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SAGGIO STORICO

SULLA

RIVOLUZIONE DI NAPOLI

SECONDA EDIZIONE

CON AGGIUNTE DELL'AUTORE

1806

 

 

 

Caedo cur vestram rempublicam tantam perdidistis tam cito?

POMPONIO ATTICOpresso CICERONEDe senectute.

 

 

 

 

 

 

PREFAZIONE

 

ALLA SECONDA EDIZIONE

 

Quando questo Saggio fu pubblicato per la prima voltai giudizi pronunziati sul medesimo furon molti e diversisiccome suoleinevitabilmente avvenire ad ogni librodel quale l'autore ha professataimparzialitáma non sono imparziali i lettori. Il tempo però ed il maggiornumero han resa giustizianon al mio ingegno né alla mia dottrina (ché néquello né questa abbondavano nel mio libro)ma alla imparzialitá ed allasinceritá colla quale io avea in esso narrati avvenimenti che per me non eranstati al certo indifferenti.

Della prima edizione da lungo tempo non rimaneva piú unesemplare; ead onta delle molte richieste che ne aveaio avrei ancoradifferita per qualche altro tempo la secondase alcuniche han tentatoristamparla senza il mio assentimentonon mi avessero costretto ad accelerarla.

Dopo la prima edizioneho raccolti i giudizi che il pubblicoha pronunziatied ho cercatoper quanto era in medi usarne per rendere ilmio libro quanto piú si potesse migliore.

Alcuni avrebbero desiderato un numero maggiore di fatti. Edin veritá io non nego che nella prima edizione alcuni fatti ho omessiperchéli ignorava; altri ho taciutiperché ho creduto prudente il tacerli; altri hotrasandatiperché li reputava poco importanti; altri finalmente ho appenaaccennati. Ho composto il mio libro senza aver altra guida che la mia memoria:era impossibile saper tutti gl'infiniti accidenti di una rivoluzionee tuttirammentarli. Molti de' medesimi ho saputi posteriormenteedi essii piúimportanti ho aggiunti a quelli che giá avea narrati. Ad onta però di tutte leaggiunzioni fatteio ben mi avveggo che coloroi quali desideravano maggiornumero di fatti nella prima edizionene desidereranno ancora in questa seconda.Ma il mio disegno non è stato mai quello di scriver la storia della rivoluzionedi Napolimolto meno una leggenda. Gli avvenimenti di una rivoluzione sonoinfiniti di numero; e come nose in una rivoluzione agiscono contemporaneamenteinfiniti uomini? Maper questa stessa ragioneè impossibile che tra tantiavvenimenti non vi sieno molti poco importanti e molti altri che si rassomigliantra loro. I primi li ho trascuratii secondi li ho riuniti sotto le rispettiveloro classi. Piú che delle personemi sono occupato delle cose e delle idee.Ciò è dispiaciuto a moltiche forse desideravano esser nominati; è piaciutoa moltissimiche amavano di non esserlo. I nomi nella storia servon piú allavanitá di chi è nominato che all'istruzione di chi legge. Quanti pochi sonogli uomini che han saputo vincere e dominare le cose? Il massimo numero è servodelle medesime; è talequale i tempile ideei costumigli accidentivoglion che sia: quando avete ben descritti questia che giova nominar gliuomini? Io sono fermamente convinto chese la maggior parte delle storie siscrivesse in modo di sostituire ai nomi propri delle lettere dell'alfabetol'istruzioneche se ne ritrarrebbesarebbe la medesima. Finalmentenellaconsiderazione e nella narrazione degli avvenimentimi sono piú occupato deglieffetti e delle cagioni delle cose che di que' piccioli accidenti che non sononé effetti né cagioni di nullae che piaccion tanto al lettore ozioso solperché gli forniscono il modo di poter usare di quel tempo che non saprebbeimpiegare a riflettere.

Dopo tali osservazioniognun vede che i fatti che mirimanevano ad aggiugnere eran in minor numero di quello che si crede. Ragionandocon molti di coloro i quali avrebbero desiderati piú fattispesso mi sonoavveduto che ciò che essi desideravano nel mio libro giá vi era: ma essidesideravano nomidettagliripetizioni; e queste non vi dovean essere. Perqual ragione distrarrò io l'attenzione del lettore tra un numero infinitod'inezie e lo distoglierò da quello ch'io reputo vero scopo di ogni istoriadalla osservazione del corso che hannonon gli uominiche brillano un momentosoloma le idee e le coseche sono eterne? Si dirá che il mio libro nonmerita il nome di «storia»; ed io risponderò che non mi sono giammai propostodi scriverne. Ma è forse indispensabile che un libroperché sia utilesiauna storia?

Una censura mi fu fattaappena uscí alla luce il primovolume. Siccome essa nasceva da un equivococredei mio dovere dileguarlo; e lofeci con quell'avvertimento chenella prima edizioneleggesi al principio delsecondo volumee che ora inserisco qui:

 

Tutte le volte che in quest'opera si parla di «nome»di«opinione»di «grado»s'intende sempre di quel gradodi quella opinionedi quel nome che influiscono sul popoloche è il grandeil solo agente dellerivoluzioni e delle controrivoluzioni.

Taluniper non aver fatta questa riflessionehanno credutochequando nel primo tomopagina 34io parlo di coloro che furonoperseguitati dall'inquisizione di Statoe li chiamo «giovinetti senza nomesenza gradosenza fortuna»abbia voluto dichiararli persone di niun meritoquasi della feccia del popoloche desideravano una rivoluzione per far unafortuna.

Questo era contrario a tutto il resto dell'operain cuimille volte si ripete che in Napoli eran repubblicani tutti coloro che avevanobeni e fortuna; che niuna nazione conta tanti che bramassero una riforma persolo amor della patria; che in Napoli la repubblica è caduta quasi persoverchia virtú de' repubblicani... Nell'istesso luogo si dice che i lumi dellafilosofia erano sparsi in Napoli piú che altrovee che i saggi travagliavano adiffonderlisperando che un giorno non rimarrebbero inutili.

I primi repubblicani furono tutti delle migliori famigliedella capitale e delle province: molti nobilitutti gentiluominiricchi epieni di lumi; cosicché l'eccesso istesso de' lumiche superava l'esperienzadell'etáfaceva lor credere facile ciò che realmente era impossibile per lostato in cui il popolaccio si ritrovava. Essi desideravano il benema nonpotevano produrre senza il popolo una rivoluzione; e questo appunto è quelloche rende inescusabile la tirannica persecuzione destata contro di loro.

Chi legge con attenzione vede chiaramente che questo appuntoivi si vuol dire. Io altro non ho fatto che riferire quello che allora disse indifesa de' repubblicani il rispettabile presidente del ConsiglioCito; e Citoera molto lontano dall'ignorare le persone o dal volerle offendere.

Sarebbe stoltezza dire che le famiglie CarafaRiariSerraColonnaPignatelli... fossero povere; maper produrre una rivoluzione nellostato in cui allora era il popolo napoletanosi richiedevano almeno trentamilioni di ducatie questa somma si può dirsenza far loro alcun tortocheessi non l'aveano. La ricchezza è relativa all'oggetto a cui taluno tende: unuomo che abbia trecentomila scudi di rendita è un ricchissimo privatomasarebbe un miserabile sovrano.

Si può occupare nella societá un grado eminentissimoe nonessere intanto atto a produrre una rivoluzione. Il presidente del Consigliooccupava la prima magistratura del Regnoe non potea farlo: ad un reggente diVicariamolto inferiore ad un presidentead un eletto del popolomoltissimoinferiore al reggenteera molto piú facile sommovere il popolo.

Lo stesso si dice del nome. Chi può dire che le famiglieSerraColonnaPignatelli... fossero famiglie oscure? Che PaganoCirilloConforti fossero uomini senza nome?... Ma essi aveano un nome tra i saggiiquali a produr la rivoluzione sono inutilie non ne aveano tra il popolocheera necessarioed a cui intanto erano ignoti per esser troppo superiori.Paggiocapo de' lazzaroni del Mercatoè un uomo dispregevole per tutti iversi; ma intanto Paggioe non Paganoera l'uomo del popoloil qualebestemmia sempre tutto ciò che ignora.

Credo superfluo poi avvertire che i giudizi del popolo nonsono i miei; ma è necessario ricordare chein un'opera destinata alla veritáed all'istruzioneè necessario riferire tanto i giudizi miei quanto quelli delpopolo. Ciascuno sará al suo luogo: è necessario saperli distinguere ericonoscere; e perciò è necessario aver la pazienza di leggere l'opera interae non giudicarne da tratti separati.

 

Questo Saggio è stato tradotto in tedesco. Son moltograto al signor Kellertil qualesenza che ne conoscesse l'autore credette illibro degno degli studi suoi: piú grato gli sonoperché lo ha tradotto inmodo da farlo apparir degno dell'approvazione de' letterati di Germania; de'favorevoli giudizi de' quali io andrei superbose non sapessi che si debbono ingrandissima parte ai nuovi pregi che al mio libro ha saputo dare l'elegantetraduttore. Puretra gli elogi che il libro ha ottenutinon è mancata qualchecensuraed unatra le altrescritta collo stile di un cavalier errante cheunisce la ragione alla spadaleggesi nel giornale del signor Archenholzintitolato: La Minerva. L'articolo è sottoscritto dal signorDietriksteinche io non conoscoma che ho ragion di credere essere al tempoistesso valentissimo scrittore e guerrieropoiché si mostra pronto egualmentea sostener contro di me colla penna e colla spada che il signor barone di Macksia un eccellente condottiero di armataad onta che nel mio libro io avessitentato di far credere il contrario. In veritáio dichiaro che valutopochissimo i talenti militari del generale Mack. Quando io scriveva il mio Saggioavea presenti al mio pensiero la campagna di Napoli e la seconda campagnadelle Fiandreambedue dirette da Mack: vedeva nell'una e nell'altra gli stessirovesci e le stesse cagioni di rovesci; e credei poter ragionevolmenteconchiudere che la colpa fosse del generale. Ciò che è effetto di sola fortunanon si ripete con tanta simiglianza due volte. Quando poi pervenne in Milanol'articolo del signor Dietriksteinera giá aperta l'ultima campagna. L'amicoche mi comunicò l'articoloavrebbe desiderato che io avessi fatta qualcherisposta. Madue giorni appressoil cannone della piazza annunziò la vittoriadi Ulmaed io rimandai all'amico l'articoloe vi scrissi a' piè della pagina:«La risposta è fatta».

Questo mio libro non deve esser considerato come una storiama bensí come una raccolta di osservazioni sulla storia. Gli avvenimentiposteriori han dimostrato che io ho osservato con imparzialitá e non senzaqualche acume. Gran parte delle cose che io avea previste si sono avverate;l'esperimento delle cose posteriori ha confermati i giudizi che avea pronunziatisulle antecedenti. Mentre quasi tutta l'Europa teneva Mack in conto di grangeneraleio soloio il primoho vendicato l'onor della mia nazioneed hoasserito che le disgrazie da lui sofferte nelle sue campagne non eran tantoeffetto di fortuna quanto d'ignoranza. Fin dal 1800 io ho indicato il viziofondamentale che vi era in tutte le leghe che si concertavano contro la Franciae pel quale tutt'i tentativi de' collegati dovean sempre avere un esitoinfelicead onta di tutte le vittorie che avessero potuto ottenere; e tuttociò perché le vittorie consumano le forze al pari o poco meno delle disfattee le forze si perdono inutilmente se son prive di consiglioné vi è consiglioove o non vi è scopo o lo scopo è tale che non possa ottenersi.

Desidero che chiunque legge questo libro paragoni gliavvenimenti de' quali nel medesimo si parla a quelli che sono succeduti alla suapubblicazione. Troverá che spesso il giudizio da me pronunziato sopra quelli èstata una predizione di questie che l'esperienza posteriore ha confermate leantecedenti mie osservazioni. Il gabinetto di Napoli ha continuato negli stessierrori: sempre lo stesso incerto oscillar nella condottala stessa alternativadi speranze e di timoree quella sempre temerariaquesto sempre precipitoso;moltissima fiducia negli aiuti stranierinessuna fiducia e perciò nessuna curadelle forze proprie; non mai un'operazione ben concertata; nella prima legailtrattato di Tolentino e la spedizione di Tolone conchiuso e fatta fuori di ogniragione e di ogni opportunitá; nella secondal'invasione dello Statopontificio fatta prima che l'Austria pensasse a mover le sue armateleoperazioni del picciolo corpo che Damas comandava in Arezzo incominciate quandole forze austriache non esistevano piú; nella terza finalmenteun trattatosegnato colla Franciamentre forse non era necessario poiché si pensava diinfrangerlo; i russi e gl'inglesi chiamati quando giá la somma delle cose erastata decisa in Austerlitz; l'inutile macchia di traditoree l'inopportunitádel tradimentoe l'obbrobrio di vedere un re che comanda a sette milioni diuomini divenireper colpa de' suoi ministriquasi il fattore degl'inglesi ecedere il comando delle sue proprie truppe entro il suo proprio regno ad ungenerale russo. Ricercate le cagioni di tutti questi avvenimentie trovateesser sempre le stesse: un ministro che traeva gran parte del suo poteredall'Inghilterraove avea messe in serbo le sue ricchezze; l'ignoranza delleforze della propria nazionela nessuna cura di migliorare la di lei sortediridestare negli animi degli abitanti l'amor della patriadella milizia e dellagloria; lo stato di violenza che naturalmente dovea sorgere da quella specie dilottache era inevitabile tra un popolo naturalmente pieno di energia ed unministro straniero che volea tenerlo nella miseria e nell'oppressione; ladiffidenza che questo stesso ministro avea ispirata nell'animo de' sovranicontro la sua nazione; tutto insomma quello che io avea predettodicendo che lacondotta di quel gabinetto avrebbe finalmente perduto un'altra voltaedirreparabilmenteil Regno.

Avrei potuto aggiugnere alla storia della rivoluzione anchequella degli avvenimenti posteriori fino ai nostri giorni. Riserbo questaoccupazione a' tempi ne' quali avrò piú ozio e maggior facilitá diistruirmene io stessoritornato che sarò nella mia patria. Ne formerò unaltro volume dello stesso sestocarta e caratteri del presente. Intanto nullaho voluto cangiare al libro che avea pubblicato nel 1800. Quando io componevaquel libroil gran Napoleone era appena ritornato dall'Egitto; quando sistampavaegli avea appena prese le redini delle coseappena avea incominciatala magnanima impresa di ricomporre le idee e gli ordini della Francia edell'Europa. Ma io ho il vanto di aver desiderate non poche di quelle grandicose che egli posteriormente ha fatte; edin tempi ne' quali tutt'i princípierano esageratiho il vanto di aver raccomandataper quanto era in mequellamoderazione che è compagna inseparabile della sapienza e della giustiziae chesi può dire la massima direttrice di tutte le operazioni che ha fatte l'uomograndissimo. Egli ha verificato l'adagio greco per cui si dice che gl'iddii handata una forza infinita alle mezze proporzionalicioè alle idee dimoderazionedi ordinedi giustizia. Le stesse lettereche io avea scritte almio amico Russo sul progetto di costituzione composto dall'illustre e sventuratoPaganosebbene oggi superfluepure le ho conservate e come un monumento distoria e come una dimostrazione che tutti quegli ordini che allora credevansicostituzionali non eran che anarchici. La Francia non ha incominciato ad averordinel'Italia non ha incominciato ad aver vitase non dopo Napoleone; etrali tanti benefíci che egli all'Italia ha fattinon è l'ultimo certamentequello di aver donato a Milano Eugenio ed alla mia patria Giuseppe.

 

 

Lettera dell'autore a N.Q.

 

 

Quando io incominciai ad occuparmi della storia dellarivoluzione di Napolinon ebbi altro scopo che quello di raddolcire l'ozio e lanoia dell'emigrazione. È dolce cosa rammentar nel porto le tempeste passate. Ioavea ottenuto il mio intento; né avrei pensato ad altrose tu e gli altriamiciai quali io lessi il manoscrittonon aveste creduto che esso potesseesser utile a qualche altro oggetto.

Come va il mondo! Il re di Napoli dichiara la guerra aifrancesi ed è vinto; i francesi conquistano il di lui regno e poil'abbandonano; il re ritorna e dichiara delitto capitale l'aver amata la patriamentre non apparteneva piú a lui. Tutto ciò è avvenuto senza che io vi avessiavuto la minima partesenza che neanche lo avessi potuto prevedere: ma tuttociò ha fatto sí che io sia stato esiliatoche sia venuto in Milanodovepercertoseguendo il corso ordinario della mia vitanon era destinato a venireeche quiviper non aver altro che faresia diventato autore. «Tutto èconcatenato nel mondo»diceva Panglos: possa tutto esserlo per lo meglio!

In altri tempi non avrei permesso certamente che l'opera miavedesse la luce. Fino a ier l'altroinvece di princípinon abbiamo avuto chel'esaltazione de' princípi; cercavamo la libertá e non avevamo che sètte.Uomininon tanto amici della libertá quanto nemici dell'ordine inventavano unaparola per fondare una settae si proclamavan capi di una setta per averdiritto di distruggere chiunque seguisse una setta diversa. Quegli uominiaiquali l'Europa rimprovererá eternamente la morte di Vergniauddi CondorcetdiLavoisier e di Bailly; quegli uominiche riunirono entro lo stesso tempio alleceneri di Rousseau e di Voltaire quelle di Marat e ricusarono di raccoglierviquelle di Montesquieunon erano certamente gli uomini da' quali l'Europa sperarpoteva la sua felicitá.

Un nuovo ordine di cose ci promette maggiori e piú durevolibeni. Ma credi tu che l'oscuro autore di un libro possa mai produrre lafelicitá umana? In qualunque ordine di cosele idee del vero rimangono sempresterili o generan solo qualche inutile desiderio negli animi degli uominidabbenese accolte e protette non vengano da coloro ai quali è affidato ilfreno delle cose mortali.

Se io potessi parlare a colui a cui questo nuovo ordine sidevegli direi che l'obblio ed il disprezzo appunto di tali idee fece sí chela nuova sorteche la sua mano e la sua mente avean data all'Italiaquasidivenisse per costeinella di lui lontananzasorte di desolazionedi ruina edi mortese egli stesso non ritornava a salvarla.

- Un uomo - gli direi- che ha liberata due volte l'Italiache ha fatto conoscere all'Egitto il nome francese e cheritornandoquasisulle ali de' ventisimile alla folgoreha dissipatidispersiatterriticoloro che eransi uniti a perdere quello Stato che egli avea creato edillustrato colle sue vittoriemolto ha fatto per la sua gloria; ma molto altroancora può e deve fare per il bene dell'umanitá. Dopo aver infrante le cateneall'Italiati rimane ancora a renderle la libertá cara e sicuraonde né pernegligenza perda né per forza le sia rapito il tuo dono. Che se la mia patriacome piccolissima parte di quel grande insieme di cui si occupano i tuoipensieriè destino che debba pur servire all'ordine generale delle cosee seè scritto ne' fati di non poter avere tutti quei beni che essa speraabbiaalmeno per te alleviamento a quei tanti mali onde ora è oppressa! Tu vedisotto il piú dolce cielo e nel piú fertile suolo dell'Europala giustiziadivenuta istrumento dell'ambizione di un ministro scelleratoil dritto dellegenti conculcatoil nome francese vilipesoun'orribile carneficina d'innocentich'espiano colla morte e tra tormenti le colpe non loro; enel momento istessoin cui ti parlodiecimila gemono ancora ed invocanose non un liberatorealmeno un intercessore potente.

Un grande uomo dell'antichitá che tu eguagli per cuore evinci per menteuno checome teprima vinse i nemici della patria e posciariordinò quella patria per la quale avea vintoGerone di Siracusaper prezzodella vittoria riportata sopra i cartaginesiimpose loro l'obbligo di nonammazzare piú i propri figli. Egli allora stipulò per lo genere umano.

Se tu ti contenti della sola gloria di conquistatoremillealtri troveraii quali han fattoal pari di tetacere la terra al lorocospetto; mase a questa gloria vorrai aggiungere anche quella di fondatore disaggi governi e di ordinatore di popoliallora l'umanitá riconoscente tiassegneránella memoria de' posteriun luogo nel quale avrai pochissimirivali o nessuno.

L'adulazione rammenta ai potenti quelle virtú de' loromaggioriche essi non sanno piú imitare; la filosofia rammenta ai grandiuomini le virtú proprieperché proseguano sempre piú costanti nellamagnanima loro impresa...

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

NB. Ogni volta che si parlerá di moneta di Napoliil contos'intenda sempre in ducati: ogni ducato corrisponde a quattro lire di Francia.

 

I

 

INTRODUZIONE

 

Io imprendo a scriver la storia di una rivoluzione che doveaformare la felicitá di una nazionee che intanto ha prodotta la sua ruina(1).Si vedrá in meno di un anno un gran regno rovesciatomentre minacciavaconquistar tutta l'Italia; un'armata di ottantamila uomini battutadissipatadistrutta da un pugno di soldati; un re deboleconsigliato da ministri viliabbandonare i suoi Stati senza verun pericolo; la libertá nascere e stabilirsiquando meno si sperava; il fato istesso combattere per la buona causae glierrori degli uomini distruggere l'opera del fato e far risorgere dal seno dellalibertá un nuovo dispotismo e piú feroce.

Le grandi rivoluzioni politiche occupano nella storiadell'uomo quel luogo istesso che tengono i fenomeni straordinari nella storiadella natura. Per molti secoli le generazioni si succedono tranquillamente comei giorni dell'anno: esse non hanno che i nomi diversie chi ne conosce una leconosce tutte. Un avvenimento straordinario sembra dar loro una nuova vita;nuovi oggetti si presentano ai nostri sguardi; ed in mezzo a quel disordinegeneraleche sembra voler distruggere una nazionesi scoprono il suocaratterei suoi costumi e le leggi di quell'ordinedel quale prima sivedevano solamente gli effetti.

Ma una catastrofe fisica èper l'ordinariopiúesattamente osservata e piú veracemente descritta di una catastrofe politica.La mentein osservar questasegue sempre i moti irresistibili del cuore; edegli avvenimenti che piú interessano il genere umanoinvece di aversene lastorianon se ne ha per lo piú che l'elogio o la satira. Troppo vicini aifatti de' quali vogliam fare il raccontonoi siamo oppressi dal loro numeroistesso; non ne vediamo l'insieme; ne ignoriamo le cagioni e gli effetti; nonpossiamo distinguere gli utili dagl'inutilii frivoli dagl'importantifinchéil tempo non li abbia separati l'uno dall'altroefacendo cader nell'obbliociò che non merita di esser conservatotrasmetta alla posteritá solo ciò cheè degno della memoria ed utile all'istruzione di tutt'i secoli.

La posteritáche ci deve giudicarescriverá la nostrastoria. Masiccome a noi spetta di prepararle il materiale de' fatticosí siapermesso di prevenirne il giudizio. Senza pretendere di scriver la storia dellarivoluzione di Napolimi sia permesso trattenermi un momento sopra alcuniavvenimenti che in essa mi sembrano piú importantied indicare ciò che ne'medesimi vi sia da lodareciò che vi sia da biasimare. La posteritáesenteda passioninon è sempre libera da pregiudizi in favor di colui che rimaneultimo vincitore; e le nostre azioni potrebbero esser calunniate sol perchésono state infelici.

Dichiaro che non sono addetto ad alcun partitoa meno che laragione e l'umanitá non ne abbiano uno. Narro le vicende della mia patria;racconto avvenimenti che io stesso ho veduto e de' quali sono stato io stesso ungiorno non ultima parte; scrivo pei miei concittadiniche non debboche nonpossoche non voglio ingannare. Coloro i qualicolle piú pure intenzioni ecol piú ardente zelo per la buona causaper mancanza di lumi o di coraggio l'hanfatta rovinare; coloro i quali o son morti gloriosamente o gemono tuttaviavittime del buon partito oppressomi debbono perdonare se nemmen per amiciziaoffendo quella veritá che deve esser sempre cara a chiunque ama la patriaedebbono esser lieti senon avendo potuto giovare ai posteri colle lorooperazionipossano almeno esser utili cogli esempi de' loro errori e dellesventure loro.

Di qualunque partito io mi siadi qualunque partito sia illettoresempre gioverá osservare come i falsi consiglii capricci delmomentol'ambizione de' privatila debolezza de' magistratil'ignoranza de'propri doveri e della propria nazionesieno egualmente funesti alle repubblicheed ai regni; ed i nostri posteri dagli esempi nostri vedranno che qualunqueforza senza saviezza non fa che distrugger se stessae che non vi è verasaviezza senza quella virtú che tutto consacra al bene universale.

 

II

 

STATO DELL'EUROPA DOPO IL 1793

 

Maprima di trattar della nostra rivoluzioneconvienrisalire un poco piú alto e trattenersi un momento sugli avvenimenti che laprecedettero; veder qual era lo stato della nazionequali cagioni la involseronella guerraquali mali soffrivaquali beni sperava: cosí il lettore sará inistato di meglio conoscere le sue cause e giudicar piú sanamente de' suoieffetti.

La Franciafin dal 1789avea fatta la piú gran rivoluzionedi cui ci parli la storia. Non vi era esempio di rivoluzionechevolendo tuttoriformareavea tutto distrutto. Le altre aveano combattuto e vinto unpregiudizio con un altro pregiudizioun'opinione con un'altra opinioneuncostume con un altro costume: questa avea nel tempo istesso attaccato erovesciato l'altareil tronoi diritti e le proprietá delle famiglieefinanche i nomi che nove secoli avean resi rispettabili agli occhi de' popoli.

La rivoluzione francesesebbene prevista da alcuni pochisaggiai quali il volgo non suole prestar fedescoppiò improvvisa e sbalordítutta l'Europa. Tutti gli altri sovraniparte per parentela che li univa aLuigi decimosestoparte per proprio interessetemettero un esempio che poteadivenir contagioso.

Si credette facile impresa estinguere un incendio nascente.Si sperò molto sui torbidi interni che agitavano la Francianon tornando inmente ad alcuno che all'avvicinar dell'inimico esterno l'orgoglio nazionaleavrebbe riuniti tutt'i partiti divisi. Si sperò molto nella decadenza dellearti e del commercionella mancanza assoluta di tuttoin cui era caduta laFrancia; si sperò a buon conto vincerla per miseria e per famesenzaricordarsi che il periglio rende gli entusiasti guerrierie la fame rende iguerrieri eroi. Una guerra esternamossa con eguale ingiustizia ed imprudenzaassodò una rivoluzionechesenza di essasarebbe degenerata in guerracivile.

L'Inghilterra meditava conquiste immense e vantaggi infinitinel suo commercio sulla ruina di una nazione che sola allora era la sua rivale.La corte di Londrapiú che ogni altra corte di Europatemer dovea il contagiodelle nuove opinioniche si potean dire quasi nate nel seno dell'Inghilterra;eper renderle odiose al popolo inglesemezzo migliore non ritrovò cherisvegliare l'antica rivalitá nazionaleonde farle odiarese non comeirragionevolialmen come francesi. Pitt vedeva che gli abitanti della GranBrettagnae specialmente gl'irlandesi e scozzesieran disposti a farealtrettanto: la rivoluzione sarebbe scoppiata in Inghilterrase gl'inglesiquasi non avessero sdegnato d'imitare i francesi(2).

L'Inghilterrasebbene non fosse stata la prima a dichiararla guerrafu però la prima a soffiare il fuoco della discordia. L'Austriaseguí l'invito della sua antica e naturale alleata. Le corti di Europa nonconoscevano le repubbliche. Dalla perdita inevitabile della Francia speravano unguadagno sicuro. La Prussia l'avea giá ottenuto nel congresso di Pilnitz colladivisione della Polonia. L'Inghilterra e la Prussia mossero lo statolderilquale volea distrarre con una guerra esterna gli animi non troppo tranquilli de'bataviresi da poco suoi sudditied amava veder distrutti coloro che potevanessere un giorno non deboli protettori de' medesimi.

La Prussia e l'Austria strascinarono i piccoli principidell'imperoi qualipiú che dalla perdita di pochiincertiinutili drittiche la rivoluzione di Francia avea lor tolti in Alsazia ed in Lorenaeranomossi dall'oro degl'inglesiai quali da lungo tempo erano avvezzi a vendere ilsangue de' propri sudditi. Il re di Sardegna seguí le vie di sua anticapoliticaed avvezzo ad ingrandirsi tra le dissensioni della Francia edell'Austriaalle quali vendeva alternativamente i suoi soccorsitenne sulleprime il partito della legache gli parve il piú forte. Finalmente anche laSpagna seguí l'impulso generale; e la guerra fu risoluta.

Si aprí la campagna con grandissime vittorie degli alleati;ma ben presto furono seguite dai piú terribili rovesci. I francesi sepperodistaccar la Prussia dalla lega; la qualeottenuta la sua porzione di Poloniacomprese chetra due potenze di prim'ordine che si laceravano e distruggevano avicendasuo meglio era quello di rimaner neutrale.

La corte di Spagna s'ingelosí ben presto dell'Inghilterrache sola voleva ritrar profitto dalla guerra comune. La condotta degl'inglesi inTolone fece scoppiare il malumore che da lungo tempo covava nel suo senoeCarlo quarto non volle piú impiegar le sue forze ad accrescere una nazione cheegli dovea temere piú della francese. Mentre i suoi eserciti erano battuti perterrale sue flotte rimanevano inoperose per mare; mentre i francesiguadagnavano in Europaegli avrebbe potuto aver un compenso in America e darfine cosí alla guerra con una vicendevole restituzionesenza quelle perditeche fu costretto a soffrire per ottenere la pace. Il desiderio de' francesi eraappunto quello che molti lor dichiarassero la guerra e niuno la facesse contutte le sue forze; cosí ogni nuovo nemico dava ai francesi una nuova vittoriae quella legache dovea abbassarliserviva ad ingrandirli.

La guerra era ormai divenutacome nell'antica Romaindispensabile alla Franciatra perché teneva luogo di tutte le arti e ditutto il commercioche prima formavano la sussistenza del popolotra perchéun governo quasi sempre fazioso la considerava come un mezzo di occupare edistrarre gli animi troppo attivi degli abitanti ed allontanare i torbidi chesoglion fermentar nella pace. Quindi si sviluppò quel sistema didemocratizzazione universaledi cui i politici si servivan per interessea cuii filosofi applaudivano per soverchia buona fede; sistema che alla forza dellearmi riunisce quella dell'opinioneche suol produrree talora ha prodottiquegl'imperi che tanto somigliano ad una monarchia universale.

 

III

 

STATO D'ITALIA FINO ALLA PACE DI CAMPOFORMIO

 

In breve tempo li francesi si videro vincitori e padronidelle Fiandredell'Olandadella Savoia e di tutto l'immenso tratto ch'è lungola sinistra sponda del Reno. Non ebbero però in Italia sí rapidi successi; ele loro armate stettero tre anni a' piedi delle Alpiche non potetterosuperaree che forse non avrebbero superate giammaise il genio di Bonapartenon avesse chiamata anche in questi luoghi la vittoria.

Quando l'impresa d'Italia fu affidata a Bonaparteera quasiche disperata. Egli si trovò alla testa di un'armata alla quale mancava tuttoma che era uscita dalla Francia nel momento del suo maggiore entusiasmo e cheera da tre anni avvezza ai disagi ed alle fatiche; si trovò alla testa dicoraggiosi avventurieririsoluti di vincere o morire. Egli avea tutti italentie quello specialmente di farsi amare dai soldatisenza del quale ognialtro talento non val nulla.

Se le campagne di Bonaparte in Italia si vogliono paragonarea quelle che i romani fecero in paesi stranierisi potranno dir simili solo aquelle colle quali conquistarono la Macedonia. Scipione ebbe a combattere ungrandissimo capitano che non avea nazione; molti altri non ebbero a fronte négenerali né nazioni guerriere: solo nella Macedonia i romani trovarono potenzabene ordinatanazione agguerrita ed audace per freschi trionfie generali iqualise non aveano il geniosapevano almeno la pratica dell'arte. Bonapartecangiò la tatticacangiò la pratica dell'arte; e le pesanti evoluzioni de'tedeschi divennero inutili come le falangi de' macedoni in faccia ai romani.Supera le Alpi e piomba nel Piemonte. Costringe il re di Sardegnastanco forsida una guerra di cinque anniprivato di buona porzione de' suoi dominiabbandonato dagli austriaciridotti a difendere il loro paesea sottoscrivereun armistizioforse necessarioma al certo non onorevoleed a cedere a titolodi deposito fino alla pace quelle piazze che ancora potea e che difender doveafino alla morte. Dopo ciòla campagna non fu che una serie continua divittorie.

L'Italia era divisa in tanti piccoli Statii quali peròriunitipur potevano opporre qualche resistenza. Bonaparte fu sí destro dadividere i loro interessi. Questa è la sortedice Machiavellidi quellenazioni le quali han giá guadagnata la riputazione delle armi: ciascuno bramala loro amiciziaciascuno procura distornare una guerra che teme. Cosí iromani han combattuto sempre i loro nemici ad uno ad uno e li han vinti tutti.Il papa tentò di stringere una lega italica. Concorrevano volentieri a questaalleanza le corti di Napoli e di Sardegnala prima delle quali s'incaricòd'invitarvi anche la repubblica veneta. Ma i «savi» di questa repubblica alleproposizioni del residente napolitano risposero che nel senato veneto era giáquasi un secolo che non parlavasi di alleanzache si sarebbe propostainutilmente; ma chese mai la lega fosse stata stretta tra gli altri principinon era difficile che la repubblica vi accedesse. Maquando il gabinetto diVienna ebbe cognizione di tali trattativevi si oppose acremente e mostrò conparole e con fatti che piú della rivoluzione francese temeva l'unione italiana!

Allora si vide quanto lo stato politico degl'italiani fosseinfelicenon solo perché divisi in tanti piccoli Stati (ché pure la divisionenon sarebbe stata il piú grave de' mali)ma perché da duecento anni oconquistati oquel che è peggioprotetti dagli stranieriall'ombra delsistema generale di Europasenza aver guerra tra lorosenza temerne dagliesteritra la servitú e la protezioneavean perduto ogni amor di patria edogni virtú militare. Noiin questi ultimi tempinon solo non abbiam potutorinnovar gli esempi antichi de' nostri avi antichissimii qualiriuniticonquistarono tanta parte dell'universoma neanche quei meno illustri dei tempia noi piú viciniquandodivisi tra noima indipendenti da tutto il rimanentedell'Europaeravamo italianiliberi ed armati.

Gli austriacirimasti solinon poterono sostener l'impetonemico: tutta la Lombardia fu invasaMantova caddeed essi furono respintifino al Tirolo. Bonaparte era giá poco lontano da Viennal'Europa aspettava damomento a momento azioni piú strepitose; quando si vide la Franciacondiscendere ad una pacecolla quale essa acquistava il possesso dellasinistra sponda del Reno e dell'importante piazza di Magonzae l'Austriariconosceva l'indipendenza della repubblica cisalpinain compenso della qualele si davano i domíni della repubblica veneta. Questacol risolversi troppotardi alla guerraaltro non avea fatto che dare ai piú potenti un plausibilemotivo di accelerare la sua ruina.

Per qual forza di destino avrebbe potuto sussistere ungovernoil quale da due secoli avea distrutta ogni virtú ed ogni valormilitareche avea ristretto tutto lo Stato nella sola capitalee poscia aveaconcentrata la capitale in poche famigliele qualisentendosi deboli a tantoimperonon altra massima aveano che la gelosianon altra sicurezza che ladebolezza de' sudditi epiú che ogni nemico esternotemer doveano la virtúde' propri sudditi? Non so che avverrá dell'Italia; ma il compimento dellaprofezia del segretario fiorentinola distruzione di quella vecchia imbecilleoligarchia venetasará sempre per l'Italia un gran bene. Ed io chetra i beniche posson ricevere i popoliil primo luogo do a quelli della mentecioè algiudicar rettoonde vien poi l'oprar virtuoso e nobile; io credo esser giásommo vantaggio il veder tolto l'antico errore per cui i gentiluomini venezianigodevan nelle menti del volgo fama di sapienti reggitori di Stato.

Il trattato di Campoformio era vantaggioso a tutt'e due lepotenze contraenti. L'Austriasopra tuttovi avea guadagnato massimo; eserimaneva ancora qualche altro oggetto a determinarsiera facile prevedere che aspese de' piú piccoli principi di Germania essa avrebbe guadagnato anchedippiú. Ma era facile egualmente prevedere che l'Inghilterraavendo sola tragli alleati colla guerra guadagnato e dovendo sola restituireesser dovealontana dai pensieri di pace.

Il governo che allora avea la Franciachecché molticredesseroaveaalmen per pocorinunciato al progetto di democratizzazioneuniversaleil qualeal modo come l'aveano i francesi immaginatoera soloeseguibile in un momento di entusiasmo. I romani mostravan di rendere ai popoligli ordini che essi bramavanoma non avevan la smania di portar dappertutto gliordini di Roma. Quindi i romani conservarono meglio e piú lungamentel'apparenza di liberatori de' popoli. Ma il governo francese riteneva tuttaviail primiero linguaggio per vendere a piú caro prezzo le sue promesse e le sueminacce: eravi sempre una contraddizione tra i proclami de' generali e lenegoziazioni de' ministritra le parole date ai popoli e quelle date ai re; etra queste continue contraddizionisi facevaora coi popoli ora coi reuntraffico continuo di speranze e di timori.

Giá da questo ognuno prevedeva che il trattato diCampoformio avea sol per poco sospesa la democratizzazione di tutta l'Italia. Ilre di Sardegna non era che il ministro della repubblica francese in Torino; ilduca di Toscana ed il papa non erano nulla. Berthier finalmente occupò Roma; ladistruzione di un vecchio governo teocratico non costò che il volerla; tale èlo stato dell'Italiache chiunque vuole o salvarla o occuparla deve riunirlaenon si può riunire senza cangiare il governo di Roma. L'indifferenza collaquale l'Italia riguardò tale avvenimento mostrò bene qual progresso le nuoveopinioni avean fatto negli animi degl'italiani.

 

IV

 

NAPOLI - REGINA

 

Rimaneva il regno di Napoli; e forsealmen per quel tempoifrancesi non aveano né interesse né forza né volontá di attaccarlo. Ma laparentela coi sovrani di Francial'influenza preponderante del gabinettoingleseil carattere della reginatutto contribuiva a fomentare nella corte diNapoli l'odio che fin da principiopiú caldo che ogni altra corte di Europaavea spiegato contro la rivoluzione francese. La reginanel viaggio che aveafatto per la Germania e per l'Italia in occasione del matrimonio delle suefiglieera stata la prima motrice di quella lega che poi si vide scoppiarecontro la Francia. La forza costrinse la corte di Napoli a sottoscrivere unaneutralitáquando Latouche venne con una squadra in faccia alla stessacapitale. Forse allora temette piú di quel che dovea: se avesse prolungate perdue altri giorni le trattativela stagione ed i venti avrebbero fatta vendettadi una flotta che troppo imprudentemente si era avventurata entro un golfopericoloso in una stagione pericolosissima.

La presa di Tolone fece rompere di nuovo la neutralitá. Alpari delle altre cortiquella di Napoli inviò delle truppe a sostenere unasciagurata impresa piú mercantile che guerrierala qualenel modo in cui fuimmaginata e direttapotea esser utile solo agl'inglesi. Nella primaveraseguente inviò due brigate di cavalleria nella Cisalpina in soccorsodell'imperatore: esse si condussero molto bene. Ma le vittorie di Bonaparte inItalia fecero ricadere la corte ne' suoi timorie si affrettò a conchiudereuna pace nel tempo appunto in cui l'imperatore avea maggior bisogno de' suoiaiuti; nel tempo in cuinon presa ancora Mantovanon distrutte ancora tutte leforze imperiali in Italiapotevafacendo avanzar le sue truppeprodurre unpotente e forse pericoloso diversivo. Il governo francese ad una corte che nonsapeva far la guerra seppe vendere quella paceche esso avrebbe dovuto e cheforse era pronto a comprare.

Perché si ebbe tanta paura della flotta di Latouche? Perchési credeva che in Napoli vi fossero cinquantamila pronti a prender l'armi in dilui favore. Non vi era nessunonessuno... Qual fu nella trattativa di questapace il grande oggetto del quale si occupò la corte di Napoli? La liberazionedi circa duecento scolarettiche teneva arrestati nelle sue fortezze. Che nonsi feceche non si pagò per far sí che il Direttorio non insistessecomeallora era di modaper la liberazione de' «rei di opinione»? La regina nonapprovava quella pacee forse avea ragione; ma credette aver ottenuto moltoavendo ottenuto il diritto di poter incrudelire inutilmente contro pochigiovinetti che conveniva disprezzare... Non si perdano mai di vista questifatti. La corte di Napoli non sapeva né che temere né che sperare: come sipoteva pretendere che agisse saviamente?

La corte di Napoli era la corte delle irresoluzionidellaviltá edin conseguenzadelle perfidie. La regina ed il re eran concordi solonell'odiare i francesi; ma l'odio del re era indolentequello della reginaattivissimo: il primo si sarebbe contentato di tenerli lontanila seconda voleavederli distrutti. Ne' momenti di pericoloil re ascoltava i suoi timori epiú de' timorila sua indolenza; al primo favore di fortunaal primo raggiodi nuove e liete speranzeper cagione della stessa indolenzaabbandonava dinuovo gli affari alla regina.

Acton fomentava nel re un'indolenza che accresceva l'imperiosuo e della regina; e questaper desiderio di comandarenon si avvedeva cheActon turbava tutte le cose e spingeva ad inevitabile rovina il reil Regno elei stessa. La regina era ambiziosa; ma l'ambizione è un vizio o una virtúsecondo le vie che scegliesecondo il bene o il male che produce. Ella venne laprima volta da Germania col disegno d'invadere il trononé si ristettefinchéper mezzo degl'intrighi e dell'ascendente che una colta educazione ledava sull'animo del maritonon giunse a cangiar tutt'i rapporti interni edesterni dello Stato.

Il marchese Tanucci previde le funeste conseguenze del genionovatore della giovine reginae volle opporvisi fin da quel momento in cuipretese di aver entrata e voto nel Consiglio di Stato. Era questa una novitáinudita nel regno di Napolie molto piú nella famiglia di Borbonema laregina vinse e giurò vendicarsi di Tanucci: né la sua etáné il suo meritoné li suoi lunghi e fedeli servizi poterono salvar questo vecchio amico diCarlo terzo ed aioper cosí diredi suo figlio dalla umiliazione e dalladisgrazia.

Sotto un redebole inimico ed infedele amicotutticompresero non esservi da temerenon da sperarese non dalla regina; e tuttifurono a lei venduti. Ella creò anche al di fuori nuovi sostegni all'impero.

Tutti gl'interessi politici univano il regno di Napoli aquello di Francia e di Spagnae questi legami potevano formar la felicitádella nazione coi vantaggi del commercio e della pace. Ma gl'interessi dellanazione poteano bene essere quelli del renon mai però quelli della regina:ella volea nuovi rapporti politiciche la sostenesserose bisognassecontroil re ese fosse possibileanche contro la nazione. Noi diventammo ligidell'Austriapotenza lontanadalla quale la nazione nostra nulla potea speraree tutto dovea temere; potenzala qualeinvolta in continue guerrecistrascinava ogni momento a prender parte negl'interessi altruisenza poter maisperare di veder difesi li nostri. La preponderanza che l'Austria andavaacquistando sulle nostre coste offese la Spagna; ma la reginalungi dal temereil suo sdegnolo fomentòlo spinse agli estremionde togliere al re ogni viadi ravvedimento.

I ministri del re doveano esser i favoriti della regina; maquesta sacrificava sempre i suoi favoriti ai disegni suoi. L'ultimo è stato ilpiú fortunato di tuttinon perché avesse piú meritoma perché avea piúaudacia degli altrili quali non combattevano con lui ad armi egualiperchénon si permettevano tutto ciò ch'egli ardiva fare. Conservavano ancora costoroqualche vecchio sentimento di giustiziadi amiciziadi pubblico bene: comecontrastare con uno che tutto sacrificava alla distruzione de' suoi nemici ed alfavore della sua sovrana?(3).

Giovanni Acton venne dalla Toscanacioè da uno Stato chenon avea marinaa crearne una in Napoli. Avea due titolioltre un terzo chegli attribuisce la famaa meritare il favore della regina: eratra' ministridel reil solo straniero e seppe prima degli altri comprendere che in Napoli laregina era tutto ed il re era un nulla. Giunse nel tempo in cui ardevano piúche mai i disgusti colla corte di Spagna. Sambucache allora era primoministroprese il partito spagnuolo: fu male accorto e vile; perdette la graziadella regina e poco dipoicome era inevitabileanche quella del re. Si videper poco suo successore Caracciolo: ma costuirotto dagli anni e per naturaportato all'indolenzain una corte ove non si voleva il bene né si soffriva ilveronon fu che l'ombra di un gran nome e servísenza saperlo o almeno senzacurarloa far risplendere Actonche la regina voleva esaltarema che ancoranon poteva vincere la riputazione de' piú vecchi. La morte di Caracciolo diedeluogo finalmente ai suoi disegni: Acton fu posto alla testa degli affariilvecchio De Marco confinato ai minuti dettagli di casa realetutti gli altriministri non furono che creature di Acton. La sola parte d'ingegnoche Actonveramente possedevaera quella di conoscer gli uomini. Non vi era alcuno chemeglio di lui sapesse definire il carattere morale de' suoi favoriti. RiputavaCastelcicala vile e crudele nella sua viltá; Vanni entusiastaambizioso ecrudele per furore quanto lo era Castelcicala per riflessione; Simonetti eCorradini ambedue uomini dabbenema il primo indolenteil secondo pedanteedincapaci ambedue di opporsi a lui. Si serví di Castelcicala fin da che eraministro in Londra.

 

V

 

STATO DEL REGNO - AVVILIMENTO DELLA NAZIONE

 

Acton e la regina quasi congiurarono insieme per perdere ilRegno. La regina spiegò il piú alto disprezzo per tutto ciò ch'era nazionale.Si voleva un genio? Dovea darcisi dall'Arno. Si voleva un uomo dabbene? Doveavenirci dall'Istro. Ci vedemmo inondati da una folla di stranierii qualioccuparono tutte le caricheassorbirono tutte le rendite senz'avere veruntalento e verun costumeinsultarono coloro ai quali rapivano la sussistenza. Ilmerito nazionale fu obbliatofu depresso e poté credersi felice quando non fuperseguitato(4).

Quel nobile sentimento di orgoglioche solo ispira le grandiazionifacendocene credere capaci; quel sentimentoche solo ispira lo spiritopubblico e l'amor della patria; quel sentimentoche in altri tempi ci feceesser grandi e che oggi fa grandi tante altre nazioni di Europadelle qualifummo un tempo e maestri e signoriera interamente estinto presso di noi. Noidiventammo a vicenda or francesi or tedeschi ora inglesi; noi non eravamo piúnulla. Tante volte e sí altamente per venti anni ci era ripetuto che noi nonvalevamo nullache quasi si era giunto a farcelo credere.

La nazione napoletana sviluppò prima una frivola mania perle mode degli esteri. Questo produceva un male al nostro commercio ed allenostre manifatture: in Napoli un sartore non sapeva cucire un abitose ildisegno non fosse venuto da Londra o da Parigi. Dall'imitazione delle vesti sipassò a quella del costume e delle maniereindi all'imitazione delle lingue:si apprendeva il francese e l'inglesementre era piú vergognoso il non saperel'italiano(5). L'imitazione delle lingue portò seco finalmente quella delleopinioni. La mania per le nazioni estere prima avvilisceindi ammiseriscefinalmente ruina una nazionespegnendo in lei ogni amore per le cose sue. Laregina fu la prima ad aprir la porta a quelle novitáche ella stessa poi contanto furore ha perseguitate. Una nazioneche troppo ammira le cose stranierealle cagioni di rivoluzione che porta seco il corso politico di ogni popoloaggiunge anche quelle degli altri popoli. Quanti tra noi erano democratici soloperché lo erano i francesi? Sopra cento teste voi dovete contarein ogninazionecinquanta donne e quarantotto uomini piú frivoli delle donne: essi nonragionano in altro modo che in questo: - In... si pettina megliosi vestemegliosi cucina megliosi parla meglio: la prova n'è che noi ci pettiniamomangiamoci vestiamo com'essi fanno. Come è possibile che quella nazione nonpensi e non operi meglio di noi?(6).

 

VI

 

INQUISIZIONE DI STATO

 

I nostri affettipreso che abbiano un corsopiú non siarrestano. L'odio segue il disprezzoe dietro l'odio vengono il sospetto ed iltimore. La reginache non amava la nazionetemeva di esserne odiata; e questoaffettosebbene penosoha bisognoal pari di ogni altrodi essere fomentato.Chiunque le parlò male della nazione fu da lei ben accolto.

Le novitá delle opinioni politiche accrebbero i suoisospetti e diedero nuovi mezzi ai cortigiani per guadagnare il suo cuore. Actonnon mancò di servirsene per perder Medici e qualche altro illustre suo rivale.Quindi si sciolse il freno e si portò la desolazione nel seno di tutte lefamiglie.

Un esempio. I nostri giovinetti in quegli anni aveano permoda di far delle corse a cavallo per Chiaia ed ai Bagnuoli. Si dette a crederead Actono piuttosto Acton volle dar a credere alla corteche essi volesserorinnovare le corse olimpiche. Qual rapporto tra le corse de' nostri giovaninapolitani e quelle de' greci? Equando anche quelle fossero stateun'imitazione di questequal male? qual pericolo? Acton intanto incaricò lapolizia di vegliare su queste corsecome se si fosse trattato della marcia diventi squadroni nemici che piombassero sulla capitale.

Alcuni giovani entusiastiripieni la testa delle nuoveteorieleggevano ne' fogli periodici gli avvenimenti della rivoluzione francesee ne parlavano tra di loro ociocché val molto menone parlavano alle loroinnamorate ad ai loro parrucchieri. Essi non aveano altro delitto che questoné giovani senza gradosenza fortunasenza opinione potevano tentarne altro.Fu eretto un tribunale di sangue col nome di «Giunta di Stato» per giudicarlicome se avessero giá ucciso il re e rovesciata la costituzione.

