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Carlo Goldoni

Le smanie per la villeggiatura

ATTO PRIMO

Rappresentata per la prima volta a Venezia al Teatro San Luca
il 5 ottobre 1761

PERSONAGGI

Filippocittadinovecchioe gioviale
Giacintafigliuola di Filippo
Leonardoamante di Giacinta
Vittoriasorella di Leonardo
Ferdinandoscrocco
Guglielmoamante di Giacinta
Fulgenzioattempato amico di Filippo
Paolocameriere di Leonardo
Brigidacameriera di Giacinta
Ceccoservitore di Leonardo
Bertoservitore di Leonardo

La scena si rappresenta a Livornoparte in casa di Leonardoe parte inquella di Filippo.

SCENA PRIMA

Camera in casa di Leonardo.
Paolo che sta riponendo degli abiti e della biancheria in un baulepoiLeonardo.

Leonardo: Che fate qui in questa camera? Si han da far cento cosee voiperdete il tempoe non se ne eseguisce nessuna. (A Paolo.)
Paolo: Perdonisignore. Io credo che allestire il baule sia una dellecose necessarie da farsi.
Leonardo: Ho bisogno di voi per qualche cosa di più importante. Il baulefatelo riempir dalle donne.
Paolo: Le donne stanno intorno della padrona; sono occupate per essaenon vi è caso di poterle nemmen vedere.
Leonardo: Quest'è il diffetto di mia sorella. Non si contenta mai.Vorrebbe sempre la servitù occupata per lei. Per andare in villeggiatura non lebasta un mese per allestirsi. Due donne impiegate un mese per lei. È una cosainsoffribile.
Paolo: Aggiungache non bastandole le due donnene ha chiamate duealtre ancora in aiuto.
Leonardo: E che fa ella di tanta gente? Si fa fare in casa qualche nuovovestito?
Paolo: Nonsignore. Il vestito nuovo glielo fa il sarto. In casa daqueste donne fa rinovare i vestiti usati. Si fa fare delle mantigliede'mantiglionidelle cuffie da giornodelle cuffie da notteuna quantitàdi forniture di pizzidi nastridi fiorettiun arsenale di roba; e tuttoquesto per andare in campagna. In oggi la campagna è di maggior soggezionedella città.
Leonardo: Sìè pur troppo verochi vuol figurare nel mondoconvienche faccia quello che fanno gli altri. La nostra villeggiatura di Montenero èuna delle più frequentatee di maggior impegno dell'altre. La compagniaconcui si ha da andareè di soggezione. Sono io pure in necessità di far di piùdi quello che far vorrei. Però ho bisogno di voi. Le ore passanosi ha dapartir da Livorno innanzi serae vo' che tutto sia lestoe non vogliochemanchi niente.
Paolo: Ella comandied io farò tutto quello che potrò fare.
Leonardo: Prima di tuttofacciamo un poco di scandaglio di quelchec'èe di quelloche ci vorrebbe. Le posate ho timore che siano poche.
Paolo: Due dozzine dovrebbero essere sufficienti.
Leonardo: Per l'ordinario lo credo anch'io. Ma chi mi assicurache nonvengano delle truppe d'amici? In campagna si suol tenere tavola aperta. Convienessere preparati. Le posate si mutano frequentementee due coltelliere nonbastano.
Paolo: La prego perdonarmise parlo troppo liberamente. Vossignoria nonè obbligata di fare tutto quello che fanno i marchesi fiorentiniche hannofeudi e tenute grandissimee carichee dignità grandiose.
Leonardo: Io non ho bisogno che il mio cameriere mi venga a fare ilpedante.
Paolo: Perdoni; non parlo più.
Leonardo: Nel casoin cui sonoho da eccedere le bisogna. Il mio casinodi campagna è contiguo a quello del signor Filippo. Egli è avvezzo a trattarsibene; è uomo splendidogeneroso; le sue villeggiature sono magnificheed ionon ho da farmi scorgerenon ho da scomparire in faccia di lui.
Paolo: Faccia tutto quello che le detta la sua prudenza.
Leonardo: Andate da monsieur Gurlande pregatelo per parte miache mifavorisca prestarmi due coltellierequattro sottocoppee sei candelierid'argento.
Paolo: Sarà servita.
Leonardo: Andate poscia dal mio droghierefatevi dare dieci libbre dicaffècinquanta libbre di cioccolataventi libbre di zuccheroe unsortimento di spezierie per cucina.
Paolo: Si ha da pagare?
Leonardo: Noditegliche lo pagherò al mio ritorno.
Paolo: Compatisca; mi disse l'altrieriche sperava prima ch'ella andassein campagnache lo saldasse del conto vecchio.
Leonardo: Non serve. Ditegliche lo pagherò al mio ritorno.
Paolo: Benissimo.
Leonardo: Fateche vi sia il bisogno di carte da giuoco con quel chepuò occorrere per seio sette tavolinie soprattutto che non manchino candeledi cera.
Paolo: Anche la cereria di Pisaprima di far conto nuovovorrebbe esserpagata del vecchio.
Leonardo: Comprate della cera di Venezia. Costa piùma dura piùed èpiù bella.
Paolo: Ho da prenderla coi contanti?
Leonardo: Fatevi dare il bisogno; si pagherà al mio ritorno.
Paolo: Signoreal suo ritorno ella avrà una folla di creditorichel'inquieteranno.
Leonardo: Voi m'inquietate più di tutti. Sono dieci anni che siete mecoe ogni anno diventate più impertinente. Perderò la pazienza.
Paolo: Ella è padrona di mandarmi via; ma iose parloparlo perl'amore che le professo.
Leonardo: Impiegate il vostro amore a servirmie non a seccarmi. Fatequel che vi ho dettoe mandatemi Cecco.
Paolo: Sarà obbedita. (Oh! vuol passar poco tempoche le grandezze divilla lo vogliono ridurre miserabile nella città). (Parte.)

 

SCENA SECONDA

Leonardopoi Cecco.

Leonardo: Lo veggo anch'ioche faccio più di quello che posso fare; malo fanno gli altrie non voglio esser di meno. Quell'avaraccio di mio ziopotrebbe aiutarmie non vuole. Ma se i conti non fallanoha da crepare primadi mee se non vuol fare un'ingiustizia al suo sangueho da esser io l'erededelle sue facoltà.
Cecco: Comandi.
Leonardo: Va' dal signor Filippo Ghiandinelli; se è in casafagli imiei complimentie digli che ho ordinato i cavalli di postae che verso leventidue partiremo insieme. Passa poi all'appartamento della signora Giacinta dilui figliuola; dilleo falle dir dalla camerierache mando a riverirlae adintendere come ha riposato la scorsa nottee che da qui a qualche ora sarò dalei. Osserva frattantose vi fosse per avventura il signor Guglielmoeinformati bene dalla gente di casase vi sia statose ha mandatoe se credonoch'ei possa andarvi. Fa bene tuttoe torna colla risposta.
Cecco: Sarà obbedita. (Parte.)

 

SCENA TERZA

Leonardopoi Vittoria.

Leonardo: Non posso soffrire che la signora Giacinta tratti Guglielmo.Ella dice che dee tollerarlo per compiacere il padre; che è un amico di casache non ha veruna inclinazione per lui; ma io non sono in obbligo di credertuttoe questa pratica non mi piace. Sarà bene che io medesimo solleciti diterminare il baule.
Vittoria: Signor fratelloè egli vero che avete ordinato i cavalli dipostae che si ha da partir questa sera?
Leonardo: Sì certo. Non si stabilì così fin da ieri?
Vittoria: Ieri vi ho detto che sperava di poter essere all'ordine perpartire; ma ora vi dico che non lo sonoe mandate a sospendere l'ordinazion deicavalliperché assolutamente per oggi non si può partire.
Leonardo: E perché per oggi non si può partire?
Vittoria: Perché il sarto non mi ha terminato il mio mariage.
Leonardo: Che diavolo è questo mariage?
Vittoria: È un vestito all'ultima moda.
Leonardo: Se non è finitove lo potrà mandare in campagna.
Vittoria: Nocerto. Voglio che me lo provie lo voglio veder finito.
Leonardo: Ma la partenza non si può differire. Siamo in concerto d'andarinsieme col signor Filippoe colla signora Giacintae si ha detto di partiroggi.
Vittoria: Tanto peggio. So che la signora Giacinta è di buon gustoenon voglio venire col pericolo di scomparire in faccia di lei.
Leonardo: Degli abiti ne avete in abbondanza; potete comparire al par dichi che sia.
Vittoria: Io non ho che delle anticaglie.
Leonardo: Non ve ne avete fatto uno nuovo anche l'anno passato?
Vittoria: Da un anno all'altro gli abiti non si possono più dire allamoda. È veroche li ho fatti rifar quasi tutti; ma un vestito novo ci vuoleè necessarioe non si può far senza.
Leonardo: Quest'anno corre il mariage dunque.
Vittoria: Sìcerto. L'ha portato di Torino madama Granon. Finora inLivorno non credo che se ne siano vedutie spero d'esser io delle prime.
Leonardo: Ma che abito è questo? Vi vuol tanto a farlo?
Vittoria: Vi vuol pochissimo. È un abito di seta di un color solocollaguarnizione intrecciata di due colori. Tutto consiste nel buon gusto discegliere colori buoniche si uniscano beneche risaltinoe non faccianoconfusione.
Leonardo: Orsùnon so che dire. Mi spiacerebbe di vedervi scontenta; main ogni modo s'ha da partire.
Vittoria: Io non vengo assolutamente.
Leonardo: Se non ci verrete voici anderò io.
Vittoria: Come! Senza di me? Avrete cuore di lasciarmi in Livorno?
Leonardo: Verrò poi a pigliarvi.
Vittoria: Nonon mi fido. Sa il Cieloquando verretee se resto quisenza di voiho paura che quel tisico di nostro zio mi obblighi a restar inLivorno con lui; e se dovessi star quiin tempo che l'altre vanno invilleggiaturami ammalerei di rabbiadi disperazione.
Leonardo: Dunque risolvetevi di venire.
Vittoria: Andate dal sartoed obbligatelo a lasciar tuttoed aterminare il mio mariage.
Leonardo: Io non ho tempo da perdere. Ho da far cento cose.
Vittoria: Maledetta la mia disgrazia!
Leonardo: Oh gran disgrazia invero! Un abito di meno è una disgrazialacrimosaintollerabileestrema. (Ironico.)
Vittoria: Sìsignorela mancanza di un abito alla moda può far perderil credito a chi ha fama di essere di buon gusto.
Leonardo: Finalmente siete ancora fanciullae le fanciulle non s'hanno amettere colle maritate.
Vittoria: Anche la signora Giacinta è fanciullae va con tutte le modecon tutte le gale delle maritate. E in oggi non si distinguono le fanciulledalle maritatee una fanciulla che non faccia quello che fanno l'altresuolpassare per zoticaper anticaglia; e mi maraviglio che voi abbiate di questemassimee che mi vogliate avvilita e strapazzata a tal segno.
Leonardo: Tanto fracasso per un abito?
Vittoria: Piuttosto che restar quio venir fuori senza il mio abitomicontenterei d'avere una malattia.
Leonardo: Il Cielo vi conceda la grazia.
Vittoria: Che mi venga una malattia? (Con isdegno.)
Leonardo: Noche abbiate l'abitoe che siate contenta.

 

SCENA QUARTA

Berto e detti.

Berto: Signoreil signor Ferdinando desidera riverirla. (A Leonardo.)
Leonardo: Vengavengaè padrone.
Vittoria: Sentimi. Va immediatamente dal sartoda monsieur de laRéjouissancee digli che finisca subito il mio vestitoche lo voglio primach'io parta per la campagnaaltrimenti me ne renderà contoe non farà piùil sarto in Livorno.
Berto: Sarà servita. (Parte.)
Leonardo: Viaacchetatevie non vi fate scorgere dal signor Ferdinando.
Vittoria: Che importa a me del signor Ferdinando? Io non mi prendosoggezione di lui. M'immagino che anche quest'anno verrà in campagna a piantareil bordone da noi.
Leonardo: Certomi ha dato speranza di venir con noie intende di farciuna distinzione; ma siccome è uno di quelli che si cacciano da per tuttoe sifanno merito rapportando qua e là i fatti degli altriconvien guardarsene enon fargli sapere ogni cosa; perché se sapesse le vostre smanie per l'abitosarebbe capace di porvi in ridicolo in tutte le compagniein tutte leconversazioni.
Vittoria: E perché dunque volete condur con noi questo cancheroseconoscete il di lui carattere?
Leonardo: Vedete bene: in campagna è necessario aver della compagnia.Tutti procurano d'aver più gente che possono; e poi si sente dire: il tale hadieci personeil tale ne ha seiil tale ottoe chi ne ha piùè piùstimato. Ferdinando poi è una persona che comoda infinitamente. Gioca a tuttoè sempre allegrodice delle buffoneriemangia benefa onore alla tavolasoffre la burlae non se ne ha a male di niente.
Vittoria: Sìsìè vero; in campagna questi caratteri sono necessari.Ma che fache non viene?
Leonardo: Eccolo lìch'esce dalla cucina.
Vittoria: Che cosa sarà andato a fare in cucina?
Leonardo: Curiosità. Vuol saper tutto. Vuol saper quel che si faquelche si mangiae poi lo dice per tutto.
Vittoria: Manco maleche di noi non potrà raccontare miserie.

 

SCENA QUINTA

Ferdinando e detti.

Ferdinando: Padroni miei riveriti. Il mio rispetto alla signora Vittoria.
Vittoria: Servasignor Ferdinando.
Leonardo: Sieteamicosiete dei nostri?
Ferdinando: Sìsarò con voi. Mi sono liberato da quel seccatore delconte Anselmoche mi voleva seco per forza.
Vittoria: Il conte Anselmo non fa una buona villeggiatura?
Ferdinando: Sìsi tratta benefa una buona tavola; ma da lui si fa unavita troppo metodica. Si va a cena a quattr'oree si va a letto alle cinque.
Vittoria: Oh! io non farei questa vita per tutto l'oro del mondo. Se vadoa letto prima dell'albanon è possibile ch'io prenda sonno.
Leonardo: Da noi sapete come si fa. Si giocasi balla; non si va mai acena prima delle otto; e poi col nostro carissimo faraoncino il piùdelle volte si vede il sole.
Vittoria: Questo si chiama vivere.
Ferdinando: E per questo ho preferito la vostra villeggiatura a quelladel conte Anselmo. E poi quell'anticaglia di sua moglie è una cosainsoffribile.
Vittoria: Sìsìvuol fare ancora la giovinetta.
Ferdinando: L'anno passatoi primi giorni sono stato io il cavalierservente; poi è capitato un giovanetto di ventidue annie ha piantato me perattaccarsi a lui.
Vittoria: Oh! che ti venga il bene. Con un giovanetto di ventidue anni?
Ferdinando: Sìe mi piace di dire la verità; era un biondinobencincinatobianco e rosso come una rosa.
Leonardo: Mi maraviglio di luiche avesse tal sofferenza.
Ferdinando: Sapetecom'è? È uno di quelli che non hanno il modochesi appoggiano qua e làdove possono; e si attaccano ad alcuna di questesignore antichettele quali pagano loro le postee danno loro qualche zecchinoancor per giocare.
Vittoria: (È una buona lingua per altro).
Ferdinando: A che ora si parte?
Vittoria: Non si sa ancora. L'ora non è stabilita.
Ferdinando: M'immagino che anderete in una carrozza da quattro posti.
Leonardo: Io ho ordinato un calesso per mia sorella e per meed uncavallo per il mio cameriere.
Ferdinando: Ed io come vengo?
Leonardo: Come volete.
Vittoria: Viavia. Il signor Ferdinando verrà con mevoi anderetenello sterzo col signor Filippo e la signora Giacinta. (A Leonardo.)(Farò meglio figura a andar in calesso con luiche con mio fratello).
Leonardo: Ma siete poi risolta di voler partire? (A Vittoria.)
Ferdinando: Che? Ci ha qualche difficoltà?
Vittoria: Vi potrebbe essere una picciola difficoltà.
Ferdinando: Se non siete sicuri di partireditemelo liberamente. Se nonvado con voiandrò con qualchedun altro. Tutti vanno in campagnae non voglioche dicanoch'io resto a far la guardia a Livorno.
Vittoria: (Sarebbe anche per me una grandissima mortificazione).

