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GINOCAPPONI

 

STORIADI PIETRO LEOPOLDO

 

 

 

CAPITOLOPRIMO.

_____

 

INTRODUZIONE.- DE' PRINCIPI E DELLE MONARCHIE

NELSECOLO DICIOTTESIMO.

 

Nella storia de' principifu raro e bellissimo esempio d'animo retto e di volontà sincera ed operosaquello che dimostrò al tempo de' padri nostri Pietro Leopoldo I granduca diToscana. Quindi è che scrivere di lui e del suo governo mi parve fatica nondisutilecome documento per comporre la gran contesa in cui si travaglia questaetà nostratra le paure del principato e le ambizioni del popolo. Dirò diLeopoldo ciò ch'ei fece e ciò ch'ei volle e non potè fare; le poche colpesuele molte del secoloancora restìo a intendere il retto e l'utilee adaccoglierlo.

E se l'esempio ch'ei diedeal mondo con quel suo benefico modo di governo è in oggi meno ricordatose leistituzioni sembrano imperfettele innovazioni scarsee troppo lento ilprogresso della civiltà a confronto degli ansiosi desiderii di questo nostrosecoloio voglio trarre argomento della importanza de' fatti che ora m'accingoa scrivereda quegli avvenimenti stessi i quali ne scolorarono la memoria.Imperocchè la rivoluzione che sopravvenne ricuoprì tuttoe mostrando quantosi potesse in fatto di politicaallargò smisuratamente le speranze degliuominivolgendo in dispregio anche ogni migliore istituzione de' tempiaddietrocome rozzi e manchevoli ritrovati di secoli troppo disuguali a questonostro. Maper mio avvisone' tempi che precedono le rivoluzioni e ne' primitentativi che le preparanosta tutto il presagio di quegli effetti che per esserimarranno irrevocabili. Quanto noi vedemmo di estremo ne' fatti che agitaronol'età nostraquanto udimmo di più arrischiato nelle opinioni e nellesperanzeeccesso fugace delle passionisvanì con esse; e distruggendosivicendevolmente tutte le violenze che furono armi necessarie sinchè le nuoveidee combatterono con le anticheora noi vediamo in quei paesi che piùavanzarono nel cammino della civiltàgli ultimi e durevoli effettiravvicinarsi agli intendimenti di coloro che primi ubbidirono alla voce deltempoe indovinarono il bisogno di nuove cose.

Nè la importanzadell'argomento ha da misurarsi sulle piccolezze di quello Statointorno alquale si raggira la materia di questo scritto. Perchè io la ristringo alle cosedi Toscanae la breve storia di Leopoldo imperatore in Germania è fuora de'termini del subietto nostro. Quando egli salì all'Imperola rivoluzionefrancese già adultaavea fatto nascere pe' principi una nuova necessità dicosee mutato di tutti l'animo e i consigli. Spenta per loro ad un tratto ognisicurezzadovevano essi volgere a difesa di sè stessi lo studio che avevanosino allora posto ad avvantaggiare le pubbliche condizioni. Le riforme digoverno da loro eccitatee delle quali pareva ristretto in loro soli ildesiderioora si avanzavano minacciose di forza popolaresenza confino allepretensionisenza rispetto alle vecchie autorità. Quindi i principi tutti adun punto solo temere smisuratamente quello che sino allora mostravano di bramareintensamente. La natura dei principati mutò per tutta Europa intorno all'anno1790al qual tempo Pietro Leopoldo cessò dal governo della Toscana. La potenzae la voglia di riformare passarono a quel tempo da' principi ai popoli; e fubreve singolarità del passato secolo questa d'avere avuto principi amici epromotori delle riforme. Fra' quali per la molta bontà dell'indole e la raraattitudine dell'ingegnoper le facilità stesse che gli dava il poco paesech'egli ebbe da governarePietro Leopoldo potè riuscire il modello piùcompiuto e l'opera sua fra tutte efficacissima. Ma per ciò che le cagioniond'egli fu mosso erano comuni per la maggior parte agli altri principidell'Europae dipendevano dalle condizioni allora universali de' principatigioverà sul principio di questo libro discorrere di queste cose largamenteerifarsi alquanto da più lontani principii.

Le monarchie per le qualisi reggeva Europa nel passato secoloeranose alla origine si risguardi edalla natura lorotirannidi ammansite per lunga sicurezza. Innalzatesi fra'contrasti della feudalità o usurpate sulla fiacchezza delle democrazietutteo per difendersi o per invadereviolente e smodateserbarono lungamentel'istinto nativocome volevano i tempi fieri e le società sconvolte. Eranostrumento di vendetta o d'avarizia le leggipremio o abuso di vittoria letaglieil principe capo della parte prepotentegli Stati senza unità di forzanè di giustizia: frantumi della unità politicale fazionis'urtavano tra diloro con intestina discordial'amore di setta stava invece di quel di patria.Non era comune sentimento della libertà politica fuorchè ne' governi popolaripochi e dispersie sempre mal fermie la libertà civile non sapeva esserealtro che un privilegio. Il popolo non interveniva mai per sè stesso nelle garetra' potenti: anzi popolo non v'era ne' grandi Stati d'Europa; la plebeinasprita e dissennata usciva talvolta in campo con moti ferociche prestofinivano in più dolorosa servitù. Il mondo ubbidiva a pochi grandie imonarchi raccogliendo e in sè concentrando le sparse dominazioniereditavanola forza e l'abuso d'ogni tirannia de' pochi su' molti.

La potestà regia simantenne debole sino a che la feudalità fu armatae il clero al di soprad'ogni cosa. Questi due supremi ordini dello Stato prepotenti della forza chegli collegava ciascuno in sè stessofecero a' più deboli necessitàdell'esempio; e in seno d'ogni Stato tante sètte o consorterie si formavanoquante erano per gli abitatori le differenze di schiatta o di grado o diprofessione. Era siffatto associarsi necessariosinoacchè nelle provincieinvase dai barbari si mischiavano senza confondersi famiglie difformi di nazionee di costumi e di linguae nel disfacimento degli ordini antichi e degliimperie nel contrasto degli elementi pei quali la società doveva ricomporsimancava la guardia di leggi comunimancava il cemento delle comuni persuasioni.In queste corporazioni era l'elemento d'una sociabilità più vastadi quellauniversale fratellanza a cui l'umanità intende per legge santissima: essetoglievano gli uomini dal vivere solitari senz'altra cura che di sè stessicome i malvagi o gl'infelicissimie in ciò furono benefiche; ma quando ilprogresso delle umane cose chiamava le nazioni a comporsiquesti frammenti disocietàse il dirlo m'è lecitoresistevano a confondersiper loro tenacitàintrinsecanel corpo universale dello Stato; ponevano ostacoli a quel maggioreincremento delle società ch'esse da principio aveano promosso.

Per comporre gli elementidiscordanti e per congiugnere saldamente le membra disperse di uno Statovibisogna un centro di attività vigorosauna forza inesorabile che tuttocostringa. Tentarono primi con la potenza del sacerdozio quest'opera immensa iPonteficima perchè l'ambirono con troppo smisurato concettoa compierla nonriuscirono. E coll'arrogarsi ch'e' facevano potenza mondanadistruggevano lefondamenta di loro vera grandezzatravolgendo le sante dottrinele quali eraufficio loro di custodire illibate. E nel progresso de' tempianzi che condurrela crescente civiltàla contrastavano; e camminando a ritrosovenivano aurtarsi nell'interesse de' popoli e negli affetti di nazione che i preti nonriconoscono. Gli Stati ordinavansi per lingue e confini naturalie l'interventode' papi veniva importuno ad impedire o a turbare l'azione benefica di quelcivile ordinamento. Il sentimento di nazionalitàche ovunque già prevalevarepresse le sconfinate e troppo presuntuose ambizioni de' pontefici. E il primoStato che si ordinasse a civil formala Franciapercosse il papato di percossatanto graveche mai più non si riebbee poi sempre vidde assottigliare edeclinare le mal distese sue forze. Rimanevanobenchè infiacchitelepretensioni sacerdotali in corpo agli Stati a turbare il reggimento; e a questeprincipalmente dovevano i monarchi contrastaredacchè assunsero l'impresa dicomporre le nazionie di stabilire i primi fondamenti alla civiltàindirizzando l'adolescenza de' popolied insieme collegando le forze disperse.Le monarchie si ordinavano e la regia autorità cresceva sulla ruina dellecorporazioni: questa per più secoli fu l'arte de' principi. Proteggevano efomentavano le più deboli per abbattere le fortirivali nella potenza. Davanofranchigie ai Comuni e gli ampliavano di privilegi per contrapporgli a' baroni:e nelle città gli artefici e nelle campagne i serviguardavano al principe peravere servitù meno aspra; dacchè la Chiesa era divenuta feudale pur essa. Eallora non era chi temesse o chi nemmeno pensasse la gran società de' popoliperanco impediti dall'affratellarsi o dall'intendersi. Le città potentivivevano disgregate e ognuna per sè; In Francia non conseguirono altro che ildiritto municipale; nè quelle di Fiandra o d'Allemagna ebbero sovranitàintera. Nell'Inghilterrale stesse immunità guarentite delle città o de'borghiaveano feudale impronta. Le sole città d'Italia si alzarono aindipendenza vera; la quale però nella opinione degli uomini durava piùveramente come un fattodi quello che fosse professata e autenticata comeassoluto diritto: bisognò che il Papa sancisse la ribellione da Cesare; ogniprincipe o signore che si accostassecol solo prestigio del nome o del gradometteva la libertà in pericolo: un sentimento invincibile di soggezione infaccia alle potestà maggioritalvolta inceppava gli sforzi più generosi e leresistenze più legittime. Nelle dottrine del tempola libertà popolana eraillegaleperchè violava le gerarchie che dominavano. Per questo i signoriagevolmente la spenseroe presto la fecero tanto compiutamente dimenticare.

Sin che ebbero acontrastare co' baronii monarchi esercitarono al confronto signoria mite pegliinfimi; ma quando i baroni mansuefatti divennero strumento e corredo dellagrandezza de' reallora ogni tirannia fu raccolta in mano di questie sidistese su tutto il mondo una eguaglianza di servitù. Invero con lo scemare de'contrasti si raddolcivano le violenzeed il popolo cresceva perchès'allargavano l'industria e il sapere; ma nella nuova concordia tra' potentidella terraera egli da ogni parte battutoe la superbia de' principie ilfasto inerte de' grandisi nutrivano delle oppressioni sul popolo che taceva.Ed ogni cosa taceva: era domata quella vigoria torbida delle età passatee lafede guasta in ubbidienza servilee l'attività compressae le passioni senzaardimentoe ogni specie di libertà perduta. Ma gli Stati s'ordinavano sottol'unità di leggi più universalie le nazioni si componevano dentro a' confinidi natura; e il cammino della civiltàche insino allora procedeva rotto edincertopigliava andamento più largo e più uniforme. E la stessa libertà simaturava poi per l'avvenireper acquistarla all'universalee averla associatacon la grandezza e con la forza; per il che facevasi necessario distruggereprima quelle false libertàche il mondo più non pativae ch'erano privilegiodiosi di pochi uomini o di ceti.

Questo rivolgimentooperarono quasi al tempo stesso negli ultimi anni del secolo quindicesimoe intre de' maggiori Stati d'EuropaLuigi XI di FranciaEnrico VII d'Inghilterra eFerdinando di Spagnaprincipi fortunati ed accorti; i quali venuti in potenzaquanto mai non ebbero gli antecessori lororafforzati dalla istituzioned'eserciti sempre in armee trovando per le guerre precedenti i popoliassuefatti a' tributi e i nobili alla militare ubbidienzapoterono abbatterecon più efficacia le forze delle signorie feudalied in sè raccorre senzacontrasto l'autorità. E poi nei primi anni del secolo decimosestomaggioreincremento ebbe la potestà regia dalla smisurata potenza di Carlo Vchesignore delle Spagne e delle Fiandreimperatore in Germaniapoderoso in sullearmi quanto nessun principe era stato per molti secoli innanziopprimendo nellaservitù le glorie e le discordie d'Italiatolse quivi l'ultimo asilo cherimanesse alle popolari libertà. E avrebbe egli forse oppresso anche l'Allemagnase non era la riforma religiosa promossa in quegli anni stessi; la quale di persè sfavorevole a ogni principio d'autoritàe trovando l'Imperatore avversoarmò i volonterosi a resistergli del nuovo zelo di religionearme più d'ognialtra valida a rendere le nazioni tremende e intrattabili. Nelle armi de'riformati i principi combattevano per difesa di sè stessii nobili degliantichi privilegii popoli per la libertà. Tutte le contese in quella siconfondevano; con la indipendenza religiosa quella civile si collegava; l'Europafaceva esperimento delle sue forzeancora immature e discordanti. Que' motidurarono cento e trent'anni; finirono dopo aver diviso in due l'Allemagnamutato i regni del settentrioneagitato la Inghilterra e la Pollonia e laFranciafatto sorgere l'Olandaaggravato un giogo di servitù più dura sopral'Italia e la Spagnainfelicissime tra le nazioni d'Europae presso alle qualii moti per la riforma debolifurono a' principi materia di sospettonon dipericolo. Ne' popoli che mantennero la suggezione al Ponteficequesti sospettialterarono e peggiorarono il governo e la natura de' principi; e Romapaurosadi sè stessaessendosi collegata a loroe fatta servae ministra eistigatrice della servitù de' popoli; la potenza de' monarchi ne rimase senzafreno e senza limitee senza voce che si levasse contro. L'ubbidire parve comenatura eterna de' popoli. Una composizione di società singolare affattoe nonpiù vista nel mondoma eccezione alle più costanti leggi che reggono l'umangenereparve nell'Europache intanto s'incivilivadestino durevolefermezzadelle nazioni; si chiamava ordinesi chiamava paceuniversale equilibrio equiete delle umane cose. E i principi si pensarono d'aver raggiunta laperfezione del reggimento civiledacchè essi eran perno e fondamento delloStatoe anima e vita di tutta la società. Nulla senz'essi poteva muoversinulla prosperare. La potenza stava nei principati assolutie le altre forme digoverno a poco a poco cadevano. La Olanda stessa era sorretta da un principeegli Svizzeri invilivanoe già Venezia marciva. Ma le monarchie maggioribenchèsostanzialmente si somigliasseroin sè racchiudevano notabili differenze; lequali giova accennaresiccome cagione degli effetti varii che dipoi da quelleuscirono.

