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Luigi Capuana

SCURPIDDU

 

 

 

 

A Michele La Spina

 

Scrivendo questo raccontoche non è poi destinato soltantoai ragazziavevo sotto gli occhi la fotografia del Faunetto da te abbandonatonon finito e polverosoin un angolo del tuo studio in via Margutta; e spesso misembrava che la mirabile figurinaintenta ad accordare le cannucce della suasiringarivivesse nel mio Scurpiddu su per lecolline dell'Arcura o sotto gli ulivi del Piano del Galluzzo.

Forsein tempi remotissimiqualcuno di questi gai e giovaniegipani fu visto errare colà dalla immaginazione dei siculi abitatori dicaverne: e il suo rustico strumentonei meriggi tanto propizi alle apparizionidelle deitàfu udito risonare per quella stessa vallata dove ora Scurpiddufaceva risonare lo zùfolo di canna in mezzo al branco dei tacchini pascolantitra l'erba.

Così mi è parso che un sereno riflesso della semplicitàanticada te genialmente riprodotta nella figurina del Faunettosi diffondesseanche sul mio lavorodi mano in mano che le pagine di Scurpiddu mi siammucchiavano davanti. E per ciò crederei di non aver sciupato il mio tempointorno a una creatura affatto ignara delle tormentatrici complicazionipsicologiche di cui tutti siamo vittime oggidìse i lettori sentissero inquesto racconto un'ecosia pure affievolitadella mite poesia di Teocrito nonspenta ancora nelle nostre campagne siciliane.

Se poi la dedica del mio libro potesse indurticaro LaSpinaa finire il Faunetto a cui ora voglio bene più di primaio ne sareilietissimo come di una buona azionee con me quanti hanno il culto delle bellee rare opere d'arte.

 

LUIGI CAPUANA

 

I

 

 

Massaio Turi aveva incontrato il ragazzo una sera nel puntodove finiscesul ciglione della Arcurala scorciatoia che dal mulino diCatalfàro conduce a Bardella. Il ragazzo stava accoccolato sur un sassocon lemani strette dietro la testa. I gomiti aguzzi gli scappavano fuori dagli sdrucidelle maniche della camicia. Non aveva scarpe ai piedi. La giacchettinascolorita e stracciata era buttata là accanto.

Massaio Turi gli si era fermato davantidomandandogli:

- Dove vai? Che fai qui?

Il ragazzo lo guardò sbigottitograttandosi il capo.

- Come ti chiami? Di chi sei figlio?

- Mi chiamo Mommo. Sono figlio di compare Pino.

- Che fai qui?

- Niente.

- E dove vai?

- Non lo so. Vengo da Palagonía.

- Che facevi colà?

- Niente: domandavo l'elemosina.

- Bel mestiere t'insegnava tuo padre!

- È morto mio padre.

- E tua madre?

- Chi lo sa dov'è! Io guardavo i tacchini del notaio.

- Quale notaio?

- Del notaio; lo chiamano così. Mi ha mandato via.

- E perchè ti ha mandato via?

- Dice che ho perduta una tacchina.

- Dice? L'hai perduta davvero.

- È sparita. L'ho cercata tanto!

- E poi ti sei messo a domandar l'elemosina!

- Che potevo fare? Avevo fame.

- E ora come sei qui? Dove vai?

- Non lo so. A Palagonía gli altri ragazzi mi picchiavano.

- Suprendi la giacchetta e vieni con me.

Il ragazzo obbedì. Lungo la stradamassaio Turi continuò ainterrogarlo.

- Quanti anni hai?

- Nove anni.

- Vuoi allogarti per guardare i miei tacchini? Sono moltipiù di cinquanta.

- E se poi ne perdo uno?

- Starai attento. Ti do da mangiare e i vestiti. Come sichiamava tuo padre?

- Compare Pino. È cascato da un albero di ulivol'altr'annoprima di Nataleed è morto. Io non c'ero.

- Ah!... Compare Pino Scagghiu. Povero diavolo! Lo conoscevo.E non hai più nessuno?

- Ho la mammama non so dov'è. È andata via quando eravivo il babboche l'ha fatta cercare anche dai carabinieri. Chi lo sa dov'è?È andata via l'anno della mal'annata.

- Non importa. Ti farò io da padree mia moglie da mammase tu sei buono. Hai mangiato oggi?

- Mi ha dato una fetta di pane un capraio questa mattinalassù.

E indicava la collina.

- E se non t'incontravo iocome facevi?

- Restavo là dov'ero seduto: avevo paura.

- Quanti erano i tacchini del notaio?

- Quindici.

- E le scarpe dove l'hai lasciate?

Il ragazzo sorrisequasi si sentisse canzonato.

- Dove? - insiste massaio Turi.

- Dal calzolaio. Chi dovea comprarmele le scarpe?

E sorrise di nuovocontento della risposta.

- Bravo!

Massaio Turi accompagnò l'approvazione con un leggeroscappellotto che voleva essere una carezza.

Quel ragazzo brunomagrocon quegli occhi neriintelligenti e pieni di tristezzacon quei capelli neriarruffatiche glicamminava a lato serio e fiduciosofacendo piccole sgambate per tenersi a parodei larghi passi delle lunghe gambe del compagnoe che di tratto in trattoalzava la testa e lo guardava con occhi meravigliati e riconoscentilo avevasubito commosso.

In quella commozione entrava un po' il ricordo di unfigliuolo perduto due anni addietroa nove annibruno e magro come quelragazzo. Una febbre maligna gliel'avea portato via in cinque giornie gli avevalasciato una gran piaga nel cuore.

In quel momento che scendevanozittipel viottologlisembrava che il figlio morto gli avesse mandato dal Paradiso quell'anima delPurgatoriocome egli chiamava il ragazzo nel pensier suoe glieloraccomandasse.

Per ciò pensava pure:

- La massaia sarà contenta anche lei. Le dirò: Ce lo mandaquell'angioletto!

E a voce alta soggiunse:

- Quella laggiù è la masseria.

Si vedevano tra gli alberi i tetti grigiastri del casamento equalche finestra. Una strada larga e tortuosafiancheggiata da muricciuoliserpeggiava tra i campi verdeggianti. Si udiva il campanaccio dei buoi e dellevacche che tornavano dal beveratoioe gli abbai dei cani. Il cielo era copertodi nuvole rossicce. Una gran pace si diffondeva attorno di mano in mano che piùcalava la sera.

Massaio Turi e Mommo camminavano silenziosiaffrettando ilpasso dopo che dalla scorciatoia stretta tra due ciglioni erano sbucati nellalarga strada che conduceva al beveratoio e di làsvoltando a destraallamasseria.

Avevano raggiunto i buoi e le vacche coi vitelli che andavanolentamenteseguiti dal bovaro con la sacca a tracolla e il bastone su laspalla.

- Gesù e Mariazi' Girolamo!

- Gesù e Maria!

- Come va la Stellata?

- Megliograzie a Dio.

- Nuova-legge?

- Non zoppica più.

- E le Nonne che fannozi' Girolamo?

- Ma che Nonne! Lasciatemi stare!

- Eppure la gente giura che voi siete della combriccolaeche la notte andate attorno con loro.

- Io dormo la nottemassaio mio.

- Lo so come dormite.

Massaio Turi amava scherzare col vecchio bovaro a propositodelle Nonneesseri fantastici a cui la superstizione popolareattribuisce la facoltà di entrare nelle case pel buco della serraturaconducendo con loro quelli della combriccolacome egli diceva. Lo zi'Girolamo parlava poco: dormiva in modo stranoseduto sul fondo di un corbellorovesciatodi estate all'aria apertain mezzo alle sue bestie legate a uncavicchio con una fune attaccata alle corna: d'invernosotto la tettoia dellastallaavvolto nel giubboncello di albagio e rannicchiato in un angolo. Cosìaccreditava la voce diffusa tra i contadini ch'egli andasse attorno con le Nonne;se nodicevanoavrebbe dormito come tutti gli altri cristianiinun lettoin un giaciglio e non seduto sul fondo di un corbello.

Mommo stava a sentiresbarrando gli occhiguardando con unsenso di paura il vecchio che di tratto in tratto lo guardava anche lui. Mommocredeva alle Nonnene aveva udito parlare dalla sua mamma e da altriragazzi. La sua mamma una volta aveva raccontato alle vicine che le Nonnele avevano levato un bambino dalla culla e glielo avevano deposto sul letto. Epoi quel bambino era morto.

- Cielo rossovento! - sentenziò lo zi' Girolamo dopo unalunga pausaosservando le nuvole.

Intanto giungevano vicino alla masseria. Due grossi canierano mossi loro incontroabbaiando e saltellando festosamente attorno alpadrone. Visto il ragazzoringhiavano minacciosi. Massaio Turi li acchetò conla voce e col gestoe prese per mano il ragazzo che indietreggiava dalla paura.

- Impareranno a conoscerti- gli disse.

E rivolto allo zi' Girolamo soggiunse:

- Ho trovato quest'anima del Purgatorio lassù. Sarà il nuzzaru.

- Se vuoi mangiar panequi si sta benefigliuolo mio- fece lo zi' Girolamo.

- È figlio di compare Pino Scagghiuche morì cadendo da unalbero di ulivol'anno scorso.

- Requie materna! - borbottò lo zi' Girolamo.

I buoi e le vacche coi vitelli si erano fermati su lospianatoognuno al suo posto davanti il proprio cavicchio; e lo zi' Girolamoprendendo una delle funicominciò a legarla alle corna dell'animale che le erapiù vicino.

- Ora vi mando la minestra- disse massaio Turi.

- Santa nottemassaio.

Davanti alla porta della casala massaia aspettava il suouomo con la candela a olio già accesa. Dal camino della cucina salivano nugolidi fumo che si assottigliavano e si disperdevano per l'aria sul fondo incupitodel cielo.

 

II

 

La mattina dopola massaia aveva condotto Mommo nel pollaioa lato del frantoio delle uliveper fargli la consegna dei tacchini.

All'apparire di lei con la sporta di giunco piena dibecchimele galline le si affollarono attorno chiocciando e starnazzando. Eranouscite nel vasto cortile insieme coi tacchini: ma questi restavano in dispartequasi non si degnassero di mescolarsi con quei miseri polli che non potevanofare la ruota come loroe forse anche perchè sapevano che quel becchime nonera per loro.

- Socchiudi il cancello e conta. Sai contare?

- Sì- rispose Mommo.

- Tieni: questa canna ti servirà per guidarli. Li condurrailassùdov'è quel prato: sanno la viavedrai. Domani verrà con te il massaioa insegnarti altri posti. Questa è la colazione: ti farò una bella sacca poi;per oggi metti il pane in una tasca e il companatico nell'altra se avraiseteguardasotto quel ficotra le macchie di rovilàa drittac'è lafontana. E i tacchinibada! tienli sempre raccoltiper non perderli di vista.Conta dunque.

Spinti avanti dalla massaiai tacchini cominciarono asfilare a uno a unoa traverso il cancello socchiusocon gran stupore di Mommo.Erano sessantaquattro.

- Il Signore ti benedica! Io do il becchime alle galline.

I tacchini si avviarono. Mommo sollecitava con la cannaquelli che si fermavano a leccare tra l'erba ai lati della strada. Arrivati sulpratosi sbrancarono a pascolare; e Mommoche avrebbe voluto mangiaretranquillamente la sua colazionedoveva rincorrere i maschi che siallontanavano troppo; non voleva perderli di occhio. Le femmine pipiavanodimesse. Poi quando i maschiben pasciuticominciarono ad aprire le ali e afar la ruota. allungando il bernoccolo rosso pendente sul beccoegli trassefuori dalle tasche il pane e il formaggio e cominciò a mangiare in piediappoggiato alla cannadando occhiate intorno.

Vedeva arrampicati su pei fianchi della vallata di rimpettoi buoi e le vacche e lo zi' Girolamo seduto su un massoimmobilequasidormiente.

- Chi sa se è vero- pensava Mommo- cheegli va con le Nonne?

Laggiùnella terrazza della casala massaia sciorinava ipanni lavatiaiutata dalla vecchia serva. Il massaiodavanti a la stallafaceva rimettere i ferri alle mule dal maniscalco venuto apposta la mattina.

Le gallinesparse sul mucchio del concimerazzolavano alsole.

Di lassù le persone sembravano piccine piccine.

Mommo pensava alle scarpe che il massaio gli avrebbe compratola domenica prossimae alle camicie e al vestito promessogli dalla massaia.

Era contento di avere un bugigattolo presso il pollaiocolpagliericcio e la coperta di lana. Quel bugigattolo gli pareva già cosa sua.Egli teneva in tasca la chiave dell'uscio. Colà poteva riporre quel che volevasenza che nessuno venisse a toccargli niente.

Era contento anche del coltellino col manico di ferroregalatogli dalla massaia per affettare il pane. Tagliava bene quel coltellino.Con esso si sarebbe fatto uno zùfolo di cannacome quello che aveva quandoguardava i tacchini del notaio. Lo aveva venduto per un soldo a un ragazzo diPalagonía. Ora ne avrebbe costruito uno migliore.

Per non stare disoccupatomentre i tacchinisazi dipascolareriposavano accoccolati tra le erbes'era messo a inseguire farfallea chiappare grilli: e quando ne aveva pieno il pugnoli buttava ai tacchini chesi azzuffavano per beccarseli.

I tacchini rimessisi a pascolareandavano verso la fontanalentamentedisposti in larghe file di otto o dieci ognunafrugando tra l'erbeingoiando insetti. Così potè ricontarli bene erano sessantaquattrotreventine e quattrocom'egli diceva.

La fontana sotto il fico che quasi la nascondeva coi suoirami e circondata da roviera piccolalimpidissimauna specie di concariparata da una grotticella scavata nel tufocon le pareti coperte dicapelvenere. Per bere bisognava chinarsi e tuffarvi le labbra. Un merlo scappòvia squittendo dalle macchie di roviappena Mommo vi battè su con la canna.

- C'è un nido- egli pensò.

E volle accertarsene.

Si graffiò le mani per rimuovere i tralci spinosimascoprì il nido con le uova.

- Prenderò poi la covata- disse sorridendo.

E accortosi che i tacchini erano sbucati su la strada lirincorse e li rimenò indietro nel prato.

I quattordici tacchini del notaio egli li aveva battezzatitutti con nomi diversi. Unoil più grassolo aveva chiamato Notaio; unaltroCioncoperchè gli mancavano due branche a una zampa eciampicava; il terzoFra Giuseppedal colore delle penne somigliante aquello della tonaca del frate cappuccino che veniva in campagnaper la cercadel grano e delle ulive. A una delle tacchine aveva messo nome Signa Rosa(sora Rosa)come si chiamava la serva del notaioe perchè era grigia comelei. Poic'erano la Rossala Monacellala z'a Miseriamagra e malaticciae Senza-codaridotta tale dai figli del notaio chesi erano divertiti a strappargliela.

Quanti mai nomi ci volevano qui! Tre ventine e quattro!Intanto uno dei tacchini poteva benissimo chiamarlo pure Notaio; eragrosso e pettoruto proprio come il notaio. A quell'altro avrebbe rimesso il nomedi Fra Giuseppe. Rosse c'erano più di sei tra le tacchine. Come fare?Quella più grassaperòl'avrebbe nominata Massaia. Al restopenserebbe poi.

Esul tardinell'avviare il branco verso la masseriagiàadoprava quei nomi.

- SciòNotaio! Va dirittoFra Giuseppe!LestaMassaia!

Con la canna dietro il collo e le braccia accavalcate adessavisto che i tacchini andavano difilatoMommo si era messo a zufolare.

La massaiache lo aveva scorto dalla terrazzalo aspettavadavanti al cancello del cortile per ricontare i tacchini. Di tratto in trattoafferrava una tacchinala tastava per accertarsi che la mattina dopo avrebbefatto l'uovoe le impediva di entrare con gli altri.

- Queste le faremo salire sui corbelli con la paglia appesial muro. Domani prenderai le uova.

E le tacchinegià avvezzeappena ella spalancò l'usciosocchiusosi avviarono verso l'uscio del pollaioe con una volatina saltaronosui corbelli e si accovacciarono. Allora la massaia fece entrare gli altritacchiniche andarono ad appollaiarsi sulle travi di agave conficcate agliangoliuno accanto all'altro.

- Paiono tanti canonici al coro! - disse Mommo ridendo.

- Domattinaspazzerai il cortile. Quella è la granata. Laspazzatura la butterai sul mucchio del concimelà.

- Sissignora.

Mommo intanto guardava un fascio di canne addossate a unangolo.

- Posso prenderne una? - domandò.

- Prendila.

Scelse la più grossala spezzò a metà. E buttò via laparte superiore.

- Mi faccio uno zùfolo.

- Prima va' dal massaio- rispose la padrona. - Quant'è chenon ti pettini?

Mommo alzò le spalle.

Massaio Turiseduto sullo scalino del portone del frantoioteneva sul braccio un grembiule di traliccio della serva e in mano una granforbice.

- Vieni quatu che sembri un gufo con quei capellacci!

Se lo mise tra le ginocchiagli avvolse attorno alle spallee al petto il largo grembiulee gli cacciò le forbici tra i capelli.

Mommoa ogni forbiciataaggrinzava gli occhiritirava ilcollo tra le spallescoteva la testa per evitare il solletico dei peli che glicascavano su la faccia.

- Cheto! - lo sgridava il massaio.

Mommo però non poteva star fermosentendo su la cute ilfreddo della lama delle forbici che gli rasavano i capelli fino alla radice.

- Cheto!

E il massaio con una mano gli teneva la testae con l'altramenava attorno le forbiciquasi tosasse una pecora.

- Così non hai bisogno di pettine! - esclamò all'ultimosoffiandogli su la faccia per mandar via i peli cadùtivi.

Mommo si passò le mani sul cucuzzolo mondoe si trasseindietro senza dir nullaguardando compassionevolmente i mucchietti di capellisparsi per terra.

Tutt'a un trattopreso da strana allegriafece duecapriolepoggiando le mani a terra e levando agilmente le gambe in aria.

Gli sembrava di essere diventato un altrotosato a quelmodo.

 

 

III

 

Era proprio un altrotosatolavatorimpannucciatocon lescarpecoi calzoncini di felpone azzurrocon la giacchetta di panno bluscuro e la bianca camicia che aveva indossato una domenicaprima che arrivasseDon Pietroil preteper dir la messa nella chiesuola della masseria.

Massaro Turi gli aveva dato la conchiglia marina col bocchinodi stagnoper avvisare i vicini che era l'ora della messa. E Mommodallaterrazzasi divertiva a sonaregonfiando le gotespesso facendo cecca perchènon era pratico.

I contadini accorrevano dai dintornile donne con lemantelline di panno nero piegate sul braccio; gli uominichi con un canestro difruttachi con qualche fazzolettata di cicoria da offrire alla massaia;qualcuno col fucilela carniera e i cani dietroche abbaiavano allegri.

Don Pietro era già arrivatopuntuale sul suo bell'asino chepareva un mulettocon l'ombrello rosso aperto per difendersi dal solegliocchiali verdi e i guanti di filo color caffè. E visto Mommoche era venutodietro al massaio accorso per aiutarlo a scendere da sellaaveva subitoesclamato:

- Faccia nuova! Come di chiami?

- Mommo.

- E che fai qui?

- Il Nuzzaru- egli rispose con aria orgogliosa.

- Questo ragazzo è mezzo turcocaro Don Pietro. Non saneppure il paternostro- soggiunsesorridendomassaio Turi.

- Poveretto! Non gliel'hanno insegnatoforse. O lo hadimenticato?

- Lo some l'ha insegnato la massaia; e anche l'avemmaria.

- Ora il Soldato gli insegnerà la lettura.

Il Soldato di cui parlava il massaio era uno deigarzoni della masseria tornato della milizia l'anno avanti. Avendo imparato aleggere e a scrivereaveva la smania di fare da maestro agli altri.

- Bravo! Bravo! Maprima di tuttoil timor di Dio- disseDon Pietro accarezzando la testa del ragazzo. - Poi imparerai anche a servirmila santa messa.

- Io faccio il nuzzarunon il sagrestano- risposeMommo serio serio.

Gli era parso che Don Pietro pensasse di condurlo via con sè;e all'idea di dover abbandonare i tacchini e la masseria si era scurito in viso.

I contadiniche ormai lo conoscevanoal vederlo vestito dafestacominciarono a canzonarlo e a dargli scappellotti.

- Buon proil vestito nuovo! Sembri uno zitu. Sposila z'a Tegònia?

La z'a Tegònia era la servavecchia e sdentatadella massaia.

- O badate ai fatti vostri! - egli rispondeva stizzitoscansandosi dagli scappellotti.

- Vieniinginocchiati accanto a me- gli disse la massaiaprendendolo per una mano e facendolo entrare nella chiesuola.

Gli volevano tutti bene. Attentoservizievoleallegroconcerte sue buffonate divertiva gli uomini la seradopo mangiata la minestra eprima che il massaio intonasse il rosario.

Il Soldato come lo chiamavano senz'altrogliaveva già appiccicato il soprannome di Scurpidduperchè era magro esfilato come uno steccolino.

Mommole prime volte aveva protestato:

- Mi chiamo Mommo io!

E non voleva rispondere a chi gli diceva Scurpiddu.Poi si era rassegnato.

- Tantonon ti dicono ladro. Non è forse vero che sei unosteccolo? Ingrassa e non te lo potranno dire più.

Il massaio lo aveva persuaso così.

E parecchi mesi dopoquando si udiva da lontano il suonodello zùfolo di luimentre guardava sull'altura i tacchini pascolantianchela massaia esclamava:

- Senti come suona bene Scurpiddu!

Ora egli conosceva tutti i fondi della masseria palmo perpalmoe menava i tacchini fin sul ciglione dell'Arcurad'onde si godeva lavista della Piana di Catania e dell'Etna da un latodelle colline di Catalfaroe della Nicchiara dall'altro; e si vedeva Mineo arrampicato sul montecon letorri del vecchio castello e i campanili delle chiese ritagliati sul cielo; edall'altra partelaggiùquasi rannicchiato sotto la roccia rossastraPalagoníadov'egli distingueva la casa del notaio; elontanocome unsassolino bianco buttato tra l'erba verdela casa di campagna dov'egli erastato a guardare i tacchini e dove avea patito tante volte la fame e il freddoperchè spesso si scordavano di lui e non gli mandavano il pane dal paese; edoveva dormire su la nuda pagliacon uno straccio di vecchia bisaccia percopertaallo scuro.

Quanto aveva pianto colàsolo soloquando il mezzadro delnotaio lo picchiava senza ragioneo per cosine da nulla!

E tra i singhiozzi chiamava: “Mamma mia! Mammucciadell'anima mia!”.

Ora non la chiamava più; avrebbe però voluto saperedov'era se mai era ancora viva! se n'era dunquescordata di lui? Chi sa dove le lucevano gli occhi! E vedeva quegli occhiazzurri e il viso pallido e scarno di leicom'erano l'anno della mal'annataquando era andata via con tanti altri che non trovavano più di che vivere. Ilpovero suo padretornato a casagli aveva domandato: “Dov'è tua mamma?” Elui non sapeva che rispondergli: “Ha presa la mantellina ed è andata via!”E si era messo a piangerementre il padre si disperava esclamando: “Scellerata!Scellerata!” quasi sbattendo la testa ai muri: “Doveva morire di fame connoiscellerata!”.

