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Olocausto

di Giovanni Verga

Il sermone del Paradiso chiudeva il corso degli esercizi spirituali perle monachedopo la sottile analisi delle colpe reconditela foscadescrizione del gastigoe gli anatemi contro il peccato. La voce delpredicatore adesso levavasi alta ed esultante nel sole di Pasqua chescintillava sulle dorature della vòlta. Giù in chiesa una dozzina didonnicciuole pregavano inginocchiate dinanzi all'altare della Verginesplendente di ceri. Dietro la grata del coro biancheggiavano confusamentei soggoli e i visi delle suore impalliditi nella clausura e nellapenitenza; luccicavano degli occhi perduti nell'estasi di visioniluminose. La voce del missionariograve e caldascendeva ai toni bassicome una confidenza e una carezzasaliva trionfante come un innomodulava i pensieri e le aspirazioni di tutte quelle vergini tentate esbigottite dal mondoandava a ricercare le più intime fibre di queicuori chiusi nelle sacre bende e li faceva palpitare avidamenteavevatutti gli slancile trepidazionicome dei sospiri d'amore e d'estasi chemorivano ai piedi della crocee facevano intravvedere quasi un balenìod'ali iridescentidei brividi di carni rosse di cherubini che passavanofra nuvole trasparentiin un'aureolain ampie distese color di cielo ecolor d'oro. L'uomo era tutto in quella vocein quell'innoin quellaletizia: il viso scorgevasi appenacome trasfiguratonell'ombra delpulpito: degli occhi luminosiardenti di fedepieni di visioni celestiil viso pallido ed asceticoimmaterialeil segno austero della tonsurasui capelli giovanilie la mano bianca ed immacolata che accennavaessasola in lucefuori della nicchia scurae pareva stendersi verso lepeccatriciper sollevarle al cielo in un amplesso di perdono e d'affettodopo essersi levata minacciosa a fulminaredopo esser scesa a frugare neicuoridopo aver sentito palpitare la tentazionee i fremiti e leribellioni della carne. Ora quella mano facevasi lievemorbida ecarezzevoleal pari della voce che addolcivasi in un mormorio affettuosoe in una promessa soavenella quale passava l'alito di caritàdi pietàimmensae si umiliavae imploravae facevasi complice delle povereanime turbate e derelitteper incoraggiarlesostenerle e attirarle aDio.

Egli parlava rivolto al coroquasi attratto anch'esso dalla simpatiaardente che vi destavacome indovinasse i cuori che rispondevano al suo egli si aprivano sitibondi. Ivi pure delle teste tonsurate si chinavanodelle labbra tremavano commossedei veli candidi palpitavano sui seniincontaminatisfiorati soltanto dai fremiti che sorgono nelle tenebrenelle notti irrequiete e paurose.

Il sagrestano s'alzò d'appiè del pulpito e andò ad accendere lealtre candele dell'altare - una gloria di fiammelle tremolantidellegocce di splendore nella mattinata limpidanella gaiezza primaverilenelprofumo dei fiorie dell'incensonel suono grave dell'organo chelevavasi dalle profondità misteriose del coro - un canto alatoun innodi grazie e di gloria che irrompevae libravasi al cielo trionfante. Frale monache raccolte nel coro una voce bella e fresca intuonò il Tantumergouna voce di donna che sembrava cantare la giovinezzal'amoreil sognol'azzurroi fiori e la vita in quell'inno religiosouna voceche aveva le lagrimele estasii sorrisila gioventùla bellezzaeli deponeva trepidante ai piedi dell'altare. Il frate orava in ginocchioa capo chino. Sembrava che a quel canto si riverberassero delle sfumaturerosee sulla nuca bianca d'adolescenza casta e prolungata. Egli stessosembrava quasi immateriale fra le pieghe molli della tonaca nera checadeva sui gradini dell'altaresimile a una veste muliebre. Poi sorseun'irradiazione abbaglianteuna gloria di raggi che ecclissònell'aureola dell'ostensorio gemmatol'uomo segnato dalla stola d'orocome in una crocesulla cotta spumante di trine al pari di un abito dasposa. Tutte le teste si prostrarono umiliate. Le campane squillarono altein un coro festanteinsieme alle note gravi e sonore dell'organo chevibravano sotto la vòlta dorata della chiesairrompevano dalle finestredipintepel cielo azzurronella primavera giocondasotto il soleradiosomentre il canto moriva in un'estasi sovrumana.

