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La “Lettera agli onesti di tutti i partiti” fu pubblicata nel giugno del1895 sul “Secolo” di Milano (in un apposito supplemento) e sul “DonChisciotte” di Romanel pieno di un battaglia parlamentare che riguardavaepisodi di corruzione e concussione dei quali era accusato il primo ministroFrancesco Crispi. Il clamore suscitato dall’intervento di Cavallotti fu grandeall’interno del Parlamento e nella società intera. Questo non valse adottenere le dimissioni del Crispiil quale rimase al potere ancora per un annoed ebbe così modo di condurre lo stato italiano al disastro della battaglia diAdua.

 

 

 

 

Felice Cavallotti

 

LETTERA AGLI ONESTI

DI TUTTI I PARTITI

 

PRIMA PARTE

 

 

 

 

 

Scrivo queste pagine con disgustocon rivolta dell’anima: ma le scri­vocolla coscienza serenadopoché per più giornitentando il possibileresistendo a provocazioni che avrebbero stancata la pazienza di un santohosperato di evitare a me stesso la fatica amara di doverle scrivere. Tentativo disperanza di cui nessun merito avreise proseguissi un qua­lunque interesse mioo mi tentasse qualsiasi povera ambizione: perché sol chi vuol salirenaturalmente desidera trovar meno aspri i gradini. Mafinito appena sia ilcompitoche verso il Paese m’imposiso di poter dimostrare la mia ambizionesola qual erae invoco l’ora di poter in altr’ariafra ben altre memorierifarmi dell’aria respirata fin qui.

Ho sperato più giorni si aprisse qualche porta per cui s’uscisse dallasituazione convulsaimpossibilecreata al Paese e alla Camerasenza bisognodì farmi sembrare cattivo. E dico impossibileperché non serve dir adun altro paesecome dire ad un uomodi lavoraredi attendere util­mente aipropri interessi di casase non ha il cuore in pacese ha una spinaconfittavise un martello nell’animo gli manda sossopra le idee. E inutilepretendere che un’assemblea rappresentativa funzionise vi son dentro cento ocentocinquanta persone tormentate dal sospetto o dal con­vincimento di trovarsiin faccia ad un ministro disonesto. La tempesta di animi che impedisce allaCameraal Paeseogni utile lavoro proseguiràfinché la pietra delloscandalo non sia rimossa.

Sognarono di una sfida feroce lanciata da me alla maggioranza: la mia feroceostilità è tantache da tre giorni che son nella Giunta delle Elezioninonho fatto finora che proporre convalidazioni di elezioni della maggioranzaquella di un ministroPaolo Bosellicompresa; e avrei sin­ceramentedesiderato per gli amici personaliper gli onestiche della maggioranza fannoparte in buona fede (degli altri non parlo e non curo) di lasciar che ilministro del loro cuore li liberasse da un conflitto peno­socadendodecorosamente in una battaglia politicamagari colla illu­sione di esserecaduto per la sua divisa“per Dio e per il re”.

Non mi è stato possibilenon lo si è voluto. E mentre si accusava me difuggireall’assemblea della nazione - sanguinosamente insultatavio­lentemente chiusa per i comodi d’un uomo - si è negato - dopo cinquemesi - il diritto persino di una spiegazione qualsiasi e dopo avere calun­niatala Camera anticaaccusandola di scandali e di offese al presidenteassistiamoallo scandalo inaudito di un ministro che tratta il capo eletto dell’assembleacome un suo servo infedelee gli intima lo sfratto con vituperj feroci.

Ebbene mi pare che ora basti... E dovea bastare anche primaperché mipareva di aver dettosul quesito morale che s’imponegià assai più diquanto sarebbe occorso in qualunque paese libero del mondoperché un uomopubblico accusato dovesse capire il dover suo. Nossignori; è da me checoninversione novissimasi pretende un supplemento di prova! è a me che s’intimadi completarla! E quando l’avrò fattosarete contenti?

Non per questo mi trascinerete fuor del terreno del diritto mio. Non vibastava il fin qui dettonon bastava un’accusa la più precisa che sia statamai? volete ancora dell’altro: e io vi servo. Ma vi ho chiamato in giudi­zio:e ci dovete venire. Perché se i punti sugli i non vi bastanose non vi bastanoi documenti che vi dòavrò ancora di che contentarvi; ma credo che adessobasterà pel Paese; e se per qualche cosa di quello che dirò pre­tendeste cheio vi porti il testimonio nella Camerafate conto che il testi­monio nellaCamera ci sia. Del restoal punto in cui trovansi le cosenon sono più ivituperj della Riforma che bastino a strozzar la questione. Gli urlispasmodici dell’organo dello zio Dittatorei suoi rabbiosi “menti­sce!mentisce! mentisce!” a me non fanno né più caldo né più freddo di queglialtri “mentisce! mentisce! mentisce!” - perfettamente identici - che quelcerto altro tipo - senza confronto più artistico - strillava a ogni capitolodella mia storia meravigliosa. - E s’è visto com’è andata a fini­re!

Al punto a cui sono portate le cosenon vi è più assemblearappresen­tativa al mondo che possa sottrarsi alla necessità di sapere se ellaconti nel proprio seno o un ministro disonesto o un deputatocalunniatore.

Non lo volesse egliil giudizio per luiqualunque de’ miei colleghiavrebbe diritto di volerlo per me.

Intantoe sino a un giudizio nuovonessun improperionessun vituperio discribiassoldati col pubblico furtosopprimerà mai il dislivello morale trachi fino ad oggi esercitò il suo mandato col più severo scrupolosenzalucrarvi un centesimoe chi per anninotoriamentene fece una lungaspeculazione; tra chi in faccia ai magistrati fece sempre i dover suoe chiavendo ingannato ab antico con un falso documento il suo Dioingannavapiù tardi con una falsa testimonianza il suo giudice.

Poichéquando un accusatoper tutta difesasi limita a negare vomitandosull’accusatore improperiè ben lecito e giusto di cercare anzituttonellesue note caratteristicheil peso ed il valore delle negative.

Cerchiamole dunque. Ma prima di tutto una parola a quei tali i qual tiranfuori - niente altro potendo - la solita storiella ch’io parli di cose sulCrispi a me già notequand’ero ancora in buoni rapporti conlui. No cari signoriv’ingannate: sono anni che combatto Crispima non loconoscevonon l’ho conosciuto prima dell’autunno e del dicembre scorso ilCrispi che a me oggi sta innanzi nella sua trista figura morale. Quando entrainella Camera a trent’annisapevo di lui le sue pagine parlamentari: glivolevo bene per quellee per ciò che credevo delle sue pagine di storianonavendo pensato ad appurarle mai. Quando scoppiò lo scandalo del 1878e tuttigli furon sopradomandai per lui il diritto di difesa come lo domandavo al 14del dicembre scorso; poi tacquiperché allora egli accettò la sua posizionedi imputato: e rispettò la condanna dell’opinione pubblica: e perché unerrore - quand’è creduto il solo - non basta a distruggere il giudizio su lavita intera di un uomo. Più tardial governodall’88 al ’90 lo conobbibugiardodissimulatoreviolentoprepotente: e niuna lotta più acerba ènotoria di quella fra lui e me dal 1888 al 1890; ma sopravviveva la stima peralcune qualità dell’uomoe troppe altre cose ignoravo di lui. Nel dicembrea Molfettasaputolo tornato al potere provai una stretta dell’anima: rividinella mente il 1889 e il 1890 il che non mi tolse di dargli - da lui richiesto -il mio avvisoe di negargli il mio voto e combatterlo da capoappena lo vidirifar la strada antica.

Ma restava per l’avversario un avanzo di stima: e non dimenticheròcampassi cent’annila triste notte del Comitato dei Cinque - e latristiss­ima lettura - per cui la stima fu spenta nel cuor mio. Perché fu daallo­ra che risalii ad altre indaginidi altri fatti: così come a furia disentirlo cantare eroe autentico delle patrie battagliele voci autentiche- per davvero - delle battaglie si destarono.

Lasciamole dunque le storielle da parte e nelle note caratteristiche dell’uomocerchiamo cosa valgono le smentite sue.

Ahquelle note fate male ad obbligarmi a rivederle! È là fra esseche oritrovo il falso antico del 17 dicembre 1854il famoso atto nuzialedelle vostre nozze di Malta.

Un bel documento affè mia per le vostre odierne smentite! Ce l’ho quidavanti nel suo testo latinonel manoscritto originale fotografato e non osereichiamarlo falsosentirei freddo a chiamarlo cosìse non vi fosse bastato l’animodi proclamarlo cinicamente voi stessoquando vi tornò comodo di liberarvenedopo averlo per 25 anni sfruttato!

E a rendermene più rivoltante la letturaho qui innanzi autografain cartabollatala supplica che la povera vittima di quel falsoinvocando ilsacramento e i servigi resi all’Italia come figlia della Savojaindirizzata a Benedetto Cairolipresidente del Consiglio nel 1878una supplicache stilla sangue e che il mese scorso mi ha fatto fremere nel leggerla; e iodinanzi nei volumi dei biografi panegiristi il cinico racconto del come diapoveretta venne il falso un bel dìcome una allegra burlabuttato sulviso! [...]

Ahle vostre note caratteristiche in fatto di credibilitàfate male acostringermi a rivederle!

È ancor fra esse che io trovoquattordici anni dopoil famoso atto notoriodei cinque testimoni del 30 settembre 1877voluto dall’articolo 78 del CodiceCivilee la dichiarazione terribile del primo dei cinque testiivi firmatiilprof. Salvatore Francone che si vide pei comodi vostri carpita... unatestimonianza falsa!

­ Mi ripugna trascriverlo tutto. Bastano poche righe:

Sig. Direttore del Piccolo Giornale

uno fra i testimoni dell’atto notorio del matrimonio dell’onorevoleCrispiio sono stato sorpreso nelleggere l’atto di precedente matrimonio da voi pubblicato serefa.

Lo credetti falso e scrissi all’onorevole Crispi una lettera che fu firmataanche dagli altri firmatarii dell’atto notorio per chiedergli una categoricarispostauno schiarimentouna smentita. Ma l’on. Crispi non ci harisposto...

…Io non potevo avere nessun interesse di rendergli servigio (a lui Crispi)a prez­zo del mio onore... Io ero stato vivamente pregato di aggiungere la miafirma ad altre per compiere una buona azione...

Io non potevo supporre che mi si volesse trarre in inganno. in pienissimabuona fedecredendo di compiere una buona azioneconsentii a sottoscrivere l’attonotorio... Come sospettare che chi ha ottenuto la fiducia della Camera come suopre­sidentechi ha compiuto le più delicate missioni diplomatiche presso lecorti stra­nierechi ha meritato la fiducia di due coronevolesse buscarsi lataccia di bigamo e far buscare agli altri la taccia e la pena di falsitestimonii?!

Salvatore Francone

Bei precedenti per essere creduto nelle smentite sull’affare Herz! E direche questi precedenti bastarono per costringere allora Francesco Crispi adiscendere dal potere innanzi al verdetto della pubblica coscien­za.

E fu allora che il severo Giacomo Dina nelle colonne della Opinione (26e 28 marzo 1878n.d.r.) scriveva:

L’on. Crispi potrà difendersi vittoriosamente davanti aiTribunali: ma rimane un Tribunale più elevatoquello della coscienza pubblicaal cospetto della quale egli è già comparso e da cui fu condannatosenzaattendere gli oracoli del procu­ratore del re. La vita politica dell’on.Crispi è finita.

E poi:

L’on. Crispi riuscirà a giustificarsi davanti ai Tribunali: ma lacoscienza popo­lare è tanto più inesorabile quanto più la legge è impotentea tutelare certi riguar­di di pubblica morale.

E tornano a mente le parole di fuoco con cai Sidney Sonnino - oggi

collega di Crispi e ministro del Tesoro - stimmatizzava Francesco Crispi il10 marzo 1878.

Parlaparla o Sonnino!

Che magistrati e giurati assolvano o no Francesco Crispiche egli abbia o nouna maggioranza di deputati pronti a dargli all’occasione un voto di fiduciaormai il verdettoquanto alla moralità dell’uomoè stato pronunciato dallanazione inte­ra: e per quanto sia sconfortante il pensare che uomini in cui ilsenso morale è così basso possano in Italia pervenire ai più alti ufficidello Statonon siamo però giun­ti a tale indegnità che vi si possanomantenere di fronte alla riprovazione unani­me di tutta la cittadinanza Onesta.

S.SONNINORassegna10marzo 1878

È quello che penso anch’io. Come si dimentica presto in Italia! E poidicono che Sonnino è un testardo.

Ma tu meni il can per l’ajaodo dirmi: e parli di cose di quindici annifa! Troppo giusto: lasciamole dormire: se invece di quindici fossero almenoventicinquetutt’al più servirebbero per mandare un galantuomo a Port’Ercolecome quel povero diavoloottimo padre di famigliadenunziato al domiciliocoattoper avere nell’anno 1870 lanciato in isba­glio una ciabatta a unbrigadiere!

Ahper voi occorre un falso di data più recente? Come vi piaceviservo anche di questo.

Esso è làdocumentato in atti; solo nessuno se n’era accorto mai.Interrogato in carcereBernardo Tanlongodal giudice istruttore Caprioloil21 febbraio 1893a domandarisponde:

L’on. Crispisiccome dissimi raccomandò più volte l’on. Chiara edaltri per sussidi e cambiali.

(Processo Banca Romana)

In seguito di tale deposizioneva il magistrato istruttore a esaminareFrancesco Crispinel suo proprio domicilio di cavalier dell’Annunziataedecco il brano di verbale dell’esame del teste Cavaliere:

A domandase sia vero quanto afferma il Tanlongo a suo discarico. che cioèil dichiarante abbia raccomandato più volte l’onorevole Chiara ed altri ecc.ed invi­tato a dare dilucidazianiecc. risponde:

“Il Tanlongo s’inganna non avendo io mai raccomandato alcuno per iscontodi cambiali alla sua banca”.

(Esame Crispi Cav. Fr. 4 Proc. Banca Rom. esame 21 maggio)

Il Crispi deponeva questo al giudice a faccia francail 21 maggioe badateche non ci è sbaglio di memoria possibileperché la stessa doman­da glielarinfrescava e non si trattava di somme di un centesimo; soloegli credeva difarla francanon pensandoquel giorno 21 maggioche Bernardo Tanlongo quattromesi più tardigli giuocasse il brutto tiro di pubblicargli il libro verde ovesi legge:

Roma6-9-89

I.

Onoratissimo Comm. Tanlongo

Dal presidente del Consiglio dei ministri.

Caro Commendatore

l’on. deputato Roberto Galli le recherà questa mia. Abbia la bontà diconsen­tirgli il favore che le domanderà.

Con anticipati ringraziamenti.

aff. Crispi

(Postilla di Tanlongo: Il favore domandato è stato quello di favorire l’onore­voleGalli che stante la raccomandazione del presidente del Consiglio ho dovutoajutare - 9 sett. B.T.)

12 ottobre90

II.

Il Comm. Tanlongo riceverà l’on. Pietro Chiara e vorrà (addirittura l’impera­tivo!)essergli gentile come altra volta.

F. Crispi

 

E così via di seguito: omettiamo per risparmio di tempo gli altribigliet­ti di Crispi a Tanlongo che sono là nel libro verde e gli altri perCucchiper Cardella ecc.di Crispi al “caro Comm. Tanlongo” che sono lànel processo della Banca Romana.

Ora apriamo la busta IV del plico Giolittie leggiamo nel primo elen­co delregistro dell’ispettore Martuscelli:

N. 420. Cedenti Chiara Pietra e Nicola; ordine Banca Romana.Effetti per L. 389.404 e cent. 70 andati in sofferenza nel gennajo 1862. Sino all0 gennajo 1893 (cioè fin a dopo le scoperte delle ispezioni): “non siè pagato nulla”.

Consta agli impiegati della Banca che i vari sconti delle cambiali furonofatti in seguito a vivissime raccomandazioni di F. Crispi.

E il comm. Martuscelli ispettore sapeva le cose tanto bene e meritava talfede intera che il senatore Finali nel proprio interrogatoriorichiesto d’informaresui risultati dell’ispezione alla Banca Romana “volendo non dire che cose dimatematica esattezza” se ne riferiva “in tutto all’ispet­tore Martuscelliper ogni particolare!”.

Ebbene per mesi e mesidopo la relazione dei Cinquesi è seguitato - loricordate? - nei giornali che Crispi paga non del suo - a dare del bugiardo -come oggi a me - a Bernardo Tanlongo - meno male - e all’ispettore Martuscelli!

Chi fosse il bugiardo ora si vede!

E d’ora innanzi tra Crispi e un Bernardo Tanlongo sappiamda un attoufficialeche è... Tanlongo che merita più fede! E l’altro vorrebbe... chegli credessero per Herz!

Ma qui si vede qualche cosa di più. Se anche da ogni parte non trape­lasseche il Chiara non è che un prestanomeo per usare una frase preci­sa dell’ispettoreMartuscelli “una testa di legno”anche se la raccoman­dazione non fosseresa più immorale dalla parenteladall’enormezza della cifradall’insolvenzadel debito - abbiamo nella falsa testimonian­za del Crispi la prova - dicomegliola confessione - ch’egli sapeva di non aver fatto cosa né correttané lecita: altrimenti non avrebbeper nasconderlaricorso a quell’altracosa scorretta e illecitache si chiama... una deposizione falsa!

Mi direte che secome taleessa è contemplata dall’art. 214 del CodicePenaleva però esente da penaper il successivo art. 215“chi innanzi algiudice manifestando il veroesporrebbe inevitabilmente sé medesimo a gravenocumento nell’onore”.

