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Massimiliano Griner

 

 

Nel baco del calo del malo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

a Chiarail sabato della vita

 

 

 

 

L’oscena primaria

 

 

Quando ero ancora piccolola descrizione che mio padre mifaceva del suo lavoro conservava ancora un certo fascino. Si alzava moltoprestoqualunque tempo vi fosse. Pioggiagrandinenevischio o nevevento otemporalelui alle sei meno un quarto usciva di casa dopo aver bevuto una tazzadi caffè nero bollente che mia madre si alzava apposta per preparargli.Inforcava il suo motorino e spariva oltre l’angolo.

Pareva sapesse a menadito tutta la cittàdai grandi vialialle strade meno conosciutedai vicoletti su cui si affacciano i retrobottegaalle piazze ombrose dei quartieri residenziali. E sembrava conoscereo averfamiliarizzatocon moltissime personealcune delle quali altolocate - tra inomi che mi citava c’erano anche quelli di giocatori di calciounristoratoreun grosso armatore - che avevano stima e simpatia per luianzierano veri amicie che di tanto in tantoanziché accettare le cose chelui portava lorogliene lasciavanosoprattutto verso natale: riviste ancoraavvolte dal cellophanepacchi omaggiogadgetinviti per concerti mattutinialla Palazzina Liberty. A volte gli capitavanei suoi giri per una città cheai miei occhi di bambino era spropositatamente grandedi trovare oggetti di cuialcuni cittadini - quelli che se n’erano liberati - non conoscevano il valore.Uno specchio con la cornice di legno appena appena scheggiata in un angolounombrellouna pietra litografica dai contorni smangiati.

Anche fisicamente mio padre era stupefacentequalsiasi cosafacesse. Sollevava grossi pesi. Pedalava svelto come un fulmine. Amava giocare apallone con gli amicie io lo guardavo con orgoglio dal limitare del campodiuna terra gialla come la bile e dura come il calcestruzzoda cui spuntavanostrani vegetali. Facevamo il bagno insiemee quando usciva mi domandavo semprese anch’io da grande avrei avuto un pene grosso come il suoche affioravamollemente dalla schiuma come una grossa gomena.

Anche nel fare i pacchi era un grande. Prendeva il colloloavvolgeva con la carta da pacchi in modo che fosse il peso del collo a tenerlaripiegatapoi afferrava il gomitolo dello spago e con un movimento rotatoriovelocissimo dava una ventina di giri intorno al paccoin modo che i giri siaggrovigliassero e rendessero superfluo fare il nodo.

Mio padre giocava a bocce niente malee praticava l’orticolturain un appezzamento di proprietà della parrocchiaanche se smise abbastanzapresto perché la perpetua esigeva non già la decimama che le venisselasciato l’intero raccolto. Mio padre teneva l’orto per passionema i pretigli erano invisie le perpetue vizze e antipatiche ancora di più. All’iniziosapendo che il prete era all’oscuro delle richieste esose della donnacercòdi tenerle testama diceva che non c’era niente da fareche le donne quandovogliono sono peggio del demonioe non perdeva occasioni per maledirla. Quandoun giorno arrivò all’orto e trovò che molti prodotti erano stati asportatianche prima che maturasseroprese la decisione di fare il colpo.

Una domenica mattinamentre tutti erano a messaentrammonell’orto. Mio padre aveva con sé una grossa zappae cominciò a menarefendenti in tutte le direzioni. Non c’era niente che si salvasse: pianticellepiccoli virgultil’éllera con i suoi corimbii peduncoli e i dialisepaliortaggi ed erbaggipaletti di recinzione.

Vedendo che per educazione me ne stavo fermo a guardarlomichiese se non ero capace di saltaree di fare tutto quello che usualmente misarebbe stato proibito. Cominciai allora a saltare a destra e a sinistraaplanare su pomodori e porrierbette e spinacitrasformandoli in strame epoltiglia. E fortunati loro che ero piccolo e ancora non conoscevo delendaCarthago e tutto il restoche se no a papà gli dicevo di buttarci pure ilsalesu quell’appezzamento della grinzosa.

Finito il macelloce ne andammo tutti e due contenti a casamolto più che se avessimo inseminato le porchee per me fu una grande lezioneperché imparai che distruggere era molto più divertente che costruire.

A volte mio padre mi faceva montare sulla sella della suabicicletta e mi portava in giro. Dovevo essere abbastanza grande per non caderegiùe ancora abbastanza piccolo per divertirmi un mondo.

Ho una sorella e un fratello più grandiMilena ed Edmondo.Milena ha sette anni più di mee quando andavo all’asilo faceva la scuolamediae si curava di me come una seconda mamma. Edmondo ha cinque anni più dimee quando eravamo piccoli mi faceva gli scherzi malvagi. Però io erocostretto a perdonarlo tutte le volteanche quando faceva un gioco che sichiamava l’«anaconda»e che consisteva nell’abbracciarmi e nellostritolarmi fino a quando non arrivava mia madre a urlargli di smetterla.

 

*

 

Mia nonna materna morì presto e io non la conobbi mai. Ebbemia madre che era già piuttosto anzianada un uomomio nonnoanche lui quasivetustoper non dire ormai catorcio. Forse erano una di quelle coppie che lagente credeva che non avrebbe mai avuto figlie proprio nelle vicinanze deilimiti ultimi arrivò mia madre. Mio nonno materno era un orologiaioe questoè tutto quello che so di lui. Mia madre lo ricorda come un uomo pieno digentilezze e di premureper quanto molto anzianoma non mi disse mai molto.Forse non c’era molto da raccontare. Morì anche lui prima che io nascessi.

Il padre di mio padremio nonnoè morto in Sardegna in unincidente d’auto nel 1954quando si poteva ancora attraversare la strada aocchi chiusiperché passava una macchina ogni quaranta ore. Un ex fascistasbronzo sbandòcosì diconoe prese il nonnoallora ancora poco nonnoinpieno. Al fascista andò un po’ peggio che all’epoca delle epurazioniperché si slogò un polso. Mia nonna paterna si trasferì a Milano quandoentrambi i suoi figli si erano sistematie non si risposò più. Disse che nonsi sarebbe mai più risposata in memoria del marito defuntoe fregiandosi diquesta scelta bizzarra e alquanto crisantemicavi si attenne come un vanto.Viveva da sola non lontano da noiorgogliosa della sua indipendenza e taciturnacome solo una donna sarda può essere.

Una volta al giorno mio padre le telefonavaverso l’ora dicena. La telefonata era invariabilmente di questo tenore (tradotta in italiano):

Ciao mammasono iocome stai? (Breve silenzioprobabilmente all’altro capo del telefono qualcosa tipo: bene)

Va beneallora cosa faiguardi la televisione? (Brevissimosilenzioprobabilmente: )

Va beneallora ci sentiamociao mamma (All’altrocapo: sìciao)

Così per ventidueforse ventitré anni. Una volta allasettimana mio padre andava a prenderla in macchina e la portava a cena da noi.Mia madre aveva accettato questa presenzanon tanto perché amasse la suocerama per la sua stranapervertita passione per i vecchi. Mia nonna entravaconil suo figurino curvo avvolto in un abito scuro di lana lungo fino allecaviglieche la rendeva ancora più vecchia e curvaci salutava con un cennodel caponoi a cui nostro padre ordinava di «salutare la nonna»e poi andavaa sedersi a tavolain attesa della cena. A tavola parlavamo pocodi solitomaquando c’era la nonna parlavamo anche menocome si usa fare in presenza di unestraneo. Ce ne stavamo lì tutti immusonitisenza sapere neanche il perchéasorbire con il cucchiaio la minestra troppo caldae la televisione accesa insottofondo. E guai se Edmondo e io ci fossimo tirati un pezzo di mollica dipaneché avremmo fatto una brutta figura con la nonna. Ma tanto né io néEdmondo avevamo voglia di giocarequando c’era la nonna. Lei rimaneva insilenziocon la bocca che sembrava un sottile taglio orizzontalela pellecolor olivastroi capelli argento sporcoa sorbire la sua minestra conmetodicità.

Una volta mia nonna arrivò più presto del solitonel tardopomeriggio. Anziché sedersi al tavolo del tinellovenne in soggiornodovestavo giocando ai soldatini con un amichetto. Eravamo soliti rovesciare dellevecchie scatole da scarpeintagliarvi con precisione dei buchi che a noisembravano raffigurare finestre a bocca di lupo e portee con del pennarellorosso disegnare delle tracce di sangue su quelle che erano diventate le paretidi una casamatta. Poi all’interno schieravamo i soldatini difensoriall’esternogli attaccantiio tenevo i tedeschilui gli inglesie ci davamo battaglianel senso che uno dei suoi fucilieri sparava quando il mio compagno di giochifaceva pneu! con la boccaoppure ptciuf ptciufe seaveva una mitraglia faceva trsh!trsh!trsh!trsh!e allora uno dei mieimoriva sorpreso nell’atto di lanciare una granatae allora io gli dicevo: facciamoche adesso questo mitragliere tirava una sventagliata e abbatteva quei duedietro il tronco d’alberoe lui diceva: nofacciamo che ne uccidevasolo unoe l’altro si abbassava in tempo. Oppure lui diceva: facciamoche questo con il lanciafiamme riusciva a non farsi vedere dalle tue sentinellee incendiava il bunker. E io gli dicevo: va beneperò dopo il miocecchino lo colpiva alla fronte.

L’uomo con il lanciafiamme arrivava di sorpresa: ehiguardate!urlava la sentinellama era troppo tardiperché flrrr flrrrflrrr! la sentinella veniva lambita dal fuoco eahhh!moriva arsaviva. Per simboleggiare il fuoco il mio amico usava le dita di una manomossecome se stesse suonando l’arpasolo che sotto la mano c’era la miasentinellacristo.

E così si negoziava uomo dopo uomocannoncino dopocannoncinoe alla fine vinceva o l’uno o l’altroma sempre una volta peruno. Ogni tantoalla finefacevamo anche le fucilazioni: se aveva vinto luischierava i suoi fucilieri in piedi e quelli inginocchiati a mo’ di plotone diesecuzionee io mettevo i miei superstiti contro un muro della casamattamagirati di latoché se no sembravano tutti in posizione di sparodavanti adelle macchie di sangue già prontee quando il suo ufficiale con pistolaspianata dava il puntat miratfuoco!e il mio amicofaceva con la bocca trsh!trsh!trsh!trsh!io facevo cadere uno dopo l’altroi miei soldatinilevando urla disumanecome ahhh oh! argh!

Quel pomeriggio mia nonna arrivò e si sedette vicino a noi.Non disse una parolama a distanza di anni sono certo che volessein qualchemodo precario e inettoprovare a farci compagnia. Rimase lì immobileinsilenzioa guardarci. Noi all’improvviso ci bloccammo. Con lei presente nonriuscivamo a giocare. Non ci veniva proprio di far avanzare i nostri soldatininegoziare le loro mortilanciare gli urli di guerrafar crepitare lemitragliatrici o far correre l’unico carro armato che avevamoche peraltroera di scala diversa da quella dei soldatinitra le pieghe del tappeto.

Cominciammo a mettere i soldatini a postoin ordinesperando che se ne sarebbe andataprima o poi. Che forsevedendo che avevamosmesso di giocaresi sarebbe alzata e sarebbe andata a fare compagnia a miamadre. Possibile che non si accorgesse di quanto ci stava mettendo a disagio? Einvece il tempo passòe lei non si alzava. Rimaneva in silenziosenza piùneanche guardarci. Passò così forse mezz’oraforse un’orae venne ilmomento in cui il mio amico dovette andarsene. Infilammo tutti i soldatiniio imiei nella mia scatola di cartonelui i suoi nel suo sacchetto di iutae cialzammocontenti che se non altro quella tortura era finita.

Ciò che detestavo sopra ogni cosa era la venerazione che miopadre aveva per sua madre. Sgarbato e indifferente ai bisogni di mia madrecomeai nostrimio padre era con sua madre di una gentilezza che riservava solo alei. Era un amore filiale puro e sempliceun fatto animalema delle specieinferioriperché certo mio padre aveva ben pochi motivi per esserlericonoscente. Tra l’altro mia nonna pensava che questo suo figlio fosse unfallitoo quasie più volte aveva manifestato predilezione per l’altrofigliomio zioche nella vita era riuscito meglio. Una devozionequella dimio padreche sia io che Edmondo detestavamoperché con rimproveri violentici era impedito di esprimere alcunché di lesivo contro la nonnafosse dettoanche per scherzo. Cosa che recise sul nascere ogni nostro tentativoforseinconsciodi umanizzare la nonna nonostante il suo pessimo carattere.

 

*

 

Gli anni passarono. Dell’asilo non ricordo nullase non unragazzino che masticava mattoncini di cartone con cui io avrei voluto costruireuna casa. Alle elementari ebbi una maestra analfabeta - d’altra partequalemaestro elementare non è analfabeta o comunista? - che credeva che l’elementoradioattivo si chiamasse «uraneo» e che una volta l’anno ci portava nellasala grande della scuola insieme a tutti gli altri bambinidove una sua collegadonna cannone che sembrava una maîtresse sedeva al pianoforte e noi bambinimarciando sul posto come scimmiette patriottichedovevamo cantare tutti incoro: e la bandie-e-e-ra del tricolo-o-o-re è sempre stata la più bellalallallah.

A volte rivedo per strada la mia vecchia maestrae lei midice come sei diventato grande!ma perché non venite a trovarmiqualchevoltatu e il ...eh?e io vorrei risponderle: ma vecchia vaccaperché maiper quale ragione al mondo pensi che in qualche angolino del miocervello dovrei desiderare di venire a farti visitama poisiccome anch’ioho una moralele dico: ma certoverremoverremo. La versione per leidel le telefono a giorni che uso sul lavoro.

Una volta tutta la scolaresca si riversò nel cortile dellascuolache era un palazzone sordido e vetusto che avrebbe fatto pauracon lasua tetra architettura umbertinaanche a degli allievi carabinieri. Ogni classeaveva con sé un grappolo di palloncini gonfiati ad elio acquistati ad uopoeun bussolotto di carta oleata in cui le maestrine ci avevano ordinato discrivere messaggini di pace agli uomini di buona volontàaccludendo disegninidi colombe con un cespo di ulivo nel becco e cose del genere. Noi infilammo imessaggi nel bussolottolo assicurammo al grappolo di palloncini dopo averciscritto sopra il nome della nostra classe e l’indirizzo della nostra scuolaequando fu il nostro turno il fortunato prescelto ebbe l’onore di staccare lazavorra e lasciare che i palloncini portassero chissà dove i nostri auguri dipace.

Qualche tempo dopo ricevemmo una risposta da un anzianosignore della Svizzera tedescache suonava più o meno così:

 

Kari pampiniho ricefuto i fostri palloncini con i fostrimessacci di pace. Si sono impighliati su il camino del nostro tettodofe nostracicogna fa ogni anno suo nitoma non importa. Mia moghlie è salita su il tettocon scala e nostra cicogna disturbata la ha beccata su mano. Lei però hastaccato fostri palloncinie insieme noi letto vostri pelli pensierini e pellidiseghnini di pace.

Noi ora tenere fostri bighliettini sopra caminoficino aritratto di nostro fighlio Markche è consulente della Barclay a New York.

 

Però quando qualche tempo fa ho raccontato questa storiaalla mia fidanzatalei si è messa a ridere e non ci ha credutosospettandoche io la prendessi in giro. Oraio sono sicuro di non averla presa in giromai suoi dubbi hanno avuto l’effetto di farmi domandare se per casoinconsciamenteio non mi sia inventato tutto. Potrebbe anche essere stato unsogno.

 

*

 

Di quegli anni d’infanzia ho più memoria degli oggetti chefacevano parte del paesaggio esterioreche non di circostanzeaccadimentiofenomeni socialiche ancora non potevano in alcun modo colpirmi vivacemente.

Dunquevediamoli dico in ordine come mi vengono in mentequesti oggetti radicati nella mia memoria: i biscotti Montefiorela muccaCarolina gonfiabile che non so più quanti punti occorrevano per averla e checomunque non ebbi mai - la ricordo svettare su una mensola dietro il banco delmacellaioa fianco del cuoco leprotto dello Zafferano Leprottoaltro oggettocheinsieme con la mucca Carolinaoggi per avere ucciderei - e poiancoralabanconota azzurrina da cinquecento lire con il profilo dell’Italiae lediecimila lire color vino con il ritratto di Michelangioloche quando mio ziome ne allungava uno tipo a pasqua credevo di essere in un sogno. Poi c’eranogli assegni da cento lire emessi dalle banche e dagli istituti di creditochecircolavano in mancanza di monetae le monete di plastica colorata deisupermercatiche circolavano per lo stesso motivosempre che il resto non tivenisse dato in caramelle. E le figurine Miralanzacon sopra i puntiche se neraccoglievi tantissimi potevi scegliere da un catalogo persino una biciclettaGraziella.

 

*

 

Passarono altri anniinnocui e sprecatie poi cominciòquello che effettivamente era il prevedibile dispiegarsi delle tare della miafamigliail deflagrare del suo retaggio atavicoil portato di qualcosa che ingerme era già presente dai tempi in cui i barbari espugnarono Carlofortefecero strage di cristiani e violarono le loro donne. Pensandoci a posterioriavremmo dovuto berli come ambrosiaquegli anniprenderli tra i denti esucchiarli fino alle loro fibre più irriducibili come si fa con gli asparagigoderli fino in fondo perchéper quanto meschinierano gli ultimi anniveramente accettabilise non felici della mia famiglia.

Venne l’anno in cui si udiva spesso la canzone checominciava così: carissimo Pinocchioamico dei giorni più lietidi tuttii miei segretiresti ancornel mio cuoril miglior... che iotrasformavo in «amico dei giorni più biechi»perché quell’annol’annodi massima udibilità di questa canzonemio padre toccò l’apice della suaconcezione secondo cui la vita è una forma di malattia mortale.

Tutto cominciò un giorno in cui mio padretornato dallabocciofila dove passava un’ora o due dopo il lavoroudìo credette diudireun rumore di catene strascicate nell’appartamento di fianco. Il casovolle che in quel momento mia madre fosse assentelei che un certo ascendentesu mio padrealmeno contenitivoavrebbe potuto averlo. Avvenne così checolto in un momento di massima vulnerabilitàmio padre cominciò a pensare chequel suono indistintoa cui altri non avrebbero fatto nemmeno caso - in effettinessuno di noi aveva mai avvertito niente di strano - o che avrebbero attribuitoa qualsiasi cosa tranne che al trascinamento di catenefosse la notizia di unsequestro.

Non che l’immaginazione di mio padree la suaflemmaticità cerebralefossero appena state sconvoltealla bocciofiladallalettura dei caratteri a scatolarossi e neridel «Corriere dell’informazione»o de «La Notte»che gridavano di un sequestro di personao dalle immaginiinquietanti di qualche notiziario del pomeriggio. Fu solo nei giorni successividopo aver udito il rumore di catenecui intanto si era affiancatosempre adetta di mio padrequalcosa come un lamento sommessoudibile a trattifievoleche mio padre cominciò a compulsare le edizioni del pomeriggio incerca di dettagli sul sequestro del figlio di un industriale milanese cheeffettivamente occupava le pagine della cronaca di quei giorni.

Non sono uno psichiatranon conosco i meccanismi nascostidella psichee non so dire come e perché nasca un’ossessione. Oltretutto eroancora un ragazzinoche trascorreva tutti i pomeriggi al campetto giocando apallonee per quanto mi sforzassi di udire qualche suono dall’appartamento difiancoincollando l’orecchio alla paretesu imitazione di mio padre che mifaceva segno di non fare rumore e di ascoltarenon percepivo nulla. Non potevoneanche sapere che sulla base dei soli rumori che udiva - nel frattempo avevalasciato l’abitudine di frequentare la bocciofilae trascorreva le ore delpomeriggiodopo il lavoroa cavalcioni di una sedia che aveva accostato almuro della camera da letto - mio padre stava costruendo nella sua testa unamappa della stanza adiacente la suae una cronologia minuziosaancorchédelirantedelle cose che a suo dire vi accadevano.

Mia madre fece di tutto per distrarlo da quell’occupazionemorbosaadducendo a pretesto che era anche maleducato ascoltare i rumoriprovenienti da quella stanza. Oltre tutto ricordò a mio padre che almeno divista conoscevamo gli occupanti di quell’appartamentouna giovane coppiagentileanche se piuttosto sbrigativache aveva appena traslocato. E che oltread essere maleducato vi fosse qualcosa di morbosonell’ascoltare i rumoriprovenienti da quella che poteva essere la camera da letto di una giovanecoppiamia madre non lo dissee io non avevo l’etào non ero abbastanzasveglioper indovinarlo.

Mia madre cercò anche di convincere mio padre ad abbandonarel’ascolto dicendogli che non capiva comeammesso e non concesso che quellagiovane coppiao i loro amicifossero dei rapitoriavrebbero potuto portareil giovane sequestrato nel loro appartamento senza che nessuno se ne accorgesse.Non fu una buona mossa. Mio padreinfattiaveva già elaborato una sua teoriae il poterla esporre a mia madresempre più spaventata dalla piega che stavaprendendo quella vicendagli diede modo di rinforzarla. Le domandò se siricordava di qualche settimana primaquando era arrivato il camion deitraslochi a portare la mobilia della coppia. Lei annuìlo ricordo dall’espressioneterrorizzata che il suo viso assunse seguendo le argomentazioni che mio padresnocciolava in assoluta sicurezza.

Mio padre spiegò che era appena tornato dal lavoroquelgiornoe che si era fermato sotto casa ad assistere al trasloco. Non c’eraniente di strano in tutto questo. Mio padre è sempre stato uno di quelli chequando c’è una macchina escavatrice al lavoroo un manovale al martellopneumaticosi unisce volentieri al solito crocchio di curiosiche traggono unostrano piacere nel vedere gli altri lavorare. Quel giorno però aveva notato lastrana fatica degli operai nel sollevare un grosso divano. Certoera un grossopesante divanoma lo sforzo dei facchiniuomini robusti abituati alla faticagli era sembrato eccessivo. Al momento non aveva saputo che spiegazione dare aquel fenomenoe se n’era quasi dimenticato. Adesso era sicuro che il divanoera stato utilizzato per nascondere il corpo del giovane Quartiprobabilmentestorditoo narcotizzatoe trasportarlo in quella che sarebbe diventata la suaprigione. A dimostrazione di quanto aveva spiegatosenza spostarsi dal suoluogo di auscultazionemio padre si sporse verso il suo comodinoe ne trasseuna copia de «La Notte». Era il numero del giorno del sequestro. In effettile date potevano collimare. La coppia era arrivata nello stabile due giorni dopoil rapimento del giovane.

Probabilmente fu in questo momento che sarebbe statonecessario intervenire. Prima forse sarebbe stato prematuro. Ma adessoche l’abitudinedi un ozioso stava trasformandosi in un’abitudine irrinunciabileadesso chemio padre stava cominciando ad elaborare delle spiegazioni lucideanche sefollidi quello che percepivae quindi a rinforzare le sue convinzioniadessoun intervento deciso che lo strappasse da quella follia incipiente avrebbepotuto modificareforseil corso degli eventi successivi. Ma nessunointervenneforse sottovalutando quello che stava accadendo non nella testamaalla testa di mio padre. Mia madre prese un appuntamento con il medico difamiglia e cercò di spiegargli la situazione macome si vedrà da quello cheavrò modo di raccontare più avantiattaccarsi alla mano esitante di quell’uomofu la mossa peggiore tra le possibili.

Il medicoche per caso abitava proprio sopra la giovanecoppiasminuì le preoccupazioni di mia madre. Certoil comportamento di miopadre erao poteva sembrarebizzarroma non preoccupante. Si era fatto laconvinzionedel tutto sbagliataovvioche la giovane coppia dei vicini fosseresponsabile di un sequestro di persona. Ma erano anni calamitosianni chesarebbero stati definiti «di piombo»la violenza politica e la criminalitàcomune dilagavano. A Porta Nuova un ferroviere vedeva Mario Moretti latitantelo riconoscevae gli indirizzava un affettuoso «ciau Mario». Un gioiellierecon la sua .38 sventava una rapina in un ristorante dove stava cenando e qualchegiorno dopo veniva freddato per vendetta. Un gruppo di ragazzi trucidava ungiornalista per dimostrare che altri erano samurai invincibili. Cossiga eAndreottiquanto a loroesistevano. Insommache mia madre stesse tranquillaanche se non era facile mantenere la calma in un paese impazzito. Mio padre erain qualche modo una vittima della strategia della tensionema in fondoaveva anche smesso di frequentare la bocciofiladi consumare quel bicchiere divino e di perdere uno o due caffè a briscolatutte cose che mia madre glirimproverava quasi ogni giorno al suo ritornocon ferocia persecutoria.

«E questo non è un vantaggiocara la mia signora?»

Se il dottore avesse ammesso di essere vittima lui stessodella sindrome di cui si era impadronito mio padrele sue stranegiustificazioni avrebbero potuto anche avere un senso. Ma mia madre non potevasapere che qualche tempo prima anche il dottore aveva sentito dal suoappartamentoo credeva di aver sentitorumore di catene e deboli lamentieche ne aveva dato una interpretazione identica a quella di mio padre; che miopadre aveva deciso di andare in ambulatorio a confidarsi con luiincredulo neltrovarestanco dello scetticismo famigliareproprio in lui un ascoltatoreattento primae un... come dire?suo simile in un secondo momentoquando il dottore aveva deciso di confidargli il suo segreto.

Per spiegare i motivi per cui il medico di famiglia decise ditacere a mia madre il fattopiuttosto singolareche le sue conclusionicoincidevano con quelle di mio padreoccorre fare un passo avanti. E raccontareche dopo qualche giorno di auscultazionemio padre decise di rispolverare unvecchio binocolo da teatro che da anni se ne stava in fondo ad un suo cassettoe di alternare l’ascolto alla parete con perlustrazioni dei movimenti fuori edentro il nostro stabile. Consapevole di non poter coinvolgere la portinaianelle sue indaginidecise che il nostro balcone sulla strada era un buon puntodi osservazione. Così ora i suoi pomeriggi li trascorreva da una sedia ad un’altrain paziente attesa di percepire qualche fatto nuovo.

Non so se sia possibileuscendo dal portone di uno stabileaccorgersi che qualcuno ti sta osservando dall’ottavo pianonascosto dietrole tendecon un binocoloe rispondere prontamente con uno sguardo in cui èracchiuso questo messaggio: «mi sono accorta che ci stai spiando. E che sei alcorrente di tutto. Ma prova a lasciarti scappare una parolaanche una solaparola con qualcunoe i tuoi figli sono morti. Una sola parola e i tuoi figlisono mortie quando saranno mortiverrà il tuo turno. Intesi?»

Tuttavia anche di questo mio padre si convinsee siccome conil medico aveva già parlato - ricevendo simili confessioni - decise diavvertirlo delle minacce ricevute in quella fredda occhiata scoccata dallagiovane vicina otto piani più sotto. Anche il medico aveva ricevutoavvertimenti similialmeno secondo quanto mio padre raccontò anni dopo a miamadree anziera stato costrettosotto la minaccia di mortea recarsi nell’appartamentodella giovane coppia e medicare uno dei rapitoriche si era ferito in unconflitto a fuoco con la polizia.

Oraa distanza di annirileggendo i giornali di quelperiodo sono certo che il sequestro di Quarti era avvenuto senza che un solocolpo di pistola fosse stato sparato. I rapitoriche non vennero mai scopertidagli inquirentiavevano atteso il giovane nel vialetto della villa di viaTamburini che conduceva dal cancello di ingresso al garage. Gli avevano lasciatoparcheggiare la macchina e poi lo avevano sorpreso nell’attimo in cuipresumibilmentesi era fermato a cercare in tasca le chiavi di casa. Senza chepotesse reagire lo avevano stordito con un colpo di sfollagentee una piccolamacchia di sangue sull’impiantito era l’unica cosa che di lui fosse rimasta.Con il senno di poi si potrebbe aggiungere «per sempre»dal momento cheQuarti non tornò mai più a casaneanche orizzontale.

Comunque stessero le coseera evidente che se il dottore erastato convocato dai presunti banditi per medicare un loro compagno feritoilferimento doveva essere avvenuto in una scena diversa da quella del sequestro. Eio non riuscii mai a convincermi che un bandito ferito andasse a farsi medicareda un medico estraneo alla banda proprio nel luogo di prigionia di unsequestrato.

Tuttavia questo era accadutosecondo il dottore. O almenosecondo quello che anni dopo mio padre disse che il dottore gli aveva confidato.Era tutta un’invenzione di mio padre? Oppure il dottore gli avevaeffettivamente fatto delle finte confidenze inseguendo gli obiettivi di chissàquale oscuro tentativo terapeutico? E ancoraera davvero possibile che quellevicende fossero accadute realmente?

Comunque l’occhiata scoccata dalla vicina di casa a miopadreo quel gesto che mio padre aveva interpretato in quel modonon restòsenza conseguenze. Mio padre abbandonò completamente i suoi posti diosservazioneil che poteva essere una cosa positivama cominciò a manifestareuna serie di sintomi i più disparatiche andavano da dolorosi crampi all’addomea terribili fitte all’altezza del cuorea persistenti emicranie.

All’inizio ci preoccupammoma siccome è raro vedere unmalato che si agita preoccupato da una stanza all’altra anziché rimanere inuna posizione più consona alla sua condizione di sofferenzae siccomedescrivendo i suoi disturbi sempre più frequenti non riusciva ad andare oltrele generalisia mia madre che mio fratello maggiore convinsero me e mia sorellache quella di fare il malato era un’altra fissazione di papàdi nonpreoccuparsiche sarebbe passata presto.

Le cose però andarono altrimenti. Da quel giorno le visiteserali di mio padre al dottore non si contarono più. E ogni volta tornava connuovi farmaciper lo più ansiolitici e calmantioppure con prescrizioni dicomplessi e costosi esami clinici volti a dimostrare che le numerose malattieche temeva di aver contrattoa carico via via di tutti i principali organivitalinon fossero che il parto della sua fantasia ipocondriaca.

Infastidita dalla prospettiva di passare con mio padre piùore di quelle che gli rimanevano fuori dall’orario di lavoromia madrecominciò ad odiare la compiacenza del medico di famiglia cheassecondando l’ipocondriadi mio padreaveva cominciato ad erogargliinsieme ad ansiolitici e sondeanche giorni di malattia così frequenti e numerosi che solo le poste avrebberotollerato da parte di un dipendente.

Tutto faceva pensare che tra di loro vi fosse un tacito pattosegreto. Mio padre sosteneva di stare malee il dottore gli prescriveva farmacie analisi specialistiche. Mio padre si recava a fare le visitee quando glispecialisti gli confermavano che il suo stato di salute era buonomio padrescopriva qualche nuovo sintomo. Allora scendeva dal dottoreche gli dava nuovigiorni di malattiagli prescriveva nuove curee nel caso sostituiva qualchefarmaco già prescritto con uno nuovoscelto a casosuppongodal prontuario.

In casa era un proliferare di scatole di compresseconfezioni di pastiglievasetti di cremaboule dell’acqua caldacopertinetermichemagliette della salute del dottor Gibaud®cateterisiringheaerosolsciarpe e plaid di lana.

 

*

 

Dopo l’episodio del sequestroma farei meglio a dire dopoil grave esaurimento nervoso di mio padrela vita della mia famiglia non fupiù la stessa. Non che la mia fosse mai stata una famiglia piacevoleuna diquellese ne esistononel cui caminetto un lattante dovrebbe pregare lacicogna di posarlo. Anziposso dire che nel nostro caso quella vicenda segnòla fine della nostra famiglia. Non so esattamente cosa si debba intendereper famiglia. Un padreuna madredei figli. Questa è una famiglia. Gliinevitabili attriti tra i famigliarigli screzii litigi. Anche questa è unafamiglia. Ma anche la sensazione di essere a casa propriain mezzo a personeche ci hanno generatoaccuditoallevato amorevolmente. Insieme con personechecome noisono state generate dalle stesse persone. Con persone che ciamano e che noi amiamoda sempre e con naturalezza. Con persone che cisostengono e che potremo un giornodiventati abbastanza fortisostenere. Be’se questa è una famigliaio non ne ho mai avuta una.

Mia madre e mio padreda quei giornicominciarono arapportarsi attraverso una solainvariata e durevole modalità: quella dellitigio. Se non rimanevano lunghe ore separatiuno in una stanzaquella dalettoe una in cucinasenza dirsi una sola parolasi affrontavano inestenuanti litigateche potevano durare minuti oppure oresenza unamotivazione plausibile che non fosse la volontà sorda di mettere a confronto laloro insofferenza reciproca. Di solito era mia madre a lanciare delle frecciatea mio padrecon cattiveria calcolata e scelta dei tempi. Lo accusava di essereun malato immaginarioil che era verodi essere pigro e svogliatoil che eravero - che altro avrei potuto pensare di questo padre sempre in malattia che sitrascinava stancamente con il telecomando in mano dal soggiorno alla camera daletto? -che era un fallitoil che era opinabileperché essere fallitisignifica aver mancato il proprio obiettivoe mio padre non ne aveva mai avutounoche non aveva saputo assicurare quei piccoli segni di prosperitàpiccolo-borghese alla sua famigliacosa che invece era riuscita a suo fratellomaggiorecon evidenti benefici della cognataper la quale mia madre provavainvidia e risentimento.

