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Giuseppe Manno

 

Storia di Sardegna

 

 

LIBRO PRIMO

 

Le prime origini delle nazioni coperte sono di tenebre anchepresso a quei popoli i quali ebbero in tempo scrittori atti ad investigare lecose anticheed a tramandare ai posteri li fatti celebri della loro età. Lagreca mitologiaimpadronitasi d'una gran parte delle scarse ed inesattetradizioni dell'antichitàvolendo tutto abbellireha tutto svisatodimodoché più inestricabile riesce il viluppo che incontrasi nel separaredall'ingombro dei racconti favolosi l'impercettibile germe di verità talvoltaracchiusovi. Non è dunque da meravigliare se la storia di un paesequal è laSardegnaprivo nell'antichità di illustratori propripresenti a chi fassi adindagarne i primi tempi molta oscurità; e sepassate essendo nelle sue terrecolle greche colonie le greche illusioninon inferiore alla mancanza sial'incertezza degli storici monumenti. A chi non voglia perciò lasciarsi sedurredal bagliore dei nomi eroici ed a chi rinunciare non sappia a quella severacriticala quale libra anche le più rispettabili autoritàforza èl'avanzarsi con cauto ragguardamento nella disamina delle classiche narrazioninelle quali più facile fia nulla omettere che tutto accettare. Molti dei sardiscrittoriinvece di arrestarsi a tale difficoltàcedettero alle lusinghedella fantasiaed impiegando maggior diligenza che discernimento nelraggranellare quanto l'antichità ci lasciòpoco curarono la strana mescolanzadelle gesta mitologichepurché un tal quale collegamento ne derivasse d'epocheistoriche. In tal modo la frequente gara d'occupazione che insanguinar dovettetalvolta in quel tempo i lidi della Sardegnanobilitata fu col nome di alcunisemidei; e noi goder possiamo tutto il conforto d'una ridente immagine laddove inostri primi antenati sperimentarono forse tutta la durezza delle calamità.

Altri dei nostri annalistinon paghi di accreditare lechimere grechevollero anche dilatare la sfera dell'invenzionee dove mancavail soccorso della favolacimentaronsi a trarre menzognere conghietture dallaverità. Vi fu infatti chi senza punto peritarsi prese ad affermare aver lafamiglia di Cettimterzogenito di Giavanoscelto sua sede nella Sardegnaeciò non bastandogliil nome pure dell'isola tentò di porre d'accordo conquello del novello colonoe Cizia chiamollae da Cizia derivò con durecontorsioni di vocaboli quante mai appellazioni approssimanti poté frugarenella sarda topografia. Non mancò anzi chi con maggior franchezza salì aitempi stessi antidiluviani e volle che il principio delle sarde istorie fossequasi contemporaneo alla Genesi.

Ma io imprenderei con sinistri auspizi a scrivere questepagine se mi lasciassi aggirare da eguali illusionie digradata ne rimarrebbequella gravità di giudiziocon la quale m'è d'uopo fronteggiare ledifficoltà non poche dell'opera intrapresa. Darò pertanto a questa storia unesordio meno altoma meno arrischiato; seppure storia hanno propriamente dachiamarsi le prime notizie che anderò raccogliendoperché la storia sicompone di fatti coordinati e dipendenti ed a noi l'antichità somministrò solorelazioni isolate; né varrà forse a sostenerne l'interesse la critica disaminadei fatticome può valere a sostenerne la dignità il nome dei classiciscrittori dai quali sono tratte.

Molti e celebri sono gli antichi monumenti ai quali si devela memoria delle varie colonie approdate nella Sardegna. Lo stabilire fra esseuna gradazione di tempocome taluno degli storici sardi intraprese di fareopera sarebbe scabrosissimae ciò che più montainfruttuosa; tanta è lasconnessione ed il poco accordo delle notizie rimastene. Sarà perciò migliorespediente rammemorarle tuttesenza fermarne l'epocao non dare altro pesoalle asserzioni che quello può derivare dalle conghietture.

La Sardegna ha dovuto dai tempi li più lontani allettare atrasmigrare nelle sue terre quelli sciami di sovrabbondante od irrequietapopolazione i quali nell'infanzia delle società sì di frequente mutarono sedecostrettivi le più volte dai bisogni della vita pastorale ed invitativi soventedalla facilità di trasportare con esso loro tutto ciò che più vivamente neattacca al suolo natiola famiglia cioèe la proprietà. Situata la Sardegnanel centro del Mediterraneoa poca distanza dall'Italia e dall'Africad'accesso agevole pei capaci suoi porti e pelle sue comode radericca anche inprossimità ai litorali di vaste prateriepoté attirare a sé lo sguardo deiprimi naviganti ed invogliare ad occuparla molte famiglie nomadi.

Quale però che fosse in ragione della vicinanza la facilitàdel passaggio per gli abitanti dell'Etruria e dell'Africainclino a credere chefra le colonie delle quali gli antichi ci trasmisero la memoriaquella deiFenici sia stata una delle prime a tentarlonon dovendo ragguagliarsi quellafacilità colle materiali distanzema coi mezzi di più agevole tragetto. Néalcuna nazione potea gareggiare in quei tempi cogli arditi navigatori di Sidonee di Tiroche primi perigliaronsi ne' sconosciuti mari dell'Occidenteevisitando non le coste sole del Mediterraneoma i litorali anche dell'Oceanosparsero in ogni luogo le loro colonie e da ogni luogo trassero alimento alcrescente ed esclusivo loro commercio. All'opulenza procacciata ai Fenici dalloro soggiorno nella Spagnariferisce Diodoro Siculo la causa per cuiallargandosi maggiormente la loro navigazione ed industrianon alla Siciliasolo ed all'Africama eziandio alla Sardegna estesero le proprie colonie.Descrive egli li grandi incendi suscitati nelle vecchie selve dei Pirenei e comequella vasta e prolungata combustione facilitò la scoperta delle ricche miniered'argento racchiuse in quelle montagne; l'uso di questo prezioso metallo ignotoera a quei rozzi montanarima non agli arditi mercatanti della Feniciai qualicon vantaggiosi permutamenti lo attirarono a sé in quantità sì grandechese prestar fede si deve a quello storiconon potendo le navi reggerlaforza fudi convertirne una parte in attrazzi di marineria.

Se lice andar oltre colle conghiettureforse non di soliFenici erano composte le colonie da essi condotte. Molti popoli dell'Orienteespecialmente gli antichi abitanti della Palestinaminacciati di una intieradistruzione dopo le conquiste di Giosuèestendentisi fino ai confini di Sidonedovettero rifuggire a questa città e sentirvi l'influenza della novellasocietà; molti ancora saranno forse stati in quei tempi gli avventurieriinvaghiti della rapida fortuna di quei navigatorie profferentisi a diventarsoci di nuovi tentativi; né strano sarebbe il paragonare all'ardenza suscitatanel decimoquinto secolo della nostra era dai primi felici passaggi alle dueIndiela bramosia di migrazione che destata sarassi presso agli orientali alricevere la notizia delle selvagge ma feconde contrade dell'Occidente.

Checché ne siase non alle coloniealla navigazione almenofenicia dovuti sono li molti vestigi di costumanze o monumenti orientali chericordano il lungo soggiorno fatto nella Sardegna da popoli usi alla vitapastorale. Fra questi li più degni dell'attenzione degli eruditi sono queivetusti edifiziche conosciuti sono nell'isola col nome volgare di noraghesesui quali varie opinioni si pubblicarono; perché largo era in tanta distanza ditempi ed oscurità di notizie il campo alla libertà delle conghietture.

