringapoi punse replicatamente ilconigliola prima volta in direzione del cuore e la seconda volta alla gola.

L'animale non aveva dato alcun segno di vita ed avevaconservata la sua rigidezza.

«AspettaJames» disse il dottorevedendo apparire sullelabbra del giovine un sorriso d'incredulità.

In un angolo vi era un bacino di metallosotto cui ardevauna lampadina ad alcool. Il dottore v'immerse un dito per assicurarsi del caloredell'acquapoi levò la vaschettadeponendola sulla tavola.

«Fai fare un bagno al morto?» chiese Brandok.

«Cioè all'addormentato» corresse il dottore. «Ènecessario allentare a questo dormiglione i nervi che da tanti anni non agisconopiù.»

«Se tu riesci a far rivivere questo animaleio ti proclamoil più grande scienziato del mondo.»

«Non esigo tanto» rispose Tobyridendo.

Immerse il coniglio nel bacinotenendogli la testa fuoridell'acquapoi si mise ad alzare ed abbassare le gambe anterioricome perprovocare la respirazione e aspettòguardando l'amico che s'era fatto tuttoserio.

«Pare che tu cominci a credere al buon risultato dellastrana operazione» gli disse il dottore. «È veroJames?»

«Non ancora» rispose il giovine.

«Eppure sento che la testa del coniglio comincia a diventarcalda.»

«Effetto del calore dell'acqua.»

«E che la carne freme.»

«Non vedo muoversi le gambe.»

Ad un tratto mandò un grido di stupore; il coniglio avevaaperti gli occhi e fissava il dottore colle pupille dilatate.

«Ti sembra morto ora?» disse Tobycon accento beffardo.

«Ti guarda!» esclamò il giovine.

«Lo vedo.»

«Agita le zampe!»

«E respira anche.»

«Miracolo!... Miracolo!...»

«ZittoJamesnon gridar tanto forte.»

«È meravigliosa questa risurrezione!»

«Non dico di no.»

«Una scoperta che metterà sossopra il mondo.»

«Niente affattoperché io mi guarderò bene daldivulgarla. Non siamo che in tre sole persone a conoscerla: iotu ed il notaiodel borgoquell'eccellente signor Max.»

«Perché la conosce anche il notaio?» chiese Brandok.

«Lo saprai più tardi: guarda il risultato per ora.»

Aveva levato dalla vaschetta il coniglio e l'aveva messo sultavolinoavvolgendolo in un pezzo di stoffa di lana.

L'animale aveva gli occhi apertirespirava liberamenteraggrinzando il nasoperò si vedeva che era debolissimonon riuscendo areggersi sulle zampené cercava di fuggire. Doveva essere istupidito.

«Non morrà?» chiese Brandok.

«Stasera lo vedrai mangiare e correre assieme ai suoicompagni che tengo giù nel mio giardino. Non è il primo che io facciorisuscitare; la settimana scorsa ne ho fatto rivivere un altro dinanzi al notaioed anche quello dormiva da quattordici anni. Ora mangiasaltella e dorme comegli altrie tutti i suoi organi funzionano perfettamente bene.»

«Toby» esclamò Brandokcon profonda ammirazione «tu seiun grand'uomo; tu sei il più grande scienziato del secolo.»

«Di questoo dell'altro?» chiese il dottore.

«Che domanda è questa?»

«Mio caro Jamestu devi aver fame ed il pranzo è pronto.L'aria di mare mette appetito e la mia vecchia Magge mi ha promesso un superbopiatto di pesce. Lasciamo qui il coniglio e andiamo a riempirci lo stomaco: lacuoca sarà già arrabbiata per il ritardo. Avremo anche il notaio al pudding

«Perché il notaio?...»

Il dottoreinvece di risponderesi affacciò alla finestrae vedendo un garzone che stava innaffiando le zolle del giardinogli gridò:

«Tomavverti Magge che siamo pronti per assaggiare le suetriglie e le sue doratee per le due attacca il poney. Dobbiamo fare unagita allo scoglio di Retz».

 

Cinque minuti dopoil dottore e il signor Brandok seduti inuna elegante saletta da pranzodinanzi ad una tavola bene imbanditagustavanocon molto appetito le grosse ostriche di New Jerseyle più deliziose che sitrovino sulle coste orientali dell'America settentrionalele dorate e letriglie preparate dalla brava Maggeinnaffiando le une e le altre condell'eccellente vino bianco dei vigneti della Florida.

Il dottore non parlava; pareva tutto intento a divorarsi queideliziosi pescii migliori forse che possegga l'Atlantico settentrionale.

Brandok invececosa assolutamente nuovasembrava che nonfosse più tormentato dallo spleen; chiacchierava per duetempestando ilcompagno di domande su quella meravigliosa scoperta che dovevaa sentir luiportare la rivoluzione nel mondo. Con tutto ciò non riusciva che a strapparequalche sorriso allo scienziato.

«Dunque queste triglie e queste dorate ti hanno reso muto»gridò ad un tratto Brandokche cominciava ad arrabbiarsi. «Sono venti minutiche i tuoi denti continuano a masticare e che invece la tua lingua rimaneimmobile.»

«Nomio caro Jamesio penso» rispose il dottoreridendo.

«Pare che tu abbia dimenticato la tua scoperta.»

«Tutt'altro.»

«Allora parliamone.»

«Al pudding

«Che cosa c'entra quel pasticcio?»

«Ti ho detto che verrà ad assaggiarlo anche il notaio dellaborgataquel bravo signor Max.»

«Ma insomma che cosa c'entra lui?»

«Perdincise c'entra! Se dopo cent'anni nessuno più siricordasse di me e mi lasciassero dormire per sempre? Tanto varrebbe morire.»

«Toby!» esclamò Brandok «Che cosa hai intenzione difare?»

«Vedere come camminerà il mondo fra cent'anni enull'altro.»

«Come! Tu vorresti...»

«Fare un sonno di venti lustri.»

«Sei pazzo?»

«Non lo credo» rispose il dottore con voce tranquilla.

Brandok aveva picchiato sulla tavola un pugno così violentoda far traballare i bicchieri e rovesciare una bottiglia.

«Tu vorresti?...» gridò.

«Farmi rinchiudere nel rifugio che mi son fatto prepararesulla cima dello scoglio di Retzper risvegliarmi fra cento annimio caro. Siincaricheranno i discendenti del notaio e il futuro sindaco di Nantucket o isuoi successoria farmi ritornare in vita. Lascio ventimila dollari appunto perfarmi risuscitareunitamente alla fiala contenente il misterioso liquido che midovranno iniettare nei punti indicati nel mio testamento.»

«Ti ucciderai!»

«Allora vuol dire che tu non hai alcuna fiducia nella miagrande scoperta.»

«Sìpiena fiducia; però tu non sei un coniglio e poicento anni non sono quattordici» disse Brandok.

«Abbiamo sangue e muscoli al pari delle bestie e un cuoreche funziona egualmente. Volevo farti la proposta di addormentarti con me; oravi rinunzio.»

«Tu hai pensato a me?»

«Sìsperando che con un riposo di cento anni il tuo spleenfinirebbe per andarsene.»

«Se l'altro giorno volevo gettarmi dal faro della Libertà!Vedi in quale conto ormai tengo la mia vita. Mi vuoi per compagnoToby? Sonopronto. Anche se morissinon perderei nulla.»

«Dunqueti piace la mia idea?»

«Sìfrancamente.»

«Sei eccentrico come un vero inglese.»

«E non sono forse un inglese?» disse Brandok ridendo.

Il dottore s'alzòandò a prendere su una mensola unapolverosa bottiglia che doveva contare un bel numero d'anni e la sturòempiendo i due bicchieri.

«Medoc del milleottocentoottantotto» disse. «Dopoventiquattr'anni di riposo deve essere diventato eccellente. Alla nostrarisurrezione nel duemilatre!» esclamòalzando il bicchiere. Lo svuotò di unfiatostette qualche minuto soprappensieropoi disse:

«Quanto possiediJames...?».

«Cinque milioni di lire.»

«In cartelle dello Stato?»

«Sì.»

«Devi cambiarle in oroamico mio. Fra cent'anni quellecartelle potrebbero non avere più valore alcunomentre invece l'oro rimanesempre orosia che si trovi in verghe od in pezzi da venti lire. Io posseggosoltanto ottantamila dollarituttavia spero che mi basterannoanche fra centoanniper non morir di fame. Sono già a posto nel piccolo sotterraneo che hofatto scavare sotto la mia tombain una cassafortecolla chiave a segreto.»

«E sei certo che i nostri corpi si conserveranno?»

«Meravigliosamente» disse il dottore. «Ci conserveremocome fossimo carni gelate.»

«Geleremo?»

«Sì.»

«Chi metterà del ghiaccio nella nostra tomba?»

«Non ce ne sarà bisogno. Ho scoperto un certo liquido cheabbasserà la temperatura della nostra tomba a 20 gradi sotto lo zero.»

«E si manterrà?»

«Finché non sfonderanno la nostra cupola di cristallo perfarci risuscitare. Staremo benissimo là dentrote lo assicuro. Ah! ecco quelbravo notaio; giunge a tempo per assaggiare il pudding della mia cuoca eper vuotare un bicchiere di questo delizioso medoc

Nella stanza vicina aveva udito Magge che gridava:

«È sempre in ritardosignor Max! Cinque minuti ancora enon assaggiava più il mio pudding. Un'altra volta me lo faràbruciare».

La porta del salotto s'era aperta fragorosamente ed il notaioera entrato con un passo così pesanteda far traballare le bottiglie ed ibicchieri.

Il signor Max era un uomo sulla sessantinagrasso come unabotte e col viso rubicondo nel cui mezzo faceva bella mostra un naso che potevastare a paragonesenza arrossirecon quello del guascone Cyrano di Bergerac.

«Buon appetitosignori» gridòcon una voce dagranatiere. «Come vasignor Brandok? V'è passato lo spleen dopo lavostra gita a Nuova York?»

«Comincia a lasciarmi un po' di treguasignor Max»rispose il giovine «e spero che fra alcuni giorni se ne starà tranquillo perun buon secolo. Poi vedremo.»

«Ah!... ho capito» disse il notaioridendo. «Toby hatrovato un compagno.»

«Che mi terrà buona compagnia» disse il dottoreempiendoun bicchiere.

«Assaggiate questo medocmio caro notaio; non se netrova di simile nemmeno in Francia.»

Magge entrava in quel momentoportando su un piattod'argento un bel pasticcio dalla crosta doratache fumava ancora e che spandevaun profumo delizioso.

«È attaccato il poney?» chiese il dottore.

«Sìpadrone» rispose la cuoca.

«Allora sbrighiamoci.»

In pochi minuti fecero sparire il puddingvuotaronouna tazza di tèpoi scesero nel cortiledove li attendeva un carrozzinotirato da un piccolo cavallo bianco che sembrava impaziente di partire.

«Andiamo» disse il dottoreraccogliendo le briglie edimpugnando la frusta. «Fra mezz'ora saremo allo scoglio di Retz.»

 

Era una splendida giornata d'autunnorinfrescata da unabrezza vivificante impregnata di salsedineche soffiava dal settentrione.

L'Oceano Atlantico era in perfetta calmaquantunque ilflusso avventasse fra le scogliere che proteggevano le spiagge dalle ondate lequali s'infrangevano con mille boatibalzando e rimbalzando. Delle barchepescherecce colle loro belle vele dipinte di giallo e di rosso a strisce emacchie nereche davano loro l'apparenza di gigantesche farfallespiccavanovivamente sull'azzurro cupo delle acquespingendosi lentamente al largomentrein alto stormi di grossi uccelli marinidi gabbiani e di fregate volteggiavanocapricciosamente.

Uscito dalla cintail piccolo cavallo aveva preso una viaabbastanza larga che costeggiava l'oceanoslanciandosi ad un trottorapidissimosenza che il dottore avesse avuto bisogno di eccitarlo collafrusta.

Brandok era ridiventato taciturnocome se lo spleen loavesse ripreso; il notaio pure non parlavatutto occupato a fumare la sua pipache eruttava un fumo denso come la ciminiera d'un battello a vapore.

Il dottore badava che il poney filasse diritto e nonmettesse le zampe in qualche crepaccio o s'avvicinasse troppo alla scoglierache in quel luogo cadeva a picco sull'oceano.

Dei ragazzi di quando in quando sbucavano dalle macchie dipini e di abeti che si prolungavano verso l'interno dell'isola e rincorrevanoper qualche tratto il carrozzinogridando a squarciagola:

«Buona passeggiatadottore!».

Il paesaggio variava rapidamenteaccennando a diventare piùselvaggioman mano che s'accostavano alla spiaggia orientale dell'isola. Non sivedevano più casette né abitanti. Soltanto le macchie dei pini e degli abetidiventavano più numerose e più folte e le scogliere più alte e più ripide;le onde dell'Oceano Atlantico vi s'infrangevano con una violenza talechepareva si sparassero delle cannonate in fondo ai piccoli fiordi scavatidall'eterna azione delle acque.

Era un rombo continuosempre più fragorosoche impediva aitre amici di parlare.

La strada era finitaperò il poney non cessava di trottaresenza manifestare alcuna fatica e faceva traballare maledettamente lacarrozzella.

Ad un tratto si fermò dinanzi ad una parete rocciosadietrola quale si udiva l'oceano muggire furiosamente.

«Siamo giunti» disse il dottorebalzando a terra. «Eccolo scoglio di Retz.»

«E lassù hai preparato la nostra tomba?» chiese Brandok.

«Ed in una posizione bellissima» rispose il dottore. «Ilmuggito delle onde ci canterà la ninna nannasenza treguafino al giornodella nostra risurrezione.»

«Se torneremo in vita.»

«Dubiti ancoraJames?»

«Non prenderti nessun pensiero per i miei dubbi. Ti ho dettoche la vita ormai è diventata troppo pesante per mequindi poco m'importerebbeanche se non mi risvegliassi mai più. Mostrami dunque la nostra ultimadimora.»

«Non l'ultima.»

«Come vuoi.»

«VieniJames.»

Legò il poney al tronco d'una betullapoi prese un piccolosentiero scavato nella viva roccia che s'innalzava a zigzag. La rupechiamataimpropriamente lo scoglio di Retzera di mole enormealta un centinaio dimetrie formava il capo più alto dell'isolaverso oriente.

La sua fronte massicciatagliata a piccoopponeva unformidabile ostacolo all'irrompere delle onde dell'Atlanticoquindi non vi erapericolo che cedessenemmeno dopo cent'anni.

Giunti sulla cimache era piattaanziché terminare apuntaBrandok scorse una muragliadella circonferenza di quattro o cinquemetriche era sormontata da una cupola di cristallo munita di un parafulminealtissimo.

«È quella la nostra ultima dimora?» chiese.

«Sì» rispose il dottore.

«Quando l'hai fatta costruire?»

«Lo scorso anno.»

«Lo sanno gli abitanti della borgata?»

«Noperché ho fatto venire gli operai ed i vetri da NuovaYork.»

«E la rispetteranno?»

«Lo scoglio è mio: l'ho acquistato dal comuneconcontratto regolareed il notaio ha l'ordine di far distruggere il sentiero checonduce quassù e di cingere la scogliera con una cancellata di ferroaltissima.»

«Che ho già ordinata» disse il signor Max. «Nessunoverrà a disturbarvi.»

«Entriamo» disse il dottore.

Con una chiave a segreto aprì una porticina di ferro tantobassa che non si poteva entrarvi che carponied i tre uomini si introdusseronel piccolo edificio.

L'interno era tutto coperto da vetri molto spessi incastratiin robuste cerniere di ramee di notevole non aveva che un letto molto largo ebassocon coperte piuttosto pesanti ed un piccolo scaffale su cui stavano dellebottiglie e delle siringhe.

«Ecco la mia dimorao meglio la nostra» disse Tobyrivolgendosi all'amico. «Ti rincresce?»

«Niente affatto» rispose il giovaneche guardava l'oceanoattraverso la cupola di vetro. «Spero che nessuno verrà a disturbarci primadel giorno che avremo fissato nel nostro testamento. Che piacere udire ilfragore delle onde! Ecco una bella compagnia.»

«Ritengo inutile che tu ti provveda di un letto. Questo èpiù che sufficiente per tutti e due.»

«Ed il sotterraneo dove hai depositato i tuoi valori?»

Il dottore si curvòlevò una piastra di ferro che sitrovava ai piedi del letto e mostrò una stretta gradinata scavata nella vivarocciache doveva mettere in qualche cella sotterranea.

«La cassaforte si trova là dentro» disse.

«Vi rinchiuderò anche i miei valori. Domani andrò a NuovaYork a cambiare la mia carta e le mie azioni ferroviarie in oro. Ne avremoabbastanza al nostro risveglio. A quando il nostro sonno?»

«Fra otto giorni; appena avranno chiusa la base della rocciacolla cancellata.»

«Una domanda ancoramio caro dottore. Se si dimenticasserodi risvegliarci? Sai che io non ho nessun parente.»

«Io ho una sorella che ha sette figli» rispose Toby.«Spero che fra cent'anni esisterà ancora qualche pronipote per venire ariaprirci gli occhio per impossessarsi del nostro tesoro nel caso che noifossimo proprio morti; e poi vi è il notaio ed ho anche depositato un attopresso il sindaco. Non temere James: qualcuno verrà a raccogliere la nostraeredità.»

«I miei successori non si dimenticheranno di voisiatenecerti» disse il signor Max.

«Hai nessun'altra obiezione da fareJames?» chiese Toby.

«No» rispose il giovane.

«Sei risoluto a tentare l'esperimento?»

«Hai la mia parola.»

«Alloratorniamo a casa mia a fare gli ultimipreparativi.»

Uscironochiusero la porticinascesero lo scoglio esalirono sulla carrozzella senza aggiungere altra parola.

Dobbiamo confessare però che tutti e tre erano visibilmentecommossi.

 

Otto giorni dopoprima del tramonto del soleBrandokildottore ed il notaio lasciavano inosservati la borgata e si mettevano in camminoper lo scoglio di Retz.

Avevano ormai prese tutte le disposizioni per quella dormitache doveva durare cent'annie tutte le misure perché in quel lunghissimo temponessuno si recasse a disturbarli.

Il signor Brandok aveva già fatto trasportare nottetempo isuoi milioni e li aveva rinchiusi nella cassaforte nascosta nel piccolosotterraneo; aveva venduto tutti i suoi possedimentilasciando una parte delricavato al comune dell'isola purché vegliasse sulla tomba; il dottore avevaregalato la sua casetta alla sua cuoca e fatto innalzare intorno alla piccolacostruzione la cancellata di ferro sulla quale aveva fatto collocare parecchielastre di metallo colla scritta: Proprietà privata del dottor Toby Holker.

Quando giunsero sulla cima della rupe il sole stava pertramontare in un oceano di fuoco.

Tutti e tre s'erano fermatiguardando l'oceano chefiammeggiava sotto i riflessi del tramonto e che s'increspava leggermente sottola brezza della sera.

In lontananza un grande piroscafo fumavadirigendosi versola costa americana; lungo le scogliere dell'isola alcune barche pescherecces'avanzavano dolcementetornando verso il porto della piccola borgata; allabase della rupe le onde s'infrangevano rompendo il silenzio che regnavasull'immenso oceano. I tre uomini tacevano: il notaio sembrava profondamentecommosso; Brandok e Toby un po' preoccupati. Rimasero così parecchi minutiguardando ora le barche ed ora il sole che pareva si tuffasse in acqua; poi adun tratto il dottore si scossedicendo:

«Non ti penti della parola dataJames?».

«No» rispose Brandokcon voce calma.

«Anche se non dovessimo risvegliarci mai più?»

«Nemmeno.»

«Signor Maxsalutiamoci ed abbracciamocipoiché non cirivedremo mai piùa meno di un miracolo.»

«Bisognerebbe che campassi centoquarant'anniuna etàimpossibile» disse il notaiosospirando. «Io morròmentre voirisusciterete.»

«Un abbraccioamicoe lasciamoci.»

Il signor Maxvivamente commossocogli occhi umidisistrinse fra le braccia il dottoretenendoselo per qualche momento sul petto.

«Addiosignor Brandok» disse poicon voce rottaporgendogli la mano. «Vi auguro di tornare in vita e di ricordarvi di me.»

«Ve lo promettiamo» rispose il giovane. «AddiosignorMax: noi andiamo a dormire.»

Il notaio s'allontanòvolgendosi più volte per un gestod'addio; poi scomparve pel sentiero che conduceva alla base della rupe doveaveva collocato una grossa cartuccia di dinamiteper distruggerlo.

«Vieni James» disse Tobyquando furono soli. «Guardaun'ultima volta l'oceano.»

«L'ho guardato abbastanzae poi non lo troveremo certocambiatose risusciteremo.»

Aprirono la porticina ed entrarono nella loro tombache gliultimi raggi di sole illuminavano a sufficienzafacendo scintillare lacupoletta di vetro.

Toby prese dalla mensola una bottiglia e due bicchieri e lastappò.

«Un buon bicchiere di champagne» disseversando lospumeggiante nettare. «Alla nostra risurrezioneJames!»

«O alla nostra morteche per me sarà lo stesso» risposeil giovineforzandosi di sorridere. «Almeno lo spleen non mitormenterà più.»

Vuotarono d'un fiato i bicchieripoi il dottore chiuse in unplico alcuni documenti che collocò entro una cassetta di metallo.

«Che cosa faiToby?» chiese Brandok.

«Qui dentro vi sono le fiale contenenti il misteriosoliquido che dovrà ridarci la vitae insieme la ricetta che insegnerà comedovranno servirsene coloro che verranno a risvegliarci.»

«Hai finito?»

«Sì. Un altro bicchiere.»

«Sia» rispose Brandok.

Vuotarono la bottigliapoi il dottore sturò una fiala edempì due piccole tazze. Era un liquore rossastroun po' densoche aveva unprofumo speciale.

«Bevi» disseporgendo una delle tazze a Brandok.

«Cos'è?»

«Il narcotico che ci addormenterào meglio che sospenderàla nostra vita e che impedirà alle nostre carni di corrompersi.»

Il giovane prese la tazza con mano fermaguardò il liquidoin trasparenzapoi lo tracannò senza che un muscolo del suo viso avessetrasalito.

«È un po' amaroperò non è cattivo» disse. «Ah! chefreddoToby. Mi pare di avere un blocco di ghiaccio al posto del cuore.»

«Non è nullae poi durerà poco. Gettati sul letto ecopriti.»

Mentre Brandok obbedivail dottore bevve anch'egli la suatazzapoi s'accostò barcollando ad un vaso di terra che si trovava in unangolo ed afferrato un martello che si trovava li pressocon un colpo vigorosone spezzò il coperchiopoi raggiunse frettolosamente il compagno.

Una temperatura da Siberia aveva invaso la stanza. Pareva cheda quel vaso misterioso uscisse una corrente d'aria gelatacome quella chespira nelle regioni polari.

Il dottore guardò Brandok: il giovane non dava più segno divita. Pareva che la morte l'avesse colto di colpo.

«Fra... cento... anni...» ebbe appena il tempo dibalbettare il dottoree stramazzò a fianco dell'amico. Nello stesso momentol'ultimo raggio di sole si spegneva e le prime ombre della notte scendevano sulsepolcreto.

 

 

UNA RISURREZIONE MIRACOLOSA

 

 

 

 

 

Una mattina degli ultimi giorni di settembre del 2003treuomini salivano lentamente lo scoglio di Retzaiutandosi l'un l'altro persuperare le roccenon essendovi alcuna traccia di sentiero.

Il primo era un uomo piuttosto attempatofra i cinquanta e isessant'annieppure ancora assai vigorososenza barba e senza baffilebraccia e le gambe lunghissimeperfino troppo in proporzione del troncoe gliocchi molto dilatati e quasi bianchi.

Gli altri due erano più giovani di qualche dozzina d'annianch'essi bene sviluppaticon muscolature possenti e cogli occhi egualmentebianchi e smorti.

In tutti e tre poi si osservava uno sviluppo assolutamentestraordinario della testa e specialmente della fronte.

I loro vestiti erano d'una certa stoffa color caffè chiaroche pareva una setae consistevano in casacche larghissimee in calzoni cortied ampifermati sotto il ginocchio.

Giunti sull'orlo superiore dello scogliosi erano fermatidinanzi ad un'alta cancellata di ferro arrugginito e corroso dai sali marini cheracchiudeva una piccola costruzione di forma circolaresormontata da unacupoletta di vetro.

Una lastra di metallo situata in cima ad un paloportava laseguente scrittaancora abbastanza visibile: Proprietà privata del dottorToby Holker.

«Ci siamo» aveva detto l'uomo attempatolevandosi da unatasca una chiave vecchissimad'una forma specialee una carta ingiallita.«Che belle chiavi si usavano cent'anni fa!»

«E sperate di farlo risuscitare il vostro antenato signorHolker?» domandò uno dei due che lo accompagnavano.

«Almeno le sue ossa le troveremoed anche quelle del suoamico» rispose il signor Holker.

«Ed i milionigiacché voi siete l'unico erede.»

«È verosignor notaio.»

«Potrete aprire?»

«Proviamo» rispose il signor Holker.

Introdusse la chiave nella toppa edopo qualche sforzofecescattare il chiavistello.

«Non fabbricavano male a quei tempii fabbri» dissespingendo il cancello. «Non credevo che dopo cent'anni le serraturefunzionassero ancora.»

Il piccolo recinto era coperto di ginestre e di sterpi e dicumuli di erbe secche. Si capiva che nessunoda moltissimo tempoera entratocolà.

«Vediamo» disse Holkeraprendosi il passo fra gli sterpi.

S'accostònon senza provare una certa emozioneallapiccola costruzione erizzandosi quanto era lungoappoggiò il viso allacupoletta di vetro.

Subito un grido gli sfuggì.

«È incredibile! Sono là ambedue e mi sembrano intatti! Cheil mio antenato sia proprio riuscito a scoprire un filtro così meraviglioso dapoter sospendere la vita per cent'anni?»

I suoi due compagniavevano gettato uno sguardo attraverso ivetrie anch'essi non avevano potuto frenare un grido di stupore.

«Sono là! Sono là!»

«E pare che dormano» disse Holkerche era in preda ad unaviva emozione.

«Signor Holkervi sareste ingannato?» chiese il notaio.

«Non so che dire; ora ho una lontana speranza di poterrivedere vivo il mio antenato.»

«Entriamosignore. Avete la chiave del sepolcreto?»

«Sì; non entriamo subitoperò.»

«Perché?...»

«Il mio antenato ha lasciato scritto che si lasci prima laporta aperta per qualche minuto.»

«Non riesco a comprenderne il motivo» disse il compagno delnotaio.

«Per non esporci ad un potente raffreddoresignor sindaco»disse Holker. «Si fa presto a buscarsi una polmonite.»

«Che vi sia molto freddo lì dentro?»

«Sembra che il dottor Tobyoltre il filtro avesse anchescoperto un certo liquido capace di sprigionare un freddo polare.»

«Deve trovarsi in quel vaso che scorgete là inquell'angolo.»

«Apritesignor Holker» disse il notaio. «Sono impazientedi assistere alla risurrezione di quei due uomini.»

Fecero il giro della piccola costruzionefinché scoprironouna porticina di ferro.

Holker introdusse la chiave nella serratura ed aprìfacilmente. Subito una corrente estremamente fredda investì i tre uominicostringendoli a retrocedere rapidamente.

«Vi è un banco di ghiaccio là dentro!» esclamò ilsindaco. «Che cosa contiene quel vaso per produrre un simile freddo? Che gliscienziati di cent'anni fa valessero meglio di quelli d'oggi?»

«Grand'uomo quel mio antenato» disse Holker. «Farò unaben meschina figura iovicino a lui!...»

Attesero alcuni minutipoiquando la corrente freddadiminuìuno alla volta s'introdussero nel sepolcretoavanzandosi carponiessendo la porta assai bassa e stretta.

Si trovarono in una stanza circolarecolle pareti coperte dalastre di vetroben connesse da armature di rame.

Nel mezzo vi era un letto abbastanza largo e su di essoavvolti in grosse coperte di feltrosi scorgevano due esseri umani coricatil'uno presso l'altro.

I loro volti erano gialligli occhi chiusie le lorobracciache tenevano sotto le coperteparevano irrigidite. Non si riscontravasu di loro alcun indizio di corruzione delle carni.

Il signor Holker s'era accostato rapidamente a loro e avevasollevato le coperte.

«È incredibile!» esclamò. «Come si possono essereconservati così questi due uominidopo cent'anni? Possibile che siano ancoravivi? Nessuno lo ammetterebbe.»

I suoi compagni si erano anche essi accostati e guardavanocon una specie di terrore quei due uominichiedendosi ansiosamente se sitrovavano dinanzi a due cadaveri o a due addormentati.

Quello che si trovava a destra era un bel giovane diventicinque o trent'annicoi capelli di color biondo rossicciodi statura altae slanciata; l'altro invece dimostrava cinquanta o sessant'anniaveva i capellibrizzolatied era più basso di statura e di forme più massicce.

Sia l'uno che l'altro erano meravigliosamente conservati:solo la pelle del visocome abbiamo dettoaveva assunto una tinta giallastrasimile a quella delle razze mongoliche.

«Qual è il vostro antenato?» chiese il notaio.

«Il più vecchio. L'altro è il signor James Brandok.»

«Agirete subito?»

«Senza ritardo.»

«Siete medicoè vero?»

«Come il mio antenato.»

«Sapete come dovete operare?»

«Il documento lasciato da Toby Holker parla chiaro. Non sitratta che di far due iniezioni.»

«Ed il liquido misterioso?»

«Deve trovarsi in quella cassetta» rispose il signorHolkerindicando una scatola di metallo che si trovava in fondo al letto.

«Torneranno subito in vita?»

«Non credo; forse dopo che li avremo immersi nell'acquatiepida.»

«Dovremo quindi portarli fino alla borgata?»

«Non è necessario» rispose il signor Holker. «Ho datoordine al mio macchinista di raggiungermi col Condor e non tarderà avenire. Porterò il mio antenato ed il signor Brandok a casa miaa Nuova York.Desidero che tutti ignorino per ora la risurrezione di questi due uomini.»

Mentre parlava aveva aperto la cassetta di ferro dove sivedevano dei documentidue fiale di cristallo piene d'un liquido rossastro edelle siringhe.

«Ecco il filtro misterioso» disseprendendo le fiale.«Agiremo senza perdere tempo.»

Denudò il petto dei due addormentatipoi immerse unasiringa in una delle due fialedicendo:

«Una iniezione in direzione del cuore e una nel collo:vedremo se avranno qualche effetto».

«Signor Holker» disse il notaio «voi che siete dottorevi sembra che siano morti? Hanno un certo aspetto...»

«Di mummie egiziane?»

«Noperché le loro carni hanno ancora una certafreschezza.»

«Allora di persone non morte» disse il signor Holker.

«Sapete che non dispero?»

«Batte il loro cuore?»

«No.»

«Sono freddi?»

«Sfido iocolla temperatura che regnava qui dentro! Sonoimmersi in una specie di catalessiche mi ricorda gli straordinari esperimentidei fakiri indiani.»

«Dunque non disperate?»

«Mah... Constato solamente che sono meravigliosamenteconservati dopo venti lustri. Aiutatemisignor Sterken.»

«Che cosa devo fare?»

«Tenete semplicemente una di queste fialementre io iniettoil liquido scoperto dal mio antenato.»

«Che sia invece fatale?»

«Io eseguisco la sua ultima volontà; se muoreammesso chedorma ancoranon sarà colpa mia. Proviamo!...»

Il signor Holker prese la siringaappoggiò la puntaacutissima sul petto del dottore in prossimità del cuore e fece una iniezioneabbondantesottocutanea. Ripeté la medesima operazione sul colloprese lavena giugularepoi attesein preda ad una profonda ansietàtenendo in manoil polso del suo antenato. Nessuno parlava: tutti tenevano gli sguardi fissi suldottorecolla speranza di sorprendere su quel viso giallastro una mossaqualsiasiche potesse essere indizio d'un ritorno alla vita. Era trascorso unminutoquando il signor Holker si lasciò sfuggire un grido di stupore.

«È incredibile!»

«Che cosa avete?» chiesero ad una voce il notaio ed ilsindaco.

«Quest'uomo non è morto!»

«Batte il suo polso?»

«Ho sentito una leggera vibrazione.»

«Che vi siate ingannato?» domandò il notaioche eradiventato pallidissimo.

«No... è impossibile... il polso batte... leggermente sìtuttavia batte... Non sogno io.»

«Dopo cent'anni!...»

«Silenzio... ascoltiamo se anche il cuore dà qualche segnodi vita...»

Il signor Holker aveva appoggiato il capo sul largo petto delsuo antenato.

«È freddo?» chiese il sindaco.

«Finora sì.»

«Cattivo segno: i morti sono sempre freddi.»

«Aspettatesignor sindacoil filtro ha appena cominciatoad agire.»

«E...»

«Tacete! Meraviglioso!... incredibile!... Cos'ha inventatoil mio antenato? Che cosa sono in suo paragone i medici moderni? Degli asinicompreso me!»

«Batte dunque il cuore?» chiesero ad una voce il sindaco edil notaio.

«Sì... batte...»

«Non v'ingannate?»

«Sono un medico.»

«Eppure la tinta giallastra non scompare ancora» disse ilnotaio.

«Dopo... dopo il bagno forse... Sìil cuore batte!... Èun miracolo!... Ritornare in vita dopo cent'anni! Chi lo crederebbe?»

«Ed il polso?»

«Vibra sempre con maggior forza.»

«Rivolgetevi al signor Brandokdottore» disse il sindaco.

In quel momento un fischio sonoro echeggiò al di fuori.

«Il mio Condor» disse il signor Holker. «Giunge intempo!»

«Desiderate qualche cosa dal vostro macchinista?» domandòil notaio.

«Che porti una leva per aprire il sotterraneo. Ed oraoccupiamoci del signor Brandok»

Denudò il petto del giovane e ripeté su di lui le iniezionifatte già al signor Toby.

Due minuti dopoudì un lieve fremito nei polsie constatòper di più che la tinta giallastra tendeva a scomparire e che un lievissimorossore compariva sulle gote dell'addormentato.

«Quale miracolo!» ripeteva il signor Holker. «Domaniquesti uomini parleranno come noi.»

Il notaio era ritornato con un negro di statura imponenteunvero ercolecon spalle larghissimebraccia grosse e muscolose.

«Harry» disse il signor Holkerrivolgendosi verso ilgigante «prendi queste due personee portale sul Condor. Bada di nonstringerle troppo.»

«Sìpadrone.»

«Sono pronti i materassi?»

«E anche la tenda.»

«Sbrigatiragazzo mio.»

Il signor Holker spostò il letto e mise le mani su unapiastra di ferro di forma circolaremunita d'un anello.

«Deve essere qui sotto il sotterraneo contenente i milionidel mio antenato e del signor Brandok» disse.

«Vi saranno ancora?» chiese il notaio.

«Solo noi potevamo sapere che i due addormentati ve liavevano postie poi noi abbiamo veduto che tutto era in ordine qui dentroquindi nessuno può esservi entrato.»

Passò la leva portata dal macchinista nell'anello e alzònon senza faticala piastra.

Essendo già calate le tenebreaccese una lampada elettricae scorse una scaletta scavata nella viva roccia.

Scese giùseguito dal notaio e dal sindaco e si trovò inuna celletta di due metri quadrati contenente due casseforti d'acciaio.

«Sono qui dentro i milioni» disse.

«Li fate portare sul vostro Condor?» chiese ilnotaio.

«Appartengono al mio antenato ed al signor Brandok. Essendovivinon ho più alcun diritto su queste ricchezze... Harry!»

Il negro che era già tornatodopo aver portato via Toby eBrandokscese nel sotterraneo.

«Aiutami» gli disse Holker.

«Basto iosignore» rispose il gigante. «I miei muscolisono solidi e le mie spalle larghe.»

Prese la cassa più grossa e la portò via.

«Signori» disse Holkerquando anche la seconda fu levata«la vostra missione è finita. Il signor Brandok ed il mio avo saprannoricompensarvi presto della vostra gentilezza.»

«Ce li condurrete un giorno?» chiese il notaio.

«Ve lo prometto.»

«Siete ormai certo che essi tornino in vita?» domandò ilsindaco.

«Io lo sperodopo un buon bagno nell'acqua tiepida. Fraquattro ore io sarò a Nuova York e domani vi darò mie notizie.»

Uscirono dal sepolcreto e dalla cintachiudendo il cancelloe si diressero verso il margine della rupe che si affacciava sull'oceanodovesi vedeva vagamente e fra le tenebreuna massa nera che agitava sopra di sédelle ali mostruose.

«Accendi il fanaleHarry» disse il signor Holker.

Uno sprazzo di luce vivissima si sprigionòilluminandotutta la cima della rupe e la massa che si agitava presso il margine.

Era una specie di macchina volantefornita di quattro aligigantesche e di eliche grandissimecollocate al di sopra di una piattaforma dimetallolunga e strettadifesa all'intorno da una balaustra. Nel mezzocollocati su un soffice materasso e riparati da una cortinasi trovavano ildottor Toby e Brandokcoricati l'uno presso l'altro. Il negro stava inveceall'estremità della piattaformadietro ad una piccola macchinamunita diparecchi tubi.

«Arrivederci prestosignori» disse Holkersalendo sullapiattaforma e sedendosi presso i due risuscitati.

«Buon viaggiosignor Holker» risposero il notaio ed ilsindaco. «Dateci domani notizie del dottore e del signor Brandok.»

«A cento miglia all'oraragazzo mio» disse Holker alnegro. «Ho molta fretta.»

Le ali e le eliche si misero in movimento e la macchinavolante partì con velocità fulmineapassando sopra l'isola di Nantucket etenendo la prora verso il sud-ovest. Il signor Holker esaminava intanto ildottore Toby ed il suo compagnoappoggiando spesso la mano sui loro petti etastando di quando in quando anche i polsi.

La vitalità tornava lentamente nei due addormentati. Il loropolso cominciava già a battereassai debolmente peròma ancora nonrespiravano ed il cuore rimaneva muto.

«Vedremo dopo il bagno» mormorava il signor Holker. «Mortinon sonoquindi non devo disperare. Quale sorpresa per loro quando riaprirannogli occhi! Rivivere dopo cent'anni! Quale meraviglioso filtro ha scoperto il mioantenato! Ecosa inesplicabilenon sono invecchiati!»

Il Condor intanto continuava la sua corsa fulminea.Aveva passato l'isola e correva sopra l'oceanomantenendosi ad un'altezza dicentocinquanta metri.

La sua lampada mandava sempre un lungo sprazzo di luce che sirifletteva sulle onde.

A mezzanotteverso ovestsi scorsero a un tratto delleondate di luce bianca che salivano a grande altezza.

«Nuova Yorkpadrone» disse il negro.

«Di già?» rispose Holker. «Hai superato le cento migliaall'oramio buon Harry. Sbrighiamocie bada di non urtare qualcuno.»

Si era alzato e guardava verso quelle luci.

«Arriveremo presto» mormorò.

Venti minuti dopo il Condor correva sopra unraggruppamento di case immensedi torri e di campanili.

Descrisse alcuni giri in ariaproiettando il fascio di lucesui tetti delle casepoi calò su una vasta terrazza di metallosituata sullacima d'un palazzo di venti piani.