Pochi magistratitra coloro che componevano la Giuntaamanti veracemente del re e della patriavedendo che il primoil veroil solodelitto di Stato era quello di seminar diffidenze tra il sovrano e la nazioneardirono prendere la difesa dell'innocenza e proporre al re che la pena de' reidi Stato mal si applicava a pochi giovani inespertii quali non di altrodelitto eran rei che di aver parlato di ciò che era meglio taceredi averapprovato ciò che era meglio esaminare; delitto di giovanii quali sisarebbero corretti coll'etá e coll'esperienzache avrebbe smentite lebrillanti ma fallaci teorie onde erano le loro menti invasate. I mali diopinione si guariscono col disprezzo e coll'obblio: il popolo non intenderánon seguirá mai i filosofi. Mase voi perseguitate le opinioniallora essediventano sentimenti; il sentimento produce l'entusiasmo; l'entusiasmo sicomunica; vi inimicate chi soffre la persecuzionevi inimicate chi la temeviinimicate anche l'uomo indifferente che la condanna; e finalmente l'opinioneperseguitata diventa generale e trionfa.

Maove si tratta di delitto di Statole piú evidentiragioni rimangono inefficaci. Imperciocché di rado un tal delitto esistee dirado avviene che un uomo attenti con atto non equivoco alla costituzione o alsovrano di una nazione: il piú delle volte si tratta di parole che vaglion menodelle minacceo di pensieri che vagliono anche meno delle parole. Tali cosevagliono quanto le fa valere il timore di chi regna(7). Guai a chi ha ascoltatouna volta le voci del timore! Quanto piú ha temutopiú dovrá temere. Moltotemeva la regina di Napolied Acton voleva che temesse di piú. Le frequentiimpressioni di sospetti e di timoriche aveva sofferteavevano quasi alteratoil di lei fisico e turbata interamente la serie e l'associazione delle sue idee.Persone degne di fede mi narrano che non senza pericolo di dispiacerle taluno leattestava la fedeltá de' sudditi suoi.

Si volle del sanguee se n'ebbe. Furono condannati a mortetre infelicitra' quali il virtuoso Emmanuele de Deoa cui si fece offrire lavita purché rivelasse i suoi complicie che in faccia all'istessa morte seppepreferirla all'infamia.

Ecco un esempio di ciò che possa e che produca il timorenegli animiuna volta turbati. Nel giorno dell'esecuzione della sentenza sipresero quelle precauzioni che altre volte si erano trascurate e che ancheallora erano superflue. Si temeva che il popolo volesse salvare tre sciaguratiche appena conosceva; si temeva una sedizione di circa cinquantamilarivoluzionariche per lo meno si diceva dover esser in Napoli. Intantoletruppe che quasi assediavano la cittágli ordini minaccevoli del governotutto allarmava la fantasia del popolo; qualunque moto piú leggieroche inaltri tempi sarebbe stato indifferentedoveva turbarlo; temeva i sollevatoritemeva gli ordini del governotemeva tutto; ed il minimo timore dovea produrrecome difatti produssein una gran massa di popolo un'agitazione tumultuosa.Cosí i sospetti del governo rendono piú sospettoso il popolo. Da quell'epocail popolo napolitanoche prima quasi si conteneva da se stesso senza verunapoliziafu piú difficile a maneggiarsi; tutte le pubbliche feste furono fattecon maggiori precauzionima non furono perciò piú tranquille.

Si sciolse la prima Giunta. Si sperava poter respirarefinalmente da tanti orrori; mapochi mesi doposi vide in campo una nuovacongiura ed una Giunta piú terribile della prima. Si vollero allontanati tuttique' magistrati che conservavano ancora qualche sentimento di giustizia e diumanitá. Si mostrò di volere i scelleratied i scellerati corsero in folla.CastelcicalaVanniGuidobaldi si misero alla loro testa. La nazione fuassediata da un numero infinito di spie e di delatoriche contavano i passiregistravano le parolenotavano il colore del voltoosservavano finanche isospiri. Non vi fu piú sicurezza. Gli odii privati trovarono una strada sicuraper ottener la vendettae coloro che non avevano nemici furono oppressi dagliamici loro medesimiche la sete dell'oro e l'ambizione aveva venduti ad Actoned a Vanni. Che si può difatti conservare di buono in una nazionedove chiregna non dá le ricchezzele carichegli onori se non ai delatori? dovesesi presenta un uomo onesto a chiedere il premio delle sue fatiche o delle suevirtúgli si risponde che «si faccia prima del merito»? Per «farsi delmerito» s'intendeva divenir delatorecioè formar la ruina almeno di diecipersone oneste. Questo merito aveano tantii nomi de' quali la giusta vendettadella posteritá non deve permettere che cadano nell'obblio. La reginaindispettita contro un sentimento di virtú che la massima parte della nazioneancora conservavadiceva pubblicamente che «ella sarebbe un giorno giunta adistruggere quell'antico pregiudizio per cui si reputava infame il mestiere didelatore». Tutte queste e molte altre simili cose si narravano: forsesiccomesempre suole avvenirein picciola parte verepel maggior numero false e finteper odio. Ma queste coseo vere o false che sienosono sempre dannose quando esi dicono da molti e da molti si credonoperché rendono piú audaci gliscellerati e piú timidi i buoni. Che se esse son falsemeritano doppiamente lapubblica esecrazione que' ministri i quali colla loro condotta dánno occasionea dirle e ragione a crederle. Per cagioni intanto di queste vociuna partedella nazione si armò contro l'altra; non vi furono piú che spie ed uominionestie chi era onesto era in conseguenza un «giacobino». Vanni avea dettomille volte alla regina che il Regno era pieno di giacobini: Vanni volle apparirveridicoe colla sua condotta li creò.

Tutt'i castellitutte le carceri furono ripiene d'infelici.Si gittarono in orribili prigioniprivi di luce e di tutto ciò ch'eranecessario alla vitae vi languirono per annisenza poter ottenere né la loroassoluzione né la loro condannasenza neanche poter sapere la cagione dellaloro disgrazia. Quasi tuttidopo quattro anniuscirono libericome innocenti;e sarebbero usciti tuttise non si fossero loro tolti i legittimi mezzi didifesa. Vanniche era allor il direttor supremo di tali affarinon si curavapiú di chi era giá in carcere; non pensava che a carcerarne degli altri: ardídire che «almeno dovevano arrestarsene ventimila». Se il fratellose ilfigliose il padrese la moglie di qualche infelice ricorreva a costui persollecitare la decisione della di lui sorteun tal atto di umanitá siascriveva a delitto. Se si ricorreva al re e che il re qualche volta ne chiedevaconto a Vanniciò anche era inutileperché per Vanni rispondeva la reginala quale credeva che Vanni operasse bene. Vanni diceva sempre che vi erano altrefila della congiura da scoprirealtri rei da arrestare; e la regina tuttoapprovavaperché temeva sempre altri rei ed altre congiure.

Vanniil quale meglio di ogni altro sapeva con quali arti siera ordita un'inquisizionediretta piú a fomentare i timori della regina che acalmarlitremava ogni volta che gli si parlava di esame e di sentenza. Ei voleatrovare il reoe temea che si fosse ricercata la veritá(8).

Sembrerá a molti inverisimile tutto ciò che io narro diVanni. E difatti il carattere morale di quell'uomo era singolare. Egli riunivaun'estrema ambizione ad una crudeltá estrema eper colmo delle sciagure dell'umanitáera un entusiasta. Ogni affare che gli si addossava era grandissimo; ma eglivoleva sempre apparir piú grande di tutti gli affari. Uomini tali sono semprefunestiperchénon potendo o non sapendo soddisfare l'ambizione loro conazioni veramente grandisi sforzano di fare apparir tali tutte quelle chepossono e che sanno faree le corrompono.

Vanni incominciò ad acquistar fama di giudice integro eseverissimo colla condotta che tenne col principe di Tarsiail quale era statoper qualche anno direttore della fabbrica di seterie che il re avea stabilita inSan Leucio. Il primo errore forse lo commise il reaffidando tale impresa alprincipe di Tarsia anziché ad un fabbricante; il secondo lo fu di Tarsiailqualenon essendo fabbricantenon dovea accettar tale commissione. Ne avvennequello che ne dovea avvenire. Tarsia era un onestissimo cavalierecioè unonestissimo spensieratoincapace di malversare un soldoma incapace al tempoistesso d'impedir che gli altri malversassero. Si trovò ne' conti una mancanzadi circa cinquantamila scudi. Fu data a Vanni la commissione di liquidare iconti. Non eravi affare piú sempliceperché Tarsia era un uomo che poteva evoleva pagare. Pure Vanni prolungò l'affare non so per quanti anni: cadde iltronoe l'affare di Tarsia ancora pendeva indeciso; ed intanto non eravi generedi vessazioni e d'insulti ai quali non sottoponesse la famiglia di Tarsiaperchédicesitale era l'intenzione di Acton. Gli uomini di buon sensoalcuni dicevano: - Che imbecille! - altri: - Che impostore! - Ma nella corte sifaceva dire: - Che giudice integro! Con quanto zelocon quanta fermezzaaffronta il principe di Tarsiaun grande di Spagnaun grande officiale delpalazzo! - Come se l'ingiustizia che si commette contro i grandi non possaderivar dalle stesse cagioni ed essere egualmente vile che quella che sicommette contro i piccioli.

Si avea bisogno d'un inquisitor di Statoe si scelse Vanniper la ragione istessa per la quale non si avrebbe dovuto scegliere. La primavolta che Vanni entrò nell'assemblea de' magistrati che dovean giudicaresimostrò tutto affannatocogli occhi mezzo stralunatieraccomandando aigiudici la giustiziasoggiunse: - Son due mesi da che io non dormovedendo ipericoli che ha corsi il mio re. - «Il mio re»: questo era il modo col qualeegli usava chiamarlo dopo che gli fu affidata l'inquisizione di Stato. - Ilvostro re! - gli disse un giorno il presidente del ConsiglioCitouomorispettabile e per la carica e per cento anni di vita irreprensibile - il vostrore! Che volete intender mai con questa parolachesotto apparenza di zelonasconde tanta superbia? E perché non dite «il nostro re»? Egli è re ditutti noie tutti l'amiamo egualmente. - Queste poche parole bastano per fargiudicare di due uomini; main un governo debolecolui che pronunzia piú alto«il mio re» suole vincere chi si contenta di dire «il nostro re».

Lo sguardo di Vanni era sempre riconcentrato in se stesso; ilcolore del volto pallido-cinereocome suole essere il colore degli uominiatroci; il suo passo irregolare e quasi a saltiil passo insomma della tigre:tutte le sue azioni tendevano a sbalordire ed atterrire gli altri; tutt'i suoiaffetti atterrivano e sbalordivano lui stesso. Non ha potuto abitar di piú diun anno in una stessa casaed in ogni casa abitava al modo che narrasi de'signorotti di Fera e di Agrigento. Ecco l'uomo che dovea salvare il Regno!

Ma la macchina di quattro anni dovea finalmente sciogliersi.Gl'interessati fremevano; gli uomini di buon senso ridevano di una nuova speciedi delitto di Stato che in quattro anni d'inquisizione non si era ancorascoperto; nel popolaccio istesso andava raffreddandosi quel caldo che nei primitempi avea mostrato contro i reie quasi incominciava a sentir pietá di tantiinfelicii quali non vedendo condannatiincominciava a credere innocenti.Actonche da principio era stato il principal autore dell'inquisizionedopoaverne usato quanto bastava ai suoi disegnivedendola innoltrar piú di quelche conveniva e non volendo e non potendo arrestarlaavea ceduto il suo luogo aCastelcicala. Costuiil piú vile degli uominiavea bisognoper guadagnare ilfavore della reginadi quel mezzo che Acton avea adoperato solo per atterrare isuoi rivalied in conseguenza dovea spingerne l'abuso piú oltree lo spinse.Fece di tutto perché la cabala non si scoprisse: giunse ad imputare a delittola religiositá di coloro che diedero il voto per la veritá; giunse aminacciare un castigo agli avvocati da lui stesso destinatiperché difendevanoi rei con zelo. Ma la nazione era oppressa e non corrottaese diede grandiesempi di pazienzane diede anche moltissimied egualmente splendididivirtú. Nulla potette smuovere la costanza de' giudici e lo zelo degli avvocati.Quando si vide la veritá trionfareed uscir liberi quei che si volevano mortiCastelcicalaper giustificarsi agli occhi del pubblico e del reil qualefinalmente si era occupato di un tal affareimmolò Vannie tutta la colparicadde sopra costui.

Vanni avea accusati al re tutti i giudiciil presidente delConsiglio MazzocchiFerreriChinigògli uomini forse i piú rispettabili cheNapoli avesse e per dottrina e per integritá e per attaccamento al propriosovrano; e un momento forse si dubitò se dovessero esser puniti questi tali oVanni. Se Vanni rimaneva vincitoreavrebbe compíta l'opera della perdita delRegno e della rovina del trono. Per buona sorte era giunto all'estremoerovinò se stesso per aver voluto troppo. Maprima che ciò avvenissediquanti altri uomini utili avrebbe privato lo Statoe quanti fedeli servitoriavrebbe tolti al re? Quando anche il rovescio del trono di Napoli non fosseavvenuto per effetto della guerraVanni sarebbe bastato solo a cagionarloe loavrebbe fatto.

Vanni fu deposto ed esiliato dalla capitale: si tentò diraddolcire in segreto il suo esilioma invano. L'anima ambiziosa di Vanni caddein un furore melanconicoil quale finalmente lo spinse a darsi da se stesso unamortecheper soddisfazione della giustizia e per bene dell'umanitáavrebbemeritato da altra mano e molto tempo prima. La sua morte precedette di pocol'entrata de' francesi in Napoli. Egli li temeaavea chiesta alla corte unasilo in Siciliae gli era stato negato. Prima di uccidersi scrisse unbigliettoin cui diceva: «L'ingratitudine di una corte perfidal'avvicinamento di un nemico terribilela mancanza di asilo mi han determinatoa togliermi una vita che ormai mi è di peso. Non s'incolpi nessuno della miamorte; ed il mio esempio serva a render saggi gli altri inquisitori di Stato».Ma gli altri inquisitori di Stato risero della sua mortene rise Castelcicala;e l'inquisizione continuò collo stesso furorefinché i francesi non furono aCapua.

 

VII

 

CAGIONI ED EFFETTI DELLA PERSECUZIONE

 

Io mi arresto; la mia mente inorridisce alla memoria di tantiorrori. Ma donde mai è nato tanto furore negli animi de' sovrani d'Europacontro la rivoluzione francese? Molte altre nazioni aveano cangiata forma digoverno; non vi è quasi secolo che non conti un cangiamento: ma né queicangiamenti aveano mai interessati altri che le corti direttamente offesenéaveano prodotto nelle altre nazioni alcun sospetto ed alcuna persecuzione. Pochianni primai saggi americani avean fatta una rivoluzione poco diversa dallafrancesee la corte di Napoli vi avea pubblicamente applaudito: nessuno aveatemuto allora che i napolitani volessero imitare i rivoluzionari della Virginia.Il pericolo de' sovrani è forse cresciuto in proporzione de' loro timori?

I francesi illusero loro stessi sulla natura della lororivoluzionee credettero effetto della filosofia quello che era effetto dellecircostanze politiche nelle quali trovavasi la loro nazione.

Quella Franciache ci si presentava come un modello digoverno monarchicoera una monarchia che conteneva piú abusipiúcontraddizioni: la rivoluzione non aspettava che una causa occasionale periscoppiare. Grandi cause occasionali furono la debolezza del rel'alterigiaorprepotente or debole anch'essadella regina e di Artoisl'ambizione delloscellerato ed inetto Orléansil debito delle finanzeNeckerl'Assemblea de'notabili emolto piúgli Stati generali. Maprima che queste cagioniesistesseroeravi giá antica infinita materia di rivoluzione accumulata damolti secoli: la Francia riposava sopra una cenere fallaceche copriva unincendio devastatore.

Tra tanti che hanno scritta la storia della rivoluzionefranceseè credibile che niuno ci abbia esposte le cagioni di taleavvenimentoricercandolenon giá ne' fatti degli uominii quali possonomodificare solo le apparenzema nel corso eterno delle cose istessein quelcorso che solo ne determina la natura? La leggenda delle mosse popolarideglieccididelle ruinedelle varie opinionide' vari partitiforma la storia ditutte le rivoluzionie non giá di quella di Franciaperché nulla ci dice diquello per cui la rivoluzione di Francia differisce da tutte le altre. Nessunoci ha descritto una monarchia assolutacreata da Richelieu e rinforzata daLuigi decimoquarto in un momento; una monarchia surtaal pari di tutte le altredi Europadall'anarchia feudalesenza però averla distruttatalchémentretutti gli altri sovrani si erano elevati proteggendo i popoli contro i baroniquello di Francia avea nel tempo istesso nemici ed i feudatariivi piú potentiche altroveed il popolo ancora oppresso; le tante diverse costituzioni cheogni provincia avea; la guerra sorda ma continua tra i diversi ceti del regno;una nobiltá singolarela qualesenza esser meno oppressiva di quella dellealtre nazioniera piú numerosaed a cui apparteneva chiunque volevatalchéogni uomoappena che fosse riccodiventava nobileed il popolo perdea cosífinanco la ricchezza; un cleroche si credeva essere indipendente dal papa eche non credeva dipendere dal reonde era in continua lotta e col re e colpapa; i gradi militari di privativa de' nobilii civili venali ed ereditariinmodo che all'uomo non nobile e non ricco nulla rimaneva a sperare; le disputeche tutti questi contrasti facevano nascere; la smania di scrivereche indinasceva e che era divenuta in Francia un mezzo di sussistenza per coloro i qualinon ne avevano altroe che erano moltissimi; la discussione delle opinioni acui le dispute davan luogo ed il pericolo che dalle stesse opinioni nascevapoiché su di esse eran fondati gl'interessi reali de' ceti; quindi la massimapersecuzione e la massima intolleranza per parte del clero e della cortenell'atto che si predicava la massima tolleranza dai filosofi; quindi la massimacontraddizione tra il governo e le leggitra le leggi e le ideetra le idee eli costumitra una parte della nazione ed un'altra; contraddizione che doveaprodurre l'urto vicendevole di tutte le partiuno stato di violenza nellanazione interaed in séguito o il languore della distruzione o lo scoppio diuna rivoluzione. Questa sarebbe stata la storia degna di Polibio(9).

La Francia avea nel tempo istesso infiniti abusi dariformare. Quanto maggiore è il numero degli abusitanto piú astratti debbonoessere i princípi della riforma ai quali si deve rimontarecome quelli chedebbono comprendere maggior numero di idee speciali. I francesi furono costrettia dedurre i princípi loro dalla piú astrusa metafisicae caddero nell'errorenel qual cadono per l'ordinario gli uomini che seguono idee soverchiamenteastratteche è quello di confonder le proprie idee colle leggi della natura.Tutto ciò che avean fatto o volean fare credettero esser dovere e diritto ditutti gli uomini.

Chi paragona la Dichiarazione de' diritti dell'uomofatta in America a quella fatta in Franciatroverá che la prima parla aisensila seconda vuol parlare alla ragione: la francese è la formolaalgebraica dell'americana. Forse quell'altra Dichiarazione che aveaprogettata Lafayette era molto migliore.

Idee tanto astratte portano seco loro due inconvenienti: sonopiú facili ad eludersi dai scelleratisono piú facili ad adattarsi a tutt'icapricci de' potenti; i turbolenti e faziosi vi trovano sempre di che sostenerele loro pretensioni le piú stranee gli uomini dabbene non ne ricevono verunaprotezione. Chi guarda il corso della rivoluzione francese ne sará convinto.

I sovrani credetterocome i francesiche la lororivoluzione fosse un affare di opinioneun'opera di ragionee laperseguitarono. Ignorarono le cagioni vere della rivoluzione francese e netemettero gli effetti per quello stesso motivo per il quale non avrebbero dovutotemerli. Quando e dove mai la ragione ha avuto una setta? Quanto piú astrattesono le idee della riformaquanto piú rimote dalla fantasia e da' sensitantomeno sono atte a muovere un popolo. Non l'abbiamo noi veduto in ItaliainFrancia istessa? Nel modo in cui i francesi aveano esposti i santi princípidell'umanitátanto era sperabile che gli altri popoli si rivoluzionasseroquanto sarebbe credibile che le nostre pitture di ruote di carozze siperfezionino per i princípi di prospettiva dimostrati col calcolo differenzialeed integrale.

Se il re di Napoli avesse conosciuto lo stato della suanazioneavrebbe capito che non mai avrebbe essa né potuto né voluto imitargli esempi della Francia. La rivoluzione di Francia s'intendeva da pochidapochissimi si approvavaquasi nessuno la desiderava; ese vi era taluno che ladesiderassela desiderava invanoperché una rivoluzione non si può faresenza il popoloed il popolo non si move per raziocinioma per bisogno. Ibisogni della nazione napolitana eran diversi da quelli della francese: iraziocini de' rivoluzionari eran divenuti tanto astrusi e tanto furentiche nonli potea piú comprendere. Questo pel popolo. Per quella classe poi che erasuperiore al popoloio credoe fermamente credoche il maggior numero de'medesimi non avrebbe mai approvate le teorie dei rivoluzionari di Francia. Lascuola delle scienze morali e politiche italiane seguiva altri princípi.Chiunque avea ripiena la sua mente delle idee di Machiavellidi GravinadiViconon poteva né prestar fede alle promesse né applaudire alle operazionide' rivoluzionari di Franciatostoché abbandonarono le idee della monarchiacostituzionale. Allo stesso modo la scuola antica di Franciaquella per esempiodi Montesquieunon avrebbe applaudito mai alla rivoluzione. Essa rassomigliavaall'italianaperché ambedue rassomigliavan molto alla greca e latina.

In una rivoluzione è necessitá distinguere le operazionidalle massime. Quelle sono figlie delle circostanzele quali non sono maisimili presso due popoli; queste sono sempre piú diverse di quelleperché ilnumero delle idee è sempre molto maggiore di quello delle operazioni edinconseguenzapiú facile la diversitápiú difficile la rassomiglianza. Non viè popolo il quale non conti nella sua storia molte rivoluzioni: quando se neparagonano le operazioniesse si trovan somiglianti: paragonate le idee e lemassimesi trovano sempre diversissime.

Chiunque vede una rivoluzione in uno Stato vicino deve temereo delle operazioni o delle idee. I mezzi per opporsi alle operazioni sono tuttimilitari: qualunque sieno le idee che due popoli seguonovincerá quello chesaprá meglio far la guerra; e quello la fará meglioche avrá miglioriordinipiú amor di patriapiú valore e piú disciplina. Il mezzo per opporsial contagio delle idee (lo dirò io?) non è che un solo: lasciarle conoscere ediscutere quanto piú sia possibile. La discussione fará nascere le ideecontrarie: è effetto dell'amor proprio: due uomini sono sempre piú concordi alprincipio della discussione che alla fine. Nate una volta queste massimecontrarieprenderanno il carattere di massime nazionali; accresceranno l'amordella patriaperché quelle nazioni piú ne hanno che piú differiscono dallealtre: accresceranno l'odio contro le nazioni stranierela fiducia nelleproprie forzel'energia nazionale; non solamente si eviterá il contagio delleopinionima si riparerá anche alla forza delle operazioni. Mi si dice che ilmarchese del Galloquando ebbe letto l'elenco di coloro che trovavansiarrestati per cospiratoriridendone al pari di tutti i buonipropose al re dimandarli viaggiando. - Se son giacobini - egli diceva- mandateli in Francia:ne ritorneranno realisti.- Questo consiglio è pieno di ragione e di buon sensoe fa onore al cuore ed alla mente del marchese del Gallo. Vince una rivoluzionecolui che meno la teme. I sovrani colla persecuzione fanno diventar sentimentile ideeed i sentimenti si cangiano in sètte: il loro timore li tradisceecadono talora vittime delle stesse loro precauzioni eccessive. Si proibirono inNapoli tutti i fogli periodici: si voleva che il popolo non avesse neanchenovella de' francesi. Cosí un oggettocheosservato da vicinoavrebbedestato pietá o risofu come il fascio di sarmenti di Esopoche dall'altomare sembrava un vascello. Un'indomabile curiositá ne spinge a voler conoscereciò che ci si nascondee l'uomo suppone sempre piú belle e piú buone quellecose che sono coperte da un velo.

Ma io immagino talorainvece de' nostri renelle crisiattuali dell'EuropaFilippo di Macedonia. La Grecia a' di lui tempi era divisatra i spartani ed ateniesii quali facevano la guerra per opinioni di governoed uniti ai filosofiche in quell'epoca discutevano le costituzioni grechecome appunto oggi li nostri filosofi discutono le nostrestancavano i greci conguerre sanguinose e con cavillose dottrine. Cosí sempre suole avvenire: tra levarie rivoluzioni si obbliano le antiche ideesi perdono i costumi eridotteuna volta le cose a tale statogli intrigantitra' quali i potenti tengono ilprimo luogoguadagnano sempreperché alla fine i popoli si riducono a seguirquelli che loro offrono maggiori beni sul momento; e cosí il massimo amoredella libertáproducendo l'esaltazione de' princípine accelera ladistruzione e rimena una piú dura servitú. Filippo con tali mezzi acquistòl'impero della Grecia.

È una disgrazia pel genere umano quando la guerra porta secoil cambiamento o della forma di governo o della religione: allora perde il suooggetto veroche è la difesa di una nazioneed ai mali della guerra esternasi aggiungono i mali anche piú terribili dell'interna. Allora lo spirito dipartito rende la persecuzione necessariae la persecuzione fomenta nuovospirito di partito; allora sono que' tempi crudeli anche nella pace. L'altaItalia ci ha rinnovati gli stessi esempi di Sparta ed Atenequando le suerepubblicheinvece di restringersi a difender la loro costituzionesotto ilnome or di guelfi or di ghibellinivollero riformare l'altrui; e gli stessierrori ebbero nell'Italia gli stessi effetti. ScalaViscontiBaglioniecc.rinnovarono gli esempi di Filippo.

Tali epoche politiche sono meno contrarie di quello che sicrede ai sovrani che sanno regnare. Ma in tali epoche vince sempre il piúumanoed io oso dire il piú giusto. Oggi i repubblicani sono piú generosi eperdonano ai realisti; i re con una stolta crudeltá non dánno veruna tregua airepubblicani: questo fará sí che essi avranno in breve freddi amici edaccaniti nemici. Quando l'armata del pretendente scese in Inghilterrafacevaimpiccare tutt'i prigionieri di Hannover; Giorgio liberava tutt'i prigionieridel pretendente: questo solo fattodice molto bene Voltairebasta a fardecidere della giustizia de' due partitipronosticare la loro sorte futura(10).

 

VIII

 

AMMINISTRAZIONE

 

Mentre da una parte con tali arti si avviliva e si opprimevala nazionedall'altra si ammiseriva col disordine in tutt'i rami diamministrazione pubblica. La nazione napolitana dalla venuta di Carlo terzoincominciava a respirare dai mali incredibili che per due secoli di governoviceregnale avea sofferti. Fu abbassata l'autoritá de' baroniche prima nonlasciava agli abitanti né proprietá reale né personale. Si resero certe leimposizioni ordinarie con un nuovo catastoil qualese non era il migliore chesi potesse avereera però il migliore che fino a quel tempo si fosse avutoesi abolí l'uso delle imposizioni straordinarie chesotto il nome di«donativi»avean tolte somme immense alla nazionepassate senza ritornonella Spagna(11). Libera la nazione dalle oppressioni de' baronidalle avaniedel fiscodalla perenne estrazione di denaroincominciò a sviluppare la suaattivitá: si vide risorgere l'agricolturaanimarsi il commercio; lasussistenza divenne piú agiatai spiriti piú coltigli animi piú dolci.L'esserci noi separati dalla Spagnae l'essersi la Spagna tolta alla famigliadi Austria e data a quella di Borboneed il patto di famiglia avean reso allanostra nazione quella pace di cui avevamo bisogno per ristorarci dai malisofferti; e la neutralitáche ci fu permessa di serbare nell'ultima guerra trala Spagnala Francia e l'Inghilterra per le colonie americaneprodotto aveanella nostra nazione un aumento considerabile di ricchezze. In cinquant'anniavevamo fatti progressi rapidissimie vi era ragione di sperare di doverne fareanche di piú.

La nostra nazione passavaper cosí diredalla fanciullezzaalla sua gioventú. Ma questo stato di adolescenza politica è appunto lo statopiú pericoloso e quello da cui piú facilmente si ricade nel languore e nelladesolazione. Le nazioni escono dalla barbarie accrescendo le loro forze erendendo cosí la sussistenza sicura: non passano alla coltura se nonaccrescendo i loro bisogni. Ma i bisogni si sviluppano piú rapidamente delleforzetra perché essi dipendono dalle sole nostre ideetra perché le altrenazionisenza comunicarci le loro forzeci comunicano volontieri le ideeiloro costumigli ordini ed i vizi loroil che per noi diventa sorgente dinuovi bisogni; ese alloracrescendo questinon si pensa anche ad accrescerle nostre forzenoi non avremo mai quell'equilibrio di forze e di bisogninelche solo consiste la sanitá degl'individui e la prosperitá delle nazioni: ipassi che faremo verso la coltura non faranno che renderci servi deglistranieried una coltura precoce e sterile diventerá per noi piú nociva dellabarbarie. Uno Stato che non fa tutto ciò che può fare è ammalato. Tale era lostato di tutta l'Italia; e questo stato era piú pericoloso per Napoliperchépiú risorse avea dalla natura e piú estesa era la sfera della sua attivitá.

Ma il governo di Napoli avea perduto gran parte delle sueforzesopprimendo lo sviluppo delle facoltá individuali coll'avvilimento dellospirito pubblico: tutto rimaneva a fare al governoed il governo non sapea farnullané potea far tutto.

Le nazioni ancora barbare amano di essere sgravate daitributiperché non hanno desidèri superflui; le nazioni colte si contentanodi pagar moltopurché quest'aumento di tributo accresca la forza e migliori lasussistenza nazionale. Il segreto di una buona amministrazione è di farcrescere la riproduzione in proporzione dell'esazione: non è tanto la somma de'tributiquanto l'uso de' medesimi per rapporto alla nazionequello chedetermina lo stato delle sue finanze(12).

Un governo savio ed attivo avrebbe corretti gli antichi abusidi amministrazioneavrebbe sviluppata l'energia nazionaleci avrebbe esentatidai vettigali che pagavamo agli esteri per le loro manifattureavrebbe protettele nostre artimigliorate le nostre produzioniesteso il nostro commercio: ilgoverno sarebbe divenuto piú ricco e piú potentee la nazione piú felice.Questo era appunto quello che la nazione bramava(13). L'epoca in cui giunseActon era l'epoca degli utili progetti: qual «progettista» egli si spacciò equal «progettista» fu accolto; ma i suoi progettiineseguibili o non eseguitio eseguiti maledivennero cagioni di nuove ruineperché cagioni di nuoveinutili spese.

Acton ci voleva dare una marina. La natura avea formata lanazione per la marinama non aveva formato Acton per la nazione. La marinadovea prima di tutto proteggere quel commercio che allora avevamoil qualeessendo di derrate e quasi tutte privative del Regnoo poca o niuna gelosia darpotea alle altre nazionile quali per lo piú un commercio aveano dimanifatture. I nostri nemici erano i barbareschicontro i quali non valevatanto la marina grande quanto la piccola marina corsarache Actondistrusse(14). La marina armata dovea crescere in proporzione della marinamercantile e del commerciosenza di cui la marina guerriera è inutile e non sipuò sostenere. Actoninvece di estendere il nostro commerciolo restrinse coisuoi errori diplomaticicol suo genio dispoticocolla sua mala fedecollaviltá con cui sposò gl'interessi degli stranieri in pregiudizio de' nostri.Acton non conosceva né la nazione né le cose. Voleva la marinaed intanto nonavevamo portisenza de' quali non vi è marina: non seppe nemmeno riattare queidi Baia e di Brindisiche la natura istessa avea formatiche un tempo eranostati celebri e che poteano divenirlo di nuovo con piccolissima spesaseinvece di seguire il piano delle creature di Actonsifosse seguíto il pianodei romaniche era quello della natura.

La marinacome Acton l'avea immaginataera un gigante coipiedi di creta. Era troppo piccola per farci del benetroppo grande per farcidel male: eccitava la rivalitá delle grandi potenzesenza darci la forzanecessarianon dico per vincerema almeno per poter resistere. Senza marinasaremmo rimasti in una pace profonda: con una marina grandeavremmo potutovincere; macon una marina piccoladovevamoo presto o tardisiccome poi èavvenutoesser trascinati nel vortice delle grandi potenzesoffrendo tutt'imali della guerrasenza poter mai sperare i vantaggi della vittoria.

Lo stesso piano Acton seguí nella riforma delle truppe diterra. Carlo terzo ne avea fissato il numero a circa trentamila uomini; macomesempre suole avvenire nei piccoli Statii quali godono lunghissima pacegliordini di guerra si erano rilasciatie di truppe effettive non esistevano piúdi quindicimila uomini. Noi mancavamo assolutamente di artiglieria. Questa fuorganizzata in modo da non lasciarci nulla da invidiare agli esteri. Ma ilnumero delle altre truppe fu accresciuto solo in apparenzaper ricoprireun'alta malversazione ed una profusione la quale non avea né leggi né limiti.Acton piú degli altri ministri vi si era prestato; e questa non fu l'ultimadelle ragioni per cui meritò tanta protezione sí potente e sí lunga.

Dalla morte di Iaci(15) incominciarono le riforme di abiti edi tattica. Veniva ogni anno dalla Spagnadalla Franciadalla GermaniadallaSvizzera un nuovo generaleil quale ora rialzava di due pollici il cappelloora raccorciava di due dita l'uniformeora... Il soldato fremevavedendosisottoposto a tante novitáche un anno dopo sapeva doversi dichiarareinutili(16).

Questi generali conducevan sempre seco loro degli stranierii quali occupavano i primi gradi della truppa. Gli altri erano accordati agliallievi del collegio militaredove la gioventú era invero bene istruita nellecognizioni militarima non acquistava certamente né quel coraggio né quellasofferenza delle faticheche si acquista solo coll'etá e coi lunghi servigi.Il genio e le cognizioni debbono formare i generali: ma il coraggio e l'amordella fatica formano gli uffiziali. Il gran principio: che in tempo di pace l'anzianitádebba esser la norma delle promozioninon era confacente al genio di Actonilqualequando non avesse avuto il dispotismo nel cuorel'avea nella testa. Sividero vecchi capitaniabbandonati alla loro miseriadover ubbidire agiovanetti inesperti e debolii quali non sapevano altro che la teoriaed amolti altri (poichétolta una volta la norma sensibile del giustosi apre ilcampo al favore ed all'intrigo)i quali non sapevano neanche la teoriama chea forza di danarodi spionaggio e di qualche titolo anche piú infame dellospionaggioerano stati elevati a quel grado. I gradiche non si potevanooccupare da costororimasero vuotie si videro de' reggimenti interi mancaredella metá degli officialimentre coloro che dovevan esser promossidomandavano invano il premio delle loro fatiche. Acton rispondeva a costoro che«aspettassero la pubblicazione del loro piano»; piano ammirabileche costòad Acton venti anni di meditazione e chesenza esser mai stato pubblicatohadisorganizzata la truppadisgustata la nazionedissipato l'erario dello Stato!

Tutto nel regno di Napoli era malversazione o progettichimerici piú nocivi della malversazione; ed intanto ciò che era necessarionon si faceva. Noi avevamo bisogno di strade: il marchese della Sambuca ne videla necessitáfu posta una imposizione di circa trecentomila ducati all'anno:l'opera fu incominciatase ne fecero taluni spezzoni; ma poco di poi l'opera fusospesa e la contribuzione convertita ad un altro uso. Province intere chieseroil permesso di costruirsi le strade a loro spesepromettendo intanto dicontinuare a pagare alla cortesebbene giá convertita ad altro usol'imposizione che era addetta alle strade; promettendo pagarla per sempreancorchéquando s'imposesi fosse promesso di dover finire colla costruzionedelle strade. Si crederebbe che questo progetto fosse stato rifiutato? Si puòimmaginare nazione piú ragionevole e piú buona e ministero piú stolidamentescellerato? Vi erano nel regno di Napoli alcuni errori nelle massime ed alcunivizi nell'organizzazionei quali impedivano i progressi della pubblicafelicitá. Avean data origine ai medesimi altri tempi ed altre circostanze: lecircostanze e i tempi eransi cangiatima gli errori ed i vizi sussistevanoancora.

Simile a tutt'i governi i quali hanno un impero superiorealle proprie forzeil governo di Spagnane' tempi della dinastia austriacaavea procurato di distruggere ciò che non poteva conservare. Si era estintoogni valor militare. A contenere una nobiltá generosa e potenteil primo de'viceré spagnuoliPietro di Toledocredette opportuno invilupparla tra i laccidi una giurisprudenza cavillosa la qualenel tempo istesso che offriva facilied abbondanti ricchezze a coloro che non ne avevanospogliava quegli che neabbondavano e moltiplicava oltre il dovere una classe di persone pericolose inogni Statoperché potevano divenir ricche senza esser industriose ociò cheval lo stessosenza che la loro industria producesse nulla. Tutti gli affaridel Regno si discussero nel fòroe nel fòro si disputò sopra tutti gliaffari. Derivaron da ciò molti mali. Tutto ciò che non era materia di disputaforense fu trascurato: agricolturaarticommercioscienze utilitutto ciòfu considerato piuttosto come oggetto di sterile o voluttuosa curiositá checome studi utili alla prosperitá pubblica e privata. Si è letto per qualchesecolo sulla porta delle nostre scuole un distico latinonel quale lagoffaggine dello stile eguagliava la stoltezza del pensieroe che diceva:«Galeno dá le ricchezzeGiustiniano dá gli onori; tutti gli altri non dánnoche paglia». Ese mai talunoad onta della mancanza di istruzioneconcepivaqualche idea di pubblica utilitánon poteva eseguirla senza prima soggettarsiad un esameil qualeperché fatto innanzi a giudici e con tutte le formolegiudiziariediventava litigio. Si voleva fare un ponte? si dovea litigare. Sivoleva fare una strada? si dovea litigare. Ciascuno del popolo ha in Napoli ildiritto di opporsi al bene che voi volete fare.

Carlo terzo fece grandissimi beni al Regno: egli riordinòl'amministrazione della giustiziatolse gli abusi della giurisdizioneecclesiasticafrenò quelli della feudaleprotesse le arti e l'industria; epiú bene avrebbe fattose il suo regno fosse stato piú lungo e se molti de'ministriche lo servivanonon avessero ancora seguite in gran parte le massimedell'antica politica spagnuola. Tanucciper esempioil di lui amicoquellotra' suoi ministri a cui piú deve il Regnoerrava credendo che il regno diNapoli non dovesse esser mai un regno militare. È nota la risposta che eglisoleva dare a chiunque gli parlava di guerra: - Principoniarmate e cannoni;principiniville e casini. - La sua massima era falsaperché né il re diNapoli poteva chiamarsi «principino»né i principini sono dispensati dellacura della propria difesa. Tanuccipiú diplomatico che militareconfidavapiú ne' trattati che nella propria forza; ignorava che la sola forza è quellache fa ottener vantaggiosi trattati; ignorava la forza del Regno cheamministrava edinvece di un'esistenza propria e sicuragliene dava unadipendente dall'arbitrio altrui ed incerta.

Continuò Tanucci a confondere il potere amministrativo ed ilgiudiziarioed il fòro continuò ad esser il centro di tutti gli affari. Ilpotere giudiziario tendeper sua intrinseca naturaa conservar le cose nellostato nel quale si trovano; l'amministrativo tende a sempre cangiarleperchétende sempre a migliorarle: il primo pronunzia sempre sentenze irrevocabili; ilsecondo non fa che tentativii quali si possono e talora si debbono cangiareogni giorno. Se questi due poteriper loro natura tanto diversili riunitecorrompete l'uno e l'altro.

Tutto in Napoli si dovea fare dai giudici e per viegiudiziarie; e da questo ne veniva che tutte le operazioni amministrative eranlente e riuscivan male. Il governo era tanto lontano dalle vere idee diamministrazioneche i vari oggetti della medesima o non erano affidati anessuno o erano commessi agli stessi giudici; quindi l'utile amministrazione onon avea chi la promovesse o era promossa languidissimamente da coloro che aveantante altre cose da fare.

L'altro difettoche vi era nell'organizzazione del governodi Napoliera la mancanza di un centro comuneal qualecome tanti raggiandassero a finir tutti i rami dell'amministrazione. Questo centro avrebbedovuto essere il Consiglio di Stato. Ma Consiglio di Stato in Napoli non vi erase non di nome. Ciascun ministro era indipendente. I regolamenti generaliiquali avrebbero dovuto essere il risultato della deliberazione comune di tutt'iministriciascun ministro li faceva da sé: in conseguenzaciascun ministro lifaceva a suo modo; i regolamenti di un ministro eran contrari a quelli di unaltroperché la principal cura di ogni ministro era sempre quella di usurparquanto piú poteva l'autoritá de' suoi colleghi e distruggere le operazioni delsuo antecessore. Cosí non vi era nelle operazioni del governo né unitá nécostanza: il ministro della guerra distruggeva ciò che faceva il ministro dellefinanzee quello delle finanze distruggeva ciò che faceva il ministro dellaguerra. Tra tanti ministri eravi sempre (e questo era inevitabile) uno piúinnanzi di tutti gli altri nel favor del sovranoe questo ministro era quegliche davacome suol dirsiil «tono» ed il «carattere» a tutti gli affari;tono e carattere che un momento di poi cangiavaperché cangiava il favore. Névalevaad assicurar la durata di un regolamento o di una leggelaragionevolezza della medesima. Vi fu mai legge piú giusta di quella cheobbligava i giudici a ragionar le loro sentenzeonde esse fossero veramentesentenze e non capricci? Tanucci avea imposta questa obbligazione ai giudici:Simonetti ne li sciolse. Si può credere che Simonetti pensasse di buona fedeche i giudici non fossero obbligati a ragionare e ad ubbidire alla legge?Simonetti dunque tradí la sua propria coscienzatradí il reperché laleggeche egli abolínon era opera suama bensí di Tanucci.

Gli esempi di simili cose sarebbero infiniti di numeroma iomi son limitato a questo soloperchésiccome esso urta evidentemente il sensocomunebasta a dimostrare che i difetti di organizzazione de' quali parliamoerano spinti tanto innanzida non rispettar piú neanche il senso comune. Siaggiunga a ciò che tutt'i ministri erano ministri di giustiziaimperciocchél'amministrazione della giustizia non era ordinata in modo che seguisse lanatura delle cose o delle azionima seguiva ancoracome avveniva presso ibarbari del Settentrionenostri antenatila natura delle persone: la giustiziaera diversa pel militarepel preteper l'uomo che possedeva una greggiaperl'uomo che non ne possedevaecc. ecc. Si eran moltiplicate in Napoli le cortigiudicatrici piú che non furono moltiplicati in Roma gl'iddii ai tempi diCiceroneper cui questo grand'uomo si doleva di non potersi fare un passo senzatimore di urtare qualche divinitá; enel contrasto continuo tra tantitribunalispesso era ben difficile sapere da qual di essi uno dovesse essergiudicato. Io ho degli esempi di «quistioni di tribunale»le quali han duratodiciotto anni.

Nuovi disordinie maggiori. In una monarchiaquello chenella giurisprudenza romana chiamavasi «rescritto del principe» deve averevigore di legge; ma i principi saggi fanno pochissimi rescritti e non mai peraltro che per alcuni casi particolarionde è che in tutte le monarchietrovasiper legge quasi fondamentale dello Statostabilito che il rescrittonon debba mai trasportarsi da un caso all'altro. Nel regno di Napoli i rescrittieransi moltiplicati all'infinito: ciascun ministro ne facevae ciascun ministrofaceva rescritti invece di leggi. Come sempre suole avvenirei rescritti eranl'opera de' commessie vi è stato tra essi taluno il quale per molti anni èstato il veroil solo legislatore di tutto il Regno.

Io mi trattengo molto sopra queste che sembran picciole coseperché da esse dipendono le grandi. Cambiate le primeed imaginate che Tanucciavesse compresa tutta la potenza del Regno e vi avesse stabiliti ordini ededucazione militare; che il potere amministrativo fosse stato diviso dalgiudiziarioe divenuto quello piú attivoquesto piú regolare; che tutte leparti dell'amministrazione avessero avuto un centro comuneun Consigliopermanentealla testa del quale fosse stato il re; e che i ministrinon piúindipendenti l'uno dall'altro e tutti rivalifossero stati costretti ad operaredietro un piano uniforme e costante; imaginateinsommache il reinvece dilasciar preponderare or questo or quell'altro ministroavesse voluto esserveramente re; e tutto allora sarebbe cambiato. Imperciocché io son persuasochenello stato presente delle idee e de' costumi dell'Europararissimo eforse impossibile a trovarsi sia un re il quale non voglia il bene del suoregno: ma questo bene non si fa produrreperché deve farsi dai ministriiquali amano piú il posto che il regno e piú la persona propria che il posto.È necessitá dunque costringerveli colla forza degli ordini pubbliciil verofine de' qualiper chi intendenon è altro che garantire il re contro lanegligenza e la mala volontá de' ministri. Con picciolissime riforme voiproducete un grandissimo benee tutte le riforme di uno Stato tendono ad un solfinecioè che il re sia veramente re. Maper questa ragionea tali riforme iministri si oppongono sempre; onde poi i mali diventano maggioried inevitabiliquelle grandissime crisiper le quali spesso s'immolano dieci generazioni perrendere forse felice l'undecima. Veritá funesta e per i principi e per ipopoli! Le rovine di quelli e di questi per l'ordinario sono l'effetto de'ministri e di coloro che si millantano amici dei re(17).

 

IX

 

FINANZE

 

Chi paragona la somma de' tributi che noi pagavamo con quellache pagavano le altre nazioni di Europacrederá che noi non eravamo i piúoppressi. Chi paragona la somma delle imposizioni che noi pagavamo ai tempi diCarlo terzo con quella che poscia pagammo ai tempi di Ferdinandovedrá forseche la differenza tra quella e questa non era grandissima. Ma intanto i bisognidella nazione eran cresciutierano cresciuti i bisogni della corte: quellaveniva a pagare piúperché in realtá avea meno superfluo; questa veniva adesiger meno. Il poco che esigeva era malversato; non si pensava a restituirealla nazione ciocché da lei si prendeva; era facile il prevedere che tra pocole rendite non erano bastantied il bisogno delle nuove imposizioni sarebbestato tanto maggiore nella corte quanto maggiore sarebbe stata nel popolol'impotenza di pagarle.

S'incominciò dal cangiare per specolazione taluni daziindirettii quali sembravano gravosi (tali eranoper esempioquelli sultabacco e sulla manna)e furono commutati in dazi direttiche rendevano quasiil doppio. S'impose un dazio sulla cacciache fino a quell'epoca era statalibera; ma non si pensò a regolarlaperché il dazio interessava la corte edil regolamento interessava la nazione. S'impose un dazio sull'estrazione de'nostri generimentre se ne doveva imporre uno sull'introduzione de' generiesteri. Si ricorse finanche alla risorsa della «crociata»di cui non credoche vi possa essere risorsa piú vileo che il governo creda o che non credaesser dell'onore della divinitá de' cattolici che in taluni giorni dell'anno simangino solo alcuni cattivi cibi che ci vendono gli eretici.

Si ricercarono per tutto il Regno i fondi che duetrequattrodieci secoli prima erano stati posseduti dal fiscoe si aprí unapersecuzione contro le cose non meno crudele di quella contro le persone.Finché questa persecuzione fu contro i soli feudatari ed ecclesiasticifutollerabile; ma gli agenti del fiscodopo che ebbero assicurato il dominiocome essi dicevanodel reannullarono spietatamente tutt'i contratti ebeffandosi di ogni buona fedeturbarono il povero colonoil quale fu costrettoa ricomprarsi con una lite o col danaro quel terreno che era stato innaffiatodal sudore de' suoi maggiori e che formar dovea l'unica sussistenza de' figlisuoi.

Forse un giorno non si crederá che il furore dellerevindiche era giunto a segno che i cavalieri dell'ordine costantinianoimmaginando non so qual parentela tra Ferdinando quartogran maestrodell'ordinee sant'Antonio abatediedero a credere al re che tutt'i beniiquali nel Regno fossero sotto l'invocazione di questo santosi appartenessero alui; ed egliin ricompensa del consiglio e delle cure che mettevano i cavalieriin ricercare tali beni ovunque fosserocredette utile allo Statoed inconseguenza giustotoglier tali beni a coloro che utilmente li coltivavanoedarli ad altrii qualiessendo cavalieri costantinianiavevano il diritto divivere oziosi.

Le municipalitá presso di noi avevano molti fondi pubbliciche le stesse popolazioni amministravanola rendita de' quali serviva a pagarei pubblici pesi. Molti altri ve n'eranosotto nome di «luoghi pii»addettialla pubblica beneficenzafin da que' tempi ne' quali la sola religionesottonome di «caritá»potea indurre gli uomini a far un'opera utile a' lorosimili ed il solo nome di un santo potea raffrenar gli europei ancora barbaridall'usurparli. Mille abusi ivi eranoe nell'oggetto e nell'amministrazione ditali fondi; ma essi intanto formavano parte della ricchezza nazionaleed ilprivarne la nazionesenza che altronde avesse avuto niun accrescimento di artie di commercio onde supplirviera lo stesso che impoverirla. Il tempochetutt'i mali riforma meglio dell'uomoavrebbe corretto anche questo.

Una parte di questi fondi pubblici fu occupata dalla corteequesto non fu il maggior male; l'altrasotto pretesto di essere maleamministrata dalle popolazionifu fatta amministrare dalla Camera de' conti eda un tribunale chiamato «misto»ma chenella miscela de' suoi subalternitutt'altro avea che gente onesta. L'amministrazione dalle mani delle comunipassò in quelle de' commessi di questi tribunalii quali continuarono a rubareimpunementee tutto il vantaggioche dalle nuove riforme si ritrassefu chesi rubò da pochidove prima si rubava da molti; si rubò dagli oziosidoveprima si rubava dagl'industriosi; il danaro fu dissipato tra i vizi ed il lussodella capitaledove che prima s'impiegava nelle province; la nazione divennepiú poverae lo Stato non divenne piú ricco.

Lo stesso era avvenuto per i fondi allodiali e gesuitici(18).Tutto nel regno di Napoli tendeva alla concentrazione di tutt'i rami diamministrazione in una sola mano. Ma questa manonon potendo tutto fare da sédovea per necessitá servirsi di agenti non fedelie la nazione allora cade inquel deplorabile statoin cui dagl'impieghi sperasi non tanto l'onore di servirla patria quanto il diritto di spogliarla. Allora la nazione è inondata daquelle «vespe» giudicatriciche tanto ci fanno ridere sulle scene diAristofane.