Ma questa stessa dizione del Codicesopprimendo la pena materialeaggravala figura morale del teste falso! E certo infatti non era onorevo­leper uncapo di governointimare favori per un parente a quella Banca Romana di cui persolenne dichiarazione e censura del Comitato dei Sette

il Crispi conosceva da un anno il criminoso segreto!

Ebbene io domando: se qualche cosa di simile l’avessi fatto iomilascerebbero oggi nella Camera sedere? o dove dovrei andare a nascon­dermi?

Ma anche il falso del 1893 è cosa vecchia! Infatti son corsi due anni.Volete dei falsi proprio più freschi? O almeno una qualche complicità infalsoper poter credere al signor Crispi - quando smentisce - ad occhi chiusi?Ecco il signor Crispiin piena Camerachiamato a dar conto dei tribunalistatariannunzia solennemente di “avere in mano documenti schiaccianti”.

E trionfalmente li presentali leggefa fremere la Camera e le strappa ilvoto che è costato a tanti la galera!

Quanti sono gli schiaccianti documenti? due soli! il trattato di Bisacquino eil proclama dei Vespri firmatissimo. Neanche a farlo appo­sta... due falsi inuna volta!

Altro che il bugiardo di Goldoni! Adagiosento dirmi! lui non sapevadi presentare due falsi! lui non sapeva di ingannare la Camera! questo s’èscoperto dal processopoi!

Ebbeneno! proprio dal processo si è scoperto - e fu l’avvocato fisca­leSoddu-Millo che l’annunziò - che il trattato di Bisacquino; partolet­terario del delegato di questura Morandiera già stato nell’ottobre1893 - cioè mesi prima che il signor Crispi osasse con esso mistificare laCameradichiarato dal sotto prefetto di Corleone non degnoper il suo tenoregrottescodi essere trasmesso alle autorità superiori.

L’avvocato stesso fiscale non esitò a dichiararlo una fantasticheria ebastava infatti a qualunque galantuomoper capirlo taleun atomo solo diserietà e di buona fede. Nossignoriarriva Francesco Crispie in mano suaritorna buonoper salvare la patria e mistificare la Camerail docu­mentofalsogià come tale ripudiato dalle autorità!

E vorrebbe essere creduto nelle smentite su Herz!

Ma c’è l’altro documento falso; è il proclama insurrezionale dei vespri- firmatissimo - parto della vendetta di un cancelliere di pretura contro ilmarito della donna che lo respinse.

Qui almenosento dirmiera il Crispi in buona fede! Volete vederla la buonafede?

Atti Ufficiali della Cameraseduta 28 febbraio 1894:

Crispipresidente del Consiglio: “A dare un concetto dei proclami chesi spar­gevano nei comunine leggerò uno solo che vale per tutti”.

E qui legge il proclama:

“Operai figli del Vespro! ancora dormite? morte al reagli impiegatifuoco al municipio e al casino dei civili [ecc. ecc. ecc.]”.

Prampolini: “È firmato?”

Crispipresidente del Consiglio: “E firmatissimo. (Ilarità). Tuttorisulterà dal processo”.

Ebbene era falso che quell’appello fosse stato sparso nei comuniera falsoche fosse stato pubblicato e letto da anima vivatranne il suo autore; erafalso che mentre Crispi lo leggevafossenonché firmatissimoneppuresemplicemente firmato!

La firma era una menzogna del signor Crispilì per lìper far colpo sullaCamerae che nella sua stessa invenzione lo provava consapevole della falsitàdell’atto che leggeva!

E vorrebbe essere creduto nelle smentite su Herz!

Ora io riapro il Codice Penale e nel titolo delitti contro la fede pubbli­catrovo all’art. 276 che il pubblico ufficiale (mettiamo che sia tale... ilPresidente del Consiglio!) “che ricevendo o firmando un attonell’eser­ciziodelle sue funzioniattesta come veri fatti e dichiarazioni non conformi averitàod omette o altera (come sarebbenevvero? inventare una firma) ledichiarazioni ricevuteove ne possa derivare pubblico o privato nocumento èpunito con la pena dell’articolo precedente” cioè con la reclusione dacinque a dodici anni.

Altro che nocumento! quante centinaia di anni di galera di più costa­ronoquei documenti falsi presentati dal signor Crispi come ministroe fattiscrivere negli Atti ufficiali della Cameraper carpirle un voto!

Voi mi dite che alla reclusione il Crispi non ci va - né per dodici anniné per cinque - perché si trattaanche per luidi un reato che è copertodall’immunità parlamentare: ringrazi dunque la sua buona stella e la supremaCorte di Cassazione che quella immunità l’ha fatta valerealtrimenti vede ache guaiocolle sue teorieandava incontro! E come si troverebbe a mal partitocon chi gli adoperasse il grande argomento de’ suoi scribie gli chiedesse:ma è lecito servirsi del manto dell’immunità per diffamarenon già un solocittadino né duema centinaiae adopera­re carte false per mandarli alreclusorio?

Ma le son cose del febbraio dell’anno scorso! Son passati quindici mesi!cose vecchie! Vogliamo una qualche complicità in falso più fre­scapiùfresca ancora!

Siete proprio incontentabili. Pigliate allora il memoriale Marescalchieleggetevi trascritto nel suo testoil rapporto falso del questore Sangiorgiinventante di sana pianta il tenore di un discorso pubblico non mai tenutopermandare un povero diavolo al domicilio coatto!

Il falsovoi mi diteè un reato del questore! I tre giudici dellaCommissionecioè Marescaichi e i due magistratinon ne vollero sape­re!Benissimo. Adesso leggete la lettera di Crispi al prefetto Giura con cuiammonisce acerbamente il Marescalchi che il suo preciso dovere era di prestarmano a quel rapporto falso e a tutti gli altri della questura e che associandosiinvece ai due magistrati nel respingerloegli ha tradito il proprio dovere.

Se il falso documento non ha servitoconvenitenenon è colpa del signorCrispi che ha fatto di tutto per farlo valere!

Ma e l’affare Herz? Abbiate pazienzache verremo anche a quello. Dovendoprima mettere bene in sodo che quando Crispi e i suoi scribi smentiscono unacosa potete giurare a occhi chiusi che è verasebbene ce ne sia già d’avanzoamo finire la dimostrazionetanto più che l’affa­re Herz non è che l’anellodi una catena. Vi sognate voi qualche cosa di lontanamente simile che fossestato possibile con uomini i quali si chia­massero Quintino Sella o Lanza oFeracciù o Baccarini? Quell’affare fu possibileperché c’era al poterechinel metter a frutto gli uffici pubbli­cinon aveva mai in sua vita patitodi scrupoli. Ed è appunto perché que­sto vizio salta fuori ad ogni pièsospinto dalle pagine della sua vitache a furia di leggerne tantesi trovaessere di troppo questa pagina di più.

Vi ricordate l’ultimo giorno della Camera? Presentata la relazione deiCinque e sorta su di essa la discussioneFrancesco Crispilividos’alzò adichiarare che “era tutto un tessuto di perfidie e di menzogne”.

E ad ogni buon conto da lì a un’ora scappava.

Già: perfidie e menzogne anche gli elenchi del commendatore Martuscelliispettore della Bancacorrispondenticifra per cifradata per datanumero d’ordineper numero d’ordineai registri ispezionati della Banca e a tutti i documentidel processo!

Perfidie e menzogne anche la lettera 16 febbraio 1894 del comm. Mazzinoreggente della Banca in personache in questa sua qualità trascrivevasemplicemente dai registri una nota degli effetti di casa Crispi esistentipresso la Banca e rimastifino alla scoperta dell’inchiestainsoddisfatti edocculti.

Questo mi ricorda perfettamente un aneddoto della penultima seduta dellaCommissione dei Cinque.

L’onorevole Cibrariodella maggioranzaeletto relatore con tre voticontro duequello di Carmine e il mioleggendoci la sua relazionedescriventeil contenuto delle bustedevoto a Crispima galantuomosi studiava conciliarecapra e cavoliil tenore dei documenti col dispiacere che gli recavano.Arrivato alla lettera del reggente Mazzino nella rela­zione se la cavava così:

“Lettera in foglio intestato Banca Romana riferentesi adalcune dicerie (!!!) che circolavano nella Banca Romana.”

“Ferma un momento”dico io. “Mi pareamico Cibrario che tu sba­gli.Prego l’amico presidente (Damiani) di avere a buon conto la bontà dirileggere il documento lettera Mazzino”. E porgoestraendola dal plicolalettera al presidente che legge:

Banca Romana

Roma16 febbraio 1894

Eccellenza

in risposta alla richiesta confidenziale fattami da V.E. ho l’onore dirassegnar­le i seguenti schiarimentiquali risultano dalla contabilità dellaBanca e dalle dichiarazioni dei capi uffici preposti alli medesimi.

Esiste allo sconto un effetto cambiariocreato il 20 dicembre 1892consca­denza 31 marzo 1893portante l’accettazione del signor Palumbo Cardellae la gira di S.E. Francesco Crispi.

Esiste inoltre un conto corrente aperto il 15 luglio 1890 in nome di ValliGio.Batta per conto L.C.che secondo i capi servizio (non essendo ciò statomai a mia cognizione) significa Donna Lina Crispi per lire 14.000 e più gl’interessidal 15 ottobre 1890.

Esiste infine una partita a debito della signora Lina Crispi di lire 4305.15per controvaluta di fiorini 196991pagate dalla Banca per la detta signora conlette­ra di creditopiù gl’interessi dal 4 settembre 1890.

Esiste poi un debito a carico dei signori Pietro e Nicola Chiara per la sommadi lire 390.40470 contro i quali si stanno facendo gli atti giudiziali aPalermo.

Ho l’onore di rassegnarmi dall’E.V. devotissimo

B. Mazzino

Ma il presidente non arrivò della lettura neanche in fine: perché dopo ilprimo esisteil secondo esisteil terzo esistearrivatoalla quarta paro­la esisteho chiesto pacatamente al relatore:

“Amico Cibrarioti pare che siano dicerie?”

E lui lealmente: “Hai perfettamente ragione; non mi ricordavo più iltenore.” E cancellò lì sull’atto tutto quanto l’inciso. Non dico che lofacesse con piacere. [...]

Volete vedere come eran cose sapute? Nella lettera Mazzino il secon­do esisteriguarda un conto corrente aperto il 15 luglio 1890 in nome di Valli Gio. Battaper Conto L.C. per lire 14 mila e più gli interessi dal 15 ottobre 1890.

Questo conto corrente così figura nell’elenco autentico del Martuscelli:

Valli Gio. Batta per conto L.C.

Ricevute il 15 luglio 1890 lire 14.000meno lire 214 per interessi a tuttoil 14 ottobre successivo.

Debito al 10 gennaio 1893... lire 14.000 (!!!). Non si pagano e neppure siliqui­dano interessi.

Ciò è enormenevvero? siamo d’accordo: ed è anche più enorme illeggere nell’elenco dell’ispettore Martuscelli queste precise parole(riconfermate nella lettera del reggente Mazzino):

Consta alla Banca Romana che le iniziali L.C. significano Lina Crispi.

Ossia la moglie di quello stesso deputato che mentre ancora di questo debitonemmeno si pagavano e nemmeno si liquidavano gli interessisi opponeva all’inchiestasulla Banca Romana!

E avete lasciato passar di questa roba sapendolo? domandai in dicem­brescorso ad uno dei Sette.

“Lo sapevamo così poco”mi rispose“che ci si era persin fattocre­dere che quelle iniziali L.C. significassero... Lamberto Colonna oLazzaroni Cesare!”.

E basti per saggio.

“E lo stesso Mazzino se avesse fatto innanzi a noi le rivelazioni preci­sespecificate che si trovano nella lettera sua al Giolittiè chiaro e certo cheil Comitato avrebbe fatto altre indagini e non avrebbe indietreggiato avanti adun giudizio anche più severo. Nel fattocosì come sono le indi­cazioni dellalettera Mazzinosono per la maggior parteper me e per i miei colleghi deiSette una novità”.

Altro che cose vecchie e sapute!

Ma torniamo al primo fatto della lettera Mazzinoossia torniamo dalla moglieal marito.

Quando io la prima volta fermai l’occhiocon istupore e disgustoneidocumenti dei Cinquesul fatto gravissimo dell’effetto Crispi 29 dicem­bre‘92a distanza di pochi giorni dal discorso di Crispi del 20 nella Cameracontro l’inchiesta della Banca Romananon aveva ancora tutta intera dinanzine’ suoi precisi contornidefiniti dal codice penalee da quello deigalantuominila enormezza del fatto. E basti dire ch’era sfug­gito a mecom’erasfuggito a tutti.

Appena il fatto fu segnalato e l’enormezza cominciò a trasparirela Riformae gli altri salariati misero avanti le mani e negarono sfacciatamente che ilCrispiil 20 dicembreavesse difeso nella Camera la Banca! Capivano che unavolta assodato questosiccome le date parlavanola concussione era lampante(come lo è).

Ahimè! il deputato Crispi nella seduta del 20 dicembre aveva fatto più chedifendere la Banca Romana!

Presentata da Napoleone Colajanni la domanda dell’inchiesta fieramentecontrastata dal Miceli e da altrii quali sapevano come stavanoil piùviolento e più astuto nell’opporsi alla domanda onesta fu il Crispi. E dovevaessere ben forte l’interesse che lo moveva ad unirsi al governo perché fosserespintada fargli dimenticare persino il suo odio persona­le contro ilGiolitti. Impedire quel giorno la inchiesta sui fatti criminosi e segreti che laBanca Romana celava nel senoera ben più che difen­derla! era salvarlaaddirittura!

E Francesco Crispi quel giorno la salvò!

Oggi che tutta Italia ha saputo quali erano le oneste cose che quel gior­nosi vollero nascondere e ha saputo dal solenne verdetto dei Sette che FrancescoCrispi in quel dì le conosceva - oggi è alla luce vergognosa di quellerivelazioni di poiche io consegno alla gogna della storia parla­mentare leparole di Francesco Crispi in quella tornata del 20 dicembree poi vedremo -per triste colmo di scandalo - qual era la posizione per­sonale del signorCrispi in quel preciso momento che dal suo stallo di deputato compiva parlandoil brutto ufficio. E si comprenderà perché al darne conto abbia preferito il15 dicembre fuggire.

Tornata del 20 dicembre 1892 (Atti ufficiali):

Crispi: Non mi sarei atteso che si fosse venutodopo quattro anni alla Camera a parlare di fatti già quasi giudicati (!) e permoltissimi dei quali si è già provve­duto (!).

L’inchiesta parlamentare non si puònon si deve votare. Non si deveperché non sarebbe atto patriotticomi scusi l’on. Colajanniil votarla.

Inchieste ne furono fatte parecchie. Alcune ordinate sotto il mio ministerofuro­no rigorosissime.

Non ho nulla da aggiungere alle parole del mio caro amico Miceliil qualecolla onestà che lo distingueha raccontato le cose come sono andate.

I parlamenti hanno un dovere: quello della prudenza nelle loro deliberazioni.

Possiamo discutere tra di noi; accusarci tra di noi; ma non possiamo accusarequelli che non sono qui (cioè Tanlongo). (Bravo! Benissimo!)

L’on. Colajanni vorrebbe costituire un Comitato di salute pubblica: non neè il tempo. (Ilarità).

Colajanni: Ci arriveremo.

Crispi: Non ci arriverete. Sono sogni d’infermo. (Interruzionedell’on. Colajanni: Benissimo). Ho combattuto contro altri più forti divoie se volete continuare sopra una via che non è la nostrasbagliate.

Colajanni: Potrei rispondere malamente.

Crispì: Potete rispondere come voletetroverete la replica. Ilnostro credito all’estero peggiorerebbe per una inchiesta parlamentare. Quantoall’opera nostra dell’89 non abbiamo che a lodar­cene. Se momenti criticinon fossero sopraggiuntisaremmo venuti alla Camera con un disegno di legge cheavrebbe una volta per sempre riparato all’anarchia bancaria.

(Il disegno di leggedi cui qui si parlanon occorre dirloera il famosodisegno per la Banca Unicaalla quale il ministrosalito al potere colprogramma della Sinistradella pluralità delle Banches’erarapidamente convertito in pro della Banca Nazionale... avendo pudicamente accesocon essa il grazioso prestito delle 254 mila liretenuto clandesti­noesotto condizione di non pagarestando al potereun centesimo né di interessiné di capitale. Simonia di cui la storia delle corruzioni par­lamentari nonricorda più tipico esempio). [...]

E il discorso non è che una pallida illustrazione del contegno del signorCrispimentre il Colajanni faceva contro la Banca la sua formidabilerequisitoria; contegno così irritato e provocanteche avendolo i deputati dell’Estremaa lui viciniinvitato a chetarsirispose rabbioso a Caldesia Garavetti eagli altri lì presso: “Tanlongo ha dei milioni da seppellirvi tuttiquanti!”. [...]

Che Crispi fosse; quel dì 20 dicembre in cui salvava dalla inchiestaTanlongo e la sua Bancadebitore clandestino di effetti ingenti in soffe­renzaalla Banca Romanarisulta ormai ad esuberanza dai documenti dell’inchiesta.

Ed è chiarito con la maggior precisione dal trovarsi quegli effetti Crispinella nota dei titoli d’indole clandestinaconsegnati da Lazzaroni aTanlongo: dall’interrogatorio Lazzaroni 14 aprile ‘93 da cui è assoda­tocome i tre effetti Crispi (uno di 10.000 a scadenza 15 gennaio ‘93uno di25.000 a scadenza 30 febbraiol’altro di 20.000 a scadenza in bianco)appartenessero: “alle operazioni riservate che non passavano per la trafilaordinaria della Banca”. [...]