Le lamentazioni di mia madre erano talmente frequentiinsidiose e continueche spesso mi domandavo cosa trattenesse mio padre dall’ucciderlacon una o più coltellate. Fu ripensando da adulto a una delle loro lunghe edestenuanti litigateavvenuta come al solito davanti a noi bambiniche compresila natura e la causa di quei gesti di apparente follia omicida con cui un oscuroabitante di provincia si trasforma in una macchina di mortee prima disuicidarsi fa strage della propria famiglia o dei propri colleghi. La stampa ela televisioneper mancanza di tempo e superficialitào per amore delsensazionalismopreferivano presentare questi accadimenti come raptusimprevedibili e inevitabili come il cadere di un fulmine in un cielo sereno. Maio sapevo che dietro quei gestio almeno dietro la maggior parte di essisinascondevano rovelli di anniinsofferenze stratificateodi maturati fino all’ebollizionee sempre repressi sotto una sottilissima e fragile crosta di perbenismo e diossequio alle convenienze sociali. Mio padre resisteva agli attacchi di miamadre per quanto gli era possibilea volte invocando anche la nostra presenza.Ma immancabilmente prima o poi cedevae sforzava il suo italiano ancora incertonel tentativo di contrastare l’abile dialettica di mia madre.

Litigi di questo tipo terminavano di solito quando mio padreincapace di replicaresi infilava un paio di scarpe e se ne andava sbattendo laporta. Lasciata solamia madre continuava a inveireparlando in terza personadi mio padre anziché rivolgendosi a lui con la seconda.

Quanto a mio padreassomigliava sempre più ad una cannaspezzatai cui pezzi rimangono insieme grazie all’ultimarobusta masottilissima fibra. A voltelamentando i dolori di un’ulcera che ormainumerosi esami clinici avevano provveduto a ridimensionare sensibilmentesiasteneva quasi totalmente dal cibo. Sedeva al suo postomugugnando paroleincomprensibilie questo era il segnale inequivocabile di una sua crisilatente. Afferrava il bottiglione di vinolo accostava al bicchieree loriempiva rasomacchiando invariabilmente la tovaglia. Mia madre era - ed èparlo di loro al passatocome riferendomi a dei mortima queste cose sonocerto che avvengono ancora oggianche senza che io vi possa assisterein unaennesima replica di uno spettacolo senza più spettatori - mia madredicevoera pronta ad accusarlo di aver versato il vino con imperiziaforse addiritturaapposta per il solo gusto di farle dispettodi accrescere il numero e lavarietà delle sue occupazioni domestiche. Occupazioni che nella sua boccaraggiungevano sempre proporzioni inaspettatetali da far sembrare le fatiche diErcole una miserabile inezia. In fin dei conti non doveva fare altro cherassettare il modestissimo appartamento in cui abitavamocucinare una solavolta al giorno equando era ormai inevitabilerammendare a me e a miofratello un buco nei calzini. A sua dettaera invece ostaggio di quella casaassediata da compiti numerosi che si moltiplicavano prima ancora che lei potesseterminarne una parteda pulizie in angoli irraggiungibililampadine fulminateda cambiare di cui mio padre non si era neanche accortomucchi di biancheria inattesa del bucato - che lei ostinava a fare a manononostante tra gli squallidisegni di benessere di cui si fregiava la mia famiglia comparisseda non moltoin veritàuna lavatrice - pile di piatti da scrostarecommissioni da svolgereper anziane vicine a cui prestava cura.

Nonostante tutta questa dedizione professata a parolenegliultimi anni sempre più spesso sorprendevo mia madreal mio ritorno dallascuolao dal lavoronel tentativo goffo di simulare un impegno in unaqualsiasi occupazione. Con il tempo notai che si era fatta più furba. Quandosia io che mio fratello eravamo fuoripredisponeva in anticipo le cose in mododa poterle riprendere nelle mani prima di urlare «avanti» in risposta albattere sommesso alla porta. E bastava un secchio d’acqua con uno spazzoloneabbandonato nel minuscolo atriooppure i ferri della maglia sul poggiapiedioqualche tazza da lavare sul piano di formica vicino al lavello.

Nonostante questi bizzarri tentativi di occultare la realtàsia io che mio fratello sapevamo che passava gran parte del pomeriggio dormendooppure mangiandooppure alternando le due coseil che vanificava ogni suotentativoormai pateticodi cercare di contenere la sua pinguedine. Una voltainsospettito dal fatto che un panettoneavanzo di sperperi nataliziprotraessetroppo a lungo la sua fine nell’armadietto sopra il frigoriferodecisi diesaminarloper scoprire che era stato praticato un foro di un diametro nonmaggiore di dieci centimetri nella sua faccia nascostae che da quello miamadre aveva provvedutocon un lavorio lento e quotidianoa cavare gran partedella polpaallargando al suo interno una caverna trapuntata di uvette ecanditi.

Quanto alle volte in cui mio padre mangiavaforse eranoanche peggiori di quelle in cui digiunava lanciando occhiate di disgusto a meamia madreai miei fratelli. Mangiava con nelle mani e negli occhi la memoriastorica di generazioni di affamati. Mangiava come se quello fosse l’ultimopasto prevedibile. In quelle circostanze mi sembrava una voraginee mi facevaanche un po’ paura. Si nutriva aiutandosi con le manicon la foga di riempireun buco rimasto vuotoalternando i bocconi a generose sorsate di vinoe allafine spezzava del pane e con un pezzo ripuliva accuratamente il piatto. Forseera quello il gesto più disgustosoche meno riuscivo a perdonargliperchédopoquello stesso piatto che gli era servito per il primo e il secondocosìripulitodiventava il tagliere su cui affettava qualche fetta di salameostrappava qualche scheggia da un pezzo di pecorino che teneva solo per séavvolto nella carta stagnoladicendoci che tanto noi figli non potevamoapprezzarlodato che eravamo solo mezzi sardi - il che era indirettamente unafrecciata alla volta di mia madrevenetache gli rispondeva con uno sguardocarico di risentimento. Poise era estateprendeva dal centro del tavolo deigrossi frutti maturimentre ancora stava finendo di masticare il formaggio.Aveva una vera predilezione per le pesche maturee se ce n’eranole incidevacon l’unghia del pollice destroe poi strappava la loro buccia quasi conrabbia. Prima ancora d’aver strappato l’ultimo lembo si infilava in bocca ilfrutto per metàe con la destra cominciava a farlo ruotaresciaguattandorumorosamentequasi come se la sua dentatura fosse un torniofino a quando nonposava sul piatto il nocciolo perfettamente ripulito.

 

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Quanto avrei voluto che moristetu mammae tu papàquantevolte ho desiderato la vostra mortela vostra finesentire il Sirio squillaree la voce opaca di un funzionario di questura annunciare la vostra fineeparole di condoglianza come si conviene. Ma poi pensavo che tanto non sarestemai mortiche sareste sopravvissutiperché non offrivate mai il fianco aglistrali della sorteperché vivevate ormai sempre più nascosti in casacon ivostri ritmi di sarcofagi ambulantigenitori mieicon i vostri ritmi che dellavita non avevano ormai nullase qualcosa avevano mai avutovoi che riusciste arovinare con un fugace litigio persino la vostra cerimonia nuzialee che nonaveste nemmeno il buon senso di nascondere un fatto tanto increscioso; voi checostringeste mia sorella alla fugain un’età in cui le ragazze dovrebberopensare ad altre coseagli studiallo smalto delle unghieal ragazzo sottocasa accolto con un sorriso dalla famigliaalla lunghezza dello spacco nellagonnae lei invece dovette fuggiredovette rinunciare all’età lieve perbuttarsi a capofitto nella vostrae questo perché a voi non era piaciuto ilfidanzato che aveva osato proporre alla vostra approvazionea voicarne dellamia carneperché non sembrava un giovane ben avviatoa voiche agli occhi diun calvinistacon la vostra miseria così poco evitataavreste portato i segnidella dannazione eternae che eravate gli ultimi a poter giudicare l’altruisenso pratico.

Che non morirete mai perché una parte di voi sopravviveràsempre in mein questa mia incapacità di odiarvi a fondo che accresce ancoradi più il mio odio. Perché io stesso porto in me i vostri cromosomio quelche è peggiola fusione dei vostri cromosomi incompatibilie se anche possotrascurare la mia fisionomial’aspetto esteriorequesti tratti ruvidi eferini che mi hai fatto ereditarepapàdi bestia non del tutto addomesticatala mia attaccatura dei capelli così bassacosì simile alla tuai miei zigomigrossolani come i bastioni sopra i quali si infossano i tuoi occhi pieni di odioper tutti e per tuttobe’se anche posso trascurare tutto questoe tu sai odovresti sapere che non possonon potrò mai liberarmi dell’educazione da voiricevutadalle inibizioni che mi avete trasmessodal senso di colpa per ilpiaceredal livore contro chiunque si fosse conquistato «un posto al sole»come lo chiamate voidall’odio silenzioso contro il mondo.

 

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Pur abitando nello stesso stabile da oltre trent’annimiopadre non ha mai stabilito rapporti di buon vicinato con nessunose facciamoeccezione con il dottore dell’altra scala eindirettamentedella famigliase così possiamo definirlache ha abitato sul nostro stesso pianerottolo.

Guardingo e sospettoso nei confronti di chiunque non abitassenello stabile da almeno cinque anniconosce i nomi di tutti gli inquilini eogni pettegolezzo che li riguardama niente più oltre a questo. Delle sedicifamiglie che componevano la nostra scalala scala Anon ce n’era una con laquale avesse confidenza. Si limitava a frettolosi buongiorno buonaserae poiprendeva la sua stradadiffidando di tutti.

Gli unici con cui i mieima in particolare mia madreavevano un rapporto che potesse definirsi taleera appunto la coppia cheabitava nell’appartamento di fronte al nostro. Erano due coniugi della lorostessa etài cui figli si erano già sposati. Entrambi non godevano di buonasalute: luiche era capocameriere in un bar del centroe ostentava la superbiadei maggiordomi - prima di vedere un vero maggiordomosupponevo fosse la gentedel cinema a disegnarli così -aveva subito un colpo apoplettico che gli avevaparalizzato la metà sinistra del volto e l’avambraccio sinistroaumentandose possibile il suo aspetto dignitoso e azzimato. Domenica mattinadopo lamessaera impossibile non trovarlo dal lattaio all’angoloraccontare agliavventori abitualie abitualmente annoiatila sua lotta quotidiana perriappropriarsi del territorio urbanostrappandolo al controllo dei marocchiniche avevano il vizio di stendere il telo con la loro merce troppo vicino al barin cui lavorava. Subito dopo di lui era solito intervenire un vecchiettocentenarioche entrava nel discorso solo per captare la benevolenza degliastantistigmatizzando la presenza sempre più massiccia di marocchini nelnostro paese. Poi i suoi occhietti acquosipersi sul fondo di orbiteprofondissime dietro a delle grosse lenti color seppia si animavanoe senzaalcun filo logico parlava del solo argomento che gli stesse a cuore: leragazzine. Si doleva del fatto che ormai si potesse comprare ogni cosa - conallusione al decadimento dei valori del passato - tranne un cazzo chefunzionasse a dovere. Erano i discorsi che si facevano in latteriama anche dalbarbiereprima che gli americani mettessero a punto il Viagra.

La moglie del nostro vicino aveva qualche serio problema alsistema nervosoe a causa di ciòo forse per effettotrascorreva quasi tuttoil tempo davanti alla televisione. Era mia madre a fare la spesa per lei. Incasa doveva esserci un disordine simile a quello che i carabinieri si trovanodavanti quando scoprono il covo di un serial killere per di più ne uscivanoesalazioni terribilitrasportate dall’onda portante del letore (è unneologismo: lezzo + fetore) di cavoli lessatio di minestrone di verzeriscaldatonon appena il marito dischiudeva l’uscio per entrare o uscire dicasa.

 

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Mio padre e suo fratello Mauro non andavano d’accordo perniente. Non saprei dire che cosa li dividessedato che tifavano per la stessasquadrail Cagliariavevano le stesse tendenze politichecarta bianca alpartito comunistae grosso modo avevano avuto una vita molto simileanche se amio zio le cose andavano nettamente meglio. Anche lui era arrivato a Milano daemigrantequalche anno prima di mio padre. Lavorava per una grande industriaalimentaree per lavoro gli capitava spesso di viaggiaresia in Italia cheverso i paesi dell’Estnon so più se a comprare o vendere cosacarni oconfetture. Mia cuginauna insignificante ragazzotta dai lineamenti tagliaticon l’accetta e dalle folte sopracciglia nuragiche - anche mia ziala mogliedi Mauroera sarda - studiò scienze dell’alimentazione e dopo la laureatrovò impiego nella ditta in cui lavorava anche il padre.

Bastava che mio padre e mio zio si trovassero nella stessastanza in compagnia di altra gente perchéimmancabilmentescoppiasse unlitigio. Come pretesto prendevano uno sgarbo che l’uno aveva fatto all’altrodurante l’adolescenza a Buggerrue per il quale dovevano ancora essere spesedelle parole di scusa. Cose di trentacinque anni primache però avevano ilpotere di mandarli in bestia. Certo la presenza di molte persone favoriva i loroscontri. Forsetimidi e ostili al contatto umanoil loro disagio e la loroaggressività cresceva durante le riunioni dei numerosi parenti a Milanoin cuiavevano anche occasione di esagerare nel bere.

Le cose andavano un po’ meglio quando mio zio veniva a fareuna scappata da noilasciando a casachissà perchémia zia e mia cugina.Entravasalutava mia madre cordialmentefaceva un grugnitoricambiatoallavolta di mio padree poi andava a sedersi al tavolo del soggiornosopra ilquale appoggiava un gomito. Poi incrociava le gambe e aspettava che mia madreversasse del limoncelloper lui e per mio padreche prendeva posto sul divanoparcheggiava gli zatteroni di panno imbottiti che calzava in casaabbassava ilvolume del televisoree dopo essersi acceso con tutta calma una delle suemefitiche emmesse senza offrirne a suo fratelloallora e solo allora beveva unsorso di limoncelloper poi allontanare con fare schifato il bicchierinogiallognolo a forma di agrume. Poi rimanevano lì uno di fronte all’altroinsilenzioe spettava a mia madre chiedere qualche informazione su mia zia e sumia cuginadomande a cui lo zio rispondeva con monosillabi o frasi laconiche.

Nonostante tuttomio zio Mauro non mi era antipaticoeanziquando capitava che eravamo da solisi interessava della scuoladei mieicompitise avessi già una ragazza o menoe tirava fuori tutte quegliargomenti che gli adulti impacciati usano con i ragazzini quando hannoabbastanza interesse da conversare con loro.

A pasqua e in altre occasionidi nascostomi allungava queimichelangioli vinaccia. Nell’estate dell’anno in cui avrei compiuto dodiciannimio zio mi chiese se mi sarebbe piaciuto andare in villeggiatura con lasua famiglia. Aveva affittato uno chalet ad Alagna Valsesiae sapeva che io nonavevo mai visto la montagna. Di solito per dire quanto sia miserabile unmoccioso si ricorda che non ha mai visto il mare. Io il mare lo conoscevo benee l’acqua era il mio elemento preferito. Ma arrivato a dodici anni non avevomai visto una catena montuosaun sentierouna via maestradelle mucche alpineal pascolo su un crinale erbosouna pietraiao una distesa di neve.

Accettai immediatamenteanche se disperavo che mio padreaccettasse l’offerta di suo fratello. Non avevo contato però su quantofossero prostrate le sue energie negazioniste - in generale era contrario aqualsiasi cosadi principiosalvo cambiare parere dopo innumerevolidiscussioni e violenti alterchi - dall’episodio del sequestro. Mio padreaccettòe ai primi di giugno partii con i miei zii e mia cugina per lamontagna. Da quell’annol’andare ad Alagna dai miei zii per qualchesettimanasalvo tornare al mare a Celle dai miei in agostodivenne un’usanzacollaudataalla qualealmeno per alcuni annisottrarsi sarebbe statospiacevole.

Celle non mi dispiaceva. Ma fino a quell’anno non avevoconosciuto nient’altro. Ricordo che i bambini più fortunati avevano unmodello di sommergibile radiocomandato lungo forse trenta centimetridalloscafo nero seppiache a piacimento si inabissava nelle acque del Tirreno e nelcaso sganciava anche piccoli siluri alimentati a plutonio arricchito. Io avevosolo un retino per le farfallema andava bene anche per catturare i granchieun tamburo che però si sfondò abbastanza prestoquantunque mi fosse statoproibito di suonarlo spesso.

 

 

 

“La paura del portiere prima del calcio di rigore”

 

 

A metà di giugno l’estate sembrava prospettarsi come unperiodo lunghissimo e indefinito. Il terreno era frescoquasi umido. Ovunquecrescevano assortite grosse erbacce. Di solito facevamo pari o dispari. Nonavremmo potuto lanciare una moneta. Nessuno di noi aveva con sé denaronemmenouna tasca per tenere qualche moneta. Tanto l’avremmo smarrita immediatamente.

Era evidente che a formare le squadre sarebbero stati sempreTommaso e Mao. Nessun altro avrebbe potuto contendere loro la palma di capitani.Tommaso era piuttosto bassoil che non nuoce in un giocatore di calcio. Peròaveva una muscolatura nervosapronta a scattareed era velocissimo. Mao era l’oppostofisicamenteintendo. Molto altocon una ciocca di capelli bianchied erapiuttosto vanitoso. A Tommaso giocare piaceva in sé. Mao giocava per esibirsidavanti alle ragazze che non di rado assistevano alle nostre partite.

Però Tommaso era nettamente più bravo di Mao. Forse perchéamava realmente il giocoforse perché aveva un vero talento naturale. Tommiquando prendeva la palla a metà campoper gli altri era la fine. Si smarcava eprecipitava verso la porta avversariaTommie quando aveva beffato l’ultimodifensore o il portiere stessoaccompagnava la palla in rete quasi congentilezza. Era tutto eleganza e istinto. Una volta mise a segno da metà campocon una sforbiciata. Lui era nel fango a schiena in giùcome un cane mortoela palla s’infilava tra i pali senza che nessuno la vedesse. Ricordo conprecisione quella circostanzaperché il giorno successivo disegnai sul miodiario l’azionefermando sulla carta la posizione di tutti i giocatoriesclusa la miache ero molto arretratoal limite dell’area ma pur semprevicino ai miei pali.

Fu in quella occasionedisegnandoche mi accorsi di quantosolo fosse il portierecome la sua lontananza dall’epicentro delle azioni gliimpedisse di prendere parte alla gioia dei suoi compagnie come dovessiaccontentarminell’impeto del momentodi agitare il pugno guantato nell’ariao di dare un cinque al mio terzino più arretratomentre Tommi e altri siabbracciavano nell’area avversaria.

Chissàforse già allora avrei potuto domandarmi se essendoportiere mi ero abituato a mascherare le mie emozionioppure se essendoabituato a nasconderleavessi deciso di giocare in porta.

Mao invece non aveva propriamente stile. Faceva leva sullaforza fisicae su un corpo che per peso e altezza superava la media degli altriragazzi. Agiva con violenzae si faceva largo con violenza. Cadeva spessoeallora prendeva una manciata di terra e la scagliava impotente nell’ariaconfare teatralein modo da attirare l’attenzione dell’arbitroquando c’eraanche se il suo obiettivo reale erano le ragazzine sugli «spalti». Le sueespressioni di falso dolorequando qualcuno gli entrava sulle caviglie perfermare la sua avanzata tenacecalamitavano letteralmente gli sguardi delleragazze. C’era qualcosa di così virile nel suo volto corrucciatoe nelloscatto con cui si rialzava frettolosamente quando il fallo non gli eraaccordatoche conquistava le ragazze. Si riaggiustava il ciuffo bianco e poi sirimetteva in marcia verso l’area avversaria con una rabbia ancora maggiore. Eallora qualcuno lo afferrava per la magliettae gli contendeva la palla ailimiti del lecito. Spesso ero io a calare su di lui con rabbiaquasi a volerdimostrare alle ragazzine che c’ero anch’ioche Mao poteva essere fermato.Quando ormai eravamo soli uno davanti all’altro allora tentavo il tutto pertuttoe mi facevo sotto rapidissimo con le gambe larghe e le bracciaspalancatecome un grosso ragno in attesa della moscae in quei momenti avreivoluto averne otto tra braccia e gambeperché sapevo che ormai non poteva piùsparare una bordata verso la mia portanon ne aveva il tempola palla sarebbestata mia prima che potesse mirareperò poteva trapassarmi con una stilettatadi puntaoppureipotesi terribilescavalcarmi con un pallonetto gentilechesorpassassecome a volte era accadutoil mio pugno lanciato in volo adintercettare la sfera di cuoio prima che mi scavalcasse e andasse a infilarsinella rete.

E io non potevo sopportare di essere beffato da unpallonettoe pensavo sempre che nel pallonetto c’è qualcosa dell’affrontoperché il pallonetto ti mette davanti alla tua impotenzati fa sentireincompletoinettoe questa sfera che ti scavalca altissimaimprendibilemainesorabilmente lentadi cui riesci a percepire distintamente la traiettoriacurvae la rotazione degli esagoni e dei pentagonisembra ridicolizzare il tuoslancio troppo cortoo rimproverarti il coraggio con cui sei andato dall’attaccantea strappargli palla.

Spesso scongiuravo il pallonetto strappando la sfera daipiedi di Maoa volte prendendo su di tuttole sue cavigliela terralapolvere sollevatai calci che lui scalciava per riconquistare il malloppo escavalcare l’ultimo difensoree sentivo i miei terzini spronati dalle mieurla che lo stavano riprendendoil Maoe allora riconsegnavo loro la palla eil gioco oscillava di nuovo verso la porta avversaria. Ma ne ricavavo pocoonoreanzimi sentivo avvolto da una strana atmosfera di ostilitàperché ionon ero quello che aveva fermato Maoo megliosìlo eroe dunque ero odiatodalle ragazzine che lo veneravanoche erano pronte a scattare in piedi esaltare di gioia quando avesse violato la mia porta. Io ero quello che avevafermato il loro Mao. E di questo ero consapevoleanche se una parte di mecercava di conquistarledi attirare la loro attenzionema la mia azione siconfigurava dal loro punto di vista come un ostacolo all’attuazione di unprodigioil prodigio delle gambe nude e pelose di Mao che miravano in rete escagliavano la pallae delle sue ginocchia che lo vedevano festeggiare la pallainsaccata immerse nella terrabraccia al cielo e occhi sgranati.

Non potevano accettare l’ideale ragazzineche ilnanerottolo dinoccolato tra i pali s’intromettesse nel pieno dell’esibizionedel talento di Mao. Il fatto che il più delle volte fossi io a prevalere nellacontesanon era cosa che le inducessecome io speravoa volgere la loroammirazione verso di me. Anzila loro ostilità crescevacome se non fosse unmio compito istituzionale far sì che in quella porta passasse solo l’ariamaquasi mi intromettessi in una faccenda che non mi riguardava per il solo gustodi rovinare il loro divertimento.

Ricordo un pomeriggio in cui Mao era in pessima formaoppureio ero in ottima. Fatto sta che si era innescato un meccanismo ripetitivo per ilquale lui smarcava i miei e si avvicinava al realizzoma immancabilmente all’ultimomomento gli strappavo palla con una facilità che stupiva anche me. Sembravaquasi fossimo d’accordolui nel lasciarla tra i miei guantie io nelsollevarlatenendola stretta tra i pollici vicininon fosse stata la stizzacrescente con cui Mao accompagnava le sue disfatte. Le ragazzine si accorserodelle sue difficoltàe cominciarono ad incitarlo. All’epoca ero piuttostoall’oscuro di chi fosse realmente il Mao del cui nome si era appropriato ilmio avversarioe quindi la squillante enunciazione del suo nomescandito sulritmo del gioconon mi fece nessun effettoanche se oggi riconosco in quelleragazzine la stessa nevrotica esaltazione delle guardie rosse. Anni dopo seppiche a dare a Mao quel soprannome era stato suo padre Marziosindacalista dellaCisnal. Il figlio lo aveva accettato di buon grado perché intuiva che era ilnome di un uomo eccezionale.

All’ennesimo fallimento di quel giornoMao mi accusò diaverlo caricato con violenzae pretese il rigore. Un rigore che l’arbitrounragazzo piuttosto sfortunato che spesso era escluso dalla scelta inizialeperché in soprannumeronon volle concedere. Io credo che forsese Mao gliavesse dato tempol’avrebbe anche concesso. In effetti l’avevo abbattutocon movenze degne del rugbyma il fatto stesso che Mao lo pretendesse fece sìche l’arbitrorifiutandolopotesse prendersi una rivincitaio credodellecontinue esclusioni subite.

Il rigore non venne concessoe le ragazzine iniziarono ascandire coretti ingiuriosi prima contro l’arbitroil più frequente deiquali terminava con: «vieni a pescare con noici manca il verme»e poicontro di mereo di aver fermato per l’ennesima volta il loro idolo. Il che m’incitavaancora di più a fermare Mao e i suoiquasi fosse ormai la sola cosa importanteche mi restasse.

Nessuno vedeva nelle mie azioni qualcosa di più che unostacolouna barrierauna prassi ostativae per quanti sforzi facessi peresaltare la mia presenzacome appoggiarmi con disinvoltura ai pali con le miemani guantateafferrare il pacco e scrollarlo - sputare no perchéautolesionistico - o urlare ordini ai miei difensori con la voce più bassa chemi uscisse - con il rischio di gravissime stecche -rimanevo ignorato tra imiei pali. Solo raramentequando le mie parate erano giudicate impressionantio salvavano in extremis una situazione compromessa dai miei stessi compagniallora ricevevo fischi di approvazione e applausi. Ma io sapevo che in fondo miapplaudivano perché avevo tolto lorocome spesso accade al portierelecastagne dal fuocodal momento che era stato un errore imperdonabile acentrocampo a regalare palla agli avversari.

Io ero una specie di sintesi di Tommaso e di Mao. Da un latoamavo il gioco per il giocoe non di rado il tardo tramonto ci vedeva ancoraimpegnatiTommi ed iolui a cercare di fare breccia nella mia portae io afermare le sue cannonatequando tutti gli altri ragazzi erano ormai rincasati.Il sole era enormeinquadrato in quella stagione dai miei palie Tommi miravaverso la lucecon una precisione che aveva dell’incredibile. Io gli dicevoche era come Platiniperché dove voleva mettere la pallala palla andava. Ilpiù delle volte non riuscivo a fermarlae dovevo deviarla colpendola conentrambi i pugnisu cui si scaricava tutto l’impulso di cui Tommi l’avevacaricata. Era come una martellata che mi conficcava i gomiti nel ventree mifaceva sentire che sotto i miei piedi c’era la terrae che io poggiavo suquella terra polverosa e rossae che da essa traevo la forza per respingere ilcolpo e rinviarlo.

A volte riuscivo a fermare il colpoma spesso lo facevoabbracciando la palla e lasciando che la forza si scaricasse sul pettooppurese la cannonata era rasoterra l’afferravo scaricando parte dell’energia sulterreno.

Quando mirava all’incrocio dei palimi tuffavo e deviavotendendo il pugno come l’estrema e fragile propaggine del mio corpoe quandoricadevo sul fianco sentivo già il polso dolorante. Tommi allora applaudivaemi diceva che ero prodigoe che solo Zoff sapeva lanciarsi con tanto coraggio.Io ero contento quando mi paragonava a Dino Zoffperché Zoff era il mio idolo.Per assomigliare al giovane Zoff indossavo sempre una maglietta nera a manichelunghee dei calzoncini grigi. Raramente le ginocchierea meno che il nostrocampetto fosse inutilizzabile e dovessimo giocare su un piano di cemento. Iguanti invece li indossavo sempre. Non li toglievo mainemmeno quando finivamodi giocare pieni di polvere rossa e andavamo a bere qualcosa di fresco nelcottage dei genitori di Tommi. Erano il mio segno distintivo. L’estatesuccessiva l’Italia avrebbe vinto i mondiali di calcioPertini si sarebbealzato in piedi di fianco al Re di Spagna per applaudire Paolo Rossima il mioidolo sarebbe sempre stato Dino Zoff.

D’altra parte cominciavo più meno in quell’anno adaccorgermi che esistevano delle cose come le ragazzeche erano delle personecome noima a cui sotto le magliette di cotonina con la scritta «Fruits of theLoom» premevano degli abbozzi di mammelleche masticavano chewing-gum condisinvoltura e che avevano un profumo spesso sgradevole e piuttosto aggressivo.

Quindilo posso direin parte giocavo anche per lorochedietro la rete di recinzioneo più raramente ai margini del campo dipattinaggio invernale che noi ragazzi utilizzavamo clandestinamenteguardavanoe commentavano con risolini le nostre estenuanti partite. Ma non avevo lastatura di Maoné il suo aspetto piacevolené il suo esibizionismo. Inoltreero confinatodalla mia scarsa dotazione fisica come dalla mia stessa bravuradi portieretra i pali della portain un ruolo cheper quanto determinantenon ha mai fatto infiammare l’animo di nessuno.

I ruoli non erano definiti in modo rigidonaturalmentemasul campo emergevain maniera ancora più netta di quanto non avrebbe fatto laconvenzioneil carattere di ognuno. Se Mao e Tommi erano sempre protesi inavantiterzini erano quelli che per scarsa aggressività e minima abilità nelpalleggio non riuscivano quasi mai a superare la linea di centrocampo. Alcuni diloro erano abili marcatorima solo perché si attaccavano in modo parassitarioalla palla che gravitava al piede di qualcun altrosforzandosi di contenerne laspinta espansiva. Anche nelle partite arbitrate non avevamo il fuorigiocoecosì spesso Tommi e Mao si trovavano ad aspettare palla in compagnia deiterzini avversari. Era quindi un bene che questi ultimi non varcassero quasi maila linea di metà campoperché in caso contrario avrebbero semplicementemangiato la polvere del rapido contropiede avversario.

Per un certo periodo ebbi un terzino fisso. Come si chiamavanon ricordoperché noi lo chiamavamo sempre Ciccioche era solo unsoprannome. Era in effetti un po’ largo di fianchie già abbastanzatarchiato per la sua età. Era abbastanza plasmabilee io stando tra i pali glidavo ordini piuttosto perentori. Chi dovesse marcaread esempio. Quando stavamarcando io spesso sentivo che stava perdendo la marcatura. Era un non so qualestrano palleggioad esempiotra le sue gambe e quelle dell’attaccantequando la palla danzava nervosamente e la maggior parte dei colpi si scaricavanosu caviglie e tibiee allora capivo che Ciccio stava perdendo il controllodella marcaturae allora uscivo dai palie correvo in avantie mi sporgevosull’abisso oltre la lunetta lasciando pericolosamente sguarnita la portaemi gettavo rabbioso tra quelle gambe impazzite. Non provai piùnel corso dellavitaquella sensazione di brivido che sentivo ogni qual volta lasciavo i palispalancati e privi di guardia.

Ciccio era plasmabilee come tutte le persone plasmabilifinì con l’odiare chi lo plasmava. Un pomeriggio abbandonò il campodurantela partita. Semplicemente abbandonò il campo e se ne andòlasciando libero l’attaccanteche ebbe abbastanza fair play per non approfittarne. Tutti mi avevanosentito gridarglidurante la marcaturadi distruggere l’attaccante«moralmente e fisicamente»ma nessuno aveva capito che era stata quell’ennesimaincitazione a fargli mollare il campo da gioco.

Sìgli avevo urlato: «Cicciodistruggilo moralmente efisicamente!»è veroma con questo non intendevo esacerbare un rapporto giàteso. Il mio obiettivo era solo quello di motivare Ciccioche aveva pococarattere e spesso si risparmiava.

La distruzione fisica dell’avversario era nell’ordinedelle cose. Avevamo quattordici annici masturbavamo invano almeno una o duevolte al giornole brigate rosse erano ancora attivee noi giocavamo conrinnovata foga. Giocavamo a calcio con la stessa fisicità gioiosa con cui altriragazzinialtrovenel medesimo momentogiocavano a rugby o a hockeycon lasola differenza che la nostra sfera era rotondaed era più semplice prevedernela traiettoria.

La distruzione morale era stata introdotta da Mao. Era statoMaoforse a conoscenza dei processi politici indetti dalle guardie rosseaconvincerci della validità di smontare l’avversario attraverso una guerra deinervi. Il portiere era stato il primo a farne le spese. Mao aveva intuito che latensione del portiere prima di una punizioneo ancor peggiola sua paura primadegli undici metrine faceva il bersaglio ideale di una battaglia psicologica.Chi si apprestava a battere la punizione o il rigore era lasciato aconcentrarsimentre i compagni ricoprivano il portiere avversario d’insulti edi sfottò. Era il clima della partitacaso per casoa decidere quantoviolenti.

In generale gli epiteti facevano riferimento al padre o allamadre della vittimacui venivano associati aggettivi primae professioni ofisionomie morali poiin una forma tale da offendere profondamente la personaattaccata e nello stesso tempo dare la stura alla fantasia dell’aggressore.