Si rammentava benissimo che appunto quell'anno il padrel'aveva allogato per guardare i tacchini del notaio a Palagonía.

E così pensandosu quell'altura dell'Arcuranel silenziomeridianomentre i tacchini stavano sdraiati su l'erba digerendo il pastosisentiva di nuovo solo soloquantunque ora avesse il massaio e la massaia chegli facevano da padre e da mamma.

E pensava anche che sarebbe cresciuto; che poi non avrebbepiù fatto il nuzzaruma il garzonecome il Soldato chegovernava le mule e la giumenta su la quale egli andava a cavallo a capo filacon le mule legate per le cavezzeuna dietro all'altrala più giovane incoda.

Giusto in quel momento lo vedeva scendere per la strada dei Saracenicon le mule cariche di legna. Cantava. Così avrebbe fatto lui.

E siccome il Soldato gli aveva detto:

- Quando non hai niente da fareripassati la lezione - eglicavò di tasca il sillabario e cominciò a compitare B-a-baad alta voceC-a-Calevandodi tratto in tratto gli occhi dal libercolo per seguire con losguardo il Soldato con le mule cheoltrepassato il beveratoiosvoltavaa destraverso la masseria.

Poi si distrassevedendo arrivare al beveratoio i buoi e levacche con lo zi' Girolamo che tirava sassi ai vitellini per richiamarli versole mamme.

- Chi sa se è vero che egli va colle Nonnela notte?

Tornava a domandarselo ogni volta che rivedeva il vecchiobovaro.

Un sera anziportandogli la minestraperchè il vecchioandava raramente alla masseriatrovatolo già addormentato sul corbelloe nonsentendolo rispondere alla chiamataebbe paura.

- Che sia già andato con le Nonne? - pensò - e perquesto non risponde?

E die uno strillo:

- Zi' Girolamo!

Il vecchio si riscosse. Allora Scurpiddu prese animoe gli domandò:

- È dunque vero che andate con le Nonne?

- Sìsì; e sta notte verrò a darti dei pizzicotti.

- Lo dirò alla massaia! - minacciò Scurpiddupiagnucolando.

- Sciocco! Parlo per chiasso.

Giusto la sera avantinel frantoio mentre gli uominimangiavano la minestraparte seduti attorno alla màcinaparte ai lati deltorchioil Soldato aveva spiegato come fanno coloro che vanno attornocon le Nonne. Il massaio diceva ch'era una corbelleria. Ma il Soldatoinsisteva. Lo zi' Girolamoormai lo sapevano tuttiera il capo della congrega.Diventavano sottili sottili come l'ariaentravano nelle case pei buchi dellaserraturapicchiavano la gentestorcevano le gambe ai bambini per vendicarsidelle mammeimpiastricciavano i capelli a un disgraziatoe quei capelli nonpotevano venire districati più: chi se li tagliavamoriva sul colpo.

- Corbellerie! - ripeteva il massaio.

Ma il povero Scurpiddu si sentiva venire la pelled'oca e stava ad ascoltare il Soldato con tanto di occhi sbalorditiabocca aperta.

- Una notte- continuava a raccontare il Soldato-io tornavo dal paese con le mule. C'era un lume di luna che pareva fosse giorno.Passando davanti al posto dove agghiacciano i buoividi là con quest'occhi - eposso farne giuramento - sul corbello dove dorme lo zi' Girolamoil suogiubbone di albagio col cappuccio ritto e il bastone tra le maniche incrociateda parere che lo zi' Girolamo stesse a dormireal suo sòlito: ma subito miaccorsi che le gambe non c'erano. E mi feci segno della santa croce e passaivia.

- Corbellerie! - ripetè il massaio. - Diciamo piuttosto ilsanto rosario.

E quella sera il povero Scurpiddu tremava dalla pauranel suo bugigattolosotto la coperta di lanapensando allo zi' Girolamo e aquel giubbone col bastone tra le maniche incrociatesegno che lo zi' Girolamoera andato via con le Nonnecome aveva giurato il Soldato.

Per ciòtornando alla masseria col piatto vuotoaffrettòa dire alla massaia:

- Lo zi' Girolamo vuol venire a darmi i pizzicotti con le Nonne!

E allungava le labbra e strizzava gli occhi lacrimosi.

- Stupido! E tu credi a queste chiacchiere? Dì un'avemmariaprima di addormentartie la Madonna ti farà dormire bene.

Infatti quella volta recitò non una ma cinque avemmaria el'ultima non si accorse di finirla: era profondamente addormentato.

 

IV

 

 

Più di tutti gli voleva bene la massaiaun po' perchè lerammentava il figlio perduto - si era sentita rimescolare quella seraquando ilmaritomostrandogli Mommole aveva detto: - Ecco una anima del Purgatorio cheil figliuolo ci manda di lassù! - un po' anche perchè Scurpiddu erasempre pronto a qualunque servizioinstancabile e allegro e buffone come unoscimmiotto.

Gli si comandava di fare una cosae invece di rispondere disìspiccava un salto mortaleuna capriola o imitava il gallochicchirichì!O abbaiava come un cagnoloo nitriva come un cavalloo tubava come unpiccioneo chiocciava come una gallina che fa l'uovoe scappava per eseguirel'ordine ricevuto.

Certe serenel frantoiomentre gli uomini si preparavanoper la cenaegli andava a nascondersi in un serbatoio di ulivee si metteva amiagolare. Da prima tutti credevano che miagolasse proprio un gatto; ma poiguardavano attornoe non scorgendo il ragazzoesclamavano.

- È Scurpiddu!

E il Soldato andava a snidarloa furia discapaccioniper chiasso.

Altre volte si udivano fuori gli abbai di due-tre cani.Qualcuno degli uomini si affacciava dal portone per vedere chi arrivava aquell'orae non vedendo cani e nessunorichiudeva il portone ridendo:

- È quel boia di Scurpiddu!

E Scurpiddu compariva poco dopolieto della burlafatta.

Un giornotornando a casa coi tacchiniaveva portato sottoun braccio tre lunghi steli di cipolle fioriti.

- Che ne vuoi fare? - gli aveva domandato la massaia.

- Niente. Mi servono.

E quella seramentre gli uomini mangiavano la minestraegliera sgusciato fuori zitto zitto.

Si udiva un muggito lungolamentosodalla partedell'agghiaccio dei buoi.

- Che sarà? - esclamò il massaio. - Va vedere.

Il Soldato uscì fuoris'inoltrò sulla strada chemenava all'agghiaccioe da lontano chiamò:

- Zi' Girolamo!

- Ohi! - quegli rispose.

- Che vuol dire questo muggito?

- Che ne so io? Viene di costì.

Infatti il muggito lungolamentosopartiva dai fichid'India dietro il frantoiodal lato opposto dell'agghiaccio.

Il Soldato si accostò con cautela ai fichi d'Indiaeal lume di luna scorse Scurpiddu che soffiava dentro uno stelo di cipollacome in una tromba e ne traeva quel suono che imitava così bene il muggito d'unboveda ingannare.

- Ahsei tu!

E se Scurpiddu non scappavaavrebbe ricevutoquattro bei scappellotti.

Il Soldato tornò maravigliatoalla masseria:

- È quel discolo di Scurpiddu!

La cosa parve così stranache il massaio volle vederglielaripetere làdavanti a tutti. E accadde che lo zi' Girolamointricato ancheluisi mosse dal suo corbello e cominciò a chiamare:

- Ohi! Ohi! Che è stato?

Il Soldatoriconosciuta la vocesi affacciò su lasoglia e gli gridò:

- Venite! C'è un bove smarrito.

E lo zi' Girolamo era tornato indietro scornatominacciando Scurpidducon la manodopo che si accorse della burla.

Le sere di pioggianel novembreattorno al fuoco acceso perasciugarsi i vestitigli uomini lo invitavano:

- Scurpiddufa' la rissa del cane col gatto.

Non se lo faceva dire due volte. E non imitavasoltanto i ringhigli abbaii miagolamenti e gli sbuffi dei due animalima leloro mossee così abilmente che pareva di vederli.

- BravoScurpiddu!

E battevano le mani.

- Soltanto la lettura stenti ad apprendere! - glirimproverava il Soldato.

Infatti faceva faticaquantunque ci mettesse molta buonavolontà. Ma forse la colpa era un po' del maestro che non ne sapeva moltoneppur luie non era destro nell'insegnare quel pochino che sapeva.

E poi Scurpidduera ragazzosi distraeva facilmente.Quando aveva sillabato un quarto d'ora da solocominciava a sbadigliare. Certesillabe non c'era verso gli entrassero nel cervelloo vi entravano a rovescio.E più egli stava attentoper non sbagliare quando arrivava a quel puntoepeggio sbagliava. Nella masseria c'era il Soldato che gli gridava subito:

- Bestia!

Ma lassùsu la collina dell'Arcura o sotto gli ulivi delPiano del Galluzzoegli rimaneva sempre incerto se avessesbagliato o no; chiudeva subito il sillabarioe si metteva a sonare con lozùfolo la ninna-nanna del Nataledolce e malinconica melodia.

E durava a suonare per ore ed oreinterrompendosi soltantoper dar la voce a qualche tacchino che si allontanava troppo dagli altri.

- Dove vaiNotaraccio!

E con una sassata lo faceva tornare addietro.

- SciòFra Giuseppe! Sciò!

E brandendo la cannalo rincorreva.

Aveva trovato altri nomi per le sue bestiole: MassaioSoldatozi' Girolamoza' TegoniaDon PietroCorrentinaScanza-fatica. Aun tacchino giovane avea appiccato fin il proprio nomignolo di Scurpiddued era il tacchino che gli dava più da faresempre avanti a tuttisempresbandato e sempre in rissa con gli altri. Da principioquando alla masseriaignoravano quel battesimosentendolo esclamare: - Scurpiddu infamaccio!- non capivano perchè si sgridasse da sè.

- L'hai con te stessoScurpiddu? - gli domandava il Soldato.

Si distraeva pure con fare la guerracome egli dicevaaitacchini.

Il prepotente era Scurpiddu che l'aveva con Notaioe Soldatochi sa perchè. Stirava le ali fino a terraapriva aventaglio la coda e pettorutocol bernoccolo e i bargiglioni gonfirossi eviolaceisi scagliava addosso all'avversario. Allora Scurpiddu liincitava con la voce e coi gestili aizzavagridando:

- Guerra! Guerra!

Spesso erano quattro a una volta che entravano in lizza. Scurpiddufaceva far largo agli altri e batteva le manisaltava di qua e di là:

- Guerra! Guerra!

E pareva che i combattenti lo capissero. Si accanivanoinferocivano. Notaio afferrava col becco il bernoccolo di Scurpiddue glielo tiravaglielo tiravaquasi volesse strapparglielo. Scurpiddutramortiva un po'ma riprendeva subito la lotta; e quando aveva afferrato ilbernoccolo di Notaio non voleva rilasciarlo piùfino a che l'avversario non sidava per vinto.

Mommo interveniva; picchiava con la canna addosso aicombattentidava pugni e calci per dividerli se no siammazzavano; e poi si metteva a suonare una marcia stranainventata da luiechesecondo la sua intenzionecelebrava la vittoria.

- Peccato- egli pensava- che lassù non ci era nessuno agodere quello spettacolo!

C'erano soltanto le tàccole che passavano a stormigracchiandoe i falchetti che squittivanolibrandosi su le ali prima dipiombare come un sasso su qualche animalettoscoperto dall'alto tra l'erba. Lavallata sembrava presa da torpore sotto la vampa del sole. Si udivalontanoilcampanaccio dei buoi dello zi' Girolamoma non si vedeva anima viva per lecolline attorno. Laggiù laggiùun branco di capre si arrampicava tra leroccebrucando. E Scurpiddu tornava a cavar fuori dalla tasca ilsillabario e ricominciava a compitare.

Spesso si fermavameravigliato che quei segni potesseroparlare. Come facevano per dire: Pa-nePon-teCan-na? Eppure dicevano così!

Ora ci prendeva gusto a quella specie di giuocosvoltavapaginasi arrestava davanti alle difficoltàsi ingegnava di vincerleeguardava all'ultimo le pagine con righe tutte unite che gli parevano unimbroglio inestricabile e che il Soldato però leggeva facilmente. Ungiorno o l'altro le avrebbe lette anche lui. E tentava. E se riuscivaa compitar bene qualche parolala segnava per domandare poi al Soldato:

- È vero che qui dice così?

- BravoScurpiddu!

Ora che il massaio gli aveva regalato una tàccola piccinaappena coperta di piumeScurpiddu aveva un altro motivo di distrazione.La portava con nella sacca a tracolla e la imbeccava el'addestrava a venirgli dietro come un cagnolino.

- Paola! Paola!

E la tàccola gli salterellava appressogracchiando. Lametteva sul dorso di Notaio o di Don Pietro ed essi dovevanoportarla attorno mentre pascolavano. Paola spesso saltava giùannoiatadi star ferma. Ma egli la prendeva per le ali e la rimetteva al posto.

- Qui devi stare in carrozza.

La tàccola aveva finito con avvezzarsie stavasignora incarrozzapassando da un tacchino all'altroora che aveva messo le ali.

Scurpiddu l'addestrava anche a volargli addosso ad ognirichiamo. Paola faceva due o tre giri in alto e poi andava a posarglisisu la spalla o sul braccio. Scurpiddu l'accarezzavale lisciava le pennelucide e nerele dava a imbeccare un grilloun bacoe tornava alla masseriacon Paola appollaiata su la testasonando allegramente con lo zùfolo laninna-nanna di Nataleinterrompendosi per chiamare: - Paola! Paola!- lieto che Paola gli rispondesse con un gracchio quasi per dirgli: Sonoqui. - E sùbito gli tirava col becco i capelli che gli scappavano fuori delberretto su la fronte.

La seraegli la metteva a dormire in un paniere appeso almuro del suo bugigattolo; le avea formato con un po' di fieno una specie dinido.

E mentre egli si ficcava sotto la coperta di lanale diceva:

- Paolabuona notte!

Paola rispondeva con un roco chioccolio e s'addormentava.

 

 

V

 

Certe volte però Scurpiddu era tristemùtolo;appena appena badava a Paola che lo seguiva con larghe volate lungo lastradamentre egli conduceva i tacchini alla pastura. La notte avea sognato suamadre e glien'era rimasto un vivo rimpianto nel cuore.

Si rammentava con dolcezza dei giorni in cui ella lopettinava al sole su lo scalino della porta di casatenendogli la testa fra leginocchiadopo avergli lavato la faccia. Ora se sua madre fossein paeseegli andrebbe a trovarla ogni quindicinacome il Soldato cheogni quindici giorni tornava dai suoi di casa; e poi nelle feste di Natale e diPasqua. Egli invece non andava in paese nemmeno per la festa della Patrona.

Quella sera restava quasi solo alla masseriae su l'aiaaspettava di assistere allo spettacolo dei razzi del fuoco d'artificiochesalivano per l'aria rapidi e luminosi e si spegnevano; si udivaora sìoranolo scoppio delle bombe.

La domenica dell'ottavàrio però vedeva lassùlassùlaluminaria della processionee distinguevadai molti lumila bara di santaAgrippina portata dai devoti per lo stradone fuori le muradi sera. I lumidella processione serpeggiavano nel buioe a poco a poco sparivano. Lo zi'Girolamo dall'agghiaccio gridava:

- Viva santa Agrippina!

Ma lui non diceva niente; rammentava soltanto che sua madreuna volta lo aveva condotto per mano dietro la processione; e rivedeva iconfratila banda impennacchiata che suonavai preti con le torcee la follache recitava il rosariotra il polverio sollevato lungo lo stradone dalcalpestìo di tanta gente.

Rivedeva anche i venditori ambulanti di noccioleabbrustolitedi torronedi fette di giuggiolena col mieleche portavanoattorno tra la folla il loro banco con su la tenda di tela e i lumie sifermavano di tratto in trattogridando a squarciagola:

- Torrone di mandorle! Torrone!

Gli venival'acquolina in bocca ricordando.

- La massaia mi regalerà un pezzo di torrone! - pensava.

Ma non sarebbe stato il torrone della sua mamma!

Al padreche sapeva già mortopensava di rado.

Se un uccellino fosse venuto a dirgli dov'era la sua mammaegli sarebbe andato a trovarlalasciando là tacchinitàccolamasseriaognicosa; e poi sarebbe tornato. L'avrebbe condotta via con sè.

- Che faceva tanto lontanosenza il figliuolo! Come potevavivere?

Raramente gli passava pel capo che potesse essere morta ancheleidi stentil'anno stesso della mal'annataquand'era morta tanta gente!Glielo avrebbero detto:

- Tua madre è morta.

E si sarebbe messo il cuore in pace.

Una mattinaper la strada dell'Arcurasi era incontrato conlo zi' Girolamo che conduceva i buoi e le vacche a pascolare su le alture. Nongl'incuteva più paura il bovaro con le sue Nonne. Era un brav'uomo;badava soltanto a quegli animalipovero vecchio!

I tacchini si erano mescolati coi buoiche procedevanolentamente strappando boccate di erba ai lati della strada; e Scurpiddudisse allo zi' Girolamo:

- Oggi saremo insieme lassù.

- Tu da una parteio da l'altra... EhiMontedoro -soggiunse lo zi' Girolamotoccando il bue su la schiena con la punta delbastone.

Il bue si mosse a saltellonie la carne gli ballava sotto ifianchi.

- E tua madre? - domandò improvvisamente il bovaro a Scurpiddu.

- Chi ne sa niente?

- Vedrai che tornerà: tornerà!

- Come lo sapete?

- Solo i morti non tornano più. Io prendo da questa parte.

E il bovaro non aggiunse altro.

Scurpiddu lo vide allontanarsi per la viottolaasinistrae stette un pezzetto a guardarlo stupito. E rimuginò lungamente leparole di lui:

- Vedrai che tornerà; tornerà! - Chi gliel'avea detto? Le Nonne?

Socchiudeva gli occhiimmobile: e non si curava di aizzare Massaioe Don Pietro che si azzuffavano.

La tàccola saltavacon brevi volatineda un tacchinoall'altrogracchiandoricercando col becco i pollini tra le penne a questo e aquellofamiliarizzata con essi. Poi si allontanavaaliavaandava a posarsi suun alberoscendeva a beccare tra l'erba insieme ai tacchinie tornava avolaregirando attorno al padronequasi per farsi scorgereun po'maravigliata che quel giorno egli non la invitasse a posarglisi su la spallacome al solito. All'ultimodopo un lungo giroandò a posarglisi su la testabeccandogli il berretto.

Scurpiddu allora la presee pòstala su l'indice di unamanocon l'altra la lisciavale dava buffettini sul becco per irritarla.

- Hai sentitoPaola? Lo zi' Girolamo dice che la miamamma tornerà.

Paola rispose con un gracchioe a lui parve confermasse:- Tornerà.

Il canto di un merlo tra i mandorli di Rossignolo glirammentò la nidiata di merli scoperta un anno addietro tra i rovi dellafontana. Erano scappati via prima ch'egli si fosse rammentato di andare aprenderli. Fece una spallucciata.

Non glien'importava. Ora aveva Paola. I merli nonavrebbe potuto addestrarli in libertà come la tàccola.

E tornava a ripensare il sogno della notte avanti.

Gli era parso di veder arrivare sua madreavviluppata nellamantellina di panno nero. Così era uscita di casa quando era andata via pallidae scarnacon gli occhi rossi dal pianto.

Ritornandoora non piangeva più; gli accennava con la testadi andarle incontro: e visto che egli non si era mosso: (perchè non si eramosso? Non se ne rammentava!) Aveva voltato le spalle ed erasparita. E a un tratto gli parve di continuare a sognarevedendo spuntare dallaviottolache saliva dall'altra parte della collina dell'Arcuraprima la testapoi il bustopoi tutta la persona di una donna con la mantellina addossochesi avvicinava guardandolo con curiosità. Pareva sfinita dal camminomalatacoi capelli grigi e gli occhi infossatisquallidi; ansava e si fermava a ognidue passi per riprendere fiato.

- Si scorcia di qua? Devo andare a Mineo.

Parlava a stentocon voce interrotta da colpi di tosse.

- Non lo so: domandatelo a quel cristiano.

Scurpiddu additava lo zi' Girolamo cheappoggiato albastone con tutte e due le maniritto in mezzo ai buoi che pascolavanoparevadormicchiasse in piedi.

Scurpiddu seguì con gli occhi la povera donna; e siccomecolei non sapeva in che modo scendere dal ciglione per andare fino a quelcristianoegli la richiamò.

- Scendete di qui: laggiù c'è il viottolo.

Lo zi' Girolamo dapprima aveva indicato con la mano la via daprenderepoi si era messo a interrogare la donna. Che dicevano? La poverettadoveva raccontare cose tristigiacchè lo zi' Girolamo crollava il capocompassionandolagiungeva le manialzava gli occhi al cielo per dire:

- Sia fatta la volontà di Dio - e tornava a crollare ilcapo.

Improvvisamente la donna si rivolse verso il ragazzo e sidiè a correre pel viottololasciandosi cascare la mantellina su le spallegridando:

- Mommo!...Mommo!

La voce della poveretta era così arrochita che neppure aquel grido Mommo la riconobbe. E quando si vide abbracciato e baciatoe lelagrime di lei gli bagnarono la facciaegli la guardò stupito e le domandò:

- Chi siete voi?

- Non mi riconosce! - esclamòdesolatala meschina. - Sonola tua mamma! Figliuolo mio! Mommo mio! Sono la tua mamma!

Scurpiddu era così sbalorditoche non sapeva dirleniente. Stentava a persuadersi che quel viso così macilentoche quei capelligrigiche quegli occhi così smorti fossero quelli di sua madre.

Soltanto quando vide lo zi' Girolamoche si era avvicinato eaveva anche lui gli occhi pieni di lagrimesi scosse per domandargli

- Chi ve l'aveva detto?

E buttò le braccia al collo della mamma.

Ma non rinveniva dallo stuporee sembrava avesse su lafaccia un'espressione di rancore pel lungo abbandono; per ciò la poverettacredè opportuno di giustificarsi:

- Ho pensato sempre a te! Ho fatto scrivere al sindaco: nonmi ha mai risposto. Stavo lontano lontanosotto le montagne delle Madonìe. Dilà non veniva nessuno in queste parti. Sono poi stata sei mesi all'ospedale.Credevo di morire senza vederti!...Ora la Bella Madre Santissima mi ha fatto lagrazia! Questo è miracolo di Gesù Cristo! Trovarti qui!...

- Mio padre è morto... - balbettò Scurpiddu.

- Lo solo so! Ed è stata la mia mala sorte. Ti racconteròpoi. Come sei cresciuto! Ti trovi bene qui? Come sei cresciuto! Neppur io tiriconoscevo...Altrettanto Paradiso ai tuoi benefattoriquant'è la carità cheti hanno fatto!

