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FrancescoGuicciardini

 

III

 

 

SCRITTIMINORI

 

 

 

I

 

[Elogio di Lorenzo de' Medici.]

 

Lorenzode' Medici morí lo anno 1492 a' dí... di aprile essendo di etá di anni 43 velcirca. Cosimo avolo suouomo di singulare prudenzia e di grandissimaricchezzaebbe tanta autoritá nel governo della republica fiorentinaquantapossi avere uno cittadino in una cittá libera. Morto luirimase Piero suofigliolo e padre di Lorenzo nella medesima grandezzael quale fu uomo claro perbontá di natura e per essere clementissimo. Morto Pieroe' cittadini tutticoncordi perpetuorono a Lorenzo suo figliolo la medesima autoritá e grado cheavevano avuto el padre e lo avolononostante che non fussi di etá di piú chedi 21 annoma di grandissima indole; dove lui si governò sempre con tantaprudenzia e virtú che quella cittá ragionevolmente non si è mai ricordatasanza lacrime della sua immatura morteperché a' tempi sua la fiorí di tuttequelle prosperitá che può avere una cittádi ricchezzedi imperiodiuomini virtuosidi lettere e di tutte le arte buonedi reputazionee sopratutto di una grandissima unione e concordia civilela quale mentre che luivisse fu perpetuaeccetto che nello anno 1478nel quale e' Pazzifamigliapotente nella cittá e nobilee messer Francesco Salviati arcivescovo di Pisafatta una coniurazione con occulto favore di papa Sisto e del re Ferrandoamazzarono Giuliano suo fratelloe lui ferito con grandissimo periculo salvòla vita.

Sendo dipoi puniti li autorine seguitò una guerra gravissimaperché Sisto ed el reFerrandodeliberando tentare apertamente e colle arme quello che non era potutoriuscire loro con fraude ed arti occultemandorono uno potente esercito sottoel duca di Calavria e duca di Urbino contro a' fiorentini. Durò questa guerrapiú di dua anni e con fortuna variasendo e' fiorentini aiutati dallo stato diMilano e da' vinitiani loro confederatied all'ultimo aiutandoli e' confederatifreddamentecominciorono le cose loro a declinare; e perché el papa e reusavano dire che non facevano la guerra per inimicizia che avessino con larepublicama per odio particulare di Lorenzoparse a Lorenzo che fussi oficiodi buono cittadino provedere che la patria per causa di lui solo non corressitanto periculoe per questo andò personalmente a Napoli a trovare el reFerrandocon disposizione o di persuadere a quello re che li fussi piú aproposito lo essere suo amico che inimicoo non potendo persuaderli questoliberare col suo sangue proprio la patria da guerra tanto pericolosa. Aiutò Diola sua buona intenzionein maniera che innanzi partissi da Napoli concluse lapacee contrasse con quel re una amicizia grandissima che durò mentre chevisse.

Questa fuquanta infelicitá ebbe Lorenzola quale nondimeno si terminò benee vi siconobbe drento la sua prudenziasendosi con uno partito tale liberato da gravipericulie lo amore che e' portava alla patriaave[ndo]perché quella stessiin pacemessa la vita propria in mano degli inimici. Fuora di questo tempo fututta la vita sua piena di successi buoni e di gloriaperché nella cittáaccrebbe sempre con concordia ed unione universale la autoritá sua. Né solovivente lui si conservò lo imperio publico ma ancora si augumentòperché siacquistorno per forzadi mano de' genovesiPetrasanta e Serezzanaterre digrande importanzia al dominio fiorentino; acquistossi Fivizzano ed una grandeparte di Lunigianaparte comperataparte lasciata da alcuni de' signori diquella provinciache morirono sanza eredi.