Suor Crocifissa era rimasta accanto all'organocolle mani ancoraerranti sulla tastierale labbra palpitanti dell'inno d'amore misticosmarrita nella visione interiore di quegli splendori che alla sua animaesaltata dalla musicadalla reclusionedal digiunodal cilicio e dallapreghiera in comune recavano uno sgomento e una dolcezza nuova della vitaun turbamento degli echi e degli incitamenti che venivano a morire sottole mura del convento colla canzone errantecoi rumori del vicinatocollacarezza della luna che entrava dall'alta inferriata a posarsi sullettuccio verginalee tentava il mistero pudibondo della cella solitariae vi destava le curiosità timidele fantasie vagabondee gli scrupolivaghi che annidavansi nell'ombra. Ella sentiva ora una bramosia caldaundesiderio quasi carnale di mondarsi l'anima e lo spirito di quelleallucinazioni peccaminosedi difendersi dal mondodi agguerrirsi controla tentazionecoll'aiuto di quell'uomo il quale discerneva la via dellacolpa coi suoi occhi luminosi e insinuavasi nei cuori colla voce soaveescacciava il peccato colla mano fine e biancae parlava dell'amore eternocon accento d'innamorato. - Accostarsi a luiessere con luiconfondersiin lui. - Avere in quell'uomo purificato dal sacramento il consigliereilconfortol'amicoil confidenteil perdonola verità e la luce.

Una suora la toccò dolcemente sull'omero. Ella si scosse e la seguìvacillantecogli occhi ardenti di fedepremendo colle mani ceree incroce sul seno il cuore che sbigottiva di passionechinando il capoumiliato dall'umana miseria nella benda che chiudeva le trecce recise eincorniciava il viso di un'altra bianchezza freddasbattutastiratad'angosciaillividita da vigilie tormentosecome la sua povera animasbigottitae chiese alla superiora il permesso di confessarsi alpredicatore. L'abbadessa acconsentìalzando la mano a benedireleggendoforse le stesse inquietudini dolorose che avevano provato la suagiovinezza trascorsa in quelle sopracciglia lunghe e neree in quellelabbra dolorosesoltanto vive nel viso mortificato ed austero.

Lìattraverso la grata del confessionario che aguzzava il mistero erincorava la coscienza trepidaaprirgli il cuoretuttocoi suoipalpiticolle sue angoscecoi suoi pudori. Parlare d'amore con luiparlargli di colpa e di perdizionedirgli quello che non avrebbe osatomormorare sottovoceda sola ai piedi del crocifisso muto. Udire il suonodelle proprie parolecolla fronte ardente su quella grata di ferro dietroalla quale lui ascolatava. Intravvedere il riflesso dei propri pensieridelle proprie allucinazionidei propri terrori su quella testa china.Vedere arrossire e impallidire del pari quella fronte pura. Aver lìsotto il proprio anelito concitatoquel sacerdotequella coscienzaquell'intellettoquella caritàquel turbamentoquella simpatiaquell'uomotrasfigurato dall'abito sacrolegato dal vingoloindissolubilesegnato fra gli eletti dalla tonsura religiosaagitato alpar di leisbigottito come leipalpitante come leimentre la sua vocevelata giungeva a lei come attraverso la lapide di una tombaperconsigliareper sorreggereper consolaresommessaconfidentenelmisteronel segreto delizioso della chiesa deserta. E vederlo trasaliresotto l'angoscia della passione di leivederlo arrossire al riverberodella sua vergognavedere il soffio infocato della sua parola cheimplorava aiutoscendere sino in fondo a quell'uomoe destare in lui ledebolezze istesse perché ne sentisse la miseria e la pietàerifiorirgli nei brividi e nei pallori improvvisi della carne. Sentirsiricercare nel più profondo del cuore e delle viscere da quella voce dolcee insinuantenel più vivonel segretodove s'annidiavano erabbrividivano pensierie desiderie palpiti ch'essa stessa non avrebbeneppur sospettato - la confusione dolceil rossore trepidol'abbandonodel pudore violentato- e darsi tutta a lui come in uno smarrimento deisensi. Scorgere in luinel consiglierenel ministronel fortelasimpatia di quelle debolezzela pietà di quei dolori; sentire nella suavoce commossa l'eco e il fascino trepido delle medesime inquietudini - conuna tenerezza trepida per luimaggiormente esposto al pericolovotatoalla lotta col peccatosolo nel mondonella tentazionesenza altradifesa che quell'abito che trasfigurava l'uomoe il segno irrevocabiledella tonsura come un marchio di castità sui capelli castagni - con undesiderio materno di stringersi al petto quel viso impallidito e sbattutodalle medesime angoscequel capo tonsurato in cui bollivano le stessefebbrionde proteggerlo e difenderlo.