La nostra capitale incominciava ad essere affollata daquest'insettii qualicolla speranza di un miserabile impiego subalternotrascurano ogni fatica: intanto i vizi ed i capricci crescono coll'ozioedilmiserabile soldo che hanno non crescendo in proporzionesono costretti a tenerenell'esercizio del loro impiego una condotta la quale accresca la loro fortuna aspese della fortuna dello Stato e del costume della nazione. Io giudico dellacorruzione di un governo dal numero di coloro che domandano un impiego pervivere: l'onesto cittadino non dovrebbe pensare a servir la patria se non dopodi avere giá onde sussistere. Romanell'antica santitá de' suoi costuminonconcedeva ad altri quest'onore. Cosí il disordine dell'amministrazione è lapiú grande cagione di pubblica corruzione.

Sul principio il disordine nelle finanze attaccò i piúricchi; masiccome la loro classe formava anche la classe degl'industriosieda questi il rimanente del popolo vivevacosí il disordine attaccò l'animadello Statoe tra poco tutte le membra doveano risentirsene egualmente.

Nulla bastava alla corte di Napoli. Non bastò il danaroritratto dallo spoglio delle Calabrie; si rimisero in uso i «donativi»; nonpassò anno senza che ve ne fosse uno. Finalmente neanche i «donativi» furonosufficientied incominciaron le operazioni de' banchi.

I banchi di Napoli erano depositi di danaro di privatiaiquali il governo non prestava altro che la sua protezione. Erano sette corpimoraliche tutti insieme possedevano circa tredici milioni di ducati ed aiquali la nazione ne avea affidati ventiquattro. Le loro carte godevano ilmassimo creditotra perché ipotecate sopra fondi immensitra perché un corpomorale si crede superiore a quegli accidenti a cui talora va soggetto unprivatotra perché tenevano sempre i banchi il danaro di cui si dichiaravanoper depositari e che non potevano convertire in altro uso. Fino al 1793 essifurono riputati sacri.

La regina pensò da banchi privati farli diventar banchi dicorte. Il primo uso che ne fece fu di gravarli di qualche pensione in beneficiodi qualche favorito; il secondo fu di costringerli a far degl'imprestiti aqualche altro favorito meno vile o piú intrigante; il terzodi far contribuiregrosse somme per i progetti di Actonche si chiamavano «bisogni dello Stato»quasi che il danaro dei banchi non fosse danaro di quegl'istessi privatich'erano stati giá tassati. Indi incominciarono le operazioni segrete. Sifecero estrazioni immense di danaro: quando non vi fu piú danarosi fecerofabbricar carteonde venderle come danaro. Le carte circolanti giungevano acirca trentacinque milioni di ducatide' quali non esisteva un soldo.

Allora incominciò un agio fino a quel tempo ignoto allanazionee che in breve crebbe a segno di assorbire due terzi del valore dellacarta. La cortelungi dal riparare al male allorché era sul nascerel'accrebbecontinuando tutto giorno a metter fuori delle carte vuote efacendole convertire in contanti per mezzo de' suoi agenti a qualunque agio nevenisse richiesto. Si vide lo stesso sovrano divenir agiotatore: se avessevoluto far fallire una nazione nemicanon potea fare altrimenti.

L'agio era tanto piú pesante quanto che non si trattava dibiglietti di azionenon di biglietti di cortela sorte de' quali avesseinteressati soli pochi renditieri; si trattava di attaccare in un colpo solotutto il numerario e di rovesciar tutte le proprietátutto il commerciotuttala circolazione di una nazione agricolala quale di sua natura ha sempre lacircolazione piú languida delle altre. La corte si scosse quando il male erairreparabile. Diede i suoi allodiali per ipoteca delle carte vuote; ma né que'fondi potean ritrovare cosí facilmente compratorinévendutiriparatoavrebbero alla mala fede. Conveniva persuadere al popolo che di carte vuote nonse ne sarebbero piú fattecioè conveniva persuadere o che la corte nonavrebbe avuto piú bisogno o cheavendo bisognonon avrebbe adoperatol'espediente di far nuove carte. Lo stato delle cose avrebbe fatto temere ilbisognola condotta della corte faceva dubitar della sua fede. Come fidarsi diuna cortela qualeavendo giá incominciata la vendita de' beni ecclesiasticiinvece di lacerar due milioni e mezzo di carte ritratte dalla venditali rimisedi nuovo in circolazione? Cosí questa porzione di debito pubblico venne aduplicarsipoiché rimasero a peso della nazione le carte e si alienòl'equivalente de' fondi.

Non manca talunoil quale ha creduto la vendita de' beniecclesiastici essere stata effettonon giá di cura che si avesse di riempireil vuoto de' banchima bensí di timore che essi servissero di pretesto e distimolo ad una rivoluzione. Quanto meno vi sará da guadagnaredicevasitantominore sará il numero di coloro che desiderano una rivoluzione. L'uomo che sidice autor di questo consiglio conosceva egli la rivoluzionegli uominila suapatria?

 

X

 

Continuazione. - COMMERCIO

 

Il disordine de' banchiquindici anni primaforse o non visarebbe stato o sarebbe stato piú tollerabileperché la nazione avea alloraun erario sufficiente a riempire il vuoto che ne' banchi si facevao almeno amantenervi sempre tanto danaro quanto era necessario per la circolazione. È unaveritá riconosciuta da tuttiche ne' pubblici depositi può mancare unaporzione del contante senza che perciò la carta perda il suo credito; maconviene che la circolazione sia in piena attivitá e chementre una partedella nazione restituisce le sue carteun'altra depositi nuovi effetti. OrainNapoli da alcuni anni era cessata del tutto l'introduzione delle nuove speciepoiché estinta era ogni industria nazionalee quei rapporti di commercio chesoli ci eran rimasti colle altre nazioni erano tutti passivi. I tremuoti del1783 epiú de' tremuotil'economia distruttiva della corte avean desolate leCalabrie; due delle piú fertili province eran divenute deserte. Ildisseccamento delle paludi Pontine e la coltura che Pio sesto vi avevaintrodotta ci avean tolto o almeno diminuito un ramo utilissimo di esportazionede' nostri grani. Noi avevamo altre volte un commercio lucrosissimo collaFranciae quello che sulla Francia guadagnavamo compensava ciò che perdevamocogli inglesicogli olandesi e coi tedeschi. La rivoluzione di Franciadistruggendo le manifatture di Marsiglia e di Lionefece decadere il nostrocommercio d'olio e di sete. Conveniva dare maggiore attivitá alle nostremanifatture di seta ed istituir delle fabbriche di sapone: esse sarebberodivenute quasi privative per noied avremmo ritratto almeno questo vantaggiodalla rivoluzione francese(19). Ma quest'oggetto non importava ad Acton.Conveniva serbare un'esatta neutralitála qualene' primi anni dellarivoluzione franceseavrebbe dato un immenso smercio de' nostri grani. Ma Actone la regina credevano poter far morire i francesi di fame. Intanto i francesidestarono i ragusei ed i levantinidai quali ebbero il granoe non morirono difame: noi perdemmo allora tutto il lucro che potevamo ragionevolmente sperareed oggi ci troviamo di aver acquistati in questo ramo di commercio de'concorrentitanto piú pericolosi in quanto che abitano un suolo egualmentefertile e sono piú poveri di noi. Ci si permise il solo commercio cogl'inglesipoiché il commercio di Olanda era anche nelle mani dell'Inghilterracioè cisi permise quel solo commercio che ci si avrebbe dovuto vietare: anzisiccomel'opinione della corte era venduta agl'inglesicosí l'opinione della nazionelo fu egualmente; e non mai le brillanti bagatelle del Tamigi hanno avuta tantavoga sul Sebetonon mai noi siamo stati di tanto debitori agl'inglesiquantonel tempo appunto in cui meno potevamo pagare. Questo disquilibrio di commercioha tolto in otto o nove anni alla nazione napolitana quasi dieci milioni di suodanaro effettivooltre tantoe forse anche piúche avrebbe dovuto e cheavrebbe potuto guadagnarese il vero interesse della nazione si fosse preferitoal capriccio di chi la governava.

A tutti questi mali erasi aggiunto quello di una guerraimmaginata e condotta in modo che distruggeva il Regnosenza poterci farsperare giammai né la vittoria né la pace. Si manteneva da quattro anni unesercito di sessantamila uomini ozioso nelle frontiereed il suo mantenimentocostava quanto quello di qualunque esercito attivo in campagna. Per conservarcome si diceala pace del Regnola quale si dovea fondar solo sulla buona fededel resi richiesero nuovi soccorsi al popolo; e si ottennero. Si richiese nonsolo l'argento delle chiesema anche quello de' privatidando loro in prezzodelle carte che non avevano alcun valore; e si ottenne(20). S'impose una decimasu tutti i fondi del Regnola quale produceva quasi il quarto di tutti glialtri tributi che giá si pagavano. Ma tutte queste risorseche non furonopiccolesi dissiparonosi perdetteropassando per mani negligenti o infedeli.

Si spogliarono le campagne di cavallidi mulidi bovicheparte morirono per mancanza di ciboparte si rivendettero da quegl'istessi chene avean fatta la requisizione.

Si tolsero nella prima leva le migliori bracciaall'agricolturaallo Stato la piú utile gioventúchestrappata dal senodelle loro famigliefu condotta a morire in San GermanoSessa e Teano: l'ariapestilenziale di que' luoghi e la mancanza di tutte le cose necessarie allavitain una sola estatene distrussero piú di trentamila. Una disfatta non neavrebbe fatto perdere tanti.

Allora si vide quanto la nazione napolitana era ragionevoleamante della sua patriama nel tempo istesso nemica di opressioni ed'ingiustizie. Erano due anni da che si era ordinata una leva di sedicimilauominima questa levacommessa ad agenti venalinon era stata eseguita: lanazione vi aveva opposti tanti ostacoliche pochissime popolazioni appenaaveano inviato il contingente delle loro reclute. Gli abitanti delle provincedel regno di Napoli non amavano di fare il soldato mercenarioservo de'capricci di un generale tedescoche non conosce altra ordinanza che il suobastone. La corte vide il male; la nuova leva fu commessa alle municipalitá osia alle stesse popolazionied i nuovi coscritti furon dichiarati«volontari»da dover servire alla difesa della patria fino alla pace. Al nomedi «patria»al nome di «volontari»tutti corseroe si ebbe in pochissimigiorni quasi il doppio del numero ordinato colla leva. Ma questi stessiun annodopodisgustati dai cattivi trattamenti della cortee piú dalla sua malafedeper la maggior parte disertarono. Essi erano volontari da servir fino allapace; la pace si era conchiusaed essi chiesero il loro congedo. Un governosavio l'avrebbe volentieri accordatosicuro di riaverli al nuovo bisogno; ma ilgoverno di Napoli non conosceva il potere della buona fede e della giustizia:anziché esserne amatocredeva piú sicuro esser temuto dai suoi popolie nefu odiato. Tanti disertoriper evitare il rigore delle persecuzionisidispersero per le campagne: il Regno fu pieno di ladri e le frontiere rimaseroprive di soldati.

I cortigiani diedero torto ai soldatiperché volevanoadular la corte(21); gli esteri diedero torto ai soldatiperché volevanoavvilir la nazione; e molti tra' nostriche pure hanno fama di pensatoridiedero torto ai soldatiperché non conoscevano la nazione ed adulavano gliesteri. Questi piccoli tratti caratterizzano le nazionigli uomini che legovernano e quelli che le giudicano.

 

XI

 

GUERRA

 

Tale era lo stato del Regno sul cadere dell'estate del 1798quando la vittoria di Nelson ne' mari di Alessandria(22)lo scarso numero dellatruppa francese in Italiale promesse venali di qualche francesela nuovaalleanza colla Russia epiú di tuttogl'intrighi del gabinetto inglesefecero credere al re di Napoli esser venuto il momento opportuno a ristabilirele cose d'Italia.

Da una partela repubblica romanateatro delle primeoperazioni militaripiú che di uno Statopresentava l'apparenza di undesertoi pochi uomini abitatori del qualeinvece di opporsi all'invasoredovean ricevere chiunque loro portasse del pane. Dall'altral'imperatore diGermania rivolgeva di nuovo pensieri di guerra: né egli né il Direttoriovolevan piú la pace; e si osservava chementre i plenipotenziari delle duepotenze stavano inutilmente in Rastadti francesi occupavano la Svizzera ed irussi marciavano verso il Reno.

Il re di Napoliper completare il suo esercitoordinò unaleva di quarantamila uominila quale fu eseguita in tutto il Regno in un giornosolo. In tal modo sulle frontiereal cader di ottobretrovaronsi riuniti circasettantamila uomini.

Mancava a queste truppe un generaleecredendosi che non sipotesse trovare in Napolisi chiese alla Germania. Mack giunse come un geniotutelare del Regno.

Il piano della guerra era che il re di Napoli avrebbe fattoavanzar le sue truppe nel tempo stesso che l'imperatore avrebbe aperta lacampagna dalla sua parte. Il duca di Toscana ed il re di Sardegna doveano avereanch'essi parte nell'operazioneed a tale oggetto facevano delle leve segretene' loro Stati; e si erano inviati dalla corte di Napoli settemila uomini sottoil comando del general Naselliil quale occupò Livorno ed a tempo opportunodovevainsieme colle truppe toscanemarciar sopra Bologna e riunirsi allagrande armata. Si era creduto necessariosotto apparenza di difesaoccuparemilitarmente la Toscanaperché quel governo eratra tutti i governi italianiil piú sinceramente alieno dai pensieri di guerra; e questo avea reso ilministero toscano tanto odioso al governo di Napoliche poco mancò che non sivedessero dei corpi di truppa spedirsi da Napoli in Livorno a solo fine diobbligare il granduca a deporre Manfredini. In tal modo i francesicircondatied attaccati in tutti i puntidovevano sloggiar dall'Italia.

Ma l'imperatore intanto non si moveatra perché forseopportuna non era ancora la stagionetra perché aspettava i russi che nonerano giunti ancora. Il Consiglio di Vienna avea risoluto di non aprir lacampagna prima del mese di aprile. Non si sa comesi ottennero lettere piúautorevoli delle risoluzioni del Consigliole quali permettevano all'esercitonapolitano di muoversi prima; e queste lettere erano state chieste ed ottenutecon tanta segretezzache il ministero istesso di Vienna non le seppe se nonnello stesso giorno nel quale seppe e la marcia delle truppe e la disfatta.Amarissimi rimproveri ne ebbe chi allora risedeva in Vienna per la corte diNapoli. Il ministro Thugut diceva che questa corte avea tradita la causa ditutta l'Europa e che meritava di esser abbandonata al suo destino. La protezionedell'imperatore Paolo primopresso il quale principal mediatrice fu lagranduchessa Elena Paolownaallora arciduchessa palatinasalvò la corte daglieffetti di questa minaccia. L'ambasciatore napolitano si giustificòmostrandoordini in faccia ai quali quelli del Consiglio dovean tacere. Ma rimase erimarrá sempre incerto e disputabile perché maicontro gli stessi propriinteressida Napoli si chiedevano e da Vienna si davano ordini segreticontrari al piano pubblicamente risolutoda tutti accettatoda tuttiriconosciuto per piú vantaggioso. Intendevasicon ciòingannar l'inimico ose stesso?

È probabile che la corte di Napoli ardesse di soverchiaimpazienza di discacciar i francesi dall'Italia. È probabile ancora che tantaimpazienza non nascesse da solo odioma anche da desiderio di trarre da unavittoriala quale credevasi sicuraun profittoche forse l'Austria nonavrebbe volentieri concedutomatrovandolo giá presolo avrebbe tollerato.Siccome nelle leghe non si dá mai piú di quello che uno si prendecosí de'collegati ciascuno si affretta a prendere quanto piú può e quanto piú prestoè possibile; la vicendevole gelosia genera la comune mala fede ementreciascuno pensa a sési obbliano gl'interessi di tutti. Main tale ipotesiperché mai l'Austria acconsentí alla dimanda di Napoli? Non è neancheinverosimile che Macksempre fertile in progetticredesse facile discacciar ifrancesi; esicuro de' primi successi (e chi non l'avrebbe credutoquando Macknon si conosceva ancora?)amava piú d'invitare l'imperatore a goderne i fruttiche dividerne la gloria.

Sopra ogni altra congettura però è verosimile che la cortedi Napoli operasse spesso senza l'intelligenza dell'imperatore di Germaniaperchémentre da una parte prestava il suo nome alla lega che si era strettanel Nord e della quale era il centro principale in Viennadall'altra mantenevaun suo ambasciatore in Parigiil qualequando la pace fu giá rottapotetteottenere dal Direttorio ordini tali al generale in capo dell'armata d'Italiache gl'impedivano d'invadere il regno di Napoli e limitavano le sue operazionimilitari a respingere solamente l'aggressione. Il corriere che portava taliordini funon si sa bene per quale accidenteassassinato nel Piemonte. Oraordini di tale naturaquando anche s'ignorino le trattative precedentiècerto che non si possono ottenere senza supporre o che il Direttorio ignorasseinteramente i disegni ed i movimenti del gabinetto di Napoliil che èincredibileo che avesse risoluto d'abbandonar l'Italiatalché la corte diNapolipiú che sugli aiuti degli alleatifondasse le speranze de' suoivantaggi sull'abbandono del governo francesee volesse perciò procurarseli dasé solaonde non esser costretta a dividerli cogli altri. È certo che laguerra con Napoli fu fatta contro gli ordini del Direttorio; che Championnet nonebbe altri che lo autorizzasse a farla se non il generale in capo Jouberte chein faccia al Direttorio dovette scusarsi colla ragione di quella necessitáchespesso spinge un generale oltre i limiti delle istruzioni superiori; e fuassolutoperché facilmente si giustifica ogni audacia che abbia ottenutoprospero successo.

Ma tutte queste cose agitavansi nel segreto del gabinettoné a tutti i ministri del re erano confidate. Miserabile condizione di tempine' quali la sorte de' popoli dipende piú dall'intrigo che dal valor veroevedesi un governoil quale poteva tutto ragionevolmente sperare dalle forzeproprie e dall'opportunitá delle circostanzeavvilirsi a cercar la vittoriadai capricci e dalle promesse degli uominimeno stabili della stessa fortuna!Se la corte di Napoliconsultando le proprie forze e la propria ragioneanziché la guerral'avesse guerreggiatane avrebbe ottenuti successi o piúfelici o meno disastrosi. Difatti il maggior numero de' consiglieri del resiache ignorassero le segrete ragioni sulle quali si fondavano tutte le speranzedel buon successosia che non vi mettessero molta federimasero fermi nelparere della pace. Ma Acton ebbe cura di allontanarli. Quando si decise laguerranon intervennero molti degli antichi consiglieri. Il marchese De Marcoil generale Pignatelliil marchese del Gallo eran per la pace. Per la pacefurono il maresciallo Parisi ed il general Collichiamati in Consigliosebbenenon consiglieri. Ma la reginaMackActonCastelcicala formarono la pluralitáe strascinarono l'animo del re.

- Che vi pare di questa guerra giá risoluta? - domandòmolti giorni dipoi la regina ad Ariolache era ministro di guerra e che intantonon ne sapeva ancor nulla. Ariolache avrebbe voluto tacerespronato aparlarele disse che da tal guerra vi era piú da temere che da sperare.

- Il re potrebbe - disse Ariola - sostener con vantaggio unaguerra difensivama tutto gli manca per l'offensiva. Egli non combatte ad armieguali. I francesipochi di numeroson tutti soldati avvezzi alla guerra edalla fatica; l'esercito nostro è per metá composto di reclute strappate appenada un mese dal seno delle loro famiglieed il loro numero maggiore non serviráche ad imbarazzare i buoni veterani che son tra loroed a rendere piúsensibile la mancanza in cui siamo di buoni officialiil numero de' quali nonabbiam potuto raddoppiare in un momentocome abbiam raddoppiato quello dellatruppa. Perché non si aspetta che queste truppe si disciplinino? Perché non siaspetta che l'imperatore si muova il primo? Tanta fretta si ha dunque divincereche non si ha cura neanche di render sicura la vittoria? Tanto certo èdella vittoria Mackche si avvia senza neanche pensare alla possibilitá di unrovescio? Si apre una guerra nelle frontiereè necessario che uno de' dueStati immediatamente sia invaso; ed intanto niuna cura egli si ha preso delladifesa dell'interno del Regnoche tutto è apertoedal primo rovescio chenoi avremoil nemico sará nel cuore de' nostri Stati. A noi non sará moltofacilesoli e senza il soccorso dell'imperatorediscacciar l'inimicodall'Italiaefinché ciò non si ottenganulla si potrá dir fatto. Moltevittorie bisognano a noi: una sola basta all'inimico. Quanto piú l'inimico siavanzerátanto piú facile troverá la strada alla vittoria; ma quando piú ciavanzeremo noitanto maggiori e piú numerosi ostacoli incontraremo: la sortedell'inimico si decide in un momento; la nostrasebbene prosperaavrá bisognodi molto tempo. Intanto Mackquasi potesse terminar la guerra in pochi giornisi avvia verso un paese desolatoove è penuria di tuttosenza aver primapensato a provvedersied in una stagione in cui difficili sono i trasporti ed igeneri non abbondanti. Egli si avvia a conquistare il territorio altrui e forsea perdere il proprio. -

Quale fu l'effetto di questo discorso? Mack ed Acton se neoffeseroActon minacciò AriolaAriola se ne dolse col re ementre il re glidava ragioneActon in sua presenza gli tolse il portafoglio. Pochi giornidipoil'esperimento confermò la veracitá de' suoi pronostici. Il refuggitoda Romagiunse a Caserta: si ricorda di Ariola e lo invoca come l'unico suoliberatore. Ariola parte pel campo onde concertare con Mack i mezzi di difendereil Regno da un'invasione. Trova lo stato maggiore in Terracinama Mack non vierané alcuno sapeva indicare ove mai si trovasse. Intanto vede ritornarl'esercito tutto disperso. Crede necessario tornare in Caserta e non perdertempo. Poche ore dopo la di lui partenzaMack arriva. Scrive al re che ilministro della guerra era un vileil quale avea abbandonato il suo posto. EdAriola è arrestato. Né è improbabile che a questa disgrazia di Ariola abbiaprestata la sua mano anche Actonse è vero ciò che taluni diconocheaccusato egli di aver mal diretti alcuni preparativi militariabbia volutofarne creder colpevole Ariola ed abbia afferrata potentemente l'occasione dipoter far sequestrare le di lui carteonde non si venisse mai in chiaro delvero autore. Credeva egli con un delitto di cortigiano conservar la fama digenerale?

 

XII

 

Continuazione.

 

La guerra fu risoluta. Si pubblica un proclamacol quale ilre di Napolicon equivoche paroledichiara che egli voleva conservarl'amicizia che aveva colla repubblica francesema che si credeva oltraggiatoper l'occupazione di Maltaisola che apparteneva al regno di Siciliae nonpoteva soffrire che fossero invase le terre del papache amava come suo anticoalleato e rispettava come capo della Chiesa; che avrebbe fatto marciare il suoesercito per restituire il territorio romano al legittimo sovrano (si lascia indubbio se questo sovrano fosse o no il papa); ed invita qualunque forza armata aritirarsi dal territorio romanoperchéin altro casose le sarebbedichiarata la guerra. Simile proclama non si era veduto in nessun secolo delladiplomaziaa meno che i romani non ne avessero formato unoallorchéordinarono agli altri greci di non molestar gli acarnaniiperché tra i popolidella Grecia erano stati i soli che non avevano inviate truppe all'assedio diTroia.

Questo proclama fu pubblicato a' 21 novembre. A' 22 tuttol'esercito partí ediviso in sette colonneper sette punti diversi entrò nelterritorio romano. Le colonne che mossero da San Germano e da Gaeta siavanzarono rapidissimamente. Né la stagione dirottamente piovosané i fiumiche s'incontrarono pel camminoné la difficoltá de' trasporti di artiglieriae viveri in cammini impraticabili per profondissimo fangofecero arrestar gliordini di Mack. Egli non faceva che correre: si lasciava indietro l'artiglieriacominciavano a mancare i viveriil soldato era privo di tuttoavea bisogno diriposo; e Mack correva. Le colonne di Micheroux e di Sanfilippo erano state giábattute negli Apruzzi. La voce pubblica di questo rovescio incolpò i generali;ma è certo che posteriormente la condotta di Micheroux è stata esaminata da unConsiglio di guerra ed è stata trovata irreprensibile. Di Sanfilippo nonsappiamo nulla. Ma la voce pubblica in questi casi non merita mai intera fedeperché il popolo giudica per l'ordinario dall'esito e spesso dá piú lode epiú biasimo di quello che taluno merita. Mackil quale non avea pensato mai astabilire una ferma comunicazione tra i diversi corpi del suo esercito ed unconcerto tra le varie loro operazioninon seppe se non tardi un avvenimento ilquale dovea cangiar tutto il suo pianoed intanto continuava a correre. Giunsea' 27 di novembre in Roma. S'impiegarono cinque giorni in un cammino che neavrebbe richiesto quindici. Non si concessero che cinque ore di riposo sotto learmi alla truppae fu costretta di nuovo a correre a Civita Castellana. Per lastrada i viveri mancarono del tutto: i provvisionieri dell'esercito chiedevanoinvano a Mack ove dovessero inviarli; gli ordini del generale erano tantorapidichementre si eseguiva il primosi era giá dato il secondoil terzoil quartoil quinto; i viveri si perdevano inutili per le stradeed i soldatie i cavalli intanto morivano di fame. Quando giunsero a Civita Castellanainostri da tre giorni non avean veduto pane. Essi erano nell'assolutaimpossibilitá di poter reggere a fronte di un nemico frescoche conosceva illuogo e che distrusse il nostro esercitoraggirandolo qua e lá per siti ove ilmaggior numero era inutile.

Mack non seppe ispirar coraggio ad una truppa nuovaesercitandola con piccole scaramucce contro i piccoli corpi nemici che incontròda Terracina a Roma e chemessi per insensato consiglio in libertáprodusserodue mali gravissimi: il primo de' quali fu quello di non avvezzare le truppe suealla vittoria quando questa era facile e sicura; il secondodi accrescer ilnumero de' nemici nel momento delle grandi e pericolose azioni. Non seppe Mackfar battere due colonne nello stesso tempo: furon tutte disfatte in dettaglio.Mack ignorava i luoghi dove si trovava esull'orlo del precipiziocredeva efaceva credere al re che le cose andavano prospere. Per la resistenza che ifrancesi avean fatta all'esercito del re delle Due Siciliecostui dichiaròloro la guerra a' 7 dicembrecioè quando la guerra per le disfatte ricevuteera giá terminatae dovea pensarsi alla pace. Dopo due altri giornituttol'esercito fu in rottae Mack non trovò altra risorsa che correre indietrocome prima avea corso in avanti. In meno di un meseFerdinando partícorsearrivòconquistò il regno altruiperdette uno de' suoi epoco sicurodell'altrofu quasi sul punto di fuggire fino al terzo suo regno di Gerusalemmeper ritrovare un asilo.

Io non sono un uomo di guerra: gli altri leggeranno la storiadi tali avvenimenti nelle Memorie di Bonamy ed in quelle del nostroPignatelliche vide i fatti e che era capace di giudicarne. Mack ha pubblicatoanch'egli la sua Memoria. Egli calunnia la nazione e l'esercito. Mal'esercitoalla testa del quale fu battutonon era quello stesso esercito colqualementre taluno lo consigliava a procedere piú adagioegli avea detto divoler conquistare l'Italia in quindici giorni?(23).

Quest'uomoche un momento prima sfidava tutte le potenzedella terraal primo rovescio perdette tutto il suo genio. Sebbene battutopure conservava tuttavia forze infinitamente superiori; ese non potevavincerepoteva almeno resistere: cogli avanzi del suo esercito poteva fermarsia Velletri oppure al Gariglianoove potea per lungo tempo contendere il passo:potea salvar Gaeta e salvare il Regno. Ma egliche nella sua fortuna non aveafatto altro che correrenella disgrazia non seppe far altro che fuggire; né sifermò se non giunse a Capuadove pensava difendersi e dove non si trattenneche un momento.

Capua si poteva facilmente difendere e di lá forse si poteacon migliori auspíci ritentar di nuovo la sorte delle armi. Ad un proclama chesi pubblicò per la leva in massatutto il Regno fu sulle armi. Gli apruzzesisi opposero alla divisione di Rusca ese non riuscirono ad impedirgli il passofecero però sí che gli costasse molto caro. Tra le montagne impraticabilidella provincia dell'Aquila non si pervenne mai ad estinguere l'insorgenzae lastessa capitale della provincia non fu che per pochi giorni in poter de'francesiridotti a doversi difendere entro il castello. L'altra divisionechevenne per Terracina e Gaetasi avanzò fino a Capuama non potette impedirel'insorgenzache era scoppiata ad Itri e Castelforte; e gl'insorgentichecedettero per poco le pianuresi rifuggirono nelle loro montagnedondetornarono poco dopo ad infestare la coda dell'esercito franceseche vide rottaogni comunicazione coll'alta Italia. Un corpo di truppe difendeva con valore econ felice successo il passo di Caiazzo. Capua avea quasi dodicimila uomini diguarnigione. Tutti gli abitanti delle contrade di Nola e di Caserta eransilevati in massaed eravi ancora un corpo di truppe intatto comandato da Gams.

Io dirò cosa che ai posteri sembrerá inverosimilema cheintanto mi è stata giurata da quasi tutt'i capuani. Se Capua non fu presa persorpresa non fu merito di Mackma di un semplice tamburo o cannoniere che fossestatoil quale di proprio movimento die' fuoco ad un cannone de' posti avanzativerso San Giuseppe e fece sí che i francesi si arrestassero. Mack certamentenon avea data alcuna disposizione di difesa.

Io lo ripeto: non sono uomo di guerrané imprendo adesaminar ad una ad una le operazioni e gli accidenti della campagna. Ma io credoche gli accidenti debbano mettersi a calcolo e che la somma finale dell'esitodipenda meno dagli accidenti che dal piano generale. Mack peccò naturalmentenell'estender troppo la linea delle sue operazionitalché il minimo urtodell'inimico gliela ruppe. Ebbe piú cura dell'inimico che gli stava a fronteche di quello che gli stava sui fianchimentre forse questo era sempre piúterribile di quello; quindi è che egli si avanzò sempre rapidissimamenteequesta stessa rapiditáche alcuni chiaman vittoriafu la cagione principaledelle sue inopinate irreparabili disfatte. Battuto in un puntoMack fu battutoin tutta la lineaperché tutta la linea gli fu rotta. Quando Mack preparava unpiano tanto vasto per combattere un inimico debolissimomolti dissero che Mackera un gran generaleperché molti sono quelli che misurano la grandezza di unamente dalla grandezza delle forze che move: io dissi che era poco savioperchéla saviezza consiste nel produrre il massimo effetto col minimo delle forze.Mack è un generale da brillare in un gabinettoperché in un gabinettoappuntoe prima dell'azionepredomina nelle menti del maggior numero l'erroredi confonder la grandezza della macchina colla grandezza dell'artefice. Nonmanca Mack di quelle cognizioni teoretiche della scienza militare che impongonotanto facilmente al maggior numero. È sicuro di ottenere in suo favore lapluralitá de' voti un generale il quale vi parli sempre di matematicageografiastoriache vi rammenta i nomi antichi di tutt'i scitivi enumeratutte le grandi battaglie che gli hanno illustrati eda confermar ognievoluzione che gli vien fatta d'immaginarevi adduce l'esempio di EugeniodiMontecuccolidi Cesaredi Annibale e di Scipione. Il buon senso per altro pareche ci dovrebbe indurre a diffidare dei piani di campagna troppo eruditi: essiper necessitá son troppo noti anche all'inimicoed in conseguenza inutili.Tutto il vero segreto della guerradice Macchiavelliconsiste in due cose:fare tutto ciò che l'inimico non può sospettar che tu faccialasciargli faretutto ciò che tu hai previsto che egli voglia fare: col primo precetto renderaiinutile ogni sua difesacol secondo ogni offesa. Questi capitani soverchiamentesistematici hanno anche un altro difettoed è quello di dar un nessounaconcatenazione troppo stretta alle loro idee: si mandano il loro piano a memoriaese avviene che una volta la fortuna della guerra lo tocchirassomigliano ifanciulli che han perduto il filo della loro lezione e son costretti adarrestarsi. Vuoi conoscere a segni infallibili uno di questi capitani? Soffrepochissimo la contraddizione ed i consigli altrui: il criterio della veritá èper luinon giá la concordanza tra le sue idee e le cosema bensí tra le sueidee medesime. Prima dell'azione sono audacissimitimidissimi dopo l'azione:audacissimiperché non pensano che le cose possan esser diverse dalle ideeloro; timidissimiperchénon avendo prevista questa diversitánon vi sitrovan preparati. Affettano ne' loro discorsi estrema esattezza; ma questa èinesattissimaperché trascurano tutte le differenze che esistono nella natura.Numerano gli uomini e non li valutano: piú che nell'uomo confidannell'esercitopiú che nella virtú dell'animo confidano in quella del corpo epiú che nel valore confidan nella tattica. Questi duci piú potenti in paroleche in opere prevalgon sempreper disgrazia delle nazionio quando gli ordinimilitari di uno Stato sono tali che tutta l'esecuzione di una guerra dipenda daun'assemblea e da un Consiglioo quando coloro che reggono la somma delle cosenon sono esenti da ogni spirito di partito; e questo non è certamente il minorede' mali che lo spirito di partito e gli ordini mal congegnati soglion produrre.

 

XIII

 

FUGA DEL RE

 

I governi son simili agli uomini: tutte le passioni sonoutili al saggio e forman la rovina dello stolto. Il timore che la corte diNapoli ebbe de' francesiinvece d'ispirarle una prudente cautelafu cagione dirovinosa viltá. A forza di temerlili rese piú terribili di quello che erano.

Una persona di corte mi dicevapochi giorni prima didichiararsi la guerraesser prudente consiglio non far sapere al soldato cheegli andava a battersi contro i francesi econ tale ideal'essersi imaginatoquel gergo equivoco col quale fu scritto il proclama e col quale si ottenne ditener celato fino al momento dell'attacco il vero oggetto della spedizione. -Ebbene! - dissero i soldati quando lo seppero - ci si era detto che noi nonavevamo guerra coi francesi! - Questa non è stata una delle ultime cagioni percui in Napoli hanno mostrato piú coraggio le leve in massa che le trupperegolaried il coraggioinvece di scemar colle disfatteè andato crescendo.E sarebbe cresciuto anche dippiúse il generale non fosse stato Mack. Vi èdella differenza tra l'avvezzare un popolo a disprezzare il nemico ed il farglicredere che non ne abbia: il primo produce il coraggioil secondo laspensieratezzacui nel pericolo succede lo sbalordimento. Cesare i suoisoldatispaventati talora dalla fama delle forze nemichenon confortava coldiminuirlama coll'accrescerla. Una volta che si temeva vicino l'arrivo diIubaragunati a concione i soldati: - Sappiate - loro disse - che tra pochigiorni sará qui il re con dieci legionitrentamila cavallicentomila armatialla leggiera e trecento elefanti. Cessate quindi di piú vaneggiare per saperquali sieno le sue forze. - Cesare accrebbe il pericolo realechesebbengrandeha però un limiteper toglier quello della fantasiache non ha limitealcuno. Cosí voglion esser governati tutt'i popoli.

Lo stesso timoreche la corte ebbe ne' primi rovescileispirò il consiglio di una leva in massa. Si pubblicò un proclamacol quales'invitarono i popoli ad armarsi e difendere contro gl'invasori i loro benileloro famigliela religione de' padri loro: fu la prima volta che fu uditorammentare ai nostri popoli ch'essi erano sanniticampanilucani e greci. Fucommesso ai preti di risvegliare tali sentimenti in nome di Dio. Questeoperazioni non mancano mai di produrre grandi effetti. Il fermento maggiore fuin Napolidove un popolaccio immensosenza verun mestiere e verun'educazionenon vive che a spese de' disordini del governo e de' pregiudizi della religione.

Ma questo istesso fermentoche doveva e che potea conservareil Regnodivenneper colpa di Acton e per timore della cortela cagioneprincipale della sua rovina. Il popolo corse in folla al palazzo reale adofferirsi per la difesa del Regno. Un reche avesse avuto mente e cuorenonaveva a far altro che montare a cavallo e profittare del momento di entusiasmo:egli sarebbe andato a sicura vittoria. Acton lo ritenne. Il popolo volevavederlo. Egli non si volle mostrareed in sua vece fece uscire il generalePignatelli ed il conte dell'Acerra. Tra le tante parole che in tale occasioneciascuno può immaginare essersi detteuno del popolo disse: i mali del Regnoesser nati tutti dagli esteri che erano venuti a far da ministri; prima godersiprofonda pace e generale abbondanzada quindeci anni in qua tutto essercangiato; gli esteri esser tutti traditori: quindio per un sentimento dipatriottismodi cui il popolo napolitano non è privoo per ispirito diadulazione verso due cavalieri popolarisoggiunse: - Perché il re non fa primoministro il general Pignatelli e ministro di guerra il conte dell'Acerra? -Queste paroleraccolte da' satelliti di Acton e riferite a luimossero il dilui animo sospettoso ad accelerare la partenza. Da che mai dipende la salute diun regno!

Fu facile trarre a questo partito la regina. A trarvi ancheil resi fece crescere l'insurrezione del popolo. Gli agenti di Acton lospinsero la mattina seguente ad arrestare Alessandro Ferrericorriere digabinettoil quale portava un plico a Nelson: moltissimi hanno ragioni dicredere che costui fosse una vittima giá da lungo tempo designataperchéconscio del segreto delle lettere di Vienna alterate in occasione della guerra.Io non oso affermar nulla. Sia casosia effetto della politica del ministro odella vendetta di qualche suo inimico privatofu arrestato sul molo nel puntoin cui s'imbarcava per passare sul legno di Nelsonfu uccisoed il cadaveresanguinoso fu strascinato fin sotto il palazzo reale e mostrato al re in mezzoalle grida di «Morano i traditori!»«Viva la santa fede!»«Viva il re!».Il re era alla finestra; vide l'imponente forza del popolo ediffidando dipoterla reggereincominciò a temerla. Allora la partenza fu risoluta.

Furono imbarcati sui legni inglesi e portoghesi i mobili piúpreziosi de' palazzi di Caserta e di Napoli e le raritá piú pregevoli de'musei di Portici e Capodimontele gioie della corona e venti milioni e forsepiú di moneta e metalli preziosi non ancora coniatispoglio di una nazione cherimaneva nella miseria. La corte di Napoli avea tanti tesori inutilied intantoavea ruinata la nazione con un disordine generale nell'amministrazionecon unvuoto nelle finanze e ne' banchi; avea ruinata la nazionementre poteaaccrescer la sua potenzarendendola piú felice: la corte di Napoli dunque aveasempre pensato piú a fuggire che a restare! S'imbarcò di nottecome sefuggisse il nemico giá alle porte; e la mattina seguente (21 dicembre) si lesseper Napoli un avvisocol quale si faceva sapere al popolo napolitano che il reandava per poco in Sicilia per ritornare con potentissimi soccorsied intantolasciava il general Pignatelli suo vicario generale fino al suo ritorno.

Il popolo mostrò quella tacita costernazionela quale vienmeno dal timore che dalla sorpresa di un avvenimento non previsto. Ne' primigiorni che il re per tempo contrario si trattenne in radatutti corsero avederlo ed a pregarlo perché si restasse; ma gl'inglesii quali giá loconsideravano come lor prigioniereallontanavano tutti come vili e traditori.Il re non volle o non gli fu mai permesso di mostrarsi. Questi duri e nonmeritati disprezzila memoria delle cose passatela perdita di tante ricchezzenazionalii mali presentipassati e futuri diedero luogo alla riflessione escemarono la pietá. Il popolo lo vide partire a' 23 dicembre senza dispiacere esenza gioia.

 

XIV

 

ANARCHIA DI NAPOLI ED ENTRATA DE' FRANCESI

 

Nella storia dell'Italiagli avvenimenti della fine delsecolo decimottavo somiglian quelli della fine del secolo decimoquinto. Inambedue le epoche gli stessi avvenimenti furon prodotti dalle stesse cagioni eseguíti dai medesimi effetti. In amendue le epoche il Regno fu perduto peropera di picciolissime forze inimiche: nel decimoquinto secoloi partiti chedividevano il Regno vi attirarono la guerra; nel decimottavola guerra e ladisfatta vi suscitarono i partiti: in quelloil re avea tentato tutt'i mezziper evitar la guerra; in questotutti li avea messi in opera per suscitarla: loscoraggiamentodopo la disfattaeguale e nel re aragonese e nel borbonico; maprima della guerra questi ha dimostrato coraggio maggiore di quello. In ambeduele epoche però il Regno fu perduto quando il fatto posteriore ha dimostrato cheera facile il conservarlopoiché è impossibile credere che non si avessepotuto facilmente conservare quel Regnocheanche dopo la perdita fattanesiè potuto tanto facilmente ricuperare. In ambedue le epoche ha preceduta laperdita del Regno una vicendevole e funesta diffidenza tra il re ed i popolinon irragionevole nell'epoca degli Aragonesipriva però di ogni ragione ne'tempi nostri. Ferdinando di Aragona avea trattati crudelmente i baronii qualiavean tramata una congiura e guerreggiata una guerra civile; Vanni avea punitauna congiura che ancora non si era tramata ed il pensiero di una ribellione chenon si poteva eseguire. In amendue le epoche alla difesa del Regno è mancatal'energia piuttosto ne' consigli del re che nelle azioni de' popoli. Finalmentein ambedue le epoche il Regno è stato abbandonato dai vincitoriperchécostretti a ritirar le loro forze nell'Italia superiore.

Io vorrei cheogni qual volta succede un simile avvenimentosi rileggesse la seguentenon saprei dir se dottrina o profezia di Macchiavelli:«Credevano - dice egli - i nostri principi italianiprima che essiassaggiassero i colpi delle oltramontane guerreche ai principi bastasse saperenegli scritti pensare una cauta rispostascrivere una bella letteramostrarene' detti e nelle parole arguzia e prontezzasaper tessere una fraudeornarsidi gemme e di orodormire e mangiare con maggior splendore che gli altritenere assai lascivie intornogovernarsi coi sudditi avaramentesuperbamentemarcirsi nell'oziodare i gradi della milizia per graziadisprezzare se alcunoavesse dimostrato loro alcuna lodevole viavolere che le parole loro fosseroresponsi di oracoli; né si accorgevano i meschini che si preparavano ad esserpreda di qualunque gli assaltava. Di qui nacquero nel 1494 i grandi spaventilesubite fughe e le miracolose perdite; e cosí tre potentissimi Statiche eranoin Italiasono stati piú volte saccheggiati e guasti». Non è meraviglia chegli stessi errori abbiano avuti nel 1798 gli stessi effetti e che unpotentissimo regno sia rovinato nel tempo stessoin cuicon ordini piú savitale era lo stato politico di Europadovea ingrandirsi. «La meraviglia è -continua Macchiavelli - che quelli che restano» anzi quegli stessi che hansofferto il male«stanno nello stesso erroree vivono nello stessodisordine».

La Cittá(24) avea assunto il governo municipale di Napoli:erasi formata una milizia nazionale per mantenere il buon ordine. Il popolo ne'primi giorni riconosceva l'autoritá della Cittá; tutto in apparenza eratranquillo: ma il fuoco ardeva sotto le ceneri fallaci. Pignatelli avrebbedovuto avvedersi che il pericoloso onorea cui era stato destinatoera forsel'ultimo tratto del suo rivale Acton per perderlo. Egli avrebbe potutovendicarsi del suo rivalerender al suo re uno di quei servigi segnalati estraordinariper i quali un uomo acquista quasi il nome ed i diritti difondator di una dinastiarenderne un altro egualmente grande alla patria;avrebbe potuto o vincere la guerra o finirlarisparmiando l'anarchia e tutti imali dell'anarchia: le circostanze nelle quali trovavasi erano straordinariemaegli non seppe concepire che pensieri ordinari.

Si disse che la reginapartendogli avesse lasciateistruzioni segrete di sollevare il popolodi consegnargli le armidi produrrel'anarchiadi far incendiare Napolidi non farvi rimanere anima vivente «danotaro in sopra»... Sia che queste voci fossero veresia che fossero stateimmaginatequasi inevitabili conseguenze dell'insurrezione che la reginapartendoorganizzavaè certo però che queste voci furono da tutti ripetuteda tutti credute; enell'osservare le vicende di una rivoluzionemeritanoeguale attenzione le voci vere e le falseperchéessendoa differenza de'tempi tranquillil'opinione del popolo grandissima cagione di tutti gliavvenimentidiviene egualmente importante e ciò che è vero e ciò che sicrede tale.

Pochi giorni dopo si videro i primi funesti effetti degliordini della regina nell'incendio de' vascelli e delle barche cannonierechenon eransi potuteper la troppo precipitevole fugatrasportare in Sicilia.Poche ore bastarono a consumare ciò che tanti anni e tanti tesori costavanoalla nostra nazione. Il conte Thurn da un legno portoghese dirigea e miravatranquillamente l'incendio; ed allo splendore ferale di quelle fiamme parve cheil popolo napolitano vedesse al tempo stesso e tutti gli errori del governo etutte le miserie del suo destino.

Il popolo non amava piú il renon volea neanche udirlonominare; maripiena la mente delle impressioni di tanti anniamava ancora lasua religioneamava la patria e odiava i francesi. Da queste sue disposizionisi avrebbe potuto trarre un utile partito. Insursero delle gare tra la Cittá edil vicario generale. Questi volea usurparsi dritti che non aveaquasi cheallora non fosse stato piú utile ed anche piú glorioso cedere tutti quelli cheavea: quella si ricordava che tra' suoi privilegi eravi anche quello di nondover mai esser governata dai viceré. La Cittá allora spiegò molta energia.Perché dunque allora non surse la repubblica? Il popolo avrebbe senza dubbioseguíto il partito della Cittá. Matra coloro che la reggevanoalcunipendevano per una oligarchiala quale non avrebbe potuto sostenersi a frontedelle provincedove l'odio contro i baroni era la caratteristica comune ditutte le popolazioni; enello stato in cui trovavansi gli animi e le cosevolendo stabilirsi un'oligarchiasarebbe stato necessario rinunciare allafeudalitá. Altri non osavano; e vi fu anche chi propose di doversi offrire ilRegno ad un figlio di Spagnaquasi che questo progetto fosse alloranon dicolodevolema eseguibile. Ne' momenti di grandissima trepidazionequandodiscordi sono le idee e molti i partitidifficile è sempre ritrovar la via dimezzo epiú che altroveera difficilissimo in Napolidove il maggior numerocredeva i francesi indispensabili a fondare repubbliche.

Intanto Capua si difendeva ed il popolo applaudiva alla suadifesa. Si era anche lusingato di maggiori vantaggipoiché facile è sempre ilpopolo a sperare e non mai manca chi fomenti le sue speranze. Ai 12 però digennaio lesse affisso per Napoli l'armistizio conchiuso tra il generale franceseed il vicario Pignatelliper lo quale i francesi venivano ad acquistare tuttoquel tratto del Regno che giace a settentrione di una linea tirata da Gaeta perCapua fino all'imboccatura dell'Ofanto; ed inoltreper ottener due mesi diarmistizioil vicario si obbligava pagar tra pochi giorni la somma di duemilioni e mezzo di franchi.

Non mai vicario alcuno di un re conchiuse un similearmistizio. La gloria gli consigliava a contrastare sulle mura di Capua il passoai francesi ed a morirvi; la prudenza gli consigliava a cedere tutto e salvar lasua patria da nuove inutili sciagure. Che poteva sperarsi da un breve armistiziodi due mesi? Non vi era neanche ragione di poter sperare un trattato. Il funestoconsiglio per cui il re erasi messo in mano degl'inglesilo metteva nella duranecessitá di perdere o il Regno di Napoli o quello di Sicilia. Avea il recommesso lo stesso errore pel quale erasi perduto l'ultimo dei re della dinastiaaragonesequello cioè di mettersi in braccio di uno de' due che si disputavanoil di lui Regno; quell'errore dal quale il savio Guicciardini ripete l'ultimarovina di quella famigliapoiché per esso le fu impedito di profittar delleoccasioni che ne' tempi posteriori la fortuna le offrí a ricuperare il trono.Perché dunque il vicario volle frappor del tempo tra la cessione ed ilpossessoe lasciar libero lo sfogo all'odio che il popolaccio avea contro ifrancesiquando questi erano abbastanza vicini per destarlo e non ancora tantoda poterlo frenare? Volea la guerra civilel'anarchia? Tali erano gli ordinidella regina?

Il popolo si credette tradito dal vicariodalla Cittádaigeneralidai soldatida tutti. La venuta de' commissari francesispediti adesigere le somme promesseaccrebbe i suoi sospetti ed il suo furore. Il giornoseguentecorse ai castelli a prender le armi; i castelli furono apertilatruppa non si opposeperché non avea ordine di opporsi. Il vicario fuggí comeera fuggito il re; il popolaccio corse a Caivano(25) per deporre Mackil qualesebbene alla testa delle truppenon seppe far altro che fuggire(26). Ognivincolo sociale fu rotto. Orde forsennate di popolaccio armato scorrevanominaccianti tutte le strade della cittágridando «Viva la santa fede!»«Viva il popolo napolitano!». Si scelsero per loro capi Moliterni eRoccaromanagiovani cavalieri che allora erano gl'idoli del popoloperchéavean mostrato del valore a Capua ed a Caiazzo contro i francesi. Riuscironocostoro a frenar per poco i trascorsi popolarima la calma non durò che duegiorni. I francesi erano giá quasi alle porte di Napoli.

S'inviò al loro quartier generale una deputazione compostada' principali demagoghiperché rinunciassero al pensiero di entrare inNapoliofferendo loro e quello che era stato promesso coi patti dell'armistizioe qualche somma di piú. La risposta de' francesi fu negativaqual si doveaprevederema non qual dovea essere: qualche nostro emigratomentre moltissimiconvenivano della ragionevolezza della dimandaaggiunse alla negativa leminacce e l'insulto; e ciò finí d'inferocire il popolo.