- Andate alla masseria- intervenne lo zi' Girolamo. - Avetebisogno di qualche ristoro.

- Nononiente! Quando dovrà tornare coi tacchini...Primail servizio; starò qui con lui.

- Sei contento ora Scurpiddu? Lo chiamiamo così-riprese lo zi' Girolamo.

E Scurpiddu non seppe rispondere altrimenti chemettendo in grembo alla mamma la tàccola che era venuta a posarglisi su laspalla. Sorridevaquasi non credesse ancora ai suoi occhi che intanto glistraluccicavano più del solito.

- Ora non ve n'andrete piùmamma!

- Nofigliuolo mio! Non me n'andrò più.

Lo disse però con voce così piena di tristezzache lo zi'Girolamocapito quel che la poveretta voleva direla consolò esclamando:

- Gesù Cristo vi darà la salute!

Quella seraall'arrivodavanti al pollaio dove la massaialo attendevasecondo il solitoper fare la rassegna dei tacchiniScurpidduparve impazzito dalla gioia.

- La mia mamma! La mia mamma! - gridava.

E faceva salti e capriole.

 

VI

 

 

- Dove volete andarepoveretta? A Mineo non avete casa. Oche siamo turchisenza carità? Darete una mano nelle faccendequando potrete.

La massaia le aveva detto cosìdopo aver udito le tristiavventure di quella donna.

- Ho voluto venire a morir qui! Almeno mio figlio michiuderà gli occhi! - ella ripeteva.

- Fatevi coraggio! - aveva soggiunto massaio Turi.

- È vero; chi deve patire non muore!

Massaio Turiper consolarlasi mise a fare l'elogio di Scurpiddu.

- Bravo ragazzo! Attentoubbidiente: allegro poi! Oraapprende anche a lèggere. Basta che una volta gli si dica: - Devi fare così! -Non se ne dimentica più. Gli vogliono tutti bene qui. Non gli hodovuto mai dare uno scappellottonè sgridarlo. È una meravigliaper la suaetà.

- Povero figliuoletto!

E raccontò pure come lo aveva trovato quella serastracciato e morto di fameproprio un'anima del purgatorio!

- Povero figliuoletto!

- Sentite come fa trillare lo zùfolo oggi? È lui che suonalassù.

Ella guardò inutilmente verso il punto indicato. Tutta lacosta era inondata di solecome la terrazza dove stavano a discorrere lei equei due benefattori: non li chiamava altrimenti.

Ma ellaavvolta nella mantellina di pannogià ricominciavaa sentirenonostante il soleil ribrezzo della febbre che l'assaliva.

- Andate a buttarvi sul letto. La massaia vi farà un decottodi erbeche è una santa cosa.

Così la povera donna era rimasta anche lei nella masseria;equando potevadava una mano nelle faccende. Spazzava le stanzemondava ilfrumento da portare al mulinoripuliva le erbe per la minestra della cenaaiutava la massaia a governare le gallinea raccogliere le uova dal pollaio:rammendava i panni e le camicie del figlio; per non mangiarsi il pane atradimentodicevaenon essere di troppo aggravio.

E pareva un fantasma che si aggirasse per la masseriaconnegli occhi la gran tristezza della sua prossima fine.

Pure la sera rideva insieme con tutti gli altri allorchè Scurpiddurifaceva la rissa del cane col gattoo il canto del galloo il verso dellagallina che fa l'uovo; e quando il Soldatodandogli un bastone in manogli faceva ripetere gli esercizi militari:

- Presentat'arm'! - Per fila destra! - Per fila sinistra! -Caricat'arm! - Fuoco!

- Bumh! Bumh! - aggiungeva Scurpiddu.

E poi i saluti della sentinella.

- Passa il caporale!

E il Soldato passava lui davanti a Scurpidduche non sbagliava mai il saluto.

- Passa il capitano!

E tornava indietropettorutoquasi fosse un capitanodavvero.

- Passa il generale!

E il Soldato fingeva di passare a cavalloun po'ciondolonicome il suo vecchio generalequand'egli era ancora nell'esercito aMilanoa Bolognaa Torino; era stato in tanti posti quel Soldato!

- Rompete le file!

E Scurpiddu buttava all'aria il bastonefacendo ilgrido del porcellino o saltellando o abbaiando: e i cani della masseria glirispondevano di fuori abbaiando tutti a una volta.

Quando però andava a chiudersi nel suo bugigattolo dove Paolalo attendeva sveglia nel paniere col fienoquasi volesse accertarsi di nondormir solaScurpiddu da qualche sera in qua stentava ad addormentarsi.Pensava allo zi' Girolamo che gli aveva detto: - Tua madre tornerà! - Ed eratornata!.

Chi gliel'aveva detto a lui? Le Nonne?

Fantasticava intorno al modo di accertarsi se eravero che il bovaro lasciasse sul corbello il suo giubboncino col cappuccio rittoe col bastone tra le maniche incrociatecome aveva raccontato di averlo vistouna volta il Soldatoal lume di lunaverso la mezzanotte

Pensava di uscir fuori zitto zitto e andare a verificare coisuoi occhi. Non lo avrebbe chiamato se no il povero zi' Girolamosarebbe mortoperchè coloro che vanno colle Nonne se sonosvegliati all'improvvisoaveva detto un'altra sera il Soldatocascanofreddi sul colpo.

Era lassùa mezza costa dell'Arcuradove la pastura peitacchini abbondavae si divertiva con Paolafacendosi inseguireabbassandosi in tempo quando Paola stava per posarglisi su la spallaeallontanandosi presto dopo che quella era andata via col volo. Pareva che anche Paolaprendesse gusto al giocoperchè due volte che Scurpiddu non era statolesto ad abbassarsiessa non si era fermataanzi era volata lontano verso imandorli di Rossignolo. E fu per questo che Scurpiddu si accorse di queidue che con la mano gli facevano cenno di avvicinarsimezzi nascosti fra itronchi dei mandorli.

Aveva avuto paura vedendo luccicare le canne dei fucili checoloro tenevano in mano col calcio a terra. E siccome Scurpidduintimoritonon si risolvevaquei due si mossero verso di lui. Allora egli videche essioltre il fucile avevano le pistole ai fianchi infilate a traverso lacintura di cuoio. E in mezzouna gibernacome quella dei carabinieri chegiusto il giorno avanti erano passati di là e gli avevano domandato:

- Hai visto nessuno?

- Nessuno.

- Coi fucili come noi?

- Nessuno.

Ed erano andati viaprendendo la strada del Montetra ifichi d'India. Più tardili aveva visti lassùin cima al Montecoi fuciliche luccicavano e le striscie di cuoio bianco sul petto. Guardavanocon la manosu gli occhi per la via del sole. Erano passatiun mese addietrodue voltemaallora non gli avevano domandato niente. Chi cercavano? Ladriforse.

E subito pensò che i ladri cercati dovevano essere quei due; perciò avevapaura.

- Va' a dirgli: Ci sono due amici che vogliono qualchepagnotta e un fiasco di quello bono. Pel restosi prenderanno un tacchino; e visalutano tanto. Così devi dirgli. Va'?

- E i tacchini a chi li lascio? - rispose Scurpiddupiagnucolando.

- Li guarderemo noinon aver paura. Digli: Ci sono dueamici...

E colui che parlava - l'altro stava zitto - replicò leparole del messaggiosoggiungendo:

- E digli: Devo portare tutto io e non altri. E non tardartroppova'!

Scurpiddu si avviò subitogiacchè quell'amicocomandava con modi bruschi; e di tratto in tratto si voltava indietro per vederese tutti e due erano ancora colà. Poi si era messo a correree allamasseria era arrivato ansantein sudore. Chiamato in disparte il massaiogliaveva fatto l'imbasciatasenza dimenticare una sillaba.

Massaio Turi aggrottò le sopraccigliaincrespò le labbrastette un istante a rifletteree rispose:

- Va bene; aspetta qui.

E dopo pochi minutiricomparve tenendo pel collo un fiascodi terracotta coi mànichie una salvietta con le pagnotte richieste.

- Dirai a quegli amici: Dice il massaio: se vi occorreun tacchinoprendetelo. E dice: che da queste parti non c'è aria bonaperchètira vento quasi ogni giorno. E dice che vi saluta tantoe che il Signore viaiuti. Tu poi non fiaterai di questo con nessuno; hai capito?

- Sissignore.

- E spicciati.

Andava di corsa. Intanto pensava perchè il massaio mandava adire a quegli amici: - Qui tira vento ogni giorno? - Non era vero. Che vento?Uh! Ma del tacchino voleva fingere di essersene scordato. Quale avrebbero preso?Notaio? Don Pietro? Scurpiddu? Questo poi no. Gli piangevail cuore all'idea che potessero portargli via il suo prediletto.

Quando arrivò lassùnon trovo gli amici. I tacchinisi erano un po' sbandati. Posò per terra il fiasco e le pagnottee lirincorse. Scurpiddu era là che faceva la ruotaponzandocol bernoccolorosso allungato sul becco!

Respirò. Tutt'a un tratto si vide davanti uno di quei duesenza fucile nè pistolequasi fosse uscito di sotto terra. E prima di prendereil fiasco e la salvietta col panecolui si fregò in una tasca del panciotto.

- Tieniquesti sono per te.

Gli mise in mano dieci soldi.

- Dice il massaio... .

E Scurpiddu ripetè quel che massaio Turi gli avevadato incarico di dire. Quando ripetè: Qui tira vento quasi ogni giornol'amico fece una smorfiaccia che voleva essere una risata.

- Gli dirai: Grazie anche di questo. Il tacchino lo mangeremoalla sua salute. E tu…

Mise l'indice su le labbra; voleva dire: Silenzio!

- Sissignore.

Dunque il tacchino se lo erano già preso! Ecercò con gli occhi tra il branco. Mancava Notaio!

Alzò le spallequasi avessero portato via proprio il notaiodi Palagonía che lo aveva scacciato dal servizio per una tacchina perduta. Nongli poteva perdonare la fame e il freddo patitie l'elemosina che aveva dovutochiedere e i maltrattamenti dei ragazzi di colà; tutto per cagione di quelbirbante!

E Paola? Dov'era?

Cominciò a chiamarla con la voce e col fischioguardandoattorno. Non si vedevane si sentiva gracchiare.

- Paola! Paola!

Stava a grattarsi il capo con tutte e due le maniimpensieritoquando lo zi' Girolamo gli gridò da lontano:

- È quiii! È quiii!

Volava da un bue all'altrobeccandoli sul dorso; e i buoi lascacciavano con la coda o con le corna.

Scurpiddu corse fino alla punta del ciglione e chiamò:

- Paola! Paola!

La tàccola accorse ad ali spiegategracchiandoallegramente; gli fece un bel giro attornoin altoe poi tornò dai bovi.

- È in collerapovera bestiaperchè l'ho lasciata sola.

Scurpiddu e la tàccola s'intendevano così benech'eglinon fu meravigliato di quell'atto.

- Ora vienesenza che io la richiami- pensava.

E infatti poco dopo la tàccola volò diritto verso di lui egli si posò su la spalla.

- Non ti lascierò più solamai più!

L'accarezzava con una manoe Paola gli beccavadelicatamente l'orecchio. Lo ammoniva davvero di non lasciarla più sola?

 

VII

 

 

Ora erano due ad aspettarlo davanti al cancello di legno delpollaio: la sua mamma e la massaia.

La mammavedendolo turbare di mano in mano che i tacchinipassavano uno a uno pel cancello socchiusogli domandò:

- Che hai?

- Sessantatre! - finì di contare la massaia.

- Ne manca uno.

Doveva dirglielo o non doveva dirglielodopo che il massaiogli aveva raccomandato di non fiatar della cosa con nessuno?

Esitò un momentopoi rispose.

- Lo sa massaio Turi.

- Che cosa sa massaio Turi?

- Del tacchino che manca.

- Perchè manca? Che ne hai fatto?

- Io? Niente. Lui lo sa.

E dètte in un pianto dirotto.

Alla sua mamma peròappena furono soliraccontò tutto.

- Zitto! Non parlarne con nessuno! - gli raccomandò anchelei.

- Chi sono quegli amici? - voleva sapere Scurpiddu.

- Gente che può far del male: a te noperchè sei ragazzo.

Ma Scurpiddu si tranquillò soltanto più tardi quandomassaio Turi venne a dirgli:

- Domani condurrai i tacchini tra le ginestredietro ilcasotto delle api. E bada di non accostarti troppo al casottonè ti venga latentazione di stuzzicarle. Ti farebbero gonfiare come un otre a furia dipunture! Hai inteso?

Quantunque fosse stato contento che gli amici avesseropreso Notaio pure sotto la copertaal buionon poteva chiudere occhiopensando al povero tacchino. A quell'ora gli avevano già segato il colloloavevano spennatoanzi se lo erano già bello e mangiato finoall'ultimo pezzettino.

- Mah! - soggiungeva- Questo è il destino dei tacchini! Ungiorno o l'altroMassaioDon PietroSoldato e anche Scurpiddusaranno venduti per essere ammazzati e mangiati. Prima o doponon vuol direnulla.

E così il sonno gli era svanito.

Egli tornava a pensare allo zi' Girolamo e alle sue Nonne.Bisognava aspettare che la luce crescesse per avventurarsi alla scoperta ideata;al buionoavrebbe avuto troppo paura. Fra diecidodici nottici si vedrebbecome di giorno nell'agghiaccio. E quasi egli fosse sul punto di scendere dallettuccio e uscire all'aria apertasi raggrinzivafaceva il movimento diposare un piede dopo l'altrocautamentee tratteneva il fiato e stringeva lelabbra tra i dentispalancando gli occhi nell'oscurità del bugigattoloproprio come doveva tra dieci o dodici nottiquando ci sarebbe la luna piena.Ora vedeva soltanto dei baglioridelle fiammelle per lo sforzo di guardare nelbuioe chiuse gli occhi.

Gli venivano in mente le api che facevano il miele nelcasotto sotto gli ulivitra le pianticine di timo e di nepitella. Lo facevanoapposta perchè il massaio poi lo prendessecol facciale di fil di rame e iguantoni per difendersi dalle punture? Chi le aveva addestrate a fare così?Anche i buoi aravano il terreno e il massaio mieteva poi il grano per conto suo;ai buoi però dava la paglia. Alle apiniente. E dalla mattina alla sera esseandavano di qua e di làa succhiare il miele dalle erbe e dai fiori e metterlodentro i favi: e oltre al mielefabbricavano pure la cera. Dopo spremuto ilmielela massaia metteva i favi nella caldaia e rimestavarimestavafino ache non si erano sciolti. L'altra voltaegli si era divertito a tuffar le maniprima nella cera ancor liquida e poi subito nell'acqua freddae ne aveva cavatola forma delle manimani gialle gialle che parevano mani di morto.

Come le mani della sua povera mamma malatache andava dimale in peggio con le febbri e la tosse! Ora egli sapeva tutto: la sua mammaaveva preso un altro marito laggiùlontanoin quel paese di cui egli nonrammentava il nomesotto le montagne piene di neve: marito cattivoche l'avevabastonatache le aveva fatto soffrire la fame peggio che non al tempo dellamal'annata. La massaia le diceva:

- Comare Ninaa primavera sarete guarita! La Madonna vifarà la grazia!

Perchè la mamma rispondeva sempre scrollando la testa?Quando egli la sentiva tossiree pareva dovesse spezzarsele una vena del pettosoffriva quanto lei; gli veniva meno il respiro.

Avrebbe voluto essere più grandeper smettere di fare il nuzzarue allogarsi a garzone e prendere il salario. Avrebbe affittato una casetta perla sua mamma in Mineoe ogni quindici giornialla vicendasarebbe andato apassare una giornata in libertà con leisenza far niente; e a Pasquaa Natalesarebbe andato a far le feste con lei; e pel Carnovale puree per la festa diSanta Agrippina pure. Avrebbe fatto i viaggi pel grano del padrone e pel mostocon le mule parate di nappedi nastri a più colori e di sonagli alle cavezzecome ora il Soldato che voleva bene alle mule quasi fossero suee nondoveva toccargliele nessuno. Le strigliava luile conduceva al beveratorio luimetteva loro i basti lui e stringeva le cigne appuntando un ginocchio su ifianchi delle bestie che con lui stavano tranquille e non tiravano calcimentrecon gli altri facevano le cattivespecie la Learda che aveva anche il vizio dimordere: al Soldato intanto leccava le mani quasi intendesse dibaciargliele.

E sognò viaggi con le mule tutta la nottata. Le cattivebestie andavano proprio pei viottoli più scoscesisul ciglio delle roccecolpericolo di trascinarlo nel precipizio insieme con loro; e la sua mamma urlavapiangentedalla parte opposta: - Mommo! Mommo! - così forte che il gridosognato lo svegliò.

Stava per spuntare il solee Paola gracchiava dal suonidoscotendo le alivedendo la luce che penetrava dalle fessure dell'uscioeudendo lo schiamazzo delle galline e il glù-glù-glù dei tacchini nell'atriodel pollaiolà fuori. Non gli era accaduto mai di non trovarsi in piediall'alba davanti il cancello. E rammentando il sognopensava:

- Per ora ho i tacchini!

Infatti gli ubbidivano assai meglio che non le mule al Soldato.Li disponeva in filali faceva marciare al suono dello zùfolo; una fila dimaschi avantipoi le femmine in più filee un'altra fila di maschi dietro.Gli era venuto in testa di addestrare Scurpiddu a fare il capobandadicevacioè a marciare solo in capo a tutticome guidae c'era riuscito.Bastava che egli gridasse: Marcia! e agitasse in alto la cannaperchè Scurpidduprendesse il suo posto di Capobandacome il Capobanda di Palagoníadavanti ai suoi suonatoricon quel pancione rotondo che pareva una gran cassa.Per ciò ora non lo chiamava più Scurpiddu ma Capobanda. E sevoleva far suonare come una banda i tacchinici voleva poco. Imitava lui illoro grido glù-glù-glùed i maschi subito gli rispondevano in coroele femmine li accompagnavano col loro dimesso pigolìo. Paola li seguivacon brevi volatine da una albero all'altrogracchiando.

- Ecco la banda di Scurpiddu! - esclamava il Soldatosentendo da lontano quel coro di glù-glù-glùnel quale si distinguevaappena la voce del nuzzaruche sapeva imitare il grido dei tacchini ameraviglia.

Ma cinque o sei ore dopol'allegria di Scurpidduappena arrivato davanti al cancello del pollaioglorioso e trionfante dietro lasua banda che gluglugliavasi mutò subito in pianto.

- Ne manca uno! - disse la massaia.

E ricontò i maschi per vedere se mancava untacchino o una tacchina. Mancava una tacchina.

- Si sarà smarrita tra le ginestreperchè piangisciocco?

Scurpiddu rifece a corsa la stradasinghiozzandoguardando di qua e di làsotto gli uliviscotendo le macchie con la canna persnidare la tacchinacaso mai si fosse accovacciata tra i cespuglivedendosisola. Dov'era andata a nascondersi? Frugò a una a una le macchie di timo e dinipitella attorno al casotto delle api; a una a una le piante di ginestra dove itacchini erano stati a pascolare. Niente! Non si erano sbandati neppure unmomento quel giorno. Il posto era pieno di grilli e di bruchi; i tacchini nonavevano dovuto stentare per riempirsi il gozzo; e infatti si erano stesi alsolepigramentedopo aver pascolato un pezzetto. Egli non li aveva mai perdutidi occhio... Eppure la tacchina mancava!

Dalla masseriail Soldato gli gridava di tratto intratto vedendolo tardare:

- Ohi...Ohi...L'hai trovata?

- Nooo!- rispondeva Scurpiddumettendo le mani ailati della bocca perchè la voce suonasse più forte.

- Lascia andare! Lascia andare! La troverai domani.

E la voce del Soldatonella calma della sera giàinoltratarimbombava per le colline ed echeggiava nelle rocce dirimpetto allamasseria.

Scurpiddu tornava indietroseguitando a sbattere con lacanna ogni macchiaogni cespuglio.

- Sciò! Sciò! Maledetta nuzza! Sciò! Sciò!

Dalle macchiedai cespugli era scappato via qualche topocampagnuoloqualche uccellino spaurito.

Due o tre volteal chiarore incerto della seraegli avevascambiato un cespuglioo un grosso sassoper la maledetta tacchinae gli eracorso addosso con la canna. Niente! E avvicinandosi alla masseriasi grattavail caporiprendeva a singhiozzareatterrito all'idea che il massaio dovessemandarlo viacome aveva fatto il notaio. Avrebbe mandato via anche la mammainsieme con lui!

Invece la massaia lo confortò:

- Sciocco! perchè piangi?

- Ora il massaio mi manda via! - singhiozzava Scurpiddu.

- Che farnetichisciocco? Va' piuttosto a mangiare laminestra che si fredda.

 

VIII

 

 

La massaia quella sera aveva detto:

- La tacchina non si è smarrita; è stata presa.

Sospettava della moglie del mezzadro di Poggio Don Croce làaccostoche aveva bisogno di una chiocciae giorni addietro era venuta achiedergliela: - Avresteper casouna tacchina chiocciamassaia?

Giustomancava una delle rosse che accennava a divenirchioccia.

Scurpiddu non intese a sordo.

E il giorno dopomentre le sue bestioleben pasciutesierano accoccolate al sole quasi sonnecchiantiaveva fatto una corsa fino allamezzadria di Poggio Don Croce. Davanti a la porta della casauna ragazzinafiglia del mezzadrobuttava dei fichi d'India a un maialettoe pareva sidivertisse a vederglieli mangiare grufolando; glieli buttava a uno a uno.

- Dammi la tacchina! - le disse brusco brusco.

- Quale tacchina? - rispose la ragazza rizzando la testaspettinatae cacciando indietro le ciocche dei capelli che le scendevano su gliocchi.

- Quella che vi siete presa ieri.

- Sei pazzo?

- Sì se l'è presa la tua mamma che la volevaper chioccia; l'ha detto la massaia. Dammi la tacchina!

- Va a farti benedire! Sei pazzo?

- Dammi la tacchina! - replicò Scurpiddu con ariaminacciosa.

- Mamma! - chiamò la ragazza.

E alla chiamatacomparve su la soglia la mezzadra.

- Dice che gli abbiamo preso una tacchinaper chioccia.

La mezzadra cominciò a sbraitare:

- Se l'è sognato la tua massaia? Verrò adirglielo sul muso. Per chi ci scambia? E tu bada che i tacchini non passino illimitee non facciano danno alla vigna se no accoppo te e le tuebestie; te lo avvertogiacchè sei qui.

- Lasciatemi vedere: l'avete in casa; - insisteva Scurpidduniente intimidito dalle parole e dai gesti della mezzadra.

Aveva fatto tre passi avantima quella donna gli diè unospintone che lo fece ruzzolare per terra.

Scurpiddu si rizzò infuriato e prese una zolla perlanciargliela.

Lestala mezzadra gli corse addosso e gli rattenne ilbraccio:

- Vàttene! Vàttene! Se noti concio per lefeste!