«Siamo giuntipadrone» disse il negro.

«Prendi i due addormentati e portali nella mia camera. Esilenzio con tutti!»

 

 

LE PRIME MERAVIGLIE DEL Duemila

 

 

 

 

 

Erano trascorse altre due orequando il dottor Toby pelprimo aperse finalmente gli occhidopo cent'anni che li aveva tenuti chiusi.

Dopo una immersione durata un quarto d'orain una vascapiena di acqua tiepidaaveva già cominciato a dare qualche segno di vita e aperdere la tinta giallastranondimeno era stata necessaria una nuova iniezionedel filtro misterioso perché il cuore riprendesse finalmente le sue funzioni.

La rigidità dei muscoli era rapidamente scomparsa ed ilcolorito roseo era tornato sul suo volto in seguito alla ripresa dellacircolazione del sangue.

Appena aperti gli occhiil suo sguardo si fissò sul signorHolker che gli stava pressooccupato a soffregar il petto di Brandok.

«Buongiorno...» gli disse il pronipoteaccostandoglisirapidamente.

Toby era rimasto muto; nondimeno i suoi occhi parlavano perlui.

Vi era nel suo sguardo dello stuporedell'ansietàfors'anche della paura.

«Mi udite?» chiese Holker.

Il dottore fece col capo un segno affermativopoi mosse lelabbra a più ripresesenza che potesse emettere alcun suono. Certo la linguanon aveva ancora riacquistata la sua elasticità dopo essere stata per tantianni immobilizzata.

«Come vi sentite? Male forse?»

Toby fece un gesto negativopoi alzò le mani facendo deisegni assolutamente incomprensibili pel signor Holker. Ad un tratto le abbassòpuntandole verso il signor Brandokche stava coricato in un letto vicino.

«Mi chiedete se il vostro compagno è vivo o mortoèvero?»

Il dottore accennò di sì.

«Non temete signor... ziose non vi rincresce che vi chiamicon questo titolo di parentelapoiché appartengo alla vostra famiglia comediscendente di vostra sorella... Non temeteanche il vostro compagno sta pertornare alla vita e fra poco riaprirà gli occhi. Provate molta difficoltà amuovere la lingua? Vediamozio... sono dottore anch'io al pari di voi.»

Gli aprì la bocca e tirò parecchie volte quell'organochepareva si fosse atrofizzatoripiegandolo poi in tutti i sensiper fargliriacquistare la perduta agilità.

«Agisce ora?»

Un suono dapprima confuso uscì dalle labbra del dottor Tobypoi un grido:

«La vita! La vita!».

«Mercé il vostro filtrozio.»

«Cent'anni?»

«Sìdopo cent'anni di sonno» rispose Holker «noncredevate certo di poter tornare vivo.»

«Sì! Sì!» borbottò il dottore.

In quell'istante una voce fioca chiese:

«Toby? Toby?».

Il signor Brandok aveva aperto gli occhi e guardava il suovecchio amico con uno stupore facile a comprendersi.

«Toby!» ripeté per la terza voltatentando di rizzarsisul guanciale.

«Non vi movetesignor Brandok» disse Holker. «Sono lietodi darvi il buongiorno e di udirvi anche parlare. Rimanete coricati; vi ènecessario un buon sonnodel vero sonno.»

S'avvicinò ad un tavolino su cui stavano parecchie fialeneprese una e versò il contenuto in due tazze d'argento.

«Bevete questo cordiale» disseporgendo ad entrambi letazze. «Vi darà forza... ah!... mi scordavo di dirvi che i vostri milioni sonoal sicuroqui in casa mia... Ricoricatevifate una buona dormita e questa serapranzeremo insiemene sono certo.»

Il dottor Toby aveva mormorato:

«Graziemio lontano parente».

Poi aveva quasi subito chiusi nuovamente gli occhi. Il signorBrandok dormiva di giàrussando sonoramente.

Il signor Holker rimase nella stanza parecchi minuticurvandosi ora sull'uno ora sull'altro dei risuscitatie ripetendo con visibilesoddisfazione:

«Ecco il vero sonno che farà ricuperare loro le forze.Meraviglioso filtro!... Ecco un segreto chese divulgatorenderà il mioantenato l'uomo più famoso del mondo. Lasciamoli riposare. Credo che ormaisiano salvi».

 

Otto ore dopo il dottor Toby veniva svegliato da un sibiloleggeroche pareva venisse dal disotto del guanciale.

Assai sorpresos'era alzato a sederegettando intorno a séuno sguardo meravigliato. Nella stanza non vi era nessuno e Brandok continuava arussare nell'altro letto.

«Chi mi ha fischiato agli orecchi?» si chiese. «Che ioabbia sognato?»

Stava per chiamare Brandokquando udì una voce che parevaumanasussurrargli agli orecchi:

«Gravi avvenimenti sono avvenuti ieri nella città diCadice. Gli anarchici della città sottomarina di Bressakimpadronitisi dellanave Hollendorfsono sbarcati nella nottefacendo saltare parecchiecasecon bombe. La popolazione è fuggita e gli anarchici hanno saccheggiata lacittà. Si chiamano sotto le armi i volontari di Malaga e di Alicante cheverranno trasportati sul luogo dell'invasione con flotte aeree. Si dice cheBressak sia stata distrutta e che molte famiglie anarchiche siano rimasteannegate».

Il dottore aveva ascoltatocon uno stupore facile adindovinarsiquella voce che annunziava uno spaventevole disastropoi avevasollevato rapidamente il guancialepoiché la voce s'era fatta udire piùprecisamente dietro la sponda del lettoe scorse una specie di tubo sul cuiorlo era scritto: "Abbonamento al World".

«Una meraviglia del Duemila!» esclamò. «I giornalicomunicano direttamente le notizie a casa degli abbonati. Che abbiano soppressala carta e le macchine per stamparla? Ai nostri tempi queste comodità non siconoscevano ancora. Come è progredito il mondo!»

Stava per chiamare l'amicoche non si decideva ad aprire gliocchiquando udì uscire dal tubo un altro fischiopoi la medesima voce chediceva:

«Guardate la scena».

Nel medesimo istante il dottore vide illuminarsi un granquadro che occupava la parete di fronte al letto e svolgersi una scena orribilee d'una verità straordinaria.

Degli uomini erano comparsi in mezzo a delle case e correvanoall'impazzatalanciando delle bombe che scoppiavano con lampi vivissimi.

I muri si sfasciavanoi tetti crollavano; uominidonne efanciulli precipitavano nelle viementre larghe lingue di fuoco si alzavanosopra quegli ammassi di macerietingendo tutto il quadro di rosso.

Gli anarchici continuavano intanto la loro opera didistruzionee le scene si succedevano alle scene con vertiginosa rapidità esenza la minima interruzione. Era una specie di cinematografod'una perfezionestraordinariaveramente stupefacenteche riproduceva con meravigliosaesattezza la terribile strage annunciata poco prima dal giornale.

Per dieci minuti quel rovinio continuòpoi finì con unafuga disordinata di genteche si rovesciava verso una spiaggiamentre il cielorifletteva la luce degli incendi.

«Straordinario» ripeteva il dottorequando la paretetornò bianca. «Che progresso ha fatto il giornalismo in questi cento anni! Echissà quante meraviglie dovremo vedere ancora. Brandokhai finito il tuosonno?»

Udendo quella chiamatail giovane aprì finalmente gliocchisbadigliando come un orso che si sveglia dopo il lungo sonno invernale.

«Come ti sentiamico mio?» chiese Toby.

«Benissimo.»

«Il tuo spleen

«Per ora non m'accorgo che mi tormenti. E... dimmiTobyabbiamo sognatoo è proprio vero che noi abbiamo dormito un secolo?»

«La prova l'abbiamo nelle nostre cassefortiche hannoportato qui mentre ci riposavamo.»

«Chi potrà credere che noi siamo risuscitati?»

«Il mio parente di certopoiché è venuto lui a togliercidal sepolcreto.»

«E dove ci troviamo noi? Ancora a Nantucket?»

«Non lo saprei davvero.»

«E tu come stai?»

«Provo un turbamento che non so spiegarmi e mi pare diessere molto debole.»

«Sfido iodopo un così lungo digiuno?» disse Brandokridendo. «Non senti appetito? Io mangerei volentieri una bisteccaperesempio.»

«Adagiomio caro. Non sappiamo ancora come funzioneranno inostri organi interni.»

«Se il cuoreed i polmoni non danno segno d'aver soffertodopo una così lunga fermatasuppongo che anche gli intestini riprenderanno illoro lavoro.»

«Eppure temevo che si atrofizzassero» disse Toby.

In quel momento la porta si aprì ed il signor Holkercomparveseguito dal gigantesco negro che portava dei vestiti simili a quelliche indossava il suo padrone e della biancheria candidissima.

«Come statezio? Mi permettete di chiamarvi cosìd'orainnanzi?»

«Certomio caro tardo nipote» rispose il dottore. «Mitrovo abbastanza bene.»

«Anche voisignor Brandok?»

«Ho solamente un po' di fame.»

«Buon segno; vestitevi e poi andremo a pranzare. Le vestisaranno un po' diverse da quelle che si portavano cent'anni faperò sono piùcomode e dal lato igienico nulla lasciano a desiderareessendo disinfettateperfettamente.»

«E anche la stoffa mi sembra diversa.»

«Stoffa vegetale. Già da sessant'anni abbiamo rinunciato aquella animaletroppo costosa e poco pulita in paragone a questa. Ah! Trovereteil mondo ben cambiato; per ora non vi dico altro per non scemare la vostracuriosità. Vi aspetto nella sala da pranzo.»

Il dottor Toby e Brandok si cambiaronofecero un po' ditoelettapoi lasciarono la stanzainoltrandosi in un corridoio le cui paretilucidissime avevano degli strani splendoricome se sotto la vernice che lecopriva vi fosse qualche strato di materia fosforescenteed entrarono in unsalotto abbastanza ampioilluminato da due finestre larghe e alte fino alsoffittoche permettevano all'aria di entrare liberamente.

Era ammobiliato con semplicitànon esente da una certaeleganza. Le sediela credenzieragli scaffali situati negli angoli e perfinola tavola che occupava il centroerano formati di un metallo bianco elucentissimo che assomigliava all'alluminio.

Il signor Holker era già seduto a tavolala quale eracoperta da una tovaglia colorata che non sembrava di tela.

«Avantimiei cari amici» disseandando loro incontro«il pranzo e pronto.»

«E dove lo mangeremo?» chiese Brandokche non aveva scortosulla tavola né piattiné bicchieriné posatené salviettené cibi dialcun genere.

«Ah! mi scordavo che un secolo fa gli albergatori erano pureindietro di cento anni!» disse Holkerridendo. «Hanno progredito anche loro.Guardate.»

S'accostò ad una parete ed abbassò una lastra di metallolunga un paio di metri e larga una trentina di centimetriunendola alla tavolain modo da formare un piccolo ponte. L'altra estremità s'appoggiava ad unapiccola mensola sopra la quale sta scritto: "Abbonamento all'HôtelBardilly".

«E ora?» chiese Brandok che guardava con crescente stupore.

«Premo questo bottone ed il pranzo lascia le cucinedell'albergo per venire sulla mia tavola.»

«Dove si trova questo Hôtel? In questa casa?»

«Anziè piuttosto lontano: sulla riva oppostadell'Hudson.»

«Siamo dunque a Nuova York?!» esclamarono ad una voce Tobye Brandok.

«Dove credevate di essere? Ancora a Nantucket?»

«Quando ci avete trasportati?» domandò Brandok al colmodella sorpresa.

«Ieri sera. Alle otto ho lasciato l'isola e a mezzanotteeravate qui.»

«In quattro sole orementre cent'anni fa se ne impiegavanosedici e con una scialuppa a vapore!» esclamò il dottore.

«Abbiamo camminato colle invenzionimio caro zio» disseHolker. «Ah! ecco il pranzo.»

Un sibilo acuto era sfuggito da una piccola fessura dellamensolapoi una porticina si era aperta automaticamente all'estremità dellalastra di metallo che si univa alla tavola e una piccola macchinaseguita dasei vagoncini di alluminio di forma cilindricas'avanzòcorrendo su dueincavi che servivano da rotaie.

«Il pranzo che manda l'albergo?» chiesero Toby e Brandok.

«Sìsignorie con tutto il necessario. Come vedete è unacosa molto comoda che mi dispensa dall'avere una cuoca ed una cucina» risposeHolker.

Aprì il primo vagoncino che aveva una circonferenza diquaranta centimetri e una lunghezza uguale e levò dei bicchieridelle posatedelle salviette e quattro bottiglie che dovevano contenere del vino o dellabirra. Dagli altri quattro estrasse successivamente dei piccoli recipienticontenenti del brodo ancora caldissimopoi dei piatti con pasticci e vivandesvariatedelle uovadei liquori e così via. Tutto il necessario insomma perun pranzo abbondante.

Quand'ebbe terminatopremette un bottonela porticina siaprì ed il minuscolo treno scomparveretrocedendo colla velocità d'un lampo.

«Che cosa ne ditesignor Brandok?» chiese Holker.

«Che ai nostri tempi queste comodità mancavanoassolutamente. E tornerà il treno?»

«Certoper riprendere le stoviglie.»

«E come arriva qui?»

«Per mezzo d'un tuboe cammina mosso da una piccola pilaelettricad'una potenza tale però che le imprime una velocità di quasi centochilometri all'ora. Queste vivande non sono state rinchiuse nei loro recipientiche da qualche minuto; infatti vedete che fumanoanzi scottano.»

«E l'albergatore come viene avvertito dal cliente di ciòche desidera?»

«Per mezzo del telefono. Al mattino il mio servo trasmetteall'Hôtel il menù per il pranzo e per la cena e le ore in cui desideromangiareed il treno giunge con precisione matematica.»

«Non tutti potranno permettersi un lusso simile» osservòil dottore Toby.

«Certo» rispose Holker «ma quelli che non possonoabbonarsi all'Hôtel se la sbrigano anche più presto.»

«A mangiare forsenon certo a prepararsi il pranzo.»

«Il lavoratore non fa più cucina in casanon avendo tempoda perdere. Otto o dieci pilloleed ecco inghiottito un buon brodoil succod'una mezza libbra di bueo di pollo o di una libbra di maiale o di un paiod'uovad'una tazza di caffè e così via. Cent'anni fa si perdeva troppo tempo;camminavate ed agivate colla lentezza delle tartarughe. Oggi invece si gareggiacoll'elettricità. Mangiatesignori mieio i cibi si raffredderanno. Una tazzadi buon brodosignor Brandokprima di tuttopoi sceglierete quello che piùvi piace. Vi avverto che è un pranzo a base di vegetali; ma queste pietanze nonsono meno nutrientie non vi parranno meno saporite. Poi parleremo finchévorrete.»

 

 

LA LUCE ED IL CALORE FUTURO

 

 

 

 

 

Il dottor Holker aveva detto la verità. Il brodo erasquisitissimoma nessuna pietanza era di carne di buedi maiale e di montone.Solo dei pesci: tutti gli altri piatti si componevano di vegetalifra cui moltiche erano assolutamente sconosciuti a Toby ed a Brandok.

In compenso il vino era così eccellente che né l'uno nél'altro mai ne avevano gustato di simile.

«Signor Holker» disse Brandokche mangiava con unappetito invidiabilecome se si fosse svegliato solo da dieci o dodici ore«siete vegetariano voi?»

«Perché mi fate questa domanda?» chiese il lontanopronipote del dottore.

«Ai nostri tempi si parlava molto di vegetarianismospecialmente in Germania ed in Inghilterra. Si vede che quella cucina ha fattodei progressi.»

«Perché non trovate delle bistecche?»

«Sìe mi stupisce come i moderni americani abbianorinunciato alle succose bistecche ed ai sanguinanti roast beef

«Sono piatti diventati un po' rarioggimio caroe pelsemplice motivo che i buoi ed i montoni sono quasi scomparsi.»

«Ah!»

«Ve ne stupite?»

«Molto.»

«Mio caro signorela popolazione del globo in questi centoanni è enormemente cresciutae non esistono più praterie per nutrire legrandi mandrie che esistevano ai vostri tempi. Tutti i terreni disponibili sonoora coltivati intensivamente per chiedere al suolo tutto quello che può dare.Se così non si fosse fattoa quest'ora la popolazione del globo sarebbe alleprese colla fame. I grandi pascoli dell'Argentina e i nostri del Far-West nonesistono piùed i buoi ed i montoni a poco a poco sono quasi scomparsinonrendendo le praterie in proporzione all'estensione. D'altronde non abbiamo piùbisogno di carne al giorno d'oggi. I nostri chimiciin una semplice pillola dalpeso di qualche grammofanno concentrare tutti gli elementi che prima sipotevano ricavare da una buona libbra di ottimo bue.»

«E l'agricoltura come va senza buoi?»

«Anticaglie» disse Holker. «I nostri campagnoli non fannouso che di macchine mosse dall'elettricità.»

«Sicché non vi sono più neanche cavalli?»

«A che cosa potrebbero servire? Ce ne sono ancora alcuniconservati più per curiosità che per altro.»

«E gli eserciti non ne fanno più uso?» chiese il dottorToby. «Ai nostri tempi tutte le nazioni ne avevano dei reggimenti.»

«E che cosa ne facevano?» chiese Holkercon aria ironica.

«Se ne servivano nelle guerre.»

«Eserciti! Cavalleria! Chi se ne ricorda ora?»

«Non vi sono più eserciti?» chiesero ad una voce Toby eBrandok.

«Da sessant'anni sono scomparsidopo che la guerra haucciso la guerral'ultima battaglia combattuta per mare e per terra fra lenazioni americane ed europee è stata terribilespaventevoleed è costatamilioni di vite umanesenza vantaggio né per le une né per le altre potenze.Il massacro è stato tale da decidere le diverse nazioni del mondo ad abolireper sempre le guerre. E poi non sarebbero più possibili. Oggi noi possediamodegli esplosivi capaci di far saltare una città di qualche milione di abitanti;delle macchine che sollevano delle montagne; possiamo sprigionarecollasemplice pressione del ditouna scintilla elettrica trasmissibile a centinaiadi miglia di distanza e far scoppiare qualsiasi deposito di polvere. Una guerraal giorno d'oggisegnerebbe la fine dell'umanità. La scienza ha vinto ormai sututto e su tutti.»

«Eppure quest'oggiappena svegliatomi fu comunicata dalvostro giornale una notizia che smentirebbe quello che avete detto oramio caronipote» disse Toby.

«Ah sì! La distruzione di Cadice da parte degli anarchici.Bazzecole! Ormai questi bricconi irrequieti saranno stati completamentedistrutti dai pompieri di Malaga e di Alicante.»

«Dai pompieri?»

«Non abbiamo altre truppe al giorno d'oggie vi assicuroche sanno mantenere l'ordine in tutte le città e sedare qualunque tumulto.Mettono in batteria alcune pompe e rovesciano sui sediziosi torrenti d'acquaelettrizzata al massimo grado. Ogni goccia fulminae l'affare è sbrigatopresto.»

«Un mezzo un po' brutalesignor Holkere anche inumano.»

«Se non si facesse cosìle nazioni si vedrebbero costrettead avere delle truppe per mantenere l'ordine. E del resto siamo in troppi inquesto mondoe se non troviamo il mezzo d'invadere qualche pianetanon so comese la caveranno i nostri pronipoti fra altri cent'annia meno che non torninocome i nostri antenatiall'antropofagia. La produzione della terra e dei marinon basterebbe a nutrire tuttie questo è il grave problema che turba epreoccupa gli scienziati. Ah! se si potesse dar la scalata a Marte che ha inveceuna popolazione così scarsa e tante terre ancora incolte!»

«Come lo sapete voi?» chiese Tobyfacendo un gesto distupore.

«Dagli stessi martiani» rispose Holker.

«Dagli abitanti di quel pianeta!» esclamò Brandok.

«Ahdimenticavo che ai vostri tempi non si era trovatoancora un mezzo per mettersi in relazione con quei bravi martiani.»

«Scherzate?»

«Ve lo dico sul seriomio caro signor Brandok.»

«Voi comunicate con loro?»

«Ho anzi un carissimo amico lassù che mi dà spesso suenotizie.»

«Come avete fatto a mettervi in relazione coi martiani?»

«Ve lo dirò più tardiquando avrete visitato la stazioneelettrica di Brooklyn. Eh! Sono già quarant'anni che siamo in relazione coimartiani.»

«È incredibile!» esclamò il dottor Toby. «Qualimeravigliose scoperte avete fatto voi in questi cent'anni!»

«Molte che vi faranno assai stupirezio. Appena vi saretecompletamente rimessivi proporrò di fare una corsa attraverso il mondo. Insette giorni saremo nuovamente a casa.»

«Il giro del mondo in una settimana!...»

«È naturale che ciò vi stupisca. Ai vostri tempis'impiegavano quarantacinque o cinquanta giornise non m'inganno.»

«E ci sembrava d'aver raggiunto la massima velocità.»

«Delle tartarughe» disse Holkerridendo. «Poi faremoanche una corsa al polo nord a visitare quella colonia.»

«Si va anche al poloora?»

«Bah!... è una semplice passeggiata.»

«Avete trovato il mezzo di distruggere i ghiacci che locircondano?...»

«Niente affattoanzi io credo che le calotte di ghiaccioche avvolgono i due confini della terra siano diventate più enormi di quelloche erano cent'anni fa; eppure noi abbiamo trovato egualmente il mezzo di andarea visitarli e anche a popolarli. Vi abbiamo relegati là...»

Un sibilo acuto che sfuggì da un foro aperto sopra unamensola che si trovava in un angolo della stanzagl'interruppe la frase.

«Ahecco la mia corrispondenza che arriva» disse Holkeralzandosi.

«Un'altra meraviglia!» esclamarono Toby e Brandokalzandosi.

«Una cosa semplicissima» rispose Holker. «Guardateamicimiei.»

Premette un bottone al disotto d'un quadro che rappresentavauna battaglia navale. La figura scomparveinnalzandosi entro due scanalatureelasciando un vano d'un mezzo metro quadrato. Dentro v'era un cilindro di metallocoperto di numeri segnati in nerolungo sessanta o settanta centimetricon unacirconferenza di trenta o quaranta.

«Il mio numero d'abbonamento postale è il 1987» disseHolker. «Eccolo quie in un piccolo scompartimento sono state collocate le mielettere.»

Mise un dito sul numeros'aprì uno sportellino e trasse lasua corrispondenzapoi fece ridiscendere il quadro e premette un altro bottone.

«Ecco il cilindro ripartito» disse. «Va a distribuire lacorrispondenza agli inquilini della casa.»

«Come è giunto qui quel cilindro?» chiese Brandok.

«Per mezzo d'un tubo comunicante coll'ufficio postale piùvicinoe rimorchiato da una piccola macchina elettrica.»

«E come si ferma?»

«Dietro il quadro vi è uno strumento destinato adinterrompere la corrente elettrica. Appena il cilindro vi passa soprasi fermae non riparte se io prima non riattivo la corrente premendo quel bottone.»

«Vi è un cilindro per ogni casa?»

«Sìsignor Brandok; devo avvertirvi che le abitazionimoderne hanno venti o venticinque piani e che contengono dalle cinquecento allemille famiglie.»

«La popolazione d'uno dei nostri antichi sobborghi» disseil dottore. «Non ci sono dunque più case piccole?»

«Il terreno è troppo prezioso oggidìe quel lusso èstato bandito. Non si può sottrarre spazio all'agricoltura. Ma comincia a farbuio; sarebbe tempo d'illuminare il mio salotto. Ai vostri tempi che cosa siaccendeva alla sera?»

«Gaspetrolioluce elettrica» disse Brandok.

«Povera gente» disse Holker. «E come doveva costar caraallora l'illuminazione!»

«Certosignor Holker» disse Brandok. «Ora invece?»

«Abbiamo quasi gratis la luce ed il calore.»

Dal soffitto pendeva un'asta di ferro che finiva in unapallacomposta d'un metallo azzurro.

Il signor Holker l'aprì facendola scorrere sopra l'asta etosto una luce brillantesimile a quella che mandavano un tempo le lampadeelettrichesi sprigionòinondando il salotto.

Ciò che la produceva era una pallottolina appena visibileche si trovava infissa sotto la sferae la luce che tramandavaespandeva undolce calore assai superiore a quello del gas.

«Che cos'è?» chiesero ad una voce Brandok e Toby.

«Un semplice pezzetto di radium» rispose Holker.

«Il radium!» esclamarono i due risuscitati.

«Si conosceva ai vostri tempi?»

«L'avevano già scoperto» rispose Toby. «Ma non si usavaancora a causa dell'enorme suo costo. Un grammo non si poteva avere a meno ditre o quattromila lire. E poi non s'era potuto trovare ancora il modo diapplicarlocome avete fatto ora voi. Tutti però gli predicevano un grandeavvenire.»

«Quello che non hanno potuto fare i chimici del 1900 l'hannofatto quelli del Duemila» disse Holker. «Quel pezzetto lì non vale che undollaro e brucia sempresenza mai consumarsi. È il fuoco eterno.»

«Meraviglioso metallo!...»

«Sìmeravigliosoperché oltre a darci la luceci dàanche il calore. Ha detronizzato il carbon fossilela luce elettricail gasil petroliole stufe ed i camini.»

«Sicché anche le vie sono illuminate con lampade aradium?» chiese Toby.

«E anche gli stabilimentile officine e così via.»

«E nelle miniere di carbone non si lavora più?»

«A che cosa servirebbe il carbone? Poi cominciavano già adesaurirsi.»

«La forza necessaria per far agire le macchine deglistabilimentichi ve la dà ora?»

«L'elettricità trasportata ormai a distanze enormi. Lenostre cascate del Niagaraper esempiofanno lavorare delle macchine che sitrovano a mille miglia di distanza. Se noi volessimopotremmo dare di quelleforze anche all'Europamandandole attraverso l'Atlantico. Ma anche laggiùhanno costruito delle cascate sui loro fiumi e non hanno più bisogno di noi.»

«Amico James» disse Toby «ti penti d'aver dormitocent'anni per poter vedere le meraviglie del Duemila?»

«Oh no!» esclamò vivamente il giovane.

«Credevi di veder il mondo così progredito?»

«Non mi aspettavo tanto.»

«E il tuo spleen

«Non lo provo piùtuttavia... non senti nulla tu?»

«Sìun'agitazione stranaun'irritazione inesplicabile delsistema nervoso» disse Toby. «Mi sembra che i muscoli ballino sotto la miapelle.»

«Anche a me» disse Brandok.

«Sapete da che cosa deriva?» chiese Holker.

«Non saprei indovinarlo» rispose Toby.

«Dall'immensa tensione elettrica che regna ormai in tutte lecittà del mondo ed a cui voi non siete ancora abituati. Cent'anni fal'elettricità non aveva ancora raggiunto un grande sviluppomentre oral'atmosfera ed il suolo ne sono saturi. Ma vi abitueretene son certo. E peroggi basta. Andate a riposare e domani mattina faremo una corsa attraverso NuovaYork sul mio Condor

«È un'automobile?» chiese Brandok.

«Sìma di nuovo genere» rispose Holkercon un sorriso.«Cominceremo così il nostro viaggio attraverso il mondo.»

 

 

A BORDO DEL CONDOR

 

 

 

 

 

Era appena spuntata l'albaquando Holker entrò nella stanzadel suo antenato e del signor Brandokgridando:

«In piedi miei cari amici!... Il mio Condor ciaspetta dinanzi alle finestre del salotto e l'hôtel ci ha già mandatoil tè».

Non ci volevano che le parole «ci aspetta dinanzi allefinestre» per far balzare giù dal letto il dottore ed il suo compagno.

«L'automobile davanti alle finestre!» avevano esclamatoinfilando i calzoni.

«Vi sorprendete?»

«A che piano siamo?» chiese Brandok.

«Al diciannovesimo. Si respira meglio in alto ed i rumoridella via giungono appena.»

«Allora che automobile è la vostraper salire a similealtezza?»

«Lo vedrete; sbrigateviamiciperché ho desiderio dicondurvi stamane fino alle cascate del Niagaraper mostrarvi i colossaliimpianti elettrici che forniscono la forza a quasi tutti gli stabilimenti dellaFederazione. Prima andremo a vedere la stazione ultrapotente di Brooklyndovendo dare mie notizie al mio amico marziano. Quel brav'uomo deve essere unpo' inquieto pel mio lungo silenzio e saprà con piacere la notizia della vostrarisurrezione.»

«Come!» esclamò Toby. «Tu lo avevi informato che un tuoantenato dormiva da cento anni?»

«Sìzio» rispose Holker. «Ci facciamo di tratto intratto delle confidenzeperché siamo legati da una profonda amicizia.»

«Senza esservi mai veduti?» esclamò Brandok.

«Dietro alcune mie indicazioni avrà scarabocchiato il mioritratto.»

«E tu?» chiese Toby.

«Ho il suo.»

«Come sono dunque gli abitanti di Marte? Somigliano a noi?»

«Dalle descrizioni che abbiamo ricevuto da loronon sonoaffatto simili a noi; tuttavia in fatto di civiltà e di scienzasembra che nonsiano a noi inferiori. Figuratevizioche hanno delle teste quattro volte piùgrosse delle nostre e che quindicon un simile sviluppo di cervellonon devonoessere più arretrati di noi.»

«Ed il corpo?»

«I martianida quanto abbiamo potuto comprenderesonoanfibi che rassomigliano alle fochecon braccia cortissimeche terminano condieci ditae piedi molto grandi e palmati.»

«Dei veri mostriinsomma!» esclamò Tobyche ascoltavacon viva curiosità quei particolari.

«Non sembra infatti che siano troppo belli» rispose Holker.«Ma andiamo a prendere il tèo lo troveremo freddo. Riparleremo dei martianie del loro pianeta quando saremo alla stazione ultrapotente di Brooklyn.»

Lasciarono la stanza ed entrarono nel salotto. La piccolaferrovia con un solo vagoncinostava ferma all'estremità della piastra dimetallo. Non fu però quella che attrasse l'attenzione di Brandok e del dottorebensì un'ombra gigantesca che si agitava dinanzi alle due ampie finestre.

«Che cos'è?» chieseroslanciandosi innanzi.

«Il mio Condor» rispose tranquillamente Holker.

«Un pallone dirigibile?» chiese.

«Nosignoriuna macchina volante che funzionaperfettamentedotata d'una velocità straordinariatale da poter gareggiarecolle rondini ed i colombi viaggiatori. Ve n'erano ai vostri tempi?»

«Qualche pallone dirigibilesempre pericoloso» disse Toby.

«E siccome i palloni causavano troppe disgrazienoi dacinquant'anni abbiamo abbandonato l'idrogeno per le ali. Prendiamo il tèpoiavrete il tempo di osservare il mio Condor e di vederlo manovrare.»

Strappò quasi per forza il dottore e Brandok dalle finestree trasse dal vagoncino le tazzela salvietta ed il recipiente contenente laprofumata bevandanonché dei biscotti.

«Non siate troppo impazienti» disse. «Bisogna vedere lecose una alla volta o vi affaticherete troppo. Il tempo non ci manca.»

Bevettero il tèbagnandovi qualche biscottopoi Holkersalì sul davanzale che era molto basso e mise i piedi sulla piattaforma dellamacchina volante su cui erano state collocate quattro comode poltroncine.

Harryil negro gigantestava dietro alla macchinatenendole mani su una piccola ruota che faceva agire due immensi timoni di formatriangolarecostruiti con una specie di tela lucidissimamontati sopra unaleggera armatura di metallo.

Brandok e Toby si erano appena sedutiche il Condors'innalzò subito obliquamente fino al di sopra delle immense casedescrivendouna serie di giri d'una precisione ammirabile. Quella macchinainventata dagliscienziati del Duemilaera davvero stupefacente equello che è piùd'unasemplicità straordinaria.

Non si componeva che di una piattaforma di metallo che parevapiù leggero dell'alluminiocon quattro ali e due eliche collocate le unelateralmente alle altretutte di telacon stecche d'acciaio e una piccolamacchina che le faceva agire.

Il gascome si vedenon vi entrava per nulla; la meccanicaaveva trionfato sui palloni dirigibili del secolo precedente.

Toby ed il suo compagno guardavano con stupore quel congegnostraordinario che si alzava e si abbassava e girava e rigirava come fosse unvero uccello.

Altri consimili ne volavano in gran numero sopra i tetti deipalazzigareggiando in velocitàper la maggior parte montati da signore cheridevano allegramentee da fanciulli schiamazzanti.

Ve n'erano di tutte le dimensioni: di grandissimi cheportavano perfino venti personee di piccolissimiappena sufficienti per due;ed altri formati da sole due ali somiglianti a quelle dei pipistrellichereggevano una poltroncina montata da una sola persona e che pure manovravano connon minore precisione e rapidità degli altri.

In altoin bassos'incrociavano saluti e chiamatepoi laflottiglia aerea si disperdeva in tutte le direzionicalando sulle viesullepiazzesulle immense terrazze delle case o fermandosi dinanzi alle finestre odai poggioli per imbarcare nuove persone. Brandok e Toby erano diventati muticome se lo stupore avesse paralizzato loro la lingua.

«Non dite nulladunque?» chiese finalmente Holker. «Aveteperduta la favella?»

«Io mi domando se sto sognando» disse Brandok. «Èimpossibile che tutto ciò sia realtà.»

«Mio caro Brandoksiamo nel Duemila.»

«Tutto quello che vorrete; eppure stento a persuadermi cheil mondoin soli cent'annisia così progredito. Trasformare gli uomini inuccelli! È incredibile!»

«E non vi è pericolo che queste macchine volanti cadano?»chiese Toby.

«Qualche volta succedono degli scontri; le ali si spezzanole eliche si lacerano e allora guai a chi cade: eppure chi ci bada? Forse che aivostri tempi non s'urtavano le vecchie ferrovie e le navi? Sono incidenti chenon commuovono nessuno.»

«Che macchine sono quelle che fanno agire le ali?»

«Macchine elettriche di grande potenza. Come vi ho dettoinquesti cent'anni l'elettricità ha fatto dei progressi stupefacenti.»

«E quale velocità potete imprimere a queste navi volanti?»

«Anche 150 chilometri all'ora.»

«Sicché avete abolito i treni ferroviari?» chiese Brandok.

«Oh nomio caro signorenon son più quelli che si usavanoai vostri tempitroppo lenti per noima ne abbiamo ancora moltissimi. Capireteche queste macchine volanti non si possono caricare soverchiamente. Non servonoche per divertirsi o per compiere delle piccole corse di piacere. E pei lunghiviaggi attraverso gli oceani anche» proseguì Holker. «Noi abbiamo dei verivascelli aereiche partono regolarmente da tutti i porti dell'Atlantico e delPacifico e che in trentasei ore vi sbarcano in Inghilterraed in quaranta nelGiappone o nella Cina o nell'Australia.»

«Non vi sono più navi sui mari?»

«Oh sìne abbiamo ancora; ma non sono più quelle che siusavano nel secolo scorso. Ne vedrete molte quando attraverseremo l'Atlantico.Ho pensato anzi di lasciare alle cascate del Niagara il mio Condor e dicondurvi a Quebec colla ferrovia canadeseper imbarcarvi poi di là perl'Europa.»

«Mio caro nipote» disse Toby «tu trascuri i tuoi affari;suppongo che avrai qualche occupazione.»

«Sono medico nel grande ospedale di Brooklyn; per ora non siha bisogno di meavendo io due mesi di vacanza.»

«Anche tu dottore!» esclamò Toby.

«Che farà una ben meschina figura dinanzi all'uomo che hafatto una così grande scoperta.»

«Ne sarai l'erede» disse Toby.

In quel momento il Condor si abbassò bruscamente suuna vasta piazza brulicante di gente che pareva impazzita.

«Che cosa accade laggiù?» chiese Brandokche si eracurvato sul parapetto della piattaforma.

«È la piazza della Borsa» rispose Holker.

«Sembra che quegli uomini abbiano il fuoco addosso. Vanno evengono quasi correndo.»

«E anche la gente che si affolla nelle vie vicine pare checammini sui tizzoni» disse Toby. «Eppure non saranno borsisti quelli là.»

«Camminavano diversamente cent'anni fa?» chiese Holkerconuna certa sorpresa.

«Erano molto più calmi gli uominimentre ora vedo cheperfino le signore marciano a passo di corsacome se avessero paura di perdereil treno.»

«Io ho sempre vedutoda quando son venuto al mondocorrerecosì frettolosamente.»

«Ah! Ora comprendo» disse Toby. «È la grande tensioneelettrica che agisce sui loro nervi. Il mondo è impazzito o quasi.»

«Harry» disse Holker «muovi verso Brooklyn.»

Il Condor s'alzò d'un centinaio di metri e sislanciò verso l'est con una velocità di cinquanta chilometri all'ora.

Vie immense apparivano sotto agli aeronautise così sipotevano chiamarefiancheggiate da palazzi mostruosi di ventiventicinque eperfino di trenta pianiche dovevano contenere migliaia di famiglie ciascunola popolazione di un villaggio. Mille fragori salivano fino agli orecchi dei duerisuscitatiprodotti chissà da quali macchine gigantesche: fischicolpiformidabilidetonazioniscoppie si vedevanolungo le pareti e sulla cima dicolonne di ferroroteare con velocità straordinaria delle macchine volanti didimensioni mai viste.

«Che cosa fanno laggiù?» chiese Brandok.

«Sono officine meccaniche» rispose Holker.

«Chissà quante migliaia di operai lavoreranno là dentro!»

«Vi ingannatemio caro signore; gli operai oggidì sonoquasi scomparsi. Non vi sono che dei meccanici per dirigere le macchine.L'elettricità ha ucciso il lavoratore.»

«Cosa è avvenuto di quelle masse enormi di lavoratori cheesistevano un tempo?»

«Sono diventati pescatori ed agricoltori; il mare e lecampagne a poco a poco hanno assorbito gli operai.»

«Sicché non vi saranno più scioperi?»

«È una parola sconosciuta.»

«Ai nostri tempi si imponevanoe come! Specialmente dopol'organizzazione fatta dal grande partito socialista. Che cosa è avvenuto anzidel socialismo? Si prediceva un grande avvenire a quel partito.»

«È scomparso dopo una serie di esperimenti che hannoscontentato tutti e contentato nessuno. Era una bella utopia che in pratica nonpoteva dare alcun risultatorisolvendosi infine in una specie di schiavitù.Così siamo tornati all'anticoe oggidì vi sono poveri e ricchipadroni edipendenti come era migliaia d'anni primae come è sempre stato dacché ilmondo cominciò a popolarsi. Qualche colonia tedesca e russa sussiste nondimenoancoracomposta da vecchi socialisti che coltivano in comune alcune plaghedella Patagonia e della Terra del Fuocoma nessuno si occupa di loroné hannoalcuna importanzaanzivanno scomparendo poco a poco.»

«Il ponte di Brooklyn!» esclamò Brandok. «Lo riconoscoancora. Ha dunque resistito fino ad oggi?»

«Giàsono più di centoventi anni che è lì. Gl'ingegneridei vostri tempi erano buoni costruttori» disse Holker.

«Come è diventato immenso quel sobborgo!» esclamò ildottore guardando con ammirazione la distesa di palazzi immensi che si estendevaa perdita d'occhio.