 

SCENA SESTA

Cecco e detti.

Cecco: Son quisignore... (A Leonardo.)
Leonardo: Accostati. (A Cecco.) Con licenza. (A Ferdinando.)
Cecco: (Il signor Filippo la riveriscee dice che circa ai cavalli dapostariposa sopra di lei. La signora Giacinta sta bene; lo sta attendendoelo prega sollecitareperché di notte non ha piacer di viaggiare).
Leonardo: (E di Guglielmo mi sai dir niente?).
Cecco: (Mi assicurano che questa mattina non si è veduto).
Leonardo: (Benissimo: son contento). Andrai ad avvisare il fattore dellapostache siano lesti i cavalli per ventun'ora.
Vittoria: Ma se quell'affare non fosse in ordine?...
Leonardo: Ci siao non ci sia. Veniteo non veniteio vo' partire alleventun'ora...
Ferdinando: Ed io per le ventuna sarò qui preparato.
Vittoria: Vorrei vedere ancor questa...
Leonardo: Sono in impegnoe per una scioccheria voi non mi faretemancare. Se vi fossero delle buone ragionipazienza; ma per uno stracciod'abito non si ha da restare. (A Vittoriae parte.)

 

SCENA SETTIMA

VittoriaFerdinando e Cecco.

Vittoria: (Povera mein che condizione miserabile che mi trovo! Non sonpadrona di me; ho da dipendere dal fratello. Non veggo l'ora di maritarmi;niente per altroche per poter fare a mio modo).
Ferdinando: Ditemi in confidenzasignorase si può dire: che cosa vimette in dubbio di partire o di non partire?
Vittoria: Cecco.
Cecco: Signora.
Vittoria: Sei tu stato dalla signora Giacinta?
Cecco: Sìsignora.
Vittoria: L'hai veduta?
Cecco: L'ho veduta.
Vittoria: E che cosa faceva?
Cecco: Si provava un abito.
Vittoria: Un abito nuovo?
Cecco: Novissimo.
Vittoria: (Oh maledizione! Se non ho il mionon parto assolutamente).
Ferdinando: (E che sìch'ella pure vorrebbe un vestito nuovoe non hadenari per farselo? Già tutti lo dicono: fratello e sorella sono due pazzi.Spendono più di quello che possonoe consumano in un mese a Montenero quelloche basterebbe loro un anno in Livorno).
Vittoria: Cecco.
Cecco: Signora.
Vittoria: E com'è quest'abito della signora Giacinta?
Cecco: Per dir la veritànon ci ho molto badatoma credo sia unvestito da sposa.
Vittoria: Da sposa? Hai tu sentito direche si faccia la sposa?
Cecco: Non l'ho sentito dire precisamente. Ma ho inteso una parolafranceseche ha detto il sartoche mi par di capirla.
Vittoria: Intendo anch'io il francese. Che cosa ha detto?
Cecco: Ha detto mariage.
Vittoria: (Ah! sìora ho capito; si fa ella pure il mariage: mipareva impossibile che non lo facesse). Dov'è Berto? Guardase trovi Berto. Senon c'ècorri dal mio sartoredigli che assolutamentein termine di tre orevo' che mi porti il mio mariage.
Cecco: Mariage non vuol dir matrimonio?
Vittoria: Il diavoloche ti porti. Va subitocorri. Fa quel che tidicoe non replicare.
Cecco: Sìsignorasubito corro. (Parte.)

 

SCENA OTTAVA

Vittoria e Ferdinando.

Ferdinando: Signoradite la veritàsareste in dubbio di partire per lamancanza dell'abito?
Vittoria: E bene? Mi dareste il torto per questo?
Ferdinando: Noavete tutte le ragioni del mondo: è una cosanecessarissima. Lo fanno tuttelo fanno quelle che non lo potrebbono fare.Conoscete la signora Aspasia?
Vittoria: La conosco.
Ferdinando: Se n'è fatto uno ella puree ha preso il drappo in credenzaper pagarlo uno scudo al mese. E la signora Costanza? La signora Costanzaperfarsi l'abito nuovoha venduto due paia di lenzuola ed una tovaglia di Fiandrae ventiquattro salviette.
Vittoria: E per qual impegnoper qual premura hanno fatto questo?
Ferdinando: Per andare in campagna.
Vittoria: Non so che direla campagna è una gran passionelecompatisco; se fossi nel caso loronon so anch'io che cosa farei. In città nonmi curo di far gran cose; ma in villa ho sempre paura di non comparirebastantemente... Fatemi un piaceresignor Ferdinandovenite con me.
Ferdinando: Dove abbiamo d'andare?
Vittoria: Dal sartoa gridarea strapazzarlo ben bene.
Ferdinando: Novolete ch'io v'insegni a farlo sollecitare?
Vittoria: E come direste voi che io facessi?
Ferdinando: Perdonate: lo pagate subito?
Vittoria: Lo pagherò al mio ritorno.
Ferdinando: Pagatelo prestoe sarete servita presto.
Vittoria: Lo pago quando voglioe vo' che mi serva quando mi pare. (Parte.)
Ferdinando: Bravissimabel costume! Far figura in campagnae farsimaltrattare in città. (Parte.)

 

SCENA NONA

Camera in casa di Filippo.
Filippo e Guglielmo incontrandosi.

Filippo: Ohsignor Guglielmoche grazieche finezze son queste?
Guglielmo: Il mio debitosignor Filippo; il mio debitoe niente più.So che oggi ella va in campagnae sono venuto ad augurarle buon viaggio e buonavilleggiatura.
Filippo: Caro amicosono obbligato all'amor vostroalla vostraattenzione; oggi finalmente si anderà in campagna. In quanto a me ci sarei chesarebbe un mesee ai miei tempiquando era giovanesi anticipavano levilleggiaturee si anticipava il ritorno. Fatto il vinosi ritornava incittà; ma allora si andava per fare il vinoora si va per divertimentoe sista in campagna col freddoe si vedono seccar le foglie sugli alberi.
Guglielmo: Ma non siete voi il padrone? Perché non andate quando viparee non tornate quando vi comoda?
Filippo: Sìdite benelo potrei fare; ma sono stato sempre di buonumore; mi ha sempre piacciuto la compagniae nell'età in cui sonomi piaceviveremi piace ancora godere un poco di mondo. Se dico d'andar in villa ilsettembrenon c'è un can che mi seguitinessuno vuol venire con me asagrificarsi. Anche mia figlia alza il grugnoe non ho altri al mondo che lamia Giacintae desidero soddisfarla. Si vaquando vanno gli altried io milascio regolar dagli altri.
Guglielmo: Veramente quello che si fa dalla maggior partesi deecredereche sia sempre il meglio.
Filippo: Non semprenon sempreci sarebbe molto che dire. Voi dove fatequest'anno la vostra villeggiatura?
Guglielmo: Non so; non ho ancora fissato. (Ah! se potessi andare con lui;se potessi villeggiare coll'amabile sua figliuola!)
Filippo: Vostro padre era solito villeggiare sulle colline di Pisa.
Guglielmo: È verissimo. Colà sono situati i nostri poderie vi èun'abitazione passabile. Ma io son soloe diròcome dite voi: star solo incampagna è un morir di malinconia.
Filippo: Volete venir con noi?
Guglielmo: Oh! signor Filippoio non ho alcun meritoné oserei di darea voi quest'incomodo.
Filippo: Io non son uomo di ceremonie. Posso adattarmi allo stile modernoin tutt'altrofuor che nell'uso de' complimenti. Se volete venirevi esibiscoun buon lettouna mediocre tavolaed un cuore sempre aperto agli amiciesempre eguale con tutti.
Guglielmo: Non so che dire. Siete così obbligantech'io non possoricusare le grazie vostre.
Filippo: Così va fatto. Venitee stateci fin che vi pare; nonpregiudicate i vostri interessie stateci fin che vi pare.
Guglielmo: A che ora destinate voi di partire?
Filippo: Non lo so; intendetevi col signor Leonardo.
Guglielmo: Viene con voi il signor Leonardo?
Filippo: Sìcertoabbiamo destinato d'andare insieme con lui e con suasorella. Le nostre case di villa sono vicinesiamo amicie anderemo insieme.
Guglielmo: (Questa compagnia mi dispiace. Ma né anche per ciò voglioperdere l'occasione favorevole di essere in compagnia di Giacinta).
Filippo: Ci avete delle difficoltà?
Guglielmo: Nonsignore. Pensava orase dovea prendere un calessooessendo soloun cavallo da sella.
Filippo: Facciamo così. Noi siamo in treed abbiamo un legno daquattrovenite dunque con noi.
Guglielmo: Chi è il quartose è lecito?
Filippo: Una mia cognata vedovache viene con noi per custodia di miafigliuola; non già ch'ella abbia bisogno di essere custoditaché ha giudizioda séma per il mondonon avendo madreè necessario che vi sia una donnaattempata.
Guglielmo: Va benissimo. (Procurerò ben io di cattivarmi l'animo dellavecchia).
Filippo: E così? Vi comoda di venir con noi?
Guglielmo: Anzi è la maggiore finezza che io possa ricevere.
Filippo: Andate dunque dal signor Leonardoe ditegli che non s'impegnicon altri per il postoche è destinato per voi.
Guglielmo: Non potreste farmi voi il piacere di mandar qualcheduno?
Filippo: I miei servitori sono tutti occupati. Scusateminon mi pare didarvi sì grande incomodo.
Guglielmo: Non dico diversamente. Aveva un certo picciolo affare. Bastanon occorr'altro. Anderò io ad avvisarlo. (Dica Leonardo quel che sa direprenda la cosa come gli pareci penso pocoe non ho soggezione di lui). SignorFilippoa buon rivederci.
Filippo: Non vi fate aspettare.
Guglielmo: Sarò sollecito. Ho degli stimoliche mi faranno sollecitare.(Parte.)

 

SCENA DECIMA

Filippopoi Giacinta e Brigida.

Filippo: Orche ci penso. Non vorrei che mi criticasseroinvitando ungiovane a venir con noiavendo una figliuola da maritare. Madiacineè unacosa che in oggi si accostuma da tantiperché hanno da criticare me solo?Potrebbono anche dire del signor Leonardoche viene con noie di meche vadocon sua sorellache sono vecchioè veroma non sono poi sì vecchioche nonpotessero sospettare. Eh! al giorno d'oggi non vi è malizia. Pare chel'innocenza della campagna si comunichi ai cittadini. Non si usa in villa quelrigore che si pratica nelle città; e poi in casa mia so quanto mi possocompromettere: mia figlia è saviaè bene educata. Eccolache tu siabenedetta!
Giacinta: Signor padremi favorisca altri sei zecchini.
Filippo: E per che farefigliuola mia?
Giacinta: Per pagare la sopravveste di seta da portar per viaggio perripararsi dalla polvere.
Filippo: (Poh! non si finisce mai). Ed è necessarioche sia di seta?
Giacinta: Necessarissimo. Sarebbe una villania portare la polverinadi tela; vuol essere di setae col capuccietto.
Filippo: Ed a che fine il capuccietto?
Giacinta: Per la notteper l'ariaper l'umidoper quando è freddo.
Filippo: Ma non si usano i cappellini? I cappellini non riparano meglio?
Giacinta: Ohi cappellini!
Brigida: Ohohohi cappellini!
Giacinta: Che ne diciehBrigida? I cappellini!
Brigida: Fa morir di ridere il signor padrone. I cappellini!
Filippo: Che! ho detto qualche sproposito? Qualche bestialità? A che fartante maraviglie? Non si usavano forse i cappellini?
Giacinta: Goffagginigoffaggini.
Brigida: Anticaglieanticaglie.
Filippo: Ma quanto saràche non si usano più i cappellini?
Giacinta: Oh! due anni almeno.
Filippo: E in due anni sono venuti anticaglie?
Brigida: Ma non sapetesignoreche quello che si usa un annonon siusa l'altro?
Filippo: Sìè vero. Ho veduto in pochissimi anni cuffiecuffiotticappellinicappelloni; ora corrono i cappuccietti; m'aspettoche l'annoventuro vi mettiate in testa una scarpa.
Giacinta: Ma voi che vi maravigliate tanto delle donneditemi un pocogli uomini non fanno peggio di noi? Una voltaquando viaggiavano per lacampagnasi mettevano il loro buon giubbone di pannole gambiere di lanalescarpe grosse: ora portano anch'eglino la polverinagli scappinetticolle fibbie di brillie montano in calesso colle calzoline di seta.
Brigida: E non usano più il bastone.
Giacinta: Ed usano il palossetto ritorto.
Brigida: E portano l'ombrellino per ripararsi dal sole.
Giacinta: E poi dicono di noi.
Brigida: Se fanno peggio di noi.
Filippo: Io non so niente di tutto questo. So che come s'andavacinquant'anni sonovado ancora presentemente.
Giacinta: Questi sono discorsi inutili. Favoritemi sei zecchini.
Filippo: Sìveniamo alla conclusione; lo spendere è sempre stato allamoda.
Giacinta: Mi pare di essere delle più discrete.
Brigida: Oh! signorenon sapete niente. Date un'occhiata in villa a quelche fanno le altree me la saprete poi raccontare.
Filippo: Sicché dunque devo ringraziare la mia figliuolache mi fa lafinezza di farmi risparmiare moltissimo.
Brigida: Vi assicuro che una fanciulla più economa non si dà.
Giacinta: Mi contento del puro puro bisognevolee niente più.
Filippo: Figliuola miasia bisognevoleo non sia bisognevolesapetech'io desidero soddisfarvie i sei zecchini venite a prenderli nella miacamerache ci saranno. Ma circa all'economiastudiatela un poco piùperchése vi maritatesarà difficile che troviate un marito del carattere di vostropadre.
Giacinta: A che ora si parte?
Filippo: (A proposito). Io penso verso le ventidue.
Giacinta: Oh! credo che si partirà prima. E chi viene in carrozza connoi?
Filippo: Ci verrò ioci verrà vostra ziae per quarto un galantuomoun mio amico che conoscete anche voi.
Giacinta: Qualche vecchio forse?
Filippo: Vi dispiacerebbe che fosse un vecchio?
Giacinta: Oh! nonsignore. Non ci pensobasta che non sia una marmotta.Se è anche vecchioquando sia di buon umoreson contentissima.
Filippo: È un giovane.
Brigida: Tanto meglio.
Filippo: Perché tanto meglio?
Brigida: Perché la gioventù naturalmente è più vivaceè piùspiritosa. Starete allegri; non dormirete per viaggio.
Giacinta: E chi è questo signore?
Filippo: È il signor Guglielmo.
Giacinta: Sìsìè un giovane di talento.
Filippo: Il signor Leonardomi figuroandrà in calesso con suasorella.
Giacinta: Probabilmente.
Brigida: Ed iosignorecon chi anderò?
Filippo: Tu andraicome sei solita andare; per marein una felucacolla mia gente e con quella del signor Leonardo.
Brigida: Masignoreil mare mi fa sempre malee l'anno passato hocorso pericolo d'annegarmie quest'anno non ci vorrei andare.
Filippo: Vuoich'io ti prenda un calesso apposta?
Brigida: Compatitemicon chi va il cameriere del signor Leonardo?
Giacinta: Appunto: il suo cameriere lo suol condurre per terra. PoveraBrigidalasciate che ella vada con esso lui.
Filippo: Col cameriere?
Giacinta: Sìcosa avete paura? Ci siamo noi; e poi sapete che Brigidaè una buona fanciulla.
Brigida: In quanto a mevi protestomonto in sediami metto a dormiree non lo guardo in faccia nemmeno
Giacinta: È giusto ch'io abbia meco la mia cameriera.
Brigida: Tutte le signore la conducono presso di loro.
Giacinta: Per viaggio mi possono abbisognar cento cose.
Brigida: Almeno son lì pronta per assistereper servir la padrona.
Giacinta: Caro signor padre.
Brigida: Caro signor padrone.
Filippo: Non so che dire; non so dir di nonon son capace di dir di noe non dirò mai di no. (Parte.)