Lo prese per le spallegli fece fare un giro e lo respinse.

- Ora vado io dalla tua massaia. Mi sentirà!

Vedendola prendere la viottolaScurpiddu tornò mogiomogio tra i tacchini; e di là seguì con gli occhi la mezzadra che andava difuriabrontolando. Poco dopo s'udivano le strida del diverbio tra la massaia elei davanti la masseria.

Scurpiddu credeva di aver fatto una bella cosaandando achiedere la tacchina; e per dispetto di quella strega che voleva picchiarloaccortosi che Don Pietro e Capobanda erano entrati nella vignanon li rincorse per farli tornare addietro. Cavò dalla tasca lo zùfolo e simise a suonare allegramenteTiù! Tiù! Esclamando di tratto in tratto.- BravoDon Pietro! BravoCapobanda! - vedendo che i tacchinistrappavano le foglie e le cime più verdi alle viti. Tiù! Tiù!

Anche Paola svolazzava per la vigna a beccare qualcheracìmoloe andava e venivaquasi lo interrogasse coi gracchi: Faccio bene?

Poivedendo che Don Pietro e Capobandasiinoltravano troppoScurpiddu tirò loro due sassolini. richiamandoli conla voce. E quando ebbe tutto il branco davanti a sè: Marcia!

Era allegro. Gli pareva di non aver più responsabilitàdello smarrimento della tacchinapoichè se l'erano presa quei diPoggio Don CroceIl massaio penserebbe lui a farsela rendere: anche coicarabinieriaggiungeva. Li aveva visti poco prima scendere per la strada delMonte. Cercavano gli amici. Ma non li avevano trovati. Eccoli rivedevalaggiùsotto Poggio d'Ortensiouno a fianco all'altrocon le braccia cheandavano e venivano come due pendoli e i fucili a tracolla dietro le spalle.Poveretti! Facevano tanta viaquasi ogni giornoe non si fermavano mai.

Intanto disponeva in fila i tacchini.

- AvantiCapobanda! Marcia!

Paolache ormai amava molto di farsi portare incarrozzaera andata a posarsi sul dorso di Capobandae gli beccavadelicatamente la pelle grinzosa e bitorzoluta della testa. Il tacchino lalasciava fare.

- E sessantuno!- finì di contare la massaia.

Scurpidduche questa volta non se l'aspettavaaffattoesclamò:

- Bella Madre Santissima!... ..Come può essere?

Mancava un'altra tacchina.

- Ma che fai? Dove le conduci queste bestie? - gli domandòla massaia un po' stizzita

Scurpiddu non sapeva che rispondere. Gli era balenato inmente il sospetto che quei di Poggio Don Croce avessero voluto vendicarsisùbito. Ma come? Ma quando? Era stato con tanto di occhi aperti. Nella vignatra le ginestretra gli ulivi non si era vista anima viva in tutta la giornata;e lui non si era mosso da sedere su un masso per far meglio la guardia. In queipochi minuti che era andato a leticare con la mezzadra?

- Hai fatto male- lo sgridò la massaia. - E un'altravoltaquando nella masseria vien detta una cosafingi di non aver sentitootùrati le orecchie per non sentire.

- C'è qualcuno che gli vuol male a questo povero orfanello!- piagnucolò la mamma di Scurpiddu per difenderlo.

- Nosi distrae con Paolacon lo zùfolochi sa conche altro! Mada domani in poiPaola resterà alla masseriaa cercarle pulci ai cani. Almeno servirà a qualche cosa!

Scurpiddu si era sentito trafiggere il cuore. Seduto suun mucchio di sassicoi gomiti su le ginocchia e la testa tra le manisinghiozzava di rabbiasenza poter piangere.

In quel momento si avvicinava massaio Turi:

- Manca un'altra tacchina- gli disse la moglie.

Massaio Turi stette un po' a rifletteree domandò a Scurpiddu:

- Non hai sentito nessun grido?

- Niente!

- C'è una volpe nei dintorni. L'ha scoperta Calcapagliaa cui ha preso tre galline. Deve aver la tana nella vallata sotto la roccia; lefanno già la postalui e suo genero. E hanno visto anche i volpacchiotti. Setrovano la tanave li affumicano dentro. Ma le volpi sono maliziose.Intantogiacchè ora c'è l'erba fresca nel prato vicino alla fontanamuteraipascolo. La volpe non verrà fin làspecie di giorno!

- Ecco!- esclamò Scurpiddu che si sentivagiustificato.

Ma il giorno dopolassùsenza Paolagli sembravadi essere dimezzato. La massaia avea chiuso la tàccola in una stanza nelmomento che Scurpiddu conduceva via i tacchini.

E Scurpiddu era partito con un po' di broncioperchèla coscienza gli diceva di non meritare quel castigo.

Lassùle tàccole passavano a stormisi allontanavanosparivano dietro le colline. Altri stormi seguivano. Scurpiddu liguardavali guardava pensando tristamente alla prigioniera.

Pensava anche alla mamma che quella mattina non aveva potutolevarsi dal letto. Dormiva in una stanza che serviva anche da riposto per icereali. Il letto era vicino alla finestra; e negli angoli stavanoammonticchiati qua cecilà fave secchelà cicerchia. Si saliva su per unascaletta che aveva il primo gradino così accosto al tondo della macìna delleulivedentro lo stanzone del frantoioche quando la mula con gli occhi bendatifaceva girare la màcinaera assai incomodo salire e scendere; mancava lospazioogni volta che la mula rasentava lo scalino. Colà però la personamalata poteva riposare tranquilla. Di tanto in tantola massaia andava avisitarlaa portarle una tazza di brodoa domandarle se aveabisogno di nientea farle coraggio.

- Vi raccomando quella creaturamassaia!

Quasi la povera donna si vedesse proprio in punto di morte.

Scurpiddu la vedeva la mattinaappena alzàtosi daletto; e la serafino a che la povera donna non si sentiva chiudere le pupilledalla debolezza e dal sonno.

- Va' a dormire; devi svegliarti per tempofiglio mio!

E quella mattinanel pratoScurpiddu brontolava:

- La mamma a letto… e Paola carcerata!

Rimaneva a lungo con gli occhi fissi alla masseria. Poialpassaggio di ogni stormo di tàccole che calava dalle alture del Montegracchiando forte e celeramente remigando con le aligridava ad esse per sfogo:

- Paola è carcerata!... Paola!

 

 

IX

 

 

 

Dietro le colline dell'Arcuradi là del Benefiziogià sidiffondeva il chiarore della luna piena che stava per sorgere. La serata eracalmail cielo limpidissimo. Dai pioppi vicino al beveratoio arrivavaquasisquillanteil canto di un usignuolo. Il Soldatoche finiva allora digovernare le mulefermàtosi in mezzo alla spianata davanti la stalla peraccendere la pipaera rimasto ad ascoltaredeliziato.

- E tunon vai ad accovacciartiScurpiddu? - eglidomandòscorgendolo seduto su un sassovicino al cancello del pollaio.

- Ora vado.

Ma non si mosse

- Senti quest'usignuolo? Esso dovresti imitare invece delcanedel gatto e dei tacchini!...Neppur con lo zùfolo riesciresti!... Come nonsei riuscito ad imparar bene a lèggere.

- O che è stato colpa mia?

- Fra giorni riprenderemo. E voglio fare una scommessa.

- Con chi?

- Con te. Insegnerò anche a Sbirroil cane diguardia; apprenderà prima luiche tu. Vuoi scommettere?

Scurpiddu fece una spallucciata:

- Se non sa neppure abbaiare! Abbaio meglio io:Bau! Bau! Bau!..Non è forse vero?

Sbirro avea risposto dalla terrazza con voce roca eringhiosa. Senza dubbio Scurpiddu abbaiava meglio.

- Va' a dormire e non fare il buffone!

La luna sorgeva lentamente dietro il dorso scuro dellecolline.

- GuardateSoldatocome è grande la luna! Vipiacerebbe un pane tondo così?

- Va' a dormire!

Il Soldato rientrò nella stallaper andare abuttarsi sul pagliericciolà in fondo. Non poteva prender sonno senza sentireil rosichìo delle mule che masticavano la biada e la pagliae lo scalpitoirrequieto di esse su l'acciottolato del pavimento. Ancora non era freddolaporta della stalla restava aperta tutta la nottata; e Scurpiddu sentì ilSoldato picchiare con la mano su la groppa di una mula per farla tirarepiù in làdar la voce a un'altraaccarezzare la groppa d'una terza.

Scurpiddu stette un momentino fermo; in piedi. Il cuoregli batteva forte. Era risoluto; quella notte voleva fare la scoperta a cuipensava da tanto tempo: vedere il giubbone di albagio dello zi' Girolamocolcappuccio rittomesso a sedere sul fondo del corbello arrovesciatoe con trale maniche incrociate il bastone di bovaro... Se non si scorgevano le gambedello zi' Girolamovoleva dire ch'egli era andato attorno con le Nonne.

Ma bisognava aspettare fino alla mezzanotte.

Avrebbe sentito suonare i cento tocchi dal campanile di SantaMaria in Mineo. Di nottesembrava che l'orologio fosse dietro la collina dirimpetto.

Non voleva andare a coricarsi. Se chiudeva gli occhiaddio! Fino all'alba non lo avrebbero svegliato neppur le cannonate. Che fareintanto?

Girò dietro il pollaiotra i fichi d'India per affacciarsisul burrone della Caldaietta dove cascava l'acqua del beveratoio che formavaruscello.

Si distinguevano i sassii cespugli e le viottoline laggiùora che la luna piena era un po' alta.

L'acqua cascava a piombonella conca della Caldaiettae siriversava dall'orlo tra i massi in fondo alla vallataluccicando qua e là comeuno specchio.

- Guarda! Due conigli che si rincorrono! E grossi!

Scurpiddu tese le bracciacome per prendere la mira colfucile. Non li avrebbe sbagliati!

Si udivaa intervalliun grido di uccello da uno spaccodella roccia di rimpettogrido stridulo rimbalzanteche sembrava quasi unarisata.

Scurpiddu cominciava ad aver paura di trovarsi làsolosoloa quell'oracon quel silenzio interrotto soltanto dal grido del fagianoche aveva il nido in uno spacco della rocciae dall'abbaio che veniva in quelmomento dal fondo della vallata e che somigliava poco a un abbaio di cane. Fecealcuni passi più in làsi sdraiò bocconi per evitare un capogiroe sporsela testa nel vuoto. La valle si sprofondava scura scura sotto le rocce chescendevano quasi a perpendicolo dalla parte opposta. Tra il nero delle macchie edegli alberibiancheggiavano qua e là massi piccoli e grossistaccàtisidall'altorotolàtisi per la china e arrestàtisi a mezza costa.

Quel gridoche aveva dell'abbaio e del guaìtoriprendevadi tratto in trattoora quaora làcome se l'animale che loemetteva errasse tra le siepitra le erbe alte e i sassi...

Scurpiddu aguzzava gli occhi per indovinare che maifossero quelle due macchie bianche che si muovevano lentamente tra gli oleastrisotto gli olmie già si arrampicavano per la ripida viottoladietro le piantedi nocciuoli. Pareva sfuggissero il lume della lunasi acquattasserouscisserod'agguatotornassero ad appostarsi... Trasalì! Nel silenzio cominciarono aondularelentimalinconicipaurosii cento colpi alternati dell'orologio diSanta Maria. Tin! Ton! Tin! Ton! Mezzanotte!

Si rizzò in piedie rifece il breve tratto dietro ilpollaiotra i fichi d'India. Doveva passare davanti a la stalla delle muleocontinuare tra i fichi d'Indiadirittoe spuntare su l'agghiacciovoltando ilcantone del fienile? No; qui faceva troppo rumore con le scarpecalpestando leerbe secche e smuovendo le scheggie di roccia sparse per terra.

Il cuore tornava a balzargli così rapidoche Scurpiddudovette fermarsi. Brividi lo scotevano dalla testa ai piedibrividi di terrore.Ma la curiositàpiù forte di ogni altro sentimentolo spingeva avanti.Trattenendo il respirofacendo duetre passie fermandosi a spiare con gliocchi spauriti e le sopracciglia increspateScurpiddu era arrivatovicino alla stalla quando fu arrestato dal rumore ottuso dei passi d'una bestia- giumenta o mula? - che usciva alla chetichella da la stalla. Il Soldatoforse aveva legato male la cavezza all'anello di ferro della mangiatoiael'animalevistosi scioltoandava a farsi una rivoltolata fra la polverelàdavanti...

Affacciò la testa dallo spigolo della cantonata...

- Ahmamma mia!

La giumenta resisteva puntando i piedimentre un uomo latirava pel capestro e un altro le dava sui fianchi con la bocca del fucile. Liriconobbe; erano gli amici!

- Madonna Santissima!... ...Rubano la giumenta!

Scurpiddu si sentì strozzare il grido in gola.

- La portano via! - balbettava sottovoce. - Portano via lagiumenta!...Soldatoportano via la giumenta!

E quando capì che la giumenta non poteva resistere più eche uno degli amici tentava di cavalcarla per farla camminare piùspeditasi sentì sciogliere la linguae cominciò a strillarenascostodietro lo spigolofacendosi piccinopiccino:

- Soldatola giumenta! Soldatorubano lagiumenta! Ladri!... Ladri! Soldato!

Con la foga dello strillare aveva preso coraggio. Udiva lavoce impermalita del Soldato che rispondeva dalla stalla; dall'agghiacciolo zi' Girolamo gridava: - Ooh! Ooh! - per mostrare che era sveglio anche lui.Allora Scurpiddu si sentì diventare un altroe corse dietro agli amicigridando:

- Lasciàtela! Lasciàtela! Soldato! Zi' Girolamo!

Si udironoe parve venissero dalla masseriadue colpi difucile che rimbombarono nel silenziopoi altri dueuno appresso all'altro...

Tutta la masseria era in rumore. Chi gridava di quachidomandava di là: - Che è stato?... Ladri! Ladri! Soldato! Massaio! - Estrilli di donne.

Il Soldatoche era uscito dalla stalla e ancora nonsi raccapezzavaudì tra gli ulivi lo scalpito di un quadrupede e poiacavallo della giumentavide Scurpiddu che agitava le gambe percuotendo ifianchi coi tacchi per farla andare di galoppo.

- Eccola...Sono scappati... Ecco la giumenta! - gridava Scurpiddu

Dalla gioiagli brillavano gli occhi su la faccia rossaavvampata.

- E se ti ammazzavano? - esclamò il Soldatoaiutandolo a scendere di cavallo.

Massaio Turi accorrevavestito a metàcon lo schioppo inpugnoseguìto dalla massaia che voleva trattenerlo:

- Lasciate andaresanto cristiano!

E piangeva.

Facevano crocchio gli uomini sbucati dal fienile dovedormivano insieme in quel tempo di aratura; parlavano tutti a una volta.

E il Soldatoche voleva raccontar lui il fatto nonriusciva a farsi ascoltare. Si udiva soltanto:

- Col pericolo di farsi ammazzare!

Ed era l'esclamazione ammirativa con cui egli s'interrompevao ripigliava da capo. Gli pareva impossibile che Scurpidduquell'animuccia del Purgatorioavesse potuto avere tanto coraggio e tantaaudacia.

Scurpiddu se ne stava zitto. Temeva che glidomandassero:

- E tu che facevi là fuoria mezzanotte?

 

XII

 

A furia di sentirsi dire: E se ti ammazzavano? Scurpidduconcepiva ora la paura che avrebbe dovuto aver in quel momento; e non valevano arassicurarlo gli elogi di massaio Turila promessa del regalo di un vestitonuovo fattagli dalla massaiae il vedersi diventato una persona importantenella masseriaa vegliadopo cenanon si ragionava d'altro che del furtotentato e dell'ardire di Scurpiddu che era riuscito a impedirlo.

La stessa mattinapiù tardisi era saputo l'affare delleschioppettateCalcapaglia e suo genero stati fino alla mezzanotte allaposta della volpe- erano loroin maniche di camiciache si acquattavanouscivano d'agguatotornavano ad appostarsie Scurpiddu non aveva potutoriconoscerlinonostante il lume di lunaper la distanza- Calcapagliae suo genero avevano finalmente visto arrivare la volpeche andava abbaiando euggiolando tra le macchiee le avevano tirato addossosbagliandola primaammazzandola coi secondi colpi.

- Un viaggio e due servigi! - disse ridendo massaio Turi. -Avete ammazzato la volpee spaventato i ladri!

Calcapaglia aveva portato lassù la bestia col musoinsanguinato e il fianco squarciatoperchè la massaia la cucinassecomesapeva ben cucinarla lei. Se ne sarebbero leccate le dita domanich'era domenicae lui e il genero sarebbero venuti anche per la santa messa.

- Ahti hanno dato gli stranguglioni le due tacchinebruttabestiaccia! - esclamò Scurpidduosservando la volpe intrisa di sanguestesa per terra con le gambe irrigidite e la lingua mezza fuori tra i denti. -Ho pianto due volte per cagion tuabrutta bestiaccia!

E le aggiustò una pedataaspettando che Paolavenisse a stuzzicarlo.

- A Scurpiddu daremo a rodere la coda!

Così erano trascorsi una quindicina di giornifino allasera

- Nomassaiala coda spetta a me; ne ornerò la giumentaper ricordo- disse il Soldato che cavò di tasca il coltello.

Scurpiddu volle almeno tenerla da cima mentre il Soldatola tagliava. E quando l'operazione fu terminatasciorinò la coda per ariatrionfalmenteagitandola attornosaltandoabbaiandomiagolandochicchiriando; pareva ammattito dalla gioiae tutti ridevano e battevano lemani:

- BravoScurpiddu!

Egli aveva confidato alla mamma come si era trovato fuori aquell'ora. La povera donnaridendol'aveva ridetto alla massaia; la massaia amassaio Turi che ci si era divertito e cominciò a canzonarlo davanti a tutti:

- BadaScurpiddu! Con le Nonne non si scherza!

- Se lo sa zi' Girolamo! - soggiungeva il Soldato-viene a pizzicottarti nel sonno.

Nodelle Nonne non aveva più tanta pauraquantadegli amici.

E stava tutta la giornata con l'animo sospesoin mezzo alpratotra i tacchini al pascolo. Respirava soltanto nei giorni che vedevapassare i carabinieriparecchi oraa due a due chi di qua per la strada delMontechi di là per le colline di Bardella e dell'Arcuracome tanti cani chericercassero col fiuto. E si sentì rinascere il giorno che arrivò fino allamasseria la notizia che gli amici erano stati scovati e arrestati nellecampagne di Rammaccalontano.

Quel giorno Scurpiddu fece una diecina di capriole sulpratoe ordinò la banda dei tacchiniglù-glù-glùe si sfiatòmezza giornata con lo zùfoloTiù! Tiù! Gli sembrava di esserediventato il re della contradalibero da ogni timore; e si faceva rincorrere daPaola e la rincorreva su e giùruzzando su l'erbasdraiandosi supinoquant'era lungocon le braccia apertee aspettando che Paola venisse astuzzicarlo.

Così erano trascorsi una quindicina di giornifino allasera in cui vedendo che il tempo minacciavaegli avviò prima dell'orailbranco dei tacchini verso la masseria. Il vento formava mulinellitrasportandoper aria pianticine strappate e polveree stornava i tacchini dalla viadiritta. Parte di essi si era sbrancata dal lato della fontana e Scurpidduborbottava: - Accidenti! - vedendo che non gli davano retta. Dovette spingeregli altri dietro loro. Alle prime gocce di pioggia che vennero giùil brancoprese la rincorsa.

- OohOohragazzo! Lasci indietro la tacchina coi pulcini!

Scurpiddu credette che il mezzadro di Poggio Don Crocevenuto ad attingere acqua alla fontanalo canzonasse a motivo della scenatadella tacchina: e tirava diritto.

- Ooh! Ooh! Che non senti?

Scurpiddu si voltò. Per la china della stradarasenteal muricciuolo gli correva dietrodavverouna tacchina seguìta da mezzadozzina di pulcini che pigolavano spauriti. La riconobbe subito. Era una diquelle sperdutee si fermòspalancando gli occhi dallo stupore quasi vedesseun portento incredibile... Sìsìuna delle due tacchine! E sei pulcinidietrocon la lanugine bianca listata di strisce scureche il vento agitava:

- Nè rubatanè mangiata dalla volpe dunque?

Uno scherzo della mezzadrache così faceva un bel regaloalla massaia? Non trovava altra spiegazione.

E si cacciò avanti i sopraggiuntistimolandoli con lacanna.

Gli pareva mill'anni di arrivare alla masseriae non sicurava della pioggia incalzantetimoroso soltanto che tacchina e pulcini nongli sparissero sotto gli occhicome aveva udito raccontare di chiocce e pulcinifatati.

E quando fu in vista della masseriasi mise a correregridando:

- Massaiamassaia! La tacchina!

Non riusciva a dir altro.

- E con sei pulcinimassaia!

Il branco arrivava davanti al cancelloaffollandosi perentrare e ripararsi nel pollaioe Scurpiddu lo scompigliò per pigliarein mano due pulcini e mostrarli alla massaia.

- Di chi sono?

- Nostri. Il mezzadro di Poggio Don Croce mi ha gridato: -Ooh! Ooh! Lasci indietro la tacchina coi pulcini! - Mi pareva che canzonasse...Invece. Li ha covati la tacchina in qualche siepetra le ginestre. E come sonobelli! Grassi! La tacchina li conduceva qui. Hanno fame poveretti!

Scurpiddu sorrideva.

- Belli! Grassi! Sfido!- esclamò- li ha allevati lamezzadra.

- Chi te l'ha detto?

- Eh! - fece.

- Sei pulcini? Quell'arpia? Avrebbe piuttosto tirato il colloalla chioccia.

Secondo la mamma di Scurpidduquello era un miracolodella Madonnaper giustificare il ragazzo. Chioccia e pulcini furono condottiin casa. La massaia mise un po' di crusca in un piattovi tritò su due cime diprezzemolo e intrise tutto con acqua.

I pulcini beccavano golosamentee la chioccia pure.

- Se trovi l'altra covata- disse massaio Turia Scurpiddu- te ne faccio un regalo.

- Davveromassaio?

- Quando io do parola...!

A Scurpiddudalla contentezza straluccicavano gliocchi. Pestava coi piedigirava su se stesso stropicciandosi lemani.

Sapeva lui dove andare a trovare l'altra covata! Gli parevaimpossibile che la tacchina avesse ogni giorno deposto un uovo in qualche siepee poi li avesse covaticome pretendeva la massaia. Se la mezzadradi Poggio Don Croce si era fatta coscienza di rendere una tacchina e con seipulcini per giuntaavrebbe reso anche l'altra con altrettanti pulcini.

Gli sembrava così naturaleche non vedeva l'ora di esserealla mattina appressoe andare ad accertarsene.

La giornata si levò nebbiosa e piovigginosa. Tanto meglio.Egli non doveva condurre i tacchini al pascolo.

E si avviò verso Poggio Don Croce zitto zitto.