In Francia la monarchiaringiovanita in Enrico IVuscì vigorosa dalle guerre mosse per causa direligione. Sicchè le forze de' grandi affrante per la discordiaperderono direputazione più che mai durante quel regnoe poterono nel susseguente delcardinale di Richelieuministro animoso ed astutoessere oppresse per via diviolenze e d'artifiziattemperati sagacemente. Il che quanto bene a luisuccedesseda ciò per mio avviso ottimamente si manifestache nelle civilicommozionibenchè lievi fosseroche subito poi si suscitarono contro algoverno del Mazzarinoi primi tra' nobili e sinanche i principi del sanguefigurarono come ausiliari de' parlamentiseguitando la parte e l'impulso dique' magistrati ch'erano di popolocosì per origini come per autorità. Equando ciò non avesse bastato a mostrare la bassezza nella quale erano i nobilirovinatirimpetto alle forze del rebastò la fiacchezza stessa di quel moto ela vanità de' sediziosi; essendo alla regia potestà gran prova diaccrescimentoche ogni conato di resistenza fosse oramai divenutonon cheimpotenteridicolo. Mancava alla nobiltà francese ciò solamente che ellaacconsentisse a diventar cortigianae vi corse tutta quanta a gara di splendidoservaggiotosto che Luigi XIV ebbe assunto in mano propria l'autorità.D'allora in poi ogni cosa in Francia era ubbidiente al cenno del monarca: da luiogni cosa dipendevaegli solo dispensava la reputazionenon meno che lafortuna; e se in alcun tempo mai la condizione di re assoluto comparve bella einvidiabilefu certamente in quel lungo regnodurante il quale parveaccomodata a' costumi gentili e benigni de' popoli dell'Europala sfrenatezzadispotica delle monarchie orientali. Era in Luigi ogni qualità per esercitaresu popoli riverentigrande e magnifica signoriae ben potè dirsi natoall'impero; non ch'egli in qualunque luogo natoavrebbe saputo da sèinnalzarsi e procacciarsi grandezza; ma perchè al suo ingegno null'altro fuorchèil regnare parea s'addicessesicchè uomo volgare meritò in gran parted'essere chiamato per eccellenza gran re. Ebbe egli in sè stesso coscienzapienissima di assoluto monarca; e rispondeva ne' sudditicon maravigliosoaccordola persuasione dell'obbedienza. Usò impero superbo anzichè violentoperchè non era chi resistesse; mantenne interaquant'era in luisinanchenelle sventure da lui medesimo provocatela maestà della sua corona con talprestigio di maestà e di grandezzache poi nè i bagordi del Reggentenè lascostumata e supina trascuraggine di Luigi XVfurono sufficienti adistruggerlonè turbare i principi francesi da quella loro presuntuosa espensierata beatitudine. Della quale felicità loroè da attribuirne non pocaparte al favore che incontrò in Francia più che altrove la monarchiaperesservi stata fondatricequasi essa soladi civiltà. Anima de' francesi è lapotenza; durarono rozzi e feroci sinchè i grandi feudatari tennero smembrato ein sè discorde lo Stato. Di quifazioni accanitebrutte guerre einterminabilie la Francia serva agli Inglesi; le quali calamità non eranoconsolate da splendidi fattinè da glorie cittadineperchè in quellaconfusione era ogni cosa fuori che la libertà; nè come in Italia e altroveerano sorte città potentie grandezze o felicità di reggimenti municipali.Quindi la monarchia per consolidarsi non ebbe ad opprimere nè memorie illustrinè abitudini generosenè altra prosperità della quale nè popoli rimanessedesiderio; ma cacciare gli straniericombattere il disordinedel quale ogniparte dello Stato pativa egualmente. La civiltà in Francia fu tutta monarchicae l'ultima perfezione del linguaggio e la gentilezza delle letteremossero piùche altro dalla corte e da' signori; onde la letteratura anch'essa fucortigianae pervenuta sotto Luigi quartodecimo a grande eccellenzafece suotema le adulazioni a re ignorantema ne' suoi fatti magnifico.

Vivevano dunque i refrancesi segno agli omaggi de' più raffinati uomini che allora fosseroed inuna corte oltre ogni esempio splendidaanche nelle pubbliche miserie lieta efesteggiante; dove le faccende dello Stato si governavano dalle regie amicheeuna elegante frivolezza velava la infamia de' costumie copriva la ruina stessache alla monarchia minacciava. Nè a tanta dolcezza di bel viverenelle altrecorti era paragone; perchè solamente in Francia si riputava a quel tempo essereogni gentilezza in fioree risiedervi la eccellenza dei modi cortigianeschi.Onde Filippo V mal sopportava il vivere di Madridbenchè signore si fosse diSpagna e d'Americae sempre desiderava il vivere di Versailles; e leprincipesse di sangue francese aborrivano dalle nozze forestieree costrette aregnare altrovelanguivano miserecome in esiglio. Da queste seduzioni cheattorniavano e corrompevano que' monarchimi è avviso doversi riconoscere chenel secolo decorsoquando il loro Stato già da ogni parte pericolavaserbassero essi soli una improvvida sicurezzasconoscessero le forze cresciuteal popolo; e quando ogni cosa intorno a loro gridava riformeessi soli fosseroavversi al concederlee le combattesseroe sinchè poterono le impedissero; inciò differenti dagli altri principi d'Europai quali promossero da sè leriforme non chieste da' popolie se ne fecero autori. Ma questi altri principie massimamente gli austriacivivendo sotto altre condizioniavevano indoledifferente.

Morto Carlo Vla maggiorpotenza della Casa d'Austria rimase in quel ramo che regnò in Ispagna; dove lemale arti del re Filippo IImentre fabbricavano la ruina dello Statoglicrebbero fama di grandezzae la sostentavano anche per più anni dopoin unsecolo devoto a tutte le ipocrisie. E frattanto l'altro ramo che successe inAlemagnasbattuto da molte guerre e dalla crescente potenza de' riformatimalfermo nei nuovi acquisti della Boemia e dell'Ungheriae distretto in luoghi piùrozzi e selvaticiebbe minor lustro; a tal che l'Imperoretto per molti annida imperatori di poco contocadde dall'antica stima; e la storia di esso rimaseoscura al confronto de' maggiori movimenti che a quel tempo avvennero. Ma laSpagna presto invilìguasta dall'oro d'Americae dagli abusi di religioneedall'accidiosa superbia de' grandi; e superata da Richelieu nel vanto dellapoliticae da Condé nelle armisi ridusse negli ultimi anni della cadentefamiglia austriacaa vivere a discrezione del suo potente vicino. E per locontrario in Allemagnavenuto all'impero dalla signoria di Stiria Ferdinando IIprincipe malvagioma nelle avversità costanteparve che la monarchia nellaguerra di trent'anni rinvigorisse nelle sconfittee de' suoi danni crescesse;perchè essendo meglio definita e alquanto ristretta nella pace la potestàdegli imperatorivenne in maggior grazia de' popoliche poi s'accrebbe sottoil benigno reggimento di Leopoldo I: e allora temendosi le aggressioni de'Francesicomparve la casa d'Austria come un antemuralee guardia d'Europa; laquale opinione fu poi sempre favorevole alla grandezza di quella casa. Talierano le condizioni di queste monarchiequando cominciò il secolodiciottesimo.

Nei primi anni del qualsecolocon la guerra per la eredità spagnuolarotti i disegni eccessivi erepressa l'ambizione a tutti i principi formidabile di Luigi quartodecimocrebbe negli altri Stati la sicurezzaessendo il dominio d'Europa con piùeguaglianza tra' potentati. I quali solleciti contro la prepotenza d'un soloessendo convenuti in Utrecht l'anno 1713fermarono tra di loro i patti diquella divisione di forzealla quale dettero nome d'equilibrio; e consistevanel bilanciare la grandezza dei potentati maggiorisicchè niuno di questipotesse crescere con pericolo degli altriavessero uniti l'arbitrio d'ognicosaobbligassero i deboli alla dipendenza. Pel qual modo dissero allorad'avere fondato il diritto pubblico d'Europa; perchè non riconoscendo alcundiritto là dove non fosse potenza temibilebastava regolare i consigli efrenare le ambizioni de' re grandiperchè quell'ordine universale simantenessech'era per le nazioni una servitù durevole. E infatti questoequilibriobenchè attraversato e scosso dalle cupidità di moltidurò sinoalla rivoluzione francesee si rinnuovò sempredivenuto la scienza de'politici e la norma de' trattati; sicchè niuna impresa fu sufficiente aromperloe tutte le guerre che per cinquant'anni poi si riacceseroconfermarono l'opera d'Utrechto poco mutandovi la perfezionarono; dimostrandoessere stata colpa e stoltezza de' principi non fermarsi alle condizioni che daquella pace erano a loro assegnate.

Imperocchè la monarchiaspagnuola ridotta in Europa dentro a' suoi giusti confinipoteva sotto principegiovine e stranieroracquistare quel vigore che era oggimai spento nelle usanzeinerti della nazione e nelle arti decrepite de' suoi reggitori. Ma il nuovo renon era da tanto; e le perdite sofferte rimanevano senza compensose l'audaceingegno del cardinale Alberonie la perseverante ambizione d'Elisabetta Farnesenati ambedue nella provincia stessa d'Italianon avessero alcun poco ravvivatii guerrieri spiriti della nazione spagnuolae con l'acquisto di Parma e delleSiciliedato di due nuove corone lustro e potenza al nome borbonico. Sino alqual tempo nulla in Italia contrastava al predominio dell'Austriafuorchè lesperanze vaste e indomabilima lente e pazienti de' principi di Savoia; ed essicon tanta iniquità perdendo la pattovita Siciliaaveano sperimentato nulla iminori principi avere sicuro dalle aggressioni d'un più potente. E tutti queglianni che precessero la discesa in Italia di Carlo di Spagnafurono alla casad'Austria felicissimi per nuovi acquisti di territorio: ebbe dell'ereditàspagnuola i Paesi Bassi; e in ItaliaNapoliSiciliaMilanoMantova; e levittorie d'Eugenio di Savoia (come agli Italiani non è dato vincere a pro loro)aveano conquistato sul Danubio a Carlo stesso nuovi possessiassicuratiglinella pace di Passarovitzcon danno e ingiuria de' Veneziani; i quali perderonoda quel punto ogni prodezza e ogni importanza tra' potentati. Ma lo stabilimentoin Napoli della dinastia spagnuola di Carlo IIIvenne a contrapporsi allagrandezza di Cesare; e avendo bilanciato la possessione d'Italia tra le due caserivaliparve anche confermare l'universale equilibriocome una preda divisasopisce le discordie tra due violenti. Però le ambizioni non posarono; enell'anno 1740l'Europa da poco tempo rappacificataandò tutta in fiammeun'altra volta a' danni della figlia di Carlo VI. Ma tanto incendio di guerra e i faticosi avvolgimenti della diplomazia poco fruttarono agliambiziosi. Ridonato al figlio minore d'Elisabetta Farnese lo Stato di Parmaeridotte le speranze de' re piemontesi a contentarsi di un lembo angusto dellaadocchiata Lombardiacessarono i principi dal contendersi l'Italia; poichèd'essa le migliori parti erano distribuite con proporzione accurata a' potentatistranierie tenuti in suggezione i piccoli e nazionali. Ciò si chiamava a queltempo avere fondato l'indipendenza d'Italiae fu l'opera della pace d'Aquisgrananel 1748. Ogni cosa per quella pace potea fermarsisola Maria Teresa siaddolorava della perduta Slesiae la sorgente grandezza di Federigo di Prussiainsospettiva i vecchi potentati; i quali tutti fuorchè l'Inghilterradi nemicich'eranoinsieme contro lui collegatisiun'altra e più fiera guerra nell'Allemagnasi suscitava. Alla quale avendo Federigo per sette anni resistito conmaravigliosa virtùanche questa volta tornarono vane le imprese de' principiper mutare lo stato fermo d'Europae ogni cosa ritornò sul piede stessocomeinnanzi tanto sangue sparso e tante nuove miserie de' popoli travagliati.

I quali alla finerespirarono l'anno 1763e fu quella pace stabileperchè il disinganno de'principi s'accordava con la penuria de' popoli ad impedire la guerra. Erano diquiete fondamento e guarentigiale case d'Austria e di Borbone tanto l'unaall'altra contrapposteche oramai disperate dell'offendersis'erano fra diloro strette con nuova e mirabile alleanza; l'Inghilterra fatta certa del suodominio su tutti i maripartigiana della quiete e della sonnolenza dellenazioni; la Russia volta con le armi all'oriente e per macchinare contro laPollonia cercante amicizie e leghe; Federigo pago e glorioso della conquistatapacetra per senno ed istanchezza risoluto a mantenerla.

Già la fratellanza tra'principi era stabilitai quali tutti fra loro legati di parentele come in unafamiglia solacontenti della presente condizione e desiderosi di consolidarlaavevano conosciuto nell'accordo essere la sicurezzafidavano nelle arti delladiplomazia più che nelle armi. Presedeva agli accordi e governava le relazionitra' potentatiuna generazione di ministrii quali come addottrinati in unascienza comune a tuttie quasi iniziati agli stessi misteril'uno dall'altroguardinghi e d'ogni novità diffidentitroncavano in sul nascere le occasionialle inimicizieponevano inciampi ad ogni ambizione pericolosa. Di tutti imaggiori potentati erano le forze misurate e poste in bilanciaogni movimentoallo scopertoe spiate le intenzioni: la potenza del segreto già per iprincipi decadeva: onde l'ingannarsi vanoe la guerra negli ultimi mal tentatiesperimenti provata inutile. Ridotti alla impotenza i deboliaboliti da pertutto i magistrati del popolo ed ogni legale guarentigia; e più non s'udendoalcuna voce di libertàtutta l'autorità era in pochi; e questi gelosi tra diloroma sciolti al di fuori d'ogni freno e d'ogni sospetto avevano l'arbitriod'ogni cosala quale non dispiacesse agli altri potentie per comuni consiglisi risolvesse. Tanto era fondata e si tenea sicura la padronanza che un picciolonumero di famiglie s'aveva arrogata su tutta l'Europatanto in loro ilsentimento di potere qualunque cosa volesseroche in pochi anni poi la infelicePollonia fu sbranata e spartita fra tre monarchiper sola avidità di predacongiurati a' suoi danni; e a tanta iniquità gli altri principi consentirono earmi non si mossero. Ma non erano a guardia della Pollonia altro che i dirittidelle nazioniparola a quei tempi anche disusatae i suoi re non avevano altrotitolo che una elezione quasi popolare; e non sostegno di parentelenonprivilegio di sanguee non quel diritto che regia bestemmia osa appellardivinodall'abusarne autenticato. Nell'anno 1776 le Colonie inglesi d'Americaessendosi vendicate in libertàebbero grande aiuto dalla Francia e dallaSpagna; ma la guerra che s'accese fu tutta sul maree i popoli del continentetranquilli ascoltavano il racconto delle lontane battaglie. E nell'anno 1778contrastando il re di Prussia all'imperatore Giuseppe l'acquisto della Bavierale armi appena mosse da questi due principi furono ad un tratto deposte; e learmi stesse per lo stesso motivo quasi riprese nel 1786posarono anche questavolta: bastarono i negoziati a prevenire le novità. Onde quella pace confermataper tante provee munita da tanta uniformità di consigliera poco da temereche si alterasse; e quella età d'uomini vidde la felicità dei principatie lagrandezza de' principati venute al colmo: congiunta nella opinione degli uominiall'eccesso del potere la sicurezza di conservarlo; allora non essendo chisospettasse che per le forze e la volontà de' popolinuovi e maggiorisovvertimenti si avvicinassero.