Nellecose commune di Italia procurò sempre a conservare la pace ed a provedere chealcuno de' potentati non diventassi sí grande che fussi pericoloso alla libertáde altri. Per questoquando e' viniziani feciono la impresa di pigliareFerraraparendoli che e' diventassino molto potenticonfortò la cittá apigliare la difesa di quello ducaalla quale benché ancora concorressino el reFerrando e lo stato di Milano e di poi all'ultimo papa Sistonondimeno li piúpronti e vivi aiuti furono e' nostri. Seguí la creazione di papa Innocenzioelquale nel principio prese la protezione di alcuni baroni che si erano ribellatidal re Ferrandoin modo che lo stato di quello re si ridusse in gravissimopericulo. Parve a Lorenzo che attesa la ambizione de' ponteficitanta grandezzadella Chiesa sarebbe dannosa alli altrie però confortò la cittá a defenderequello statoed eccitò al medesimo el signore Lodovico governatore del ducatodi Milanoquale procedeva freddamentein modo che quel re si conservò congrandissima gloria di Lorenzo; e poi che la potenzia de' viniziani era maggioreche alcuna altra di Italiaed era giá conosciuto lo appetito loro immodico deldominarelui per resisterli sempre si ingegnò che el re di Napoliduca diMilano e la republica fiorentina vivessino in unione e lega particularedi cheseguí la securtá e conservazione commune di tutta Italia.

Perqueste cose lui salí in tanta reputazione di prudenzia ed in tanta autoritáche nelle cose di Italia non si deliberava cosa alcuna grave sanza sua voluntá.Papa Innocenzio si lasciava in tutto governare a lui. Nelle controversie chenascevano tra el re Ferrando e signore Lodovicolui era mediatore ecompositoree la fede che ciascuno di loro aveva nella prudenzia suae lapaura che per consiglio suo la cittá nostra non declinassi a una delle parteoperava chebenché tra loro fussi mala voluntánon si procedeva a maggiorediscordiein modo che lui era come uno temperamento della male disposizione diItalia. Queste opere e processi sua dimostrono apertamente quale fussi laprudenzia sua nelle cose delli stati.

Ma non fuminore lo ingegno e virtú sua in tutte le altre cose laudabili. Fu di naturaclementissimo: nel tempo che lui stette a Napolisendo opinione di molti che elre lo avessi a riteneretentorono in Firenze alcuni cittadini nobili dimandarlo in esilio; a' quali tutti lui tornato perdonò; né solo perdonòmaebbe alcuni di loro tra li amici intimie fu operatore che fussino esaltatialle prime degnitá della cittá. Così visse sempre con dimostrazione direligionecon elemosine assai e con favorire supremamente le chiese ed operepie.

Ma quelloche li recò grandissima gloria fu uno amore ed ardore immenso che gli ebbe allelettere ed a tutte le virtú ed arte buoneper le quali non perdonando a spesané a fatica o incommoditá alcunasi ingegnò con premi e con speranze grandecondurre a Firenze tutti li omini eccellenti in qualunque spezie di dottrina edarte. Fiorironvi a' tempi sua li studi di umanitáe vi furono molti uominidottissimi; massime Cristoforo Landinodel quale sendo publico precettoreuscirono molti dotti come si dice del cavallo troianoBartolommeo Scalaesaltato da lui e quale fece eleggere con onorato stipendio per primo secretariodella republicae sopra tutti Angelo Polizianoquale sendo poverissimo fu da'teneri anni educato in casa sua e sumministratoli danarilibri ed ogni commoditáalle lettere; e di poi crescendo la etá lo provide di entrate abundante. Quantofu mirabile nella dottrina platonica Marsilio Ficino! Ioanni Pico conte dellaMirandulamiraculo della etá nostraallettato da tanta virtú di Lorenzovenne a vivere a Firenze. Stettonvi molti anni a interpretare le lettere grecheprima Demetriodi poi Constantino Lascariuomini a iudicio di tuttisingolarissimi; in modo che sotto questi precettorie veduto in quanto prezioLorenzo teneva li omini dottitutta la nobilitá ed ogni spezie di giovani sidette alli studi. Fece in Pisa instituire uno Studio publico di tutte lescienziedove con grandissimi salari invitò tutti li uomini dotti di Italiain forma che non rimase quasi uomo eccellente che non vi leggessie fu sanzadubio el primo collegio di Italia.