La mezzadrache stava pettinando la figlia su lo scalinodella portafece il viso arcigno vedendolo spuntare dai melogranati cheformavano quasi siepe attorno alla casa

Scurpiddu volle fare il malizioso.

- Abbiamo trovato la tacchina!

E fissava negli occhi la mezzadra.

- Sì? Buon pro vi faccia!

Scurpiddu si attendeva tutt'altra risposta. La mezzadracon le sopracciglia aggrottateriprese a pettinare la ragazza.

- L'abbiamo ritrovata e con sei pulcini! - egli soggiunse.

- Si vede che il Signore vuole aiutare le male lingue!

Edalla stizzatirò in su le trecce posterioriper farela crocchiacon tanta mala grazia che la ragazza strillò: - Ahi!

Vedendo che Scurpiddu restava là fermocon le manidietro alla schienala mezzadra gli si rivolse come una cagna arrabbiata:

- E ora che vuoi?

Scurpiddu avrebbe voluto rispondere: - L'altra tacchina.- Ma non n'ebbe il coraggio.

- Niente voglio- disse mortificato.

Intanto non si risolveva ad andarsene.

- L'altra tacchina.. - biascicò.

- Qual'altra tacchina? Sentiamo!- lo interruppe la mezzadra.

- Quella sperduta il giorno dopo; dovrebb'essere... da questeparti.

Pronunziava le parole lentamentee aveva sul labbro il lievesorrisino di chi sa e intanto finge di non sapere.

- Che intendi dire?- strillò la mezzadra.

- Nientevado a cercarla

- Va a romperti la noce del collotu e la tua massaia!

- L'abbiamo ritrovatae con sei pulcinila prima tacchina!

E le voltò le spalle serioserioquasi dopo questafrecciata si aspettasse di essere stato capito e di sentirsi richiamare. Udìborbottarsi qualcosa dietroche non intese benee un po' delusoscese versole ginestre dalla parte della vignalungo il limite segnato dalle piante diàgave che incurvavano le larghe e acuminate foglie carnosecon un bel fustoritto in mezzo che slargava in cima i rami fioritia guisa di braccia dicandelabro

Il cielo si rischiarava. Occhiate di sole facevano capolinodi fra le nuvole grigie velandosi subito e tornando a sorriderequa e làconvaste chiazze doratesu le macchie luccicanti per la pioggia che le avea lavatenella nottata. E Scurpiddupur pensando che quella strega della mezzadranon avea voluto dargli la soddisfazione di confessargli che l'altra tacchinaera presso di leiper scrupolo di coscienzabatteva coi piedi tra le ginestresciò! sciò! E guardava vicinolontano fin dove poteva giungere l'occhio.

Laggiù le ginestre finivanoil terreno si avvallava. Fittemacchie di rovivecchie piante di fichi d'India cingevano gli orli dove loscoscendimento era maggiore.

Tutt'a un tratto si fermò trattenendo il respiro.

Gli era parso?

Si udivaora sìora noun pigolioma non si capiva beneda qual punto venisse. E tese l'orecchio. Nonon s'ingannavaera pigolìo ditacchina. E corse verso la gran macchia di rovi che circondava un massoasinistra; tremava tutto dalla commozione.

- Ahbirbona! Sei lì?

E ficcò la testa fra i tralci del rovetosenza puntocurarsi delle spine che gli graffiavano le mani e gli strappavano i capelli.

- Ahbirbona! Sei lì?

La chiocciaaccovacciata in una buca sotto il sassosirizzò e i pulcini ch'ella copriva con le ali tentarono di nascondersipigolando in fondo alla buca.

Afferrò la tacchina per un'ala e la trasse fuori. I pulciniaccorsero dietro la madre. - OttoSignore Iddio! Otto! - E l'ultimo covatoaveva ancora appiccicato addosso un po' del guscio dell'uovo da cui dovevaessere uscito poche ore addietro.

Scurpiddu si strizzava le manisi faceva piccinopiccino; accarezzava la tacchinapalpava i pulcini. Come portarli via? Tiròfuori il davanti della camicia facendone una specie di borsae ve li cacciòdentro a uno e a due per voltaridendo pel solletico che essi gli facevano conle ali e coi beccucci.

La tacchina gli andava dietro a testa rittapigolandoquasireclamasse i piccini.

In quel punto un rovescione di pioggia cominciò a venir giùall'improvviso. Scurpiddu però non affrettava il passoper non far maleai pulcini. Avrebbe potuto ricoverarsi sotto la tettoia del casotto delle api;ma che gl'importava di essere inzuppato dalla testa ai piedi?

- Otto! E questi sono miei!...Otto!...Me li ha regalati ilmassaio!

Se lo ripetevaper confermare a stessoche il massaio avrebbe mantenuto la parola:

- Otto!...E miei! Tutti miei!

 

XI

 

 

- Ora che Scurpiddu è proprietario non guarda in visoa nessuno!

Il Soldato si divertiva a farlo arrabbiare dicendoglicosì con aria di canzonaturatutte le volte che lo vedeva.

- O che li ho rubatiforse? - rispondeva Scurpiddu.

- E tu credi davvero che il massaio ti ha regalato i pulcini?Quando saranno cresciuti...Per ora fa spassare il ragazzino! E spàssati!Spàssati!

- Sarà veromammaquel che dice il Soldato?

Ricorreva dalla sua mamma per rassicurarsi.

- Làscialo cantare!

- Domandatelo voi al massaio- insisteva. - A memi harisposto: “Sìsìasino! Sono tuoi!”. Ma poi si è messo a ridere. Glielodomanderetemamma?

- Appena potrò alzarmi da lettosta' tranquillo.

Gli avea risposto con un fil di voce. Ormai era convinta cheda quel letto non si sarebbe più alzata viva.

Medico e medicine niente.

I medici che possono farci col castigo di Dio? Tastano ilpolsoordinano intrugli che ci vuole un occhio del capo per pagarli; e poi?...Se il Signore non fa il miracolosi crepa più presto; e al medico che ciammazza bisogna dargli anche quattriniper giunta!

Nella masseria tutti la pensavano così; e la massaiaaffermava che certe medicine che sapeva leidecotti di erbe e polveri di fogliesecchetostateguarivano la gente meglio di qualunque intruglio dellospeziale se Gesù Cristo e la Madonna li benedicevano: il busillistava qui. Se Dio non vuole...

E Domineddio proprio non voleva che la povera comare Ninaguarisse.

- Pei miei peccati! - ella diceva. - Ma è stata la famemassaia! Tutti i poveretti andavano viain cerca di un tozzo di pane nei paesidell'interno dove non avevano avuto la mal'annata... Mio marito diceva: - Nose dobbiamo morireè meglio morire qui! - Io mi sentii prendere dauna vampata di pazzia! La fame! Credetemimassaia!... La fame! E andai via congli altrifamiglie intere! Poi nessuno tornava... Chi sapeva la via? E senza unsoldocome avventurarsi? Facevo scrivere una lettera di tanto in tanto... ancheal sindaco... Non rispondevano mai. Quando arrivò la notizia della disgrazia dimio marito...

- Lo solo so! Me n'avete parlato tante volte. - lainterrompeva la massaia.

Ella sentiva bisogno di giustificarsi davanti la suacoscienza riguardo all'abbandono del figliuolo.

E aveva voluto confessarsi l'altra domenicacon Don Pietrovenuto a celebrare la solita messa

Scurpiddu non aveva nessun'idea del grave pericolo diperdere sua madre. Per ciò una seratornando alla masseria coi tacchininonbadò molto alla commozione e al turbamento della massaia che gli disse:

- La tua mamma riposa: non disturbarla poveretta.

Il Soldatoquella seranon solamente non lostuzzicò come solevama dopo aver mangiato in comune con gli uomini laminestra di fave secche lessate e condite con olio e acetotirò fuori da unatasca un suo libro scucito e mezzo strappatoe chiamò Scurpiddu:

- Vieni quavediamo se più riconosci un ao un b!

E tutti stavano zitti attorno per sentir compitare ilragazzo.

Era un bel pezzo che Scurpiddu non guardava una paginadel sillabario: pure quella sera ogni letteraogni sillabaogni parola glitornava alla memoriasi faceva subito riconosceregli balzava su la puntadella lingua prontissimamente. Il Soldato n'era stupito e lo stesso Scurpiddupiù di lui. Il Soldatoinvece di dargli i soliti scapaccioniperchiassogli accarezzava la testalo incoraggiava con bravo! bene! E unodegli uomini che stavano là attornoincantatiesclamò:

- Ne sa già quanto il dominee presto gli metteràla saliva sul naso.

Quel contadino parlava come una voltaquando i maestri discuola erano pretie usavano quella sconcezza di far mettere dallo scolaro piùbravo un po' di saliva sul naso del compagno negligenteper castigo.

- Va' a dormire! - disse massaio Turi al ragazzo.

Non sapevano come comportarsi col povero orfanello. Domanisarebbero venuti quattro manovali e il prete per portar via il cadavere dicomare Nina. Massaio Turi era andato a far la denunzia della morte al Municipioin Mineoe aveva combinato il trasporto. La massaia teneva già in pronto uncencio nero da mettere attorno al collo di Scurpidduin segno di lutto.Ma non volevano farlo assistere al triste spettacoloquando i manovali sisarebbero caricato su le spalle il cataletto con la poveretta che aveva cessatodi penare. La massaia si aggirava per la cucina mentre la vecchia Tegòniastacciava la farina di grano pel pane da impastare domanie di tratto in trattodomandava alla vecchia:

- Come si farà per dirgli: Tua madre è morta?

- Glielo dirà il massaio.

- AhSignor Iddio!

La morta era lassù sul lettucciocol lenzuolo tirato su lafaccia e una candela della canderola accesa dappiè sur un tavolino. Avevachiuso a chiave la stanza.

E ora che Scurpiddu era andato a dormiregli uominirecitavano il rosario in suffragio di quell'anima; la massaia e Tegòniarispondevano dalla cucina senza cessare di far le faccende. Anche lo zi'Girolamo quella sera era venuto nel frantoio con gli altri e diceva la litaniain un latino tutto suocon voce compunta.

All'ultimomassaio Turi si rivolse al Soldato.

- Domani andrai tu con Scurpiddu per tenerlo distrattoe non farlo accorgere di niente.

- Io gliela farei vedere l'ultima volta- rispose il Soldato- Tanto è ragazzoe alla sua età non si sente gran dolore: si capisce poco.

- Nono. Andrete lassùall'Arcuradi buon mattino.

Scurpiddu si era levato all'albaeraccolte le uovadelle tacchine e delle galline dai corbelli del pollaiole aveva portate allamassaia che già era in cucina a impastare il pane con la vecchia serva.

- Dove vai? - gli domandòvedendolo andare via.

- Vo a vedere la mamma se ha bisogno diniente.

- Lasciala riposare; è troppo presto. Prendi intanto un po'di legna per ardere il forno.

Scurpiddu obbedì.

- E due corbelli di sansa- ordinò la massaia.

- Ti farò una bella focaccia con le ulive nere salate. Tipiace?

- Chicchirichì! - rispose Scurpiddu perringraziamento.

A quell'allegria spensieratala massaia si sentì stringereil cuore.

- EhiScurpiddu! - chiamò il Soldato. -Andiamo; oggi verrò con te; vo' imparare il mestiere di nuzzaru.

- E la mamma non debbo vederla?

- La vedrai al ritorno- gridò la massaia dalla cucina convoce commossa.

Scurpiddu esitò un momentopoi s'avviò verso ilpollaio.

Il sole già spuntava dall'alto della collina dell'Arcura.

Lo zi' Girolamonell'agghiaccioscioglieva le funi dallecorna dei buoi e delle vacche e si preparava a partire pel pascolo con le suebestie. Rallegràti dalla frescura mattutinai tacchini andavano quasi difretta per la strada piana sotto gli ulivi che la fiancheggiavano formando unaspecie di viale.

Tutta la vallata era in risvegliopiena di cinguettiidistridi di falchettidi gracchi di tàccoledi muggiti dei buoi che i contadiniconducevano al beveratoio prima di attaccarli all'aratro. I pioppi attorno albeveratoio sembravano presi da fremiti con le foglie verdi da un lato ebianchicce dall'altroche la brezzolina agitava

Il Soldato e Scurpiddu procedevano mutidietroil branco di tacchinil'uno compreso di pietà pel ragazzo ignaro delladisgrazia che lo aveva colpitol'altro col pensiero alla sua mamma non potutavedere da ier sera.

Scurpiddu ruppe il silenzio: - Quando eravate alla guerrachi sa che pauraSoldato?

- Alle prime fucilatesì

- E poi?

- Chi capisce più quel che si fa? Si diventa bestiecome inuna rissa.

- È lontano dove si va alla guerra?

- Dove ci conducono; i soldati servono per questo. Seavessi preso nuova fermaora sarei per lo meno caporale.

- Che fa il caporale?

- Comanda agli altri soldaticome tu ai tacchini.

- Anche i miei tacchini fanno la guerra. Ve la farò vedere. Capobandaè valente; non si lascia mai sopraffare. Voglio chiamarlo Caporale daoggi in poi.

- Tu non andrai soldato. Sei contento?

- Ioio ci andrei volentieri. Vedrei tanti paesi! Al tempoche guardavo i tacchini del notaiopassavano spesso molti soldati da quelleparti. Non arrivavo neppur a contarli... più di cento alla volta.

- Se tu avessi visto quando al campo eravamomigliaia e migliaia per le manovre!

- Che cosa sono le manovre?

- La guerra finta. Marce di quamarce di là per pianureper montagnesotto la vampa del solesotto la pioggia! Quelle sono fatiche! Maera anche un divertimento.

- Non ammazzavate nessunoè vero?

- Se era per fintasciocco!

A metà della salita il Soldato si era fermato.

- Che guardate?

- Niente- rispose.

Con gli occhi avvezzi a veder bene molto lontanoegli avevascorto i quattro manovali col cataletto e la cassa mortuariae il prete e ilsagrestano in cottaa cavalloche venivano per la scoscesa di Pietre Bianchepresso il fiumiciattolo delle Balatelle; fra tre quarti d'ora sarebbero statialla masseria. E disse sùbito:

- I tacchini li condurremo di là degli ulivi del Piano delGalluzzo. C'è pascolo grasso da quel lato. Così vuole il massaio.

- Gli amicivedeteerano quitra questi mandorli-fece Scurpiddunon si rammentando più delle raccomandazioni di nonfiatare dell'accaduto.

- Quali amici?

- Quelli che poi stavano per rubare la giumenta.

E raccontò il fattopentendosi della sua imprudenza di manoin mano che parlava.

- Zitto però col massaio- lo avvertì; - non vuole che sisappia. Ma ora gli amici sono in carcere. Non dobbiamo più averne paura.

Nel Piano del Galluzzo i tacchini si sbandarono sotto gliulivi. Scurpiddu li rincorrevachiamandoli per nome minacciandoli con lacanna.

- Lasciali pascere un po' qui. - gli disse il Soldato.

Scurpiddu lo interrogava intorno a quei paesi lontanidilà del mare. Erano più grandi di Mineo? C'era la chiesa di Santa Agrippina?

Il Soldato sorrideva.

- C'è il duomo a Milano!... Una chiesa che ci si può ficcardentro Mineo con tutte le sue casele sue chiesei monasteri e i conventi...

Scurpiddu stava ad ascoltarlo un po' incredulo.

- Dalla porta di mezzoil prete che dice la messa all'altarmaggiore sembra un bambino di tre anni.

- Bum: - fece Scurpiddu. - A chi volete darla a bere?

- Vedessi poi quante vie! Un bosco. Ci si smarrisce!

- E come fanno le persone per ritrovare le loro case?

- Bestia! - Parlo di chi non è nativo di là.

- Il mareè vero che è più grande della Piana?

- Lo vedi il cielo? Ti pare che finisca làsu le colline:arrivi là e il cielo non finisce mai. Acquaacquaacqua... .come il cielo!Così è il mare.

- E i tacchini? Dove pascolano? Non c'è tacchini da quelleparti?

- Nel mare ci sono i pesci che brùlicano... E più sene prende e più ce n'è. I tacchini pascolano nelle campagne come queste...Che fai?

- Voglio vedere dov'è lo zi' Girolamo coi buoi.

- Che te n'importa? Vieni qua. Caccia i tacchini più avanti.

Tutte le precauzioni del Soldato però riuscironovane. Egli si era steso su l'erbafumando; e il sonno gli aveva fatto la burladi afferrarlo all'improvvisoa piè dell'ulivocon la pipa in bocca.

Scurpiddu si era affacciato dal ciglione da cui siscopriva tutta la vallata elaggiùlaggiùla masseria fra gli alberi e ifichi d'India.

- Soldato! Soldato! - chiamò.

Per la stradavicino al beveratoiovedeva passare ifacchini di ritornocol cataletto e su la cassa da mortoma non distinguevachi fosseronè che cosa portassero.

- Soldato! Soldato! Venite a vedere.

E mentre il Soldato si destava dal sonno e si rizzavada terra già indovinandoScurpidduquasi gli occhi e la mente gli sifossero snebbiati tutt'a un trattocon le mani tra' capellisi metteva agridare:

- La mamma! La mamma!

Correva giù per la china all'impazzatasenza ascoltare il Soldatoche lo inseguiva per fermarlochiamando.

- Mommo! Mommo!

Gli sembrava sconveniente servirsi del nomignolo in quelpunto.

Lo raggiunse a stento. Scurpiddu gli sguizzava tra lemani dibattendosigridando: «Mamma! Mamma!» pallidocon gli occhispaventatisenza una lacrima.

Afferratolo per un braccio e mettendoglisi davantiil Soldatovoleva fare il severo e quasi lo strapazzava; ma gli tremava la voce:

- Zitto! Cheto! Non è vero!

- E allora...perchè non mi lasciate guardare? - balbettò Scurpiddutra i singhiozzi irrompenti. - Ohmamma! Ohmammuccia mia!

 

XII

 

 

Col cencetto nero del lutto che la massaia gli aveva messoattorno al collo della camiciacon lo sbalordimento che gli si leggeva ancoranegli occhi e in tutta l'aria della persona parecchi giorni dopo la disgraziaScurpiddunon sembrava più lui.

Tutte le mattine andava via coi tacchini e con Paola;ma arrivato nel luogo del pascolosi sdraiava per terra quasi sentisse unastanchezza interioreun senso di abbandono. Non pensava a niente di preciso.Strappava a filo a filo le erbucce a portata di manone osservava lefogliolinei fiorellinigli stelima senza curiositàcosìper farequalche cosaper distrarsipareva. Non prestava attenzione a nulla; buttavavia un filo d'erbane strappava un altropoi un altro: certe volte stritolavale foglie delle erbe con due ditane faceva pallottolinele lanciava per ariae rimaneva assorto.

Paola veniva a posàrglisi addossolo stuzzicava colbeccovolava viatornavasi allontanava con lunghe volate. Egli la lasciavafareindifferente la seguiva con lo sguardoe all'ultimo la richiamava perlisciarle le piumecon carezze lentequasi svogliate. E durante quella speciedi dormiveglia che lo teneva sdraiato là su l'erbaa intervalligliriappariva davanti agli occhi la triste scena di quel cataletto con su la cassadella mortaportato via da quegli uominie dietroa cavallo di due muleilprete e il sagrestano... La sua povera mammache se n'andavacome se n'era andata una voltama questa volta per sempre!... Glipareva di sognare.

E gli pareva anchedi giorno in giornoche quella visionesi allontanasse e stesse per dileguarsi. E si sentiva di nuovo solo solorassegnato alla sua sorteproprio come due anni addietroquando da Palagoníaaveva preso la strada delle colline senza sapere dove andasse e perchè andassee massaio Turi lo aveva incontrato sul ciglione dell'Arcura e gli aveva detto:

- Vuoi allogarti per nuzzaru?

Infattiuna mattinalo zi' Girolamo che menava i buoi albeveratorioudendo il Tiù! Tiù! di uno zùfolo lassù tra i mandorlidi Rossignolosorrise scotendo la testa:

- Scurpiddu riprende a sonare. Così è la vita! Imorti se ne vannoe chi resta deve pensare ai fatti suoi.

E i fatti suoi per Scurpiddu erano gli otto pulciniche venivano su vispi e grassi e si erano già rivestiti di piume. A governarliper ora pensava la massaiacon farina di ceci abbrustoliti intrisa con l'acquae foglie di lattuga e prezzemolo tagliuzzate finemente.

- Come sono cresciuti! Quasi si confondono con quellidell'altra covata.

- Non dubitare- rispose la massaia ridendo. - Metteremoloro il segno per distinguerli.

E soggiunse:

- Sei fortunato! Guarda: due dei miei hanno il torcicolloesarà difficile che càmpino.

I due pulciniquasi avessero il capogiroroteavano su stessicol collo contorto e la testa per aria.

- Paiono ubbriachi! - disse Scurpiddu.

I suoiche tra le piume avevano ancora un po' di lanuginediluviavano come tanti affamati. Erano tre maschi e cinque femmine. Li osservavaamorosamente mentre mangiavano attorno al piatto insieme con gli altri. E seuno di essi faceva il prepotente per allontanare dal posto qualcunodell'altra covatadando colpi di becco a destra e a sinistraScurpiddurideva:

- Vorrebbe ingoiarsi tutto lui!

Per distinguere le covate e far contento Scurpiddulamassaia aveva cucito a uno stinco di tutti i pulcini di lui un pezzetto distoffa a colore. Ora soltanto egli li reputava proprio cosa sua: e gli sapevamill'anni di vederli cresciuti da poterli condurre in branco con gli altri apascolare pel pratosu le alturee addestrarli a marciare.

E ruminava lunghi càlcoli. Le femmine avrebbero poi fatto leuova: egli avrebbe messo unadue covate... Ed eccolo con un branco di tacchinidi sua proprietà!

- Solamente...

E si arrestava confuso pensando che non aveva terreni dovecondurli a pascolarenè pollaio dove accovacciarli.

- Vah! Ne venderò un paio e dirò a massaio Turi: - Pagol'affitto del pascolo e del pollaio... dieci lirequindiciquanto volete!

Si sentiva le tasche ripiene di soldi e spendeva e spandevacome un riccone. - Dieci...Quindici lire! Quanto volete?

In quel momento però tutta la sua ricchezza erano i diecisoldi regalàtigli dagli amici. Involtàtili in un pezzetto di cartaliaveva nascosti in un buco della parete del suo stambugioe se n'erascordato. Facendo e rifacendo quei suoi càlcoligli erano tornati in menteemèssili nella tascali portava con sèsempre avvolti con la carta. In quellatascaoltre allo zùfolo e al coltellino col manico di ferroScurpidduteneva risposti una scatoletta di latta da fiammiferitrovata mesi addietro perterra vicino al beveratoio; refespagoritagli di stoffee una ventina diconchiglie scavate in un sedimento di terreno argilloso dell'Arcuradi formediverse e di varia grandezza.

Nei momenti in cui non sapeva che faresi era messo acavarle fuori col coltellino e a ripulirle.