Fu compiuta allora l'operadi tre secolinel corso dei quali l'inclinazione degli uomini sempre favorevolealle monarchieaveva rimosso gradatamente tutti gli ostacoli che sifrapponevano ad ingrandirla. Nè sia che l'età presente tanto magnifica nelleprofessioni e nei vanti della libertàrampogni le generazioni antiched'essersi da sè posto ed aggravato il giogo sul colloe d'avere rinunziata ecommessa in pochi ogni potestà politica. Così la grandezza e l'unione siassicuravanocosì alla futura libertà si fabbricava un fondamentoe nelcorso della civiltà a cui tutte le nazioni con passi ineguali procedevanopiùdurabile fortuna a quelle era riserbatale quali ritardando a sè stesse ilgodimento della libertàla fondavano per l'avvenire sulla equalità civile esulla forza. Provammo noi popolo italiano e agli altri mostrammo con miserabiledocumentoquale sicurezza avessee quali effetti partorisse una libertàprecoce e disordinata; abusare la sapemmo e non difendereper la impazienza de'nostri ingegni la godemmo anticipata e la perdemmo. Con gli strani nomi dighibellino e di guelfo era significato quel doppio modopel quale era dato allenazioni di uscire dalla barbarie; sceglievano le maggiori la via più lunga e piùsicurapreferirono la potenza alla libertà. La quale in quella condizione ditempi era impossibile che sorgesse altro che municipale: una città forte potevaacquistarselaun popolo non poteva; e disgiunta dalla civile la libertàpoliticae ristretta in breve spazioe in sè stessa faziosaed agli altricrudadisgregava le nazioni anzi che comporle; onde non reggendo allo scontrodi forze meglio ordinatequella mal difesa libertà disparve dal mondoe nonlasciò traccia. Certo pel confronto dei tempi scuri che sopravvennerodoveval'immagine dei giorni gloriosi alla indipendenza delle terre italicherisorgerenel pensiero nostro ornata d'ogni bellezza; e le antiche età invidiarsiel'attività conceduta agli animie l'ardire agli ingegni desiderarsi; ma chi piùaddentro guardando nei rivolgimenti degli Statilegga il destino delle nazionidirà quelle glorie infausteche poi finirono in tanta miseria. Una mano forteera necessaria per congiugnere gli sparsi elementiper cementarliperordinarli. Le prepotenze e le cupidigie dei nobili e de' sacerdoti agitavano gliStati; per esse e per le discordie erano i costumi inferocitile forze internelogorate e respinte a consumarsi inutilmente dentro sè stesse. Bastarono lerepubbliche a domare i nobilianzi non contente a domargligli distrussero; eabusando la vittoria infermarono lo Statospegnendo i più avvezzi a trattarele armionde fu necessità ricorrere a soldati compriche fu ruina d'Italia.Non bastarono a frenare i sacerdotiperchè le libertà guelfe avevano bisognodel nome del papa; e il papa mantenne l'Italia divisaperchè la voleva debole;e così rimase preda a' nemici interni ed esternie la difesa fu impossibile.Libere da questi impedimenti e più atte a fondar l'unità e la forza degliStatierano in quei primi tempi le monarchie.

Vinsero la guerra contro a'nobili e poterono conciliarli all'obbedienza e alla servitù. Domarono il clerofino a tal puntoche rimasto senza autorità politicafosse impotente di per sèa far nascere le mutazioni. Agguagliarono ogni altezza sotto alla maestà dellacorona; impedirono a' privati ogni importanza e grandezza; e tanto avvilirono leambizioniche le speranze della fortuna pendessero da' monarchie tutto loStato risiedesse in loro soli. Da tutti ubbiditie padroni d'ogni cosaambirono i principi le conquistee capaci alle esterne impresecercarono l'unoa danno dell'altro ingrandirsi; i forti sempre ai deboli minacciosila virtùpiù ardita pericolo agli inermi e trascurati. La Spagna e poi la Franciatennero due secoli l'Europa in sospetto che un solo prepotente a sè tirandoogni cosanegli altri Stati distruggesse i germi della prosperità. Di quiguerre sempre rinascenti e turbazioni de' popolil'Europa in travaglio perordinarsi dentro sè stessae per trovare uno stato fermo. Ora queste guerreessendo quietateed i potentati più gagliarditra loro concordi e svogliatidell'offendersie i deboli meno pericolantiera aperto a ciascuno ogni modoper correggere gli ordini interni con leggi migliori e avvantaggiare laprosperità pubblica; quanta n'è concessa alle nazioni che vivono senzaguarentigiasoggette ad un uomo solo. Era per le assolute monarchie venuto iltempo del buon volere inverso i popoli. I principi non temevano che degli altriprincipi; in pace tra lorovivevano sicuri; e in quella sicurezzacomeavvienefatti più umanii re divenuti la sola provvidenza delle nazionicercarono il bene pubblico come loro proprioe con ogni studio si volsero apromuovere l'industria e la civiltà che in ogni dove maturavanoe a pro lorosembrava fruttificassero. Credevano che da loro soli ogni progresso delle societàumane dovesse e potesse dipartirsie che a loro fosse dato il correggerepacatamente e senza urto rinnovellare sino a quegli elementii quali nascostinelle fibre più internesono tanto sottili a raggiungereche toccare non sipossono senza alterare la sostanza del corpo sociale e tutto rimescolarlo. Tantoi principi non volevanosicchè l'opera delle riforme rimase imperfetta nellemani loro. Nè compierla essi poteronoquale immaginata l'avevanonè anchecompiuta bastava. Una forza intrinseca muoveva le umane cosee i principifurono tra' primi a sentirla. Sorgevano con la civiltàrimasero in cimasinoacchè le basi non crollarono. Diressero i primi moti sinoacchè la forzanon ebbe mutato luogoed essi furono cacciati fuori del centro d'attività. Nonche essi con le riforme promuovessero la rivoluzione inevitabile: le andaronoincontromentr'ella veniva incontro a loro; cercavano preoccuparlaed a postaloro moderarla. Ed in ciò fare continuarono l'antico istituto delle monarchie;seguivano quella via sulla quale camminarono gloriosamente per tanti secoli.Volevano imporre alle nazioni una civiltà monarchica tanto perfetta e ordinatache i popoli vi si adagiassero tranquilli e felicie al di fuori non vedesseroalcuna cosa desiderabile. Ed è forza riconoscere che laddove i principi sifecero capi alle riformetrattennero le rivoluzionie impedirono ogni novitàmaggiore che si partisse da dentro; e quando la irruzione esterna gli percossepoterono poi combatterla con armi più giusteavendo ne' loro Stati tantoavanzata la materiale prosperitàda rendere ogni altra novità sospettao alcerto meno desiderabileper non avere l'appoggio d'un immediato profittod'unguadagno certo da offrire alle moltitudini. Le idee e le forme nuove volute daltempo e dall'esempio insegnaterimasero cosa astratta; bisogni dellaintelligenza solasentiti però da pochinon bastano a suscitare popolaricommozioni; il pensiero e l'interesse camminano per via contrariae sicontrastano tra loro; e la umanità procede a' suoi nuovi destini per via piùlenta e più faticosa.

Imperocchè questoincremento della prosperità materiale degli Stati promosso da' principitornòa danno gravissimo del valor morale e della energia degli animie affievolìgrandemente la capacità de' popoli a conquistare la libertà e a perseverarenel godimento di essa. Era invero fondamento di libertà l'eguaglianzaeragrande incamminamento alla salute de' popoli l'avergli affrancati da' vincoliche inceppavano i commercie dalla ferocia che imbarbariva le leggi; erano diciviltà strumenti tutti quegli ordini che frenavano le prepotenze de' papidelclero e de' nobilied in qualche parte correggevano gli abusi di religione. Mane' mali organici ogni lenitivo nuocese avvezza gli uomini a contentarsene.Una sola idea potenteun nuovo principio animatore ritempera le nazioniringiovanisce l'umanità. Qual germe di vitaqual vigoria feconda in quellaminuzia di regolamenti? Qual nerbo allo Stato da ricchi inerti e sommessiqualeincremento alla religione da preti disciplinati a modo secolaresco? Era pursegno di religione fiacca e impotentech'ella si lasciasse tarpare a quel modo.E dovevan pur essere caduti al basso que' popolii quali ubbidivano a leggi nonbene intesee udivano i principi senza paura ammonirgli de' stessi lorodirittie a loro insegnare gli uffizi di cittadino e rimproverarne la pazienza.E intanto soffrivano vedersi spezzate le tradizioniviolate le usanzeestremidiritti della servitùe a' quali s'inchinano le tirannie più violente. Io perme credo che non tanto in quelle leggi fosse un principio di risorgimento veroed effettivo per le nazionicome nell'abiezione de' popoli era quel confineultimo dove non potendo più discendereè trita sentenza che debbano le umanecose risaliree un nuovo corso ricominciare. Ma quel corso procedeva in questomodo più interrottoe nell'accozzo non mai più visto di re novatori e dipopoli indolentigli uffici d'entrambi erano scambiati in modo stranissimo; ela libertà pigliava aspetto di servitùe la servitù di libertà; tutte lenozioni si avvilupparonola confusione cresceva: mentre le forze riparatricigli elementi organicisi disperdevano nella incertezza; e il vero incrementodell'umanitàanzi che anticiparlo si ritardava. Lo che mostrava che a'principi non era dato rigenerare sostanzialmente l'umanità; che il loro ufficiobenefico per ordinare gli Statigià era fornito; e già l'istituto lorodecadevae ch'essi nell'avvenire sarebbero ingombro al corso della civiltà;dacchè il momento della forza non fosse più loroed in essi costretti apatirlama non capaci d'imprimerlanella impassibile inerzia del mondocercassero la salute. Leopoldo antivedeva queste cose e soleva dire che oramaifare il principe era mestiere fallito.

Sin qui noi volemmoindicare come nella pace e nella sicurezza di cui godevanopotessero i principiassoluti attendere alle riforme senza disturbo e promuoverle senza tema. Ora èda mostrare come essi lo volesseroe come le riforme a quel tempo fosserodivenute necessarie e i principi ne sentissero desiderio. Di che prime eduniversali cagioni furono la decrepitezza degli ordini antichie le istituzioninon più d'accordo con la ragione de' tempie dalla persuasione de' sapienti giàabbandonate. Le quali per l'addietro efficaci e rispettatenon per laintrinseca bontà loroma per la convenienza a' tempie quasi un compromessotra' disordini degli andati secoli; ora si fondavano sopra tradizioniinfievoliterichiamavano passioni da lungo tempo spente; e in luogo de' comunidirittiavean posto i privilegi dalla universale opinione oggimai nonconsentitied al bene pubblico ripugnanti. Nè a' privilegiati rimaneva alcunsostegno di potestà politicanè tal forza nello Statoche giustificasse apro loro la preferenza delle leggi: deboli incontro a' reneanche prevalevanotra' soggetti; dappoichè l'industria ogni giorno generava nuove ricchezzee laciviltà crescente agguagliava i costumi e l'educazionee nel popolo diffondevaanche la potenza del sapere. E siccome in antico la fiacchezza delle leggi edegli ordini di governo disciogliendo i comuni vincoli delle societàaveafatto sorgere le Corporazioni nello Statoe da queste le civili diseguaglianzeed i privilegi; ora all'opposto la eguale soggezione di tutti i cetipermettevaelle leggi  riacquistar forzaefondarsi sopra massime più genericheonde provvedere al comun bene. E lescienze che intendono agli universali ora applicati alle cose di governorovesciavano dalle fondamenta quegli ordini parziali e alla nuova civiltàinsufficientie vietavano si contrapponesse alla utilità comune un dirittoanticipato a favor di pochi. La rivoluzione fu inevitabiledappoichè ogniordine stabilito fu aperto alle indagini e alle riprensioni de' malcontentie idiritti universali della umanità furono asseriti.

Così la necessità de'tempi avea generato nuove dottrineche dall'opera incessante degli scrittorierano promosse e divulgate con insolita e mirabile efficacia. Perchè rinnuovataogni scienza gradatamentee riscosse tutte dalla sonnolenza o dal vaneggiare ditanti secoliogni studio era volto alla utilità; e sinanche la filosofia piùspeculativa sottomessa alla prova dell'esperienzae ritratta alla pratica delleumane cose. E le più astruse dottrine erano spianate e fatte popolari; ebandito l'infruttuoso dommatizzare delle scuole; e dalla certezza de' fattiquasi da terreno fermo e produttivoinnalzato e nudrito l'albero d'una scienzauniversaleonde poi si diramassero come coerenti fra di lorotutte quelledottrine onde si provvede alla felicità degli uomini. Il qual magistero dellescienze sopra le civili istituzionibasti aver notato in questo luogoschivando come malagevole e vana la investigazionese più avesse parte astabilirlo la eccellenza de' metodiche dalla risorta filosofia furonoadopratio il concorso di tanti uominiche mal soddisfatti del presenteognicosa richiamavano a' principii della ragionee da questi facevano derivare lesperanze e le norme dell'avvenire. Onde un filosofare facile e schietto eabbondante di applicazioniebbe suoi seguacioltre agli studiosi especulativianche tutti quegli che unicamente volti alle cose pratiche dellavitadalle proprie sofferenze apprendevano a sentire i vizi e l'inefficaciadelle istituzionied avevano stimolo a combatterle. Pel quale modo si preparavaordinatamente la interna rinnovazione dell'ordine sociale; e fu caso nuovo nelmondoe se non c'ingannano le speranzeottima promessa per l'uman genere:perchè un'altra volta la filosofia nella decadenza del paganesimofu maestradella vitama ebbe meno appoggio di civiltàe poi s'imbattè in tempiinfelicissimie la filosofia stessa ricaduta nelle sottigliezze e in gran partevananella propria indole serbava alcun che di astratto e di solitarionèpoteva tutta essere applicata alla universalità degli uomini e al governopratico delle cose. Ma le massime che dominavano in cose politiche nel passatosecoloerano tali che a' più effettivi bisogni della società rispondevano; edogni ambizione degli uomini era volta a promuovergli con istanza incredibile e adisseminargli.