Ma qualche cosa di ben più grave del debito occulto in corso è il favo­renuovo che il signor Crispi non si vergognò di mandar a chiedere a Tanlongo immediatamentedopo resogli nella Cameracome deputatol’immenso servizio del 20dicembre 1892.

Questo favore è descritto nella terza operazione dell’elenco n. 11 dell’ispettoreMartuscelli il qual elenco è il seguente:

Atti Parlamentari n. 76 a.

Portafogli. Situazione al 10 gennaio 1893.

Operazione n. 94 del 5 gennaio 1893.

Bufardeci Emilio cedente dell’effetto n. 374accettato da BufardeciSebastiano per L.13.000 - scadenza 3 aprile 1893. - Si crede nella Banca Romanache que­sti effetti sieno Stati scontati nell’interesse della famiglia Crispi.

Operazione n. 9251 dell’8 novembre 1892.

Campagnano Vitale di Raffaelenegoziante in merceriecedente degli effettin. 28.684 a 28.687accettati da Campagnano Raffaeleper L.16.000scadenza 8feb­braio 1893. L’8 febbraio 1893con operazione n. 940 bisgli effettifurono rin­novaticoi n. 2.592 a 2.595con riduzione a lire 15.900.

Secondo dichiarazione verbale dello stesso Campagnano Vitalegli effettisarebbero dipendenti da acquisti non pagati da Lina Crispi.

Operazione n. 10.757 del 20 dicembre 1892.

Crispi Francesco cedente dell’effetto n. 34.526 accettato da GiuseppePalumbo Cardella per lire 20.000 scadenza 28 marzo 1893.

Come vedesi questo terzo dagli effetti tenuti amorosamente inpor­tafogli (tralascio di consegnare all’ammirazione gli altri dueprecedenti) porta la data del 29 dicembrevale a dire di nove giorni appenadopo il servizio reso dal Crispicome deputatoa Tanlongo il 20 dicembre.

Domando a chiunque abbia senso elementare di onestà con che nome nel codicedei galantuomini chiamasi... lo sposalizio di quelle due date.

Ma aspettate ancora! Trattandosi di sposalizioè giusto che per Crispi ledate siano almeno tre; frugate in una noticina piccina piccinarincan­tucciatain calce alla nota degli effetti Crispie scoprirete che questo effetto è ilmedesimodi cui l’elenco Martuscelli ha rettificato la data che era segnataper isbaglio 19 dicembreinvece di 29 dicembre.

Dice la noticina:

Questo effetto (di 20 mila lire senza scadenza) che al 24 dicembre 1892risul­ta come sospeso di cassa nella verifica di detto giornocome dal librosequestra­to ed in attivenne caricato in portafogli il 19 dicembre 1892 conla scadenza del 28 marzo 1893epoca in cui venne pagato.

L’errore di stampa che ha cambiato il 29 in 19 è evidente dal contesto edal confronto coll’elenco Martuscelli: resta adunque inoppugnabil­menteaccertato che non al 29ma al 24 dicembrequattro giorni soli dopo ildiscorsol’onorevole oratoredifensore di Taniongo nella Cameraaveva giàottenuto dal medesimo il riconoscente ricambio del servizio resogli; ossiasupposto che non più di un giorno sia intercorso per la richiestail favore fudomandato quando non erano ancora asciut­te le bozze stenografiche del discorsodel 20!

E l’uomo che reclamava in quel momento questo onesto scambio di servigiera quegli a cui Taniongo non poteva nulla negareperché egliCrispitenevain pugno da due annicome incautamente confessòe come i Sette constataronoil segreto delle “cose da Corte d’Assise” che il 20 dicembre vollesottrarre alla luce!

Ed ora che il fatto è accertato e fuor di qualunque discussioneossia orache abbiamo nel documento Martuscellirischiarante i documenti dei Settelaprova che su questo puntocome su quello delle raccomanda­zioni indarno negatedal Crispi al giudiceil Tanlongo ha confessato la pura verità - possiamo suquesto punto dare al Tanlongo la parola:

“Anche il Crispi ha una cambiale di 5000 ed una di 20.000 lire fatta pochigior­ni prima del mio arrestoche ne domandò 60.000 e che dovetti limitarmi amotivo della circolazioneche con il ritiro avvenuto dei depositi di conticorrenti era quasi tutta emessa.

Oltre a luivi sono alcune cambialette della sua signorache facevafigurare come concessionario un mercante ebreo di tessuti.” (Relazione deiCinque - let­tera Tanlongo 17 luglio 1893).

E le 55.000 lire sono infatti esattamente la somma comprovata dai duedocumenti sequestrati n. 157 e 190 del Processo della Banca; le 20.000 di “pochigiorni prima dell’arresto” (che fu il 19 gennaio) sono quelle dell’effettocaricato in portafoglio il 29 dicembre; (sospeso di Cassa del 24 dicembre); ilmercante ebreo di tessuti prestanome della signora è il Raffaele Campagnanocome risulta dal documento Martuscelli e amplis­simamente dalle 102 lettereprivate di Lina Crispi al maggiordomo Lanti che la Commissione dei Cinquea miapropostadecise di restituire. Vale a direil Tanlongo nella sua letterarisulta su questo punto veritiero ed esatto fino allo scrupolo: come lo eraquando affermò al giudice le rac­comandazioni di Crispi da questi al giudicenegate: motivo per cui diven­ta preziosa e indiscutibile la sua confessione(14aprile) che “quell’effet­to delle 20.000 non figurava nemmeno suiregistri della Banca” (la clandestinità è già provata) e la edificanterivelazione che quelle povere ventimila rappresentano una riduzione delladomanda primitiva! l’one­sto Crispi- da oratore che si rispetta e daavvocato principe - aveva valutato il suo discorso del 20 dicembre al triplo - eaveva chiesto uno sconto di sessantamila!

E colto così colla mano nel saccoil signor Crispi se ne va a facciafre­sca a raccontare al giudice Capriolo ed ai Sette che le cambiali presso laBanca Romana “furono alla scadenza pagate!”. Bella forza! [...]

Il signor Crispi si faceva bello di aver saldato i suoi effetti - giacenticlandestini fino al principio del ‘93 - dopo che l’ispezione Martuscelli ele perquisizioni e il processo dalla Banca avevano pontato alla loro scoperta!

E fino a che le scoperte non vennerofino al giorno dell’arresto diTanlongocasa Crispi faceva onore ai suoi effetti nel modo che l’ispet­toreMartuscelli al 25 febbraio ‘93 descrive: “nemmeno si pagano e nem­meno siliquidano gli interessi!”

Tornando all’effetto del 24-29 dicembrecioè all’onesto clandestinocompenso del discorso del 20 dicembre - (che se fosse stato scoperto a memiavrebbe obbligato ad uscir sui due piedi dal Parlamento) mi sono tenuto aidocumenti noti ed acquisiti i quali - come vedesi - esuberano alla dimostrazionedel reato.

Solo ad abbondanza qui ripeto quanto dissi giàche nelle lettere dellasignora Crispi Barbagallo- non quelle a Lantirestituite dai Cinquemaquelle a Bernardo Tanlongo di cui parla l’elenco 7 febbraio del delegato diP.S. Rinaldie di cui è cenno incompletissimo e superficiale negli appunticonsegnati ai Sette - lettere che si trovano giacenti e nascoste fra gliundicimila atti del Processo della Banca Romana - se ne ritrova pre­cisamenteuna della fine di dicembre ‘92che collega il discorso fatto dal marito allaCamera in difesa della Bancacon una nuova domanda di danaro alla stessa! [...]

Dunque riassumiamo:

- è provato che l’onorevole Crispi dal 1889“come Presidente delConsiglio conobbe la situazione della Banca Romanaqual eradalla relazioneBiagini” cioè conobbe i reati da Corte d’Assise in essa descritti “macredé opportuno di passar­li sotto silenzio”.

- È provato che tenendo in pugno con un siffatto segretoacquisito perragion del suo ufficiol’istituto e il governatore colpevole che non potevaperciò nulla rifiutargli(e questa è la circostanza per la quale il caso delsignor Crispi è enor­memente più scandaloso e più grave di quello di tuttigli altri deploratii quali bensì pregavano favori illecitima non avevanarmi in mano da imporli) il signor Crispi onestamente se ne valse per farsiscontare effetti sopra effetti di favoreche ancora al 20 dicembre ‘92mentr’eglisalvava nella Camera il Tanlongoammon­tavano a L. 55.000(senza contar le50.000 estorte per l’elezione del V collegio di Roma e senza contare le altresofferenze di famiglia); e se ne valseinoltre per obbligare il governatoreche eracome vedesialla sua mercéad altri uguali favo­ri ai propriintimi. [...]

- E provato che appena ebbe il 20 dicembre ‘92 col suo discorso nellaCamera salvato l’Istituto e il governatore colpevole dalla inchiesta propostada Colajannine approfittò per farsi dar subito il 24 dicembre - oltre quelleche già doveva - altre lire 20.000 sapendo il governatore nell’impossibilitàdi negargliele.

E se questi non costituiscono nella più precisa forma i reati diconcus­sione e corruzionecontemplati alti articoli 169170 e 171 del CodicePenaletutti e tre questi articoli si potrebbero cancellare dal Codice.

E siccome questi rientrano nella categoria dei reati pei quali non pare cheesista immunità parlamentare (lo provò Rocco De Zerbi la cui opera nellaCommissione parlamentareper valida che fossenon ebbe tuttavia l’influenzasolenne e perversa del discorso 20 dicembre che permise alla Bancada Crispisalvata in quel dìdi far perdere allo Stato degli altri milioni)cosìo ilsignor Crispi ne dà spiegazione alla Camera o dovrà altri occuparsene peidiritti della pubblica accusa.

 

 

SECONDA PARTE

 

 

 

 

 

Ed è alla luce di questi precedenti dell’uomo in materia diattendibi­litàdi delicatezzadi onestàdi scrupolo- soprattutto allaluce ditali criterjsulla fede che meritano le smentite sue - che esamineremoquest’altro affar pulito della... decorazione a Cornelio Herz.

E poiché a me piace in tutto la esattezza e la precisione - e l’una e l’altrami fanno tanto comodo quanto all’on. Crispi fanno paura - sarà bene che iorichiamiinnanzi tuttoin che termini l’accusa è stata for­mulata. Il notofilandro della Capitaleai sette di gennaio dell’anno scor­socioè pocoprima di entrare al servizio di casa Crispil’aveva riassun­ta semplicementecosì:

Nel 1890 si ebbe un Crispi famoso per la invenzione dell’oro straniero. Ilquale però non impedì al cavalier Crispi di beccarsi le 50.000 lire diReinach per far dare una decorazione al famigerato Cornelio Herz.

(Capitale del 7-8 gennaio 1894)

E qui il filandro era inesattocome i domestici che origliano agli usci. Ioche amo invece la esattezzala accusa del Secolo la ho precisata così:

che il decreto per la decorazione Herzfupuò dirsiproprio l’ultimodato a fir­mare alla Corona dal Crispidimissionariorovesciato sette dìinnanziil 31 gen­naiodal potere proprio dell’ultima udienza reale cheebbeindelicatamente abu­sando dell’ufficio provvisorio coperto per la solatutela dell’ordine e per il disbrigo degli affari correnti (due giorni dopo DiRudinì entrava in carica); tanto perché l’ultimo suo atto fosse degno deisuoi quattro anni. di governo;

che per ottenere quel decreto dalla Coronail Crispi le diede a intendereuna menzognache fu presto a Parigi scoperta escoperta che fus’impose l’altaragione di revocare il decreto; menzogna della quale è in mia mano un documentoautografo con una firma che taglia la testa al toro;

che oltre quella menzognail Crispiper contestar l’operatone invocò ene fece invocare dai suoi giornali un’altra peggiorepretestando un rapportodel general Menabreaambasciatore a Parigisui pretesi meriti scientifici dell’Herz;rapporto che infatti esistee di cui per ora è pietà il tacerema del qualeil signor Crispi si è onestamente guardato dal far conoscere un periodo che faonore alla sincerità del Menabrea e bastava a rendere la proposta decorazioneimpossibile;

che scoperto il brutto ingannonon solo il signor Crispi non lacerò egli ildecre­to colle sue manicome fece dalla Riforma sfacciatamente asserire(e non potea neppur farloperché non era più ministro) ma per tutto quel mesedi febbraio con­trastò con la più cinicacon la più ostinata resistenzaalle pratiche replicate fatte presso di lui per persuaderlo colle buone a nonopporsi alla revoca del decretoscendendo perfino alla indecenza (quando sivide colle spalle al murodavanti alle scoperte venute da Parigi) di offrireuno cheque francese di 60.000 lire (!!!) a beneficio del magistero dell’ordinepurché sulla revoca non si insistesse;

che il signor Crispi non deve aver avuto nemmeno la delicatezza di avvertireil suo clientea cui si era affrettato a spedir copia del decretodiavvertirlodicoin febbraiodei nuovi ostacoli sorti; poiché il poverodiavolo di Reinachnon veden­do il diploma originale arrivare maispediva conlettera del 24 marzo la somma imprudentemente confessata dalla Riforma quandogià il decretomercé la fer­mezza del ministro Di Rudinìera stracciato dauna settimana;

che infine la ragion data di quella somma dal signor Crispi e dalla suaonesta Riformacome pagamento di onorari d’avvocato di quattro anniaddietroè un’altra semplice e solenne e ridicola menzognae le 50.000 lireriguardano il signor Herz e nessun altri - come in sede opportuna dimostrerò.

Ora se io fossi meticolosodopo aver precisate le cose in questi termi­niio avrei diritto di dichiarare che non ho altroper orada aggiungerepoichénon è più a me che incombe di dare spiegazioni. [...]

Ma il signor Crispi non è da oggi che fa il sordo per l’affare Herz.

Nel 1893quando le accuse apparvero e le bugie della Riforma furonosubito schiacciatela Tribuna e altri giornali fecero intendere alsignor Crispi che l’opinione pubblica reclamava la soddisfazione di ungiudi­zio.

Il signor Crispi non rifiatò; e confidò nel facile oblio che èin Italiaspecialmenteil grande ajutatore dei disonesti scoperti.

Ma dopo quattro mesi che io gli vado rinfrescando la memoriae sbat­tendosul volto il suo reatoper quanti conoscono e sanno l’indole ven­dicativadel Crispiper quanti sanno chese egli avesse la lontana spe­ranza di farmicondannare come diffamatoreegli assaporerebbe la voluttà degli Deinon èpiù un mistero che se il Crispi vi rinunziaè per­ché sa che da un pubblicogiudizio n’uscirebbe stritolato.

Dopo tutto quello che dell’affare Herz fu già stampatoio potrei oggidispensarmi da qualunque dimostrazione o abbandonare il signor Crispi algiudizio degli onesti: perché dal marzo 1893 il signor Crispi si è resoconfesso doppiamente:

l° col fuggir dal processo;

2° col farsi cogliere in bugia. [...]

Perchéripetoquesto signorecome tutti i disonesti audacifa il contosull’oblio degli altri: e negando oggi l’affare Herzsi lusinga che nessunosi ricordi come eglisu questo preciso affarefu già colto in flagrante dibugiaproprio colla mano nel saccofino dal marzo 1893quando il turpemercato venne in luce.

Non me ne ricordavo - e vi basti! - nemmen io. Assorto in quei gior­ni nelladuplice lotta per l’elezione di Corteolona e il processo di Mantovarammentavo confusamente che su quel fatto vi era stata una polemica da cui ilCrispi era uscito male: ma questo dicembreappena scopersicome commissariodei Cinquele concussioni del Crispi - per associazion naturale corsi subitocol pensiero a quel ricordo - e iniziai quella stessa settimana le indagini chemi condussero alla certezza del fatto. E fra i documenti più preziosi dell’accusatengo i numeri di quel tempo dell’organo intimo personale del signor Crispila Riformache è quanto dire le asserzioni del signor Crispi inpersonae la sua autodifesa di allora; il cui confronto colle sue difese d’adessoè quanto può imma­ginarsi insieme di divertente... e di schiacciante. È unguajo certamente pel signor Crispi che le sue difese del ‘93 ei non siariuscito a farle spa­rire; ma è perciò appunto che nei processi si fanno ariprese e ad inter­valli gli interrogatoriiche poi servono a cogliere l’imputato- tradito dalla memoria - in contrasto fra le bugie inventate prima e le bugieinventate poi. [...]

Fu nel dicembre 1892chescoppiato a Parigi lo scandalo delle rive­lazionisul Panama e su Cornelio Herz e avvenuta la tragica morte del banchiere GiacomoReinachsi venne per la prima volta a sapere di rela­zioni passate fraComelius Herzl’inclito ricattatoree Francesco Crispi.

La improvvisa relazione destò scandalo. Come? L’uomo che denun­ziavafuribondo i radicali per le loro relazioni coi francesiscoperto a tre­scarecon quanto ha di più losco il mondo politico in Francia?!

Il Joumal di Parigi mandò subito un suo redattore dal Crispiilquale si difese espressamente con una intervistadal Journal pubblicatail 26 dicembre. (E precisamente quella tale intervistain cui l’italianissimosignor Crispiparlando della politica d’Italia e dei suoi uomini di Stato colgiornalista franceseper uso di un giornale francesechiamava l’expresidente del Consiglio ce pauvre mr de Rudinì). Ecco il colloquioauto­rizzato dal Crispi:

“Or oraEccellenzami parlavate del Panama. Il vostro nome fu pronunciatoa proposito di Cornelio Herz”.