Parecchie di essesimili a un corninole aveva regalate al Soldatoperchè se ne servisse da bocchini pel sigaro; parevano fatte aposta per questo. Quelle a foggia di lumacacon bizzarri disegnicon giridentellaticon sporgenze acute come spinee l'interno iridatoquasi dimadreperlale conservavasenza scopounicamente perchè erano cosettinebizzarre.

Aveva trovato una voltaa fior di terraanche due moneteantichedue soldi vecchiegli diceva. Ma avendole mostrate a Don Pietroquesti gli disse:

- Che te ne fai? Dàmmele. E Scurpiddu gliele diede.Il Soldato e gli altri contadinimentre Don Pietro celebrava la messasi erano divertiti a far credere a Scurpiddu che quelle monete valevanoper lo meno dieci lire l'unae che il prete sarebbe andato a venderle inCataniadove quelle cose del tempo dei Saraceni erano apprezzate e ricercate; edicendo del tempo dei Saraceni intendevano parlare d'una grande antichità.

Scurpiddu alzava le spallevoleva mostrare di noncredere a quel che gli soffiavano nell'orecchio; intanto si pentiva del regalofattoe si maravigliava che un prete che celebrava la messa fosse ladro! Luiche sapeva di poter vendere dieci lire l'una quelle monetenon avrebbe dovutodirgli: - Che te ne fai? Dàmmele. - E quando il prete dall'altare si voltavaper ripetereaprendo le braccia: - Dominus vobiscum - Scurpiddubrontolò dentro di sè:

- Dovreste ridarmi le monete piuttosto!

Dopo la messasi era aggirato attorno al preteper trovarl'occasione di dirglieloaspettando anzi che Don Pietro lo avesse capito anchesenza che lui gliel'accennasse. Ma Don Pietro sorbiva lentamente il caffèrimasto nella tazza in cui aveva intinto i biscotti preparàtagli dalla massaiae di tutto parlava fuorchè delle monete.

- Dobbiamo pensare alla cresima di questo ragazzomassaia.

- Ora che viene il nuovo vescovosissignore.

- E poi alla confessione e alla prima comunione.

- Ha tanti peccatacci addosso! È veroScurpiddu?

- Io? Che peccatimassaia? Esclamò Scurpiddustupito.

- Vieni qua- disse Don Pietro. - Lo sai tu cosa sono ipeccati?

- Primo: dire bugie - continuava Don Pietro - Secondo:rubareprendere di nascosto roba non sua...capisci? Bisogna renderla senoc'è l'inferno che ci inghiotte.

- E dunque... - disse Scurpidduesitando. - Dice il Soldatoche valgono dieci lire l'una. Sono mie le ho trovate io!

Don Pietro e la massaia scoppiarono a ridere.

- Anche più di dieci lire l'una! - soggiunse Don Pietroscherzando. - Ma io non te le ho prese le monete; me le hai regalate.

- Io? - protestò Scurpiddu. - Sono mie; le ho trovateio!

E l'intonazione voleva significare:

- Rendètemele!

All'ultimovedendolo quasi con le lagrime agli occhiDonPietro aveva dovuto rendèrgliele; e per ciò si trovavano insieme con gli altrioggetti e coi dieci soldi in fondo della tasca.

Quando se la metteva a tracollacol pane e ilcompanàtico della colazioneprima di condur via i tacchinispesso il Soldatotentava di frugargliela.

- Vediamo il tesoroScurpiddu!

E siccome il ragazzo si scansavastizzitoil Soldatogli ripetevasapendo di farlo arrabbiare:

- Ora che è proprietarioScurpiddu non dàconfidenza a nessuno!... Ehi!... Proprietario!

XIII

 

Come erano passati presto quei mesi d'inverno con labacchiatura delle ulive e coi lavori per l'estrazione dell'olio! Poi laseminagionepoi la sarchiatura dei grani: poi l'estate! Ora le biche dei covoniaspettavano su l'aia le mule per la trebbia: e Scurpiddu intantoconduceva i tacchini fra le stoppie piene di grilli e dove c'era sempre dabeccare anche qualche chicco di frumento o di orzo cascato dalle spighe mature;oggi a piè del Montedomani al Benefizioun altro giorno ai Saraceni o aBardella.

Nelle ore meridianeli radunava all'ombra di un annosoulivoo di un gelso bianco che pareva un capannone con quei rami fino a terrapresso il canneto di Casa di Mezzo; e luiseduto per terracon le spalleappoggiate al troncofaceva il verso alle cicale che frinivano per la vallatadegli ulividai mandorlidai pioppisenza mai stancarsi fino a sera. Sisarebbe addormentato se non avesse avuto lo svago del balocco chesi era costrutto giorni prima con un tubettino di cannaun pezzetto dicartapècoradue crini della coda d'una mula e un legnetto. Alla cartapècoraarrotondata aveva fattocon un agodue fori nel centro per infilare i duecrini annodatiuno da un foro e l'altro dall'altro; poisovrappòstala aun'estremità del tubetto di grossa cannaattorno a cui aveva già fatto unintacco e legatala bene con lo spagoannodati i due crini dal capo opposto eattaccatili con càppio al legnettosi era messo a far frinirecon giri più omeno rapidiil suo balocco.

E all'ombra del gelso biancomentre i tacchini riposavanoraccolti attorno a luimentre Paola si faceva una scorpacciata di moredi gelso mature saltando da un ramo all'altroegli si divertiva con quelbaloccoe le cicaleper rispostafrinivano più forte.

Spesso arrivavano fin là le grida degli uomini cheincitavano su l'aia le mule a correre torno torno per trebbiare i covoni; evedeva passare il sagrestano della parrocchia o il barbiere mastro Ciccio ilVecchio che andavano da un'aia all'altra a chiedere le mancie di granonuovocome era usoai parrocchiani e clienti. Così avevano fatto al tempodella raccolta degli uliviper l'olio. E al ritorno alla masseriaegli liincontrava con le bisacche ricolmesu la mula o su l'asinoe li salutava.

- Dovresti darci un bel tacchinoScurpiddu.

- Se fossero miei!

Non diceva che nel branco c'erano già i suoi ottopollastroni grassi e tondiche si distinguevano appena dai vecchi tacchini. Fraqualche mese le femmine avrebbero cominciato a far le uova; a Nataledue deimaschi gli avrebbero fruttato dieci lire. E poi!... .E poi!...

Quella sera gli uomini erano seduti al frescostanchi dellagiornata di lavoro; e il Soldato vedendolo arrivarelo aveva subitochiamato:

- EhiScurpiddu! Vuoi farti cavare un dente? C'è quilo zanni.

Lo zanni e la donna che l'accompagnava erano seduti sulo scalino del portone del frantoioe avevano davantiper terradue cassettedi legno scurocon cigne di cuoioe due bisaccette di tela cruda ripiene dioggetti diversi.

Scurpiddufatti entrare i tacchini nel pollaiosi eraavvicinato lentamentecon le mani dietro la schiena; sospettava qualche burladel Soldato e stava in guardia

- Vuoi farti cavare un dente? Ecco qui la tanaglia.

E mostrava lo strumento.

Lo zanni non si era neppure voltatonè aveva alzatoil capo. Che armeggiava con tutto quel fil di rame messo a tracollae quellatanaglietta a punta? Ah! Una coroncina da rosario. Le maglie coi grani di coccosi seguivano rapidamentee la coroncina si allungavasi allungava: lamedaglietta straluccicava quasi fosse d'oroa ogni scossa.

- Sì o no? - insisteva il Soldato tra le risa degli uomini sdraiatiper terra.

- Fatevene cavare uno voi! - rispose Scurpidduche siera messo a osservare più da vicino l'armeggìo delle mani dello zanni.

- Vuoi rubarmi il mestiere? - gli disse lo zannisorridendo.

Scurpiddu ebbe quasi paura vedendo le pupille nerissimetra il bianco degli occhie le due file di denti bianchissimi tra le labbrarosse e sottili di quell'uomo nero come il pepemagrocon gambe lunghe estecchitecon mani secche e peloseil quale parlava con un accento stranovibranteche Scurpiddu non aveva udito mai.

Ma egli ebbe davvero paura più tardiquando nel frantoiogli uomini fecero cerchio attorno allo zanni cheposata per terra unadelle cassettespiegava:

- Si nasce ceraulo; e allora non c'è animale velenosoche possa farci male. Io mi rido delle viperedegli scorpionidelletarantole... Le serpi poi sono al mio comando... Tutta grazia di San Paoloperchè son nato la notte del ventinove di giugno. Chi nasce quella notteonell'altra dal 24 al 25 gennaioè ceraulo.

E postesi due dita in boccafece un acuto e lungo fischioche gli morì tra i denti assottigliandosiPoi alzò il coperchio dellacassetta.

Scurpidduche era salito su la base della màcina perveder meglioalla vista delle serpi che si rizzavano snodandosi e si versavanofuori della cassettadiè un gran strillo.

Lo zanni le afferrava se le avvolgevaattorno al collo e alle bracciazufolando sommessamentemonotonamenteintantoche con l'indice e il pollice della mano destra prendeva una serpe per la testafacendola divincolare penzolonimentre con la sinistra ne impugnava un'altrapel collo a guisa di spada... .

- Questa è la spada di San Paolo!

Gli uominiil Soldatomassaio Turiguardavanosbarrando gli occhiallargando il cerchio e poi sbandàndosi allorchè lo zannitoltesi le serpi d'attorno al collo e alle bracciale lasciava libere perterra. Strisciando rapidamentee passando tra le gambe degli uomini che siscansavanoesse andavano a nascondersi negli angoli buifra i tronchi di uliviammonticchiati in un cantoo dietro gli aratri appoggiati al muro con le puntedei vomeri in giùo tra i toppi dello strettoio lì accosto.

Scurpiddu era contento di essersi messo al sicuro;volgeva però ansiosamente gli occhi da tutte le partie non perdeva di vistalo zanni che rimasto fermoin piedicon le mani in tasca e gli occhisocchiusipareva non si curasse di altro che di masticarecon grandissimasoddisfazioneun pezzetto di tabacco in cordanè la donna che lo accompagnavae che stava seduta per terra accanto all'altra cassettasul cui coperchio eraincollata una rozza stampa raffigurante San Paolo con due serpi ritte dappiè aidue lati.

Scurpiddu si domandava:

- E ora? Le serpi rimarranno qui?

Non osava rivolgere la parola a nessunoper paura che il Soldatonon si rammentasse di fargli il brutto scherzo di prenderne una eavvòlgergliela attorno al collocome lo aveva minacciato. In quel momentoognuno badava a sè; pareva che il Soldato avesse paura quanto gli altri.Si era messo accavalcioni del becco d'una vite del torchioe dimenava le gambequasi volesse sfidare le serpi a raggiungerlo lassù.

Al nuovo acuto e lungo fischio dello zanniil poveroScurpiddu allibì.

Di qua e di làstrisciandoondeggiandole serpiaccorrevanoe al monotono zufolìo del loro padronegli si attorcigliavano alcollo dei piedied egli le prendeva ad una ad una e le riponeva nella cassettapremendone leggermente il coperchio con la manoperchè le irrequiete nonsguisciassero fuori nuovamente

- E San Paolo protegga il massaio e tutti gli uomini diquesta masseria! - disse lo zannichiudendo a chiave la cassetta

La donna allora cavava fuori un mazzo di stampe dall'altracassetta e gliela porgevaperchè le distribuisse agli astanti

Tutti prendevano la figurina e davano un soldo

Scurpiddu esitava a prenderlanon avendo in tasca un soldoda dare

- A te gratis- gli disse lo zanni- perchè seipiù magro di me

- Infatti si chiama Scurpiddu- soggiunse il Soldato- Soldi però ne ha più di tuttiÈ proprietario Scurpiddu

- Vi adatterete a dormire con gli uomininel fienile; nonabbiamo altro posto- si scusava il massaio

Il posto non mancavama il massaio sapeva che di quellagente vagabonda era prudente non fidarsi troppoAvevano le mani lungheCavavano dentilavoravano coronema erano più abili nel far sparire unoggettoE bisognava trattarli bene; se noc'era il pericolo di veder le bichedei covoni prender fuoco su l'aia senza che nessuno potesse mai scoprire in chemodoGià quelle facce nerequelle figure strane e cenciose non dicevanoniente di bono

La massaia si era chiusa a chiave nelle sue stanze insiemecon la servaperchè aveva paura di loroLe avevano regalato una bella coronadi coccosìma sarebbe costata troppo cara col paneil vino e il grano cheil massaio doveva dar loro domaniper levarseli di torno

Scurpiddu aveva seguìto lo zanni fino alla portadel fienile

- Volete insegnarmi a far le coroncine? - gli disse sottovocefermandolo per la giacca prima che entrasse- Dovreste vendermi latanaglia a punta e il fil di rame e il coccoe le medagliette

- E i quattrini chi te li dà? - rispose lo zanni

- Vi dò uno dei miei tacchiniA Mineo lo vendereste cinquelire

- Ne riparleremo domani- conchiuse lo zanni

Ma il lampo delle pupille piccole e vivide tra il biancodegli occhie i denti bianchissimi che luccicavano tra le labbra sorridenti suquella faccia nera come il pepenon parvero a Scurpiddu un buon auguriopel suo affare

 

XIV

 

 

Non chiuse occhio in tutta la nottataripensando quel “Neriparleremo domani”E se lo zanni voleva proprioquattrini?

Come trovarli lì per lì?

Aveva udito dire dal Soldato allo zi' Girolamo: - Dovenascondete il mortovecchiaccio? Non spendete un soldo del salarioFate almenotestamento e rivelate il nascondiglioDovrà mangiarseli la terra queiquattrinivecchiaccio?

- Tròvali- aveva risposto il bovaro crollando la testa

- Se chiedessi in prestito cinque lire allo zi' Girolamo-pensava Scurpiddu- Gliele renderei sùbito con le prime coroncinevendute

E all'alba andò a trovare il bovaro chespartito il fienoai bovisi accingeva a spazzare l'agghiaccio

- Mattiniero! - gli disse il vecchio- Sudammi una mano

Scurpiddu prese la grossolana granatache era più altadi luifece un mucchio di tutto il concimene riempì un corbello e andò avuotarlo nel serbatoio davanti a la stalla delle mule

Il vecchio intanto rivolgeva la parola ai suoi animaliliaccarezzavali strigliava con le dita affettuosamente:

- Questi sono i miei figli!

Scurpiddu l'osservava senza ancora sapersi risolvere adomandargli: - Volete prestarmi cinque lire? - quando comparve lo zannicon la pipa in boccail fil di rame a tracollae in mano la tanaglietta apuntaLavorava lesto lesto le maglie di una coroncinaannodando i grani dicocco anticipatamente infilati nel fil di rame; e intanto che le dita sembravanooccupate per proprio contogli occhi lucidi e neri pareva contassero i capi dibestiamee ne calcolassero il valore

- Dunque?- egli disse finalmente a Scurpiddu

- Quanto volete? - rispose il ragazzo

- SecondoTanagliafil di ramecocco e medagline per ledieci corone?

- E insegnarmi anche. - rispose Scurpiddu.

- Tre liretutto compreso; ma in danaro sonante.

Scurpiddu si grattava la testaguardando lo zi'Girolamo.

- Vuoi diventare zanni? - disse il bovaro a Scurpidduridendo.

- Vo' fare coroncine e venderlezi' Girolamo.

- Bravo! La prima te la compro io.

Scurpiddu lo trasse in disparte e gli parlò in unorecchio.

Il bovaro strinse le labbrasocchiuse gli occhi e stette unmomento a riflettere.

- Sentite- poi disse allo zanni. - Più tardi saremolassùal pascolo. Venite làconchiuderemo l'affare: due lire.

- Treo niente! - quegli risposetogliendosi la pipa dibocca e facendo schizzare la saliva tra i denti.

Scurpiddu tornò a grattarsi la testa e a guardare lo zi'Girolamoimplorando.

- Va bene; venite lassùsoggiunse il bovaro.

Fu una gran giornata per Scurpiddu. La seratornandoalla masseriagli pareva di possedere un tesoro con quel fil di rame e quelcoccoquelle medagline e la tanaglietta a punta.

La sua prima coroncina era già fatta a metà. Egli avevapregato lo zi' Girolamo di serbargli il segreto; e prima di arrivare allamasseriaaveva nascosto tra le erbe il fil di rame; sarebbe andato ariprenderlo più tardisenza farsi scorgere da nessuno. Temeva che il massaio ola massaia non lo sgridassero pei quattrini che si era fatti prestare. Dopod'aver reso allo zi' Girolamo le tre lireavrebbe lavorato una bella corona perla massaia e gliel'avrebbe regalata.

Ogni domenica poiquando i contadini verrebbero allamasseria per la messaegli direbbe: - Chi vuol comprare coroncine? Otto soldil'una. - E ne guadagnerebbe quattro su ognuna di esse. Farebbe anche laccetti amagliaper diversi usicatenelle per chiavicome lo zanni

Quella sera non si mise a dormire se prima nonebbe aggiunto alla coroncina altri dieci chicchi d'una posta.

Dall'alto del suo nidoPaola lo guardava intentatenuta desta dal lume

- Vuoi apprendere a lavorar coroncine anche tu?

Le maglie non erano uguali; bisognava impratichirsi bene.

Quella prima coroncina mal fatta Scurpiddu pensava ditenerla per sècome ricordo. E non spense il lumicino a olioavanti di averavvolto il fil di rame in cerchi più strettida riporlo comodamente nellatasca che portava a tracolla con dentro la colazione e i dieci giorni e levecchie monete e lo zufolo e gli altri oggettitutta la sua ricchezza.

Ogni giornoappena arrivato coi tacchini e con Paolanel posto del pascoloScurpiddu si sedeva per terracavava fuori i suoiarnesi e si metteva a lavorare attentamente e lentamente nella prima settimanainterrompendosi per non perder d'occhio le sue bestioleper fare qualchecarezza a Paola che veniva a posàrglisi sul braccio e tentava distrappargli dalle manicol beccoquel filo lucido che pareva attraesseparticolarmente la sua curiosità.

- Ti farò una bella catenina pel collo; sta' cheta- lediceva Scurpiddu. - Parrai una signora con collana d'oro.

Ma Paola si mostrava molto seccata di vedere il suopadrone che se ne stava continuamente occupatoincurante di lei.

- Quante coroncineScurpiddu? - gli domandava lo zi'Girolamo.

- Cinque. Quando avrò fatta la diecinaandrete a venderlevoie riprenderete i vostri quattrini.

- QuanteScurpiddu?

- Otto.

- Fammi vedere. BravoScurpiddu!

- E solide! Guardate.

Le stirava per mostrare la bontà delle maglie.

- Per voisceglierò la meglioall'ultimo.

- GrazieScurpiddu!

Scurpiddu era divenuto serio. Non si sentiva tranquillocon quel grosso debito di tre lire addosso. E la sera d'un sabatoquando potèconsegnare allo zi' Girolamoche andava a Mineo per la vicendaquindicinalele dieci coroncine belle e finitecoi chicchi dei paternostri ele medagliette in fondomise fuori un gran sospiro di sollievo. Ma passò ladomenica agitatissimo. Chi sa se lo zi' Girolamo avrebbe potutosmerciarle tutte? E gli andò incontroappena lo scorse da lontano.

- Sei soldi l'una- gli gridò il bovaro. - E col denaro tiho comprato altro fil di rame e cocco e medagline dallo zanni che hoincontrato per caso. Ho fatto bene?... .Le tre lire me le darai un' altra volta.

Scurpiddu si mise a saltare dalla gioia. Quanto fil dirame! Quanto cocco! Quante medagline! E anche del fil di ferro per le coroncinepiù scadenti!

- Dice don Santi il merciaio chea quel prezzote ne compraquante ne avrai fatte.

Anche questa sembrava a a Scurpiddu una gran fortuna.

Che bella idea aveva avuto d'imparare quel mestiere! Avrebbepotuto fin smettere di fare il guardiano di tacchini. No; sarebbe stataingratitudine verso il massaio e la massaia. Gli avevano fatto tanto bene! Glisi erano affezionati come a un figlio. La massaia pensava a rivestirloa farglilavare la biancheria; e il massaio gli aveva detto che l'anno venturo gliavrebbe insegnato a potare e a far gl'innesti dei peridelle meledeimelogranati. Il guardare i tacchini non gl'impediva di lavorare coroncine ecatenelle e lacci a maglie se voleva. E poiormaigli sembravache la masseria fosse casa sua; in quattro anni se n'eraallontanato appena una o due voltespedito a Mineo dal massaio per unacommissioncina; andare e tornare; e un'altra volta per una testimonianza davantial Giudice istruttoreinsieme col Soldato. Due mietitori erano venutialle mani una sera alla masseriae uno era stato mortalmente ferito con uncolpo di falce. Il Giudice istruttore con gli occhiali d'oro a capestroilcancelliere che scriveva le deposizionii carabinieri nella saletta di aspettoavevano così atterrito Scurpidduche non gli era parso vero di scapparsùbito e tornare sano e salvo alla masseria. Làquel bugigattolo accanto alpollaio era il suo palazzonon ci entrava nessun altro.

E gli otto tacchini? Se volevaa Natalesarebbero quaranta lire. Altigrassinon si distinguevano più dai vecchiAveva battezzato anche loro e con che nomi! UnoVittorio Emanuele; unaltroGaribaldi; un terzoil Guappoperchè presuntuoso eattaccaliteNotaio Don PietroCapobandala Massaia eparecchi altri non erano più nel brancoerano stati venduti da un pezzo.

Il brancoin due annisi era rinnovato. Egli aveva dovutoriaddestrarlo alle marce e a far la banda e per capobanda aveva messo il Guappoche quando cominciava a gluglugliare non la finiva piùe avrebbe voluto purefar la ruotaquasi per mostrar meglio la sua dignità; allor Scurpiddulo toccava sul dorso con la canna e gli faceva ritirare subito le ali e ilbernòccolo:

- AvantiGuappaccio!

Ma ora che aveva da occuparsi con le coroncineaddio marceaddio guerracom'egli diceva e si poteva anche aggiungere: addio Paola!Tutto si era dato a quel lavoro.

- E lo zùfolo? - gli domandava il Soldato. - Non tisi ode più!

Lo zùfolo rimaneva in fondo alla tasca abbandonato. E Paolavolava e rivolava da un albero all'altrosi faceva portare in carrozza daitacchinisi allontanava dal brancoe spessosul punto di ritornare allamasseriaScurpiddu doveva richiamarla a lungo col fischio e gridare più volte

- Paola! Ehi! Paola! - prima di vederla venirea posàrglisi su la spalla.

- Hai ragione- egli le diceva. - Il padrone ti trascura. Mache vuoi? Dobbiamo guadagnare quattrini. Tu non ne hai bisogno di quattrini; iosìPaola! Domani però ti farò la collana e gli anelliniuno perpiede.