Era vizio di quegli ordinidi governo non far nulla per gli ambiziosiin nulla lasciare che essifacessero; ed a questo modo anzi che aiutarsenescontentargli e nemicargli. Nèfu questa forse l'ultima cagione onde quelle signorie tanto assolutecome ognicosa giunta all'eccessoin sè stesse contenevano la necessità dellamutazione. Sta negli ambiziosi la vera e più naturale aristocrazia d'ognipaese; dico in quegli audaci che insofferenti d'un vivere quieto e ristrettoalle cose pubbliche si rivolgono come campo da spaziarvi e si fanno capi allenovità. Questise temerari e pericolosiè uffizio giusto delle monarchie ilcontenergli; ma impedire ogni ardimento d'ingegno e di cuoreogni generosavolontà comprimeree contaminare la gloria che l'uomo s'acquisti ne' fatticivili col soggettarla alle pratiche della servitùson queste le ultime colpeonde si fa rea la tirannia degli uominio quella anche più funesta che risiedenelle leggi e nelle usanze. Le quali quando una lunga abitudine le haconsacratesembra ti prescrivano ogni cosae ogni cosa agguaglino sino a'costumi e a' moti dell'animo più spontanei; perchè l'uomo vuol sempre serbarsialcunchè di liberogli uomini temprati con più indomabile vigorepure inqualsiasi modo scuotono il frenoe se banditi dalla virtù nei vizis'immergonoo cercano sfogo anche ne' misfatti. Quindi ne' governi piùdispotici ebbero i vizi larga licenzanè intera tirannia può reggersialtroche tra popoli incivilidove in lunga catena molti ad un tempo schiavi etiranni da un lato pericolanoe dall'altro opprimono; e degli ambiziosi la vitaè arrischiata e varia come e' la voglionoe hanno le passioni dove agitarsi.Quindi noi vediamo tra' barbari le tirannidi dello stesso disordine sostentarsied in quello vivere lungamente; ma in Europa erano tirannidi oramai miti erimessecome i costumie passate in abito; e la vita languida ed inerteechiusa ogni via pubblica d'innalzarsie vietata ogni splendida ambizioneesinanche i vizi torpidi; pe' quali modi sarebbero le umane arti discese aestrema bassezzase una possente civiltà non le avesse rettee se non avessela sapienza provveduto a ciò che mancava nella virtù. Nel silenzio d'una paceneghittosa e stagnantepoterono le idee nuove progredire senza esseredisturbate da' fatti pubblicie trovarono uomini trattabili e meglio dispostiad accoglierleperchè la inerzia de' costumi scemava ogni resistenza a' lavoridel pensiero. Certo a quel tempo ogni attività d'ingegno si poneva rifugiatatra gli scrittoried essi tra di loro collegati a far guerra alle vecchieistituzionisembravano essersi arrogata quella magistraturaad esercitare laquale era agli ambiziosi impedito ogni altro modo.

Si manifestarono questecose più che altrove in Franciadov'era più adulta la civiltàlaletteratura più fiorenteed i vizi del governo saliti al colmo. Quindi piùintenso studio a riprendere i disordinitanto ivi difficili a correggerequanto numerosi e potenti erano coloro che ne approfittavano. E come era statain Francia più gagliarda che altrove la compressione dalla imperiosità diLuigi XIV esercitatafu subitomorto luianche più violenta la reazioneedin quelle cose massimamente che più andavano a ritroso al genio del secoloedalla durezza del comando erano state più dal loro natural corso allontanate.Aveva Luigi in un secolo già disposto alla incredulitàcomandato sin ch'eivisse l'ipocrisia; ed ecco i costumi del Reggente ad un tratto mutare tutte leapparenze in quei de' cortigiani e dei grandi; la scostumatezza e l'irreligionevenuta in moda; ed i primi ardimenti di Voltaire giovinee quelle audacissimelettere persiane di Montesquieuprenunziare un secolo già recalcitrante a ogniautoritàe che nulla doveva lasciare intatto. In ciò più che in ogni altracosa ebbero gran parte gli scrittorie fu effettiva l'opera loronell'averedivulgato l'incredulità.

Le guerre e le profusioniavevano smunto l'erarioe la mala distribuzione delle ricchezze impediva alloStato di riaversi. Già nella disperazione di buon rimediogli estremi rimediisoddisfacevano all'indole azzardata degli uomini di quel tempo; e ne' primi annidella reggenzaun sistema di pazze speculazioniimpostura di ricchezzeimmaginariecrebbe il disordine sino all'eccessomentre prometteva diripararvi. Spigneva i Francesi in quella vertigine la credulità d'ogni cosanuovache invasa i popoli quando le persuasioni sono sconvolte e non hanno lementi dove fermarsi; e d'altronde sperarono d'agguagliarsi all'Inghilterraesempio in quel secolo ed invidia delle nazionie rapirle la potenza delcredito e de' traffici d'oltremareche l'avventuriere scozzese profferivaacquistare alla Francia col suo sistema.

Il governo di Luigi XV nonera tale che potesse correggere alcun disordinema poteva addormentargli. Simantenne lo Stato senza perturbazioni gran corso d'anni; il più grande e il piùuniversale di tutti i mutamenti con maravigliosa lentezza si maturava. Il popolosi mostrava quieto nella miserianella insolenza del fasto gli appaltatori e lefavorite; ma raccolta la potenza in tanto sozze manicadde in discredito; e imigliori rifuggivano da' guadagni grandi e disonestispesso alternati con lerovinee sempre accoppiati con la infamia della vita. Anche nel commercio avevaprincipiato a fidar pocoin ciò pure contradicendo alle cose fatte nelprecedente regnoe alle massime economiche di Colbert altre nuove teoriecontrapponendo. Perocchè quel ministro avea fatto per la opulenza dellaFranciaopera precaria e più apparente che solidacome la potenza del suosignore; e appoggiandosi nelle forze esterneavea posto ogni studio inaccrescere ed estendere il commerciocome cosa di più grandezza e più sottola mano del monarcaper cavarne al bisogno prontezza di danaroe sperandoampliarlo con le vittorieed accaparrarlo con le soperchierie. Ma nè ilcommercio alla lunga poteva prosperare dove gli mancavano pace e libertàe le guerre infelici con la Inghilterrae tanteintraprese falliteaveva disgustato i francesi dal riporre in esso il primariofondamento d'ogni ricchezzae gli avevano volti all'agricolturaneglettasin'allora oltremodoe tenuta a vile. Sorgeva una nuova generazione d'uominiche a poco a poco ripudiando la eredità dell'antica monarchiae spogliandosiquelle che sembravano più intime proprietà del sangue francesead ogni altracosa preferivano la semplicità del vivere domestico; ed i nobili stessi sionoravano ritornando campagnoli; mentre prima questi sotto nome di provincialidalla insolenza della corte e de' pariginierano scherniti e fatti ridicolisulle scene. La quale mutazione essenziale ne' francesibuona a' costumi e allalibertàera verso la metà del secolodagli scritti massimamente di GianGiacomo Rousseauaiutata ed espressa con la efficacia portentosa dello stilein ciò che si riferisce alle cose morali ed alle politiche; ed in quanto alleeconomicheuna nuova scuolaquasi divenuta setta pel gran fervore e per lafiducia de' suoi seguacitendeva allo stesso scopo per via di calcolie con lepersuasioni d'una scienza più positiva. Gli economisti (questo nome è rimastospecialmente a' primi che trattarono la dottrina delle ricchezze) benchècomeaccade alle scienze nuovetroppo assoluti ne' sistemi in gran parte erroneipure aiutarono grandemente a' progressi dei costumi e della civiltà; e se piùmature dottrine han vinto le loronon però le scienze economiche possonoaspettarsiprocedendoaltra utilità maggiore di quella da quei benemeritiprocacciata a' loro tempi. Perchè là pigliando i principi dove erano ibisognie donde era stato l'incitamento a' loro studitroppo riferivanoall'agricoltura ed in essa riponevano ogni ricchezza; ma vi richiamavano ipopoli traviati a' guadagni ingiustie insegnavano un vivere più sicuro evirtuoso. Prescrivevano false norme alle pubbliche gravezzema le sottraevanoalla tirannia d'un cieco arbitrioe a' monarchi stessi imponevano leggi diragione e di equità; e con ogni sforzo contrastavano a' privilegi de' nobili edegli ecclesiastici: le quali dottrine ebbero buon frutto e sollecitoperchènon dispiacquero a' monarchie i migliori tra i ministri le professarono.Avremo occasione più larga di discorrere quanta parte avessero le dottrinedegli economisti ne' pensieri e nelle leggi di Leopoldo.

E gli stessi filosofi e lamaggior parte degli scrittoriche in Francia e altrove precederono larivoluzionesempre apparivano rispettosi alla monarchiaed il rovesciarlaaffattoche poi si feceera al di là delle intenzioni loro e del desiderio.S'accordavano nel combattere pertinacemente gli ordini ecclesiasticiegeneralmente ogni cosa che turbasse l'unità degli Statio ne peggiorasse laeconomia; ma in quanto alla libertào la deducevano da teoriche astratteedin quella stabilità apparente poco temute; o si limitavano solamente adifendere la libertà civileche i principi stessi già recavansi a vanto dirispettare. Era fuori dalla mente di ciaschedunoche in tanta paceunamutazione sostanziale negli ordini di stato potesse effettuarsie che la potestàregia vittoriosa de' nobili e del clerouna volta dovesse cedere al popolo;anzi la invocavano contro a' privilegi e ad essa chiedevano che finisse l'operadebellasse la barbariedistruggesse ogni ostacolo alla perfezione della felicitàcomune. Pareva in quel tempo la monarchia a molti beneficaed a tuttinecessaria; era tempo di speranza e di liete immaginazionie ogni cosa piùbramata sembrando a quegli uomini praticabilefiguravano uno Stato sotto i requasi democraticola potenza innocuae facili e pacifiche le riforme. Quindimolto concedevano a' monarchie se contro questi appariva resistenzaera tra'fautori dell'antico; ma i filosofi applaudivano a' principigli adulavanocompravanoincensandoglitolleranza e anche protezione: erano negli uni enegli altri somiglianti le credenze e le immaginazionie una cieca confidenzanell'avvenire. Più spesso accadeva che i maggiori monarchi scendessero essi iprimi quasi a mendicare il suffragio e gli incensi degli scrittori francesioramai divenuti arbitri della lode e sovrani della nuova e già formidabilepotenza delle opinioni. La filosofia libera di quel secoloebbe a protettori eda corifei i tre spartitori della Pollonia; e dal canto loro i predicatori digiustizia e di virtùapplaudivano svergognatamente all'abuso della forzae inquella dissoluzione d'ogni cosafacevano a' vizi campo larghissimo. Solo a farcontrasto a queste bassezze della setta filosoficaera Giovan Giacomo Rousseaue mentre la turba degli scrittori in sè molto sempre ritenevano dell'anticoch'essi faticavano a distruggereegli più ardito e più sincerostudiava alleumane società miglior fondamento di dottrinee nel proprio istinto racchiudevala forza e la giovinezza de' tempi nuovi. Insolita premessa dava quel secolodove Rousseau scrisse e fu inteso. Perch'egli sdegnò di piaggiare i grandioramai da loro nulla sperando; ma comprese nel popolo essere la somma d'ognicosaed il popolo raccolse le sue sentenzee ne trasse ammaestramento di virtù;non di quelle onde si restaura e si tollera uno Stato vecchioma di quelle piùefficaci onde gli uomini sentendosi migliori e dappiù degli ordinamenti che glireggonodiventano abili a ricomporgli. Le scritture che uscirono dalla settafilosoficaattivissime a distruggerema senza virtù per edificarerimaseroimperfette e ineguali al bisognoquando l'opera del correggere gli ordinipoliticida' grandi e da' governanti passò nel popolo. Ed io pongo tra lecause immediate della rivoluzioneprima la rovina delle finanzeposcia glierrori di governo e i vizi dei potentisicchè l'ultimo luogo è per gliscrittori.

Allorquando il popolochiedepoi rapisce le riforme a' re che le neganopresto esse si trasformanoin rivoluzioniriforme precipitose ma sostanziali. Lo che avvenne in Franciadov'erano i re più che altrove affezionati all'abuso del potereed i preti e inobili autori di malvagi esempi e consiglierano ostacolo a' disegni buoni; eil popolo scontentato ne' suoi giusti desideriiavea ne' bisogni una spinta enella civiltà un mezzo onde provvedersi da per sè. Grandi erano le forze dalledue partie dovevano di necessità urtarsi tra di loro. Era dall'un lato nelpopolo(che allora chiamavano terzo stato) congiunta al bisogno di novitàtanta forza di sapereche scoppiata la rivoluzione si vidde ad un tratto uscirda quel terzo stato sin'allora inesperto di governouomini capaci di reggere daper sè la più poderosa mole di cose che mai vedesse il mondoe fondar leggisapientissimee dar norma agli avvenire. E dall'altro lato a difesa delleantiche coseera la recente memoria e l'eredità di quella magnificenzainarrivabile di Luigi XIVe ne' grandi l'amore e la presunzione di quel lorosplendore cortigianescoe nel clero la ricchezzae ne' molti un rispettoinveterato a quella grandezza della monarchia franceseonde non s'ardivano ditoccarlasinchè non la viddero per le proprie colpe rovesciarsi da per sèsotto a' piè del volgo. Tra queste due parti tanto possenti venute una volta acontrastonon poteva essere fine alla discordia altro che per guerra; quando lapiù vecchia fosse abbattutaed ogni temperamento di riforme fosse impossibilela Francia ebbe invece rivoluzione. Altrove il popolo non sapeva e non potevaeogni novità discendea dall'alto.