 

SCENA UNDICESIMA

Giacinta e Brigida.

Giacinta: Sei contenta?
Brigida: Brava la mia padrona.
Giacinta: Oh! io poi ho questo di buono; faccio far alla gente tuttoquello che io voglio.
Brigida: Macome andrà la faccenda col signor Leonardo?
Giacinta: Su che proposito?
Brigida: Sul proposito del signor Guglielmo; sapete quanto è geloso; ese lo vede in carrozza con voi...
Giacinta: Converrà che lo soffra.
Brigida: Io ho paura che si disgusterà.
Giacinta: Con chi?
Brigida: Con voi.
Giacinta: Eh! per appunto. Gliene ho fatte soffrir di peggio.
Brigida: Compatitemisignora padronail poverino vi vuol troppo bene.
Giacinta: Ed io non gli voglio male.
Brigida: Ei si lusingache siate un giorno la di lui sposa.
Giacinta: E può anche essere che ciò succeda.
Brigida: Ma se avesse questa buona intenzioneprocurate un poco più direnderlo soddisfatto.
Giacinta: Anzi per lo contrarioprevedendo ch'ei possa un giorno esseremio maritovo' avvezzarlo per tempo a non esser gelosoa non esser sofisticoa non privarmi dell'onesta mia libertà. Se principia ora a pretendereacomandarese gli riesce ora d'avvilirmidi mettermi in soggezioneè finita:sarò schiava perpetuamente. O mi vuol beneo non mi vuol bene. Se mi vuolbenes'ha da fidarese non mi vuol beneche se ne vada.
Brigida: Dice per altro il proverbio: chi amateme; e se dubitadubiterà per amore.
Giacinta: Questo è un amore che non mi comoda.
Brigida: Diciamola fra di noi; voi l'amate pochissimo il signor Leonardo.
Giacinta: Io non so quanto l'ami; ma so che l'amo più di quello ch'ioabbia amato nessuno; e non avrei difficoltà a sposarloma non a costo diessere tormentata.
Brigida: Compatitemiquesto non è vero amore.
Giacinta: Non so che fare. Io non ne conosco di meglio.
Brigida: Mi pare di sentir gente.
Giacinta: Va a vedere chi è.
Brigida: Oh! appunto è il signor Leonardo.
Giacinta: Che vuol dir che non viene innanzi?
Brigida: E che sìche ha saputo del signor Guglielmo?
Giacinta: O primao dopol'ha da sapere.
Brigida: Non viene. C'è del male. Voleteche io vada a vedere?
Giacinta: Sìva a vederefallo venire innanzi.
Brigida: (Capperinon mi preme per luimi preme per il cameriere). (Parte.)

 

SCENA DODICESIMA

Giacinta e Leonardo.

Giacinta: Sìlo amolo stimolo desideroma non posso soffrire lagelosia.
Leonardo: Servitor suosignora Giacinta. (Sostenuto.)
Giacinta: Padronesignor Leonardo. (Sostenuta.)
Leonardo: Scusi se son venuto ad incomodarla.
Giacinta: Fa graziasignor ceremonierefa grazia. (Con ironia.)
Leonardo: Sono venuto ad augurarle buon viaggio.
Giacinta: Per dove?
Leonardo: Per la campagna.
Giacinta: E ella non favorisce?
Leonardo: Non signora.
Giacinta: Perchése è lecito?
Leonardo: Perché non le vorrei essere di disturbo.
Giacinta: Ella non incomoda mai; favorisce sempre. È così graziosochefavorisce sempre. (Con ironia.)
Leonardo: Non sono io il grazioso. Il grazioso lo averà seco lei nellasua carrozza.
Giacinta: Io non dispongosignore. Mio padre è il padroneed èpadrone di far venire chi vuole.
Leonardo: Ma la figliuola si accomoda volentieri.
Giacinta: Se volentierio malvolentierivoi non avete da farl'astrologo.
Leonardo: Alle cortesignora Giacinta. Quella compagnia non mi piace.
Giacinta: È inutile che a me lo diciate.
Leonardo: E a chi lo devo dire?
Giacinta: A mio padre.
Leonardo: Con lui non ho libertà di spiegarmi.
Giacinta: Né io ho l'autorità di farlo fare a mio modo.
Leonardo: Ma se vi premesse la mia amiciziatrovereste la via di nondisgustarmi.
Giacinta: Come? Suggeritemi voi la maniera.
Leonardo: Oh! non mancano pretestiquando si vuole.
Giacinta: Per esempio?
Leonardo: Per esempio si fa nascere una novitàche differisca l'andatae si acquista tempo; e quando premesi tralascia d'andarepiuttosto chedisgustare una persona per cui si ha qualche stima.
Giacinta: Sìper farsi ridicoliquesta è la vera strada.
Leonardo: Eh! dite che non vi curate di me.
Giacinta: Ho della stimaho dell'amore per voi; ma non voglio per causavostra fare una trista figura in faccia del mondo.
Leonardo: Sarebbe un gran maleche non andaste un anno in villeggiatura?
Giacinta: Un anno senza andare in villeggiatura! Che direbbero di me aMontenero? Che direbbero di me a Livorno? Non avrei più ardire di mirar infaccia nessuno.
Leonardo: Quand'è cosìnon occorr'altro. Vadasi divertae buon prole faccia.
Giacinta: Ma ci verrete anche voi.
Leonardo: Non signoranon ci verrò.
Giacinta: Eh! sìche verrete. (Amorosamente.)
Leonardo: Con colui non ci voglio andare.
Giacinta: E che cosa vi ha fatto colui?
Leonardo: Non lo posso vedere.
Giacinta: Dunque l'odioche avete per luiè più grande dell'amore cheavete per me.
Leonardo: Io l'odio appunto per causa vostra.
Giacinta: Ma per qual motivo?
Leonardo: Perchéperché*... non mi fate parlare.
Giacinta: Perché ne siete geloso?
Leonardo: Sìperché ne sono geloso.
Giacinta: Qui vi voleva. La gelosia che avete di luiè un'offesachefate a mee non potete essere di lui gelososenza credere me una frascaunacivettauna banderuola. Chi ha della stima per una personanon può nutriretai sentimentie dove non vi è stimanon vi può essere amore; e se non miamatelasciatemie se non sapete amareimparate. Io vi amoe son fedeleeson sincerae so il mio doveree non vo' gelosiee non voglio dispettie nonvoglio farmi ridicola per nessunoe in villa ci ho d'andareci devo andareeci voglio andare. (Parte.)
Leonardo: Vache il diavolo ti strascini. Ma no; può essere che tu nonci vada. Farò tanto forseche non ci anderai. Maladetto sia il villeggiare. Invilla ha fatto quest'amicizia. In villa ha conosciuto costui. Si sagrifichitutto: dica il mondo quel che sa dire; dica mia sorella quel che vuol dire. Nonsi villeggia piùnon si va più in campagna.

SCENA PRIMA

Camera di Leonardo.
Vittoria e Paolo.

Vittoria: Viavianon istate più a taroccare. Lasciateche le donnefiniscano di fare quel che hanno da faree piuttosto v'aiuterò a terminare ilbaule per mio fratello.
Paolo: Non soche dire. Siamo tanti in casae pare ch'io solo abbia dafare ogni cosa.
Vittoria: Prestopresto. Facciamoche quando torna il signor Leonardotrovi tutte le cose fatte. Ora son contentissimaa mezzogiorno avrò in casa ilmio abito nuovo.
Paolo: Gliel'ha poi finito il sarto?
Vittoria: Sìl'ha finito; ma da colui non mi servo più.
Paolo: E perchésignora? Lo ha fatto male?
Vittoria: Noper dir la veritàè riuscito bellissimo. Mi sta beneèun abito di buon gustoche forse forse farà la prima figurae farà creparqualcheduno d'invidia.
Paolo: E perché dunque è sdegnata col sarto?
Vittoria: Perché mi ha fatto un'impertinenza. Ha voluto i danari subitoper la stoffa e per la fattura.
Paolo: Perdoninon mi par che abbia gran torto. Mi ha detto più volteche ha un conto lungoe che voleva esser saldato.
Vittoria: E benedoveva aggiungere alla lunga polizza anche questocontoe sarebbe stato pagato di tutto.
Paolo: E quando sarebbe stato pagato?
Vittoria: Al ritorno della villeggiatura.
Paolo: Crede ella di ritornar di campagna con dei quattrini?
Vittoria: È facilissimo. In campagna si gioca. Io sono piuttostofortunata nel giocoe probabilmente l'avrei pagato senza sagrificare quel pocoche mio fratello mi passa per il mio vestito.
Paolo: A buon conto quest'abito è pagatoe non ci ha più da pensare.
Vittoria: Sìma sono restata senza quattrini.
Paolo: Che importa? Ella non ne ha per ora da spendere.
Vittoria: E come ho da far a giocare?
Paolo: Ai giochetti si può perder poco.
Vittoria: Oh! io non gioco a giochetti. Non ci ho piacerenon voapplicare. In città gioco qualche volta per compiacenza; ma in campagna il miodivertimentola mia passioneè il faraone.
Paolo: Per quest'anno le converrà aver pazienza.
Vittoria: Ohquesto poino. Vo' giocareperché mi piace giocare. Vo'giocareperché ho bisogno di vincereed è necessario che io giochiper nonfar dire di me la conversazione. In ogni caso io mi fidoio mi comprometto divoi.
Paolo: Di me?
Vittoria: Sìdi voi. Sarebbe gran cosache mi anticipaste qualchedanaroa conto del mio vestiario dell'anno venturo?
Paolo: Perdoni. Mi pare che ella lo abbia intaccato della metà almeno.
Vittoria: Che importa? Quando l'ho avutol'ho avuto. Io non credochevi farete pregare per questo.
Paolo: Per me la servirei volentierima non ne ho. È vero chequantunque io non abbia che il titoloed il salario di cameriereho l'onor diservire il padrone da fattore e da mastro di casa. Ma la cassa ch'io tengo ècosì ristrettache non arrivo mai a poter pagare quello che alla giornata sispende; e per dirle la veritàsono indietro anch'io di sei mesi del mioonorario.
Vittoria: Lo dirò a mio fratelloe mi darà egli il bisogno.
Paolo: Signorasi accerti che ora è più che mai in ristrettezzegrandissimee non si lusinghiperché non le può dar niente.
Vittoria: Ci sarà del grano in campagna.
Paolo: Non ci sarà nemmeno il bisogno per fare il pane che occorre.
Vittoria: L'uva non sarà venduta.
Paolo: È venduta anche l'uva.
Vittoria: Anche l'uva?
Paolo: E se andiamo di questo passosignora...
Vittoria: Non sarà così di mio zio.
Paolo: Oh! quello ha il granoil vino e i danari.
Vittoria: E non possiamo noi prevalerci di qualche cosa?
Paolo: Non signora. Hanno fatto le divisioni. Ciascheduno conosce il suo.Sono separate le fattorie. Non vi è niente da sperare da quella parte.
Vittoria: Mio fratello dunque va in precipizio.
Paolo: Se non ci rimedia.
Vittoria: E come avrebbe da rimediarci?
Paolo: Regolar le spese. Cambiar sistema di vivere. Abbandonarsoprattutto la villeggiatura.
Vittoria: Abbandonar la villeggiatura? Si vede bene che siete un uomo daniente. Ristringa le spese in casa. Scemi la tavola in cittàminori laservitù; le dia meno salario. Si vesta con meno sfarzorisparmi quel che gettain Livorno. Ma la villeggiatura si deve faree ha da essere da par nostrograndiosa secondo il solitoe colla solita proprietà.
Paolo: Crede ellache possa durar lungo tempo?
Vittoria: Che duri fin che io ci sono. La mia dote è in depositoespero che non tarderò a maritarmi.
Paolo: E intanto?...
Vittoria: E intanto terminiamo il baule.
Paolo: Ecco il padrone.
Vittoria: Non gli diciamo niente per ora. Non lo mettiamo in melanconia.Ho piacere che sia di buon animoche si parta con allegria. Terminiamo di empiril baule. (Si affrettano tutti e due a riporre il baule.)

 

SCENA SECONDA

Leonardo e detti.

Leonardo: (Ah! vorrei nascondere la mia passionema non so se saràpossibile. Sono troppo fuor di me stesso).
Vittoria: Eccoci quisignor fratelloeccoci qui a lavorare per voi.
Leonardo: Non vi affrettate. Può essere che la partenza si differisca.
Vittoria: Nonosollecitatela pure. Io sono in ordineil mio mariageè finito. Son contentissimanon vedo l'ora d'andarmene.
Leonardo: Ed iosul supposto di far a voi un piacereho cambiatodisposizionee per oggi non si partirà.
Vittoria: E ci vuol tanto a rimettere le cose in ordine per partire?
Leonardo: Per oggivi diconon è possibile.
Vittoria: Viaper oggi pazienza. Si partirà domattina pel fresco; nonè così?
Leonardo: Non lo so. Non ne son sicuro.
Vittoria: Ma voi mi volete far dare alla disperazione.
Leonardo: Disperatevi quanto voletenon so che farvi.
Vittoria: Bisogna dire che vi siano de' gran motivi.
Leonardo: Qualche cosa di più della mancanza d'un abito.
Vittoria: E la signora Giacinta va questa sera?
Leonardo: Può essere ch'ella pure non vada.
Vittoria: Ecco la gran ragione. Eccolo il gran motivo. Perché non partela bellanon vorrà partire l'amante. Io non ho che fare con leie si puòpartire senza di lei.
Leonardo: Partiretequando a me parerà di partire.
Vittoria: Questo è un tortoquesta è un'ingiustiziache voi mi fate.Io non ho da restar in Livornoquando tutti vanno in campagnae la signoraGiacinta mi sentirà se resterò a Livorno per lei.
Leonardo: Questo non è ragionare da fanciulla propriae civilecomevoi siete. E voi che fate colà rittorittocome una statua? (A Paolo.)
Paolo: Aspetto gli ordini. Sto a vedersto a sentire. Non sos'io abbiaa seguitar a fareo a principiar a disfare.
Vittoria: Seguitate a fare.
Leonardo: Principiate a disfare.
Paolo: Fare e disfare è tutto lavorare. (Levando dal baule.)
Vittoria: Io butterei volentieri ogni cosa dalla finestra.
Leonardo: Principiate a buttarvi il vostro mariage.
Vittoria: Sìse non vado in campagnalo straccio in centomila pezzi.
Leonardo: Che cosa c'è in questa cassa? (A Paolo.)
Paolo: Il caffèla cioccolatalo zuccherola cera e le spezierie.
Leonardo: M'immagino che niente di ciò sarà stato pagato.
Paolo: Con che vuol ella ch'io abbia pagato? So bene che per aver questaroba a creditoho dovuto sudare; e i bottegai mi hanno maltrattatocome se iol'avessi rubata.
Leonardo: Riportate ogni cosa a chi ve l'ha datae fate che depennino lapartita.
Paolo: Sìsignore. Ehi! chi è di là? Aiutatemi. (Vien servito.)
Vittoria: (Ohpovera me! La villeggiatura è finita).
Paolo: Bravosignor padrone: così va bene. Far manco debiti che sipuò.
Leonardo: Il malan che vi colga. Non mi fate il dottoreche perderò lapazienza.
Paolo: (Andiamoandiamoprima che si penta. Si vedeche non lo fa pereconomialo fa per qualche altro diavolo che ha per il capo). (Porta via lacassettae parte.)