Ai primi e violentiper quanto banali«tua madre» o «tuopadre» - cosìirrelaticome puri riferimenti ai familiari - seguironoinsulti a base sessista. Come nel racconto dell’assalto della celere a ValleGiulia - in cui gli agenti insultavano i ragazzi dando loro dei pederastie leragazze dando loro delle puttane - lo stesso schema si ripeteva nel nostrocampetto da gioco.

Emergevano anche le differenze di classe. I figli deiproletari urlavano al portiere: «tua madre quella bocchinara» o «tuo padrequel rottinculo»mentre i figli dei borghesitra cui Maotendevano ad unamaggiore sperimentazione linguisticacon espressioni come «tuo padre quelgastroenterologo»«tua madre quella paraninfa»in cui non era ilsignificatoma il puro fonema ad essere caricato di sfumature aggressive eoffensive.

Dopo i portieri iniziammo ad insultare gli attaccanti sottomarcaturaper innervosirli. Poiguadagnata una certa teatralitàcominciammoa riprodurre sul campo gli atteggiamenti aggressivi che vedevamo in televisionesulle facce e nei corpi dei giocatori professionisti. Non eravamo ancora ingrado - tranne Mao - di dichiarare ad una ragazzina che ci piacevae cheavremmo voluto baciarla con la linguama eravamo già capaci di puntare lafronte contro quella di un avversario e cominciare a spingerloper ostentarerabbia controllatacon le braccia distese lungo il corpo asciutto e ancorainfantile. Anche Tommi non se la cavava molto bene con le ragazzema a lui nonimportavanoo almeno così sembrava. Eppure anche lui con i suoi virtuosismiera uno degli idoli delle ragazze. Solo che non se ne accorgevaimpegnato com’eraa gestire delle palle che sembravano stregate.

 

*

 

Per giocare ci eravamo appropriati di un campo da pattinaggioabbandonato ai margini del paese. Era recintato da una rete piuttosto altacheBruno tagliò con una cesoia da fabbro ferraio in un punto poco visibilesullato lungo che confinava con un bosco. Avevamo creato una sorta d’ingressouna specie di grosso sette nell’ordito della recinzioneche di seraaccostavamo prudentemente in modo da occultare il nostro passaggio.

Grazie ad una certa quantità di legname da costruzioneinsufficienteavevamo anche arrangiato due porte rudimentaliuna delle qualiera priva del traversone di legno - sostituito da una corda molto spessa.

L’uso del campo da pattinaggio avrebbe reso le nostrepartite meno caotiche e selvagge. Prima raggiungevamo in bicicletta una raduraestesa e ondulata battuta dal vento. Per formare la porta disponevamo dellegiacchette e dei maglioni a formare la traccia dei palie ogni goala meno chenon fosse nettissimoera il frutto di una non rapida concertazione basata sunegoziati complessi. Inoltre non esisteva il fuori campoe a volte si giocavain modo furibondo anche dietro le portefino a quando qualcuno non invocava agran voce il calcio d’angolo.

Il proprietario del campo da pattinaggioo il suo gestoreera il macellaio. Almeno così si diceva. Era un uomo di mezza età che passavale giornate nella sua bottega a preparare i tagli da esporree che ogni tantosi affacciava sulla soglia a prendersi una boccata d’aria ostentando il camicesu cui aveva fatto scrosciare sangue. Aveva sempre un’espressione ripugnataeil sangue sul camice accresceva il suo aspetto inquietante. Un giorno uno di noilo videcon il vestito della festa e i radi capelli tirati a brillantinalevare il cappello in segno di saluto e offrire un grosso fiore di carta ad unadonna molto più anziana di lui. Da quel giorno cominciammo realmente ad averepaura di lui.

Non venne a dirci immediatamente che non gradiva che usassimoil suo campo. Ci fece arrivare voceperòfacendoci presagire un attaccoimprovviso e imprevedibile. Un attacco che attendemmo tutta l’estatein un’attesasfibrante e che vennein effettisolo alla fine di quell’agosto.

A volteprima di raggiungere il campopassavamo dalbenzinaio ad insufflare aria compressa nella nostra sfera di cuoiopermantenerla in perfetta tensione. Dico nostraperché erano almeno due estatiche ci giocavamoma era di proprietà di Giorgio Panìcoche noi chiamavamoPànicoperché quando era all’attacco scatenava il timor panico negliavversari. Il benzinaio era un uomo di mezza età assolutamente simile allamaggior parte dei benzinai del nostro paesecon la tuta della ditta di petroliindossola sigaretta in bocca e la pelle degli avambracci abbronzata. Aveva unacerta rassomiglianza con Ted Kennedyma con un’espressione più intelligente.Si vedeva che aspettava che passassimo. Ma quando arrivavamo fingeva didetestarci. Non gli riusciva benema fingeva di essere burbero. Prendeva lasfera con le mani sporche d’olio e andava alla pompa dell’aria compressa. Ciminacciava sempre che l’avrebbe fatta scoppiareprima o poie invece ce larestituiva gonfia al punto giusto. Ci tirava dietro qualche oscenitàurlandodi non farci più vederee noi proseguivamo verso il campetto.

Raramente la palla usciva dal limite del campoperché larecinzione era piuttosto alta. Ma a volte accadevae allora il responsabiledoveva andare a recuperarla. Dietro una delle nostre porte c’era il retro diun Grand Hotela quell’epoca già decadutoe al di là di una fitta coltrevegetale si affacciavano le finestre delle cucine. Un giorno la palla finìproprio nelle vicinanze delle cucinee Ciccio dovette andare a recuperarla.Raggiunse il sette nella recinzionesi curvò goffamente in modo da far passareil suo corpo obeso nel buco e sparì rapidamente oltre il fogliame.

A noi quell’albergo non piaceva. Alcune ali erano stateabbandonate completamentee questo dava al grande edificio silenzioso dallefacciate scrostate e ingiallite un aspetto ancora più inquietante che se fossestato in completo abbandono. A me sembrava un uomo vivo cui fosse attaccato unarto putrefattoe quando lo dissi ai miei compagni di giococonvennero cheproprio a questo assomigliava. Se fosse stato completamente abbandonato avremmopotuto farne un nostro rifugio clandestinoma penetrare di nascosto in unadelle ali abbandonate era troppo pericoloso. Ecco perché da un lato eravamopreoccupati per Ciccioe per quello che sarebbe potuto accaderglidall’altroprovavamo - e non certo per la prima volta - se non quell’oscura forma dipiacere che i tedeschi chiamano Schadenfraude e che non ha un nome nellamaggior parte delle linguealmeno la sua anticipazione.

Ora però Ciccio stava attardandosi troppoe non vedevamo lapalla rimbalzare come fosse viva e ritornare indietro. Cominciammo a chiamarloma lui non rispondeva. Incalzati dalla curiosità di vedere cosa era accaduto aCiccio e dalla frenesia di riprendere il gioco al più prestodecidemmo diandare a cercarlo.

Ciccio era ripiegato su se stesso vicino ad un tronco d’alberoin un punto appena nascosto alle cucine dell’albergo. Tra le mani stringevaqualcosa. Ci avvicinammo e gli chiedemmo di farci vedere che cosa aveva trovato.Ciccio si alzò e cercò di allontanarsistringendosi ancora di più tra lespalle arrossate dal solema gli fummo addosso in quattro o cinque. Le avrebbeanche buscatequel giornoma si liberò subito di quello che aveva trovato eper il momento si salvò. Era un giornaletto pornografico in buono stato diconservazionee sulla copertina - faticavamo a vederla perché Mao se n’eraimpadronito - c’era il ritratto di una ragazza inquadrata dalla punta deicapelli all’ombelico. Nuda. Riconoscerei quella copertina tra millese lavedessi oggi.

Passammo il resto del pomeriggio a disputarci una visualemigliore della rivista. La copertina era già abbastanza eccitantema quelloche vidi all’interno era ancora più incredibile. Alcune cose non mi piacqueroper nulla. Le donne avevano tra le gambe una sorta di spaccatura rosea e umidache sembrava un grosso pezzo di noce aperto dal macellaio con la mannarinae senon bastasse era ricoperta da una corona di peli avviticchiati e bagnaticci. L’areoladei capezzoli poi era spesso completamente butteratae in alcuni casi sivedevano addirittura le vene sotto la pelle tesa delle mammelle. Gli uominierano abbastanza normalima in mezzo alle gambe avevano degli enormi tubi dicarne che andavano ad infilarsi nelle spaccature rosee delle donnenelle lorobocche spalancatenelle loro cavità anali.

Verso il tramonto decidemmo che il giornaletto sarebbediventato patrimonio comune. Solo che non potevamo abbandonarlo nel bosco.Qualcuno avrebbe potuto trovarlo e impossessarseneoppure sarebbe piovuto e sisarebbe ammuffito. Mao disse che l’avremmo tenuto a turnoe che avrebbecominciato lui.

Così era quello il sesso. Spiacentenon mi riguardapensaial momento. Ma poi non attesi altro che il mio turno di portare a casa larivistache venne alcuni giorni dopo.

Quella rivista cambiò in parte la nostra routine. Giocavamoancora a pallone ogni giornoma verso il tramonto andavamo a esplorare ilboschettoin cerca di un altro giornaletto. Che non trovammo mai. Scoprimmoinvece che il tetto del garage che delimitava uno dei lati corti del nostrocampo e che era raggiungibile con una certa facilità - spesso eravamo saliti ariprenderci il pallone - era ricoperto da uno strato coibente di bitumechegrazie ad un ramoscello rigidopoteva diventare una specie di lavagna. Loriempimmo di graffiti oscenipoiil tetto del garage bitumato.

 

*

 

Arrivò in ogni caso il giorno minacciato dal macellaio. L’estatevolgeva alla finee la maggior parte di noi era ritornata in città con lafamiglia. A voltedurante il culmine dell’estateavevamo giocato anchetredici contro tredici. Adesso faticavamo a schierarci cinque contro quattroel’arbitro terzinava sempre. Io cominciavo a sentire freddostretto tra i mieipalie spesso mi scoprivo sfregarmi a tempi alterni un braccio e poi l’altrocon il palmo della mano. Soffiava già un vento che di tiepido non aveva piùnientee il terreno era seccogrigiogià inerte.

Prima sentimmo il guaito di uno o più canianche se nonriuscivamo a capire da dove provenisse. Però si sentiva sempre più vicinoedera chiaro che i cani erano dueo tre. Muovevano del fogliame nel boscosisentivae la sfera si era fermata in mezzo al campo. Tutti ci eravamo fermatiad ascoltare l’arrivo dei cani come se fosse qualcosa che non ci riguardava.Poi lo vedemmoil primo.

Era una specie di cane lupoe il suo ghigno cercava di farsistrada rabbiosamente attraverso il sette della rete. Adesso era impossibilecontinuare a far finta di niente. L’unica via di fuga era il tetto del garagee la maggior parte di noi lo raggiunse prima dell’arrivo dei cani. Ciccio fu l’ultimoa salirema se la cavò anche lui. Sul tetto eravamo al sicuroperché i caninon potevano salire. Li guardavamo guaire con le fauci bavose rivolte verso dinoie mentre li aizzavamo ancora di più con urla e gestaccicercavamo dicolpirli con gli sputi.

Non era difficile colpire un cane lupo con uno sputo. Bastavaaffacciarsi dal tetto del garage e mirare con la bocca. In realtà non eranemmeno necessario sputare. Bastava lasciar colare la saliva sulla loroverticale e si era quasi sicuri di colpirli. Cosa che alla lunga ci avrebbestancatoperchéa meno che non siano colpiti negli occhii cani lupo nontrovano detestabile essere fatti oggetto di sputi. Se avessimo avuto dei sassili avremmo presi a sassatema avevamo solo piccoli frammenti di cemento misti abitumetroppo piccoli per fare male.

Presto però comparve dal sette nella recinzione ilmacellaio. Raggiunse il centro del campoafferrò il nostro pallone e senzadire una parola lo perforò con un coltello che aveva con sé. Lo gettò a terracon aria di sfidae lo schiacciò lentamente con lo stivale. Anche con ilguaito dei canimi sembrava di sentire la mitica sfera di Panìco sibilareferita a morte. Poi richiamò i canie come era venuto scomparve. Non capimmomai perché non era entrato dal cancelloaprendo il lucchetto di cui dovevaavere le chiavi. A volteritornando con la memoria a quell’episodiopensaiche il macellaio non era il proprietario del campoe nemmeno il suo gestoreinvernale. Forse era solo un sadico.

 

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Quella prima estate in montagna finì. Ma l’anno successivomio zio affittò nuovamente lo chaletmi invitò ancorae ritrovai quasi tuttigli amici dell’anno prima. Mia cugina stava cambiando. Era in quel periodo incui le ragazzine si trasformano in ragazzeescono di sera e montano dietro suuna vespa scalcagnata guidata da uno studente di teologiae tornano sempre dopomezzanotte con il rossetto tutto cincischiato - una cosa che preoccupava un po’me e mio zioche stavamo in campanacome due vecchi e accorti cani pastore.

C’era Cicciosempre più grassottello. C’era Bruno. C’eraGiorgio detto Pànico ma non c’era più il suo pallone di cuoio. C’eranoTommie c’era anche Mao con la sua ragazza fissa per l’estateche nonricordo come si chiamava. C’erano tutti gli altrie c’erano anche leragazzine che ormai avevano proprio le tettecome mia cugina - almeno alcune. C’eranella mia camerettaun poster di Carlo Marx che mi ero portato da Milano e nelgarage del padre di Tommi un’auto nuova fiammante che ogni tanto lavavamo consecchio e spugnasempre che non dovessimo detergere la Prinz verde dello zio. C’eraanche il benzinaioe il macellaio. Mancava solo il campetto di calciocosparsodi mucchi di sabbiasacchi di cemento e una grossa betoniera.

Tornammo alla radura ventosae scoprimmo il ping pong nelcortile del cottage dei genitori di Tommi. Baciai con la lingua una ragazzina eTommi mi chiese: «com’è?». «Niente a che vedere con lasciare la portascoperta e andare a prendere palla all’attaccante»gli dissi. Mi chiese senon avessi avuto paura. Forse era come prima di un calcio di rigore. Dissi disìche più o meno era lo stesso.

A calcio giocavamo sempre ed esclusivamente di pomeriggio.Come si spiegasse questa cosanon saprei dirlodato che avevamo sempre fattocosì e nessuno aveva mai proposto di cambiare. Forse ignoravamo il fatto cheormai era estateche non erano più quei mattini interminabili passati suibanchi di scuolache le giornate adesso erano davanti a noi in tutta la lorosconvolgente e irrecuperabile lunghezzache il sole si alzava prestissimodietro il profilo seghettato dei rilievi montuosi e di sera scendeva dalla parteopposta del paesaggio raccoltofacendo rosseggiare le colline occidentali.

La villeggiatura era dunque fortemente condizionata dallaforma di vita che conducevamo in cittàin cui i tempi erano rigidamenteprestabiliti e i cicli di attività e di svago si alternavano impietosamente. Lerare volte che mio padre mi accompagnava a scuolaio desideravo spesso esserenei suoi panninon dover scendere davanti al cancello della scuolaeproseguireovunque pur di non fermarmi lì come ogni giorno. Dove esattamenteandassecon la sua 500 colore bleunon lo sapevoe «al lavoro» era unaperifrasi dal significato per me ancora oscuro. Certo andava oltre. Non sifermava lìdavanti a quel prefabbricato circondato da un basso recintoarrugginitonon entrava in quell’atrio senza luce sotto lo sguardo severo cheil bidello Riccardo lanciava ai ritardatari dall’interno del suo gabbiotto.

Le lentezze del risvegliogiustificate dal desiderio dirallentare le lancette dell’orologio e il momento di entrare in classesiprolungavano per abitudine consolidata anche durante la villeggiatura. Dimattino eravamo restii a dare inizio alla giornata. Ero quasi sicuro che come meanche i miei amici si attardavano con un giornaletto davanti ad una grossa tazzadi caffè e latte senza manicogirovagavano nel cesso con la porta chiusa achiave indecisi se farsi la prima pugnetta del giornopoi indossavanomagliettacalzoncini e berrettoe uscivano ignorando la richiesta della madredi passare dal panettiere o dal macellaio prima di tornare per pranzo. Io ero ilpiù fortunatonaturalmenteperché gli zii non sono mai oppressivi come igenitorie poi zio Mauro aveva le sue gatte da pelare con i ragazzuoli chefacevano il filo alla cuginettae di conseguenza mi lasciava guinzaglio lungoanzi lunghissimoad un solo patto: che mi facessi trovare alla cornetta deltelefono quando mia madre chiamava. Cosa che avveniva regolarmente ogni tresere.

Il punto di incontro era la piazza del paese. Quivicino aduna fontana da cui prillava un’acqua eccezionalmente limpida e frescasedevamo a guardare stancamente pullman carichi di turisti tedeschi che facevanosostae sfottevamo le passanti. In alcuni casi capitava che due o tre ragazzineci passassero davantimagari a braccettocon indosso una tuta blu a righebianche e un disgustoso profumo di fragolae allora silenziosamente ci alzavamoe le seguivamo a distanzacercando di dissimulare con ogni mezzo le nostreintenzioni.

Qualora infatti le ragazzine si fossero accorte del nostropedinamento più che discretoavremmo dovuto passare alla «fase due»fase dicui ancora oggilo confessonon conosco che alcune ipotetiche sfumature. Ecosì gli inseguimenti proseguivano per mezz’orelungo i viottoli che ciallontanavano dalla piazza principalelungo strade pedonalimulattiere ailimiti del paesee il principio di boschi in cui ci saremmo volentierismarriti.

Fu durante uno di questi inseguimenti condotti a buon finedall’intraprendenza delle ragazzineche provai per la prima volta cosasignificasse dare un bacio con la linguadal momento che una di essesuperatala «fase due» e già felicemente avviata verso la misteriosa «fase tre»volle farmene fare esperienza.

Per la prima volta in questa seconda estate ad Alagnagraziead uno dei nostri inseguimentisperimentai - con una certa sorpresadevoammetterlo -che la masturbazione era molto più gradevole se il compito dimassaggiare una zona così sensibile era svolto da una ragazzaanziché dallapropria mano. Fosse stato per lei avremmo fatto molto di piùma io ero ancorainespertoe ancora non capisco cosa la possa aver spinto ad omaggiare la miainettitudine.

 

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Una sera sì e una no - c’era la replica - andavamo alcinema parrocchiale. Non venivano proiettati solo i film della stagioneprecedentema una scelta di film considerati piacevolieducativi e confacentiad una sana educazione cattolica. Vedemmo così Laguna blue mentreTommiMaoio e gli altri ragazzini eravamo conquistati dalle minuscole tettedi Brooke Shieldsle ragazzine che adoravano Mao si affannavano davanti allenudità di Christopher Atkins. Nei giorni successivi le nostre fantasiemasturbatorie godevano invariabilmente degli scenari paradisiaci di Nanuya Leuv.

In seguito rivedemmo Vamos a matar compañerosunararità di celluloide come FrancoCiccio e Maciste contro Ercole nella valledei guaie il film che più segnò il nostro immaginariofornì mattoncinialla nostra fragile immaginazionee ci consegnò un nuovo eroe«Jena»Plinsky: 1997 - Fuga da New York.

Trovandoci in una località montana spazzata dai ventinonerano rari d’estate temporali improvvisi. Se il temporale era molto violentocon regolarità andava via la luce. Lo schermo si spegneva in un guizzocomenei vecchi televisoriaccompagnato dal ronzio degli ultimi giri del proiettoree la sala sprofondava in un buio uterino. Allora tutti noicome avvertiti da uncomando inderogabilecominciavamo ad urlaread improvvisare dei coriascalciare contro lo schienale ligneo del sedile che ci stava di frontealanciare nel vuoto buio bicchieri di carta e sacchetti di pop-cornappallottolatie i più fortunatiche sedevano vicino ad una ragazzinacercavano di tastare qualche piccola tetta in formazioneuna cosciaoppure diaccarezzare una ciocca di capelli.

 

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Durante l’anno scolasticoquando la città era comeschiacciata dalla coltre dell’invernoquell’inverno che ora troppo prestocede ad una primavera che rapidamente ti lascia soloe impauritodavanti aduna nuova estatein un’estate in cui sentirai che un nuovo anno è passatoeprogetti con tua moglie di tornare in quel villaggio in Tunisia dove l’annoprima hai visto le ballerine della danza del ventre e sei stato così bene... be’durante quei freddilunghi e avvolgenti inverni che erano gli anni scolasticiche cominciavano con i temporali di settembre e finivano con l’avvicinarsidegli ultimi giorni di scuola prima delle vacanzeio mi sentivo come in ungrosso uterocon i miei giubbetti di velluto a costa e l’interno in pelolemie Kickersle focacce unte acquistate dal panettiere vicino alla scuolafalsesicurezze di una routine non ancora sconvolta dalla consapevolezza adulta dellaprecarietà.

Nella mia classe delle medie non c’era posto per lamediocrità. Alcuni talenti si sarebbero rivelati molto prestonon appenalasciata la scuola dell’obbligoche evidentemente andava stretta a chi giàin sé coltivava qualche attitudine molto pronunciata. Ciccio - che non eraquello che abbandonò il campetto in seguito alle mie incitazioni all’odiomaun altro Ciccio - divenne rapinatore: assaltava i furgoni postali con ilpassamontagna e la mitraglietta. Ciccio giocava maluccioe spesso venivaconfinato in portanella porta che stava di faccia alla mia. Non erapropriamente un portieree una volta mettendo in gioco la palla lanciò ancheil mocassino destro insieme con la sfera. Sìperché luicome la maggiorparte dei miei compagninon portava mai le scarpe da ginnastica per l’ora dieducazione fisica.

Geppo diventò un commerciante di armi da fuocodopo lemedie. Macaso stranonon fu lui a fornire le armi a Ciccio per i suoi assaltiai furgoni postali. Maiin nessuna circostanza. Era nato a Palermola suafamiglia si era trasferita nella nostra città solo da pochi anni. Era unragazzino molto magroquasi scheletricoaveva delle guance sgradevolmenteincavate al cui interno fioccavano centinaio di peli diradati e sparsi. Unaspetto che faceva a pugni con le sue consumate movenze da padrino. Il suo mottopreferito era: ’un ce la unciàche in palermitano significa: non c’èla volontà (di fare o subire qualcosa). Quando i carabinieri irrupperonella casa in cui viveva con il padre e il fratello maggioredietro un’intercapedinetrovarono un intero arsenale. Trovarono anche un manganello nel cui manico eracelata una bomboletta di gas paralizzanteuno dei primi modelli di fax allorain circolazionee la fotocopiatrice con cuia volteGeppo aveva fotocopiatogli esercizi di analisi logica per la professoressa di italiano.

Geppo lo chiamavamo il capocannoniereperché era luiche con i suoi virtuosismi aveva messo a segno il maggior numero di goal durantel’anno scolastico.

Fransis fu quello che fece la riuscita migliore. Nel 1983entrò con una pistola giocattolo in una gioielleria. Per fare una rapina. Avevasedici anni. Lui precorse CiccioGeppo e tutti gli altri. Eravamo in terzamediaquando tentò la rapina.

Solo una settimana prima negli spogliatoi della scuoladopol’ora di educazione fisicache lui non faceva maici aveva mostrato conorgoglio la pistola. Era una replica piuttosto ben eseguita di una Smith &Wesson .38 a canna lungache lui ostentava facendola ruotare in aria strettanella sua mano nodosa e allargando un sorriso strano nella sua bocca sdentata.Entrò nella gioielleriaFransise si prese in testa un proiettile che ilgioielliere aveva tirato con la sua pistola vera.

Marzio e Giovanni erano dei sadici. Il loro gioco preferitoda ragazzini era catturare lucertolelegarle con uno spago alla catena dellabiciclettae poi partire. Adesso che entrambi avevano il motorino catturavanogrossi topi che non avevano trovato via di fuga dietro qualche traliccio dell’altatensioneli legavano per la coda al motorino e poi partivanotrascinandolidietro a sé come facevano i cattivi di Vamos a matar compañeroscon lasola differenza che questi ultimi usavano il cavallo al posto del motorino e ilchicano al posto del topo.

Il loro capro espiatorio elettivo era un tale Zanarda. AZanarda specialmente tiravano le «gnole»meno frequentemente i «coppini»esolo in via eccezionalequando erano esasperatii «cartoni». La gnola era uncolpo forte e secchissimopremeditato e dato a freddo sull’osso frontaleusando il pugno con il medio sporgente a mo’ di rostro. Marzio avvertivasempre Zanarda prima di tirargli una gnola. Giovanni no. In un certo senso sipuò dire che Marzio era un virtuoso della gnolamentre Giovanni non lo era. Ilcoppino invece era uno schiaffo improvviso dato sotto la nucainferto senzaalcun preavviso. Il cartone era un pugnoe siccome i pugni lasciavano segni setirati sulla facciae gravi conseguenze se tirati al fegatoMarzio e Giovannierano parchi nell’infliggerli.

Zanarda era uno di quelli checome il Ciccio del campettoattirava la crudeltà dei sadici. Faceva sempre domande sciocche per attirare l’attenzionedei professori. Non voleva prestare a Giovanni il suo quaderno dei compitiquando Giovanni era interrogato e doveva dimostrare in qualche modo di aversvolto gli esercizi assegnati. Teneva sempre con sé un catalogo di maschereantigas - di cui il padre era rappresentante - e diceva di farne collezione. Mala cosa imperdonabile era la sua completainevitabile inadeguatezza al giocodel calcio. Era sempre e invariabilmente l’ultimo ad essere scelto durante laformazione delle squadree quando in campo correva dietro alla sfera sembravaun mimo che imita una farfalladato che spazzava l’aria con le bracciatuttorosso in viso e sbuffante.

In alcuni casi a Zanarda veniva chiesto di assolvere compitiumilianticome consegnare a Marzio una delle sue scarpe - che Marzio reggevacon evidente disgusto tenendola a distanza da sé con un righello - e fare diecigiri di corsa zoppicata della nostra aula.

All’oratorioche quasi tutti noi frequentavamoera statouno dei primi a scoprire che la sponda del calcino dietro al portiere eraeffettivamente più calda della parte restante. Marzio e Giovanni sapevano chenel nostro modello di calcinofacendo fare al portiere un rapidosaettantesalto mortale all’indietrosi potevano procurare serie lesioni alle falangidi chi fosse stato indotto ad appoggiare la mano nell’area dell’evoluzione.A metà dell’anno scolastico non c’era più nessuno all’oscuro della cosa.Marzio e Giovanni decisero che Zanarda avrebbe dovuto appoggiare la mano inquella zona anche se ormai l’effetto sorpresa era rovinato. Lessicalmenteineccepibilichiamarono questo gioco «la gnola del portiere».

Zanarda - questo lo sapevano tutti - era segretamenteinnamorato della sorella di GiovanniDeborahche aveva un anno meno di noi eche era della sezione A. Un giorno Marzio decise di obbligare Zanarda a scrivereuna lettera d’amore a Deborahricorrendo sia alla lusinga che a qualchegnola. Quando la lettera fu scrittaMarzio non la consegnò come promesso aDeborahma a Giovannisostenendo di averla confiscata.

Giovanni impersonò con sorprendente realismo l’immaginepiuttosto frusta su cui Tiberio Murgia aveva costruitolui sardola suamacchietta di palermitano gelosoe le diede di santa ragione a Zanarda.

Fu però Marzio un giorno a portare in classe un oggetto chenessuno di noi aveva mai visto prima. Era una specie di piccola valva allungatadi latticeche ci mostrò con orgoglio. Poi cominciò a srotolarla. Apparvechiaramente che quella specie di conchiglia di gomma molto odorosa nascondeva inrealtà una struttura tubulare allungatae che all’estremità chiusaculminava in una piccola protuberanza.

Marzio ci disse che quello era un profilattico. Così quelloera un profilattico. E l’aveva rubato nella camera dei suoi genitori. Quell’oggettomi ispirava una fastidiosa inquietudinela stessa che allora mi procuravano ilprofumo delle venticinquenniil dopobarbao la polvere per le dentiere. Marziolo accostò alla bocca e cominciò a gonfiarlo e poi lo chiuse come fosse unnormale palloncino. Per un po’ durante la ricreazione lo usammo per giocareeprovocatoriamente Giovanni lo lanciava verso le ragazzeche scappavano condisgustoo verso Zanarda. All’arrivo della professoressa di italiano Marziolo gettò dalla finestrae il preservativo atterrò vicino al nostro campo dacalciodove rimase per giornisgonfiandosi lentamente.

 

*

 

Un giorno mentre giocavamo nel campo della scuola vedemmo ungruppo di noti tossici che si erano soffermati vicino all’automobile del padredi Marzio. I tossici erano settee armeggiavano già da un pezzo intorno aldeflettore sperando di riuscire a rubare l’autoradio. Noi eravamo circadodicie potevamo contare su un futuro armiere della malauna promessa degliassalti ai furgoni postaliun apprendista rapinatore di gioiellerie cheprobabilmente soffriva di epilessiae due sadici. I rimanentitra cui ioavevano già il cuore in golapresagendo la rissa e nello stesso tempo sapendoche non potevano evitarla con una fuga poco dignitosa. I cinque violenti deinostri si sarebbero scontrati con cinque dei tossicima rimanevano pur sempredue tossici che sarebbero sfuggiti all’impatto iniziale dei due schieramentie si sarebbero trovati davantinon so con quanto coraggiocinque avversarisuperiori per numero ma impauriti.

In realtà lo scontro avvenne in modo molto più caoticoanche se all’inizio ci schierammo ordinatamentementre i tossici tentavanocon scarso successo di superare la bassa recinzione senza che alcuni di loroinciampassero e cadessero malamente sul prato.

Quando finalmente i due schieramenti furono faccia a facciaMarzio prese per la manica Zanarda e lo trascinò con sé verso lo schieramentoavversariolanciando una sorta di urlo guerresco che ricordo ancora oggi. Itossici accolsero l’arrivo dei due sferrando per lo più a vuoto calci e colpidati a due mani un po’ a casoe mentre Zanarda abbracciava i jeans laceri epuzzolenti di uno dei tossicinoi altri avanzammo impietosamente preparandocialla mischia.

Giunto in prossimità di uno dei tossici che mi era sembratopiù abbordabilemi parai con le mani e tentai di sferrargli un calcio aifianchiche però andò a vuoto perché il tipo inciampò sul posto neltentativo di allungarmi una «cartella». In compenso sentii il rumore come diuna scudisciatae solo qualche secondo dopo il bruciore sgargiante intorno allanuca e all’orecchio destro mi consentì di realizzare che avevo preso unpoderoso schiaffo.

Dopo quel momento la scena divenne caotica come la battagliasul lago Peipus in Aleksandr Nevskij. Ricordo solo che con il pretesto divendicarmi di chi mi aveva erogato lo schiaffo mi misi all’inseguimento di untossico che stava già fuggendo da Ciccioe che nella corsa intravidi Gepposcaraventare un altro tossico contro un alberomentre Giovanni riempiva dicalci un malcapitato che si raggomitolava a terra dolorante. Non appena fui ingrado di disimpegnarmi senza che nessuno mi vedessemi nascosi dietro unalbero. Fu da lì che vidi arrivare i carabinieriallertati dal custode dellascuolae i miei compagni darsi alla fuga.

 

 

 

Anni di permanganato di potassio

 

 

Come forse ho avuto già modo di direnegli anni delcraxismo non sapevamo di essere negli anni del craxismoma quando entrammodavvero negli anni ’80ce ne accorgemmo eccome. In fondo in questo caso nonera che un fatto di convenzioni. Almeno i decenni erano delle convenzionichiareera tutto un fatto del terzo numerino subito dopo l’uno e il nove cheoccupavano i primi due posti: prima c’era il setteadesso c’era l’ottoeun giorno avremmo avuto anche il nove. Erano delle convenzionima così fortii decenniche finivano con l’esisteree chiedevano di avere ciascuno unavita propriauna autonomiauna fisionomia inconfondibile.

Per me gli anni ’70 non sono che un piccolo mucchietto diimmagini sparsedisaggregatedai contorni sfumatisono foto sgranateericordi resi opachi dal tempole vetrine spoglie della Rinascente a Natalelalavatrice bianca dei vicinila Prinz nuovaverdedi mio zioche quando lavedevamo in strada noi ragazzini dicevamo: «tua Prinz chiuso» perchécredevamo portasse jellae proiettili vagantie alfette che sgommanoeterrorizzanti scritte sui muri dei covi delle bierreilluminate dalle torceincerte dei carabinierila villeggiatura a Celle Ligure.

In definitiva gli anni ’80 cominciaronoadesso mi èchiaronel marzo del 1978quando venne rapito Aldo Moro. Io ascoltavo allaradio lo sviluppo delle indaginie c’erano i poliziotti che bussavano allaporta di un appartamento di via Gradoli durante un setacciamento del territorioe quando sentivano rispondere da dentro una voce scocciata: «ma sto facendo ladocciacribbioripassate un’altra volta»dicevano: «scusiripasseremo»e poi auto che sfrecciavano sgommanti per Roma nei giorni precedenti ilsequestro attirando l’attenzione di impauriti passantie poi irriverentisedute spiritichee comunicati veri dei rapitoriepperò noiosie comunicatifalsima dai toponimi affascinanti ed evocativicome quello del Lago dellaDuchessa.