La natura della presente opera non permette ch'io neintraprenda una scientifica disamina: non perciò mi terrò di accennare che laforma conica dei noraghes la forma è pure dei più nobili ad un tempo e deipiù rozzi monumenti dell'antichitàdei quali anche al dì d'oggi dura ilricordo nelle piramidi dell'Egitto non meno che nella capanna del pastore; comela costruzione lorola quale altro non è che un adunamento di grosse pietrenon collegate da alcun cementouna è del pari di quelle strutture chenell'infanzia delle arti dovettero le prime saggiarsi dagli uomini. Per la qualcosafino a quando migliori argomenti non iscopransi d'un'età meno remotaogni ragion persuade che riferirsi debba l'edificazione dei noraghes alli piùantichi popolatori della Sardegnae non già ad alcuna delle colonieposteriorio grecheo spagnuoleo libichele qualicome in appresso sileggeràmeglio conosceano le arti dello edificare.

Alle più antiche colonie orientali convengono egualmente leconghietture che posson farsi sulla destinazione degli stessi monumentiliquali secome avvisano i più savicredersi debbono sepolcri antichi di tribùo di famigliemaggiormente ritraggono per tal ragione dalle costumanze deipopoli dell'Oriente. Quelle brigate vaganti dietro alle loro greggie obbligate atramutar dimora ogni volta che pativano disagio di pascoloe prive diquell'allettamento della stabile proprietà che ha più di qualunque altra cosainfluito a ragunare le famiglie sperperatenon riconosceano altro dominiopermanente che quello d'un pozzo e d'un sepolcroai quali tutto l'interesse ese lice così chiamarlotutto il lusso rivolgeasi di quelli uomini. Gravilamenti fece Abramo ad Abimeleccore di Gerarperché lo aveano i di luisudditi privato d'un pozzo da lui scavato: togli queste sette pecorediceagliquel patriarcaacciò servano di testimonianza del mio dominio»; edun'alleanzala quale muovea solamente dal vantaggio oggidì tanto lieve di unfilo d'acquadiede a quel pozzo il nome durevole di pozzo del giuramento.Eguale interesse dimostrò Abramo nell'acquisto del terreno necessario alsepolcro della consorte sua Sara: io sono straniero e peregrino appo voidicevaegli ai figli di Eth; concedetemi il diritto di sepoltura»: né bastòl'esibizione da essi fattagli dei sepolcri loro gentilizich'ei volle comperarecon privato diritto la doppia spelonca di Efronche diventò poscia la tombadella sua famiglia.

E non senza ragione questo addiveniva. Il sepolcropresso aquelle tribù di vita erranteera quasi l'unico monumento visibile che valessea ricordare alla posterità i nomi degli antenati ed a serbare inalterate leverbali tradizioni dei maggiori; allo splendore perciò del sepolcro lesollecitudini si dirigeano dei padri di famiglia. Ora qual materia a tal uopopiù acconcia e più durevole potea offerirsi alle popolazioni nomadi dellaSardegna in quei tempi di tanta semplicitàse non l'ammasso delle grossepietre sparse nella campagnaod accumulate talvolta dai pastori per sgomberarele praterie? Di non dissimili monumenti giovavansi gli antichi patriarchi ognivolta che voleano perpetuare qualche rimembranza. Allorquando Giacobbe strinsecon Labano il suo accordotolse egli una pietrae dopo averla innalzataordinò agli astanti ne portassero altree formatone quindi un cumulo disse:questo monticello e queste pietre servano di testimonianza fra te e me». Cosìla memoria più cara all'uomoquella della sua fama dopo morteassicuravasinel modo istesso col quale in quei primi secoli si guarentivano gli interessimaggiori della vita.

Alcuni usi potrebbero anche oggidì notarsi che discorseroper avventura dal soggiorno in Sardegna di popoli orientaliod almeno dallavita pastorale degli antichi coloni dell'isola; giova tuttavia in sì grandedistanza di tempi fermarsi in epoche meno lontane. Ecco come Strabone descrivealcuni degli abitanti di Sardegna dei tempi suoi: Quattro schiatte di montagnarivi esistonoi Taratii Sossinatii Balari e gli Aconitiabitatori tutti dispelonche: non seminano i loro campio ciò fanno a malincuoreed i piùdiligenti vicini depredano; i pretori con istento li comprimonodifesi essendodal clima micidialee colgono per sorprenderli l'occasione delle fiere checelebrano per trafficare delle loro prede». A questo quadro della vitapastorale dei Sardi degenerata in barbariepuò contrapporsi il seguente dellavita pastorale nobilitata dall'indipendenza. Diodoro Siculo così figura alcunipopoli della Sardegna più ch'altri intolleranti del giogo cartaginese: GliIolei allontanaronsi dai conquistatoried intanati nelle montagne e scavatisotterranei abiturila vita sostentarono col frutto delle greggie: larga ebberoquindi copia di vittoe il latteil cacio e le carni diedero loro bastevolenutrimento. Questo tenore di vita durano anche oggidì liberi dalle molestiedell'agricolturae comecché i Cartaginesi mosse abbiano contro a loro grandiforzela difficoltà nondimeno dei luoghi ed i laberinti delle sotterraneecavità li difesero dai loro tirannied i Romani stessi colla loro forzaguerriera tentarono invanobenché spessodi soggiogarli».

Rimembranze sono queste ed immagini dell'antica vitapastorale menata in Sardegna dai coloni dell'Orienteo da quelle altre nazioniche ne provenivano; giacché dall'Oriente mossero le prime pacifiche migrazionidell'umana schiattacome dal settentrione sbucarono in tempi posteriori le ordeselvaggie dei conquistatori dell'antico mondo. Non è perciò fuor di propositoper quanto ragguarda alcune di queste usanzel'accomunare con le coloniedirettamente giunte dalla Fenicia le altrettali sopravvenute in Sardegnae leGreche specialmentesull'arrivo delle quali splendide ad un tempo e numerosesono le testimonianze che ne restano.

Se il numero ed il merito degli scrittori detrarre potessealcuna cosa al discredito di un nome mitologicoun'epoca gloriosa e di sommasua utilità dovrebbe la Sardegna contare nella tanto celebrata venuta diAristeoche il primo insegnò agli isolani le regole dell'agricolturae ilgoverno delle pecchie e l'arte di coagulare il latte. Diodoro Siculo descrive ildi lui viaggio da Coo alla Sardegna e come ebbe a soffermarvisi allettato dallavaghezza del luogo. L'autore del libro delle cose mirabiliattribuito adAristotilepredicando la gran fertilità dell'isolal'attribuisceall'influenza del di lui soggiorno. Solino fondatore lo chiama di Cagliari epacificatore delle nazioni rivali esistenti nell'isolale quali di buon gradoil riconobbero per loro signore. Silio Italico gli fa dalla madre additare ilricovero della Sardegna qual conforto alle disgrazie paterne. Pausania ricordala colonia greca che lo seguì a quella volta. Ma nuoce alla credenza il padreAtteonela madre Cirenee più ch'altro l'aureola favolosa che circonda il dilui nome caro più agli amatori delle muse in grazia degli immortali versi diVirgilioche ai ricercatori delle storiche verità. Se tuttavia si può sottoil velame degli strani racconti rintracciar qualche verità nascosaforse nonsarà incoerente il determinare colla scorta delle mutazioni attribuite adAristeo l'epoca del primo cambiamento dalla vita errante pastorale alla vitapiù agiata dell'agricoltoredandone il pregio alle colonie greche approdatenell'isola nei secoli chiamati eroici.

Soprasta alla colonia d'Aristeo per valore di monumentiquella che dicesi condotta dall'Iberia sotto il governo di Noracedella qualefanno menzione Solino e Pausania. La città di Nora che ne trasse il nome;l'esistenza dei popoli noresiche da Plinio si chiamano dei più celebri dellaSardegna; le reliquie dei vetusti monumentiche anche oggidì veggonsi in queicontorni ed ai quali la tradizione serba il nome anticofanno sufficientetestimonianza che un uomo di quel nome od occupò o sottomise qualche trattodell'isolaod introdussevi mutazioni tali da meritare che una derivazione deldi lui nome vi si perpetuasse.