Non mancavano agenti della corte che lo spingevano a nuovifurorinon mancava quello spirito di rapina che caratterizza tutt'i popolidella terranon mancavano preti e monaci fanaticii qualibenedicendo le armidi un popolo superstizioso in nome del Dio degli esercitiaccrescevano collasperanza l'audacia e coll'audacia il furore. La Cittáche sino a quel giornoavea tenute delle sessionipiú non ne tenne. Il popolo si credette abbandonatoda tuttie fece tutto da sé. La cittá intera non offrí che un vastospettacolo di saccheggid'incendidi luttodi orrori e di replicate immaginidi morte. Tra le vittime del furore popolare meritano di non essere obbliati ilduca della Torre e Clemente Filomarinosuo fratellorispettabili per i lorotalenti e le loro virtú e vittime miserabili della perfidia di un domesticoscellerato.

Alcuni repubblicanied allora erano repubblicani in Napolitutti coloro che avevan beni e costumeimpedirono mali maggioririmescolandosicol popolo e fingendo gli stessi sentimenti per dirigerlo. Altricollacooperazione di Moliterni e di Roccaromanas'introdussero nel forte Sant'Elmosotto vari pretesti e finti nomie riuscirono a discacciarne i lazzaroni che neerano i padroni. Championnet avea desiderato cheprima ch'ei si movesse versoNapolifosse stato sicuro di questo castelloche domina tutta la cittá. Moltialtri corsero ad unirsi coi francesi e ritornarono combattendo colle lorocolonne.

Tutt'i buoni desideravano l'arrivo de' francesi. Essi eranogiá alle porte. Ma il popoloostinato a difendersisebbene male armato esenza capo alcunomostrò tanto coraggioche si fece conoscer degno di unacausa migliore. In una cittá aperta trattenne per due giorni l'entrata delnemico vincitorene contrastò a palmo a palmo il terreno: quando poi siaccorse che Sant'Elmo non era piú suoquando si avvide che da tutt'i punti diNapoli i repubblicani facevan fuoco alle sue spallevinto anziché scoraggitosi ritiròmeno avvilito dai vincitori che indispettito contro coloro ch'essocredeva traditori.

 

XV

 

PERCHÉ NAPOLI DOPO LA FUGA DEL RE NON SI ORGANIZZÒ AREPUBBLICA?

 

Il re era partitoil popolo non lo desiderava piú. Egliavea spinto fino al furore l'amor d'indipendenza nazionaleche altri credevaattaccamento all'antica schiavitú. Quando il popolo napolitano spedí ladeputazione a Championnetnon volle dir altro che questo: - La repubblicafrancese avea guerra col re di Napolied ecco che il re è partito; la nazionefrancese non avea guerra colla nazione napolitanaed intanto perché mai isoldati francesi voglion vincere coloro che offrono volontari la loro amicizia?- Questo linguaggio era saggioed i napolitanisenza saperne il nomeeranomeno di quel che si crede lontani dalla repubblica.

Masiccome in ogni operazione umana vi si richiede la forzae l'ideacosí per produrre una rivoluzione è necessario il numero e sononecessari i conduttorii quali presentino al popolo quelle ideeche eglitalora travede quasi per istintoche molte volte segue con entusiasmoma chedi rado sa da se stesso formarsi. Piú facili sono le rivoluzioni in un popoloche da poco abbia perduta una forma di governoperché allora le idee delpopolo son tratte facilmente dall'abolito governodi cui tuttavia frescaconserva la memoria. Perciò «ogni rivoluzione - al dir di Macchiavelli -lascia l'addentellato per un'altra». Quanto piú lunga è stata l'oppressioneda cui si risorgequanto maggiore è la diversitá tra la forma del governodistrutto e quella che si vuole stabiliretanto piú incertepiú instabilisono le idee del popoloe tanto piú difficile è ridurlo all'uniformitáondeavere e concerto ed effetto nelle sue operazioni. Questa è la ragione per cui epiú sollecito e piú felice fine hanno avuto le rivoluzioni di quei popoline'quali o vi era ancor fresca memoria di governo miglioreo i rivoluzionariattaccati si sono ad alcuni dritti (come la Gran cartache è stata labussola di tutte le rivoluzioni inglesi) o a talune magistrature e taluni usi(come fecero gli olandesi)che essi aveano conservati quasi a fronte deldispotismo usurpatore.

Le idee della rivoluzione di Napoli avrebbero potuto esserpopolariove si avesse voluto trarle dal fondo istesso della nazione. Tratte dauna costituzione stranieraerano lontanissime dalla nostra; fondate sopramassime troppo astratteerano lontanissime da' sensiequel ch'è piúsiaggiungevano ad essecome leggitutti gli usitutt'i capricci e talora tutt'idifetti di un altro popololontanissimi dai nostri difettida' nostricapriccidagli usi nostri. Le contrarietá ed i dispareri si moltiplicavano inragione del numero delle cose superflueche non doveano entrar nel pianodell'operazionee che intanto vi entrarono.

Quanto maggiore è questa varietátanto maggiore è ladifficoltá di riunire il popolo e tanto maggior forza ci vuole per vincerla. Sele idee fossero uniformipotrebbero tutti agire senza concertoperché tuttiagirebbero concordemente alle loro idee; maquando sono difformiè necessarioche agisca uno solo. Di rado avviene che una rivoluzione si possa condurre afine se non da una persona sola: la stessa libertá non si può fondare che permezzo del dispotismo. Il popolo ondeggia lungo tempo in partiti: diresti quasiche la nazione vada a distruggersine vedi giá scorrere il sangue; finché unapersona si elevaacquista dell'ascendente sul popolofissa le ideeneriunisce le forze: col tempoo costui forma la felicitá della patria osevuole opprimerlatalora ne rimane oppresso. Ma egli ha giá indicata la stradaed allora il popolo può agire da sé.

Quest'uomo non si trova se non dopo replicati infeliciesperimentidopo lungo ondeggiar di vicendequando i suoi fatti medesimi loabbiano svelato: le guerre civili mettono ciascuno nel posto che gli conviene.Se taluno si voglia far conoscere e seguire dal popolo ne' primi moti di unarivoluzionea meno che la rivoluzione sia religiosanon basta che abbia egligran mente e gran cuore: convien che abbia gran nome; e questo nome ben spessosi ha per tutt'altro che pel merito.

Il modo piú certo e piú efficace per guadagnar la pubblicaopinione è una regolaritá di giurisdizioneche taluno ancora conservi nelpassar dagli ordini antichi ai nuovi. La Cittá era nelle circostanze di poterfarsi seguire da tutto il popolo; dopo la Cittápoteva Moliterni: ma néMoliterni ebbe idea di far nullané la Cittáondeggiando tra tante ideequasi tutte chimericheseppe determinarsi a quelle che il tempo richiedeva.

Parve che in Napoli niuno si fosse preparato a questoavvenimento; equando si videro in mezzo al vorticetutti si abbandonarono inbalía delle onde. Non è molto onorevole a dirsi per lo genere umanoma pureè vero: quasi tutte le nazioninelle loro crisi politicheallora sono giuntepiú facilmente al loro termine quando si è trovato tra loro un uomoprofondamente ambiziosoil qualeprevedendo da lontano gli avvenimentivi sisia preparato eriunendo tutte le forze a proprio vantaggioabbia prodotto poiil vantaggio della nazione: poichéo è stato saggio e virtuosoed ha fondatala sua grandezza sulla felicitá della patria; o è stato uno stoltounoscelleratoed è caduto vittima de' suoi progetti. Ma alloralo ripetoegliavea giá insegnata la strada.

In Napoli Pignatellivicerénon ebbe neanche il pensierodi far nulla; la Cittá non seppe risolversi; Moliterni non ardí; niun altro simostrò; tra' repubblicani moltiche menavan piú rumoreerano piúfrancesi(27) che repubblicanied ai veri repubblicani allora una folla infinitasi era rimescolata di mercatanti di rivoluzioneche desideravano per calcolo uncangiamento. Era giá passato il primo momento: troppo innanzi era trascorso ilpopolo; gli stessi saggi disperavano di poterlo piú frenaregli stessi buonidesideravano una forza esterna che lo contenesse.

Forse i francesi istessi eran giá troppo vicini.Quell'operazione che avrebbe potuto riuscire a' 25 di dicembreallorché laCittá la fece da refacendo aprir di suo ordine le cacce del sovrano giápartitodifficilmente potea eseguirsi allorché i francesi erano a Capua. Perquanto disinteressata fosse stata la Cittá nelle sue operazioni e lontana dallesue idee di oligarchiavolendo però formar la felicitá della nazionenonpotea né dovea allontanarsi dalle idee nazionali; e troppo queste ideesarebbero state lontane dall'idee di molti altri. Ora i piú leggeri disparerisi conciliano con difficoltáquando vi sia una forza esterna pronta asostenere un partito. I partiti non cedono se non per diseguaglianza di forza oper vicendevole stanchezza di combattere: molte offese si tollerano etollerandomolti mali si evitanosol perché non possiamo sul momento farnevendetta; e la concordia tra gli uomini è meno effetto di saviezza che dinecessitá. Le potenze esterepronte in tutt'i tempi a prender parteprimanelle gare tra fazione e fazione di una medesima cittáindi nelle dispute trauno Stato e l'altrohanno distrutta prima la libertá e poscia l'indipendenzadell'Italia. Niuna nazione piú della napolitana ne ha provati gl'infelicieffetti. Tra le tante potenze estere che vantavano un titolo su quel regnoognigara che sorgeva tra' cittadinivi era un estero che vi prendeva parte: taloragli esteri stessi fomentavano le gare; i cittadiniper essere piú fortiunivano i loro disegni a quelli dell'esterosimili al cavallo chepervendicarsi del cervosi donò ad un padrone; e cosí quel regno è stato percinque secoli (quanti se ne contano dall'estinzione della dinastia de' Normannifino allo stabilimento di quella dei Borboni) l'infelice teatro d'infiniteguerre civilisenza che una di esse abbia potuto giammai produrre un bene allapatria.

Io forse non faccio che pascermi di dolci illusioni. Masemai la repubblica si fosse fondata da noi medesimi; se la costituzionedirettadalle idee eterne della giustiziasi fosse fondata sui bisogni e sugli usi delpopolo; se un'autoritáche il popolo credeva legittima e nazionaleinvece diparlargli un astruso linguaggio che esso non intendevagli avesse procurato de'beni reali e liberato lo avesse da que' mali che soffriva; forse allora ilpopolonon allarmato all'aspetto di novitá contro delle quali avea inteso dirtanto malevedendo difese le sue idee ed i suoi costumisenza soffrire ildisagio della guerra e delle dilapidazioni che seco porta la guerra; forse...chi sa?... noi non piangeremmo ora sui miseri avanzi di una patria desolatadegna di una sorte migliore.

 

XVI

 

STATO DELLA NAZIONE NAPOLITANA

 

L'armata francese entrò in Napoli a' 22 di gennaio. La primacura di Championnet fu quella d'«istallare» un governo provvisorioil qualenel tempo stesso che provvedeva ai bisogni momentanei della nazionedovevapreparar la costituzione permanente dello Stato. Una cura tanto importante fuaffidata a venticinque personele qualidivise in sei «comitati»sioccupavano de' dettagli dell'amministrazione ed esercitavano quello che chiamasi«potere esecutivo»; riunite insiemeformavano l'assemblea legislativa.

I sei comitati erano: 1° centrale2° dell'interno3° diguerra4° di finanza5° di giustizia e di polizia6° di legislazione. Lepersone elette al governo furono: AbamontiAlbaneseBaffiBassal franceseBiscegliaBrunoCestariCiaiaDe GennaroDe FilippisDe RensisDoriaFalcigniFasuloForgesLaubertLogotetaManthonéPaganoParibelliPignatelli-VaglioPortaRiariRotondo.

Ma l'immaginare un progetto di costituzione repubblicana nonè lo stesso che fondare una repubblica. In un governo in cui la volontápubblicao sia la leggenon ha e non dee avere altro sostegnoaltro garantealtro esecutore che la volontá privatanon si stabilisce la libertá se nonformando uomini liberi. Prima d'innalzare sul territorio napolitano l'edificiodella libertávi eranonelle antiche costituzioninegl'invecchiati costumi epregiudizinegl'interessi attuali degli abitantimille ostacoliche convenivaconoscereche era necessario rimuovere. Ferdinando guardava bieco la nostranascente libertá e da Palermo moveva tutte le macchine per riacquistare ilregno perduto. Egli avea de' potenti alleatii quali erano per noi nemiciterribilispecialmente gl'inglesipadroni del mare edin conseguenzadelcommercio di Sicilia e di Pugliasenza di cui una capitale immensaqual èNapolinon potea che difficilmente sussistere.

Dall'epoca de' romani in quala sorte dell'Italiameridionale dipende in gran parte da quella della Sicilia. I romani ridusserol'Italia a giardinoil quale ben presto si cangiò in deserto. Dopo le grandiconquiste de' romanis'incominciò ad udire per la prima volta che la Siciliaera il granaio dell'Italia; detto quanto glorioso per la prima tanto ingiuriosoper la seconda. Non si sarebbe ciò detto prima del quinto secolo di Romaquando l'Italia bastava sola ad alimentare trenta milioni di uomini industriosie guerrieridi costumi semplici e magnanimi. Ne' secoli di mezzochiunque fupadrone della Sicilia turbò a suo talento l'Italia. Dalla Sicilia Belisariodistrusse il regno de' goti; dalla Sicilia i saraceni la infestarono per tresecolifinché i normanni la riunirono di nuovo al regno di Napolial qualerimase unita fino all'epoca di Carlo primo d'Angiò. E chi potrebbe negare chequella separazione non abbia influito a ritardare nel regno di Napoli ilprogresso di quella civiltála qualeprima che in ogni regione d'Italiaviavevan destata il gran Federico di Svevia e la sventurata sua progenie? I dueregni furon riuniti sotto la lunga dominazione della casa Austriaca di Spagna.In que' tempi appunto Napoli incominciò ad ingrandirsied è divenuta unacapitale immensala quale per sussistere ha bisogno del formento e piúdell'olio delle province lontane che bagna l'Adriaticoed il commercio dellequali non si può comodamente esercitarené la capitale potrebbe comodamentesussisteresenza il libero passaggio per lo stretto di Messina. E si aggiungache di quello stretto il vero padrone è colui che possiede la Siciliapoichéegli vi tiene in Messina ampio e comodo portomentre dalla parte delle Calabrienon vi sono che picciole e mal sicure rade.

Avea il re nel Regno stesso non pochi partigianii qualiamavano l'antico governo in preferenza del nuovo; ed in qual rivoluzione non sitrovano tali uomini? Vi erano molte popolazioni in aperta controrivoluzioneperché non ancora avean deposte quelle armi che avean preseinvitate e spinteda' proclami del re; altre pronte a prenderetostochérinvenute una voltadallo stupore che loro ispirava una conquista sí rapida ed accorte delladebolezza della forza franceseavessero ritrovato un intrigante per capo edun'ingiustiziaanche apparentedel nuovo governo per pretesto di unasollevazione.

Il numero di coloro che eran decisi per la rivoluzioneafronte della massa intera della popolazioneera molto scarso; etosto chel'affare si fosse commesso alla decisione delle armiera per essi inevitabilesoccombere. Eccone un esempio nella provincia di Leccedove la sollevazione fuprodotta da un accidente cheper la sua singolaritámerita d'esser ricordato.

Trovavansi in Taranto sette emigrati còrsiche si eranocolá portati a causa di procurarsi un imbarco per la Sicilia. I continui ventidi sciroccoche impediscono colá l'uscita dal portoimpedirono la partenzade' còrsii quali loro malgrado furono presenti allorché fu in Tarantoproclamata la repubblica. Edubitando di poter essere arrestati e cader nellemani dei francesisen partirono la notte degli 8 febbraio 1799 e si diresseroper Brindisisperando di trovar un imbarco per Corfú o per Trieste. Dopo variemiglia di viaggio a piedisi fermarono ad un villaggio chiamato Monteasi: quifurono alloggiati da una vecchia donnaalla qualeper esser ben servitidissero che vi era tra essi loro il principe ereditario. Ciò bastò perché ladonna uscisse e corresse da un suo parente chiamato Bonafede Girundacapocontadino del villaggio. Costui si recò immediatamente dai còrsisiinginocchiò al piú giovane e gli protestò tutti gli atti di riverenza e divassallaggio. I còrsi rimasero sorpresiedubitando di maggiori guaiappenapartito il Girundasenz'aspettare il giornose ne scapparono immediatamente.Avvertito il Girunda dalla vecchia istessa della partenza del supposto principeereditariomontò tosto a cavallo per raggiungerlo; ma tenne una stradadiversa. Enon avendolo incontratodomandando a tutti se visto avessero ilprincipe ereditario col suo séguitosparse una voceche tosto si diffuseebastò per far mettere in armi tutti i paesi per dove passò e per far correrele popolazioni ad incontrarlo. Il supposto principe fu raggiunto a Mesagne e fuobbligato dalle circostanze del momento a sostener la parte comica incominciata;manon credendosi sicuro in Mesagnesi ritirò sollecitamente in Brindisi.Quirinchiusosi nel fortecominciò a spedire degli ordini. Uno dei dispacciconteneva chedovendo egli partire per la Sicilia a raggiungere il suo augustogenitorelasciava suoi vicari nel Regno due suoi generali in capoche ilpopolo dipoi credé due altri principi del sangue. Questi due impostoriunocognominato Boccheciampe e l'altro De Cesaresi misero tosto alla testa degl'insurretti.Il primo restò nella provincia di Lecce ed il secondo si diresse per quella diBariconducendo seco il Girundache dichiarò generale di divisione.

Con questa truppache fu fatta composta di birridegliuomini d'armi dei baronidei galeotti e carcerati fuggiti dalle case di forza edai tribunalie di tutti i facinorosi delle due provinceriuscí loro facilel'impadronirsi di tutti i paesi che proclamata avevano la repubblica e disottomettere con un assedio Martina ed Acquavivale quali cittá giuratoavevano piuttosto morire che riconoscer gl'impostori. Audaci per i buonisuccessi avutitentarono di provarsi coi francesii quali erano giá padronidi una buona porzione della provincia di Bari; maincontratisi con un piccolodistaccamento francese nel bosco di Casamassimafurono essi intieramentedisfatti e sen fuggironoil Boccheciampe in Brindisi ed il De Cesare inFrancavilla. Il primo però cadde nelle mani dei francesi; ma il secondopiúastutose ne scappòdopo la nuova della prigionia del suo compagnoin Torredi marel'antico Metapontoe andiede ad unirsi al cardinal Ruffo nellevicinanze di Matera.

La nostra rivoluzione essendo una rivoluzione passival'unico mezzo di condurla a buon fine era quello di guadagnare l'opinione delpopolo. Ma le vedute de' patrioti(28) e quelle del popolo non erano le stesse:essi aveano diverse ideediversi costumi e finanche due lingue diverse. Quellastessa ammirazione per gli stranieriche avea ritardata la nostra coltura ne'tempi del requell'istessa formònel principio della nostra repubblicailpiú grande ostacolo allo stabilimento della libertá. La nazione napolitana sipotea considerare come divisa in due popolidiversi per due secoli di tempo eper due gradi di clima. Siccome la parte colta si era formata sopra modellistraniericosí la sua coltura era diversa da quella di cui abbisognava lanazione interae che potea sperarsi solamente dallo sviluppo delle nostrefacoltá. Alcuni erano divenuti francesialtri inglesi; e coloro che eranorimasti napolitani e che componevano il massimo numeroerano ancora incolti.Cosí la coltura di pochi non avea giovato alla nazione intera; e questaavicendaquasi disprezzava una coltura che non l'era utile e che nonintendeva(29).

Le disgrazie de' popoli sono spesso le piú evidentidimostrazioni delle piú utili veritá. Non si può mai giovare alla patria senon si amae non si può mai amare la patria se non si stima la nazione. Nonpuò mai esser libero quel popolo in cui la parte che per la superioritá dellasua ragione è destinata dalla natura a governarlosia coll'autoritá sia cogliesempiha venduta la sua opinione ad una nazione straniera: tutta la nazione haperduta allora la metá della sua indipendenza. Il maggior numero rimane senzamassime da seguiregli ambiziosi ne profittanola rivoluzione degenera inguerra civileed allora tanto gli ambiziosi che cedono sempre con guadagnoquanto i savi che scelgono sempre i minori tra' malie gl'indifferenti i qualinon calcolano che sul bisogno del momentosi riuniscono a ricever la legge dauna potenza esternala quale non manca mai di profittare di simili torbidi oper se stessa o per ristabilire il re discacciato.

Quell'amore di patriache nasce dalla pubblica educazione eche genera l'orgoglio nazionale è quello che solo ha fatto reggere la Franciaad onta di tutt'i mali che per la sua rivoluzione ha soffertiad onta di tuttal'Europa collegata contro di lei: mille francesi si avrebbero di nuovo eletto unrema non vi è nessuno che lo abbia voluto ricevere dalla mano de' tedeschi odegl'inglesi. Niuno piú di Pitt dagli esempi domestici ne avrebbe dovuto esserconvintose mai la vendetta dei diritti borbonici fosse stata la cagione e nongiá il pretesto della legache una tal guerracol pretesto di rimettere unreera inutile.

La nazione napolitanalungi dall'avere questa unitánazionalesi potea considerar come divisa in tante diverse nazioni. La naturapare che abbia voluto riunire in una picciola estensione di terreno tutte levarietá: diverso è in ogni provincia il cielodiverso è il suolo; le avaniedel fiscoche ha sempre seguite tali varietá per ritrovar ragioni di nuoveimposizioni ovunque ritrovasse nuovi benefíci della naturaed il sistemafeudaleche ne' secoli scorsitra l'anarchia e la barbarieera sempre diversosecondo i diversi luoghi e le diverse circostanzerendevano da per tuttodiverse le proprietá edin conseguenzadiversi i costumi degli uominicheseguon sempre la proprietá ed i mezzi di sussistenza.

Convenivatra tante contrarietáritrovare un interessecomuneche chiamare e riunir potesse tutti gli uomini alla rivoluzione. Quandola nazione si fosse una volta riunitainvano tutte le potenze della terra sisarebbero collegate contro di noi. Se lo stato della nostra nazione presentavagrandi ostacolioffrivadall'altra partegrandi risorse per menare avanti lanostra rivoluzone.

Si avea una popolazionela qualesebbene non avrebbe maifatta la rivoluzione da séera però docile a riceverla da un'altra mano. Ipartiti decisi erano ambedue scarsi: la massima parte della nazione eraindifferente. Che altro vuol dir questo se non che essa non era mossa da verunpartitonon era animata da veruna passione? Giudice imparziale e perciò giustode' due pretendentiavrebbe seguíto quello che maggiori vantaggi le avesseofferto. Un tal popolo s'illude difficilmentema facilmente si governa.

Esso non ancora comprendeva i suoi dirittima sentiva peròil suo bene. Credeva un sacrilegio attentare al suo sovranoma credeva che unaltro sovrano potesse farlousando di quello stesso diritto pel quale agliAustriaci eran succeduti i Borboni; equando questo nuovo sovrano gli avesserestituiti i suoi dirittiesso ne avrebbe ben accettato il dono.

Le insorgenze ardevano solamente in pochi luoghii qualiperché erano stati il teatro della guerraerano ancora animati dai proclamidel redalla guerra istessachea forza di farci finger odioci portafinalmente alla necessitá di odiare da veroe dalla condotta di taluniofficiali francesii qualiarmati e vincitorinon sempre si ricordavano delgiusto. La gran massa della nazione intese tranquillamente la rivoluzione estette al suo luogo: le insorgenze non iscoppiarono che molto tempo dopo.

Vi furono anche molte popolazionile quali spinsero tantoavanti l'entusiasmo della libertáche prevennero l'arrivo de' francesi nellacapitale e si sostennero colle sole loro forze contro tutte le armi mosse dalreanche dopo che la capitale si era resa. Tutte queste forze riunite insiemeavrebbero potuto formare una forza imponentese si avesse saputo trarneprofitto.

La popolazione immensa della capitale era piú istupidita cheattiva. Essa guardava ancora con ammirazione un cangiamentoche quasi aveacreduto impossibile. In generaledir si poteva che il popolo della capitale erapiú lontano dalla rivoluzione di quello delle provinceperché meno oppressoda' tributi e piú vezzeggiato da una corte che lo temeva. Il dispotismo sifonda per lo piú sulla feccia del popolochesenza cura veruna né di benené di malesi vende a colui che meglio soddisfa il suo ventre. Rare volte ungoverno cade che non sia pianto dai pessimi; ma deve esser cura del nuovo di farsí che non sia desiderato anche dai buoni. Ma forse il soverchio timoreche siconcepí di quella popolazionefece sí che si prendesse troppo cura di lei esi trascurassero le provincedalle quali solamente si doveva temeree dallequali si ebbe infatti la controrivoluzione.

 

XVII

 

IDEE DE' PATRIOTI

 

Quali dunque esser doveano le operazioni da farsi perspingere avanti la rivoluzione del regno di Napoli?

Il primo passo era quello di far sí che tutti i patriotifossero convenuti nelle loro ideeo almeno che per essi vi fosse convenuto ilgoverno.

Tra i nostri patrioti (ci si permetta un'espressione checonviene a tutte le rivoluzioni e che non offende i buoni) moltissimi aveano larepubblica sulle labbramoltissimi l'aveano nella testapochissimi nel cuore.Per molti la rivoluzione era un affare di modaed erano repubblicani solperché lo erano i francesi; alcuni lo erano per vaghezza di spirito; altri perirreligionequasi che per esentarsi dalla superstizione vi bisognasse unbrevetto di governo; taluno confondeva la libertá colla licenzae credevaacquistar colla rivoluzione il diritto d'insultare impunemente i pubblicicostumi; per molti finalmente la rivoluzione era un affare di calcolo. Ciascunoera mosso da quel disordine che piú lo aveva colpito nell'antico governo. Nonintendo con ciò offendere la mia nazione: questo è un carattere di tutte lerivoluzioni; maal contrarioqual altra puòal pari della nostrapresentareun numero maggiore o anche eguale di persone che solo amavano l'ordine e lapatria?

Si prendeva peròcome suol avvenireper oggetto principaledella riforma ciò che non era che un accessorioed all'accessorio sisagrificava il principale. Seguendo le idee de' patriotinon si sapeva nédonde incominciare né dove arrestarsi.

Che cosa è mai una rivoluzione in un popolo? Tu vedrai milletestedelle quali ciascuna ha pensieriinteressidisegni diversi delle altre.Se a costoro si presenta un capo che li voglia riunirela riunione non seguirágiammai. Mase avviene che tutti abbiano un interesse comuneallora seguirála rivoluzione ed andrá avanti solo per quell'oggetto che è comune a tutti.Gli altri oggetti rimarranno forse trascurati? No; ma ciascuno adatterá il suointeresse privato al pubblicola volontá particolare seguirá la generaleleriforme degli accessorii si faranno insensibilmente dal tempoe tuttocamminerá in ordine.

Non vi è governo il quale non abbia un disordine che producemoltissimi malcontenti; ma non vi è governo il quale non offra a molti moltibeni e non abbia molti partigiani. Quando colui che dirige una rivoluzione vuoltutto riformarecioè vuol tutto distruggereallora ne avviene che quelliistessii quali braman la rivoluzione per una ragionel'aborrono per un'altra:passato il primo momento dell'entusiasmo ed ottenuto l'oggetto principaleilqualeperché comune a tuttiè sempre per necessitá con piú veemenzadesiderato e prima degli altri conseguitoincomincia a sentirsi il dolore ditutti gli altri sacrifici che la rivoluzione esige. Ciascuno dice prima a sestesso e poi anche agli altri: - Ma per ora potrebbe bastare... Il di piúchesi vuol fareè inutile...è dannoso. - Comincia ad ascoltarsi l'interesseprivato; ciascuno vorrebbe ottener ciò che desidera al minor prezzo che siapossibile; esiccome le sensazioni del dolore sono in noi piú forti di quelledel piacereciascuno valuta piú quello che ha perduto che quello che haguadagnato. Le volontá individuali si cangianoincominciano a discordar traloro; in un governoin cui la volontá generale non deve o non può avere altrogarante ed altro esecutore che la volontá individualele leggi rimangono senzaforzain contraddizione coi pubblici costumii poteri caderanno nel languore;il languore o menerá all'anarchiaoper evitar l'anarchiasará necessitáaffidare l'esecuzione delle leggi ad una forza estraneache non è piú quelladel popolo libero; e voi non avrete piú repubblica.

Ecco tutto il segreto delle rivoluzioni: conoscere ciò chetutto il popolo vuolee farlo; egli allora vi seguirá: distinguere ciò chevuole il popolo da ciò che vorreste voied arrestarvi tosto che il popolo piúnon vuole; egli allora vi abbandonerebbe. Brutoallorché discacciò i Tarquinida Romapensò a provvedere il popolo di un re sagrificatore: conobbe che iromanistanchi di avere un re sul tronolo credevano però ancor necessarionell'altare.

La mania di voler tutto riformare porta seco lacontrorivoluzione: il popolo allora non si rivolta contro la leggeperché nonattacca la volontá generalema la volontá individuale. Sapete allora perchési segue un usurpatore? Perché rallenta il rigore delle leggi; perché non sioccupa che di pochi oggettiche li sottopone alla volontá suala quale prendeil luogo ed il nome di «volontá generale»e lascia tutti gli altri allavolontá individuale del popolo. «Idque apud imperitos 'humanitas' vocabaturcum pars servitutis esset». Strano carattere di tutti i popoli della terra!Il desiderio di dar loro soverchia libertá risveglia in essi l'amore dellalibertá contro gli stessi loro liberatori.

 

XVIII

 

RIVOLUZIONE FRANCESE

 

Io credeva di far delle riflessioni sulla rivoluzione diNapolie scriveva intanto la storia della rivoluzione di tutt'i popoli dellaterrae specialmente della rivoluzione francese. Le false idee che i nostriaveano concepite di questa non han poco contribuito ai nostri mali.

Hanno voluto imitare tutto ciò che vi era in essa: vi eramolto di bene e molto di maledi cui i francesi stessi si sarebbero un giornoavveduti; ma non hanno i nostri voluto aspettare i giudizi del temponé hansaputo indovinarli. Si è creduto che la rivoluzione francese fosse l'operadella filosofiamentre la filosofia aveva fatto poco men che guastarla. Negiudicavano sullo stato attualesenza ricordarsi qual era stata e senzapreveder quale sarebbe un giorno divenuta.

La rivoluzione francese aveva un'origine quasi legalechemancava alla nostra. Il suo primo scopo fu quello di rimediare ai mali dellanazionesui quali eran concordi egualmente il popolo ed il re; ed il popoloriconobbe la legittima autoritá degli Stati generali e poscia delle assembleenon altrimenti che venerava quella del reper di cui comandoo almeno col dicui consentimentotanto gli Stati generali quanto le assemblee erano stateconvocate.

Quello stesso stato politico della Franciache facevapreveder ai saggi da tanto tempo inevitabile una rivoluzioneprodusse ladisunione degli Stati generali; si formò l'Assemblea nazionaleed il re fudalla parte dell'Assemblea. Che vi sia stato solo in apparenza e costretto daltimoreciò importa poco: fin qui non vi è ancora rivoluzione.

Essa incominciò allorché il re si separò dall'Assemblea:allora incominciò la guerra civileed il partito dell'Assemblea seppeguadagnare il popolo coll'idea della giustizia.

E fin qui il popolo francese fece sempre operazioni allivellodiciamo cosídelle sue idee. I Stati generali gli sembravano giustitra perché la Francia conservava ancor fresca la memoria di altri Statigeneralitra perché erano convocati dall'autoritá del reche egli credevalegittima. Il re stesso autorizzò l'Assemblea nazionale; il re contrattò conla medesimaallorché divenne re costituzionale; quando fu condannatolo fupel pretesto di aver mancato al proprio pattoa cui il popolo intero era statospettatore. E quale era questo patto? Quello con cui avea egli stessoriconosciuta la sovranitá della nazione ed aveva giurata la sua felicitá. Ilpopoloseguendo il partito dell'Assembleacredette seguire il partito dellagiustizia e del suo interesse. Quando io paragono la rivoluzione inglese del1649 alla francese del 1789le trovo piú simili che non si pensa: s'incominciala riforma in nome del re; il re è arrestatoè giudicatoè condannato quasidal re istesso; il popolo passa per gradi dalle antiche idee alle nuoveesempre le nuove sono appoggiate alle antiche.

Le operazioni de' popoli van soggette ad un metodononaltrimenti che le idee degli uomini. Se invertitese turbate l'ordine e laserie delle medesimese volete esporre nell'Ottantanove le idee del Novantadueil popolo non le comprenderá; ed invece di veder rovesciato un tronovedreteesiliato un mezzo sapiente o venale declamatore. Al pari che l'uomo lo è nelleideeun popolo è nelle sue operazioni servo delle forme esterne onde sonrivestite; l'esattezza esterna di un sillogismo ne fa beversenza avvederseneun errore; l'esterna solennitá delle formole sostiene un'operazionemanifestamente ingiusta. Incominciate per inavvertenza o per malizia da unleggerissimo errore: quanto piú vi inoltreretetanto piú vi discosterete daquella retta nella quale sta il vero; e vi inoltrerete tantoche taloraconoscerete l'errorema ignorerete la strada di ritornare indietro. Allorapochi ambiziosi dichiareranno giustizia e pubblica necessitá quello che non èse non capriccio ed ambizione loro; ed il delitto si consumerá non perché ilpopolo lo approvima perché ignora le vie di poterlo legittimamente impedire.Quando l'errore vien da un metodo fallaceil ricredersene è piú difficileperché è necessitá ritornar indietro fino al puntospesso lontanoin cui lalinea delle fallacie si separa da quella della veritá; maricreduti una voltagli animiper cagion di un solo errore distruggeranno tutto il sistema. LaConvenzione nazionale condannò Luigi decimosesto contro tutte quelle leggi cheessa istessa avea proclamate. I faziosi ragionarono allora come avea ragionatoVirginio quando Appio appellava al popolo; ed è cosa «di cattivissimo esempioin una repubblica - dice Macchiavelli - fare una legge e non la osservareetanto piú quando la non è osservata da chi l'ha fatta». Tutto il bene chepoteva produrre la rivoluzione di Francia fu distrutto colla stessa sentenza checondannò l'infelice Luigi decimosesto.

Nell'epoca istessa in cui la Francia credette acquistar pienalibertáincominciarono anche quelle riforme che noi chiamiam superflue. Qualeffetto produssero queste riforme? Vi fu una continua lotta tra partiti epartiti; finalmente i partiti non si intendevano piú tra loroed il popolo nonne intendeva nessuno. Si correva dietro una parolache indicava una personapiú che una cosae talora non indicava né una cosa né una persona; e lecontroversieche non potevano decidersi colla ragionesi decisero colla forza.Robespierre surse; ebbe una forza maggiore e contenne tutte le altre col timore.

Robespierre ritenne le parole per perdere i suoi rivalimaattaccò a queste parole delle cose sensibilisebbene tutte diverseperguadagnar il popolo. Il popolo non intendeva né Robespierre né Brissot; masapeva che Robespierre gli accordava piú licenza degli altrie scannava tuttiquelli che Robespierre voleva scannati. Robespierre non poteva durar moltotempoper la ragione che i suoi fatti non avean verun rapporto colle sue idee esi potevano conservar le cose senza conservar le idee. Che volle significareinfatti quella parola di «oltre rivoluzionario»che i suoi rivali inventaronoper caratterizzarlo e perderlo?

Robespierre salvò la Franciafacendo rivoltare tutt'ipartiti contro di lui edin conseguenzariunendoli(30); ma Robespierre nonsalvò né potea salvare la sua personale sue ideela costituzione sua.

Le idee erano giunte all'estremo e doveano retrocedere. Siera riformato piú di quello che il popolo volea; esiccome queste riformesuperflue non aveano in favor loro il pubblico costumecosí conveniva farleosservare col terrore e colla forza: le leggi sono sempre tanto piú crudeliquanto piú son capricciose. Il sistema de' moderati rimenava le cose al lorostato naturale e non dava loro altra importanza che quella che il popolo istessolor dava; cosí il suo rigore e la sua dolcezza erano il rigore e la dolcezzadel popolo.

L'uomo è di tale naturache tutte le sue idee si cangianotutt'i suoi affettigiunti all'estremos'indeboliscono e si estinguono: aforza di voler troppo esser liberol'uomo si stanca dello stesso sentimento dilibertá. «Nec totam libertatemnec totam servitutem pati possumus»disse Tacito del popolo romano: a me pare che si possa dire di tutt'i popolidella terra. Or che altro avea fatto Robespierrespingendo all'estremo il sensodella libertáse non che accelerarne il cambiamento?

La vita e le vicende de' popoli si possono misurare ecalcolare dalle loro idee. Vi è tra l'estrema servitú e la libertá estremauno stadio che tutt'i popoli corronoe si può dire che in questo corso appuntoconsiste la vita di tutt'i popoli. La plebe romana era serva addetta alle glebedi pochi patrizinon aveva proprietá di beni né di persona. Incominciò dalreclamar leggi certe; ottenne la sicurezza delle persone e de' benima rimanevaancora senza nozzesenza auspícisenza magistrature; chiese ed ottenne lapartecipazione a tutte queste cosema le chiese con temperanzale furonconcesse con moderazione; e ciò non solo prolungò la vita della repubblicamala reseper la vicendevole emulazione delle parti che la componevanopiúenergica e piú gloriosa. Pervenute le cose a quella che chiamar si potrebbe«eguaglianza di diritto»i tribuni pretesero anche l'eguaglianza di fatto:s'incominciò a parlar di leggi agrariee la repubblica perí. Si era giunto aquell'estremo oltre del quale era impossibile progredire. Nel primo anno dellarivoluzione francesenon si pensava che a stabilire quella eguaglianza didirittoalla quale tendevano irresistibilmente gli ordini pubblici di tuttal'Europa; nel terzo però si pretendeva l'eguaglianza di fatto: in tre anni voipassate dall'etá di Menenio Agrippa a quella de' Gracchi. Che dico io mai?Nell'etá de' Gracchimentre si pretendeva eguagliare i benisi riconosceva lalegittimitá del dominio civile. Il rispettoche il popolo ancora serbava perla legge delle dotilo trattenne dall'eseguire la divisione de' beni. InFrancia le idee eran corse molto piú innanzi: erasi messa in dubbio lalegittimitá delle dotiquella de' testamentil'istessa legge fondamentale deldominiosenza la quale non vi è proprietá. Le idee della rivoluzione franceseerano un secolo piú innanzi di quelle de' Gracchi: ed ecco perchécontando daquest'epocala repubblica francese ha avuto un secolo meno di vita dellaromana.

Quando le pretensioni di eguaglianza si spingono oltre ilconfine del dirittola causa della libertá diventa la causa degli scellerati.La leggediceva Ciceronenon distingue piú i patrizi dai plebei: perchédunque vi sono ancora dissensioni tra i plebei ed i patrizi? Perché vi sonoancora e vi saranno sempre i pochi e i molti: pochi ricchi e molti poveripochiindustriosi e moltissimi scioperatipochissimi savi e moltissimi stolti.

Le idee di Robespierre non potevano star insieme né collealtre idee della nazione francese né con quelle delle altre nazioni di Europa.Togliendose però era possibilealla sua nazione le artiil commercio e lamarinaavrebbe fatti de' francesi tanti Galli: li avrebbe resi piú guerrierima meno capaci di sostener la guerra; avrebbe potuto in un momento invaderetutta la terrama a capo di qualche tempo la terra tutta si sarebbe vendicata ela nazione francese sarebbe stata distrutta. Di un antico si diceva che o dovevaesser Cesare o pazzo; di Robespierre si avrebbe potuto dire che o doveva essereil dittatore del mondo o pazzo.

Ho cercato nella storia un uomo a cui Robespierre si potesseassomigliare. Alcuni de' suoi amici ed anche de' suoi nemici lo han paragonato aSilla; ma convien dire che i primi non conoscessero Robespierre ed i secondi nonconoscessero Silla. Robespierre ha molta somiglianza con Appio. Differivanonelle massime che predicavano; non so se differissero nello scopo che si aveanprefissoperché per me è ben lontano dall'esser evidente che Robespierrepredicando libertánon tendesse al dispotismo; ma ambedue egualmente ambiziosienella loro ambizioneegualmente crudeliegualmente imbecilli. Ambeduevolevano stabilir colle leggi quel dispotismoil quale non è altro che laforza distruttrice della legge. Ambedue ebbero quell'autoritáche Macchiavellichiama «pericolosissima»libera nel poterelimitata nel tempoondenell'uomo nasce brama di perpetuarlané gli mancano i mezzi; ma questinonessendosi dati dalle leggi a quel fine al quale egli li indirizzadebbono pernecessitá divenir tirannici. Né l'uno né l'altro comprese la massima o di nonoffender nessunoo di fare le offese ad un tratto e dipoi rassicurare gliuomini e dar loro cagioni di quietare e fermare l'animo; ma rinfrescavano ognigiorno ne' cittadinicon nuove crudeltánuovi timorie rendevan feroce quelpopolo che volevan dominare. Ambedue volevan stabilire l'impero col terrore; noneran militariné soffrivano la milizia della quale temevanoma aveano allamedesima sostituita l'inquisizione ed una prostituzione di giudiziche è piúcrudele di ogni miliziaperché è costretta a punire i delitti che questapreviene ed accresce i sospetti che questa minora. Questa specie di tirannideche chiamar si potrebbe «decemvirale»è la piú terribile di tuttema perbuona sorte è la meno durevole.

Per gli uomini che riflettevanoil «moderantismo» non erache uno stato intermedioil quale ne dovea produrre un altro. La nazionerespirava dopo la lotta che avea sostenuta con Robespierrema non ancora aveascelto il punto del suo riposo. Un eccesso di energia ne dovea produrre un altrodi rilasciatezza. La guerra contro Robespierre era stata desiderata dallanazione; ma era stata fatta da un partitoil quale poicome suol avvenireavea affidata la somma delle cose a mani perfide e sciagurate. La nazione sottoRobespierre fu costretta a salvar la sua libertá: sotto il Direttorio la suaindipendenza(31).

Questo è il corso ordinario di tutte le rivoluzioni. Perlungo tempo il popolo si agita senza saper ove fermarsi: corre sempre agliestremi e non sa che la felicitá è nel mezzo. Guai secome avvenne altrevolte al popolo fiorentinoesso non ritrova mai questo punto!

 

XIX

 

QUANTE ERANO LE IDEE DELLA NAZIONE?

 

Il maleche producono le idee troppo astratte di libertáè quello di toglierla mentre la vogliono stabilire. La libertá è un beneperché produce molti altri beniquali sono la sicurezzal'agiata sussistenzala popolazionela moderazione dei tributil'accrescimento dell'industria etanti altri beni sensibili; ed il popoloperché ama tali beniviene poi adamare la libertá. Un uomoil qualesenza procurare ad un popolo talivantaggivenisse a comandargli di amare la libertárassomiglierebbel'Alcibiade di Marmontelil quale voleva esser amato «per se stesso».

La nazione napolitana bramava veder riordinate le finanzepiú incomode per la cattiva distribuzione che per la gravezza de' tributi;terminate le dissensioni che nascevan dalla feudalitádissensioni che tenevanola nazione in uno stato di guerra civile; divise piú equamente le immense terreche trovavansi accumulate nelle mani degli ecclesiastici e del fisco. Questo erail voto di tutti: quest'uso fecero della loro libertá quelle popolazionicheda per loro stesse si democratizzaronoe dove o non pervennero o sol pervennerotardi gli agenti del governo e de' francesi.

Molte popolazioni si divisero i terreniche primaappartenevano alle «cacce regie»(32). Molti si revindicarono le terrelitigiose del feudo. Ma io non ho cognizione di tutti gli avvenimentinéimporterebbe ripeterliessendo tutti gli stessi. In Picernoappena il popolointese l'arrivo de' francesicorseseguendo il suo parocoalla chiesa arender grazie al «Dio d'Israeleche avea visitato e redento il suo popolo».Dalla chiesa passò ad unirsi in parlamentoed il primo atto della sua libertáfu quello di chieder conto dell'uso che per sei anni si era fatto del pubblicodanaro. Non tumultinon massacrinon violenze accompagnarono la revindica de'suoi diritti: chi fu presente a quell'adunanza udí con piacere ed ammirazionerispondersi dal maggior numero a talunoche proponeva mezzi violenti: - Nonconviene a noiche ci lagniamo dell'ingiustizia degli altriil darnel'esempio. - Il secondo uso della libertá fu di rivendicare le usurpazioni delfeudatario. E quale fu il terzo? Quello di far prodigi per la libertá istessaquello di battersi fino a che ebbero munizioniequando non ebbero piúmunizioniper aver del piomborisolvettero in parlamento di fondersi tutti gliorgani delle chiese... - I nostri santi - si disse - non ne hanno bisogno. - Siliquefecero tutti gli utensili domesticifinanche gl'istrumenti piú necessaridella medicina; le femminetravestite da uomini onde imporre al nemicosibatterono in modo da ingannarlo piú col loro valore che colle vesti loro.

Non son questi gli estremi dell'amore della libertá? Ed aquesto stesso segno molte altre popolazioni pervennero; e pervenute vi sarebberotuttepoiché tutte aveano le stesse ideei bisogni medesimi ed i medesimidesidèri.

Mamentre tutti avean tali desidèrimoltissimidesideravano anche delle utili riformeche avessero risvegliata l'attivitádella nazioneche avessero tolto l'ozio de' fratil'incertezza delleproprietáche avessero assicurata e protetta l'agricolturail commercio; equesti formavano quella classe che presso di tutte le nazioni è intermedia trail popolo e la nobiltá. Questa classese non è potente quanto la nobiltá enumerosa quanto il popoloè però dappertutto sempre la piú sensata. Lalibertá delle opinionil'abolizione de' cultil'esenzione dai pregiudizi erachiesta da pochissimiperché a pochissimi interessava. Quest'ultima riformadovea seguire la libertá giá stabilita; maper fondarlasi richiedeva laforzae questa non si potea ottenere se non seguendo le idee del maggiornumero. Ma si rovesciò l'ordinee si volle guadagnar gli animi di moltipresentando loro quelle idee che erano idee di pochi.

Che sperare da quel linguaggio che si teneva in tutt'iproclami diretti al nostro popolo? «Finalmente siete liberi»... Il popolo nonsapeva ancora cosa fosse libertá: essa è un sentimento e non un'idea; si faprovare coi fattinon si dimostra colle parole. «Il vostro Claudio è fuggitoMessalina trema»... Era obbligato il popolo a saper la storia romana perconoscere la sua felicitá? «L'uomo riacquista tutt'i suoi diritti»... Equali? «Avrete un governo libero e giustofondato sopra i princípidell'uguaglianza; gl'impieghi non saranno il patrimonio esclusivo de' nobili ede' ricchima la ricompensa de' talenti e della virtú»... Potente motivo peril popoloil quale non si picca né di virtú né di talentivuol esser bengovernatoe non ambisce cariche! «Un santo entusiasmo si manifesti in tutt'iluoghile bandiere tricolori s'innalzinogli alberi si piantinolemunicipalitále guardie civiche si organizzino»... Qual gruppo d'idee che ilpopolo o non intende o non cura! «I destini d'Italia debbono adempirsi». «Scilicetid populo cordi est: ea cura quietos sollicitat animos». «I pregiudizilareligionei costumi»... Piano! mio caro declamatore; finora sei statosolamente inutileora potresti esser anche dannoso(33).

Il corso delle idee è quello che deve dirigere il corsodelle operazioni e determinare il grado di forza negli effetti. Le prime ideeche si debbono far valere sono le idee di tutti; quindi le idee di molti; inultimo luogo le idee di pochi. Esiccome coloro che dirigono una rivoluzionesono sempre pochi di numero ed hanno piú idee degli altriperché veggono piúmali e comprendono piú benicosí molte volte è necessario che i repubblicaniper istabilir la repubblica si scordino di loro stessi. Molti mali soffrí perlungo tempo Brutomoltissimi ne previdemafinché fu solo a soffrire ed aprevederetacque; molti ne soffrirono i patrizi prima che si lagnasse ilpopolo; finalmente il fatto di Lucrezia fece ricordare ad ognuno che era marito:allora Bruto parlò prima al popolo e lo mosseposcia parlò al senatoequando la rivoluzione fu compítaascoltò se stesso. Tutto si può fare: ladifficoltá è sola nel modo. Noi possiamo giugnere col tempo a quelle idee allequali sarebbe follia voler giugner oggi: impresso una volta il motosi passa daun avvenimento all'altroe l'uomo diventa un essere meramente passivo. Tutto ilsegreto consiste in saper donde si debba incominciare.

Non si può mai produrre una rivoluzionea meno che non siauna rivoluzione religiosaseguendo idee troppo generaliné seguendo un pianounico. Mille ostacoli tu incontrerai ad ogni passoche non si erano preveduti;mille contraddizioni d'interessichenon potendosi distruggereè necessitáconciliare. Il popolo è un fanciulloe vi fa spesso delle difficoltá allequali non siete preparato. Molte nostre popolazioni non amavano l'albero perchénon ne intendevano l'oggettoe taluneche s'indispettivano per non intenderlolo biasimavano come magico; molteinvece dell'alberoavrebbero voluto un altroemblema. È indifferente che una rivoluzione abbia un emblema o un altroma ènecessario che abbia quello che il popolo intende e vuole.

In molte popolazioni eravi un male da riparareun bene daprocurare per poter allettare il popolo: le stesse risorse non vi erano in altrepopolazioni; né potevano la legge o il governo occuparsi di tali oggetti se nondopo che la rivoluzione era giá compiuta. Le rivoluzioni attive sono semprepiú efficaciperché il popolo si dirige subito da se stesso a ciò che piúda vicino l'interessa. In una rivoluzione passiva conviene che l'agente delgoverno indovini l'animo del popolo e gli presenti ciò che desidera e che da sestesso non saprebbe procacciarsi.

Talora il bene generale è in collisione cogl'interessi de'potenti. L'abolizione de' feudiper esempioreca un danno notabile alfeudatario; mapiú del feudatariosono da temersi coloro che vivono sulfeudo. Il popolo trae ordinariamente la sussistenza da costoro; comprende chedopo un annosenza il feudatario vivrebbe meglioma senza di lui non puòvivere un anno: il bisogno del momento gli fa trascurare il bene futuroquantunque maggiore. Il talento del riformatore è allora quello di rompere ilacci della dipendenzadi conoscer le persone egualmente che le cosedi farparlare il rispettol'amicizial'ascendente che talunoo bene o malegodetalora su di una popolazione.