Rimasi letteralmente incollato alla radioin quei giornieper cinquantacinque pomeriggi sperai che non lo liberasseroma neanche l’uccidesseroché altrimenti la kermesse sarebbe finita. Ero troppo piccolo per capire leimplicazioni politiche del sequestroper brindare all’uccisione degli uominidella scorta o alla «geometrica potenza» degli assassini - geometrica nelsenso che avevano per lo più il diploma di geometri o periti elettrotecnicicome mio fratello Edmondoperché se fossero stati più numerosi gliodontotecnici avrebbero parlato di «odontotecnica potenza» -di quegliassassini le cui vittime avevano dimenticato le armi nel bagagliaio dell’alfettamorotea.

Però le trucidissime immagini da via Fanile tracce digesso sull’asfaltoi bossoli e il sanguei curiosi che volevano calpestarloo raccoglierne qualche campione ricordo tenuti a freno da poliziotti ancoraincreduliincapaci di credere a quello che avevano sotto gli occhie ilfrenetico andirivieni di notiziecomunicati-stampaparole in libertàlatelefonata di un brigatista ad un timido assistente universitario resaimprovvidamente pubblicanella cui voce registrata far riconoscere quella delproprio vicino di casa che ogni sera innaffia le sue piante sul balconeinzaccherandoti le lenzuola stese ad asciugare; be’tutto questo sì che mipiacevae ancora oggi rimpiango la bellezza morbosa di quei momentil’ascoltorapitol’attesa dell’evento calamitosol’estasi della novitàl’attesasconcia del rimandato evento mortifero.

Gli anni seguentipoinon avrebbero portato molte sorprese.I geometrii periti elettrotecnici e gli odontotecnici targati bierre sempremeno nella clandestinità e sempre più dietro le sbarre o in ceppi. Anniprevedibilitanto che verso la loro fine ci avrebbero abituato a tal punto allaloro staticità da riuscire a prolungarsi ancora un poco nel decennio a venire.Ma quei due mesi furono saturi di emozioni. Di notte a volte mi svegliavo per lapaura provata in sognoun sogno in cui i terroristi setacciavano il quartieree prima o poi avrebbero sfondato anche la nostra porta.

Edmondo era troppo disinteressato per avere qualche idea inpropositoanche se credo che neanche oggi ne abbia moltee se la ronfava comeal solito. Quanto a mio padre era molto preoccupato per la sorte di Aldo Moroper il quale aveva una stima chepensonemmeno lui sapeva giustificare. Eraforse l’idea di Moro «grande statista» che cominciava a diffondersiecolpiva le menti più deboli ed esposte a questa sotterranea propaganda diconciliazione.

 

*

 

Dopo quel periodo di prove generaligli anni ottantacominciarono davvero. Adessoa ripensarcimi sembra che nulla si salvassedalla generale dissolvenza del sensoche niente si sottraesse all’universalecaduta del gustodei costumidella vita civilealla decadenza globale.

Troppo giovane per assistere a Biancanon c’è unsolo libro o film di quegli anni che io ricordi. Credo di aver visto un solofilm al cinema di prima visionetra il 1° gennaio 1980 e il 31 dicembre 1989e cioè Bolero Extasyil primo vietato ai minori di 14 anni a cuipotessi assistere legalmenteanche se l’impatto del quasi proibito fu moltosmussato da un certo commercio di materiale filmico di cui avrò modo di parlarea suo tempo.

Quanto alla musicaho ereditato da mio padre la stessamancanza di orecchio che contraddistingue anche Edmondoper quanto in formameno pronunciatail che mi rende meno dissimile da mia sorellache è statarisparmiata dalla falcidia acustica. Per Edmondo la differenza tra l’housemusicle Gymnopédies di Erik Satie e il Silenzio suonato dallatromba in caserma è minimaanche se i suoi amici ballavano solo sulle notedella primaalmeno prima di impasticcarsie per quanto a malincuore lui finivasempre con il seguirli e attestarsi sul bordo della balera a fare tappezzeria.

A parte una stranalontanissima traccia sonora - I likeChopin di Gazebo -cominciai con l’ascoltare i Bronski Beatma soloperché li ascoltava una mia graziosa compagna al ginnasio vicino alla qualeilprimo giorno di scuoladopo numerosi spintoni e provvidenziali tentennamentiero riuscito a sedermi. La voce da cappone spennato del cantatore calvospennato e gettato vivo nell’acqua bollentenon mi piaceva per nientema leine andava pazza. Solo una cosa eguagliava la sua passione per i Bronski Beat eper la loro Small Town Boy in particolaree cioè la sua indifferenzaper il mio corpola mia personalitàil mio modo di vestire - questoindiscutibilmente detestabile -e altri quarantadue articoli spuntati condiligenza dalla lista delle mie nequiziedal suo cervellino compilata.

Furono gli anni di Reagandella Thatcherdelle lotteperdenti dei minatori inglesi. Di CraxiAndreotti e Forlani. Gli anni dellatelevisione commercialedelle videocassettedei cd al posto del viniledeivideoclipdei concerti per sfamare l’Africadel boom della borsa tra lecasalinghedei Genesis di Filippo Collinsdella vodka Absolutdella moda diandare a Londra e tornare con magliette da regalare al cognato con su scritto:«quel sudicione di mio cognato è andato a Londra e tutto quello che mi haportato è questa stupida maglietta»gli anni di Gavino Sanna guru e Alberonimaître-à-penserdella musica house e di Solidarnoscdei Village People chedanzano nel loro clip infilandosi nel buco del culo la cornetta del telefono;gli anni dell’edonismodella sfrontatezzadel vuoto spintodellapornografia violentadel cinema d’azione anticomunistadell’aggressioneall’Afganistan.

Forse chi aveva vissuto i ’60 e i ’70di questo volgaree dimenticato decennio che si svolgeva come un tappeto un po’ sporco potevaanche aver bisognodi un po’ di leggerezzao di stupiditàsoprattutto chiera andato a conficcarsi capofitto nei grandi miti fusionali degli anniprecedenti - come la musica di Fred Bongusto o la maoista Scalata al Cielo. Mala nostra generazione meritava questo tappeto di niente da attraversare alrallentyneanche sicuri che prima o poi avrebbe finito di svolgersi e ciavrebbe lasciato da qualche altra parte?

 

*

 

Ho ancora sotto gli occhi la foto di ritoscattata alla finedella quinta ginnasio. Molte facce non mi dicono più niente. Non ricordo i loronomiper quanti sforzi io facciae probabilmente il mio nome non è ricordatoda chi quelle facce se le porta ancora in giro per il mondo.

C’è questo muro scrostatoalle nostre spallee all’estremitàdestradove la fotografia cede ai contorni giallognoli dell’album fotograficoconservato con spiacevole cura da mia madresi intravede uno smunto fasciolittorio. Solo la parte altaquella dove la scure si erge dal fascio di verghe.E in mezzo a tanti volti ormai sbiaditi nel ricordoalcuni voltiindimenticabiliancorati nella memoria con una caparbietà stranaquella delnaufrago che si appiglia al troncone di legno per non affondare. Quello delprofessor Licatacon quei suoi tratti così nettila fronte altagli occhimitil’incarnato scuro dove non è nascosto da una fitta barba completa. Èquasi sull’attenticon una giacca spiegazzata di due misure più grandilacravatta penzolante fino a coprire la cerniera dei calzoni e con l’estremitàpiù sottile che esce dal nodo e sormontaanziché essere sormontatae ai suoipiedi l’immancabile borsa di pellecosì pesante che quando lo incontravamoal mattino sulle scalesempre di corsatrafelato e sbuffante per la faticaioil Luigio il Marco.

Il professor Licata era l’uomo più sciatto che io avessimai conosciuto. Indossava sempre lo stesso completo piuttosto frustodi cui lagiacca stazzonata faceva a gara con i pantaloni privi di orloche coprivano deltutto i mocassini. E anche se non sempre sbagliava nel fare il nodo allacravatta come avvenne il giorno della foto di grupposembrava che non sipettinasse mai. In una caricatura disegnata di nascosto durante una lezione diitaliano che ho ritrovato qualche tempo falo raffiguravo insieme con il Luiginell’atto di raggiungerein ritardol’aula per la prima lezione delmattino. Davanti c’era il professor Licatatrafelato e con la frontegocciolante di sudoredietro c’era il Luigiche trasportava la grossa borsadel professore e indossava una maschera antigas. Sìperché il professorLicata aveva un odore molto intensopervadenteche solo la nostra ignoranzapoteva attribuire al fatto che non amasse lavarsi. A ripensarci oggi l’odoredel professor Licataquesto sentore originale e vigoroso che ancora a trattipercepisco nel ricordoera uno strano miscuglio di effluvi checome un suntosensibiledisegnavano un profilo preciso dell’uomo. Infatti si riusciva apercepire l’aroma di certe spezie mediterranee arse dal sole della Siciliadiagliodella grevità dei fiati del digiunodella canfora e dell’allorodell’incensoe del propoli con cui combatteva la calviziedella carta dei vecchi libri checustodiva la sua inseparabile borsa e del cuoio sfibrato che la componeva. Oggiil suo odore mi racconta della sua vita oscuradi quella che era la sua vita aldi fuori dell’insegnamentodi cui non parlò maiper pudoreo semplicementeperché apparteneva a quel tipo di uomo che non pensa di dover raccontarequalsiasi cosa di sé quasi fosse una mancanza grave non farlo - e quanto mimanca oggi il suo ritegnocircondato da persone che mi raccontano dolorimestrualimalattie graviprodezze sessuali e sessuali défaillancedesideriinconfessabili e confessati senza battere ciglio. Della sua vita fuori dal liceoseppi per vie traverse e confidenzedei suoi ritardi che allora fui pronto agiustificare - noi avevamo strappato dieci minuti alla scuola per dedicarli alsonno o alla lettura della Gazzettalui un’ora per servire la colazione a deimalati terminali -delle cure impartite alla madre anzianadelle sue brevipause di preghiera.

Io compaio alle sue spallenon molto più alto di luichealto non èritto in una giacca beige di poco migliore della suaquanto afatturama di colore egualmente smortoil viso leggermente deformato dalnegativo del solco lasciato da una biro Bicperché sul rovescio dellafotografia Luigi ha fermato per sempre un nontiscordardimé. Indosso degliocchiali dalla montatura metallica e insolentemente rotondadotati di lenti chehanno il poterenefastodi scurirsi con il soledi prendere un color seppiama ancora più scuroil colore delle lenti da sole usate dai mafiosi nelle fotodegli anni ’70il colore delle lenti dei vecchietti con la catarattailcolore di ciò che è vecchio e sbiadito. E poi anche questa montatura rotondaun tentativo adolescenziale neanche così infrequente di darsi arie daintellettuale partendo dalla montatura (la mia prima mascheraturain fondo)rende il mio volto così patetico che tante volte avrei voluto ritagliare via lamia figura da quella fotoe l’avrei anche fattose non fosse che lasciarviun buco all’internoper quanto rifinito con curatagliando solo lungo lelinee del mio corpoavrebbe reso ancora più marcata la mia presenzain quelloscatto che solo la gelosa custodia da parte di mia madre mi aveva impedito digettare. Se ne fossi stato capacese solo ne avessi avuto le capacità tecniche- perché l’iniziativaquellanon mi era mancata -avrei dovuto piuttostocancellarmi dalla fotografia con lo stesso procedimento con cui i nemici dellostalinismo venivano purgati dalle fotografie ufficialie sostituiti da sfondianonimi di paretida muri scrostatida zone d’ombrada un contadino russostrappato da qualche angolo marginale della foto con un procedimento diteletrasporto.

A quell’epoca facevo combutta con tre compagni. Avevamostretto amicizia durante i primi giorni di scuoladopo che il preside avevadeclamato i nostri nomi nello stesso elenco il giorno dell’apertura dell’annoscolastico. Il cortile del liceo era stato apertoin via eccezionaleai futuristudenti e alle loro trepidanti famigliee tutti attendevano con ansia disapere in quale sezione sarebbero finiti. Alcuni perchégrazie alle conoscenzedei famigliariad una zia professoressaad un cugino bidelload un proziodecreto delegatosi aspettavano di essere assegnati in una delle sezionimigliorimigliori secondo i parametri con cui i loro genitori avevano imbevutole loro giovani e già macchiate coscienze. Altricome meil Luigiil Marco eil Maxperchénon avendo alcuna conoscenzané referenzané zio generaledi corpo d’armata dei carabinierinon essendo ammanicati per niente e potendoattaccarcial limite e nella migliore delle ipotesialla catena del cesso dilontana memoria scatologicatemevano sopra ogni cosa di finire catapultatinella nefasta sezione Gdove svolgeva il ruolo di controfigura di Kapplernientemeno che il professor Piervittorio Mèngarle. Odioso come il suosdrucciolo cognomebeniamino dei famigliari sadici che pregustavano sfregandosile mani il surplus di sofferenze che i figli avrebbero conosciuto grazie allasua metodologia didatticail professor Mèngarle godeva di una fama chespaziava oltre i limiti di via Oraziolambiva la strettoia di via Caminadellasi irradiava per via Circoe toccava altri templi del saperesia che lui vifosse passato lasciando dolenti tracce e memorie rimossesia che vi fossegiunta eco delle sue pedagogiche gesta.

Ritornando con distaccocome faccio oraa quegli annisento affiorare una vena di compassione per quest’uomola cui cattiveriaaveva una origine indiscutibile nell’eccezionale bruttezza che il casoo lavendetta degli elementi - a voler guardare le cose con occhioreincarnazionistico -aveva voluto affibbiargli. Piccolo di staturaavevaperò degli enormi piedie delle enormi scarpacce che lo precedevano ovunqueandasse e che calzava anche in inverno senza fare uso di pedalini. Curvogobbocon un grosso testone incassato nelle fragili spalleindossava sempre unavecchia giacca frusta di velluto a coste e un paio di calzoni troppo cortiequando camminava gli si scoprivano le caviglie nude e glabre. Miopeaveva dueocchietti asciutti e sottili nascosti dietro due fondi di bottiglia affumicatiche sormontavano con coerenza un labbro quasi leporinoseparato dalla frontealta e spaziosa da un naso più che importante.

Durante l’intervallo girava per i corridoie quandoincontrava qualcuno con una sigarettagli imponeva di spegnerla. Quando trovavadue ragazzoli abbracciati ordinava loro di separare le labbra con almeno unmetro della buona decenza di un tempo. E se il talpone per terra vedeva una cosache sembrava un braccialetto d’argentosi chinava per afferrarlosalvoscoprire a cose fatte che non di un braccialetto si trattavama di unascatarrata del bidellone Armando.

Dei trentacinque alunni che lo stato gli dava in consegna peruna brevesfortunata stagione della loro giovinezzaMèngarle ne consegnavaalla quinta ginnasio mai più di dieciin media per eccesso. Il che spiegaperché le pareti del secondo pianodove era stanziata la sezione G delginnasioerano tappezzate di scritte come mengarle bastardooppuread operadi una fronda cinefilamengarleanche i boia muoionoe anche un memorabile:mengarle sei un maile: evidentemente il tentativo di un distratto di dare ilproprio contributo di vituperi alla muraglia. Il che però non spiega perché invent’anni di attività del Piervittorio non si siano trovate valenti bracciaper minacciargli repentina caduta dalla tromba delle scale.

Evitammo la nefaria Gevitammo Piervittorio Mèngarleequindi la ripetizione certa di un anno di ginnasio che avrebbe frustrato lesperanze dei nostri padriquello di Luigi in particolareprostrato le nostremadriappesantito le tasche di qualche ripetitore fetentillo.

 

*

 

Della classeioil Luigiil Marco e il Max eravamopercosì direlo spigolo bassolo zoccolo duro dell’ignoranza che delimitava l’aulaa sudnella sua ultima fila.

C’era anche un certo Clemente Maestrelliche era ancorapiù asino di noi. Ma eraquesto Maestrellieminentemente stupidomentre noinon studiavamopur avendone le capacità intellettualiper una sorta dirifiutoper una sorta di nausea interiorecon una specie di amore per quegliattimi convulsi che precedevano ogni interrogazione a cui arrivavamoimpreparati.

Per un certo periodoall’inizio della quarta ginnasiocifu uno anche più asino di noi ma di notevole intelligenzache ammiravamomoltissimo. Si chiamava Orestee studiava violoncello al conservatorio. Ilsecondo giorno di scuola il professor Licata chiamò Oreste alla lavagnae glichiese di scrivere due frasi semplici semplicitipo soggetto-predicatoche poiavremmo tradotto in latino tutti insieme.

Oreste andò alla lavagnasi scostò il grosso ciuffo chegli cadeva sulla fronterifletté un attimoe poi con un sogghigno scrisse:

a) gli orsi si danno alla fuga

b) le ciliegie marciscono

conquistandosi immediatamente la nostra simpatia. Era ancheuno specialista degli interventi assurdi e cattivi a metà spiegazionee dellepolemiche volteriane con l’insegnante di religioneun ometto insignificanteche era stato segretario di Paolo VI prima che diventasse pontefice e chediconoinvitava le studentesse procaci nel suo loft di via San Tomaso e lericeveva in mutande. Ma era sicuramente una leggenda metropolitana. PurtroppoOreste abbandonò prestoma «le ciliegie marciscono» rimase a lungo un nostromodo di direa cui spesso ricorrevamo a sproposito.

La componente nobile della classeche sedeva in prima filaera costituita dai figli della media e alta borghesiaquantunque anche noi delfondo non scherzassimoquanto a statusanche se io abbassavo terribilmente lamedia con il padre postelegrafonico e la madre casalingamentre in prima filavezzeggiati e coccolatisedevano due figli di futuri ministriil figlio di unmagistrato e la figlia di un giornalista. Che poi a conti fatti noi libattevamoché nel parco genitori ci avevamo pure un gladiatoreuno di staybehindcome si vedrà.

Il padre di Vitaliano aveva una o due industrie chepoverettonon lo facevano dormire bene la notteoccupava un certo ruolo all’internodella Confindustriae un bel giorno sarebbe diventato ministro di uno dei tantigoverni di transizione dalla cosiddetta prima repubblica. Ci aveva puroil castelloin qualche parte del Trentinoe al Vitaliano ogni tanto gliprestava l’Alfa 164 verde bottiglia. Poi c’era Beatriceil cui padrericcodi famiglia e docente universitarioera uno di quei borghesi che sognano unmondo migliore per i reietti e gli esclusie di quella transizione verso ilmeglio si sentono automaticamente eletti leader. Pure lui sarebbe diventatoministroe guarda un po’nello stesso governo del padre di Vitalianochepeccato che in quel periodo il liceo lo avevamo già finitoche altrimenti apalazzo Chigigià che c’eranopotevano anche scambiare due chiacchiere sulrendimento scolastico dei figli.

Che commozione! Come era belloil figlio di un postino equello di un ministro nella stessa scuolanello stesso liceo! Non era questo ilsegno di una compiuta eguaglianza? Non era la prova evidente di una avvenutaparificazione delle opportunitàdella realizzazione di una democrazia nonformalema realevolendo esprimersi in termini marxisti?

Vitaliano aveva - questo più di ogni altra cosa di luiricordo - una stretta di mano vigorosa. Ti prendeva la mano nella suae lastringeva come se volesse spremerla. Io ero convinto che fosse stato il padre adinsegnarglieloquel modo di stringere la mano. Vitaliano d’estate andava alleMauritiuse durante una lezione di ginnastica ci raccontò come avevaconosciuto il sesso completo in compagnia di una californiana matricola allauclasu una amaca in riva all’oceano.

«Con lei sono riuscito a separare nettamente il sesso dall’amorecapite? È stato sesso allo stato puro».

Gloria non riusciva mai ad interrogarlo quando voleva lei.Anche se malauguratamente il suo dito si fosse fermato sul suo nomee ammessoche osasse pronunciarloVitaliano tirava fuori la scusa più incredibile - unimpegno improrogabile del giorno primail mal di panciaetc. - e chiedeva dinon essere sentito. Alla fine si lasciava interrogare solo quando avevastudiatocioè molto raramentee prendeva sempre 7.

 

*

 

Luigi amava dire spesso il baco del calo del malo. Erauno scherzetto anteguerra che aveva imparato dal padre avvocatoe il padre dalpadreavvocato anche lui. Una volta prima dell’arrivo del professor Licatascrivemmo alla lavagna tutta l’estensione vocale de il baco del calo delmalo. Quando il professor Licata arrivòguardò la lavagna con attenzione.Sorriseprese il cancellino dalla sua borsae si aprì uno spazio tra lescritte. Era fatto cosìodiava cancellare la lavagna perché ci si ricopre dipolvere di gesso. E quindi cancellava il meno possibile. Al posto del baco delcalo del malo ci propose il classico i vitelli dei romani sono bellichein latino significa va’o Vitellioneal suono di guerra del dio romano!e il meno conosciuto ma secondo lui divertentissimo mari meri muri morisottinteso occidite cioè ad un topo capitò di morire in un mare divinoche a noi mica faceva ridere come il baco del calo del malo.

Un altro gioco di parole sofisticato che amavamo era nounme kaka erkazoche in greco significa: la mente non pensi cosemalvagieche non scrivemmo mai alla lavagna perché era troppo volgareeil professor Licata si sarebbe arrabbiato.

Peraltroquella delle parolacce era una vexata quaestioche mi trascinavo dall’infanzia. In casa mia era proibito usarlee sia io chei miei fratelli cercavamo di usarle fuorima la mancanza di abitudine ciimpediva di farlo con spontaneità ocome avrebbe detto il professor Licataconil giusto climax. Quanto a Milenalei non imparò mai ad usarlee ancoraadesso che vive per i fatti suoiin Toscananon è capace di dirle. A casa nonsolo le parolacce più sconce erano proibite ma anche quelle che nemmeno LinaSotis considerava talicome ‘cretino’‘idiota’ e ‘imbecille’.Forse era per questo che non si poteva parlare di politica in casa mia. Solo miopadre e mia madre potevano usarlequando litigavano. Allora mio padre diceva amia madre: «ma va’ a cagareputtana»e lei rispondeva «ma vai tu a farein culostronzo»anche se succedeva di radoche le usassero nei litiginonche litigassero.

Il Luigidicevoera figlio di un procuratoree tuttoquello che sapevain quell’età in cui di quello che si sarà non si sanienteera che non voleva fare l’avvocato. Gli piaceva dire il baco del calodel malopasseggiare durante l’intervallo lungo i corridoi fatiscenti delnostro istituto e fare free climbing in compagnia del padre. Padre che era moltopreoccupato per il rendimento scolastico del figlioal punto che una voltavenne da Gloria ad un colloquio e gli spiattellò tutta la quarta declinazionedal nominativo singolare all’ablativo pluralenon si sa se per dimostrare chenon tutti i Borgese erano asini come Luigioppure che ai tempi in cui c’eravenuto lui il nostro istituto era più severo. Certo la cosa non aiutò Luigiche della quarta declinazione sapeva solo che era la quartae noi altripotevamo suggerirglial massimoche era quella che ci pareva finisse sempre in-us. O no?

Marco era figlio di un chimico che aveva un laboratorio dianalisi tutto suoe non voleva diventare un chimico. Manco morto. Prima deicompiti in classe di chimica andavamo a studiare a casa di Marcosperando chesuo padre ci potesse dare una mano. Il padre aveva però un carattere terribilee arrivava sempre che noi eravamo lì sulla scrivania a soffrire su esagonibastardi e numerini che in modo del tutto casuale ora dovevano fare da apice adelle lettere impazziteora da pedice.

Guardava le cartacce appallottolate e buttate vicino alcestinopoi gli sgorbi sui nostri quadernitoglieva di bocca la sigarettasempre accesa appoggiata sul labbro inferioree sconsolato diceva: «certo chesiete proprio degli imbecilli»o una variantee poi se ne andava scuotendo latesta. Allora Marco diceva sottovoce: «ma vaffanculopapà»calcandosu ‘papà’ma a me quel padre piacevaperché trattava me e Luigiesattamente come il figliocioè come imbecilli.

Max era figlio di un ex ufficiale della guardia di finanzache in quegli anni faceva un lavoro che non si può dire. Era un fervidoammiratore di Craxi e di pomeriggioquando andavamo da Max a studiareloincontravamo spesso. Quando gli andavasedeva dietro il suo Olivetti 8086cheallora era una meraviglia della tecnologiae sgranocchiava delle ottime sfoglieche la sua bella moglie preparava anche per noi. Siccome era molto simpatico eaffabileil figlio a volte lo provocava e gli diceva: «ma leisignor Florioche lavoro fa?»e poi ci guardava con aria complice. E lui rispondeva:«sapesteragazzi miei»e se ne andava. E noi: «E daisignor Florioci diaalmeno qualche dritta».

E lui rispondeva: «perché dovreimi piace fare ilmisterioso».

Disoccupato non eraperché Max e la sua famiglia avevano untenore di vita piuttosto alto. Noi provavamo a indovinareproponendogli perscherzo occupazioni bizzarre o desuetema lui non mollava. Palombaro?spazzacamino? scambista ferroviario? direttore della fotografia? rivoluzionariobasco? accenditore di lampioni a gas? sollevatore di pesi? Ma non c’era nienteda fare. Lui ridevae poi negava sempre.

Nemmeno Max sapeva che lavoro facesse il padre. Io un’ideame l’ero fattaperò mi sembrava assurdae invece ero nel giusto. Avreidovuto fare come i prestidigitatori che prima di indovinare una carta da giocoscrivono seme e numero in una busta chiusa lasciata in custodia da un notaio.Cosìquando nel ’90 o nel ’91ora non ricordo con esattezzauscirono glielenchi di Gladioe il signor Florio compariva alla lettera effe tra igladiatori lombardinon potei dire che l’avevo detto. Non me ne stupiiditrovare una conferma. Che fosse dei servizil’avevo sempre saputoper cosìdire.

 

*

 

Se vogliamo tralasciare i piccoli episodi sentimentali aimargini dei campetti da calcio estiviMatilde fu per me quello che si definisceil primo amore. Bocciata in prima liceosi trovò piuttosto spaesata nella miaclasse. A riguardarla con gli occhi di ogginon posso dire che fosse moltomeglio di mia cognata; ma all’epocadietro quella figurina piuttostoridicolacon le gote scarne coperte di pedicelli e quegli occhiettipiccolissimi e impauritiquelle gambette agili e nervosequell’abbigliamentoche anticipava l’uso attuale di indossare abiti gualciti e sozzila giaccadel padreil gilet del nonnola cravatta dello ziola gonna contaminata dallacandegginabe’... dietro a tutti questi segnali inequivocabilmente negativividiper mia disgrazialo spirito giocoso dell’amoreche mi chiamava conmusiche sireniche e faceva di ogni occasione di rialzarle sulla spallinamiserella la cinghia della sacca dei librio di allacciarle le stringhe dellescarpedelle occasioni di piacere inaspettato e alquanto masochistico.

Così mi ficcai in capo che quella bellezza fuori del comunequella ragazza incantevolequella creatura straordinarianon sarebbe diventatamai miaquando sarebbe bastato dirle: «sdraiati che ti prendo adesso». JacopoOrtis aveva colpito ancora. Giurai a me stesso che non le avrei mai detto che l’amavoalla follia.

La invitai al cinemae lei accettò. Durante la proiezionele appoggiai la testa sulla spallae rimasi in quella posizione scomodissimaper circa metà del secondo temposcomodissima sia per la conformazione delleseggiole che per la piccolezza della sua spallache offriva scarso se nonminimo punto di appoggio. Finito il filmnon tornammo più su quel tentativogoffo e sgraziato di comunicarle i miei sentimenti più ripostie la nostraamicizia cominciò su basi sicure.

Poi vi fu la gita scolastica. La vidi pocoquelle sereperché continuava a passare il tempo con il Marcoe a rimanere indietro nellacarovana che formavano nelle vie di Romae sempre più indietroche ancorapoco e ce li perdevamo. Una sera notai che il Marco non rientrava. Giunse anchenotizia dalle camere delle ragazze che pure la Matilde non era tornata. Cosìquando il mattino dopo arrivarono tardi nella sala in cui facevamo colazioneancora assonnati per la loro insonne notte romanae tutti applaudirono beffardidando loro il bentornatoio mi dovetti mordere lingua e anima cercando unadifficile quiete nella tazza macchiata di antecedente rossetto in cui era statoservito il mio caffelatte.

Amico di entrambiignari dei sentimenti che mi agitavanodivenni anche il loro più fidato se non unico confidente. Quando trottavamosigaretta sul labbro per i corridoi evitando Mèngarle e Camilla Giorgetti - laterribile erinna insegnante di matematica - esplorando i recessi dell’istitutoe portando sempre trofei dalle nostre scorrerieil Marco si confidava deglialti e bassi che la sua storia con Matilde incontravae quando Matilde e ioandavamo al cinemaascoltavo anche la sua versione della faccendadi modo checi avevo proprio il piano globalela sezione longitudinale e lo spaccatoilluminante. Storia pazzerellala loroe alquanto burrascosapiù per gliegoismi di lui che per altro. E indebolita dal continuo timore di lei dirimanere incintain quanto entrambia loro direpoco gradivano interporrealle loro focosità adolescenziali protettivi tramezzi di latticenaturale oartificiale che fossee facevano uso di quel generatore di tre decimi dellaspecie umana che si porta il nome di coitus interruptus.

 

*

 

Ai tempi dell’università avrei imparato a fare una minimacernita delle persone da frequentareanche se un po’ tardivamente. Ai tempidel ginnasio non avevo alcuna capacità di difendermi da me stesso. Ero allorao finivo inevitabilmente con l’esserlovolgare con i volgaripoliticizzatocon i compagni - passando a seconda dei casi da posizioni sinistre a posizionialtrettanto sinistrema in un altro senso - intellettuale con gliintellettualiyuppie con i futuri avvocati o cambisti di borsaperdigiorno conquei miei compagni del ginnasiofra i quali primeggiava Clemente Maestrelliche trascorrevano l’intervallo bersagliando il cestino della carta stracciacon fogli protocollo appallottolati. Gente incolore con cui solitamente noialtri non ci mischiavamo. Una attività ludicaquestache mi guadagnò ilprimo dei numerosi schiaffi che presi in pubblico - a rifletterci tutti glischiaffi presi in pubblico li ho buscati da uominiquelli in privatoda donne-schiaffi che punteggiarono il cammino della mia vita come pietre miliaripunti di svoltatorsioni esistenzialiattimi di rabbia compressa e perlopiùinespressa.

Me lo dette in piena facciaquel primo schiaffoil giàcitato Tancrediper punirmi della scioccainfantile attività nella quale mistavo cimentando con Clemente. Il giorno precedentealla confidenza di Tancredidi essere riuscito a infilare nel suo tema una citazione di Mao e una di Marxavevo rispostomentendo ma conquistandomi una minuscola fetta della suatiratissima simpatiadi essere riuscito nel mio a citare Engels e Lukàcs. Inqualche modo ero uno degli intellettualiadessoe giustamente mi aveva punitoper aver derogato ai gusti di un giovane intellettualecimentandomi nel lanciodelle cartacce con Clemente.

Tancredi era il rampollo di un ramo laterale di una grossa eimportante famiglia milanesecon interessi nel ramo dell’editoriadellatelevisione e degli infissi in alluminio anodizzato. In quegli anni le dueultime attività erano state cedute ad un odiato parvenu del nuovocapitalismocon grande smacco per la perdita di parte non marginale masottovalutata del comparto massmediaticoe con poco o nessuno per quello degliinfissi. Conquistata la patenteTancredi ricevette in regalo un’autoche inconformità alle scelte educative rousseauiane del compagno della madre - «ilmio patrigno»come diceva lui - professore di filosofia e seguace del pensierodebole allora assai in vogafu solo un’asfittica Pallasche Tancrediparcheggiava ogni mattinoimpunementenel parcheggio riservato al corpodocente.

Ma non aveva niente a che spartire con VitalianoBeatrice egli altri dello spigolo alto. Se possibilein snobismo li superava tuttialpunto da eleggermianche se per un breve periodosuo amicoioil figlio delpostino.

Era ed è rimasto l’individuo più intransigente in fattodi gusti cinematografici che io abbia mai conosciutolui che considerava ilneorealismo finito con i toni patetici di Umberto D.che aborriva ilsecondo Rosselliniche sapeva che cos’è una lenta anamorfica; lui che sapevachi aveva curato le luci di Riso amaro; lui che aveva l’ambizione didiventare registae che l’anno scorso lo è finalmente diventatoquando hagirato la versione cinematografica de Le linee iridescenti. Ma poichéquest’ultima circostanza si intrecciaincredibilmentecon un’altra miaconoscenza importantene parlerò in un secondo momento.