L'istesso nome non sarebbe estraneo a quelle moliche dissigià orientaliquando in tanta successione di secoli si fosse serbata senzaalterazione di vocabolo la vecchia denominazione; ma non esistendo miglioriconghietturedee pensarsi piuttosto che accresciutasi coll'andar del tempo laconfusione delle antiche memoriesiasi poscia spenta la tradizione piùveritiera; per la qual cosa poté il volgocolpito dall'aspetto di quelle moliattribuirle ad uno od altro dei primi condottieri di colonie maggiormentevenerati in Sardegnasenza che ciò basti ad assegnare a quei monumenti unadiversa origine; che l'aver anzi li popoli noresi innalzato prontamente unacittàgli mostra già sì avanzati nelle arti dell'edificareche lacostruttura di quelle strane e rozze moli sarebbe stata per essi o tropposemplice o senza utile scopo. I Noresi oltre a ciò non occuparono mai inSardegna un'estensione tale di dominio da esercitarvi un'influenza generaleequelle moli essendo sparse sulla superficie intiera dell'isoladevonocertamente l'esistenza a popolazioni o di conformi costumanze o di vita vagantelocché non può altramente intendersi che ricorrendo alle primitive orientalicolonie.

Non dissimile alla conghiettura che dalla città di Nora edai popoli noresi si trasse a ravvivare la fama dell'ibero Noracepotrebb'esserquella derivante dal nome della città d'Olbia e degli Olbiesionde aumentareil novero dei nostri nuovi popolatori con una colonia celtica capitanata daGalatafigliuolo d'Olbio re de' Gallise non mancasse a comprovare la venutain Sardegna di questo principe alla testa dei suoi Celti e la fondazione fattavid'una città a memoria del nome paternoogni altro argomento; che tal nome nonmerita per alcun verso la testimonianzadella quale sola si conforta lo storicoFaradi Annio di Viterboimpostore troppo noto per la pubblicazione da luifatta delle supposte scritture di Beroso. Nella oscurità in cui si dee restarea riguardo dei primi fondatori d'Olbiacittà ragguardevoleper testimonianzadi Tolomeo situata nella parte orientale dell'isolamenzionata dal poetaClaudiano e nell'itinerario d'Antoninoe cognita nei tempi romani pel trionfodi Lucio Cornelio Scipione e pel soggiorno di Quinto Ciceronegiova piuttostoattenersi al detto di Pausaniail quale la stessa fondazione attribuisce aIolaodella cui colonia imprenderò fra poco a far parola.

Delle colonie toscane menzionate da Strabone mi convieneintanto dar cenno in questo luogoperché molto probabile ne sembral'antichitàconsiderando la vicinanza delle coste dell'Etruria e le tanteisole intermedie così propizie alle pose dei naviganti. Credesi per molti chequesta colonia di Toscani si possa illustrare col nome di Forco e di Medusa suafigliaed alcuni degli storici nazionali non con ambiguità e titubanza parlanodi questi eroi delle metamorfosima assegnano l'epoca e la durata precisa delloro regnoed intrecciandovi le gesta d'Atlante e la vittoria di Perseotrasportano nelle severe pagine dell'istoria destinata all'ammaestramento degliuomini le fole dei fanciulli. Basti sapere in tal proposito che gli Etruschi oToscanidei quali tanta fu la gloria e la potenza molti secoli innanzi allafondazione di Romain quel tempo estesero alla Sardegna le loro coloniein cuinon contenti di padroneggiare sulle migliori contrade dell'Italiadopo d'avercolla pirateria appreso non meno a perfezionar la navigazione che a conoscer ivantaggi delle marittime conquisteal possesso anche anelarono dell'Elba edella Corsica. Traevano essi dagli abitanti generi di permuta e copiosi tributi;e Populonia era la scala donde faceano vela per recarsi nei novelli dominii. Nonquesti soli furono tuttavia i popoli italiani che trasferironsi in Sardegna.Tolomeo annovera fra gli abitatori dell'isola ai suoi tempi i popoli siculesistabiliti nella parte sua orientalenel lato cioè più accomodato allo sbarcodegli Italiani; a questi Siculesidei quali il nome si conservò inalteratofino ai tempi di quello scrittoresono perciò da riferire le più antichecolonie che si credono mosse dall'Italia. È noto per le testimonianze di PorcioCatone e di Caio Sempronioserbate da Dionisio d'Alicarnassoche gli antichipopoli chiamati Siculi estendevano il loro dominio sovra una parte ragguardevoled'Italiae che impegnatisi in combattimenti cogli Aborigeniantichissimiabitatori della penisolaa favor dei quali voltossi la sorte della guerraabbandonarono le natie lor sedie ridottisi nella Trinacria diedero aquell'isola il nome che oggidì ritiene. Gran fondamento è questo perconghietturare che i popoli siculesi della Sardegna riconoscano un'origineeguale e contemporanea.

Ritornando alle colonie grechevorrei nel rammentare la piùcelebre di questequella cioè di Iolaospianare quelle tante difficoltà cheindussero il dotto Cluverio a rifuggire all'espediente estremo di miscredere. Maper quanta diligenza abbia io usatoinabile mi riconobbi a spogliareintieramente la narrazione degli antichi storici dall'ingombro delle favoleoda conciliare le loro contraddizioni. Unico argomento apprezzabile parvemi quellodella venerazione fino ai tempi romani durata per la memoria di Iolaoe lafrequente menzione degli scrittori greci e latini fatta di popoliterre ocastella che ne serbavano il nome; come che per quanto appartiene ai popolichiamati Iolaio Ioleinuovo dubbio insorge derivato dalla consonantedenominazione dei popoli iliesiai quali assegnansi dagli autori stessi egualivicendementre che altra origine non meno nobilema non meno buiasiattribuisce lorocome in appresso riferirò.

Qualunque si sia l'opinione meno dubbia che può emergere datali incoerenti notiziefarà pel giudizio o pella curiosità di chi legge larelazione che ne imprendosì veramente che non appaia mio intento diattribuirle alcuna storica importanza. Pausania ascrivendocome ho dettoaIolao la fondazione d'Olbialo fa duce di sceltissima gentecioè dei Tespiadifrutto dei cinquanta talami di Ercoleai quali tenea dietro un esercitoragunaticcio di Ateniesiche altra città ebbero pure ad innalzarechiamataOgrille o in rimembranza di un loro popolano di quel nomeo perché qualcunocosì appellato veleggiò con esso loro in quell'impresa. Né leggiera gloriacredeva quello scrittore fosse per riflettersi nella nazione scelta da Iolao perfondarvi la sua coloniaquando con tanta cura ragunò le memorie tutte diquesto celebre compagno ed auriga di Ercolerammentando le palme da luiriportate nelle corse olimpichela di lui vittoria sopra Euristeol'araerettagli in Atene accanto a quella d'Alcmenala palestra e lo stadio decoratoin Tebe col di lui nomee la di lui morte e quella dei suoi seguaci accadutanella Sardegna al dire dei Tebani stessi.

A Iolao ed alla colonia dei Tespiadi seco lui approdatanell'isola riferisce anche Strabone l'origine dei popoli iolaesiche narraessere stati ai suoi giorni chiamati Diatesbi. Ma lo storico che con maggioreampiezza di racconto illustra l'arrivo in Sardegna di questa coloniaè DiodoroSiculo. Abitatascriv'egliè la Sardegna da barbari chiamati Ioleidiscendenticome credesida coloro che vi si soffermarono con Iolao ed iTespiadi dopo aver superato gli altri abitanti. Perché allorquando Ercoledurava quelle celebrate sue faticheconfortato essendo di numerosa prole dallefiglie di Tespiaper ammonizione di un oracolo in Sardegna la spedì adoccupare nuove sediaccompagnata da numeroso stuolo di Greci e di Barbari.Iolao fattosi padrone dell'isola vi edificò preclare cittàe divisi a trattali campi e chiamata col suo nome quella gentepalestree templi de' numi edaltri monumenti al benessere dei popoli necessari costrusseche fino ai nostridì sono in piede». Parla indi quell'autore delle promesse amplissime edallettatrici fatte dall'oracolo di tutelata ed eterna libertà per chiunque atal colonia darebbe il suo nome.