«Quattro milioni di abitanti» disse Holker. «Ormaigareggia con Nuova York.»

«E Londra che cosa sarà mai?»

«Una città di dodici milioni.»

«E Parigi?»

«Una metropoli sterminatapiù grossa ancora. Harryvadiritto alla stazione ultrapotente.»

Il Condoroltrepassato il ponteaveva affrettato ilvolo.

Anche di sopra all'antico sobborgo di Nuova York si vedevanovolteggiare un gran numero di macchine volanticariche di persone che sidirigevano per lo più verso l'Hudson o verso il mare.

Il Condordopo essere passato sopra la cittàsidiresse verso una piccola altura su cui si vedeva ergersi una torre immensamunita sulla cima di un'antenna smisuratache pareva un cannone mostruosominacciante il cielo.

«La stazione ultrapotente» disse Holker. «Vedete là afianco della torre anche un tubo lucentedi dimensioni pure enormi?»

«Sìe cos'è?» chiese Toby.

«È il più grande cannocchiale che esista al mondo.»

«Deve essere immenso.»

«È lungo centocinquanta metrisignori mieiuna verameraviglia che permette di vedere la luna ad un solo metro di distanza.»

«Sicché voi avete realizzato l'antico sogno dei nostriastronomi.»

«Ah! Anche i vostri scienziati hanno tentato di avvicinaredi tanto il nostro satellite?»

«Sìnipote mio» rispose Toby «e senza riuscirvi.Sicché ora la luna è ormai conosciuta minutamente?»

«Conosciamo anche le sue più piccole rocce.»

«È popolata?»

«È un corpo spentosenz'ariasenz'acquasenzavegetazione e senza abitanti.»

«Giàanche i nostri astronomi l'avevano supposta così.»

«E Marte a quanta distanza lo vedete col vostrocannocchiale?» chiese Brandok.

«A soli trecento metri.»

«Che meraviglie!»

«AdagioHarryscendi piano.»

Il Condor aveva superata una vasta cinta checircondava la stazione e scendeva dolcementedescrivendo delle curve allungate.

Alle otto del mattino s'adagiava a trenta metri dall'enormetelescopio.

 

 

I MARTIANI

 

 

 

 

 

Un uomo sulla sessantinache aveva una testa ancor piùgrossa del signor Holker ed il viso completamente rasatoera uscitodall'immensa torre che s'innalzava nel centro della cinta e si era affrettato adandare incontro ai visitatoridicendo:

«Buon giornodottore; è un po' di tempo che non vi si vedequi».

«Buon giornosignor Hibert» aveva risposto Holker. «Viconduco due miei amici giunti ieri dall'Inghilterra e che sono curiosi divisitare la vostra stazione e di avere notizie dei martiani.»

«Siano i benvenuti» rispose il signor Hibertstringendo lamano agli ospiti. «Sono a loro disposizione.»

«Il più grande astronomo d'America» disse Holkerdopo lapresentazione. «La gloria di aver messa in comunicazione la terra con Marte ladobbiamo a lui.»

«Credevo che fossero stati gli scienziati europei» disseToby. «So che se ne occupavano moltoun tempo.»

«L'America li ha preceduti» disse Holker.

«Sarei curioso di sapere come siete riuscito a dare a queilontani abitanti notizie della terra. Dovete aver superate delle difficoltàimmense.»

«Eppureche cosa direste se io vi raccontassi che l'idea difare dei segnali a noinacque prima nel cervello dei martiani?» dissel'astronomo.

«Mi pare impossibile!» esclamò Brandok.

«Eppure è precisamente cosìmio caro signore. Già damolti lustrianzi fin dal 1900 e anche primai nostri vecchi astronomi e anchequelli europeispecialmente l'italiano Schiaparelliavevano notato che su quelpianeta apparivano di quando in quandospecialmente dopo il ritiro delle acqueche ogni anno invadono quelle terredelle immense linee di fuoco che siestendevano per migliaia di chilometri.»

«Me ne ricordo» disse il dottor Toby. «L'ho già letto suuna vecchia collezione di giornali del 1900 che conservo in casa mia. Si credevaallora che quei fuochi fossero segnali fattici dagli abitanti di Marte.»

«In questo secolo i nostri astronomivedendo che quellelinee di fuoco si ripetevano con maggior frequenza e che descrivevano per lopiù una forma rassomigliante ad una "J" mostruosasupposero chefossero veramente segnali e decisero di provare a rispondere. Fu nel 1940 che sifece il primo esperimento nelle immense pianure del Far-West. Duecentomilauomini furono disseminati in modo da formare pure una "J" eduecentomila fuochi furono accesi durante una notte scurissima. Ventiquattr'oredopo lo stesso segnale appariva pure su uno degli immensi canali del pianetamarziano. Si pensò alloraper meglio accertare che si rispondeva a noidiripetere l'esperimento cambiando però la forma del segnale e fu scelta lalettera "Z". Venti notti dopoi martiani rispondevano con una linguadi fuoco della stessa forma. Il dubbio ormai non poteva più sussistere. Imartianichissà da quanto tempocercavano di mettersi in relazione con noi.Per un mese furono continuate le provecambiando sempre lettera e con crescentesuccesso.»

«Non potevate però comprendervi» disse Toby.

«Sarebbe stato necessario che avessero avuto un alfabetoeguale al nostroe poi quel mezzo sarebbe stato molto costoso. Nacque alloranella mente degli scienziati l'idea di mandare lassù un'onda herziananellasperanza che anche i martiani avessero uno strumento ricevitore. A spese deivari governi americani fu innalzata questa torre d'acciaioche fu spinta fino aquattrocento metri e piantata sulla cima una stazione ultrapotente di telegrafiasenza fili.»

«Una invenzione non moderna la telegrafia aerea» disseBrandok.

«È vero che si conosceva fin dai primi anni dello scorsosecoloe che fu perfezionata dalle scoperte di un bravo scienziato italianoilsignor Marconi; ma allora non aveva la potenza d'oggi. I nostri strumentiperfezionati da molti scienziatihanno raggiunto una tale forza che noipotremmo corrispondere anche col solese lassù vi fossero degli abitanti e deiricevitori elettrici. Per molti mesi lanciammo onde elettriche senza alcunrisultato; un giornocon nostra grande meravigliaudimmo i segnalatorisuonareerano i martiani che finalmente ci rispondevano.»

«Quel popolo ha fatto anche da parte sua delle meravigliosescoperte!» esclamò Toby.

«Noi abbiamo i nostri motivi per credere che siano moltopiù avanti di noi. Dapprima i segnali furono confusi e ci riuscì impossibileintenderci. A poco a poco però fu combinato un cifrario speciale che i martianidopo un paio d'anni riuscirono a comprendere ed ora corrispondiamo perfettamentebene e ci comunichiamo le notizie che avvengono sia quaggiù che lassù.»

«Stupefacente!» esclamarono ad una voce Brandok e Toby.

«Ve lo avevo detto» disse Holker.

«Ditemisignor Hibert: Marte assomiglia alla nostraterra?...»

«Un po'avendo terra e acqua al pari del nostro globo. Lesue condizioni fisiche sono invece molto differenti. I mari di quel pianeta nonoccupano nemmeno la metà dell'estensione totale di quel globo; il calore chericeve dal sole è mediocreessendo la distanza da esso maggiore di quelladella terra. L'anno è due volte più lungo ossia conta 687 giorni.»

«E l'aria è uguale alla nostra?»

«È più leggeracosicché l'atmosfera lassù è più puranon si formano nubinon si scatenano tempestei venti mancano quasi del tuttoe le piogge sono sconosciute.»

«E l'acqua?...»

«È analoga a quella della terra e ciò si sapeva ancheprimasomigliando le nevi accumulate ai due poli di Marte alle nostre. Peròl'acqua non dà luogo a evaporazione sensibilequindi niente piogge.»

«Allora mancherà la vegetazione su Marte?»

«Niente affattomio caro signore: vi sono piantagioni eforeste splendide che nulla hanno da invidiare al nostro globo.»

«E chi le innaffia se non piove?» chiese Brandok.

«La natura ha provveduto egualmente» disse l'astronomo.«Non circolando l'acqua con un sistema di nubidi piogge e di sorgenti come danoivi hanno riparato le nevi condensate nelle regioni polari. Ogni sei mesiverso l'epoca dell'equinoziosi fondono e producono delle inondazioni sopraimmense estensioni di centinaia di migliaia di chilometri. Le acque regolate dauna serie di canalicostruiti da quegli abitantiscorrono e s'inoltranoattraverso i continentifertilizzando le terre e bagnando le pianure. Cessatala fusionele acque si ritirano fuggendo per gli stessi canali e lasciandonuovamente allo scoperto le terre.»

«I grandi canali dunque che gli scienziati dello scorsosecolo avevano già segnalatosono opera dei martiani?» disse Toby.

«Sì» rispose l'astronomo. «Sono lavori imponenticolossaliavendo taluni una larghezza di cento e più chilometri.»

«E noi andavamo orgogliosi delle opere degli antichiegiziani!»

«Signor Hibert» disse Holker «conduceteci sulla torre.Devo mandare un saluto al mio amico Onix.»

«È il tuo marziano?» chiese Toby.

«Che cosa fa quell'uomoo meglio quell'anfibio?» chieseBrandok.

«È un mercante di pesce che si duole sempre di non potermifare assaggiare le gigantesche anguille che i suoi pescatori prendono nel canaled'Eg.»

«Dunque lassù vi sono padroni e lavoratori?»

«Come sul nostro globo.»

«Anche dei re?»

«Dei capi che governano le diverse tribù disperse suicontinenti.»

«Tutto il mondo è paese.»

«Pare di sì» disse Holkerridendo.

«Venitesignori» disse l'astronomo. «La macchina èpronta a portarci lassùfino alla piattaforma.»

Girarono attorno alla colossale torre guardandola conprofonda ammirazione. Che meschina figura avrebbe fatto la torre Eiffelcostruita venticinque lustri prima a Parigie che purein quella lontanaepocaaveva meravigliato il mondo intero per la sua altezza!

Questa era un tubo mostruosodi quattrocento metri d'altezzacon un diametro di centocinquanta alla basecostruito parte in acciaio e partein vetromunito all'esterno d'una cornice che saliva a spiralelarga tanto dapermettere il passaggio ad un vagoncino contenente otto persone.

Era di forma rotondacome quella dei farie certo d'unaresistenza tale da sfidare i più poderosi cicloni dell'Atlantico.

TobyBrandokl'astronomo e Holker presero posto nelvagoncinoil quale cominciò a salire con velocità vertiginosagirandointorno alla torrementre i vetriche pareva si agitassero meccanicamentedavano ai viaggiatori l'illusione di salire intorno ad un colossale tubo dicristallo.

Due minuti dopo il vagoncino si fermava automaticamente sullapiattaforma della torredinanzi all'immensa antenna d'acciaio che dovevasostenere gli apparecchi della telegrafia aerea.

«Rassomiglia questa stazionepiù in grandea quella cheil signor Marconi cent'anni fa aveva piantata al Capo Bretone» mormorò Tobyagli orecchi di Brandok. «Ti ricordi che l'avevamo visitata insieme?»

«Sìma quale potenza sono riusciti a dare ora alle ondeelettriche» rispose il giovine. «Ah! quante meraviglie! quante... Toby! miriprende il fremito dei muscoli.»

«È l'elettricità.»

«Che non soffrano di quest'agitazione gli uomini di oggi?»

«Essi son nati e cresciuti in mezzo alla grande tensioneelettricamentre noi siamo persone di un'altra epoca. Ciò mi preoccupaamicoJamesnon te lo nascondo.»

«Perché?»

«Non so se potremo farci l'abitudine.»

«Che cosa temi?»

«Nulla per oratuttavia... provi lo spleen

«Finora no» rispose Brandok. «Come sarebbe possibileannoiarsi con tante meraviglie da vedere? Questa è una seconda esistenza pernoi.»

«Meglio così.»

Mentre si scambiavano queste paroleil direttore avevalanciato già parecchie onde elettriche agli abitanti di Marte.

Ci vollero ben quindici minuti prima che la suoneriaelettrica annunciasse la prima rispostache era un saluto dell'amico di Holker.

«Si vede che quel brav'uomo si trovava alla stazionetelegrafica» disse il nipote di Toby. «Certo aspettava mie notizie.»

«Signor Hibertriuscirete un giorno a dare la scalata aMarte?»

«Io credo che ormai non vi sia più nulla d'impossibile»rispose con grande serietà l'astronomo. «Da due anni gli scienziati dei duemondi si occupano di questa grande questione per dare uno sfogo alla crescentepopolazione della terra. Abbiamo oggi degli esplosivi mille volte piùformidabili della polvere e della dinamite che si usava anticamente.»

«Anticamente!» esclamò Brandokquasi scandalizzato.

«Per modo di dire» disse l'astronomo. «Può darsi che ungiorno si riesca a lanciare fra i martiani qualche bomba mostruosa piena diabitanti terrestri. Non si sa cosa ci riserba l'avvenire. Scendiamo e venite avedere il mio telescopio che è il più grande che sia stato finora costruito.»

Risalirono sul vagoncino ed in mezzo minuto si trovarono allabase della torre. Lì vicino si ergeva il mostruoso cannocchiale.

Consisteva in un enorme tubo di lamiera d'acciaiolungocentocinquanta metri con un diametro di cinquepesante ottantamila chilogrammie fissato su due enormi pilastri di pietra.

«Un cannone colossale!» esclamò Brandok. «Come fate amuovere questo mostro?»

«Non ve n'è bisogno» rispose l'astronomo «anzi èfisso.»

«Allora non potete osservare che una sola porzione delcielo» osservò Toby.

«V'ingannatecaro signore. Guardate attentamente lassù evedrete dinanzi all'obbiettivonel prolungamento dell'asseuno specchio che èmobile ed è destinato a rinviare le immagini degli astri nell'asse deltelescopio. Quello specchio è mosso da un movimento d'orologeria regolato inmodo da procedere in senso contrario al moto della Terracosì che l'astro chesi vuole osservare resta costantemente nel campo del cannocchiale come se ilnostro pianeta fosse completamente immobile.»

«Che meravigliose invenzioni!» mormorò il dottore. «Checosa sono in confronto quelle di cui si vantavano tanto gli scienziati francesinel secolo scorso?» disse Brandok.

«Volete parlare del grande telescopio di Parigi? Sìpermolti anni fu ritenuto una meraviglia» disse l'astronomo «quello però nonavvicinava la luna che a soli centoventotto chilometried era già molto perquei tempi. Non poteva avvicinarla di piùessendo la luna distante da noi384.000 chilometri. Ora noi l'avviciniamo ad un metro.»

«Amici» disse Holker «partiamo o faremo colazione troppotardi. Le cascate sono un po' lontane.»

«Andate a visitare quelle del Niagara?» chiese l'astronomo.

«Sì» rispose Holker.

Strinsero la mano allo scienziatosalirono sul Condore pochi istanti dopo sfilavano sopra Brooklyndirigendosi verso il nord-est.

 

 

LE CASCATE DEL NIAGARA

 

 

 

 

 

I palazzoni enormi come a Nuova Yorkcontenenti centinaia difamiglie si succedevano senza interruzione e anche nelle vie dell'anticosobborgo della capitale dello stato regnava un'animazione straordinariafebbrile.

I brooklynesi parevano pure impazziti e correvanopiuttostoche camminarecome se avessero addosso il diavolo e l'argento vivo nelle vene.

La tensione elettrica produceva i medesimi effetti anchesugli abitanti del sobborgo.

Quello che colpiva sempre i risuscitati era la mancanzaassoluta dei cavalli e delle carrozze; perfino le automobili erano quasiscomparsenon vedendosene che qualcuna.

Il Condor stava attraversando una vasta piazzaquandol'attenzione di Brandok fu attirata dal passaggio di quattro mostruosi animalimontati ognuno da un uomo.

«Oh bella!» esclamò. «Degli elefanti!»

«Dove?» chiese Holker.

«Laggiùguardateli.»

«Saranno poi proprio degli elefanti in carne ed ossa?»chiese il pronipote del dottoreguardandoli un po' ironicamente. «Sospetto chevoi v'inganniatesignor Brandok.»

«Non sono ciecosignor Holker.»

«E nemmeno io» disse Toby. «Sono dei veri elefanti.»

«Sono degli spazzini di acciaiosignori miei» disseHolkerridendo.

«Qualche nuova invenzione!» esclamarono Toby e Brandok.

«E non meno utile delle altre» disse Holker «e anchemolto economicaperché così il comune può fare a meno d'un esercito dispazzini. D'altronde quel mestiere era indegno degli uomini.»

«Quegli animali sono spazzini?» esclamò Brandokchestentava a credere alle parole di Holker.

«E come funzionano bene! Essi eseguono la pulizia delle viee delle piazze per mezzo della proboscideche è composta di un centinaio ditubi d'acciaiorientranti l'uno nell'altro in modo da dare ad essa un'agilitàstraordinaria. Nella testa invece vi è un potente apparato aspirantementre ilmotoreche è elettricosi nasconde nei fianchi dell'animale. Quando ilconduttore checome vedetesi trova a cavalcioni del collocome i cornac indianiscorge delle immondizie sulla viapreme una leva collocata a portata della suamanola quale dirige i movimenti della tromba e dell'apparato aspirante. Laproboscide allora s'allunga verso l'oggetto da raccogliere e l'apparato si mettein azione. Ne segue quindi un'aspirazione violenta a cui nulla resistedi modoche pietrecencipezzi di cartatorsoliimmondizie d'ogni sorta vanno adinabissarsi nel corpo dell'elefante spazzino. Non resta poi che andare ascaricare la raccolta. Come vedete la cosa è semplicissima.»

«Stupefacente invece» disse Brandok. «Che progressomeccanico!»

«Harryaccresci la velocità» disse Holker.

Brooklyn spariva rapidamente fra le nebbie dell'orizzonte edil Condor volava sopra bellissime campagne coltivate con grande curainmezzo alle quali si vedevano correre delle strane macchine agricole diproporzioni gigantesche. Gli alberi erano rari; le piante basseinveceinfinite. A che cosa infatti sarebbe dovuto servire il legname dal momento chegli abitanti del globo avevano il radium per scaldarsi negli inverni e noncostruivano che col ferro e coll'acciaio? Si vedeva che tutto avevanosacrificato per non correre il pericolo di trovarsi ben presto alle prese collafamedato l'immenso e rapido aumento della popolazione.

Alle nove del mattino il Condordopo essere passatoin vista di Pattersondiventata anche quella una città immensaentrava nellostato della Pennsylvania alla velocità di centododici chilometri all'ora.

«Signor Holker» disse Brandok. «C'è una cosa che nonriesco a spiegarmi.»

«Quale?»

«Ai nostri tempi questi territori erano coperti da lineeferroviariementre ora non riesco a scorgerne una.»

«Eppure in questo momento passiamo sopra una delle piùimportanti linee. È quella che unisce Patterson a Quebec.»

«Io non la vedo.»

«Perché al giorno d'oggi le ferrovie non scorrono piùsopra il suolobensì sotto. Diversamente l'aria sfuggirebbe. Guardate là; nonscorgete una casa sormontata da un albero che non è altro che un segnalatore etrasmettitore elettrico della telegrafia aerea?...»

«La scorgo.»

«È una stazione.»

«E la ferrovia?»

«Vi passa sotto.»

«Mi avete parlato d'aria; cosa c'entra colle ferrovie?»

«Lo saprete quando prenderemo il treno che ci porterà aQuebec. Ah! ecco l'omnibus che va a Scranton.»

Un'enorme macchina aereafornita di sei paia d'ali immense edi eliche smisuratecon una piattaforma di venti metri di lunghezzacarica dipersones'avanzava con velocità vertiginosatenendosi a cento metri dalsuolo.

«Magnifico!» esclamò il dottore. «Chi sono?»

«Contadini che portano i loro prodotti a Scranton»

«Come sono bruni! Si direbbero indiani» disse Bran-dok. «Apropositoche cosa è avvenuto dei pellirosse che erano ancora assai numerosicent'anni fa?»

«Sono stati completamente assorbiti dalla nostra razza e sisono del tutto fusi con noi. Non esistono ormai che poche centinaia di famiglieconfinate nell'alto Yucon e presso il circolo polare.»

«Era la sorte che loro spettava» disse il dottore. «E deinegriche erano numerosissimi anche qui?»

«Sono diventati invece spaventosamente numerosi» risposeHolker. «Hanno buon sanguegli africani e non si lasciano assorbiree cosìpure gli uomini di razza gialla.»

«C'è ancora la Cina?»

«La Cinasì; ma non l'impero» rispose Holkerridendo.«È stato smembrato dalle grandi potenze europee ed a tempo per impedire unaspaventevole invasione. La razza cinesein questi cento anniè raddoppiata esenza il pronto intervento dei bianchispinta dalla fame non avrebbe tardato arovesciarsi sull'Europa e sull'India. Hanno tuttavia invaso buona parte delglobonon come conquistatorima come emigranti e si trovano oggidì coloniecinesi perfino nel centro dell'Africa e dell'Australia.»

«Ed i malesi?»

«È un'altra razza che non esiste più. Ormai al mondo nonci sono più che bianchigialli e negriche tentano di sopraffarsi; e finorasono i secondi che hanno maggiore probabilità di vittoria essendospaventevolmente prolifici. Noi corriamo il grave pericolo di venire a nostravolta assaliti dalle altre due razze.»

«Dunque il mondo minaccia di divenire tutto giallo» disseToby.

«Purtroppozio» rispose Holker. «Ai vostri tempi a quantoascendeva la popolazione del globo?»

«A circa millecinquecento milionie l'elemento mongolo vifigurava con circa seicento milioni.»

«La popolazione attuale è invece di due miliardi e duecentomilioni ed i gialli da seicento milioni sono saliti ad un miliardo e centomilioni.»

«Che aumento!» esclamò il dottore. «Ed i bianchi quantisono dunque?»

«Raggiungono appena i seicento milioni.»

«Un aumento non troppo sensibile.»

«E lo dobbiamo alle razze nordiche.»

«E le razze latine?»

«La sola Italia è cresciuta e rapidamenteperché ha isuoi cinquanta milionimentre la Spagnae soprattutto la Franciasono rimastequasi stazionarie. Se non vi fosse L'Italiala razza latina a quest'ora sarebbestata assorbita dagli anglosassoni e dagli slavi. Ecco là in fondo Ulmina;stiamo rientrando nello stato di Nuova Yorke fra due ore saremo allecascate.»

Il Condorche procedeva sempre colla velocità dicentodieci chilometririentrava infatti nello stato di Nuova Yorkpassando invista di Ulminacittà cento anni prima di modeste proporzioni ed ora diventatavastissima.

Modificò un po' la direzione e s'avviò verso Buffalopassando sopra campagne sempre coltivate con grande accuratezza.

Alle undici il Condor si librava in vista del Niagaraquell'ampio fiume che mette in comunicazione due dei più grandi laghidell'America settentrionalel'Ontario e l'Erie.

L'immensa cascata non si scorgeva ancora; si udiva invece ilrombo dell'enorme massa d'acqua.

Da qualche minuto una viva eccitazione si era impadronita diToby e Brandok.

I loro muscoli sussultavanole loro membra tremavano elisciandosi i capellifacevano sprigionare delle scintille elettriche.

«Quanta elettricità regna qui» disse Toby. «L'aria ne èsatura.»

«Provi un certo malessereJames?»

«Sì» rispose il giovane. «Non saprei resistere a lungo aquesta tensione che mi fa scattare.»

«E tunipote?»

«Io non provo assolutamente nulla» rispose Holker. «Noi cisiamo ormai abituati.»

«Non so se noi ci riusciremo» disse Tobyche pareva assaipreoccupato. «Noi siamo persone d'un altro secolo.»

«Io spero di sì» rispose Holker. «Ah! Ecco le cascate!»

Il Condor dopo aver superato una collina che impedivala visualecon una rapida volata era giunto sopra le famose cascatelibrandosifra una immensa nuvola d'acqua polverizzatain mezzo a cui spiccava un superboarcobaleno.

L'immensa massa d'acqua si rovesciava nel fiume sottostantecon un fragore assordantemettendo in moto un numero infinito di ruotegiganteschecostruite tutte in acciaiodestinate a trasmettere la forza atutte le macchine elettriche della Federazione Americana.

Lo spettacolo era spaventevole e nel medesimo tempo sublime.

In quei cent'annidelle notevoli modificazioni eranoavvenute nella cascata. Le rocce che dapprima la dividevano erano scomparseel'acqua si precipitava ormai senza intoppifacendo girare vertiginosamente leruote. Un numero infinito di grossi fili d'acciaiodestinati a portare a grandidistanze e suddividere la forza della cascatasi diramavano in tutte ledirezioni.

«Ecco la grande officina elettrica degli Stati Uniti»disse Holker «che mette in motosenza un chilogrammo di carbon fossilemigliaia e migliaia di macchine. Quest'acqua ha fatto abbandonare tutte leminiere di combustibile.»

«Quale forza enorme deve produrre!» esclamò il dottore.

«Se l'Europa ne volessepotremmo cedergliene una buonaparte» rispose Holker.

«E quale modificazione ha subita la cascata!» disseBrandok.

«E si modificherà ancora» rispose Holker. «I nostriscienziati hanno già accertato che per giungere al punto attuale ha dovutocambiare quattro volte. Nel primo periodoche sarebbe durato 17.000 annilaquantità d'acqua era di un terzo minore del volume attuale e con una caduta disoli sessanta metri ed una larghezza di 3 chilometri. Nel secondoil fiume fudiviso in tre cascate di centoventotto metri e durò 10.000 anni. Ora siamo nelquarto. Andiamo a far colazionee poi prenderemo il treno che ci condurrà aQuebec. Non faremo che una volata sola.»

Il Condor descrisse due o tre giri al di sopra dellamuggente cascataentrando e uscendo dalla nube di pulviscolopoi si diresseverso Buffalo per arrivare al treno.

Dopo mezz'ora si librava sopra la cittàfra un gran numerodi battelli volanti che si dirigevano per la maggior parte verso le cascatecarichi di forestieri giunti forse dall'Europa.

Il macchinistadopo aver ricevuto dal suo padrone un ordinefece scendere la macchina in una vasta piazza che era circondata da palazzoni didiciotto o venti pianicostruiti per la maggior parte in lastre metalliche eche non mancavanoall'esterno almenod'una certa eleganza.

«Andiamo a fare colazione al bar del Niagara» disse Holker.«Vi farete così un concetto degli alberghi moderni.»

Sbarcarono ed attraversarono la piazza che era quasi desertaessendo mezzogiornoossia l'ora del pastoed entrarono in una sala vastissimaarredata con un certo lussoil cui soffitto era sostenuto da una ventina dicolonne di metallo.

Con viva sorpresa di Brandok e di Tobyin quel pretesoristorante non vi erano né tavolené sedie e nemmeno un cameriere.

«Questo è un bar?» chiese Brandok.

«Dove si mangia benissimoe a buoni prezzi anche» risposeHolker. «Qui potrete trovare forse qualche bistecca di maiale sapientementerosolatacon contorno di rape.»

«E a chi devo ordinaria se non vedo nemmeno il padrone delbar o un cameriere?»

«Chissà dove sarà il padrone del ristorante. Ma la suapresenza non è necessaria.»

«E nemmeno un cameriere?»

«Per farne che?»

Brandok era rimasto a bocca apertaguardando Toby che nonsembrava meno sorpreso di lui.

«Voi dimenticatesignoriche siamo nel Duemila» disseHolker. «Vi mostrerò ora come i ristoranti d'oggi siano migliori di quellid'un tempo e come il servizio sia inappuntabilmente pronto. Signor Brandokprendete una tazza di brodo innanzitutto. Vi farà bene.»

«Vada pel brodo!»

Holker diede uno sguardo all'intornopoi condusse i suoicompagni verso una di quelle colonne attorno alle qualiad un metro dal suolosi vedevano quattro mensole di metallo ed introdusse in alcuni buchi dellemonete.

"Servizio automatico: brodo" aveva lettocon sorpresa di Brandoksu una piccola piastra situata sopra la mensola.

«Ah! ora comprendo!» esclamò Toby.

Non era trascorso mezzo minutoche tre porticine s'aprironoe sopra la mensola comparverocome per incantotre tazze di brodo fumanteassieme ad una salvietta e ad un cucchiaio di metallo bianco.

«Signor Brandok» disse Holker «ai vostri tempi ilservizio era così pronto?»

«Oh noin fede mia!» esclamò il giovine. «A quale puntoè giunta la meccanica! E come arrivano qui queste tazze?»

«Con una piccola ferrovia elettrica simile a quella che giàavete veduta.»

«Ecco soppressi quei noiosi camerieri e anche il pessimo usodelle mance.»

«E dobbiamo mangiare in piedi?»

«È più spiccioe poi gli uomini oggi hanno troppa fretta.Volete altri piatti? Qui vi sono venti colonne che rappresentano il menù dellagiornata. Basterà che introduciate una moneta da venticinque centesimi e avretetutto quello che vorretecompresi i dolcivinobirraliquoricaffè etè.»

«Quante straordinarie invenzioni! Quante meraviglie!»esclamò Toby.

«E quanta praticità e quante comodità soprattutto»aggiunse il buon Brandok.

«Amici miei» disse ad un tratto Holker «se cambiassimo unpo' l'itinerario del nostro viaggio? Avete fretta di visitare l'Europa?»

«Nessuna» risposero ad una voce Brandok e Toby.

«Volete che andiamo al polo nord? Ridiscenderemo in Europaper lo Spitzbergen.»

Se Brandok e Tobya quella inaspettata propostanon cadderoper lo stuporefu un vero miracolo.

«Andare al polo nord!» avevano esclamato.

«Da Quebec in cinque ore potremo raggiungere la galleriaamericana. A mezzanotte ci riposeremo fra i ghiacci dell'Oceano Articoin unletto non meno comodo di quello su cui avete dormito la notte scorsa in casamia.»

«Sei divenuto pazzonipotino mioo vuoi burlarti di noi?»gridò Toby.

«Non ne ho alcuna vogliazio mio. Comprendo che la propostavi possa stupiretuttavia vi prometto che la manterrò.»

«Che cosa hanno fatto dunque gli uomini del Duemila?»

«Delle cose meraviglioseve lo dissi già. Terminiamo lanostra colazionerimandiamo il Condor a Nuova York e poi prenderemo laferrovia canadese.»

 

 

LE FERROVIE DEL Duemila

 

 

 

 

 

Dopo aver fatto un'abbondante colazioneinnaffiata daparecchi bicchieri di generoso vino spagnolo ed italianoil signor Holker ed isuoi compagni congedarono Harry e si diressero verso un enorme fabbricatosormontato da una torre d'acciaio dalla cui cima si diramavano parecchi grossifili di metallo.

«Ecco la stazione ferroviaria» disse Holker.

«Scusatesignor Holker» disse Brandoknel momento dientrare «voi ci promettete di condurci al polo nord?»

«Sì.»

«Avete trovato il modo di avvicinare il Soleper caso?»

«Perché mi fate questa domanda?»

«Fa ancora freddo?»

«Come ai vostri tempi e forse piùve lo dissi già. L'annopassato la stazione polare ha segnato 55° sotto zero.»

«E ci condurrete con queste vesti?»

«Non ve ne date pensiero» rispose Holker. «Alla stazionedi Quebec troveremo i bagagli contenenti l'occorrente per sfidare i freddi piùintensi. Aspettate un momento che vada a far lanciare un telegramma aereo ad unodi quei negozianti che conosco.»

Mentre si recava all'ufficio telegraficoToby e Brandokerano entrati in un'ampia salaalla cui estremità si scorgeva uno scalone.

«Dove sono questi treni? Io non li vedo e non odo quei millefragori che ai nostri tempi si ripercuotevano sotto le immense tettoie» disseBrandok.

«Da qualche parte vedremo sbucare quello che ci deve portarea Quebec.»

«SaiTobyche io a forza di cadere di stupore in stuporefinirò per diventare pazzo?»

«Non ti senti bene?...»

«Mi trovavo meglio cent'anni fa col mio spleen. Provosempre una eccitazione strana.»

«È la tensione elettrica.»

«Amici miei» disse in quel momento Holker «il treno staper giungere; abbiamo appena il tempo di discendere la scala.»

«I biglietti?» chiese Toby.

«Sono già nel mio portafoglio; ho preso uno scompartimentoper noicosì potremo discorre tranquillamente senza che vi siano testimoni.»

All'estremità della scala si udì una voce poderosa gridare:

«Pronti! Il treno è giunto!».

Una ventina di personeche pareva avessero il diavoloaddossosi erano precipitate giù dalla gradinata. Holker ed i suoi amici leavevano seguite.

Una galleria fornita di una decina di porte che in quelmomento erano aperte e attraverso le quali si vedevano uscire sprazzi di luceintensasi allungava per una quarantina di metri.

Holker spinse i suoi compagni verso una di quelle portedicendo:

«Prestosalite!».

I due risuscitati si trovarono in un piccolo scompartimentocon quattro comode poltroncine che si potevano trasformare in lettitutte diraso rossoe illuminato da una lampadina contenente un pezzetto di radium.

«La ferrovia?» chiese BrandOk.

Le porte di ferro si erano chiuse con fracasso.

Per qualche istante si udirono delle voci gridare e poi piùnulla. Anche le porte dello scompartimento si chiusero da sésorgendo daterra.

«Non ci muoviamo?» chiese dopo qualche istante Brandok.

«Siamo già in viaggio» rispose Holkerridendo.

«Io non provo nessuna scossané odo alcun rumore dimacchine.»

«Eppure il treno corre con una velocità fantastica. Quantopercorrevano all'ora i vostri treni?»

«Centoventi chilometri al massimo.»

«E questo procede colla velocità di trecento!»

«Quale macchina lo spinge?»

«Nessuna macchina; viene aspirato e spintocontemporaneamente.»

«Spiegati meglionipote mio» disse Toby. «Noi siamotroppo vecchi per capire a volo le invenzioni moderne.»

«Noi viaggiamo in un tubo d'acciaio della circonferenza dicinque metrii cui carrozzoniche sono ordinariamente in numero di venticombaciano perfettamente colle pareti di metallo. Questi vagoncinihanno unaforma cilindrica la cui circonferenza è esattamente precisa a quella internadel tubo e possono contenere 24 passeggeri. Fra le due stazioni principali visono delle pompe mosse da macchine poderoseche iniettano nel tubo correntid'aria; in quella di partenza le pompe sono prementi; in quella d'arrivo invecedelle pompe aspiranti. I cilindri che costituiscono i carrozzonie che sonopure di acciaiovengono in tal guisa spinti ed aspirati. In poche parole sonotreni ad aria compressa.»

«Stupefacente!» esclamò Toby. «Che cosa non aveteinventato voiuomini del Duemila?»

«Osservo una cosa» disse Brandok. «Datemi unaspiegazione.»

«Dite pure.»

«I cilindricollo sfregamentonon s'infiammano? Mi pareche noi dovremmo cuocere qui dentromentre la temperatura si conservarelativamente fresca.»

«Niente affatto: prima perché viene adoperato un metalloche è lentissimo a riscaldarsiil tantalioche se non erro ai vostri tempivaleva 50.000 lire al chilogrammo e la chimica d'oggi può dare ad un prezzoeguale a quello dell'argento. Poi perché il cilindro di testa e quello di codasono formati da due immensi serbatoii quali proiettano incessantemente gettid'acquaimpedendo il riscaldamento.»

«E l'aria pei viaggiatori?»

«Viene fornita da cilindri d'acciaio che sono serbatoid'aria compressa. Provate difficoltà a respirare?»

«No» rispose Brandok.

«Vi è un tubo solo per ogni linea?» chiese Toby.

«Noziove ne sono quattro. Uno pei treni diretti che nonsi fermano che nelle grandi stazionicome questouno per le stazioniintermedie e due pei treni merci.

«Appena uno giungel'altro di ritorno parte. Ogni due oreabbiamo treni che vanno ed altri che giungono.»

«Così gli scontri sono impossibili» disse Brandok.

«Non possono accadere non essendovi che uno o al più duetreni nel tuboche seguono la medesima via.»

«Quando si pensa come si viaggiava una volta c'è daimpazzire! Che cosa direbbero Francesco I re di Francia e Carlo Vse potesserotornare al mondo! E pretendevano di avere i più rapidi corrieri del mondo!»

«Quei re?» disse Holker. «Avevano delle lumacheforse.»

«E che cosa direbbero il capitano PaulinBurocchioChameran e soprattutto Marivaux?»

«Chi erano costoro?» chiese Brandok.

«I più rapidi corrieri dell'Europa medievaleche fecero inquell'epoca stupire tutti per la loro velocità! Paulin aveva impiegato ventigiorni per recarsi da Costantinopoli a Fontainebleau per portare un messaggio aFrancesco I; Burocchio ne aveva impiegati quattro per portare al re di Poloniala notizia della morte di Carlo IX e Marivaux quattro giorni per percorrere ladistanza che corre fra Parigi e Marsiglia. E quei nostri bravi antenatiaffermavano che con simili corrieri le distanze ormai erano scomparse!»

«Si contentavano di poco i nostri vecchi» disse Holker.

Un sibilo acutoche proveniva dall'altofece alzare latesta a Brandok ed a Toby. Era uscito da un piccolo tubo che si ripiegava inbasso vicino alla lampada a radium.

«Ci avverte che siamo giunti?» chiese Brandok.

«Noè una comunicazione dell'"Jum" a cui èabbonata questa linea ferroviaria per tenere i viaggiatori al corrente dellenotizie più importantianche viaggiando.»

«In qual modo?»

«Mediante un filo che si svolge su un rocchettoa misurache il treno procede. Ascoltiamo.»

Una voce metallica si fece subito udire:

«Grave disastro sul Missouri prodotto da una pienaimprovvisa.

«Omaha è quasi interamente distrutta e sessantamila personesi sono annegate. Il governo del Nebraska ha mandato ingegneri con ventimilauominiviveri e scialuppe.

«Europa. Gli anarchici della città sottomarina che hannosaccheggiato Cadice sono stati completamente distrutti dai pompieri di Malaga.Il governo spagnolo indennizzerà gli abitanti.

«Asia. Il governo dell'India si trova in gravi imbarazzicausa la carestia. Gl'indiani muoiono di fame a milioni».

«Brandoktutto ciò non è prodigioso?» chiese Toby.

«Continuiamo a sognare» rispose il giovine. «Ormai io sonoconvinto di essermi risvegliato non più sulla terrabensì in un altromondo.»

«E quasi lo penso anch'io» rispose Toby.

«Eppure esistono altre meraviglie ben più grandiose» disseHolker.

Una lieve scossa ed un fragore di porte che parevas'aprisserolo interruppero. Quasi nel medesimo istante si udì una vocegridare:

«Montreal!...».

«Di già nel Canada!» esclamò Brandok.

«Sono le due» disse Holkerosservando il suo cronometro.

«Quando giungeremo a Quebec?»

«Alle tre e qualche minuto.»

«Ed al polo nord?»

«Fra due giorni.»

«E noi supereremo in così breve tempo una così enormedistanza?»

«Scivoleremo con una velocità di duecento miglia all'ora.Altro che la foga degli uragani!...»

«Scivoleremo?»