Tancredi mi aveva colpito per l’indulgenza con cui avevoceduto ad un gioco infantile. E anche perché era un odioso e viziato esponentedi quel mondo di figli di borghesilo stesso a cui apparteneva Vitalianoa cuitutto era concesso e poco o niente proibitoche contribuiva ad allestire ilgran teatro dell’Italia craxiana. E iose solo avessi saputo di vivere aitempi del craxismoavrei dovuto colpirlo di ritornoe con maggior vigore diquanto non ne avesse messo luiper punirlo dell’indulgenza voluttuosa con cuimi descriveva la notturna visione di Avere vent’annicon Gloria Guidae Lilli Carati - entrambe colte da quella cinepresa prima che fossero strappateal cinema sexyla prima da un marito pudibondola seconda dall’eroina -eun po’ per fugare quel malessere vago a cui non sapevo ancora dare nomenétrovarvi cause plausibili.

Tancredi In quel periodo aveva in piedi un affareinteressante. Devo premettere che fino ad allora l’unico videoregistratore cheavessi visto era di proprietà del liceo. Giusto qualche giorno prima avevamoassistito inorriditi alla proiezione di una videocassetta che illustrava l’apparatodigerente umano. Una microsonda scendeva nei recessi più profondi dell’intestinole cui paretifatte di rossi anelli di carne pieni di ombrepalpitavanostordite dall’intrusione.

Un giornopoco prima dell’arrivo del professor LicataTancredi mi mostrò una custodia in plastica.

«Che cos’è?»

«Aprila e guardaci».

«Sembra una videocassetta». Non avevo mai toccato unavideocassetta in vita miae mi sembrava di aver tra le mani un oggetto che sologli addetti ai lavori avrebbero potuto maneggiare senza tradire imbarazzo.

«Somaroè una videocassetta».

«È diversa da quelle che ci sono in aula scienze».

«Per forzaquei mentecatti del consiglio d’istituto hannoscelto il formato vhs. Tra due anni sarà sparito. Il futuro è del betamax».

Riprese la cassetta e la rimise nella custodiatrattandolacon una cura che adesso mi sembra eccessiva.

Anche se naturalmente non avevo il videoregistratore e non loavrei avuto nei prossimi anni - a quel tempo a casa mia mancava ancora iltelefonoe mio padre decise di farlo installare solo quando Edmondo cominciòad inviare curriculum a ditte in cerca di personale - ero incuriosito daTancredi. Sembrava volesse rendermi parte di qualcosa. Ignaroattesi checontinuasse.

«Dove abito io cominciano ad averlo un po’ tutti. Però lecassette con i film sono molto costose. Possono costare anche la ventesima partedel videoregistratoree la gente ne compra poche. Però ho un amico in centroche ha un negozio che le vende». Mi guardò per vedere se capivo quello chevoleva da me. Poi la sua espressione passò dalla curiosità al compatimento.«Ma non capisci? A casa ho due videoregistratori. Basta collegarli con un filoe poi possiamo fare tutte le copie che vogliamo. E poi le vendiamo alla gentedel mio quartiere. Le copie originali ce le passa il mio amico. Naturalmente glidaremo qualcosa per ogni copia».

«E io cosa devo fare?»

«È molto semplice. Andare dal mio amicofarti dare l’originaleportarla a casa miafare le copie che servono e poi recapitarle ai clienti».

«Clienti?»

«A quelli ci penso io. Conosco un po’ tuttie poi la vocesi sparge da sola».

Cominciammo la settimana successiva. Pensammo di tastare ilmercato con un film di successo che due anni prima aveva risollevato un registadimenticatoportato gente di tutti i ceti al cinemarivitalizzato il cinemaeroticoriscoperto un’attrice in declinoe oltretutto adesso stava andandobene anche nel nascentelimitato mercato dell’home video. Non potevaanzinon doveva riversarsi su di noi una piccola parte di quella fortuna?

Quando entrai nel retro del negoziotra cumuli di scatoloniammassati senza ordine e uno spazzolone arcaicomi sentivo già un congiurato.Dissi al padroneun uomo tarchiato di mezza età con i lineamenti nascosti dauna grossa barba grigiache mi mandava Tancredi. Mi consegnò un pacchettosenza dire una parola.

«Allora io vado...»gli domandai con imbarazzo vedendo cheaveva già ripreso ad occuparsi delle sue faccende. Tirò su con il naso e feceun vago gesto affermativo.

Uscito dal negozio mi avviai alla fermata del tram. Perraggiungere la casa di Tancredi ci avrei messo almeno un’orae avrei dovutoprendere un autobus extraurbano. Avevo con me la grammatica di latinopiuttostoconsunta dall’uso di ciancicarla per imparare rosarosaeuneserciziario squadernato e il dizionariocomprato di tredicesima mano. Avreistudiato da Tancredi. Durante il tragitto aprii il pacchetto quel tanto chebastava per dare una sbirciata. Sulla copertina c’era una giunonica StefaniaSandrelli seduta sul ciglio di una impervia scarpata. La gonna era sollevata emostrava un paio di abbondanti cosce velate da calze di seta e una stranaarchitettura di lingerie in tensione. Sentii uno strano rossoreinfiorettarmi i capillari della faccia. Richiusi il pacchetto e lo infilai nellozaino. Ancora non sapevo se il nostro business avrebbe avuto successoma contrepidazione pensavo che stavo aggirando di quattro lunghi anni uno di queidivieti ai minori imposto da una commissione censuracome quello che mi avevaimpeditoqualche settimana primadi assistere alla proiezione de Ecco l’imperodei sensidi Nagisa Oshima.

 

*

 

Spesso a casa di Tancredi non c’era nessuno. La madre eraal lavoronella sua casa editricee il patrigno passava molto tempo all’universitàdove insegnava filosofia politica. A volte quando arrivavo con le videocassetteda sdoppiare non c’era nemmeno Tancredi. Mi lasciava le chiavi in portineriain modo che potessi entrare anche in sua assenza e cominciare il lavoro. Doveandassenon lo so. Aveva naturalmente un giro di amicizie del suo stesso ceto acui non mi aveva mai presentatoe inoltre era ossessionato dall’idea dimostrarenon so se alla madre o al patrignoche era pieno di intraprendenza edi iniziative. Per un certo periodo fece anche la consegna a domicilio de «LaRepubblica» nel vicinatoalzandosi prima delle sei.

Io entravo in questa casa ampialuminosadove lungo interepareti il cemento aveva ceduto al vetroe da cui si godeva una splendida vistadei dintorni. Chiudevo la porta alle mie spalle e per prima cosa predisponevo ivideoregistratori perché doppiassero la prima videocassetta. Poi puntavo lasvegliain modo da cambiare il nastro vergine non appena fosse finito l’originalee da quel momento avevo circa due ore da riempire.

Qualsiasi cosa avessi fattoanche studiarecome miripromettevo spessosarebbe stata infinitamente più lieve qui che in qualunquealtro posto. C’era spaziomolto spazioe nell’arredo anche un certo gustosobrio e austero di cui intuii l’assoluta eleganza. L’aria non era maistantianon si sentiva odore di minestrae c’era silenzioalmeno fino aquando non accendevo il lettore di compact disc e ascoltavo quello che era statolasciato all’internogeneralmente Thelonius Monko qualcosa della fusionpiù recente.

Mi sedevo spesso nello studio del patrignodietro la suascrivania la cui larghezza non riuscivo ad abbracciare con gli occhi. Milasciavo sprofondare lentamente nella poltrona presidenzialefacendo scorrerela mano sui braccioli rivestiti di pelleed era come se riacquistassi una sortadi lucidità mentale e di serenità che di solito non conoscevo.

Che differenza con il luogo in cui vivevoquel miserosoggiorno che di notte sparivainvaso dal divano che diventava il letto di miasorellae da un finto armadio che si trasformava in un letto a castello per meed Edmondofino a rendere impossibile qualsiasi movimentoe a farti gocciolareil naso per l’aria umida e irrespirabile. E quella cucina piccolacon cui miamadre viveva in simbiosida cui veniva lezzo di cavoli e di minestroneriscaldatoe gli improperi rivolti a mio padrechiuso in bagno seduto sullatazzaa fumare mezza sigaretta.

 

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La chiave andò bene. Ne vendemmo una ventina di copie.Riuscimmo a piazzare bene anche Interno berlinese e L’arpa birmana.Ma troppo prestotastando i gusti dei nostri clientidovemmo ammettere che nonsaremmo mai riusciti a raggiungere l’obiettivo di far pagare loro il costodella nostra passione per il cinema. Ce ne accorgemmo con amarezza dovendorestituire a Sergioil nostro laconico fornitoreL’orgoglio degliAmberson e L’infernale Quinlanche avevamo preso in coppia in unsussulto di ben motivato wellismoper i quali non trovammo clienti. Clientiinostriche nella sua usuale intransigenza Tancredi aveva ribattezzato «leteste di cazzo»con gusti molto diversi dai nostri. Tirava molto la commediaall’italiana recentedi taglio poco raffinato e per abuso linguisticodefinita boccaccesca. E poi il film d’azione con Chuck Norris. E quando alcuniclienti capirono che avremmo fatto di tutto per accontentare ogni lororichiestaMoana una signora per pene salì in alto nella classificadelle nostre vendita.

 

*

 

Durante i compiti in classe di greco e latino non erapossibile lasciare che i tavoli quadrati disegnassero la consueta gerarchia -cinque file di cinque scrannii primi della classe in prima filanoi nell’ultima- ma occorreva che con prontezza noi stessi predisponessimo i tavoli in modo checiascuno fosse distanziato da ogni altro abbastanza perché copiare risultasseimpossibile. Impossibile almeno per chi non godesse della vista di Linceononquello che era stato tramutato da Cérere nel grazioso animalettoma quellocheprecorrendo i moderni sensori in dotazione alle teste di cuoiovedevaattraverso i muri per conto di Giasone.

L’aula che ospitava la nostra classepomposamente dedicataad Enrico Totiera piuttosto piccolaquasi claustrofobica direise il sensodi oppressione che esercitava non fosse stato mitigato da un fitto manto diedera che copriva delicatamente lo specchio dell’unica finestravirando ad unriposante verde clorofilla la poca luce che filtrava dall’esterno. E potevamoancora reputarci fortunatidal momento che prima della guerraquando lacattedra era collocata su una pedanasotto i ritratti del mascelluto e del nanoinanecome una preziosa testimonianza del nonno di Luigi aveva riportato allamemoriain quello stanzone gelido d’inverno e afoso d’estatedalle paretitinte di verde tamarindo e dai soffitti mal intonacatierano assiepati fino atrentacinque figli del ventennio.

Prima dell’arrivo di Gloria separavamo i banchiper quantofosse possibileil che rendeva difficile muoversi da un punto all’altro dell’aulaquando la nuova disposizione dettata dalla sana malafede della professoressa erastata completata. Poipoco dopo la campanella di inizio lezioneGloria entravain classe con una mazzetta di striscioline biancheancora calde di macchinaene distribuiva una a testa. Il liceo possedeva una vecchia fotocopiatricecheper metà dell’anno era fuori uso e per l’altra metà partoriva copie quasiilleggibili di versioni greche e latineordini semisovrapposti di parole chevisti da lontano sembravano grossi codici a barre sbavati. Quando la versioneera dal latinoancora poteva andare. Ma quando era dal grecoquelle striscediventavano una sofferenza ulteriore. Le sdiventavano ole omicron striate sembravanoasfittiche qe l’wfiniva con l’assomigliarein queste striscioline di carta che avevano lastessa fattura casuale dei resti di mascara sul viso di una donna che ha appenapiantoal simbolo dell’infinito.

Chini sulla strisciolina di cartacominciavamo latraduzionecon il dizionario a portata di mano e una matita in bocca. Io perprima cosa facevo dei trattini verticali per separare le frasie un doppiotrattino a separare i periodi. Non serviva a nientema mi dava l’impressionedi dominare la materia. Poi andavo in cerca dei verbi. Quando li trovavoil chesuccedeva raramentecercavo di collegarli ad un soggettouno qualsiasi maalmeno unocompito reso estremamente arduo dalla mia scarsa conoscenza delnumero nelle forme verbalie delle declinazioni dei sostantivi. Quanto al tempodel verboquello era un problema che di solito lasciavo in sospeso. Poi passavoa sottolineareuno dopo l’altrotutti gli elementi della frase. Anche questoprocedimento era di dubbia utilitàma avevo l’illusione che servisse ameglio evidenziare ogni singola parolaquale che fossee che una voltaevidenziata potessi tradurla cosìcome una monade irrelatadall’oscurovorticante contesto di segni in cui era finita. A questo punto la strisciolinaera già del tutto illeggibilema moltomolto compulsata. Sfogliavorapidamente il dizionarioe cercavo il significato degli avverbi che avevoisolato. Mai che potessi fare a meno del dizionario. Anche dopo cinque anniogni parola mi sembrava di incontrarla per la prima voltae né oggi né alloraho mai ricordato come si dicesse ‘pane’ o ‘sedia’ in latino o in greco.Tradotti anche gli avverbie posto qualche punto fermo nel corpo dellaversioneavevo quasi esaurito quello che era in mio potere di fare. A questopunto non restava che tentare di richiamare l’attenzione di Luigio di Marcoche erano più vicini a Max e riuscivano a cogliere qualche suggerimento. Orabisogna dire che Max da solo non avrebbe mai raggiunto neanche la sufficienzasenza l’ausilio e la cooperazione che Marco Luigi ed io gli fornivamo. Lui erala nostra punta di diamante. Quando noi ci arrabattavamo con la terza rigalottando contro un participio gerundialelui era bello bello nel mezzo dellaquinta. Entrava a testa china come un ariete nel corpo della frase e andava ascardinare il periodoma eravamo noi con le nostre puntate nel Devoto Oli o nelRocci a scarnificare le difese crittografiche della versioneche alla finecedeva in alcuni trattie si lasciava almeno in parte manipolare. Quando Maxaveva un’ipotesila lanciava a LuigiLuigi la girava a Marcoe Marco a mema come nel gioco del passaparolala proposta di traduzione si corrompevanelcorso dei successivi passaggi sussurratie quando le proposte di modifica omiglioria tornavano al mittente originarioerano pericolosi feedback cheminavano il suo operatoper quanto saggio e accorto fosse stato.

Le versioni latine erano sempre noiose. O raccontavanosanguinosi fatti d’armein cui le legioni dell’esercito romano schiantavanoi nemici in operazioni che non avevano nulla da invidiare a quelle dell’esercitodel terzo Reiche in cui i popoli conquistati dalla potenza di Roma apparivanocome subumanioppure erano lunghi e inconcludenti panegirici scritti dagliintellettuali leccaculo dell’epoca...ma tanto più è da esaltare la tuavirtùin quantonutrito dalle glorie guerrescheami tuttavia la pace...che a meno di incorrerecome l’incauto Ovidionelle ire di qualche potentevenivano compensati con case lussuose a un tiro di catapulta dalla capitalepied-à-terresull’Esquilinoappartamenti discreti in località dal clima amenounaragguardevole rendita mensile. E cantassero poi la dolcezza ingenua del paesellonatiola vita laboriosa e umile dei padri fondatori e le piccole piacevoli coseche la natura ci offre. O ancora monotone lungaggini moralistiche della serie quivult esse beatus colit virtutesvitia fugitche forse erano anche peggio.

Con il greco andava un po’ meglioanche se le raccolte diversioni greche privilegiavano i racconti a sfondo bellicoi memoriali deimilitari eruditile ritirate dignitose di un esercito composto e disciplinatola doleanza della perdita degli antichi costumi a causa della peste ad Atene.

Il passo che più mi piacquedi quelli proibitiera quelloin cui Senecascrivendo a Luciliose la prendeva con un suo nemicoal qualeattribuiva il vizio di attendere con la bocca il sangue mestruale delle sueancelle. Passai mattinate della mia adolescenzaquando del mestruo ignoravotutto quello che non potesse essere trasdotto in una voce dell’enciclopediaTreccani - mia fonte principale per parole come fornicevulvatrombedi Falloppioma non sessovoce allora non ancora inserita - acercare di capire come avvenisse l’attesa del flusso mestruale. Non misembrava particolarmente decadente o stomachevoleil gesto di attendere con labocca il sangue mestruale - molti miei coetanei evitano di fare l’amore con leloro compagne durante le mestruazionicosa di cui non ho mai afferrato i motivi- quanto scomodaanche avvalendosi dei chaise-longue su cui i romanistavano sempre sdraiati.

Allo scadere delle due oreGloria riemergeva dal suo testojunghiano - da un’attenzione solo apparentemente profondaperché non c’erabisbiglio troppo sibilante che non censurassee lancio di bigliettiniappallottolati che i suoi occhi non intercettassero - e chiedeva di consegnaregli elaborati. Noi eravamo sempre tra gli ultimiperché la confusioneprovocata dai primi della classe per essere tra i primi a consegnare coprivaegregiamente i nostri ultimi scambi di informazioni. Era in questi attimicruciali che decidevamo il tempo di un verbo rimasto in sospesoil climax di unsostantivoaccalappiavamo al volo uno smozzicone di frase che ci mancavarabberciavamo alla meglio le ultime paurose lacune lasciate nella traduzionespazi bianchi tra due parole che Gloria avrebbe occupato con uno spesso slashbleu. Ancora ancora riuscivamo a capire la funzione della temperatissimaestremità bleu della sua matitacon cui sfregiava i nostri fogli protocollosolo qualche ora prima immacolati in un cassettone di Florianoil cartolaioculattone giù all’angolo. Meno chiaroma piuttosto sadicol’uso dell’altraestremitàquella rossa. Ogni sfregio bleu comportava la perdita di un punto -ne bastavano quattro per scendere alle soglie di una magra sufficienza - mentregli sfregi rossi valevano solo mezzo punto. Tuttaviaper qualche motivoinsondabilene trovavamo sempre una mezza dozzinaa cospargere con generositàil foglio protocollo. Il frego rosso non segnalava un errore gravema unasvistaun abbagliouna piccola disattenzioneun peccato venialeun errore ditrasmissione. A volte era anche un pochino bastardala punta rossa di Gloria.Per esempio quando tradussi ‘habuerunt’anziché con ‘avemmo’con ilpiù raro ma non errato ‘ébbimo’: voleva essere una sorta di preziosismoun po’ snobforse inopportuno in chicome mesi attestavanel primoquadrimestresu una media del 4. Ma ecco che a fianco del mio bel ‘ébbimo’Gloria aveva incrociato due saettanti tibie rosseche nel consuntivo finaleavevano fatto aggiungere un secondo ‘meno’ dietro al primo che seguiva lacifra 4 vergata con tranquillità in calce al protocollo.

I segni blue erano i palettini che segnavano il confine trala traduzione giusta e quella sbagliatae qui passi. Ma quelli rossi erano l’assurdapretesa che tutti traducessero nello stesso modo. E chi eravamo? i Settanta?già era un miracolo per MaxMarco Luigi ed io mettere insieme una media delsei in quattroe rimanere nella sufficienzasempre che Max prendesse almeno 7cosa che non succedeva mica tanto spesso.

 

*

 

Non erano anni di impegnoquelli del mio liceo. Questo nonsignifica che non ci fossero assembleegruppi di studiooccupazionicorteimanifestazioni coordinate a livello nazionalee altri ammennicolitardo-sessantotteschi che nella lunga onda del riflusso erano rimasti aornamento e monito di ogni buon liceo classico. Esisteva un’assembleastudentescache si riuniva spontaneamente nell’asfittica palestrala cuiporta principale era esattamente sotto il balcone «palazzo Venezia-style»chiuso da tempi immemori.

La tradizione assembleare ressein quegli anniancheperché chi tentava di salire in classe veniva saccagnato dai picchettaridi Edoardo Zolfoleader indiscusso del malcontento studentesco di ispirazionedemocristianal’unico che avesse osatodopo il ’68nel corso di unarroventato tentativo di forzare il picchetto da parte di un gruppetto diinsegnati capitanati da Badalamentidire al preside con tutta franchezza e involume di voce impossibile da non udire: «ma vai a dare via il culo». La qualeallocuzioneudita da quattrocento orecchie in quell’atrioe nei giornimesianni a venire rinnovellata e rimodellata in cento forme in migliaia dialtre orecchie di timide matricoleaveva provveduto ad ornare Zolfo di unasulfurea aurea di carisma.

Assembleammo moltoe molto scioperammo. Un anno ébbimoben quarantacinque giorni di sciopero. Avrebbero potuto essere molti di piùmaBadalamenti era abbastanza saggio - lui che ci avrebbe cosparso di odioacetatodi etile e smanganellati al policarbonato tosto - e non commise mai l’erroredi chiedere l’intervento della polizia. La quale si limitava ad infiltrare isuoi elementi nelle nostre assemblee - quarantaduenni con jeans stirati dallafaccia perennemente accigliata. Scioperammo per non dimenticare Piazza Fontanaper commemorare il ferroviere dal «molare attivo» - un errore di battituraavrebbe compromesso per ventun anni la rispettabile sinistrosità di unmagistrato -in solidarietà con i minatori inglesicontro la decadenza deibucanieriper Mohammed Alì nel match con Trevor Berbickcontro l’intestinopigroper la pace del mondoa favore dei separatisti baschi. E quando era ilcasooccupavamo l’istituto e per alcuni giorni ne facevamo il centro di unaserie di seminari alternativitenuti da docenti venuti dall’esterno: suPiazza Affarisu Kundalini e le energie del cosmosulla situazione deiminatori inglesi in scioperosu come utilizzare al meglio il periodo mestruale.

Al Luigial Marco e al Max questa faccenda della politicacalava pocoper non dire niente. Il nostro gruppettoquel «noialtri»contrapposto ad un mutevole «loro»stava per sciogliersi. Max divenne unapersona seriatra la quinta ginnasio e la prima liceo. Cominciò a studiaredavveroe siccome aveva un ottimo cervelloi risultati non si feceroattendere. Sedeva ancora in ultima filama solo perché non fosse più ilrifugio degli asini. Con grande scorno della prima filaora eravamo noi a nonessere interrogati e vessatie spesso potevamo godere di un minimo di rispettoda parte di Gloriache dall’inizio del liceo era diventata anche la nostrainsegnante di latinooltre che di greco.

Luigi venne segato in quinta ginnasioe se ne andò nonsenza il nostro rimpianto. Marco non so come superò lo scoglio della quintamala sua storia con Matilde fu così intensa cheoltre a spezzarmi il cuorespezzò il loro rendimento scolastico. Entrambi vennero infatti segati comegiovani rami già secchi alla fine della prima liceoe io lui finii per nonvederlo più.

A Tancredi e a me sembrò invece il momento giusto per farsentire le nostre voci. Oltretutto il mercato dell’home video era ormaisaturoe d’altro canto non ci sentivamo più di rischiare continuando unaattività illegale alla luce del sole. Sarebbe stato difficile per me rinunciareal denaro che ne ricavavoe al bello studio del patrigno di Tancredi doveleggevo mentre duplicavo le videocassettema convenimmo che era meglio così.Inoltre avevamo bisogno di tempo per fare militanza politica.

Non ricordo con precisione quali fossero le nostre posizionepolitiche all’epocae per quale motivo ci sembrasse tanto urgente farleascoltare agli altri. Probabilmente c’erano di mezzo alcune ghiandolel’adolescenzagli ormoniqueste cose qui. O forse era il desiderio di distinguerci dallamassa amorfa dei nostri compagniinebriati dalla prospettiva di evitarealmenoper un giornoun’ora di greco o di trigonometria. La stessa prospettiva checi elettrizzavae ci consentiva di trovare quel coraggio con cui andavamo almicrofonoincuranti dei fischi che preannunciavano i nostri interventicorrettivi - Tancredi esordiva sempre spiegando che «le cose sono piùcomplicate» di quanto non ce le facessero apparire.

Prima dei nostri interventi preparavamo delle scalettepertutelarci dalla perdita di concentrazione provocata dai fischi della massastudentesca e dal sudore che rendeva difficile stringere il microfono emantenerlo a giusta distanza dal cavo orale intimidito. Ma dopo una manciata disecondi il presidente dell’assembleaun uomo di Zolfoci toglieva la parolaaccusandoci di allontanarci indebitamente dall’oggetto della discussione.Dovevamo riconsegnare il microfonoe allora tornavamo nel nostro angolo pergettare su carta una mozione di scioglimento dell’assemblea. Cosìperripicca. Mozione che veniva sottoposta al voto e immediatamente respinta dallaquasi totalità dei presenti.

 

 

 

Micràs microis

 

 

Se il mio primoveroromantico amoreera stato quello perMatildeil secondoaltrettanto sfortunatofu per una ragazza romanacheconobbi una delle ultime estati del liceoquando zio Maurostanco dellamontagnaaffittò un appartamento al marea Lignano Sabbiadoroe invitò siame che mio fratello Edmondo a trascorrervi le vacanze.

Il mare a cui ero abituato era completamente diverso. InLiguria le spiagge erano corteaffollatee in prossimità della battigia eraquasi doloroso camminarviperché le pietrucce spazzate dalle onde eranoacuminate e ribelli. E dietro la costa si ergevano paurosi strapiombi. In Friulic’erano ovunque campi doratilinee curve di una campagna ubertosae lespiagge erano profondee di una sabbia finissima che si inoltrava nel mare percentinaia di metri. Durante la bassa marea il mare si ritraeva così tanto chepotevamo andare in cerca di conchiglie e piccoli granchi che erano rimasti nellesecche.

Mio fratello Edmondo fu fortunatoperché alcuni suoi amicimilanesi frequentavano già da anni Lignanoe quindi si limitò ad aggregarsialla loro compagnia. Quanto a mia cuginaaveva il ragazzo fissoche veniva aprenderla ogni sera e la portava nelle pinete di Bibione Pinedadoveconsumavano un po’ le sospensioni della sua Ritmo 60. Ioal solitoero dasolo. Mi alzavo abbastanza tardie facevo colazione con i miei zii. Traducevouna versione di grecodi malavogliae poi scendevo alla spiaggiadove mio zioaveva affittato due ombrelloni contigui.

Poiun po’ alla voltariuscii anch’io a farmi unapiccola compagnia: erano tutti pedicellosi adolescenti annoiati e problematicidel tutto incapaci di relazionarsi con l’altro sessoe quindi a mio modo nedivenni la guida e l’istanza redentrice.

Osammo anche farci vedere nelle vicinanze del molola seradove si dava appuntamento la compagnia di Edmondoe qualche scampolo diconversazione con questi ragazzi più grandi a volte riuscivamo ad averlosempre che non trovassero un passaggio in auto o in moto e si allontanasserorombando.

Una seraquando ormai l’estate stava per finireunragazzo della compagnia di mio fratello arrivò al molo in compagnia di duebelle ragazze. Eravamo lìnoi come loroindecisi sul da farsiquando eccolocomparire con queste ragazze alteabbronzate e dai capelli lunghi fino allespalle. Che un ragazzo riuscisse ad arrivare in compagnia di due ragazze non eracosa che capitava esattamente tutti i giornie questo evento ci aveva riempitodi stuporeprima che di desiderio. Le due ragazze erano due gemellema non siassomigliavano proprio per niente. Erano gemelle eterozigote. Due sorelle natelo stesso giornoinsomma.

A quanto pare a Romacittà da cui provenivano e cheispirava in noi esotiche aspettativeera assolutamente comune avere unsoprannomee le gemelle non facevano eccezione. Erano soprannominate Pappy ePoppye se possibile i loro veri nomi erano ancora più strani dei soprannomi:una si chiamava Fiabal’altra Flora.

Io e i miei amici non frequentavamo abitualmente la compagniadi mio fratelloseparati come eravamo da loro da quattro anni in media didifferenzama la presenza delle gemelle romanenostre coetaneee per questostesso fatto probabilmente più propense a stringere qualche amorazzo conragazzi più grandici aveva letteralmente calamitato. Quanto ad Edmondo e aisuoi amicierano increduli di potersi far vedere in giro con due ragazze comequelle.

Ovviamente si scatenò una guerra intestina nella compagniadei granditra mio fratello Edmondo e i suoi amici da una partee il loroamico che aveva presentato le gemelle - e che avrebbe voluto gestirle da solo -dall’altra. Intorno c’erano le manovre timide ma imperterrite di noisciacallimossi dalla speranza che le bestie lasciassero le prede e chequalcosa spettasse anche a noi.

A dispetto di tutto ciòio sembravo piacere particolarmentea Pappyche delle due gemellese si poteva mettere a paragone due similibellezzeera certo la più bella. Sotto gli occhi increduli e invidiosi deglialtriche dovettero riporre le loro speranze unicamente su PoppyPappy ed iotrovammo un angolo tranquillo e cominciammo a parlare. Pappyche faceva illiceo classicovoleva iscriversi al corso di lettere antiche alla Sapienza - ilsolo nome‘sapienza’mi elettrizzava -e amava Milan KunderaiSigueSigue Sputnik e i fumetti di Andrea Pazienza. Molto anni ’80. In comuneavevamoin ordine di importanza: la passione per le avventure di MagillaGorilla e per i libri di Chatwin. Parlammo di tantissime cosema soprattutto diandare a Londra la prossima estatedel comune senso del pudoree naturalmentedelle lotte dei minatori inglesidi cui avevo notizie fresche grazie allasilloge delle loro rivendicazioni curata dal collettivo studentesco «Per ilavoratori delle miniere in sciopero»argomentoquest’ultimodiconversazione snob e alquanto che-je-fai-alle-donnesul finire deidisimpegnati anni ’80.

Suo padre lavorava in Finmeccanicao forse la dirigevavaia sapere - be’il mio lavorava alla sezione meccanizzata delle poste-avevano la casa a Cala Girgolu - qui la battevo nettamentecon mio padre cheera addirittura sardoe che la casaquella natianon ce l’aveva più -eabitavano ai Parioli.

Mi disse che aveva visto i Cure al Flaminioe io a fingereche i Cureche detestavomi piacesseroe quando parlò di Angela Davis comedi un’amica di famiglia - certo che avevano delle belle conoscenze questi delParioli - non potei non ricordare quel brano di canzone che avevo ascoltatotante volte con rinnovato piacere e identificazioneche faceva se non sbagliocosì: «una foto di Angela Davis muore lentamente sul muro. E a me di lei nonme n’è fregato niente mai...».

Il mare Adriaticoper il quale non avevo provato particolaresimpatiadivenne in quel giorno di fine estate di un colore chagalliano. Se nonconoscete Chagallnon importa. Immaginate il più bel mare che avete mai vistonella vostra vita alla luce del tramontoe regalatelo per un attimo all’immaginazionedi ricordi che non sono i vostri.

I ragazzuoli della mia compagnia forse si ricordano ancora diquel loro amico nanerottolo che quella sera levitava sul parcheggio dellaspiaggia distribuendo sorrisi e felicitazioni a tuttinessuno escluso. La primanotte che seguì il mio primo abboccamento con Pappydormii pocoe affacciatoalla finestra della stanza mia e di Edmondo fissai la luna finché la lentarotazione della terra non la fece scomparire. Avevodimenticato la mia compagna di banco. Avevo dimenticato persino Matilde. Nonavevo occhi che per la mia Pappy.

La sera dopo andammo in discoteca. Quella fu la prima e l’ultimavolta che misi piede in una discoteca in vita miae che ebbi il palmo dellamano timbrato quando uscii per andare a prendere una boccata d’aria. All’improvvisodietro le spalle di Poppyche rideva urlando qualche parola ad un amico diEdmondo che fingeva di udirlavidi comparire Pappy. Era più bella di Nastas’jaFilippovnaforse anche più bella di Gloria Guida. Si sedette vicino al divanoin cui facevo tappezzeriae scambiammo qualche parolaurlando l’uno nelleorecchie dell’altra. Poi lei si alzò e andò a ballare. Un ragazzo della miacompagnia mi guardò con complicitàmi mostrò il pollice all’insùe ioincertoabbozzai un sorriso.

«Guarda ce tu non ce ne accorgi ma lei scembra propriointereshata a te».

«cosa hai detto?»gli urlai di rimando senza smettere diguardare l’aggraziato ancheggiare di Pappy.

«ho detto sholo che non ti accorshgima mi scembra che leiscia intereshata a te».

Incoraggiato dal mio amico con la lisca e il labbro leporinomi alzai a mia volta e con sforzo enorme mi ritrovai a ballare di fronte a lei.Non sono mai stato capace di ballarevuoi perché ho un pessimo controllo delmio corpovuoi perché manco completamente di orecchio musicalee anche se miagitodevo farlo su un ritmo mio interno che mi comando di seguire. Ma nonappena fui al centro della pistadavanti a leiebbi un brutto presentimento: isuoi occhi non cercavano affatto i mieianzi sembravano fuggirli con una certainsofferenzaquasi che fosse andata a ballare più per liberarsi di me chealtro. In preda alla disperazionecercai di parlarledi chiederle di uscire unattimodi prenderla per manoattirarla a me e dirle la classica «senti tidevo parlare»ma Pappy guizzava via come un’anguillaavanzando il pretestodi dover cercare Poppyo procurarsi qualcosa da beree altre scuse delle piùfemminili e usurpate.

Dopo quella sera in discotecanon ritrovammo più l’intimitàdel primo pomeriggio che avevamo passato insieme. Io mi struggevoe lei non sene accorgevaoppure se n’era accorta e proprio per questo mi sfuggivamiteneva a distanza. L’ultima grande commozione che ho provato con Pappy avvenneil pomeriggio del penultimo giorno di quell’estate.