(Crispi): “Sìlo so. Nel 1889 il signor Herzdel quale conoscevo ilnome come scienziato (!!!)venne a ritrovarmi in Napoli. Feci delle difficoltàper riceverloma infine lo ricevettied egli mi disse: "Non vengo in nomedi nessunosono io personalmente che ho preso l’iniziativa di presentarmi avoi per conoscere le vostre intenzioni riguardo alla Francia".

Risposi al sig. Herz che non avevo nulla da risponderglile mie opinioniessen­do note. Il signor Herz mi disse: "Forse tornerò a vedervi in altrecondizioni". E ciò fu tutto”.

(Journal26 dicembre 1892)

Ce fût tout! E ciò fu tutto!!!

Ammiratelo ben bene e legatelo in oro questo magnifico: “e ciò fu tutto”detto da Crispi in dicembre 1892due anni dopo la decorazione di Herzdueanni dopo... il resto che si vedrà!

Ma l’Opinione il giorno appressofra lo stupore universaleriportan­do quel “ciò fu tutto” aggiungeva:

Non tutto. Per quanto sappiamoa Cornelio Herz era stato concesso il grancor­done dell’ordine Maurizianocordone che dopo la crisi del 31 gennaiorimase sospeso.

[...]Ma mentre l’Opinione così inaspettatamente completava ilpudico “e ciò fu tutto” del Crispiecco si viene a sapere che CornelioHerz era stato a Carlsbad in rapporti cordialissimi colla moglie di Crispi.Crispi fa rispondere che difatti Herz aveva tentato avvicinar la sua signoramache era stato tenuto a distanza. Allora il Figaro manda un suo redattorea Londra da Cornelio Herz: il quale gli fa le seguenti dichiarazioni:

“Certo io non sono l’agente di nessuno. Maa un dato momentoquando ladiplomazia francese non si era ancora orientata verso l’alleanza russaio m’eroassunto di rompere la Triplicedistaccando l’Italia.

Mi recai in Italia e vi coltivai l’amicizia del Crispi: allo stesso scopoprocurai di guadagnarmi le buone grazie di madama Crispialla quale mi fecipresentare durante il suo soggiorno di Carlsbad.

Ohio so bene che oggi delle interviste più o meno sincere cercanoattenuare la natura de’ miei rapporti coll’ex primo ministro d’Italia: mase il giurì d’onore che sollecito vuol prestarvisiallora produrrò lacorrispondenza del signor Crispi.

Quanto alla nobile signora sua compagnapoiché si è preteso che io mi eropre­sentato a lei come un intrusoecco la lettera d’introduzione che ilgenerale Menabrea mi aveva dato per lei.”

(Figaro20 gennaio 1893)

E qui viene la lettera del generale Menabrea12 agosto 1888con cuipresenta il dottor Cornelius Herz “all’intelligente e graziosa sposa dell’illustreprimo ministro d’Italia” e lo descrive come creatore “dell’importantepubblicazione... La lumière électrique”.

Cornelius Herz prosegue:

“Posso mostrarvi altre lettere del Generale Menabrea. Avevopreso presso di me come impiegato il figlio di esso generale. Gli avevoassegnato uno stipendio di mille lire al mese... Non avevo nulla trascurato percattivarmi le buone grazie di questo ambasciatore...”

E sopprimo il resto.

Ma purtroppo seguono quinel loro testotre lettere del generaleamba­sciatore Menabreadel 2026 febbraio 1886 e del 24 ottobre 1888 di cuibasta - e ahimène avanza! - la primaper quello che vedremo poi.

Parigi26 febbraio 1886

Caro dottore

sono stato oggi a cercarvi al vostro ufficio: non avendovi incontratovengoa prevenirvi che mio figlioavendo compiuto tutti i lavori che gli aveteaffidato per Romae non avendo ricevuto avviso contrariomi ha telegrafato chedisponevasi a ritornare a Parigi per mettersi a vostra disposizione.

Tutto vostro affezionato.

L.F. Menabrea

 

Teniamone nota e torniamo a Crispi.

Il “ciò fu tutto”come vedesiseguitava a crescere a vista d’occhio:era già diventato un’amicizia con carteggio.

La Tribuna di Romaimpressionatamandò a chiedere al Crispinel dilui interesseuna intervista. Stavolta il “ciò fu tutto” egli si guardòdal ripeterlo. Nell’intervista riportata dalla Tribunache dice averlaripro­dotta “con esattezza fonografica”il colloquio breve e quasisgarbatoconcesso con difficoltàdi cui Crispi aveva parlato nell’intervistaante­riorestavoltameno malediventa un colloquio lungoespansivo: poiCrispi si degna di ammettere anche il carteggioed aggiunge:

“Rividi l’Herz a Ginevra nel 1891. Alloggiava all’Hotelde la Paix. Herz vide il mio nome tra i forestierivenne a trovarmiepranzammo insieme; non si parlò che di politica sul solito tema...”

Un colloquio nuovo che salta fuorie delle vacanze estive del’91;prendiamone nota: ci avverrà di ricordarlo.

E proseguiamo l’intervista:

“Il signor Herz voleva decisarnente staccare l’Italia dalla Triplice?”

(Crispi). “Il signor Herz parlava come tutti i francesii quali sonosempre ed avanti tutto patrioti”. (Ohche tenerezza!)

“Dell’alta onorificenza italiana che Ella avrebbe voluto dare al signorHerz la storia vera qual è?”

(Crispi). “Eccouna onorificenza per Herz mi fu chiesta nella suaqualità di scienziato di vaglia”.

“Da chi?”

(Crispi). “Mi permettacaro signoredi non soddisfare la suacuriosità. Ogni designazione di persona potrebbe influire in questo momento adaccrescere le cor­renti di sospetto o determinarne; ed io credo dovere digalantuomo di non contri­buirvi in alcun modo”.

“Menabrea forse”

(Crispi). “No”.

Il nome che Crispi si rifiutava di svelare - e adesso si capisce il per­ché- era quello... del banchiere affarista Giacomo Reinach. Decisamente era un nomeche al signor Crispi scottava in quel momen­to il pronunciare.

Ma ridiamogli la parola:

 

“Avuta la domanda (prosegue il Crispi) feci prenderele informazioni d’uso. L’Herz mi fu dipinto come valoroso patriota che avevafatto splendidamente il suo dovere durante la guerra del 1870-’71comescienziato d’indiscutibile valore. Però per ragioni che è inutile ricordareio (e l’on. Crispi accentuò questo mono­sillabo intenzionalmenteripetuto) io non diedi corso alla praticasicché il mio successore (DiRudinì) non ha dovuto l’otto febbraio sospendere un bel nulla.”

Tante paroletante menzognecome più avanti vedremo.

Ma se era una cosa onesta e lecitadomando ioperché prima nascon­derla epoi mentire in quel modo nel confessarla?

E qui mi fermo un momento per dar la parola... al Corriere della Sera diquell’epocagiustamente scandalizzato (1° aprile 1893):

Chi era Herz? Aveva un nome eguale a quelli di Pasteurdi VirchowdiKochdi Edisondi Berthelot? Niente affatto. L’ambasciatore Menabreanellalettera di presentazione alla signora Crispienumerava i suoi meritiscientificichiamando­lo il fondatore dell’importante pubblicazione... Lalumière électrique!

E per quest’uomo (aggiungiamo pure per questo bel tipo morale diaffarista ciarlatano) un ministro italiano propone nientemeno che il grancordone dell’ordi­ne Maurizianola più alta onorificenza cavallerescaitaliana che non è stata data a nessuno degli scienziati di fama mondiale cheabbiam nominati (e che è negataaggiungo ioa tanti nostri generali ecolonnelli incanutiti sui campi!)

Ed a richiesta di chi vien fatto questo atto straordinario? Chi garantisce imeri­ti eccezionali del signor Herz? Uno scienziato più famoso ancora? Nounban­chiereun affaristail signor Reinach!

Il Crispiben veroaggiunge che gli era stato dipinto “come un valorosopatrio­ta che aveva fatto splendidamente (!) il dover suo nella guerra del1870-’71”.

E questase anche non fosse stata bugiaera un’altra ragione non menostramba per dargli il gran cordone Mauriziano - tanto più che Herza quantoparenon è francesema cittadino americano.

Insommada qualunque parte guardata e riguardatala scoperta di que­stogran cordone al preteso scienziato affarista Herz era e restava per tuttiinquel principio del ‘93un enigma strabilianteinesplicabile!

Maal 17 di marzo di quell’anno ‘93venne a piovere sull’enigma unaluce improvvisa.

Il signor Imbertliquidatore giudiziario della successione dei banchie­reGiacomo Reinachsuicidatosicome vedemmoin seguito alle rivela­zioni sulPanama e alla sua rovina morale e materialeera venuto a sape­re che allavigilia della sua morteil suicida aveva affidato ad un amicoil signorCarpentieruna busta contenente carteda consegnarsi al di lui fratelloOscardi Reinach-Cessac.

Dietro invito del signor ImbertOscar Reinach si presentò infatti nellostudio del medesimodove fece la consegna del piego ad esso liquidatoreinpresenza del giudice di paceassistito dal suo cancellieree dal signorPerardnotaio. Il piego non era suggellato: perciò il liquidatore si opposeche venisse esaminatose non alla presenza della Commissione parlamentare d’inchiestaintorno agli affari del Panama.

La Commissione d’inchiestaavvertitanedelegò un de’ suoi membriildeputato Depuy-Dutempsad assistere all’esame.

E questo ebbe luogo nel pomeriggio di venerdì diciassette marzoallapresenza di tutte le dette persone. Prima di essere consegnate in piego apertoal signor Imbert tutte queste carte erano state copiate. Alla lettura dellemedesimefatta nello studio Imbertapparvero le prove di un ricat­tomostruosoda cui venne la rovina e pare anche il suicidio di Reinach.

Il suicida aveva consegnato nel piego la indicazione e i documenti di tuttele somme che il ricattatore e già suo socio d’affariCornelio Herzcollacontinua minaccia di deferirlo ai tribunaliaveva costretto il Reinach apagargli nelle sue mani o a pagare a terzi per conto suo.

Il primo documento del piego ne formava il riassunto; e consisteva in unfoglio recante la copiao a dir meglioil duplicato tutto di pugno delsuicidadi una nota od elencodiretto da luiReinachad Herze preci­santel’ammontare delle somme versategli in seguito ai diversi ricatti.

In questo documento autografo che vedremo più sottoe che funel suo testocomunicato e pubblicato dal Journal des Débatsdal Tempsdal Rappele da altri giornaliapparì il nome di Crispi per 50.000 liree annessenel piego erano le lettere scambiate fra Crispi e Reinachche a questa cifra siriferivano.

Il Journal des Débats pubblicava tosto nel suo numero successivo del18 marzofacendone una sceltail testo preciso di molti dei documenti delpiegotelegrammi e lettere Herz-Reinachbeninteso di quelli soli cheriguardavano il Panama e che avevano interesse per il pubblico france­se. Neuscivain tutta la sua laidezzala mostruosa figura morale dell’Herz. Quellidell’affare Crispisiccome non riguardanti cose fran­cesiil Débats litralasciò e si limitò ad accennare che riferivansi “al con­ferimento fattodal governo italiano a C. Herz del gran cordone dei santi Maurizio e Lazzaro.Era il signor Reinach che avendo fatto ottenere al suo terribile associatoquesto gran cordonefu poi obbligato di pagare 50.000 franchi per... spese dicancelleria. Ecco intanto il prospetto del signor Reinach... ecc.”

Appena giunta in Italia questa scoperta sbalorditivail signor Crispiperparare il colpofece spedire dalla compiacente Stefani un telegram­macircolare a tutti i giornali del seguente tenore:

Il Rappel di Parigi afferma che fra le carte del barone di Reinach ilnome dell’onorevole Crispi figurerebbe per 50.000 lire.

L’on. Crispi è stato avvocato delle case Reinach di Parigi e diFrancofortepei loro interessi in Italiadal 1866 fino all’epoca in cuiassunse il potere.

Nel febbraio 1891 il signor Jacques di Reinach pregò l’onorevole Crispi diriprendere il suo ufficio e liquidò con lui gli onorari dovutigli fino al 1887(!!!)

L’on. Crispi è ancor oggi avvocato del barone Luciano de Reinachfigliodel defunto il quale ha proprietà immobiliari in Italia.

Della decorazione Herz neanche una sillaba!

Tanto valeva non commettere lo sbaglio di confessare il pagamento! Ma percorroborare la smentitaFrancesco Crispi si fece intervistare dal suo uomo difiduciaAlfredo Comandiniil quale telegrafò al Corriere della sera inquesti termini:

Appena conosciute le notizie del Rappel sui pretesi rapporti di Crispicol Reinachinterrogai l’on. Crispi. Mi disse: “Ho già fatto precisaredalla Stefani come stan­no le cose. Fui avvocato dei Reinach di Parigi edi Francoforte dal 1866 al 1877. Andato ministrochiusi lo studio sul serioermeticamentenon da burlacome hanno fatto altri. Ma tornato nel febbraio1891 alla vita privataReinach mi mandò a chiedere se avrei ripreso ilpatrocinio dei suoi affari e risposi in modo afferma­tivo. Allora fu cheReinach mi liquidò egli stesso i conti delle mie prestazioni pas­sateed eglipersonalmente mi pagò con un vaglia del Banco di Napoli. La clientela delReinach la ebbi per mezzo dei fratelli Weill-Schott coi quali sono anche inrapporto per ragioni professionali. Anche oggi sono avvocato del barone Lucianodi Reinachufficiale dell’esercito francesefiglio del defunto che ha beniin Italia. Questo è tutto”.

Ancora da capo il “questo è tutto”!

Ma no che neppure adesso non era tutto! perché proprio in quelmen­tre l’Italia Reale di Torino del 19 marzo usciva con unoschiacciante rias­sunto di parecchie delle circostanze emerse dalle lettereCrispi-Reinach incluse nel piego. Annunziava cioè l’Italia Realeinuna lettera da Parigicolla sigla Y.C.: Dai documenti comunicativenerdì dal signor liquidatore Imbert al signor Dupuy Dutemps risulta:

che il barone Giacomo Reinachil 19 gennaio ‘91 aveva pregato il suoammi­nistratore a Roma cav. Filippo Palombacapo sezione al ministero digrazia e giu­stiziadi adoprarsi a che venisse accordato il gran cordone aCornelius Herz;

che il Palomba rispose promettendo che avrebbe mandato il fratel suoavvo­cato Palombadal ministro Miceli;

che con lettera successiva il Palomba dichiarava esser meglio dirigersidiret­tamente a Crispi; e che da qui cominciava il carteggio con Crispicon una lettera di Reinachscongiurantelo a ottenergli per la sua quiete moralee materialela decorazione in parola.

Infine l’Italia Reale pubblicava un estratto della lettera Reinachaccompagnante il 24 marzo 50.000 franchi a Crispinonché la lettera di Crispiaccusantene ricevuta.

Ecco giunto finalmentenon è vero?il momento pel signor Crispi e per lasua Riforma di difendersi! Eccolo giunto il momento di dare una rispostastritolantedi quelle che dà e sa dare ogni galantuomoquando si trova facciafaccia colla calunnia!

La Riforma - cioè Crispi - (nel n. 82 del 22-23 marzo 1893) rispondeche “tutto questo è una vile menzogna come tutti possono scorgere a primavistaconfrontando i pretesi fatti e le pretese lettere con le date”.

E per prova che tutto questo è una vile menzognala Riforma...con­futa le date? ohibò; confuta le lettere? ohibò! Per tutta prova la Riforma- cioè Crispi - oppone questo argomento unicoschiacciante: “E fattoaccertato e notorio che fu l’onorevole Crispi stesso a non dar corso aldecreto per la decorazione di Herz”.

È chiaro?

Per essere più chiaro ancorail Crispi in personaal Comandini ripeteformalmente e conferma che “il decreto fu lacerato da lui Crispimentre eraancora ministro dimissionario”.

Ebbenequest’unico schiacciante argomentoscelto fra tuttiper prima esola rispostaquesto fatto accertato e notorio era - come oggi tutti sap­piamoessere cosa notoria e accertata- era una solennesfacciata men­zogna.

E siccome di ciò la prova limpidairrefragabile il lettore la troverà piùavantiqui domando ad ogni magistratoad ogni onest’uomose avrei o nonavrei il diritto di limitarmi a questa prova unica - e convinto il signor Crispidi avere mentito anche qui - come già aveva mentito (e s’è visto) nelleinterviste antecedenti - dispensarmipel giudizioda ogni indagi­ne ulteriore- come se ne dispensa il pretore che coglie in falso il ladrun­colo alla suaprima risposta.

Ma ho promesso di abbondare sino allo scrupolo esiccome le men­zogneabbondanola promessa manteniamola.

E fermiamoci alla confessione preziosastrappata coi dentidelrice­vimento delle 50.000 lire (oro vero francese)per ammirare laspiega­zione bugiarda che il signor Crispi ha tentato di darne.

Evidentemente il signor Crispi qui è stato di una inabilità affatto unicacome accade a coloro che si impigliano nelle proprie bugie. Se la ­scoperta delpiego Reinach e l’impressione che destò non lo avessero colto allasprovvistamai egli si sarebbe lasciatanel primo sbalordi mentosfuggire laconfessione che il pagamento esistevaperché avreb­be capito che laspiegazione non reggeva all’esameed era provata bugiarda.