Questa narrazione di Diodoro è in altra parte delle suestorie con eguali parole riportatase non che vi si soggiugne aver Iolaoinvitato a passar nell'isola il famoso architetto Dedalosotto la cui direzionemolte magnifiche costrutture sorseroche dedaleein di lui onoreancheall'età dello storico si nominavano. Le norme nondimeno della severa criticanon permettono che tal parte del racconto maggior accettazione incontri dellerimanenti. Muovono gli eruditi gravi dubbi sull'esistenza di Dedaloe questosemideo delle arti è librato sull'istessa lance che gli sterminatori deimostri. Parve loro inconciliabile colla rozzezza dei secolinei quali si favivereil pregio dei monumenti che gli si attribuisconoe segnatamente diquelli più magnifici innalzati nell'Egittoove la nazionale vanità opregiudizio giammai permesso avrebbe ad uno straniero di prestar la sua opera;notarono essi la gran distanza di tempo che lo separa dai primi autorii qualirammentano la più famosa delle di lui operecioè il laberinto di Creta;posero mente al silenzio d'Omero e d'Erodoto su tale monumentoallecontraddizioni rimaste sulla forma dell'edifizioed all'opinione di Straboneche annovera fra le menzogne dell'antichità quella fabbrica. Ragioni di granmomento ebbero perciò onde ingrossare col nome di Dedalo il novero dellecelebrità indebite; né l'amor delle patrie glorie potrà in me tanto daallettarmi a trarnelo. Riferite le due principali testimonianze della colonia diIolaominor uopo v'ha di accumulare le altre memorie sparse a dovizia nellaclassica letteraturatanto più che languir maggiormente ne dovrebbel'interesse d'una narrazione aggirantesi per intiero sullo screditato terrenodella mitologiadal qualeprima del finir di questo libronon mi verrà fattodi potermi del tutto sbarbare.

Durante il dominio o la dimora in Sardegna delle grechecolonieconosciuta era l'isolase non universalmentedai greci navigatorialmeno col nome d' Icnos o di Iscnusadiretto a significare quell'apparenzad'umano vestigio che la sua forma geografica presenta. Altro nome di egualederivazione ebbe anche coll'appellazione di Sandaliotinche Timeo le assegnapresso Plinio. Ma il nome più durevole che nel correre del medesimo tempo odanche prima le fu datoè dovuto alla colonia da Sardo guidata ai suoi lidi:nome da numerarsiper chi apprezza le minute singolaritàfra quei rari chenel variato trambusto dei popoli dell'antico mondo soprastettero all'universalcambiamento.

Era quella colonia proveniente dalla Libiaed il suoconduttore (che tale fu il destino dei capi tutti delle colonie sarde) figliodicevasi d'un semideodi quel Maceride cioèche dagli Egiziani e dagliabitanti della Libia Ercole nomavasio di altro più famoso Ercole libicooppure del tebano; ché in siffatte questioni purtroppo conviene abbattersi achi legga le insulse e (ciò che più fa pietà) gravi discussioni agitate fragli scrittori nazionali sovra tali bambolinaggini. Approdato Sardo nell'isola efermatavi sua sedetra per dimostrazioni di benivoglienza e per minaccie diforzacostrinse gli abitanti a sopportare i novelli ospiti e ad assoggettarsiad egual maniera di governorassodandolo a segno tale da render eternonell'isola il suo nome. Questa è la narrazione tramandataci da Pausaniailquale suppone a quell'età ed i recenti ed i vecchi coloni dell'isola priviaffatto delle arti dello edificare e sperperati perciò in meschini tuguri odentro a spelonche; parrebbe pertantose deve starsi al detto di questoscrittoreanteriore la venuta di Sardo all'arrivo delle colonie grechese nonchequando l'incertezza cade sulle cose istessea poco monta il trattenersisugli accidenti.

Eguale menzione della colonia di Sardo lasciò Silio Italicoriferendo il nome da lui cambiato alla terra e la confidenza inspiratagli dalgeneroso sangue del padre. Isidoro accolse anch'egli nelle sue Origini l'istessanotizia. Ma quella che più dee interessarne la menzione si èfatta daPausaniadella statua di bronzo rappresentante quell'eroe dalla Sardegnainviatacome tributo di religioneal tempio di Apolline in Delfo. Mi accostocon qualche diffidenza a disaminare un racconto che sì alto concetto porgerebbedello stato delle arti nell'isola al tempo dell'offertanoto essendo ilcomplesso di scientifiche teorie ed il maestrevole artificio richiesto nellafusione d'un monumento di metallo; ma non incontro sufficienti ragioni permuoverne dubbio. Pausania parla di quella statua come d'un monumento esistentein Delfo al tempo del suo viaggio in Greciaed assegnando il sito preciso incui quell'offerta dei Sardi era collocatatrae dalla menzione di loro fatta intal punto della sua storia l'occasione per intrecciare alle cose dei Foceesi levarie notizie della Sardegnadelle quali riportai finora alcune parti. Lastoria inoltre dei monumenti d'un tempio così celebre troppo era conosciuta aidotti della Grecia per le investigazioni in ogni tempo fatteneed al volgoistesso che in gran folla vi accorreva dai molti luoghi d'Europa e d'Asiaovela riputazione di quell'oracolo erasi propagata; non era facile perciò ilmentire in tanta notorietà di storiané interesse alcuno indurre potea lostorico ad onorare un paese straniero e lontano con un racconto alterato.

Alla verità dell'offerta corrisponde ancora la possibilità.Egli è vero che se n'ignora l'etàperché Pausania ne tace; ma se ai beitempi delle greche arti si voglia riferireè giusto il credere che l'influenzadella madre patria estesa sarassi anche alle colonie greche della Sardegna; e sea più lontana età non è strano il presumere che la Sardegna poté apparare lepratiche della metallurgia da quelli orientalidai qualinon meno che dagliEgizianila Grecia istessa reginama non madre delle arti belleebbe atoglierle. Conghiettura è questa che un lungo periodo di secoli ne permette dimisurarenulla vietando che alle più antiche colonie orientali si riferiscal'introduzione d'un'arte nella quale in tempi assai remoti gli Ebrei del desertomostraronsi tanto avanzati.

Non è d'uopo di ricorrere alle memorie del tempio di Delfoper conoscere la venerazione dei Sardi verso quell'antico loro dominatore: igabinetti dei raccoglitori di medaglie serbano anche oggidì quelle che nellaSardegna si coniarono in di lui onore. Due di queste riportate nel tesoro diGronovioed altra incisa in quello del Morellirappresentano l'effigie diSardo accompagnata dallo scettrosimbolo della sua dominazionee col caposormontato da alquante cresteod altro fregio consimiledel quale non sepperogli eruditi diciferare la significanzaed in due di queste medagliel'inscrizione aggiugne al nome di Sardo il predicato di padre; il rovescio nepresenta il capo del pretore romano Azio Balboa sommo onore del qualecredettero i Sardi dovesse tornare il paragonarlo a quell'antico loro eroenelmentre che caparravansi pure con tal omaggio il buon favore di OttavianoAugustodi cui era lo stesso pretore avo materno. L'illustrazione fatta daGronovio e dal dotto Filippo della Torre di siffatte medaglie loro diede luogo adisaminare una conghiettura di Samuele Bochartla quale molto sapeva distentatotendente a sostituire alla derivazione del nome di Sardegna dal padreSardo quella del nome medesimo da un vocabolo ebraicodinotante la pedata umanaraffigurata dall'isola; ma tanto era manifesta la debolezza di questausurpatrice etimologiache l'irritabile bile del Gronovio dovette commuoverseneed effondere sull'avversario l'acrimonia da cui sono sì frequentementecontrassegnate le sue discussioni. A me basta il novello argomento che da questemedaglie si deve trarre per consolidare le sarde tradizioni sulla venuta diquell'eroe libico.