Era un pomeriggio particolareperché ognuno di noi sentivagià nell’aria fredda l’arrivo dell’autunnoe le onde che si infrangevanosulla battigia non erano onde qualsiasierano le ultime di quell’anno.Decidemmo di andare in una spiaggia meno frequentata della solitavicino alpunto in cui le acque placide del fiume Tagliamento si riversano nell’Adriatico.C’eravamo ioEdmondodue suoi amiciPoppyil mio amico con la liscaqualcun altro che non ricordo più e naturalmente Pappybella come non lo eramai stata.

Sul finire del giornosembra che io fossi riuscito ariavvicinarla. Sulla via del ritorno eravamo rimasti indietroe lei sembravameno restia a concedersi all’intimità del dialogo. Forse perché sapeva chedi lì a due giorni io sarei tornato a Milanolei a Romae non ci saremmo piùrivisti. Il caso volle che un granello di sabbia finisse in uno dei suoi occhi.Il destro. Le proposi di toglierloe ricevuto il suo consensoappoggiai lamano sul suo viso.

L’amico con la lisca mi vide impallidireguardò le miepupille dilatateil mio stato generale dopo aver ritratto la mano dal viso diPappyallineò il suo sguardo al mio e non poté fare altro che rimanere luistesso sconvolto.

 

*

 

Il ricordo di Pappy durò molti mesie per molti mesi mitormentò. Anche se avessi voluto dimenticarlanon avrei potutoperché venneselezionata da una grande agenzia pubblicitaria romanae il suo voltogigantesco comparve sui muri di mezza Italiaabbinato a dei costosi capigriffati in pura lana vergine.

Ricominciò la scuolae rividi Tancrediche aveva passato l’estatea Londra. Tancredi si era stufato di fare lo snobe cominciava a dare chiarisegni di insofferenza nei confronti del nostro connubio. Smise di invitarmi acasa suacon il pretesto che ormai non era più necessario passare delle ore asorvegliare l’attività dei videoregistratori pirata. Più che l’esaurirsidella nostra amiciziatrovai disagevole dover smettere di frequentare la suacasail comodo e ampio studio del patrignole fragole biologiche che civenivano servite mentre studiavamola poltrona presidenziale con la lampada asteloe insomma tutti quei lussi che non avevo mai conosciuto in vita mia e aiqualipurtroppomi ero già abituato.

Mi sarebbe anche mancato il patrigno filosofoche a volte miaveva tenuto compagnia parlandomi di Thomas Hobbesche a suo dire era stato ilpiù grande pensatore mai vissutoe di cui mi aveva letto alcuni brani del Behemot.

Senza il Luigisenza Matildesenza il Marcocon Tancreditornato nei ranghi e Max trasformato in un serio scolarocon il ricordo diPappyimprovvisamente rimasi solo. Potevo è vero tirare ancora cartacce conClemente Maestrelliche riusciva a recuperare sempre in extremise a dispettodella sua asinità non perdette mai un anno.

Vi fu un periodo in cui frequentai una cantina in cui siincontravano alcuni studenti del mio liceo per parlare di una rinascita delleattività politiche del liceo su nuove basi. Leggevamo Marcusema non potevamoapplicarloperché l’unica donna del gruppo era una bassottella intellettualecon i capelli a spazzola e forti tendenze lesbiche che un giorno spalancò laporta della cantina e sopraggiungendo disse: «l’arte è finitanon ci sonodubbi».

Arrivò anche l’anno della maturità. Gloria e Camillafinirono per stupirsi del fatto cheper così diremi fossi messo a studiare.In effetti dovevo ingannare il tempo in qualche modoe a volte di pomeriggiosedevo nel soggiorno ombroso di casa miapregavo mio padre di abbassare almenoun po’ il volume della televisioneo mia madre di smetterla di urlare dallacucinae facevo un po’ di cavallina stornao di calcolo trigonometrico.

Quando mi diplomaicon un 36/36esimimio padre quasi piansedi commozionema gli rovinai quasi subito la festa annunciandogli che mi sareiiscritto all’università. Scelsi la Facoltà di leggee non per qualcheoscura predilezionema perché credevo che fosse l’unica dalla quale avrebbepotuto uscire con l’alloro sulla frontechissà maiuno come me.

 

*

 

Sapeste quante volte mi sono battuto con me stesso perché aprevalerealmeno per una voltafosse quella parte di me che voleva con tuttele sue forze superare le mie inibizionii miei sensi di colpaquell’ignaviaa cui i miei genitori hanno consegnato il mio caratterelasciando che aforgiarlo fosse la loro assenzao la loro ignoranzao i loro pregiudizi.Quante volte avrei desiderato godere qualcosa fino in fondo senza sentirmi incolpaquasi che il prendersi del piacere sia una colpa che vada saldata con unaincombente sciagura. Quante volte avrei voluto fronteggiare la prepotenza deglialtri senza cedere per primofrenato dalla paurao dalla sensazione diappartenere ad una casta che non poteva permettersi né ribellionené autonomigesti di prepotenza. E quanto disagio ho provatoe provo tuttorasotto unainfarinatura di savoir faire sparsa a fatica sui miei modi grossolani ela mia timidezza mai assopita totalmentequando mi trovo in societàin mezzoalla gente.

Mia madre mi ha consegnatodella vita in societàsolo l’immaginedi lei fermasotto al portonecon il carrello della spesa da cui sporgevainvariabilmente del sedanolamentare con le vicine di casa incontratecasualmente l’inettitudine esistenziale di mio padree loro ascoltare con unamisura di rassegnazione e una di indifferenza. Quanto a mio padredi luiconoscevo solo due modalità: mieloso e sottoposto con alcuni vicini per i qualiaveva stimacome il famigerato medico del piano di sopra e il farmacista all’angolo- altre conoscenze oltre la cerchia dei vicini e dei negozianti della via non neavevadi amici non ne ebbe mai nessuno - e una sprezzante indifferenza pertutti gli altriquasi fossero dei paria. A ciò si deve aggiungere cheoltread un profondo e radicato odio per i meridionali e per gli immigrati africanilui sardo e immigratoera anche antisemitauna qualitàse di qualità sipuò parlareche effettivamente faceva e fa di mio padre una persona quantomenooriginalealmeno da questo punto di vista. Come tutti gli antisemiti di baseriusciva a conciliare un odio furibondo per gli ebrei - che per lui eranorappresentati dall’orefice nella via - e la loro presunta rapacità con unquarantennale voto in bianco al pci e il rimpianto per quando in Italia c’erala pena di morte. Non arrivava agli eccessi di quello studente torinese che sidolevain un ciclostile distribuito gratuitamente ai suoi compagni di liceoche l’olocausto non avesse colpito l’intera popolazione ebraica. Tuttaviaper quel poco che poteva aver orecchiatoaveva stima di Hitler come strategamilitaree un disprezzo viscerale per gli inglesii cui sfottòlui basso escurodoveva aver patito a Tarantodurante il servizio di leva in marina.

Quanto alla marina militareera forse l’unica istituzionedella repubblica che non disprezzasse apertamentee per la quale anzi avevaparole d’affettoindifferente al culto dei carabinieri e della nazionale dicalciocosì diffusi tra la gente del suo tipo. Quante volteal termine di unpranzo domenicalea famiglia riunitaquando ancora mia sorella non erascappata di casaprima che mio fratello si sposasse e che io me ne andassi infretta e furia a cercare la mia stradaquante volte aveva imposto la sua vocesopra quella degli altridopo aver denigrato l’ultimo argomento dellaconversazione che ancora bloccava la strada all’ennesima rievocazione dei suoiricordi. E quando aveva ottenuto il disgustato silenzio dei figli - quello dellamoglie lo aveva già ottenuto da anni - richiamava alla memoria gli anni inmarinagli anni che avevano preceduto il matrimonio (sottinteso: felici)lasua posizione vantaggiosa di aiuto-magazziniereda cui potevaattenzionenonapprofittare rubando i viverima assistere con complicità ai saccheggi deimarescialli calabresi e sicilianiche compensavano il suo silenzio conpacchetti di sigarette e insignificantiumilianti mancette in denaro. Se avessepotuto raccontare di aver preso parte a quelle ruberieanche inventandoforselo avrei odiato di meno. E forse qualcosa gli avrei anche perdonatose avesseammessoanche per una sola voltauna sola dannata voltadi aver conosciuto ledonne in quei luoghi che la «racchiona» - così si riferiva ancora a distanzadi trent’anni alla senatrice Merlin - avrebbe provveduto a chiudere di lì apoco. E invece no. Il suo falso ma tenacissimo pudorela sua ipocrisiaquellache da ragazzino mi aveva costretto a scollare le labbra da quelle della miafidanzatina al parcoquando mio padre era passato per casoma non gli avevaimpedito di andare nei casini di Taranto e Romanel loro fetore di chiuso e didisinfettanteteneva duro. E terrà duro per sempreanche quando l’urgenzadi sentirlo ammetteredi sentirgli dire che ha sbagliatoanche in qualcosa diinessenzialeanche per una sola voltasarà sparita.

Mia madre sapeva che il riferimento agli anni serenise nonfeliciin marina erano un modo trasversalema certo non ambiguoper dirle chegli anni successivi al matrimonio erano stati infelicie che lei era stata lacausa della sua infelicità. Mia madre allorasecondo un rituale codificato chetutti conoscevamo a memoriasminuiva quegli anniattribuendo il piacere concui mio padre li aveva vissuti alle sue origini umili e provinciali. Non c’èche direquando voleva ferire qualcuno era molto lucida nelle sue analisi. Gliricordava la vita di stenti in una famiglia alle soglie della sopravvivenzalasua adolescenza in quel piccolo paese isolatosenza storianato agli inizi delsecolo intorno ad un filone di zinco scoperto da uno straniero - l’epopeadella scoperta degli affioramenti di calamina erainsieme con i racconti dellamarina militareuno degli elementi della paideia dimio padre -quello stupendo tratto di litorale sardo violato dagli scarichi dimercurio usati per separare lo scarso zinco dalla gangaper lui fonte dicostante e dolorosa nostalgia. Gli ricordava il suo arrivo a Milanolo stessogiorno della morte di Enrico Mattei - la mia famiglia è legatain qualchemodoalla storia del nostro secolo: mia sorella maggiore è nata il giorno dell’assassiniodi Kennedy -senza lo spago intorno alla valigia di cartone perché lui lavaligia non ce l’aveva proprioe i primi pasti e la branda in soggiornomendicati dal fratello maggioreche a Milano era arrivato prima e aveva già messosu famigliacome si diceva allora. E il primo posto di lavoroalle postedopo un lungo e inutile consumo di suole nelle vie della metropoli tentacolareottenuto grazie agli auspici del fratelloe poi il matrimonio con leicon unavenetauna donna del nordquasi a suggellare una faticosa ma rapidissimaintegrazione. A detta di mia madremio padre le era stato segretamentericonoscente per averlo accettato in sposoalmeno fino al giorno del sì.

Si sposarono in una chiesa di periferia nel gennaio del 1963.Mio padre era arrivato a Milano due mesi prima. Potevano vantare una conoscenzareciproca di due settimane. Entrambi desideravano il matrimonio in sémiopadre perché avrebbe favorito il suo inserimentomia madre perché voleva unmarito econsapevole di non essere molto avvenentea ventisei anni temeva diessere ormai vicina alla condizione non invidiabile di quelle che all’epocavenivano chiamate zitelle. Un mese dopo mia madre era in attesa di mia sorella.

Tante volte mi venne da paragonare mia madre alle miecompagne. Pensavo a come doveva essere stata per lei la prima volta con miopadre - perché non ho motivo di dubitare che fosse la prima voltaanche se miopadredate le sue condizioni precarieavrebbe potuto andare oltre un eventualedifetto della futura consorte. A come erano state le prime volteo iprimi anniquando entrambi erano giovanie mio padre aveva ancora quel fisicoasciuttola pelle che sembrava perennemente abbronzatae un sorriso di dentibianchi così malandrino. Volevo sapere com’era negli anni ’60se mai avevaprovato vero piacerevera intimitàcon quell’uomo chiuso e scontrosocosìdiversoarrivato per caso da una regione remota nel suo letto nuzialee nontrovavo oscena questa domandaperché in fondo in questo desiderio di saperein questa premurariscoprivo qualche barlume di affetto per mia madre.

 

*

 

Tra i ventuno e i ventidue anni ebbi una relazione con unaragazza emilianache conobbi durante una festa popolare all’apertodi quellein cui persone che di solito fanno un altro mestiere si mettono il grembiuleintorno alla vita e si improvvisano camerieriservendo salsicciotti e caraffedi birra alla spina. Tutto in nome di una tessera che avevano in tascasu cuicampeggiava da poco una querciale cui radici erano nascoste da un timidocerchierello che ospitava una falce incrociata ad un martello. Lei stavalavorandodietro lo stand di una associazione per il recupero deitossicodipendenti.

Lorena non era la prima ragazza con cui ebbi a che fare.Avevo ormai - o credevo di avere - una certa esperienza delle cose della vitaedi quelle che riguardano le ragazze in particolareignaro che le cose non sipresentano mai due volte nello stesso modo e che la poca o nulla esperienzamaturata non serve quasi mai a fronteggiare le continue novità che punteggianola vita umana.

All’inizioil fervore con cui si dedicava alle altruisofferenze e miserie non mi aveva fatto una buona impressione. Ho sempre avutouna punta di fastidio per chi dedica se stessoo una grande parte di séaidiseredatidi qualunque specie sianoconvinto che ci sia una sorta dipresunzione nel pensare di potersi occupare anche di altrioltre che di sestessiquasi che quest’ultimo compito - provvedere al paneal companatico dainfilarvi all’interno badando che ci sia una certa varietàal ricambio degliindumenti e delle calzature almeno quando diventa necessarioallo sbarbarsitutti i giorniallo spianare le pieghe delle camicie con il ferro da stiroalrecarsi alla posta a fare i pagamentidal dottore quando un meccanismo dell’aggregatofunziona a singhiozzoetc. - quasi che ques’ultimo compitodicevononprenda gran parte del nostro tempodella nostra attenzionedella nostravigilanza interioredelle nostre energie naturali. Personalmente poi sonosempre in arretrato con le pulizie del luogo di decenzadimentico di pagare lerate degli elettrodomesticifaccio confusione con la tassa sugli immobili epago la mora sulla tassa di circolazione. Quanto alla mia vigilanzasono diquelle persone che faticano a separare la dimensione professionale da quelladella vitae se avessi dei figliquesti farebbero in tempo ad entrare nelforno a microonde e avviarlo mentre sono al telefono con un collega di lavoroche non ha ben chiaro quel punto di cui parlavamo durante la pausa pranzo. Comepotrei occuparmi di qualcun altro quando io stesso sono autisticamente carentenegli aspetti pratici della vitaprecario in quelli spiritualie sempreabbondantementefuori tempo?

Ecco perché non riuscivo a capire fino in fondo cosaspingesse Lorena a dedicare lunghe ore a una cooperativa che si occupava ditossicodipendenti. L’avrei voluta con mee lei andava ad una interminabileriunione serale in cui educatoripianificatoriassistenti sociali e ognispecie di parassitidisegnavano fumosi progetti di intervento chein caso diapprovazioneavrebbero comportato investimento di denaro pubblico a fondoperduto. Stando a statistiche segretesembrava che non più del 5% dei drughiassistiti uscisse definitivamente dalla scena tossicae si reinserisse nellasocietà civile. Se fosse stata una compagnia petroliferaa fronte di questirisultati avrebbe smantellato l’apparato e sarebbe andata altrove a gruvierareil terreno. Mi sembrava insomma una percentuale di successo troppo scarsa perincoraggiare ulteriori sforzima ben prestoascoltando attentamente Lorenaeconoscendo di persona il direttore della cooperativaun certo Ugo Cassanin«psicoterapeutapregonon psicologo: c’è una differenza»compresi che leloro trivelle affondavano nelle falde quasi prosciugate ma per il momento ancoraredditizie del welfare statee che la loro attività rieducativa non erasoggetta a nessun controllo. Occorreva polsoe grosse mani disposte atrasformarsi in badili punitivie nel casocatene e gingilleria del bracciosecolare della mai spenta tradizione inquisitoriae anche una certa capacitàdi collocare le trivelle nel punto giusto. E poi era un flusso continuotranquillo e indisturbato di denaro che si riversavamese dopo mesein unbilancio trasparente come l’acqua di paludebaciato perlopiù daspecialissime esenzioni fiscali.

Quanto ai tossici... be’il dottor Cassanin era piuttostofatalistaalmeno nelle conversazioni private. Lorena invece si prodigavaevolontariamentein modo disinteressatoe forse la cosa mi preoccupava non menoche se avessi saputo che era parte della gang di Cassanin.

Avevo ripugnanza per quei parassitiche avevano fatto di unproblema sociale una fonte pressoché sicura di reddito. Ma ero disturbato anchedalla dedizione di Lorenadalla completa gratuità dei suoi sforzidal dono disé e del suo tempo che faceva. E questo a fronte non di una florida situazionepersonalema di una situazione che non era proprio indigenzama gliassomigliava abbastanza.

All’inizio di lei non sapevo quasi nulla. È così quasicon ogni donnae dopo un po’ che la conosci ti accorgi che oltre a quel pocoche sapevi all’inizionon c’era molto altro da sapere. Lorena invece eraspecialea suo modoanche se di quel tipo di donna speciale che vorrebbe nonessere talema solo una ragazza normalecome tutte le altresenza un passatodifficile da ricordare anche a chi ti ama.

Con il tempo Lorena cominciò a parlarmi della sua vitaprecedente il nostro incontro. Veniva da una famiglia numerosadi cui era l’ultimafiglia. Aveva perduto la madre da bambina; poiquando era ancora adolescenteil padre era rimasto vittima di un grave incidente automobilisticoin seguitoal quale era rimasto paralizzatoe completamente incapace di provvedere a sestesso. Era stata Lorenaancora così giovanea occuparsi di luinel totaledisinteresse degli altri componenti della famigliache si erano limitatineiprimi tempia versare mensilmente una cifra modesta con la quale Lorena vivevae manteneva in vita il padre. Lo accudivalo nutrivalo lavava e gli cambiavagli indumentilo accompagnava in bagno. E come se tutto questo non bastassecome se non fosse sufficiente che la sua giovinezza le fosse stata strappatacosì prestoe avesse dovuto rinunciarecome in un romanzo ottocentescoadegli studi qualsiasidoveva sopportare gli sfoghi mostruosi e violenti delpadre chereso pazzo dal dolorenon lasciava momento senza urlare cattiverie ecose innominabili alla figlia che si occupava di lui e di niente altro. E aquesti momenti di sfogo convulso e irrisoltofaceva seguire attimi in cui silasciava andare al piantoin cui chiedeva perdono alla figlia di averlaoltraggiatalei che era così buona e devotae a dio di averne offeso il nomeper l’assurda sorte che gli aveva voluto riservare.

Ma presto la sua angoscia si trasformava nuovamente in unafuria ciecae allora erano ancora offese e insulti beffardie nuovi piantiinuna ciclicità che non lasciava prevedere possibili vie d’uscita. Finalmentea tre anni dall’incidenteil padre era mortodopo un’agonia lunghissimadurata interminabili mesiinterminabili settimanegiorni e ore.

Ora Lorena sembrava aver superato l’enorme senso di colpacheancora ragazzaaveva seguito l’intima e profonda soddisfazioneeacquietamentoche quella morte le aveva dato. Ma di nottele rare volte chedormivamo insieme nella casa che era stata del padrea Reggio Emiliaquandoandavo a trovarla dopo un esamesentivo il suo corpo caldo cercare il mioe lesue deboli e soffocate gridain un sonno disturbatodi un dolore lontano maancora presente. Allora l’abbracciavoesasperato da quei lamenti lunghi esinistrilei si svegliavae come nulla fosse mi chiedeva che cosa avessi. Lesembrava fossi io ad averla cercataed era del tutto ignara delle sueinvocazioni d’aiuto. Le davo un bacio e mi giravo dalla mia partecercandospesso invanodi ritrovare il sonno.

 

*

 

Mi domandai se Lorena mi amasse realmente. Diceva sempre chemi era debitrice di tuttoperché prima di me non aveva mai conosciuto nessunoche provasse per lei autentico affetto. Aveva avuto qualche altra esperienzaprima che ci conoscessimoma erano storie troppo squallide perchéuna voltasentitesi volesse tornarci sopra un secondo momento. Credeva inoltre che iofossi una persona eccezionalee invidiava quella che chiamava «la miacultura». Cultura che io ero ben lontano dal possederecon i miei picareschistudi liceali e i due o tre esami di legge che avevo sul libretto allorae chenon sarebbero cresciuti poi molto di numero. Ma la sua istruzione si era fermataalle medie inferioried era naturale che vedesse in me una persona istruitaeche quello che io avevo compensasse in partese solo fossimo stati uniti edurevolmentequello che a lei mancava.

Dunquemi amava? ecco quello che mi domandavo. In realtàstavo facendomi la domanda sbagliata. L’amavo iooppure no? questo era quelloche avrei dovuto domandarmi. Le sue confessioni mi avevano fatto uno stranoeffetto. Sapevo di essere importante per leie sapevo di non avere bisogno dilei come lei aveva bisogno di me. Divenni piuttosto crudelevisto che potevopermettermelo e avevoo credevo di avereparecchi conti in sospeso con ilmondo. Inoltrecome ho dettonon mi sentivo e non mi sento adeguato aoccuparmi di altridelle loro esigenze emotive e interiorisoprattutto quandoil loro bisogno di attenzione è superiore alla media.

Un giorno che mi trovavo a Reggio Emilio provocai un litigio.Usai come onda portante il grosso ritardo che il treno aveva accumulato daMilanoe sopra infiorai tutta una serie di non so più quali accuse. Leipianse. Non era quello che volevo. Avrei voluto vederla reagire d’orgoglioemagari tirarmi addosso la prima cosa che le capitava in mano. Ma non lo fece.Finimmo a lettocome succede in questi casi.

Il mattino successivo feci suonare la sveglia prestoeappena suonò la spensi. Mi rivestii in silenzioe senza neanche lavare lafaccia uscii di casa e andai alla stazione.

Sapeva dove abitavoma non aveva mai visto i mieie sapevache era meglio stare lontana da quella casa. Mi cercò a lungousando come baseuna sua amica. Mi cercò all’universitàmi cercò sul lavoro - all’epocafacevo il commesso in un negozietto di dischi -telefonò a casa mia e piùvolte appese prima di dire una parola udendo la voce di mio padre rispondere conil suo solito «pronto» ostile. Ma io mi feci negare sempre.

Un mattino riuscì a intercettarmi nel negozietto. Stavospolverando non so più cosa quando guardai fuori dalla vetrina e la vidi. Daquanto poteva essere lì? dieci minutimezz’ora? Mi guardava implorantecomese potesse aspettarsi qualcosa da me. In quel momento la odiai. Avrei voluto chescomparisse per sempre. Lei forse lo capì dal mio sguardo. Dovevo esseredisgustosoma finalmente potevo permettermi di esserlo con qualcuno anche piùsfortunato di me. Rimase a guardarmi ancora qualche minutoe poi si allontanòmortificata.

 

*

 

La scelta di lasciare Lorena fu dolorosa. Ero rimasto senzauna compagna fissae non avevo idea di come risolvere il problema del sesso.Non facevamo l’amore di frequentema potevo sempre contare su di lei. Noneravamo particolarmente versati né io né leie forse molte volte ci impedimmodi fare cose che avremmo desideratoio perché avevo vergogna di chiederleelei perchépur desiderandoleera stata educata a censurare i suoi desideri ea conculcarli. Ma adesso non si trattava più di fare l’amore bene o in modoapprossimativo. Lorena non c’era piùnon c’era più il suo corpo caldo cheabbracciava il mio nella sua casa fredda e piena di spifferi. Ero di nuovo soloe manchevole di quello che lei mi dava ogni volta lo chiedevoquasi si donassea me in segno di riconoscenza affettuosa.

 

*

 

Da ragazzino ero molto timidomolto piùtemodi quantofosse nella mediae ancora oggi quando devo parlare con un estraneoo qualcunoche non conosco benesono preso da un’ansia da cui non so come liberarmi. Masono soprattutto le donne a mettermi in difficoltà e imbarazzoe in vicinanzadella bellezza - magari quella di una giovane donnaseduta su una panchinavicino al vialetto che mi trovo a percorrere durante la pausa pranzoindifeso -le mie gambe si piegano come un mazzo di spaghetti immersi nell’acquabollente.

Ancora non so attingendo a quale coraggioe disumanadeterminazioneho avvicinato la mia attuale compagnaverso la quale provodevo confessarloun insuperabile senso di inadeguatezzamitigato solo dallaconstatazionea freddoche se una donna come lei mi ha voluto al suo fianconon ho poi tante ragioni di abbattermi.

Come ho dettosono piuttosto basso di staturae siccome pertimidezza non mi riesce di stare del tutto drittopreferisco camminaredinoccolatose questa parola ha senso riferita ad una persona della miaaltezzacon le mani affondate in tasca come a cercarvi perennemente qualcosaegli occhi rivolti verso terra.

Le uniche cose buone che mi riconosca sono le sopraccigliabellelungheben modellatemolto foltee le labbraben disegnateproporzionatequasi femminili. Su una faccia come la mia sono entrambi dettaglipiuttosto sprecati. Mi domando quali donne ne siano state privatea tortodurante l’assegnazione di questi orpelli anatomicie chi siano quelle che siportano in giro le mie sopracciglia e le mie labbra. Per il resto tutti glialtri elementi concorrono a fare della mia faccia qualcosa che non resta nellamemoria. Un naso troppo prominenteuna fronte altache chiede sempre piùspaziovedendoselo concesso a discapito di una massa rada di capellitra cuisi distinguonosempre più numerosicapelli bianchi simili a segmenti egualidi un filo di nylon da pesca.

Detesto la solitudinee penso che a questo servano gliamiciin fondoa non sentirsi soli. So cosa significa rimanere per anni senzauna ragazza - una libertà che non ho mai saputo spenderee che ho semprevissuto come una sottrazione indebitacome una mancanza - e il mio terrorepeggiore è che quegli anni ritornino. Sìprobabilmente non è bello dirlomase la mia compagna mi lasciassemagari per un altro migliore di menon sarebbecosì gravese ne trovassi subito un’altrauna qualsiasi.

Non le ho mai detto questa cosaperò una volta le hodomandato cosa proverebbe se io me ne andassie lei mi ha risposto che nonavrebbe problema a rimanere da sola. In un certo senso mi assomiglia: è comemema al contrario. Adesso che è lontanasento terribilmente la sua mancanza.Non so lei. Però ho l’impressione che sia partita malvolentierianche se sitratta di un breve periodoe di una di quelle occasioni che è meglio nonperdereper la professionedico.

 

 

 

“Nell’eccitante attesa dell’accoppiamento armonico”

 

 

Mio fratello Edmondo ha preso molto da mio padreo almenomolto di più di quanto non abbia preso io. Pensando a mio fratellosonoconvinto che avrebbe anche potuto andarmi peggionella vita. Be’stoparlando per eufemismi. Mio fratello èa dirla tuttauna copia di mio padre.Certoè più giovaneha più capellinon è curvo e non ha nemmeno peli chegli crescono fuori dal naso e dalle orecchie. Per il restouguale. Larealizzazione di un esperimento educativo finalizzato a creare un clone dell’educatorese mai si può chiamare educazione qualcosa del genere. Edmondo è stato nellamarina militare. È stato mio padre a convincerlo che la marina avrebbe potutodargli moltocome molto aveva dato a lui. Con me non ci ha neanche provatomaquesta è un’altra storia. Non teneva presente che mio fratello non è nato inuno sperduto paese della Sardegna a cavallo tra due guerre mondiali. È nato aMilanonella seconda metà degli anni ’60e ha avuto anche la possibilitàdi studiare. È perito elettrotecnicoe lavora alla Siemens. Si è sposato dueanni fae con la moglie è andato in viaggio di nozze a EuroDisney®. Però leiappena arrivati all’albergo - ho visto le fotografieera tutto colorpastelloti aspettavi solo che dietro l’angolo comparisse Super Pippo con ilsuo mantellonoccioline e tutto il resto e s’inculasse mia cognata - si èrotta una cavigliae così non hanno visto niente. Sono rimasti in camera ehanno fatto un bambinomio nipoteche adesso ha un anno e qualcosa. L’annoscorso è tornato per qualche notte a dormire a casa dei mieime lo ha dettomia madre in lacrime al telefono. Ho detto a mia madre che non era nientecheera normale che litigassero e che lui cercasse rifugio a casa dei genitori.

Le ho detto: «Mammain Africa è normalequando ad un uomogirano i coglioni…»

«Non dire parolacce!»ha urlato leinonostante fossenotte fonda e mio fratello dormisse nel letto a castello che un tempo avevodiviso con lui. «È questo il modo di esprimersi?».

Al che io ho fatto finta di niente e ho cercato dicontinuare: «Ti stavo dicendo che quando un uomo in Africa si sente sottopressionelascia la moglie e i figli e sparisce senza lasciare tracce perqualche giornoe nessuno gli può dire nienteperché è cosìperché infondo è giusto...» e mi accorgevosentendo mia madre annuireche non capivaniente di quello che stavo dicendoche non capiva che cercavo di essere ironicoperché odiavo quella situazioneodiavo lei che mi aveva chiamato in quell’oradella notte mentre mio fratello dormiva nel letto a castelloquel letto acastello in cui ioil più piccoloero stato costretto a dormire nella brandasuperioree odiavo anche mio fratelloperché in un modo o nell’altro il suomodo di vivereche detestavoriusciva ad entrare nel mioa contaminare la miavita anche in quell’ora assurda di notteanche quando ero andato a vivere dasolo.

Durante la ferma in marinaEdmondo non si trovò né benené male. Non ebbe l’occasione di provare i benefici e i vantaggi decantati damio padre - che continuava a rimanere ignaro del cambiamento dei tempise nondella differenza di condizione tra sé e suo figlio - ma nel contempo non trovòneanche avvilente la vita militareper quanto squallidi sembrassero alle mieorecchie gli aneddoti che raccontava quando tornava in licenza.

A tavolanei rari pasti consumati insiememio padreriusciva anche a rimanere zitto per qualche minuto ad ascoltare Edmondoprimadi dire: «che cosa t’avevo detto?»quando riferiva qualcosa chealmeno ailoro occhiaveva parvenza positivae di scuotere la testa sorridendo quandoraccontava che ad un commilitone avevano dato fuoco alla brandao tirato controun gavettone di merda. Edmondo non è mai stato il tipo da buttare alcol sottoil letto di qualcuno e poi dargli fuocoed è troppo schizzinoso per riempiredi merda un gavettone. Però quando raccontava questi episodiche risalivano alperiodo dell’addestramentogli veniva da sorriderea lui che sorridere nongli è mai piaciuto.

Comunque la tendenza logorroica di mio padre non ha soffertotroppo durante le licenze di Edmondoperché mio fratello è una delle personepiù laconiche che io conosca. Durante la ferma andò con la sua nave in Egittoe un’altra volta in Canadama di entrambe le esperienze non raccontò maimolto. Dell’Egitto disse solo chesbarcati ad Alessandriafu impossibileavvicinare delle donneperché gli autoctoni erano estremamente gelosi emostravano sentimenti ostili verso gli italiani. Aggiunse chea causa diquestoi «marocchini» - mio fratello usava questo termine per riferirsiindistintamente a tutti gli abitanti maschi del Maghrebsecondo un’abitudineche non gli ho mai perdonatolui che avrebbe dovuto sapere la differenza tra unmarocchino e un egizianoper dirne una - i marocchini avrebbero fatto meglio arendersi conto che in Italia ricevevano un trattamento di lusso. Con ciòintendendosuppongoche a volte le italiane si davano ai«marocchini»e in alcuni casi addirittura li sposavanomentre le«marocchine» no. Passando di sera lungo la circonvallazione esterna e vedendoun esercito di africane e di slave in attesa di essere caricate da qualche padredi famiglia italianomi domandavo se i miei congiunti fossero nel giustomaforse nel loro vocabolario l’equivalente femminile di «marocchino» nonesistevané io intendevo chiedere loro se esistesse. Quando mio fratello erain Marinaio avevo già smesso quasi completamente di partecipare ai lorodialoghie accompagnavo il silenzio di mia madreche però era un silenziodevotopartecipatocon il mio.

Mio padre concordòaggiungendo che i marocchini erano una«brutta razza»un’espressione che lui utilizzavaperlopiù digrignando identi di disgustoper riferirsi agli ebreiai meridionalicon particolareriferimento a calabresicampani e siciliani - in quest’ordine - e agliinglesi. Poi si voltava verso di menon senza aver prima guardato mio fratelloin cerca di complicitàsperando che io replicassi a qualcuna delle lorobestialitàin modo da far scoppiare un litigio.

Ma io ormai avevo imparato a tacere. Non avevo imparatoenon imparerò maimio malgradoa smettere di odiarlie di continuare nelcontempo a sentire che sono la mia famigliae quindidurante quei lugubripranzettisoffrivo dentro di meperché mi vergognavo di loroanche se noneravamo in pubblicoe perché mi doleva essere circondato da persone come loroche trovavano naturale pranzare con me.