«È la parola.»

«E come?»

«Lo saprete quando avremo raggiunto i confini del continenteamericano e ci inoltreremo sull'Oceano Polare.»

«Brandok!»

«Toby!»

«Sogni ancora?»

«Sempre.»

«E sogno anch'io.»

Cinque minuti dopoil treno riprendeva la sua corsainfernale e alle tre pomeridiane si fermava alla stazione di Quebecla capitaledel Canada.

Appena usciti dallo scompartimentoun uomo che gridava«signor Jacob Holker!» entrò nella galleriaportando due enormi valigie.

«Sono io» rispose il nipote di Tobymuovendogli incontro.«Siete ai servigi del signor Wass?»

«Sìsignore.»

«Le valigie devono contenere gli indumenti per una gita alpolo.»

«Allora siete proprio quello che cercavo. Abbiamo ricevutoil vostro telegramma due ore or sono da Buffalo.»

Holker pagòsenza mercanteggiarel'importopoi condusse isuoi amici al ristorante della stazioneanche quello automaticoe offrì dabere.

«Abbiamo dieci minuti di tempo per prendere il treno per ilpolo nord» disse. «Approfittiamone per scaldarci lo stomaco con un po' di caper-brandy

Infatti dieci minuti dopo i tre amici prendevano posto in unoscompartimento del treno del Labradordiretti al Capo Wolstenholme sulloStretto di Hudson e partivano con una velocità di duecentosettanta chilometriall'ora.

«Quando giungeremo sulle coste dell'Oceano Artico?» chieseBrandok.

«Alle cinque di domani mattina» rispose Holker.

«Troveremo qualche albergo lassù?»

«Ed anche un buon letto.»

«Fra i ghiacci?»

«Il Capo Wolstenholme è una stazione estivamoltofrequentata durante i mesi di giugnoluglio ed anche d'agostoal pari diquella dello Spitzbergen.»

«Dello Spitzbergen!» esclamò Toby.

«Perché vi stupite zio?»

«Perché ai nostri tempi quella grande isola dell'OceanoArtico non era frequentata che da orsi bianchi e da cacciatori di foche e dibalene.»

«Oggi è diventata un po' come la Svizzera» rispose Holker.«Fra quelle montagne nevose si trovano alberghi che nulla hanno da invidiare aquelli di Nuova York. Vedrete che meraviglie!»

«Passeremo di là?»

«Sìnel ritornoperché la galleria polare sbocca appuntoin quell'isola.»

«Che cosa mai ci narri!»

«Vedrete!... Vedrete!... Siamo nel Duemilamiei cari amicie non già nei lontani tempi del 1900.»

«Ed esquimesi ve ne sono ancora nelle regioni polari?»chiese Brandok.

«Alcune famiglie soltanto; le altre tribù sono invece quasitutte scomparse.»

«E per quale motivo?»

«In seguito alla totale distruzione delle balene e dellefoche che costituivano la loro alimentazione.»

«Sono stati uccisi dalla fame?»

«Sìsignor Brandok.»

«Eppure mi avete detto che vi è una numerosa coloniapolare.»

«È veroed è costituita da anarchicicolà confinatiperché non turbino la pace del mondo.»

«E come vivono quelli?»

«I pesci abbondano ancora al di là del circolo polare; epoi i governi americani ed europei li provvedono di viveria patto che nonlascino i ghiacci.»

«Sicché è loro proibito di tornare in Europa ed inAmerica?»

«E anche in Asia!»

«Ed il mondo è tornato tranquillo dopo la loroespulsione?»

«Abbastanza» rispose Holker.

«E nella colonia polare regna la calma?»

«Costretti a pescare ed a cacciare incessantementenonhanno più tempo di occuparsi delle loro pericolose teorie: così regna la calmaed un certo accordo.»

«Erano diventati numerosi in questi cento anni?» chieseToby.

«Sìe anche molto pericolosi. Ora non son più da temersiessendo relegati colle loro famiglie al polo nord e nelle città sottomarine.Oh! non inquieteranno più l'umanità.»

«Eppure il dispaccio di quel tal giornale smentisce ciò chevoi avete affermato» osservò Brandok.

«Quello è stato un puro caso. E poi avete saputo come sonostati trattati dai pompieri spagnoli. Pochi getti d'acqua elettrizzata acorrenti altissime e tutto è finito. Diamine!... Il mondo ha il diritto divivere e di lavorare tranquillamente senza essere disturbato. Chi secca glialtrisi manda nel regno delle tenebre e vi assicuro che nessuno piange.»

«Una specie di giustizia turca» disse Brandokridendo.

«Chiamatela come voletetutti l'approvano e l'approverannoanche in avvenire.»

Mentre così passavano il tempoil treno correva entro iltubo d'acciaio con velocità spaventevoleattraversando i gelidi territori delLabrador.

Essendo come abbiamo detto autunno assai inoltratola nevedoveva aver coperto già da qualche mesequelle terre d'uno stratoconsiderevoleed al di fuori il freddo doveva essere intensissimo; eppure iviaggiatori non se ne accorgevano affatto. D'altronde bastava la lampada aradium per spandere negli scompartimenti un dolce calore che si poteva aumentarea volontà. Alle otto della sera il treno si fermava alla stazione diMississinny innalzata sulle rive del lago omonimo.

Appena aperte le porte d'acciaio e le portiere deicarrozzonidegli uomini si presentarono ai viaggiatori portando delle tazzefumanti di brododei pesci bolliti e frittidei puddingsliquori etè.

«Avrei preferito cenare al ristorante della stazione» disseBrandok.

«Stiamo meglio qui» disse Holker. «Fuori fa un freddocane. Quanti gradi?» chiese al cameriere che aveva portato la cena.

«Quindici sotto zerosignore» rispose l'interrogato.«L'inverno si annunzia rigidissimoquest'annoed il lago è già gelato datre settimane.»

«E l'oceano?»

«Tutto lo stretto è percorso da massi enormi di ghiaccio.»

«Funziona ancora il battello-tramvai?»

«Fino alla spiaggia di Baffin.»

«Quali notizie della galleria?»

«È più salda che mai. Non si è prodotta nessunascrepolatura nemmeno quest'anno. Buon viaggiosignoriil treno riparte.»

Depose le vivande sulle mensole che si trovavano vicino allepoltroncinepoi scese rapidamente. Un momento dopo le portiere si chiuseroleporte d'acciaio ancheed il trenoaspirato da una parte e spinto dall'altrariprese la corsa.

«Ceniamofacciamo la nostra toeletta polare e poi cerchiamodi fare una dormita. Fino alle cinque di domani mattina non verremo piùdisturbati.»

«E poi cambiamo treno?» chiese Toby.

«Sìper prendere il battello-tramvai» rispose Holker.

«Che cos'è?»

«Lo vedrete domani mattinazio. Una bella e comodainvenzione anche quella. Ceniamo.»

 

 

IL BATTELLO-TRAMVAI

 

 

 

 

 

Alle cinque del mattino i tre amiciche dopo aver indossatii pesanti vestiti dei viaggiatori polarisi erano addormentativenivanosvegliati dalle grida degli impiegati ferroviari della stazione di Wolstenholme.

Holker per il primo aveva aperto gli occhidicendo ai suoiamici:

«Siamo sulle rive dell'Oceano Artico ed il battello-tramvaici aspetta per attraversare lo Stretto d'Hudson. Non abbiamo tempo da perdere».

Presero i loro bagaglilasciarono il caldo scompartimento euscirono dalla galleria d'acciaio per entrare nella stazione.

«Una buona tazza di tè con un bicchierino di whisky primadi tutto» disse Holkerentrando in una sala che serviva da ristorante e cheera splendidamente illuminata da una grossa lampada a radium. «Deve fare moltofreddofuori.»

Riscaldatisi lo stomacolasciarono la stazioneseguiti daaltri otto o dieci viaggiatoriper la maggior parte inglesi e tedeschi che sirecavano al polo.

Era ancora notteperò numerose lampade a radiumilluminavano le vie del piccolo villaggio costruito sulle rive dell'OceanoPolareed il freddo era intensissimo.

La neve copriva ogni cosa e doveva avere uno spessoreconsiderevole.

«Chi abita questo paese da lupi?» chiese Brandokmentre siinfagottava in un ampio mantello di pelle d'orso nero.

«Vi sono qui tre o quattro dozzine di pescatori canadesi»rispose Holker. «Tutti i tentativi fatti per colonizzare queste vaste terresono riusciti vani. È un vero peccatoperché qui lo spazio non mancherebbeper far sorgere delle città gigantesche.»

«E piantare cavoli e seminar grano» disse Brandokridendo.

«Eppure qualche cosa nasce e matura quinonostante ilfreddo.»

«Ed in qual modo avete potuto ottenere questi miracoli?»

«Proiettando sulle piante e sul terreno un continuo getto diluce a radium» rispose Holker. «Le patate vi crescono assai benee anche ifunghinelle cantine delle case.»

«Raccogliere dei funghi presso il circolo polare artico!Questa è grossa! Che cosa direbbero Franklin e Rossse tornassero in vita?»

In quel momento un fischio acuto risuonò a breve distanza edun potente fascio di luce fu proiettato sulla piccola schiera che era guidata daun impiegato ferroviario.

«Che cosa c'è?» chiese Toby.

«È il battello-tramvai che ci chiama» rispose Holker.

«È un piroscafo od un carrozzone che viaggia sulla terra?»

«L'uno e l'altrozio» disse Holker.

«Un'altra invenzione diabolica?»

«Ma praticissima.»

Affrettarono il passo edopo qualche minutosi trovaronosulla spiaggia dell'Oceano Artico. All'estremità di un ponte di legnoilluminato da parecchie lampadevi era un grosso battello sormontato da un soloalberosulla cui cima brillava una grossa palla di radium che lanciava in tuttele direzioni dei fasci di luce brillantissimaleggermente azzurrina.

Parecchi uominicoperti da vestiti villosi che li facevanorassomigliare ad orsi polaristavano allineati lungo le muratetenendo in manodelle lunghe aste colla punta d'acciaio.

«Dei soldati polari?» chiese Brandok.

«Dei marinai» rispose Holker.

«Perché hanno quelle lance?»

«Per allontanare i ghiacci che s'accostano al battello. Vene saranno molti al largo.»

«E dove ci porterà questo battello?»

«Fin sulla Terra di Baffinoltre il lago di Nettelling.»

«Mio caro nipote» disse Toby «ai nostri tempi quel lagosi trovava nel cuore dell'isola.»

«È cosìzio.»

«Questo battello non potrà quindi spingersi fin làa menoche non abbia delle ruote che lo conducano.»

«E se così fosse? Se questo meraviglioso battello potessead un tempo navigare e correre anche sulla terracome una sempliceautomobile?»

«Amico Jamesche cosa dici di questa nuova invenzione?»chiese Toby.

«Che finirò per non stupirmi più di nullaanche sedovessi trovare dei mari tramutati in campi fertili» rispose Brandok.

Giunti all'estremità del pontesalirono sul piroscafocortesemente salutati dal capitano e dai suoi due ufficiali.

Era una bella navedai fianchi piuttosto rotondi per megliosfuggire alle strette dei ghiaccilunga una trentina di metricon in mezzo unagalleria formata da vetri di grande spessoreper difendere i viaggiatori daimorsi del vento polaresenza impedire loro di vedere ciò che succedevaall'esternoe bene illuminata.

BrandokHolker e Toby presero posto a prorasotto lagalleriaseguiti subito dagli altri passeggeri.

La porta fu chiusala macchina lanciò un fischio acuto edil battello si mise in moto a velocità moderatamentre i suoi uominiche sitrovavano fuori della galleriasalivano sulle murate immergendo nell'acqua leloro aste dalla punta ferrata.

Lo Stretto di Hudsonche separa il territorio del Labradordalla grande isola di Baffinera tutto ingombro di ghiacci.

Si vedevano delle montagne galleggianti andare alla derivaspinte dal vento polare e anche molti banchi popolati da una grande quantità diuccelli marini.

Sotto i fasci di luce della potente lampada a radium chebrillava sulla cima dell'alberoquei ghiacci scintillavano come enormi diamantie producevano un effetto sorprendente e meraviglioso.

Il battelloabilmente guidatosi teneva a distanza da queipericolosi ostacoli.

Ora rallentavapoiquando trovava uno spazio libero o uncanaleaumentava considerevolmente la velocità. Talora investiva poderosamentei banchi di ghiaccio col suo tagliamare e li stritolava adoperando certi braccid'acciaio forniti di denti come quelli delle segheche agivano ai due latidella prorae che in pochi istanti sgretolavano i massi.

«Una vera nave da ghiaccio» disse Brandokche guardava conviva curiosità. «Quante belle invenzioni!»

«E quando la vedrete salire sulla riva e correre sui campidi ghiaccio della Terra di Baffin come una immensa vettura?» disse Holker.

«È incredibile e nessuno ai nostri tempi avrebbe mai osatosperare di trasformare una nave in un tramvai» disse Toby.

«E che esce dall'acqua e che prosegue la sua corsasenzacambiare apparentemente nullasenza interrompersi nemmeno un istante; chediventa vettura dopo essere stata battello e che torna di nuovo battello dopoessere vettura con un'agilità e rapidità unica» aggiunse Holker. «Sìèuna vera nave meravigliosa.»

«Io vorrei sapere come avviene questa trasformazione» disseToby.

«In una maniera semplicissima» rispose Holker. «Ilbattello non ha che una sola macchina messa in moto dall'elettricitàcapaceperò di servire a diversi fini e producente una forza applicabile in parecchimodiper un'azione sempre diversa. Avviene così che la naveavvicinandosialla rivariceve dalla motrice tutta la forza che s'accumula su due ruotecollocate a prora e nascoste entro due nicchie aperte nella carena. Appenal'acqua comincia a mancarequelle ruotemediante un meccanismo specialesiabbassano e si mettono in funzionementre le eliche vengono fermate. A poppa visono pure altre due ruote le quali agiscono perché trascinate dall'impulso diquelle anteriori. Ecco la nave trasformatasenza bisogno di manovre faticosein un enorme tramvai. Sale la riva e si mette in marcia per terra e proseguefino a che trova o qualche canale o qualche lago o qualche braccio di mare.Allora le ruote entrano nelle loro nicchiele eliche si rimettono in funzioneed ecco il tramvai tornato battello. Non è ingegnoso tutto ciò?»

«Ve ne sono molte di queste navi?»

«Sìspecialmente in Europa dove esistono spiagge bassecome in Germaniain Danimarcain Irlandain Italia e così via.»

«E questi battelli conservano la loro velocità anche interra?» chiese Brandok.

«La medesima» rispose Holker «e la loro forza locomotriceè di centosessanta metri al minuto.»

«E sempre nuove invenzioni le une più meravigliose e piùsorprendenti delle altre. Ah! Toby!»

«Cos'haiJames?»

«Sai che fra questi ghiacci non provo più quella stranaagitazione che mi faceva sussultare i muscoli?»

«Nemmeno io» rispose il dottore. «E ciò dipendedall'essere lontani dalle grandi città. Qui l'elettricità non può farsisentire come laggiù o come sopra le cascate del Niagara.»

«Se noi non potremo resistere alle tensioni elettriche chesi faranno sentire fortemente anche nelle grandi città europeeci rifugeremoal polo.»

«E diventeremo anche noi anarchici» disse il dottoreridendo.

Il battello-tramvai continuava intanto a lottarevigorosamente contro i ghiacci per raggiungere le sponde meridionali della Terradi Baffinche si discernevano già vagamente fra le brume dell'orizzonte.

Delle montagne enormidei così detti ice-bergsapparivanodi quando in quandocappeggiando pericolosamente e dondolandosi fra le ondeeminacciando di rovesciarsi addosso alla piccola nave. Questa con una rapidamanovra le evitavagettandosi in mezzo ai banchi che sormontava con slanciimpetuosi e che spezzava col proprio peso.

Nessuna nave si scorgeva su quel mare. Da quando le baleneerano scomparse e le foche purequelle acque erano diventate deserte.

Abbondavano invece sempre gli uccelli marinianzi simostravano così familiari che calavano in buon numero sulla galleria delbattello senza inquietarsi per la presenza dei marinai.

Verso le dieci del mattinodopo un'abbondante colazioneofferta dal capitano ai passeggerie che era già compresa nel prezzo delbigliettoil Narvaltale era il nome del battellogiungeva dinanzialle spiagge meridionali della Terra di Baffin e precisamente all'imboccatura diun canale che era formato da due immense rupialla cui estremità si vedeva laterra scendere dolcemente.

La nave con pochi colpi di sperone si aprì il passo fra ighiacci che avevano già otturata l'entrata del passaggiopoi s'avanzòlentamente finché l'acqua venne a mancare.

Le quattro ruote avevano lasciate le loro nicchieabbassandosi in attesa di mettersi in funzione.

«Ecco che diventa tramvai» disse Holker. «La nave lasciail mare per la terra.»

Il Narval si era bruscamente inclinato e le ruoteanteriori si erano messe in movimento.

Mentre la poppa era ancora in acquala prora saliva la rivasenza scosse e senza fatica.

Ben presto l'intera nave si trovò in terra e partì con unavelocità di trentacinque o quaranta chilometri all'oracome fosse un verotramvai elettricopercorrendo una via segnalata da altissimi pali.

Una pianura immensaquasi lisciacoperta da un alto stratodi ghiaccio e di neve gelatasi estendeva a perdita d'occhio dinanzi aiviaggiatori polari.

Quella terraquantunque spazzata dai venti e dagli uraganipolarinon era del tutto disabitata.

Di quando in quandoa lunghi intervalliil Narvalpassava dinanzi a piccoli raggruppamenti di case di ghiacciodi formasemiovaleabitate dalle ultime famiglie di esquimesi sfuggite miracolosamentealla morte per famedopo la distruzione delle ultime balene e delle ultimefoche da parte degli avidi pescatori americani.

Vedendo il battello avanzarsi si affrettavano a uscire dalleloro casupole per chiedere qualche biscotto o qualche scatola di carne o dibrodo concentrato.

Erano i medesimi tipi di cent'anni prima. Un tronco tozzo sudue gambe pure tozzeuna testa grossa cogli zigomi sporgentifaccia largacapelli nerinaso schiacciato; una certa somiglianza insomma con le loro buoneamiche ormai scomparse: le foche.

Disgraziatamente per loronon si nutrivano più colle carnidelle loro foche come un secolo primanon si vestivano più colle loro caldepelliccenon illuminavano più le loro casupole col loro grasso.

Avevano anche essi un pezzo di radiumed invece di averedelle fiocine colla punta di ossoportavano a tracolla dei buoni fucilielettrici coi quali si procuravano il cibo giornaliero massacrando gli uccellimarinisempre numerosi in grazia della cattiva qualità delle loro carnieccessivamente oleose per i palati americani ed europei.

Erano molto sparuti peròquei poveri diavoliquantunque sisapesseanche cent'anni primadi che specie di appetito erano dotati quegliabitanti dei ghiacci eterni.

Essi infatti non facevano smorfie dinanzi ad un pesceavariatoo a dei volatili in piena decomposizionee a degli intestini d'orsobiancoe perfino dinanzi a degli escrementi o agli avanzi non ancora digeritiche ritiravano dal ventre delle renne uccise.

Avevano anche perduta la loro proverbiale gaiezza in seguitoalla mancanza di scorpacciate di lardo di balena!

Si capiva che proprio la distruzione di quei giganteschimammiferi aveva modificato profondamente il loro temperamentoun tempo cosìgaio.

«Ecco una razza destinata a scomparire al pari deipellirosse» disse Brandokche era già uscito parecchie volte dalla galleriaper gettare a quei disgraziati parecchie ceste di biscottiacquistate daldispensiere del Narval.

«Quanti anni durerà ancora?»

«Pochi lustri di certo» rispose Holker. «Non sono uominida poter prendere parte alla grande lotta per l'esistenza. Scomparse le foche ele balene di che cosa potrebbero vivere? Se i viaggiatori che vanno al polo nonli aiutasseroa quest'ora sarebbero completamente spariti.»

«Eppure vi è una colonia polare lassùmi avete detto.»

«Quelli sono uomini che appartengono alla nostra razza»rispose Holker.

«Ecco l'egoismo della razza bianca!...»

«In coscienza non posso darvi torto.»

«Noisempre noi soli a dominare il mondo.»

«È la lotta per la vitasignor Brandok.»

«O meglio la lotta di razza.»

«Come volete» rispose Holker. «Comincia a far buio. Comeson brevi le giornate in questa stagionesulle terre polari! Ecco che il soletramonta e non sono che le tre pomeridiane!»

«Quando prenderemo il treno polare?» chiese Tobyconevidente impazienza.

«Domani sera.»

«Allora possiamo cenare e coricarci. Vi saranno delle cabinein questo battello.»

«E bene riscaldatee con un comodo letto. La societàpolare ferroviaria non lesina mica in fatto di comodità. Veniteamiciperintanto andiamo in sala da pranzo.»

Lasciarono la galleria e scesero in uno splendido saloneilluminato da quattro grosse lampade a radiumche mantenevano un calorepiacevolissimo.

Si assisero ad una tavola dove si vedevano oltre a dei piattid'argentodelle coppe di cristallo piene di fiori ottimamente conservatiraccolti probabilmente nelle serre di Quebec.

La composizione della cena era veramente polare. Salmonefiletti di narvalofegato di cariboucoscia di renna con crescionepasticcio di fegato di morsagelatoe liquori a discrezionecon tè e caffèa scelta.

«Almeno qui abbiamo della selvaggina» disse Brandok. «Unpiatto di gran lusso al giorno d'oggiè verosignor Holker?»

«Dite rarissimoanche nelle grandi città! Vive qui ancoraqualche gruppo di renne e si trovano anche dei caribou e qualche morsa.Fra pochi anni vedrete che quegli animali e quegli anfibi saranno completamentescomparsi.»

Cenarono con molto appetito e verso le cinquementre unfolto nebbione al di fuori scendeva sulle pianure di ghiacciosi fecerocondurre nelle loro cabine dove trovarono dei soffici letti che non eranoinferiori a quelli della casa del signor Holker.

 

 

LA GALLERIA POLARE

 

 

 

 

 

Dormivano da parecchie orequando furono bruscamentesvegliati da un urto piuttosto violentoche si ripercosse in tutto lo scafo delbattello-tramvaie dalle grida dell'equipaggio.

Essendo le lampade a radium rimaste acceseBrandokHolker eToby si trovarono riuniti quasi nello stesso tempo nella sala dove avevanocenato e dove già si erano raccolti gli altri viaggiatori.

«Signor Holker» disse Brandokvedendolo scambiare alcunefrasi con uno degli ufficiali che era sceso nella sala «che cos'è avvenuto?»

«Nulla di graverassicuratevi» rispose il nuovayorkese convoce tranquilla. «Il battello ha urtato contro un enorme masso di ghiaccio chela nebbia impediva di vedere e che sbarrava la via.»

«Sicché non potrà più avanzare?»

«Fino a che non si sarà tolto l'ingombro. Non sarà che unritardo di un paio d'ore. Saliamo sulla galleria ed andiamo a vedere.»

Un masso enorme che doveva essersi staccato da qualcheghiacciaioavendo il Narval raggiunto un gruppo di collinette piuttostoripideera rotolato fino sulla via segnalata dai pali ed aveva fermatabruscamente la corsa.

L'intero equipaggiomunito di lampade e di picconi si eragià messo al lavoro per sgretolarloaiutato da una ventina di esquimesiaccorsi subito da un villaggio vicino.

«Se quel blocco piombava nel momento in cui passava ilbattelloeravamo fritti» disse Brandok. «Lo schiacciava come una nocciola.»

«Sono casi piuttosto rarinon essendovi che pochecollinette in quest'isola» rispose Holker. «Non ho mai udito raccontare cheuno di questi battelli sia stato schiacciato.»

«Dove siamo ora?»

«A duecento miglia dalla stazione del lago.»

«Signori» disse in quel momento il capitano che erarisalito a bordo. «Ne avremo per tre ore; se volete approfittarne per visitareil villaggio esquimese dei Naz-tho che si trova qui pressonon vi mancherà iltempo. Una visita agli abitanti del polo è sempre interessante per un turista.Metto a vostra disposizione un marinaio con due lampade.»

«Approfittiamone pure» disse Brandok. «Io non sono maistato nelle regioni polari.»

La proposta fu subito approvata anche dagli altriviaggiatorie qualche minuto dopo il drappello lasciava la navepreceduto daun marinaio che illuminava la via con due lampade a radium.

Il freddo era intensissimo al di fuoriun nebbione pesantefittissimo che la luce delle lampade appena appena riusciva a diradarecalavasulle pianure di ghiaccioe un forte vento soffiava dal polo.

«Signor Holkersiete stato altre volte qui?» chieseBran-dok.

«Mi sono recato al polo già due volte.»

«Conoscete dunque gli esquimesi?»

«Benissimo.»

«Quali progressi hanno fatto in questi cento anni?»

«Nessuno: sono rimasti tali e quali come li avevano trovatigli esploratori del secolo scorso. Sono esseri incapaci di civilizzarsieperciò finiranno anche essi con lo scomparire. Vi ho già detto che il loronumero è immensamente scemato dopo la distruzione delle balenedelle foche edelle morse.»

«Vivono ancora nelle capanne di ghiaccio?» chiese Toby.

«Sìzioe l'unico miglioramento che abbiano introdotto èquello di aver soppressa l'antica e fumosa lampada ad olio con quella a radiumche li illumina e li riscalda meglio. Eccoci giunti; volete che visitiamo unacapanna? Turatevi il naso e fatevi coraggio.»

Erano giunti dinanzi al villaggioil quale si componevad'una mezza dozzina di abitazioni di forme semisferichecomposte di massi dighiaccio sovrapposti con un certo ordineaventi sul davanti una piccolagalleria che immetteva alla porta d'entrata.

Internamente erano tutte illuminatesicché scintillavanofra la nebbia come se fossero colossali diamantiessendo il ghiaccio mantenutosempre sgombro dalla neve che vi si accumulava sopra.

Holker stava per introdursi in una di quelle gallerie cosìbasse e strette che non si poteva avanzare che strisciandoquando un esquimeseche li aveva seguitilo fermòdicendo:

«Aga-aga-mantuk».

«Che cosa vuol dire?» chiese Brandok.

«Ho capito» disse Holker. «È una tombaquestadove stamorendo tranquillamente qualcuno della tribù. Non disturbiamo la sua agonia.»

«Come! là dentro vi è uno che muore?» esclamò Brandok.

«Sìe solo. La galleria deve essere già stata otturata.»

«Quindi è sepolto vivo?»

«Non durerà molto» rispose Holker. «Se la malattia non louccide prestos'incaricherà la fame di mandarlo nel paradiso degliesquimesi.»

«Spiegati meglionipote mio» disse Toby. «Perché lohanno sepolto vivo?»

«Perché è stato giudicato inguaribile. Quiquando un uomood una donna vengono colpiti da qualche malattiasi cerca di curarli dapprimacon degli incantesimiurlando e correndo intorno alla capanna e mettendoaccanto all'infermo una pietra di due o tre chilogrammisecondo la gravitàdella malattiae che ogni mattina viene pesata dalla donna più vecchia dellatribù o dall'angekocche è una specie di stregone. Se la pietra nondiminuisce di pesosignifica che il malato è spacciato. Gli costruiscono apoca distanza una nuova capanna di ghiacciovi stendono delle pellivi portanouna brocca d'acqua ed una lampada. Il malato vien portato nella sua tomba e sicorica sul suo letto. Fratellisorellemogliefigli e parenti vanno aportargli il loro ultimo salutonon fermandosi più del necessarioperché sela morte sorprendesse il malatoi visitatori sarebbero costretti a spogliarsidei loro abiti e gettarli viaperdita non disprezzabile in questi climi. Poichiudono la galleria con massi di ghiaccio e lasciano che il malato si spenga dasé.»

«E si lasciano rinchiudere senza protestare?»

«Anzisono loro che pregano i parenti di portarli nellacapanna da cui non usciranno mai più. Più volte dei viaggiatori che sirecavano alle colonie polari presi dall'orrore di quel che accadeva in quellecapanne funebriavevano forzata l'entrata per portar via il morente e avevanoricevuto questo rimprovero: "Chi viene a turbare la mia agonia? Non si puòdunque morire in pace?".»

«E così fanno ancora?» disse Toby.

«Lo vedete.»

«Che sia morto l'uomo che si trova in quella capanna?»

«Potrebbe essere ancor vivo; lasciamolo in paceper nonattirarci addosso l'ira dei suoi parentie rispettiamo la sua volontà.»

Passarono in un'altra capanna più vasta e meglio illuminatae dopo essersi introdotti nell'angusto corridoiosi trovarono nell'interno.

Vi erano due donne coperte di vecchie pellicce sbrindellateed una mezza dozzina di fanciulli seminudipoiché vi regnava un caldosoffocante. Una delle donne stava masticando un paio di grossi stivali di pelledi morsa che il gelo aveva indurito e che essa cercava di rammollire coi suoipossenti molari; l'altra era occupata a preparare il pasto.

Un odore nauseante regnava in quella piccola abitazionedovealcune volpi e dei pesci imputridivano affinché le loro carni risultassero piùsquisite ai palati esquimesi.

«Ne ho a sufficienza» disse Brandokche si sentivasoffocare. «Questi bravi abitanti del polo non hanno fatto un passo avanti daun secolo a oggi.»

Gettarono ai ragazzi alcune manciate di biscotti e tornaronofrettolosamente all'apertodove il marinaio del Narval li aspettavaassieme agli altri viaggiatoriche dimostravano d'averne perfin troppo diquella visita. Un quarto d'ora dopo rientravano nella galleria della navebenlieti di trovarsi al riparo dal freddo e dal nebbione.

L'enorme blocco di ghiaccio non era stato ancoracompletamente sgretolatoperò poco ci mancava.

Una cartuccia carica di esplosivo potentissimo fece saltarequello che rimanevasicché verso le otto del mattino il Narval sirimetteva in marciacon una velocità notevole essendo la pianura quasi liscia.

Durante la giornatala corsa continuò senza notevoliincidentie verso le cinque Brandok segnalava un gran fascio di luce che foravala nebbia.

«È la stazione di Nettelling» disse Holker. «Fra pochiminuti noi saliremo sul tramvai elettrico che ci condurrà al polo nord.»

Non era trascorso un quarto d'ora che il Narvalentrava sotto una immensa tettoia illuminata da un gran numero di lampade e dovesi muovevano parecchie persone che si potevano facilmente scambiare per bestiepolari.

Lì presso si innalzava un alto fabbricato di legno da cuiuscivano dei cupi fragoricome se delle macchine poderose fossero in funzione.

In lontananza invece si scorgeva una lunga fila di lampadeche proiettavano una luce un po' diversa da quelle a radium; era uno stranosfolgorio come se i ghiacci scintillassero.

«Che cosa c'è laggiù?» chiesero Brandok e Toby.

«La grande galleria che conduce al polo» rispose Holker.«Una delle più grandi meraviglie del nostro secolo.»

«Voi avete costruita una galleria che conduce al polo!»esclamò il dottore.

«Come volevate arrivarci? Con delle navi forse? Voi sapeteche anche ai vostri tempi hanno fatto cattiva prova. La grandiosa idea digiungere al polo per mezzo di una galleria la dobbiamo ad un ingegnere nostrocompatriotta. Essa si diparte dalla riva settentrionale di questo lagosispinge attraverso la Terra di Baffinpassa lo stretto di Lancasterchecomesapetenon sgela mainemmeno in estatequindi sull'isola di Devonpoi suquella di Lincolnd'Ellesmere fino a Grant e giunge al polo sotto l'88° dilongitudine.»

«Di che cosa è fatta quella galleria?» chiese Brandokilcui stupore non aveva più limite.

«Con materiale trovato sul luogo e che non è costatonemmeno un dollaro» rispose Holker.

«Di ghiaccio?» disse Toby.

«Precisamenteun materiale a buon mercatocementato con unmiscuglio di sale per dare ai blocchi maggior coesione. La galleria è largaundici piedialta ottocolle pareti che hanno uno spessore di due metricostruite con blocchi di ghiaccio di due piedi di lunghezza e mezzo dilarghezza. Nella forma somiglia ad un arco perfetto ed è illuminata a luceelettrica perché le pareti non si fondano come sarebbe potuto accadere conquella a radium.»

«Quanto hanno impiegato a costruirla?» chiese Toby. «Nonpiù di sette mesilavorando appena 400 operai. Non credo che il suo costoabbia superato i duecentomila dollari.»

«E non si scioglie?»

«È impossibileattraversando una regione dove iltermometroanche in giugno e in luglionon segna mai più di tre o quattrogradi sotto zero. Infatti in quattordici anni che funzionanessuna arcata èmai crollata.»

«E chi ci condurrà al polo?»

«Un carrozzone elettrico di dimensioni straordinariechescivola su rotaie. Qui alla stazione vi sono macchine e dinamo poderosee ancheal polo ve ne sono d'ugual potenza.»

«E finisce al polo la galleria?» chiese Brandok.

«Nosignore. I russi e gli inglesi poi ne hanno costruitaun'altra che parte dalla colonia polare e sbocca a nord dello Spitzbergen.Quella di quando in quando frana al suo sbocconon essendovi in quelle isole unfreddo sempre intenso. Le riparazioni però sono facili.»

«Brandok» disse Toby «cosa ne dici?»

«Che sogno sempre» rispose il giovine.

«Scendiamo ed andiamo a prendere il nostro posto sul tramvaielettrico» disse Holker. «Faremo colazione là dentro.»

All'estremità della tettoia era avanzato un carrozzoneenormelungo più di venti metrisu due e mezzo di larghezzatutto chiuso davetri che pareva avessero uno spessore notevolissimoe difeso al di sopra dauna specie di gabbia d'acciaio destinata certamente a ripararlo dalla caduta diqualche masso che poteva staccarsi dalla volta della galleria.

Tre lampade a radium di grande potenza lo illuminavanoomeglio lo inondavano di luce.

L'interno era diviso in cinque scompartimenti: salotto perpranzaregabinetto di toelettastanza da lettosala da gioco e da lettura eduna piccola cucina.

Grossi tappeti di feltro erano stesi sul suolo e pesantipellicce coprivano le brande che servivano da letto.

«Come si sta bene qui!» esclamò Brandoksbarazzandosidella pelliccia ed entrando nel salotto da pranzo dove già si trovavano iviaggiatori tedeschi ed inglesi che li avevano accompagnati sul Narval.«Che dolce tepore! Non si direbbe che fuori il termometro segna 22° sottozero.»

«E come sono eleganti questi scompartimenti!» disse Tobyche li aveva già percorsi.

«Quando giungeremo al polosignor Holker?» chiese Brandok.

«Non prima delle nove di domani mattina.»

«Col sole?»

«Voi parlate del sole in questa stagione. È tramontato dadodici giornie al polo ora regna una notte perfettaanche in pienomezzodì.»

«È vero; mi dimenticavo che siamo in autunno inoltrato.»

«A tavolasignori mieied imitiamo i nostri compagni diviaggio.»

Si misero ad uno dei sei tavolini che occupavano il salotto esi fecero servire un pranzo abbondante e anche succulentofornito dal cuoco deltramvai polarepranzo composto per la maggior parte da pesci eccellenticucinati in diverse maniereche innaffiarono con dello squisito vino biancosecco di California.

Il carrozzone intanto era già partito con una velocità dicentocinquanta chilometri all'orainoltrandosi sotto la galleria polare.

Quel tunnel formato tutto di blocchi di ghiacciocementato con mistura di saleera veramente meraviglioso.

Ogni cinquecento passi una lampada elettrica da tre oquattrocento candelelo illuminavafacendo scintillare meravigliosamente leparetie ad ogni venti chilometri vi era uno sbocco lateraleattraverso cui siscorgevano delle casette di legno abitate dai sorveglianti della linea.

«Splendida! Splendida!» ripeteva Brandokche si era sedutopresso il manovratore fumando un buon sigaro avana. «Questa è certamentel'idea più grandiosa concepita dagli uomini del Duemila.»

«Lo credo anch'iosignor Brandok» rispose Holker che loaveva raggiuntomentre Toby giocava una partita a whist con due inglesi.

«E non vi sarà pericolo che una volta o l'altra succeda unacatastrofe? Supponiamo che in qualche luogo il ghiaccio ceda o si sgretoli pereffetto delle pressionio che un pezzo di galleria si rompa. Come potrebbequesto carrozzonelanciato a tale velocitàevitare un disastro?»

«In un modo semplicissimo: fermandosi» disse Holkerridendo.

«Di colpo non è possibile; mancherebbe il tempo.»

«Ma il manovratore lo potrebbe fermare molto prima se sullalinea vi fosse una interruzione che potesse causare un disastro.»

«In qual modo?»

«Abbiamo dinanzi a noi una macchina pilota che ci precede dicinque chilometri e che corre con egual velocità del nostro carrozzone»

Brandok lo guardò come se non avesse compreso.

«Mio caro signore» proseguì Holker «i costruttori diquesta linea avevano previsto che dei gravi pericoli avrebbero potuto minacciarei viaggiatori appunto a causa delle pressioni e dei ghiaccii quali galleggianoin molti luoghi sull'oceanoperciò hanno subito cercato di evitarli.»

«Una cosa che mi sembrerebbe difficile.»

«Per gli uomini del millenovecento forse sìnon per quellidel Duemila» disse Holker.

«Che cosa hanno pensato di fare?»

«Far precedere i carrozzoni da un vagoncino che ha lafunzione di pilota.»

«Vuoto?»

«Sìsignor Brandoked unito al carrozzone da un filoelettrico. Supponete ora che quel vagoncino paragonabilepei suoi armamenti difili elettriciai tentacoli che servono ai pesci ciechi per avanzarsi nellegrandi profondità o nelle caverne sottomarinevada a urtare contro un ostacoloqualunque o precipiti in qualche spaccatura apertasi nei banchi di ghiacciosostenenti la galleria; immediatamente l'urto viene trasmesso al manovratore delnostro carrozzoneil qualemesso in allarme dalla suonerias'affretta afermarsi. Ecco dunque evitato qualsiasi pericolo. Si avvertono tosto gli uominiincaricati di riparare la galleriaquesti si trasportano sul luogo ove ilcrollo o la frana sono avvenuti e riparano il guasto. Potete quindi viaggiaretranquillamentesignor Brandok senza temere alcun disastro.»

«È ingegnoso il mezzo» disse il giovine.

«E sicurosoprattutto» rispose Holker. «Signor Brandokandiamo a coricarci. Il tempo passerà più in fretta e quando riapriremo gliocchinoi saremo fra gli anarchici della colonia polare.»

 

 

LA COLONIA POLARE

 

 

 

 

 

Una scossa piuttosto bruscaseguita da un tintinnio dicampanelli elettrici e da un vociare piuttosto acutosvegliò l'indomanimattina i viaggiatorifacendoli scendere precipitosamente dalle loro comodebrande.

Il carrozzonedopo una corsa velocissima durata tutta lanotteera giunto alla stazione ferroviaria del polo norde s'era fermato sottouna lunghissima tettoia di legnochiusa alle estremità da gigantesche portierea vetro e illuminata da un gran numero di lampade elettriche.

Parecchie personeassai barbuteavvolte in pelli d'orsobiancosi erano raccolte intorno al tramvai parlando diverse lingue: spagnolorussoinglesetedesco e perfino italiano.