Nuovo e maggiore comprovamento della religiosa memoria degliisolani per Sardo si è pure il tempio erettogli nella costa occidentale dellaSardegnadel quale rimane la memoria in Tolomeo col nome di Sardopatoris fanum.E forse alla creduta di lui discendenza da Ercole ed alla venerazione per talemotivo anche al di lui nome estesaè dovuta la frequente menzione che se neincontra sia nell'isola da Tolomeo chiamata d'Ercole e nell'altra d'egualdenominazione rammentata da Pliniosia nel porto dello stesso nome situato daTolomeo nella parte meridionale dell'isola accanto a Norasia nell'etimologiadell'antica città di Torresche da Tolomeo chiamata Turris Bissonis oLibissonis e da Plinio Turris Lybisonisrammenta con greca derivazione il nomedi quell'eroe. Né ad altro che a questa leggiera allusione tende la fattamenzione del nome di Ercoleché di buon grado le vote indagini abbandono aipiù pazienti.

E tempo è oramai di chiudere la relazione delle antichememorie di Sardo padreosservando che qualunque sia l'incertezza la qualecirconda le di lui gestatroppo è d'altro canto rispettabile il cumulo didurevoli ricordi lasciato dal suo nome nell'isola perché affatto ideale possapresumersi la di lui esistenza. O voglia adunque credersi che l'ignoranza esuperstizione de' popoli abbia oscurato ed esaltato l'origine di Sardooppureche una stolida millanteria lo abbia fatto arrossire di esser debitore della suaesistenza ad un uomonon perciò sarà temeraria opinione l'affermare potersiSardo dire un personaggio reale a malgrado dell'immaginario di lui padredelpari come Romolo è un eroe storico a dispetto della sua figliuolanza da Marte.

Nella storia delle colonie sarde non hassi a paventare lascarsità dei nomi illustri. Eccone un nuovo atto a magnificare qualunquenazioneperché di tal nome si gloriano il massimo fra gli antichi popoli e ilmassimo fra gli antichi poeti. Nel già citato libro di Pausania è riferitocome molti dei compagni di Enea sbattuti dalle ondementre egli vagava sulleacque tirrenetrasportati furono nei lidi di Sardegnae comeristorati appenadai dannaggi del mareafforzaronsi contro agli altri abitantistringendoalleanza con le città grechedelle quali non più odioso era loro il nome insì umile fortuna; quantunque alle bande che già ingrossavano impedito fu ilpotersi affrontareperché il fiume Tirso intermedio non poté da alcuna dellesquadre esser guadato. Egual racconto ne fa Silio Italicoil qualetogliendo adescrivere la battaglia che duranti le puniche guerre si combatté in Sardegnafra Tito Manlio Torquato ed Amsicorache capo era degli isolani impazienti delromano giogoquesto duce ne dipinge animato di generoso ardimento e gloriantesidel sangue iliaco che gli scorrea nelle vene. Di eguale origine andavano superbii popoli dell'isola conosciuti ai romani scrittorie molto più ai romanipretoricol nome di Iliesiche antichissimi si appellano da Pomponio Mela eceleberrimi da Plinio. Ma avendo già sopra accennato il viluppo non facilmentedistrigabile delle equivoche denominazioni degli Iolai e degli Iliesimi bastal'aver qui riferito i documenti nei quali la tradizione della colonia troiana siappoggia.

A questa coloniaal dir di Pausaniasuccedette dopo moltianni una novella colonia libicache sì accanita guerra e sì fortunata ebbe arompere contro ai Greci ed ai Troianiabitatori dell'isolada ridurli allostremo di doversi inerpicare su per le balze e ciglioni più ardui delle loromontagneove rintanati e ripigliato vigoreillustrarono poscia per più secoliil nome iliese con proteggere l'armata loro indipendenza. Che sotto nome diLibici siansi potute da Pausania intendere le prime colonie punichele quali datempi molto remoti dovettero indirizzarsi alla volta della Sardegnaanche primadell'esteso dominio dei Cartaginesi nell'isolaio non posso affermarlo; masibbene crederlo probabilepoiché niun'altra delle nazioni africane avea mezzisuperiori per intraprendere quella navigazione e per muovere lontane guerre.Maggiori investigazioni a tal uopo ne presenterà il libro seguente.

Allo stesso Pausania si deve pure la notizia della grandequantità d'abitanti passata dalla vicina isola di Corsica in Sardegna ondescansare le vicende di una sedizione insorta nella loro patria. Occuparono essia mano armata alcune regioni montanediscacciatine i nativi del paesei qualicol nome di Corsi seguitarono a contraddistinguere tali violenti ospiti. Chequesti abbian dovuto adagiarsi a preferenza del soggiorno nel latosettentrionale della Sardegna onde intrattenervi le comunicazioni coll'anticapatria loroè cosa pienamente probabile; oltreché la testimonianza diTolomeoche descrive i popoli corsi come abitanti nella parte più borealedell'isolanon ne lascia dubbio. È anche permesso di credere che ai Corsidebbasi l'edificazione o l'ampliazione dell'antica città di Plubium da Tolomeoivi collocatao di qualche altra delle prossime; perché la colonia corsa daPlinio si annovera fra le più celebri dell'isolae la celebrità nellamancanza di altre illustrazioni non potea derivare che dal numero dellapopolazione e dall'importanza dei luoghi occupati.

Con la menzione di questa coloniadi tutte le altre la menosottoposta a dubbiezzeimpor debbo termine a questa relazionetroppo leggierio troppo spregievoli essendo gli argomenti che si adducono per aumentarne ilnumero. Fra i primi comprendo la menzione passeggiera fatta da Solino di popolilocresi in Sardegna; fra i secondi le contorte illazioni dello storico Fara perincontrare nella provincia chiamata in questi tempi di Meilogu l'alterazione delMeonum locus; nei popoli da Tolomeo detti Idonesigli Idei di Frigia; neiCorpicesi ed Esaronesi dell'istesso Tolomeola derivazione d'una regioneCorpacea in Cipro e di un'Esare città dell'Egitto; nella terra di Milisoggidì celebrata pei suoi boschi d'agrumiun'emanazione dal nome di Miletonell'Asia minore; ed altre simili etimologiecoll'abuso delle quali malagevolenon sarebbe l'imbattersi anche in qualche tipo di origine americana. Più stranoè anche l'obblio della buona logica che lo stesso autore mostra nel volerarricchire il ruolo dei coloni sardi coi nomi di questi ed alcuni altri popoliper lo solo motivo che nella cronaca d'Eusebio si attribuisce loro qualche voltail predominio nel mare: qual conghiettura quanto lungi ne meneriaciascunoapertamente lo scorgee penso perciò che il modo più acconcio a combatterlasia di farla conoscere.

Giovar può maggiormente ad illustrar le sarde antichitàinvece della sterile ricerca di colonie di così dubbia esistenzala menzionedi un'altra che certamente non trasmigrò alla volta della Sardegnama nullameno n'ebbe un invito per ogni verso glorioso. Debitori siamo di tale notizia alprincipe dei greci storicied io ingemmare intendo colle di lui parolel'estrema parte di questo libro. Descrive egli il travaglio degli abitanti dellaIoniache di mala volontà sopportavano la nuova signoria di Ciro e cercavanmodo come diliberarsene. Convocatisi a tal uopo nel Panionioododic'eglichesi appalesasse da Bianteuomo di Prieneuna sentenza utilissima e cheassecondata resi li avria i più fortunati fra i Greci. Egli esortava che conarmata comune salpando gli Ioninavigassero in Sardegna e poscia una città vifabbricasseroe così allontanandosi dalla servitù avrebbero prosperatoabitando la massima di tutte le isole e ad altre imperando; laddove se nellaIonia rimanevanodicevanon esservi più libertà».