Io dunque tacevoormaie a mio padre e a Edmondo nonrestava che scambiarsi quell’ultimo sguardo di intesa che ancora oggiadistanza di annimi sembra la cosa più oscena che io abbia visto. Arrivava ilcaffèche mia madre preparava e non bevevamio padre fingeva di non provaredispiacere considerando che la sedia di mia sorella maggiore era vuotae l’occasionedi litigio sfumava abbastanza rapidamente.

Terminato il servizio militare Edmondo cominciò a lavorarealla Siemensdove lavora tuttora. La certezza del postocosì anni ’60èstata la prima cosa a preoccuparlo. Fu la prima emme della triademestiere-macchina-moglie che si procuròe fu grazie ad essa che nell’arco disei mesi fu nelle condizioni di acquisire anche la seconda. Quando arrivò sottocasa con la sua Renault 9 fiammanteappena uscito dal concessionariomio padrescese al portone a riceverlotrattenendo a stento le lacrime di emozione.Edmondo stava ricalcando fedelmente le orme di mio padrema non gli importavamoltoo forse non se ne accorgeva. Gli mancava la terza emmee in questa fumolto meno rapido di mio padre. Anziebbe qualche sussulto di deviazione dalrettilineoanche se solo adesso mi accorgo che in quei momenti la sua vitaavrebbe potuto prendere una direzione diversa.

Vi fu un periodo in cui era diventato amico di un collegaungiovane ingegnerecon il quale trascorse molte notti fuori. Mia madre erapreoccupatae lo dava a vedere. Da quanto mi parve di capirema non citenevano a informarmi moltoEdmondo e il suo amico andavano a donne. Quando netrovavano due si voltavano a confabularecercando di trovare un accordo su comespartirselementre quando ne trovavano una facevano fraternamente a metà.

Poi incontrò la futura mogliee la sua vita cambio nelbreve volgere di un giorno. I due fidanzati presero delle abitudini a cuisacrificarono con fervore - come avrebbe potuto essere altrimenti -istituendodei ritmi ferrei e inderogabiliche per me altro non erano che ulteriori rititra quelli già numerosi presso la mia famiglia. Ogni domenica erano a pranzo acasa dei miei. Lui si alzava verso le novebeveva il caffè bollente che miamadre gli aveva preparato e si barricava in bagnoda dove sortiva dopo mezz’oraperfettamente rasato e odorante di AquaVelva. Prendeva le chiavi dell’auto eandava a prendere mia cognata. Verso la una si pranzava tutti insieme. Miacognata era già piuttosto grassotellae non più alta di un metro ecinquantotto. Ha lineamenti grossolanie grosse mani brutte. Le sue caviglienon sono il disegno del restringimento delle sue gambeche sembrano dellecolonne doriche meno slanciate. Quando la vidi per la prima volta malediiEdmondoe con lui maledii la sua e la mia bruttezzae la nostra assolutaassenza di charme. In mia cognata maledii le donneo meglio una parte di essecerto com’ero che io non avrei mai potuto avere niente di più che una donnacome mia cognata. E allora fuggivo in uno dei miei mondi immaginaritra lepagine patinate di una rivista scollacciatadove donne bellissime esibivano leloro nudità con sconcertante assenza di pudore e di senso di colpa - i duepilastri su cui era stata istituita la mia personalità. Guardavo le loro coscelunghe e divaricatei loro piedi piccoli e ben conformatile loro labbratumide e i lunghi capelli fluentie di loro cercavo di immaginaredandomaggiore dignità a queste fantasticherie bidimensionaliil profumo dell’alitola fragranza della loro pellela sericità delle loro gambe affusolate.

Inaspettatamente peròseduto su quello che era il trono delregno delle mie fantasiestrappavo qualche pezzo di carta igienica eallontanavo da me la rivistasostituendonella mia mentei corpi perfettidelle modelle con quello di mia cognata. E alloracon mio rinnovabile stuporeuno stupore che si trasformava in vergogna alla fine del periodico atto dedicatoal mio viziole sue caratteristiche così disprezzate diventavano gli stimolipiù potenti di un gusto volgare. La immaginavo seduta a cavalcioni su di meeil grosso peso di quel corpo sudaticciole sue ampie cosce espanse sulle miele sue mammelle ipertrofiche e la pelle butterata dalla scarlattina delle sueguance diventavano scaturigini di un piacere stranoche confinava con ildisgustoin una specie di estetica dell’orrido.

Alla fine mi risvegliavo dai miei sogni ad occhi apertie larealtà - o farei meglio a dire: l’immagine che avevo del mio destino -prendeva di nuovo il sopravventoe consideravo con orrore la prospettiva difare anch’io un matrimonio come quello a cui si preparava mio fratello.

Il fidanzamento con mia cognata durò quasi tre anniin capoai quali si sposò. In chiesanaturalmenteperché mia cognata disse che nonavrebbe accettato l’ipotesi di un’unione civile. A questo punto bisognaricordare che Edmondocome mio padreè stato simpatizzante del pciha latessera della cgil e si è sempre professato ateoderidendo chi sosteneva dicredere in dioo peggio ancorain qualche essere superiore. Ma per amore dimia cognatao del quieto vivereo del cattocomunista che si nasconde in lui -ammesso che qualcosa si nasconda in lui - accettò la cerimonia religiosaconvinto che non avrebbe fatto una vera differenza.

Ebbe anche le sue esitazioni di ritonaturalmente dopo averacquistato casa dividendo a metà la spesae occorsero diversi giorni ai mieigenitori e a quelli di mia cognata per fargli capire che non doveva tornare suisuoi passi. Non so che argomentazioni abbiano chiamato in causaanzi credo chenon abbiano dato alcuna motivazione. Probabilmente fecero appello al suo sensodel dovere e lui finì col capitolare.

 

*

 

Mio padre ci allevò nella convinzione che avremmo dovutosopravvivere in un posto peggiore di qualsiasi giungla. Nella sua mente ladistinzione principale era tra la casala nostra casae il mondo esterno.Superate le mura domestichee chiusa alle spalle la fragile porta blindataisuoi figli dovevano e potevano sentirsi sicuri. Almeno da alcuni pericoli.Nessunosuperata quella sogliaavrebbe potuto rapire me e mio fratellovenderci come schiavi agli zingario ai pedofili belgitorturarci con unalancia termicatrasformarci in piccoli mendicanti dopo aver fracassato lenostre membrastrapparci i denti e le unghiesodomizzarci con un paletto dicalcestruzzospaccarci il cranio con un pezzo di ghisabruciare i nostricadaverini in una discaricafarci sciogliere nell’acidoreciderci i tendinidelle cavigliebrutalizzarci; nessuno avrebbe potuto rapire mia sorellaraderea zero i suoi capelliprovocarle delle bruciature su tutto il corpo spegnendocisopra le sigaretteinfilarle un pollice nell’anulare e l’indice nellavagina schiacciando fino a squassarle i tessuti intermedi come si fa con i polliprima di appenderli ai gancipisciare nella sua boccafarla partecipare ad unagang bang di marocchini ubriachicospargerla di benzina e bruciarlavivasodomizzarla con lo stesso paletto di calcestruzzo usato contro i suoipoveri fratellinioppurebanalmenteviolentarlao peggio ancoraoffrirle ungelatoportarla al cinemadarle uno strappo in macchinaregalarle un fiore oun foularddarle un bacio con la lingua ma prima di mezzanotte.

L’integrità dell’imene di mia sorella era l’obiettivoprincipale dei miei genitori. Avrebbero fatto qualsiasi cosa perché queldiaframma di carne rimanesse a separazione perenne tra lei e quelli che entrambichiamavano «gli uomini». Sembrava che tutti gli uomini del mondo nonpensassero altro che ad una cosae tutti con mia sorella.

 

*

 

Mia sorella preparò la fuga in modo molto efficace. Nessunonemmeno mia madresi accorse di quello che si stava preparando. Con ciò nonvoglio dire che i miei non sapessero cosa stava per fare mia sorella - losapevanone sono certoperché lei stessanon so quanto consciamenteseminava in giro tracce inequivocabiliriceveva telefonate a volte filtrate damia madre in cui gli amici più intimi si informavano dei preparativispostavain piccole tranchei pochi suoi averipreparandosi ad abbandonare solo le coseveramente inutilizzabili.

I miei fingevano di non sapere. Un po’ perché questoconsentiva lorocome tutte le certezze non conclamatedi trattare il caso comese non fosse irrevocabile - mentre anche questo atteggiamento contribuiva arenderlo tale -un po’ perché fingere di non sapere li avrebbe messiungiornocon le spalle al coperto da eventuali responsabilità.

E così dalla nostra casa cominciò una lenta emorragia dioggettila maggior parte di mia sorellama alcuni di proprietà collettivaanche se di scarso valore praticoche voleva evidentemente portare con sé.

In questo clima di omertà in cui avrebbe potuto portare atermine una gravidanza senza che nessuno se ne accorgesse - nel senso però dicui ho appena detto - mia sorella preparò la fugae non appena arrivò laraccomandata con cui le veniva comunicato il trasferimento a Firenze da leirichiestomia sorella si dileguò.

Il giorno della fuga non tornò dal lavoro. Precedentietempestivi accordi le permiserogià quella stessa nottedi dormire nel suonuovo alloggio a Firenzeda cui telefonò in tarda serata.

Sentii mia madre rispondere al telefonoscoppiare in unpianto eccessivo e probabilmente preparatopoi mio padre impadronirsi dellacornetta e investire mia sorella di insultiaccusandola di non essere statapuntuale a cena e di aver fatto piangere mia madre. Be’uno parial peggiopensavo ioconsiderando che con tutta probabilità quella sciagurata di miasorelladi cui sentivo già così fortemente la mancanzastava probabilmentepiangendo anche lei.

Dopo quella seral’argomento della fuga di Milena nonvenne più toccatoe i miei si comportarono come se la loro figlia non fossemai esistita. Lei stessa passò alcuni mesi senza dare notizie di séalmenodirettamente. Mi scriveva indirizzando le lettere al mio liceocon grandestupore di Riccardoil custode cheevidentementenon riusciva a comprenderechi fosse la mia Giulietta. Questo era l’unico canale sicuroperché miasorella non si fidava di Edmondo e preferiva dargli notizie di sée ricevernedi luiattraverso di me.

Poiquando ormai erano trascorsi diversi mesi dalla suapartenzami accorsi che il legame che aveva con i miei si era misteriosamenteriannodato: qualche telefonatauna cartolina da Arezzo inviata a tutta lafamiglia e infinecon l’avvicinarsi delle festività natalizieanche unavisita riconciliatoria.

Rividi mia sorella che erano passati ormai quasi sei mesi.Quando partì aveva lo stesso sguardo implorante e spaurito di Anna Frank nellerare foto che la ritraggono. Mangiava così poco che sembrava uno di quegliomini stilizzati disegnati dai bambinicome una stampella nella sua predilettasalopette di jeans troppo grandele cui spalline slavate e consunte appoggianoimpietosamente sulle clavicole. Adesso era una donna. La paura era sparita daisuoi occhiche non teneva più abbassati. Mi sembrava molto determinatasicuradi sé. Doveva aver messo su qualche chiloperché finalmente indossava abitiche non si afflosciavano in vuoti inopportuni. Aveva un bel viso dalle guancepiene e le capitava spesso di sorridere. Se avessi avuto qualche anno in piùavrei capito che aveva quella bellezza che solo l’amare ed essere amati nellostesso tempo può dare ad una persona. Il suo uomo la stava rendendo felicequesto era chiaro. Eppure la sua felicità aveva saputo conquistarsela leiconil coraggio di lasciare la casa dei miei e rinunciare all’università.

Mia sorella non ebbe mai niente di simile: le settimanebianche al cadere delle prime neviun passaggio scroccato offrendo in cambiomusicassetteun bacio sotto il lampione prima di scappare a casaun finesettimana ad Amsterdamuna passeggiata serale sulla battigia con la mano nellamano di un ragazzo; e non ebbe mai begli indumentio cosmeticio quelle lungheore passate a perfezionare colpi di sole dalla coiffeusené lo smaltoche asciuga in un attimoo il rossetto che supera la prova del bacio di unamante focoso e sbavante. Ebbe invece i noiosi anni di istituto superioredacui uscì con ancora più desiderio di imparare di quanto non ne avesse prima dientraree la convinzione che la mediocrità e la vigliaccheria fossero le notepredominanti di quel luogo in cui aveva imparato a tenere la partita doppia. Masoprattutto ebbe la sorveglianza attenta ed estenuante di mio padreche ungiorno d’estateal marele insabbiò il cono gelato che un ragazzinocoetaneo le aveva offertoincurante delle sue lacrime.

Non divenne tossicomanemia sorellacon tutta la suasensibilità e fragilitàe nonostante i miei si fossero fatti tutori del suoimenee nonostante insomma entrambi pensassero di avere una chiara idea di cosafosse la sua felicitàe volessero imporgliela a tutti i costimia sorella nonconobbe l’ago della siringae il cucchiainoil limone e il laccioemostatico. Ebbe lunghe notti insonnie a volte notti di piantoche sieffondeva nel buio come un lamento segretoed ebbe un principio di quella cheora si chiama anoressiae che a quel tempogià così lontano dal mioancoranon aveva un nome preciso e diffuso. Notti di piantodicevoche solo io udivoinsieme al ronzio monotono e macchinaleche adesso mia cognata deve chiamare«russare»di Edmondo. E a volte mi domando chi sia stato il peggioretraEdmondo e mese lui che non si accorgeva di quanto fosse infelice mia sorella edormivaoppure ioche mi accorgevo di tutto e non ero capace di fare niente.

Ma eravamo al ritorno di mia sorella. I miei l’accolserosulla soglia come se fosse partita non più di due giorni primail che era ilrisultato dell’addizione di due semplici fattori: l’assoluta assenza dimanifestazioni fisiche di affetto tra i membri della mia famiglia e la volontàdi non fare cenno a quello che era accaduto: una delle tante possibili forme dinegazione della realtà messa in opera dai miei. Milena non aveva osato portarecon sé il suo uomoche circa due anni primadel tutto inopinatamentei mieiavevano cacciato di casainterrompendo il pranzo. In quell’occasione eravamoalla seconda portatae continuo a pensare che mio padre avrebbe potutoaspettare almeno il caffèprima di trascendere. Poiché io sono convinto chenella sua inaudita freddezzaanche l’atto di trascendere fosse ampiamentecalcolato - e quindi procrastinabile -se non nelle conclusioniimprevedibilianche per luialmeno nella parte propedeutica e nel suo primo svolgimento.Forse pensò che interrompere il pasto con una scenataprovocata dalle suecontinuesgarbate provocazionipresto raccolte dall’uomo di mia sorellaindividuo pacifico ma non votato all’atarassiaavrebbe fatto più effetto cheattendere il caffè e il Cannonau postprandiale.

Comunque vennemia sorellabella e rifioritaingrassatanei punti giusticon le gote nuovamente rubizze come in quella foto da bambinache la ritrae sulla spiaggia di Celle mentre lancia una rosa di sassolini inacqua. Quasi fosse il suo un normale rientroanche se temporaneoin unafamiglia normale.

Apparentementee solo per poche orefummo quella famigliache io avevo sempre desiderato. Mio padre decantava i pregi di una portata chelui stesso aveva preparatomia madre si faceva spiegare da mia sorella comefosse fare la spesa a Firenze e se anche laggiù la vita era cara come a MilanoEdmondo si aggiustava il nodo della cravatta e mia cognata dichiarava a Milenadella cui femminilità aveva sempre avuto giusta invidiache gli abiti cheindossava le stavano a meravigliamanco li avesse acquistati a Parigi.

Tutto sarebbe andato per il verso giustoalmeno in quell’occasionese mio padrecome capitava sempre più spessonon avesse ecceduto nel bere.Non so se per calcolocome in tutte le occasioni in cui si è valso dell’alcolper farsi coraggioo se semplicemente trascinato dalle numerose portatedaogni delizioso boccone che chiedeva di essere imbevuto da un buon sorso diCannonau. In quell’occasione pescò dal suo capace deposito di cattiverie unarticolo già collaudato: l’accusarivolta a noi ragazzima in particolarmodo a mia sorelladi vivere una vita troppo serenatroppo spensieratatroppoagiatasulle spalleevidentementedi una generazione vessataconculcata ediseredatache era la sua.

Già era difficile capire che cosa intendesseparlando dellasua generazione. Nato nel ’34aveva fatto in tempo a ricevere una istruzioneelementare improntata sulle sane direttive del Ministro dell’Educazionenazionale - che dio gli assegni una bella via della capitale a perpetua memoria.Forse fu in quel periodo che venne a contatto con l’antisemitismo e l’ideadella supremazia nazionale. Ma aveva anche fatto in tempo a vedere lo ziosocialista inseguito da un manipolo di squadristi e costretto a fare un bagnettonel greto del torrente. Il che lo attestò su quella posizione ambigua di cuigià ho detto. Antisemitaateoperché nella sua casa il sempiterno erainvocato unicamente in modo blasfemocomunista perché aveva in odio i padronie forse anche per un barlume di coscienza di classe. Ma solo un barlumeperchéin fondo la coscienza di classe è la condivisione consapevole di una condizionesociale sfortunatae mio padre non è mai stato dell’idea di condividerequalcosa con qualcunofosse anche la miseria.

Troppo giovane per fare la resistenzaanche come semplicestaffetta. Troppo vecchio per prendere parte ad un ’68 che lo avrebbe vistoescluso in ogni caso per motivi di censo e di classeforse avrebbe potutopartecipare all’estate calda del ’60scagliando pietre e insulti contro ilgoverno Tambroni. Non mancò però il periodo delle assunzioni facili nelpubblico impiego - la raccomandazione del fratello maggiore non fu che unasemplice segnalazione di come e quando presentare la domanda di impiego. Forseadesso sono io a commettere l’errore di mio padree pensare che la sua«generazione»ammesso che ci sia stato qualcosa come «la sua generazione»sia stata più avvantaggiata della nostra. Ma sono certo di non averlo maiaccusato di aver vissuto in un mondo più ospitaleper quantosembrandomi cosadel tutto diversami è capitato di accusarelui e la gente della sua etàdiaver permesso che ciascuno di noi nascesse con una trentina di milioni di debitopubblico sulle spalle. Ma non ero mai riuscito a pensare con astiose non coninvidia - mio padre non dava alcun segno di invidiarci - alla felicità diqualcun altromeno che mai a quella di mio padrese mai ne ha goduto.

In generale mio fratello era sempre allineato sulle posizionidi mio padrecome ho già avuto modo di dire. Sì alle centrali nuclearinoall’emigrazione clandestinasì alla pena di mortesì alla riapertura dellecase chiuseno alle droghe leggereil pci non ci rappresenta piùil pds nonci rappresenta piùRifondazione è troppo mollei sindacati sono molli con ipadroniBossi è un pirlaetc. Tuttavia l’idea che la sua generazione fosseavvantaggiata rispetto a quella di mio padre vedeva Edmondo in totalevibrantedisaccordo. Se mai avesse condiviso con mio padre la credenza di vivere in unmondo miglioreavrebbe dovuto abbandonareper amore di coerenzaquell’astioe quella ostilità preconcetta verso tutto e tutti che proprio da mio padreaveva ereditato.

Senza rendersi conto che quella di mio padre era unaprovocazioneo forse prendendola proprio per quello che eraEdmondo cominciòa rispondere alle accuse acrimoniose di nostro padregià piuttosto alticcio.

Sia io che mia madre che mia cognata rimanemmo in silenzio.Che cosa avremmo potuto dire? Ci sarebbe voluta una voce forte e autorevole chezittisse mio padre e mio fratelloe quella acuta e implorante di mia sorellanon avrebbe fatto proprio al caso. Tentò inutilmentee vedendo che anche inquell’occasione di riconciliazione tutto era stato vanoscappò piangendonella stanza dei mieiinseguita tardivamente da mia madre.

Sapevo già cosa le avrebbe detto per consolarla: che ledonne devono imparare a sopportare i soprusi e la paturnie degli uominichesopportare è la loro missione e la loro croce nello stesso tempo. Non male comeconsolazionenon c’è che dire. Non mi stupii sentendo mia sorella piangereancora più fortedi rabbiadi doloreper questa ingiustizia inspiegabile chela voleva infelice in casa propriafuriosa con se stessa per non essere capacedi ammettere che non avremmo mai avuto una famiglia come si deve.

Nel frattempo mio padre ed Edmondo continuavano a litigare.Ognuno di loro parlava dicendo la suaevitando accuratamente di guardare l’altronegli occhi. Fu in quella circostanza che mi accorsi che Edmondo non guarda mainegli occhi qualcunomentre gli parla. Quando lo guardilui ha già distoltogli occhie se li posi nuovamente sui suoipuoi vederlo distogliereimmediatamente i suoi con un gesto quasi automatico. Ti guarda negli occhimasolo se tu non stai facendo lo stesso. Deve aver ereditato questo atteggiamentoda nostro padree averlo potenziatoperché ogni tanto è possibile guardarenegli occhi di mio padre.

Se solo si fossero resi conto di quanto erano ridicolivistida qualche metro di distanzaognuno parlare in una direzione diversasovrapponendo le vociin due monologhi senza contatto. Sarebbe stato quello ilmomento di prendere la mano di mia cognata e di condurla in bagnodove avreipotuto trasformare in realtà i miei sogni concepiti in bilico sulla tazza delcesso. Ma non fui abbastanza sveglio per capire che ci sarebbe venuta.

 

*

 

Quella sera sembrava non fosse accaduto niente. Edmondo e miacognata erano tornati a casae mia sorella aveva trascorso il pomeriggioincontrando amici che non vedeva da molto tempo. Che potessero venire loro atrovarlaanziché essere ancora una volta lei a raggiungerliera fuoridiscussioneperché nessuno di noi aveva mai voluto presentare agli amici inostri genitoridi cui ci vergognavamo. Anche Edmondo.

Come al solito mio padre si ritirò prestissimoe miasorellamia madre e io ci trattenemmo nel buio del salotto a guardaredistrattamente la televisione - farei meglio a dire: il televisore - illuminatiad intermittenza dalle radiazioni azzurrognole. Era una normalità famigliare unpo’ squallidama anche piuttosto riposantee tutti avevamo bisogno diriposarci e dimenticare quello che era accaduto.

Ancora non sapevamo che quello che era successo quel giornoera stato l’instaurarsi di un nuovo rito famigliare. Da quel pranzoperiodicamenteMilena sarebbe tornata a farci visitanon facendo mai passarepiù di quattrocinque settimane fra una visita e l’altra. Avremmo anchepranzato tutti insiemecon Edmondo e mia cognatae una volta sarebbe venutoanche Albertoormai accettato dai miei senza che nessuno tornasse a quellosgradevole episodio del passato. E durante ogni pasto mio padre trascesemiofratello replicòmia madre si voltò dall’altra partemia cognata miguardò con rassegnazioneMilena corse in lacrime nella stanza da letto deimieie di sera ci ritrovammoo si ritrovarono tuttidavanti alla televisione.Non sapevo più se detestare la mia famiglia per l’odiosità pura e semplicedi questi episodio per la loro implacabiledefatigante coazione a ripetere.

 

 

 

Laura mediocritas

 

 

L’estate scorsaospite di un amico i cui genitori hannouna casa a Macomerho deciso di fare una tirata a Buggerruil paese natio dimio padre. Solo qualche orafrettolosamente. Non gli ho detto nientee nongliene parlerò mai. Che io sia stato nel suo luogo di nascita senza fare visitaai suoi parentied essere da loro ospitatoparenti con i qualidevo dirlohaun rapporto pessimoe che io non conoscoè cosa che mi rinfaccerebbe pertutta la vita. Mi ci avevano portato da bambinocredo fosse l’estate del1972ma non ne ho ovviamente alcuna memoria.

Il paesaggio è piuttosto selvaticoinospitaleracchiusocome da una tenaglia da due promontori ravvicinatiaspri e frastagliatieovunque l’affiorare di calaminequelle venature di minerale tutt’altro cheprezioso attorno alle quali sorseagli inizi del secolola cittadina. Il paesefu teatro di uno dei primi scioperi operai del nostro paesee l’esercitoaprì il fuoco sugli scioperanti. Forse qualche anno prima mi sarei fermato insilenzio sulle sculturepiuttosto inquietantiche ricordano quell’episodio.

Mio padre cominciò a lavorare a dodici anni in una delleofficine meccaniche che riparavano i macchinari necessari allo scavo e all’estrazionedel minerale. Difficile crederlodal momento che non è mai stato capace dirimediare nemmeno al più piccolo guasto meccanico delle due auto che haposseduto. Comunque dai suoi ricordi sono riuscito a identificarecon una certasicurezzain una arcata superstitel’ingresso della sua officina.

E in quello spazio delimitato dai promontori ho vistoscogliere dalla sommità delle quali mi faceva paura affacciarsi - da quelle dicui è possibile raggiungerlala sommità -e il mare sempre agitatocupotranne verso la caletta su cui si affaccia il minuscolo abitato e ilporticciolonon certo raccomandato per la sua sicurezza ai naviganti. E tra ilmare colore dello smeraldo e il biancore della sabbia finissimaovunque ilrigoglio della macchia mediterraneadove ginepri profumati si abbracciano alleginestre. E il volo dei gabbianitrasportati nel loro volo a vela dal soffiodel Maestrale. Ho anche visitato una torre di guardiaposta nel punto piùelevato di uno dei due promontoriuna delle tante costruite sulle costeoccidentali dell’isolada cui scrutare il mare per precedere l’arrivo diqualche scorreria barbarescache avrebbe ferito e violato il debole tessuto diquelle povere gentiportando spoliazionirapinesaccheggi e incendi.

Non riuscivo a conciliare l’indiscutibile bellezza delluogo con il carattere di mio padrela sua durezza tutt’altro che ingentilitada questi paesaggiche tuttavia sapevo di guardare con gli occhi delviaggiatore di passaggio. Poi mi sembrò di capire qualcosa. Tornai a posare losguardo sulle scogliere irruvidite dall’azione corrosiva del mare. Suglianfrattii precipizi e gli strapiombi. Sulle scarpate disseminate di cardi. Ivertiginosi pinnacoli di pietra. Le dune di sabbia che risalivano e risalgonoimpercettibili e irrefrenabiliverso l’abitatorallentate solo dalla recentemessa a dimora di pini. E quel mare avaroe povero. E nei resti degli impiantiminerariora quasi completamente riassorbiti dall’esuberanza della floravedevo la fatica di un lavoro improboduro e senza prospettive. C’era peròqualcosa di amaroin quel nuovo modo di vedere il paesaggio che mi circondava.Mi sentii piuttosto inquietoquasi cheadesso che avevo ricondotto leasperità di mio padre e la sua durezza a quelle del luogo in cui era natoilluogo in cui mi trovavo fosse stato caricato di tutte le responsabilità diquello che era accaduto alla mia famiglia. Poi lo riguardavo meglioe cercavodi guardarlo come lo avrebbe visto un turistache magari di quel paese avevavisto qualche fotografia su una rivista come «Airone»ed era venuto a cercareun luogo incontaminato e selvaggio. Come lo avevo visto io appena arrivatoinsomma. Ma non ci riuscivo più. Ritornai nella piazzetta principaledoveavevo lasciato la macchinae mi affrettai a tornare a Macomer.

 

*

 

Era tale la mia paura di ritornare ad essere il paria evitatoda tutti dei tempi del liceo che non esitavo a guadagnarmi ogni possibileamiciziasenza riflettere sulla natura e le attitudini delle persone di cuiandavo circondandomiattento com’ero al loro numero e alla loro presenza.

Così nel corso degli anni mi sono avvicinato alle personepiù stravagantipensando principalmente che mantenere un durevole rapporto conciascuna di loro avrebbe giustificato la mia rubrica telefonica piena dei loronumeri telefonicida poter chiamare (quasi) in ogni momento. Avevo molti amicio credevo di averne moltie per conservarlicerto della loro imprescindibileimportanza nell’economia della mia vitatendevo a rassomigliare loroadoperandomi a sciogliere le ragioni di contrastosminuire gli aspetti che nonmi piacevanoe infine dicendo molti sì là dove avrei dovuto dire parecchi no.Sempre timoroso di offenderedi non comprenderedi non saper accettarediarrecare disturbodi apparire inadeguatodi non essere alla modadi non saperusare le parole giustedi non essere abbastanza altoo atleticoo attraenteo simpaticodi incutere disagioantipatiasonnolenzadi provocare schermimalcelatidi non essere all’altezza.

Pensavo che la capacità di tollerare il dolore e il disagioprovocati dal mio esasperato camaleontismo fosse almeno pari al mio disperatobisogno di conquistarmi l’approvazione degli altri. E che avrei potuto esseredi volta in volta la persona giustase solo avessi saputo dire di sìaccettarepiegarmi ai desideri degli altri e alle loro iniziative anche quandomi ripugnassero. Ma c’era nei miei sì stentati sempre qualcosa che tradiva l’assenzadi una mia autentica ratificae lo scarso entusiasmo verso ciò a cui aderivopiù per compiacereche per trarre piacere.

Odio la Grecia. E seguii degli amici in Grecia. Odiavo e odiolo sci. E passai pomeriggi tentando di conquistare almeno un precario equilibriosulle piste per principiantimentre i miei amici sfrecciavano nelle abetaie.Odiavo sopra ogni cosa la pallavoloil gioco più insulso del mondoe fecipartequantunque come riservadella squadra del mio liceodovendo piegarmi adinterminabili sedute di allenamentoda cui uscivo con i polsi doloranti.

 

*

 

Quanto all’università devo dire che non ebbi molti amiciall’universitàe dovetti accontentarmi di quello che rimediavo per lenire ilsenso di solitudine e l’impressioneterribilmente esattadi essere unreietto. La vita scorreva intorno a mee io non riuscivo ad afferrarne neanchequalche misero brandello. Studenti abbronzati distribuivano inviti a partynotturni in cui studentesse di diritto ecclesiastico avrebbero improvvisatodisinibiti spogliarelli. Studentesse dai lunghi capelli veleggiavano neicorridoi come se poggiassero su aliscafi confezionati su misura per i lorodelicati piedini. Anziani studenti in cardigan facevano la posta ad altrettantoausteri professori di ruoloaspirando a catturarne la stima e la protezione.Sembrava che tutti sapessero esattamente cosa volevanocome ottenerloe in chedirezione andare. Quanto a medopo due anni non avevo ancora capito dove sitrovava la sala mensae avevo anche qualche difficoltà nel compilareintriplice copiala domanda di prestito a domicilio di un libro allo sportellodella biblioteca Centrale.

Una delle poche persone che frequentai era un mio collega dinome Pietro. Di corporatura atletica e ricoperto di pelo in forma ipertroficaPietro aveva una vera passione per la discussione e il dibattitocosa piuttostorara nel nostro ambientein cui prevaleva l’arrivismo in alcuni - quelli chequalche anno dopo sarebbero diventati avvocati -e la messa a riposo permanentedei neuronidendriti e compagnia filamentosa bella nei rimanenti altrichesarebbero finiti dietro uno sportello bancarioma orgogliosi della loro laureain legge.

Pietro era convinto che nella vita non ci fosse spazio per lenuancesle tonalitàle sfumaturei tessuti cangianti. Le cose stavanoo così oppure cosàma non altrimenti. Bastava solo pazienza e serrataapplicazione della dialetticae saremmo arrivati a pensarla alla stessamaniera: la sua: che era l’unica giusta. Il suo modo di ragionare era un’escalationpreoccupante della logica del terzo esclusoparlasse di circuiti elettrici odel sapore dell’aragosta. Teneva l’orologio avanti di cinque minuti esattirispetto all’ora esatta nazionale dell’istituto Galileo Ferrarise quandodoveva cucinare gli spaghettiprima li pesava su un bilancino per non sbagliarela dose.

Quando lo conobbistava ancora svolgendo il servizio civile.Era a disposizione di un istituto di La Spezia il cui fine era la tortura deglipsicopaticiil tormento degli epilettici e lo sfruttamento dei sottosviluppatimentali. Sottinteso e avvilentevigeva un tacito accordo: in primo luogo luinon avrebbe detto a nessuno quello che vedeva; in secondoavrebbe confezionatomanufatti di vimini. In cambio lo avrebbero lasciato rincasare ogni finesettimana con un permesso falso. Pietro accettò.

Non potevo dire cosa era stato di lui nel passatoma quelloin cui lo conobbi fu uno dei periodi peggiori della sua vita. Era piuttostomagro - molto dimagritomi dissero i suoi amici - i jeans gli cascavano giùdai fianchie lui stringeva la cintura dopo aver praticato nuovi buchi con uncacciavite. Era sempre molto teso e non sbagliavocredoad essere preoccupatoper la sua salutesoprattutto mentale.

Conoscevo abbastanza bene Pietroe ancora non ero riuscito aliberarmi di lui. Una volta aveva organizzato un incontro con un tizio che avevascritto ad una rubrica di un settimanale satirico allora in voga. Non so cosa loavesse colpitoin quella lettera. Pietro non era tipo da sprecare la pocasolidarietà che aveva a disposizione. Era più che altro un curiosoeavvicinava le persone che vivevano ai margini della società perché ne eraintellettualmente attratto. Forse pensava che le loro vite fossero esemplarmenteuna negazione dell’ordine in cui noimiserabili piccolo-borghesicitrascinavamo senza scampo.