Spesse volte ho visto che una popolazione ama una riformaanziché un'altra. Molte popolazioni desideravano la soppressione de' monasterimolte non la volevano ancora: piucché la superstizioneinfluiva sul lorospirito il maggiore o minor bisogno in cui erano de' terreni. Non urtate lapubblica opinione; crescerá col nuovo ordine di cose il bisognoe voi saretesollecitato a distruggere ciò che un momento prima si voleva conservare.

Basta dar avviamento alle cose; di molte non si comprendeoggi la necessitá o l'utilee si comprenderá domani: cosí avrete ilvantaggio che farete far dal popolo quello che vorreste far voi.

Non vi curate degli accessoriiquando avete ottenuto ilprincipale. Ioche ho voluto esaminar la rivoluzione piú nelle idee de' popoliche in quelle de' rivoluzionariho visto che il piú delle volte il malcontentonasceva dal volersi fare talune operazioni senza talune apparenze e senza talunesolennitá che il popolo credeva necessarie. Avviene nelle rivoluzioni comeavviene nella filosofiadove tutte le controversie nascono meno dalle idee chedalle parole. I riformatori chiamano «forza di spirito» l'audacia colla qualeattaccano le solennitá antiche; io la chiamo «imbecillitá» di uno spiritoche non sa conciliarle colle cose nuove.

Il gran talento del riformatore è quello di menare il popoloin modo che faccia da sé quello che vorresti far tu. Ho visto molte popolazionifare da per loro stesse ciò chefatto dal governoavrebbero condannato.«Volendo - dice Macchiavelli - che un errore non sia favorito da un popologran rimedio è fare che il popolo istesso lo abbia a giudicare». Ma a questogrande oggetto non si perviene se non da chi ha giá vinto tanto la vanitá de'fanciulli di preferir le apparenze alle cose realiquanto la vanitá anche diquegli uomini doppiamente fanciulliche non conoscono la vera gloria e che lafanno consistere nel far tutto da loro stessi.

Siccome nelle rivoluzioni passive il gran pericolo è quellodi oltrepassare il segno in cui il popolo vuole fermarsi e dopo del quale viabbandonerebbecosí il miglior partitoil piú delle volteè di restarseneal di qua. Il governo avea ordinata la soppressione istantanea di moltimonasteri; e questacommessa a persone non sempre fedelinon avea prodottoque' vantaggi che se ne speravano. Si poteano i conventi far rimanerema collalegge di non ricever piú nuovi monaci; i loro fondicon altra leggesidichiaravano censiti a coloro che ne erano affittualicolla libertá diacquistarne la proprietá; e cosí si otteneva la ripartizione de' terrenil'abolizione del monistero a capo di pochi annie frattanto ai monaci siavrebbe potuto vender anche caro questo prolungamento di esistenza. Il voler farin un momento tutto ciò che si può fare non è sempre senza pericoloperchénon è senza pericolo che il popolo non abbia piú né che temere né chesperare da voi.

Il popolo è ordinariamente piú saggio e piú giusto diquello che si crede. Talora le sue disgrazie istesse lo correggono de' suoierrori. Ho veduto delle popolazioni diventar repubblicane ed armarsiperchénella loro indifferenza erano state saccheggiate dagl'insorgenti. In Caiazzotaluni della piú vile feccia del popolo insursero ed attaccarono le autoritácostituite; tutti gli altri erano spettatori indolenti: gl'insorgenti solifurono i piú fortivollero rapinaree questo ruppe il letargo degli altri.Allora gl'insorgenti non furono piú soli: tutta la popolazione difese leautoritá costituite; edistruita dal pericoloCaiazzo divenne la popolazionepiú attaccata alla repubblica.

Da tutto si può trar profitto: tutto può esser utile ad ungoverno attivoche conosca la nazione e non abbia sistemi. Tutt'i popoli sirassomigliano; ma gli effetti delle loro rivoluzioni sono diversiperchédiversi sono coloro che le dirigono. Molti avvenimenti io potrei narrare inprova di ciò che ho detto; ma si potrebbe dir tutto senza una noia mortale?Agli esteri bastano i risultati; i nazionaliquando voglianopossono applicarea ciascuno di essi i fatti ed i nomi che giá sanno.

 

XX

 

PROGETTO DI GOVERNO PROVVISORIO

 

Nello stato in cui era la nazione napolitanala scelta dellepersone che formar doveano il governo provvisorio era piú importante che non sipensa. Noi riferiremo a questo proposito ciò che taluno propose a Championneted a coloro che consigliavano Championnet.

«Il primo passo in una rivoluzione passiva è quello diguadagnar l'opinione del popolo; il secondo è quello d'interessare nellarivoluzione il maggior numero delle persone che sia possibile. Queste dueoperazionisebbene in apparenza diversenon sono però in realtá che unasola; poiché quello istesso che interessa nella rivoluzione il maggior numerodelle persone vi fa guadagnare l'opinione del popoloil qualenon potendogiudicar mai di una rivoluzione e di un governo per princípi e per teorienonpotendo ne' primi giorni giudicarne dagli effettideve per necessitágiudicarne dalle personeed approvare quel governo che vede commesso a personeche egli è avvezzo a rispettare.

«Tra gl'impiegati del re di Napoli molti ve ne sonoi qualinon hanno giammai fatta la guerra alla rivoluzione; amici della patria perchéamanti del beneed attaccati al governo del re sol perché quel governo davaloro un mezzo onesto di sussistenza. Molti di costoro meritano di esserimpiegati per i loro talenti e possono guadagnare alla rivoluzione l'opinione dimolte classi del popolo.

«Il fòro ne somministra moltissimi; e la classe del fòrouna volta guadagnatastrascina seco il quinto della popolazione. Moltissimi nesomministra la classe degli ecclesiasticie vi è da sperare altrettanto dibene: il resto si avrebbe dalla nobiltá (uso per l'ultima volta questa parolaper indicare un ceto che piú non deve esisterema che ha esistito finora) edalla classe de' negozianti. I nobili si crederanno meno offesiquando sivedranno non del tutto obbliati; ed i negoziantifinora disprezzati da' nobilisaranno superbi di un onore che li eguaglia ai loro rivalie può la nazionesperar da loro aiuti grandissimi ne' suoi bisogni. In Napoli questa è la classeamica del popolopoiché da questa classe dipende e vive quanto in Napoli visono pescatorimarinaifacchini e di altri taliche formano quella numerosa esempre mobile parte del popolo che chiamansi 'lazzaroni'. Utili anche sarebberomolti ricchi proprietari delle provincei quali possono colá ciò che possonoi negozianti in Napolie potranno dare al governo quei lumi che non ha e chenon può avere altrimenti sulle medesime.

«Per effetto della nostra mal diretta educazione pubblicala cognizione delle nostre cose si trova riunita al potere ed alla ricchezza:coloro che hanno per loro porzione il sapereper lo piútutto sanno fuorchéciò che saper si dee. Allevati colla lettura de' libri inglesi e francesisapranno le manifatture di Birmingham e di Manchestere non quelle del nostroArpino; vi parleranno dell'agricoltura della Provenzae non sapranno quelladella Puglia; non vi è tra loro chi non sappia come si elegga un re di Poloniao un imperatore dei romanie pochi sapranno come si eleggono gli amministratoridi una nostra municipalitá; tutti vi diranno il grado di longitudine e dilatitudine d'Othaiti: se domandate il grado di Napolinessuno saprá dirlo. Untempo i nostri si occuparono di tali coseed ebbimo scrittori di questi oggettiprima che le altre nazioni di Europa ancora vi pensassero. Oggi ciascuno sdegnadi occuparsenevago di una gloria stranieraquasi che si potesse meritaremaggior stima dagli altri popoli ripetendo loro male ciò che essi sanno beneche dicendo loro ciò che ancora non sanno. Queste cognizioni intanto sononecessarieeper averleo convien ricorrere ai libri senza ordine e senzagusto scritti due secoli fao convien dipendere da coloro i qualiper averemaneggiati gli affari del Regno e viste diverse nostre regioniconoscono e gliuomini e lo stato degli uomini. Per difetto della nostra educazionela scienzache noi abbiamo è inutilee siam costretti a mendicare le utili dagli altri.

«Maaffinché le cognizioni delle cose patrie non sianoscompagnate dai lumi della filosofia universale di Europaed affinché colorode' quali abbiam bisogno per opinione non diventino i nostri padroni pernecessitáaffinché gli antichi interessi (se pure costoro avessero interesseper l'antico governo) non opprimano i nuovia costoro si unirá un doppionumero di savi e virtuosi patrioti: cosí avremo il vantaggio del patriotismonelle decisionied il patriotismo avrá il vantaggio delle cognizioni patrienell'esame e dell'opinione pubblica nell'esecuzione.

«Invece di fare l'assembleache chiamar si potrebbe 'costituente'di venticinque personefar si potrebbe di ottantae combinare in tal modoinsieme tutti questi vantaggi. Un'assemblea provvisoria di ottanta non è troppogrande per una nazione che dee averne una costituzionale piú che doppia:all'incontro una di venticinque può sembrare troppo piccolaspecialmente nonessendosi ancora pubblicata la costituzione. Il popolo potrá credere che sivoglia prender giuoco di lui e che si pensi ad escluderlo da tutto. Un generaleesteroche venisse egli solo a darci la leggesi tollererebbe come un reconquistatoree l'oppressionein cui ciascuno vedrebbe gli altri tuttiglirenderebbe tollerabile la propria; masubito che chiamate a parte dellasovranitá la nazioneconviene che usiate piú riguardi: o conviene dar a tuttio a nessuno; i consigli di mezzo non tolgono l'oppressione e vi aggiungonol'invidia».

Si passava ad indicarein tutte le classide' veripatriotii qualisenza esser ascritti a verun clubamavano la patriaed avrebbero saputo renderla felice... Ma i nomi di costoro sarebbe oracolpevole imprudenza rivelare.

 

XXI

 

MASSIME CHE SI SEGUIRONO

 

Io prego tutti coloro i quali leggeranno questo paragrafo anon credere che io intenda scrivere la satira de' patrioti. Se il patriota èl'uomo che ama la patrianon sono io stesso un patriota? Come potrei condannareun nome che onora tanti amicide' quali or piango la lontananza o la perdita?Noi possiamo esser superbi che in Napoli la classe de' patrioti sia stata laclasse migliore: ivie forse ivi solamentela rivoluzione non è stata fattada coloro che la desideravano sol perché non avevano che perdere. Ma in unagrande agitazione politica è impossibile che i scellerati non si rimescolino aibuonicome appuntoagitando un vasoè impossibile che la feccia non sirimescoli col fluido. Il grande oggetto delle leggi e del governo è di far síchead onta de' nomi comuni de' quali si vogliono ricopriresi possano sempredistinguere i buoni dai cattivie che si riconosca per patriota solo colui cheè degno di esserlo. Allora i cattivi non corromperanno l'opera de' buoni.Allora il governo de' patrioti sará il migliore de' governiperché sará ilgoverno di coloro che amano la patria. Ma tale è la dura necessitá delle coseumaneche spesso le maggiori avvertenzeche si prendono per far prevalere ibuoninon fanno che allontanarli e verificare l'antico adagio: che nellerivoluzioni trionfano sempre i pessimi.

Nelle altre rivoluzioni i rivoluzionari non buoni han fattosorgere princípi pessimi. In quella di Napoli princípi non nostri e non buonifecero perdere gli uomini buoni. Nulla di migliore degl'individui che avevamoperché i princípi loro individuali erano retti: se le operazioni politiche noncorrisposero alle loro ideeciò avvenne perché i princípi pubblici non eranodi essi ed erano fallaci. Questi princípi politici per necessitá doveanocorromper tutto.

Alcuni falsi patrioti o maligni speculatoriai quali né laclasse de' buoni né un solo del governo aderí maidicevano che tutti gliaristocraticiche tutt'i vescovitutt'i pretitutt'i ricchi dovevano esseredistrutti. Non erano contenti che fossero eguagliati agli altri. La repubblicafiorentina operava una volta cogli stessi principi; e la repubblica fiorentinafu perciò in una continua guerra civileche finalmente produsse la sua morte.Questo avviene inevitabilmente tutte le volte che la repubblica non è fondatasopra la giustizia; e non lo è mai ogni qual voltadopo aver distrutta laclassecontinua a perseguitar l'individuonon perché ami le distinzioni dellaclasse giá estintama solo perché le apparteneva un giorno. I romani sicontentarono di far che i plebei potessero ascendere a tutte le cariche: questoera il giusto e formava la libertá; se essi avessero voluto escluderne ipatrizi sol perché erano patrizisarebbe stato lo stesso che voler rimettereil patriziato dopo averlo distrutto e voler far nascere la guerra civile.

Pretendevano non doversi impiegar nessuno di coloro cheaveano ben servito il re. Era giusto che non s'impiegassero colorose mai ve neeranoche lo aveano servito nei suoi capriccinelle sue dissolutezzenellesue tirannie; che doveano l'onore di servire all'infamia onde si eran ricoperti.Ma moltiservendo il reavean servita la patria; e molti altrial contrarionon aveano potuto servire il reperché non meritavano servir la patria:l'escluder quellil'ammetter questisol perché quelli aveano servito il re equesti non giánon era lo stesso che tradire la patria e farla servire dacoloro che non sapeano servirla?

Chi dunque dovea impiegarsi? Coloro solamente che eranopatrioti. La repubblica napolitana fu considerata come una predala di cuidivisione spettar dovea a pochissimi; e questo fu il segnalené poteva esserlodiversamentedella guerra civile tra la parte numerosa della nazione e la partedebole.

Questo fece mancare tutt'i buoni agenti della repubblica: seun uomo di genio e da bene è raro in tutto il genere umanocome mai puòritrovarsi poi facilmente in una classe poco numerosa? È vero che i clamoridella folla né esprimevano il voto de' buoni né eran di norma al governo; main circostanze precipitose ed incertequando la curiositá pubblica ègrandissima ed ignote sono ancora le massime di un governo nuovoné vi ètempo e modo da paragonare le voci ai fattii clamorisebben falsiproduconoun male realeperché il popolo li crede massime del governo e se ne offende.Il piú difficilein tali tempiè il far sorgere una opinione che dir sipossa pubblica; fare che nel tempo istesso e parlassero moltiperché le vociriunite producono effetto maggioree le parole fossero concordiondel'effettoper contrasto delle medesimenon venisse distrutto. Questoperaltroera in Napoli piú difficile ad ottenersi che altrove; tra perché larivoluzione non era attivama passivané vi erain conseguenzaun'opinionepredominantema si imitavano quelle di Franciale quali erano state molte ediverseonde è che vi erano alcuni «terroristi»altri «moderati»ecc.;tra perché le opinioni non eran liberee spesso prevaleva per effetto di forzaquella che non era la piú comune; tra perché finalmente il tempo fubrevissimoe l'opinione pubblicaovunque non vi è forza che possa dirigerlaha bisogno di tempo lunghissimo.

È un'osservazione costante che il popolo non s'inganna maine' particolari; ma una fazione s'ingannae molto piú una fazione la qualeriduce le virtú ed i talenti tutti ad un solo nomedi cui usa egualmente eCatilina e Catone. Il vero «patriotismo» è l'amor della patriaed ama lapatria chi vuole il suo bene ed ha i talenti per procurarlo. Se lo separate daqueste idee sensibiliallora formate del patriotismo una parola chimericalaquale apre il campo alla calunnia ed impedisce all'uomo da beneche non èfaziosodi accostarsi al governo; allora si sostituisce al merito reale unmerito di opinione che ciascuno può fingereed il merito reale rimane sempredietro a quello dei ciarlatani.

Con questi mezzi abbiam veduti allontanati dal corpolegislativo il virtuoso Vincenzio Russo ed alcuni altritra' quali uno cheinquelle circostanzeavrebbe potuto esser utile alla patria.

Se la nostra rivoluzione fosse stata attivai nostripatrioti si sarebbero conosciuti nell'azione precedenteil che non avrebbelasciato luogo alla imposturae si sarebbero conosciuti per quello che ciascunvalea. Si è detto realmente che le guerre civili fanno sviluppare i geni di unanazionenon perché li facciano nascerema perché li fanno conoscere; perchéciascuno nell'azione si mette al posto che il suo genio gli assegnae la sceltaper lo piú suole riuscir buonaperché si giudica dell'uomo dai suoi fatti.

Presso di noi l'uomo era riputato patriota da che appartenevaad un club. Maquando anche questa invenzione inglese di club fossestata atta a produrre un giorno una rivoluzionepurenon avendola prodottanon potea far giudicare degli uomini se non dalle parole. I nostri clubsnon avean ancora superata la prima prova delle congiureche è quella diconservare il segreto tra il numero: composti sulle prime da pochi individuiallorché incominciò la persecuzionesi sciolsero. Quando venne larivoluzionesi trovarono moltissimii quali non aveano fatto altro che dare illoro nome negli ultimi tempiuomini che non si conoscevano neanche tra loroetra costoro fu facile a qualunque audace rimescolarsi e dichiararsi patriota.

Cosí la patria fu in pericolo di esser vittimadell'ambizione de' privatipoiché non si trattava di soddisfar questa conservigi resi alla patria medesimama bensí con quelli che taluno forsi volevarenderle; non si esaminava chi sapevachi poteama si cercava chi voleva; edin tale gara il piú audace mentitoreil piú sfacciato millantatore doveanovincere il merito e la virtú sempre modesta.

 

XXII

 

ACCUSA DI ROTONDO - COMMISSIONE CENSORIA

 

S'incominciò dai primi giorni della repubblica a fare unaguerra a tutti gl'impiegati: accuse sopra accusedeputazioni sopra deputazioni:chi ambiva una carica non dovea far altro che mettersi alla testa di un certonumero di patrioti e far dello strepito. Siccome tutto si aggirava su parolevaghe che niuno intendevacosí la ragione non poteva aver luogo e doveanvincere il numero e lo strepitoprima forza che gli uomini usano nelle garecivilifinché passino ad usarne un'altra piú efficace e piú crudele.All'uomo ragionevole e dabbene non rimaneva che involgersi nel suo mantello etacere.

Prosdocimo Rotondoeletto rappresentanteoffese l'invidiadi qualche suo nemico. Si mosse Nicola Palomba ad accusarlo: Nicola Palombachenon conosceva Rotondomaentusiasta ed in conseguenza poco saggiocredea cheei fosse indegno della caricasol perché qualche suo amico lo credeva tale.Un'accusa di tale natura non avrebbe dovuto ammettersipoiché l'indegnitá ditaluno potrá far sí che il sovrano non lo elegga; maeletto che l'abbiaperché sia deposto prima del tempo stabilito dalla leggevi è bisogno di undelitto. Ammessa però una volta l'accusaconveniva esaminarla: nellarepubblica deve esser libera l'accusama punita la calunnia. Io non so seRotondo fosse reo: so però ch'egli insisteva perché fosse giudicato; so chedimesso dalla caricapubblicò il conto della sua amministrazionee tuttitacquero. Il presidente allora del comitato centrale vedea in questo affareinapparenza privatoquanto importasse conservarsi il rispetto alla leggesenzadi cui non vi è governoed intendeva bene che una folla di patrioti potevadiventar fazionesubito che non fosse piú nazione. Mapoco di poialcunidisperando di farsi amare e rendersi forti colla nazionevollero adular lafazionee non si permise che dell'affare di Rotondo piú si parlasse. Palombapartí pel dipartimento del quale era stato nominato commissario. Gli fu dataè verola facoltá di proseguir l'accusa anche per mezzo de' suoi procuratori:ma non si trattava di dargli una facoltá; era necessario imporgliun'obbligazione. Palomba non avrebbe dovuto partirese prima non adempiva aldovere che gl'imponeva l'accusa. In un governo giusto l'accusatore è nel tempoistesso accusato; ementre si disputava se Rotondo era degno o no di seder trai legislatoriPalomba non avea diritto di esser nominato commissario.Dispiacque a Rotondo ed a tutt'i buoni un silenzio che sacrificava il governoalla fazione e la fazione all'individuo.

Il segretouna sola volta svelatotolse ogni frenoall'intrigo. Napoli si vide piena di adunanze patrioticheche incominciarono acensurare le operazioni e le persone del governo. Ma non si contentavano dimettere cosí un freno alla condotta di coloro che potevano abusare della sommadelle coseottimo effetto che la libertá de' partiti produce nella repubblica;non si contentavano di osservarsi a vicenda: voleano combattersivoleanovincersi; le loro censure voleano che avessero la forza di accusee cosí lostudio delle parti dovea degenerare in guerra civile.

Non vi fu piú uno il quale non fosse accusato; masiccomele accuse non erano dirette dall'amore della patriacosí non erano fondatesulla ragione: motivi personali le facevano nasceregli stessi motivi lefacevano abbandonare. Si aggiugneva a ciò cheil piú delle voltele contesedecidevansi per autoritá degli esteri. Sebbene le loro decisioni talora fosserogiustenon potevano però mai esser legaliperchéanche quando si eseguivala leggeparlava l'uomo. Cosí gli uomini non si avvezzavano mai a credere chea soddisfare i loro desidèri non vi fosse altra via che quella della legge; esenza questa intima e profonda persuasionenon vi è repubblica. Il costumepubblico si corrompe; le sètte non servono piú la patriama bensí l'uomo cheesse credono superiore alla leggee quest'uomo fomenta in segreto una divisioneche assoda il suo imperio. I partiti corrompono l'uomoe l'uomo corrompe lanazione. Gl'intriganti prendono le loro misurei buoni si vedono senza alcunadifesai faziosi (importa poco di qual partito essi siano: è fazioso chiunquenon è del partito della patria) trionfano; esiccome l'unico mezzo diacquetarli è quello di dar loro una caricacosí si vedono elevati molti chela nazione non vuole e che ruinano poi la nazione.

Male funestonon ultima causa della nostra ruinae che ibuoni non debbono giammai obbliareonde esser piú cauti ad accordare la loroconfidenza ai pessimiche la forza della rivoluzione spinge sempre in alto!Essi divengono assai piú terribili in una rivoluzione di opinionenella qualeun sentimento che non si vedeun nome che si può fingeretengono spesso illuogo delle vere virtú e del merito reale; in una rivoluzione prodotta da armistranierein cui è inevitabile la sconsigliata profusione delle cariche: trail conquistatoreil quale spesso non sa ciò che dona né a chi donama sasolo che ciò che dona non è suo; e tra i primi da lui impiegatii qualirammentano piú i bisogni di un amico che quelli di uno Stato che odiavanoepieni ancora dell'impazienza di obbediredi rado sanno temperarsi nell'uso dicomandare.

Il governoper acquetare un poco i rumoriistituí unacommissione di cinque persone per esaminare coloro che doveano impiegarsi: nonerano impiegati se non quei tali che dalla commissione venissero approvati; chiera riprovato veniva escluso per sempre.

Questa istituzione fu effetto delle circostanze. Le accuseireclami erano infiniti; il tempo era breve; il bisogno di ben conoscere lepersone urgente. La commissione della quale parliamofu imaginata a fine dibene; le furon date istruzioni limitatissimequasi private: ma essa divennecontro la mente del governouna magistratura che avea ed esercitavagiurisdizione regolaremanteneva un officioriceveva petizionifacevadecreti. L'istituzione cangiò naturae questo avvien sempre in tutte leistituzioni simili. Seinvece di istituire una commissionesi fosse obbligatoPalomba a proseguire l'accusa; se fosse stato condannatocome era di giustiziao Palomba o Rotondoquattro quinti de' clamori sarebbero cessatied il governoavrebbe conosciuto meglio le persone e le cose. Accaduto una volta un disordinespecialmente ne' primi giorni di un governo nuovodi rado il popolo conosce lavera cagione del medesimoe tutto attribuisce al governo: male inevitabile egravissimoil quale deve persuaderci che non tutto ciò di cui il popolo sidoleva era sempre cagionato dal governo; che le intenzioni eran sempre puremanon eran sempre buone le istituzioni; e queste non eran sempre buoneperché liprincípidalli quali dipendevanoeran fallaci; e finalmente che in un governonuovo è necessitá far quanto meno si possa d'istituzioni tali che possinodivenir arbitrarie. Tutto deve esser potentemente afferrato dalla mano di chigoverna.

 

XXIII

 

LEGGI - FEDECOMMESSI

 

Io seguo il corso delle mie idee anziché quello de' tempi.Tanti avvenimenti si sono accumulati e quasi addensati in sí breve tempocheessiinvece di succedersis'incrocicchiano tra loroné se ne può giudicarbene se non osservandone i loro rapporti.

Il momento della rivoluzione in un popolo è come un momentodi tumulto in un'assemblea: i dispareriil calore della disputadestano tantie sí vari rumoriche impossibile riesce far ascoltare la voce della ragione.Se allora un uomo rispettabile per la sua prudenza e pel suo costume si mostragli animi si acchetanotutti l'ascoltano: il suo nome gli guadagna l'attenzionedi tuttiegli può far udire la voce della ragione. Nel primo momentol'opinione è necessaria per dar luogo alla ragione; ma nel secondo conviene chela ragione sostenga e confermi l'opinione.

Que' fatti che finora abbiam riferiti aveano per iscopo ilguadagnare la confidenza del popolo prima che il governo avesse agito; ma ilgoverno dovea finalmente agire e dovea colle opere meritarsi quella confidenzache avea giá guadagnata... Esso si occupò dell'abolizione de' fedecommessi edella feudalitáche formavano presso di noi i piú grandi ostacoliall'eguaglianza ed al governo repubblicano.

L'istituzione de' fedecommessi porta seco lo spirito diconservar i beni nelle famigliespirito non compatibile coll'eguaglianza nellerepubbliche ben ordinate. Forsecosí in Roma come in Spartal'amordell'eguaglianza avea fatto nascere lo spirito della conservazione de' beni. Mai nostri fedecommessi non aveano di romano altro che il nome e le formoleesterne di ciò che chiamasi «sostituzione»: queste antiche istituzioniunitealle idee di nobiltá ereditaria e di successione feudaleavean prodotto pressodi noi un mostrodi cui a torto incolperemmo i romani. Nel regno di Napoliovetutte le ricchezze sono territorialisi erano i fedecommessi moltiplicatiall'estremoe moltiplicato avevano ancora il numero de' celibidegli ozioside' poveride' litigantiecc.

La riforma fu semplice e ragionevole. Non si distrusse lavolontá de' testatori che fino a quel tempo aveano ordinato de' fedecommessitra perché una legge nuova non deve mai annullare i fatti precedentitraperché la riforma della proprietá non deve distruggerne il fondamentoilquale altro non è che il possesso autorizzato dal costume pubblico(34). Ma ibeni de' fedecommessi rimanendo liberi in mano de' possessori e la leggeproibendo di ordinarne de' nuoviuna sola generazione sarebbe stata sufficientea produrre quella divisione che si desideravama cheordinata dalla pubblicaautoritási sarebbe mal volentieri accettata.

A' secondogeniti ed a' legatari fu disposto darsi il capitaledi quella parte del fedecommesso di cui godevano la rendita: cosí ebbero ancheessi una proprietá da trasmettere ai loro figli. Il calcolo de' capitali fuordinato farsi sulla rendita alla ragione del tre per cento; e cosíin unanazione ove i fondi sono in commercio alla ragione non minore del cinque e delsei per centole porzioni de' legatari venivano indirettamente a duplicarsiesi correggevasenza violenzaquella disuguaglianza che lo spirito diprimogenitura avea introdotta nelle porzioni de' figli di uno stesso padre.

Questa legge fu saggia e ben accetta a tutti: i possessoristessi de' fedecommessi non perdevano tanto colla cessione ai legatariquantoguadagnavano coll'acquistar la libera proprietá de' loro beni in una nazioneche incominciava a sviluppare qualche attivitá. I legami de' fedecommessi eranogiá mal tolleratie da' dissipatori che volean abusare dei loro benie da'saggi i quali voleano usarne in bene.

Forse sarebbe stato giusto aggiugnere alla legge lacondizione aggiuntavi dall'imperatore Leopoldoallorché fece la riforma deifedecommessi di Toscana. Giudicando questo ottimo sovrano che manca allagiustizia chiunque priva del diritto alla successione un uomo nato e nodrito conessoriserbò la capacitá di succedere ai fedecommessi non solo ai possessorima anche ai chiamati giá nati o da nascere da matrimoni contratti prima dellaleggemolti de' quali eransi fatti colla speranza di una successionefedecommessaria.

Rimanevano ancora alcuni altri oggetti da determinarsi:rimaneva a prendersi delle misure sui tanti e sí ricchi monti di maritaggi chevi sono in Napoli e che altro in realtá poi non sono che fedecommessi difamiglia e di gente... Ma tali oggetti dipendevano dalla legge testamentariadallo stato della nazione e da tante altre considerazioniche era meglioaspettare tempo piú opportuno. Di rado nella rivoluzione francese ed in quelleche sono scoppiate in conseguenzadi rado si è peccato per soverchia lentezzain far le leggi: spessissimo per soverchia precipitanza.

 

XXIV

 

LEGGE FEUDALE

 

La legge feudale richiedeva piú lungo esame e presentavainteressi piú difficili a conciliarsi. Quella dei fedecommessi toglieva poco aipossessori dei medesimie quel poco davalo ai figli ed ai fratelli loro: lalegge dei feudi toglieva ai feudatari moltissimoe questo passava agliestraneiche talvolta erano i loro nemici. Intantol'abolizione dei feudi erail voto generale della nazione. Gli abitanti delle province ardevano di tantaimpazienzache aveano quasiché strascinato il re a dare alla feudalitá de'colpii quali sentivano piú di democrazia che di monarchia. Io dico ciò perun modo di direma non son certo che la feudalitá convenga piú all'una cheall'altra di queste due forme di governo. La forma di governo a cui lafeudalitá meglio conviene è l'aristocrazia: aristocratici erano i governi ditutta l'Europa nell'epoca in cui la feudalitá prevaleva. Le monarchie presentidell'Europa eransi elevate sulle rovine della medesima: ove essa era rimastaintattail governo era rimasto aristocraticosiccome in Polonia; ove era statatemperatama non distruttaera surto una specie di governo mistocome inInghilterra e nella Svezia: ove era stata interamente distruttaera surto ungoverno aristocraticocome in una grandissima parte dell'Europae specialmentein quella parte che altre volte componeva l'immensa monarchia di Spagnaessaera rimasta in uno stato singolaredoveavendo perduti tutt'i diritti cherappresentava in faccia al sovranoavea conservati tutti quelli che una voltaavea sul popolo. Prendendo per punto di paragone un vassallo degl'imperatorisveviun pari della Gran Bretagna gli somiglia molto piú che un napolitanoquando è nel parlamentoil napolitano gli somiglia molto piú dell'inglesequando è nelle sue terre.

Ma i primi diritti sono gloriosi al feudatario e posson esserutilissimi ed al sovrano ed allo Stato; i secondi sono al feudatario vergognosiperché non è mai glorioso tutto ciò che è oppressivo e nocivo allo Statoalsovranoagli stessi baroniperché tendono a distruggere l'industriadallaquale solamente dipende la vera prosperitá di una nazione. Questi diritti sonoi diritti dei popoli barbari. Ovunque si sviluppa l'industriaessi vanno acadere in obblioed è interesse degli stessi feudatari che ciò succeda. InRussia gli stessi grandi possessori di terra hanno incominciato a dar libertá eproprietá agli uomini che le abitano: con questa sola operazionehan quasitriplicato il valore delle terre loro.

I feudatari prevedevano che la rivoluzione li avrebbeobbligati a nuovi sacrificie bramavano che fossero i minori possibili. Talunirepubblicani troppo ardenti avrebbero voluto loro toglier tutto. Tra questi dueestremi il mezzo era difficile a rinvenirsi. Non vi era neanche un esempio daseguire: la Franciaove i grandi feudatari eran rimasti distrutti dalla guerracivilenon ebbe bisogno di leggi dopo l'opera delle armi(35). Giuseppe secondonella Lombardia avea da lungo tempo eguagliata la condizione de' beni.

Molte popolazioni incominciarono dal fattoprendendo ilpossesso di tutti i beni de' baroni: se tutte avessero fatto lo stessola leggesarebbe stata men difficile a concepirsi. La forza autorizza molte cose che laragione non deve ordinareed il popolo stesso ama di veder approvati moltitrascorsi che fremerebbe vedendo comandati.

La discussione del progetto di legge fu interessante. Le dueparti contendenti seguivano opinioni diversesecondo i loro diversi interessi;i princípi erano oppostiecome suole avvenire allorché si va agli estreminé sempre veri né sempre atti alla quistione.

I feudatari credevano che la conquista potesse essere undiritto; i repubblicani la credevano sempre una forzaequando anche avessepotuto diventar dirittodicevano chese un tempo i baroni aveano conquistatala nazioneora la nazione avea conquistati i baroni: una nuova conquista poteaspogliare gli usurpatori nel modo stesso e collo stesso diritto con cui essispogliato aveano altri usurpatori piú antichi.

I feudatari credevano legittimi tutti i titoli chedipendevano dall'antico governoche essi riputavano del pari legittimo: ipatrioti credevano illegittimo tutto ciò che non era stato fatto da unarepubblica. Se si udivano i feudataritutto dovea conservarsi; se si udivano ipatriotitutto dovea distruggersipoichédichiarato una volta illegittimo ungovernonon vi era ragione per cui parte dei suoi atti si dovesse abolire eparte conservare.

Questo era lo stesso che far la causa degli usurpatori e deigoverni e non dell'umanitá e della nazioneche eran tradite per soverchio zelodai loro stessi difensori. Oggi si dice: - Un re non potea far questo; - domaniun re avrebbe detto: - Questo non si potea far da una repubblica. - Quandoprenderemo noi per principio la salute del popolo ed esamineremonon ciò cheun governo poteama solo ciò che dovea fare?

Voler ricercare un titolo di proprietá nella natura è lostesso che voler distruggere la proprietá: la natura non riconosce altro che ilpossessoil quale non diventa proprietá se non per consenso degli uomini.Questo consenso è sempre il risultato delle circostanze e dei bisogni nei qualiil popolo si trova. Tutto ciò che la salute pubblica imperiosamente nonrichiedenon può senza tirannia esser sottomesso a riformaperché gliuominidopo i loro bisogninulla hanno e nulla debbono aver di piú sacro chei costumi dei loro maggiori. Se si riforma ciò che non è necessario riformarela rivoluzione avrá molti nemici e pochissimi amici.

La feudalitá presso di noi presentava una massa immensa dipossessidi proprietádi esazionidi preminenzedi dirittiacquistatiricevutiusurpati da diverse mani ed in tempi diversi. I feudatari non furonoin origine che semplici possessori di fondi coll'obbligo della fedeltáecolla legge della devoluzioneessi non differivano dagli altri proprietari senon per aver ricevute dalla mano di un uomo quelle terre che altri ricevute aveadalla sorte. Ma i grandi feudatari erano nel tempo istesso grandi officialidella coronaedin tempi di anarchia o di debolezzaquei rappresentanti dellasovranitápotenti ed inamovibilifecero obbliar la sovranitá cherappresentavano: quei dirittiche essi esercitavano come officiali dellacoronadivennero prima diritti del feudatarioindi della sua famigliafinalmente del feudo. In tempi di continue guerre civilii pochi uomini liberiche eran rimasti nelle nostre regioninon avendo né sicurezza né proprietáchiesero la protezione dei potenti e l'ottennero a prezzo di libertá.

Grandi erano certamente questi abusi; ma tale era l'infelicitádei tempitale la condizione degli uominitale la desolazione delle nostrecontradeche essi dovettero sembrar tollerabili effettie taloragiuntiall'estremoprodussero il ritorno del bene. Gli uomini moltiplicati dovetteroestendere la loro industria e reclamarono la loro libertá civile: è questo ilprimo passo che le nazioni fanno verso la coltura. Un re di spirito generosoche voleva elevarsisi rese forte col favore del popoloche egli difese controgli altri tiranni minorie le monarchie di Europa sorsero dalle rovinedell'aristocrazia feudale. Noi vediamo nella nostra storia tutti i passi datidal popolole opposizioni de' baronil'ondeggiar perpetuo de' sovrani aseconda che temevano o de' baroni o de' popolie la rapacitá del fiscoeternotraditore de' baronide' popoli e dei re. La storia indica la strada da seguireuniforme alle idee de' popoli; le stesse leggi feudali indicano la riforma dellafeudalitá; quella riformache i popoli bramanoche i baroni non possonoimpugnare.

Non bastava una legge che dichiarasse abolita la feudalitá:questa legge sarebbe stata piú pomposa che utile. Poco rimaneva presso di noiche avesse l'apparenza feudale: il difficile era riconoscer la feudalitá anchedove parea che non vi fosse. I feudatari aveano de' diritti acquistati comeofficiali della corona e come protettori de' popoli: tali diritti non doveanopiú esistere in una forma di governoin cui la sovranitá veniva restituita alpopolo ed il cittadino non dovea aver altro protettore che la legge. I baronipossedevano delle terre: non bastava che queste fossero eguagliate allacondizione delle altre. Se la riforma fosse rimasta a questi terminii baronisgravati dall'adoa e dalla devoluzionedivenuti proprietari di terre libereavrebbero guadagnato molto piú di quello che loro dava l'esazione de' dirittiincertivacillanti ed odiosi: il popolo non avrebbe guadagnato nulla. In unanazionein cui l'industria è attivasará vantaggio del feudatario farcoltivare le sue terre dall'uomo liberoanziché dallo schiavo. Una nazioneoziosa e povera chiede esser sgravata dai tributi: una nazione ricca edindustriosa è contenta di pagarepurché abbia mezzi di accrescer la suaindustria. Nell'immensa estensione di terreni che i baroni possedevanonon vierano che pochi i quali appartenessero al feudo: negli altri voi vedevate uncumulo di diritti diversi accatastati l'uno sopra l'altro ed appartenenti apersone diversetra le quali era facile il riconoscere che il piú potentedovea esser l'usurpatore. Quindi veniva restituita alle popolazioni gran partedi quella massa di terreni feudalichiamati «demaniali de' feudi» e che neformavano la maggior parte; i boschi doveano per necessitá divenire oggetti dipubblica ispezione; ai feudatari veniva a rimaner pure tanto di terreno da esserricchiquando all'ozio avessero sostituita l'industria; e la nazionesenzalegge agrariaavrebbe avutase non la perfetta eguaglianzaalmeno quellamoderazione di beniche in una gran nazione è piú utilemeno pericolosa epiú vicina alla vera eguaglianza.

Non mai si vide piú chiaramente quanto il freddo e costanteesame sia piú pericoloso agli usurpatori che il caldo e momentaneo entusiasmo.I baroni avrebbero mille volte amato ritornare ai princípi della «conquista»e della «legittimitá»chesebbene in apparenza piú distruttivierano piúfacili a combattersipiú facili ad eludersi nell'esecuzione. Ma comecombattere princípi evidentiche essi stessi aveano riconosciuti anchenell'abolito governo?

Ad onta di tutto ciòil progetto non passò senza grandidispareri: la spirante feudalitá avea tuttavia molti difensori. Talunlegislatore credeva nulla potersi decidere sulla feudalitáperché nulla aveadeciso la Francia: invincibile argomento per un rappresentante di una nazionelibera ed indipendente! Pagano credeva non esser giunto ancora il tempo didecidere la controversia: egli riconosceva necessarie e giuste le abolizioni de'dirittima voleva che non si toccassero i terreniquasi che un popolo nondovesse esser oppressoma potesse essere legittimamente misero. Taluno voleache l'affare si fosse commesso ad un tribunaleche si sarebbe di ciòincaricato; mase le leggi sono fatte pel popoloi giudizi sono fatti per ipotentii qualicol possessocoi cavilli e talora colla prevaricazioneriacquistano coi giudizi tutto ciò che il popolo avea guadagnato colle leggi.

Tanto importa che le idee del legislatore sieno a livello conquelle della nazione e che i progetti di legge contengano quelle idee mediechetutti gli uomini sentono ed a cui tutti convengono! Se si fosse rimasto agliestremila legge non si sarebbe avuta o avrebbe prodotta una guerra civile;essa avrebbe portata con sé l'apparenza dell'ingiustizia. Fondata su princípiche nessuno poteva negaregli stessi baroni piú avversi alla rivoluzionel'avrebbero soffertase non con indifferenza (poiché chi potrebbe pretendereche taluno resti indifferente alla perdita di tante ricchezze?)almeno condecoro.

Manel tempo appunto in cui il governo era occupato delladiscussione del progetto di questa leggeChampionnet fu richiamatoe Magdonaldche a lui successefu ben lontano dal voler sanzionare ciò che il governo aveafatto. Si dovette aspettare Abrialil quale fu ragionevole e giusto. Ma intantoil tempo era scorsoed il timore di disgustar diecimila potenti fece perdere aifrancesi ed alla repubblica l'occasione di guadagnar gli animi di cinquemilioni.

È degna di osservazione la differenza che passa tra ladiscussione che sulla feudalitá vi fu in Francia e quella che vi è stata tranoi. Parlando della primaAnquetil dice che la discussione dell'Assembleaincominciò da una proposizione fatta per render sicura l'esazione delle renditea coloro che ne possedevano i dirittiepassando da idea in ideasi finícoll'abolizione di tutti i diritti. In Francia s'incominciò dalle massimemoderate e si passò alle esagerate; in Napoli da queste si ritornò a quelle.Ed era ciò nell'ordine della naturaperché noi riprendevamo le idee dal puntoistesso nel quale le avean lasciate i francesi. Quindi è che tra noi furonopiú esagerate le opinioni de' privati che le idee del governo. Il governoseguí la massima che le leggi sulle proprietá hanno una giustizia proprialaquale consiste nel far sí che ciascuno perda il meno che sia possibile; enelcaso della riforma feudalesi può far in modo che guadagnino ambedue ipartiti. Io per me son sicuro che i feudatari potrebbero guadagnar piú con unalegge nuova che colle antiche. I diritti feudali si sostengono pel solo uso delfòro. Da che fu imposto tra noi l'obbligo ai giudici di dettar le loro sentenzesul testo espresso della leggei diritti feudali sono stati di giorno in giornoabolitie col tempo lo saranno tutti. Ma una legge nuova dovea considerarsipiuttosto come una transazione che come un decreto; ed il lunghissimo possessopoteva per essa acquistar forza di titolo. La nuova legge feudale non dovea averper iscopo né chimerica eguaglianza di beni né revindica di domínimasolamente di liberare il popolo da tutto ciò che turbava l'esercizio dell'autoritápubblicacomprimeva e distruggeva l'industria ed impediva la liberacircolazione delle proprietá.

 

XXV

 

RELIGIONE

 

Oggi le idee de' popoli di Europa sono giunte a tale statoche non è possibile quasi una rivoluzione politica senza che strascini secoun'altra rivoluzione religiosadoveché prima la rivoluzione religiosa eraquella che per lo piú produceva la politica. Da ciò forse nasce che lerivoluzioni moderne abbiano meno durata delle antiche?(36).

In Francia la parte della rivoluzione religiosa dovette esserviolentaperché violento era lo stato della nazione a questo riguardo. Siriunivano in Francia tutti gli estremi. Essa avea innalzata in Europa l'autoritápapale; essa era stata la prima a scuoterne il giogoma scuotendolo non l'avearotto come si era fatto in Inghilterrama le antiche idee erano rimaste permateria di eterne dispute su degli oggetti che conviene solamente credere. Ilclero era continuamente alle prese con Roma; i parlamenti lo erano col clero; lacorte ondeggiava tra il cleroi parlamenti e Roma. La nazione non si poteaarrestare ai primi passiuna volta dati: l'incredulitá venne dietro all'esame;manata in mezzo ai partitirisvegliar dovette la gelosia dei potentie sivide in Francia la massima tolleranza ne' filosofi e la massima intolleranza nelgoverno e nella nazione. Poche nazioni di Europa possonoin questo pregio dibarbara intolleranzacontendere coi colti ed umani francesi.

La nazione napolitana trovavasi in uno stato meno violento.La religione era un affare individuale; esiccome esso non interessava né ilgoverno né la nazionecosí le ingiurie fatte agli dèi si lasciavano aglidèi istessi. Il popolo napolitano amava la sua religionema la religione delpopolo non era che una festaepurché la festa se gli fosse lasciatanon sicurava di altro. In Napoli non vi era da temere nessuno de' mali che l'abusodella religione ha persuasi a tanti popoli della terra.

Il fondo della religione è unoma veste nelle varie regioniforme diverse a seconda della diversa indole dei popoli. Essa rassomiglia moltoalla favella di ciascuno di essi. In Franciaper esempioal pari della linguaè piú didascalica che in Italia; in Italia è piú poeticacioè piúliturgicache in Francia. In Francia la religione interessa piú lo spirito cheil cuore ed i sensi; in Napolipiú i sensi ed il cuore che lo spirito.

Qual altra nazione di Europa si può vantare di non aver maiprodotta una setta di eresia e di essersi sempre ribellata ogni volta che le siè parlato di Sant'officio e d'Inquisizione? La nazione che ha eretto untribunale nazionale indipendente dal re contro questa barbara istituzionechetutte le altre nazioni di Europa hanno almen per qualche tempo riconosciuta etolleratadeve essere la piú umana di tutte.

In Napoli era facile far delle riforme sulle ricchezze delclero tanto secolare quanto regolare. Una gran parte della nazione era in litecol medesimo per ispogliarlo delle sue renditené il rispetto per la religionee per i suoi ministri l'arrestava. Perché dunquequando queste riforme sivollero tentare dalla repubblicafurono odiate? Perché i nostri repubblicaniseguendo sempre idee troppo esageratevoleano far due passi nel tempo in cui nedoveano far uno: l'altro avrebbe dovuto venir da sée sarebbe venuto. Ma essimentre voleano spogliare i pretivolean distruggere gli dèi; si uníl'interesse dei primi e dei secondie si rese piú forte la causa dei primi.Ritorniamo sempre allo stesso principio: si volea fare piú di quello che ilpopolo voleae conveniva retrocedere; si potea giugnere alla mètama se neignorava la strada.

Conforti credeva che una religione non si possa riformare senon per mezzo di un'altra religione. La religione cristiana ridotta a poco apoco alla semplicitá del Vangelo; riformate nel clero le soverchie ricchezze dipochi e la quasi indecente miseria di molti; diminuito il numero dei vescovati edei benefici oziosi; tolte quelle cause che oggi separan troppo gliecclesiastici dal governo e li rendono quasi indipendentisempre indifferenti espesso anche nemiciecc. ecc.: è la religione che meglio di ogni altra siadatta ad una forma di governo moderato e liberale(37). Nessun'altra religionetra le conosciute fomenta tanto lo spirito di libertá. La pagana avea per suodogma fondamentale la forza: produceva degli schiavi indocili e dei padronitirannici. La religion cristiana ha per base la giustizia universale: impone deidoveri ai popoli egualmente che ai ree rende quelli piú dociliquesti menooppressori. La religione cristiana è stata la prima che abbia detto agli uominiche Iddio non approva la schiavitú: per effetto della religione cristianaabbiamo nell'Europa moderna una specie di libertá diversa dall'antica; ed èprobabile che i primi cristianinella loro originealtro non fossero chepersone le quali volevanoin tempi corrottissimiridurre la piú superstiziosaidolatria alla semplicitá della pura ed eterna ragioneed il piú orribiledispotismo che mai abbia oppresso la cervice del genere umano (tale era quellodi Roma) alle norme della giustizia.

Ma gli uomini (diceva Conforti) corrono sempre agli estremi.La filosofiadopo aver predicata la tolleranzaè diventata intollerante(38)senza ricordarsi chese non è degno della religione il forzar la religionenon è degno neanche della filosofia. Non è ancora dimostrato che un popolopossa rimaner senza religione: se voi non gliela datese ne formerá una da sestesso. Maquando voi gliela dateallora formate una religione analoga algovernoed ambedue concorreranno al bene della nazione: se il popolo se laforma da séallora la religione sará indifferente al governo e talora nemica.Cosí tutti gli abusi della religione cristiana sono nati da quegli stessi mezziche si voglion prendere oggi per ripararli.

Conforti credeva che la Francia istessa si sarebbe un giornoricreduta de' suoi princípie chequando si credeva di aver distrutti ipretialtro non avea fatto che accrescerne il desiderioe che avrebbe dovutorenderli di nuovocontentandosi il governo di potersi restringere a quelleriforme alle quali si sarebbe dovuto arrestare.

Ma gli altri erano lontani dall'avere le idee di Confortiné seppero mai determinarsi a prendere su tale oggetto un espedientegenerale(39). Ondeggiando tra lo stato della nazione e gli esempi dellarivoluzion di Franciaabbandonarono quest'oggetto importante alla condottadegli agenti subalterni; e questo fu il peggior partito a cui si potesseroappigliare. Un atto di forza avrebbe fatto odiare e temere il governo: questaindolenza lo fece odiare e disprezzare nel tempo istesso.

Il popolo si stancò tra le tante opinioni contrarie degliagenti del governoe provò tanto maggior odio contro i repubblicani quanto chevedeva le loro operazioni essere effetti della sola loro volontá individuale.L'odio contro gl'individui che governanoodio che poco può in un governoanticoè pericolosissimo in un governo nuovo; perchésiccome il governonuovo è tale quale lo formano gl'individui che lo compongonoil popolo controgl'individui niun soccorso aspetta da un governo che conoscee l'odio contro diquelli diventa odio contro di questo.

È un carattere indelebile dell'uomo quello di sostener conpiú calore le opinioni proprie che le altruipiú le opinioni che crede nuovee particolari che le antiche e comuni. Io credoe fermamente credochese leoperazioni che taluni agenti si permisero contro i preti fossero state ordinatedal governoil loro zelo sarebbe stato minore. La legge nulla determinava: ilsuo silenzio proteggeva le persone ed i beni degli ecclesiastici; quindi queipochi agenti del governoche voleano dare sfogo alle loro idee propriesidoveano restringere agl'insulti. Or gl'insulti ricadono piú direttamente controgli dèie le operazioni contro gli uomini. La condotta di molti repubblicaniera tanto piú pericolosa quanto che si restringeva alle sole parole: mentre siminacciavano i pretisi lasciavano; ed essi ripetevano al popolo che gli agentidel governo l'aveano piú colla religione che coi religiosiperchémentre silasciavano i benisi attaccavano le opinioni. Si avrebbe dovuto farprecisamente il contrarioed allora tutto sarebbe stato nell'ordine.

Il governo si avvidema tardidell'errore: volle emendarsie fece peggio. Il popolo comprese che il governo operava piú per timore che perinterna persuasione; equando ciò si è compresotutto è perduto.

 

XXVI

 

TRUPPA

 

Un governo nuovo ha piú bisogno di forza che un governoanticoperché l'esecuzione della leggeper quanto sia giustanon può essermai con sicurezza affidata al pubblico costume: gli scelleratiche non mancanogiammaihanno campo maggiore di calunniarla e di eluderla; ed i deboli sonopiú facilmente sedotti o trascinati nell'ondeggiar dubbioso tra le anticheopinioni e le nuove.