Quasi tutti fumavano enormi pipe di porcellanagettando inaria delle vere nuvole di fumo.

«Siamo al poloamici miei» disse Holkerprendendo ibagagli.

«E chi sono questi uomini che ci guardano di traverso?»chiese Toby.

«Anarchici pericolosiprovenienti da tutti i paesi delmondo e condannati a finir qui la loro vita.»

«Che triste esistenza devono condurre fra queste nevi!»

«Meno di quello che credetezio» rispose Holker. «Ognicapo di famiglia ha una capanna di legno fornitagli dal suo governo e benriscaldata con lampade a radium. Trascorrono la loro vita cacciando e pescando enon fanno cattivi affari trafficando in pellicce. E poi di quando in quandoricevono viveri e tabacco. Non sono proibiti che i liquori.»

«E non si ribellano mai?»

«I governi mantengono qui due dozzine di pompieri pertenerli a frenoe l'acqua è sempre mantenuta pronta dentro le pompe. Vi hodetto già come fulmina quell'acquae quale spavento incute a tutti.»

«E sono molti qui gli anarchici?»

«Un migliaio e quasi tutti hanno con loro una compagna.»

«Ed i figli che nascono?»

«Sono mandati in Europa ed in America a studiare ed aeducarsi per farne dei cittadini operosi. Andiamo all'albergo del "GenioPolare". È l'unico che ci sia e non ci troveremo male.»

Uscirono dalla tettoia e si trovarono dinanzi a parecchieslitte tirate da cani esquimesiguidate da uomini che parevano orsi marini.

Salirono su una slitta e partirono di corsa attraverso le viedel villaggio polare che erano coperte da uno strato immenso di neve.

Quelle strade erano ampieilluminate da lampade elettricheessendo già da giorni incominciata la lunga notte polaree fiancheggiate dacasette di legno ad un solo pianosemisepolte dalla neve. Enormi montagne dighiaccio si elevavano intorno alla borgata e rifrangevano la luce delle lampadecon effetto meraviglioso. Pareva che quelle case si trovassero incastrate fradiamanti giganteschi. Quantunque il freddo fosse così intenso da rendereperfino la respirazione dolorosaparecchi abitanti passeggiavano per le viechiacchierando animatamentecome se si trovassero su un boulevard diParigi o un Rintgstrasse di Berlino o di Vienna.

La slitta che era tirata da una dozzina di cani dal pelolunghissimo che assomigliavano ad un tempo alla volpe e al lupoattraversòsempre correndo parecchie vie sollevando attorno ai viaggiatori un fittonevischioche quasi subito si condensava ricadendo al suolo sotto forma disottili aghi di ghiaccioe si fermò finalmente davanti a una casa più vastadelle altreperò ad un solo pianoanch'essariparata sul dinanzi da unagalleria a vetri con parecchie porte onde impedire la dispersione del calore.

«L'albergo del "Genio Polare"» disse Holker.

«È tenuto anche questo da un anarchico?» chiese Toby.

«Da un terribile nichilista russoche trent'anni addietrolanciò tre bombe contro Alessio IIIimperatore di Russia.»

«Che non ci faccia saltare in aria per provare qualche nuovoesplosivo?» chiese Brandok.

«Rogodoff è diventato un vero agnellino e credo che nonnutra più odio nemmeno contro l'imperatoreda quando quel potente harinunciato all'autocrazia.»

«È cambiata la Russia?»

«Oggi ha una Camera e un Senatocome gli altri stati.»

«Dunque non più deportati in Siberia?» disse Toby.

«La Siberia è diventata un paese civile quanto gli StatiUnitila Francial'Inghilterrae non ha più un deportato.»

Entrarono nell'albergo che era bene riscaldato dalle lampadea radium e arredato con una certa eleganzacon sedie imbottitetavolinicoperti di tovaglie di carta di seta e stoviglie di lusso. Vi erano dentroalcuni abitanti della colonia e anche qualche esquimeseoccupati a tracannaredei boccali di birraprima sgelata non senza fatica.

Erano tipi veramente poco rassicuranticon delle barbeincolte che davano loro un aspetto brigantesco. Nondimeno salutaronocortesemente i nuovi arrivatiin diverse lingue. I tre amici sedettero ad untavolino e fecero portare della zuppa di pemmicandel fegato ditrichecodel narvalo arrostito e frutti gelati e così duri che quasi nonriuscivano a mangiarli.

«Anche al polo non si sta male» disse Brandoksorseggiandouna tazza di caffè ben caldo. «Chi ce l'avrebbe detto che cent'anni più tardisi sarebbe potuto divorare una colazione al 90° parallelo? Ditemi un po'signor Holkervoi che siete stato qui altre volteche cosa hanno trovato disorprendente al polo?»

«Null'altro che ghiaccio ed una montagna altissima chesembra un vulcano spento.»

«E su quella s'incrociano tutti i meridiani del nostroglobo?»

«E vi si nasconde uno dei due cardini della terra» risposeHolkerscherzando.

«Ed al polo sud hanno pure aperta una galleria?» chieseToby con curiosità.

«Non ancora; però i nostri scienziati stanno studiandoassiduamente su ciò che meglio converrà fare anche in quell'estremo lembo delmondo. C'è una grave questione che è più importante d'una galleria polare eche preoccupa molto.»

«E quale?» chiesero Toby e Brandok che si mostravano semprepiù curiosi.

«Cercano il modo di equilibrare il nostro pianeta perliberare i nostri discendenti da uno spaventoso cataclismada un altro diluviouniversale insomma» disse Holker. «Non si scioglierà certo in questo secoloquell'arduo problematuttavia nel secolo venturo qualche cosa si farà.Comprenderete che si tratta di salvare cinque continenti e centinaia di milionidi vite umane.»

«Spiegati meglio» disse Toby. «Non ti capisco; che cosavogliono tentare gli scienziati del Duemila?»

«Salvare il mondove l'ho detto.»

«Chi lo minaccia?»

«I ghiacci del polo sud.»

«In qual modo?»

«Squilibrando il nostro globo. Al polo sud si è constatatoche i ghiacci da un secolo a quest'oggihanno fatto dei progressi spaventevoliraggiungendo l'incredibile altezza di trentasette chilometri. Non essendovilaggiù mai piogge né avvenendo squagliamenti considerevolila neve che cadesi muta in ghiaccio compattoil quale esercita una pressione enormenonostantele perdite cui va soggetta la calotta gelata per la dislocazione di quegliimmensi massi che staccandosi dai suoi margini estremi vanno a perdersinell'Oceano Atlantico e nel Pacifico. Inoltre le acque dei mari circostantirestando sotto il punto di congelamento come hanno constatato i nostri ultiminavigatoricontribuiscono ad aumentare il volume della sterminata massaglaciale risultata dalle incessanti nevicate.»

«Capisco» disse Toby.

«Da migliaia e migliaia d'anni dunquela calotta glacialedel polo sudche non è altro che una immane montagna di ghiaccionon ha fattoaltro che aumentareoccupando oggidì una superficie di otto milioni di migliaquadratepari cioè a quella di tutta l'America settentrionale. Quel pesoimmenso che cosa produrrà? Uno spostamento del nostro pianeta simile a quellogià avvenuto venticinquemila anni faprodotto dalla massa della calotta dighiaccio del polo artico che rovesciò sul nostro globo quel tremendo diluvio dicui parlano gli antichi e di cui ormai abbiamo prove lampanti. Collo sconquassoantartico le terre settentrionali verranno indubbiamente sommerse per lasciarsorgere invece quelle meridionali che ora si trovano sott'acqua.»

«E i vostri scienziati ritengono che quella catastrofeavverrà?» chiese Toby.

«Nessuno più ne dubita» rispose Holker. «Il movimentodelle acque del polo sud è strettamente connesso coll'aumento graduale dellacalotta di ghiaccio australee la conseguenza di ciò sarà che tre quintidelle acque del globo si troveranno spostate dal primitivo loro centro digravità e pronte a rovesciarsi verso il nord. Quindi è facile comprenderequanto sia precaria la situazione degli abitanti dell'emisfero settentrionaleanzi quanto sia pericolosa. Tutta la nostra salvezza risiede nella coesionedegli ottanta milioni di chilometri cubi di ghiaccio che gravitano sul poloaustrale. Il franamento di quell'enorme massa di ghiaccio avrebbe per effetto lospostamento della forza di gravitàil ghiaccio sarebbe istantaneamentetrasferito sulla parte settentrionale del nostro globo e i frammenti dellacalotta antartica con tutte le acque trattenute ora intorno ad essa sirovescerebbero con impeto irresistibile verso il polo nord attraverso l'OceanoAtlantico e Pacifico.»

«Che momento sarà quello!» disse Brandok. «Fortunatamentenoi non saremo più vivi alloraa meno che l'amico Toby non trovi il mezzo diriaddormentarci per secoli.»

«Una seconda prova ci sarebbe fatale» rispose il dottore.

«Signor Holker» chiese Brandok «gli scienziati moderniapprossimativamente hanno calcolato quando potrebbe accadere quella tremendacatastrofe?»

«Positivamente no; è certo però che la massa della calottaglaciale non potrà essere ragionevolmente prolungata al di là di un certopunto. Potrà accadere fra mill'anni come potrebbe accadere fra dieci.»

«Se dovesse avveniresarebbe certo un disastrospaventevole» disse Toby.

«Immaginateviziola immensa voragine lasciata apertadallo spostamento d'una massa di oltre cento milioni di metri cubi! Scendendodal polo australe la valanga dei massi giganteschi scaverà un immenso solconegli oceani le cui acque si troveranno lanciate con impeto irresistibile sullesponde dell'America meridionaledell'Africa e dell'Australia. Dopo aver sepoltosotto massi enormi di ghiaccio quei continentiil diluvio attraverseràl'equatoresi lancerà sull'America del Nordsull'Europa e sull'Asiadistruggendo dappertutto la vita e l'opera dell'uomo.

«Dove un tempo s'innalzavano superbi edifici e città e siestendevano campisarà la desolazione più lugubreil più spaventosodeserto.»

«E i vostri scienziati pensano di evitare una similecatastrofe?» chiese Brandok.

«Studiano il progetto da moltissimi anni» rispose Holker.«Sarà il più grande successo della scienza del Duemila.»

«Si tratterebbe di alleggerire del troppo peso il poloaustrale» disse Toby.

«E per di più trasportarlo al polo boreale» risposeHolker.

«Diavolo!» disse Brandok. «Ecco un'impresa che mi paredifficile.»

«Altrie mi sembra che la cosa possa essere più facilepropongono di rimorchiare parte della immensa calotta gelata fino sottol'equatore e lasciarla sciogliere.»

«Che razza di macchine ci vorrebbero!»

«Eppure vedretese camperemo moltoche i nostri scienziatiriusciranno a mantenere in equilibrio il nostro pianeta e a salvarel'umanità.»

«Dopo tutto quello che ho veduto finoranon ne dubitonemmeno io» disse Toby. «Che progressi ha fatto la scienza in questicent'anni! C'è da perdere la testa.»

 

 

VERSO L'EUROPA

 

 

 

 

 

Per tre giorni Holker ed i suoi due amici si trattenneronella colonia polare facendo delle escursioni nei dintornisulla slittadell'albergovisitando parecchie case degli anarchici e qualche capannaesquimesenonostante il freddo eccessivo che regnava all'aperto e la profondaoscurità addensata sugli sterminati banchi di ghiaccio della regione polare.

Dovettero constataree ne furono molto lietiche quegliuominiun giorno così pericolosierano diventati assolutamente pacifici emansueti come agnellini.

Era l'influenza del freddo o l'isolamento che aveva operatoquel prodigio su quei cervelli esaltati? Probabilmente l'una e l'altra cosainsieme.

Certo non ci trovavano più gusto a parlare di bombed'incendi e di stragicon un freddo di 45° sotto zero! Preferivano fumare lapipa accanto ad una lampada a radiumgodendosi il calore che essa mandava.

Come si vedei governi d'Europa e d'America avevano avutouna eccellente idea a mandarli in quel climaperché... si raffreddassero.

La mattina del quarto giornomentre HolkerBrandok e Tobystavano prendendo una bollente tazza di tèfurono finalmente avvertiti chedurante la notte era giunto il tramvai elettrico dallo Spitzbergen e che sipreparava a far ritorno in Europa.

«Partiamoamici» disse Holker. «D'inverno il polo è pocopiacevolee ritengo che ne abbiate abbastanza del nostro soggiorno fra ighiacci eterni.»

«Amerei di più trovarmi in un clima meno rigido» risposeBrandok. «Io non ho nelle mie vene il sangue ardente degli anarchici.»

«E nemmeno io» disse Toby.

«Quando giungeremo allo Spitzbergen?» chiese Brandok.

«Fra sessanta oreessendo la galleria europea più lunga diquella americana.»

«E poi dove andremo?»

«C'imbarcheremo sul battello volante che fa il servizio frale isole e l'Inghilterra. Desidero mostrarvi un'altra meraviglia.»

«Quale?»

«I grandiosi mulini del Gulf-Stream.»

«Che cosa saranno?»

«Dei mulinivi ho detto.»

«Per macinare granaglie?»

«Oh no!... Poi andremo a visitare una delle cittàsottomarine inglesi dove si trovano relegati i più pericolosi banditi del RegnoUnito. Ecco la slitta: andiamoamici.»

Saldarono il contopresero i loro bagagli e salirono sullaslitta dell'albergo che era tirata da sei vigorosi cani di Terranovapiùrobusti e più obbedienti di quelli di razza esquimese.

Un quarto d'ora dopo si fermavano sotto la tettoia dellastazione europea che si trovava nell'altro lato della città.

Un carrozzone simile a quello della linea americana aspettavai viaggiatori.

Anche quello era diviso in scompartimenti e addobbato conlusso ed eleganza.

Vi salirono e qualche minuto dopo il tramvaipreceduto dallamacchina pilotapartita già cinque minuti primasi cacciava sotto la galleriaeuropea fatta costruire a spese delle nazioni settentrionali del continente:RussiaSveziaNorvegia ed Inghilterra.

Nelle dimensionie nella forma non era diversa da quellaamericana. Era solamente un po' meno illuminatanon disponendo le nazionieuropee settentrionali d'una forza elettrica pari a quella nordamericanaperché non hanno le cascate del Niagara.

Cinquanta ore dopo i tre viaggiatoriche avevano veduto apoco a poco diradarsi le tenebre di miglio in miglio che s'allontanavano dalpologiungevano felicemente sulle coste settentrionali della maggior isola delgruppo dello Spitzbergen.

Avevano costeggiato per un lungo tratto la Groenlandiasettentrionalepoi avevano attraversato una parte dell'oceano coperto daimmensi banchi di ghiacciogiungendo alla stazione russa.

La galleria terminava là; però la linea continuava fino alPorto della Ricerca.

Con molta sorpresa di Toby e Brandok videro ergersi sullerive nevose di quella baiacent'anni prima appena frequentata da rari balenierie da cacciatori di fochedei palazzi imponentiche erano alberghi destinati adaccogliere nella stagione estiva i ricchi europei.

Il freddo ora aveva messo in fuga albergatori ed ospiti. Visi trovavano invece due o tre dozzine di pescatori di merluzzi ed alcuniguardiani incaricati della sorveglianza degli alberghi.

Holker s'informò se il vascello volante inglese era giuntoed ebbe una risposta negativa.

Ventiquattro ore prima un violento ciclone si era scatenatosull'Atlantico settentrionale e probabilmente aveva costretto il vascello aereoa rifugiarsi in qualche porto della Norvegia.

Era anzi probabile che non potesse arrivare nemmeno il giornodopoessendo il cielo assai nebbioso ed il vento violentissimo.

«Noigiànon abbiamo fretta» disse Brandok. «Qui fameno freddo che al polo.»

«Gli è che non vi è alcun albergo aperto in questastagione» rispose Holker. «Saremo costretti a rimanere nelle sale dellastazione o a chiedere asilo a qualche famiglia di pescatori.»

«Per noi poco importa» disse Toby.

Non fu difficile accordarsi con una famiglia mediante unmodesto compenso. La casetta era pulitissimaessendo i suoi proprietarinorvegesiben riscaldata e anche ben provvista di viveri.

«Ci troveremo bene anche qui» disse Brandok.

«E avremo carne a tutti i pasti» disse Holker «ciò cheal giorno d'oggi non si può trovare dappertutto sui continenti.»

«Carne d'orso?» chiese Toby.

«Sono più di cinquant'anni che gli orsi sono scomparsi»rispose Holker. «Anche nelle regioni polariormaila selvaggina è diventatararissima. Qui invece si allevano ancora molte renne che vengono poi esportatein Russia e anche in Norvegia. Nonostante i lunghi inverni e le forti nevicatequegli animali riescono a trovare ancora di che nutrirsicercando i lichenisepolti sotto il ghiaccio.»

«E in estate è popolata questa grande isola?» chiese Toby.

«È una stazione di prim'ordinemio caro signore. Non vigiungono mai meno di cinque o seimila persone.»

«Ai nostri tempi le montagne bastavano.»

«Quelle servono ai modesti borghesi.»

«Farà buoni affari in quella stagione la linea polare?»

«I viaggiatori accorrono al polo a migliaia.»

«E questi pescatori che cosa fanno qui?»

«Aspettano il passaggio dei grandi branchi di merluzzi.Sapete che quegli eccellenti pesci non frequentano più le coste di Terranova?»

«Hanno sentito anche loro il bisogno di qualche novità?»

«Sembra» rispose Holker. «Da sessanta e più anni non simostrano più sulle coste canadesi. Ora frequentano questi paraggidove silasciano prendere in numero sterminato.»

«Si pescano ancora con le lenze?»

«Anticaglie quelle. Oggi delle gigantesche navi munite dimotori d'una potenza straordinaria vengono qui e gettano delle reti di cinque osei miglia di lunghezzache vengono poi rapidamente rimorchiate a terra.Bastano pochi giorni per terminare la stagione della pescamentre ai vostritempi durava quattro mesi.»

«Tutto ad elettricità!» esclamò Brandok. «Quanticambiamenti in questi cent'anni! Si fa tutto in grande!»

«Se così non si facessecome potrebbe nutrirsi l'umanità?La pesca oggi è quadruplicata e ringraziamo la Provvidenza che abbia popolatotanto gli oceani!»

Si erano seduti dinanzi ad una tavola ben apparecchiata dallamoglie e dalle figlie del pescatore. Vi fumava un enorme pezzo di rennaarrostito che fu dichiarata squisita.

Divorarono poscia un'abbondante zuppa di pescevuotaronoalcune tazze di latte di rennapoiessendosi il vento un po' calmatofecerouna escursione nei dintorni della baia colla speranza di veder giungere ilvascello aereo che doveva condurli in Europa.

Non fu che alle prime ore dell'indomani che furono avvertitidal loro ospite che il vascello aereo era comparso all'orizzonte.

Sorseggiarono una tazza di tè eindossati i grossi mantellidi pelle d'orsosi precipitarono verso la baiaper godersi lo spettacolodell'arrivo.

Il vascello volante era ormai visibile e solcava lo spaziomaestosamentetenendosi a centocinquanta metri dai banchi di ghiaccio che sistendevano sull'oceano.

Somigliava agli omnibus volanti che già Brandok e Tobyavevano veduto a Nuova Yorkperò più in grandeavendo la piattaforma piùlargadieci aliquattro eliche mostruose e doppi timoni. Sopra si estendevauna galleria a vetririservata ai viaggiatorie sormontata da un albero conuna antennaprobabilmente qualche apparecchio elettrico per la trasmissione deitelegrammi aerei.

Il vascello che si avanzava con grande velocità fu benpresto sopra la baia. Descrissenonostante il forte ventouna curva assaiallungataed andò a posarsi dolcemente entro un recinto costruito su unacollinetta che sorgeva a qualche centinaio di metri dalla stazione estiva.

«Andiamo a raggiungerlo subito» disse Brandokche li avevaseguiti assieme al pescatore che portava le valigie. «Il Centauro non siferma più d'un quarto d'oraappena il tempo sufficiente per consegnare laposta e sbarcare dei viveri e del tabacco per i pescatori e per i guardiani.»

Salirono la collinaentrarono nel recinto e s'imbarcaronodopo aver fatto acquisto del biglietto.

A bordo del vascello aereo non vi erano che sette uomini: ilcomandantedue macchinistidue timonieriuno stewart ed un medico.

L'interno della galleria era diviso in quattroscompartimenti. Uno riservato alle macchine e all'equipaggio; uno a camera dalettosuddivisa in piccole cabine di leggera lamiera d'alluminio o d'un metalloconsimile; il terzo a sala da pranzo; il quarto a biblioteca e sala daconversazionecon un organo elettrico per divertire i viaggiatori.

«Bellissimo!» aveva esclamato Brandokosservando i ricchimobili che arredavano le sale. «Meraviglioso!»

«E quello che contatanto più sicuro delle navi chesolcano gli oceani» disse Holker.

«Quando giungeremo a Londra?» chiese Toby.

«Fra quarantasei ore» disse il comandante della nave.«Dobbiamo spingerci prima fin sulle coste dell'Irlanda per deporre nella cittàsottomarina un pericoloso galeotto che ci è stato consegnato dalle autoritànorvegesi di Bergen e che è suddito inglese.»

«Ecco una buona occasione per visitare quella città»disse Holker«e anche i grandi mulini del Gulf-Stream. Non supponevo di esseretanto fortunato.»

«Avete più nulla da imbarcare?» chiese il capitano.«Null'altrosignore» rispose Brandok.

«Allora partiamo senza indugio: sta per scoppiare un nuovociclone e non amo fermarmi qui o dovermi rifugiare ancora nei fiordsdella Norvegia. A causa degli uragani sono già in ritardo di due giorni.»

Il Centauroad un comando del capitanoaveva rimessoin movimento le due poderose macchine e si era innalzato di duecento metrisalutando la popolazione della stazione con dei sibili acutissimi.

Girò due volte sulla baiapoi prese lo slancio dirigendosiverso sud-ovestcon rapidità fantastica.

Dinanzi alla baia si estendevano degli immensi banchi dighiacciosolcati da canali più o meno larghi e che mandavano in alto unbagliore intensoquasi accecantedovuto alla rifrazione di tutta quella massatrasparente. In lontananza invece appariva la tinta azzurro-cupa del mare cheindicava le acque libere dell'Oceano Atlantico.

BrandokToby e Holkerben coperti dai loro mantelli dipelosi erano seduti fuori della galleriasulle panchine di proraper godersimeglio quello spettacolo.

Il vascello volantenonostante la sua molesi comportavameravigliosamente benegareggiando coi lesti gabbiani e coi grossi albatros chelo seguivano o lo precedevano. Manteneva una linea rigorosamente dirittaorientata sulla bussolasenza abbassarsi nemmeno d'un metro.

Non era un palloneera un vero vascello che obbediva allemosse dei due timoniche funzionavano come le code dei volatili.

«Una scoperta stupefacente» ripeteva Brandokche respiravaa pieni polmoni l'aria gelata eppur vivificante dell'oceano. «Chi avrebbe dettoche l'uomo sarebbe riuscito a dividere cogli uccelli l'impero dello spazio? Checosa sono i famosi condor in confronto a questi vascelli volanti?

«Questi vascelli superano in velocità gli uccelli?» chieseToby.

«Li lasciano indietro senza fatica» rispose Holker.

«Anche le fregate?»

«Sono gli unici volatili che li superanopotendo quellipercorrere centosessanta chilometri all'ora.»

«E gli albatros?» chiese Brandok.

«Quantunque abbiano un'ampiezza d'ali che in media va daiquattro metri ai quattro e mezzonon possono lottare colle fregate.»

«Che velocità sviluppano queste navi volanti?»

«Centocinquanta chilometri all'ora» rispose Holker.

«E dire che noiai nostri tempiandavamo superbi dellenostre torpediniereche riuscivano a percorrere ventiquattro o venticinquemiglia all'ora!» disse Toby. «Che progressi! Che progressi!»

«Ditemisignor Holker» disse Brandok. «Le navi moderneche velocità raggiungono?»

«Le cinquanta e anche le sessanta miglia all'ora» risposel'interrogato.

«Che macchine hanno?»

«Mosse dall'elettricità.»

«E la forma è quella d'un tempo?»

«Giudicatene voi. Ecco laggiù appunto una nave che forseviene dall'Isola degli Orsi. Vi sembra che rassomigli ad una di quelle chepercorrevano gli oceani ai vostri tempi?»

Brandok e Toby si erano vivamente alzati guardando nelladirezione indicata dal loro amico e videro delinearsi sull'orizzonte una speciedi fuso lunghissimo che correva sulle onde con estrema rapiditàsenza alcunatraccia di fumo.

«Quella nave è il Tangaroff» disse il capitano delvascello aereo. «Viene dal Mar Bianco e si reca in Islanda. Una bella navevelo dico ioche cammina come uno squalo. Non ha paura dei ghiacci la suaprora!»

«Non rassomiglia affatto alle navi che solcavano i mari ainostri tempi» disse Brandok quando il capitano si fu allontanato. «Le hannomodificate i costruttori del Duemila?»

«In gran parteper ottenere una maggiore velocità e menorollio e beccheggio» disse Holker. «Hanno dato allo scafo una forma di sigaromolto affilato a prora e la coperta è quasi scomparsa non essendovi che ilposto per una torre destinata ai timonieri. Come vedetele navi moderne sonoquasi tutte sommerse e chiuse sopraccoperta in modo che durante le tempeste leonde possono spazzarle senza produrre il minimo inconveniente.»

«Sapete che cosa mi ricordanonella formaqueste nuovenavi? I battelli sottomarini che si incominciavano ad usare ai nostri tempi.»

«È vero» confermò Toby. «E come procedono? Ancora adelica?»

«Sìe a ruote. Sotto la carena entro appositi incavi nehanno ottodieci e perfino dodiciche talvolta aiutano potentemente le elichepoppiere» disse Holker.

«Con questo doppio sistema che ricorda un po' i nostriantichi piroscafi rotantii nostri ingegneri navali hanno potuto imprimere allenostre navi cinquanta e perfino sessanta miglia all'ora.»

«E voi mi avete detto che nonrollano e non beccheggiano?»

«Il mal di mare è ora quasi sconosciutosui piroscafimodernie anche le più formidabili ondate non riescono nemmeno a scuoterli.»

«E perché?» chiese Toby.

«Perché i loro fianchi sono spalmati d'una vernice grassachedistendendosi lentamente sull'acquaproduce il medesimo effetto dell'oliousato dai balenieri nelle tempeste.»

«Che cosa non hanno inventato questi uomini del Duemila!»esclamò Brandok.

«Molte coseinfattie utilissime» rispose Holkersorridendo.

«E di navi a vela ce ne sono ancora?» chiese Toby.

«Da settant'anni non se ne vede più una. Guardate che bellanave e ditemi se non vale meglio di quelle che navigavano cent'anni fa.»

 

 

NAVI VOLANTI E MARITTIME

 

 

 

 

 

Il Tangaroff in quel momento incrociava il battellovolantepassandovi a babordo.

Era un fuso enorme tutto in acciaiolungo più dicentocinquanta metricolla prora acutissima e largo al centro una quindicina dimetri.

Era tutto copertocon un gran numero di finestre al postodella coperta difese da vetri che dovevano avere un grande spessore.

Nel mezzo si ergeva una torre pure in metalloalta quattrometrisulla cui piattaforma stavano sedutipresso la ruotadue timonieri.Dietro si innalzava un albero per la telegrafia aerea.

Filava velocementequasi senza produrre alcun rumorelasciandosi dietro una scia candidissima che pareva oleosa.

Più che una navesembrava un balenottero lanciato a tuttavelocità.

Nel momento in cui passavano sotto il Centaurol'apparato elettrico di questo fece udire un lungo tintinnio e registrò undispaccio lanciato dai timonieri del «Tangaroff».

Era un cordiale «buon viaggio» che inviavano ai navigantidell'ariaunitamente alla notizia che i ghiacci avevano ormai interrotta lanavigazione nel Mar Bianco.

«Bella! Splendida!» esclamò Brandok che seguiva collosguardo il velocissimo piroscafo.

«Quando potrà giungere in Islanda?»

«Domani sera» rispose Holker.

«Malgrado i ghiacci?»

«Se ne ridono dei ghiacci le nostre navi. Li assalgono acolpi di sperone e li disgregano per quanto spessore abbiano. Sono veri arietid'una potenza inaudita.»

«Nipote mio» disse Toby «che cosa è avvenuto deibattelli sottomarini che ai nostri tempi facevano tanto parlare?»

«Dopo che le guerre sono state rese impossibilisonoscomparsi o quasi. Ve ne sono ancora alcuni che servono per le esplorazionisottomarine e per il ricupero delle ricchezze perdute in fondo ai mari.»

«E del Canale di Panama?» chiese Brandok.

«È compiutomio caro signoree già da 85 anni.»

«Quella grande impresa è stata condotta a termine?»

«Sìdai nostri connazionali; ed altre ancora ne sono stateultimate per accorciare i viaggi alle navi. L'istmo di Corinto che univa laMorea alla Grecia è stato pure tagliato; quello della penisola di Malacca pureed ora si sta compiendo un'altra grande opera.»

«Quale?»

«Il grande deserto del Sahara sta per divenire un mareaccessibile anche alle più grandi navi. Ci lavorano da cinque anni e fra cinqueo sei mesi anche quell'opera sarà compiuta.»

«Che cosa vi rimane ora da fare?» chiese Brandok.

«Mantenere il mondo in equilibriove lo dissi già»rispose Holker «e speriamo che vi riescano i nostri scienziati. La campana cichiama a colazione; quest'aria marina mi ha messo addosso un appetito da lupo.Imitatemi amici; vi troverete meglio dopo.»

Mentre passavano nel salotto da pranzoil vascello volantecontinuava la sua corsa verso sud-ovestdivorando lo spazio con una rapiditàdi centoventi chilometri all'ora. L'oceano era sempre coperto da vasti banchi dighiaccio e anche ice-bergs i quali proiettavano dei riflessi accecanti.

Qua e là si scorgevano dei canalientro i quali mostravasiancora qualche rarissima focauna delle poche sfuggite alle feroci distruzionidei pescatori norvegesi e russi.

I tre amici stavano per terminare il pastosemplice sì maassai abbondantequando udirono la suoneria dell'apparato elettrico tintinnaree poco dopo videro comparire il capitano colla fronte abbuiata.

«Avete ricevuto qualche cattivo dispacciocomandante?»chiese Holker.

«Mi telegrafano dalla stazione scozzese di Capo York che unabufera terribile imperversa da due giorni intorno alle isole britanniche»rispose il capitano. «S'annuncia ben cattivo l'invernoquest'anno.»

«Sarete costretto a rifugiarvi nuovamente sulle costenorvegesi?»

«Non voglio perdere altro tempo; sfiderò il ciclone.»

«Resisterà la vostra nave?» chiese Brandok.

«Non vi inquietate signori; il mio Centauro ècostruito con acciaio di prima qualità.»

Non erano trascorse tre oreche già la buferaannunciatadalla stazione scozzesesi faceva sentire anche nei paraggi percorsi dalvascello volante.

Il cielo si era oscurato e dei soffi impetuosidelle vereraffiche marine giungevano dal mezzodìinvestendo poderosamente le ali e leeliche del Centauro.

L'oceano si rompeva in ondate che diventavano rapidamentealtissimele quali disgregavano con mille fragori i banchi di ghiaccioscendenti dall'isola Jean Mayen. Il comandante aveva dato ordine ai suoimacchinisti di aumentare la velocità sperando di sottrarsi agli assaltiimminenti del ciclone e dando la possibilità ai timonieri di dirigersi versoovest per evitare il centro della bufera. Tuttavia il Centauro subiva deisussulti improvvisi e si trovava talvolta impotente a resistere alle raffiche.Già più d'una volta era stato trascinato per qualche tratto verso ilsettentrionenonostante gli sforzi delle ali e delle immense eliche.

«Cadremo in mare?» chiese Brandokche si era collocatodietro i vetri dello scompartimento prodiero.

«Anche se ciò avvenissepoco danno ne avremmo» risposeHolker.

«Non andremo sott'acqua?»

«Niente affattomio caro signore. I nostri ingegneriavevano pensato anche a simili disgrazie e vi hanno posto rimedio.»

«In qual modo?»

«Non avete osservato che la parte inferiore dellapiattaforma è quasi sferica come quella delle scialuppe e delle navi e che haanche una chiglia? Nell'interno vi sono delle casse d'aria le quali impedirannoal Centauro di sommergersi.»

«Sicché queste navi volanti si possonoall'occorrenzatrasformare in scialuppe!» esclamò Toby con stupore.

«E perfettamente navigabilizio» rispose Holker «perchéla poppa nasconde entro un incavo un'elica di metalloche funziona colla stessamacchina che mette in moto le ali. Come vedete nessun pericolo ci minaccia eanche calandonoi potremo giungere egualmente in Inghilterra.»

«C'è da impazzire» disse Brandok. «Questi uomini modernihanno pensato a tutto.»

La bufera intantoaumentava di miglio in miglio che il Centauroguadagnava.

Il vento si era scatenato con un fragoroso accompagnamento diurlidi fischi e di muggitibalzando ora dal sud al nord ed ora dall'estall'ovestcome se Eolo fosse completamente impazzito.

Lo spettacolo che offriva l'oceano da quell'altezza eraspaventevole e nello stesso tempo meraviglioso.

Montagne d'acquanere come fossero d'inchiostro e collecreste invece candidissime e quasi fosforescentisi rovesciavano in tutte ledirezioniaccavallandosi e rimbalzando a grande altezza.

Si formavano abissi profondi che subito si riempivano perriaprirsi più oltree dai quali uscivano dei muggiti formidabiliprodottidall'irrompere tumultuoso delle acque.

Tutto il giorno il Centauro lottò vigorosamenteorainnalzandosi ed ora abbassandosirespinto sovente fuori dalla sua rotta; equando cadde la sera si trovò avvolto in una nebbia così fittache le lampadea radium non riuscivano a romperla.

«Ecco un altro pericolo e forse maggiore» disse Brandok.

«Perché?» chiese Holker.

«Se il Centauro s'incontrasse con qualche altrovascello aereo procedente in senso inversochi riuscirebbe a salvarsi da unacollisione fra due macchine spinte colla velocità di centocinquanta chilometriall'ora?»

«Non temete» disse Holker. «Ciò può avvenire in unacittà dove le macchine volanti sono numerosissimein mare no.»

«E perché no?»

«Ogni macchina volante è fornita d'un eofono.»

«Che bestia è questo eofono?»

«Un semplice eppure preziosissimoapparecchioformato dadue imbuti ricevitori del suonoseparati fra di loro da un diaframma centrale.Questi due imbuti vengono applicati agli orecchi del timoniere e quando questiapparecchi si trovano nella direzione delle onde sonore emesse da un corpoqualunqueproducono un rumore nella medesima intensità e sono così sensibilida registrare le vibrazioni più impercettibili. Supponete ora che un vascellovolante s'accosti a noi. Il rumore che producespostando la massa d'ariaeanche le vibrazioni delle ali si trasmettono subito agli imbuti del nostrotimoniere. Che cosa si fa allora? Si lancia un telegramma che viene raccolto etrasmesso sul vascello dall'apparecchio elettrico. Entrambi i vascelli volantisi fermano e devianoed ecco tolto ogni pericolo d'investimento. Che cosa nedite orasignor Brandok?»

Il giovine scosse il capo senza rispondere.

Anche durante l'intera notte l'uragano non cessò un momentodi infuriare. Il vento che soffiava ad oriente aveva respinto il Centauroassai lontano dalla sua rottatrascinandolo in mezzo all'Oceano Atlantico.

A mezzodìquando il capitanoapprofittando d'un raggio disole fece il puntos'accorse d'aver oltrepassata la Scozia di qualche centinaiodi miglia.

«Pel momento dobbiamo rinunciare alla speranza di approdarein Inghilterra» disse ad Holkerche lo interrogava. «Il vento ci trascinacome se il mio Centauro fosse diventato un veliero e non sarebbe prudentecercare di resistergli.»

«E dove andremo a finire noi?»

«Vi spaventa una corsa in mezzo all'Atlantico?»

«Nopurché il vento non ci faccia tornare in America. Noidesideriamo visitare le grandi capitali degli stati europei.»

«Quando il ciclone si calmeràriprenderemo la corsa versol'Inghilterra. A Liverpool prenderete o il treno o il vascello che va a Londra.Non è questione che di qualche giorno di ritardo. Questo ventaccio finirà percambiare.»

Il capitano s'ingannava.

L'uragano imperversò con furia estrema per due giorniancoramettendo più volte in serio pericolo il Centauro le cui ali apoco a poco si sfasciavano.

La mattina del terzo giornoquando già il vento cominciavafinalmente a scemare di violenzail capitano avvertì i viaggiatori dirifugiarsi nella galleria per non venire trascinati via dalle onde.

«Scendiamo in mare?» chiese Holker.

«Sìsignore» rispose il comandante. «Il Centauronon si sostiene in aria che con grandi sforzi e piuttosto di cadereimprovvisamentepreferisco scendere.»

«L'oceano è sconvolto» osservò Brandok.

«L'armatura della galleria è di una solidità a tutta provaed i vetri hanno uno spessore di cinque centimetri. Le onde non riusciranno maia sfondarla. Diventiamo marinai dopo essere stati volatili. Noi giànonsoffriamo il mal di mare.»

Entrarono nella galleria assieme all'equipaggio e alcomandantepotendosi maneggiare i due timoni anche dall'internoed il Centaurocalò lentamente in mezzo ai flutti.

BrandokToby e anche Holkerper un momento temettero difinire in fondo all'Atlantico.

Appena il vascello volante si posò sulle acque subì unaserie di sussulti e di beccheggi così spaventevoli da temere che si rovesciasseper non raddrizzarsi mai più.

Appena però le due eliche d'acciaio uscirono dalle loronicchie e si misero in motoil Centauro riprese la sua stabilità e simise in marcia come un piroscafo qualunquesalendo e scendendo i cavalloni.

I cassoni d'aria che riempivano la sua carena lo tenevanomeravigliosamente a gallameglio d'una botte vuota. Ma che soprassalti diquando in quando. E che ondate doveva sopportare la galleria! I marosi vi siprecipitavano sopra con furia incredibilefacendo tremare le armature. Guai sei vetri avessero ceduto! Nessuna delle persone rinchiuse sarebbe uscita piùviva.

«Perbacco!» mormorava Brandokche si teneva aggrappato aduno dei sostegni della galleriaper poter meglio resistere a quelle scosse.«Ecco una emozione che fa venire la pelle d'oca. Signor Holkernon finiremoper caso il nostro viaggio con un capitombolo negli abissi dell'Atlantico?»

«Non abbiate paura; questi vascelli sono meravigliosamentecostruiti e possono resistere anche in mare alle più violente ondate. Nonvedete come sono tranquilli i macchinisti e i timonieri? Da questo potete capirese si ritengono perfettamente sicuri.»

«E dove ci troviamo noi?» chiese Toby.

«A non meno di quattro o cinquecento miglia dalle costedella Spagna» rispose il capitano che lo aveva udito.

«Della Spagna avete detto? Dell'Inghilterra volevate dire.»