Fu dunque la Francia soladove le idee nuove si radicarono poderose e spontanee come in suo terrenos'appresero a' popoli e vi penetrarono sino al fondoogni cosa commosseroerianimarono. Effetto della civiltà e della grandezza compatta di quellanazioneonde le virtùi vizii disordinierano ingigantiti: e dalla moleistessa de' mali usciva il vigore de' rimedi. Ogni cosa era più fiacca neglialtri Stati del continente d'Europa; minori le forze de' governi e de' popolionella universale inerzia ancora preponderanti le forze dell'antico. Quellesocietà languivanoe le fondamenta loro indebolivanoma niun moto intestinole aveva peranco scosse. Si reggevano per abitudinidelle quali è proprioquand'esse invecchianoopprimere ogni vitalità nel bene e nel maletuttoassoggettare all'idea dell'ordinee l'ordine far consistere nella permanenzaimmobile di ciò che la pace ha consacrato. La febbre degli ingegni operosi escontenti genera negli animi irrequietezzae gli spigne alle mutazioni; ma dovel'ingegno è inertel'uomo chiama pace anche la consuetudine delle sue miserie.Ristretto nel cerchio angusto del suo privato interessetrascura le cosepubbliche come non più sueteme ed aborre sopra ogni cosa le commozioni.Allora le forze individuali tacciono costrette dall'inerzia universalelevolontà isolate cadonotutto cede all'autorità del fattotutto quello cheesiste apparisce necessario come fosse una legge eterna: legittime ledisuguaglianze nella condizione de' soggettilegittima ogni ingiustizia passatain usoe mute le sofferenze come inevitabili. La storia dimenticata non piùammonisce gli uominicome i tempi che si dicono di quietepreparino eannunzino la dissoluzione. Il moto e l'inerzia sono alterno bisogno degli uominicome delle società; ma in quegli si succedono per brevi intervallied inqueste durano per generazioni; e quando una generazione intera s'è adagiatanella pacetanto è impossibile sommuoverlaquanto fermar quelle cheirrequiete per natura ed ansiose di progressoripongono nell'attività il sommobene. I contrasti e le incertezze de' tempi di passaggio e di mutazionedipendono dall'interna lotta tra' due discordi elementi de' quali è composta lasocietàdue generazioni disuguali e inconciliabiliche in nulla s'intendono ein ogni cosa si contrariano.

Nel lento procedere dellanuova civiltà negli stati d'Europaa' quali ella giunse da lontano e come unaluce riflessadoveva da prima essa investire le sommità. I libri francesil'esempio inglesegiungevano ad ammaestrare solamente i più ingegnosie pochide' grandi stimolati da maggiore animoo noiati delle abitudini signorili. Main questi l'ammaestramento riuscivacome ne' beati della terraincerto eincompleto; e intanto era accolto ed accettoperchè le teoriche novelleperanco non rivelavano le ultime conseguenzea cui camminavano con passocertissimo; ma venendo innanzi gradatamenteparevano innocue alla superioritàde' grandi; e le cose pubbliche riformando a più giustiziae i privatigodimenti accrescendomostravano voler pur lasciare il mondo a' padroniantichi. Onde molti poi di loro si pentironovisto le riforme uscir tanto fuorde' termini in ch'essi credevano frenarle; odiarono il finee sè stessiricusarono di averlo sconosciuto e favoreggiato ne' principii. Sinchè lerivoluzioni sono in corsoessere d'accordo con sè stessi; è unicamente dato aque' che professano le opinioni estreme: coloro tra' grandi i quali aborrivanoogni cosa nuovache il bello trovavano solamente nell'anticoprofessavano divivere come i padri loroe in nulla si discostavano dalle vecchie costumanze;costoro erano guidati da istinto più sicuro di quei che in alcuna cosa cederonoal tempomezzani fautori di novità. Un vecchio magnate in Vienna tenacissimodell'anticodicea non spiacergli le giubbe all'inglese senza spadavestitocomune a' grandi e a' plebeima tremare delle conseguenze di queste giubbe; edavea ragione.

Sorgente d'inganno a queiche volevano mantenere in piedi almeno le fondamenta degli ordini antichiesubietto di speranze mal definite a tanti bisognosi di novitàera il grandeesempio dell'Inghilterra; la quale in quel tempo essendo pervenuta al colmo disua potenzae godendo libertà senza commozionia' popoli si mostrava modelloinvidiabile di bel vivere civilee i principi forzava a riconoscere inquell'ordine temperato di governomaggiore efficacia a promuovere l'industria ela pubblica ricchezza. Onde nel passato secoloquanti erano amici del socialeavanzamentoavevano sempre innanzi agli occhi l'Inghilterrasempre in sullebocche; nessuna altra forma di libertà più effettiva e migliore allora siconosceva e nemmen s'immaginava. La costituzione inglese varia e molteplicenelle sue combinazionicome libertà composta con felice accordo da' rozzielementi del mondo feudalelasciando intatte tutte le sociali prerogativeanzirafforzandolea tutti prometteva secondo il desiderio loro; i più l'ammiravanosenza intenderlaognuno lodava quella parte che meglio s'accordava al propriointeresse o alle proprie immaginazioni. Bramavano tutti la libertà civile:tacitamente invidiavano quella di stamparema pochi sentivano pienamente ciòche ella valessepochi aspiravano a conseguirlacome cosa attinente più chealtro a licenza religiosaco' dommi cattolici affatto incompatibilee dalclero impedita con freni più duri e più tenaci che non de' monarchi stessi. Edanche nel resto ravvisavano in quella combinazione di governo (in ciòdimostrando miglior senno che non l'ebbero più tardi i suoi ciechi copiatori)anzi una specialità propria di quell'isola e delle venture di quel popolocheun modo imitabileuna forma universale colla quale gli altri popoli europeidovessero un dì giugnere e fermarvisi; e piuttosto mirando alle franchigieprivate che non alle libertà politichesperavano (qui era l'inganno) ottenerquei beni senza tutto rovesciaree senza scomporre gli ordini antichi esostanziali. E per vero dire gli ordini inglesi fondati in sul vecchioassaiconservavano delle universali condizioni: lasciavano i nobili prepotentiil realla cima di ogni cosae la stessa gerarchia del clero ricca e autorevolecometra' cattolici; e tutte le forme esteriori del governo e dei costumi composte asuggezione e a disuguaglianzamostravano nel loro aspetto antiquatocome anchela macchina inglese tutta riposasse sopra la dottrina dei privilegiper essaconfermati e ridotti a miglior temperamento. Ai principi certamente piaceva pocol'esempio inglesema poco anche lo temevano; vedevano in quella libertà modisomiglianti agli usi della servitùe tutte le apparenze regie; e la stessaaristocraziabenchè nel potere effettivo avesse le prime partipure come lealtre nobiltà europeeaulica oramai più che castellanae quando ancheresistente nei senatisempre ossequiosa nelle anticamerependeva dal rechepotendo a sua posta crescere il novero dei pari del regnoe usando le nominelargamenterompeva ogni volta ch'ei volesse co' suoi partigiani la lega de'grandi. E la forza popolare appariva poco da che la repubblica fu spenta: inobili cacciarono gli Stuardi; il popolo contentandosi per allora d'avereaccertato il diritto di cittadino; sicchè la rivoluzione che avvenneochiamasi talenel 1688compimento e termine delle precedentifermò per grantempo il corso alle innovazionie lasciò confini larghi alla regia potestà.Di poi la Casa annoverese regnò sicura e potente delle felicità pubblicheinsino alla guerra americana; ed il lungo ministero di Roberto Walpole con lavenalità dei Comuniavea persuaso a' principi essere pur quella una libertàtrattabilee quasi una forma di monarchia poco differente dalle assolute. Ildissidio intestino foriero di mutazione negli ordini inglesicominciò piùtardi: le Colonie americane preserodistaccandosi dagli oppressori loromaggior vendetta ch'esse stesse non vollero e crederono; ed allora solamentenacque la guerra del popolo d'Inghilterra contro all'antica costituzione: guerrainavvertita e poco temuta ne' suoi principii: lenta e misurata nel suoprocedereperchè la sapienza pubblica e la libertà stavano dalle due partiquasi in bilancia; ma l'esito non incertoe infine non meno intera la vittoriade' nuovi principii e delle forme nuovesopra ogni vestigio di feudalità edogni maniera di privilegii. La perdita dell'Americaprimo danno e gravissimodopo cento anni di acquistiscemò la reputazione al governoe l'esempiodemocratico degli Stati-Uniti dette animo al popolo; dovea la rivoluzionefrancese fare il restoe lo ha fatto: se non che i danni per essa soffertidall'Inghilterrae la gelosia verso le vittorie de' Francesi e la tèmaristrinsero la nazione inglese intorno al governosinchè per la pace e lasicurezza esternai moti intestini non riapparvero; e i disordini nella guerraaccumulatinon vinsero l'efficacia de' rimedi ordinariie le forze riparatricile quali abbondavano e pur sempre abbondano in quell'ordine sapiente e in quellalibera manifestazione d'ogni forza e d'ogni soccorso alla pubblica salute. Iltempo nel quale io scrivo queste parolevede per la prima volta ministririformatori appoggiati sul popoloprevalere contro all'aristocraziae vincerlacon gran frutto. I popoli applaudiscono veggendo crollarsi la tanto lodatacostituzione; ciò che era fondamento di libertà appare e riesce giogointollerabile; ed io ripetendo gli encomi agli ordini inglesi dati da' piùcaldi novatori dell'età scorsaoggi conterei tra' retrogradi partigiani diservitù. Stimai quindi necessario uscirea proposito della Inghilterrafuoride' tempi nei quali è ristretto questo discorso; e mostrando in essa arretratoil corso delle innovazioninon pur sempre inevitabile e in gran partesomigliante a quello degli altri Statispiegare co' fatti e il mirabileascendente che la Inghilterra aveva preso sulle opinioni ne' tempi dei quali ioscrivoe poi la freddezza verso lei di nuovi amatori di libertàed infinel'avversione. Di che è stato prova il vedere che dalle rivoluzione delcontinente (e tante ve n'ebbero in quaranta e più anni) non uscì mai per lavolontà de' popoliuna forma somigliante alla forma inglesema sempre fuimposta da' re come transazione tollerabileper la quale essi confidavanospignere addietro anzi che promuovere la corrente minacciosa delle innovazioni.Tanto le opinioni si voltanoe il mondo sociale camminando come per curvaspiraleogni tanto piega il corsobenchè egli non muti la direzione; tantonel discorrere le antiche cose in mezzo agli avvenimenti che incalzanolestesse parole che raffigurano il pensare anticoegualmente adoperate ma intesealtrimenti dagli uomini d'oggidìfanno inciampo allo scrittore anzichèfacilità allo scriveree gli tolgono favore appo molti e forza di persuadere.Ma siccome il procedere dei tempi e de' fatti confonde con immensa forza ivoleri e le cose discordantiuffizio della storia è dapprima tuttiannoverargli e distinguergliposcia come fa il veroinsieme congiungerglinella rappresentazione e mostrare i modi onde si conciliano.

Così anche l'esempioinglese valeva poco a spignere i popoli nella libertà e turbare la sicurezzadegli altri principi. E questi frattanto avevano altrove esempio di novitàbenchè audacissimepure ottimamente conciliabili al potere regio. Piace a'monarchi il bene che s'opera per modi assolutie vederono Federigo re diPrussia aver la potenza tutta in sè solo concentratalibera d'appoggi e diostacolitemuta e benefica a un tempo stesso. Avrebb'egli ringiovanito inEuropa l'assoluta monarchiae quasi rifatta a nuovose rifarsi ella poteva; male diedein quanto a sèuna forza vera e produttivae in gran parte adeguataa' nuovi bisogni del secolosinoacchè i bisogni del secolo non divennerotroppo eccessivi ed urgenti. Fu maestro a' re del suo tempoe meritòd'esserlotutti avanzandoli nell'altezza dell'ingegno o nelle occasionid'adoperarlo. E fu tra le felicità singolari di Federigoche i suoipredecessori ognuno a suo modo e con ordine mirabile gli agevolassero lagrandezzapreparandogli le viema senza troppo preoccuparle; l'ingegnoinstancabile del grande Elettore aveva fondato la potenza della Casae la vanitàdi Federigo I acquistato nel titolo regio un incitamentoe nelle opinioni delsecoloquasi anche un diritto a viepiù ingrandirsi; e il re che successe aquesticrudele al figlio in privatosembrò nelle opere di re far tutto perluie a sè attribuire null'altro uffizio fuorchè di assicurargli un regnoglorioso. Perchè ei gli temperò l'animo con le paterne durezzee tenendoquelle grandi forze giovanili a lungo compresse e raccolte in sè stesseanchecon il duro esperimento dell'obbedienzal'assuefece ad un impero più mite e piùgiusto; poi gli crebbe a gran copia tutti i maggiori nerbi della potenzal'erario e i soldatie i popoli educati a rigida disciplina. Così Federigosalendo al trono l'anno 1740trovasi istruito ad ogni virtù ed agevolato aogni grandezza.

Subito si dichiarò nemicodell'Austria; e perocchè l'Austria s'era fatta straniera in gran parte allecose germanichedovea Federigo almeno per questo farsi essenzialmentenazionaleessere null'altro che Tedescoautore di nuova potenza germanica; alui si avveniva raccorre intorno a sè le forze intellettuali di tuttal'Allemagna; monarca e filosofodovea riconoscerne l'incrementodovea amarlodovea promuoverlo. Di ciò Federigo nulla fece; dispregiò i suoi come barbari erozzie volse tutta l'eleganza del suo ingegno alla lingua ed alle cosefrancesi: di tutto i Francesi erano maestri; curava egli nei suoi ministri lapurezza del dire e dello scrivere francese: quasi per gli uomini gentili nonfosse in Allemagna altro idiomae pure il tedesco era già in sulle penne diSchiller e di Goethe. Neglesse l'educazione del popolonel popolo non vedendoaltro che un docile strumentoe contandolo per numeroe alla moltitudinecredendo null'altro dovuto fuori che quella giustizia che viene dall'altoe ifrutti di quella sapienza genericala quale pareva a Federigo dovesse fermarsie ristringersi nelle sommità. Così egli scemò la forza intrinseca al suostato e il favore in Allemagnadove se le idee di nazionalità radicherannoilnome di Federigo andrà maledettoperch'egli non le promosse quanto era in lui.Vero è che la poesiastata senza forma e confini naturalied il popoloprussiano stesso miscuglio di varie gentisenza memorie comunie avvezzo adistruirsi dell'industria e del sapere degli altripoco dava per formarne unanazionemolto per la forza del governo: è vero altresì che le forze libereallora non si contavanoma quelle soltanto che stavano tutte intere nelladependenza de' monarchi. E questa maniera di potenza in Federigo fu somma; niunoinsino allora l'aveva agguagliato nell'arte di ordinare e condurre gli eserciti.La guerra scientifica retta da un concetto soloin lui e in Napoleone hatoccato il colmo e decaderà; ventura per gli avvenire. E dopo lui caddero que'suoi modi liberi e sicuri di monarchiadella quale come della guerra aveva eglifatto una scienzaora impraticabile dacchè le nazioni ebbero coscienza di sèstesse. Sicchè poco rimarrà di Federigofuori che le forze materiali per luicresciute alla Prussiae la gloria incancellabile d'aver dato norma e movimentoa tutt'una età d'uominid'aver illustrato gli ultimi anni felici da Dioconcessi alla signoria dispotica: alla quale se il volger dei secoli un giornoriconducesse il capriccioso volere dei popolitale la invocherebbero quale lafondarono per una monarchia grande ed armataFederigo in Prussiaper unaristretta e pacificaLeopoldo in Toscana.