I francesi impedirono però ogni organizzazione di forzanella repubblica napolitana. Il primo loro errore fu quello di temer troppo lacapitale; il secondodi non temere abbastanza le province. Essi non aveanotruppa per inviarvenee di ciò non poteano esser condannati; ma essi nonpermisero che si organizzasse truppa nazionale che vi potesse andare in lorovecee di ciò non possono esser scusati.

Dagli avanzi dell'esercito del re di Napoli si potea formaresul momento un corpo di trentamila uominidi persone che altro non chiedevanoche vivere. Essi formavano il fiore dell'esercito del repoiché erano quelliappunto che erano stati gli ultimi a deporre le armi. Tra questiper il lorocoraggiosi distinsero i «camisciotti»: contesero a palmo a palmo il terrenofino al castello del Carmine. Ciò dovea farli stimaree li fece odiare. Furonofatti tutti prigionieri: conveniva o assoldarli per la repubblica o mandarlivia. Si lasciarono liberi per Napolie furono stipendiati da coloro che insegreto macchinavano la rivoluzione. Si tennero cosí i controrivoluzionari nelseno istesso della capitale.

S'incominciò a raccogliere i soldati del re in Capuaindiun'altra volta in Portici. La repubblica napolitana era in istato di mantenerli;essi avrebbero potuto salvar la patriasalvar l'Italia: maappena si videincominciare l'operazioneche fu proibita. A quei pochissimi soldati che sipermise di ritenere non si accordarono se non a stento le armiche erano tuttenei castelli in potere dei francesi.

Intanto si volea disarmare la popolazione. Come farlo senzaforze? Ma i francesi temeano egualmente le popolazioni ed i patrioti; e questoloro soverchio timore fece dipoi che le popolazioni si trovassero armate peroffenderlied i patrioti per difendersi disarmati. Si ordinava il disarmoedintanto i custodi francesi delle arminon conoscendo gli uomini e le cose in unpaese per essi nuovole vendevano; e ne compravano egualmente tanto il governorepubblicanoa cui era giusto restituirle senza pagaquanto i traditoria cuiera ingiusto darle anche con paga. I mercenariche avrebbero potuto diventarnostri amicinon avendo onde viverepassarono a raddoppiar la forza dei nemicinostri.

Oltre di una truppa di lineasi avrebbe potutosollecitamente organizzare una gendarmeria: allora quando ordinossi a tutt'ibaroni di licenziare le loro genti d'armicostoro sarebbero passati volentierial servizio della repubblica; essi non sapevano far altro mestiere: abbandonatidalla repubblicasi riunirono agl'insorgenti. Essi avrebbero potuto formare uncorpo di cinque in seimila uominie tutti valorosi.

Si ordinò congedarsi gli armigeri baronalie non si pensòalla loro sussistenza; si soppressero i tribunali provincialie non si pensòalla sussistenza di tanti individui che componevano le loro forze e cheascendevano ad un numero anche maggiore degli armigeri... - Essi sono deiscellerati - diceva talunoil quale voleva anche i gendarmi eroi. Ma questiscellerati continuarono ad esisterepoiché era impossibile ed inumano ildistruggerlied esistettero a danno della repubblica. Erasi obbliato il granprincipio che «bisogna che tutto il mondo viva».

L'avea del tutto obbliato De Rensisallorché pubblicò quelproclama con cui diceva agli uffiziali del re che «a chiunque avesse servito iltiranno nulla a sperar rimanea da un governo repubblicano». Questo linguaggioin bocca di un ministro di guerradir volea a mille e cinquecento famigliecheaveano qualche nome e molte aderenze nella capitale: - Se volete viverefateche ritorni il vostro re. - Questo proclama segnò l'epoca della congiura degliuffiziali. Il proclama fu corretto dal governo col fattopoiché moltiuffiziali del re furono dalla repubblica impiegati. Ben si vide dalle personeche avean senno esser stato esso piuttosto feroce nelle parole che nelle ideeeffetto di quella specie di eloquenza che allora predominavae per la quale laparola la piú energica si preferiva sempre alla piú esatta; maio lo ripetonelle rivoluzioni passivequando le opinioni sono varie ed ancora incerteleparole poco misurate posson produrre gravissimi mali. Le eccezionile quali sireputan sempre figlie del favorenon distruggevano le impressioni prodotte unavolta dalla legge generale: molti rimasero ancora ondeggianti; moltissimi sitrovavano giá aver dati passi irretrattabili contro un governo che credevanoingiusto. La durata della nostra repubblica non fu che di cinque mesi: nei primigli uffiziali non poterono ottener gradi; negli ultimi non vollero accettarne.

Si vuole dippiú? Degli stessi insorgenti si avrebbero potutoformare tanti amici. Essi seguivano un capoil quale per lo piú non era che unambizioso: questo capoquando non avesse potuto estinguersisi potevaguadagnaree le sue forze si sarebbero rivolte a difendere quella repubblicache mostrava di voler distruggere.

 

XXVII

 

GUARDIA NAZIONALE

 

Il nostro governo erasi ridotto a fondar tutte le speranzedella patria sulla guardia nazionale. Ma la guardia nazionale dev'essere laforza del popoloe non mai quella del governo.

Tutto fu ruinato in Franciaquando il governo credette nondover avere altra forza: la Vandea non fu mai ridottagli assassiniingombrarono tutte le stradenon vi fu piú sicurezza pubblica ed invece dellatranquillitá si ebbero le sedizioni. Il primo difetto di ogni guardia nazionaleè l'esser piú atta all'entusiasmo che alla fatica; il secondo è chequandonon difende la nazione interaquando a buon conto una parte della nazione èarmata contro dell'altraè impossibile evitare che ciascun partito non abbiatra le forze dell'altro dei seguacidegli amicii quali impediscano o almenoritardino le operazioni.

La vera forza della guardia nazionale risultadall'uniformitá dell'opinione: ove non siasi giunto ancora a tale uniformitáconvien usare molta scelta nella sua formazione. Non si debbono ammettere se nonquelli i quali si presentino per volontario attaccamento alla causao cheabbiano nella loro educazione princípi di onestá e nel loro stato civile unacautela di responsabilitá. Quei tali che Aristotile direbbe formare in ognicittá la classe degli ottimise non sono entusiastidi rado almeno sarannotraditori.

Io parlo sempre de' princípi di una rivoluzione passiva. Neiprimi giorni della nostra repubblica infiniti furono quelli che diedero il loronome alla milizia nazionale: rispettabili magistrationestissimi cittadiniiprincipali tra i nobiliquanto insomma vi era di meglio nella cittádisperando dell'abolito governovoleva farsi un merito col nuovo. Convenivaammetterli: si sarebbe ottenuto il doppio intento di compromettere molta gente edi guadagnare l'opinione del popolo: in ogni evento infeliceil libro checonteneva i loro nomi avrebbe forse potuto formar la salute di molti. Ma sivolle spinger la parzialitá anche nella formazione della guardia nazionale:allora il maggior numero si ritiròe non si ebbe l'avvertenza neanche diconservare il libro che conteneva i loro nomi.

Si formarono quattro compagnie di patrioti: essi erano tuttientusiastitutti bravi. Ma quattro compagnie erano poche. Si dovette ritornareal punto donde si era partitoed ammettere coloro che si erano esclusi. Ma essinon ritornavano piú. Si ordinò che nessuno potesse essere ammesso a carichecivili e militarise prima non avesse prestato il servizio nella guardianazionale. Ciò era giusto e dovea bastare. Ma si volle ordinare che tutti siascrivesseroe nel tempo stesso si ordinò un'imposizione per coloro chevolessero essere esentati: dico «volessero»perché i motivi di esenzioneerano taliche ciascuno potea fingerliciascuno potea ammetterlisenza timoredi poter essere smentito se li fingevao rimproverato se gli ammetteva. Che neavvenne? Coloro che poteano esser mossi dal desiderio delle cariche erano senzadubbio i migliori del paesema essi per lo piú erano ricchie compraronol'esenzione: furono costretti ad ascriversi coloro che non aveano népatriottismo né onestá né benie cosí la legge fece passar le armi nellemani dei nostri nemici.

Si volle sforzar la nazioneche solo si dovea invitare.L'imposizione riuscí gravosissima per le province. Il governo era passato da unestremo all'altro: prima non volea nessunopoi voleva tutti. Era però dariflettersi che questa misura fu presa quando giá incominciava a vedersi lostato intero delle cose volgersi ad inevitabile rovina. Allorasiccome in chiopera non vi è luogo a calcolocosí in chi giudica non deve predominar ilsistema. Il governo allora giuocavacome suol dirsitutto per tutto. Tristacondizione di tempinei quali talunoper non aver potuto far ciò che volevaè poi costretto a volere ciò che non può! Altre massimealtra direzionenelle prime operazioni avrebbero fatta evitar la necessitá di dover fondaretutte le speranze della patria nella guardia nazionale; e forse la patriasarebbesi salvata.

Se la guardia nazionale in Francia erasi sperimentatainutilein Napoli dovea prevedersi inevitabilmente nocivaperchéessendo larivoluzione passivala massima parte della nazione dovea supporsi almenoindifferente ed inerte. Avendo io osservato le guardie nazionali in molti luoghidelle provinceho sempre trovata piú diligente ed energica quella dove o erasisofferto o temevasi danno dalle insorgenze. L'amor di sé ridestava l'amor dellapatria. Puread onta di tutto ciòla guardia nazionale non produsse in noialcuno sconcertoe nella capitale fu piú numerosa e piú attiva di quello chesi avrebbe potuto sperare. Insommané il governo mancava di rette intenzioniné il popolo di buona volontá: l'errore era tutto nelle massime e nella primadirezione data agli affari. A misura che ci avviciniamo al termine di questo Saggiovediamo i mali moltiplicarsi: son come tanti fiumie tutti diversima cheintanto derivano dalla stessa sorgente; ed il maggior utileche trar si possadalla osservazione di questi avvenimentiio credo che sia appunto quello divedere quanti generi di mali posson derivare da un solo errore. Gli uominidiventeranno piú saggiquando conosceranno tutte le conseguenze che unpicciolo avvenimento può produrre.

 

XXVIII

 

IMPOSIZIONI

 

Championnetentrando coll'armata vittoriosa in Napoliimpose una contribuzione di due milioni e mezzo di ducati da pagarsi tra duemesi. Tale imposizione era assolutamente esorbitante per una sola cittá giádesolata dalle immense depredazioni che il passato governo vi avea fatte.Championnet avrebbe potuto esigere il doppio a poco a pocoin piú lungo spaziodi tempo. Quando Championnet se ne avvidesi pentí e mostrò pentirsi delfattoma non lo ritrattò; anzi stabilí quindici milioni per le provinceasuo tempo.

Ma chi potrebbe esporre il modoquasi direi capricciosocolquale un'imposizione per se stessa smoderata fu ripartita? Nulla era piú facileche seguire il piano della decima che giá esigeva il ree proporzionare cosíla nuova imposizione alla quantitá dei beni che nell'officio della decimatrovavasi giá liquidata. Si videro famiglie milionarie tassate in pochi ducatie tassate in somme esorbitantissime quelle che nulla possedeano: ho visto lastessa tassa imposta a chi avea sessantamila ducati all'anno di renditaa chine avea diecia chi ne avea mille. Le famiglie dei patrioti si volleroesentarementre forse era piú giusto che dassero le prime l'esempio dicontribuire con generositá ai bisogni della patria. Si cangiarono tutte leidee: ciò che era imposizione fu considerato come una penae non sicalcolarono tanto i beni quanto i gradi di aristocrazia che taluno avea nelcuore. - Noi tassiamo l'opinione - risposero i tassatori ad una donna che silagnava della tassa imposta a suo maritoil qualenon avendo altro che ilsoldo di uffizialefuggendo il reavea perduto tutto. Si tenne da coloro aiquali il governo avea commesso l'affare una massima che appena si sarebbetollerata in un generale di un'armata vittoriosa e nemica. Una tassa imposta sulpensiero apriva tutto il campo all'arbitrio. Questo è il male che producono leimposizioni male immaginate e mal dirette; quando anche evitate l'ingiustizianon potete evitare il sospetto che producono sul popolo gli effetti medesimidell'ingiustizia.

Difatti non vi era in Napoli tanto danaro da pagarl'imposizione. Fu permesso di pagarla in metalli preziosi ed in gioie. Chi eraincaricato a riceverle ne fu nel tempo istesso il tesoriereil ricevitorel'apprezzatore; ed il popolo credette che tutto fosse trafficato non collabilancia dell'equitáma con quella dell'interesse dell'esattore. Io nonintendo affermare ciò che il popolo credeva. Il governoper dar fine ai tantireclaminominò una commissione composta di persone superiori ad ogni sospetto.

Mentre in Napoli si esigeva una tale imposizionele provinceerano vessate per un ordine del nuovo governocon cui si obbligavano lepopolazioni a pagar anche l'attrasso di ciò che doveano all'antico.Quest'ordine fatale dovette esser segnato in qualche momento d'inconsideratezzae per ragion di pratica. Si seguí l'antico stilelo stile di tutt'i governi:difatti fu un solo dei membri componenti il governo quegli che sottoscrisse ildecretoed io so per cosa certa che non lo credette di tanta importanza dameritare una discussione cogli altri suoi compagni. Non avvertí che quellostile non conveniva ad una rivoluzione. Poco tempo primail governo aveaabolito un terzo della decimaed avea fatta sperare l'abolizione intera. Ladecima interessava piú la capitale che le provincee di quella piú che diquesteper eterna fatalitási occupò sempre il nostro governo. Ma leprovince si doveano aspettar mai questo linguaggio da un governo nuovoche aveabisogno di guadagnar la loro affezione?

In Ostuni Giuseppe Ayroldiuno de' principali della cittá eche conosceva gli uominisi oppose alla pubblicazione ed all'esecuzionedell'ordine. Egli ne prevedeva le funeste conseguenze. Il governo non sirimosse; e quale ne fu l'effetto? Ostuni si rivoltòed Ayroldi fu la primavittima del furore popolare.

Esse nel tempo stesso erano tormentate dalle requisizioniarbitrarie di taluni commissari e generali. Mali inevitabili in ogni guerramamaggiori sempre quando la nazione vincitrice non ha quell'energia di governoche tutto attira a sé e fa sí che le passioni dei privati non turbino l'unitádelle pubbliche operazioni. L'esercito di una repubblicase non è composto deipiú virtuosi degli uominicagionerá sempre maggiori mali dell'esercito di unre. Questi mali portano sempre seco loro il disgusto de' popoli verso colui cheha vintoe impongono al vincitore verso l'umanitá l'obbligo di un compensoinfinitoche solo può assicurare la conquista e quasi render legittima laforza.

 

XXIX

 

FAIPOULT(40)

 

Finalmente venne Faipoult. Egli con un edittoin cui siripeteva un decreto del Direttorio esecutivodichiarò tutto ciò che laconquista avea dato alla nazione francese. Si parlava di conquista dopo che siera tante volte promessa la libertá; eper conciliar la promessa e l'edittosi chiamava «frutto della conquista» tutto ciò che apparteneva al fuggito re.

Ma quali erano i beni del reche non fossero della nazione?Si chiamava «fondo del re» la reggiache suo padre non avea al certo condottoda Spagna; si chiamavano «beni del re» i fondi dell'ordine di Malta edell'ordine costantinianoi quali erano certamente de' privati(41); imonasteriche erano de' monaci e cheove non vi fossero piú monacinonperciò diventavano beni del re; gli allodialide' quali il re non era cheamministratore; e si spinse la cosa fino al segno di dichiarar beni del re ibanchideposito del danaro de' privatila fabbrica della porcellana e gliavanzi di Pompeinascosti ancora nelle viscere della terra. Il re istessone'momenti della maggior ebbrezza del suo poterenon avea giammai tenuto un similelinguaggioe forse in bocca di un re sarebbe stato meno dannoso alla nazione emeno strano: meno dannosoperchéper quanto ei si prendessetutto rimanevaalla nazionetra la quale egli stesso restava; meno stranoperché egli erarealmente il capo di quel governoe non vi era nei suoi detti la contraddizioneche si osservava nell'editto di Faipoult.

Tale editto potea far rivoltar la nazione: Championnet loprevide e lo soppresse; Faipoult si opposee Championnet discacciò Faipoult.

O Championnettu ora piú non esisti; ma la tua memoriariceva gli omaggi dovuti alla fermezza ed alla giustizia tua. Che importa che ilDirettorio abbia voluto opprimerti? Egli non ti ha però avvilito. Tu diventastiallora l'idolo della nazione nostra.

Il richiamo di Championnet fu un male per la repubblicanapolitana. Io non voglio decidere del suo merito militare: ma egli era amatodal popolo di Napoli; e questo era un merito ben grande.

 

XXX

 

PROVINCE - FORMAZIONE DI DIPARTIMENTI

 

Ma quale intanto era lo stato delle province? Esse finalmentedoveano richiamar l'attenzione del governoforsefino a quel puntotroppooccupato della sola capitale. Il miglior partito sarebbe stato di farvi leminori novitá possibili; macome sempre suole avvenires'incominciò dalfarsene le piú grandi e le meno necessarie. Il maggior numero delle rivoluzioniha avuto un esito infelice per la soverchia premura di cangiare i nomi dellecose.

S'incominciò dalla riforma dei dipartimenti. Volleincaricarsi di quest'opera Bassalfranceseche era venuto in compagnia diChampionnet. Qual mania è mai quella di molti di voler far tutto da loro!Quest'uomoil quale non avea veruna cognizione del nostro territoriofece unadivisione ineseguibileridicola. Un viaggiatoreche dalla cima di un montedisegni di notte le valli sottoposte che egli non abbia giammai vedutenon puòfar opera piú inetta(42).

La natura ha diviso essa istessa il territorio del regno diNapoli: una catena non interrotta di monti lo divide da Occidente ad Orientedagli Apruzzi fino all'estremitá delle Calabrie; i fiumiche da questi montiscorrono ai due mari che bagnano il nostro territorio a settentrione ed amezzogiornoformano le suddivisioni minori. La natura dunque indicava idipartimenti: la popolazionei rapporti fisici ed economici di ciascuna cittáo terra doveano indicare le centrali ed i cantoni. Invece di ciòsi viderodipartimenti che s'incrociavanoche si tagliavano a vicenda; una terrache erapoche miglia discosta dalla centrale di un dipartimentoapparteneva ad un'altrada cui era lontana cento miglia; le popolazioni della Puglia si videroappartenere agli Apruzzi; le centrali non furono al centroma allecirconferenze; alcuni cantoni non aveano popolazionementre moltissimi neaveano soverchiaperché sulla carta si vedevano notati i nomi dei paesi e nonle loro qualitá. Si vuol di piú? Molte centrali di cantoni non erano terreabitatema o monti o valli o chiese ruraliecc. ecc.che aveano un nome sullecarte; molte terreavendo un doppio nomesi videro appartenere a due cantonidiversi.

Dopo un meseil governoche non avea potuto impedirel'opera del cittadino Bassalla dovette solennemente aboliree fu necessitáricorrere a quel metodo col quale avrebbe dovuto incominciarecioèd'incaricare di un'opera geografica i geografi nostri. Frattanto si comandò chesi conservasse l'antica divisione delle provincela qualesebbene difettosaera però tollerabile. Ma intanto si crede forsi picciolo male che il governo(poiché il popolo non conosceva né era obbligato a conoscere Bassal)conordini male immaginatiineseguibilistraniperda nell'animo della popolazionequella opinione di saviezza che sola può ispirare la confidenza?

 

XXXI

 

ORGANIZZAZIONE DELLE PROVINCE

 

Forse il miglior metodo per organizzare le province eraquello di far uso delle autoritá costituite che giá vi erano. Tutte leprovince aveano di giá riconosciuto il nuovo governo: le antiche autoritá oconveniva distruggerle tutteo tutte conservarle. Non so quale di questi duemezzi sarebbe stato il migliore: so che non si seguí né l'uno né l'altroedi consigli mezzani non tolsero i nemici né accrebbero gli amici.

Con un proclama del nuovo governo si ordinò a tutte leantiche autoritá costituite delle province che rimanessero in attivitá fino anuova disposizione. Intanto s'inviarono da per tutto dei «democratizzatori»iquali urtavano ad ogni momento la giurisdizione delle autoritá antiche; esiccome queste erano ancora in attivitárivolsero tutto il loro potere acontrariar le operazioni dei democratizzatori novelli. In tal modo si permiseloro di conservar il potereper rivolgerlo contro la repubblicaquando nefossero disgustati; e s'inviarono i democratizzatoriperché avesseroun'occasione di disgustarsi.

Quale strana idea era quella dei democratizzatori? Io non homai compreso il significato di questa parola. S'intendea forse parlar di coloroche andavano ad organizzar un governo in una provincia? Ma di questi non ve neabbisognava al certo uno per terra. S'intendeva di colui che andavaper cosídiread organizzare i popoli e render gli animi repubblicani? Ma questaoperazione né si potea sperare in breve tempo né richiedeva un commissario delgoverno. Le buone leggii vantaggi sensibili che un nuovo governo giusto edumano procura ai popolile parole di pochi e saggi cittadinichevivendosenz'ambizione nel seno delle loro famiglierendonsi per le loro virtú degnidell'amore e della confidenza dei loro similiavrebbero fatto quello che ilgoverno da sé né dovea tentare né potea sperare.

Quando voi volete produrre una rivoluzioneavete bisogno dipartigiani; maquando volete sostenere o menare avanti una rivoluzione giáfattaavete bisogno di guadagnare i nemici e gl'indifferenti. Per produrre larivoluzioneavete bisogno della guerrache sol colle sètte si produce; persostenerlaavete bisogno della paceche nasce dall'estinzione di ogni studiodi parti. A persuadere il popolo sono meno attiperché piú sospettiipartigiani che gl'indifferenti. Quindi è chein una rivoluzione passivavoidovete far piú conto di coloro che non sono dalla vostra che di quelli che giáci sono; esiccome fu un errore e l'istituzione della commissione censoria e laprima pratica seguíta per la formazione della guardia nazionaleperchétendevano a ristringer le cose tra coloro soli che eran dichiarati per la buonacausacosí fu anche un erroree fu frequente presso di noil'impiegare coluiche volontariamente si offerivain preferenza di colui che volea esserrichiestoed il servirsi dell'opera dei giovani anziché di quella degli uominimaturi. Non quelli che con facilitáma bensí che con difficoltá guadagnar sipossonosono coloro che piú vagliono sugli animi del popolo. I giovani non vimancano mai nella rivoluzione; Russo li credeva perciò piú atti alla medesima:se egli con ciò volea intendere che erano piú atti a produrlaavea ragione;se poi credeva che fossero perciò piú atti a sostenerlas'ingannava. Igiovani possono molto ove vi è bisogno di motonon dove vi è bisogno diopinione.

Giovanetti inespertiche non aveano veruna pratica delmondoinondarono le province con una «carta di democratizzazione»cheBiscegliaallora membro del comitato centraleconcedeva a chiunque ladimandava. Essi non erano accompagnati da verun nome; fortunati quando non eranopreceduti da uno poco decoroso! Non aveano veruna istruzione del governo:ciascuno operava nel suo paese secondo le proprie idee; ciascuno credette che lariforma dovesse esser quella che egli desiderava: chi fece la guerra aipregiudizichi ai semplici e severi costumi dei provincialiche chiamò«rozzezze»: s'incominciò dal disprezzare quella stessa nazione che si doveaelevare all'energia repubblicanaparlandole troppo altamente di una nazionestranierache non ancora conosceva se non perché era stata vincitrice; siurtò tutto ciò che i popoli hanno di piú sacroi loro dèii loro costumiil loro nome. Non mancò qualche malversazionenon mancò qualche abuso dinovella autoritáche risvegliava gli spiriti di partitonon mai estinguibilitra le famiglie principali dei piccioli paesi. Gli animi s'inasprirono. Ilsecondo governo vide il male che nasceva dall'errore del primo: Abamontispecialmente richiamò quanti ne potette di questi tali democratizzatori. Ma ilmale era giá troppo inoltrato; il vincolo sociale dei dipartimenti erasi giárottopoiché si era giá tolta l'uniformitá della legge e la riunione delleforze: non mancava che un passo per la guerra civileed infatti poco tardò ascoppiare.

Come no? Una popolazione scosse il giogo del giovanetto; lealtre la seguirono: le popolazioni che eran repubblicanecioè che aveano avutala fortuna di non aver democratizzatori o di averli avuti savi si armaronocontro le insorgenti. Ma queste aveano idee comunipoiché quelle dell'anticogoverno eran comuni a tutte; s'intendevano tra loro; le loro operazioni eranoconcertate. Nessuno di questi vantaggi avevano le popolazioni repubblicane. Leantiche autoritá costituiteche conservavano tuttavia molto potereeranoalmeno in segretoper le prime. Qual meraviglia sedopo qualche tempolepopolazioni insorgentisebbene sulle prime minori di numero e di forzeoppressero le repubblicane?

Si volle tenere una strada opposta a quella della natura.Questa forma le sue operazioni in gettoed il disegno del tutto precede semprel'esecuzione delle parti: da noi si vollero fare le parti prima che si fossefatto il disegno.

 

XXXII

 

SPEDIZIONE CONTRO GL'INSORGENTI DI PUGLIA

 

La nazione napolitana non era piú una: il suo territorio sipotea dividere in democratico ed insorgente. Ardeva l'insorgenza negli Apruzzi ecomunicava con quella di Sora e di Castelforte. Queste insorgenze si doveano ingran parte all'inavvertenza ed al picciol numero dei francesii qualispingendo sempre innanzi le loro conquiste né avendo truppa sufficiente dalasciarne dietronon pensarono ad organizzarvi un governo. Che vi lasciaronodunque? L'anarchia. Questa non è possibile che duri piú di cinque giorni. Chene dovea avvenire? Dopo qualche giornodovea sorgere un ordine di coseilquale si accostasse piú all'antico governoche i popoli sapeanopiuttosto cheal nuovoche essi ignoravano; e l'idea dei nuovi conquistatori dovea associarsinegli animi loro alla memoria di tutti i mali che avea prodotti l'anarchia.

Il cardinal Ruffoil quale ai primi giorni di febbraio aveaoccupata la Calabria dalla parte di Siciliaspingeva un'altra insorgenza versoil settentrione e veniva a riunirsi alle altre insorgenze in Matera. Il governotroppo tardi avea spedito nelle Calabrie due commissaritali appunto quali gliabitanti non gli voleano: per chesenza forzeerano stati costretti a fuggiree fu fortunato chi salvò la vita. Monteleonericca e popolata cittáripienadi spirito repubblicanoavea opposta una resistenza ostinata a Ruffo; masolasenza comunicazioneera stata costretta a cedere. E nello stesso modo cedetterotutte le altre popolazioni di Calabria.

Tutte le popolazioni repubblicane delle altre provinceisolatecircondatepremute da per tutto dagl'insorgentisi vedevanominacciate dello stesso destino. Si aggiungeva a ciò che le popolazioniinsorgenti saccheggiavanomanomettevano tutto; le popolazioni repubblicaneerano virtuose. Maquandoper effetto dei partitigli scellerati non sipossono tenere a frenoessi si dánno a quel partito i di cui princípi sonopiú conformi ai loro proprie forzanoper cosí diregli dèi a non essereper quella causa che approva Catone.

Si vollero distruggere le insorgenze della Puglia e dellaCalabria come le piú pericolosecome le piú lontane e le piú difficili avincereperché le piú vicine alla Sicilia. Partirono da Napoli due picciolecolonneuna franceseche prese il cammino di Puglial'altra di napolitanicomandata da Schipaniche prese quello di Calabria per Salerno. Ma la colonnadi Puglia dovea anch'essa per l'Adriatico ed il Ionio passar nella Calabria eriunirsi alla colonna di Schipani.

Il comandante della colonna franceseaiutato dai patrioti esoldati che conduceva Ettore Carafa e dai patrioti di Foggiadistrusse laformidabile insorgenza di Sansevero; indispingendosi piú oltreprese Andriae poi Tranie fu egli che distrusse l'armata dei còrsi nelle vicinanze diCasamassima. Ma egli abusò della sua forza. Prese settemila ducati chetrasportava il corriere pubblicoe che avrebbero dovuti esser sagri; equandogliene fu chiesto contonon potette dimostrare che essi erano degl'insorgenti.Il troppo zelo di punir questi forsi lo ingannò! Non seppe distinguere gliamici dagl'inimiciedove si trattava d'imposizionila condizione dei priminon fu migliore di quella dei secondi. Bariin una provincia tutta insortaavea fatti prodigi per difendersi. Quando egli vi giunsedovette liberarla daun assedio strettissimoche sosteneva da quarantacinque giorni: vi entra ecome se fosse una cittá nemicale impone una contribuzione di quarantamiladucati. La stessa condotta tenne in Conversanocuiad onta di esser stataassediata dagl'insorgentiimpose la contribuzione di ottomila ducati. Nellaprovincia di Bari non vi restò un paio di fibbie d'argento. Tutto fu dato perpagar le contribuzioni imposte.

Le prime armi di una rivoluzione virtuosa doveano esser laprudenza e la giustizia; ed i nostri traviati fratelli meritavano piú di essercorretti che distrutti. Facendo altrimentisi credevano vintimentre non eranoche fugati. Trani fu saccheggiata; questa bellapopolosa e ricca cittá fudistrutta; ma gl'insorgenti di Trani rimanevano ancora: essiall'avvicinarsidei francesisi erano tutt'imbarcatipronti a ritornare piú ferocitosto chei francesi avessero abbandonate le loro case.

Lo dirò io? Le tante vittorie ottenute contro gl'insorgentihanno distrutti piú uomini da bene che scellerati. Questiconsci del lorodelittopensano sempre per tempo alla loro salvezza. L'uomo dabbene è còltoall'improvviso ed inerme: la sua casa è saccheggiata del pari e forse ancheprima di quella dell'insorgenteperché l'uomo dabbene è quasi sempre il piúriccoequando l'insorgente ritornalo ritrova disgustato di colui da cui hasofferto il saccheggio.

Un buon governo vuole esser forte ma non crudelesevero manon terrorista. Le insorgenze di Napoli si poteano ridurre a calcolo. Pochierano i punti centrali delle medesimee chiunque conosceva i luoghi vedevaessere quegl'istessi che nell'antico governo erano ripieni di uomini i piúoziosi e piú corrotti eper tal ragionepiú miserabili e piú facinorosi.Nei luoghi dove in tempo del re vi eran piú ladricontrabbandieri ed altrasimile geniain tempo della repubblica vi furono piú insorgenti. Erano luoghid'insorgenza AtinaIserniaLonganole colonie albanesi del SannioSanseveroecc. Nei luoghi ove la gente era industriosa edin conseguenzaagiata e bencostumatasi potea scommettere cento contro uno che vi sarebbe stata una eternatranquillitá.

I primi motori dell'insorgenza furon coloro che avean tuttoperduto colla ruina dell'antico governoe che nulla speravano dal nuovo: sequesti furon moltigran parte della colpa ne fu del governo istessoche nonseppe far loro nulla speraree che fece temere che il governo repubblicanofosse una fazione. Eppure la repubblica avea tanto da dareche era pericolosafollia credere di poter sempre dare ai repubblicani!

Grandi strumenti di controrivoluzione furono tutte le miliziedei tribunali provincialitutti gli armigeri dei baronitutt'i soldativeterani che il nuovo ordine di cose avea lasciati senza panetutti gliassassini che correvano con trasporto dietro un'insorgenzala quale dava lorooccasione di poter continuare i loro furti e quasi di nobilitarli. Luoghi digrande insorgenza furono perciò quasi tutte le centrali delle provincecomeLecceMateraAquilaTranidove la residenza delle autoritá provincialidelle loro forze e di quanto nelle province eravi di scelleratiche ivi sitrovavano in carcere e chenell'anarchia che accompagnò il cangiamento delgovernofurono tutti scapolatiriuniva piú malcontenti e piú facinorosi.Costoro strascinarono tutti gli altri esseri pacifici e meramente passiviintimoriti egualmente dall'audacia dei briganti e dalla debolezza del governonuovo.

Contro tali insorgenze non vale tanto una spedizione militareche distruggaquanto una forza sedentaria che conservi: gl'insorgenti fuggivanoalla vista di un esercito: tostoché l'esercito era passatouna picciola forzama permanenteloro avrebbe impedito di riunirsi e di agire. Il soldato nonsoffre le stazioni: brama la guerra ed ama che il nemico si renda forte a segnodi meritare una spedizioneonde aver l'occasione di misurarsila gloria divincerlo ed il piacere di spogliarlo.

Il comandante francese padrone di Trani fu chiamato daPalombacommissario del dipartimento della Lucaniaperché marciasse sopraMatera ad impedire che vi si formasse un'insorgenzache potea divenirpericolosa per quel dipartimento. MaMatera non essendo ancora rivoltatanonvi andòperché non avrebbe potuto farla saccheggiare. Equandopremuratodalle reiterate istanze di Palombas'incaminò con tutte le forze che avevafurichiamato in Napoli. L'insorgenzache in Matera era tutta pronta e solocompressa dal timore della vicinanza delle forze superioriquando queste furonolontanescoppiò e si riuní a quella della Calabria.

Ma perché non marciò Palomba istesso colle sue forze sopraMatera? Perché Palombacome commissarionon avea saputo trovare i mezzi diriunirle e di sostenerle; perché il suo generale Mastrangiolo tutt'altro erache generale. Caldi ambidue del piú puro zelo repubblicanocolle piú pureintenzionima privi di quella pubblica opinioneche sola riunisce le forzealtrui alle nostree di quel consigliosenza di cui non vagliono mai nulla néle forze nostre né le altruitutti e due non sapeano far altro che gridare«Viva la repubblica!»ed intanto aspettare che i francesi la fondasserocomese fosse possibile fondare una repubblica colle forze di un'altra nazione! Neldipartimento il piú democratico della terracolle forze imponenti di Altamuradi Aviglianodi Potenzadi Murodi TitoPicernoSantofeleecc. ecc.Mastrangiolo perdette il suo tempo nell'indolenza. I bravi uffizialiche avevaattornolo avvertirono invano del pericolo che lo premeva: l'insorgenza crebbee lo costrinse a fuggire.

 

XXXIII

 

SPEDIZIONE DI SCHIPANI

 

Schipani rassomiglia Cleone di Atene e Santerre di Parigi.Ripieno del piú caldo zelo per la rivoluzioneattissimo a far sulle scene ilprotagonista in una tragedia di Brutofu eletto comandante di una spedizionedestinata a passar nelle Calabriecioè nelle due province le piú difficili aridursi ed a governarsi per l'asprezza dei siti e per il carattere degliabitanti. Non avea seco che ottocento uominima essi erano tutti valorosi e dipoco inferiori di numero alla forza nemica.

Schipani marcia: prende Rocca di Aspideprende Sicignano. ACastelluccia trova della gente riunita e fortificata in una terra posta sullacima di un monte di difficilissimo accesso.

Vi erano però mille strade per ridurla. Castelluccia era unapicciola terrache potea senza pericolo lasciarsi dietro. Egli dovea marciarediritto alle Calabrieove eranvi diecimila patrioti che lo attendevano; oveRuffo non era ancora molto forteed andava tentando appena unacontrorivoluzionedi cui forse egli stesso disperava; ediscacciato una voltaRuffotutte le insorgenze della parte meridionale della nostra regione andavanoa cedere. Ma Schipani non seppe conoscere il nemico che dovea combatterenéseppecome Scipionetrascurare Annibale per vincere Cartagine.

Tutt'i luoghi intorno a Castelluccia erano ripieni di amicidella rivoluzione. CampagnaAlbanellaContronePostiglioneCapaccioecc.potevano dare piú di tremila uomini agguerriti: il commissario del Cilento neavea giá pronti altri quattrocentoed anche di piúse avesse volutoneavrebbe potuto riunire. Se Schipani avesse avuto piú moderato desiderio dicombattere e di vinceree se prima di distruggere i nemici avesse pensato arendersi sicuro degli amiciche gli offerivano i loro soccorsiavrebbe potutofacilmente formare una forza infinitamente superiore a quella che doveacombattere.

Avrebbe potuto ridurre Castelluccia per famepoiché nonavea provvisioni che per pochi giorni: avrebbe potuto prenderla circondandola ebattendola dalla cima di un monte che la domina; e questo consiglio gli fusuggerito dai cittadini di Albanella e della Roccache si offrirono volontari atale impresa. Qual disgrazia che tal consiglio non sia nato da se stesso nellamente di Schipani! Egli avea un'idea romanzesca della gloriae riputava viltáil seguire un consiglio che non fosse suo.

Questo suo carattere fece sí che ricusasse l'offerta deicastelluccesii quali volean rendersia condizione però che la truppa nonfosse entrata nella terra; e l'altraoffertagli da Sciarpacapo di tuttaquella insorgenzadi voler unire le sue truppe alle truppe della repubblicapurché gli si fosse dato un compenso(43). Schipani rispose come Goffredo:

 

Guerreggio in Asiae non vi cambio o merco.

 

Questo stesso carattere gli fece immaginare un pianod'assalto della Castelluccia da quel lato appunto per lo quale il prenderla eraimpossibile. I nostri fecero prodigi di valore. Il nemicoforte per la suasituazionedistrusse la nostra truppa colle pietre. Schipani fu costretto aritirarsi; ecadendo in un momento dall'audacia nella disperazionela suaritirata fu quasi una fuga.

La spedizione diretta da Schipani dovea esser comandata dalvaloroso Pignatelli di Strongoli. È stata una disgrazia per la nostrarepubblica che Pignatelliper malattia sopravvenutaglinon poté alloraprestarsi agli ordini del governo ed al desiderio dei buoni.

Dopo questa operazioneSchipani fu inviato controgl'insorgenti di Sarno. Giunse a Palmaincendiò due ritratti del re e dellareginache per caso vi si ritrovaronoarringò al popolo e se ne ritornòindietro. Vi andarono i francesisaccheggiarono ed incendiarono Laurodondetutti gli abitanti erano fuggitie non uccisero un solo insorgente. Cosígl'insorgenti di Lauro e di Sarnonon vintima solo irritatisi unirono aquelli di Castelluccia e delle contrade di Salernogiá vincitori.

 

XXXIV

 

CONTINUAZIONE DELL'ORGANIZZAZIONE DELLE PROVINCE

 

In tale stato erano le cosequando le autoritádipartimentaligiá inviate ne' dipartimentiincominciarono l'opera dellaorganizzazione delle municipalitá.

Per una rivoluzione non vi è oggetto piú importante dellascelta de' munícipi. Dipende da essi che la forza del governo sia applicataconvenientemente in tutt'i punti; dipende da essi di far amare o far odiare ilgoverno. Il popolo non conosce che il municipee giudica da lui di coloro chenon conosce.

Per eleggere i munícipi in una nazionela quale giá anchenell'antica costituzione avea un governo municipalesi volle seguire il metododi un'altra che non conosceva municipalitá prima della rivoluzione; e cosímentre si promettevano nuovi diritti al popolose gli toglievano gli antichi.Era quasi fatalitá seguire le ideesebbene indifferentide' nostriliberatori!

L'elezione de' munícipi fu affidata ad un collegio dielettoriche furono scelti dal governo. - Qual è dunque questa libertá equesta sovranitá che ci promettete? - dicevano le popolazioni. - Prima imunícipi erano eletti da noi; abbiam tanto sofferto e tanto conteso perconservarci questo diritto contro i baroni e contro il fisco! Oggi non loabbiamo piú. Prima i munícipi rendevano conto a noi stessi delle lorooperazioni; oggi lo rendono al governo. Noi dunque colla rivoluzioneanzichéguadagnareabbiam perduto? - Si volea spiegar loro il sistema elettorale; sivolea far comprendere come continuavano a dirsi eletti da loro quelli che eranoeletti dai suoi elettori: ma le popolazioni non credevano né erano obbligate acredere ad una costituzione che ancora non si era pubblicata. Si diceva che glielettori dovessero un giorno esser eletti dal popolo; ma intanto il popolovedeva che erano eletti dal governo: il fatto era contrario alla promessa.Quando anche la costituzione fosse stata giá pubblicatai popoli credevansempre superfluo formar un corpo elettorale per eleggere coloro che prima inmodo piú popolare eleggevano essi stessie riputavano sempre perdita ilpassare dal diritto dell'elezione immediata a quello di una semplice elezionemediata.

Ho osservato in quella occasione che le scelte de' munícipifatte dal popolo furono meno cattive di quelle fatte dai collegi elettoralinonperché i collegi fossero intenzionati a far il malema perché eranonell'impossibilitá di fare il beneperché non conoscevano le persone cheeleggevano e perché spesso eleggevano persone che il popolo non conosceva. Ioripeto sempre lo stesso: nella nostra rivoluzione gli uomini eran buonima gliordini eran cattivi. Io comprendo l'utilitá di un collegio elettoraledipartimentaleche elegga o proponga que' magistrati che soprastano allarepubblica intera; ma un collegio dipartimentale che discenda ad eleggere imagistrati municipali mi sembra un'istituzione antilogicaper la quale dalleidee delle specieinvece di risalire a quella del generesi voglia discenderea quella degl'individuiche debbon precedere l'idea della specie. È vero chein taluni momenti si richieggono negli uomini pubblici molte qualitá che ilpopolo o non conosce o non apprezza; ma voiche avete il governo della nazionesapete molto pocoquando non sapete far sí che l'elezione cada sulle personedegne della vostra confidenzasenza alterare l'apparenza della libertá.

Che ne avvenne? I collegi elettorali distrussero le elezionifatte dal popolodisgustarono il popolo e gli uomini popolari che il popoloavea eletto. Se il collegio elettorale chiedeva degli uomini probiquesti eranopiú noti al popolocoi quali convivevanoche a sei persone inviate da Napolile quali non conoscevano il popolo né erano conosciute dal medesimo; sechiedeva degli uomini utili alla rivoluzionequali potevano esser mai questi senon quegl'istessi che il popolo amava e che il popolo rispettava?

Questa parola «popolo»in tutt'i luoghi ed in tutt'itempialtro non dinota che quattrotredue e talvolta una sola personacheper le sue virtúpe' suoi talentiper le sue manieredispone degli animi diuna popolazione intera: se non si guadagnano costoroinvano si pretendeguadagnare il popoloe non senza pericolo talora uno si lusinga di averloguadagnato.

Dopo qualche tempo i collegi elettorali furono aboliti; manon si restituí l'antico diritto alle popolazioni. Si credette male degliuomini il male che nasceva dalle cose. S'inviarono de' commissari organizzatoricui si diedero tutte le facoltá del corpo elettorale; si commise ad un soloquel diritto che prima almeno esercitavano sei; econ ciòl'eserciziosebbene fosse piú giustoparve piú tirannico e piú capriccioso. Diversosarebbe stato il giudizio del popolose questi commissari fossero stati inviatiprima. La loro istituzione era piú conforme alla naturaalle antiche idee de'popoliai bisogni della rivoluzione.

 

XXXV

 

MANCANZA DI COMUNICAZIONE

 

Ma il governomentre si occupava della organizzazioneapparentetrascurava oper dir meglioera costretto a trascurarela partepiú essenziale dell'organizzazione verache consiste nel mantener libera lacomunicazione tra le diverse parti di una nazione. Sarebbe stato inescusabile ilgovernose questa trascuratezza fosse stata volontaria; ma essa era unaconseguenza inevitabile della scarsezza e della non buona direzione delle forze.Se poca forzaben ripartitala quale avesse agito continuamente sopra tutt'ipuntio almeno sopra i punti principalisarebbe stata bastante a prevenireadimpedirea togliere ogni male; moltache agiva per masse e per momenti in unpunto solonon potea produrre che un debole effetto e passeggiero.

Le province ignoravano ciò che si ordinava nella capitale;la capitale ignorava ciò che avveniva nelle province. Si crederebbe? Non sipubblicavano neanche le leggi. Due mesi dopo la pubblicazione in Napoli dellalegge feudalenon fu questa pubblicata in tutto il dipartimento del Volturnovale a dire nel dipartimento piú vicino; e la legge feudale era tutto nellanostra rivoluzione.

Questa leggeche dovea esser nota ai popoli ai qualigiovavafu nota ai soli baroni che offendevaperché questi soli erano nellacapitale. Questa sola circostanza avrebbe di molto accelerata lacontrorivoluzionese una parte non piccola della primaria nobiltá non fossestata per sentimento di virtú attaccata alla repubblicaad onta de' nonpiccoli sacrifici che le costava.

Intanto circolavano per i dipartimenti tutte le carte chepotevano denigrare il nuovo ordine di cosee passavano per le mani de'realistii quali accrescevano colle loro insidiose interpretazioni i sospettiche ogni popolo ha per le novitá.

Questa mancanza di comunicazione fu quella che favoríl'impostura dei còrsi Boccheciampe e De Cesare nella provincia di Lecce; e diquesta profittarono il cardinal Ruffo e tutti gli altri capi sollevatorieriuscí loro facile il far credere che in Napoli era ritornato il re e che ilgoverno repubblicano erasi sciolto. Essi erano credutiperché il governo nelleprovince era mutoné piú si udiva la sua voce. Ruffo dava a credere alleprovince che fosse estinta la repubblica: il Monitore repubblicanoalcontrariodava a credere alla capitale che fosse morto Ruffo. Ma l'errore diRuffo spingeva gli uomini all'azionee quello de' repubblicani gli addormentavanell'indolenza; ed a Ruffo giovavano egualmente e l'errore de' realisti e quellode' repubblicani.

 

XXXVI

 

POLIZIA

 

I realisti aveano piú libera e piú estesa comunicazione pelnostro territorio che lo stesso governo repubblicano. Le Calabrie erano loroaperte; aperto era tutto il littorale del Mediterraneo da Castelvolturno fino aMondragonecosicché gl'insorgenti di quei luoghi erano confortati ed aveanoarmi e munizioni dagl'inglesipadroni de' mari; aperto avea il mare ancheProni(44)che comandava l'insorgenza degli Apruzzi. Tutte queste insorgenze siandavano stringendo intorno Napolied in Napoli stessa aveano dellecorrispondenze segreteche loro davano nuove sicure dell'interna debolezza.

Nulla fu tanto trascurato quanto la polizia nella capitale.In primo luogo non si pensò a guadagnar quelle persone che sole potevanomantenerla. La poliziaal pari di ogni altra funzione civilerichiede i suoiagenti opportunipoiché non tutti conoscono il paese e sanno le vieper lopiú tortuose ed oscureche calcano gl'intriganti e gli scellerati. Felicequella nazione ove le idee ed i costumi sono tanto uniformi agli ordinipubbliciche non vi sia bisogno di polizia. Madovunque essa vi ènon è enon deve esser altro che il segreto di saper render utili pochi scelleratiimpiegandoli ad osservare e contenere i molti. Ma in Napoli gli scellerati egl'intriganti furono odiatiperseguitatiabbandonati. I nuovi agenti dellapolizia repubblicana erano tutti coloro che aveano educazione e moraleperchéessi erano quelli che soli amavano la repubblica. Or le congiure si tramavanotra il popolaccio e tra quelli che non aveano né costume né educazioneperché questi soli avea potuto comprar l'oro di Sicilia e d'Inghilterra. Quindile congiure si tramavano quasi in un paese diversodi cui gli agenti dellapolizia non conoscevano né gli abitanti né la lingua; e la morale de'repubblicanitroppo superiore a quella del popoloè stata una delle cagionidella nostra ruina.

La seconda cagione fu che il gran numero de' repubblicani siseparò soverchio dal popolo; onde ne avvenne che il popolo ebbe sempre datisicuri per saper da chi guardarsi. Questo fece sí che fosse ben esercitataquella parte della polizia che si occupa della tranquillitáperché per essabastava il timore; mal esercitata fu l'altra che invigila sulla sicurezzaperché per essa è necessaria la confidenza. Il popolotemendoeratranquillo; madiffidandonon parlava: cosí si sapeva ciò che esso faceva es'ignorava ciò che esso macchinava.

I francesi forse temettero piú del dovere un popolo semprevivosempre ciarliero; credettero pericoloso che questo popoloper necessitádi clima e per abitudine di educazioneprolungasse i suoi divertimenti finoalle ore piú avanzate della notte. Il popolo si vide attraversato nei suoipiaceriche credeva e che erano innocenti; cadde nella malinconia (stato semprepericoloso in qualunque popolo e precursore della disperazione; e non vi furonopiú quei luoghi dovetra l'allegrezza e tra il vinoil piú delle volte siscoprono le congiure. Il carattere e le intenzioni dei popoli non si possonoconoscere se non se quando essi sono a lor agio: in un popolo oppresso lecongiure sono piú frequenti a macchinarsi e piú difficili a scoprirsi.

È indubitato che in Napoli erasi ordita una gran congiurauno dei grandi agenti della quale fu un certo Baccher. Baccher fu arrestato inbuon punto: le fila dei congiurati non furono scoperte; ma intanto la congiurarimase priva di effetto.

 

XXXVII

 

PROCIDA - SPEDIZIONE DI CUMA - MARINA

 

Il primo progetto dei congiurati era quello che gl'inglesidovessero occupar Ischia e Procidacome difatti l'occuparonoonde aver maggiorcomoditá di mantenere una corrispondenza in Napoli e di prestare a tempoopportuno la mano alle altre operazioni. Questo inconveniente fu previsto; ma ilgoverno non avea forze sufficienti per custodir Procida: i francesi noncompresero il pericolo di perderla.

Gl'inglesipadroni di Procidatentarono uno sbarco nellittorale opposto di Cuma e Miseno. Un distaccamento di pochi nostricheoccupò il littoralelo impedí; e la corte di Sicilia dovette piú di unavolta fremere per le disfatte dei suoi superbi alleati.

Forse sarebbe riuscito anche di discacciarli dall'isola. Mala nostra marina era stata distrutta dagli ultimi ordini del re; e nei primigiorni della nostra repubblica le spese sempre esorbitantiche seco porta unnuovo ordine di coseavean tolto ogni modo di poter far costruire anche unasola barca cannoniera. I pochi e miseri avanzi della marina antica furono perindolenza di amministrazione militare dissipati; e si vide vendere pubblicamenteil legnole corde e finanche i chiodi dell'arsenale.