Se in questo luogo una pruova luminosa ne dà Erodoto delpregio in cui tenuta era in tempi così lontani la Sardegna da un saviodell'antichitànon dissimile argomento altrove ne porge del conto che facevaneun potente sovrano dell'Asia. Dario rimprocciato avea Istieo di Mileto perchécomplice lo sospettava nella mossa degli Ioni e degli Ateniesi contro allacittà di Sardi; scusavasi Istieoe richiedendo d'esser inviato nella Ionia perrestituirvi ogni cosa all'obbedienza di quel monarca e castigarvi i macchinatoridelle turbolenzemillantavasi anche di maggior intrapresa dicendo: compitoch'io m'abbia tai cose a tuo talentogiuro pei Numi del mio re di non deporrela vesta che mi coprirà il dì della discesa mia nella Ionia prima che al tuodominio tributaria io non renda la Sardegnache fra le isole è pure lamassima».

Memorate tali testimonianze maggior fede si concilia alletante prove che fin qui si ragunarono dell'ardenza con la quale il possessodella terra sarda si ambiva dagli antichi popolie segnatamente dalle nazionigreche. Ricordare si potriano eziandio allo stess'uopo i molti encomi coi qualili scrittori antichi ed i greci soprattutto comprovarono l'opinione che in queitempi correa delle naturali dovizie del suolo sardo; ma la natura della miaopera non accomodandosi a digressioni di tal fattami contenterò di accennareche a chiunque meditato abbia sulla diversità di giudizio con cui gli scrittorigrecied una parte dei latini ragionarono della Sardegnasi sarà facilmenteappresentata allo spiritofra le altre causequesta: che i Greci scrivevanocon maggior quiete d'opinionerammentando un'isola che loro era stranieraocolla quale avean solo comune il vincolo della romana soggezionenel mentre chei Romani le più volte dovean considerare con orgoglio o con dispetto unanazione sudditae suddita per più secoli fremente.

Io non saprei affermare se al periodo di storia in questolibro illustrato appartener possa la notizia che da Eliano è riferita di dueantiche leggi sardebarbara l'una e snaturatapiena l'altra di politicasaviezza: era legge dei Sardiscriv'egliche i figliuoli ai genitori aggravatidall'età dessero la morteriputando esser cosa assurda che un vecchiodelirante strascini la sua esistenza in un'età che facilmente ne mena allefrodi ed alle peccata. Fra gli stessi Sardisoggiunge posciaaltra leggeosservavasiche pene stabiliva in odio dell'infingardaggine e dell'ignavianéad alcuno permetteasi di vivere in oziosenza che ragion rendesse dei mezzi cheadoperava per campare». Meraviglia ne fa che un popolo che con sì finoaccorgimento giudicava del benessere della civile società allontanandone i piùtristiobbliasse a tal segno le leggi più sagrosante della natura spezzandocon tanta ferocia i vincoli li più rispettabili della domestica unione; se nonche rara punto non è questa contraddizione nello spirito umanoné alcuno dicoloro che studiato hanno le antiche memorie delle nazioni oggidì le piùcoltetroverà che abbia perciò nel confronto di quelle con le altrui leggi adisgradarne la Sardegna. Non mancò inoltre chi indagò il modo con cui potessela Sardegna liberarsi dalla taccia di tanta barbarieaccagionandone i Sardianidella Lidia; ma senza alcun risultamento sarebbe qualunque maggior disamina sutal articolo. Oltreché ora mai forse più della convenienza prolungai in questolibro varie ricerche nelle quali l'utilità non pareggia a lunga pezza la briga.

 

 

LIBRO SECONDO

 

Li Cartaginesi dovettero fino dai più antichi loro tempitentare l'occupazione della Sardegnacheparandosi quasi loro dinanzipresentava una comoda occasione di conquistae forse anche una conquista nonmalagevoleperché minor resistenza si dovea attendere da quel tramestio dipopolazione cui appena convenir potea il nome di nazione. La smania di diramarsicolle colonie e col commercio in tutte le marittime regioni era loroconnaturale; ed a ragione perciò con enfatiche espressioni si dipingononeipreziosi frammenti non ha guari rinvenuti della repubblica di Tullioirrequietinelle loro sedivaganti lungi almeno coll'animo e simili agli abitatori dellegreche isolele qualicinte dal fiottonuotando quasi anch'esse colleinstabili e variate loro istituzioni ed inviando in ogni lido i dissipati lorocittadinicinseroper così dired'una greca zona le terre tutte deibarbari».

Essendo la fondazione di quella famosa metropoli dell'Africapiù d'un mezzo secolo anteriore a quella di Romapuò credersi che nel primosecolo di questa cominciato avessero le puniche armi a soggiogare quelle partialmeno dell'isola che più loro erano acconcie ed a stabilirsi nel golfomeridionale dominato dall'antica Cagliariche ai Cartaginesi devese non ilprimo suo innalzamentola sua ampliazione almenoove abbia in pace accolto inuovi dominanti; o la sua ripopolazionequalora riparati siansi altroveinodio della conquista punicai vecchi abitanti. E forse anche a quei primi tempidel passaggio dei Cartaginesi nell'isola riferir si deve la fondazionesecondoil detto di Pausaniada essi fatta della città di Solci; parendo il sito diquella città molto accomodato ad attirarsi tosto lo sguardo delle coloniepunichecolle quali Claudiano scrisse esser stata la medesima popolata.

Alcuni dei nostri scrittorivolendo andar oltre colleconghietture e determinare più chiaramente l'epoca precisa della soggezionedell'isola ai Cartaginesitolsero argomento a ciò fare da un passo celebredell'antica storiadagli omaggi cioè che ad Alessandro il Macedone tributatifurono dalle nazioni dell'Africa e dell'Europaallorquando egli rivenuto dagliestremi lidi dell'oriente indirizzavasi a Babilonia. Giustino annovera leprovincie tutte che i loro legati spedirono ad inchinare quel temutoconquistatoree fra queste la Spagnala Siciliale Gallie e la Sardegna; eDiodoro Siculoabbenché menzione speciale non faccia della Sardegnaavendolanullameno fatta degli altri paesi che la circondanocoi quali era comune o lagloria o l'interessene lascia credere che anche i Sardi preso abbiano parte inquell'ambasceriadella quale egli descrive ogni particolarità e l'ordineperfino delle udienze accordate alle nazioni diverse. Forse una rigorosa criticapotrebbe contrapporre a queste testimonianze il silenzio di Plutarco e diCurzioo dubitare dell'influenza delle vittorie d'Alessandro sullo spiritodelle nazioni occidentali in distanza tanta di luoghiche anche oggidì oscurerende le relazioni contemporaneesempreché non sono per noi compiutamenteindifferenti. Tuttavia la conquista e la distruzione di Tiroche a quei tempiera già seguitaesser può una cagione verosimile del propagato terrore dellearmi d'Alessandrose non nelle nazioni mediterraneenelle regioni marittimealmeno che coi Fenici serbavano corrispondenza frequente di mercatura. Nonessendo pertanto improbabile la radunanza di questi quasi generali comizi dellenazioni al cospetto di quell'eroenon ho ragione di imputare ai sardi scrittoriuna soverchia credulità; ma sibbene credo d'averla per accagionarli di errorenelle conghietture che derivarono da tal fattosupponendo che quella legazioneporti seco il carattere d'una nazione indipendente e che perciò ad un'etàposteriore ad Alessandro si debba riferir il dominio cartaginese. Dipende questoerrore da inesattezza di ricerchee perciòcon i monumenti che sono peraddurrefacilmente si verrà in chiarose non della irragionevolezzadell'argomento checonsiderato da sé solosi può reggeredella suacontraddizione ai fatti.