Una volta appigliatosi al disperato partito di chiamar tutto menzognamegliovaleva negar il pagamentoche inventare la bubbola degli onora­ri diReinach... arretrati del 1887!

Lasciamo andare che non vi è un cane in Italiaa cui far credere cheFrancesco Crispi del quale le consuetudini avvocatesche e i bisogni continuisitibondi di danarosono notiattendesse fino al marzo 1891 per farsiliquidare da Reinach le sue competenze... del 1887.

Lasciamo andare che da tutti i conti dell’amministrazione Reinach risultaescluso il più piccolo debitola più piccola pendenza aperta con Crispi peronorari vecchi di causa dovutigli.

Che era ed è notorio a Parigi e in Francia e in Italia e dovunqueche ilbanchiere Giacomo Reinach non era l’uomo da far sospirare quattro anni e mezzoai suoi avvocati gli onorari; anzi era splendido in queste cose; che il signorCrispi non ha mai saputo dire quali furono queste causee nel 1887 qui in Romadi cause civili del Reinach se ne trova una solaeneanche a farlo apposta ilCrispi! - come avvocato non figura in essa un cavoloo megliopuò dirsivifigurava in senso precisamente inverso; poiché è una causa risoluta persentenza arbitrale degli arbitri commen­datore Caponegià presidente d’appellocomm. Cacciadirettore della Corte dei Contie senatore Augusto Pierantoniafavore di Reinach con­tro il suo avversario... il sig. Pinelliintimo e alterego di Crispi (oggi suo capo di gabinetto)condannato dagli arbitri arigurgitare e restituire al Reinach molte migliaia di lire onestamentetenutesi; ma dopo tutto que­stoabbiamo anche la prova precisapalmareche le 50.000 lire - su cui non è più questioneperché dal Crispiconfessate - si riferivano ad Herz - ossia alla sua decorazione e a nessun’altrie a nient’altro. [...]

Il signor Crispiil quale non ha maggior rispetto dei morti che dei vivinon pensa che vi è un’ora terribile e sacra in cui l’uomo ha diritto diesse­re creduto: ed è quella in cuifaccia a faccia colla mortespontaneamen­te cercatal’uomo dice addio alla terra e rivela il segreto chegli stava sull’anima. In quell’ora anche un banchiere che preferisce lamorte al disonoreha più diritto certamente a esser creduto di un uomopolitico che ha nel suo passivo documenti falsi e testimonianze false!

E il barone Giacomo di Reinachdi cui Francesco Crispi afferma e si onora diessere stato l’avvocatocome di esserlo tuttora del figlio suoil barone diReinachavrebbe la vigilia della sua morte inventato contro il suo avvocatodifensore la perfidia infernale di distrarre dalle centinaia di migliaia di lireda lui spese in causeproprio queste sole 50.000 lireper farle comparireesse soledi compendio di uno affaraccio per Herze di un ricatto anziché dionesti onorari; e ciò per il solo gusto di infamare il suo proprio avvocatonell’andarsene all’altro mondo! E Francesco Crispicalunniato a quel modocome avvocato del padreavrebbe volu­to esserlo ancora del figlio!

Eh viarispettiamo i mortie la testimonianza suprema di chi sta infac­cia alla morte.

La parola è al suicida - a Giacomo di Reinach.

Il foglio grande autografoda lui scritto la vigilia della morte(dupli­cato della nota mandata ad Herz)annesso come indice agli altridocu­mentiletto il 17 marzo nello studio del liquidatore Imbertallapresen­za dello stesso fratello del defuntodel deputato dell’inchiestaDupuy-Dutempsdel notaio Perarddel giudice di pace e del suo cancel­liere -consegnato quel dì stesso alla pubblicità nel suo testo autentico integralesu cui non è più questionee depositato presso il magistrato - reca in testadi tutto pugno del suicidacome tutto il rimanentequesta scritta: Sommeconsegnate da me a Herz in conseguenza del suo ricatto.

Vale a direche le cifre di questo elenco riguardano unicamente CorneliusHerz. È chiaro? Ecco il documento autografo nella sua inte­grità.

Sommes rémises par moi à Herz par suite de son chantage.

Vos billets……………………………………………………………………….

fr.

3039000

Schwob ….……………………………………………………………………….

319000

Donon……………………………………………………………………………

150000

Venise……………………………………………………………………………

5000

Francfort…………………………………………………………………………

30000

John Reinach…………………………………………………………………….

240000

Chabert…………………………………………………………………………..

150000

Versements à vous……………………………………………………………….

670000

Chèques…………………………………………………………………………..

2765475

id.………………………………………………………………………………..

150000

id.………………………………………………………………………………...

23700

Panama…………………………………………………………………………..

1250000

Chez Rotschild…………………………………………………………………..

250000

300 actions electricité…………………………………………………………...

150000

Le 30 décembre 1890……………………………………………………………

775000

Le 1 févriér 1891………………………………………………………………..

30000

Le 9 févriér l89l…………………………………………………………………

30000

Le 26 févriérl89l ……..………………………………………………………….

75000

Le 12 mars (Nice) ………...……………………………………………………...

15000

Le 24 mars 1891 (Crispi)………………………………………………………...

50000

Le 3 avril 1891 (par Chabert)………………………………………………..…..

135000

Le 6 juin 1891 (par Chabert) …………………………………...………………..

50000

Le 9 juin 1891 (envoi a Berlin) …...……………………………………………...

50000

Le 2 juillet 1891 (envoi a Francfort)……………………………………………..

253000

Le 1 octobre 1891……………………………………………………………….

350000

Le 20 décembre 1891 (Londres)…………………………………………………

50000

Le 1 juillet - 1 septembre 1892………………………………………………….

125000

 

Fr.

11190175

 

E fra tanti documenti che la Riforma pubblicòquesto si è benguar­data dal pubblicarlo!

E contro questo documentocontro la dichiarazione solenne del mortocheesso reca in fronteil signor Crispi ha il coraggio di venirci ancora aparlare... di onorari!

Mettiamoci in conto quest’altra menzogna e andiamo avanti.

C’è ancora bisogno di aggiungere che i documenti del piego giustifi­cantile cifre specificate dal suicida in quel foglio-indicesi riferivano ad essee non ad altro? Che il suicida non potevané aveva nessuna ragion dicommettere verso il suo avvocato e difensore da tanti annie col quale risultadalle stesse difese del Crispiesser stato fino all’ultimo in rapportieccellenti - di commetteredicoquest’altra infamia diabolica di includerenel piegointeso a dimostrare il ricatto di Herze intestato come talelelettere scambiate con Crispi sui terreni di Prato di Castello o su altre suecause civili?

Or mentre la Riforma smaniava a chiamar turpe menzogna lascoper­ta avvenuta nello studio Imberte il signor Crispiridotto aconfessare le 50.000inventava la scappatoia degli onorariecco cascareaddosso all’uno e all’altra un’altra rivelazione di Yil corrispondentedell’Italia Reale. Y (sigla del signor E.B. che alla cortesia di unfamigliare di Reinach doveva di aver potuto vedere e trascrivere i documenti delpiego - e perciò poté accennare anche al colore ed al sesto dei fogliettigialli) scriveva da Parigi all’Italia Reale:

La notizia trasmessavi è gravema rigorosamente esatta.

Parte dei documenti mi fu posta sotto gli occhi. Il telegramma di Crispi: “Venitequi appena potrete” e la letterina di ricevuta li ho avuti in mano. La frase“da noi” la lessialla sfuggitain una lettera che cominciava: “Non socome fac­ciate voi repubblicani; ma da noi monarchici le cose vanno più adagio”.

E che Y fosse ne’ suoi ragguagli esattissimone dié prova la Riforma dipochi giorni dopodel 29pubblicandocostrettala lettera del 25 luglio ‘90sui repubblicani e monarchiciche comincia precisamente in quel senso!

Contemporaneamentea Parigiil Journal des Débats che aveva dafonte diretta avuto e pubblicato il testo dei documenti del piego riferen­tesial Panamapubblicava nel numero del 24 marzo sera anche il testotradotto infrancesedella famosa lettera del 24 marzoaccompagnante l’invio delle50.000.

Il testo era il seguente:

Caro Crispi

eccovi le 50.000 lire di cui farete l’uso convenuto.

Insisto di nuovo presso di voi che vorrete finire questa faccenda al piùprestoperché ne ho bisogno assolutamente per i miei affari. Se fossenecessariofarei un nuovo viaggiose me lo domandaste.

Vogliate spedirmi una ricevuta per mia quiete.

Credetemi con stima ed affezione

Vostro Giacomo Reinach

E la ricevuta di cui è qui cennoera stata già pubblicata dall’Italiain questi precisi termini:

Caro Jacques

ho ricevuto la fav. v. col noto documento.

Mi metto subito all’opera e spero che riusciremo presto.

Credetemi vostro

Crispi

Or rilevando la frase della lettera Reinach “di cui farete l’usoconve­nuto” il grave Débats metteva già a posto la storiella allegradegli ono­rariicon questa semplice osservazione di buon senso:

“Dunque il danaro sarebbe stato versatonon in vista di risultatoottenutoma in vista di un risultato a ottenere... ”

La pubblicazione del Débats della lettera Reinach (già datainsunto fedeledall’Italia Reale cinque giorni prima) fu un fulmine perla pove­ra Riforma. Aveva strillato che i documenti dell’Italia eranouna turpe menzogna clericaleche erano “documenti immaginari falsi otravisati” (Riforma 26 marzo); e ahimècome fare a ripeterlo per ilgrave serissimo Débatsche avendo pubblicato sei dì innanziil 18iltesto riconosciuto esattissimo degli altri documenti del piegoavevabenevolmente omesso quelli di Crispie non potea credersi chepubblicandoneora unocom­mettesse per lui solo la eccezione di inventarlo?

Di questa lettera l’Italia Reale quello stesso giorno rivelavaesistere la ricevuta dell’ufficio postale di Parigicosì come il Figaro ilmese scor­so la pubblicò col fac-simile autentico sott’occhio.

La bugia di Crispi nell’intervista Comandini (vedi sopra) di avereavute cioè le 50.000 personalmente dal Reinach in Roma ne restavalet­teralmente stritolata. Difattiper confessione della Riforma(numero29 marzo ‘93) il Reinach era stato a Roma il 5 marzoe il Reinach accennaappunto a quel viaggio nel dichiararsi pronto a farne un altromentre invia le50.000 lire il 24data su cui non rimane dubbioperché il pro­spetto delsuicidadocumento acquisitola certifica.

La Riforma (così prodiga di documenti!) questa volta non solo siguardò pudicamente dal riprodurre la lettera Reinachpubblicata dal Débatsma nel dispetto di esser messa al muronon potendo adesso più attaccare lalettera... attaccò il morto che l’aveva scritta!

State attenti e divertitevi.

Ai 19 di marzo (Riforma n. 78dispaccio alla StefaniintervistaCrispi­-Comandini)tutto è bugia e Reinach è un cliente di cui Crispi vantala clientela; ai 22 di marzo (Riforma n. 82) tutto è vile menzogna “etutte le lettere sono lettere pretese...”; ma ai 28 marzo (Riforma n.88)uscita la lettera del Débatsl’organo dell’avvocato di Reinachaccusa il povero morto di aver ricorso a “un artifizio per dissimulare le sueappropriazio­ni” (già! in una nota di undici milioni e 200.000 glioccorrevano proprioper dissimularlequelle misere cinquantamila!!!); eloiolescamente insi­nua che un tale artifizio “spiegherebbe - se esiste - lalettera che fu ripro­dotta dal Journal des Débats!”

Vi raccomando la bellezza di quel tardivo...: Se esiste!

Povero Reinach! Che cosa ti valse essere stato cliente di Crispi per tantianni! Che cosa ti valse l’avergli liquidato onorari da principe! econserva­to la clientela nel figlio? Eccoappena morendo una tua riga lodisturbail tuo difensore ti denunzia calunniatore e ladroe sputa sulla tuatomba.

Ma ahimè! dopo insultato il mortosiccome intanto la sua lettera rima­nela povera Riforma si prova a confutarlo. Meno male! Vediamo laconfutazione.

E sapete in che consiste? Nel puro e semplice telegramma di Crispi del 18marzo alla Stefani che inventava la frottola degli onorari antichi!

E oggi; dopo altri due anni! la povera Riforma è rimasta ancora lì!e nel suo numero del l° giugno correnteper difendersi e smentirmiricor­reda capo... al telegramma della Stefani... ma la lettera del 24 marzodiReinach a Crispiche accompagnava le 50.000meno maleadesso non è più unabugia! adesso non la si nega più! Al contrarioadesso è leila Riformachela invocaper dimostrare che recando essa la data del 24 marzo... “èposteriore all’uscita di Crispi dal governo” e che in essa “non parlavasidi onorificenza per Herz”ma si diceva soltanto “Spero che vi metteretesubito all’opera”. (Riforma l° giugno 1895). Quale operadi graziaRiforma cara? Se non hai altra difesapovera Riformala tuacausa è perduta!

Che la lettera Reinach del 24 marzo accompagnante le 50.000 (e son teco d’accordoo povera Riforma!che era posteriore di due mesi e mezzo all’uscita diCrispi dal governo - ma in ciò sta il bruttocome avanti vedrai) - che lalettera Reinach concernessecome l’altre del piegoil signor Herzergo ilsuo cordone- e niente altro che luie nien­te altro che questo non solo s’èvisto dal prospetto di pugno del Reinachperché lettera e cifra stanno uniteinsieme: ma sappiamo dal relatore della Commissione parlamentare francese d’inchiestasul Panamache assi­stette alla lettura dei documentie alla Commissione neriferì: vale a diredall’onorevole deputato Dupuy-Dutempsoggi ministro deilavori pub­blici di Francia. È evidente che il relatoreavendo tetto lelettere Reinach-Crispi del piegopoté ben farsi un’idea chiara ed esatta diquello che esse riguar­davano.

Il deputatoora ministroDupuy-Dutemps? sento chiedermi.

Eh giàproprio lui! Non lo dicevo nella lettera dello scorso dicembrecheera doloroso e mortificante che in mano di membri di un governo stranierostessero elementi di giudizio sull’onore del capo del Governo d’Italia?

Lo so benemia povera Riformache su questo che t’impensierivaavevi da ultimo messo il cuore in quiete.

Eson pochi giorninel dirmi un sacco di vituperiti stropicciavi le maniannunziando tutta lieta (Riforma 7 corr.) che il deputato Millevoye avevachiesto alla Presidenza della Camera francese un sunto od estrat­to del verbaled’inchiesta riguardante Reinachma che avendo la Camera deciso di nonpubblicare l’inchiestala domanda non è stata accolta.

Ebbenecara RiformaMillevoye per me non s’è affatto incomodato:se però non ti dispiacequel verbale io ce l’ho lo stesso. [...j

Messa al murocome già vedemmodalla pubblicazione del Débats dellalettera del 24 marzola povera Riformaquando tentò non più dismentirlama di spiegarlacapì che la spiegazione andava poco; e si aiutòtirando fuori due lettere di Crispi a Reinachuna del 25 luglio 1890l’altradel 4 maggio 1891che messe lì insiemea vederlein chi nient’altro nesappiapotrebbero fare un effettone. Nella prima infatti il Crispisollecitatoda Reinach per il cordone mette avanti scrupoli e dif­ficoltàe mostra volerandare coi piè di piombo; nell’altradi 10 mesi dopoprega il Reinach dinon più insistereperché le informazioni sull’Herz non son più quelle diprimae insomma dice di non seccarlo più. Se tutta la storia fosse lìverrebbe voglia di dire: che ministro scru­poloso!

Ma questo si chiama cambiar le carte in manoed io devo castigare il baro.[...]

Dunqueai 25 di luglio 1890sollecitato per il cordoneCrispipresi­dente del Consiglio e ministro degli esteririspondeva così:

Roma25 luglio 1890

Caro Reinach

ho le vostre del 22 cadente. Io non so come procedano le cose costì. Ma noipoveri monarchiciabbiamo norme che dobbiamo osservare.

Quando si propone una decorazione maurizianabisogna mandare al GranMagistero una nota nella quale devono essere indicati i meriti del decorandoei servizi prestati al paese. Per gli stranieri si supplisce con una lettera delministro italiano residente nel paese in cui è il decorando.

Per la Coronabasta la proposta del ministro al re. Il ministro è giudicedei meri­ti.

Il vostro raccomandato ci renderà dei servizinon ne dubito. Rimettiamo l’affa­real tempo in cui i servizi saranno resi.

Vostro aff.mo F. Crispi

E i fogli di Crispiin coroa portar questa lettera in trionfo!

Dehin che luce diversa questa lettera apparesol che le si aggiunga lastoria vera!

Dunque io affermo subito che la lettera 25 lugliodove il ministro Crispiper il gran cordone di Herz affaccia al suo amico Reinach tante difficoltà e fale mostre che occorrano tanti requisitiquesta letterache pare così belladiventa una lettera brutta e sporca e puzza lontano di artificio per coprirsi lespalle pensando il come le difficoltà poi scom­parvero e il come i requisitipoi furono trovati!

Diventa bruttase si pensa che il Ressmannrichiesto appunto in quel­lastate di dare a Roma informazioni sull’Herzgarbatamente se ne schivòperché fiutava che le si amavano buonee sapeva i pasticci e i vincolitutt’altroche bellid’interesseche legavano l’Herz coll’amba­sciatore titolareMenabrea.