 

SCENA TERZA

Vittoria e Leonardo.

Vittoria: Ma si può sapere il motivo di questa vostra disperazione?
Leonardo: Non lo so nemmen io.
Vittoria: Avete gridato colla signora Giacinta?
Leonardo: Giacinta è indegna dell'amor mioè indegna dell'amiciziadella mia casae ve lo dicoe ve lo comandonon vo' che la pratichiate.
Vittoria: Eh! giàquando penso una cosanon fallo mai. L'ho dettoecosì è. Non si va più in campagna per ragione di quella sguaiataed ella cianderàed io non ci potrò andare. E si burleranno di me.
Leonardo: Eh! corpo del diavolonon ci anderà nemmen ella. Farò tantoche non ci anderà.
Vittoria: Se non ci andasse Giacintami pare che mi spiacerebbe meno dinon andar io. Ma ella sìed io no? Ella a far la graziosa in villaed iorestar in città? Sarebbe una cosasarebbe una cosa da dar la testa nellemuraglie.
Leonardo: Vedreteche ella non anderà. Per conto mioho levatol'ordine de' cavalli.
Vittoria: Oh sìpeneranno assai a mandar eglino alla posta!
Leonardo: Eh! ho fatto qualche cosa di più. Ho fatto dir delle cose alsignor Filippoche se non è stolidose non è un uomo di stuccononcondurrà per ora la sua figliuola in campagna.
Vittoria: Ci ho gusto. Anch'ella sfoggierà il suo grand'abito in Livorno.La vedrò a passeggiar sulle mura. Se l'incontrole vo' dar la baia a dovere.
Leonardo: Io non voglio che le parliate.
Vittoria: Non le parlerònon le parlerò. So corbellare senza parlare.

 

SCENA QUARTA

Ferdinandoda viaggioe detti.

Ferdinando: Eccomi quieccomi lestoeccomi preparato pel viaggio.
Vittoria: Oh! sìavete fatto bene ad anticipare.
Leonardo: Caro amicomi dispiace infinitamentema sappiate che per unmio premuroso affareper oggi non parto più.
Ferdinando: Ohcospetto di bacco! Quando partirete? Domani?
Leonardo: Non sopuò essere che differiscaper qualche giornoe puòanche essereche per quest'anno i miei interessi m'impediscano di villeggiare.
Ferdinando: (Povero diavolo! Sarà per mancanza di calor naturale).
Vittoria: (Quando ci pensoper altromi vengono i sudori freddi).
Leonardo: Voi potrete andare col conte Anselmo.
Ferdinando: Eh! a me non mancano villeggiature. Il conte Anselmo l'holicenziato; fo il mio contoche andrò col signor Filippoe colla signoraGiacinta.
Vittoria: Oh! la signora Giacinta per quest'anno potrebbe anch'ella morircolla voglia in corpo.
Ferdinando: Io vengo di là in questo puntoe ho veduto che sono inordine per partireed ho sentito che hanno mandato a ordinare i cavalli perventun'ora.
Vittoria: Sentesignor Leonardo?
Leonardo: (Il signor Fulgenzio non avrà ancora parlato al signorFilippo).
Ferdinando: Ehin quella casa non tremano. Il signor Filippo si trattada gran signoree non ha impicci in Livornoche gl'impediscano la suamagnifica villeggiatura.
Vittoria: Sentesignor Leonardo?
Leonardo: Sentosentoed ho sentitoed ho sofferto abbastanza. Mi ènoto il vostro stile satirico. In casa miain città e fuorisiete stato piùvoltee non siete morto di fame; e se non vado in villaho i miei motivi pernon andarvie non ho da render conto di me a nessuno. Andate da chi vi pareenon vi prendete più l'incomodo di venir da me. (Scrocchi insolentimormoratoriindiscreti!). (Parte.)

 

SCENA QUINTA

Vittoria e Ferdinando.

Ferdinando: È impazzito vostro fatello? Che cosa ha egli con me? Di chepuò lamentarsi dei fatti miei?
Vittoria: Veramente pare dal vostro modo di direche noi non possiamoandare in campagna per mancanza del bisognevole.
Ferdinando: Io? Mi maraviglio. Per gli amici mi farei ammazzare:difenderei la vostra riputazione colla spada alla mano. Se ha degli affari inLivornochi l'obbliga a andar in villa? Se ho detto che il signor Filippo nonha interessiche lo trattenganom'intesi direperché il signor Filippo è unvecchio pazzoche trascura gli affari suoi per tripudiareper scialacquare; ela sua figliuola ha meno giudizio di luiche gli fa spendere l'osso del colloin centomila corbellerie. Io stimo la prudenza del signor Leonardoe stimo laprudenza vostrache sa addattarsi alle congiunture; e si fa quello che si puòe che si rovinino quelli che si vogliono rovinare.
Vittoria: Ma siete curioso per altro. Mio fratello non resta in Livornoper il bisogno.
Ferdinando: Lo so; ci resta per la necessità.
Vittoria: Necessità di che?
Ferdinando: Di accudire agli affari suoi.
Vittoria: E la signora Giacinta credete voi che ci vada in campagna?
Ferdinando: Senz'altro.
Vittoria: Sicuro?
Ferdinando: Infallibilmente.
Vittoria: (Io ho paura che mio fratello me la voglia dare ad intendere.Che dica di non andaree poi mi piantie se ne vada da sé).
Ferdinando: Ho veduto l'abito della signora Giacinta.
Vittoria: È bello?
Ferdinando: Bellissimo.
Vittoria: Più del mio?
Ferdinando: Più del vostro non dico; ma è bello assai; e in campagna hada fare una figura strepitosissima.
Vittoria: (Ed io ho da restare col mio bell'abito a spazzar le strade inLivorno?).
Ferdinando: Quest'anno io credo che si farà a Montenero una bellissimavilleggiatura.
Vittoria: Per qual ragione?
Ferdinando: Vi hanno da essere delle signore di piùdelle sposenovelletutte magnifichetutte in galae le donne traggono seco gli uominiedove vi è della gioventùtutti corrono. Vi sarà gran giocogran feste diballo. Ci divertiremo infinitamente.
Vittoria: (Ed io ho da stare in Livorno?).
Ferdinando: (Si rodesi macera. Ci ho un gusto pazzo).
Vittoria: (Nonon ci voglio stare; Se credessi cacciarmi per forza conqualche amica).
Ferdinando: Signora Vittoriaa buon riverirla.
Vittoria: La riverisco.
Ferdinando: A Montenero comanda niente?
Vittoria: Eh! può essere che ci vediamo.
Ferdinando: Se verràci vedremo. Se non verràle faremo un brindisi.
Vittoria: Non vi è bisogno ch'ella s'incomodi.
Ferdinando: Viva il bel tempo! Viva l'allegriaviva la villeggiatura!Servitore umilissimo.
Vittoria: La riverisco divotamente.
Ferdinando: (Se non va in campagnaella crepa prima che termini questomese). (Parte.)

 

SCENA SESTA

Vittoria (sola):

Ma! La cosa è così pur troppo. Quando si è sul candelierequando si èsul piede di seguitare il gran mondouna volta che non si possasi attiranogli schernie le derisioni. Bisognerebbe non aver principiato. Oh! costa moltoil dover discendere. Io non ho tanta virtùche basti. Sono in un'afflizionegrandissimae il mio maggior tormento è l'invidia. Se le altre non andasseroin villanon ci sarebbe pericoloch'io mi rammaricassi per non andarvi. Ma chisa maise Giacinta ci vada o non ci vada? Ella mi sta sul cuore più dellealtre. Vo' assicurarmenelo vo' sapere di certo. Vo' andar io medesima aritrovarla. Dica mio fratello quel che sa dire. Questa curiosità vo' cavarmela.Nasca quel che sa nascerevo' soddisfarmi. Son donnason giovane. Mi hannosempre lasciato fare a mio modoed è difficile tutt'ad un tratto farmi cambiarcostumefarmi cambiare temperamento. (Parte.)

 

SCENA SETTIMA

Camera in casa di Filippo.
Filippo e Brigida.

Brigida: Sicché dunque il signor Leonardo ha mandato a dire che non puòpartire per ora?
Filippo: Sì certol'ha mandato a dire. Ma ciò non sarebbe niente. Puòessergli sopraggiunto qualche affare d'impegno. Non stimo niente. Mi fa specieche ha mandato alla posta a levar l'ordine dei cavalli per lui e dei cavalli permecome s'egli avesse paura ch'io non pagassie che dovesse toccar a lui apagare.
Brigida: (L'ho detto iol'ho detto. La padrona vuol far di sua testache il cielo la benedica).
Filippo: Io non mi aspettava da lui questo sgarbo.
Brigida: E cosìsignor padronecome avete pensato di fare?
Filippo: Ho pensato che posso andar in campagna senza di luiche possoavere i cavalli senza di luie li ho mandati a ordinare per oggi.
Brigida: Se è lecitoquanti cavalli avete ordinato?
Filippo: Quattrosecondo il solitoper il mio carrozzino.
Brigida: E per mepoverina?
Filippo: Bisognerà che tu ti accomodi a andar per mare.
Brigida: Oh! per mare non ci vado assolutamente.
Filippo: E come vorresti tu ch'io facessi? Ch'io levassi per te unasedia? Fino che ci fosse stato il cameriere del signor Leonardoper una metàavrei supplito alla spesama per l'intiero sarebbe troppoe mi maraviglio chetu abbia tanta indiscretezza per domandarlo.
Brigida: Io non lo domandoio mi accomodo a tutto. Ma fatemi grazia: ilsignor Ferdinando non viene anch'egli con voi?
Filippo: Sìè vero: doveva andar col signor Leonardoed è venutopoco fa a dirmi che verrà con me.
Brigida: Bisognerà che pensiate voi a condurlo.
Filippo: E perché ci ho da pensar io?
Brigida: Perché egli intende di venire per farvi grazia. Perché egli èsolito andar in campagnanon per divertimentoma per mestiere. Se conducestecon voi l'architettoil pittorel'agrimensoreper impiegarli in serviziovostronon dovreste loro pagare il viaggio? Lo stesso dovete fare col signorFerdinando che vien con voi per fare onore alla vostra tavolae per divertirela compagnia. E se conducete luinon sarebbe gran cosa che conduceste anche me;e se non vado in calesso col cameriere del signor Leonardoposso andare incalesso col signor cavaliere del dente.
Filippo: Bravaio non ti credeva sì spiritosa. Hai fatto un belpanegirico al signor Ferdinando. Bastase sarò costretto a pagar il viaggio alsignor cavaliere del dentesarà servita la signora contessa della buonalingua.
Brigida: Sarà per sua grazianon per mio merito.
Filippo: Chi c'è in sala?
Brigida: C'è gente.
Filippo: Guarda un poco.
Brigida: È il signor Fulgenzio. (Dopo averlo osservato.)
Filippo: Domanda di me forse?
Brigida: Probabilmente.
Filippo: Va a veder cosa vuole.
Brigida: Subito. Chi sa che non sia un altro ospite rispettosoche vengaad esibirvi la sua umile servitù in campagna?
Filippo: Padrone. Mi farebbe piacere. Con lui ho delle obbligazioni nonpochee poi in campagna io non ricuso nessuno.
Brigida: Non ci dubitatesignorenon vi mancherà compagnia. Dove c'èmigliogli uccelli volanoe dove c'è buona tavolagli scrocchi fioccano. (Parte.)

 

SCENA OTTAVA

Filippopoi Giacinta.

Giacinta: A quest'orasignorevi potrebbero risparmiare le seccature.Vien tardia ventun'ora si ha da partire. Mi ho da vestir da viaggio da capo apiedie abbiamo ancora da desinare.
Filippo: Ma io ho da sentire che cosa vuole il signor Fulgenzio.
Giacinta: Fategli dire che avete che fareche avete premurache nonpotete...
Filippo: Voi non sapete quello che vi diciateho con lui delleobbligazioninon lo deggio trattare villanamente.
Giacinta: Spicciatevi presto dunque.
Filippo: Più presto che si potrà.
Giacinta: È un seccatorenon finirà sì presto.
Filippo: Eccolo che viene.
Giacinta: Vadovado. (Non lo posso soffrire. Ogni volta che viene quiha sempre qualche cosa da dire sul viveresull'economiasul costume. Vo' unpo' star a sentirese dice qualche cosa di me). (Parte.)

 

SCENA NONA

Filippopoi Fulgenzio.