Caraccioloritornato dalla Sicilia(45) e restituito allapatriaci rese le nostre speranze. Caracciolo valeva una flotta. Con pochimalatti e mal serviti barconiCaracciolo osò affrontar gl'inglesi: l'officialitádi marinatutta la marineria era degna di secondar Caracciolo. Si attaccasidura in un combattimento ineguale per molte ore; la vittoria si era dichiaratafinalmente per noiche pure eravamo i piú deboli: ma il vento viene astrapparcela dalle mani nel punto della decisione; e Caracciolo è costretto aritirarsilasciando gl'inglesi malconcie si potrebbe dire anche vintisel'unico scopo della vittoria non fosse stato quello di guadagnar Procida. Unaltro momentoe Procida forse sarebbe stata occupata. Quante grandi battaglieche sugl'immensi campi del mare han deciso della sorte degl'imperinon sipossono paragonare a questa picciola azione per l'intelligenza e pel coraggiode' combattenti!

Il ventoche impedí la riconquista di Procidafu un veromale per noiperché tratanto i pericoli della patria si accrebbero. Ledisgrazie diluviavano: dopo due o tre giornisi ebbero altri mali a ripararepiú urgenti di Procida; e la nostra non divisibile marina fu costretta adifendere il cratere della capitale.

 

XXXVIII

 

IDEE DI TERRORISMO

 

La storia di una rivoluzione non è tanto storia dei fattiquanto delle idee. Non essendo altro una rivoluzione che l'effetto delle ideecomuni di un popolocolui può dirsi di aver tratto tutto il profitto dallastoriache a forza di replicate osservazioni sia giunto a saper conoscer ilcorso delle medesime. Nell'individuo la storia dei fatti è la stessa che lastoria delle idee sueperché egli non può esser in contraddizione con sestesso. Maquando le nazioni operano in massa (e questo è il vero caso dellarivoluzione)allora vi sono contraddizioni ed uniformitásimiglianze edissimiglianze; e da esse appunto dipende il tardo o sollecitol'infelice ofelice evento delle operazioni.

La congiura di Baccherl'occupazione di Procidai rapidiprogressi dell'insorgenza aveano scossi i patriotienella notte profonda incui fino a quel punto avean riposati tranquilli sulle parole dei generalifrancesi e del governovidero finalmente tutto il pericolo onde eranominacciati. Il primo sentimento di un uomo che sia o che tema di esser offeso èsempre quello della vendettala qualese diventa massima di governoproduceil terrorismo.

Il governo napolitanoquantunque composto di persone chetanto avean sofferto per l'ingiusta persecuzione sotto la monarchiacredetteviltá vendicarsiallorchéavendo il sommo potere nelle maniuna vendettanon costava che il volerla. Pagano avea sempre in bocca la bella lettera cheDione scrisse ai suoi nemici allorché rese la libertá a Siracusaed il divinotratto di Vespasianoquandoelevato all'imperomandò a dire ad un suo nemicoche egli ormai non avea piú che temere da lui. Noi incontriamo sempre i nostrigovernantiallorché ricerchiamo la morale individuale.

Ma molti patrioti accusarono il governo di un«moderantismo» troppo rilasciatoa cui si attribuivano tutt'i mali dellarepubblica. Siccome in Francia al «terrorismo» era succeduta una rilasciatezzaletargica e fatale di tutt'i princípicosí il terrorismo era rimasto quasi inappannaggio alle anime piú ardentemente patriotiche. Forse ciò avvenne ancheperché il cuore umano mette l'idea di una certa nobiltá nel sostenere unpartito oppressoper vendicarsi cosí del partito trionfante che invidia: forsein Napoli si eran vedute salve talune personeche la giustiziala pubblicaopinionela salute pubblica voleano distrutte o almeno allontanate.

Ma vi era un mezzo saggio tra i due estremi. Il terrorismo èil sistema di quegli uomini che vogliono dispensarsi dall'esser diligenti eseveri; chenon sapendo prevenire i delittiamano punirli; chenon sapendorender gli uomini migliorisi tolgono l'imbarazzo che dánno i cattividistruggendo indistintamente cattivi e buoni. Il terrorismo lusinga l'orgoglioperché è piú vicino all'impero; lusinga la pigrizia naturale degli uominiperché è molto facile. Ma richiede sempre la forza con sé: ove questa non visiavoi non farete che accelerare la vostra ruina. Tale era lo stato di Napoli.

In Napoli le prime leggi marziali de' generali in capo eranoterroristicheperché tali son sempre e tali forse debbono essere le leggi diguerra: esse non poteano produrre e non produssero alcuno effettoimperocchécome eseguite voi la leggecome l'applicatequando tutta la nazione ècongiurata a nascondervi i fatti e salvare i rei? Robespierre avea la nazioneintera esecutrice del terrorismo suo. Quando le pene non sono livellate alleidee de' popolil'eccesso stesso della pena ne rende piú difficilel'esecuzione eper renderle piú efficaciconvien renderle piú miti.

Negli ultimi tempi si eresse in Napoli un «tribunalerivoluzionario»il quale procedeva cogli stessi princípi e colla stessatessitura di processo del terribile comitato di Robespierre. Forse quando sieresse era troppo tardied altro non fece che tingersi inutilmente del sanguedegli scellerati Baccher nell'ultimo giorno della nostra esistenza civilequando la prudenza consigliava un perdonoche non potea esser piú dannoso. Maquand'anche un tal tribunale si fosse eretto primala legge stessacolla qualese ne ordinava l'erezionesarebbe stato un avviso alla nazione perché si fosseposta in guardia contro il tribunale eretto.

Il terrorismo cogl'insorgenti si provò sempre inutile. «Eche? - scrivea la saggia e sventurata Pimentel - quando un metodo di cura nonriescenon se ne saprá tentare un altro?».

Difatti si accordò un'amnistia agl'insorgenti: non a tuttiperché sarebbe stata inutile; ma a coloro che il governo ne avesse credutidegnionde cosí ciascuno si fosse affrettato a meritarlae questo desiderioavesse fatto nascere il sospetto e la divisione tra tutti. Ma tale perdono doveafarsi valere per mezzo di persone sagge ed energichele quali avessero potutopenetrare ed eseguire gli ordini del governo in tutt'i punti del nostroterritorio. Io lo ripeto: la mancanza delle comunicazioni tra le diverse partidello Stato e la mancanza delle forze diffuse in molti punti per mantener talecomunicazionela mancanza a buon conto della diligenza e della severitá eranol'origine di tutti i nostri mali e facevan credere necessario ad alcuni unterrorismoil quale non avrebbe fatto altro che accrescerli.

 

XXXIX

 

NUOVO GOVERNO COSTITUZIONALE

 

Forse con piú ragione domandavano i patrioti la riforma delgoverno. Tralasciando i motivi privatiche spingevano taluni a declamare piúdi quello che convenivaera sicuro però che si voleva una riforma. Abrialfinalmente giunse commissario organizzatore del nostro Statoe si accinse afarla.

Ma vi erano nell'antico governo molti che godevano lapubblica confidenzao perché la meritasseroo perché l'avessero usurpata; equesti secondi (pochissimi per altro di numero) eranocome sempre suoleavvenirepiú accettipiú illustri de' primiperché le lodi che loro sidavano non rimanevano senza premio. - Questi sono i primi che io toglierei -diceva acutamentema invanoin una societá patriotica il cittadino Mazziotti.Un governo formato da un'assemblea si riduce a cinque o sei testele qualidispongono delle altre: se queste rimangonovoi inutilmente cangiate tuttal'assemblea.

Le intenzioni di Abrial erano rette: Abrial fu quello chepiú sinceramente amava la nostra felicitá e quello di cui piú la nazione èrimasta contenta. Le sue scelte furono molto migliori delle prime; ese nonfurono tutte ottimenon fu certo sua colpapoiché né poteva conoscere ilpaese in un momentoné vi dimorò tanto tempo quanto era necessario aconoscerlo.

Abrial divise i poteri che Championnet avea riuniti. Ilgoverno da lui formato fu il seguente: nella commissione esecutivaAbamonti;Agnesenapolitanoma che aveva dimorato da trent'anni in Franciaove avea ibeni e famiglia; Albanese; Ciaia; Delficoil quale non potette per leinsorgenze di Apruzzo mai venire in Napoli. I ministri furono: 1° dell'internoDe Filippis; 2° di giustizia e poliziaPigliacelli; 3° di guerramarina edaffari esteriManthoné; 4° di finanzeMacedonio. Tra i membri dellacommissione legislativa vi furono sempre PaganoCirilloGalantiSignorelliScottiDe TommasiColangeloColettiMaglianiGambaleMarchetti... Glialtri si cambiarono spessoe noi non li riferiremo; tanto piú chenello statoin cui era allora la nostra nazionepoco potea il potere legislativoe tuttoil bene e tutto il male dipendeva dall'esecutivo.

Con ciò Abrial volle darci la forma della costituzione primadi avere una costituzionee con ciò rese i poteri inattivie discordi ipoteri dei cittadini. Questo involontario errore fu cagione di non piccoli maliperché la divisione de' poteri ci diede la debolezza nelle operazioni in untempo appunto in cui avevamo bisogno dell'unitá e dell'energia di un dittatore;ch'egli per altro non poteva darciperchéincaricato di eseguire leistruzioni del Direttorio franceseavrebbe ben potuto modificare in parte gliordini che si trovavano in Francia stabilitima non mai cangiarli intieramente.Talché tutti i fatti ci conducono sempre all'ideala quale dir si puòfondamentale di questo Saggio: cioè che la prima norma fu sbagliataedi migliori architetti non potevano innalzar edifizio che fosse durevole.

 

XL

 

SALE PATRIOTICHE

 

Taluni credevano che col mezzo delle sale patriotiche sipotesse «attivare» la rivoluzione; e furono perciò stabilite. Ma come maiciò si potea sperare? Io non veggo altro modo di attivare una rivoluzione chequello d'indurci il popolo: se la rivoluzione è attivail popolo si unisce airivoluzionari; se è passivaconvien che i rivoluzionari si uniscano al popoloeper unirvisiconvien che si distinguano il meno che sia possibile. Le salepatriotichee nell'uno e nell'altro casodebbono essere le piazze.

Qual bene hanno mai esse prodotto in Francia? HannodirebbeMacchiavellifatto degenerare in sètte lo spirito di partitoche sempre vi ènelle repubblicheecome sempre suole avvenirehanno spinto i princípi agliestremihanno fatto cangiar tre volte la costituzionehanno a buon contoritardata l'opera della rivoluzione e forse l'hanno distrutta. Senza societápatriotichele altre nazioni di Europa aveano dirette le loro rivoluzioni conprincípi piú saggi ad un fine piú felice.

Ma l'abuso delle sale per attivare la rivoluzione dipendevada un principio anche piú lontano. L'oggetto della democrazia è l'eguaglianza;esiccome in ogni societá vi è una disuguaglianza sensibilissima tra le varieclassi che la compongonocosí si giunge al governo regolare o abbassando gliottimati al popoloo innalzando il popolo agli ottimati. Masiccome gliottimatiinsieme coi diritti e colle ricchezzehanno ancora princípi ecostumicosíquando le cose si spingono all'estremonon solo si sforzano acedere i loro diritti e divider le loro ricchezze (il che sarebbe giusto)maanche a rinunciare ai loro costumi.

Si volea fraternizzare col popoloe per «fraternizzare»s'intendeva prendere i vizi del popolaccioprender le sue maniere ed i suoicostumi; mezzi che possono talora riuscire in una rivoluzione attivain cui ilpopoloin grazia dello spirito di partitoperdona l'indecenzama non mai inuna rivoluzione passivain cui il popololibero da passioni tumultuoseèpiú retto giudice del buono e dell'onesto. Doveasi perciò disprezzare ilpopolo? Noma bastava amarlo per esserne amatodistruggere i gradi per nondisprezzarloe conservar l'educazione per esserne stimato e per poter farglidel bene(46).

Ammirabile e fortunata è stata per questo la repubblicaromanain cui i patrizimentre cedevano ai loro dirittiforzavano il popoload amarli ed a rispettarli pei loro talenti e per le loro virtú: il popolocosí divenne libero e migliore. Nella repubblica fiorentina tutte lerivoluzioni erano dirette da quella «fraternizzazione»che s'intendeva inFirenze come s'intese un tratto in Francia; e perciò la repubblica fiorentinaondeggiò tra perpetue rivoluzionisempre agitata e non mai felice: il popoloo presto o tardisi annoiava dei conduttoriche non aveano ottenuto il suofavore se non perché si erano avvilitiedannoiato dei suoi capisi annoiavadel governoch'esso di rado conosce per altro che per l'idea che ha di coloroche governano(47).

Si condussero taluni lazzaroni del Mercato nelle sale; maquesti erano per lo piú comperati ecome è facile ad intendersinonservivano che a discreditare maggiormente la rivoluzione. Non sempreanzi quasimail'uomo del popolo è l'uomo popolare.

Le sale patriotiche attivavano la rivoluzioneattirando unafolla di oziosiche vi correva a consumar cosí quella vita di cui non sapevafar uso. I giovani sopra tutti corrono sempre ove è motoe ripetono semplicitutto ciò che loro si fa dire. Intanto pochi abili ambiziosi si prevalgono delnome di conduttori e di moderatori di sale per acquistarsi un merito; e questomerito appuntoperché troppo facileperché inutile alla nazioneun governosaggio non deve permettere o (ciò che val lo stesso) non deve curare: senza diciòi faziosi se ne prevaleranno per oscurareper avvilireper opprimere ilmerito reale. Taluni buonii quali vedevano l'abuso che delle sale si poteafarecredettero bene di opporre una sala all'altra ese fosse stato possibileriunirle tutte a quella ove lo spirito fosse piú puro ed i princípi fosseropiú retti; ed il desiderio della medicina fu tantoche si credette poter averla salute dallo stesso male. Ma io lo ripeto: quando l'istituzione è cattivarende inutili gli uomini buoniperché o li corrompe o li fa servireillusidall'apparenza del beneai disegni dei cattivi.

«I vostri maggiori - diceva il console Postumio al popolo diRoma - vollero chefuori del caso che il vessillo elevato sul Tarpeiov'invitasse alla coscrizione di un esercitoo i tribuni indicessero un concilioalla plebeo talun altro dei magistrati convocasse tutto il popolo allaconcionevoi non vi dobbiate riunir cosí alla ventura ed a capriccio: essicredevano chedovunque vi fosse moltitudineivi esser vi dovesse un legittimorettore della medesima». In Francia le societá popolarirese costituzionalida Robespierreche avea quasi voluto render costituzionale l'anarchiao nonprodussero sulle prime molti malio i mali che produssero non si avvertironoperchéquando una nazione soffre moltissimi malispesso un male serve dirimedio all'altro. In Napolidoveper la natura della rivoluzionele saleerano meno necessariesi corruppero piú sollecitamente(48).

Chi è veramente patriota non perde il suo tempo a ciarlarenelle sale; ma vola a battersi in faccia all'inimicoadempie ai doveri dimagistratoprocura rendersi utile alla patria coltivando il suo spirito ed ilsuo cuore: voi lo ritrovate ov'è il bisogno della patrianon dove la folla lochiama; equando non ha verun dovere di cittadino da adempireha quelli diuomodi padredi maritodi figliodi amico. Il governo non lo vede; ma guaia lui se non sa riconoscerlo e ritrovarlo! Il solo governo buono è quello agliocchi del quale ogni altro uomo non si può confondere con questoné puòusurpare la stima che se gli devese non facendo lo stesso; per cui la primaparte di un ottimo governo è quella di far sí che non vi sieno altre classialtre divisioni che quelle della virtúed evitare a quest'oggetto tutte leistituzioni che potrebbero riunire i virtuosi a coloro che non lo sonotutti inomi finanche che potessero confonderli.

Io non confondo colle sale patriotiche quei «circolid'istruzione»ove la gioventú va ad istruirsia prepararsi al maneggio negliaffariad ascoltare le parole dei vecchi ed accendersi di emulazione ai loroesempia rendersi utile ai loro simili ed acquistare dai suoi coetanei quellastima che un giorno meriterá dalla patria e dal governo. In Napoli se ne eraaperto unoe con felici auspíci: il suo spirito era quello di proporre varieopere di beneficenza che si esercitavano in favore del popolo: si soccorseroindigentisi prestarono senza mercede all'infima classe del popolo i soccorsidella medicina e dell'ostetricia. Questa era l'istituzione che avrebbe dovutoperfezionarsi e moltiplicarsi(49).

 

XLI

 

COSTITUZIONE - ALTRE LEGGI

 

Tali erano le idee del popolo. Le cure della repubblica eranoormai divise da che si eran divisi i poteri; e la commissione legislativasgravata dalle cure del governosi era tutta occupata della costituzioneil dicui progettoformato dal nostro Paganoera giá compíto. Ma di questo sidará giudizio altrovecome di cosa chenon essendosi né pubblicata néeseguitaniuna parte occupa negli avvenimenti della nostra repubblica.

Altri bisogni piú urgenti richiamavano l'attenzione dellacommissione legislativa.

Volle occuparsi a riparare al disordine dei banchi. Fin daiprimi giorni della rivoluzionela prima cura del governo fu di rassicurare lanazioneincerta ed agitata per la sorte del debito dei banchida cui pendevala sorte di un terzo della nazione. Un tal debito fu dichiarato debitonazionale. Tale operazione fu da taluni lodatada altri biasimatasecondo chesi riguardava piú il vantaggio o la difficoltá dell'impresa: tutti peròconvenivano che una semplice promessa potea tutt'al piú calmare per un momentola nazionema che essa sarebbe poi divenuta doppiamente pericolosaquando nonsi fossero ritrovati i mezzi di adempirla. Allora tutta la vergogna el'odiositá di un fallimento sarebbe ricaduta sul nuovo governoe si sarebbeintanto perduto il solo momento favorevolequale era quello di una rivoluzionein cui la colpa e l'odio del male si avrebbe potuto rivolgere contro il refuggitoe gli uomini l'avrebbero piú pazientemente tolleratocome uno diquegli avvenimenti inseparabili dal rovescio di un imperoeffetto piú delcorso irresistibile delle cose che della scelleraggine de' governanti. Cosí ilgoverno non fece allora che una promessae rimaneva ancora a far la legge.

Maquando volle occuparsi della leggenon era forse iltempo opportuno. La nazione era oppressa da mille malile opinioni eranovacillantitutto era inquietezza ed agitazione. In tale stato di cose il fardelle leggi utili e forti è ottimo consiglio: sgravasi cosí la somma de' maliche opprimono il popolo e si scema il motivo del malcontento; il farne delleinutili e delle inefficaci è pericolosoperché al malcontentoche giá sisoffre per il malel'inutilitá del rimedio aggiunge la disperazione. Se nonpotete fare il benenon fate nulla: il popolo si lagnerá del male e non delmedico.

La commissione legislativa altro non fece (eper dire ilveroallora che potea far di piú?) che rinnovare per i benich'eran divenutinazionaliquella ipoteca che giá il re avea accordata sugli stessi beniquando erano regi. Gli esempi passati poteano far comprendere che questaoperazione sola era inutile. Questi beni non poteano mai esser in commercioperché riuniti in masse immense in pochi punti del territorio napolitano; ed ipossessori delle carte monetate erano moltidivisi in tutt'i punti e nonvoleano fare acquisti immensi e lontani. Quando furono esposti in venditaintempo del rei fondi ecclesiasticii quali non aveano questo inconvenientesiritrovarono piú facilmente i compratori. Si aggiungeva a ciò l'incertezzadella durata della repubblicala quale alienava maggiormente gli animi deicompratori; l'incertezza della sorte dei beni che davansi in ipotecaquasicontesi tra la nazione ed il francese: per eseguir le vendite in tanti pericoliconveniva offerire ai compratori vantaggi immensie cosí tutt'i fondinazionali non sarebbero stati sufficienti a soddisfare una picciola parte deldebito pubblico(50).

Il debito nazionale in Napoli non era tale che non si avessepotuto soddisfare. Era piú incomodo che gravoso. Conveniva una piú regolataamministrazionee questa vi fu(51): infattiin cinque mesi di repubblicailgovernocolle rendite di sole due provincetolse dalla circolazione un milionee mezzo di carte. Con tanta moralitá nel governosi potea far quasi a menodella legge per un male che si avrebbe potuto forsi guarire col solo fattoeche si sarebbe guarito senza dubbiose le circostanze interne ed esterne dellanazione fossero state meno infelici. Ma convenivanel tempo istessoche tuttala nazione avesse soddisfatto il debito nazionale; conveniva che questo debitoavesse toccato la nazione in tutt'i punti; edove prima gravitava solo sullacircolazionesi fosse sofferto in parte dall'agricoltura e dalla proprietá:cosí il debitodiviso in tantidiveniva leggiero a ciascuno.

La nazione napolitana è una nazione agricola. In talinazioni la circolazione è sempre piú languida che nelle nazioni manifatturiereo commercianti; ed il danaroo presto o tardiva a colaresenza ritornonelle mani dei possessori dei fondi. Difatti in Napolie specialmente nelleprovincenon mancava il danaro: ma questo danaro era accumulato in poche manimentreché per la circolazione non vi erano che carte. Conveniva attivare tuttala nazioneed offerire ai proprietari di fondi delle occasioni di spendere queldanaro che tenevano inutilmente accumulato. Conveniva... Ma io non iscrivo untrattato di finanze: scrivo solo ciò che può far conoscere la mia nazione.

 

XLII

 

ABOLIZIONE DEL TESTATICODELLA GABELLA DELLA FARINA E DELPESCE

 

Per giudicare rettamente di un legislatoreconviene che eisia indipendente; per far che le sue leggi abbiano tutto l'effettoconviene cheegli sia libero. Quando o altri uomini o le cose tendono a frenare i suoipensieri e le sue maniquando la sovranitá è divisapretenderete invanoveder quel legislatorenelle di cui mani è il cuore delle nazioni: i consiglison timidile misure mezzane; tra l'imperiosa necessitá e l'occasioneprecipitosaspesso il miglior consiglio non è quello che si può seguireosolo si segue quando l'occasione è giá passatae di tutte le operazioni voialtro non potete rilevare che la puritá del cuore e la rettitudine dei suoipensieri.

Cosínon altrimenti che la legge sui banchiriuscironoinutili quasi tutte le altre leggi immaginate per isgravare i popoli dai pesiche nell'antico governo sofferiva. Io non ne eccettuo che la sola legge collaquale si abolí la gabella del pesce; legge che produsse un effetto immediatoetrasse alla repubblica gli animi di quasi tutti i marinai ed i pescatori dellacapitale.

Quando si abolí la gabella sulla farinanon si ottennel'intento di far ribassare il prezzo de' grani in Napolidoveper leinsorgenze che aveano giá chiuse tutte le strade delle provincenon potevanoivi piú entrar grani nuovie quei che esistevano erano pochi ed avean giápagato il dazio. Il popolo napolitano disse allora: che «la gabella si eratolta quando non vi era piú farina».

Dal 1764 era in Napoli molto cresciuto il prezzo del grano;esebbene questo aumento fosse in parte effetto della maggior ricchezza dellanazionenon si poteva però mettere in controversia che l'aumento del prezzodegli altri generi non era proporzionato all'aumento di quello del grano(52).Questo non era alteratoquando si paragonava al prezzo del grano nelle altrenazioni di Europa; ma era alteratissimoallorché si paragonava al prezzo deglialtri generi presso la stessa nazione napolitana. Tutto il male nasceva da chel'industriaed in conseguenza la ricchezzanon si era risvegliata e diffusaequabilmente sopra tutt'i generi ed in tutte le persone. Il male era tollerabilenelle provincema insoffribile nella capitalenon perché il grano mancassenon perché il prezzo ne fosse molto piú caro che nelle province; ma perchéNapoli conteneva un numero immenso di renditieridi oziosi o di persone chesenza essere oziosenulla producevano e che non partecipavano dell'aumentodell'industria e della ricchezza nazionale. Per rendere il popolo napolitanocontento sull'articolo del paneo conveniva migliorarlo e renderlo cosí piúattivo e piú riccoo conveniva render piú misere le province: la primaoperazione avrebbe reso il popolo napolitano contento dei nuovi prezzi; laseconda avrebbe fatto ritornar gli antichi(53). La sola abolizione della gabellaera nella capitale un'operazione piú pomposa che utile.

Guardiamola nelle province. Essa dovette esser inutile inquei luoghi nei quali non si pagavae questi formavano il numero maggiore; inquelli nei quali si pagavadovette riuscire piuttosto dannosa. Il ritrattodella gabella serviva a pagare le pubbliche imposizioni: proibir quella epretender queste era un contradditorio; rinunciare a queste era impossibile trai tanti urgentissimi bisogni dai quali era allora il governo premuto; obbligarele popolazioni a sostituire all'antico metodo un nuovoed obbligarle asostituirlo di loro autoritá (giacché colla legge non si era preveduto questocaso)era pericoloso in un tempo in cui lo spirito di partito né fa conoscereil giusto né lo fa amare. Un dio solo avrebbe potuto persuadere allepopolazioni che una novitá non fosse stata allora una ingiustizia patriotica.Infatti molte popolazioniche per la vicinanza alla capitale erano nello statodi portar i loro reclami al governo(54)chiesero che la gabella sulla farina siristabilisse.

Nella costituzione antica del regno di Napoliove sitrattava d'imposizioni diretteil sovrano quasi altro non faceva che imporre iltributo: la ripartizione era determinata da una legge quasi che fondamentaledello Statoed il modo di esigerlo era in arbitrio di ciascuna popolazione. Nonsi esigeva dappertutto nello stesso modo: una popolazione avea una gabellaun'altra ne avea un'altra; chi non avea gabelle e pagava la decima sul raccoltodel granochi pagava sui fondichi in un modochi in un altrosecondo le suecircostanzei suoi prodottii suoi bisognii suoi costumi e talora ipregiudizi suoi. Questo metodo di amministrazione avea i suoi inconvenienti; maquesti inconvenienti si potean correggeree conservare un metodoil qualesenon toglieva il malelo rendeva però meno sensibile.

Questo stato della nazione fece sí che inutile riuscisseanche la legge sull'abolizione del testatico. «Nessun testaticonessunaimposizione personale avrá luogo nella nazione napolitana». Questo stessoecolle stesse paroleera stato detto quasi tre secoli prima: quella legge eratuttavia in vigore nel Regno; ed intantoad onta della medesimasi pagaval'imposizione personale. In pochi luoghi si esigeva ancora sotto il nome di«testatico»; in molti si pagava ricoperta del nome d'«industria»; inmoltissimi si pagava pagando un dazio indiretto sui generi di prima necessitáche si consumano egualmente da chi possiede e da chi non possiede: ove in unmodoove in un altroil testatico si pagava dappertutto e non era in verunluogo nominato. La legge esisteva; ma l'abusocangiando le parolefaceva unafrode alla legge.

Prima di riformare l'antico sistema delle nostre finanzeconveniva conoscerlo: la riforma dovea essere simultanea ed intera. Tutte leparti di un sistema di finanze hanno stretti rapporti tra loro e collo statointero della nazione. Ma la maggior parte degli Stati di Europa erano natinondalle unioni spontaneema dalla conquista: il signore di un piccolo Stato aveaoppressi gli altri con diversi mezzi ed in diversi tempi; per lo piú si eranotransatti colle popolazioniche avean conservati i loro usii dazi loroiloro costumi. Una gran nazione non fu che l'aggregato di tante piccole nazioniche si consideravano come estranee tra loro; ed il sovrano si consideravaestraneo a tutte. Invece di leggisi chiedevano «privilegi»; il sistema dellefinanze non era che un'unione di diversi pezzi fatti da mani e in tempi diversi;i bisogni del momentonon essendo mai quelli della nazionefacevano sí cheinvece di correggersi gli antichi abusise ne aggiugnessero dei nuovi; e tuttociò produceva quell'orribile caos di finanzein cuial dir di Vaubaneragrande quell'uomo che sapesse immaginar nuovi nomi per poter imporre un nuovotributo senza alterare gli antichi.

Era venuta l'epoca fortunata della riforma; ma questa riformané dovea esser fatta con leggi particolarile quali o presto o tardi sisarebbero contraddettené in un momento. Era l'opera di molto tempo. Sulleprimeper contentare il popoloil quale fra le novitá è sempre impaziente diveder segni sensibili di utilebastava dire che si pagassero solo due terzidelle antiche imposizioni. Questa diminuzione di un terzo di tutt'i tributiavrebbe attirato alla rivoluzione maggior numero di persone; mentre colla solaabolizione del testatico e della gabella della farina non si giovava che aipoveri. In séguitoquando il favore dei ricchi non era piú tanto necessario el'odio loro tanto pericolosoi poveri si sarebbero del tutto sgravati. Ungoverno stabilito deve esser giusto; un governo nuovo deve farsi amare: quellodeve dare a ciascuno ciò che è suo; questo deve dare a tutti. Una commissionea quest'oggetto stabilita avrebbe fatto in séguito conoscere le antichefinanzei nuovi bisogni dello Statoe si sarebbe formato un sistema generale edurevolesu di cui si sarebbe potuta fondare la felicitá della nazione.

 

XLIII

 

RICHIAMO DE' FRANCESI

 

Ma eccoci alfine ai giorni infelici della nostra repubblica:i mali da tanto tempo trascuratiormai ingigantitici soverchiano e minaccianodi opprimerci. Le Calabrie si erano interamente perdutee gl'insorgenti delleCalabrie comunicavano di giá cogl'insorgenti di Salerno e di Cetara e sistendevano fino a Castellamare. Questa stessa cittá fu occupata dagl'inglesiesi vide la bandiera dei superbi britanni sventolar vincitrice in faccia dellastessa capitale.

I francesi ripresero Castellamare e Salerno; Cetara fudistrutta. Mapochi giorni dopoi francesi furon costretti ad abbandonare ilterritorio napolitanorichiamati nell'Italia superiore; esebbene tentasserocolorire con pomposi proclami la loro ritiratagl'insorgenti ben ne compreseroil motivo e ne trassero audacia maggiore. Salerno fu di nuovo occupata: aCastellamare s'inviò da Napoli una forte guarnigionela quale però fu ridottaa dover difendere la sola cittáquasi assediata dalle insorgenze che lacircondavano.

Magdonaldpartendolasciò una guarnigione di settecentouomini in Sant'Elmo; circa duemila rimasero a difender Capuae quasi altrisettecento in Gaeta. Egli avea promesso lasciar una forte colonna mobile; maquesta poi in effetti altro non fu che una debole colonna di quattrocentouominii qualidistaccati dalla guernigione di Capuavenivano a Sant'Elmodonde altri quattrocento uomini partivano alternativamente per Capua.

Questa forza sarebbe stata superflua presso di noise daprincipio ci fosse stato permesso di organizzar la forza nazionale. Poiché ilfar questo ci era stato toltola forza rimasta era insufficiente.

I rovesci d'Italia mostravano giá lo stato di languoreincui la rilassatezza del governo direttoriale avea gittata la Francia. La Franciadiminuiva di forze in proporzione che cresceva di volume; le nuove repubblicheorganizzate in Italiache avrebbero dovuto essere le sue alleatefurono le sueprovince; invece di esserne amatii francesi ne furono odiatiperché essiinvece di amarlele temettero.

I romanidi cui i francesi volevano esser imitatoriritraevano forza dagli alleati. Gli spagnuoli tennero una condotta diversaedavvilirono quelle nazioni che doveano esser loro amiche. Ma ciò che potea benriuscire per qualche tempo agli spagnuoliper lo stato in cui allora siritrovava l'Europanon poteva riuscire al Direttorioche avea da per tuttogoverni regolari e potenti ai loro confini.

Quandoin séguito di una conquistasi vuole organizzareuna repubblical'operazione è sempre piú difficile che quando conquista unre. Un re deve avvezzare i popoli ad ubbidireperché egli non deve far altroche schiavi; un conquistatoreche far voglia dei cittadinideve avvezzarli adubbidire e a comandare. Ma non si avvezzano i popoli a comandare senza dar lorol'indipendenzala quale richiede un sacrifizioper lo piú dolorosodiautoritá per parte di colui che conquista. E quindi è che quasi sempre vanariesce la libertá che si riceve in dono dagli altri popoliperchénonessendovi chi sappia comandarenon vi sará nemmeno chi sappia ubbidireedinvece di saggi ordini di governonon si hanno che le volontá momentanee dicoloro che comandano la forza straniera; volontá che sono tanto piú ruinosequanto il comando è piú vacillante e poco o nulla vale a prolungarlo il meritodella buona condotta. La libertá invidia e la legge toglie gl'impieghi ancheagli ottimi.

Questi cangiamenti ne produssero degli altri ugualmenterapidi nel governo delle nuove repubbliche. Quasi ogni mese si cangiavano igovernanti nella repubblica romana. Come sperare quella stabilitá di princípiquella costanza di operazioniche solo può rendere le repubbliche ferme evigorose?

Taloraoltre dei governantisi violentava anche lacostituzione; e quello stesso Direttorioche avea violata la costituzionefranceserovesciò anche la cisalpina. Si trovarono delle anime eroichecheseppero resistere agl'intrighi ed alla forzae preferirono la libertá del lorogiuramento al favore del conquistatore. In Napoliquando si temeva che le ideedel Direttorio potessero non esser quelle dell'indipendenza e felicitá dellanazionetutt'i governanti giurarono di deporre la carica. Non vi fu uno cheesitò un momento. Ma possiamo noi contare sopra un popolo di eroi? Il maggiornumero è sempre debole; ed il popolo intero come può amar una costituzione chenon si abbia scelta da se stesso e che non possa conservare né distruggere senon per volere altrui?

Si aggiunga a ciò che il principio fondamentale dellerepubblicheche è il rispetto e l'amore pe' suoi cittadinimentre rende ungoverno repubblicano attentissimo ad ogni ingiustizia che si commetta tra' suoilo rende negligente sulla sorte degli esteri: un proconsolo era giudicato inRoma da coloro che erano suoi eguali e che temevano piú di lui che delleprovince desolate. Le repubbliche italiane segnavano l'etá con sempre nuovolanguore invece di rassettarsi cogli anniquanto piú vivevano piú siaccostavano alla morte; e le altre repubbliche d'Italiadopo quattro anni dilibertási trovarono tanto deboli quanto la nostra lo era al principio dellasua politica rivoluzione.

Se i francesi avessero permesso alla repubblica cisalpina diorganizzare una forza regolarese lo avessero permesso alla repubblica romanaavrebbero potuto piú lungo tempo contrastare in Italia contro le forzeaustro-russe: se non impedivano l'organizzazione delle forze napolitanequesteavrebbero assicurata la vittoria al partito repubblicano. Ma il voler difenderela repubblica cisalpinala romanala napolitana colle sole proprie forze; ilvoler temere egualmente il nemico e gli amiciera la massima di un governo chevuol crescer il numero dei soggetti senza aumentar la forza(55).

Si parla tanto del tradimento di Scherer: Scherer tradí ilgovernoma la condotta di quel governo avea di giá tradita una gran nazione.

La rivoluzione di Napoli potea solo assicurar l'indipendenzad'Italiae l'indipendenza d'Italia potea solo assicurar la Francia.L'equilibrio tanto vantato di Europa non può esser affidato se nonall'indipendenza italiana; a quell'indipendenzache tutte le potenzequandoseguissero piú il loro vero interesse che il loro capricciodovrebbero tutteprocurare. Chiunque sa riflettere converrá meco chenella gran lotta politicache oggi agita l'Europaquello dei due partiti rimarrá vincitore che piúsinceramente favorirá l'indipendenza italiana(56).

Il destino avea finalmente fatto pervenire i momenti; ma ilgoverno che allora avea la Francia non fu buono per eseguire gli ordini deldestinoed i prodirettoriali governi d'Italia non seppero comprenderne leintenzioni.

Dura necessitá ci costrinse a trascurare tutti gli esternirapporti che avrebbero potuto salvar la nostra esistenza politica. Noiignoravamo ciò che si faceva nel rimanente dell'Europae l'Europa non sapevala nostra rivoluzione se non per bocca dei nostri nemici. Dalla stessaCisalpinadalla stessa armata francese non avevamo che gazzette o rapporti piúfrivoli di una gazzetta e piú mendaci. I generali francesi ci scrivean semprevittorieperché questo loro imponeva la ragion della guerra: ma il nostrointeresse era di saper anche le disfatte; e l'ignoranza in cui rimase il governoe le false lusinghe che gli furon date di prossimo soccorso accelerarono laperditase non della repubblicaalmeno dei repubblicani. Napoli avrebbe potutosalvar l'Italia; ma l'Italia caddeed involse anche Napoli nella sua ruina.

 

XLIV

 

RICHIAMO DI ETTORE CARAFA DALLA PUGLIA

 

I francesi dovettero aprirsi la ritirata colle armi allamanoed all'isola di Sora e nelle gole di Castelforte perdettero non pocagente. Appena essi partirononuove insorgenze scoppiarono in molti luoghi.

Roccaromana suscitò l'insorgenza nelle sue terre alle muradi Capua. Egli divenne l'istrumento piú grande della nobiltáa cuiappartenevae del popolotra cui avea un nome. Il governo lo avea disgustatolo avea degradato forsi per sospetti troppo anticipati; ma non seppe osservarloritrovarlo reo e perderlo: offendendonon seppe metterlo nella impossibilitádi far male. Luigi de Gams organizzò nello stesso tempo una insorgenza inCaserta. Queste insorgenzeunite a quelle di Castelforte e di Teanorupperoogni comunicazione tra Capua e Gaeta e tra il governo napolitano ed il restodell'Italia.

La ritirata dei francesi dalla provincia di Bari feceinsorgere di nuovo quella provincia di Lecce. In Puglia eravi ancora EttoreCarafa colla sua legioneedoltre la legioneavea un nome e molti seguaci;masia imprudenzasiacome taluni voglionogelosia del governoCarafa furichiamato da una provincia dove poteva esser utile ed inviato a guernire lafortezza di Pescara. La ritirata di Carafa fu un vero male per quelle province eper la repubblica intera. A questo male si sarebbe in parte riparatoseriusciva a Federici di penetrare in Puglia ed a Belpulsi nel contado di Molise;ma le spedizioni di questi dueritardate soverchionon furono intraprese senon dopo la partenza delle truppe francesiquando cioè era impossibileeseguirle.

Cosí sopra tutta la superficie del territorio napolitanorimanevano appena dei punti democratici. Ma questi punti contenevano degli eroi.Nel fondo della Campania era Venafroche sola avea resistito per lungo tempo aMammone(57)comandante dell'insorgenza di Sora: con poco piú di forzaavrebbepotuto prendere la parte offensiva. I paesi della Lucania fecero prodigi divaloreopponendosi all'unione di Ruffo con Sciarpa; ese il fato non facevaperire i virtuosi e bravi fratelli Vaccarose il governo avesse inviati loronon piú che cento uomini di truppa di lineaqualche uffiziale e le munizionida guerra che loro mancavanoforse la causa della libertá non sarebbe perita.Gli stessi esempi di valore davano le popolazioni repubblicane del Cilentolequali per lungo tempo impedirono che l'insorgenza delle Calabrie non si riunissea quella di Salerno. Foggia finalmente era una cittá piena di democratici: essaavea una guardia nazionale di duemila persone; era una cittá cheper lo statopolitico ed economico della provinciapotea trarsi dietro la provincia intera;e da Foggia una linea quasi non interrotta prendeva pel settentrione verso gliApruzzidove si contavano SerracapriolaCasacalendaAgnoneLanciano...Dall'altra parteper Cirignola e MelfiFoggia comunicava colle tantepopolazioni democratiche della provincia di Bari e della Lucania. Noi vorremmopoter nominare tutte le popolazioni e tutti gl'individui; ma né tuttodistintamente sappiamoné tutto senza imprudenza apertamente si può dire: untempo forse si sapráe si potrá loro rendere giustizia.

Ma che fare? A tutte queste forze mancava la mentemancavala riunione tra tutti questi puntimancava un piano comune per le lorooperazioni. Non si crederáma intanto è vero: una delle cagioniche piúhanno contribuito a rovesciar la nostra repubblicaè stata quella di non averavute nelle province delle persone che riunissero e dirigessero tutte leoperazioni: gl'insorgenti aveano tutti questi vantaggi.

 

XLV

 

CARDINAL RUFFO

 

Ruffo intanto trionfava in Calabria. Dalla Siciliaove erafuggito seguendo la corteera ritornato quasiché solo nella Calabria; ma leterre nelle quali si era fermato erano appunto le terre di sua famiglia. Quiviil suo nome gli diede qualche seguace: a questi si aggiunsero tutti quelli chesi trovavan condannati nelle isole della Siciliaai quali fu promesso ilperdono; tutt'i scellerati banditifuorusciti delle Calabrieai quali fupromessa l'impunitá. A Ruffo si unirono il preside della provinciaWinspearee l'uditore Fiore. L'impunitála rapinail saccheggiole promesse faciliilfanatismo superstizioso(58); tutto concorse ad accrescergli seguaci. Incominciòcon picciole operazionipiú per tentare gli animi e le cose che per invadere.Mavinte una volta le forze repubblicane perché divise e mal direttesuperataMonteleoneattaccò e prese Catanzarocapitale della Calabria ulterioreepassando quindi alla citerioreattaccò e prese Cosenzasede di antico edardente repubblicanismo. Cosenza cadde vittima degli errori del governoperchédisgustò il basso popolo coll'ordine di doversi pagare anche gli arretratidelle imposizioni dovute al reperché vi costituí comandante della guardianazionale il tenente De Chiaraprofondo scellerato ed attaccato all'anticogoverno. Quando Ruffo era giá vicino a CosenzaDe Chiara era alla testa disette in ottomila patriotirisoluti di vincere o di morire. Ruffo aveva appenadiecimila uomini. Quando queste truppe furono a vistaDe Chiara ordinò laritirata; intanto ad un segno concertato scoppiò la sollevazione dentroCosenza: cosicché i repubblicani si trovarono tra due fuochi; maciò nonostanteriguadagnano la cittá e si difendono tre giorni. Labonia e Vannicorrono a radunar gente nelle loro patrie. Maquando il soccorso giunseCosenza era giá caduta. Essi si ridussero a dover fare prodigi di valore nelladifesa di Rossano. Ma Rossanorimasta solacadde anch'essa: cadde Paolaunadelle piú belle cittá di Calabriaincendiata dal barbaro vincitoreindispettito da un valore che avrebbe dovuto ammirare. La fama del successo edil terrore che ispirava lo resero padrone di tutte le Calabrie fino a Materadove incontrò il còrso De Cesaredi cui parlammo nel paragrafodecimosesto(59).

Il disegno di Ruffo era di penetrar nella Puglia. Altamuraformava un ostacolo a questo disegno. Ruffo l'assedia; Altamura si difende. Perritrovare esempi di difesa piú ostinatabisogna ricorrere ai tempi dellastoria antica. Ma Altamura non avea munizioni bastanti: a difendersi impiegaronoi suoi abitanti i ferri delle loro casele pietrefinanche la monetaconvertirono in uso di mitraglia; ma finalmente dovettero cedere. Ruffo preseAltamura di assaltogiacché gli abitanti ricusarono sempre di capitolare; edove prima nelle altre sue vittorie avea usato apparente moderazioneinAltamurasicuro giá da tutte le partistanco di guadagnar gli animi che poteaormai vincerevolle dare un esempio di terrore. Il sacco di Altamura era statopromesso ai suoi soldati: la cittá fu abbandonata al loro furore; non fuperdonato né al sesso né all'etá. Accresceva il furore dei soldati la nobileostinazione degli abitantii qualiin faccia ad un nemico vincitorecolcoltello alla golagridavano tuttavia: - Viva la repubblica! - Altamura non fuche un mucchio di ceneri e di cadaveri intrisi di sangue.

Dopo la caduta di AltamuraSciarpa soggiogò i braviabitanti di AviglianoPotenzaMuroPicernoSantofeleTitoecc. ecc.iquali si erano uniti per la difesa comune. La stessa mancanza di provvisioni diguerrache avea fatta perdere Altamurali costrinse a cedere a Sciarpa; maanche cedendo al vincitoreconservarono tanto di quell'ascendente che il valoredá sul numeroche fecero una capitolazione onorevolecolla qualericonoscendo di nuovo il rele loro persone e le cose rimaner dovessero salve.Ben poche nazioni possono gloriarsi di simili esempi di valore.

Intanto Micheroux fece nell'Adriatico uno sbarco di russiche occuparono Foggia. L'occupazionesia casosia arteavvenne ne' giorni incui la fiera richiamava colá gli abitanti di tutte le altre province del Regno;e cosí la nuova dell'invasionesparsa sollecitamenteportò negli altriluoghi il terrore anche prima delle armi.

Chi non sarebbesi rivoltato allora contro il governorepubblicanodopo i funesti esempi di coloro che eran rimasti vittima del suopartitovedendo dappertutto il nemico vincitore e niuna difesa rimaner asperarsi dagli amici? Si era giá nel caso che i repubblicaniridotti apicciolissimo numerosembravano essi esser gl'insorgenti. Eppure l'amore per larepubblica era cosí grandeche faceva ancora amare il governoe tutt'irepubblicani morirono con lui.

Un poco di truppa francese e patriotica che era in Campobassofu costretta ad abbandonarla. Si perdette anche il contado di Molise. Non si erapensato a guadagnar le posizioni di MonteforteBeneventoCerreto ed Iserniaonde impedire le comunicazioni di queste insorgenze tra loro. Ribollíl'insorgenza di Nolacomunicando con quella di Puglia; e Napoli fu quasi cheassediata.

 

XLVI

 

MINISTRO DELLA GUERRA

 

Si era esposto mille volte al ministro della guerra tutto ilpericolo che si correva per le insorgenze troppo trascurate; ma egli credeva edavea fatto credere al governo non esser ciò altro che voci di allarmisti. Sigiunse a promulgare una legge severissima contro i medesimi; ma la legge doveafarsi perché gli allarmisti non ingannassero il popoloe non giá perché ilgoverno fosse ingannato dagli adulatori.

Il governo era su questo oggetto molto mal servito da' suoiagenti tanto interni che esternipoiché per lo piú eransi affidati gli affaria coloro i quali altro non aveano che l'entusiasmo; ed essi piú del pericolotemevano la fatica di doverlo prevedere.

I popoli non erano creduti. Si chiesero de' soccorsi algoverno per frenare l'insorgenza scoppiata nel Cilento. Si proponeva al ministroche s'inviassero i francesi. - I francesi - si rispondeva - non sono buoni afrenare l'insorgenza; - e si diceva il vero(60). - Vi anderanno dunque ipatrioti? - I patrioti faranno peggio. - Ma intanto il pessimo di tutt'i partitifu quello di non prenderne alcuno; ed il piú funesto degli errori fu quello dicredere che il tempo avesse potuto giovare a distruggere l'insorgenza.

Il ministro della guerra diceva sempre al governo che egli sioccupava a formare un pianoche avrebbe riparato a tutto. Prima parte però diogni piano avrebbe dovuto esser quella di far presto.

Si disse al ministro che avesse occupata Arianoe non curòdi farlo; se gli disse che avesse occupata Montefortee non curò di farlo.Manthoné credeva che il nemico non fosse da temersi. Fino agli ultimi momentiei lusingò se stesso ed il governo: credeva che i russii quali erano sbarcatiin Puglianon fossero veramente russima galeoti che il re di Napoli aveaspediti abbigliati alla russa. Gl'insorgenti erano giá alla Torrelo stessoRuffo co' suoi calabresi era in NolaMicheroux co' russi era al CardinaleAversa era insorta ed aveva rotta ogni comunicazione tra Napoli e Capua; ed ilministro della guerraa cui tutto ciò si riferivarispondeva non esser altroche pochi brigantii quali non avrebbero ardito di attaccar la capitale. Qualestranezza! Una centrale immensaaperta da tutt'i latiil di cui popolo vi ènemicoa cui dopo un giorno si toglie l'acqua e dopo due giorni il pane!...

 

XLVII

 

DISFATTA DI MARIGLIANO

 

Ma chi potea smuovere il ministro della guerra dall'idea didifendere la repubblica nella centrale? Egli volle anche difenderla in un modotutto suo. Non impiegò se non picciolissime forzele qualise prima sarebberostate bastanti ad impedire che l'insorgenza nascessenon erano poi sufficientia combatterla.

Egli avea fatto credere al governo ed alla nazione che poteadisporre di ottomila uomini di truppe di linea; ma questa colonnacolla qualesi avrebbe potuto formare un campo per difendere Napolinon si vide mai intera.Molti credettero che si avrebbe potuto riunire gran numero di patriotise sidichiarasse la patria in pericolo; masia timoresia soverchia confidenzaquesto linguaggio franco non si volle mai adottare dal governoe solo siridusse ad ordinare che ad un tiro designato di cannone tutti della milizianazionale dovessero condursi ai loro postie gli altri del popolo ritirarsinelle loro casené uscirnesotto pena della vitaprima del nuovo segno.Misura piú allarmante di qualunque dichiarazione di pericolopoichénondichiarandololasciava libero il capo alla fantasia alterata d'immaginarlo piúgrande di quello che era; misura che non dovea usarsi se non negli estremi casie cheessendosi usata imprudentemente la prima voltaquando bisogno non vierafece sí che si fosse usata quasi che inutilmentequando poi vi fubisogno(61).

Intanto le infinitesimali colonne spedite da Manthoné furonoad una ad una distrutte. Quella comandata da Spanò fu battuta a Monteforte;l'altracomandata da Belpulsiche dovea esser per lo meno di mille e duecentouominivanguardia di un corpo piú numerosoe che poi si trovò essere intutto di duecentocinquantafu costretta a retrocedere da Mariglianoove nonpotea piú reggere in faccia a tutta la forza di Ruffo. La sola colonna diSchipani resse nella Torre dell'Annunziataperché era composta di numeromaggioreperché non poteva esser circondata se prima non si guadagnavaMarigliano e perché finalmente era sotto la protezione delle barche cannonierele quali allontanavano l'inimico dalla strada che va lungo il mare. La nostramarina continuò a ben meritare della patria efinché vi rimase il minimolegnotenne sempre lontani gl'inglesi. E chi mai demeritò della patriaall'infuori di coloro che alla patria non appartenevano?

Ma finalmente Ruffopadrone di Nola e di Mariglianosiavanzò da quella via verso Porticitagliando cosí la ritirata alla colonna diSchipani e togliendole ogni comunicazione con Napoli. Tra Portici e Napoli viera il picciol forte di Viglienadifeso da pochi patrioti; ead onta delleforze infinitamente superiori di Ruffosostennero oltre ogni credere il forte:quando furono ridotti alla necessitá di cederlorisolverono di farlo saltarper aria. L'autore di questa ardita risoluzione fu Martelli.