Il giorno dopoappena egli le infilò al collo la collana egli anellini ai piediPaola diventò irrequieta; voleva togliersi a ognicosto quegli strani impacci d'addosso. Se la prendevaparticolarmente con gli anellinidue semplici cerchietti di fil di rame. Sistizzivasi accaniva a dar colpi di becco ora a questoora a quello; e quandosi persuadeva che era inutile tentar di spezzarlisi rivolgeva alla collanamezza affondata tra le piume del collo a forza di scosse e di strappate. Scurpiddurideva: le rimetteva la collana a postoe aggiustava gli anellini già un po'deformati.

- Sta' chetaPaola! Sembri una sposaPaola!

Paola non gli dava retta. Ripreso a inveire contro glianelliniper essere più libera volava lontanosur un mandorlo. E lassùdopoun quarto d'oraera riuscita a cavarseli. Scurpiddu la vide tornaretranquilla. Pareva gli dicesse:

- Vedi se l'ho vinta io?

Di tanto in tanto allungava il collochinava la testaafferrava con la punta del becco la collanala scotevacercava di tirarla suma smetteva sùbito.

Il giorno che Scurpiddu regalò la corona allamassaiae si seppe alla masseria il nuovo mestiere di luiil Soldatonon gli dètte requie.

- Zannivieni qua; cavami un dente! Vieni a cavare i dentialle mule! Per questomarmottanon badi più a imparare a lèggere! Te lafaccio io una bella corona!

Aveva legato in filzacon lo spagozanne di animaliossicini d'ogni speciesassolinie preso Scurpiddu fra le gambegli attaccavaquella corona al colloquantunque il ragazzo si schermisse.

- Così sembri uno zanni davvero!

Gli zanniinfattiper segno della loro valentia nelcavar dentine portavano al collo una filzalegati con maglie di fil di ferrocome i chicchi di una corona.

 

XV

 

Ma di lì a un mesetutti i bei progetti di Scurpidduerano andati a un tratto per aria in modo inatteso.

Una sera il Soldato gli aveva detto:

- È arrivata la citazione per la testimonianza. VedraiCatania senza spendere un soldo; sei contentoScurpiddu?

- Io l'ho già fatta la mia testimonianza.

- Dovremo rifarladavanti alla Corte d'Assise.

- E chi sa dov'è Catania? Io non ci vado.

- Verranno i carabinierie ti condurranno là ammanettato.

- Malannaggia chi dà colpi di falce!

Scurpiddu quasi piangeva. Immaginava che avrebbe di nuovotrovato colà il Giudice istruttore. Costui aveva voluto sapere tante e tantecoseche gli aveva messo paura con gli occhiali d'oro davanti a quegli occhi sbirri(intendeva dire scrutatori).

Per ciò sul carretto che lo portavainsieme col Soldatoe con altri contadini testimonialla stazione di ValsavojaScurpiddunon diceva una parola. Invece il Soldato chiacchierava per venti.

- Napoli! Milano! Genova! Torino!... Quelle sono città! ATorinoneve alta così! Freddo!... Ma sotto i portici - la navata d'una chiesatal quale! - si passeggia come in casa... Genova? Il portoun bosco diantenne!... Strade a scale... Palazzi!... E la galleria di Milano? Ah!...Figuratevi quattro vie col tetto di vetro e la cupola in mezzopiù grandedella cupola di Santa Maria; e di qua e di lànegozicaffètrattorie....Nelle sere di permessoandavo a vedere la macchinetta che accende il gaslassù. La gentetutti coi nasi all'aria... A un tratto uno dà fuoco allamacchinettache si mette a correre in giro; pare un topolinodi laggiùchevada lesto lesto e si lasci dietro mille fiammelle!...

Scurpiddu spalancava gli occhi.

- Ecco il treno! - s'interruppe il Soldato.

Lontanotra gli alberisi vedeva un pennacchio di fumobianchiccio che correvasparivaricompariva.

Il treno! Scurpiddu non aveva nessuna idea dellaferrovia. E intanto che il carretto prendeva la scorciatoia verso la stazione.egli non perdeva d'occhio quel fumo che correvacorreva come il vento.

- E senza cavalli!

Gli pareva impossibile. E rimase a bocca apertatrattenendoil respiro per turbamentoall'apparire di quel mostro nero che fischiava e siavanzavatrascinandosi dietro una gran coda di carridagli sportelli dei qualisi affacciavano tante teste!

Entrò nella vettura con riluttanzae si tenne accosto al Soldatotenendo un'ala della giacchetta di lui.

Il treno si agitòsi mossefischiòprese la rincorsa.All'improvvisogran buio!

Scurpiddu diè uno strillo e si aggrappò forte forte al Soldato.

- Non è niente: siamo nel tunnelsotto terra. Non averpaura.

E come ricomparve la lucee Scurpiddu vide daglisportelli la corsa degli alberi e delle case di campagna che pareva siprecipitassero contro il treno e fuggissero viasi sentiva sbalorditoglisembrava di fare un sognoo di trovarsi in un mondo nuovo. Aveva dimenticato lamasseriai tacchiniPaolale coroncineogni cosa; e passato il primosbalordimentogià si divertiva di sentirsi trasportato cosìa traversoquella vasta pianuraquasi a volo. E credette proprio di star per ariaquandoil trenogiunto a Cataniapassò su le arcate del ponte della Marinaed eglivide laggiù tante persone tra i viali di un giardinoepiù in là il marecol porto pieno di barche e di legni.

- Quant'acqua. Madonna santa!

Si sentì diventare piccino piccino.

In quei tre giorni Scurpiddu passò di meraviglia inmeraviglia. Andava dietro al Soldato come un cagnolinochiedendospiegazìonifermandosi a ogni due passi per esaminar bene ogni cosa.

- Ti piace CataniaScurpiddu? È meglio dellamasseria?

- È un paradisol

Una compagnia di bersagliericoi cappelli piumaticheandava a passo di corsa gli rimase negli occhi tutta la giornata.

Più tardi il Soldato lo fece assistere alla partenzadi un piroscafosu cui si imbarcavano molti coscritti.

- Dove vanno?

- A Napolia Genova. Beati loro! Li invidio!

Li invidiava in quel punto anche Scurpiddu

Gli sembrava che il cervelloin due giornigli si fosseslargatoche la mente gli si fosse schiarita. Di làdi là di quella immensadistesa di acquac'erano altri paesialtra gente. E quei nuovi militi andavanoa vederliandavano a divertirsipensava Scurpidducome avrebbe fattoanche lui se avesse potuto fare il soldato. Il piroscafouscitodal porto lentamenteora filava dirittolontano; pareva una barchettaunpunto nero appena; fra poco non si sarebbe scorto più!

Scurpiddu non sapeva persuadersi come mai tuttaquell'acqua non traboccasse fuor della riva. A ogni ondata che andava afrangersi su i massi della digaegli si tirava indietro. Si rattrappiva purealla vista di quella barchetta che ballònzolava su l'acqua e di tratto intratto pareva dovesse venir inghiottita dai gorghi che le si aprivano sotto.

- Vuoi andare in barca? - gli domandò il Soldato.

- Nono!

Lo disse con tal accento di terroreche il Soldatoscoppiò a ridere.

- Questa sera poi- tornò a ripetergli- dovrai baciare lacoda al Leotro. Chi viene in Catania la prima volta e non bacia la codaal Leotropaga la multa o va in carcere.

- Che è il Leotro?

- Quell'animale di pietra nera con quei dentoni bianchi equella trombache hai visto in piazza; si chiama anche elefante.

Scuirpiddu fece una spallucciata.

- Di seraperchè non ti veda nessuno.

Ma il Soldato non parlava a bastanza serio che Scurpiddunon capisse ch'egli scherzava

- Voglio comprarmi un sillabarioun bel libro per imparare alèggere- disse Scurpiddu.

E andarono da un libraio.

- Di quelli con le figure- chiese il Soldato chevoleva mostrare d'intendersene.

Uscendo dalla bottegaecco di nuovo i bersaglieri. Tornavanoda una marciapolverosisudatima altiericon le piume al ventosempre apasso di corsadondolando un braccio tutti insieme. E la gente dietromarciando anch'essa al suono delle trombe

- Vieni!

Il Soldato lo prese per una mano. Era statobersaglieree quelle trombe lo eccitavano. Scurpiddu si mise a camminarein cadenza allegramenteeccitato pure lui. Per poco non gli sembrava di averein testa il cappello piumato

- Dove vanno?

- Alla caserma.

Era stanco. Mai Scurpiddu aveva fatto tanta strada aquel modo.

- Così- pensava- farò marciare i tacchini! E mi faròun bel cappello!

I galli della masseria però non avevano piume nere allacoda. Non voleva dir nienteMeglio anzi! Il gallo vecchio avea piume chesembravano d'oro.

Di tutto quel che aveva visto in Cataniai bersaglieri glierano rimasti impressi più vivamente nella fantasia. E lo disse alla massaiaelo disse a Paola. Gli pareva di esser tornato in un posto mortocontutto quel silenzio attorno. Aveva negli orecchi il rumore delle carrozzeenegli occhi il via vai della gentee il maretutta quell'acqua che veniva afrangersi alla riva.

Orain certe serate di ventogli sembrava di non esserepiù alla masseriatanto quel vasto stormire degli ulivi nella vallatasomigliava al rumore del mare che si abbatteva su i massi della diga in Catania

Col permesso della massaiaaveva strappato ai galli delpollaio le belle piume ritorte della coda e se le era adattate alberretto capricciosamentealla foggia dei bersaglieri. E con esse in capoconduceva i tacchini al pascolofacendoli marciare di corsae suonava lui lamarciaimitando le trombe dei bersaglieri col pugno davanti a la boccaquasisuonasse davvero una tromba.

Non pensava più alle coroncine. Aveva reso le tre lire allozi' Girolamoe col po' di fil di rame rimastoglisi era fatto una bellacatenellaa cui aveva legato lo zùfolo che ora portava in una tasca delpanciotto. Ogni seralettura.

E appena si trovava col Soldatolo interrogava:

- I bersaglieri corrono sempre così?

- Si arràmpicano come capre. Sono i migliori soldati.

- E le manovre?

Voleva sapere tutto della vita militare; come i soldatidormivanocome mangiavanocome si divertivanotutto!

- E il re che fa alla guerra?

- Il soldato anche luia cavallocoi generali. coicolonnellialla pioggia e al soledando ordini a tutti.

Il Soldato descriveva le cose a modo suospessoesagerando un pochino. Si era trovato alla presa di Romadavanti a la barricatadi Porta Piaed era stato ferito leggermente a una gamba. Si vedeva ancora lacicatriceed egli la mostrava con orgoglio.

- Se avessi ripreso la fermasarei andatoanche in Africa. E ora forse non sarei quima tra i mortilaggiù. Là sonoselvaggineri come la pece...Sono bestie feroci; non hanno paura della morte.Questo dispiaceva a Scurpiddu: che alla guerra si dovesse morire

- A chi toccatocca! - diceva il Soldato- Tanto simuore dappertutto. Tuo padre è morto cascando da un albero. Meglio alla guerra.Una palla ti freddae tu non t'accorgi di niente!

E si fa guerra ogni giorno?

- Ogni mill'anni!... C'è soldati che non hanno mai visto ilfuoco. Ce n'è che sono stati dieci volte alla guerra e non hanno mai avuto unascalfittura. A chi toccatocca!

Scurpiddu si rasserenavaquasi avesse dovuto partirdomani per la guerra. A chi toccatocca! Dovea toccare proprio a lui?

Giacchè l'idea di andar Soldato gli ribolliva nellafantasia dal giorno che aveva visto i bersaglieri. Voleva vedere un po' dimondocome tant'altri- e a spese del re - soggiungeva. Per luicome pertutti i contadiniil re era il governo.

I quattrini delle tasse non se li prende il re?E se li prende per mantenere i soldatiper fare quel che gli paree piace. Chi arresta la gente? Il reChi mette in carcere i ladri e gliassassini? Il re. Il re fa pure impiccare. Il padrone è lui; lo aveva dettotante volte il massaio.

- Com'è il re? - domandava Scurpiddu al Soldato.

- Un uomo come te e mecon tanto di baffi e certi occhi chepare ti vogliano mangiare.

- Chi l'ha fatto il re?

- C'è nato. Noi nasciamo contadini; e quelli nascono re.Sorte!

- Ma... lui chi lo chiama per fare il soldato?

- Comandanon fa il soldato. Il figlio del re è quasiragazzoe intanto è generale. Sorte! Ma pure un soldato semplice puòdiventare generale; prima caporalepoi sergentepoi luogotenentepoicapitanopoi maggiorepoi colonnello... .

- Ora che non ho ne padre nè madreio sarò nella levaèvero?

- Ti scarteranno se non cresci. Sei unranocchio.

Glielo diceva per ischerzoScurpiddu veniva sudiritto come un fusomingherlino sìma forte e ben fatto. E si sforzava diprendere aria militare con quel berretto piumato che voleva essere un cappelloalla bersagliera.

Era però sempre un ragazzo dalla fantasia facile adaccendersimutabile. L'idea di entrare nella milizia ora lo spingeva allalettura. Si immaginavadai discorsi del Soldatochesapendo lèggerelo avrebbero fatto subito caporale. E non voleva perder tempo.

Un giorno Don Pietroprima di dire la messagli domandò:

- È vero che hai già appreso a lèggere? Sentiamo.

Scurpiddu cavò sùbito fuori il sillabarioche portavasempre in tasca ed era ridotto molto male. Leggeva cantilenandostrascicando unpo' le sillabe e le parolestrapazzando un po' gli accenti. E di tratto intratto si fermava per alzare la testa e fissare Don Pietro negli occhi.

- Bravo! Avanti! Bene!

E Scurpiddu riprendeva a lèggerelietodell'approvazione del prete.

- Queste qui sono le figure- s'interruppe all'ultimo. -Ecco il leoneecco il bue- Nuova-legge dello zi' Girolamotal quale -C'è pure...

E sfogliava il libro lestamente.

- C'è pure il Guappoguardatequando fa la ruota!Lo chiamano tacchino. È vero Soldatoche tacchino vuol dire nuzzu?

Don Pietro sorrise.

- Ma non si lègge cantando - gli disse; - si cantal'ufficio. Devi lèggere pianocome parli

Scurpiddu si sentì offeso.

- I soldati lèggono così; mi ha insegnato lui- risposeadditando alteramente il maestro.

Ormai il sillabario egli lo sapeva tutto a memoria. E sottogli ulivi di Piano del Galluzzo o all'ombra del gelso biancolo ripeteva adalta vocesenza più guardare il libro.

C'erafra gli altriun raccontino intitolato: La mammaè morta! che lo commoveva fortemente. Si trattava d'una bambina chechiedeva l'elemosina e rispondeva così a un signore che le domandava: Dov'è latua mamma?

Anche lui aveva chiesto l'elemosinaanni fa: e la sua mammapure era morta!

Se ne rammentava come di un avvenimento assai lontanoe chenon gli aveva lasciato profonda traccia nell'animo. Certe volte - tutt'a untratto - gli passava davanti agli occhi la rapida visione della sua infanziadella straducola che sbucava nel piano di S. Mariadei bambini cenciosi eseminudi o nudi affatto che facevano il chiassoal soleinsieme con luiinsudiciandosi con la cretacon la polverementre le loro mamme filavano incrocchio chiacchierando e cantando. E allora egli rideva la suagiovanebrunacoi neri capelli tirati in su che luccicavano al solelasciando libera lafronte: e gli risuonavano nell'orecchio le lunghe risate che ella facevae lebelle canzoni che cantava con vocina limpida e intonata; una mammaahimèmolto diversa da quella riveduta parecchi anni dopoinvecchiata avanti iltempoirriconoscibilee che se n'era andata via per sempre quasi all'insaputadi lui!

Visioni d'un istanteche gli facevano battere rapidamente lepalpebre e tremare un po' il cuore.

Poi il presente lo riafferravalo distraevacoi tacchiniche si azzuffavanocon Paola che si prendeva troppa libertà di vagarelontano dal pascolodi confondersi su per gli ulivi e su pei mandorli con letàccole selvatichedi fare un po' la sorda quand'egli la richiamava; e anchecon tutte le fantasticaggini che gli ribollivano nella mente ora che egli sisapeva possessore di una somma assai grossa per lui: quaranta lire. Otto carteda cinquenuove nuovericavate dalla vendita dei suoi tacchini! Se leavesse avute nella tascale avrebbe contate e ricontate; ma gliele teneva inserbo la massaiaperchè lui non le smarrisse. Le contava però e le ricontavamentalmente. Con l'anno nuovoil massaio gli avrebbe dato anche il salario:quattro piastre all'anno... .quarant'otto tarì... .quasi ventiquattro lireoltre il mantenimento! Con esse avrebbe potuto farsi un vestito e un paio discarpe. E poitra altri due anniotto piastre... tre once e sei tarì.....novanta lire all'annocome il Soldatocome gli altri garzoni dimasseria... se non lo prendevano nella leva.

Perchè avrebbero dovuto rifiutarlo?

Oltre il sillabariosapeva anche quasi tutto a memoria unaltro libro che gli aveva prestato il Soldatol'Istruzione per learmi di fanteria. Ne capiva pocoma non voleva dir niente.

- Dovresti piuttosto imparare la dottrina cristiana- glidisse un giorno Don Pietro. - Ti porterò il libriccino iodomenica ventura. Tucresci come un turco. Dovrai confessartifar la prima comunione; non sei neppurcresimato! Che ti giova sapere quante parti ha un fucile?

- Per quando sarò soldato.

- Bel mestiere! Mestiere di ammazzar la gente e di farsiammazzare.

Scurpiddu guardò il Soldato; toccava a luirispondere.

- E San Sebastiano? E San Martino? Non erano forse soldati? -quegli disse.

- Ma erano anche santi. Tuper esempionon sei uno stincodi santotu! E ti chiamano il Soldato. Dico: bel mestiere! Per chi nonvi è costretto dalla legge. Se fossimo cristiani davverocisarebbe bisogno di soldati? Ognuno farebbe il proprio dovereognuno sarebbecontento dello stato in cui Dio l'ha fatto nasceree si vivrebbe tutti in santapaceMa siamo peggio dei pagani. Il mio è mioe il tuo è mio; ecco perchèsi fanno le guerre! E con le guerre vengono poi tutti gli altri guai! Castigo diDio! E andremo di male in peggiofigliuolo se non si mutastrada!

- Il mondo è stato sempre cosìcaro Don Pietro!-intervenne massaio Turicon la faccia bonaria sorridente. - Ha le gambe stortecome i canie nessuno può raddrizzargliele.

- Nono. Il Signore perchè ci ha dato dunque la ragione?Perchè è venuto Gesù Cristo a predicare il Vangelo? Le gambe dobbiamoraddrizzarcele da noifacendo il nostro doveresforzandoci di essere uomininon bruti.

Scurpiddu stava a sentire. Gli sembrava che il Soldatoperò non avesse saputo rispondere bene a Don Pietroe che si fosse lasciatoimbrogliare da lui. Si rammentava di aver sentito parlare di soldati del Papa.Il Soldato era stato ferito alla gamba da loroalla presa di Roma. Oallora?... Non era cristiano neppure il Papa? E non si potè trattenere daldirlo.

- Il Papa un tempo era re- rispose Don Pietro un po'imbrogliato- e doveva avere soldati. Ora Domineddio ha voluto che non sia piùreed è meglio... forse. Noi dobbiamo badare ai fatti nostri. E tu bada aitacchinisciocco; e non dar retta al Soldato che è più ignorante dite.

Scurpidduzitto zittosi rimise in tasca il sillabario

 

 

XVI

 

 

Quattro giorni dopoScurpiddu tornò dal pascolosenza marcia e senza banda di tacchiniAveva gli occhi rossi dal pianto.

- Ne hai smarrito qualcuno? - gli domandò la massaia.

- No: Paola...è volata via... con le altretàccole!...E scoppiò in singhiozzi.

La mattina era partito dalla masseria zufolandocon Paolasu la spalla.

- Oggi ti farò la carrozza- le aveva detto per via. - Unabella carrozza a quattro ruote.

Ci pensava da parecchi giornie aveva preparato ogni cosa.

Con le fibre delle foglie secche di fichi d'Indiachesembravano finissima opera di traforoaveva combinato la cassacucendola conlo spago per tenerla insieme; le ruote dovevano essere di verdi foglie carnosedi fichi d'Indiale due posteriori più grandiquelle anteriori più piccole;gli assi delle ruote e il timone di canna. Vi aveva lavorato una buona mezzagiornatacosì intento a quel baloccoche si era quasi scordato dei tacchini edi Paola.

E Paolaintantosi era imbrancata con le tàccoleselvatiche che andavano a saccheggiare le fave novelle dietro il Montee nonera accorsa ai ripetuti richiami del padrone che avrebbe voluto far la prova diattaccarla alla carrozza.

- Paola! Ehi!...Paola!

Era andato di qua e di làda un punto all'altro dellacollinaripetendo quel grido che quasi imitava i gracchi delle tàccolemainutilmente. Aveva guardato attorno tra gli ulivilontano tra i melogranati e iperi di Casa di Mezzoverso il cannetoverso il gelso biancolaggiù...

Si sentivano tubare le tortoresquittire i falchettifischiare merli per tutta la vallata; stormi di tàccole aliavano gracchiandoandando avanti e indietrofacendo capricciosi giri per l'ariaquasi esercizidi voloe tornavano rapidamente verso le rocce d'onde erano partitesenzaoltrepassare i seminati del Pulgaretto.

- Paola! Ehi!...Paola!

E non vedendola comparireavea gridato allo zi' Girolamo chestava rittoappoggiato al bastonein mezzo ai buoi pascolantia sinistradella vallata.

- Ohzi' Girolamo!... Paola!...Avete visto Paola?

- Nooo! - rispose il bovaroprolungando la voce.

Scurpiddudato un calcio alla carrozzal'avea mandataper aria sfasciata. Un triste presentimento lo agitava. Gliel'avea predetto lozi' Girolamo.

- Un giorno o l'altro Paola andrà via se nonle mozzi le ali. Bestie selvatiche sono le tàccole. Non ti fidare!

Indovinava sempre il vecchiaccio! Scurpiddu pensava alui con un po' di rancorequasi il pover'uomocon quell'avvertimento di malauguriogli avesse portato sfortuna.

Pure non osava credere che Paola avesse potuto farglila partaccia di abbandonarlo! Le voleva tanto bene! L'avea cresciuta eaddestrata con tanta cura! Gli teneva così buona compagnia la sera nel suobugigattoloquando si metteva a discorrere con lei appollaiata nel paniereinfisso nel muro e che le serviva da nido! Ormai non la reputava più unatàccolama una persona: tanto si mostrava intelligente ed affezionata! Com'eracarina - sembrava un bambino bizzoso - nei momenti che gli faceva i dispettuccidi tirargli l'orecchioun ciuffo di capellidi strappargli di mano un oggettoil fil di rameper esempioin quei giorni che egli stava occupato ad annodarecoroncine e badava poco a fare il chiasso con lei! Gli teneva il bronciosiallontanava su per gli alberi attornoaccorreva con ritardo al richiamo di luicome se volesse castigarlo... E appena si risolvevache carezzeche vellicamenti di orecchi! E con che grazia gli si appollaiava sul bracciopiegando le gambinetalvolta mettendo la testa sotto un'alaquasi intendessedi dirgli: - Vorrei stare qui sempre! Ci si sta così bene! - Giacchè per lui Paolaparlava a verso suosìma parlavae pure intendeva le parole di lui.