Filippo: Gran cosa di queste ragazze! Quel giorno che hanno d'andar incampagnanon sanno quel che si faccianonon sanno quel che si dicanosonofuori di lor medesime.
Fulgenzio: Buon giornosignor Filippo.
Filippo: Riverisco il mio carissimo signor Fulgenzio. Che buon vento viconduce da queste parti?
Fulgenzio: La buona amiciziail desiderio di rivedervi prima che andiatein villae di potervi dare il buon viaggio.
Filippo: Son obbligato al vostro amorealla vostra cordialitàe mifareste una gran finezzase vi compiaceste di venir con me.
Fulgenzio: Nocaro amicovi ringrazio. Sono stato in campagna allaraccolta del granoci sono stato alla seminasono tornato per le biade minutee ci anderò per il vino. Ma son solito di andar soloe di starvi quantoesigono i miei interessie non più.
Filippo: Circa agl'interessi della campagnapoco piùpoco menociabbado anch'ioma solo non ci posso stare. Amo la compagniaed ho piacere neltempo medesimo di agiree di divertirmi.
Fulgenzio: Benissimoottimamente. Dee ciascuno operare secondo la suainclinazione. Io amo star soloma non disapprovo chi ama la compagnia. Quandoperò la compagnia sia buonasia convenientee non dia occasione al mondo dimormorare.
Filippo: Me lo dite in certa manierasignor Fulgenzioche pare abbiateintenzione di dare a me delle staffilate.
Fulgenzio: Caro amiconoi siamo amici da tanti anni. Sapete se vi hosempre amatose nelle occasioni vi ho dati dei segni di cordialità.
Filippo: Sìme ne ricordoe ve ne sarò grato fino ch'io viva. Quandoho avuto bisogno di denarime ne avete sempre somministrato senz'alcunadifficoltà. Ve li ho per altro restituitie i mille scudi che l'altro giornomi avete prestatili avretecome mi sono impegnatoda qui a tre mesi.
Fulgenzio: Di ciò son sicurissimoe prestar mille scudi ad ungalantuomoio lo calcolo un servizio da nulla. Ma permettetemi che io vi dicaun'osservazione che ho fatta. Io veggo che voi venite a domandarmi denaro inprestito quasi ogni annoquando siete vicino alla villeggiatura. Segno evidenteche la villeggiatura v'incomoda; ed è un peccato che un galantuomounbenestante come voi sieteche ha il suo bisogno per il suo mantenimentos'incomodi e domandi denari in prestito per ispenderli malamente. Sìsignoreper ispenderli malamenteperché le persone medesime che vengono a mangiare ilvostrosono le prime a dir male di voie fra quelli che voi trattateamorosamentevi è qualcheduno che pregiudica al vostro decoro ed alla vostrariputazione.
Filippo: Cospetto! voi mi mettete in un'agitazione grandissima. Rispettoallo spendere qualche cosa di piùe farmi mangiare il mio malamentevel'accordoè veroma sono avvezzato cosìe finalmente non ho che una solafiglia. Posso darle una buona dotee mi resta da viver bene fino ch'io campo.Mi fa specie che voi diciateche vi è chi pregiudica al mio decoroalla miariputazione. Come potete dirlosignor Fulgenzio?
Fulgenzio: Lo dico con fondamentoe lo dico appuntoriflettendo cheavete una figliuola da maritare. Io so che vi è persona che la vorrebbe permogliee non ardisce di domandarvelaperché voi la lasciate troppoaddomesticar colla gioventùe non avete riguardo di ammettere zerbinotti incasae fino di accompagnarli in viaggio con essolei.
Filippo: Volete voi dire del signor Guglielmo?
Fulgenzio: Io dico di tutti e non voglio dir di nessuno.
Filippo: Se parlaste del signor Guglielmovi accerto che è un giovaneil più savioil più dabbene del mondo.
Fulgenzio: Ella è giovane.
Filippo: E mia figlia è una fanciulla prudente.
Fulgenzio: Ella è donna.
Filippo: E vi è mia sorelladonna attempata...
Fulgenzio: E vi sono delle vecchie più pazze assai delle giovani.
Filippo: Era venuto anche a me qualche dubbio su tal propositoma hopensato poiche tanti altri si conducono nella stessa maniera...
Fulgenzio: Caro amicode' casi ne avete mai veduti a succedere? Tuttiquelli che si conducono come voi ditesi sono poi trovati della loro condottacontenti?
Filippo: Per dire la veritàchi sì e chi no.
Fulgenzio: E voi siete sicuro del sì? Non potete dubitare del no?
Filippo: Voi mi mettete delle pulci nel capo. Non veggo l'ora diliberarmi di questa figlia. Caro amicoe chi è quegli che dite voiche lavorrebbe in consorte?
Fulgenzio: Per ora non posso dirvelo.
Filippo: Ma perché?
Fulgenzio: Perché per ora non vuol essere nominato. Regolatevidiversamentee si spiegherà.
Filippo: E che cosa dovrei fare? Tralasciar d'andare in campagna? Èimpossibile; son troppo avvezzo.
Fulgenzio: Che bisogno c'èche vi conduciate la figlia?
Filippo: Cospetto di bacco! se non la conducessici sarebbe il diavoloin casa.
Fulgenzio: Vostra figlia dunque può dire anch'ella la sua ragione.
Filippo: L'ha sempre detta.
Fulgenzio: E di chi è la colpa?
Filippo: È mialo confessola colpa è mia. Ma son di buon cuore.
Fulgenzio: Il troppo buon cuore del padre fa essere di cattivo cuore lefiglie.
Filippo: E che vi ho da fare presentemente?
Fulgenzio: Un poco di buona regola. Se non in tuttoin parte. Staccateledal fianco la gioventù.
Filippo: Se sapessi come fare a liberarmi dal signor Guglielmo!
Fulgenzio: Alle corte: questo signor Guglielmo vuol essere il suomalanno. Per causa sua il galantuomo che la vorrebbenon si dichiara. Ilpartito è buonoe se volete che se ne parlie che si trattifate a buonconto che non si veda questa mostruositàche una figliuola abbia da comandarpiù del padre.
Filippo: Ma ella in ciò non ne ha parte alcuna. Sono stato io che l'hainvitato a venire.
Fulgenzio: Tanto meglio. Licenziatelo.
Filippo: Tanto peggio; non so come licenziarlo.
Fulgenzio: Siete uomoo che cosa siete?
Filippo: Quando si tratta di far malegrazieio non so come fare.
Fulgenzio: Badate che non facciano a voi delle malegrazie che puzzino.
Filippo: Orsùbisogneràch'io lo faccia.
Fulgenzio: Fateloche ve ne chiamerete contento.
Filippo: Potreste ben farmi la confidenza di dirmi chi sia l'amico cheaspira alla mia figliuola.
Fulgenzio: Per ora non possocompatitemi. Deggio andare per un affare dipremura.
Filippo: Accomodatevicome vi pare.
Fulgenzio: Scusatemi della libertàche mi ho preso.
Filippo: Anzi vi ho tutta l'obbligazione.
Fulgenzio: A buon rivederci.
Filippo: Mi raccomando alla grazia vostra.
Fulgenzio: (Credo di aver ben servito il signor Leonardo. Ma ho inteso diservire alla veritàalla ragioneall'interesse e al decoro dell'amicoFilippo). (Parte.)

 

SCENA DECIMA

Filippopoi Giacinta.

Filippo: Fulgenzio mi ha dette delle verità irrefragabilie non sonosì sciocco ch'io non le conoscae non le abbia conosciute anche prima d'ora.Ma non so che direil mondo ha un certo incantesimoche fa fare di quelle coseche non si vorrebbono fare. Dove però si tratta di dar nell'occhiobisognausare maggior prudenza. Orsùin ogni modo mi convien licenziare il signorGuglielmoa costo di non andare in campagna.
Giacinta: Mi consolosignoreche la seccatura è finita.
Filippo: Chiamatemi un servitore.
Giacinta: Se volete che diano in tavolaglielo posso dire io medesima.
Filippo: Chiamatemi un servitore. L'ho da mandare in un loco.
Giacinta: Dove lo volete mandare?
Filippo: Siete troppo curiosa. Lo vo' mandare dove mi pare.
Giacinta: Per qualche interesse che vi ha suggerito il signor Fulgenzio?
Filippo: Voi vi prendete con vostro padre più libertà di quello che viconviene.
Giacinta: Chi ve l'ha dettosignore? Il signor Fulgenzio?
Filippo: Finitelae andate viavi dico.
Giacinta: Alla vostra figliuola? Alla vostra cara Giacinta?
Filippo: (Non sono avvezzo a far da cattivoe non lo so fare).
Giacinta: (Ci scommetterei la testache Leonardo si è servito delsignor Fulgenzio per ispuntarla. Ma non ci riuscirà).
Filippo: C'è nessuno di là? C'è nessun servitore?
Giacinta: Oraoraacchetatevi un poco. Anderò io a chiamarqualcheduno.
Filippo: Fate presto.
Giacinta: Ma non si può sapereche cosa vogliate fare del servitore?
Filippo: Che maledetta curiosità! Lo voglio mandare dal signorGuglielmo.
Giacinta: Avete paura che egli non venga? Verrà pur troppo. Così nonvenisse.
Filippo: Così non venisse?
Giacinta: Sìsignorecosì non venisse. Godremmo più libertàepotrebbe venire con noi quella povera Brigidache si raccomanda.
Filippo: E non avreste piacere d'aver in viaggio una compagnia dadiscorrereda divertirvi?
Giacinta: Io non ci pensoe non v'ho mai pensato. Non siete stato voiche l'ha invitato? Ho detto niente ioperché lo facciate venire?
Filippo: (Mia figliuola ha più giudizio di me). Ehichi è di là? Unservitore.
Giacinta: Subito lo vado io a chiamare. E che volete far dire al signorGuglielmo?
Filippo: Che non s'incomodie che non lo possiamo servire.
Giacinta: Oh bella scena! bellabellabellissima scena. (Con ironia.)
Filippo: Glielo dirò con maniera.
Giacinta: Che buona ragione gli saprete voi dire?
Filippo: Che so io?... Per esempio... che nella carrozza ha da venire lacamerierae che non c'è loco per lui.
Giacinta: Megliomeglioe sempre meglio. (Come sopra.)
Filippo: Vi burlate di mesignorina?
Giacinta: Io mi maraviglio certo di voiche siate capace di una similedebolezza. Che cosa volete ch'ei dica? Che cosa volete che dica il mondo? Voleteessere trattato da uomo incivileda malcreato?
Filippo: Vi pare cosa ben fattache un giovane venga in sterzo con voi?
Giacinta: Sìè malissimo fattoe non si può far peggio; ma bisognavapensarvi prima. Se l'avessi invitato iopotreste dir non lo voglio; ma l'aveteinvitato voi.
Filippo: E beneio ho fatto il maleed io ci rimedierò.
Giacinta: Basta che il rimedio non sia peggiore del male. Finalmentes'ei viene con mec'è la ziaci siete voi: è male; ma non è gran male. Mase dite ora di non volerlose gli fate la mal'azione di licenziarlonon arrivadomaniche voi ed io per Livorno e per Montenero siamo in bocca di tutti: sialzano sopra di noi delle macchinesi fanno degli almanacchi. Chi dirà: eranoinnamoratie si son disgustati. Chi dirà: il padre si è accorto di qualchecosa. Chi sparlerà di voichi sparlerà di me; e per non fare una cosainnocentene patirà la nostra riputazione.
Filippo: (Quanto pagherei che ci fusse Fulgenzio che la sentisse!) Nonsarebbe meglio che lasciassimo stare d'andar in campagna?
Giacinta: Sarebbe meglio per una parte; ma per l'altra poi si farebbepeggio. Figurarsi! quelle buone lingue di Montenero che cosa direbbono de' fattinostri! Il signor Filippo non villeggia piùha finitonon ha più il modo. Lasua figliuolapoveraccia! ha terminato presto di figurare. La dote è fritta;chi l'ha da prendere? chi l'ha da volere? Dovevano mangiar menodovevanotrattar meno. Quello che si vedevaera fumonon era arrosto. Mi par disentirle; mi vengono i sudori freddi.
Filippo: Che cosa dunque abbiamo da fare?
Giacinta: Tutto quel che volete.
Filippo: S'io fuggo dalla padellaho paura di cader nelle bragie.
Giacinta: E le bragie scottanoe convien salvar la riputazione.
Filippo: Vi parrebbe dunque meglio fattoche il signor Guglielmo venissecon noi?
Giacinta: Per questa voltagiacché è fatta. Ma mai piùvedetemaipiù. Vi serva di regolae non lo fate mai più.
Filippo: (È una figliuola di gran talento).
Giacinta: E così? Volete che chiami il servitoreo che non lo chiami?
Filippo: Lasciamo staregiacché è fatta.
Giacinta: Sarà meglioche andiamo a pranzo.
Filippo: E in villa abbiamo da tenerlo in casa con noi?
Giacinta: Che impegni avete presi con lui?
Filippo: Io l'ho invitatoper dirla.
Giacinta: E come volete fare a mandarlo via?
Filippo: Ci dovrà stare dunque.
Giacinta: Ma mai piùvedetemai più.
Filippo: Mai piùfigliuolache tu sia benedettamai più! (Parte.)

 

SCENA UNDICESIMA

Giacintapoi Brigida.

Giacinta: Nulla mi preme del signor Guglielmo. Ma non voglio che Leonardosi possa vantare d'averla vinta. Già son sicura che gli passeràson sicurache torneràche conoscerà non essere questa una cosa da prendere con tantocaldo. E se mi vuol bene davverocom'egli diceimparerà a regolarsi perl'avvenire con più discrezioneché non sono nata una schiavae non voglioessere schiava.
Brigida: Signorauna visita.
Giacinta: E chi è a quest'ora?
Brigida: La signora Vittoria.
Giacinta: Le hai detto che ci sono?
Brigida: Come volevach'io dicessiche non ci è?
Giacinta: Ora mi viene in tasca davvero: e dov'è?
Brigida: Ha mandato il servitore innanzi. È per la strada che viene.
Giacinta: Valle incontro. Converrà ch'io la soffra. Ho anche curiositàdi sapere se viene o se non viene in campagna; se vi è novità veruna. Venendoella a quest'oraqualche cosa ci avrebbe a essere.
Brigida: Ho saputo una cosa.
Giacinta: E che cosa?
Brigida: Ch'ella pure si è fatto un vestito nuovoe non lo poteva averedal sartoperché credo che il sarto volesse esser pagato; e c'è stato moltoche diree se non aveva il vestitonon voleva andare in campagna. Cosecoseveramente da mettere nelle gazzette. (Parte.)

 

SCENA DODICESIMA

Giacintapoi Vittoria.