«Nosignore. Il ventodopo averci allontanato dalle costeinglesici ha trascinati verso il sud in direzione delle isole Canarie.»

«E torneremo in Europa così?» chiese Brandok.

«Il mio povero Centauro non può ormai piùriprendere il volo. Guardate come i cavalloni frantumano le ali e le eliche. Manon ve ne date pensiero; noi camminiamo con una velocità di quaranta migliaall'oraperché le macchine non si sono guastate. Fra due giorni al piùgiungeremo a Lisbona od a Cadiceed in quei portinavi e vascelli volantidiretti in Inghilterra ne troverete quanti vorrete.»

«Sicché» disse Brandok «noi saremo costretti a tagliarela corrente del Gulf-Stream per tornare in Europa?»

«Certo» rispose il capitano.

«Avremo occasione di vedere quei famosi mulini?»

«Cerco anzi di dirigermi verso l'isola N. 7per vedere selà posso sbarazzarmi del galeotto che si trova chiuso nell'ultima cabinae chevoi non avete ancor veduto. Quell'isola si trova a venticinque miglia dallacittà sottomarina portoghese d'Escario; potrei risparmiare una gita inutile finlà.»

«Nosignor capitano» disse Holker. «I miei amici nonhanno ancora veduto uno di quei rifugi dei peggiori bricconi del mondo. Siamopronti a pagare doppio biglietto se ci condurrete ad Escario.»

«Sia» rispose il comandante dopo una breve esitazione.«Chissà che non trovi là alcuni meccanici per rimettere a posto il mio Centauro

 

 

I MULINI DEL GULF-STREAM

 

 

 

 

 

Diciotto ore dopoil Centauroche non aveva cessatod'avanzareentrava nella corrente del Gulf-Stream centoventi miglia asettentrione dell'isola di Madera; equello che più importavavi arrivava conun tempo splendidissimoessendosi il ciclone dileguato fino dal giorno innanzi.

Come si sa il Gulf-Stream è un fiume gigantesco che scorreattraverso l'Oceano Atlantico senza confondere le sue acque con quelle del mareche lo stringono da tutte le parti.

In nessun'altra parte del nostro globo esiste una correntecosì meravigliosa. Essa ha un corso più rapido dell'Amazzonie più impetuosodel Mississippi e la portata di questi due fiumigiudicati i più grandi delmondonon rappresentano nemmeno la millesima parte del volume delle acque chequella corrente giornalmente conduce.

Questo «fiume del mare»come giustamente lo chiamano inavigantitrae la sua origine dall'immenso raggruppamento di scogli e discogliere che costituisce l'arcipelago delle isole Bahama nel Mar delle Antillepercorre tutto il Golfo del Messicosi slancia attraverso l'Oceano Atlanticosale al nord primasi piega quindi verso orientetocca le coste dell'Europaconservando intatte le acque calde che trascina con sé per un tragitto dimigliaia e migliaia di leghe.

«Ora voi vedrete un'altra delle più meravigliose invenzionidei nostri scienziati» disse Holkerappena il Centauro si trovò fra leacque del Gulf-Stream. «Vedrete quale profitto gli uomini del Duemila hannosaputo trarre da questa grande corrente che ai vostri tempi era stata cosìtrascurata. Pare impossibile come i vostri signori scienziati non si siano maioccupati della forza immensa che racchiudono queste acque.»

«Che cosa ne avete fatto voi di questo "fiume delmare"?» chiese Toby. «Tu mi hai parlato di mulini.»

«È verozio» rispose Holker.

«A che cosa possono servire?»

«Zio» disse Holker «come voi sapete tutte le nostremacchine funzionano ad elettricitàquindi noi avevamo bisogno d'una forzaenorme per le nostre gigantesche dinamo. L'America del Nord aveva le sue famosecascate; quella del Sud i suoi fiumi numerosi. L'Europa pochi corsi d'acqua conmisere cascateassolutamente insufficienti. Che cosa hanno dunque pensato isuoi scienziati? Sono ricorsi all'Oceano Atlantico e hanno fissati i lorosguardi sul Gulf-Stream. Ed infatti quali forze immense si potevano trarre daquel "fiume del mare"! Hanno fatto costruire delle enormi isolegalleggiantiin lamiera d'acciaiofornite di ruote colossali simili a quelledei vostri antichi mulini e le hanno rimorchiate fino al Gulf-Streamancorandole solidamente. Oggidì ve ne sono più di 200scaglionate presso lecoste europee e quasi altrettante nel Golfo del Messicoincaricate disomministraresenza quasi nessuna spesala forza necessaria agli stabilimentidell'America centrale e anche delle coste settentrionali della GuayanadelVenezueladella Columbia e del Brasile.»

«E come vien trasmessa quella forza? Mediante fili aerei?»

«Noziocon gomene sottomarine simili a quelle che voiusavate anticamente per la telegrafia transatlantica.»

«Quale rapidità sviluppa la corrente del Gulf-Stream?»chiese Brandok.

«Dai cinque agli otto chilometri all'ora» rispose Holker.

«E possono resistere quelle isole agli uragani?»

«Sono solidamente ancorate e poianche se gli ormeggi sirompesserogli uomini incaricati della sorveglianza dei mulini non correrebberoalcun pericoloessendo quelle isole o meglio quei vasti galleggiantiinsommergibili.»

«Ed ognuna di esse quanta forza può fornire?»

«Un milione di cavalli.»

«Che cosa non hanno utilizzato questi uomini!» esclamòToby. «Perfino la corrente del Gulf-Stream a cui non davamo altra importanzache quella di diffondere un benefico calore sulle spiagge dell'Irlanda e dellaScozia. Che uomini! Che uomini!»

«Signor Holker» disse Brandok «in questi cento anni lacorrente del Gulf-Stream ha subìto qualche deviazione?»

«Perché mi fate questa domanda?»

«Perché ai nostri tempi si temeva che l'apertura del Canaledi Panama potesse produrre uno spostamento nella correntea causa della spintadelle acque del Pacifico.»

«Nessunasignor mio» rispose Holker. «Chi potrebbe fardeviare una corrente così grande?»

«E le coste inglesi continuano a risentire i beneficieffetti dovuti al calore della corrente?»

«Se così non fossel'Irlandala Scozia e anchel'Inghilterra sarebbero state tramutate in terre quasi polarigiacendo sotto lamedesima latitudine della Siberia.»

«L'isola N. 7!» si udì in quell'istante gridare al difuori.

«Ecco il mulino più mostruoso che appartieneall'Inghilterra» disse Holker.

Erano usciti frettolosamente dalla galleriaciò chepotevano fare senza correre alcun pericoloessendo ormai le onde calmissime. Atre o quattro miglia verso il settentrione si scorgeva un'alta antennache sirizzava sopra una torre di forme tozzecolorata in rosso.

«L'antenna per la telegrafia aerea» disse Holker.

«Ne sono forniti tutti i mulini?» chiese Brandok.

«Sìe ciò per precauzione. Se una tempesta sposta l'isolagalleggiante e questa viene trascinata viasi avverte la stazione più vicinacon un dispaccio ed i più potenti rimorchiatori disponibili accorrono perricondurla a posto.»

Il Centauro che procedeva velocissimoaiutato anchedalla corrente del Gulf-Stream che aveva in favore e che in quel luogopercorreva tre miglia e mezzo all'orain breve si trovò nelle acque del mulinoN. 7.

Come Holker aveva già dettoera un enorme galleggiante inlamiera d'acciaiodi forma circolarecon una circonferenza di 400 metri;fornito nel centro di quattro immense ruote che la corrente faceva girare connotevole velocità.

Fra le ruote s'innalzavano quattro abitazionipure in ferroad un solo pianomunite di parafulmini; destinate una come magazzino deiviverile altre ai guardiani.

Quattro gradinate mettevano sul marefornite ognuna d'unagru sostenente una scialuppa.

I guardianiuna dozzina di personevedendo avvicinarsi ilmutilato vascello volantesi erano affrettati a chiedere premurosamente seavevano bisogno di soccorsi.

Quando ebbero ricevuta una risposta negativainvitarono iviaggiatori a salire sull'isola a visitare le loro abitazionied il macchinariodestinato a trasmettere in Inghilterra la forza prodotta dalle gigantescheruote.

La minuscola isola era tenuta con pulizia scrupolosa. Vierano piccoli viali fiancheggiati da casse di ferro piene di terraentro cuimaturavano cavolizucchecarote ed altri vegetali mangiabilio dove finivanodi seccareappesi a delle funigrossi pesci pescati nella corrente.

«Come vi trovate?» chiese Brandokad uno dei guardiani cheserviva loro di guida.

«Benissimosignore.»

«Non vi annoiate in questo isolamento?»

«Per nientesignore. Vi è sempre da fare qualche cosa quie poi ci dedichiamo alla pesca e anche alla cacciavenendo qui numerosi uccellimarini che ci offrono degli arrosti eccellenti. Ogni mese poi il governo inglesemanda qui una nave per provvederci di viveri e di quanto possa occorrerci. Perdi più ogni anno abbiamo un mese di permesso che trascorriamo in patria. Checosa possiamo desiderare di meglio?»

«E delle tempeste?»

«Oh! Ce ne ridiamosignoree non turbano affatto i nostrisonni.»

I tre amici rimasero qualche ora sull'isolotto galleggiantee vuotarono alcune bottiglie coi guardiani; poi verso le quattro del pomeriggioil Centauro riprendeva la corsa verso le coste dell'Europaper sbarcareil galeotto nella città sottomarina di Escario.

 

 

LA CITTÀ SOTTOMARINA

 

 

 

 

 

Continuando l'oceano a mantenersi calmodopo l'ultimasfuriata del cicloneil Centauro avanzava senza alcuna difficoltà comeun vero piroscafogalleggiando magnificamente.

Non poteva competere certo coi veri transatlanticidotatiormai d'una velocità straordinaria; nondimeno nulla aveva da perdere inconfronto a quelli d'un secolo primache anzi avrebbe potuto vincere facilmentenella corsa.

Brandok e Toby si divertivano immensamente a quel viaggiomarittimo. Passeggiavano per delle ore intere sulla cima della galleriadove sitrovava un piccolo ponte di metallo che andava da prora a popparespirando apieni polmoni la salubre brezza marittimafumavano dei sigari eccellenti cheregalava loro il capitano e facevano soprattutto onore ai pastiessendo ambeduedotati d'un appetito invidiabile.

E si trovavano tanto meglio perché non provavano più queglistrani turbamenti e quei sussulti nervosiche li avevano non poco inquietatiquando passavano sopra le grandi città americane e sopra le turbine giganteschedelle cascate del Niagara.

Holker non li lasciava un minutodiscutendo animatamente suifuturi e straordinari progetti che stavano studiando gli scienziati del Duemilae dando loro spiegazioni su mille cose che ancora non avevano potuto vederecausa la rapidità del loro viaggio.

«Signor Holker» disse un pomeriggio Brandokmentre stavanoprendendo il caffè sul ponte della galleria. «Come troveremo noi l'Europa?Come quella d'un secolo fa o sono avvenuti dei mutamenti politici nei diversistati?»

«Sìmolti mutamentie ciò per mantenere la pace fra idiversi popolieliminando così per sempre le guerre» rispose il nipote diToby.

«Che cosa è avvenuto della grande Inghilterra?»

«È ora una piccola Inghilterrasempre ricca edindustriosissima.»

«Perché dite piccola?»

«Perché ormai ha perduto tutte le sue coloniestaccatesi apoco a poco dalla madre patria. Il Canada è uno stato indipendente; l'Australiapurel'Africa meridionale non ha più nulla di comune coll'Inghilterra. Perfinol'India forma uno stato a parte.»

«Sicché quel grande impero coloniale?» chiese Toby.

«Si è interamente sfasciato» rispose Holker.

«Senza guerre?»

«Tutte quelle colonie si erano unite in una lega perdichiararsi indipendenti il medesimo giornoe all'Inghilterra non è rimastoaltro da fare che rassegnarsi per non averle tutte addosso.»

«Già fin dai nostri tempi l'impero cominciava asgretolarsi» disse Brandok. «E la Russia?»

«Ha perso la Siberiadiventata anch'essa indipendenteconun re appartenente alla famiglia russa. L'Austria ha perduto i suoi arciducatitedeschi e l'Ungheriariconquistata la sua indipendenzaoccupa ora la Turchiaeuropea.»

«E gli arciducati?»

«Sono stati assorbiti dalla Germaniamentre l'Istria ed ilTrentino sono stati restituiti all'Italia assieme alle antiche colonie venezianedella Dalmazia.»

«Sicché l'Italia?...»

«È oggidì la più potente delle nazioni latineavendoriavuto anche MaltaNizza e la Corsica.»

«E la Turchia?»

«È stata respinta definitivamente nell'Asia Minore enell'Arabiae non ha conservato in Europa che Costantinopolicittà che eraambita da troppe nazionie che poteva diventare una causa pericolosa didiscordia permanente. Ah! dimenticavo di dirvi che è sorto un nuovo stato.»

«Quale?»

«Quello di Poloniaformato dalle province polacche dellaRussiadell'Austria e della Germania. L'Europa cinquant'anni fa si agitavapericolosamenteminacciando una guerra spaventosa. I monarchi ed i capi dellerepubbliche pensarono quindi a regolare meglio la carta europea mediante ungrande congresso che fu tenuto all'Aiasede dell'arbitrato mondiale. Fuconvenuto di restituire a tutti gli stati le province che loro appartenevano perdiritti geografici e storicie di crearne anche uno nuovola Poloniacheminacciava di produrre la guerra fra la Russial'Austria e la Germania. Cosìla pace fu assicurata mercé l'intervento poderoso delle confederazioniamericane e delle antiche colonie inglesiche ridussero a dovere le nazionirecalcitranti. Ora una pace assoluta regna da dieci lustri nel vecchiocontinente europeo.»

«E chi regola le questioni che potrebbero insorgere?»

«La corte arbitrale dell'Aia che è stata ormai riconosciutada tutte le nazioni del mondo. D'altrondecome vi dissial giorno d'oggi unaguerra sarebbe impossibile e condurrebbe al più completo sterminio le nazionibelligeranti.»

«Oh!» esclamò in quel momento Toby che si era levato.«S'alza la luna laggiù! Come sembra mostruosa! Io non l'ho mai veduta apparirecosì grossa. Che anche quel satellite si sia modificato?»

Holker si era alzato anche lui.

Le tenebre erano incominciate a calaree verso oriente sivedeva scintillare a fior d'acqua un mezzo disco di forme giganteschecheproiettava intorno a sé una luce intensaleggermente azzurrognola.

«La scambiate per la luna!» esclamò Holker. «V'ingannatezio.»

«Che cosa può essere?»

«La cupola della città sottomarina d'Escario.»

«Io vorrei sapere perché voi avete fondate delle cittàsottomarine che devono essere costate somme enormi.»

«Semplicemente per sbarazzare la società dagli esseripericolosi che ne turbano la pace. Ogni stato ne possiede unail più lontanopossibile dalle costee vi manda la feccia della societài ladri impenitentigli anarchici più pericolosigli omicidi più sanguinari.»

«Con un gran numero di guardiani?»

«Nemmeno unomio caro zio.»

«Allora si massacreranno.»

«Tutt'altro. Al minimo disordine che nascesanno che lacittà viene affondata senza misericordia. Questa minaccia ha prodotto deglieffetti insperati. La paura doma quelle belvele quali finiscono perammansirsi.»

«E chi li governa?»

«Questo è un affare che riguarda loro. Si eleggono dei capie pare che finora regni un accordo mirabile in quei penitenziari; E poi vi èun'altra cosa che concorre a renderli docili.»

«Quale?»

«L'incessante lotta colla fame.»

«I governi non passano viveri a quei condannati?»

«Passano delle retidelle macchine per eseguire varieproduzionicome stoffestivalivasellami e così via che poi vendono allenavi che approdanocomperando in cambio le materie prime necessarie a quelleindustrietabaccoviveri eccetera.»

«Qualche volta soffriranno la fame?» disse Brandok.

«L'oceano fornisce loro cibo più che sufficiente. I pesciattratti dalla luce che mandano le lampade che illuminano quelle cittàaccorrono in masse enormi. Gli abitanti ne salano anzi in grande quantità e limandano in Europa e anche in America.»

«E l'acqua?»

«Hanno macchine che ne forniscono loro quanta ne desideranofacendo evaporare quella del mare.»

«Sicché oggi i galeotti non costano più nulla allasocietà» disse Toby.

«Costano la sola forza necessaria per far agire le loromacchineenergia che viene fornita per lo più dai mulini del Gulf-Stream.»

«Devono esser costate somme enormi quelle città!» disseBrandok.

«Non dico di noma quale vantaggio non ne ritraggono oragli stati e la società? I milioni che prima si spendevano nel mantenimento ditanti birbantirimangono ora nelle casse dei governi. Devo aggiungere poi chelo spauracchio di essere mandati nelle città sottomarine ha fatto diminuireimmensamente il numero dei delitti.»

«Non correremo alcun pericolo entrandoo meglioscendendoad Escario?» chiese Toby.

«Nessunonon dubitate. Quelli sanno che qualunque cattivaazione usata ad uno straniero segnerebbe la sommersione della loro città.»

«Una misura un po' inumanase vogliamo.»

«Che li tiene a freno peròe come! Eccoci giunti. Ilcapitano deve aver avvertito gli abitanti del nostro arrivo; sento il nostroapparecchio elettrico funzionare.»

Il Centauro si era fermato dinanzi ad una immensacupola che doveva avere almeno 400 metri di circonferenzaformata d'armatured'acciaio d'uno spessore straordinario e di lastre di vetro di forma rotondaincastrate solidamente e molto grosse.

Un graticolato di ferro copriva tutta la cupola per megliopreservarla dall'urto delle ondee una galleria vi correva all'intornopienadi reti messe ad asciugare.

Sulla cimadove pareva si aprisse un foroerano comparsidue uomini piuttosto attempatiche indossavano delle vesti di panno grossolanoe che calzavano alti stivali da mare.

Il capitano del Centauro accostò con precauzione lanave ad una delle quattro scale di ferro che conducevano sulla cima dellascintillante cupolainvitando i viaggiatori a seguirlo.

«Qui sono conosciuto» disse. «Non avete da temere.»

Precedette i tre amici e salutò uno dei due uomini con uncortese e familiare:

«Buona serapapà Jao. Come va la vita qui?».

«Benissimocapitano» rispose l'interrogatolevandosicortesemente il cappello dinanzi ai tre viaggiatori.

«Sono sempre tranquilli i vostri amministrati?»

«Non ho da lagnarmi di loro. E poiperché dovrebberodiventar cattivi? Viviamo nell'abbondanzae nulla ci manca.»

«Vi sono questi signori che desiderano visitare la vostracittà. Rispondete della loro sicurezza?»

«Perfettamente: siano i benvenuti.»

«Il governatore della colonia» disse il capitanovolgendosi verso BrandokToby ed Holker.

«Seguitemisignori» disse il galeottocon un amabilesorriso.

«Ah! devo lasciarvi qui un espulso dall'Europaun sudditoinglese che consegnerete più tardi a qualche nave della sua nazione» disse ilcapitano. «A me è d'imbarazzoperché un ciclone mi ha guastato le ali e leeliche.»

«Datemelo pure; ci penserò io. Andiamosignoriperchéfra mezz'ora farò suonare il silenzio e allora si spegneranno tutte lelampade.»

Condusse i tre viaggiatori ed il capitano dinanzi ad unaspecie di pozzo che s'apriva nel mezzo della cupola dove si trovava pronto unascensore.

Li fece sedere sulle panchine e l'apparecchio sceserapidamente passando fra un cerchio di lampade a radium che versavano torrentidi luce in tutte le direzioni.

Con visibile stupore di Brandok e di Tobyi quali stentavanoa credere ai loro occhisi trovarono su una vasta piazza rettangolaredi centometri di lunghezza su sessanta di larghezzatutta cinta da bellissime tettoiecoi tetti di zincodivise in piccoli scompartimenti che formavano le cabinedestinate ai galeotti. Dietro quelle se ne vedevano delle altre fornite di tubidi metallo.

Sulla piazza un numero immenso di barilidi pertiche e direti si trovavano ammucchiate alla rinfusa.

«La mia città» disse il governatore «è tutta qui.»

«Quanti abitanti conta?» chiese Toby.

«Milleduecentosessanta tettoie e venti opificidovelavorano coloro che non si dedicano alla pesca.»

«Dove posa la città?» chiese Toby.

«Sulla cima d'un isolotto sommersoa quindici metri diprofondità.»

«Non prova scosse la città quando al di fuori infuria latempesta?»

«Nessunasignore; le pareti che sono formate da lastred'acciaio collegate con armature solidissime e trattenute da enormi colonne diferropiantate profondamente nella rocciapossono sopportare qualsiasi urto. Epoi dovreste sapere che a otto o dieci metri sotto il livello dell'acqualeonde non si fanno sentire. È la cupola che sopporta tutto l'impeto deicavalloni e può sfidarli impunemente.»

«Non è meraviglioso tutto ciòsignor Brandok?» chieseHolker.

«Questo è un nuovo mondo» rispose l'americano. «Mai misarei aspettato di vederedopo soli cento annitante straordinarie novità!»

Il capitano del Centauro guardò Brandok con stupore.

«Cent'anniavete detto!» esclamò.

«Scherzavo» rispose l'americano. «Ditemivi obbedisconosempre i vostri sudditi?»

«Io non comando mai loro di fare questa o quella cosa»rispose il capo della città sottomarina. «Chi non lavora non mangiaperciòsono costretti a fare tutti qualche cosa senza che io glielo imponga.»

«Non sono mai successe rivoluzioni?» chiese Toby.

«A quale scopo farne? Io non sono un reio non rappresentonessun potere. Se non sono contenti di me mi dicono di lasciare il posto ad unaltroe tutto finisce lì.»

In quel momento un cupo rimbombo si ripercosse entro laimmensa cupola facendo vibrare le vetrate.

«È un tuono questo» disse il capitano del Centaurola cui fronte si era oscurata. «Che questa volta ci piombino addosso tutte ledisgrazie?»

«Siamo nella stagione del cambiamento degli alisei ed iltempo diventa brutto da un momento all'altro.»

«Risaliamosignori.»

La piccola comitiva prese posto nell'ascensore ed in pochimomenti si trovò sull'immensa cupola.

L'Atlantico aveva assunto un brutto aspettoed il cielo erapiù brutto ancora.

Da ponente giungevano delle grosse ondate e delle foschenuvole si avanzavano con velocità vertiginosa. In lontananza il tuono rullavafragorosamente.

«È un vero uragano che sta per scoppiaresignori miei»disse il capitano del Centauro. «Con una nave così avariata io nonoserò riprendere la corsa verso l'Europa.»

«Saremo dunque costretti a passare la notte qui?» chieseBrandok preoccupato.

«Abbiamo dei letti comodi e posso offrirvi anche una buonacena; a base di pesces'intende» disse Jao. «I miei compagni non vi darannoalcun fastidiove l'assicuro.»

«Ho delle preoccupazioni però per la mia nave» disse ilcapitano del Centauro. «Le ondecon la loro forzapossonoscaraventarla addosso alla cupola.»

«Il fondo è buono intorno a questo scoglio e le vostreancore la terranno ferma.»

«Vi è un'altra cosa però che m'inquieta. I vostri compagnidormono semprela notte?»

«Perché mi fate questa domanda?» chiese Jao stupito.

«Rispondetemi prima.»

«Quando infuria la tempestae la luna mancapreferisconoriposarsiperché getterebbero inutilmente le reti. Con questa brutta notte nonlasceranno i loro letti.»

«Me lo assicurate?»

«Rispondo di loro.»

«L'ho chiesto perché porto un carico di alcool destinatonon so a quali combinazioni chimiche.»

«Nessuno lo saquindi potrete dormire tranquilli» risposeJao. «E poi i miei sudditicome li chiamate voia quest'ora devono averperduta l'abitudine di berepoiché è severamente proibito vendere lorobevande spiritose. La nave che ce ne fornisse verrebbe subito confiscata dai"vigilanti".»

«Chi sono?» chiese Brandok che era sempre il più curiosodi tutti.

«Navi speciali appartenenti a tutte le nazioniincaricatedi vigilare su tutti gli oceani e di prestare aiuto ai naviganti. Signorivolete accettare una cena nella mia modesta casettaed un letto? Può esserepericoloso dormire sul Centauro con quest'uragano che si avanza.»

«Ed i miei uomini?» chiese il capitano.

«Quando avranno ben ancorata la nave scenderanno anche loronella città sottomarina» rispose Jao. «Li farò ospitare presso alcuniforzati che godono buona stima.»

«Una grande stima» brontolò Brandok.

«Andiamo signori» disse Jao.

L'uragano scoppiava in quel momento con furia inaudita.Raffiche furiose spazzavano l'oceanosollevando gigantesche ondate le quali sifrangevanocon scrosci e con muggiti spaventevolicontro le pareti e la cupoladella città sottomarina.

Il Centaurovivamente sballottatos'alzava come unapalla di gomma quantunque avesse gettate le sue ancore.

«Cattiva notte» disse il capitanoscrollando la testa.«Non so se la mia povera nave potrà resistere.»

Dopo aver avvertito l'equipaggio di abbandonarla al piùpresto e di raggiungerlipresero posto nell'ascensore e discesero nella piccolapiazza che era ancora splendidamente illuminata e dove si trovavano parecchiforzatiancora intenti a rammendare le loro reti perché fossero pronte appenacalmatosi l'oceano.

Jao condusse i suoi ospiti verso una bella casettatuttacostruita in lamine di ferrodivisa in quattro minuscole stanzeche sembravanopiù che altro delle cabineessendo lo spazio troppo prezioso in quella stranacittàper permettersi il lusso di averne di più ampie.

Jao li introdusse nel suo gabinetto particolare che servivanel medesimo tempo da sala da pranzoli fece sederee servì loroegli stesso(non avendo servi a sua disposizionepoiché anche il governatore non potevagodere prerogative speciali) degli eccellenti pesci cucinati al mattino e dellepagnotte.

La cenaquantunque composta esclusivamente di prodotti dimare con contorni di piccole alghe sapientemente marinate e d'una sola bottigliadi vino che Jao aveva forse serbato per qualche grande occasionefu assaigustato dai naviganti del Centauro ai quali l'appetito non facevadifetto.

Essendo tutti stanchiil governatore li condusse nellastanza loro destinataun'altra cabinaappena capace di contenere BrandokTobye Holker.

Il capitano del Centauro li aveva poi lasciati pervedere come si svolgeva l'uragano e mettere in salvo almeno il suo equipaggio.

«EbbeneToby» disse Brandok quando furono soli. «Pare cheil mondo sia cambiatoma che la natura non abbia perduto nulla della suaviolenza brutale. Questi uomini moderniveramente meravigliosinon sonoriusciti ad imbavagliarla.»

«Chissà che un giorno non riescano a compiere anche quelmiracolo» rispose Toby. «Come ai nostri tempi hanno saputo imprigionare ilfulmineun giorno o l'altro questi esseri straordinariamente possentifiniranno per mettere a dovere anche i furori degli oceani e gli impeti deiventi. Io sono fermamente convinto che più nulla sarà impossibile agliscienziati del Duemila.»

«In attesa che vi riescanoio dormo» disse Brandok. «Nonso da che cosa possa derivarema da qualche tempo mi trovo spesso tuttospossato e provo anche degli strani perturbamenti al cervello. Quando la mattinami sveglioi miei nervi vibrano tutti come se ricevessero delle scaricheelettriche. Sapresti spiegarmi tuche sei stato cent'anni fa un dottorequestifenomeni chete lo confesso francamentetalvolta mi spaventano?»

«Io ormai non valgo assolutamente nulla di fronte ai medicimoderni» disse Tobycon un sospiro. «Tuttavia li attribuisco alla grandetensione elettrica che regna ormai su questo povero pianeta. Spero però chefinirai coll'abituarti.»

Si gettarono sui lettuccispensero la lampadina a radium echiusero gli occhimentre in lontananza il tuono rumoreggiava così fortementeda far tremare i vetri della cupola. Dormivano da parecchie orequando furonoimprovvisamente svegliati da un urlio spaventevole e da un fracasso indiavolato.

Toby pel primo era balzato giù dal lettuccioriaccendendola lampadina.

«Che cosa c'è?» chiese Brandok vestendosi rapidamente.

«Che la cupola abbia ceduto?» gridò Holkerspaventato.

«Non lo so» rispose Tobyche non era meno impressionato.«Qualche cosa di grave di certo però.»

In quel momento la porta s'aprì ed il capitano del Centaurosi precipitò nella cabinatenendo in mano una grossa rivoltella elettrica.

«I forzati sono diventati pazzi!» gridò. «Seguitemisubito.»

«Pazzi!» esclamarono BrandokToby e Holker.«Spiegatevi.»

«Tacetepiù tardi! Fuggiteprima che succeda unmassacro.»

I tre amici si slanciarono fuori della casetta senza farealtre domande. Jao li aspettava. Il pover'uomo si strappava i capelli ebestemmiava in tutte le lingue.

Le lampade erano state riaccese sulla piccola piazza e sottoquegli sprazzi di luce intensa si vedevano agitarsi forsennatamente gli abitantidella città sottomarina.

Il capitano aveva avuto ragione a dire che erano divenutitutti pazzi.

Urlavanosaltavanosi picchiavanosi gettavano a terrarotolandosi fra un frastuono orrendoprodotto da sbarre di ferro chepicchiavano furiosamente le pareti metalliche che li difendevano dall'invasionedelle acque dell'oceano. «Ma che cos'è dunque avvenuto?» chiese Toby.

«Quello che temevo» rispose il capitano del Centauro.«Non sentite questo odore?»

«Sìla città è appestata dall'alcool.»

«Il mioquello che dovevo trasportare ad Amburgo e chequesti miserabili hanno saccheggiato.»

«Ed il Centauro?» chiese Brandok.

«Che ne so io? Ignoro se galleggi ancora o se siaaffondato.»

«Ed i vostri marinai?»

«Non li ho più riveduti.»

«Amici» disse Toby «non ci rimane che prendere il largoprima che tutti questi furfanti diventino pazzi furiosi. Finché avrannodell'alcool continueranno a bere e potrebbero diventare pericolosi. Salviamocipiù in fretta che possiamo.»

Girarono dietro le case guidati dal vecchio Jao che piangevadi rabbiae si diressero verso l'ascensorementre i forzatiche non cessavanodi vuotare barilotti di alcools'abbandonavano ad una danza scatenata.

Fortunatamente l'ascensore si trovava piuttosto lontano dallapiazza e non era stato guastato.

Salendo automaticamentesenza bisogno di nessunoi cinqueuomini vi balzarono dentro ed in pochi secondi si trovarono sulla cupola.

Un uragano spaventevole imperversava sull'Oceano Atlantico.

Ondate alte come montagne si rovesciavanocon spaventevolimuggiticontro le balaustrate di ferrotorcendole come se fossero di stagnoeraffiche tremende passavano sopra la città sottomarina con fischi assordanti.

Una nuvolaglia nera come la pece correva sbrigliatamente pelcieloscatenando lampi e tuoni.

I cinque uomini si erano avanzati verso la parte meridionaledella cupolatenendosi bene stretti alle balaustrate per non farsi trascinarvia dal vento che aveva acquistato una velocità incalcolabilequando un uomosorse quasi sotto i loro piedigridando:

«Indietrobirbanti o vi uccido».

«Katterson!» esclamò il comandante del Centauro.

«Voicapitano!» esclamò quell'uomo che non era altro cheil pilota della nave aerea. «Credevo che vi avessero già ucciso.»

«Non ancora. Dov'è il Centauro? Resiste ancora?»

«È scomparsocapitano» rispose Katterson «insieme algaleotto che avevamo sbarcato e ad una dozzina di forzati.»

«Ed i miei marinai?»

«Sono stati sorpresi nel sonnofatti prigionieri e mi pareche abbiano fattonon so se volontariamente o per salvare la vitacausa comunecogli abitanti di questa maledetta cittàpoiché prima di fuggire quassù liho veduti bere insieme a loro.»

«E la mia nave è scomparsa?»

«L'hanno portata viadopo avere scaricato tutti i barilid'alcool. A quanto ho potuto capirementre noi dormivamoi galeotti hannotramata una congiura per impadronirsi del carico e fare una spaventevolebaldoria. Il nostro prigionieropiù furbo degli altrisi è invece imbarcatocon dei suoi amici che ha trovato qui ed ha preso il largo.»

«E noi che cosa faremo ora?» chiese Brandokil quale perònon sembrava molto impressionato.

«Saremo costretti ad aspettare il passaggio di qualchenave» rispose il capitano. «Io non vi consiglierei di ridiscendere finchéquei pazzi posseggono dell'alcool.»

«Ne avevate molto a bordo?» chiese Toby.

«Trenta tonnellate.»

«Tanto da bere a crepapelle per una settimana» disseBrandok. «Bell'affare se una nave non verrà a toglierci d'impiccio.»

«Ed a vendicarvi» disse il vecchio Jao. «I governid'Europa e d'Americacome vi ho dettonon sono troppo teneri verso gliabitanti delle città sottomarine.»

«Come li puniranno?» chiese Toby.

«Annegandoli tutti. La giustiziaè spicciaoggidì.»

«Non potreste voiJaocercar di calmare quei forsennati?»domandò il capitano.

«Una volta scatenati non si domano più ese mi presentassia loro e cercassi di far loro intendere la ragionemi accopperebberosull'istante. Già vi ho detto che i governatori di questi penitenziari nonhanno che un'autorità molto problematica.»

«Alloraprima che salti loro il ticchio di prenderselaanche con noiimpediremo che possano giungere quassù» disse Brandok.

«Guastando l'ascensorenon verranno più ad importunarci»rispose Jao. «L'elevazione della cupola è troppo considerevole perché possanoraggiungercie le pareti metalliche sono perfettamente lisce. Ah! disgraziatome! Non mi aspettavo una simile rivolta!»

«Date la colpa alla tempesta che ci ha impedito diripartire» disse Toby.

«Ed al carico della mia nave» aggiunse il capitano. «Orsùnon ci occupiamo per ora che di resistere ai colpi dell'uragano. Quando il solespunterà vedremo quello che si potrà fare per lasciare questa poco piacevolecittà sottomarina ed i suoi pericolosissimi abitanti.»

Si ritirarono verso la parte più elevata della cupolabloccarono l'ascensore per essere più sicuri che i forzati non lo facesseroridiscenderee si misero a guardare giùattraverso la larga apertural'orgiaera al colmoe dalla città sottomarina saliva un tanfo così acuto da nonpoter quasi resistere.

I forzatiche continuavano a bereridevano come pazzi epareva che non sapessero ormai più che cosa facessero.

Mentre dei gruppi ballavano furiosamente sulla piazzasaltando come capreurtandosibuttandosi a terra a dozzine per voltaaltripresi da una improvvisa furia di distruzioneabbattevano le casegettando inaria letti e tavolinilaceravano le retispezzavano ordigni da pescaurlandoe ridendo.

Frequenti risse scoppiavano di tratto in tratto fra danzatorie demolitoried erano allora vere grandinate di pugni e di legnate chepiovevano da tutte le parti. Le teste rotte non si contavano più.

«Se quei furibondi potessero saliresfonderebbero anche ivetri della cupola» disse Toby.

«Che riescano a fracassare le pareti di ferro dellacittà?» chiese Brandok con ansietà.

«Non temete» rispose Jao. «Sono di uno spessore notevole epoi non posseggono né mazzené altri strumenti adatti.»

«Io non ho mai veduto una simile orgia» disse il capitanodel Centauro. «Quegli uominise continuano a bere a quel modofiniranno per tramutare questa città in un vero manicomio. Come finirà tuttociò? Confesso che non sono affatto tranquillo. Non possiamo sperare che nellaprovvidenziale comparsa di qualche nave. Disgraziatamente ci troviamo fuoridalla rotta ordinaria che tengono le navi che dall'Europa vanno in America. Bah!Non disperiamo!»

Si coricarono in mezzo alla piattaformal'uno accantoall'altro aspettando pazientemente che l'aurora spuntasse.

L'uragano assumeva proporzioni spaventevoli. Era una furiad'acqua e di vento che si rovesciava sulla cupola con rabbia inaudita.

Cavalloni giganteschi si infrangevano contro le pareti dellacittàimprimendo a tutta la massa delle oscillazioni che inquietavano non pocoil capitano del Centauro ed il pilotache ne sapevano qualche cosa dellecollere dell'Atlantico.

Di quando in quando la cittàper quanto saldamente fissataallo scoglio sottomarino e trattenuta da immani colonne d'acciaiosubiva deisoprassalti come se fosse lì lì per essere strappata e portata via.

Anche i tre americani non erano punto tranquillimalgrado leassicurazioni di Jao.

«Se si staccasse dallo scoglio?» chiese Brandok ad un certomomento. «Che cosa succederebbe allora di tutti noi?»

«Sarebbe finita per tutti!» disse il capitano.

«Niente affatto» rispose Jao che non dimostrava invecealcuna apprensione. «Questa città è come un immenso cassone di ferro egalleggerebbe benissimo.»

«Ora respiro un po' più liberamente» disse Brandok.

«L'idea di terminare il mio viaggio in fondo al mare non misorrideva affattoanche se...»

Una bestemmia del pilota gl'interruppe la frase.

«Cos'hai Tom?» chiese il capitano.

«Io dico che se ci giunge addosso un'altra ondata comequella che è passata or orala città non potrà resistere. Ho udito deitonfi. Che le colonne d'acciaio abbiano ceduto?»

Tutti si erano messi in ascoltoma il fracasso cheproducevano i tuoni rombanti in mezzo alle densissime nuvole misto a quello chesaliva dal pozzo dell'ascensore erano tali da non poter distinguere nessun altrorumore.

«Puoi esserti ingannatoTom» disse il capitano.

«Può darsi» rispose il pilota. «Preferirei peròaccertarmene.»

«Si può tentare di raggiungere la balaustratase esisteràancora.»

«Le onde vi porteranno viasignore» disse Brandok.

«Io e Tom le conosciamo da lungo tempo e non ci lasceremosorprendere. Vienipilota.»

Si gettarono bocconiesordi ai consigli dei tre americanie di Jaosi allontanarono strisciandotenendosi ben stretti alle traversed'acciaioche servivano di appoggio alle lastre di vetro.

Il frastuono prodotto dall'incessante infrangersi deicavalloni era diventato orrendo. Vi erano certi momenti in cui pareva chel'intera cupola dovesse sfasciarsi sotto quegli urti possenti.

L'assenza del capitano e del pilota fu brevissima. Furonovisti ritornare velocementefra i nembi di spuma che coprivano tutta la cupola.

«Dunque?» chiesero ansiosamente tutti insiemei treamericani e Jao.

«I pilastri d'acciaio crollano uno ad uno» rispose ilcapitano.

«Allora verremo portati via» disse Brandok.

«Sìse l'uragano non si calma.»

«Avete speranza che le onde rallentino la loro furiaindiavolata?»

«Temo invece che si vada formando uno spaventevoleciclone.»

«E quei furfanti là abbasso continuano a divertirsi!»disse Toby.

«Lasciateli crepare» disse Brandok.

«Purché non veniamo inabissati anche noi!»