Usavaogni diligenzia che tutti e' religiosi eccellenti nelle lettere sacre venissinoa Firenzetra' quali amò singularmente messer Mariano da Ghinazzanouno de'primi predicatori di Italiaa contemplazione di chiedificò allato alle murauno bellissimo monasterio; fece una bellissima libreria empiendola di quantilibri rari e preziosi potette avere; né li parendo che in Italia fussino moltilibri grecimandò in Grecia Constantino Lascari con commessione comperassitutti e' libri notabili poteva avere sanza guardare a spesa alcuna. Dilettossioltre a questo assai della sculturadella pitturadella architetturadandoguadagno ed emolumento a tutti li omini eccellenti in queste arte; cosí dellamusicae fece in Firenze ordinare una capella di cantori che forse non la avevatale alcuno principe cristiano. Finalmente fu di ingegno universalissimo intutte le cose virtuoseed uno refugio e patrocinio di tutti li omini eccellentiin qualunque arte.

Incoeteris elvivere suo fu civile e piú tosto da privato che da uomo di statocome quelloche non voleva collo esemplo suo indurre li altri cittadini in uno vivere tropposuntuosoe cosí in tutta la conversazione sua viveva colli altri con quellaumanitáaffabilitá e sanza fasto alcunocome se fussi stato uno di loroenondimeno quando a Firenze veniva qualche uomo claro di nobilitá e di virtúli faceva con conviti e con doni onore supremocome quello che di liberalitá edi appetito di gloria e di eccellenzia era equale a ogni principe. Con questearte e virtú fu di tanta fama e riputazione non solo in Italia ma eziandioapresso le nazione esterneche fu cosa mirabile; e molti re cristiani tennonoin particulare amicizia grande con lui; né solo in Cristianitáma eziandioalli infedeli si sparse la gloria suain modo che el grande soldano diBabillonia mandò insino a Firenze uomini sua a visitarlo ed a donarli unagiraffa ed altri animali di quelle regioni.

Moríessendo Italia tutta in grandissima quiete e felicitála quale poco doppo lamorte sua cominciò a perturbarsi e venire in discordiadonde seguí la entratade' franzesi in Italia e la ruina universale; in modo che la morte sua fucalamitosa a tuttiperché è opinione de' savi che vivendo luiche era comeuno censore delli altri potentatinon seguiva tanta disunione; in forma che nonsanza causa parse che e' cieli mostrassino molti prodigi della morte suaperchépochi giorni innanzi apparsono in cielo molti fuochisentissi urli per la ariae la testudine di Santa Liberata fu fulminata; e' lioni che sono inclusi inFirenze combatterono tra loro medesimi. La cittáquale allora era in sommafelicitá di statodi ricchezze e di reputazionepianse la morte sua nonaltrimenti che di uno padre publicodolendosi ognuno che uno uomo tantoeccellente e che amava sí ardentemente la patriafussi morto sí giovane.Rimase in tanto lutto una sola consolazionee questa è della speranza che siaveva de' figliolimassime del secondogenito messer Giovanni cardinalenelqualebenché allora fussi di etá molto tenerasi vedeva tale indole edapparivano tali segni di probitá e di virtúche e' fussi insino a alloraopinione che e' non avessi a essere inferiore al padreed una espettazioneferma di tutti che avessi a essere ornamento di quella degnitá e della Chiesadi Dioe che se venissi mai tempo che el sommo pontificato si dessi per virtúnon per ambitione e corrutteleche vivendo lui insino alla etá convenienteavessi sanza alcuno dubio a essere eletto.

 


 

II

 

Sesia lecito condurre el populo alle buone legge

conla forza non potendo farsi altrimenti.