Diventa sporcase si pensa che questo riserbo significante del Ressmannavrebbe dovuto bastare a porre sull’avviso chi avesse voluto intendere: e cheil domandare informazioni sopra l’Herz a Menabrea eraper un ministro degliesteri che si rispetta e per una persona delicatala cosa più indelicata delmondo. Non occorre essere un grand’uomo di Stato né un ministro di prim’ordine- basta l’abbicì del mestiere - per sapere che in un ministro degli esterinon è ammessané lecita la igno­ranza delle situazioni personali dei propriambasciatori nelle sedi ove rappresentanoal cospetto dell’esterol’onoredella nazione. Ma oltre che il ministro non avea diritto di ignorarlo(e menofra tutti il Crispi già entrato in rapporto d’amicizia coll’Herz per lapresentazione laudatoria fattane dallo stesso Menabrea alla sua signoraaCarlsbadfin dal 12 agosto 1888) - era notorio che l’ambasciatore Menabreapur troppo avea contratto vincoli stretti e disdicevoli di interesse coll’Herzil quale avea preso il di lui figlio come impiegato presso di séa lire 1000al mesecioè a uno stipendio molto superiore ai suoi meritie aveva da luistessoMenabreaquando questi ebbe bisogno di danarocomperato per una sommaelevatissima un villino presso Aix les Bains - villino che il Menabrea non aveapiù diritto di vendere (e siccome si tratta di una causa niente bella che fecechiasso e si trascinò pei tribunalie che non entra nel mio temapasso oltre;solo informerò il signor Crispi che precisa­mente in quel villino CornelioHerz si è vantato di essersi trovato più di una volta con lui).

E i vincoli che tenevano il Menabrea alla stretta dipendenza dell’Herzerano tali che questi s’era già valso di lui per ottenere un’onorificenzanella legion d’onore!

Rivolgersi al Menabrea in condizioni simili per chiedere - a lui! - lenotizie sul decorando e sui meritiera non sololo si vedeuna bruttacommedia e una solenne sconvenienzama era un mettere senza scrupo­lo ilMenabrea nel più penoso conflitto di coscienza tra gli obblighi del suo ufficioe i suoi obblighi personali di gratitudine! Ahcome qui si sen­tono i metodidella casa!

Eppure qui io debbo dire una parola in difesa del Menabrea - e a medeputatoil pronunciarla è dovere - perché il cinico crudele aggrapparsidelle difese crispine al Menabrea stava per costringere me a chiedere inpubblico severo conto della condotta di quest’ultimo.

È vero! il Menabrea vecchio soldatodevoto al re e al suo paesebene­merito per servigi antichiillustre nell’armi e nella scienzafu aParigi sopraffatto pur egli dal contagio che semina tante rovine moralied ebbela disgrazia di mettersi in urto coi rigidi doveri della sua posizione e del suonome. Venuti a galla gli scandali del Panama e il nome dell’Herzil Menabreacavaliere dell’Annunziatail capo d’anno ‘93 non comparve ai ricevimentiin Quirinale.

Ma nella sua anima di soldatola lottaa cui disgrazie domestichecon­tribuironodovette essere dolorosa: e messo alle strette da Crispi a doverriferire su di Herzdavanti alla indelicata richiesta - non potédimenti­carsi interamente di essere soldatogentiluomo ed ambasciatoreitaliano. Cercò di conciliare meglio che poté la gratitudine... collacoscienza: fece nel suo rapporto l’elogio dei pretesi meriti dell’Herz comescienziato - (ed è la parte del rapporto invocata da Crispi a propria scusa) -ma poi lo vinse lo scrupolo e fece le riserve sull’uomo.

Ed è la parte di Crispi messa in tacere!

Dopo gli elogifaceva intendere nel suo rapporto il Menebrea ad un dipressoche siccomenon di meno trattavasi di un uomola cui posi­zione e la cui vitaerano tanto enigmaticheda vederlo un giorno vende­re i mobili per vivere oper pagare debiti platealiun altro giorno tutto d’un tratto maneggiarmilioninon osava pronunciarsi per una così alta onorificenza italiana!

Questo faceva intendere nel suo rapporto il Menabrea - e non aggiun­gocommenti - perché ogni commento guasta.

Oserebbe il signor Crispi di negarlo?

La mia risposta è semplice: fuori il rapporto Menabrea!

Io sfido il signor Crispi a produrloil rapporto Menabrea! - egli non deveavereper Diodifficoltà a produrlo - egli che in febbraio 1891lasciando laConsultase l’era prudentemente asportato - enon più mini­stroin quelmarzo ‘91 e ancora due anni dopolo conservava amorosamente nel suo cassetto(a proposito di sottrazione di documenti d’uffi­cio!!!) per darne da leggerei brani che gli accomodavanoa chi veniva per altissimo ordine a reclamargli larestituzione della copia del decreto; per darli da leggere due anni appressoquando in marzo ‘93 il brutto affa­re venne scopertoai giornalisti di cuiinvocava le difese!

Lo sfidoripetoil signor Crispia produrlo quel rapporto Menabreaadarlo da leggere intero- non come lo ha mostrato al giornalista Mantegazza - ese non vuol darlo da leggere a mea darlo ai primi cin­que gentiluomini chegli indicherò!

E a chi darà egli ad intendere che in quel momento in cui l’ItaliaReale aveva stritolato le sue bugielo aveva stritolato sotto i documential punto da costringere la Tribuna a dichiarare ormai necessario unproces­so per far luce - in quel momento in cui era ridotto per ultimo scampo ametter fuori le due misere lettere sue del 25 luglio e del 4 maggio(che appunto perché sue provavan nulla)egli avrebbe rinunziato a metter fuoriil rapporto Menabreail solo che poteva sembrare giustificarlo! il solo che inquel momento sarebbe bastato per tutti! A chi darà egli ad intendere ch’eiabbia fatto per abnegazione patriottica! e che solo per questo se la cavassemostrandolo - e sol nella parte che tornavagli - a un giornalistadi soppiattoperché in pubblico gli facesse da compare e attestasse d’averlo coi propriiocchi veduto!

Dunque - fuori il rapporto! ma siccome in verità io vi predico che il signorCrispi da questo orecchio non ci sente - voi avete capito senz’altro che ioparlo colla sicurezza precisa di quello che dico; ed è una vera disgrazia peril signor Crispi che il rapporto contenga quella schiaccian­te riserva - laquale bastava da sola a rendere la decorazione impossibi­le.

E quindi è solo ad abbondanza che dalla lettera del l° maggio scorsocontenente le dichiarazioni di un eminente ed informatissimo uomo poli­ticofrancese - il quale fu avvocato di Herz nella sua lunga causa con Rothschild enelle sue vertenze con Reinachriproduco quest’altro passo testuale:

“Herzper causa della decorazionesi guastò in seguitocon Menabreaavendo appreso che egli - richiesto da Roma di informazioni -aveva mandato una rela­zione contenente riserve”.

Le riserve da Crispi soppresse! Ma seguitemiche il belloossia ilbrut­toviene poi.

La riserva del rapporto Menabrea era tanto eloquente che per tutta quellastate del ’90e per tutto il resto di quell’annola domanda dideco­razione fu messa da partea dormire!

Ma il povero Reinach aveva il vampiro Herz alle costoleaveva biso­gno diottenergli la decorazione per placarloed eccoloai 19 gennaio ’91rivolgersi al suo amministratore in Romaperché a qualunque costo gli siottenga il cordone. E il suo carteggio con Crispi per l’affare ricomincia.

Vien voglia di esclamare: quel Reinach! che faccia di bronzo! Aver ilcoraggio di rivolgersi per un favore di quella fatta ad un uomo da luitrat­tato con tanta disinvolturae che da ben quattro anni aspettava ancora (asentir Crispi!) gli onorari arretrati dovutigli! e onorari di cinquantamilalire!

Ora sì ch’era il momento di vendicarsi di un debitore così moroso! etirar fuori quella tal riserva prudente del rapporto Menabrea!

Ma il signor Crispi era in vena di perdonare; ai suoi onorari neanche cipensavae la pratica di Reinach lo trova d’una amabilitàdi unaarrendevolezza affatto meravigliosestrabilianti nell’uomo che ai 25 lugliodell’anno prima aveva bisogno di tante informazioni! Le informazioni - nonoccorre dirloerano e restavano ancora quelle - sempre quelle del rap­portoMenabrea. Quello stesso rapporto che aveva fatto mettere la prati­ca a dormire!E nessun’altra di nuova? Nessun’altra! Tanto vero che per giustificarsidopoa cose scopertetirò fuorisempre dal suo cassetto di studio di viaGregorianaquel rapporto unico e solo!

Sgraziatamentequando meno il pensavavale a direquando appena la praticaera ripresale sante memorie piombavano su lui e lo rovesciavano dal potere.

Rassegnate le dimissioniCrispi stette provvisoriamente in carica a tutto l’8gennaioper il solito mantenimento dell’ordine e per il disbrigo degli affariordinari urgenti. Il 9 febbraio Di Rudinì assunse l’ufficio.

Due giorni innanziil 7 mattinaebbecome ministro provvisoriol’ultimaudienza realeper la firma degli ultimi decreti.

Proprio in quell’ultima udienza perché l’ultimo atto del grandeMinistero fosse degno di tutta la sua vita - proprio fra gli ultimi decreti ilCrispi presentava alla firma reale la onorificenza del gran Cordone di SanMaurizio e Lazzaro d’Italia per Cornelio Herz!

Poteva la Corona in quel momento rifiutarvisiqualunque fossero leriluttanze istintive? No.

Non si potevaper un sentimento di cordialità e cortesia ben naturaledir noin una udienza di congedo ad un primo ministro che affacciava le ragioni delrapporto Menabreameno quell’unica taciutae che presen­tava il decretocome un servizio al paese! - l’ultimodopo tantich’eglipur nell’andarsenerendeva alla patria ingrata; e il servizio consisteva in ciò: che quellaonorificenza altissima era desideratadomandata da Freycinetallora presidentedel Consiglio dei ministri di Franciae che quindi era una cortesia personaleal capo del governo francesela quale poteva contribuire a migliorare in unmomento difficile i nostri rapporti colla Francia e diminuire per noi i dannidella tensione fra i due paesi!

E questa ragione - diciamolo subito - questa bugia con cui si vinse­ro gliultimi scrupoli e le esitanze della Corona - che cioè la decorazio­ne era unservizio al paeseperché desiderata e richiesta da Freycinet - fu poirisfoderatama in forma umoristicamente più timidadal Crispi stesso nella Riformanella ultima miserevole risposta in ritiratadavanti agli attacchi dell’ItaliaRea/e!

State a sentire: (Riforma 29 marzo 1893).

A nessuno può destar meraviglia il fatto che un ministro italianoaccusatocome era l’on. Crispi di francofobianon si rifiutasse recisamente eimmediatamente di accordare una onorificenza ad un uomo che notoriamente era inintimi rapporti coi governanti e gli altri principali uomini politici francesiche dallo stesso governo francese era stato insignito di un’alta onorificenzanella Legion d’onore: e quan­do avea motivo di ritenere cheacconsentendoavrebbe fatto cosa gradita a quei governanti.

Avea motivo di ritenere! non potea rifiutarsi recisamente! quantamodestia improvvisa di frasi!

Ma noon. Crispi! voi avete fatto assai di più che non rifiutarvirecisamente! Avete preso la cosa tanto a pettoche questa volta non badastepiù ai requisiti che ci volevanoquesta volta vi tornò buono il vecchiorapporto del Menabrea e del “motivo a ritenere” avete fatto di punto inbianco un desiderio di Freycinete per contentarlo - proprio voiche nellalettera 25 luglio affacciavate tanti ostacoli - avete pensato bene di saltar viadegli ostacoli il più grossopresentando il decreto di onorifi­cenza allafirmaa insaputa o meglio di nascosto del Consiglio dell’Ordineil cuiprevio avviso è prescritto per questi decreti: ma al Consiglio dell’Ordine sisarebbe dovuto presentare la domanda di Freycinetsi sarebbe dovuto presentarenon moncoil rapporto di Menabrea. Evidentemente era più spiccio cogliere disorpresa la Corona!

E per fare tutto questoper conferire ad un affarista straniero di quellarisma una altissima onorificenza italianarifiutata a senatoria gene­raliitalianiper far senza persino del Consiglio dell’Ordineper sorpren­derela buona fede del resi sceglie di straforo l’ultima udienza di congedoapprofittandodiciamo la parola “abusando” dell’ufficioprov­visoriamente tenuto pel mantenimento dell’ordine e pel disbrigo degliaffari ordinari!

Altro che gli scrupoli della lettera 25 luglio ’90! Meno male che diquestoquando in ombra lo accennaipersino l’Opinione siscandalizzò!

Ma andiamo avanti che il belloossia il bruttoviene poi.

Le bugiedice il proverbiohanno le gambe corte. E siccome si dava lacombinazione che il Ressmann (povero Ressmannl’hai pagata cara!) quei giornisi trovasse in Romala bugia naturalmente fu subito scoper­ta.

Poiché il Ressmannper desiderio della Corona interrogatoudito appena deldecreto firmatoda uomo onestonon nascose il suo stuporesia per la cattivafama di cui l’Herz risultavagli circondatosia per la assoluta suaincredulità riguardo alla storiella spacciata dal Crispi alla Coronache sitrattasse di un desiderio di Freycinet.

Appunto in questa circostanza il Ressmann rammentò chenon per nientel’annoprimasapendo i rapporti di Herz col suo principale Menabreasi era schivatodal rispondere ad una domanda di informazio­ni. Ad ogni modo - ad abbondanza discrupoli - promise che a Parigiove subito tornavaavrebbe appurato il fattodi Freycinet. (Il Ressmann è vivo: è gentiluomo. Mi smentisca se io mento).Frattanto queste prime gravissime impressioni del Ressmannnon potevano non fargrave senso in chi avea consentito la firma sulla fede del motivo addottogli eper alta cortesia verso un ministro dimissionario.

Qualunque sia il giudizio sulle decorazioninon può piacere a nessun capodi Stato il sapere che una delle più alte onorificenze a cui si leganooltre iconfiniil nome nazionale e il prestigio del proprio paesesia il frutto di uninganno e fregi il petto di uno straniero di mala fama.

Fu altissimo desiderio chead ogni buon fine e in attesa delleinfor­mazioni ulteriori che sarebbero giunte da Parigivenisse per intantotenu­ta in sospeso la registrazione del decretonon che il rilasciodella copia all’interessato.

È notorio difatti che per tutte queste pratiche burocratiche non occor­ronoordinariamente mai meno di una quindicina di giorni e anche più.

Ma era destino che si andasse di sorpresa in sorpresa. La personainca­ricata di eseguir l’alto ordineva da Domenico Berti e trovacon suostu­pore... cheper sospendereè troppo tardi.

Che cosa era avvenuto?

Una cosa semplicissima: quella mattina stessa del 7 febbraioappena uscitodalla udienza di congedo realecolla stessa carrozza che già atten­devalosenza perdere un minutoFrancesco Crispi era andato dritto drit­to dalQuirinale al Magistero degli Ordiniera piombato come una saet­tapoveroBertiemessogli il decreto firmato sotto il nasone aveva reclamata laregistrazione immediata e il rilascio della copia in giornata. Tutto ciò peruna nomina tenuta nascosta al Consiglio dell’Ordineotte­nuta con una bugiae in base ad un rapporto bugiardamente mutilato.

Altro che gli scrupoli meticolosi e lo andare col piè di piombo dellalettera del 25 luglio!

Il Berti ebbe un bel protestare che non era possibileche ci volevano alsolito una quindicina di giornicheanche a far prestissimoparecchi dìabbisognavano: Francesco Crispi non intendeva ragioni. Voleva ad ogni costo ingiornata registrazione e copia per l’interessatoe Domenico Berti chinò latesta promettendogli che in giornata l’avrebbe. E così fu.

E quiad illustrare la buona fede del signor Crispiritorna edificante ilconfronto fra la prima audace smentita della Riforma e quella di poiquando le lettere dell’Italia Reale l’obbligarono a ringoiarsela.

Al 23 marzo 1893 la Riforma stampava esser tutta una vile menzogna ed“essere fatto notorio ed accertato che fu l’on. Crispi stesso a non darcorso (!) alla decorazione di Herz”.

Al 29 marzosei giorni dopomessa al muroconfessava pudicamen­te: “Fecel’on. Crispinegli ultimi giorni del suo ministerofirmare il decretolacui copia gli fu trasmessa il 6 febbraio”.

Oh pudica Riforma! Ti vergogni tanto di dir chiaro che tutto avvennedecreto e consegnain un giorno solo e medesimotanta era la furia di tuo zio!e che la copia “che gli fu trasmessa” fu il Crispi in persona apre­tenderlaappena avuta la firma in tasca e che quel dì 7 il suo ministero(!) era caduto da sette giorni!

Non restò che aver pazienza ed attendere le informazioni di Ressmann daParigisperando che almeno confermassero trattarsi di un favore a Freycinet.

Le informazioni arrivano... e sono desolanti. Ressmann non solo conferma ipessimi ragguagli sull’Herzma avverte cherecatosi dal presi­dente delConsiglio Freycinetper domandargli se era vero che il gran cordone per l’Herzera stato desiderato e chiesto secondo che Crispi avea detto al realsentir questo “scattò” addiritturaprotestò con apostrofi vivacissimecontro la menzogna e contro l’abuso del nome suo ed ebbe duri epiteti per l’Herzdicendo che era stanco di sentirsi nominare quel mal’arnesechiamandosi giàanche troppo arrabbiato perché si fosse dovuta conferire all’Herz - per farpiacere al Menabrea - una onorifi­cenza francese.

Insomma non c’era più dubbio; il re dal Crispi era proprio statoingan­nato. Altro che protestargli devozione a chiacchiere!