Giacinta: È ambiziosissima. Se vede qualche cosa di nuovo ad unapersonasubito le vien la voglia d'averla. Avrà saputoch'io mi ho fatto ilvestito nuovoe l'ha voluto ella pure. Ma non avrà penetrato del mariage.Non l'ho detto a nessuno; non avrà avuto tempo a saperlo.
Vittoria: Giacintinaamica mia carissima.
Giacinta: Buon dìla mia cara gioia. (Si baciano.)
Vittoria: Che dite eh? È una bell'ora questa da incomodarvi?
Giacinta: Oh! incomodarmi? Quando vi ho sentita veniremi si èallargato il core d'allegrezza.
Vittoria: Come state? State bene?
Giacinta: Benissimo. E voi? Ma è superfluo il domandarvi: siete grassa efrescail cielo vi benedicache consolate.
Vittoria: Voivoi avete una ciera che innamora.
Giacinta: Oh! cosa dite mai? Sono levata questa mattina per temponon hodormitomi duole lo stomacomi duole il capofigurarsi che buona ciera ch'ioposso avere.
Vittoria: Ed io non so cosa m'abbiasono tanti giorni che non mangioniente; nientenientesi può dir quasi niente. Io non so di che vivadovreiessere come uno stecco.
Giacinta: Sìsìcome uno stecco! Questi bracciotti non sono stecchi.
Vittoria: Eh! a voi non vi si contano l'ossa.
Giacinta: Nopoi. Per grazia del cieloho il mio bisognetto.
Vittoria: Oh cara la mia Giacinta!
Giacinta: Oh benedetta la mia Vittorina! (Si baciano.) Sedetegioia; via sedete.
Vittoria: Aveva tanta voglia di vedervi. Ma voi non vi degnate mai divenir da me. (Siedono.)
Giacinta: Oh! caro il mio benenon vado in nessun loco. Sto sempre incasa.
Vittoria: E io? Esco un pochino la festae poi sempre in casa.
Giacinta: Io non so come facciano quelle che vanno tutto il giorno agirone per la città.
Vittoria: (Vorrei pur sapere se va o se non va a Monteneroma non socome fare).
Giacinta: (Mi fa specieche non mi parla niente della campagna).
Vittoria: È molto che non vedete mio fratello?
Giacinta: L'ho veduto questa mattina.
Vittoria: Non so cos'abbia. È inquietoè fastidioso.
Giacinta: Eh! non lo sapete? Tutti abbiamo le nostre ore buone e lenostre ore cattive.
Vittoria: Credeva quasi che avesse gridato con voi.
Giacinta: Con me? Perché ha da gridare con me? Lo stimo e lo veneromaegli non è ancora in grado di poter gridare con me. (Ci gioco ioche l'hamandata qui suo fratello).
Vittoria: (È superba quanto un demonio).
Giacinta: Vittorinavolete restar a pranzo con noi?
Vittoria: Oh! novita mianon posso. Mio fratello mi aspetta.
Giacinta: Glielo manderemo a dire.
Vittoria: Nono assolutamente non posso.
Giacinta: Se volete favorireor ora qui da noi si dà in tavola.
Vittoria: (Ho capito. Mi vuol mandar via). Così presto andate adesinare?
Giacinta: Vedete bene. Si va in campagnasi parte prestobisognasollecitare.
Vittoria: (Ah! maledetta la mia disgrazia).
Giacinta: M'ho da cambiar di tuttom'ho da vestire da viaggio.
Vittoria: Sìsìè vero; ci sarà della polvere. Non torna il contorovinare un abito buono. (Mortificata.)
Giacinta: Oh! in quanto a questo poime ne metterò uno meglio diquesto. Della polvere non ho paura. Mi ho fatto una sopravveste di cambellottodi seta col suo capucciettoche non vi è pericolo che la polvere mi diafastidio.
Vittoria: (Anche la sopravveste col capuccietto! La voglio anch'iosedovessi vendere de' miei vestiti).
Giacinta: Voi non l'avete la sopravveste col capuccietto?
Vittoria: Sìsìce l'ho ancor io; me l'ho fatta fin dall'annopassato.
Giacinta: Non ve l'ho veduta l'anno passato.
Vittoria: Non l'ho portataperchése vi ricordatenon c'era polvere.
Giacinta: Sìsìnon c'era polvere. (È propriamente ridicola).
Vittoria: Quest'anno mi ho fatto un abito.
Giacinta: Oh! io me ne ho fatto un bello.
Vittoria: Vedrete il mioche non vi dispiacerà.
Giacinta: In materia di questovedrete qualche cosa di particolare.
Vittoria: Nel mio non vi è né oroné argentoma per dir la veritàè stupendo.
Giacinta: Oh! modamoda. Vuol esser moda.
Vittoria: Oh! circa la modail mio non si può dir che non sia allamoda.
Giacinta: Sìsìsarà alla moda. (Sogghignando.)
Vittoria: Non lo credete?
Giacinta: Sìlo credo. (Vuol restare quando vede il mio mariage).
Vittoria: In materia di mode poicredo di essere stata sempre io delleprime.
Giacinta: E che cos'è il vostro abito?
Vittoria: È un mariage.
Giacinta: Mariage! (Maravigliandosi.)
Vittoria: Sìcerto. Vi par che non sia alla moda?
Giacinta: Come avete voi saputoche sia venuta di Francia la moda del mariage?
Vittoria: Probabilmentecome l'avrete saputo anche voi.
Giacinta: Chi ve l'ha fatto?
Vittoria: Il sarto francese monsieur de la Réjouissance.
Giacinta: Ora ho capito. Briccone! Me la pagherà. Io l'ho mandato achiamare. Io gli ho dato la moda del mariage. Io che aveva in casal'abito di madama Granon.
Vittoria: Oh! madama Granon è stata da me a farmi visita il secondogiorno che è arrivata a Livorno.
Giacinta: Sìsìscusatelo. Me l'ha da pagare senza altro.
Vittoria: Vi spiacech'io abbia il mariage?
Giacinta: Oibòci ho gusto.
Vittoria: Volevate averlo voi sola?
Giacinta: Perché? Credete voich'io sia una fanciulla invidiosa? Credoche lo sappiateche io non invidio nessuno. Bado a memi faccio quel che miparee lascio che gli altri facciano quel che vogliono. Ogni anno un abitonuovo certo. E voglio esser servita subitoe servita beneperché pagopagopuntualmentee il sarto non lo faccio tornare più d'una volta.
Vittoria: Io credo che tutte paghino.
Giacinta: Notutte non pagano. Tutte non hanno il modoo la delicatezzache abbiamo noi. Vi sono di quelle che fanno aspettare degli annie poi sehanno qualche premurail sarto s'impunta. Vuole i danari sul fattoe nasconodelle baruffe. (Prendi questae sappiatemi dir se è alla moda).
Vittoria: (Non credereiche parlasse di me. Se potessi credere che ilsarto avesse parlatolo vorrei trattarcome merita).
Giacinta: E quando ve lo metterete questo bell'abito?
Vittoria: Non sopuò essereche non me lo metta nemeno. Io son così;mi basta d'aver la robama non mi curo poi di sfoggiarla.
Giacinta: Se andate in campagnasarebbe quella l'occasione di metterlo.Peccatopoverinache non ci andiate in quest'anno!
Vittoria: Chi v'ha detto che io non ci vada?
Giacinta: Non so: il signor Leonardo ha mandato a licenziar i cavalli.
Vittoria: E per questo? Non si può risolvere da un momento all'altro? Elo credete che non possa andare senza di lui? Credete ch'io non abbia delleamichedelle parenti da poter andare?
Giacinta: Volete venire con me?
Vittoria: Nonovi ringrazio.
Giacinta: Davverovi vedrei tanto volentieri.
Vittoria: Vi diròse posso ridurre una mia cugina a venire con me aMonteneropuò essere che ci vediamo.
Giacinta: Oh! che l'avrei tanto a caro.
Vittoria: A che ora partite?
Giacinta: A ventun'ora.
Vittoria: Oh! dunque c'è tempo. Posso trattenermi qui ancora un poco.(Vorrei vedere questo abitose potessi).
Giacinta: Sìsìho capito. Aspettate un poco. (Verso la scena.)
Vittoria: Se avete qualche cosa da fareservitevi.
Giacinta: Eh! niente. M'hanno detto che il pranzo è all'ordinee chemio padre vuol desinare.
Vittoria: Partirò dunque.
Giacinta: Nonose volete restarerestate.
Vittoria: Non vorrei che il vostro signor padre si avesse a inquietare.
Giacinta: Per veritàè fastidioso un poco.
Vittoria: Vi leverò l'incomodo. (S'alza.)
Giacinta: Se volete restar con noimi farete piacere. (S'alza.)
Vittoria: (Quasiquasici restereiper la curiosità di quest'abito).
Giacinta: Ho inteso; non vedete? Abbiate creanza. (Verso la scena.)
Vittoria: Con chi parlate?
Giacinta: Col servitore che mi sollecita. Non hanno niente di civiltàcostoro.
Vittoria: Io non ho veduto nessuno.
Giacinta: Ehl'ho ben veduto io.
Vittoria: (Ho capito). Signora Giacintaa buon rivederci.
Giacinta: Addiocara. Vogliatemi benech'io vi assicuro che ve nevoglio.
Vittoria: Siate certache siete corrisposta di cuore.
Giacinta: Un bacio almeno.
Vittoria: Sìvita mia.
Giacinta: Cara la mia gioia. (Si baciano.)
Vittoria: Addio.
Giacinta: Addio.
Vittoria: (Faccio de' sforzi a fingereche mi sento crepare). (Parte.)
Giacinta: Le donne invidiose io non le posso soffrire.

SCENA PRIMA

Camera di Leonardo.
Leonardo e Fulgenzio.

Leonardo: Voi mi date una nuovasignor Fulgenzioche mi consolainfinitamente. Ha dunque dato parola il signor Filippo di liberarsi dall'impegnoche aveva col signor Guglielmo?
Fulgenzio: Sìcertomi ha promesso di farlo.
Leonardo: E siete poi sicuro che non vi manchi?
Fulgenzio: Son sicurissimo. Passano delle cose fra lui e meche mirendono certo della sua parola; e poi l'ho trovato assai pontuale in affari dirimarco. Non dubito di ritrovarlo tale anche in questo.
Leonardo: Dunque Guglielmo non andrà in campagna colla signora Giacinta.
Fulgenzio: Questo è certissimo.
Leonardo: Son contentissimo. Ora ci andrò io volentieri.
Fulgenzio: Ho detto tantoho fatto tantoche quel buon uomo si èilluminato. Egli ha un ottimo cuore. Non crediate ch'ei manchi per malizia;manca qualche volta per troppa bontà.
Leonardo: E credo che la sua figliuola lo faccia fare a suo modo.
Fulgenzio: Nonon è cattiva fanciulla. Mi ha confessato il signorFilippoch'ella non avea parte alcuna nell'invito del signor Guglielmo; ech'egli l'avea anzi pregato d'andar con loroper quella passione ch'egli had'aver compagniae di farsi mangiare il suo.
Leonardo: Ho piacere che la signora Giacinta non ne abbia parte. Mipareva quasi impossibilesapendo quel che è passato fra lei e me.
Fulgenzio: E che cosa è passato fra lei e voi?
Leonardo: Delle parole che l'assicurano ch'io l'amoe che mi fannosperare ch'ella mi ami.
Fulgenzio: E il padre suo non sa niente?
Leonardo: Per parte mia non lo sa.
Fulgenzio: E convien credere ch'ei non lo sappiaperché dicendogli chevi sarebbe un partito per sua figliuolanon gli è caduto in mente didomandarmi di voi.
Leonardo: Non lo saprà certamente.
Fulgenzio: Ma è necessario ch'egli lo sappia.
Leonardo: Un giorno glielo faremo sapere.
Fulgenzio: E perché non adesso?
Leonardo: Adesso si sta per andare in campagna.
Fulgenzio: Amicoparliamo chiaro. Io vi ho servito assai volentieripresso il signor Filippoper far ch'ei staccasse da sua figliuola una compagniaun poco pericolosaperché mi parve che l'onestà l'esigessee perché miavete assicurato di aver buona intenzione sopra di leie che ottenuta questasoddisfazionel'avreste chiesta in isposa. Ora non vorrei che seguitasse latresca senza conclusione verunaed essere stato io cagione di un mal peggiore.Finalmente col signor Guglielmo potea essere che non ci fosse maliziama di voinon si può dire così. Siete avviticchiatiper quel ch'io sentoe poiché miavete fatto entrare in cotesta danzanon ne voglio uscire con disonore. Unadelle due dunqueo dichiaratevi col signor Filippoo gli faròriguardo avoiquella lezione medesima che gli ho fatto rispetto al signor Guglielmo.
Leonardo: E che cosa mi consigliate di fare?
Fulgenzio: O chiederla a dritturao ritirarvi dalla sua conversazione.
Leonardo: E come ho da fare a chiederla in questi brevi momenti?
Fulgenzio: Questa è una cosa che si fa presto. Mi esibisco io diservirvi.
Leonardo: Non si potrebbe aspettare al ritorno dalla campagna?
Fulgenzio: Eh! in una villeggiatura non si sa quel che possa accadere.Sono stato giovane anch'io; per grazia del cielopazzo non sono statoma hoveduto delle pazzie. L'obbligo mio vuol ch'io parli chiaro all'amicoo perdomandargli la figliao per avvertirlo che si guardi da voi.
Leonardo: Quand'è cosìdomandiamola dunque.
Fulgenzio: Con che condizione volete voi ch'io gliela domandi?
Leonardo: Circa alla dotesi sa che le ha destinato otto mila scudi e ilcorredo.
Fulgenzio: Siete contento?
Leonardo: Contentissimo.
Fulgenzio: Quanto tempo volete prendere per isposarla?
Leonardo: Quattroseiotto mesicome vuole il signor Filippo.
Fulgenzio: Benissimo. Gli parlerò.
Leonardo: Ma avvertite che oggi si dee partire per Montenero.
Fulgenzio: Non si potrebbe differir qualche giorno?
Leonardo: Non c'è casonon si può differire.
Fulgenzio: Mal'affare di cui si trattamerita che si sagrifichiqualche cosa.
Leonardo: Se si trattiene il signor Filippomi tratterrò ancor iomavedrete che sarà impossibile.
Fulgenzio: E perché impossibile?
Leonardo: Perché tutti vannoe il signor Filippo vorrà andaree lasignora Giacinta infallibilmente oggi vorrà partiree mia sorella mi tormentaall'estremo per l'impazienza d'andaree per cento ragioni io non mi potròtrattenere.
Fulgenzio: Poh! fin dove è arrivata la passione del villeggiare! Ungiorno pare un secolo. Tutti gli affari cedono; viaanderò subito; viserviròvi soddisfarò. Macaro amicosoffrite dalla mia sincerità dueparole ancora. Maritatevi per far giudizioe non per essere piucché mairovinato. So che le cose vostre non vanno molto felicemente. Otto mila scudi didote vi possono rimediare; ma non gli spendete intorno di vostra moglienon lisagrificate in villeggiatura; prudenzaeconomiagiudizio. Val più il dormirquietosenza affanni di cuoredi tutti i divertimenti del mondo. Fin che cen'ètutti godono. Quando non ce n'è piùmotteggiderisionifischiatescusatemi. Vado a servirvi immediatamente. (Parte.)

 

SCENA SECONDA

Leonardopoi Cecco.

Leonardo: Eh! dice bene; mi saprò regolare; metterò la testa a partito.Ehichi è di là?
Cecco: Signore.
Leonardo: Va subito dal signor Filippoe dalla signora Giacinta. Di loroche mi sono liberato da' miei affarie che oggi mi darò l'onore di esseredella loro partita per Montenero. Soggiungi che avrei una compagnia da dare amia sorella in calessoe chese me lo permettonoandrò io nella carrozza conloro. Fa prestoe portami la risposta.
Cecco: Sarà obbedita.
Leonardo: Di' al cameriere che venga quie che venga subito.
Cecco: Sìsignore. (Oh quante mutazioni in un giorno!) (Parte.)

 

SCENA TERZA

Leonardopoi Paolo.

Leonardo: Ora che nella carrozza loro non va Guglielmonon ricuserannola mia compagnia; sarebbe un torto manifesto che mi farebbono. E poise ilsignor Fulgenzio gli parlase il signor Filippo è contento di dare a me suafigliuolacome non dubitola cosa va in forma; nella carrozza ci ho d'andario. Con mia sorella vedrò che ci vada il signor Ferdinando. Già so com'egli èfattonon si ricorderà più quello che gli ho detto.
Paolo: Eccomi a' suoi comandi.
Leonardo: Prestomettete all'ordine quel che occorree fate ordinare icavalliche a ventun'ora s'ha da partire.
Paolo: Oh! bella!
Leonardo: E spicciatevi.
Paolo: E il desinare?
Leonardo: A me non importa il desinare. Mi preme che siamo lesti per lapartenza.
Paolo: Ma io ho disfatto tutto quello che aveva fatto.
Leonardo: Tornate a fare.
Paolo: È impossibile.
Leonardo: Ha da esser possibilee ha da esser fatto.
Paolo: (Maledetto sia il servire in questa maniera).
Leonardo: E voglio il caffèla ceralo zuccherola cioccolata.
Paolo: Io ho reso tutto ai mercanti.
Leonardo: Tornate a ripigliare ogni cosa.
Paolo: Non mi vorranno dar niente.
Leonardo: Non mi fate andar in collera.
Paolo: Masignore...
Leonardo: Non c'è altro da dire. Spicciatevi.
Paolo: Vuole che gliela dica? Si faccia servire da chi vuolech'io nonho abilità per servirla.
Leonardo: NoPaolino mionon mi abbandonate. Dopo tanti anni diservitùnon mi abbandonate. Si tratta di tutto. Vi farò una confidenza non dapadronema da amico. Si trattache il signor Filippo mi dia per moglie la suafigliuolacon dodicimila scudi di dote. Volete ora ch'io perda il credito? Mivolete vedere precipitato? Credete ch'io sia in necessità di fare gli ultimisforzi per comparire? Avrete core ora di dirmi che non si puòche èimpossibileche non mi potete servire?
Paolo: Caro signor padronela ringrazio della confidenza che si èdegnato di farmi: farò il possibile; sarà servita. Se credessi di far col miola non dubitisarà servita. (Parte.)