Egli ascoltavaraccoltocolla fronte velata dalla mano scarnagliocchi vaghi e senza sguardo. Passavano dei bagliori di tanto in tanto inquegli occhi pensierosidei fantasmi che dileguavano dinanzi allavolontà severadei fremiti destati da quell'alito caldo e profumato didonnadalla parola commossal'ombra di tutte le debolezzedi tutte lemiseriedi tutti gli allettamentile effusionile dolcezzeglistruggimentile febbrile estasi. Con lei rifaceva l'aspro cammino cheavevano fatto verso la croce quei piedi delicati. Rivedeva la fanciullezzaorfanal'adolescenza precocemente mortificatala gioventù scolorita etristal'agonia dello spirito e le ribellioni della carne. Fuoriilcielo azzurrol'ampia distesa dei pratiil solela lucel'arialontaniperduti in un mondo al quale non apparteneva più- e la granrinunzia di tutto ciòper sempre! - E pensava qual eco dovesse avere fraquelle mura claustrali la voce di un uomo o il pianto di un bambinoilbrivido che doveva portarvi il profumo di un fiore o un raggio diprimavera. - Le fronti pallide che trasalivanogli occhi spenti cheguardavano lontanole labbra che mormoravano inconsciamente accentidesolati. E sentiva una grande pietàuna gran tenerezza per quellepovere anime che tendevano al cielo strette ancora fra i legami dellaterraper quei gemiti d'agonia che si tradivano nella parola esitante esupplichevoleper quelle mani tremanti che si stendevano verso di luiche cercavano di aggrapparsi alla vitaal perdonoalla fedeallacostanzae che doveva lasciarsi cadere ai piediinsensibile einesorabileche doveva abbandonare dietro di sé continuando sulla terrail suo pellegrinaggio d'apostolatoe scuotendo i lembi della sua tonacaperché non si contaminasse a quella seduzione- anch'esso solitariolegato soltanto dalla disciplina dell'ordine alla fredda famigliareligiosasenza genitorisenza casasenza patriapassando sulla terracogli occhi rivolti al cielofallendo se inciampavase le spine delcammino gli insanguinavano le carnio le voci del mondo penetravano nellesue orecchiese la vita batteva nelle sue arterie o tumultuava nel suocuorese la tentazione di quell'incognitail ricordo di quellasconosciuta che si era data a lui in ispiritoin un momento di misticoabbandonoveniva a turbare la sua fantasia o a fargli tremare lapreghiera sulle labbra.

Un campanello squillò. Il prete cinse la stola fulgida che losollevava dalla terrae si accinse a comunicarla. Ella genuflessa dinanziallo sportellino aperto della grata annichilivasi nella contemplazionedegli splendori celesti che apriva la sfera d'oro. Un languore soaveunacalma infinitauna dolcezza ineffabile per tutto l'essere: la battagliavintail cuore librantesi nella fedeil confortola forzal'ardore diquell'ostia consacrata che scendeva nel suo petto e si confondeva col suosangue - l'ostia che le posava lui stesso sulle labbra trepidecolle manitrepidemormorando soavemente le parole sacramentalichinando gli occhidolcicome velati da una visione interiore nelle occhiaie profonde emisteriosesul viso sbattuto ed emaciato anch'esso. - Egli la vide quelmomento soloin quell'abbandonoin quella bramosia arcanainquell'estasicolle pupille smarriteil viso trasfiguratoinun'irradiazione candida di velisporgendo le labbra avide e innamorate.

Essa chinò il caponell'atto di ringraziamentoin un torpore e inuno sfinimento delizioso di tutta se stessa. La chiesa tornò vuota esilenziosa come una tomba.

Il missionario era andato via per semprecontinuando il suo viaggio dicaritàlasciando a lei la benedizione di quella pace e di quella fede.Essa lo accompagnava col pensiero per strade e per paesi sconosciuti;vedeva ancora quegli occhi dolciquel viso emaciatoquella tonacafluttuante dietro la sua persona esilein altre chiese risonanti dellasua paroladinanzi ad altre monache palpitanti; lo seguiva nei rumori chegiungevano dalla vianelle notti stellatenel cielo che stendevasi al dilà delle inferriate claustrali. Era un grande sconfortoun isolamentopiù tristocome un abbandono. Poiquando la sua coscienza inquietacominciò a ridestarsipregò una delle sorelle anziane che avevasofferto e dubitato come lei d'intercedere presso l'antico confessoreilquale si rifiutava a confessarla geloso che essa gli avesse preferito unavolta il predicatore di passaggio. Era un vecchio incanutito nelconfessionariocon dei grandi occhi chiari e penetrantiabituati aguardare nelle tenebre dei cuorie il pallore delle lunghe confidenze edelle attese pazienti sulle guance incavate.

- No. Io non servo di ripiego... M'ha messo da banda una volta; sicerchi un altro confessore...

- Ma essa aveva sempre la speranza...

- Speranza si chiama vossignoria. Essa chiamasi suor Crocifissa -.