Apro una parentesi. Il fatto di un decreto estorto a questo modo mi sembròcosì gravecheoltre l’accertarmene in Romaho voluto accer­tarmene aParigi. E la conferma avuta su questo punto chiarirà anche per il restolaprecisione con cui scrivo.

Pregai dunque l’amico Eandi a Parigi che si rivolgesse a voceo meglioper iscrittoal senatore Feycinet con una domanda precisaonde averne precisarisposta per sì o per no.

La domandafatta per iscrittofu concepita in questi termini:

Parigi7-5-’95

Signor senatore

dal mio amico Felice Cavallottiil deputato dell’Estrema Sinistraricevol’inca­rico di domandarvi qualche schiarimento intorno al decreto checonferiva a CornelioHerz il gran cordone dei Ss. Maurizio e Lazzaro.

Si assicura che il ministro Crispi disse al reche sottoscrivendo queldecretoavrebbe fatto cosa grata a voi; e che richiesto dal nostro ambasciatoreRessmann dichiaraste falso quanto a voi si riferiva.

F. Cavallotti non desidera che la conferma o no della vostra smentita; visarei grato se voleste darmi cinque minuti in proposito.

Gradite signor senatore ecc.

G. Eandi

Risposta scritta di Freycinet:

Paris8 mai 1895

Je m’empresse de repondre a votre lettre d’hier.

Je ne possède pas de renseignements sur la question qui vous occupe et je nepuis que confirmer pleinement la déclaration de votre ambassadeur.

Agréezmonsieurl’expression de ma consideration très distinguée

C. de Freycinet

M.r Giovanni Eandi

Délégué de l’Association Syndacale de la Presse étrangère.

Non commento e tiro avanti.

Arrivata la informazione da Parigiil re non esitò un solo minuto. Unprovvedimentoe subitos’imponeva.

Bella novità sento dirmi. Questo non fu merito delta Corona! questo fu tuttomerito di Crispi! Lo ha fatto stampar lui nella Riforma a più ripre­se(Riforma 23 marzo25 marzo29 marzo ’93)e a lettere di scatolachequesto si deve a lui solo! Che fu lui e nessun altri alacerare il decreto con le sue mani appena vennero informazioni diverse.

Ancora adessonel darmi del mentitore e di tutti i titoliha stampato dacapo nella sua Riforma (10 giugno ’95n. 148) “che l’on. Crispilasciò il potere il 9 febbraio dopo avere spontaneamente deciso di sospendere l’effettodel decreto per l’onorificienzamentre avrebbe potuto liberamente darglicorso (quanta bontà!): e quindi l’assurdo della calunnia del signorCavallotti è evidente”.

Altro che evidente! Avendolo sospesoil decreto- come essa dice - primadel 9 ed essendo stato firmato il 7 - il Crispi non attese neanche il tempo perscrivere a Parigi! - non ha fatto che farlo firmareprenderlo dalle mani del ree stracciarlo!!! Un gusto come un altro. Ma che si vuole di più? C’è làstampata la lettera del signor Crispi del 4 maggio 1891dove prega il Reinachdi non più insistereperché è venuto un rapporto contrario! È vero che lalettera è del 4 maggioossia di nientemeno che tre mesi dopo; ma larisoluzionenon c’è ombra di dubbioCrispi l’ha presa prima del 9febbraio. Lo dice lui e tanto basta.

Vediamo dunque in che modo il signor Crispiappena avute le infor­mazionidiversesi affrettava a lacerare il decreto.

Giunto che fu il rapporto sfavorevole del Ressmanncapitava il dì appressoa Domenico Berti la visita del commendatore Rattazzimini­stro della Real Casa(possiam fargli il nomeperché già fu detto dall’on. Di Rudinì davanti aiSettee al Di Rudinìcome vedremoil Rattazziper debito d’ufficiodovénarrare ogni cosa); ed’incarico del resignifica­va al Berti le notiziearrivate da Ressmanne la necessità che egli si recas­se dal Crispiperfargli restituire il diploma. Il Bertiall’annuncioper poco non isvienedalla emozione. Dice che ormai è cosa fattache non v’era più rimediocheil tornarci sopra poteva esser peggioe che ad ogni modo lui non sentivasi diandar ad affrontare il Crispi: insommascon­giura di dispensarnelo.

Ribadendogli l’on. Rattazzi trattarsi di un desiderio del rel’on. Bertirispose che si riserbava di parlarne a S.M. egli medesimo. Visto che non ci eranulla a cavarneil comm. Rattazzi riferiva l’esito della gita e rice­veva l’incaricodi andare dal Crispi direttamente lui.

Trattandosi però di un atto politicoprima di andarciil comm. Rattazziper doverosa correttezzasi recava dal presidente del Consiglio in carical’on.Di Rudinìad esporgli il desiderio dì S.M. e sentirne l’avviso. Eravamoalla seconda metà del febbraio.

Ora lascio la parola all’on. Di Rudinì il quale davanti al Comitato deiSette naturalmente fece un semplice riassunto.

A domanda. R.: Quando io andai al ministeroseppi dalRattazzi cheper pro­posta dell’on. CrispiS.M. aveva concesso unaonorificenzail gran cordone Maurizianoe che S.M. desiderava revocare ildecreto. Risposi che a mio modo di sentireS.M. aveva ragione di opporsi.”

E fermiamoci per ora qui. Ripiglieremo l’interrogatorio più avanti.

Avuto questo assenso dall’on. Di Rudinìl’on. Rattazzi prendeva il suocoraggio a due mani e si recava in via Gregoriana ad affrontare la tempesta.

Ahimè! ci siamo.

Senza molti preamboli l’on. Rattazzi annunziaall’onorevole Crispicheveniva per incarico e desiderio del re a pregarlo di restituire il diplo­maritirato da luiessendo giunte da Parigi sull’Herz informazioni pes­sime eper di più essendo giunta a cognizione di S.M. che la ragione poli­ticaaddotta per l’onorificienza non sussistevada che il presidente del ConsiglioFreycinetinterrogato s’ei l’avesse desiderata o chiestaaveva recisamentesmentita la cosa.

Crispi scatta furiosamente esclamando: “È impossibile! Non è vero!”. L’altrogli osserva cortesemente e con flemma che il negare non serveche la smentitaproviene direttamente da Parigidal Ressmannraccolta dalla bocca stessa delFreycinet(ahpovero Ressmannl’hai pagata cara!) e che le notizie intornoall’Herz sono proprio cattivissime.

Crispiconfusoprotesta ch’egli ne avea avuto di eccellenti dall’amba­sciatoreMenabrea (quelle tali del rapporto famoso dell’anno addietroin seguito alquale la pratica si era dovuta metter la prima volta a dormire!) e cheriserbavasi di fargliele vedere per convincere lui ed il re.

Insomma per quel giorno non ci fu verso di cavarne nulla. Altro chestracciare il decreto appena giunte le informazioni nuove! Il Rattazzi si recaad informare della resistenza energica trovatatanto il re che il DiRudinìcolla cui piena intesaritorna infattidi lì a qualche giornodalCrispie lo trova più duropiù ricalcitrante che mai. A un certo punto ilCrispi tira fuori finalmente da un cassetto del suo scrittoioa destrailfamoso rapporto Menabrea (ah GiolittiGiolitti sottrattore di documenti!) doveeran segnati dei branie ne legge col Rattazzi quelli che a lui Crispi facevancomodo nei quali infatti si parlava dei meriti scientifici dell’Herz e dellasua campagna del 1870; ma nella lettura scappa fuorie l’altro afferranaturalmenteanche il brano dove il Menabreaper discarico di coscienzaaccennava al genere di vita equivoco dell’Herze sconsigliava l’altissimadecorazione! Il Crispiconfuso e colto in fallosi rimangia una parte dellesue parolesi degna convenire che il rapporto Menabrea non è tutto favorevole(figurarsi poi che cosa sarebbe statose Menabrea nel mentre lo dettava nonfosse stato debitore dell’Herz!) maaggiungeche infine qualche cosa difavorevole ci si trova (sfido io!) e promette di man­dargli le informazionitrascritteperché anche S.M. si persuada.

Insomma di fargli restituire il diploma neanche quella seconda volta non vifu verso! Altro che stracciar il decreto non appena giunte le infor­mazionicontrarie! Arrivano di fattiil di appressoal Rattazzi i famosi estrattidelle informazioni del rapporto. Inutile il dire che le cattive erano stateomesse! Altra visita inutile; altra resistenza del Crispi che piglia tempoqualche giorno ancora. Ma qui dobbiamo far pausa un istantee aprire unaparentesiperché qui si intercala un curioso intermezzo cheda quanto narrairiceve finalmente la spiegazione.

Evidentemente le cose pel Crispi si imbrogliavano. Le insistenze delRattazzinel compimento del suo doveremettevano il Crispi colle spal­le almuro. Quel caro Reinachper amor del quale si era così compromessolo avevaposto in un gran brutto impiccio: chi sa (voi direte) in cuor suo quanteimprecazioni doveva mandargli! Ohibò! Proprio in quei giorni che il Rattazzi lotormentavaera venuta a Crispi la felice ispirazione di telegrafare al Reinacha Parigidi venire ad intendersi a viva voce.

È telegrammadel resto non più negatoche I’ Y. della ItaliaReale ebbe nelle proprie mani.

E il risultato di questa chiamata improvvisa nei giorni che il Crispi eraper colpa del Reinachassediato e messo dal Rattazzi alle stretteè laimprovvisa commovente risoluzione del Crispi di ritornare avvocato di quelReinach al quale doveva tanti guaie chea suo direnon gli aveva neanchepagato ancora gli onorarj di quattro anni (!) indietro.

Ah! quella chiamata frettolosa del Reinach a Roma e quella cara let­tera dicomodoproprio del 17 febbraio (nei giorni delle visite Rattazzi!) tirata fuoridalla Riforma! “Caro Jacquespoiché lo voletetenetemi per vostroavvocato!”.

E quella improvvisa liquidazione di arretratiproprio in quei giornicheintermezzo comico e faceto! Farei torto ai lettoriche hanno già capi­tosemi perdessi ad illustrarlo.

Ripigliamo il filo del raccontoche è meglio.

Dopo l’ultima inutile visitacapita al comm. Rattazzi uno dei solitibigliettini nervosi del Crispi che gli dice di ripassare da lui.

- Meno maleavrà pensato il Rattazzifinalmente si è persuaso!

Va e trova il Crispirasserenatoche gli dice: “C’è del nuovo!”.

Il nuovo era questo: l’on. Crispi tirò fuori dal cassetto un bel vaglia di60.000 lirecol qualedisse luivisto che i titoli dell’Herz nonpersuade­vanosi poteva aggiustar tutto (!) mediante elargizione dibeneficenza dell’Herz al Magistero dell’Ordine!

Tableau! E siccome la scena il Rattazzi l’ha dovuta per forzaperdover suoraccontare subito allora al ministro Di Rudinì come vedre­mo- possiamo provarci a raccontarla quasi fotograficamenteanche noi.

Il Crispi e il Rattazzi stavano seduti. Alla stranainattesaesibizione ilRattazzi si alzò da sedere e con un gesto della mano repulsivosignifi­cantissimodisse al Crispi:

“Ah nola prego! Per carità non tiri fuori di quella roba. A prendere deldenaro di Francia per una decorazione italianache direbbero i fran­cesi dinoi?”.

E Crispi: “È una lezione che lei mi vuol dare?” (testuale).

Rattazzi: “Non è una lezione. Le dico che il decoro del redel Governoitalianodel Paese ne va di mezzo e la invitoancora un’ultima voltainnome del reche lo vuolea restituirmi il diploma”.

Crispi: “No: questo no. Né ogginé mai”.

Rattazzi comprese che era tempo perso: troncò il colloquio e andò a renderconto al ministro Di Rudinì della scenata.

Rudinì comprese che bisognava finirla: appoggiò la decisione del re e S.M.il re dispose che il decreto non avesse corso.

Oraa maggiore conferma del raccontopossiamo qui ripigliare il resto dell’interrogatorioDi Rudinìdavanti il Comitato dei Sette.

Interrogatorio Di Rudinì.

“Tornò Rattazzi e mi disse che Crispi insisteva dicendo che Herzavrebbe elar­gito L.60.000 all’Ospedale Maurizianoe che S.M. resisteva.Risposi che S.M. avevaper meragione di resistere e seppi poi che S.M. avevaritirato il decreto. Del resto io non conoscevo l’Herz e la ragione della miaopposizione si deve alla mia costante ripugnanza a conferire onorificenze astranierispecie quando vi sia di mezzo come forma di corrispettivo ildenaro...

Infine tutto il merito della non conferita onorificenza all’Herz si deve alre.”

E in quest’affare non ci è che direla correttezza del Re fu appenauguale alla sua pazienza! Cosìe in questo modoCrispiinformato dellenotizie sfavorevoli sull’Herz“aveva lacerato il decreto”!

Ma domando io: se la resistenza del signor Crispi fosse stata onesta elecitaperché negarla così spudoratamente?

Ecolto in flagrante colla sua menzognache bisogno di altro per giu­dicarle restanti? A che serve tentare ancora negar le lettere dell’Italia Reale chiamateal primo giorno tutte falsedopo che per propria difesa vi siete ridottiad ammetterne e confessarne parecchie?

O non dirle tutte false primao confessarle tutte vere poi.

Dove siano d’altronde andate a finire le 60.000 lire mostrate da Crispi alcomm. Rattazzi è un quesito che l’Opinione ha voluto porre a sémede­sima. Io non lo pongopoiché mi occupo solo delle cose che so e che mirisultano certe e provate.

Perciòqualunque sia stata la fine delle 60.000 lire che erano quel dìgià in mano al Crispi(rispettiamo l’impenetrabile segreto e ammettiamo cheCrispi abbia aperto la finestra e fattele volar via) io mi occupo di quell’altre50.000 posteriorisu cui di dubbio non ce ne resta più. Ese un’ombrane restassebasterebbe a dissiparla il sentire l’onesto accusatoscopertobugiardo a quel modoin tutte le difese suedalla prima all’ulti­mal’onestodilettante di testimonianze false e di falsiricorrere all’ulti­ma ratio egridare: “Mostratemi il foglio dove io l’abbia confessato!”.

Nonoonesto accusato: questo nei casi tuoinon si usa. Questo nes­sunpratico lo fabisognerebbe essere un imbecille. Quando si fanno le ricevute inquesti casisi fanno in forma prudenzialecome la tua:

“Ricevo la fav. v. col noto documento. Mi metto subito all’opera eriu­sciremo presto”.

Ma è appunto per questo che si ricorre in questi casi ad altre prove! Etu hai già confessato anche troppo il 18 marzo 1893quando all’annun­ziodella scoperta delle 50.000 pagatetiinvece di scattar furibondohaibalbettato nel dispaccio della Stefani che erano pagamento d’onorarivecchi: fu incauto confessare il pagamentomentre del titolo che nehai addotto ti è mancata la prova! Ioinveceho dovuto e potuto provarti collatestimonianza precisa del relatore della inchiestacolla testimo­nianzasolenne del suicida in personacolla lettera Reinach 24 marzo - ammessa dalla Riformatardivamente e per forza - che il titolo era un altro: che lecinquantamila lire furono date per il cordone di Herz - e per niente altro.

È prova piena sì o no?

Dopo scoperte le tue bugie e dopo letti i tuoi precedentibasterebbe ad unmagistrato la decima parte di quella prova!

Ma la prova esuberaperché il signor Crispi e la Riforma siincaricavano di completarla.

Io non so immaginare - dopo quello che siamo venuti scoprendo - documentipiù gravi per il Crispi di quella lettera Reinach del 30 aprile 1891 e diquella lettera Crispi del 4 maggio successivo che la Riforma “disorientata”ha commesso la imprudenza di pubblicare.

Il 30 aprile (quasi un mese e mezzo dopo che il decreto era stato annullatodal re) Reinach scriveva a Crispi (Riforma 29 marzo 1893): “sonodavvero molto infelice perché non mi fate questo piacere e favore”. Lamentoche concorda perfettamente con quello dell’altra sua lettera tro­vata nelpiego: “Ho dato a Crispi cinquantamila lire per un affare che poi non ha fatto”.

E - in data 4 maggio 1891 - finalmente il Crispi scrive candidamente aReinach (Riforma29 marzo 1893) una lettera monumento ove dice:

Roma4 maggio 1891

Caro Jacques

vi prego di non insistere più nella domanda per la saputa decorazione. Leragio­ni per le quali era stata domandata son venute meno... Mancando laragione poli­tica ed i meriti del decorandoprudenza esige non se ne parlipiù. Del resto fate che il vostro amico renda qualche servizio all’Italia edallora potrà meritarsi un premio al qualeal presenteparmi non possa averdiritto. Vostro aff.mo

Crispi

Ohdelicatissimo uomo! Solamente ai 4 di maggiodue mesi dopo che ildecreto era annullatoti sei risoluto a far sapere al povero Reinach laverità? E non gli hai detto nulla né alla fine di febbraioné ai primi dimarzoquando Rattazzi ti metteva alle strette e il Reinach per tua confessione- trovavasi qui in Roma chiamato da te?

E invece di sfogarti irritato con lui per la triste figura che ti aveva fattofarel’hai lasciato nella sua beata illusioneal punto che il 24 marzo (dataammessa da teprovata schiacciantemente dall’indice del morto) per abbreviarei ritardiegli credesse necessario ungere ancora le ruote e ti

mandasse le 50.000 lire per spese di cancelleriacome è detto achiare lettere nel verbale di Parigi?