«Vi ho detto chese anche la città dovesse venirestrappata dallo scoglio non correremmo alcun pericoloalmeno fino a quando nonincontreremo un altro scoglio che le sfondi i fianchi. In questa partedell'oceano sono però rariè vero capitano?»

«Non se ne trovano affatto fino alle Azzorre» rispose ilcomandante del Centauro. «Possiamo quindi percorrere più di trecentomiglia con la piena sicurezza di non urtare.»

Uno scroscio formidabile si fece udire in quel momento.

Un cavallone colossale si era rovesciato sulla cittàsottomarinascuotendola così violentemente da far stramazzare l'uno sull'altroi tre americaniche si erano alzati per vedere se l'orgia dei forzati eraterminata o se continuava sempre.

«Mi pare che questo cassone d'acciaio si sia spostato»disse il capitano.

Quel rombo spaventevole pareva che fosse stato avvertitoanche dagli ubriaconipoiché le loro grida erano improvvisamente cessate.

Jao aveva lanciato intorno una rapida occhiata.

«Sì» disse poi. «La città si è spostata. Il palod'acciaio che serviva d'appoggio principale non si vede più. Il cavallone l'haportato via.»

«Consolante notizia!» disse Holker. «Che cosa succederàora?»

Nessuno rispose. Tutti guardavano con angoscia i cavalloni iqualiriflettendo la luce intensa proiettata dalle lampade a radiumsembravanomasse di bronzo fuso.

Quantunque rassicurati dalle parole di Jaoil quale dovevaconoscere a fondo la resistenza che poteva offrire quello strano penitenziariouna profonda inquietudine si era impadronita di tutti.

Si sarebbe detto che non respiravano più e che i loro cuorinon battevano piùtanta era la loro ansietà.

Quell'enorme cassa metallica avrebbe realmente galleggiato osarebbe invece andata a fondo come una massa inerte?

Il tuono rumoreggiava sempre nelle profondità del cielogareggiando collo spaventevole fragore delle onde e colle urla diaboliche delvento.

Giùnella cittàil fracasso era cessato.

Di quando in quando la cupola subiva come dei soprassalti. Ivetri malgrado il loro enorme spessore e la robustezza delle traverse d'acciaiostavano forse per cedere?

Ad un tratto un nuovo e più formidabile cavallone piombòcon furia irresistibilesul penitenziariosradicandolo completamente dalloscoglio e travolgendolo fra fitte cortine di spuma.

Quasi nel medesimo istante si udì la voce del capitanotuonarefra le spaventevoli urla del ciclone:

«Galleggiamo!... Tenetevi stretti!...».

 

 

ATTRAVERSO L'ATLANTICO

 

 

 

 

 

Il vecchio Jao non si era ingannato. Se la nuova società delDuemila aveva pensato di relegare in quelle strane città sottomarinegl'individui pericolosisopprimendo sui loro bilanci le spese di mantenimentoper esseri ormai inutiliaveva però procurato loro degli asili sicurid'unasolidità a tutta prova per non esporli ad una morte certa.

Così la città sottomarinastrappata dallo scogliodall'impeto dei cavalloninon era diventata altro che una città galleggianteabbandonata è vero ai capricci delle correnti e dei ventima che potevaaspettare benissimo l'incontro di qualche nave marina o volantepurché qualchebufera non la scaraventasse contro qualche ostacolo. Tutto il pericolo stavalì.

L'acqua dolce non poteva mancareessendovi dei potentidistillatori elettrici che potevano fornirne in grande quantità; i viverinemmenoperché reti ve n'erano in abbondanza e si sa che gli oceani sono benpiù ricchi dei mari.

Disgraziatamente l'uragano aveva ben poca intenzione difinire. Né le ondené il vento accennavano a calmarsiminacciando ditrascinare la città galleggiante in mezzo all'Atlanticopoiché la buferaimperversava da levante.

La gigantesca cassa d'acciaiodopo essere sprofondataerasubito risalita a gallarollando spaventosamente e girando su se stessa.

Se i piloni d'acciaio avevano ceduto sotto gli urti possentidelle ondela cupola aveva meravigliosamente resistito al tuffo e meglio ancoraavevano resistito i tre americaniil capitano ed il pilota del Centauroe Jao.

Aggrappati tenacemente alle traverseavevano aspettato chela città ritornasse a gallaopponendo una resistenza disperata alle onde.

«Credevo che la nostra ultima ora fosse giunta» disseBrandok dopo aver respirata una gran boccata d'aria. «E tuToby?»

«Io mi domando se sono ancora vivo o se navigo sottol'Atlantico» rispose il dottore.

«Spero che sarai soddisfatto degli ingegneri che hanno fattocostruire questa colossale cassa.»

«Gente meravigliosamio caro. Ai nostri tempi non sarebberostati capaci di fare altrettanto.»

«Ne sono pienamente convinto. Capitanodove ci spinge latempesta?»

«Verso sud-ovest» rispose il comandante del Centauro.

«Vi sono isole in questa direzione?»

«Le Azzorre.»

«Andremo a sfracellarci contro di esse?»

«Ciò dipende dalla durata della buferasignore.»

«Non vi pare che si calmi?»

«Niente affatto. Infuria sempre tremendamente e temo che cifaccia ballare per molto tempo. Soffrite il mal di mare?»

«Niente affatto.»

«Allora tutto va bene.»

«E se fra un paio di giorni questo cassone si schiacceràcontro qualche scoglioandrà anche allora tutto bene?» chiese Holkerridendo.

«Non l'abbiamo ancora incontrato quello scoglioquindifinché non lo incontreremonon abbiamo alcun motivo per allarmarci» risposeil capitano del Centauro. «Vi è però un'altra cosa che mi preoccupaassai.»

«Quale?»

«La risposta dovete darmela voiJao.»

«Parlatecapitano.»

«I vostri sudditi posseggono dei viveri?»

«Per due o tre giorninon di più.»

«E noi?»

«Prima che l'uragano scoppiassevi erano molti pesci messia seccare lungo le balaustratema credo che il mare abbia portato via tutto.»

«Ne potremo avere dai forzati?»

«Forsequando si saranno stancati di bere» rispose Jao.«Vi sono però delle reti in un ripostiglio della cupola.»

«Ma nessun distillatore per procurarci l'acqua...»

«Quassù no.»

«Corriamo dunque il pericolo di morire se non di fameperlo meno di setese i vostri sudditi si rifiuteranno di fornirci l'acqua. Eccoquello che temevo.»

«Abbiamo l'ascensorecapitano» disse Jao.

«Che ci servirà ottimamente per farci accoppare da queipazzi. Non sarò certamente io che scenderò nella città per chiederedell'acqua a quei furfanti. A propositoche cosa fanno? Che si siano accortiche la loro prigione cammina attraverso l'Atlantico?»

«Io scommetterei di no» disse Toby.

«Che dormano?» chiese Brandok. «Non odo più le lorogrida.»

«Andiamo a vedere» disse il capitano. «Sono curioso disapere se continuano a bere ed a ballare.»

Si spinsero verso il pozzo dell'ascensore.

Le lampade a radium ardevano sempreed un profondo silenzioregnava nell'interno della città galleggiante. Sulla piazzain mezzo ad ungran numero di barili e d'ogni sorta di rottamidormivano dei gruppi diforzatifulminati di certo da quelle terribili bevute.

Altri giacevano stesi al suolo entro le case semidistrutteprive dei tetti. Un orribile tanfo saliva sempre.

«Dormono come ghiri» disse Brandok.

«Sfido iodopo una simile orgia!» rispose Toby «Un bariledi ammoniaca non basterebbe a rimetterli in piedi.»

«E noi approfitteremo del loro sonno» disse Jao.

«Per fare che cosa?» chiese il capitano del Centauro.

«Per fare la nostra provvista d'acquasignore.»

«Voi siete un uomo meraviglioso. Chi scenderà?»

«Io.»

«E se vi accoppano?»

«Non vi è alcun pericolo» disse Toby. «Quei furfanti nonsi sveglieranno prima di ventiquattro ore.»

«Ed i miei marinai?» chiese il capitano «Che siano statiuccisi?»

«Ne vedo qualcuno steso sulla piazza» disse il pilota.«Essi non hanno potuto resistere alla tentazione di fare una colossale bevutaed hanno fatto causa comune coi forzati. Non contate più su di loro.»

«Miserabili!»

«Sono tutti irlandesi; voi sapete quanto me se quella gentebevaquando si presenta l'occasione.»

«Non perdiamo tempo» disse Jao. «Aiutatemisignori.»

L'ascensore fu sbloccato e l'ex governatore scese nellacittà accompagnato dal pilota.

La sua prima preoccupazione fu di sfondare tutti i barilipieni d'alcool che non erano stati ancora vuotatie così por fine aquell'orgia pericolosa; poi s'impadronì d'una cassa di pesce secco e di uncaratello d'acqua dolce.

Nessun forzato si era svegliato. Quei trecento e piùfurfanti non si erano mossi e russavano con un fragore tale da far tremareperfino i vetri della cupola.

L'ascensore risalì e fu subito bloccato perché nonpotessero servirsene quelli che stavano sotto.

«Ora» disse Jao «possiamo aspettare l'incontro di unanave. Per quindici giorni almeno non correremo il pericolo di morire di fame edi sete.»

«Ed i vostri sudditi ne avranno abbastanza per resisteretanto?» chiese Brandok.

«Che crepino tutti! Sono dei miserabili che non destanoalcuna compassione» rispose Jao con rabbia. «Io non mi occuperò più diloro.»

«Eppure io temo invece che noi saremo costretti adoccuparcene e molto» disse Brandok. «Quando si risveglieranno e sentiranno laloro città ballare vorranno salire anche loro e ci daranno non pochi fastidi.»

«Ed io condivido il vostro pensierosignore» disse ilcapitano. «Avremo la tempesta sopra le nostre teste e quei pazzi sotto di noi.La nostra passeggiata attraverso l'Atlanticoprevedo che non sarà troppodivertente. Chissà! Aspettiamo che il sole si mostri per poter meglio giudicarela violenza e la durata di questo ciclone.»

Emergendo assai la città galleggiante dopo il suo distaccodalla rocciae non essendovi alcun pericolo che le onde giungessero fino alculmine della cupolai sei uomini si sdraiarono presso l'orifizio del pozzoper concedersise era possibilequalche ora di sonno.

L'enorme massa metallica subiva però dei soprassalti cosìterribili e così bruschi da rendere impossibile una buona dormita.

Le onde che si succedevano alle onde con furia sempremaggiorela scrollavano terribilmente e la facevano talvolta girare su sestessaessendo sprovvista di timoni.

Di quando in quando sprofondava pesantemente negliavvallamenticome se dovesse scomparire per sempre nei baratri dell'Atlantico;poi si risollevava bruscamente con mille strani fragori che impressionavanospecialmente Brandoki cui nervigià da qualche temposembravano fortementescossi.

Talvolta s'alzava sulle creste dei cavalloni con un dondoliospaventosoquindi scendevascendevacon rapidità vertiginosaroteando comeuna trottola.

E l'uragano intantoinvece di calmarsiaumentava sempre.

Lampi accecanti si succedevano senza tregua con un crescendoterrorizzanteseguiti da tuoni formidabili che si ripercuotevano sinistramenteperfino dentro la cittàfacendo vibrare le pareti di metallosenza riuscire asvegliare gli ubriachi.

Tutta la nottel'enorme massa oscillò e giròpercossaincessantemente dai cavallonii quali la spingevano verso il Mar dei Sargassipiuttosto che verso le Azzorrecome dapprima aveva creduto il capitano.

Finalmenteverso le quattro del mattinoun barlume di luceapparve fra uno squarcio delle tempestose nubi.

L'Atlantico offriva uno spettacolo impressionante. Massed'acquacoperte di spumasi accavallavano rabbiosamenteurtandosi espingendosi.

Nessuna navené aereané marittimaappariva. Solamentedei grossi albatros volteggiavano fra la spuma e la caliginegrugnendo comeporci.

«Nessuna speranza di venire salvatiè verocapitano?»chiese Brandok.

«Per orano» rispose il comandante del Centauro.

«Dove ci spinge il vento?»

«Verso sud-ovest.»

«Lontano dalle rotte tenute dalle navi?»

«Purtropposignore.»

«Dove andremo a finire dunque?»

«Sarebbe impossibile dirlopoiché il vento potrebbe anchecambiare da un momento all'altro.»

In quell'istante delle grida spaventevoli scoppiarononell'interno della città galleggiante.

I tre americaniil capitanoil pilota e Jao si affrettaronoa raggiungere la bocca del pozzo.

I forzati si erano svegliati epresi chissà da qualefurioso deliriosi azzuffavano ferocemente fra di loro armati degli attrezzi dapesca e di coltelli.

I miserabili cadevano a dozzineimmersi in veri laghi disanguecoi crani spaccati da colpi di rampone o coi petti squarciati da colpidi coltello.

«Disgraziatiche cosa fate?» gridò Jao inorridito.

La sua voce si perdette fra i clamori spaventevoli deicombattenti.

Il capitano sparò alcuni colpi della sua rivoltellaelettricasperando che quelle detonazionitroppo deboliperòattirasserol'attenzione di quei furfanti.

Nessuno vi aveva fatto caso: forse nemmeno un colpo dicannone sarebbe stato sufficiente ad impressionarli.

«Lasciate che si scannino» disse Brandok. «Tanti pessimisoggetti di meno.»

«D'altrondenoi nulla potremmo fare per calmarli» disse ilcapitano del Centauro. «Se scendessimoci farebbero a pezzi.»

«Io vorrei sapere per quale ragione si scannano a quelmodo» disse Holker.

«Sono ancora ubriachinon lo vedete?» disse il capitano.«Vomitano sangue e alcool insieme.»

«Finitela!» gridava intantocon quanta voce aveva in golaJao! «Bastamiserabili! Basta!»

Era fiato sprecato.

La strage orrenda continuava con maggior rabbia fra i duepartitiformatisi chissà per quale motivo.

Combattevano sulla piazzanelle viuzzeperfino dentro lecasefra urla e bestemmie. Di quando in quando dei gruppi si staccavano ecorrevano a rinforzarsi ai pochi barili che il pilota e Jao non avevano veduto esfondato; poivieppiù eccitatisi scagliavano con furore nella mischia.

Quella battaglia spaventosa durò più di una mezz'oracongrande strage da una parte e dall'altra; poi i superstiti un centinaio appenaesaustisi separaronorifugiandosi chi nelle baracche semisfondatechi negliangoli più oscuri della cittàlasciandosi cadere al suolo come corpi morti.

«È finita» disse Brandok. «Che ricomincino e tramutino lacittà galleggiante in una città di morti?»

«Ecco un nuovo pericolo per noi» disse il capitano del Centauro.«Chi getterà in mare quei tre o quattrocento morti? Col calore che regna quisi corromperanno presto e scoppierà fra i superstiti qualche malattia chefinirà per distruggerli.»

«E che forse non risparmierà nemmeno noi» disse Toby «senon troveremo qualche mezzo per lasciare questa città di morti.»

«Per ora rassegnatevisignori» disse il capitano. «Nonvedo alcuna terra sorgere all'orizzonte.»

«Il Centauro deve essere stato costruito quandobrillava una cattiva stellamio caro capitano» disse Brandok.

«Così pare. Non è stato che un continuo succedersi didisgrazie. Chissàaspettiamo la fine di questo poco allegro viaggio. La cittàper ora non minaccia di affondarequindi abbiamo diritto di sperare.»

Sembrava però che le speranze dovessero diventare ben magrepoiché l'uragano continuava sempre ad infuriaresconvolgendo l'Atlantico perun tratto certamente immenso.

Nondimeno la città galleggiava sempre benissimoorasollevandosi ed ora sprofondandosi fino a metà della cupola.

Talvolta i cavalloni giungevano quasi fino presso i seiuominii quali si tenevano bene aggrappati all'orlo del pozzoper paura divenire portati via.

La spuma talvolta li avvolgeva così fittamente che nonpotevano distinguersi l'uno dall'altroquantunque si trovassero molto vicini.

Il sole era sorto da qualche oraperò i suoi raggi nonriuscivano ad attraversare l'enorme massa di vaporisicché sull'oceano regnavauna semioscurità spaventosa.

A mezzodì i naufraghi mangiarono alla meglio qualcheboccone; poidopo essersi assicurati con delle reti alle traverse dei vetricercarono di dormire qualche ora sotto la guardia del pilota del Centauro.

Tutta la notte non avevano chiuso un solo istante gli occhie specialmente Brandok e Toby si sentivano estremamente stanchi ed in preda adei tremiti convulsiche li impressionavano non poco.

Verso sera uno splendido raggio di sole ruppe finalmente lenubiilluminando di traverso le ondeessendo l'astro prossimo al tramonto.

Il capitanoavvertito dal pilotasi era affrettato adalzarsi per cercare di conoscerealmeno approssimativamentedove l'uraganoaveva spinto la città galleggiante. Rimase subito colpito dalla presenza dienormi masse di alghe che fluttuavano in mezzo alle onde.

«Lo temevo» disse aggrottando la fronte.

«Che cosa avete?» chiese Brandok con apprensione.

«Miei cari signorinoi corriamo il pericolo di venirfermati per sempre nella nostra corsa ed imprigionati.»

«Da chi?» chiesero ad una voce i tre americani.

«Dai sargassi. Se questo enorme cassone si caccia fra quegliammassi di alghenon ne uscirà piùve lo assicuro ioa meno che un'altratempesta non scoppi soffiando in senso inverso.»

«Ma voi capitanoavete la iettatura» disse Brandok.

«Si direbbe davveropurché invece non l'abbia Jao o la suacittà.»

«Ci spinge proprio sui sargassi il vento?» disse Toby.

«E le onde anzi lo aiutano» rispose il capitanochediventava sempre più inquieto.

«Tempestaalghemorti e persone pericolose sotto i piedi»mormorò Brandok. «Non valeva proprio la pena di ritornare in vita dopocent'anni per provare simili avventure.»

«Ed i vostri amministrati che cosa fanno Jao?» chiese ilcapitano.

«Russano in mezzo ai morti.»

«Ancora! Meglio per noi. Se non si svegliassero più sareiben contentopoiché sono certo che ci daranno non pochi fastidi quandofinalmente apriranno gli occhi e non troveranno più alcool per continuare laloro indecente orgia. Attenzione! L'urto sarà abbastanza forte perscaraventarvi in acqua se non vi terrete ben saldi.»

L'Atlanticoche si trovava fermato nella sua corsafuribondasferzato poderosamente dal vento che lo incalzava senza treguaraddoppiava la sua rabbiacercando di sfondarema invanoquelle interminabilimasse di alghesaldamente intrecciate le une colle altre per mezzo d'un numeroinfinito di radici.

Le ondatenon trovando sfogosi ritorcevano su loro stesseprovocando dei contrassalti d'una violenza indescrivibile.

Immense cortine di spuma vagavano al di sopra dei sargassiabbattendosi di quando in quando e lacerandosi sotto i vigorosi soffi delleraffiche.

La città galleggiante rollava in modo inquietantetuffandoi suoi fianchi nelle onde.

Tutte le sue balaustrate erano state strappateperò letraverse d'acciaio delle invetriate resistevano sempre. Guai se avessero cedutosotto il peso immane dei cavalloni. Nessuno dei forzati sarebbe di certosfuggito all'invasione delle acque.

Gli ultimi bagliori del crepuscolo stavano per scomparirequando la città galleggiante che continuava la sua corsa verso il sud-ovest sitrovò in mezzo alle prime alghe.

«Ci siamo!» gridò il capitanodominando per un istantecolla sua voce tonantei mille fragori della tempesta. «Tenetevi saldi!»

Una montagna liquida sollevò la cittàla tenne un momentocome sospesa in ariapoi la scaraventò innanzi con forza inaudita.

Si udì un rombo sonoroprodotto dalle pareti d'acciaiopoil'enorme massa rimase immobilementre le onde attraversavano velocemente lacupola lasciando cadere entro il pozzo dei torrenti d'acquai qualiprecipitarono sulle teste degli ubriachi come una gran doccia salutare.

 

 

FRA I SARGASSI

 

 

 

 

 

Il Mar dei Sargassicome ognuno sanon è altro che unammasso immenso di algheradunate colà dal gioco diretto ed indiretto dellecorrenti marine e soprattutto dalla grande corrente del Gulf-Stream. Ha unasuperficie di 260.000 miglia quadratecon una lunghezza di 1.200 e unalarghezza cha varia dalle 50 alle 160 miglia.

Quelle alghe della specie sargassum bacciferumsipresentano a ciuffi staccati che hanno una lunghezza da trenta a ottantacentimetrie si vedono ora sparsi ed ora agglomeratiformando ora dellestrisce ed ora dei veri campitalvolta così fitti da arrestare i velieri chehanno la disgrazia di venire spinti là dentro.

Si crede che là sotto esista quella famosa Atlantidecosìmisteriosamente scomparsa coi suoi milioni e milioni di abitantie può darsibenissimo che quell'isola serva di fondo a quello sterminato ammasso divegetali.

La città galleggiantespinta in mezzo alle alghe dalpossente urto delle ondevi si era così ben incastrata da rimanere quasi dicolpo immobilecome se si fosse arenata sopra un banco di sabbia.

L'enorme massa d'acciaioinvestendo i sargassi con uno deisuoi lativi si era incastrata come un immane cuneo dentro un tronco d'alberoancora più immane.

Le ondeche si rovesciavano al di sopra degli sterminaticampi di alghetentando invano di scompaginarlil'assalivano ancorainvestendo specialmente la cupolacon poco divertimento dei sei uominii qualicorrevano il pericolo di venire portati via; però le ondate non riuscivano piùa scuoterla.

«È finito il nostro viaggiocapitano?» disse Brandokchesi teneva aggrappato disperatamente al margine del pozzo.

«Purtroppo» rispose il comandante del Centauro.«Siamo peggio che arenatie non saprei chi potrebbe trarre dal mezzo di questealghe questo gigantesco cassone di metallo. Nemmeno una flotta intera viriuscirebbe.»

«Saremo dunque costretti a vivere eternamente quio amorire di fame?»

«Di fame nopoiché il Mar dei Sargassi è ricco di pesciminuscolisìperò non meno eccellenti né meno nutritivi degli altrie chesi possono prendere senza l'aiuto delle reti. Troveremoanzianche deivoracissimi e grossi granchiche ci forniranno dei piatti squisiti.»

«Preferirei però trovarmi lontano da qui.»

«Ed io non meno di voi.»

«Verrà qualche nave a levarci da questa imbarazzantesituazione?»

«È possibile che qualche legno volanteper accorciare ilcamminopassi sopra questo mare d'erbema quando?»

Un tumulto spaventevole scoppiò in quel momento nelleprofondità della città galleggiante.

«Si sono risvegliati» disse Toby. «Signor Jaocercate dicalmare quelle furiese potetee di spiegare loro quanto è avvenuto durantela loro sbornia fenomenale.»

«Sarà un affare un po' serio. Sarebbe meglio per noi chefinissero di scannarsi tutti.»

Si curvarono tutti sull'orlo del pozzo e videro sotto dilororadunati sulla piazzache era ingombra di cadavericinquanta o sessantauomini che guardavano per ariaurlando come belve feroci.

«L'ascensore! Calate l'ascensore! Vogliamo fuggire!»

«Furfanti!» gridò Jao. «Che cosa avete fatto?»

«Signor Jao!» gridò un uomo di statura quasi gigantesca«perdonatecieravamo diventati come pazzi e non sapevamo più quello chefacevamo. Tutta la colpa è dell'alcool al quale non eravamo più abituati.»

«E vi siete scannatibanditi.»

«Se eravamo come pazzi!...»

«E avete distrutte perfino le case e rovinati tutti gliattrezzi da pesca.»

«È colpa dell'alcool!» gridò un altro. «Se quelmaledetto capitano non l'avesse portatooggi non piangeremmo tanti camerati.»

«Sìè lui il birbante!» urlarono trenta o quaranta voci.

«E voi siete dei ladri!» gridò il capitano del Centauromostrandosi.

Un immenso clamore scoppiòun clamore che parve il ruggitodi cento leoni riuniti.

«Miserabile!»

«Canaglia!»

«Ci hai avvelenati apposta!»

«Qualche infame governo ti aveva mandato qui per farcidiventare pazzi e poi ammazzarci l'un l'altro.»

«A morte! A morte!»

«Toby!» esclamò Brandok. «Hanno ancora ragione loro.»

«Va bene» gridò Jao. «Ne riparleremoquando saretediventati più ragionevoli ed i fumi dell'alcool non vi guasteranno più ilcervello.»

«Ah! Cane d'un governatore!» vociò il gigante. «Nonmorrò contento se prima non avrò la tua pelle.»

«Vieni a prenderla» rispose Jao. «Ti sfido.»

«Non mi scapperaite lo giuro.»

«Sìaccoppiamoli tutti!» urlarono in coro gli altri.

«Lasciamoli gridare e occupiamoci dei nostri affari» disseil capitano. «Già non potranno mai salire fino a noise non caliamol'ascensore; e per togliere loro ogni speranza lo getto in mare.»

Così dicendo il comandanteprima che gli altri avessero iltempo di opporsicon una spinta formidabile lo rovesciò giù dalla cupola.

Le algheche in quel luogo non erano troppo fittes'aprirono e lo inghiottirono.

«Avete condannato a una morte certa quegli sciagurati»disse Toby.

«Se domani una nave approdasse quisapete che cosafarebbe?» chiese il capitano.

«No.»

«Farebbe senz'altro saltare questa città con una buonabomba ad aria liquidainsieme a tutti quelli che contienemorti e vivi. Èvero Jao?»

«Così hanno decretato i governi dell'Europa e dell'Americaper tenere a freno i rifiuti della società» rispose il vecchio.

«Non sono ancora tre mesi che una nave aereamandata dalgoverno americanoha colato a fondo la città sottomarina di Fortawaperché icinquecento forzati che l'abitavano si erano ribellatiuccidendo il capitano diuna nave e tutti i passeggeri per saccheggiare poi il carico.»

«Queste sono leggi inumane» disse Brandok.

«La società vuole vivere e lavorare tranquillamente»rispose il capitano. «Tanto peggio per i furfanti. Bah! Lasciamo questi pocointeressanti discorsi e facciamo colazionegiacché l'oceano ci lascia un po'di tregua.»

«Io non potrò mangiare tranquillamente pensando che sottodi me vi sono forse cento persone che cominciano a soffrire la fame.»

«I viveri non mancheranno loro per parecchi giorni» disseJao. «Se poi verranno a più miti consigli li sbarazzeremo dei cadaveri perchénon scoppi qualche terribile epidemia che sarebbe indubbiamente fatale anche anoicol calore spaventevole che regna in questa regionee permetteremo loro divenire a respirare una boccata d'aria. Che cosa ne ditecapitano?»

«Io li lascerei crepare» rispose il comandante del Centauro.

«Nociò sarebbe inumano» dissero Toby e Holker.

«Io sono convinto che finiranno per calmarsi» disseBrandok. «Quando i cadaveri cominceranno a corrompersisaranno costretti adarrendersi.»

«Cerchiamo la nostra colazione» ripeté il capitano. «Nonci conviene consumare il nostro pesce seccoche potremmo più tardirimpiangere. Scendiamo sui sargassisignori; i pescii granchi grossi ed igranchiolinicome vi ho dettoabbondano fra queste alghe.»

Si lasciarono scivolare lungo le invetriate della cupolatenendosi con una mano alle traverse di metallo e si calarono sul campo disargassi che era in quel luogo così folto da poter reggere benissimo un uomo.

Il capitano aveva detto il vero assicurando che la colazionenon sarebbe mancata.

In mezzo alle algheformate da fronde brunemoltoramificatecon corti peduncoli forniti di foglie lanceolateguizzavano miriadidi piccoli pescipiattideformicon una bocca molto largalunghi appena uncentimetrodel genere degli antennariusdi octopus purpureiesaltellavano dei piccoli cefalopodi e dei grossi granchioccupati a fare dellevere stragi dei loro sfortunati vicini.

«Che disgrazia non possedere una buona padella ed unabottiglia d'olio» mormorava Brandok che non perdeva però il suo tempo. «Cheottima frittura si potrebbe mangiare!»

La cacciapoiché si trattava d'una vera cacciaanzichéd'una pescadurò una buona mezz'ora e fu abbondantissima.

Non potendo cucinare tutti quei piccoli pescipoiché ifornelli a radium si trovavano in fondo alla città galleggiantei treamericani ed i loro compagni furono costretti a mangiare quella squisitafrittura... viva!

L'uragano intanto a poco a poco si calmava. Le nuvole sierano finalmente spezzateil vento aveva terminato di lanciare i suoi poderosisoffi e l'Atlanticocome se si fosse stancato di quella gigantesca battagliache durava da quarantotto oresi spianava rapidamente.

Non accennava invece a calmarsi la rabbia dei forzati. Letroppo copiose libazioni dovevano aver sconvolto completamente quei cervelli cheforse non erano mai stati equilibrati.

Resi maggiormente furiosi dal rifiuto di Jao di calarel'ascensoreavevano saccheggiato i magazzini gettando tutto sottosoprapoiavevano ripresa la demolizione delle casupole che ancora rimanevanotuttofracassando e tutto disperdendo.

Salivano di quando in quando dal pozzo urla ferocichecommuovevano non poco Toby e Brandokma che lasciavano assolutamenteindifferenti il capitanoJaoil pilota e perfino Holkeri quattro uominimoderni ormai abituati a considerare i malviventi come belve pericolose per lasocietà!

Alla sera però tutto quel baccano cessò. I forzatistanchidi distruggere e di urlaresi erano finalmente decisi a riposarsimalgrado iltanfo insopportabile che cominciava ad espandersi al di sotto della immensacupola; i cadaveri cominciavano a decomporsi.

I tre americani ed i loro compagniseduti sull'orlo delpozzoun po' tristiguardavano il cielo che era tornato ad oscurarsichiedendosi quale altro malanno stava per coglierli.

Si sarebbe detto che un nuovo uragano stava per scatenarsisull'irrequieto oceano. Un'afa pesantesoffocanteregnava negli alti e neibassi stratisatura di elettricità.

Il solequalche ora primasi era tuffato più rosso delsolitodentro una nuvolaccia nera che era apparsa verso ponente.

«Ancora cattivo tempoè verocapitano?» chiese Brandok.

«Sì» rispose il comandante del Centaurocheappariva più preoccupato del solito. «Avremo una seconda burrasca signorimieiche getterà completamente fuori di rotta le navi volanti che potrebberotrovarsi in questi paraggi. Ho però una speranza.»

«Quale?» chiese Toby.

«Che questo uragano che verrà da ponente ci tragga daisargassi e ci spinga nuovamente al largo.»

«Sarebbe una vera fortunacapitano.»

«Adagiosignore. Se il vento ci spingesse questa voltaverso le Canarie? Ecco quello che temo.»

«Vi rincrescerebbe approdare a quelle isole?» chieseBrandok con sorpresa.

Il capitano del Centauro guardò a sua voltal'americano con profonda sorpresa.

«Ma da dove venite voi?» gli chiese.

«Dall'Americasignore.»

«Un paese che non è poi molto lontano dalle Canarie.»

«Non so che cosa vogliate dire con ciòcapitano» disseBrandok sempre più stupito.

«Disgraziata la nave marina od aerea che cadesse su quelleisole» rispose il capitano. «Nessun uomo dell'equipaggio uscirebbe certamentevivo.»

«Che cosa è successo dunque su quelle isole?» chiese Tobyche non era meno sorpreso di Brandok.

«Diamine! I governi dell'Americadell'Europadell'Asia edell'Africa hanno popolato quelle isole di tutti gli animali che un tempoesistevano su tutti i cinque continenti.»

«Perché?» chiese Brandok.

«Per conservare le razze. Là vi sono tigrileonielefantipanteregiaguaricoguaribisontiserpenti e tante altre bestiedelle quali io non conosco nemmeno il nome» rispose il capitano. «Come bensapeteormaitutti i continenti sono fittamente popolatiquindi queglianimali non avrebbero più trovato né rifugioné scampo. Gli zoologi di tuttoil mondoprima della distruzione completa di tutte le belvehanno pensato diconservare almeno le ultime razze.»

«Trasportandole alle Canarie?»

«Sìsignor Brandok» rispose il capitano.

«E gli abitanti di quelle isole non vengono divorati?»

«Quali abitanti?»

«Non ve ne sono più? Scusate la mia ignoranzacapitanomanoi veniamo dalle parti più remote del continente americanodove non giungononotizie di tutti gli avvenimenti del mondo» disse Tobyche non desideravaaffatto far conoscere la storia della loro risurrezione.

«Credevo che gli americani fossero più innanzi di noieuropei» disse il capitano. «Dunque voi avete sempre ignorato la terribilecatastrofe che ha colpito quelle disgraziate isole cinquant'anni or sono?»

«Non ne abbiamo mai udito parlare» rispose Brandok.

«Già si sapeva che tutte quelle isole erano d'originevulcanica» rispose il capitano. «Non erano altro che le punte estremed'immense montagne o meglio di vulcaniinghiottiti forse durante il gigantescocataclisma che fece sprofondare l'antica Atlantide. Un brutto giorno ilTenerifadopo chi sa quante migliaia d'anni di sonnocominciò a svegliarsivomitando lave in quantità prodigiosa e tanta cenere da coprire tutte le isoledel gruppo. Ancora si fosse limitato a questo; vomitò inveceanche una talemassa di gas asfissiante da distruggere completamente la popolazione.»

«Non ne scampò nemmeno uno?» chiese Brandok.

«Appena quindici o ventii quali recarono in Europa laterribile notizia» rispose il capitano. «Quell'eruzione spaventevole duròvent'annifacendo scomparire parecchie isolepoi cessò bruscamente. I governieuropei ed americanidopo aver invano cercato di ripopolare quelle terrehannoallora pensato di relegarvi tutti gli animaliferoci o noche ancorasussistevano sui cinque continentiper impedirne la totale distruzione.»

«Sicché quelle isole sono diventate tanti serragli» disseToby.

«Sìsignore. Di quando in quando dei coraggiosi cacciatorisi recano là a fare delle battuteonde provvedere i musei ed impedire chequegli animali diventino troppo numerosi.»

«Quante cose hanno fatto questi uomini in cent'anni!»mormorò Brandokche era diventato pensieroso. «Se potessimo ripeterel'esperimentoche cosa vedremmo fra un altro secolo? Forse noiuomini d'altritempinon potremmo più vivere.»

L'uragano che il capitano aveva annunciato si avanzavaconun crescendo orribile di tuoni e di lampi così intensi che Brandok e Toby sisentivano accecare.

Pareva che la grande elettricità sviluppata dalle infinitemacchine elettriche funzionanti sulla crosta terrestreavesse avuto unaripercussione anche negli alti strati aereiperché i due americani non avevanomai vedutoai loro tempilampi così abbaglianti e di così lunga durata.

L'uragano questa volta veniva da ponente. Era quindiprobabile che il Mare dei Sargassiscompaginato dai furiosi assaltidell'Atlanticoallargasse le sue mille e mille braccialasciando libera lacittà galleggiante.

Alla mezzanottel'oceano sollevato da un ventoimpetuosissimodiede i primi cozzi ai campi dei sargassi. I suoi cavallonipiombavano sulle masse erbose con furia estremarodendo o sfondando qua e là imargini.

La città galleggianteinvestita per di sottosi agitava intutti i sensi. Pareva che dei marosid'una potenza incalcolabilela urtasseronella sua parte inferiorepoiché di quando in quando subiva dei soprassaltiviolentissimi che mettevano a dura prova i muscoli dei tre americani e dei lorocompagni.

I forzatisvegliati dal rombare incessante dei tuonidaibagliori intensissimi dei lampi e dal rumoreggiare delle ondeavevanoricominciato a urlaremescolando le loro voci a quella possente della tempesta.

Spaventati da tutto quel fracassonon sapendo che cosasuccedeva all'esternochiedevano che si calasse l'ascensoreche ormai nonc'era piùminacciando di sfondare le pareti della città galleggiante e diannegare tutti.

«Non ci mancherebbe altro!» esclamò il capitanoun po'inquieto. «Se mettono in esecuzione la loro minacciabuona sera a tutti. Nonsarà il campo dei sargassi che ci salveràcon questo indiavolato ondulamento.Caro Jaobisogna cercare di calmarli.»

«Bisognerebbe farli salire e allora ci accopperanno tutti»rispose il vecchio che cominciava a tremare.

«Cercate di rassicurarli.»

«Non mi ascolteranno. Vogliono uscire da quella bolgiainfernale dove soffocano. Non sentite che puzza orrenda comincia a sprigionarsida tutti quei cadaveri?»

«Non siamo stati noi a commettere la strage» disse ilcapitano. «Ne sopportino le conseguenze ora. Noi non possiamoin così piccolonumero e senza ascensorefar salire fino a noi quattrocento e più cadaveri. Civorrebbe una settimana di lavoro.»

«E forse non basterebbe» disse il pilota.

«Eppure bisogna fare qualche cosa per quei disgraziati»disse Toby.

«Che stupido sono!» esclamò in quel momento Jao. «E piùstupidi di me sono anche loro.»

«Perchéamico?» chiese il capitano.

«Noi possiamo tramutare la città galleggiante in unaimmensa ghiacciaia. E nessuno prima ci aveva pensato! Tre volte bestia con centocorna!»

«In qual modo?» chiesero Brandok e Toby.

«Abbiamo più di venti serbatoi pieni d'aria liquida per laconservazione del pesce. Dieci si trovano sotto la cupola e gli altri neiquattro angoli della città. Fra cinque minuti i cadaveri geleranno o poco menoe la loro putrefazione sarà immediatamente arrestata.»

«E gelerete anche i vivi» disse Brandok.

«Hanno delle coperte; che si coprano» disse il capitano.

«Cercate almeno prima di calmarli ed avvertirli» disseToby. «Non udite come picchiano contro le pareti della città? Non dubito chesiano robustissimeperò potrebbero cedere in qualche punto.»

«Avete ragione» rispose Jao.

Per essere meglio udito dai forzatisi calò fino sulletraverse d'acciaio che avevano servito di sostegno all'ascensorecomparendo frai potenti fasci di luce proiettati dalle lampade a radium che non erano statepiù spente.

Fu subito scorto dagli abitanti i quali non cessavano diguardare in altosempre colla speranza di veder scendere l'ascensoreed uncoro d'invettive salì su pel pozzo con un frastuono indiavolato.

«Eccoloil brigante!»

«Eccoloil traditore!»

«Linciamo quell'avanzo di galera che ha giurato da sempre lanostra distruzione.»

«Scendi cane!... Scendi!...»

Jao li lasciò sfogarericevendo filosoficamentesenzaturbarsiquell'uragano d'ingiurie e di minaccee quando vide che non avevanopiù fiatofece loro un gesto amichevolegridando:

«Ma finitelapazzi! Volete ascoltarmi sì o no? Secontinuaterisalgo e non mi rivedrete più mai».

«Sìsìlasciamolo parlare!» gridarono parecchie voci.

«Parla dunquevecchio» disse una voce.

«La nostra città si è staccata dallo scoglio e la tempestaci ha portati fra i sargassi.»

«Tu menti!»

«Che uno di voima uno solosalga per accertarsi se io hodetto la verità.»

«Cala l'ascensore!»

«Il mare l'ha portato via.»