 

SCENA QUARTA

Leonardopoi Vittoria.

Leonardo: È un buon uomoamorosofedele; dice che faràse credessedi far col suo. Ma m'immagino già che quel che ora è suouna volta saràstato mio. Frattanto vo' rimettere in ordine il mio baule.
Vittoria: Orsùsignor fratellovengo a dirvi liberamente che da questastagione in Livorno non ci sono mai statae non ci voglio staree voglioandare in campagna. Ci va la signora Giacintaci vanno tuttie ci voglio andarancor io. (Con caldo.)
Leonardo: E che bisogno c'è che mi venite ora a parlare con questocaldo?
Vittoria: Mi scaldoperché ho ragione di riscaldarmie andrò incampagna con mia cugina Lugrezia e con suo marito.
Leonardo: E perché non volete venire con me?
Vittoria: Quando?
Leonardo: Oggi.
Vittoria: Dove?
Leonardo: A Montenero.
Vittoria: Voi?
Leonardo: Io.
Vittoria: Oh!
Leonardo: Sìda galantuomo.
Vittoria: Mi burlate?
Leonardo: Dico davvero.
Vittoria: Davverodavvero?
Leonardo: Non vedete ch'io fo il baule?
Vittoria: Oh! fratello miocome è stata?
Leonardo: Vi dirò: sappiate che il signor Fulgenzio...
Vittoria: Sìsìmi racconterete poi. Prestodonnedove siete?Donnele scatolela biancheriale scuffiegli abitiil mio mariage.(Parte.)

 

SCENA QUINTA

Leonardopoi Cecco.

Leonardo: È fuor di sé dalla consolazione. Certoche se restava inLivornonon le si poteva dare una mortificazione maggiore. E io? Sarei statoper impazzire. Ma! il puntiglio fa fare delle gran cose. L'amore fa fare deglispropositi. Per un puntiglioper una semplice gelosiasono stato in procintodi abbandonare la villeggiatura.
Cecco: Eccomi di ritorno.
Leonardo: E cosìche hanno detto?
Cecco: Li ho trovati padre e figliatutti e due insieme. M'hanno dettodi riverirla; che avranno piacere della di lei compagnia per viaggioma checirca il posto nella carrozzaabbia la bontà di compatireche non la possonoservireperché sono impegnati a darlo al signor Guglielmo.
Leonardo: Al signor Guglielmo?
Cecco: Così m'hanno detto.
Leonardo: Hai tu capito bene? Al signor Guglielmo?
Cecco: Al signor Guglielmo.
Leonardo: Nonon può essere. Sei uno stolidosei un balordo.
Cecco: Io le dicoche ho capito benissimoe in segno della mia veritàquando io scendeva le scalesaliva il signor Guglielmo col suo servitore colvaligino.
Leonardo: Povero me! non so dove mi sia. Mi ha tradito Fulgenziomischerniscono tuttison fuor di me. Sono disperato. (Siede.)
Cecco: Signore.
Leonardo: Portami dell'acqua.
Cecco: Da lavar le mani?
Leonardo: Un bicchier d'acquache tu sia maladetto. (S'alza.)
Cecco: Subito. (Non si va più in campagna). (Parte.)
Leonardo: Ma come mai quel vecchioquel maladetto vecchioha potutoingannarmi? L'averanno ingannato. Ma se mi ha detto che Filippo ha con esso luidegli affariin virtù dei quali non lo poteva ingannare; dunque il male vieneda lui; ma non può venire da lui. Verrà da leida lei; ma non può venirenemmeno da lei. Sarà stato il padre; ma se il padre ha promesso. Sarà stata lafiglia; ma se la figlia dipende. Sarà dunque stato Fulgenzio; ma per qualragione mi ha da tradire Fulgenzio? Non so nienteson io la bestiail pazzol'ignorante...
Cecco (viene coll'acqua).
Leonardo:
Sìpazzobestia. (Da sénon vedendo Cecco.)
Cecco: Ma! perché bestia?
Leonardo: Sìbestiabestia. (Prendendo l'acqua.)
Cecco: Signoreio non sono una bestia.
Leonardo: Ioio sono una bestiaio. (Beve l'acqua.)
Cecco: (Infatti le bestie bevono l'acquaed io bevo il vino).
Leonardo: Va subito dal signor Fulgenzio. Guarda s'è in casa. Digli chefavorisca venir da meo che io andrò da lui.
Cecco: Dal signor Fulgenzioqui dirimpetto?
Leonardo: Sìasinoda chi dunque?
Cecco: Ha detto a me?
Leonardo: A te.
Cecco: (Asinobestiami pare che sia tutt'uno). (Parte.)

 

SCENA SESTA

Leonardopoi Paolo.

Leonardo: Non porterò rispetto alla sua vecchiaianon porterò rispettoa nessuno.
Paolo: Animoanimosignorestia allegroche tutto sarà preparato.
Leonardo: Lasciatemi stare.
Paolo: Perdoniio ho fatto il debito mioe più del debito mio.
Leonardo: Lasciatemi starevi dico.
Paolo: Vi è qualche novità?
Leonardo: Sìpur troppo.
Paolo: I cavalli sono ordinati.
Leonardo: Levate l'ordine.
Paolo: Un'altra volta?
Leonardo: Oh! maledetta la mia disgrazia!
Paolo: Ma che cosa gli è accaduto mai?
Leonardo: Per caritàlasciatemi stare.
Paolo: (Oh! povero me! andiamo sempre di male in peggio).

 

SCENA SETTIMA

Vittoria con un vestito piegatoe detti.

Vittoria: Fratellovolete vedere il mio mariage?
Leonardo: Andate via.
Vittoria: Che maniera è questa?
Paolo: (Lo lasci stare). (Piano a Vittoria.)
Vittoria: Che diavolo avete?
Leonardo: Sìho il diavolo; andate via.
Vittoria: E con questa bella allegria si ha da andare in campagna?
Leonardo: Non vi è più campagna; non vi è più villeggiaturanon viè più niente.
Vittoria: Non volete andare in campagna?
Leonardo: Nonon ci vado ioe non ci anderete nemmeno voi.
Vittoria: Siete diventato pazzo?
Paolo: (Non lo inquieti di piùper amor del Cielo). (A Vittoria.)
Vittoria: Eh! non mi seccate anche voi. (A Paolo.)

 

SCENA OTTAVA

Cecco e detti.

Cecco: Il signor Fulgenzio non c'è. (A Leonardo.)
Leonardo: Dove il diavolo se l'ha portato?
Cecco: Mi hanno dettoche è andato dal signor Filippo.
Leonardo: Il cappello e la spada. (A Paolo.)
Paolo: Signore...
Leonardo: Il cappello e la spada. (A Paolopiù forte.)
Paolo: Subito. (Va a prendere il cappello e la spada.)
Vittoria: Ma si può sapere? (A Leonardo.)
Leonardo: Il cappello e la spada.
Paolo: Eccola servita. (Gli dà il cappello e la spada.)
Vittoria: Si può sapereche cosa avete? (A Leonardo.)
Leonardo: Lo saprete poi. (Parte.)
Vittoria: Ma che cosa ha? (A Paolo.)
Paolo: Non so niente. Gli vo' andar dietro alla lontana. (Parte.)
Vittoria: Sai tuche cos'abbia? (A Cecco.)
Cecco: Io so che m'ha detto asino; non so altro. (Parte.)

 

SCENA NONA

Vittoriapoi Ferdinando.

Vittoria: Io resto di sassonon so in che mondo mi sia. Vengo a casalotrovo allegromi dice: Andiamo in campagna. Vo di lànon passano tre minuti.Sbuffasmania. Non si va più in campagna. Io dubito che abbia data la volta alcervello. Ecco quiora sono più disperata che mai. Se questa di mio fratelloè una malattiaaddio campagnaaddio Montenero. Va là tu puremaledettoabito. Poco ci mancherebbe che non lo tagliassi in minuzzoli. (Getta ilvestito sulla sedia.)
Ferdinando: Eccomi qui a consolarmi colla signora Vittoria.
Vittoria: Venite anche voi a rompermi il capo?
Ferdinando: Comesignora? Io vengo qui per un atto di urbanitàe voimi trattate male?
Vittoria: Che cosa siete venuto a fare?
Ferdinando: A consolarmi che anche voi anderete in campagna.
Vittoria: Oh! se non fosse perchéperché... mi sfogherei con voi ditutte le consolazioni che ho interne.
Ferdinando: Signoraio sono compiacentissimo. Quando si tratta disollevar l'animo di una personasi sfoghi con meche le do licenza.
Vittoria: Povero voise vi facessi provar la bile che mi tormenta.
Ferdinando: Ma cosa c'è? Cosa avete? Cosa v'inquieta? Confidatevi meco.Con me potete parlare con libertà. Siete sicura ch'io non lo dico a nessuno.
Vittoria: Sìcertoconfidatevi alla tromba della comunità.
Ferdinando: Voi mi avete in mal creditoe non mi pare di meritarlo.
Vittoria: Io dico quello che sento dire da tutti.
Ferdinando: Come possono dire ch'io dica i falli degli altri? Ho maidetto niente a voi di nessuno?
Vittoria: Oh! mille volte; e della signora Aspasiae della signoraFlamminiae della signora Francesca.
Ferdinando: Ho detto io?
Vittoria: Sicuro.
Ferdinando: Può essere che l'abbia fatto senza avvedermene.
Vittoria: Eh! giàquel che si fa per abitonon si ritiene.
Ferdinando: In sommadunque siete arrabbiatae non mi volete dire ilperché?
Vittoria: Nonon vi voglio dir niente.
Ferdinando: Sentite. O sono un galantuomoo sono una mala lingua. Sesono un galantuomoconfidatevie non abbiate paura. Se fossi una mala linguasarebbe in arbitrio mio interpretare le vostre smaniee trarne quel ridicoloche più mi paresse.
Vittoria: Volete ch'io ve la dica? Davverodavverosiete un giovanespiritoso. (Ironica.)
Ferdinando: Son galantuomosignora. E quando si può parlareparloequando s'ha da taceretaccio.
Vittoria: Orsùperché non crediate quel che non è; e non pensiatequel che vi parevi dirò che per me medesima non ho nientema mio fratello èinquietissimoè fuor di séè delirantee per cagione sua divento peggio dilui.
Ferdinando: Sìsarà delirante per la signora Giacinta. È una frascaè una civettadà retta a tuttisi discreditasi fa ridicola dappertutto.
Vittoria: Per altro voi non dite mal di nessuno.
Ferdinando: Dov'è il signor Leonardo?
Vittoria: Io credo che sia andato da lei.
Ferdinando: Con licenza.
Vittoria: Dovedove?
Ferdinando: A ritrovare l'amicoa soccorrerloa consigliarlo. (Araccogliere qualche cosa per la conversazione di Montenero). (Parte.)
Vittoria: Ed ioche cosa ho da fare? Ho da aspettar mio fratelloo hoda andare da mia cugina? Bisognerà che io l'aspettibisogneràch'io osservidove va a finire questa faccenda. Ma nosono impazientevo' saper subitoqualche cosa. Vo' tornar dal signor Filippovo' tornar da Giacinta. Chi sach'ella non faccia apposta perch'io non vada in campagna? Ma nasca quel che sanascereci voglio andaree ci anderò a suo dispetto. (Parte.)

 

SCENA DECIMA

Camera in casa del signor Filippo.
Filippo e Fulgenzio.

Filippo: Per mevi dicoson contentissimo. Il signor Leonardo è ungiovane propriociviledi buona nascitaed ha qualche cosa del suo. È veroche gli piace a spenderee specialmente in campagnama si regolerà.
Fulgenzio: Eh! per questa partenon avete occasion di rimproverarlo.
Filippo: Volete direperché faccio lo stesso anch'io? Ma vi è qualchedifferenza da lui a me.
Fulgenzio: Bastanon so che dire. Voi lo conoscete. Voi sapete il suostato; dateglielase vi pare; se non vi parelasciate.
Filippo: Io gliela do volentieri. Basta ch'ella ne sia contenta.
Fulgenzio: Eh! mi persuado che non dirà di no.
Filippo: Sapete voi qualche cosa?
Fulgenzio: Sìso più di voie so quello che dovreste saper megliovoi. Un padre dee tener gli occhi aperti sulla sua famigliae voi che avete unafigliuola solapotreste farlo meglio di tanti altri. Non si lasciano praticarle figlie. Capite? Non si lasciano praticare. Non ve lo diceva io? È donna. Ohoh! mi dicevate: è prudente. Ed io vi diceva: è donna. Con tutta la suasaviezzacon tutta la sua prudenzasono passati degli amoretti fra lei e ilsignor Leonardo.
Filippo: Oh! sono passati degli amoretti?
Fulgenzio: Sìe ringraziate il cielo che avete a fare con ungalantuomo; e dateglielache farete bene.
Filippo: Sicuramente. Gliela daròed ei l'ha da prendereed ella l'hada volere. Fraschetta! Amorettieh!
Fulgenzio: Cosa credete? Che le ragazze siano di stucco? Quando silasciano praticare...
Filippo: Ha detto di venir qui il signor Leonardo?
Fulgenzio: Noanderò io da lui; e lo condurrò da voie checoncludiamo.
Filippo: Sempre più mi confesso obbligato al vostro amorealla vostraamicizia.
Fulgenzio: Vedete se ho fatto bene io a persuadervi a staccare dal fiancodi vostra figlia il signor Guglielmo?
Filippo: (Oh diavolo! E l'amico è in casa).
Fulgenzio: Leonardo non l'intendevaed aveva ragionee se il signorGuglielmo andava in campagna con voinon la prendeva più certamente.
Filippo: (Povero me! Sono più che mai imbarazzato).
Fulgenzio: E badate beneche il signor Guglielmo non si trovi più incompagnia di vostra figliuola.
Filippo: (Se Giacinta non trova ella qualche ragioneio non la trovosicuro).
Fulgenzio: Parlate con vostra figliach'io intanto andrò a ritrovare ilsignor Leonardo.
Filippo: Benissimo... Bisognerà vedere...
Fulgenzio: Vi è qualche difficoltà?
Filippo: Nienteniente.
Fulgenzio: A buon rivedercidunque. Or ora sono da voi. (In atto dipartire.)

 

SCENA UNDICESIMA

Guglielmo e detti.

Guglielmo: Signorele vent'una sono poco lontane. Se comandateanderòio a sollecitare i cavalli.
Fulgenzio: Cosa vedo? Guglielmo?
Filippo: (Che tu sia maladetto!). Nononon importa; non si partiràpiù così presto. Ho qualche cosa da fare... (Non so nemmeno quelche midica).
Fulgenzio: Si va in campagnasignor Guglielmo?
Guglielmo: Per obbedirla.
Filippo: (Io non ho coraggio di dirgli niente).
Fulgenzio: E con chi va in campagnase è lecito?
Guglielmo: Col signor Filippo.
Fulgenzio: In carrozza con lui?
Guglielmo: Per l'appunto.
Fulgenzio: E colla signora Giacinta?
Guglielmo: Sìsignore.
Fulgenzio: (Buono!).
Filippo: O viaandate a sollecitare i cavalli. (A Guglielmo.)
Guglielmo: Ma se dite che vi è tempo.
Filippo: Nonoandateandate.
Guglielmo: Io non vi capisco.
Filippo: Fate che diano loro la biadae fatemi il piacere di star lìpresenteperché la manginoe che gli stallieri non gliela levino.
Guglielmo: La pagate voi la biada?
Filippo: La pago io. Andate.
Guglielmo: Non occorr'altro. Sarete servito. (Parte.)