E - dopo le informazioni sapute sull’Herz non te la senti venire nean­cheuna amara parola - tu che tante contro i galantuomini ne trovi! e hai ilcoraggio ancora di esprimere in termini affettuosissimi al caro Jacques lasperanza che un tipo di quel genere renda alla tua Italia servigi?

Non ai 4 di maggioma ai 4 di marzo la dovevi scrivere quellaletterae una lettera in quei termini non la scrive che chi ha perduto ildiritto di dire le sue ragioni.

Una letteracome quellapoteva scriverla soltanto chiavendo al Reinach il5 marzo taciuto ogni cosanascostogli che il re rivoleva il diplomalasciavapartire il Reinach nella illusionee accettava che egli mandasse due settimaneancora dopo - quando il decreto non era più! - 50.000 lire per lespese di cancelleria del medesimo!

Evvia: io non cerco nel codice come si chiamano di queste cose. - Mi limito adire che c’è un Dio - non so se sia quello di Napoli; - ma un Dio certamenteche punisce i colpevoli e che ha suggerito al signor Crispi di stampare -credendo di difendersi - la lettera accusatrice del

24 maggio!

Poiché era ben chiaro che un dì o l’altro bisognava pur scriverla! Nonvedendo mai venir nullail Reinach e l’Herz si sarebbero stancatie il dìche dovette confessareil signor Crispinei panni suoinon poteva pigliarliche colle buone.

Anzi ancor più che colle buone! poichégiunti qui al termine dell’isto­riapossiamo rifarci al principio: a quella intervista del gennaio 1893 colredattore della Tribunadove Crispi lasciossi sfuggire essersi trovato aGinevra con Herz all’Hotel de la Paix e aver pranzato insieme da buoniamici. E siccome è presto e facilmente accertato che l’incontro fuestivocioè posteriore alla lettera 4 maggionon restami che ammirare questaaffettuosaincrollabileinsuperabile amiciziaresistita nel cuore dell’exministro ai disinganni sull’amico suo e alle pessime e perfide informa­zionisul di lui conto mandate da quel tristo di Ressmannche avean fatto lacerare ildecretoma per tener testa alle quali l’amico devoto non aveva esitato atener testa anche al re!

E avrei finitose non m’accorgessi che ho dimenticato di far cenno di quelcurioso documento apparso nella Relazione dei Cinquee che il pre­fettoWinspeare di Milano fu ad un pelo di pagare ben caro.

Parlo del telegramma cifrato 26 marzo ‘93 con cui il prefetto trasmet­tevaa GiolittiPresidente del Consigliola copia di un dispaccio di Weill­-Schotta Crispidi quel giornoche diceva:

Luciano arrivato qui stanotte sarà Roma Hotel Europa lunedì mattinamiassi­cura non poter nulla consegnare non avendo libera disposizione cartepaterne.

Questo telegramma con quella datache nella Relazione dei Cinquesembrò un rebusnon lo è più per il lettore che mi ha seguito fin qui.

Esso coincide col momento preciso in cui Crispi e la Riforma (che -alla brutta scoperta di Parigi - avean creduto di salvarsi col dispaccio della Stefanidel 18 marzo e con lo smentire ogni cosa) si trovavano presi fra le propriebugie e le rivelazioni schiaccianti dell’Italia reale.

E in quei dì il corrispondente dell’Italia Reale a Parigirecatosid’ordi­ne del suo direttore alla palazzina Reinacha parlare con LucianoReinachapprendeva precisamente dal famigliare medesimo dal quale aveva giàavuto le copie delle lettereche il Luciano era partitochiama­to a Roma ingran fretta e segreto da Palamenghi-Crispi. [...]

Luciano Reinachchiamato a Roma di furia nell’ora che la Riforma sitrovava a mal partitotelegrafava lungo il viaggio che non potràconse­gnar nullanon avendo più la libera disposizione delle cane paterne.

Infattieran già in mano del giudice!

E giungeil Reinacha Roma il lunedì 27ricevuto alla stazione in gransegreto da due intimi segretari di Crispicoi quali va difilato a chiudersi inuna casa ai Prati di Castello; e il suo arrivo è tenuto segreto e nascosto comel’arrivo di un cospiratore o di un latitantee con tanta gelosa cura che siottiene di farne cancellare il nome persino dal registro dei forestieri!

Ma il suo arrivo produce un cambiamento a vista: e l’effetto imme­diatoè... l’articolo della Riforma del dì successivo (28-29 marzo ‘93)dove muta interamente il piano di difesarinunzia alle smentite temera­rie del18del 22del 24non parla più di lettere false o pretese e si degnad’ammettere l’esistenza... della lettera Reinach 24 marzo 1891!

 

TERZA PARTE

 

 

 

 

 

Del resto il delicatissimo uomocui parve delicato tanto l’opporsi allainchiesta sulla Banca Romanaessendone debitore clandestino e doman­dandoledue dì appresso altro scontoquanto lo attestare il falso ad un giudicehatorto di affastellare contro la luce del sole smentite inutili

bugiequando si scopre che si mandano cinquantamila lire per un grancordone. Dopo tutto non è gran somma; egli è abituato a ben mag­giori e -fatto ragguaglio dei tempi e della età e dell’altissimo grado dell’uomonon esorbita le proporzioni del prezzo che - semplice giova­ne avvocato inPalermo - sotto il governo dei Borboni chiedeva per otte­nimentonon didecorazionima di impieghi.

Ne fa fede un vecchio istromento notarile del dicembre 1845 da tempo giuntominel suo autentico originalerogato dal notaio Francesco Marchese al quale èannesso l’allegato seguente:

Palermodicembre 1845

Tengo in mio potere ducati trecentodenaro del cav. Giuseppe VassalloPaleologo che mi obbligo pagarlo al sig. avvocato D. Francesco Crispiqualorain fra mesi quattro dalla data del presente otterrà un posto di consigliere diIntendenza in una delle provincie del regno delle due Sicilie.

Scorso tal termine senza che il real decreto o real rescritto di elezionesiasi ema­natoi suddetti ducati trecento saranno da me restituiti al cennatosig. cav. Vassallo. Il cennato sig. avvocato Francesco Crispi resta obbligato digiustificare che nel termine anzidetto abbia avuto luogo la elezione aconsiglier di Intendenza del signor cav. Vassallo e ciò non fatto nel terminestessoio sottoscritto potrò restituire a quest’ultimo i ducati trecento.

Visto: Giuseppe Vassallo Paleologo

Segue istromento notarile 26 decembre 1845 atti Marchese di Palermoconfer­mante la obbligazione suddetta relativa al deposito fatto di onze centoda parte del sig. Giuseppe Vassallo Paleologoper pagarle al sig. avv.Francesco Crispi ove fra quattro mesi si verificasse la condizione in dettotengo in mio potere annunziata.

L’atto è in forma esecutiva e firmato autenticamente dal notaio.

Venuto a sentore di questo documentoquel tal amico di Crispiretour deLondres (Comandinin.d.r) mise subito avanti le mani etelegrafò per tutta Italia ai giornali della Casache la mia prova dell’affaredi Herz non sarebbe stata altro che questo. Ma noottimo reduceio non citoquell’aneddoto antico che a solo studio di fisiologiaperché è nellagio­vinezza dei grandi uomini che se ne giudicano le vocazioni.

A 24 annia 22 anni i fratelli Bandiera e Domenico Moro nel luglio 1844avevano la vocazione di morir per l’Italia e farsi fucilare daisolda­ti del Borbone nel Vallone di Rovito. A 26 anninel dicembre 1845 - unanno e mezzo dopo - Francesco Crispi aveva quella di procurar impie­ghidel Borbone per denaro.

Un contratto lecitissimonon c’è che dire; anzi il reduce di Londra e glialtri scribi della Casa assicurano che vi furono a Napoli “numerosi avvocatigiovani specialmenteche patrocinavano affari personali pres­so i dicastericentrali governativi e tali patrocinatori chiamavansi appun­to avvocatiministeriali: e l’avvocato Francesco Crispi era del numero”sicché eraproprio una cosa bellissima; tanto vero che fu rogata da notaio.

Lo spionaggio ansiososporcoaffannosoesercitato in questi giorni dalservitorame di casa Crispi intorno a me - spinto fino al nauseante spettacolo dimembri del governo postisi alle costole di intimi miei - se ha ben rivelato comesentasi di coscienza il padroneche per non dar di sé contoai 15dicembre scappava - meritava dopo tutto un castigo.

Che del resto il Crispi già ventiseienne all’epoca che i Bandiera e i Moroe tanti altri più giovani di lui per l’Italia eran già morti - non destoancora agli entusiasmi italicifosse perfettamente a posto suo neldeli­cato ufficio che esercitava allora - e che spiega tanta parte del Crispidi poi - cioè si fosse cattivate le simpatie vive e le buone grazie del Borbone- che era il requisito indispensabile per esercitarloquesto neanche isuoi stessi biografi panegiristi lo negano. Ei se l’era cattivate colle sueprose borboniche del 1840 e 1841 nel giornale di Palermo l’Oreteo (doveeravate intanto voi pensatori e cospiratori e martiri della Giovane Italia?) inonore e gloria di Ferdinando di Borbone e della sua casa “a cui era data (sueparole) la gloria di rigenerare la Sicilia”. [...]

Né io le ricorderei quise non avessi le orecchie stanche alla nausea dalsentir tutti i giorni gli scribi della Casaad ogni legittima censura degliatti del padronerispondere col ritornello che egli stava facendo l’Italiamentre i censori non erano nati.

E fu in grazia di quelle prose che Francesco Crispida Palermotra­mutandosi al foro di Napoliottenne la grazia specialissima - riservatasolo ai ben pensanti - della dispensa dall’esame rigorosamenteprescrit­to per la iscrizione regolare nel foro napoletano: grazia secondoquanto fu detto allora e poipersonalmente e direttamente chiesta al re: tantoche gli stessi biografi panegiristi non lo impugnano e il povero Leone Fortisnella biografia per commissione è ridotto a confessareche anche “dataod esclusa la domanda diretta e personale è certo che la concessione fatta alCrispi dovette avere il beneplacito del recome è fuor di dubbio cheCrispi perl’esercizio della sua professioneebbe a chiedere frequenti udienze delBorbone - il quale fu sempre con lui affabile e cortese e fece spesso ragione aisuoi reclami tanto che Crispi stesso riconosce di non avere a che lodarsi deirapporti avuti con lui”.

Ahgli amici! Già per certi servigi non ci son che loro. Ma quando ilpovero Leone Fortis scriveva quelle linee di storianon era ancor venut­ofuori il rogito notarile di Palermo del 1845 - a rivelare in qual modo FrancescoCrispi metteva a profitto le “frequenti udienze del Borbone per l’eserciziodella sua professione”.

E se io fossi stato presente a quella udienza in cui Francesco Crispi - aideputati di Calabriavenutinon è guaria reclamare per la loro terrainfelice contro il furto impudente dei soccorsi a lei dati dalla pubblicacarità - rispondeva insolentendo e richiamando burbanzosamente i suoi vanti dicospiratore per la Calabria sotto i Borboniahse io fossi stato presentecome lo avrei messo al postorifacendogliela io la sua storia vera dacospiratore!

Iosìgliela avrei detta quale fu la sua parte nella cospirazione calabrae messinese del 1847dove fioccarono innumerevoli condanne feroci alla morte edall’ergastolo e alle pene minoried egli non ebbe neppure torto un capelloneppure il più piccolo disturbo di una chiamata in poli­ziaa cui nonisfuggivano anche i più lontanamente sospetti; - e la sua parte nellarivoluzione del gennaio 1848 a Palermo dove - sapendo che la insurrezione erafissata pel 12lasciò La Masa da Napoli recarvisi solo e aspettò che La Masae i Carini e Buscemi e Oddo e Paolo Paternostro e Jacona e Bivona e Grammonte etutti gli altri eroi chiamassero il popo­lo in Fieravecchia alle armi e loportassero alla battaglia e alla vittoriaper imbarcarsi allora da Napolisullo stesso piroscafo che portava il generale borbonicorecantesi a negoziarecogli insorti vittoriosi!

Io sìse fossi stato coi deputati calabriinsolentiti nell’ora in checom­pivano un dovereglie l’avrei ridotta alle proporzioni vere e modeste lasua parte in quei giorniper la Sicilia gloriosiche ebbero - meno male! -virtù di convertire alla nuova fede il postulante delle udienze borboni­che:in quella insurrezionedi cui ebbe il coraggio di farsidai suoi scri­biadulatori pagatidipingere come l’anima e la menteil capo (!)-men­tre il general Filangerisottomettendo Palermonon gli fece neanche l’onoredi comprenderlo nei 43 gloriosi esclusi dalla piena generale amnistia!

E gli avrei ricordato i vanti non meno grottescamente bugiardi con cui dellaImpresa dei Milletentò sfrondare - nei pagati panegirici - la glo­ria algran duce e appropriarsi il vanto di iniziatorepreparatoreorga­nizzatoredell’impresa rivendicato da Garibaldi unicamente a Rosalino Piloa NinoBixioa Bertani! quale fu la sua parte vera nelle battaglie che non lo videro edi cui si fece spacciare persino il genio strategico!

Questo avrei detto iol’umileio l’ultimo dei fantaccini di Milazzoalglorioso sostitutor di Garibaldi.

Ma è una storia che riserberò - documentandola - ad altro temposeoccorreràperché mi accorgo che la nausea mi ha già tratto troppo lungadigressione. [...]

 

CONCLUSIONE

 

 

 

 

 

So benissimo che a Francesco Crispiai suoi tempi e a quelli d’oraperaccusarenonché un uomotutto intero un partitosarebbe bastata nemmen lacentesima parte di quanto ho dovuto in queste pagine ricor­dare.

Oggi a lui basta un paio di documenti falsi da leggere alla Camera.

In altri tempi gli bastava anche meno: quando il 15 giugno 1867 vituper­ònella Camera Bettino Ricasoliaccusandolo - egli! - d’aver rubato il danaropubblico per pagar le elezioni e la stampae fu messo a dovere da GiuseppeBiancheri e da Nino Bixio che lo sferzò a sangueFrancesco Crispi invitato aprodur proverispose che per gli uomini politici e per le assemblee politichebasta per prova “il convincimento morale”!

Quando più tardi nel 1868 volle accusare tutta la Destra di ladronec­cio edi concussionefece rubareper danaronel cassetto di Paulo Fambrisegretario della Cameradal noto Bureile di lui cartetra cui la lettera disuo cognato Brennache conteneva due parole solediversamente interpretabili apiacere “facciamo quattrini”. E con quelle due sole parole mise l’incendioin Cameradenunciò la Destra alla pubblica vendetta­scatenò lottetremendesi eresse Minosse inesorabile.

Io non ho i metodi di Francesco Crispi: non vado a rubare nei cassetti deglialtri e non mando - e quando l’odio politico osò accusarmi di qualcosa disimilefeci ciò che fa un galantuomo - trascinai l’accusatore in tribunale -lo ammisi alle prove - gli abbandonai alla luce del sole la mia vita intera - lofecicon due sentenze solennicondannare.

Io non ho i metodi di Crispi - non rubo documenti - non li sottraggo agliarchivii della Consulta - non credo che bastinocome a Crispidue documentifalsi o due parole di una lettera privata per accusare chic­chessia. Perciòper accusarloho voluto essere innanzi alla certezza e ad elementi di prova chelo farebbero condannare da qualunque giurì.

Per chiamarlo testimonio falso non c’è bisogno di ragionamenti:basta prendere il testo ufficiale del suo esame per confrontarlo col testo deisuoi biglietti.

Per chiamarlo concussore nei fatti bancarii non v’è bisogno diragio­namenti: basta leggere negli atti ufficiali il suo discorso del 20dicembre e mettervi a riscontro i documenti del suo debito occulto alla Banca inquel dì e del debito nuovo di quattro giorni dopo.

Per chiamarlo concussore nel fatto Herz non v’è bisogno diragiona­menti: basta leggere la testimonianza del suicida nell’ora dellamorte: la lettera di Reinach riconosciutala confessione di Crispi e la storiaschiac­ciante delle sue bugie - una dopo l’altra smascherate. Per un affareone­stoconfessabilenon si inventano a nasconderlo tante menzogne!

E ho voluto nella prova abbondare: lasciando pel giudizioa cui Crispi nonpuò più sottrarsiil rimanente. So bene chese tutto questo è non solobastantema esuberante pei galantuomininon basterà mai per i disgra­ziatiche servono Crispì a stipendio (con pubblico furto) da quindicimi­la lire almese in giù; non servirà per coloro cui lega a Crispi la triste non frangibilesolidarietà dell’interesse e della colpa: non basterànon può bastare perdeplorati come luibenché meno aggravati di luidei quali Francesco Crispi hadovuto alle urne farsi paladino - combattendo a morte i loro giudici - e deiquali ha dovuto farsi nella Camera la guardia del corpola sua guardia dionore.

Ma non tutti fra coloro nella Camera e fuoriche hanno credutononconoscendoloin luinon tutti a lui sono legati da solidarietà di quelgene­re: sono pur fra essi uomini di cuoreonest’uomini e gentiluomini. Per questisoltanto ho parlato e per tutti quelli che nelle mie file o in file diversedi qualsiasi partitohanno invocato la tregua di Dio sul terrenoove tutti i cuori onesti si incontrano. E ho parlato per la pubblicacoscien­zala qualeinfallibile giudicesa distinguere il linguaggio delgalantuo­mo indignato da quello del libellistail linguaggio del vero daquello della menzogna - e alla quale mi presento serenamente colla fronte altadi chi compie un dovere.

Roma15 giugno 1895