In questi due principitanto fra di loro differentitutta la sapienza governativa del loro secoloparve espressa: e se a Federigo fu gran vanto essere stato modello agli altrireche del tempo suo vissero attivi e riformatoria Leopoldo devesi questalode di aver egli solo schivato l'imitazione di Federigo. Ambedue fecerofondamento delle opere loro non vane astrattezzema le condizioni vere dellostato ch'essi ebbero a governare: perciò differivanoadattandosi ciascuno atanto diverse condizionied a queste ottimamente ognuno di loro convenendo. Ebbe Federigo insin dal principio necessitàdi difendersil'ebbe anche di estendere gli antichi confini a frontedell'Austria gelosa e prepotente; ma Leopoldo vidde bene che le armi non gliabbisognavanoo al bisogno non bastavano: da' re nulla temeva o chiedevapurchègli lasciassero a suo modo la Toscana prosperare.

 

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Frammentod'un altro Capitolo.

 

DELGOVERNO DI LEOPOLDO IN MATERIA ECCLESIASTICA.

 

Giunto Leopoldo in Toscana(ai 13 di settembre del 1765)trovò le cose ecclesiastiche in iscompiglio perla pervicacia del Torrigiani e del Rucellaie molti disordini messi in lucedalle querele continove fra le due potestà. Quindi a riordinare questa parte digoverno egli dovè volger le prime cure del nuovo principato. Fu voce chedestinato agli onori del sacerdozio nei suoi primi anniegli non fosse rozzo distudi sacri. Ma o ciò fosse vero (mancano a provarlo i documenti) o che daquella parte gli si appresentasse la prima necessità di riformao che leasprezze del Papa lo irritasseroo che passassero nell'animo suo le passionide' suoi ministri; certo è ch'egli apparve tosto propenso a dar dentroanimosamente nelle ecclesiastiche controversie. Esiste un compendio da luidettato di tutti gli affari ecclesiastici occorsi dai primi giorni del suogoverno; ottima guida a figurar l'animo di luie l'indole del tempo.

Adunò appena giunto ivescovi di Toscanae dichiarò loro esser egli come sovrano ed austriacoprotettore e volonteroso della cattolica religione; a lui ricorresseroe nonsarebbe invano; sperava da loro che non si brigherebbero mai di cose di governo.Tacevanoe taluni de' più animositornati alle loro seditentavano conaudaci pretese il nuovo principe; e nella eterna lite per le immunitàsemprechiamandosi offesisempre volendo cose nuovepronti erano a rafforzar le lororagioni con l'arme già vecchiama non dismessadella scomunica contro a'ministri stessi del principe. Da Leopoldoin una Nota scritta di mano suailvescovo è chiamato suddito ardimento incomportabile a ogni sovrano. Ipreti dal canto lorotroppi e poco costumatispesso e per vari modi facevansiturbatori dell'ordine sociale; e coperti dalla parzialità de' canoniesentiper privilegio da ogni giurisdizione de' secolaridifesi o scusati da'tribunali degli ecclesiasticisfuggivano alla regolarità de' processi e delgastigo; e nel conflitto delle autoritàsi procedeva contro di loro ne' cosìdetti processi cameraliper via di pene economiche. Nel primo anno di Leopoldootto ecclesiastici rei di delitti graviebbero con molti altri l'esiglioarbitrariamente inflitto; pena illegalesproporzionatacreduta necessità digovernoma certamente di pessimo esempio e distruggitrice d'ogni ordine civile.In questo tramescolarsi delle giurisdizionie per la volontà ch'avea ilprincipe di miglior giustiziacontinuavansi in lui più acerbamente gli umorigià concepiti col Papae frivole dispute sul cerimonialesvelavano il malanimo vicendevole e l'irritavano. Prima occasione di manifesta discordiafu lasentenza intorno agli Asili.

Quel natural sentimento percui gli infelici rifuggono alla religionesuggerì agli uomininella tiranniao nell'impotenza delle leggila inviolabilità dell'asilo ne' luoghi sacriomaggio alla maestà del culto. Questa pietosa osservanzadal cristianesimoconsacrataincominciò ad essere inciampo troppo frequente agli ordini civiliquando la corporazione degli ecclesiastici avendo separate le sue ragioni daquelle dello Statovenne a piantarsi in mezzo di essoisolataindipendentesoverchiatrice. Allora il diritto d'asilo volle sue leggi particolari e leottennedopo che il Concilio di Trento ebbe riordinata e afforzata ne' paesicattolici la potenza sacerdotale. Nel 1591 Gregorio XIV statuìdipendereaffatto ogni refugiato dai tribunali ecclesiasticie a questi soli competere ladecisione se debba essoo nogodere del privilegio del luogo immune. Cosìsottratti i terreni consacrati da ogni potestà delle leggi civilidivenneroricettacolo sicuro di chiunque ne temeva la vendetta o ne odiava il freno; nèsolamente ricovero ai delinquentima scuola e officina pubblica di misfatti.Ivi si conservavano le robe tolte per furto e di contrabbandoe si mercavano;ivi la dissolutezza di giovinastri fuggiti all'autorità de' parentisiaffratellava colla scelleratezza degli omicidi e de' ladroni. Viveano in sugliocchi di tutti con donne svergognatee avean figli; perpetuavano nella casa diDio famiglie di scellerati; uscivano di soppiatto a nuovi delittie vitornavano a godersegli a viso franco. E tra nazioni che si dicevano civiliquasi non era portico di chiesa o cimitero che non mostrasse tanto spettacolo dibarbarie. I refugiati frattantoinsieme coll'attività di mal fareusurpavanoil favore che ottiene dagli uomini la sventura. Erano compiantiassistiti daquei di fuori; talvolta per opportunità e per destrezza di servigidivenivanofamiliari dei loro stessi raccettatori. Odio e discredito ricadea sulla forzapubblica che contro loro mostravasi ingiusta persecutrice; perchè impotenteentro quei confinistudiavasi a estrarne per frode i malfattori. E non di radoaccadeva che i rifugiati assalissero da dentro con armi da fuoco gli sbirriarmati; le chiese erano macchiate di sangue: se ne tenevan lontani la notte iviandanti. Solleciti più del toscanogli altri governi d'Italia sirichiamavano dalla bolla di Gregorio inutilmente: altre pontificie costituzionila confermavanoe contro ogni regolare intrapresa la premunivano. Si ottenneperò in parecchi Stati di minorare il male per via di concordatioraaggiungendo giudici laici agli ecclesiastici a decidere sul diritto de'refugiatiora prescrivendo che posti in giudizioandassero soggetti a pene mengravi delle dovute. Vergogna de' tempi e iniquità di ragion di Statolasciavasi ai governi braccio più libero contro i disertori della miliziachenon contro i rei più esecrandi; quasi la milizia di quei governi non fossepiuttosto a satellizio che a pubblica difesaquasi importasse più tenere gliuomini obbligati al patto non libero d'un arruolamento arbitrario o carpito perseduzioneche non agli eterni fondamenti su' quali le società si mantengonovive e ordinate. Più discreta che altrove la osservanza degli asili era inRomadove le due potestà essendo unitele pretese del sacerdozio non sicontrapponevano al desiderio di pubblica sicurezza.

Ma in Toscana i disordiniavevano oltrepassato ogni misura. Erano più di trecento i luoghi immuni nelsolo recinto di Firenzee occupando oltre la metà dell'abitatorammentavanoad ogni passo il clero avervi più potenza che non il principe. Il numero deidelitti era cresciuto sotto il governo della Reggenza; e trovo per documenticertidugento ventidue rei di non lievi colpe aver preso rifugio nei luoghiimmuninegli ultimi due anni che precederono il regno di Leopoldo: ve n'eracirca ottanta al tempo dell'abolizionetra' quali più di venti omicidi. Laprotezione delle leggi ecclesiastiche assicurava l'impunità ai minori delittieravi luogo a eccezione contro ai maggiori; ma anche per questi i curialiartifizi rendevano il procedere della giustizia lentoe le toglievano braccio edignità. E allorquando pochissime enormità si colpivano di gastigoqual pròallo Statoqual medicina ai costumi? Sono i misfatti piccoli scala eincitamento ai maggiorie ciò che verso i peggiori delinquenti è vendettaaimeno indurati può riuscir correzione.

Non poteva Leopoldo soffrirpazientemente un tanto ostacolo alla efficacia delle leggi. Ordì negoziati conRoma e consultò teologi: ma tuttifuorchè il solo Giovanni Lamiseguivanociecamente la vecchia autorità a detrimento della presente giustizia; eClemente solito ad accusar di troppa larghezza i suoi predecessorinemmenovoleva scendere a' concordatipei quali nei principi si convalidassero dirittida contrapporre alla infallibilità delle Bolle; voleva solamente procedere perindultiche i principi ricusarono come rimedi troppo tardi e inefficaci. NelTorrigiani poiCardinale toscanoallora segretario di Statola naturalecaparbietà pareva esercitarsi più volentieri contro l'antico principe: glianimi ogni dì più s'inasprivano; la faccenda degli asili occupò senza buonoeffetto i primi quattro anni di Leopoldo. Ma i tempi avanzavanoe nel 1769ascese alla sedia pontificale Clemente XIVdal quale i principi aspettavano piùcondiscendenzae il secolo meno contrasto. Approvato dalla Imperatriceordinòil Granduca che in una stessa notte fossero estratti i refugiati in tutto loStatoe condotti in carcere. Si usasse dolcezza verso di lororispetto per gliecclesiasticisi custodissero i rei con umanità. Scegliessero; se volevanovivere nelle carceri sicuri come in asilo e condannati come contumaciosottoporsi per libero giudizio a pene di un grado inferiori alle meritate. Ilgiorno stesso si spedì a Roma notizia dell'accaduto: il Papa tacqueil popolovidde volentieri purgati i luoghi sacri dalle abominazionie lodò il fatto.

Alla riforma degli asilisuccesse poco di poi quella delle carceri claustralie fu il primo passo ainnovazioni di gran momento. Fu stabilito con legge dovere i Conventi cheavevano carcerichiedere dentro due mesi al governo licenza di conservarle. Nèquesta si negherebbe; dovevano bensì le carceri reputarsi soggette alla potestàsovranaesser visitate dagli ufiziali di giustiziadagli arrestati e delleloro colpe darsi notizia pronta. Ai bargelli fu ingiunto di tenere occhiovigilante sulle segrete persecuzioni de' chiostri.

Era occorso alla mente diLeopoldo fin dal suo primo giungere in Toscanaaverci gli ecclesiastici troppostatoe attraversarsi a ogni bontà d'ordine civile. Vedeva la seduzionedell'esempio o la necessità del costumespinger donzelle alla religioneignoranti ed immature; vedea giovinetti ambiziosi o scioperati fuggir ne'chostri la povertàe cercarvi dall'ozio riputazione; e il chiericatoabbracciarsi da molti non per la santità dell'uffizioma come veste di dignitào strada a guadagni anche disdicevoli. Spingevalo l'animo a riformar le cose delculto di tal manierache gli ecclesiastici fossero in minor numeroma piùoperosi e più esemplari; e a ciò segretamente lo confortavano non pochi delclero stessocoperti seguaci delle dottrine giansenistiche; i quali vedutol'animo del principe e confidando ne' tempisperavano potersi accomodare allesocietà presenti la stessa forma di gerarchiache aveva mantenuto in santitàonoranda i primi cultori del cristianesimo. Volevano si ricongiungesse la Chiesaallo Statoallargando l'autorità del principee de' vescovi in cose direligione: la dignità de' parrochi si accrescessescemando numero e ricchezzeai regolari; e dell'altare non vivesse chi non servisse all'altare; allaistruzione de' preti si provvedesse; non ve ne fossero degli oziosi. Piaceva aLeopoldo aver tali consiglie interrogava i suoi ministri se gli sapessertrovar modo per ottenerne un qualche effetto. Ma questiesperti e diffidentirappresentavanopotersi forse con molto studio ottenere dal clero piùsudditanzaal quale scopo miravano a quel tempo tutte le corti cattolicheenon ripugnava la stessa Maria Teresa; ma non potere un piccolo principenèforse ai più grandi riescirebbeinvadere la potestà della Chiesa entro a'suoi confinie dar nuove leggi al sacerdozio. Dipendere il numero de' pretidalle ricchezze che gli nutrivanoe al toccar questeopporre ostacoloinsuperabile la severità de' canoni e la credenza del popolo. Il quale anchecon ragione si lagnerebbequando si ristringesse la sola via che avesserogl'infimi d'innalzarsiil solo compenso che rimanesse alle ineguaglianze dellafortuna e delle leggi. E poi qual danno al principe quando sotto qualsivogliavestito tutti egualmente ubbidissero? quale allo Statodove tutti i beniconcorrono alle gravezze pubblichequalunque sia il possessore? Avere la leggesopra le manimorte costretto dentro ai presenti confini il patrimonio degliecclesiastici; aver quella sopra i fidecommissi tolto moltissimi dal bisogno disostenere con le dignità del clerociò che si chiamava decoro del casato;eppure i costumi essersi mostrati meno civili che non le leggi; e di questemolti ed i nobili specialmenteogni giorno studiarsi a minorare i benefizieludendole con la sottigliezza delle interpretazioni. Confermasse eglil'efficacia di quei due statutisottoponesse il clero alle comuni leggipiùnon poter fare un principe toscano.

A tali consigli piegavasifacilmente l'animo misurato di Leopoldo; il quale aborrendo anche dal sospettodella ingiustiziae più per la coscienza che per la famameglio credeaconferisse a' suoi pensieri il lento riformare degli abusiche non l'audacia ela subitezza delle innovazioni. Deliberò fissar più accuratamente lo stato diquelle leggiper cui si proibiscono nuovi acquisti agli ecclesiastici.