Ecco le notizie che Diodoro Siculo ne somministra delladipendenza della Sardegna da Cartagine in età molto anteriori ad Alessandro.Alloraquando Serse movea contro alla Grecia quella poderosa oste che cagioneesser dovea di tanta gloria agli eroi delle Termopili e di Salaminanontrascurò punto il vantaggio che potea ritrarre dall'alleanza dei Cartaginesicolle armi dei quali confidava egli di sterminare i Greci dell'Italia e dellaSicilia nel tempo stesso che i suoi Persiani porrebbero a soqquadro la grecapenisola. Convennero i Cartaginesi nel di lui divisamentoe preposto allaguerra Amilcare e fatti i più ampi apprestamentiassediato avean già nellaSicilia la città d'Imera; fu allora cheal dir dello storicoavendo ilcapitano dell'armata scariche le navi da trasportole spedì di nuovo avettovagliare in Africa ed in Sardegna. Questa spedizione è per sé sola nonlieve indizio del dominio cartaginese già radicato in Sardegna a quel tempo; masiccome quell'incetta si potrebbe pur riferire ad un'operazione di commercio econsiderarsi scevra da qualunque politica influenzanon tanto penso giovarmi diquesta narrazionequanto del decisivo ragguaglio che lo stesso storico ne dàpoco dopo dei novelli preparativi dei Cartaginesi; i qualibenché mal tornataloro fosseal pari di quella impresa d'Amilcarela battaglia navale posciacombattuta da Imilcone contro ai Siracusani e Dionisio loro tirannoriconfortandosi di migliori speranzeraccozzavano tutte le forze ondefronteggiare con più prospera fortuna quel terribile nemico. Non piùvettovaglie allorama armate ragunarono nella Sardegnaed associandole coisoldati dell'Africa e colle bande raccogliticcie di barbari stipendiate inItaliamossero contro a Dionisio con un esercito d'ottantamila combattenti.

Più convincenti nel correre degli stessi tempi diventanosempre mai le testimonianze recate da Diodoro della signoria punica in Sardegna.Succeduta era alla pace nuova guerra di breve durata fra Dionisio ed iCartaginesie passati erano questi col loro esercito in Italia onde accogliereed avvivare colla loro presenza gli esuli delle città ostiliche da ogni bandacongregavansi per far testa sotto la protezione degli Africani. Avvenne allorache un morbo pestilenziale propagatosi in Cartagine incrudelisse a tal punto etanta strage menasse di quei popolanida minacciare la compita ruinadell'impero. Perlocché gli Africani dispregiando un dominio che già mostravadi spegnersiribellavansi da Cartagineed i Sardi cogliendo il destro che lorovenia di spezzare il giogocospiravano anch'essi ed insorgevano colla forzacontro ai dominatori. Funestissime furono per Cartagine le conseguenze di talmalorenon solo perché le provincie suddite incitamento n'ebbero a scapestrarema eziandio perché un generale perturbamento d'animi e l'influenza dei panicitimori misero in trambustio il popolo tuttoche quasi avesse alle porte inemicislanciandosi dalle case armato e cieco di furoreaggravò gli altrimali della patria colla guerra civile.

A malgrado della fede dovuta a così splendide autoritàun'altra notizia non meno evidentee che con linguaggio odierno si potrebbechiamare diplomaticagiovami di qui addurretratta dalle storie di Polibio.Questo esimio scrittoredel quale niuno al dir di Cicerone fu nell'indagine deitempi più diligenteconservò alla posterità i preziosi frammenti deipolitici accordi ai quali e prima e duranti le guerre puniche calarono le duerepubbliche di Cartagine e di Roma. Or ecco alcune delle parole del primotrattato che fra le medesime si strinse sotto i consoli Giunio Bruto e MarcoOrazioseguita appena l'espulsione dei re: ai Romani vietato sia lo navigare aldi là del capo Belloeccetto che per causa di commercio; li mercatanti dagabella siano immuninon dalla mercé del banditore e dello scriba; protegga lafede pubblica le convenzioni presenti questi fermatepurché in Africa e nellaSardegna facciasi la vendita». Nissuna pruova più appagante si può desiderareper far rimontare ai tempi anteriori all'impero d'Alessandro il dominio punicoin Sardegna di queste aperte testimonianze di Diodoro e di Polibio; nondimeno sevagliono queste a dimostrare la leggierezza delle altrui investigazioni sovratal punto di storianon danno a me lume sufficiente per tentar di determinarecon maggior precisione l'epoca della conquistache perciò mi contento diriferirecome già dissiai primi tempi dello stabilimento di Cartagine;seppure conquista intiera dell'isola si fece allora dai Cartaginesie non sidee questa dire piuttosto occupazione di vari importanti siti e gara perpetua esanguinosa coi nativi del paese che stavano loro appetto per scuotere o menomarela dura loro signoria.

E ben ragione eglino ebbero di tentar ogni modo onde starsaldi contro a quelli invasorise sincere sono le memorie che ne rimangonodelle feroci loro istituzionie di quella ordinazione specialmente che legge dibarbara e stolida vendetta può ben chiamarsie che riferita viene dall'autoredel citato opuscolo attribuito ad Aristotile. Si narra dal medesimo che iCartaginesi impadronitisi appena dell'isolatutte le piante estirparono che dialimento potean fornire gli abitanti e vietarono inoltre sotto pena capitalenuove seminagioni di biade. La barbarie di questa legge non ingenera stupore inchi considera gli autori della medesima esser quelli stessi Cartaginesi chevittime umane immolavano all'ara dei loro Numie vittime impuberila pacedegli Dei implorando col sangue di coloro per la vita dei quali le supplicazionipiù frequentemente s'innalzano al cielo. Ma la stolidità è a tal segnomaggiore della barbarieche io stento a credere che un popolo nei cui disegnidi conquista possente motivo esser dovea la fertilità dell'isolaabbia volutoda se stesso privarsi del maggior vantaggio della sua dominazione. Né leggieroargomento per dubitarne mi somministrano le spedizioni di vettovaglie fattedalla Sardegnacome sovra si riferìnel tempo delle guerre di Siciliadovendo anzi da queste raccogliersi che i Cartaginesi molto conto teneano deisoccorsi frumentari dell'isola e che lo stato dell'agricoltura sarda suscettivoera di corrispondervi. Non posso perciò accomodarmi a prestar piena credenza aquesto celebre atto della barbarie cartagineseeccetto che si voglia applicareai dominatori punici un motto argutoma immorale della nostra etàe dire chela loro operazione fu più ch'un misfattoperché fu un errore.

Assolvansi nullameno i Cartaginesi da tale imputazione; chegiusto riconoscesi del pari lo sforzo adoperato dai Sardi per liberarsi da unasignoria per tanti altri riguardi sì aspra. Né vana fu per qualche tempo laresistenza dei Sardi dopo la sollevazione alla quale si riferì aver datoopportunità la pestilenza di Cartagine. L'esercito cartaginese spedito inSardegna per comprimerla fu dagli isolani messo in rotta dopo una battaglia digran momentoe il duce da cui era capitanatoche Macheo nomavasitantoperciò cadde in ira alla sua patriache a lui non meno che alle reliquiedell'esercito vinto intimato fu l'esilio da Cartagine; e a nulla valse lamemoria della gloria in altre campagne d'Africa e di Sicilia da Macheoprocacciatasi. Molestamente sofferiva l'esercito quest'ontae dalla Sardegnalegati inviò in Africa che perdonanza chiedessero dell'infelice giornata eminacciassero ad un tempo qualora le preci fossero spregiatevoler rincalzarlecolla forza delle armi. E a tal partito infine divenne l'esercitoperché malaccolta in Cartagine quell'ambasciatarisoluto avendo di valicare il marenonsi tenne dall'avanzarsi in fino a che si trovò sotto le mura di Cartagineallequali appresentossi coll'animo disposto a comprovare nell'ardore dei nuovicombattimenti che la fortuna e non la prodezza mancata gli era nella guerrasarda.