 

Questaquistione pare prima facie che abbi poca difficultá e poche ragione dadisputarlaperché nessuna cosa è piú contro alle legge e contro alla libertádella cittáche è la forza. Non sono tutte le leggi fatte ad altro effettoche per rimuovere la forza e volere che la voluntá di uno uomo particulare nonpossa piú che la ragione. Lo essere la cittá libera e deliberare liberamentepresuppone che la determini da sé medesima a posta sua e secondo li pare; lousare la forzapresuppone che la abbi a regolarsi in tutto ad arbitrio di altrie nel tempo e nel modo. Chi adunche vuole condurre el populo con la forza usauno modo contrario alla sustanzialitá della libertáe volendo conservare elbuono vivere e le legge comincia a guastarle. Non può essere ancora cosa alcunadi piú vituperio ed infamia a una cittá libera che lo intendersi che la siaforzata e violentataperché li toglie quello splendore e quella gloria che lidá lo essere lei in libertá. Male adunche si può giovarli colla forzapoiche si li toglie lo onore: ed è come uno medico che volessi sanare uno infermoe li dessi una medicina che lo offendessi. Aggiugnesiil che non debbe esseredi poca considerazione in chi governa le republicheche quando bene colla forzasi facessi qualche cosa che fussi di sommo beneficio alla cittáche siintrodurrebbe uno esemplo pessimo; e si darebbe occasione a chi volessi ne'tempi futuri fare alterazione nella cittádi procedere alle arme ed alla forzacon colore di volere fare benee giustificarsene collo esemplo passato; comecommunemente tutti li esempli cattivi sono nati ed hanno preso autoritá da'princípi buoni. Chi adunche mette mano alla forza perverte le legge e la libertáfa vergogna alla cittá suae dá occasione a chi verrá in altri tempi dipotere sotto lo scudo suo fare male alla patria.

Da altrocanto si può considerare(presupponendo che lo stato della republica sia inuno termine che non si riparando la conduca in una ruina certané si possi perle corruttele della cittá o divisione de' cittadini darli remedio se non colconstrignerli)che gli è pure meglio provedere con modo estraordinario allasalute publica che lasciarla ire in perdizione. Le legge medesime se lepotessino parlare consentirebbono in questo caso di essere violate una volta percavare di questa violenzia la sua perpetua conservazionele quali tuttesogliono in ogni proibizione eccettuare e' casi della necessitá. E certo non sipuò dire che guardi le legge quello che per non contravenire loro le lascirovinarené si può dire amatore della libertá chiperché la non siaviolatala lascia perdere. Denominansi tutti li atti delli uomini o buoni omali secondo el fine loroe però non si potrá dire se non buona e lecitaforza quella che si fa a fine di levare la forza. Nessuna legge della natura èpiú forte e legata con piú vinculi che la congiunzione della anima col corpoil che si dimostra per vedere quanto sia dura ed aspra la separazione; enondimeno molti uomini preclarissimi nelli antichi tempiper non stare inservitú e per non vedere perdere alla patria sua la libertála ropponosciogliendola violentemente e privandosi della vita da loro medesimi.

Diconoquesti sacri scrittori che el modo del procedere di Dio è secondo lo ordinedelle cose naturaliel quale quando non basta a condurre una cosa al finedestinatoalloralasciati e' modi ordinariviene alli estraordinarie leconduce a perfezione con miracoli e con termini sopranaturali. Cosí a propositovedendo uno buono cittadino la perdizione della sua patria e conoscendo qualesia el riparodebbe innanzi a ogni cosa pensare se e' lo possi introdurre collepersuasioni e co' modi civili ed usitati nelle republiche; e' quali quando nonservono ed è necessaria la forzadebbe piú tosto usarla che lasciare perdereel tuttoe fare un poco di violenzia breve alle legge ed alla libertá perconservarle lungamente. E che questa opinione sia veralo mostra oltre allaragionelo esemplo di Licurgoel quale non con altro modo dette principio aquelle legge memorabile che colla forza e colle arme; omo certo santissimo edammirabilee cheessendosi mosso sanza alcuno respetto di séma solo per elbeneficio publiconon arebbe tentata questa via se non la avessi conosciutalecita o permessa.

Concludoadunche che questa sentenzia sia piú verae che e' sieno da imitare e' buonimedici chequando non possono sanare la piaga con unguenti e medicine dolcivengono al ferro ed al fuoco; ma bene concludo ancora che chi si trova in unacittá libera debbe quanto e' può procurare che nessuno pigli tanta autoritáche e' possa usare a arbitrio suo e le legge e la forza; né debbe assicurarsiper averlo conosciuto ne' tempi passati buono ed amatore della patriaperchéli omini sono fallacissimied anche el potere fa molte volte volere; e la verasicurtá che uno non abbi a fare maledebbe essere fondata che e' non possanon che e' non voglia.