«Manda giù una fune allora.»

«Sì» rispose Jao. «Vi avverto però che se sale piùd'uno la taglieremo. La cupola è avariata e crollerebbe sotto il vostro peso.»

«E vuoi che crepiamo quifra tutti questi cadaveri chepuzzano orrendamente?» gridò un altro.

«Aprite i serbatoi dell'aria liquida e geleranno presto.»Aveva appena terminato di parlare che tutti quegli uomini si precipitavano versoi quattro angoli della città galleggiantedove si vedevano degli enormi tubid'acciaio.

Si udirono tosto dei fischi acutissimipoi una corrented'aria gelida eruppe dal pozzomentre le lastre di vetro si coprivano per disotto d'uno strato di ghiaccioli.

Intanto Brandokil capitano ed il pilota avevano attaccatole funi che una volta servivano per sospendere le reti e che le onde in parteavevano risparmiatee le avevano annodate.

«Caliamole nella ghiacciaia» disse Brandokche respirava apieni polmoni l'aria fredda che usciva sempre a folate dal pozzo. «Siamo quasisotto l'equatore e battiamo già i denti. Che cosa non hanno dunque inventatoquesti meravigliosi uomini del Duemila? Io finirò per impazzire davverote loassicuro!»

I forzatiaperte le valvoleerano corsi a chiudersi nellecase che ancora si mantenevanobene o malein piediimpadronendosi di tuttele coperte che trovavano.

Se sotto la cupola andava formandosi il ghiaccioqualefreddo doveva regnare laggiù con quei quattro serbatoi che soffiavano fuorigradi e gradi di gelo?

La fune finalmentesolidamente trattenuta dal capitanodalpilota e da Jao toccò il suolo; ma allora un altro e più spaventevole tumultoscoppiò fra quei furibondi.

Venti mani l'avevano afferrata e non volevano più lasciarla.Quelli che non avevano potuto farsi innanzi a temposi erano messi a percuoterespietatamente i compagni che pei primi l'avevano presa.

Il capitano ed i suoi compagninauseati da quelle sceneinvano si erano provati a ritirare la fune. Sarebbe stato necessario un argano.

Già il primo stava per proporre di tagliarlaquando ungiovine galeotto più lesto degli altricon un salto degno d'un clownbalzòsopra le teste dei rissantiaggrappandovisi e troncandolacon un colpo dicoltellosotto i propri piedi.

«Su! Su!» gridò il capitano.

Il giovine montava rapidamentepoiché anche gli americaniprestavano man forte al capitano.

I forzativedendo salire il compagnolo coprivanod'ingiurieminacciando di sventrarlo appena fosse disceso.

«Noi non potremo mai andare d'accordo con quelle canaglie»mormorò Brandok. «Il galeotto di cent'anni fa mi pare che si sia mantenutoeguale. La scienza tutto ha perfezionato fuorché la razzae l'uomo malvagio èrimasto malvagio. Passeranno secoli e secolimalevato lo strato di vernicedatogli dalla civiltàsotto si troverà sempre l'uomo primitivo dagli istintisanguinari.»

La funevigorosamente tirata dal capitano e dai suoicompagniera giunta presso i margini del pozzo.

Il galeotto che vi si era aggrappatoun giovinotto quasiancora imberbebiondoallampanatotutto braccia e gambeappena si vide abuon puntolasciò la fune balzando agilmente sulla cupola.

«Guarda dunque e va a riferire ai tuoi compagni quello chehai veduto» gli disse Jao.

«Che siamo sul mare o all'inferno poco m'importa» risposeil galeottorespirando a lungo. «Sono uscito da quel macello e mi basta.Accoppatemise voletema io non ritornerò mai più laggiù. Mi farebbero abrani.»

«Rimani adunqueperò t'avverto» disse il capitano «chese tenterai qualche cosa contro di noiavrai da aggiustare i conti colla miarivoltella elettrica.»

«Non vi darò alcun impicciove lo giurosignore.» Sottoi forzati urlavano a squarciagola. La gran voce della tempesta però non tardòa soffocare tutti quei clamori.

L'uragano sconvolgeva per la seconda volta l'Atlantico.

«Dove andremo?» si chiese il capitanoche guardava coninquietudine le onde che si rovesciavanocon furia estrema sui campi deisargassi.

Ad un tratto la città galleggiante che si trovava un po'sbandatasi raddrizzò di colpoemergendo bruscamente di parecchi metri.

«Aggrappatevi alle traverse!» aveva gridato Jao.

Un'onda mostruosapassando attraverso il campo dei sargassicontro cui s'appoggiava la città galleggianteavanzava con mille muggitispingendo innanzi a sé delle fitte cortine d'acqua polverizzata che velavanoperfino la luce dei lampi.

«Andiamo dunque?» chiese Brandokche col robusto bracciodestro teneva fermo Tobyaffinché non venisse portato via dal cavallone.

Una trombauna vera tromba d'acqua passò su di lorocoprendoli ed inzuppandoli dalla testa ai piedipoi la città galleggiante sispostò e fece un salto immenso. Era nuovamente libera.

 

 

L'ISOLA DELLE BELVE FEROCI

 

 

 

 

 

Per la seconda volta la città sottomarina si trovava inbalía dell'oceano. Le forze brutali della natura avevano nuovamente vintomaquesta volta non in peggioperché avevano liberati i naufraghisi potevanochiamare così ormaida una prigionia che avrebbe potuto diventare fatale atutti.

L'enorme massa aveva ripresa la sua danza disordinata. Doveandava? Nessuno lo sapeva. Certo però il vento e le onde li spingevano versonord-estin direzione delle Canarie.

I sette uominiessendo rimasto con loro il giovine forzatonon si trovavano però in liete condizioni.

Erano ben più fortunati i galeottii quali almeno stavanoal sicuro entro le pareti d'acciaioal sicuro dai colpi di mare e dai terribilicolpi di ventosia pure alle prese col freddo intenso che si sprigionavaincessantemente dai serbatoi d'aria liquida.

L'uragano infuriava con rabbia estrema. Pareva che ormaiavesse decretata la perdita di quella disgraziata città galleggiante.

«Toby» disse Brandokmentre le onde continuavano apassare e ripassare sulla cupolacon impeto spaventevole «da buon americano leavventure non mi sono mai dispiaciute; però comincio ad averne abbastanza diquesta interminabile storia. Sai a che cosa penso io?»

«Pensi che le onde sono troppo violente e che l'Atlanticonon è troppo clemente verso gli uomini di cento anni fa.»

«Noche noi finiremo male.»

«E ti lamentidopo aver vissuto quasi un secolo e mezzo eaver veduto tante meraviglie? Senza il mio liquore che cosa sarestituaquest'ora? Un pizzico di cenere senza nemmeno un pezzetto d'osso.»

«Hai ragioneToby» rispose Brandoksforzandosi disorridere. «Su centinaia e centinaia di milioni di persone scomparse nel granbaratro della mortenoi soli siamo sopravvissuti ed ho il coraggio dilamentarmi!»

«Contentati dunque di vivere un'orao un mesee nonpensare ad altro. Checché debba succederenessun altro mortale avrà avutotanta fortuna. Guardati invece dalle onde. Insidiano la nostra vita.»

E la insidiavano davvero. Mai l'Atlantico aveva avuto unsimile scatto di collera in cinquant'annio forse cento. Brandokche nella suagioventù l'aveva attraversato già tante voltemai l'aveva visto così.

Ma era soprattutto l'estrema tensione elettrica che colpiva idue americani. I lampi avevano una durata straordinariadi cinque e perfinodieci minutie le folgori cadevano a dozzine alla volta. Brandokforse piùnervoso di Tobysussultava come se ricevesse delle vere scariche elettricheequando si passava una mano sulla testai suoi capelliquantunque bagnaticrepitavano e sprigionavano delle vere scintille.

La città galleggiante intanto continuava ad andareattraverso alle onde come un semplice guscio di noce. Non era già una nave: sipoteva considerare un immenso rottame in balìa dei furori dell'oceano.

Tutta la nottee anche il giorno seguentel'enorme massaincessantemente travolta dai cavalloni errò sull'Atlanticosenza che inaufraghi nulla potessero tentare per darle una direzione.

Durante tutto quel tempo i forzatiprobabilmente moltoimpressionati dai fragori delle ondedal rombare incessante dei tuoni e daisoprassalti disordinati della loro cittàsi erano mantenuti tranquilli.

Inoltre il freddo intenso che regnava laggiù doveva avercalmati i loro furori. Mai ghiacciaia era stata così fredda di certopoiché icristalli di ghiaccio avevano avvolto perfino i cadaveriarrestandone laputrefazione.

Al mattino del secondo giornoil capitanoche stava sempredi guardia col pilotaresistendo tenacemente al sonnomandò un grido.

«Tenerife!»

I tre americaniJao ed il giovine galeotto chesonnecchiavano legati solidamente alle traverse d'acciaio per non venire portativia dai cavalloni che l'Atlantico scagliava senza tregua contro la cupolaudendo quel gridosi erano alzati a sedere.

Cominciava ad albeggiare allora; era però un'albagrigiastradi triste aspettonon permettendo le tempestose nubi che la luce sidiffondesse liberamente.

Verso levantead una grande altezzauna colonna di fuocos'alzavaoscillando in tutte le direzioni e forando il cielo.

«Erutta ancora la gigantesca montagna?» chiese Brandok.

«Sembra che si sia risvegliata» rispose il capitano.

«Ci spinge verso quelle isole il vento?»

«Purtroppo» rispose il capitano.

«Che dopo i forzati dobbiamo aver a che fare colle belveferoci?»

«Non tutte le isole sono popolate di leonidi tigridipanteredi giaguaridi leopardi ecceterasignore. Ve ne sono molte cheservono d'asilo sicuro ad animali inoffensivi o quasicome i bisontigliultimi campioni del vostro paesestruzzigiraffegazzellecervidaini etanti altri che non saprei nominarvi. Se le onde ci spingeranno verso una diqueste ultimenon avremo nulla da temereanzi avremo da guadagnare degliarrosti squisiti. Disgraziatamente mi pare che le onde ci caccino versoTenerife.»

«Mi fate venire la pelle d'ocacapitano.»

«Ci rifugeremo in fondo alla città.»

«E allora i forzati ci faranno a pezzi.»

«Ah! diavolo! Non avevo pensato che abbiamo un vulcano anchesotto i nostri piedi» disse il capitano del Centauro. «Non siamo peròancora a terra e non sappiamo ancora dove queste onde capricciose manderanno asfracellarsi questa immensa cassa di metallo.»

«Temete che si sfasci?» chiese Toby.

«Le spiagge di quelle isole sono quasi dovunque tagliate apicco e non vi saprei diresignorein quale stato noi potremo approdare.Troppo buono nodi certo. Troveremo là dei flutti di fondo che scaraventerannola città galleggiante chi sa mai dove! Qualunque cosa succedavi consiglio dinon abbandonare un solo istante le traverse della cupola: chi si lasceràstrappare dai cavalloni verrà indubbiamente sfracellato. Occhio a tuttoetenetevi bene stretti!»

La città galleggianteinfattiveniva spinta verso l'anticopossedimento spagnolo che i furori dell'immensa montagna avevano ormai resiinabitabili.

L'enorme conoquasi volesse fare un degno accompagnamentoalla rabbia dell'Atlanticoeruttava con gran lenacoprendosi tutto di fuoco.

Lungo i suoi fianchi scoscesiveri fiumi di lava scendevanofacendo avvampare le foreste.

Bombe colossali uscivano dal suo cratere fiammeggiante edopo aver attraversate le nubiricadevano descrivendo delle arcate superbelasciandosi dietro getti di fuoco e si spaccavanoscoppiando.

Boati spaventevoliche soffocavano talvolta il rombare deituoniuscivano dalla gola fiammeggiante del vulcano.

«Chi avrebbe detto che quel colosso si sarebbe un giornoridestatoe per due volte di seguito?» mormorò Toby. «Ciò indica che laterra non ha ancora incominciato il suo raffreddamento.»

La città galleggiante continuava intanto ad avanzarepassando fra il vastissimo canale della Grande Canaria e l'isola di PuertoVenturacol grave pericolo di urtare contro le innumerevoli scogliere che eranosorte dopo l'ultima eruzione del Tenerifa.

Poiché le onde eran diventate meno tumultuoseopponendo ledue isoledue barriere insormontabili ai furori dell'Atlanticoil capitano edi suoi compagni si erano alzati.

Una luce intensarossa come quella dell'aurora borealescendeva dall'immenso conotingendo le acque di riflessi sanguigni.

Lo spettacolo era sublime ed insieme spaventevole.

Vortici di fumopure rossastroma che di quando in quandoavevano dei bagliori sinistrilividicome se masse di zolfo ardessero entro ilcrateresi stendevano al di sotto delle tempestose nubiturbinando sulle alidel vento. Le bombe continuavano a grandinarecon un fragore di tuonoschiantando ed incendiando le antichissime selvementre i torrenti di lavadilagavano come un mare di fuoco.

«Ho veduto una volta il Vesuvio» disse Brandok. «Quelloperò era un giocattolo in confronto a questo titano.»

La città galleggiantesempre sospinta dalle ondeeraentrata nella zona illuminata. Pareva che navigasse su un mare incandescente.

I vetri della cupolariflettendo i bagliori del vulcanoproiettavano fino in fondo alla città una luce così intensa da far impallidirequella delle lampade a radium.

I forzatiche non potevano indovinare di che cosa sitrattasseurlavano spaventosamentesenza che nessuno si occupasse di spiegareloro da dove provenivano quei bagliori intensi.

Era troppa l'ansiao meglio l'angosciache si eraimpadronita del capitano e dei suoi compagniper pensare a quelli che gelavanoentro la gigantesca massa d'acciaio.

L'urto stava per accadere.

Tenerife non era che a poche gomeneed i cavallonicontinuavano a sospingere la città galleggiante con grande impeto. Avrebberesistito o si sarebbe sfasciata? Era quella la domanda che tormentava tuttisenza trovare una risposta.

Erano allora le due del mattino.

Il vulcano avvampava e tuonava sempre con crescente furore.Pareva che tutta l'isola ardesse.

I tre americaniil capitanoil pilota ed i due forzati sierano sdraiati sulla cupolatenendosi stretti alle traverse.

Le ondeche si rovesciavano attraverso il canalenoncessavano di muovere all'assalto di quel colossale ostacolo che impediva loro distendersi liberamente.

Giungevano una dietro l'altraa brevissimi intervallisollevando dei formidabili flutti di fondo.

D'improvviso la città galleggiante si sollevò per parecchimetricon un rombo assordantepoi si rovesciò su un fiancoadagiandosi versola spiaggia che era improvvisamente comparsa dopo l'ultimo colpo di mare.

Una parte della cupola si spezzò con immenso fragorerovinando nell'interno della città con Jao ed il giovine forzato che sitrovavano disgraziatamente da quella parte.

I tre americaniil capitano ed il pilotapiù fortunatierano riusciti a balzare a terra in tempoarrampicandosi velocemente su per laspiaggia dirupataprima che l'ondata di fondo ritornasse all'assalto.

Il mare in quel luogo offriva uno spettacolo orribile.

I cavalloniarrestati bruscamente nella loro corsaimpetuosissimamontavano all'assalto dell'isola con un frastuono spaventevole.

Immani colonne di spuma si rovesciavanocol fragore deltuonocontro le roccesgretolandolepolverizzandole.

La città galleggianteurtata da tutte le particozzava etornava a cozzare contro la costa.

L'enorme cassa di metalloche per lunghi annisullo scoglioa cui era stata avvintaaveva sfidato impunemente le rabbie dell'Atlanticoapoco a poco si sfasciava. Dall'interno s'alzavano urla orribili.

I forzativedendo l'acqua rovesciarsi attraverso la cupolaseminfrantascappavano da tutte le partiper non morire annegati dalformidabile assalto delle onde.

«Sono perduti!» disse il capitanoche si teneva aggrappatoad una rocciaa fianco di Brandok.

«Lo credete?» chiese questi con voce commossa.

«Nessuna costruzione umana può resistere a simili cozzi.Fra mezz'orae forse menole pareti metalliche si apriranno e nessuno di queidisgraziati si salverà.»

«Non possiamo tentare nulla per strapparli alla morte?»chiese Tobyche si trovava dall'altro lato del capitano.

«Che cosa vorreste fare? Se scendiamole onde ci porterannovia senza che possiamo recare nessun aiuto agli abitanti della povera città!»

«Mi si spezza il cuore nel vederli morire tuttiin quelmodo.»

«Supponete di assistere al naufragio d'un bastimento.L'oceano vuole di quando in quando le sue vittime.»

«Ed a noi quale sorte sarà riserbata?» chiese Brandok.

«Non lieta di certose non giunge in nostro soccorsoqualche nave» rispose il capitano. «Domani ci troveremo fra i leonile tigrii leopardii giaguarie non so come ce la caveremosignori mieiperché èappunto su quest'isola che hanno radunate tutte le belve feroci capaci didifendersi da sole e quindi in grado di conservare la loro razza.»

«E non avete che la vostra rivoltella!»

«Nient'altrosignore.»

«Corriamo dunque il pericolo di terminare il nostro viaggionel ventre di questi ferocissimi e sanguinari abitanti.»

«Purtroppo.»

«Non avremo da rimpiangere la sorte toccata agli abitantidella città sottomarina.»

«Potremmo forse invidiarla» rispose il capitano.

Intanto l'enorme cassa d'acciaiospinta e risospinta dalleonde che non cessavano d'investirlacontinuava a urtarecon un fragoreinfernalecontro le rocce della costa ed a piegarsi.

Le grosse vetrate si spezzavano e l'acqua precipitava comeuna fiumana nell'interno.

Le grida dei disgraziati che annegavano nel fondosenzapotersi sottrarre in modo alcuno alla mortea poco a poco diventavano più radee più fiochementre invece il vulcano rombava e tuonava formidabilmentegareggiando coi fragori della tempesta.

Ad un tratto la città fu bruscamente sollevata da uncavallone mostruoso e completamente rovesciata.

Il suo fondocoperto di alghe e d'incrostazioni marineapparve per un momento in ariapoi la massa intera fu inghiottita e scomparvesotto le onde coi suoi morti ed i suoi vivise ve n'erano ancora.

«È finita» disse il capitanoche per la prima voltaapparve un po' commosso. «D'altrondeanche se fossero sfuggiti per ora allamortenon si sarebbero salvati più tardi dalle vendette della società. Unabuona bomba di silurite lasciata cadere da qualche vascello aereoliavrebbe egualmente affondati per punirli della loro ribellione.»

«Che cos'è questa silurite?» disse Toby.

«Un esplosivo potentissimoinventato di recenteche vipolverizza una casa di venti pianicome se fosse un semplice castello dicarta» rispose il capitano. «Signorivedo ergersi sopra di noi una roccia chemi pare sia tagliata quasi a picco. Volete un buon consiglio? Affrettiamoci araggiungerla prima che sorga l'alba.»

«Anche qui non corriamo alcun pericolo» osservò Brandok.«Le onde non giungono fino a noi.»

«Potrebbero però giungere le belvecaro signore» risposeil capitano. «La scalata a questo scoglio non sarà troppo difficile per unapantera o per un leopardo. Seguitemio più tardi ve ne pentirete.»

Nessunofuorché il capitano cui nulla sfuggivaaveva primadi allora notato che un po' più indietro s'innalzava un piccolo scogliodiforma piramidaleche aveva i fianchi quasi tagliati a picco e che potevadiventare un ottimo rifugio contro gli assalti delle innumerevoli belve chepopolavano la vasta isola.

I tre americanicomprendendo che la loro salvezza stavalassùquantunque si reggessero appena in piedidopo tante veglie alle qualinon erano abituatiseguirono il capitano ed il pilota.

La luce intensaproiettata dal fiammeggiante vulcanopermetteva di scegliere la parte meno difficile per dare la scalata al piccolocono.

Le pareti però erano così lisce che il capitano cominciavaa dubitare molto di poter raggiungere la cimaquando scoperse una specie dicanale piuttosto ristrettocoi margini coperti di sterpiche salivarapidissimoma che tuttavia poteva servire.

«Coraggiosignori» dissevedendo che i tre americani nonne potevano proprio più. «Un ultimo sforzo ancora: quando sarete lassùpotrete riposarvi tranquillamente.»

Aggrappandosi agli sterpi ed aiutandosi l'un l'altrodopoventi minuti riuscirono a raggiungere la cima del conoil quale era tronco.

La piattaforma superiore era piccolissimaperò potevabastare per cinque uomini.

«Se avete sonnodormite» disse il capitano.«C'incaricheremo noi di vegliare. Fino allo spuntare del sole non correremonessun pericolo. Le belve sono troppo spaventate dall'eruzione per pensare ora anoi. Questa notte non lasceranno i loro covi.»

«Ne ho bisogno» disse Brandokche era diventatopallidissimo come se quel supremo sforzo lo avesse completamente accasciato.«Io non so che cosa mi prenda: le mie membra tremano tutte ed i miei muscolisussultano come se ricevessero delle continue scosse elettriche. È la secondavolta che mi succede questo.»

«Ed io provo i medesimi effetti» disse Tobylasciandosicadere al suolo come corpo morto.

«Una buona dormita vi calmerà» disse il capitano. «Voiavete provate troppe emozioni in così pochi giorni.»

Il dottore scosse la testae guardò Brandok che sussultavacome se avesse qualche pila dentro il corpo.

«Questa intensa elettricitàche ormai ha saturato tuttal'aria del globo e alla quale noi non siamo abituatitemo che ci sia fatale»mormorò poi. «Noi siamo uomini d'altri tempi.»

Nonostante i fragori del marei ruggiti del vento ed i boatiformidabili del vulcanoi tre americani avevano chiusi gli occhiaddormentandosi quasi di colpo. Erano già tre notti che non dormivano più esolo il capitano ed il suo pilotaabituati alle lunghe vegliepotevano ancoraresistere a quella lunga prova.

Quel sonno benefico durò fino alle otto del mattino e forsechissà quanto sarebbe duratose il capitano non li avesse svegliati con dellevigorose e replicate scosse.

L'uragano era cessato ed il solegià altolanciava i suoiardenti raggi sulla verdeggiante isola che un tempo era stata una delle piùsplendide perle dell'Atlantico.

In mezzo a quella terra ubertosaricca delle più splendidepiante dei tropicicampeggiavaimmenso giganteil vulcanodal cui cratereuscivano ancora immense lingue di fuoco e nuvoloni fittissimi di fumo cheoscuravano il cielo.

Tutte le foreste della montagna ardevanocontorcendosi sottole strette delle lave che scendevano giù senza posa.

Tutte le pianure che si estendevano fino sulle rive del marecon leggere ondulazionierano coperte da superbe foreste di palmedi cocchi edi banani.

Nessuna casa perònessun pezzo di terra coltivato:cittadelle e villaggi erano scomparsi sotto quella vigorosa vegetazione.

«È questo l'impero delle belve feroci?» chiese Brandokche si era un po' rimesso dai suoi sussulti nervosi.

«Sìsignore» rispose il capitano.

«Io non le vedo però quelle terribili bestie.»

«Non desiderate di vederlesignore. Ohnon tarderanno agiungere.»

«Avete ragionecapitano» disse il pilota «nontarderanno. Eccone laggiù alcune che fanno capolino fra i cespugli checircondano la roccia. Ci hanno già fiutati e si preparano a riempirsi il ventrecolle nostre carni. Làguardate!»

Il capitano ed i tre americani seguirono cogli sguardi ladirezione che il pilota indicava col braccio e non poterono trattenere unbrivido di terrore.

Trenta o quaranta animali dal pelame fulvo e dalle foltecriniere nerastres'aprivano il passo attraverso i cespugliavvicinandosi allarocciache serviva da contrafforte al cono.

«È un branco di leoni!» esclamò il capitano. «Ecco deibrutti vicini che ci faranno passare un terribile quarto d'ora.»

«Potranno giungere fino a noi?» chiesero Toby e Holkercheerano ben più spaventati di Brandok.

«Potrebbero tentare l'assalto dalla parte della fenditura»rispose il capitano. «Fortunatamente il passaggio è stretto e non potrannopresentarsi più d'uno per volta.»

«Avete abbastanza palle per arrestarli?» chiese Brandok.

«Per sei rispondo io; in quanto agli altri... Ah! Fateraccolta di sassidi macignidi tutto ciò che può servire come proiettile.Ve ne sono nel canalone. Prestosignori! Non vi è tempo da perdere!»

I cinque uomini si erano lasciati scivolare attraverso laspaccaturadove vi erano non pochi macignistaccati dalle rocce dagliacquazzoni.

Con uno sforzo supremo ne trassero parecchi sulla piccolapiattaformaallineandoli di fronte all'imboccatura del crepaccio.

Avevano appena terminata la raccoltaquando i leonigiàabbastanza stanchi di guardare i cinque uomini da lontanosi mossero salendo laroccia.

Ruggivano spaventosamente e mostravano i loro denti aguzzimentre le loro criniere s'alzavano.

Un grosso maschiodi statura imponentedopo aver lanciatoun ruggito formidabile che parve un colpo di tuonosuperato il contraffortesicacciò nel canalonepiantando le unghie nelle fenditure della roccia.

«Risparmiamofinché si puòle munizioni» disse ilcapitano. «Aiutatemi a lanciare questa bombasignori!»

Incanalarono un masso del peso d'una quarantina dichilogrammi che poco prima avevano issato non senza faticafino allapiattaforma e attesero il momento opportuno per scaraventarlo.

Il leone insospettito da quella manovrasi era fermato; mapoispinto dalla fame ed incoraggiato dai ruggiti dei suoi compagniricominciò ad arrampicarsi. Il capitanoche teneva pronta anche la rivoltellaelettricaattese che si fosse spinto bene innanzipoi gridò:

«Gettate!...».

La pietraviolentemente spinta innanzirotolò giù per laspaccatura con rapidità fulminea e piombò addosso alla belvala quale in quelmomento si trovava in una strettoia.

Colpita alla testa da quel proiettile di nuovo generestramazzò fulminataostruendo col suo corpo il passaggio.

Non era però un ostacolo sufficiente per quei saltatori chenon s'arrestano nemmeno dinanzi ad una palizzata alta tre o quattro metri.

Un altro leoneche si era subito dopo cacciato nellaspaccatura senza essere veduto dagli assediatitroppo occupati a sorvegliare lemosse del primoannunciò la sua presenza con un formidabile ruggito. Balzaresopra il corpo del compagno e precipitarsi all'assalto fu cosa d'un sol momento.

Mancava il tempo ai difensori della collinetta di scagliareun nuovo masso. Fortunatamente il capitano aveva la rivoltella.

Si udì un leggero sibilo e anche la seconda fiera cadde conuna palla nel cervello.

«Bravocapitano!» gridò Brandok.

Gli altri leoniresi più prudentisi erano fermati; poi sierano messi a girare e rigirare intorno al conoempiendo l'aria di ruggiti.

Intanto sul margine della foresta altri animali eranocomparsi. Vi erano delle tigridei leopardi e dei giaguari ecosa stranapareva che fossero in buone relazionipoiché non si assalivano reciprocamentecome forse avrebbero fatto se si fossero trovati nelle loro selve natie.

Probabilmente il continuo contatto li aveva persuasi arispettarsi reciprocamenteconoscendosi quasi d'eguale forza. È certo peròche non dovevano rispettare quelli più deboliper non morire di fame.

«La nostra situazione minaccia di diventare disperata»disse il capitano. «Quand'anche riuscissimo a distruggere i leoniecco làaltri animalinon meno pericolosipronti a surrogarli. Vi avevo dettosignoriche avremmo rimpianto la fine dei forzati. Era meglio morire annegatipiuttosto che provare gli artigli ed i denti di queste belve. L'oceano ci harisparmiati per condannarci ad una fine più miseranda. Poteva inghiottirci. Checosa ne dici tupilota?»

Il marinaio non rispose. Con una mano tesa dinanzi agli occhiguardava in altocon una fissità intensa.

«Ebbenepilotasei diventato muto?» chiese il capitano.

Un grido sfuggì in quello stesso momento dalle labbra delmarinaio.

«Un punto nero nello spazio!»

«Un vascello aereo?» chiese il capitanofacendo un salto.

«Non socomandantese sia un grosso volatile o qualchesoccorso che ci giunge in buon punto.»

«Guardate benementre io tengo d'occhio i leoni.»

Brandok ed i suoi compagni si erano pure voltatiguardandoin aria.

Un punto neroun po' allungatoche non si poteva confonderecon un uccelloaquila o condore che s'ingrossava con fantastica rapiditàfendeva lo spazio ad un'altezza straordinariacome se volesse passare sopral'immensa colonna di fuoco e di fumo che irrompeva dal cratere del Pico deTeyde.

«Sì! Un vascello! Un vascello!» urlarono tutti.

«Ecco la salvezza che giunge in buon punto» rispose ilcapitanosparando su un terzo leone che si era deciso a muovere all'attacco.

Il vascello volante scomparve per qualche istante fra iturbini di fumopoi ricomparve abbassandosi rapidamente. Aveva puntata la proraverso il piccolo cono e si avanzava coll'impeto di un condor.

«Ci hanno scorti e si dirigono verso di noi!» gridò ilpilota. «Tenete duro alcuni istanti ancoracomandante!»

I leonicome se si fossero accorti che le prede umanestavano per sfuggire lorotornavano all'assaltomentre parecchie tigri eparecchi giaguari sbucavano attraverso i cespugli per prendere parte anche essial banchetto umano.

Il capitanovedendo un'altra belva incanalarsi nellaspaccaturanon esitò a consumare un'altra palla ed essendo un valentetiratoreanche questa volta non mancò il bersaglio.

«E tre» disse. «Ve ne sono però ancora quindici o sedicisenza contare tutte le altre bestieche pare siano ansiose di assaggiare un po'di carne umana. D'altronde non hanno torto. Sono molti anni di certo che nongustano di questi piatti.»

Un quarto leonedopo aver mandato un ruggito spaventevolesi scagliò pure attraverso la spaccaturabalzando sopra i cadaveri deicompagnima non ebbe miglior fortuna.

I naufraghi della città sottomarinasicuri ormai di venireraccolti dal vascello volanteil quale ingigantiva di momento in momentoavevano cominciato a far rotolare i massi raccoltiscagliandoli in tutte ledirezioniper arrestare non solo lo slancio dei leonibensì anche quellodegli altri animali.

Quella grandine di massi ebbe maggior successo che i colpi dirivoltella del capitano.

Le belvespaventateavevano cominciato a indietreggiarespiccando salti giganteschiper non farsi fracassare le costole.

«Coraggiosignori!» gridava il capitanoil quale diquando in quando sparava qualche colpo di rivoltella. «Ricacciamo questecanaglie affamate nella boscaglia.»

E la tempesta di massi e di ciottoli continuava furiosaspecialmente entro il canalone dove cercavano d'insinuarsi le fiereessendoquello l'unico punto vulnerabile del piccolo cono.

Quella lotta disperata continuava da parecchi minuti quandouna voce sonora ed insieme imperiosacadde dall'alto.

«Tutti a terra!»

Il capitano aveva alzati gli occhi. Il vascello aereounabella nave tutta dipinta di grigiofornita d'immense elichestava quasi sopradi loro.

«Obbedite!» gridò.

Tutti si erano affrettati a sdraiarsi senza chiedere nessunaspiegazione.

Un momento dopo una palla rossastranon più grossa di unaranciocadeva all'estremità del canalonedove leonitigri e giaguariinpieno accordosi erano radunati per tentare un ultimo e più formidabileassalto del cono.

Si udì uno scoppio terribile che fece tremare le rupi e chesollevò una immensa nuvola di polvere.

Era una piccola bomba di quella terribile materia esplosivache il capitano del Centauro aveva chiamata siluriteche eraesplosa in mezzo alle belve.

«Alzatevisignori!» gridò la voce di prima. «Ormai nonvi sono più belve intorno a voi.»

Brandok fu il primo a balzare in piedi.

Gli effetti prodotti da quella minuscola bomba eranospaventevoli.

Metà della roccia che serviva di contrafforte al cono erasaltata e degli animali non si scorgeva più alcuna traccia. Il potenteesplosivo aveva polverizzato tigrileoni e giaguari.

«Come sarebbe possibile una guerra con simili bombe?»mormorò l'americano. «Dieci vascelli volanti basterebbero per distruggereindieci minutila più gigantesca città del mondo.»

Il vascello si abbassava dolcementementre il suo equipaggiolanciava una scala di corda.

Il capitano del Centauro fu il primo ad afferrarla eda spingersi in altodove un uomo barbuto e molto tarchiato lo aspettavasorridendocolle braccia aperte.

«Tompson!» esclamò il capitano del Centauroquand'ebbe scavalcata la murata.

«Firsen!» esclamò l'altrodandogli una buona stretta dimanoall'inglese. «Ti cercavo da una settimana.»

«Tu!»

«La notizia che dei furfanti si erano impadroniti della tuanave è giunta in Inghilterra ed in Francia. Sai che avevano osato assaliredelle navi marittime?»

«Chi?»

«Quelli che t'avevano preso il Centauro

«E che cosa è successo di loro?»

«Sono stati affondati da mecon una mezza dozzina dibombette alla siluritea duecento miglia dallo Stretto di Gibilterra.»

«E la mia nave è saltata insieme a loro?»

«Non volevano arrendersi.»

«Bah! Il governo inglese mi ricompenserà» disse ilcapitano del Centauroalzando le spalle. «Preferisco che riposi infondo all'Atlanticopiuttosto che abbia a diventare una nave pirata. Chiedoospitalità per me e per questi signori che mi accompagnano. Dove vai?»

«In Francia.»

«Benissimo: è sempre un bel paese quello.»

BrandokTobyHolker ed il pilota erano pure saliti sullanave. Il primo peròappena messi i piedi sul pontefu preso da un tremitocosì intensoche per poco non cadde addosso a Holker.

«Che cosa avetesignore?» chiese il capitano del Centauro.

Brandok non rispose subito. Era trasfigurato e pallidissimo.

I suoi occhiassai dilatatipareva che gli schizzasserodalle orbiteed i muscoli del suo viso sussultavano in modo strano.

«Che cosa avete dunquesignore?» ripeté il capitano.

«Questo vascello va elettricamenteè vero?» chiesefinalmente l'americanocon una voce così alterata da far stupire tutti.

«Sìsignore.»

«Ora comprendo... Toby!»

Il dottore non diede alcuna risposta. Egli era fermo in mezzoal ponte della navee fissava una grossa lampada a radium con uno sguardovitreosimile a quello che si scorge negli ipnotizzati.

Anch'egli era estremamente pallido e tremava come se subissedi quando in quando delle scosse elettriche.

«Che cosa hanno questi signori?» chiese Tompson.

«Non lo so» rispose il capitano del Centauro chepareva vivamente impressionato. «È già la seconda o la terza volta che livedo tremare così.»

«Chi sono?»

«Dei signori americani che fanno il giro del mondo.» Inquel momento Holker si avvicinò a loro.

«I miei amici non sono abituati all'intenso sviluppo dielettricità che regna su queste navi» disse ai due capitani. «Fatelitrasportare nelle loro cabine e cerchiamo di raggiungere la terra ferma al piùpresto. Vi offro mille dollari se domani giungeremo a Lisbona.»

«Forzeremo le macchine» rispose Tompson.

«E più che potrete» disse Holkerche appariva assaipreoccupato.

S'avvicinò a Brandok che si era appoggiato alla murata dibabordocome se fosse incapace di starsene ritto senza un sostegno.

«Che cosa vi sentitesignor Brandok?» gli chiese conaccento premuroso.

«Non so...» balbettò il giovine. «Provo un tremito stranoed un turbamento inesplicabile. Mi hanno colto appena ho messo i piedi su questovascello. Si direbbe che il mio cervello riceva delle continue scosse. Quand'erosul conoinveceprovavo un benessere straordinario.»

«È la grande tensione elettrica che regna qui che viproduce quegli effettisignor Brandok. Quando saremo a terra il vostro tremitopasserà.»

Il giovine scosse il capo con un atto di scoramentopoidisse con un soffio di voce:

«Io e Toby siamo uomini d'altri tempi».

Quattro robusti marinai presero il giovane americano e Tobysotto le ascelle e li portarono nelle cabine di poppaadagiandoli su dei comodilettucci.

«Temo che questi uomini siano perduti» mormorò Holker.«Ai loro tempi l'elettricità non aveva ancora preso un così immenso sviluppo.Che cosa accadrà di loro? Io comincio ad aver paura.»

 

Il giorno dopoprima del mezzodìil vascello volanteimboccava il Tago ed entrava a tutta velocità nella capitale del Portogallo.

Brandok e Toby si erano a poco a poco tranquillizzatiperònon parevano più i due allegri amici di prima. Sembrava che una profondapreoccupazione turbasse i loro cervellied alla più piccola emozione iltremito ed i sussulti dei muscoli li riprendevano.

Il signor Holker che cominciava a spaventarsili fececondurre alla stazione dove aveva già noleggiato uno scompartimento speciale.

Venticinque minuti dopo i carrozzoni partivano entro il tubodella linea sotterraneacon una velocità di 200 km. all'ora.

La traversata della Spagna si compì in sei ore senzascendere in alcuna stazione. Holker che vedeva i suoi compagni aggravarsi semprepiùaveva fretta di giungere nella capitale francese per consultare uno diquegli scienziatisulla malattia che li aveva colpiti e che poteva forse averealtra origine.

Al mattino del giorno appresso scendevanoalla stazionedella capitale franceseraddoppiata ormai per superficie e per popolazione inquei cento annie diventata una delle città più industriali del mondo.

L'aria della grande capitalesatura di elettricità a causadel numero infinito delle sue macchine elettriche non fece che aggravare lecondizioni di Toby e Brandok.

Furono condotti in un albergo in preda al delirio.

Il signor Holkersempre più spaventatofece chiamaresubito uno dei più noti medici a cui raccontò ciò che era toccato ai suoidisgraziati amicinon dimenticando d'informarlo della loro miracolosarisurrezione.

La risposta che ne ebbe fu terribile.

«Quantunque io stenti a credere che questi uomini abbianotrovato il segreto di poter dormire un secolo intero» disse il medico «néioné altri potranno salvarli. Sia l'elettricità intensa a cui non eranoabituati o l'emozione prodotta dalle nostre meravigliose opereil loro cervelloha subito una scossa tale da non guarire mai più. Conduceteli fra le montagnedell'Alvernianel sanatorio del mio amico Bandin. Chissà! Forse l'ariavivificante di quelle vette potrebbe operare un miracolo.»

Lo stesso giornoil signor Holker con due infermieri e i duepazzi saliva su un vascello volante noleggiato appositamente e partiva perl'Alvernia.

Un mese più tardi egli riprendeva solo e triste la ferroviadi Parigi per far ritorno in America. Ormai aveva perduta ogni speranza.

Brandok e Toby erano stati dichiarati pazzie per di piùpazzi inguaribili.

«Tanto valeva che non si fossero risvegliati dal loro sonno secolare»mormorò il signor Holker con un lungo sospiroprendendo posto nelloscompartimento del carrozzone. «Io ora mi domando se aumentando la tensioneelettrical'umanità interain un tempo più o meno lontanonon finirà perimpazzire. Ecco un grande problema che dovrebbe preoccupare le menti dei nostriscienziati.»