 

SCENA DODICESIMA

Fulgenzio e Filippo.

Filippo: (Finalmente se n'è andato).
Fulgenzio: Bravosignor Filippo.
Filippo: Bravobravo... quando si dà una parola...
Fulgenzio: Sìmi avete dato parolae me l'avete ben mantenuta.
Filippo: E non aveva io data prima la parola a lui?
Fulgenzio: E se non volevate mancar a luiperché promettere a me?
Filippo: Perché aveva intenzione di fare quello che mi avete detto difare.
Fulgenzio: E perché non l'avete fatto?
Filippo: Perché... d'un male minore si poteva fare un male peggiore;perché avrebbero detto... perché avrebbero giudicato... oh cospetto di bacco!Se aveste sentito le ragioni che ha detto mia figliavi sareste ancora voipersuaso.
Fulgenzio: Ho capito. Non si tratta così coi galantuomini pari miei. Nonsono un burattino da farmi far di queste figure. Mi giustificherò col signorLeonardo. Mi pento d'esserci entrato. Me ne lavo le manie non c'entrerò più.(In atto di partire.)
Filippo: Nosentite.
Fulgenzio: Non vo' sentir altro.
Filippo: Sentite una parola.
Fulgenzio: E che cosa mi potete voi dire?
Filippo: Caro amicosono così confusoche non so in che mondo mi sia.
Fulgenzio: Mala condottascusatemimala condotta.
Filippo: Rimediamociper carità.
Fulgenzio: E come ci volete voi rimediare?
Filippo: Non siamo in tempo ancora di licenziare il signor Guglielmo?
Fulgenzio: Non l'avete mandato a sollecitare i cavalli?
Filippo: Per levarmelo d'attornoche miglior pretesto potea trovare?
Fulgenzio: E quando tornerà coi cavalli?
Filippo: Sono in un mare di confusioni.
Fulgenzio: Fate cosìpiuttosto tralasciate d'andare in campagna.
Filippo: E come ho da fare?
Fulgenzio: Fatevi venir male.
Filippo: E che male m'ho da far venire?
Fulgenzio: Il cancaro che vi mangi. (Sdegnato.)
Filippo: Non andate in collera.

 

SCENA TREDICESIMA

Leonardo e detti.

Leonardo: Ho piacere di ritrovarvi qui tutti e due. Chi è di voi che siprende spasso di me? Chi è che si burla de' fatti miei? Chi mi ha fattol'insulto?
Fulgenzio: Rispondetegli voi. (A Filippo.)
Filippo: Caro amicorispondetegli voi. (A Fulgenzio.)
Leonardo: Così si tratta coi galantuomini? Così si tratta coi parimiei? Che modo è questo? Che maniera impropriaincivile?
Fulgenzio: Ma rispondetegli. (A Filippo.)
Filippo: Ma se non so cosa dire! (A Fulgenzio.)

 

SCENA QUATTORDICESIMA

Giacinta e detti.

Giacinta: Che strepito è questo? Che piazzate son queste?
Leonardo: Signorale piazzate non le fo io. Le fanno quelli che siburlano dei galantuominiche mancano di parolache tradiscono sulla fede.
Giacinta: Chi è il reo? Chi è il mancatore? (Con caricatura.)
Fulgenzio: Parlate voi. (A Filippo.)
Filippo: Favoritemi di principiar voi. (A Fulgenzio.)
Fulgenzio: Orsùci va del mio in quest'affare. Poiché il diavolo mi ciha fatto entrarea tacere ci va del mioe se non sa parlare il signor Filippoparlerò io. Sìsignora. Ha ragione il signor Leonardo di lamentarsi. Dopoavergli dato parola che il signor Guglielmo non sarebbe venuto con voimancarglifarlo venirecondurlo in villaè un'azion poco buonaè untrattamento incivile.
Giacinta: Che dite voisignor padre?
Filippo: Ha parlato con voi. Rispondete voi.
Giacinta: Favorisca in graziasignor Fulgenziocon qual autoritàpretende il signor Leonardo di comandare in casa degli altri?
Leonardo: Con quell'autorità che un amante...
Giacinta: Perdoniora non parlo con lei. (A Leonardo.) Mirisponda il signor Fulgenzio. Come ardisce il signor Leonardo pretendere da miopadre e da meche non si tratti chi pare a noie non si conduca in campagnachi a lui non piace?
Leonardo: Voi sapete benissimo...
Giacinta: Non dico a lei; mi risponda il signor Fulgenzio.
Filippo: (Oh! non sarà vero degli amorettinon parlerebbe così).
Fulgenzio: Poiché volete che dica iodirò io. Il signor Leonardo nondirebbe nientenon pretenderebbe niente se non avesse intenzione di pigliarviper moglie.
Giacinta: Come! Il signor Leonardo ha intenzione di volermi in isposa? (AFulgenzio.)
Leonardo: Possibile che vi giunga nuovo?
Giacinta: Perdoni. Mi lasci parlar col signor Fulgenzio. (A Leonardo.)Ditesignorecon quale fondamento potete voi asserirlo? (A Fulgenzio.)
Fulgenzio: Col fondamento che io medesimoper commissione del signorLeonardone ho avanzata testé a vostro padre la proposizione.
Leonardo: Ma veggendomi ora sì maltrattato...
Giacinta: Di grazias'accheti. Ora non tocca a lei; parleràquandotoccherà a lei. (A Leonardo.) Che dice su di ciò il signor padre?
Filippo: E che cosa direste voi?
Giacinta: Nodite prima quel che pensate voi. Dirò poi quello che pensoio.
Filippo: Io dico chein quanto a menon ci avrei difficoltà.
Leonardo: Ma io dico presentemente...
Giacinta: Ma se ancora non tocca a lei! Ora tocca parlare a me. Abbia labontà d'ascoltarmie poise vuolerisponda. Dopo che ho l'onor di conoscereil signor Leonardonon può egli negare ch'io non abbia avuto per lui dellastima; e so e conosco ch'ei ne ha sempre avuta per me. La stima a poco a pocodiventa amoree voglio credere che egli mi amisiccomeconfesso il verononsono io per lui indifferente. Per altroperché un uomo acquisti dell'autoritàsopra una giovanenon basta un equivoco affettoma è necessaria un'apertadichiarazione. Fatta questanon l'ha da saper la fanciulla solol'ha da saperchi le comandaha da esser nota al mondos'ha da stabilireda concertarecolle debite formalità. Allora tutte le finezzetutte le attenzioni hanno daessere per lo sposoed egli acquista qualche ragionese non di pretendere e dicomandarealmeno di spiegarsi con libertàe di ottenere per convenienza. Inaltra guisa può una figlia onesta trattar con indifferenzae trattar tuttieconversare con tuttied esser egual con tutti; ma non puòe non deve usardistinzionie dar nell'occhioe discreditarsi. Con quella onestà con cui hotrattato sempre con voiho trattato col signor Guglielmo e con altri. Mio padrelo ha invitato con noied io ne sono stata contentacome lo sarei stata d'ognialtro; e vi lagnate a tortose di luise di me vi dolete. Ora poi chedichiarato vi sieteora che rendete pubblico l'amor vostroche mi fate l'onoredi domandarmi in isposae che mio padre lo sae vi acconsentevi dicoche ione sono contentache mi compiaccio dell'amor vostroe vi ringrazio dellavostra bontà. Per l'avvenire tutte le distinzioni saranno vostrevi siconvengonole potrete pretendere e le otterrete. Una cosa sola vi chiedo ingraziae da questa grazia può forse dipendere il buon concetto ch'io deggioformar di voie la consolazione d'avervi. Vogliatemi amantema non mi vogliatevillana. Non fate che i primi segni del vostro amore siano sospetti vilidifidenze ingiurioseazioni bassee plebee. Siam sul momento di dover partire.Volete voi che si scacci villanamenteche si rendano altrui palesi i vostrisospettie che ci rendiamo ridicoli in faccia al mondo? Lasciate correre perquesta volta. Credetemie non mi offendete. Conoscerò da ciòse mi amate. Sevi preme il cuoreo la mano. La mano è prontase la volete. Ma il cuoremeritatelose desiderate di conseguirlo.
Filippo: Ah! che dite? (A Fulgenzio.)
Fulgenzio: (Io non la prendereise avesse cento mila scudi di dote). (Pianoa Filippo.)
Filippo: (Sciocco!). (Da sé.)
Leonardo: Non so che direvi amodesidero sopra tutto il cuor vostro.Mi avete dette delle ragioni che mi convincono. Non voglio esservi ingrato.Servitevicome vi pareed abbiate pietà di me.
Fulgenzio: (Uh il baccellone!).
Giacinta: (Niente m'importa che venga meco Guglielmo. Basta che non micontraddica Leonardo). (Da sé.)

 

SCENA QUINDICESIMA

Brigida e detti.

Brigida: Signoreè qui la sua signora sorella col di lei cameriere.
Leonardo: Con permissioneche passino.
Brigida: (Si vao non si va?). (Piano a Giacinta.)
Giacinta: (Si vasi va). (Piano a Brigida.)
Brigida: (Aveva una paura terribile che non si andasse). (Parte.)

 

SCENA SEDICESIMA

VittoriaPaoloBrigida e detti.

Vittoria: È permesso? (Melanconica.)
Giacinta: Sìvita miavenite.
Vittoria: (Eh vita miavita mia!). Come vi sentitesignor Leonardo? (Comesopra.)
Leonardo: Benissimograzie al cielo. Paolinoprestofate che tutto sialesto e pronto. Il baulei cavallitutto quel che bisogna. Noi partirem frapoco.
Vittoria: Si parte? (Allegra.)
Giacinta: Sìvita miasi parte. Siete contenta?
Vittoria: Sìgioia miasono contentissima.
Filippo: Ho piacere che fra cognate si amino. (Piano a Fulgenzio.)
Fulgenzio: Io credo che si amino come il lupo e la pecora. (A Filippo.)
Filippo: (Che uomo fantastico!).
Paolo: Sia ringraziato il cieloche lo vedo rasserenato. (Parte.)
Vittoria: Viafratelloandiamo anche noi.
Leonardo: Siete molto impaziente.
Giacinta: Poverina! è smaniosa per andare in campagna.
Vittoria: Sìpoco piùpoco menocome voi all'incirca.
Fulgenzio: E volete andare in campagna senza concluderesenza stabilireil contratto?
Vittoria: Che contratto?
Filippo: Prima di partire si potrebbe fare la scritta.
Vittoria: Che scritta?
Leonardo: Io son prontissimo a farla.
Vittoria: E che cosa avete da fare?
Giacinta: Si chiamano due testimoni.
Vittoria: Che cosa far di due testimoni?
Brigida: Non lo sa? (A Vittoria.)
Vittoria: Non so niente.
Brigida: Se non lo salo saprà.
Vittoria: Signor fratello.
Leonardo: Comandi.
Vittoria: Si fa lo sposo?
Leonardo: Per obbedirla.
Vittoria: E a me non si dice niente?
Leonardo: Se mi darete tempove lo dirò.
Vittoria: È questa la vostra sposa?
Giacinta: Sìcarasono io che ha questa fortuna. Mi vorrete voi bene?
Vittoria: Oh quanto piacere! Quanta consolazione ne sento! Cara la miacognata. (Si baciano.) (Non ci mancava altro che venisse in casacostei!).
Giacinta: (Prego il cielo che vada presto fuori di casa!).
Brigida: (Quei baci credo che non arrivino al core).
Filippo: (Vedete se si vogliono bene!) (A Fulgenzio.)
Fulgenzio: (Sìlo vedo. Voi non conoscete le donne). (A Filippo.)
Filippo: (Mi fa rabbia).
Giacinta: Eccolieccoli; ecco due testimoni.
Leonardo: (Ah! ecco Guglielmoegli è la mia disperazione; non lo possovedere). (Da séosservando fra le scene.)
Vittoria: (Che caro signor fratello! Prender moglie prima di dare maritoa me! Sentiràsentiràse gli saprò dire l'animo mio...).

 

SCENA DICIASSETTESIMA

GuglielmoFerdinando e detti

Guglielmo: I cavalli son lesti.
Ferdinando: Animoanimoche fa tardi. Come sta l'amico Leonardo? Vi èpassata la melanconia?
Leonardo: Che cosa sapete voi di melanconia?
Ferdinando: Oh! ha detto un non so che la signora Vittoria.
Vittoria: Non è vero nientenon v'ho detto niente.
Ferdinando: Eh! una mentita da una donna si può soffrire.
Filippo: Signoriprima di partire si ha da fare una cosa. Il signorLeonardo ha avuto la bontà di domandarmi la mia figliuolaed io gliel'hopromessa. Si faranno le nozze... Quando vorreste voi si facessero? (ALeonardo.)
Leonardo: Io direi dopo la villeggiatura.
Filippo: Benissimosi faranno dopo la villeggiaturae intanto si ha dafare la scritta. Onde siete pregati ad esser voi testimoni.
Guglielmo: (Questa è una novità ch'io non m'aspettava).
Ferdinando: Son qui; molto volentieri. Facciamo presto quello che si hada faree partiamo per la campagna. Ma a propositosignori mieia me qualluogo vien destinato?
Filippo: Non saprei... Che dite voiGiacinta?
Giacinta: Tocca a voi a disporre.
Filippo: E il signor Guglielmo? Mi dispiace... Come si farà?
Vittoria: Permettetemi che io dica una cosa. (A Filippo.)
Ferdinando: Trovate voi l'espedientesignora.
Vittoria: Io dico che se mio fratello è promesso colla signora Giacintatocca a lui a andare in carrozza colla sua sposa.
Fulgenzio: Così vorrebbe la convenienzasignor Filippo.
Filippo: Che cosa dice Giacinta?
Giacinta: Io non invito nessuno e non ricuso nessuno.
Leonardo: Cosa dice il signor Guglielmo?
Guglielmo: Io dico che se sono d'incomodotralascierò di venire.
Vittoria: Nonoverrete in calesso con me.
Guglielmo: (La convenienza vuole ch'io non insista). Se il signorLeonardo me lo permetteaccetterò le grazie della signora Vittoria.
Leonardo: Sìcaro amicoed io della vostra compiacenza vi saròeternamente obbligato.
Giacinta: (Quando ha ceduto da sénon m'importa. Io ho sostenuto il miopunto). (Da sé.)
Filippo: (Ah! che dite? Va bene ora?). (A Fulgenzio.)
Fulgenzio: (Non va troppo bene per la signora Vittoria). (A Filippo.)
Filippo: (Eh! freddure). (A Fulgenzio.)
Ferdinando: Ed io con chi devo andare?
Giacinta: Signorese vi degnaste di andar colla mia cameriera?
Ferdinando: In calesso?
Giacinta: In calesso.
Ferdinando: Sìgioia bellaavrò il piacere di godere la vostraamabile compagnia. (A Brigida.)
Brigida: Oh! sarà una gloria per me strabocchevole. (Sarei andata piùvolentieri col cameriere). (Da sé.)
Fulgenzio: Bravibenetutti d'accordo.
Vittoria: Oh via! finiamola una volta. Andiamo a questa benedettacampagna.
Giacinta: Sìfacciamo la scrittae subitamente partiamo. Finalmentesiamo giunti al momento tanto desiderato d'andare in villa. Grandi smanieabbiamo sofferte per paura di non andarvi! Smanie solite della correntestagione. Buon viaggio dunque a chi partee buona permanenza a chi resta.

Finedella Commedia.