 


 

III

 

Selo amazzarsi da sé medesimo per non perdere la libertá o per non vedere lapatria in servitú procede da grandezza di animo o da viltáe se è laudabileo no.

 

Con tuttoche questa disputa sia oggi sanza difficultáattesa la determinazione dellalegge cristiana che proibisce alcuno farsi forza da sé medesimoné daretermino alla sua vita fuora del tempo e del modo destinato da Dio; nondimenovolendo esaminarla colle ragione naturale e posposta la reverenza della fedecristiananon si può negare che la non abbi molto dubioed è statalungamente ventilata con vive ed acute ragione nelle scuole delli antichifilosofi ed uomini dottie tra li altri molto lucidamente da Cicerone e Cesare;approvata ancora colla autoritá di sommi uominide' quali altri amazzandosialtri reservandosi a migliori tempihanno fatto questa quistione piú dubia epiú oscura. La quale arebbe sanza controversia bisogno di essere discussa da piúsottile ingegno e da uno che fussi assuefatto nelle scuole della filosofiadella quale io non lessi mai libro; ma faccendosi questo discorso da me peresercizio proprio e non per utilitá di altribasterá che io ne parligrossamente e solo con quelle ragioni che naturalmente mi occorrono.

E' non sipuò negare che ciascuno che si amazza da sé medesimo in qualunque de' casipropostinon lo facci per fuggire qualcosala quale lui riputa male e la teme.Verbigrazia chi si amazza per non vedere o la patria o la persona sua servalofa perché li stima che la servitú sia male e teme delli incommodi di quellaecon tanta poca misura che el timore lo strigne a volersi più tosto privaredella vita e rimanere sanza sensoche sentire e gustare quel male che sipresuppone esservi drento. La radice e la origine adunche di questo amazzarsi èfondata principalmente in sul temere e' malie' quali lui amazzandosi vuolefuggire; e però è necessario dire che e' proceda da viltá e da mancamento dianimoperché non si ardisce a potere sofferire e' mali che e' crede esserenella servitú. Né si può dire che e' non sia el timorema lo amore dellalibertá che lo induca a fareperché questo amore della libertá ha dinecessitá fondamento in sullo odio della servitú; conciosiaché lo amore el'odio sieno correlativiné possino essere l'uno sanza l'altrocum sitche presupposto alcuno avere amore a una cosane séguiti che li abbi in odioel contrarioe cosí e converso; e però chi è mosso da amore dellalibertáè in uno medesimo tempo e modo mosso da odio della servitúamandoquella per giudicarla cosa buonaquesta avendo in odio per giudicarla cosamala; e dove è lo odio è la paura di quello che l'uomo odiaeconsequentemente bisogna confessare che e' vi sia la paura della servitú e dee' mali che si presuppongono essere in quella. Di questo séguitanecessariamente che chi si amazza per fuggire la servitú sua o della patriaèoriginalmente mosso da paura e da timoree non si può dire che la siagrandezza di animo ma viltá.

Questomedesimo si conferma vivamenteperché non è dubio secondo la sentenziacommune di tuttiche nessuno male è da equiparare alla mortela qualedissolve la anima dal corpoche è el maggiore e piú forte vinculo che abbinoli uominie però dissono e' filosofi che la morte è lo ultimo di tutte lecose terribilie certamente la povertála vergogna e la servitú è minoremale che la morteperché alli uomini è naturale lo essere e lo appetito diesseree da chi ne parla colla ragioneè preeletto el male essere al nonessere; e però disse qualche scrittore santo che e' dannati nello infernodovenon è speranza alcuna in perpetuo di redenzionenon muterebbono la condizioneloro al non esseretanto naturalmente è appetito dalli omini lo essere. E peròséguita che chi elegge la morte per schifare la servitú elegge uno maggioremale per fuggire uno minoreil che procede da stimare e reputare la servitùmaggiore male che la non èed averne piú paura che non si debbe e che non èragionevole. Non si può adunche dire che e' proceda da generositá di animoperché el primo articulo dello uomo animoso è di non si fare una cosa piúterribile che la siae chi incorre in questo defetto manca di animoed ènecessario dire che abondi la timiditá. Questa ragione conchiude non solo chesia sanza animo e paurosoma che e' pecchi ancora nel giudiciostimando unomale maggiore che e' non èed eleggendo di volere più tosto uno male grandeche uno minore; e puossi comparare a uno che vuole più tosto due ferite cheunail che chi facessi sarebbe sanza dubio reputato stulto da tutti li omini.