In trenodurante un viaggio di ritornoaveva conosciuto unapersona molto interessanteci aveva scambiato qualche parolaed era statoanche invitato a cena. Al telefono si era limitato a dirmi che si trattava diuna donna dall’età indefinibile - a suo credere poteva aver avuto daiventicinque ai quarantacinque anni - che era entrata nel suo scompartimentooffrendo dei piccoli fiori e augurando ogni bene con frasi brevi e in versirimati. Era così entusiasta che neanche avesse incontrato la Gelsomina de Lastrada.

Avrei dovuto diffidare di una soirée organizzata daPietroma non lo feci. E così quella sera stessa ci recammo nel luogo dell’appuntamento.Giunti a Garbagnatedove la donna conosciuta da Pietro viveva quando nonvagabondava per l’Italia - in cerca di requiesuppongo - mi domandai se noneravamo troppi per l’invito ricevuto da Pietro di portare qualcuno con sé:oltre a me e al mio amico c’erano la sua donna e altri due suoi amiciche miaveva presentato qualche tempo primama che non conoscevo bene.

In una casa qualsiasi sarebbe stato fuori luogo per uninvitato portare con sé altre quattro persone a cenama questa non era unacasa ordinaria. Entrati nell’appartamento con la timidezza del casocitrovammo davanti una donna sulla quarantinadi evidenti origini meridionalialdi sotto dei cinque piedi di altezza e dall’aspetto non molto curato. Madoveva essere stata una bella donnalo si riusciva ancora a percepire nelleforme superstiti dei fianchi e della vitadal seno tuttora desiderabile esostenutodagli occhi vivacidalla dentatura ancora perfetta. Appena entratocapii che Pietro non mentiva quando diceva di non riuscire ad identificare e agradire il sapore dell’aragosta. Chi davanti a questa donna già un po’sfatta non sapeva risolversi a darle tutta la sua etàpoteva pure trovareinsipida una aragosta.

La casa in cui ci fece strada senza troppe cerimonie erainaspettatamente molto grande. Constava di due appartamentiun tempo distintidotati dopo la ristrutturazione di uno sproporzionato atrio comune. La nostraospite ci disse che quello non era un normale appartamentoanche se ammettevadi andare a dormircidi tanto in tantoo di ospitarci degli amicicome stavafacendo con noi ora. La sua vera funzione era quella di Museo dell’UomoContemporaneo - così dopo il moma e il motc’avevamo pure il muc -i cuisingolari reperti erano stati acquisiticatalogati ed esposti grazie alle suefatiche. Aggirandoci per l’appartamento ci accorgemmo che tutte le stanzeerano piene di oggetti bizzarricontortisporchirealizzati utilizzandomateriale di ogni genere recuperato parte dalla pattumiera di tutti i giorniparte da qualche discarica nelle vicinanze. Inoltre c’erano suppellettili checon tutta probabilità erano stati la dotazione dell’appartamento prima chequesta pazza decidesse di farne una mostrama riadattati a narrarein modoesemplarelo straordinario disordine mentale della proprietariaancoraincredula di essersi procurata dei visitatori che non avessero il camice biancoe la reticella per le farfalle misura king size.

Ovunque c’erano pezzi di carta igienica arrotolati comedemenziali origamitubi di gomma per il gas dipinti con mano incertavasi difiori traforati secondo gerarchie infelicibarattoli di confetture degli anni’70mozziconi di sigaretta riciclatiguanti da cucina enfiati e dipintifogli di giornale uniti a collagecarta crespa in grande profusioneovini dicioccolato a forma di coccinellamollette dei pannie molte altre cose che imiei occhiabituatisi alla penombrastavano catalogando. Agli occhi delladonna ognuno di questi oggetti da lei assemblati aveva un preciso significato.Direi un significato simbolico se non temessi di aver capito che secondo lei glioggetti non erano solo rappresentativi di realtà ad essi esternema essistessi le realtà medesime chenel contemposimboleggiavano: così quando nelletto della sua camera ci mostrò una sua camicia completamente avvolta in unadel marito - il quale a quanto pare se l’era data a gambe -non riuscì acomprendere con esattezza se quel povero e sudicio involto rappresentasseofossela riconciliazione agognata con il marito. Altri oggetti raffiguravano l’attimodell’accoppiamento more uxorioun tubo era diventato un serpente noiosounaggregato di vari pezzi irriconoscibili rappresentava la natalitàun altro lamorteo il consumoe altre entità misteriose che avevano nomi di fantasia.

Come divenne chiaroogni stanza dell’appartamento erastata trasformata in una sala a tema. La donna non era molto lucidaquesto èveroma sapeva chi erano i suoi nemicie quelli del genere umanoper lasalvezza del quale si battevae per il qualepurtroppoancora non si erasacrificata lanciandosi dal terrazzo: lo sprecoil consumismoil dio denaroirifiutiil ceto politico e la magistratura di Milano - in quest’ultimainspiegabile avversioneuna vera ossessionedireiprefigurava senza saperlouna delle più importanti figure della nuova scena politica italianache sisarebbe fatta conoscere al mondo di lì a poco tempo.

In ogni caso la sua ossessione principale era l’immondiziache si era fusaa causa di chissà quali alchimie mentalicon altri motivi diodio. Aveva una repulsione indomabile anche per la Guardia di Finanzama questaaveva almeno un fondamento comprensibile. Ci raccontòaccompagnando ilracconto con gesti platealmente ostensivi e soffermandositerribilmente spessoa farci ammirare i suoi capolavoriche prima di trasformare la casa in un museoaveva dato in affitto uno dei due appartamenti ad un signore distinto. Un giornoche la nostra anfitrionessa non poteva ricordare senza che la voce le tremassedi rabbia ancora non sopitala Guardia di Finanza si era presentata perarrestare il distinto signoreche evidentemente distinto non eracon l’accusadi spacciare sostanze stupefacenti. Destino volle che il distinto signore nonfosse in casa durante la visita - anche questi finanzieriperòcapitare all’improvvisosenza neanche avvertire: che modi - e che i militi avessero dovuto sfondare laporta. La donna era ancora piena di indignazione per i danni subitie cimostròlevandola da una sorta di sacca protettivauna grossa scheggia dellostipite saltato nel punto in cui i finanzieri avevano collocato il piede diporcoche lei aveva riempito di scritte ingiuriose contro la magistratura e laguardia di Finanza.

Il signore distinto non fece più ritorno - non è datosapere se temendo la guardia di Finanza o l’idea di dover inaugurare il museodell’uomo come primo visitatore - e la nostra ospite si ritrovò con un interoguardaroba maschile. E che cose raffinatedi prim’ordine. Non riusciva atrattenere l’emozione che provava mostrando i capi che erano rimasti in suopossesso. Ci invitò ad entrare in un salottinoal centro del quale stavaisolato un sofà. Sopra di esso aveva steso con cura parte di quegli abiti aformare la sagoma di un uomo - e per dare volume alla testa aveva usato non sopiù quale imbottitura di gommapiumasopra la quale aveva appoggiato unborsalino. Nell’oscurità di quel tardo pomeriggio ci apparveanche se soloper qualche momentoun vero corpo umanoe quando ci accorgemmo che le schedinedel totocalcio da cui era ricoperto - il loro fine era raffigurare il denarol’originedella rovina del mondo di oggi - erano stese su una sorta di manichinoi nostricuori ricominciarono a battere.

Eravamo tuttiPietro inclusorealmente scossie nelcontempo rassegnati: nessuno di noi prima aveva guardato in faccia quella cosache comunemente si definisce pazzia. Confesso di aver sempre pensato che lapazzia si accompagnasse alla sofferenzaed ecco che davanti a me c’era unadonna certamente delirantenoiosa come il discorso di apertura dell’annoaccademico del magnifico trombonema dotata di una calma e di una serenitàinteriore che mi sembravano aggravare la sua fedina clinica. Quello che vedevamocozzava contro ogni nostra credenza e aspettativa ragionevoleeppure dovevamoammettere che la donna era gentilee l’ambientesuperato lo choc inizialenon sembrava più sgradevole di quanto non lo rendessero tale i nostripregiudizi.

Quando giunse il momento di cenareeravamo ormai assuefattiall’ambiente e al personaggio. Anche se è difficile crederlol’imbarazzoiniziale era quasi scomparso. Prima che la nostra ospite ci servisse unabbondante porzione di spaghetti al ragùpulimmo accuratamente i piatti con iltovaglioloe così i bicchierisenza badare all’etichettasconsigliata inquel frangente. Come secondomangiammo salatinifrutta secca e cetrioli sott’olio.Uno degli amici di Pietroaccanito fumatoreche aveva tenuto nascoste lesigarette da quando la padrona di casa aveva detto che il tabacco era unostrumento del malignoora fumava tranquillamentegettando la cenere nel suopiatto pieno di gusci di noci. Non c’è che direavevamo ripreso in mano lasituazione.

Terminata la cenala donna raccolse tutto quello che erarimasto - tovaglioli di cartagusci di frutta seccala confezione deisalatiniun pacchetto di Philip Morris vuotodei mozziconi - lo avvolse nellatovaglia di carta e pregò di seguirla sul terrazzo. Eravamo ad un pianopiuttosto elevatoe in lontananza si potevano distinguere le luci di Milano.Soffiava quell’aria che precede i temporalicalda e piena di elettricità. Ladonna appallottolò la tovaglia di carta con il suo contenuto e la infilòdentro un grosso vaso vuotodove in tempi più normali doveva trovare posto un’ederao una buganvillea. Poi si procurò un fiammifero e dette fuoco all’involtorecitando delle formule checredoavevano finalità catartiche. Si sentìqualche tuono in lontananzae non era neanche spiacevole guardare la fiammaalzarsi dal vasovorticaresparire per un attimo e poi rinascere con unguizzomentre il temporale si avvicinava.

La fiamma stava rianimando purtroppo anche il lato piùsgradevole della donna. Durante la cena sembrava quasi normalee adesso ilfuocoo chissàforse il cerimonialel’aveva ricondotta alla sua pazzia.Cercò di farci visitare nuovamente il suo «museo»e accorgendosi che eravamostanchi e annoiatisi prodigò nel tentativo di mettere in evidenza aspettinuovifunzioni nascosteoggetti ancora inosservatie furono ancora nuove rimebanalie deliri senza più freni. Stava nuovamente ripetendo quello che già ciaveva dettole stesse parolele stesse rimegli stessi gesti. Ma questa voltaeravamo preparati. Pietro non disse una parolama io dissi con fermezza chedovevamo andarceneche stava arrivando il temporalee che avremmo fatto meglioad affrettarci. Protestòci chiese di fermarci a dormirema fu tutto inutile.La salutammo con la maggior naturalezza possibile e guadagnammo l’uscita.

Qualche giorno dopo quell’episodioricevetti unatelefonata da Pietro. Per tutto il viaggio di ritorno non aveva fatto cenno all’accadutoe sospetto che volesse scusarsi per averci ficcato in quell’appartamento. Nonrisposie dissi a mia madre di dire che ero fuori. Pietro chiamò ancora due otre voltee quando finì il servizio civilemi telefonò ancora. Ma nonrisposi nemmeno quella volta. Ricevetti una sua cartolina dalla Jugoslaviapoipiù niente. Da quel giorno non lo vidi piùnemmeno per sbaglio. Frequentavapocoe evidentemente quando veniva a lezione luimancavo iosempre cheseguissimo gli stessi corsi. Ero di nuovo solo.

 

*

 

Al mattino ero in Facoltà. Seguivo le lezionisvogliatamentee poi mangiavo un panino seduto da qualche parte in un corridoiopolveroso. D’estate stavo all’apertoe lanciavo agli uccellini dellebriciole di pane. Al pomeriggio andavo in una biblioteca rionalecon i mieimanuali di diritto. Vi furono vari periodi. Vi fu il periodo della studentessadi medicina. Poi quello delle due studentesse di diritto. Poi quello dellastudentessa di agraria. In ognuno di questi periodi appena potevo sedevo allostesso tavolo della ragazza o delle ragazze che al periodo davano nomee standoloro di frontecercavo di fare piedino. Ma ero poco coraggioso e quandodopoun’impercettibile slittamento delle mie clarks verso le loro calzaturefinalmente le sfioravochiedevo immediatamente scusaappagandomi di quel lievetocco e della speranzamal ripostache loro ricambiassero.

Furono due anni anonimiuniformisempre ugualinel corsodei quali mia sorella scappò di casa e tornò in visitamio fratello sifidanzò e si sposòmia madre aumentò di ottoo forse dieci chilie miopadre fece qualche tomografia assiale computerizzataqualche incursione rettalecon microsondae un numero imprecisato di lastretutte infruttuose. Quanto amia nonnavenne ricoverata in una casa di cura in Sardegna e anche se è tristee terribile dirlomorì per delle ustioni provocate dall’incendio del lettoin cui ormai passava quasi tutto il giorno. Chi o cosa avesse appiccato ilfuocomio padre e suo fratello non lo appurarono maie le sorelle rimaste inSardegnaa quanto io sappianon fecero molti sforzi per andare a fondo dellacosa.

La mia vita scorreva ugualemonotona e noiosa. Senza amicisenza seri legamia parte quello con Lorenasenza altra evasione che non fossequella di foraggiare i miei uccellini nel chiostro. Al secondo anno persicompletamente interesse per l’università. I miei inoltre non facevano segretodel fatto che avermi portato alla maturità classica aveva già costituito unenorme sacrificio per loroe che Edmondo e Milena già lavoravano - Edmondotenendosi tutto il denaro che guadagnavaMilena dovendone versare a mia madrequella tesorierai due terzi -e che meglio avrei fatto a cercarmi anch’ioun’occupazionee che se proprio volevo studiarelo facessi con i miei mezzi.

Senza dire niente a nessunosmisi di frequentare l’università.Cominciai a fare qualche lavorettocome l’inseritore di dati in uncalcolatorema venni licenziato dal padrone perché commettevo troppi errori diortografia. Scrissi anche testi per riviste pornografiche. Loro mi passavano lefotoe io dovevo scrivere una storia che in qualche modo avesse un rapporto conquello che le foto illustravano. Poi quel lavoro finìe mi dettero da scriverei testi per i telefoni eroticifavole o fantasie che non dovevano mai durarepiù di tre minutie che qualche studentessa di ecografia e commercio avrebbeinciso su nastro con voce sensuale. Poi arrestarono un po’ di gentee finìanche quel lavoro. Per un certo periodo feci il commesso in un negozio didischima non avevo orecchio.

Passò il tempoe non chiesi il rinvio del serviziomilitare. Qualche mese dopodurante quello che sarebbe stato il mio terzo annodi universitàmi chiamarono per il servizio militare. Mio padre e Edmondocredevano che avrei fatto domanda per assolvere agli obblighi di leva attraversoil servizio civilee rimasero piuttosto stupiti. Le mie convinzioni non eranoperò mutatema desideravo solo che quell’affare si risolvesse al piùprestosenza tentennamenti e attese.

 

*

 

Dopo i primi mesi a Romacittà che non potei conoscere beneperché la caserma era lontana e il tempo a mia disposizione molto ridottovenni assegnato ad una caserma in Veneto. Non era una brutta casermaperchéchi ne aveva le responsabilità non era un frustrato. Può darsi che si fossedato con soddisfazione alla coltivazione delle orchideeo alla pedofiliafattosta che la nostra caserma aveva fama di essere un buon posto in cui tirare l’alba.Scrissi a Matildee non ne ebbi alcuna risposta. Cercai di contattareLorenama fu impossibile sapere dove fosse finita. Ebbi qualche vaga notizia diMarco e di Luigi da Maxche aveva terminato gli studi in ingegneria e lavoravaper una compagnia di estrazioni minerarie. Luigi si era messo seriamente astudiare legge. Suo padre ce l’aveva fattaa tirarlo dalla suae aconvincerlo a mettere la testa a partito. Il suo studio di procuratore nonsarebbe finito nelle mani di estranei. Marco invece chimica non si era mai messoa studiarla. Faceva l’allestitore nei grandi magazzini.

 

*

 

Vi fu un ultimo incontro importantedi cui penso di poterdire ancora qualcosaquando ormai si stava già affievolendo la memoria dellepersone di cui ho cercato di ricostruire un’identità ormai scomposta elontana. E fu quandodurante il servizio militareconobbi Lorenzo. Terminatigli studi di leggeLorenzo aveva appena concluso il suo primo romanzoe ancoranon pensava a trovare l’editore giusto. Ne tenni una copia per alcuni giorninel ‘cubo’e la lessi e la rilessi più volte. I capitoli pari narravano diun mondo fiabesco e rurale popolato da figure vellutateuna sorta di senomaterno caldo e accogliente dove ogni spigolo e ogni ruvidezza erano stati datempo smussatie di cui non restava traccia che potesse avvilire questopaesaggio incantato. I capitoli dispari narravano del mondo realeurbanooforse di una sua parodia che però offriva ben poca speranzapopolato com’eradi figure meschine e crudeli che lottavano per la loro sopravvivenzaincurantidei diritti degli altri e di tutto ciò che rende la vita lieve e degna. Versola metà del romanzoil cui titolo era Le linee iridescentii dueuniversi prima separati da uno iato incolmabile cessavano di non comunicareela figura più bisognosa di punizione del mondo inferosubiva un processogrottesco e surreale proprio in quel mondo fiabesco in cui aveva cercatorifugioin fuga a rotta di collo dalla metropoliche ormai non lo riconoscevapiù nel suo esaurito potere.

Era un gran bell’apologo sulla giustiziala realtà e ilsognoe scritto con quel tanto di poetica fantasia che non nuoceva ad unprodotto del suo generee io me ne appassionai grandemente.

Lorenzo mi offrì la sua amiciziama io la respinsi. Nonsenza aver prima attinto da lui idee e gestualità sufficienti per i successiviuno o due anni della mia vita. Mi propose di seguirlo in Sicilianella casa sulmare del padreche era critico cinematograficoma era come se l’esperienzacon Tancredi mi avesse reso sfiduciato sulla possibilità di un’amicizia trapersone diverse.

Qualche anno fa seppi che Lorenzodopo aver pubblicato ilsuo romanzoaveva incontrato proprio Tancredie che insieme avevano realizzatouna versione cinematografica de Le linee iridescenti. Il film ebbe unbuon riscontro di pubblicoma io non andai a vederlo.

Che differenza c’era tra me e Tancredi? Pensavo a quellostrano mondo che non mi sarebbe mai appartenutofatto di riflettoridimacchine da presadi back-stagedi conferenze stampadi provini di selezionedi ragazze ciociare. Se quel mondo non poteva essere mioavrei dovutosceglierne uno di mia pertinenzae fare saggio uso di quello chedella vitaavevo imparato. Non era una questione di sceltala vita. Adesso lo avevocapito. O megliosi poteva sceglierema solo scegliere di accettare fino infondo quello che per noi era stato scelto.

Mi guardai intorno con una certa fiduciae capii quello cheavrei potuto diventare. Attualmente compro e vendo case. Questo è il miolavoroil mio mestiere. È variodiverso ogni giorno. Potrei parlarnelungamentema non è il mio obiettivo. Perché vendere case non è solo unlavoro. È la mia realizzazione come persona. È la compiuta scelta di quelloche già ero e che stavo aspettando di diventare.

 

 

 

Redde rationem

 

 

La settimana scorsa sono andato a casa del dottor Mazza.Tutti i ricordi che ho rievocato in questo periodo mi ci hanno costrettoatornare. Non avevo voglia di incontrare i mieiche non vedo da più di un anno.Ho parcheggiato nelle vicinanze dello stabile in cui sono natoe mi sonoavvicinato prudentemente. Ho cercato l’auto di mio padrela vecchia panda1000 rossache era al solito postosotto casa. Negli ultimi anni ha preso l’abitudinedi passare ore alla finestrad’estate come d’invernoe non appena vede chesi è liberato il suo postoo uno vicinoscende con le sue zatterone ai piedia spostare l’auto. Qualche anno fa scendeva a farsi un goccio di nascosto damia madreteneva una bottiglia nel bagagliaio. Lo vidiuna voltamentretrafficava con la bottiglia vicino alla macchinaed è una cosa che non potròmai più dimenticare.

A ogni modoin quel momento alla sua finestra non c’era.Doveva essere seduto sulla tazza del cesso a fumarsi una delle sue sigarettepuzzolentiche a metà spegneva con le dita e abbandonava sull’orlo dellalavatricein modo da poterla finire un’altra volta. Oppure era in cucina conmia madrea fare ingombrocome diceva leiche non poteva vederloe meno chemai in cucinal’unico posto della casa che si fosse riservata e considerasseunicamente suo.

Citofonai. Avevo telefonato qualche giorno prima perannunciare la mia visitae adesso la moglie del dottore riconobbe la mia voce.Mi invitò a salire. Forse l’anno prima avrebbe ancora detto «come seicresciuto»ma questa volta mi risparmiò. L’anno prossimo compirò trent’annie non so come avrei reagito altrimenti. Mi fece cenno di accomodarmi in salottoe mi chiese se desiderassi da bere.

Accettai un caffè e mentre la signora si allontanava perprepararlo mi domandai che cosa trattenesse il dottor Mazza dal comparire. Nonero mai entrato in quell’appartamento. Lo stabile in cui abitavano i miei eradi strana e antica concezione. La scala A ospitava piccolimodestiappartamenti. La scala Bdove abitava il dottoreaveva appartamenti piùgrandimeglio espostiquasi pretenziosi.

C’era il solito decoro delle vecchie case borghesiconquelle credenze in legno di ciliegio dietro le quali stanno in agguato bamboledi porcellana vestite di trine. Su una parete stava appeso il diploma di laureadel dottoree di fianco una sua foto insieme al papa. Tutto quello che volevosapere da Mazza era la sua versione del sequestro Quartie soprattutto diquello che riguardava mio padre. C’erano stati davvero dei rapitori nell’appartamentoconfinante al nostro? Era vero che il dottore era stato costretto a curare unodi loroe minacciato di morte se avesse osato parlare della cosa a chiunque?

La moglie del dottore ritornò con un vassoio di peltro sucui erano posate due belle tazzine piuttosto fini. Aggiunse lei stessa lozucchero e poi si sedette su una poltrona di fronte a me. Non era invecchiatapoi tanto. Aveva sessantacinque anni - lo sapevo perché mia madre la usavasempre come metro di confrontoaccusando mio padre che la moglie del dottoreaveva cinque anni più di lei ma ne dimostrava cinque in meno grazie agli agiche il marito aveva saputo darle -ma ne poteva mostrare anche sessantatrésessantadueforse.

Erano anni che non mi incrociava all’ingressodove le duescale convergevano in un unico passaggiola sola cosa che avessero in comune.Si informò educatamente della mia situazionema poiché non avevo moglie néfigli le sembrò ci fosse poco da domandare. Il lavoroeccorestava il lavoroe riguardo a quello le dissi che tutto andava a meraviglia.

«Lei è venuto a trovare mio maritovero?»

«Sìsignoravolevo parlare di una cosa di diversi annifaquando ero un ragazzino. Una cosa che riguarda la mia famiglia. E in qualchemodo anche il dottoreindirettamente».

Mi domandai se avrebbe intuito da sola il motivo della miavisitae così facendo avvertii che qualcosa non tornava. Mi ricordai di undettaglio apparentemente secondario: tutti gli inverni la moglie del dottore sitrasferiva a Rapalloper non so quale affezione respiratoria. Probabilmente sitrovava a Rapallo anche nell’inverno del 1981. Ma possibile che il marito l’avessetenuta all’oscuro di un fatto così grave?

«Mio marito non so se potrà aiutarla molto. Ha l’alzheimer.Se vuole può vederloma credo che sia inutile. A volte fatica a riconoscermie purtroppo credo che non si ricordi né di lei né di suo padre».

«Mi dispiaceio non immaginavo...».

«Non importanon poteva saperlo».

Chinò la testa verso il basso come per recuperare qualcheenergiae poi mi sorrise. La malattia del maritose possibilefaceva ormaiparte del suo ambiente di vita. Si schiarì la voce per niente imbarazzata edisse che magari avrebbe potuto aiutarmi lei.

Forse avrei dovuto ringraziarla e andarmene. Forseevitandodi rievocare il passatole avrei risparmiato il dolore che non poteva non darleil ricordo degli anni in cui il marito era in salute. Ma in qualche modo avevobisogno di sapere. Non so che cosa sarebbe cambiatodella mia storia e diquella della mia famigliae di mio padre in particolarese avessi potuto farechiarezza su quell’episodio. In fondo quello era stato un punto di snodopurtroppo l’ultimonella vita di mio padree solo il suo pensionamentoavvenuto alcuni anni dopoavrebbe potuto peggiorare ancora la situazionemanon modificarla. Quel sequestroqualunque cosa vi fosse dietroe quello che neera seguitoaveva cambiato le nostre vitee niente avrebbe potuto restituircila relativa serenità degli anni precedenti. Però sentivo che se solo avessiaccertato che mio padre non si era immaginato tuttoche c’era del vero dietrole sue impressioni esaltatee dietro le minacce che diceva di aver ricevutoforse avrei potuto pensare a quello che era accaduto in un’ottica diversa.Forse avrei anche potuto comprenderloe perdonargli.

«Vedeè difficile spiegarlema cercherò di esserechiaro. È una storia di parecchi anni fa. Nell’inverno del 1981 mio padre siera convinto che nell’appartamento di fianco al nostroquello sulla vostrascalaqua sopra insommaci fossero dei banditie che ci tenessero sequestratoil figlio di una famiglia di industriali. Mio padre ha cominciato a spiarliaseguirne i movimentima ad un certo punto ha creduto che i banditi si fosseroaccorti di luie si è sentito minacciato. Vedea quanto pare si è poirivolto a suo maritoe non so perché ha voluto confidarsi con lui. Suo maritogli avrebbe detto a sua volta che anche lui si era accorto dei banditie ditutto il restoe che addirittura era stato costretto ad andare a medicare unodi loroferito da un proiettile».

«Tutto questo è...».

«Assurdo. Anch’io l’ho sempre pensatoma...».

«Ma cosa?»

«Ma che motivo avrebbe avuto mio padre di dire che suomarito gli aveva confessato di... anche lui... lei non ne sa niente?»

«È la prima volta che sento questa storia. La primavolta».

«Però forse lei era viaal mareso che aveva questaabitudine».

Mi stupii di sentirmi dire una cosa così importunae ineffetti la moglie del dottore sembrò lievemente risentita da quell’intrusionenelle sue abitudini.

«Ce l’ho ancoraquell’abitudine. Passo l’invernoa Rapalloa casa di mia madre. Ma vuole che mio marito non mi abbia raccontatouna cosa del genere? Che sarebbe andato a curare un banditoe che c’era unuomo sequestrato nell’appartamento sopra il nostro? Mi sembra un’enormitàdavvero».

«Ma perché mio padre disse che suo marito era statocoinvolto anche lui?»

«Questo dovrebbe chiederlo a suo padre».

«Ma lui ha sempre ripetuto la stessa storia. Vedeio sonovenuto qui proprio per capire se c’era del vero in quello che mio padre haraccontato».

«Mio marito è un dottoreperché suo padre avrebbe dovutoparlare di queste cose proprio con lui? Perché non con la poliziao lamagistratura?»

«In casa i miei famigliari pensavano che mio padre avesse unesaurimento nervoso. Andò da suo marito perché eravamo preoccupatiperchéera il suo dottore. A mia madre suo marito disse di non preoccuparsieprescrisse a mio padre degli ansiolitici. Però mio padre ha sempre detto cheanche suo marito aveva sentito dei rumori strani qua soprae che li avevainterpretati nello stesso modo».

«Guardiio non so proprio niente di questa storia.Immaginare Osvaldo che cura un banditominacciatoe senza poi dirmi mai nullami sembra veramente impossibile».

Osservai la moglie del dottore e mi accorsi che sembravascossa dall’eventualità che il marito non le avesse parlato di qualcosa dicosì importante. Abbassò gli occhi e con una mano aggiustò una piega deltappeto. Forse era il caso di insistere.

«Allora mio padre si è inventato tutto? Possibile che sisia inventato tutto da solo? Che non ci sia niente che abbia rafforzato le ideeche si era fatto e che lo stavano ossessionando?»

La donna esitò un attimo a rispondere. Non so segiustificatama ebbi l’impressione che il marito le avesse mentito per anni.Sono quelle impressioni che ti vengono cosìspontaneamentevedendo una certapiega degli occhiun gesto della mano.

«Io non conosco suo padrese non di vistama conosco benemio marito. Mi avrebbe parlato sicuramente».

«E se avesse assecondato mio padrepensando di aiutarlo?»

«Non mi sembra il modo migliore di aiutare una personapreoccupata».

«Ha ragione. In effetti anch’io ho sempre pensato chefosse molto stranoe così inverosimile».

Rimanemmo in silenzio per un po’ e poi la salutairingraziandola. Mi sembrava piuttosto nervosama poteva anche essere l’imbarazzoprovocato dalla visita di un estraneoo dall’essere stata costretta aripensare alla malattia del marito.

Ormai mi ero fatto l’idea che qualcosa doveva essereaccaduto in quell’appartamento. A dodici anni ero scettico. Nelle storie dellamalavita che vedevo in televisionecome Roma spara o Torino violentai malviventi avevano sempre medici di fiduciae questo background poteva avermiinfluenzato. Magari nella realtà c’erano delle eccezioni. Magari Mazza era unmedico della malavita. Chiamai l’ascensoree quando arrivò ero così assortoche ci misi un po’ prima di aprire la porta. Scesi al piano terra e mi trovaial centro dell’atrio. La portineriaalla destrasul lato della scala Aerachiusa. La portiera passa qui solo mezza giornatae poi va in un altro stabile.

Rimasi un attimo fermo a riflettere. Le smancerie di miamadre. Le moine del ritorno del figlio spendaccione. Avrebbero preparato ilcaprettose solo li avessi avvisati. Qualcosa avrebbero preparato lo stessoper cenaed era quasi l’ora di cena.

La discesa verso i due unici garage della casauno dei qualidi proprietà del dottor Mazza. L’ingresso secondario del ristorante cinesecon i suoi odori aleggianti di spezie e di olio fritto. I cassonetti dell’immondizianell’angoloe una bicicletta da bambino legata con una catena ad una grata.Il cortile dove da piccoli era proibito giocare. Il terrazzo con il pergolatodei Coenaffacciato sul nostro cortileda cui Aldo Coen sputava giù perscherzo alla gente che andava a buttare l’immondizia. La buccia scavata di unmezzo limone davanti all’ingressoe quello che restava di un rotolo di cartaigienica al centro del cortile. I Mandulino non avevano perso l’abitudine dibuttare dalla cucina i limoni usatichissà perché solo i limonimai un’aranciadespicchiatala crosta del formaggioi semi dell’anguriae dal cesso irotoli di carta igienica finiti. Qualcuno stava riscaldando del minestrone.

Mi fermai un attimo a seguire pensieri non più contenibili.Che era stato di mein quegli anni e per quegli anni. Ho lei. Mi dissi. Equesto è già moltissimo. Vorrei dire: è tuttoma è meglio non farloadessolo so. Ho un buon lavoroe abbastanza soldi per non dover pensare troppo spessoai soldi. Non ho molta istruzionelo ammettoma ricordo ancora le lezioni delprofessor Licata sul farmacista di Madame Bovarye come ha detto qualcunoinfondo la cultura di un uomo può anche essere basata sulla lettura delleetichette dell’acqua minerale. Insommala cultura non è tuttoe mi sforzodi credere in questa asserzione quanto più mi è possibile.

Avevo cercato per mio padre una qualsiasi attenuantee non l’avevotrovata. Desideravo ardentemente di poterlo giustificare. Volevo credere contutto me stesso che la colpa non era completamente sua. In qualche modo sentivoancora di aver bisogno della mia famiglia. Forse non ero molto diverso dai mieifratellie stavo cominciando a rendermene conto.

Non avevo trovato attenuanti. Ma forse non le avevo cercateabbastanza. Il dottore non era in condizioni di parlarmio così sembrava.Questa la chiamavo sfortuna. Volevo nascondermi dietro un ditoe quel dito sinegava. Avrei potuto sfogliare i giornali dell’epoca del sequestro.

Avrei potuto chiedere ad altri vicini. Qualcuno si sarebbericordato quell’episodioma ero stanco di fare il detective. Capii che questaera l’ultima mascheral’ultimo infingimento. Ero uscito dal baco del calodel maloadesso potevo tornarci di mia iniziativa. Sapevo quello che ci avreitrovato.

Guardai l’ora. I miei stavano sicuramente preparando lacena. Quanto costava il mio orologio? Due mesi della pensione di mio padre?Sollevai la manica e tolsi l’orologio. Notai che un ciuffetto di peli erarimasto infilato nella cassa. Cercai di toglierli ma era impossibile. Con leunghie non ce la facevo. L’avrei fatto dopoa casacon una delle suepinzette per le ciglia.

Inspirai profondamente e mi diressi verso la scala A.