Non minor valore dimostrò la colonna di Schipani: si apríper sei miglia la strada in mezzo ai nemiciprese de' cannonigiunse aPortici. Le nuove che si aveano di Napolila quale si credeva giá presaindussero alcuni vili a gridar «viva il re» e costrinsero gli altri a rendersiprigionieri di guerra.

 

XLVIII

 

CAPITOLAZIONE

 

Ma Napoli non era presa ancora. I nostri si eran battuti consorte infelice nel dí 13 giugno al ponte della Maddalenae furono costretti aritirarsi nei castelli. Il governo si era giá ritirato nel Castello nuovo. Ilsolo castello del Carmineil quale altro non è che una batteria di mare e cheper la via di terra non si può difendereera caduto nelle manidegl'insorgenti.

E quale castello di Napoliall'infuori di Sant'Elmo si puòdifendere? Il partito migliore sarebbe stato quello di abbandonar la cittáefatta una colonna di patriotiche allora forse per la necessitá sarebbedivenuta numerosissimaguadagnar Capua per la via di Aversa o di Pozzuoli.Questo era stato il progetto di Girardonche comandava in Capua le poche forzefrancesi rimaste nel territorio della repubblica napolitana. Se questo progettofosse stato eseguitoNapoli non sarebbe divenutacome addivenneteatro distragid'incendidi scelleraggini e di crudeltá; ed ora non piangeremmo laperdita di tanti cittadini.

Durante l'assedio dei castelli il popolo napolitanounitoagl'insorgenticommise delle barbarie che fan fremere: incrudelí financocontro le donnealzò nelle pubbliche piazze dei roghiove si cuocevano lemembra degl'infeliciparte gittati vivi e parte moribondi. Tutte questescelleraggini furono eseguite sotto gli occhi di Ruffo ed alla presenzadegl'inglesi.

I due castelli Nuovo e dell'Uovodifesi dai patriotifecerointanto per qualche giorno la piú vigorosa resistenza. Se i patrioti avesseroavuto un poco piú di forzaavrebbero potuto riguadagnar Napoli: ma essi nonerano che appena cinquecento uomini atti alle armi; e Mégeantche comandava inSant'Elmonon permise piú ai suoi francesi di unirsi ai nostri.

Si sono tanto ammirati i trecento delle Termopiliperchéseppero morire; i nostri fecero anche dippiú: seppero capitolare coll'inimico esalvarsi; seppero almeno una volta far riconoscere la repubblica napolitana.

La capitolazione fu sottoscritta nella fine di giugno. Sipromise l'amnistia; si diede a ciascuno la libertá di partire o di restarecome piú gli piaceva; e tanto a coloro che partissero quanto a coloro cherestassero si promise la sicurezza delle persone e degli averi. La capitolazionefu sottoscritta da Ruffovicario generale del re di Napoli; da Micherouxgenerale delle sue armi; dall'ammiraglio russo; dal comandante delle forzeturche; da Foodcomandante i legni inglesi che si trovarono all'azione; e daMégeantil qualein nome della repubblica franceseentrò garante dellanapolitana. Furon dati per parte di Ruffo degli ostaggi per la sicurezzadell'esecuzione del trattatoe questi furon consegnati a Mégeant(62).

Per eseguire il trattato fu stabilito un armistiziomanell'armistizio si preparò il tradimento. Appena che la regina seppel'occupazione di Napoliinviò da Palermo milady Hamilton a raggiungere Nelson.- Voglio prima perdere - avea detto la regina ad Hamilton - tutti e due i regniche avvilirmi a capitolar coi ribelli. - Che Hamilton si prestasse a servir lareginaera cosa non insolita; essa finalmente non disponeva che dell'onor suo:ma che Nelsonil quale avea trovata la capitolazione giá sottoscrittaprostituisse ad Hamilton l'onor suol'onor delle sue armil'onor della suanazione; questo è ciò che il mondo non aspettavae che il governo e lanazione inglese non dovea soffrire(63).

Nelson col resto della sua flotta giunse nella rada di Napolidurante l'armistizioe dichiarò che un trattato fatto senza di luiche eraammiraglio in caponon dovea esser valido; quasi che l'onorato e valoroso Foodche era persona legittima a ricevere i castellinon lo fosse poi ad osservarele condizioni della resa; quasi che una capitolazione potesse esser legittimaper una parte ed illegittima per l'altraenon volendo mantener le promessefatte alla repubblica napolitananon fosse necessario restituire ai suoi agentitutto ciò che per tali promesse aveano giá consegnato. Acton diceva e facevadire al reche era a bordo dei vascelli inglesicircondato però dallecreature di Carolina: che «un re non capitola mai coi suoi ribelli»(64). Egliinfatti era padrone di non capitolare; ma si poteva domandare se maiquando unre abbia capitolatodebba o no mantenere la sua parola!

Intanto i patrioti per Napoli erano arrestati; la partenza diquei che eransi imbarcati si differiva; Mégeant che avea gli ostaggi nelle suemaniMégeant che avea ancora forza per resistereche poteva e doveva essereil garante della capitolazioneMégeant dormiva. Nel tempo dell'armistiziopermise che i nemici erigessero le batterie sotto il suo forte. Fu attaccatofubattutonon fece una sortitaappena sparò un cannonefu vintosi rese.

Segnò una capitolazione vergognosissima al nome francese.Quando dovea rimaner solo per ricoprirsi di obbrobrioperché non capitolòinsieme cogli altri forti? Restituí gli ostaggiad onta che vedesse i patriotinon ancora partiti e ad onta che resistesse ancora Capuaove gli ostaggi sipoteano conservare. Promise di consegnare i patrioti che erano in Sant'Elmoeli consegnò. Fu visto scorrere tra le file dei suoi soldatie riconoscere edindicare qualche infelice che si era nascosto alle ricerchetravestito tra queibravi francesicoi quali avea sparso il suo sangue. Neanche Materaanticoufficiale francesefu risparmiatoad onta dell'onor nazionale che doveasalvarlo e del diritto di tutte le genti. Fu imbarcato colla sua truppapartísolo colla sua truppae non domandò neanche dei napolitani.

E vi è taluno il quale ardisce di mettere in dubbio cheMégeant sia un traditore? E quest'uomo intanto ancora «disonoraportandolol'uniforme francese»che è l'uniforme della gloria e dell'onore?(65). Bravied onorati militari destinati a giudicarloavvertite: il giudizioche voipronuncerete sopra di luisará il giudizio che cinque milioni di uominipronunzieranno sopra di voi!

 

XLIX

 

PERSECUZIONE DE' REPUBBLICANI

 

Dopo la partenza di Mégeantsi spiegò tutto l'orrore deldestino che minacciava i repubblicani.

Fu eretta una delle solite Giunte di Stato nella capitale; magiá da due mesi un certo Spezialespedito espressamente da Siciliaaveaaperto un macello di carne umana in Procidaove condannò a morte un sartoreperché avea cuciti gli abiti repubblicani ai munícipied anche un notaroilquale in tutto il tempo della durata della repubblica non avea mai fatto nulla esi era rimasto nella perfetta indifferenza. - Egli è un furbo - dicevaSpeziale: - è bene che muoia. - Per suo ordine morirono SpanòSchipaniBattistessa. Quest'ultimo non era morto sulla forca; dopo esservi stato sospesoper ventiquattro oreallorché si portò in chiesa per seppellirlofuosservato che dava ancora qualche languido segno di vita. Si domandò a Spezialeche mai si dovea fare di lui: - Scannatelo - egli rispose.

Ma la Giunta che si era eretta in Napoli si trovò peraccidente composta di uomini dabbeneche amavano la giustizia ed odiavano ilsangue. Ardirono dire al re esser giusto e ragionevole che la capitolazione siosservasse: giustoperchése prima della capitolazione si poteva noncapitolaredopo aver capitolato non rimaneva altro che eseguire; ragionevoleperché non è mai utile che i popoli si avvezzino a diffidare della parola diun ree perché si deturpa cosí la causa di ogni altro sovrano e si toglieogni mezzo di calmare le rivoluzioni.

Allora fu che Acton disse chese non avea luogo lacapitolazionepoteva averlo la clemenza del re. Ma qual clemenzaqualgenerositá sperare da chi non osservava un trattato? La prima caratteristicadegli uomini vili è quella di mostrarsi superiori al giusto e di voler dare percapriccio ciò che debbono per legge: cosí sotto l'apparenza del capriccionascondono la viltáe promettono piú di quel che debbono per non osservarequello che hanno promesso. Rendasi giustizia a Paolo primo. Egli conobbe quandoimportasse che i popoli prestassero fede alle parole dei sovranied il di luigabinetto fu sempre per la capitolazione. Il maggior numero degli officialidella flotta inglese compresero quanta infamia si sarebbe rovesciata sulla loronazionegiacché il loro ammiraglio era il verol'unico autore di tantaviolazione del diritto delle genti; e si misero in aperta sedizione.

La Giunta intanto rammentava al governo le leggi dellagiustizia; ed invitata a formare una classificazione di trentamila personearrestate (poiché non meno di tante ve ne erano in tutte le carceri del Regno)disse che doveano esser posti in libertácome innocentitutti coloro i qualinon fossero accusati di altro che di un fatto avvenuto dopo l'arrivo deifrancesi. La rivoluzione in Napoli non potea chiamarsi «ribellione»irepubblicani non eran ribellied il re non potea imputare a delitto azionicommesse dopo che egli non era piú re di Napolidopo che per un diritto tantolegittimo quanto quello della conquistacioè quanto lo stesso diritto di suopadre e suoaveano i francesi occupato il di lui regno. Che se i repubblicaniavean professate massime le quali parevan distruttrici della monarchiaciòneanche era da imputarsi loro a delittoperché eran le massime del vincitorea cui era dovere ubbidire. Essi avean professata democraziaperché democraziaprofessavano i vincitori: se i vincitori si fossero governati con ordinimonarchicii vinti avrebbero seguite idee diverse. L'opinione dunque non doveacalcolarsiperché non solamente non era volontariama era necessaria egiustaperché era giusto ubbidire al vincitore. Il voler stabilire la massimacontrariail pretendere che un popolo dopo la legittima conquista ritenghiancora le antiche affezioni e le antiche ideeè lo stesso che voler fomentarel'insubordinazionee coll'insubordinazione voler eternare la guerra civilelamutua diffidenza tra i governi ed i popolila distruzione di ogni moralepubblica e privatala distruzione di tutta l'Europa. Al ministero di Napoliciò dispiacevaperché nella guerra era rimasto perdente; mase fosse statovincitorese invece di perderlo avesse conquistato un regnogli sarebbepiaciuto che i nuovi suoi sudditi avessero conservato troppo tenacemente e finoalla caparbietá l'affezione alle antiche massime ed agli ordini antichi? Nonavrebbe punito come ribelle chiunque avesse troppo manifestamente desideratol'antico sovrano? La vera morale dei principi deve tendere a render facile lavittoriae non giá femminilmente dispettosa la disfatta.

I princípi della Giunta eran quelli della ragionee nongiá della corte. In questa i partiti eran divisi. Dicesi che la regina nonvolesse la capitolazionema chefatta una voltane volesse l'osservanza:difatti era inutile coprirsi di obbrobrio per perdere due o trecento infelici.Ruffoautor della capitolazionevoleva lo stessoe divenne perciò inviso edalla reginache non avrebbe voluta la capitolazioneed agli altriai qualinon dispiaceva che si fosse fattama non volevano che si osservasse. Leistruzioniche furon date alla Giuntada persone degne di fede si assicura chefurono scritte da Castelcicala. In esse stabilivasicome massima fondamentaleesser rei di morte tutti coloro i quali avean seguíta la repubblica: bastavache taluno avesse portata la coccarda nazionale. Per avere una causa divendettaammetteva che il re era partito; maper averne una ragioneasserivachead onta della partenzaera rimasto sempre presente in Napoli. Il Regno sidichiarava un regno di conquistaquando si trattava di distruggere tutt'iprivilegi della Cittá e del Regnoi quali si chiamano quasi in tutta l'Europa«privilegi»mentre dovrebbero esser dirittiperché fondati sulle promessedei re; maquando si trattava di dover punire i repubblicaniil Regno non eramai stato perduto(66). Tale fu la logica di Caligolaquando condannava a morteegualmente e chi piangeva e chi gioiva per la morte di Drusilla.

Nelsonunico autore dell'infrazione del trattatoquell'istesso Nelson che avea condotto il re in Sicilialo ricondusse inNapolima sempre suo prigioniero; né maipartendo o ritornandoebbe mai laminima cura dell'onor di lui: giacchépartendolo tenne in mostra al popoloquasi uom che disprezzasse ogni segno di affezione che questo gli dava;tornandoquasi insultasse ai mali che soffriva. Egli vide dal suo legno imassacri e i saccheggi della capitale. Poco di poi con suo rescritto avvisò imagistrati che egli avea perdonato ai lazzaroni il saccheggio del propriopalazzoe sperava che gli altri suoi sudditidietro il di lui esempioperdonassero egualmente i danni che avean sofferti! Tutti gl'infelici che ilpopolo arrestava eran condotti e presentati a luitutti pestiintrisi dipolvere e di sanguespirando quasi l'ultimo respiro. Non s'intese mai da luiuna sola parola di pietá. Era quello il tempoil luogo ed il modo in cui un redovea mostrarsi al popolo suo? Egli era in mezzo ai legni pieni d'infeliciarrestatiche morivano sotto i suoi occhi per la strettezza del sitoper lamancanza di cibi e dell'acquaper gl'insettisotto la piú ardente canicolanell'ardente clima di Napoli. Egli avea degl'infelici ai ferri finanche nel suolegno.

Con tali princípila corte dovea stancarsie si stancòben prestodelle noiose cure che la Giunta si prendeva per la salutedell'umanitá. Gli uomini dabbeneche la componevanofurono allontanati: nonrimase altro che Fioreil quale da piccioli princípi era pervenuto alla caricadi uditore provinciale in Catanzarodondefuggiasco pel taglione in tempodella repubblicaera ritornato in Napolicome Mario in Romaspirando stragi evendette. Ritornò Guidobaldiseco menandocome in trionfola coorte dellespie e dei delatoriche erano fuggiti con lui. A questi due furono aggiuntiAntonio La Rossa e tre siciliani: DamianiSambuti edil piú scellerato dituttiSpeziale.

La prima operazione di Guidobaldi fu quella di transigersicon un carnefice. Al numero immenso di coloro che egli volea impiccatigliparve che fosse esorbitante la mercede di sei ducati per ciascuna operazioneche per antico stabilimento il carnefice esigeva dal fisco; credette poterprocurare un gran risparmiosostituendo a quella mercede una pensione mensuale.Egli credeva che almeno per dieci o dodici mesi dovesse il carnefice esser ognigiorno occupato.

La storia ci offre mille esempi di regni perduti e posciacolle armi ricuperati: in nessuno però si ritrovano eguali esempi di talestolta ferocia. Silla fece morire centomila romani non per altro che per la suavolontá: Augusto depose la sua ferocia colle armi.

Un altro re di NapoliFerdinando primo di Aragonacapitolòegualmente coi suoi sudditie poscia sotto specie di amicizia li fece tuttiassassinare. Mamentre commetteva il piú orribile tradimento di cui ci parlila storiamostrò almeno di rispettare l'apparenza della santitá dei trattati.Mostrarono almeno gli alleatiche li avean garantitidi reclamarnel'esecuzione. Il nostro storico Camillo Porzio attribuisce a questascelleraggine le calamitáche poco dopo oppressero e finalmente distrussero lafamiglia aragonese in Napoli.

La vera gloria di un vincitore è quella di esser clemente:il voler distruggere i suoi nemici per la sola ragione di esser piú forte èfacilee nulla ha con sé che il piú vile degli uomini non possa imitare. Unavendetta rapida e forte è simile ad un fulmine che sbalordisce; ma porta secoqualche carattere di nobiltá. Il deliziarsi nel sangueil gustare a sorsitutto il calice della vendettail prolungarla al di lá del pericolo e dell'iradel momentoche sola può renderlase non lodevolealmeno scusabileilvincer la ferocia del popolo e lo stesso terrore dei vintie far tutto ciòprostituendo le formole piú sacre della giustizia; ecco ciò che non è néutile né giusto né nobile. La storia ha dato un luogo distinto tra i tiranniai geni cupi e lentamente crudeli di Tiberio e di Filippo secondoai fatti deiquali la posteritá aggiungerá gli orrori commessi in Napoli.

Si conobbe finalmente la legge di maestáche dovea esser dinorma alla Giunta nei suoi giudizi; legge terribileemanata dopo il fatto e dacui neanche gl'innocenti si potevan salvare. Eccone li principali articoliquali si sono potuti raccogliere dalle voci piú concordi tra loro e piúconsone alle sentenze pronunziate dalla Giuntapoiché è da sapersi che questaleggecolla quale si sono giudicati quasi trentamila individuinon è statapubblicata giammai.

«Sono dichiarati rei di lesa maestá in primo capo (eperciò degni di morte) tutti coloro che hanno occupato i primari impieghi dellasedicente repubblica». Per «primari impieghi» s'intendevano le cariche dellarappresentanza nazionaledel direttorio esecutivodei generalidell'altacommissione militaredel tribunale rivoluzionario(67). Egualmente erano rei«tutti coloro che fossero cospiratori prima della venuta dei francesi». Sottoquesto nome andavano compresi tutti coloro che aveano occupato Sant'Elmo e tutticoloro che erano andati ad incontrare i francesi in Capua ed in Caserta; ad ontache la cessione di Capua fosse stata fatta da autoritá legittima; ad onta chetra i privilegi della cittá di Napoliriconosciuti dal revi fosse quellochegiunto il nemico a Capuala cittá di Napoli potessesenza taccia diribellioneprendere quegli espedienti che volesseed invitare anche il nemico;ad onta cheessendo legittima la cessione di Capua e di tutte le province delRegno a settentrione della linea di demarcazioneun numero infinito di personeche dimoravano nella capitalema che intanto aveano la cittadinanza in quelleprovincefossero divenuti legittimamente cittadini francesi; ad onta finalmentechedopo la resa di Capuain Napoli fosse cessata ogni autoritá legittima:niun reniun vicario regioniun generalenessuna forza pubblica; tutto eranell'anarchia ed a ciascuno nell'anarchia era permesso di salvar come megliopoteva la propria vita.

Intantoad onta di tutto ciòfuron dichiarati rei «tutticoloro che nelle due anarchie avessero fatto fuoco sul popolo dalle finestre»;cioè tutti coloro i quali non avessero sofferto che la piú scellerata fecciadel popolo tra la licenza dell'anarchia li assassinasse.

«Tutti coloro che avevano continuato a battersi in facciaalle armi del recomandate dal cardinal Ruffoo a vista del reche stava abordo degl'inglesi». Questo articolo avrebbe portate alla morte per lo menoventimila personetra le quali eranvi tutti coloro che si trovavan rifugiati aSant'Elmoi qualineanche volendopoteano piú separarsi dai francesi.

«Tutti coloro che avessero assistito all'innalzamentodell'albero nella piazza dello Spirito santo (perché in quell'occasione siatterrò la statua di Carlo terzo) o alla festa nazionale in cui si laceraronole bandiere reali ed inglesiprese agl'insorgenti».

«Tutti coloro che durante il tempo della repubblica aveanoo predicando o scrivendooffeso il re o l'augusta sua famiglia». La legge delRegno esentava dalla pena di morte chiunque non avea fatto altro che parlare. Lalegge diceva: «Se è stato mosso da leggerezzanol curiamo; se da follialocompiangiamo; se da ragionegli siam grati; ese da malizialo perdoniamoameno che dalle parole non ne possa nascere un attentato piú grave». Una leggeposteriore a questa condannò a morte tutti coloro i quali avean parlato oscritto in un'epocanella quale forse nessuno poteva render ragione di ciò cheavea fatto. Si vide allora che non bastava non aver offese le leggi per essersicuro.

«Finalmente tutti coloro i quali in modo deciso avesserodimostrata la loro empietá verso la sedicente caduta repubblica». Quest'ultimocomprendeva tutti.

Per questo articolo infatti fu condannata a morte lasventurata Sanfelice. Essa non avea altro delitto che quello di aver rivelato algoverno la congiura di Baccherquando era sul punto di scoppiare. Niuna parteavea avuta né nella rivoluzione né nel governo. Questa operazione le fuispirata dalla piú pura virtú. Non poté reggere all'idea del massacrodell'incendio e della ruina totale di Napoliche i congiurati avean progettata.Questa generosa umanitáindipendente da ogni opinione di governo e da ognispirito di partitole costò la vita; e fu spinta la ferocia al segno di farlaentrare tre volte in «cappella»ad onta della consuetudine del Regnolaquale ragionevolmente volea che chi avesse una volta sofferta la «cappella»aver dovesse la grazia della vita. Non ha sofferta infatti la pena della mortecolui che per ventiquattr'ore l'ha veduta inevitabile ed imminente? Eppurerompendosi ogni legge di pietáogni consuetudine del Regnola sventurataSanfelicedopo un annofu decollata senza delitto!

«Coloro che erano ascritti alla sala patrioticabenchécolle loro mani istesse avessero segnata la loro sentenza di morte (non sicomprende perché: un'adunanza patriotica è un delitto in una monarchiaperché è rivoluzionaria; in un governo democraticoè un'azioneindifferente)pure Sua Maestáper la sua innata clemenzali condannaall'esilio in vita colla perdita de' benise abbiano prestato il giuramento;quelli che non l'hanno prestatosono condannati a quindici anni di esilio».

«Finalmente coloroi quali avessero avute carichesubalterne e non avessero altri delittisaranno riserbati all'indulto che SuaMaestá concederá». Questo indulto fu immaginato per due oggetti: il primo eraquello di far languire un anno nelle carceri coloro che non aveano alcundelitto. - Mio figlio è innocente - diceva una sventurata madre a Speziale. -Ebbene - rispondeva costui- se è innocenteavrá l'onore di uscir l'ultimo.- Il secondo oggetto era quello di condannare almeno nell'opinione pubblicaconun perdonoanche coloro che per la loro innocenza doveano essere assoluti.

Non avea forse ragione la reginaquandose è vero ciò chesi dicesi opponeva a questa prostituzione di giudizi?

Io vorrei che si esaminassero li giudizi della Giunta e dicoloro che dirigevan la Giuntanon colle massime della ragione e dellagiustizia naturalenon colle massime della stessa giustizia civilepoichéneanche con queste si troverebbe ragion di condannar come ribelli coloro i qualinon avean fatto altro che ubbidire ad una forza legittima e superioreallaquale era stato costretto a cedere lo stesso re; ma colle massime dell'interessedel re. Io non dirò che la giustizia è il primo interesse di un re: ammettoanzi che l'interesse del re è la norma della giustizia. Ed anche allorachipotrebbe assolver molti (io dico «molti»e sono ben lontano dal dir«tutti»: sono ben lontano dal credere tutt'i membri della Giunta simili aSpezialee forse taluno non ha altra colpa che quella di non esser statoabbastanza forte contro i tempi); chi potrebbedicoassolver molti di aver nonsolo conculcata la giustiziama anche tradito il re?

Quando Silla fece scannare seimila sannitidisse al senatoallarmato da' gemiti e dalle grida di quest'infelici: - Ponete mente agliaffari: son pochi sediziosetti che si correggono per ordine mio. - Silla erapiú grande e forse anche men crudele.

Se coloro che consigliavano il re gli avessero parlato illinguaggio della saviezza e gli avessero fatto scrivere un edittoin cui sifosse ai popoli parlato cosí: «Coloro i quali han seguíto il partito dellarepubblicaora che questo partito è cadutohan pensato di aver bisogno di unacapitolazione per la loro salvezza. Se essi avessero conosciuto il mio cuoreavrebbero compreso che questa capitolazione era superflua. Questo errore èstato la causa di tutt'i loro traviamenti. Obblio tutto. Possano cessare tutt'ipartiti e riunirsi a me per il vero bene della patria! Possa questa generositáfar loro comprendere il mio cuore e rendermi degno del loro amore! Possano letante vicende e le tante sventure sofferte renderli piú saggi! Sead onta ditutto ciòvi è taluno a cui il nuovo ordine di cose non piacciasiaglipermesso partire. Mao che parta o che restii suoi benila sua personalasua famiglia saranno intatteed in me non troverá che un padre»; in quelmomento... momento forsi di disinganno... un proclama di questa natura avrebberiuniti tutti gli animi. La nazione non sarebbe stata distrutta da una guerracivile;... l'amor del popolo avrebbe prodotta la sicurezza del re e la forza delRegno...

Se oggi il regno di Napoli si trova divisodesolatopienodi odii intestiniquasi sul punto di sciogliersiperché il re non dice aisuoi ministri e suoi consiglieri: - Voi siete stati tanti traditori! voi colpatealla mia rovina! -?

L'esecuzione di questa legge spaventò finanche gli stessicarnefici della Giunta. Essa avrebbe fatto certamente rivoltare il popolo. Lastessa crudeltá rese indispensabile la moderazione. Vennero da Palermo le notede' proscritti; ma rimase la leggeaffinché si potesse loro apporre undelitto.

Le sentenze erano fatte prima del giudizio. Chi era destinatoalla morte dovea morireancorché il preteso reo fosse minore.

Tutti li mezzi si adoperavano per ritrovare il delitto;nessuno se ne ammetteva per difendere l'innocenza. Il nome del re dispensò atutte le formole del processoquasi che si potesse dispensare alla formolasenza dispensare alla giustizia. Ventiquattro ore di tempo si accordavano alladifesa: i testimoni non si ammettevanosi allontanavanosi minacciavanosisbigottivanotalora anche si arrestavano; il tempo intanto scorrevael'infelice rimaneva senza difesa. Non confronto tra i testimoninon ripulse disospettinon ricognizione di scritture si ammettevano; non debolezza di sessonon imbecillitá di anni potevan salvare dalla morte. Si son veduti condannati amorte giovinetti di sedici anni; giudicatiesiliati fanciulli di dodici. Nonsolo tutt'i mezzi della difesa erano toltima erano spenti tutt'i sensi diumanitá.

Se la Giuntaper invincibile evidenza d'innocenzaè statatalora quasi costretta ad assolvere suo malgrado un infelicesi è veduto daPalermo rimproverarsi di un tal atto di giustiziae condannarsi per arbitriochi era stato o assoluto o condannato a pena molto minore. Dal processo diMuscari nulla si rilevava che potesse farlo condannare; ma troppo zelo aveamostrato Muscari per la repubblicae si voleva morto. La Giuntadicesiebbeordine di sospender la sentenza assolutoria e di non decidere la causa finchénon si fosse ritrovata una causa di morte. A capo di due mesi è facileindovinare che questa causa si trovò. Pirelliuno dei migliori uomini cheavesse la patriauno dei migliori magistrati che avesse lo Statoanche intempo del refu dalla Giunta assoluto: i trenta di Atene quasi arrossirono dicondannare Focione. Pirelli era però segnato tra le vittimee da Palermo fucondannato ad un esilio perpetuo. Michelangiolo Novi era stato condannatoall'esilio; la sentenza era stata giá eseguitasi era giá imbarcatoil legnoera per far vela: giunge un ordine da Palermoe fu condannato al carcereperpetuo nella Favignana. Gregorio Mancini era stato giá giudicatoera statogiá condannato a quindici anni di esilio; di giá prendeva commiato dallamoglie e dai figli: un ordine di Speziale lo chiamae lo conduce... dove?...alla morte. Altre volte si era detto che le leggi condannavano ed i re facevanole grazie: in Napoli si assolveva in nome della legge e si condannava in nomedel re.

Intanto Spezialea cui venivano particolarmente commesse lepersone che si volevan perdutenulla risparmiava né di minacce né disuggestioni né d'inganni per servire alla vendetta della corte. Nicola Fianiera suo antico amico; Nicola Fiani era destinato alla mortema non era néconvinto né confesso. Speziale si ricorda della sua antica amicizia: dal fondodi una fossaove il povero Fiani languiva tra' ferrilo manda a chiamare; lofa condurre scioltonon giá nel luogo delle sedute della Giuntama nelle suestanze. Nel vederlo gli scorrono le lagrime; lo abbraccia: - Povero amico! aquale stato ti veggo io ridotto! Io sono stanco di piú fare la figura di boia.Voglio salvarti. Tu non parli ora al tuo giudice; sei coll'amico tuo. Mapersalvarticonvien che tu mi dica ciò che hai fatto. Queste sono le accusecontro di te. In Giunta fosti saggio a negare; ma ciò che dirai a me non losaprá la Giunta... - Fiani presta fede alle parole dell'amicizia; Fianiconfessa... - Bisogna scriverlo; servirá per memoria... - Fiani scrive. Èinviato al suo carceree dopo due giorni va alla morte.

Speziale interrogò Conforti. Dopo avergli domandato il suonome e la carica che nella repubblica avea ottenutolo fa sedere. Gli fasperare la clemenza del re; gli dice che egli non avea altro delitto che lacaricama che una carica eminente era segno di «patriotismo»e perciòdelitto in coloro che erano statisenza merito e senza nomeelevati per solofavore di fazione rivoluzionaria. Conforti era taleche ogni governo sarebbestato onorato da lui. Indi gli parla delle pretensioni che la corte avea sulloStato romano. - Tu conosci - gli dice - profondamente tali interessi. - La corteha molte memorie mie - risponde Conforti. - Síma la rivoluzione ha fattoperdere tutto. Non saresti in grado di occupartici di nuovo? - Ecosí dicendogli fa quasi sperare in premio la vita. Conforti vi si occupa; Speziale riceveil lavoro del rispettabile vecchio; equando ne ebbe ottenuto l'intentolomandò a morire(68).

Qual mostro era mai questo Speziale! Non mai la sua animaatroce ha conosciuto altro piacere che quello di insultar gl'infelici. Sidilettava passar quasi ogni giorno per le prigioni a tormentareopprimere collasua presenza coloro che non poteva uccidere ancora. Se avea il rapporto diqualche infelice morto di disagio o d'infezioneinevitabile in carceriorribilidove gli arrestati erano quasiché accatastatiquesto rapporto eraper lui l'annunzio di «un incomodo di meno». Un soldato insorgente uccise unpovero vecchioche per poco si era avvicinato ad una finestra della sua carcerea respirare un'aria meno infetta: gli altri della Giunta volean chieder conto diquesto fatto: - Che fate voi? - disse Speziale; - costui non ha fatto altro chetoglierci l'incomodo di fare una sentenza. - La moglie di Baffa gli raccomandail suo marito... - Vostro marito non morrá - gli diceva Speziale; - siate dibuon animo: egli non avrá che l'esilio. - Ma quando? - Al piú presto. -Intanto scorsero molti giorni: non si avea nuova della causa di Baffa. La moglieritorna da Spezialeil quale si scusa che non ancora aveaper altreoccupazionipotuto disbrigar la causa del marito; e la congeda confermandole lestesse speranze che altra volta le avea date. - Ma perché insultare questapovera infelice? - gli disse allora uno che era presente al discorso... Baffaera stato giá condannato a morte; ma la sentenza s'ignorava dalla moglie. Chipuò descrivere la disperazionei lamentile gridai rimproveri di quellamoglie infelice? Speziale con un freddo sorriso le dice: - Che affettuosamoglie! Ignora finanche il destino di suo marito. Questo appunto io volevavedere. Ho capito: sei bellasei giovinevai cercando un altro marito. Addio.-

Sotto la direzione di un tale uomociascuno può comprenderequale sia stata la maniera con cui sieno stati tenuti i carcerati. Quante voltequegli infelici hanno desiderata ed invocata la morte!... Ma la mia mente èstanca di piú occuparsi de' mali dell'umanitá... Il mio cuore giá freme!

 

L

 

TALUNI PATRIOTI

 

Dopo la caduta della repubblicaNapoli non presentò chel'immagine dello squallore. Tutto ciò che vi era di buonodi granded'industriosofu distrutto; ed appena pochi avanzi de' suoi uomini illustri sipossono contarescampati quasi per miracolo dal naufragioerrantisenzafamiglia e senza patriasull'immensa superficie della terra.

Si può valutare a piú di ottanta milioni di ducati laperdita che la nazione ha fatto in industrie; quasi altrettanto ha perduto inmobiliin argentiin beni confiscati: il prodotto di quattro secoli è statodistrutto in un momento. Si son veduti de' monopolisti inglesi mercanteggiare inostri capi d'opera di pitturache il saccheggio avea fatti passare dagliantichi proprietari nelle mani del popolaccioil quale non ne conosceva né ilmerito né il prezzo.

La rovina della parte attiva della nazione ha strascinataseco la rovina della nazione intera: tutto il popolo restò senza sussistenzaperché estinti furono o dispersi coloro che ne mantenevano o che ne animavanol'industria; e gli stessi controrivoluzionari piangono ora la perdita di coloroche essi stessi hanno spinti a morte.

Aggiungete a questi danni la perdita di tutt'i princípilacorruzione di ogni costumefuneste ed inevitabili conseguenze delle vicende diuna rivoluzione; una corte che da oggi in avanti riguarda la nazione comeestranea e crede ritrovar nella di lei miseria e nella di lei ignoranza lasicurezza sua; e l'uomo che pensa vedrá con dolore una gran nazione respintanel suo corso politico allo stato infelice in cui era due secoli fa.

Salviamo da tanta rovina taluni esempi di virtú: la memoriadi coloro che abbiamo perduti è l'unico bene che ci restaè l'unico bene chepossiamo trasmettere alla posteritá. Vivono ancora le grandi anime di coloroche Speziale ha tentato invano di distruggere; e vedranno con gioia i loro nomitrasmessi da noi a quella posteritá che essi tanto amavanoservir di sproneall'emulazione di quella virtú che era l'unico oggetto de' loro voti.

Noi abbiamo sofferti gravissimi mali; ma abbiam dati anchegrandissimi esempi di virtú. La giusta posteritá obblierá gli errori checome uominihan potuto commettere coloro a cui la repubblica era affidata: traessi però ricercherá invano un vileun traditore. Ecco ciò che si deveaspettare dall'uomoed ecco ciò che forma la loro gloria.

In faccia alla morte nessuno ha dato un segno di viltá.Tutti l'han guardata con quell'istessa fronte con cui avrebbero condannati igiudici del loro destino. Manthonéinterrogato da Speziale di ciò che avessefatto nella repubblicanon rispose altro che: - Ho capitolato. - Ad ogniinterrogazione non dava altra risposta. Gli fu detto che preparasse la suadifesa: - Se non basta la capitolazionearrossirei di ogni altra. -

Cirillointerrogato qual fosse la sua professione in tempodel rerispose: - Medico. - Nella repubblica? - Rappresentante del popolo. - Main faccia a me che sei? - riprese Spezialeche pensava cosí avvilirlo(69). -In faccia a te? Un eroe. -

Quando fu annunziata a Vitagliani la sua sentenzaeglisuonava la chitarra; continuò a suonarla ed a cantare finché venne l'ora diavviarsi al suo destino. Uscendo dalle carceridisse al custode: - Tiraccomando i miei compagni: essi sono uominie tu potresti esser infelice ungiorno al pari di loro. -

Carlomagnomontato giá sulla scala del patibolosi rivolseal popolo e gli disse: - Popolo stupido! tu godi adesso della mia morte. Verráun giornoe tu mi piangerai: il mio sangue giá si rovescia sul vostro capo ese voi avrete la fortuna di non esser vivisul capo de' vostri figli. -

Granalè dall'istesso luogo guardò la folla spettatrice: -Vi ci riconosco - disse - molti miei amici: vendicatemi! -

Nicola Palomba era giá sotto al patibolo: il commesso delfisco gli dice che ancora era a tempo di rivelare de' complici. - Vile schiavo!- risponde Palomba - io non ho saputo comprar mai la vita coll'infamia. -

- Io ti manderò a morte - diceva Speziale a Velasco. -Tu?... Io moriròma tu non mi ci manderai. - Cosí dicendomisura coll'occhiol'altezza di una finestra che era nella stanza del giudicevi si slancia sottoi suoi occhie lascia lo scellerato sbalordito alla vista di tanto coraggio edindispettito per aver perduto la vittima sua.

Mase vi vuole del coraggio per darsi la mortenon se nerichiede uno minore per non darselaquando si è certo di averla da altri. ABaffa(70)giá certo del suo destinofu offerto dell'oppio. Egli lo ricusò;emorendodimostrò che non l'avea ricusato per viltá. Era eglial pari diSocratepersuaso che l'uomo sia posto in questo mondo come un soldato infazione e che sia delitto l'abbandonar la vitanon altrimenti che lo sarebbel'abbandonare il posto.

Questo sangue freddotanto superiore allo stesso coraggiogiunse all'estremo nella persona di Grimaldi. Era giá condannato a morte; erastato trattenuto dopo la condanna piú di un mese tra' ferri; finalmente l'orafatale arriva: di notteuna compagnia di russi ed un'altra di soldatinapolitani lo trasportano dalla custodia al luogo dell'esecuzione. Egli ha ilcoraggio di svincolarsi dalle guardie; si difende da tutti i soldatisi liberasi salva. La truppa lo insiegue invano per quasi un miglio; né lo avrebbe alcerto raggiuntoseinvece di fuggirenon avesse creduto miglior consiglionascondersi in una casadi cui trovò la porta aperta. La notte era oscura etempestosa; un lampo lo tradí e lo scoperse ad un soldatoche l'inseguiva dalontano. Fu raggiunto. Disarmò due soldatisi difesené lo potetteroprendere se non quandoper tante feriteera giá caduto semivivo.

Quante perdite dovrá piangeree per lungo tempola nostranazione! Io vorrei poter rendere ai nomi di tutti quell'onore che meritanoespargere sul loro cenere quei fiori che forse chi sa se essi avranno giammai! Machi potrebbe rammentarli tutti?

Io non posso render a tutti quella giustizia che meritanotra perché non ho potuto sapere tutto ciò ch'è avvenuto ne' diversi luoghidel Regnotra perché nella mia emigrazione non ho avuta altra guida che la miamemoriala quale non ha potuto tutto ritenere. Mi sia perciò permessotrattenermi un momento sopra taluni piú noti.

Caracciolo Francesco. Erasenza contraddizioneuno de'primi geni che avesse l'Europa. La nazione lo stimavail re lo amava; ma chepoteva il re? Egli fu invidiato da Actonodiato dalla reginae perciò sempreperseguitato. Non vi fu alcuna specie di mortificazione a cui Acton non loavesse assoggettato; si vide ogni giorno posposto... Caracciolo era uno di queipochi che al piú gran genio riuniva la piú pura virtú. Chi piú di lui amavala patria? Che non avrebbe fatto per lei? Diceva che la nazione napolitana erafatta dalla natura per avere una gran marinae che questa si avrebbe potuto farsorgere in pochissimo tempo; avea in grandissima stima i nostri marinari. Eglimorí vittima dell'antica gelosia di Thurn e della viltá di Nelson... Quandogli fu annunziata la morteegli passeggiava sul casseroragionando dellacostruzione di un legno inglese che era dirimpettoe proseguí tranquillamenteil suo ragionamento. Intanto un marinaro avea avuto l'ordine di preparargli ilcapestro: la pietá glielo impediva... Egli piangeva sulla sorte di quelgeneralesotto i di cui ordini aveva tante volte militato. - Sbrigati - glidisse Caracciolo: - è ben grazioso chementre io debbo moriretu debbipiangere. - Si vide Caracciolo sospeso come un infame all'antenna della fregata«Minerva»; il suo cadavere fu gittato in mare. Il re era ad Ischiae vennenel giorno susseguentestabilendo la sua dimora nel vascello dell'ammiraglioNelson. Dopo due giorni il cadavere di Caracciolo apparve sotto il vascellosotto gli occhi del re... Fu raccolto dai marinariche tanto l'amavanoe glifurono resi gli ultimi offici nella chiesa di Santa Luciache era prossima allasua abitazione; offici tanto piú pomposi quantoché senza fasto veruno e quasia dispetto di chi allora poteva tuttofurono accompagnati dalle lagrime sinceredi tutt'i poveri abitanti di quel quartiereche lo riguardavano come il loroamico ed il loro padre.

Simile a Caracciolo era Ettore Carafa. Quest'eroeunitamenteal suo bravo aiutante Ginevrasostenne Pescara anche dopo le capitolazioni diCapuaGaeta e Sant'Elmo. Caduto nelle mani di Spezialemostrògli qual fosseil suo coraggioed andò a morte con intrepidezza e disinvoltura.

Cirillo Domenico. Era uno de' primi tra i medici di unacittá ove la medicina era benissimo intesa e coltivata; ma la medicina formavala minor parte delle sue cognizionie le sue cognizioni formavano la minorparte del suo merito. Chi può lodare abbastanza la sua morale? Dotato di moltibeni di fortunacon un nome superiore all'invidiaamico della tranquillitá edella pacesenza veruna ambizioneCirillo è uno di quei pochipochi semprepochi in ogni luogoche in mezzo ad una rivoluzione non amano che il benepubblico. Non è questo il piú sublime elogio che si possa formare di uncittadino e di un uomo? Io era seco lui nelle carceri; Hamilton e lo stessoNelsona' quali avea piú volte prestato i soccorsi della sua scienzavolevanosalvarlo. Egli ricusò una grazia che gli sarebbe costata una viltá.

Conforti Francesco. Si è giá detto il tratto di perfidiache gli usò Speziale. A questo si aggiunga che Conforti in tutto il corso dellasua vita avea reso de' servigi importanti alla corte; avea difesi i dirittidella sovranitá contro le pretensioni di Roma; avea fissati i nuovi princípiper i beni ecclesiasticiprincípi che riportavano la ricchezza nello Stato ela felicitá nella nazione; molte utili riforme erano nate per suo consiglio; lacorte per sua opera avea rivendicati piú di cinquanta milioni di ducati infondi... Conforti era il Giannoneera il Sarpi della nostra etá; ma avea fattopiú di essiistruendo dalla cattedra e formandoper cosí direuna gioventúnuova. Pochi sono i napolitani che sanno leggereche non lo abbiano avuto amaestro. E quest'uomosenza verun delittosi mandò a morire! Egli riunivaeminentemente tutto ciò che formava l'uomo di lettere e l'uomo di Stato.

Pagano Francesco Mario. Il suo nome vale un elogio. Il suo Processocriminale è tradotto in tutte le lingueed è ancora uno delli migliorilibri che si abbia su tale oggetto. Nella carriera sublime della storia eternadel genere umano voi non rinvenite che l'orme di Paganoche vi possano servirdi guida per raggiugnere i voli di Vico.

Pimentel Eleonora Fonseca. «Audet viris concurrere virgo».Ma essa si spinse nella rivoluzionecome Camilla nella guerraper solo amordella patria. Giovinetta ancoraquesta donna avea meritata l'approvazione diMetastasio per i suoi versi. Ma la poesia formava una piccola parte delle tantecognizioni che l'adornavano. Nell'epoca della repubblica scrisse il Monitorenapolitanoda cui spira il piú puro ed il piú ardente amor di patria.Questo foglio le costò la vitaed essa affrontò la morte con un'indifferenzaeguale al suo coraggio. Prima di avviarsi al patibolovolle bevere il caffèele sue parole furono: - «Forsan haec olim meminisse iuvabit». -

Russo Vincenzio. È impossibile spinger piú avanti di quelloche egli lo spinse l'amore della patria e della virtú. La sua opera de' Pensieripolitici è una delle piú forti che si possano leggere. Egli ne preparavauna seconda edizionee l'avrebbe resa anche migliorerendendola piú moderata.La sua eloquenza popolare era sublimestraordinaria... Egli tuonavafulminava:nulla poteva resistere alla forza delle sue parole... Sarebbe stato utile che sifossero raccolte delle memorie sulla sua condotta nel carcere. Egli fu sempre uneroe. Giunto al luogo del supplizioparlò lungamente con un tuono di voce econ un calore di sentimentoil quale ben mostrava che la morte poteadistruggerlonon mai però il suo aspetto poteva avvilirlo. Quasi cinque mesidopoho inteso raccontarmi il suo discorso dagli uffiziali che vi assistevanocon quella forte impressione che gli spiriti sublimi lascian perpetua in noiecon quella specie di dispetto con cui gli spiriti vili risentono leirresistibili impressioni degli spiriti troppo sublimi... Oh! se la tua ombra siaggira ancora intorno a coloro che ti furono caririmira mefin dalla piútenera nostra adolescenza tuo amicoche piangonon te (a te che servirebbe ilpianto?)ma la patria per cui inutilmente tu sei morto.

Federici Francesco. Era maresciallo in tempo del re; fugenerale in tempo della repubblica. Il ministro di guerra lo rese inutilementre avrebbe potuto esser utilissimo. La stessa ragione lo avea reso inutilein tempo del re. Egli sapeva profondamente l'arte della guerra; ma insiemecoll'arte della guerra egli sapeva mille altre coseche per lo piú ignoranocoloro che sanno l'arte della guerra. Il suo coraggio nel punto della morte fusorprendente.

Scotti Marcello. È difficile immaginare un cuore piúevangelico. Egli era l'autore del Catechismo nauticoopera destinataall'istruzione de' marinai dell'isola di Procidasua patriache meriterebbe diesser universale. Nella disputa sulla «chinea» scrissesebben senza suo nomel'opera della Monarchia papaledi cui non si era veduta l'eguale dopoSarpi e Giannone. Nella repubblica fu rappresentante. Morí vittima dell'invidiadi taluni suoi compatrioti.

Parlando di Scottila mia memoria mi rammenta il virtuosovescovo di Vicoil rispettabile prelato Troisee chi no? Figli della patria!La vostra memoria è caraperché è la memoria della virtú. Verrásperoquel giorno in cuinel luogo istesso nobilitato dal vostro martiriolaposteritápiú giustavi potrá dare quelle lodi che ora sono costretto achiudere nel profondo del cuore epiú felicevi potrá elevare un monumentopiú durevole della debole mia voce(71).

 

LI

 

CONCLUSIONE

 

Il restrascinato da' falsi consigliprodusse la rovinadella nazione. I suoi ministri o non amavano o non curavano la nazione: doveaperciò perdersie si perdette. I repubblicanicolle piú pure intenzionicolpiú caldo amor della patrianon mancando di coraggioperdettero loro stessi ela repubblicae caddero colla patriavittime di quell'ordine di cosea cuitentarono di resisterema a cui nulla piú si poteva fare che cedere.

Una rivoluzione ritardata o respinta è un male gravissimoda cui l'umanitá non si libera se non quando le sue idee tornano di nuovo allivello coi governi suoi; e quindi i governi diventano piú umaniperché piúsicuri; l'umanitá piú liberaperché piú tranquilla; piú industriosa e piúfeliceperché non deve consumar le sue forze a lottare contro il governo. Matalora passano de' secoli e si soffre la barbarieprima che questi tempiritornino; ed il genere umano non passa ad un nuovo ordine di beni se non atraverso degli estremi de' mali.

Quale sará il destino di Napolidell'Italiadell'Europa?Io non lo so: una notte profonda circonda e ricopre tutto di un'ombraimpenetrabile. Sembra che il destino non sia ancora propizio per la libertáitaliana; ma sembra dall'altra parte che eglicol nuovo miglior ordine di cosenon ne tolga ancora le speranzee fa che gli stessi re travaglino a prepararquell'opera che con infelice successo hanno tentata i repubblicani. Forse lacorte di Napolispingendo le cose all'estremoper desiderio smoderato diconservare il Regnolo perderá di nuovo; e noicome della prima è avvenutodovremo alla corte anche la seconda rivoluzionela quale sará piú feliceperché desiderata e conseguíta dalla nazione intera per suo bisogno e non persolo altrui dono.

Queste cose io scriveva sul cader del 1799e gli avvenimentiposteriori le hanno confermate. La corte di Napoli ha prodotto un nuovocangiamento politico; e questodiretto da altre massimepuò produrre nelRegno quella felicitá che si sperò invano dal primo.

Dal 1800 fino al 1806 abbiamo veduto la corte di Napoliseguir sempre quelle stesse massime dalle quali tanti mali eran nati; laFranciaal contrariocangiar quegli ordinida' qualisiccome da ordiniirregolarissiminessun bene e nessuna durevolezza di bene poteva sperarsi; e sipuò dire che alla nuova felicitáche il gran Napoleone ora ci ha dataabbiano egualmente contribuito e l'ostinazione della corte di Napoli ed ilcangiamento avvenuto nella Francia.

Per effetto della prima gli stessi errori han confermata edaccresciuta la debolezza del Regno: nell'interno lo stesso languor diamministrazionela stessa negligenza nella miliziala stessa inconseguenza ne'pianidiffidenza tra il governo e la nazioneanimositáspirito di partitopiú che ragione; nell'esterno la stessa debolezzala stessa audacia nellesperanze e timiditá nelle impresela stessa malafede: non si è saputo néevitar la guerra né condurla; si è suscitatae si è rimasto perdente.

Per effetto del secondonella Francia gli ordini pubblicisono divenuti piú regolari: i diversi poteri piú concordi tra loro: il massimotra essi piú stabilepiú sicuro; perciò meno intento a vincer gli altri chea dirigerli tutti al bene della patria: le idee si sono messe al livello conquelle di tutte le altre nazioni dell'Europa; perciò minore esagerazione nellepromesseanimositá minore ne' partitifacilitá maggiore dopo la vittoria distabilire presso gli altri popoli un nuovo ordine di cose: il potere piúconcentrato; onde meno disordine e piú concerto nelle operazioni de' comandantimilitariabuso minore nell'esercizio de' poteri inferiorimaggiore prudenzaperché comune a tutti e dipendente dalla stessa natura comune degli ordini enon dalla natura particolare degl'individui: al sistema di democratizzazionesostituito quello di federazioneil quale assicura la paceche è sempre per ipopoli il maggiore de' beni; e che finalmente ha procurati all'Italia tutti que'vantaggi che non poteva avere col sistema precedentesecondo il quale si volevaamica e si temeva rivale; ondenon formando mai in essa uno Stato forte edindipendenteandava a distruggersi interamente: e finalmenteoltre tuttiquesti beniil dono grandissimo di un re che tutta l'Europa venerava per la suamente e pel suo cuore.

Me felicese la lettura di questo libro potrá convincere un solo de' mieilettori che lo spirito di partito nel cittadino è un delittonel governo unastoltezza; che la sorte degli Stati dipende da leggi certeimmutabilieternee che queste leggi impongono ai cittadini l'amor della patriaai governi lagiustizia e l'attivitá nell'amministrazione internail valorela prudenzalafede nell'esterna; che alla felicitá de' popoli sono piú necessari gli ordiniche gli uomini; e che noidopo replicate vicendesiamo giunti ad avere altempo istesso ordini buoni ed un ottimo re; e che la memoria del passato deveesser per ogni uomoche non odia la patria e se stessoil piú forte stimoloper amare il presente