Confermasiquesta opinione medesima con una altra ragioneperché chivenendo in servitùo lui o la patriasperassi che la libertá si potessi qualche volta recuperaree che questo male avesse a essere temporalesanza dubio più tosto eleggerebbela servitùaspettando che la avessi in processo di tempo a finireche lamorte la quale sa essere male perpetuo. Lo amazzarsi adunche per simile ragioneè spezie di desperazionela quale viene da mancamento di animo e da troppatimiditámassime quando si perde la speranza che e' si variino quelle cose chenon sogliono mai stare lungamente ferme: veggiamo le cose umane e massime dellistati andarsi tuttodí alternandoe dove è oggi la vittoria e lo imperioessere domani la perdita e la servitùed e converso; e quelloche è piùvenire spesso queste revoluzione e queste tempeste in tempi che nonpare se ne vegga alcuno segnoe contro alla opinione di tutti li omini; e peròchi ne perde la speranza piú che sia ragionevolebisogna che nasca da esseretroppo timido e pauroso.

Ultimamentenon si può negare che lo amazzarsioltre al tôrre alla persona propria ognioccasione di tornare allo stato desideratoè ancora dannoso ad altri; emassime quando l'uomo lo fa per non vedere la servitù della sua patriaallaquale potrebbe molto piú giovare vivendo ed aspettando qualche occasione dipoterla ridurre alla libertá ed al suo stato anticoche togliendosi la vita; eperò non so come si possa dire amatore della patria quello che col fare male asé medesimo si toglie ogni facoltá di poterla mai in tempo alcuno aiutare; nécome possa lodarsi questo amazzareprocedendo da poco animo per temere troppoe' mali della servitúda poco giudicio per non pesare quanto grande male siala mortee faccendo nocumento a sé con danno di altri; ed in effetto paremolto più da commendare quello che animosamente sopportando ogni difficultádella servitùsi va preservando di potere a qualche tempo godere la libertá.

Da altrocanto si legge che nelli antichi tempi molti uomini tenuti grandi e generosi sisono spontaneamente amazzatinon solo per fare qualche beneficio grande allapatriacome feciono e' Deciidel quale caso non occorre parlare perché èdiverso dal tema propostoma ancora ne' nostri propri terminisanza utilitáalcuna del publicosolo per fuggire la servitú e non volere vivere in patrianon libera. Di questi fu capo apresso a' romaniMarco Catoneuomo di singularevirtú e constanziael qualeavendo sempre con grande animo stimato poco elgiudicio della moltitudinele repulse ed altre infamie civilie prese perutilitá della cittá molte inimicizieper non vivere nella patria serva perbeneficio di altrisi amazzò in Utica. Seguitollo Marco Bruto suo nipoteuomoeruditissimo nelli studi di filosofiae di tanta prudenzia e gravitá che erachiamato ornamento della gioventú romana. Costuicon tutto che doppo Cesareavessi el primo grado della cittánon potendo per generositá di animosoportare che la patria sua servissisi fece capo della coniura contro a lui; edi poi essendo el popolo romano per la collegazione di Marco Antonio ed Ottavioricaduto in servitúvenne a giornata contro a' tiranni ne' campi Filippiciedessendo rotto (con tutto che non li mancassi facoltá di potersi fuggire e forsequalche speranza di rifare nuovi esercitio almeno salvarsi in molte parte diOriente che non erano sotto lo imperio romanoné li mancassi speranza dipotersi forse con qualche tollerabile condizione reconciliarsi colli inimicimassime per qualche amicizia avea con Antonio)nondimeno volle piú tosto tôrsila vitache vivendo in servitú e vedendo servire la patriaseguire speranzeincerte.