Sinchè la feudalitàreggeva gli Statie i terreni pagavano tasse all'occasione de' passaggidall'una all'altra manoquegli di proprietà del cleroper la continuità delpossessonulla contribuivano alla finanza; di qui venne il nome di manimorte.Vennero i governi regi e municipali; e quei beni anche allora sfuggivano allegravezzedappoichè il clero si ebbe arrogato immunità dal contribuire ai pesidello Stato. Perciò in molti luoghi o si frenarono per legge i nuovi acquistio si gravarono per vie indirette: tutto moveva dall'interesse della finanza.Tardi e solamente in questa luce delle economiche dottrines'inteseda quellaimmobilità e da quei vincoli venirne altri e più gravi danni all'universale;volersi per la ricchezza pubblica possessioni non troppo grandifrequenza dipassaggiproprietà libera. La legge imperiale del 1751 aveacome sopra hodichiaratoragioni di generale utilitàma col riferir tutto al principedavacampo a troppo arbitrioe non fondava massime. La pratica del concedere lalicenza variava co' tempi e co' ministri; dubitavasi soprattutto dovesse aldivieto esser normao solamente l'utilità del modo dell'impiegar le renditeoanche le condizioni del possedere; fossero alla legge sottoposte anche lecorporazioni dei secolari.

Due grandi massime digoverno dettarono lo statuto del 1769. Promuovere le vendite e le allivellazionide' terreni posseduti in società; chiudere affatto la via d'acquistar ricchezzea quelle fondazioni per cui lo Stato non prosperasse. Perciò si ordinava chetutti i benii quali per privilegi sconosciuti (tali erano quelli de' mercantilivornesi) potevano esser donati a' manimortedovessero dentro un annovendersie il capitale impiegarsi in luoghi di Montesola maniera di stabileproprietàalla quale il Granduca voleva ridurre col tempo i patrimoni pubblicie comunali. I beni obbligati per la soddisfazione di lasciti pietosi potesserosempre essere affrancatitrasportando in luoghi di Monte il capitale; e cosìliberando i terreni per essi vincolati. E di tutti i terreni di manimorte giàallivellatirestasse l'util dominio proprietà libera dell'attuale livellariopotesse disporne come di cosa suanè ritornassero mai al padron diretto; maalla scadenza d'ogni contrattodovesse questo esser rinnovato a favore deglieredi dell'ultimo possessore. La manomorta non si arricchisse mai deimiglioramenti fatti a' terreni dopo il giorno della pubblicazione di questaleggei benefizi del tempo andassero tutti a guadagno dei livellarii. In questomodo si veniva in essi a trasferirecon salutare e ardito provvedimentolamiglior parte della proprietàrestava al padron diretto solamente un canoneimmutabileper lo più stabilito in tempi lontanissimiquindi non più inproporzione colle presenti entrate. Avrò sovente occasione di discorrere quantobenefizio arrecasse alla Toscana questo favore pe' livelli.

E quanto alla licenza dinuove donazioniessa concedevasi solamente a chimancando d'eredi prossimidisponesse a favore della pubblica educazioneo per dotar fanciulleo perinalzare edifizi di pietà pubblica. Con rigorose dichiarazioni rendeasi vano ilsupplicare contro al divieto passato in massima; vietavasi lo interpretar maifavorevolmente alle manimorte le incertezze o le dimenticanze della legge. Pertal modo questa materia sarebbe stata compiutamente ordinatasennonchè l'artetardiva di compor leggiperanche non conoscevasi; e i discordanti pareri de'due principali consiglieri di LeopoldoPompeo Neri e Giulio Rucellaitolserocertezza alle espressioni. Fu macchia alla sapienza del legislatoreil bisognoimmediato di dichiarare con un altro edittonon essere comprese nelleproibizioni le comunità secolari; la quale esclusione fu poi nell'anno stessorivocata pe' luoghi pii che sono amministrati da laici. Vacillamento in Leopoldonon infrequentee che molte volte scemò ubbidienza e rispetto alle migliorisue leggi. Quindi nell'anno 1771una istruzione ai Notari tolse le incertezzecon una distinzione legalee meglio col nominar quali manimorte fosseroassoggettate al divietoe quali esenti per legge o per privilegio. Fu liberol'acquistare a quelle corporazioni dove ha parte alla proprietà chiunquepartecipi al benefizio della consorteriavietossi a quelle nelle quali laproprietà è indivisibile: un membro isolato della consorteria non ha dirittipropriie la rappresentanza e il dominio stanno nella persona immaginaria diuna istituzione immutabilegovernata da leggi primitivenon libera di sèstessa. A questo ordine appartenevano gli spedalied altre fondazioni di pietàpubblicama furono esenti per privilegio.

Non si avea provveduto ailegati per messe o per suffragi. Ed anche questi peròbenchè avessero effettopasseggierofacevan patrimonio a' preti inutili; e la pietà immoderataristretta da ogni altro latosi profondeva più cupidamente in questedivozioni. Vietaronsi poco dopo i legati di questa speciei qualioltrepassassero l'importar di cento zecchinio la ventesima parte dell'eredità.

Ma non abbandonava Leopoldoil pensiero e la speranza di contenere la inconsideratezza delle donzelle che siprecipitavano al chiostro. Imperocchè alle monache già rinchuseamored'istituto e bisogno di compagnia facevano parer bella ogni seduzione onde quelloro esilio si popolasse. E non le spaventava ridursi per l'accresciuto numero avivere più ristrette in quei conventi ch'erano meno ricchi o peggio governatiperchè ad ogni godimento prevale necessità d'umano consorzioe chi piùsembra sdegnarlo più lo desidera. Avevano in ciò aiutatrice potente la malaeducazione delle famiglieper cui pareva sola buona quella dei monasterie lainsipidezza de' famigliari contentiindizio di secol guasto. Nè per esempiapprendevano le fanciulle ad onorarenè per oneste discipline ad ambire ilsanto nome di madre di famiglia; vivevano nelle case peso e non cura de' loromaggiori; vedevano con la mente ne' soli chiostri virtù illibata e compagnia piùamorevole. Ben conosceva Leopoldo le troppe monacazioni essere effetto dipeggior male; educazione negligentee volea correggerla; ma intorno a ciòbench'ei molto bramassepoco tentòpochissimo ottenne. D'un ottimo principepuò esser vanto frenar nella società gli amori viziosima non è opera d'uomobenchè potentetorcere a posta sua quelle inclinazioni che lungo corso disecoli confermò. Il volger delle generazioni trae seco effetti lentissimi inbene o in malee invano si vuol formare la generazione avvenireove lapresente sia brutto specchio. E il seguito di quest'opera mostreràcomeLeopoldo comunicando poco cogli uomini del suo tempoe male inteso da loro epoco credutopresto perdesse l'animo a quelle cose che alla moral culturadirettamente risguardano. Certo egli amministrò lo Stato ottimamentema suicostumi e sulle opinioni ebbe poco impero.

Tentò ben egli rivolgere amigliori studi ed a virtù più operosa l'educazione de' monasterie divisòchiamare a riformargli maestre d'oltremontidove parevagli alcuni Conservatoriiintendere a scopo più sociale. Vana speranza: poichè d'istituzioni siffatte laimmutabilità delle massime è vita e fondamento; regole ed usi voglionoobbedienza ciecacercar d'infrangergli è apostasia. Ed a quel tempo parevaprofana malizia il creder che mogli e madri potessero ammaestrar sui doveri dimoglie e di madree che la scuola delle virtù del mondo altrove risedesse fuorche nel chiostro.

Un editto della Reggenzaaveva moderato la pompa de' vestimenti delle monache; trovò Leopoldo la praticagià trascorsasiccome avviene di leggi senza confini certiquindi inefficacicontro alla tirannia del costume. Rimase anche questo incentivo alla imprudentevanità di fanciulle ignote ancora a sè stesseabbagliate dalla gloria di ungiorno solo; in cui la solennità del ritol'onore del sacrifiziole lodilatenerezza de' circostantiil nome di sposale monache allora liete ecarezzevoliseducono quelle vergini mentie cuoprono a loro il dubbio tremendodel disinganno. Niun atto della vita civile era celebrato con più solennità.La Granduchessa assisteva ne' primi giorni del suo arrivo alle monacazioni ditre fanciulle sorelle di nobile famigliaed era ciò parte delle allegrezze pelnuovo regno.

Ma opinavano taluni deiministrie Pompeo Neri era tra questiil moderare le spese de' vestimentidover produrre effetti contrari alla intenzione. Le figlie collocate nelchiostro più non farebbero paura di gravi spesesi compirebbe il voto de'padri avari. Così vacillavasi ne' consigli tra l'accrescere le doti dellenovelle monache o torle affatto; del pari temendosi che aumentato il guadagnodelle monacazioni pe' monasteri o per le famiglieo quegli attirassero piùfanciulleo queste più volentieri ve le spignessero. Nè men dubitavasi se lemonache forestiere fossero da ammettere o da rigettarestando per l'unasentenza il desiderio di tôrre il luogo alle toscaneper l'altra l'indole disiffatte congregazioniche dal numero stesso acquistano celebrità eriputazionee maggiore attività a moltiplicarsi. Dapprima le doti furonoristrettepoi quando Leopoldo ebbe cominciato a procedere in queste cose conmeno ritegno; vietò ai monasteri ricever dotie gravò le vestizioni di fortetassa pagabile agli Spedali; secondo la condizione delle famigliee leforestiere doveano pagarla doppia; i monasteri che trasgredivano puniva con laproibizione di accettar novizie. Le gale de' vestimenti furono vietate moltianni dopo.

Intanto l'amministrazionedell'economia dei monasteri era stata tolta ai superiori ecclesiasticieattribuita gli Operai nominati dal principecom'era per editto di Cosimo Imale osservato dipoi. A questi Operai chiedeva lo Stato delle rendite e dellespese di ogni monasteroe di quante persone fosse capace per poi fissarne ilnumero. Ma gli ecclesiastici si adombraronoviddero l'intenzionegridaronooffesi i diritti della Chiesa; conobbe il Granduca nelle difficoltà opposte aiprimi passiquanta poca speranza fosse di conseguire l'intento. E Maria Teresatentata da lui e dal Rosenbergdifensore costante dell'autonomia regiapiuttosto si mostrò fredda alle cose nuoveche disposta a sostenerle con lapotenza del nome imperiale.

Ma fu delle riforme operateda Leopoldo sopra i conventi efficacissima quellaper cui nell'anno 1775incoraggiato dall'esempio di molti Stati d'Italia e d'oltremontivietò allefanciulle vestire abito religioso prima del ventesimo anno compitoai maschiprima del diciottesimo; nè a questi era lecito professarese non finito ilventiquattresimo. Apparve sapienza di legislatore nel prender cura solamenteperché le monache si vestissero più tardie nulla innovar per esse quantoalla professionesiccome inutile. Le ha già legate l'addio dato al mondoilconsorzio delle persone religioseil terrore della promessa che di sè stessefecero a Dio quando si decise lor vocazione; gli esempi di fanciulle che sianouscite dal chiostro prima di professareo son rarissimi o nulli. E fuquantunque lodevole nella massimaper gli effetti vanoaver prescritto neltempo stesso che le accettate nei monasteri dovessero prima di vestirsi essereesaminate da un ecclesiasticoil quale attestasse della sincerità dellavocazionee quindi per sei mesi vivessero nel mondoe senza intera coscienzanon eleggessero. Ma ciò riusciva piuttosto a pompa di sacrifizio che a libertàdi scelta; poichè facendo di sè spettacolo per addobbo sfarzoso e singolareegià portando sul petto il segno del voto fattoe solo con gli ecclesiasticiconversando e con le pietose amiche de' monasterimostravansi agli occhi ditutti come persone consacratee in nulla si accomunavano al vivere sociale. Fupoi necessario il moderar per editto i disordinati ornamenti delle sposemonache.

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Queste innovazioni erano aLeopoldo sorgente di molta invidiache poi si spandeva su tuttociò ch'eglidivisava a incremento della religione e de' costumi. Sicchè scarso fruttoebberoe poco amore gli guadagnarono le sue cure a prò della parte più utilee più rispettabile del clero che sono i parrochi. Questo ministero di caritàche il Cristianesimo istituivae in cui quando si fondò la Chiesastava tuttoquanto il sacerdozio (perchè i vescovi facevano da principio ufizio diparrochi)rimasedopo trascorsa la disciplinail più negletto in tutta lagerarchia; e mentre le monastiche associazioni e le congreghe de' canonici edegli altri benefiziaticrescevano in grandi ricchezzei parrochi disgiuntitra loroe per lo più rilegati nelle campagne e occupati in ufizio umile efaticosoebbero appena tanta mercede che sovvenissein molti luoghialnecessario. Eppure il loro soperchio è de' poveri e non va in pompe; e nelleistruzioni a' fanciullinell'assistenza agli ammalatie nelle consolazioni a'moribondiesercitano essi quanto la religione ha di più santo e di più pietoso. E parmi avere essi in ogni tempo ben meritato sìdella civiltà come de' costumie tanto degli Stati che della religione. Perchèessi aiutarono a mantenere nei tempi rozzi un vivere più civile nelle campagne;e nelle grandi monarchie d'Europa un impero più temperato. Le quali cose ipopoli antichi ottenevano e conservavano solamente dove erano i governimunicipalima negli Stati i quali reggevansi a volontà d'un solodella servitùnecessaria compagnaera la barbarie. Imperocchè la potestà del signorecontinuata e trasmessa infino alla estremità del popolo per una catenalunghissima di satelliti e d'uffizialiveniva in questo modo a opprimere ecorromper tuttointromettendosi in ogni atto del viver sociale. Ma dopo laistituzione delle Parrocchiei Curati tennero negli imperi più assoluti unmagistrato quasi cittadinescoe in loro fidava il principe assai per lacustodia dell'ordine e della pace dello Statocura o pretesto di ogni governobenchè malvagio. Onde essi poterono nelle campagne allontanar dal minuto popoloil peso della tirannidee furono pur sempre popolo anch'essie tennero in ognioccasione la parte popolare. La storia gli mostra sempre utili ministri di unordinato governonon mai strumenti di dispotismo.