- Paola! Ehi! Paola! Paola!

Vide apparire di su la cima del Monte un gran stormo ditàccole che volavano fitte e facevano una macchia nera nel cielo azzurro.Scendevanogracchiando allegrerapidamenteverso le rocce della vallatadov'erano i loro nidiScurpiddu attese che gli passasseroin altosulcapoper chiamare replicatamente: - Pao!...Pao!... Pao!.. - mangiandosil'ultima sillaba del nome per imitar meglio il grido delle tàccole; e facendosivisiera della mano contro il soleguardava ansiosose mai avesse potutoriconoscerla. E l'aveva riconosciuta dalla catenina di rame che le straluccicavaal collo Allora si era messo a gridare più forte: - Paola! Pao!...Pao!..- Ma le altre tàccole avevano circondato Paola per condurla con lorocome una conquista gloriosaa viver libera tra le rocce. Scurpiddu notòinfatti cheun istantePaola si era arrestataaveva piegato il volo ingiùe che le altre tàccolestringendosele attornobeccandolaspingendolal'avevano costretta a tirar viatra un clamoroso gracchìo di vittoria.

Lo stormo era già lontanoe Scurpidduimmobilecongli occhi gonfi di lagrimecredeva di veder luccicare ancora la catenina di fildi rame al collo dell'ingrata che lo abbandonava...

- Paola! - gridò con voce soffocata dai singhiozzi.

Ma Paola era già sparita dietro i fichi d'India chefacevano siepe su l'orlo delle rocce nella gola della Caldaietta.

- Vergogna! Piangere per una tàccola? - le disse la massaia.- Non sei più un bambino!

A lettoprima di spegnere il lumeScurpiddu sisentiva solo senza Paola. Guardava il paniere vuoto infisso nel muro ecrollava il capo.

Pure non disperava di rivederla.

- Tornerà! - pensava. - Qui stava calduccia. A una bucadella roccia non saprà adattarsi certamente. Tornerà!

E la mattinaavanti di avviarsi coi tacchini al pascolosiaffacciò dal ciglio del precipizio dietro il frantoio per richiamare lafuggitivacaso mai la scorgesse. Gli rispose soltanto l'ecodue o tre volte. Scurpiddutornò addietro a capo chinoe sfogò la stizza coi tacchini che quella mattinanon andavano dirittoo indugiavano a pascolare tra le erbe ai fianchi dellastrada. Guappo si buscò un bel colpo di cannaVittorio Emanueleun calcioGaribaldi un urto con la gamba.

E per viaScurpiddu guardava in altoosservando glistormi di tàccole che passavano gracchiando allegramente. Ma Paola nonera tra essi; l'avrebbe sùbito riconosciuta.

Con un groppo alla goladimenticava di cavar dalla tasca lacolazione; non c'era più Paola che venisse a beccargli la fetta di panenero tra le mani. Più tardi però l'appetito si fece sentire. Scurpiddua ogni bocconemasticando lentamentequasi il pane o le olive nere salateavessero sapore amaroguardava attornolontanolusingandosi ancora che da unmomento all'altro Paola comparisse; ma l'infamaccia- così egli dicevainternamente- non si faceva vedere!

E sarebbe stato megliose non si fosse fatta piùvedere. Sul tardi un piccolo stormo di tàccolesei o settevenne a posarsisui mandorli di Rossignolo. Una di esse si staccò dal ramo poco dopoe si misead aliare sul branco dei tacchini che pascolavano. Si accostavatornavaindietro rapidamenteriveniva esitante…Era Paolacon la catenina dirame che luccicava al collo! Scurpiddu non aveva forza di chiamarlatanto la commozione gli paralizzava la linguadandogli frèmiti di gioia. Due otre voltePaola tornò a posarsi con le altre sul ramo del mandorloriprese ad aliare gracchiandopareva attendesse il richiamo; poi le compagnespiccarono il volo e la condussero via.

- Infamaccia! - singhiozzò Scurpiddu.

Da quel giorno in poi la infamaccia non si fece vedere più.

 

 

XVII

 

Una notte Scurpiddu era stato destato da un confusorumore che veniva dal pollaio accanto; strillisbatter di ali di polli etacchiniquasi colà fosse entrata una volpe o una dònnola e menasse strage.Balzò dal pagliericcioemezzo vestitoaperse la porticina.

- AhMadonna santa!

Il tetto del frantoio era in fiamme. Vortici di fumo escintille si spandevano attorno spinte dal vento che soffiava forte. Nugoli difumo salivano dalla catasta di legno del cortile a cui le scintille portate viadal vento avevano appiccato il fuoco. Il fumo dagli sportelliaveva invaso ilpollaio e soffocava galline e tacchiniche si agitavano furiosamente pertrovare uno scampo.

- Soldato!..Massaio!... Fuoco! Fuoco!

Scurpiddu urlavachiamando aiuto. Scalzosenza curarsidel freddo che lo gelavacorse a picchiare alla porta della stalla.

E quando il Soldatoancora insonnolitocomparve sula soglia e visto il bagliore delle vampesi precipitò fuoriScurpidduandò a picchiare alla porta della masseria:

- Fuoco! Fuoco!

In pochi minutitutta la gente della masseria era in piedigridandodando ordinichenella gran confusionenessuno eseguiva.

- Acqua! Acqua!...Una scala!...Un'accetta!

Scurpiddu imboccata la conchiglia marinacon cui ognidomenica chiamava i vicini alla messasuonavasuonavaintramezzando l'appellocon gridi prolungati:

- Aiuto! Aiutosanti cristiani!

Così strillava pure la massaiache si strappava i capellipiangendo.

Il Soldato e massaio Turisaliti sul tettorompevanocon le scuri le traviperchè il fuoco non si comunicasse a tutta la casa. Glialtri versavano acqua su la catasta della legna.

Scurpiddu riempiva brocche nella vasca vicinainsiemecon sei contadini che facevano una specie di catenaporgendosi da una manoall'altra i recipienti ripieni per far più presto.

Spalancatoquasi sfasciandoloil portone del frantoioilvento aveva spazzato sùbito il fumo e così si era potuto vedere che il fuocoera venuto dalla cucinail cui tetto poco dopo crollava. Crollava a metà ancheil tetto del frantoio.

Intanto era accorsa gente da tutte le parti. Le fiammecominciavano ad abbassarsi. Scurpiddudalla vascaguardava atterrito ledue ombre nere che si muovevano sul tetto tra il fumoagitando le bracciafacendo riluccicare le scuri a ogni colpo che davano. Tutt'a un tratto egli siricordò dei polli e dei tacchini:

- Povere bestie!

Efinito di riempire la brocca che aveva in manoin quattrosalti fu al pollaio.

- La chiave! La chiave!

Non la trovava. Afferrò un tronco dalla catasta che era giàmezza spentae cominciò a battere l'uscio con essofinchè non l'aperse.Polli e tacchini sbucarono fuori con tale violenza che per poco non lorovesciarono a terra.

- I tacchini e i polli sono salvimassaia! - si eraaffrettato ad annunziare.

- Tegònia! Tegònia! - balbettava la massaia mezzo svenuta.

La vecchia serva infatti non era con loro. Dormiva in unostanzinoaccanto alla stanza dove era morta la mamma di Scurpiddu; enel trambustonessuno si era rammentato della poverettache forse il fumosoffocava lassù.

Scurpiddu corse di fretta dietro il frantoioe chiamò:

- Z'a Tegònia! Z'a Tegònia!

La stanzetta aveva un finestrone su una piccola terrazza chesporgeva su l'abisso della roccia. Bisognava essere uno scoiàttolo perarrampicarsie poiil vento spingeva il fumo da quel latoavvolgendo laterrazzaquasi l'incendio avesse ingoiato la stanzetta e chi vi dormiva.

- Z'a Tegònia! Z'a Tegònia!

Oltre il fumoc'era l'abisso che si spalancava là sotto.Per tentar di appoggiare una scala nel punto dove la sporgenza della rocciapermetteva di farlo senza pericolooccorreva spiccare un bel salto e nonmettere il piede in fallo.

Scurpiddu diè un'occhiata attorno. Due grossi tronchi difichi d'Indiaabbattuti mesi addietrogli suggerirono l'idea di formare unponticellomettendoli per traverso. Sarebbe passato su di essie poi liavrebbe tirati dall'altra parte. Appoggiandoli al murovi si sarebbearrampicato. Se giungeva ad afferrare la ringhiera di ferro dellaterrazza... .

Dettofatto: due tronchi venivano trascinati con moltosforzobuttati a traverso il profondo spacco della roccia; e Scurpidducurvocon le braccia aperte per equilibrarsitrattenendo il respiropassavasul cedevole ponticello. Il difficile era ritirare i tronchi di là senza che ilpeso li facesse precipitare giù. Prima di avventurarsichiamò di nuovo:

- Z'a Tegònia! Z'a Tegònia!

Le vampedopo il crollo dei tetti della cucina e delfrantoioerano quasi spentema il fumo aumentavae le scintille volavanoportate via dal vento e piovevano addosso a Scurpidduscottandogli manie facciaOra però che egli aveva appoggiato al muro i due tronchie che essicon le loro sporgenzegli davano agio di montarenon badava nè a fumo nè ascintille; e com'ebbe afferrato una sbarra della ringhierasi spinse supoggiando i piedi al muro; poi saltò nella terrazza.

Per fortuna i vetri erano chiusima gli sportelli internino. Con un mattone ch'era làegli ruppe un vetropassò un braccionell'apertura fattagirò il succhiello e spalancò la imposta a due bandeUn'ondata di fumo lo fece indietreggiare. Appena la stanza si fu vuotata perl'aria nuova penetratadentroScurpiddu si precipitò verso il lettocon uno strillo:

- Z'a Tegònia!

E scoteva il corpo della povera vecchiache rantolavabuttata a traverso la materassa. Intantodalla fessura dell'uscio che dava nelfrantoioil fumo continuava a invadere la stanza!

Come fare? Egli non poteva levar di peso la vecchia eportarla all'aperto.

Udita sul tetto vicino la voce del Soldato e dimassaio Turi che già si preparavano a scendereScurpiddu uscì su laterrazza e chiamò.

- Che fai costì? - gli domando il Soldatoaffacciandosi dall'orlo del tetto.

- La Z'a Tegònia!... Venite!... .Sta per morire... Ionon posso toglierla dal letto.

Il Soldato si lasciò scivolare lungo il muro che nonera molto altoe poi saltò su la terrazza. Era stupito di trovare Scurpidducolà.

- Come hai fatto?

- Ve lo dirò dopo.

E trassero la povera vecchia all'aria aperta.

Quando l'incendio fu domatotutti erano attorno a Scurpidduper sentirgli raccontare come si era accorto delle fiamme e come aveva fatto persalvare la Z'a Tegònia.

- Questo ragazzo è la nostra buona sorte- diceva massaioTuri alla moglie. - Senza di luia quest'orasaremmo quasi all'elemosinasepur saremmo vivi!

E si asciugava le lagrime.

 

 

XVIII

 

 

Massaio Turi aveva mantenuto la promessa. Scurpiddusapeva già potare e innestareed era divenuto la mano destra del padrone intante piccole faccende della masseria.

Parecchie volte massaio Turi gli aveva detto:

- Ora sei troppo grande da fare ancora il nuzzaru: perquesto ufficio prenderò un altro ragazzo.

- L'anno venturo- rispondeva sempre Scurpiddu.

Voleva bene ai tacchini e sapeva duro il separarsene.

Il massaio non gli dava più soltanto il mantenimento e ivestitima anche venti lire all'annoche Scurpiddu metteva da parte peltempo in cui sarebbe andato a fare il soldatosua idea fissa. Voleva vedere ilmondopensava a tentar la fortuna.

Da che era rimasto sbalordito di Cataniae il Soldatogli aveva ripetuto che a confronto di Napolidi Romadi TorinoCatania eranienteScurpiddu non vedeva l'ora di giungere ai diciotto anni perarrolarsi volontario. Aveva forse altro mezzo per vedere il mondo? E la suafantasia si era accesa di piùdal giorno che don Corrado della Postacom'eglichiamava l'ufficiale postalegli aveva regalato tre volumettich'egli non sistancava di rileggererimanendo per ore intere estasiato a osservare le figuredei monumenti delle grandi città italiane.

Andato a Mineo per la festa dell'Immacolatasi era fermatodavanti a l'ufficio postale e telegraficoe aveva attaccato discorso con Mauroil postinoche stava sull'uscio. Si conoscevano da bambini; poi si eranoperduti di vista. Incontratisi per caso l'anno avantisi erano riconosciuti congran piacere di tutti e due.

- Ricordiquando ti davo dei pugniperchè non volevi fareil cavallino nel piano di Santa Maria?

- E io ti mordevo; ricordi?

- E ora che fai? Io il postino.

- Io il nuzzaruda massaio Turi Serra.

Quel giorno Scurpiddu voleva vedere il telegrafo.

- Come parlano con quel filo?

- Non parlano; vieni.

E lo aveva fatto entrare dalla parte del cortilecolpermesso di don Corradoche giusto in quel momento trasmetteva un dispaccio. Scurpiddunon arrivava a persuadersi che con quel tic-tac si potesse mandare notizie tantolontano. Non osava accostarsi al tavolinoquasi temesse di una diavoleria.

E diavolerie ce n'erano parecchie nella stanzaattorno a ungran pilastronel centrocon un buco e una lenteche attrasse soprattuttol'attenzione di Scurpiddu.

- È pei terremoti- spiegò Mauro.

Ma Scurpiddu capì che i terremoti li facevano làcon quel pilastroMauro e don Corrado.

- Perchè fate i terremotiDio ne scampi!

Don Corrado si mise a ridere. E accortosi che Scurpiddu movevale labbra guardando gli avvisi affissi al murogli domandò meravigliato:

- Sai lèggere?

- Un po'.

- E che leggi?

- Il sillabario e...l'Istruzione per le armi di fanteria.

- Nient'altro? - soggiunse don Corradoridendo per quell'Istruzioneper le armi di fanteria accoppiata al sillabario.

- Chi mi dà i libri? - disse Scurpiddu

- Te ne regalo alcuni io; ti piaceranno.

Erano tre volumetti di lettura per le classi elementarichenon servivano più al suo figliuolo già studente di ginnasio.

Una ricchezza per Scurpidduche non finiva diringraziarlo.

- E un'altra volta te ne darò altriin prestito sevuoi

Un contadino che aveva appreso a lèggere senza andare ascuola e che amava d'istruirsiera caso così raro che don Corrado guardava Scurpiddudalla testa ai piedi. Scurpiddu intantocoi libri in manorivolgevaspesso gli occhi a quel pilastro che faceva i terremotie avrebbe volutoguardare a traverso la lente.

- I terremoti stanno chiusi là? - domandò.

- Sìvuoi vederli? Non aver paura.

Scurpiddu vide un pendolo che andava e veniva lentamentedavanti una lastra segnata con fitte linee perpendicolari. E si voltò verso donCorradosorridendo d'incredulitàsupponendo che egli si divertisse a dargli aintendere fandonie

- Questo dà avviso dei terremoti; ma i terremotidisgraziatamente non li faccio io; capisci? Si chiama tromometro. Questemacchine quiche paiono orologisono avvisatoriper segnar l'ora in cui unterremoto avvieneUn'altra volta ti farò vedere altri strumentilassùnellatorretta dell'osservatorio meteorologico.

- Tromometro! Osservatorio meteorologico!

Scurpiddu uscì di là con la convinzione che don Corradoavesse parlato turco e avesse voluto dargli a bere stramberie e ridersi di luiperchè era ignorante

Ma come si era poi divertito con quei libri pieni di figure!Quante cose aveva appreso! Parecchie parole non le intendevanè il Soldatoriusciva a spiegargliele benequando ricorreva a lui per schiarimenti. E tiravaa indovinare; capiva a modo suo. Vi si parlava di Vittorio EmanuelediGaribaldidi tanti altri: e poi di Romadi Firenzedi Napolidi Torino. Eche bei monumenti. E che magnifiche chiese! Gli pareva di esserviguardando lefigure. Intanto il Soldato gli diceva che nella realtà quelle chiese equei monumenti erano assai più bellima assai assai! A Scurpiddusembrava quasi impossibile.

- Qui c'è sepolto re Vittorio- spiegava il Soldatoriconoscendo il Pantheon; - e chi ci va mette la firma in un libro più grandedi un messale. Questa chiesa non è come le altre; è rotondacon una gran bucanel centro della cupola.

- E quando piove?

- L'acqua va dentroe la spazzano.

- Perchè?

- Perchè così. Capriccio!

- Stupido chi l'ha fatta! - conchiuse Scurpiddu. - Ese piove di domenicamentre la gente ascolta la messa?

Il Soldato sorridevacrollando il capo con aria disuperioritàsentendo uscir tali osservazioni da la bocca di Scurpiddu.

Il quale poi non avrebbe più dovuto essere chiamato così. Asedici anniera divenuto muscolosorobustoe avrebbe avuto lanuggine e dueprecoci baffettini che gli avrebbero dato aspetto virilesesecondo il costumedei contadini sicilianinon si fosse fatto radere ogni mercoledì quando mastroCiccio il Vecchio veniva alla masseria per massaio Turi e pel Soldato.

Il Soldato canzonava Scurpiddu mentre ilbarbiere gli insaponava il viso con lesta mano.

- Badate di non sciupare il rasoiomastro Ciccio!... Voltateil rasoio dal dorsomastro Ciccioper codesta lanuggine sarà lo stesso.

- Badate piuttosto di non farmi qualche braciola! - siraccomandava Scurpiddu

E aveva ragioneperchè mastro Ciccio il Vecchiochesbarbava in paese tanti signorisoleva usare pei contadini certi rasoi cheportavano via la pellecol pretesto che la pelle dei contadini è rosolata daisole.

Coi precoci baffetti però Scurpiddu sarebbe statoparimente un ragazzo senza malizia e senza vizii. Beveva poco vinonon fumava;lavorava volentieri quando non conduceva al pascolo i tacchini. Sapeva faretutto quel che occorreva nella masseria: ingegnososollecitoallegro comequando aveva nove anniquantunque ora non si scapricciasse più a far capriolee quantunque avesse in testa quella pazziadiceva il massaiodi andar soldatoprima del tempo.

- Hai paura che si scordino di chiamarti per la leva? Sta'tranquillo; il re non se ne scorda; piglierebbe anche me sevolessi andarvi. Carne da cannone non ne ha mai troppa! Quello stupido del Soldatoti ha sconvolto il cervello. E lui perchè non è rimasto colàlui? Vuol direche non gli tornava.

Quasi per scrupolo di coscienzail Soldato appunto inquei giorni non gli parlava soltanto della bella vita del soldatoma anche deiguai che si passano al reggimento.

- Tutto sta nel capitar bene. C'è della gentaccia anche trai superiori e tra i soldati. Certi ufficiali sembra stiano là per martoriare icoscrittiper mettere con le spalle a muro tanti figli di mamme che avrebberovoluto starsene a casa loro... E certa canaglia di caporali!... E certa canagliadi furieri! Ma c'è pure molta brava gente: superiori che vogliono bene aisoldati come figliuoli; caporali e furieri che fanno proprio da fratelli...Così nei conventi di frati; se il guardiano è un buon uomoifrati stanno benevivono in pace e ingrassanotal quale! La caserma è unconvento. È anche una masseria se il massaio è una pasta diangelicome il nostroe se ogni persona fa il proprio dovere…Nella miliziaspalancare gli orecchi agli ordinie acqua in bocca; ecco laricetta per starvi bene... E non farsi prendere per pècoros'intende.

- Ohquesto no! - disse Scurpiddu.

Il massaio e la massaia però credevano che quella pazzia glisarebbe svaporata appena arrivava il momento di metterla in atto. Invece...

- E hai cuore di lasciarci? - gli disse la massaia.

- Tantoil soldato dovrò farlo per forza!

- Ma potrai prendere un numero alto: potranno scartarti perun difetto che tu non sai di avere- aggiungeva massaio Turi.

- In questo caso mi scarteranno anche ora.

- Mangia qui la grazia di Dioquesto buon pane di frumentofiglio mio! se ti penti doponon c'è più rimedio.

- Quando tornerò..

- Non ci troverai vivi; siamo vecchi! - replicò tristamenteil massaio.

- Ahfosse qui la tua povera mamma!

- Se il Signore non voleva che andassi soldatome la faceva camparemassaia. Tutto è destino. E ora che le carte sonpronte... me l'ha mandato a dire don Corrado della Posta…

- C'è entrato di mezzo pure quello scomunicato?

Don Corrado non era in odore di santità presso la massaia.

Don Pietro soleva chiamarlo protestanteperchè eraliberale; e protestanteper la massaiasignificava peggio di turcouomo senzanessuna religione.

- Peccato! Eppure fa del bene! - aggiungeva ogni volta che leaccadeva di sentirlo nominare o di nominarlo.

- Ma questa voltano.

- C'è entrato di mezzo quello scomunicato?

E si fece il segno della santa croce.

 

***

 

Scurpiddu tornava per l'ultima volta coi tacchini allamasseria.

Aveva indugiato lassùquasi per dare un lungo addio a queiluoghi che non gli erano parsi mai tanto belli come quella sera.

La vallata era tutta verde di seminati novelli; i mandorli infiore. Stormi di tàccole passavano rapidi per andare ad appollaiarsi nei niditra le rocce. Due falchetti aliavanosquittendoinseguendosi con lunghizig-zaglibrandosi su le alida sembrare due immobili punti neri nel cielolimpidissimodorato dal crepuscolo che accendeva una striscia di fuoco in cimaalle rocce della Làmia e dietro i campanili e le cupole di Mineo.

Lo zi' Girolamo scendeva per la viottola dei Saracenicacciandosi avanti i buoi e le vacche che facevano tintinnare i campanacci.

Scurpiddu non si era mai immaginato che quel verdequelsilenzioe quei campanacci potessero dare tanta tristezzaquanta egli nesentiva nel cuore in quel momento.

Domani sarebbe stato lontano! Domani l'altro più lontanoancora!

Il suo sogno cominciava ad avverarsi.

Al beveratoio s'incontrò con lo zi' Girolamo.

- Parto domani- gli disse.

- Il Signore ti aiuti- rispose il bovaro.

- E a voi zi' Girolamoche vi dice il cuore? Faccio bene?Faccio male?

- Farai quel che ha già disposto Dio; non si muove fogliache Dio non voglia!

- Ma il cuore che vi dice? - insistè Scurpiddu

E voleva che il bovaro intendesse: - Che vi hanno detto le Nonneper me?

- Male non farepaura non avere! - sentenziò gravemente ilbovaro.

- È vero- rispose Scurpiddu.

E aveva un tremito nella voce.

Otto giorni dopoScurpiddu diventava SCAGLIO GIROLAMOnel 3° reggimento bersaglieri1a compagnia.