Costoroessendo uomini prudentissiminon è da credere non conoscessino quale fussimaggiore maleo la servitú o la morte; né è da credere che avendo fatto intutta la vita sempre dimostrazione di animo grandissimopigliassino partito diamazzarsi per timiditáe tanto piú che la morte è di sua natura tantoterribile e tanto contraria al desiderio naturale di tutti li uominie' quali auna voce appetiscono el vivereche e' non pare credere che chi non ha pauradella morte possi avere paura di altra cosa. Non è adunche in modo alcuno dadire che uomini tanto eccelsi e generosi si dessino la morte per paura de' maliche si vedevano preparati in vitané perché mancassi loro el cuore asoportarli; ma che piú tosto si movessino da una certa grandezza e generositádi animola qualeessendo loro assueti a vivere liberi e con onoreli movessisí veementemente che si sdegnassino volere vivere in servitú e mancare diquella gloria e libertá nella quale erano nati e nutriti. La vita in sé è daessere desideratae da fuggire quanto si può la privazione di quella;nondimeno non essendo perpetua ed avendo di necessitá ciascuno a morireè daessere preposta la vita breve con onorealla lunga con ignominia; e chi è usoa vivere gloriosamente e dependendo da sé solodebbe con ogni modo e viafuggire la perdita della gloria suae di avere contro a ragione a umiliarsi edinclinarsi a altri. Né debbe nascere questo appetito per paura di non poteresoportare e' mali che sono in quello che lui fuggema per non volere macularela gloria e generositá con che gli è vivuto.

Nonmancava a CatoneBruto e molti altri similiingegno e facultá di saperevivere in servitúnon arte o industria di sapersi umiliare ai tiranni; nétemevanovenendo in potestá lorotanto di cruciati o tormenti che per questovolessino prevenirené erano tanto inesperti delle cose umanemassime avendoveduto nella etá loro tante e sí spesse mutazione nella republica suache e'non conoscessino potere essere che questi mali non fussino perpetuie chevivendo vedrebbono forse uno giorno tornare la patria in libertá. Maconsiderando che e' non era in potestá di alcuno conservarsi sempre la vitamalo onore e la gloria síe parendo loro che e' fussi suo grandissimo vituperioubidireservire e stare sudditiper iniquitá della fortunaa chi secondo lelegge della natura e civileloro erano parivollono conservarsi la gloria coltôrsi la vita; non perché mancassi loro lo animo di potere sostenere la servitúma perché stimorono piú el mantenersi per sempre la gloria e lo onoreche lavita per poco tempo.

Potrebbesiin questoforse disputare se e' mancò loro giudicio a stimare suo vituperio oignominia lo ubidire sanza loro colpa alla necessitá della fortuna; mapresupposto che a loro sarebbe stato vituperoso el vivere cosínon si può alparere mio mettere in dubio se e' mancassi loro lo animo; anzi attribuire a unasomma generositá lo stimare piú la gloria e reputazione sua che la vitasendoquella perpetuaquesta temporale; quella procedendo da virtú propriaquestada regola della natura. E quanto la morte è maggiore male e piú terribiletanto piú è da laudare ed ammirare la constanzia e grandezza loroche perconservare la gloria sua non la temessino; né è da essere in considerazione elpotere sperare che qualche volta si recupererrebbe la libertáperché questonon toglieva che vivendo una volta in servitú e stando sotto al tirannolagloria loro non fussi maculatala quale non tornava colla recuperazione dellalibertásendo giá scoperta la bassezza dello animo loro di potere soportaredi avere ubidito e vivuto sotto el tiranno.

Questeragione mi occorrono per la una parte e per l'altraed a giudicio mio non si puònegareposposta eziandio la autoritá di tanti uominiche la non fussigrandissima generositá di animo; se bene si potessi forse disputare se talegenerositá era bene moderata o no.