E così santi conservatoridel cristianesimo mantengono con la disciplina de' primi secoli anche la povertàstessacon invidiosa disuguaglianza dagli altri membri del clero. E lericchezze di alcune parrocchie sono piuttosto scandalo che compenso alla povertà di tantee si distribuiscono infra i potenti e gliambiziosinon sono ricompensa dei parrochi benemeritinon mercede attribuitaal ministero. E Roma prese poca cura di loroe i litigi co' principi secolarie i concordatie le protestee le bollee le scomunichefurono solamente aprò di grassi beneficiatio di monaci; nulla si provvidde per le parrocchienulla si chiese. Scampata a' dì nostri la Chiesa dalla tempesta dellarivoluzionenoi vedemmo il Romano Pontefice nella improvvisa fortunaincertodell'avvenireripetere con discretezza avveduta da principi benevoli ciò cherimaneva del patrimonio antico e facilmente ottenerlo. Pareva rinascer la Chiesae non le mancava la scuola delle sventure; poteva riordinarsi la disciplina eaccomodarsi al tempo; ma il Pontefice sollecito più del fasto e della potenzadel cleroche non delle necessità vere del cristianesimovolle cherisorgessero numerosi i conventi; prese a cuore che molti preti vagasser nellecittà senza ministeroarricchiti dalle ufiziature; e neppur mosse la voceperchè si redimessero dalla miseria tanti Curati delle campagneda' quali pureavrebbe avuto miglior soccorso la religione indebolita e vacillante. Quali sienoi motivi di tanto favore per gli unidi tanta trascuratezza per gli altrièagevole il ravvisarlo.

Sta la potenza dellamoderna Roma in quell'esercito di ecclesiasticiche vivono dispersi in tutti ipaesi cattolicima collegati tra loro da comunanza di interessie da necessitàdi scambievole appoggio; ordinati come a milizia ne' gradi della gerarchiaeobbedienti a ogni cenno del ponteficecome centro dell'unità e della forzaeda cui dipende ogni loro speranzaogni ambizione. Qualunque legame essi serbinocon lo Stato ove nacquero ed in cui risiedonoallenta i legami che gliristringono alla corporazione di cui sono membri. I monaci tutti sottratti aogni cittadinanza dalle istituzioni del loro ordinehanno il solo Papa perprincipe supremoe in nessun luogo la patria. E gli altri preti cui debil frenocostringe all'obbedienza de' principi secolariper la romana potenzasonoforti e ridottati; da Roma aspettano le ricchezzea Roma hanno le speranzeperfino del principato. Ma per i Parrochi non è campo all'ambizionenoninteresse di cetonon mire di avanzamento; e perfino che essi sieno traslocatia una migliore parrocchia accade di radoe non è senza tacciaperchè sichiama negli infimi avarizia ciò che nei grandi si cuopre di nomi splendidi eonorati. In questo modo vivendo i parrochi abietti e disgregatiin nullaprofittanonon fan della religione scala a secolare potenza. Quando nel secolosedicesimo la riforma mutò il governo della Chiesae abbattè in molte partid'Europa la monarchia papalei parrochi abbracciarono il nuovo cristianesimocome divenuto la religione dello Statoil loro ministero rimase intattoladignità non ne scapitò . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

 

 

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Altriframmenti.

 

CONDIZIONIMORALI DELLA TOSCANA

PRIMADI PIETRO LEOPOLDO.

 

È noto generalmente a'Toscani  essere stato pensiero delbuon granduca Pietro Leopoldo consolidar l'opera delle sue riformee porre eglistesso limiti alla sua sovranità per mezzo d'un patto costituzionale. La certanotizia di questo disegno di Leopoldoe le voci discordi ed incerte intorno a'motivie gli eventi che a lui vietarono ridurlo in attocorsero dapprima pocoavvertite per la incuranza de' Toscani alle cose pubblichema più si diffuseroin  questi ultimi tempidacchè iToscani sentono anch'essi bisogno di guarentigiee di fondare sul comun voto leistituzioni governative.

E invero molte cagionicospirarono perchè l'opera di Leopoldo rimanesse incompiuta. Già era necessitàche tali dovunque rimanessero per loro difetto intrinseco le riforme piùessenziali promosse da' principi nel passato secoloe quelle massimamente cheaveano in sè un qualche principio di libertà; concesse in un tempod'indefinite speranze e di liete immaginazionisempre supponevano tra lorod'accordoin ideale beatitudineuna paternità inestinguibile ne' monarchiassolutie un amoroso quietismo ne' popoli intelligenti. Ma i popoli alloracontrastavano le non intese franchigiedoverono i principi presto diffidarsidelle vere libertà. Vero è che Leopoldo sembra aver mirato più oltre confranca securtàe avere sinceramente ambito la signoria temperata; ma quellamedesima dolcezza toscana che allora lo incoraggiava a infondere nei soggetti ilsentimento di cittadinofrapponeva intanto nella inerzia degli animiostacoliad ogni cosa ch'egli tentasse più risolutamente. La costituzione riusciva omonca o impossibilese prima non si compivano quelle riforme parziali ch'essadoveva consolidare. E a queste non gli bastarono venticinque anni di regno; e piùch'egli progredivae più quei medesimi nei quali voleva fidarsisvogliati oavversi lo abbandonaronoo si voltarono contro di lui: i suoi ministri locontrariavano in tutte le cose più importanti. E all'ultimo del suo regnosommosse risibili ma pure non infrequenti lo avevano ammonitoessere il popolodi Toscana strumento per anco inetto a quelle istituzioni che abbisognano divigorosa sapienzae alloracredos'accorse d'avere col mezzo della prosperitàmateriale poco aiutato alla coltura degli animi ed al morale risorgimento.

Ma Leopoldo non disperavadell'avvenire; a molti parrà che egli vi fidasse troppo. Quanto meno i popolichiedevano le buone istituzionitanto più parevagli ch'essi agevolmente vi siassueferebberoe le userebbero con modestia; nè il tempo potrebbe altro chesempre più affezionargli a quella ubbidienza temperatae in questa unanimitàraccorgli sotto a quel benefico patrocinio.

I Medici tanto dotti nellearti dispoticheaveano dunque ben meritato de' Toscanise avevangli educati adacquistarsi dopo dugento e cinquant'anni questa fiducia del principe. Sovr'essitutta l'odiosità d'avere domato quegli animi torbidi che la repubblicageneravaprostrato nella disperazione gli ingegni più audaciadescate aservitù le ambizioniavvezzato gli uomini a porre il quieto vivere in cimad'ogni felicità. Queste cose da lungo tempo eran fatte e dall'uso confermate; eogni sospetto essendo svanitospente con la dinastia le arti mediceeda' nuoviregnanti più virtuosi e civilii popoli imparerebbero novelle virtùquelleche s'addicono in giusta e discreta monarchia. E già i costumi pubblici non maicome altrove insalvatichitiin qualche parte avvaloravano siffatte speranze.Era una lentezza a muoversiuna renitenza al benediffusa egualmente per tuttele membra dello Statopiuttosto che una ruvida connessione o un intestinodisordine da correggere con la violenza. Pessime le leggicorrotte leabitudinima la composizione sociale non era per sè incapace dell'idealerisorgimento. Bastava eccitare gli ingegni scoratiravvivare gli elementi cheerano nel popolo inertima non distrutti. Il popolo di Toscana per la civiltàpiù anticae per la eguaglianza ivi più che altrove radicatameno deglialtri s'imbevve de' vizi spagnuoli che tanto infettarono l'Italia. Di verafeudalità non era vestigio da più secolifuorchè ne' feudi imperialipochie dispersi su' confini dello Stato; e i nobili non avevano gran forza diprivilegi da difenderenè la plebe aveva ingiurie gravi da vendicare. Leconcessioni feudali fatte da' Granduchi erano apparenze non sostanzae leproprietà non tanto vastee la cultura per colonìain qualche partealleviarono la sorte del campagnuolo. In tutto men aspra che altrove lacondizione del poveropiù umano e discreto il fare de' ricchie piùscambievole simpatia nel vivere si manifestava. Quelle foggie signorili dellequali piacque a' medici d'attorniarsimale ricuoprivano le origini mercantilidella nobiltà fiorentina e del principe: ristretta la vastità de' trafficirimase a' signori la bottega; e benchè i due primi Granduchi con grande studioimitassero la cupa alterigia del protettore spagnuoloque' modi stranieripresto cadderotornò benchè guasta l'antica domestichezza del viverefiorentinoed un fare più alla buona. Nè impero più crudoo più guardingasostenutezza bisognavanodacchè ogni preminenza era abbattutaogni veradignità prostrata; rara superbia ed innocua insorgeva fiaccamente sullauniversale  bassezza. Il regnolunghissimo di Cosimo III finì di corrompere ed impoverire ogni cosapeggioròsinanche i costumi ch'egli intendeva a correggere con discipline fratesche; edegli visse più contegnoso; ma il figlio di lui Giovanni Gastone sciogliendoogni frenoricondusse l'antica facilità del vivere sino all'estrema licenzasino alla più abietta trivialità. Poveri copisti non più d'esempi spagnuolima di francesique' due ultimi granduchi di razza mediceain sè ripetevanol'immagine smorta di Luigi XIV e del Reggente di Franciama senza prestigio digrandezzasenza velo d'eleganza.

La fine di casa Mediciessendo prevista da gran tempola successione al dominio su' Toscanimerce cherimaneva senza padronefu per molti anni avanti palleggiata su tutti i mercatidell'Europacontrattatadisputataambitaceduta dall'uno all'altro de'grossi potentatigelosi che un piccolo peso non turbasse quella sempre cercatabilanciach'era studio de' politicie calamità de' popoli. E quegli avanzidella famiglia moribondapure ancora vivevanoe avevano nome di regnaree ilpopolo di Toscana mutoinconsapevole aspettava a quale ignaro e straniosignorealtri ignoti e stranii signori gli prescrivessero d'ubbidire. Era inFirenze un Senatoche in sè assumeva l'antica repubblica; ma questo Senatodichiarava in quelle solenni congiuntured'avere avuto per 200 anni a solasua guida l'esecuzione degli ordini sovranie umilmente ringraziava ilGranduca quando con tanta benignità degnavasi consultarlo. Un ghiribizzodi Giovanni Gastone (non so bene se fosse generosità o dispettoo celiaperch'egli di tutte queste cose era capace) fece che un giorno egli protestassecon atto legaleper la libertà del popolo Fiorentinoe che il popolo soloaveva diritto a succederglie che doveva tornare la repubblica: ma il Senatonon lo seppeperchè ebbe in consegna il foglio sigillatoe i Toscani non losepperonècredoancora lo sannobenchè poi quel foglio fosse stampato; ese lo avessero saputomale avrebbero gradito quel matto imbroglio nel quale ilGranduca li ponevadi governarsi da sè. Infineperchè Lorena andasse arotondare la monarchia di Luigi XVla sovranità della Toscana fu data aFrancescoche poi divenne imperatore. Eppure siffatto trabalzone sottostraniera dominazioneriebbe alquanto la Toscana dalla decrepitezza mediceasiccome il sangue lorenese aveva ringiovanita l'invecchiata casa d'Austria.Erano i principi lorenesi provati dalla fortunaesercitati nelle difficoltà diregnoe l'ultimo di recente mortoaveva lasciato di sè ottima fama e nome digiusto. Vennero reggenti d'oltremonti (perchè il nuovo principe attendeva amaggiori ambizioni); vennero stranieri a sciami ad occupare gli uffici pubblici.L'Italiae in ispecie la Toscana che aveva insegnato al mondo i primi elementidell'aritmetica commercialeora imparava dagli oscuri stranierie poinuovamante pochi anni doporiceveva più avanzata dai Francesil'arte diapplicarla al governo degli Stati ed alla economia sociale. E alcuni toscanipresto l'appreseroe come avvien sempre nelle mutazioni degli Statinovelleforze si mosseroi dolori compressi parlaronole speranze rianimates'ingegnarono. E il Bandini scriveval'anno stesso della mutazionequel suocelebrato discorsoprimo documento in Italia e fuoridi buone e applicabilidottrine economiche. E il Neri e il Rucellai ed altri sursero ministri noninferiori al loro secolo. Era quel governo avaroper le strettezze di guerra inGermania e per la cupidità del principe: ma la finanza fu più ordinataebenchè malefica e rozza fossei Lorenesi istituirono ordinamenti migliori pertenere i conti pubblicie con più certezza sindacarli. Altre e più importantinovità si fecero: la feudalità percossaalcune riforme di cose ecclesiasticheconcordate col Ponteficealtre nel silenzio fatte o preparate; parecchie festeabolitel'inquisizione frenatacercavasi modo acconcio a scemare il numero de'preti; il secolo lampeggiava. Due leggi gravissimeuna che ristringeva ifidecommessil'altra che vietava le donazioni alla Chiesafurono granfondamento a tutte le novità maggiori che poi facesse Leopoldo. E allora iToscani che non avevano da quasi due secoli visto mai fumo di guerraalmeno inGermania combatteronosi mescolarono ad altre genti. E i nobili fatticortigiani d'un imperatoreandavano a Viennalo seguivano ne' campivedevanoguerreudivano cose nuovepascevansi d'ambizioni miserema pure non tantogrettenon tanto municipali.

Queste buone cose faceva ilgoverno lorenese nei ventotto anni della reggenza: più forse ne uscivanosecome i migliori feceroil popolo avesse mostrato più vivo sentimento emaggiore zelo nel promuovere il nazionale interesse: la svogliatezza delle curepubblichenudrita da' Medici cresceva in quella avversione agli stranieridominatori; e un disdegno non ingiusto più che mai confermava i Toscani inquella inerte superbia miseramente avanzata alle antiche gloriee fattaostacolo ad ogni risorgimento. Niun altro fra' popoli d'Italia mostrava a queltempo e poipiù contentezza di sè medesimopiù tenacità nelle abitudinipiù voglia di segregarsi. Viveva indolente nella sua mediocritàrifuggivadall'accomunarsinon che allo straniero anche a' suoi vicini stessia' suoifratelli d'Italia.

Morto l'imperatoreFrancescol'anno 1765il figlio di lui Pietro Leopoldo venne in ToscanaGranduca. Si rallegravano i Toscani della racquistata indipendenza: d'avere unacorteun principe a casa lorodi non più soffrire delle viennesi avarizie. Mafu contentezza inoperosafu quiete d'un desiderio soddisfatto; e i Toscani nonsi mossero per attorniare bramosi il nuovo Granducabenchè gradito egli fosse:discrete cupiditàmodeste ambizionipoca e fredda cura pel nazionaleincremento; quest'era a quei tempi natura dei popoli. E avevano soggezione adaccostarsegli siccome a stranieroe in molte famiglie tuttora vivevanotradizioni guelfe e certi simulacri di partemale inclinata verso un principetedesco. Leopoldo ebbe indole tutta popolarevoglie che non soverchiavano gliangusti confini del suo Statodivenne ben presto sinceramente toscanoma iToscani poco gli risposero; lasciarono il principe quasi solo a intraprenderenon chieste le più essenziali riforme . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. . . . . . . . .