Imposto termine a questa civil discordia col trionfo diMacheo scambiato in breve colla di lui punizionee salito essendo al governo diCartagine Magoneappena egli ebbe rassodate le cose pubbliche ed affidatane lacondotta ai due suoi figli Asdrubale ed Amilcare Barcache nuova guerra sispinse dai Cartaginesi sui lidi sardi sotto il comando di questi due generali.Nelle fazioni che ne seguironoAsdrubaleil più prode e il men fortunato diessirilevò gravi feritee ceduto avendo il governo dell'armata al fratellomorì poco stante con grave corruccio dei Cartaginesiche rammentavano le sueundici dettature ed i suoi quattro trionfie con rinfrancamento d'animo pegliassalitii quali con Asdrubale cadute a terra credevano le forze nemiche; ma dibreve durata venne a riescire la fidanza dei Sardiperché ristoratisi iCartaginesi dai sofferti scapiti sotto l'antica dominazionecome che a loromalgrado li rimenarono.

Ed a questa mi pare che abbiano dopo tal tempo dovuto pergran pezza sottostare se non spontaneialmeno quietipoiché nell'avvicendarsidelle altre guerre dai Cartaginesi rotte nella Sicilia con sinistra sortee nelmomento il più pericoloso per essi in cui Agatocletiranno di Siracusaperdue volte trasferissi a combattere nel continente stesso dell'Africaminacciando la metropoli davvicinonissun indizio incontrasi che la Sardegnatentennato abbia nella sua obbedienza; ed anzi dalli apparecchi che Agatoclefaceva per impedire colla sua flotta le vittuaglie che dalla Sardegna siestraevano per l'Africaargomento certo si ha della pacifica sommessionedell'isola in quel frangente.

Nuove sorti frattanto si apprestavano alla Sardegna per unapiù illustre e più durevolema forse non men rigida signoria. I Romani nonpiù popolo terrestrecome li chiamò Floroaspiravano già a tentar gloriosefazioni anche sulle ondee colto aveano per rompere la prima guerra punical'opportunità loro offerta dal soccorso implorato dai Mamertini contro aiCartaginesi. Aonestare non poteasi il pretesto della guerrama l'utilitàprevalse: vedeano essi con dispetto essersi propagata la punica dominazione nonnell'Africa solo e nelle Spagnema nell'isole pur anco del sardo mare edell'etruscoe solleciti pensavano al considerevole aggrandimento che lapotenza di Cartagine dovea ricevere se riescisse mai di aggiugnere a tanteconquiste quella della Sicilia; pugnarono dunquee con fortuna maggiore dellagiustizia scrissero nei loro fasti la prima navale vittoria del consolo Duillioappo le isole Lipari. Annibalefiglio di Gisconeda cui in tale scontrocapitanati erano i Cartaginesiritornatone colle navi malconcie in Cartagine emeno inquieto mostrandosi per la difesa dell'Africa che per la salvezza delleisolesalpò poco stante alla volta della Sardegnaposto avendo in assetto unpotente navilio ed invitato a prender parte in tale importante spedizione icapitani di mare che allora erano più in voce. Né vano era il di luiantivedereperché i Romani dopo la prosperità della guerra sicilianarincaloriti s'erano nel disegno di cacciare anche dalla Sardegna i loro rivali.Al consolo Lucio Cornelio Scipione commesso essi aveano di allargare la sferadella guerra e di passare con una flotta in quell'isola; e questo duceil cuinome dovea un giorno lampeggiare in eterno sulle ruine di Cartaginepreparavagià la materia ai maggiori trionfi dei suoi discendenti colla felicità diquest'intrapresa.

Di poco momento furono gli scontri di Scipione con Annibale:i Cartaginesi diedero al loro capitano in breve lo scambio con Annoneil qualecon coraggioma non con sorte migliore pugnò col consolo di Roma. Questifatto gagliardo impeto sui Cartaginesi vicino alla città d'Olbiache il fruttoesser dovea della vittoriali mise in rotta più facilmente dappoiché Annonecombattendo invano fra i primi e puntando con tutto il suo vigore contra inemicigloriosa morte incontrato avea nel più folto della mischia. Né mancòalle glorie militari di Scipione quella meno lusinghierama più giusta dellagenerosa compassione verso il nemico: ordinò egli che il di lui corpo fossetolto dal padiglione ed onorato con funebri pompealle quali il consolo istessointervenneconfidando che presso ai Dei maggior pregio e presso agli uominiminor invidia incontrerebbe un trionfo confortato di questa testimonianzad'umanità.

Recatasi Scipione in mano dopo questa battaglia l'importantecittà d'Olbiacon tal asprezza inveì contro a quei Sardi che non calavanoprontamente agli accordiche il terrore del suo nome propagossi nell'isolaintiera. Non contento egli di affrontare apertamente i nemicidestreggiavaanche talvolta onde sorprenderli disavveduti. Solea di notte tempo le più fortidelle sue squadre porre in agguato a serenareordinando loro quietassero fino ache accostandosi egli colle navisi dirigesse con simulato attacco contro allecittà nemiche; assaggiata allora nel primo scontro una leggiera scaramucciafacea le viste di voler fuggireed attirando in tal modo per qualche tempodietro a sé le schiere sardel'occasione somministrava alla squadra nascosa dioccupare con impeto le città indifese. Di eguale stratagemma si servì anchetalora nel calore stesso dell'assaltoabbandonando a fretta il campo ondeincitare i popolani ad allontanarsi dalle città assediate. Con tanta felicitàinfine fu governata questa prima campagna dei Romani in Sardegnache pareavolessero già i Cartaginesied in terra e sulle onde espugnati del pariabbandonare ogni loro conquista ai Romaniall'ambizione dei quali l'Africa solaoramai mancava. Glorioso perciò fu il trionfo decretato in Roma a Scipione edinscritto nelle tavole capitolinenel quale per la prima volta molte migliaiadi schiavi sardi seguirono il carro del vincitore.

Nonostante questi trionfi il dominio dei Cartaginesi troppoera radicato in Sardegna perché in così breve tempo potesse divellersied iRomani ebbero d'uopo di nuovi combattimenti per afforzare quella passeggiera olimitata dominazione che procacciata loro era dalle vittorie di Scipione. CaioSulpicio consolo rinnovò in Sardegna la guerra coi Cartaginesie vittoriosonelle prime abbaruffate tanto s'inanimì da voler veleggiare inverso l'Africa;locché mal comportando i Cartaginesiaffidato il comando del loro navilio adAnnibaleil quale dopo la fuga dalla Sicilia e la passeggiera di lui comparsain Sardegna tranquillava in patriaaffrontarono in alto mare il consolo. Fuimpedito lo scontro dall'insorta burrascaed ambo le flotte a loro malgradodovettero riparare nei porti della Sardegnaaspettando miglior fortuna.Sulpicio allora studiatosi di trarre in inganno i suoi nemicisedusse alcunichefacendo sembiante di fuggitiviad Annibale narrassero come il consolodisegnava di nuovo recarsi nell'Africa; né male riescigli la frodeperchéAnnibale lasciatosi aggiraresalpò con celeritàed imbattutosi non preparatonella flotta del consolo che aspettavalo al valicomolte navi sue videaffondate prima che si rimettesse dallo stupore dell'impreveduto assaltoilquale era anche favoreggiato dal vento e dalla nebbia. Conosciuto alla fine ilrischiosbandarono i Cartaginesie ricovratisi in diversi luoghi perdetteroper la fuga della ciurma molte altre naviche vote caddero in potere delvincitore. Annibale disperando allora di poter tener saldo contro ai Romanicherinchiuso lo aveano in un porto dal quale tentar non potea alcuna riuscitarecossi a Solciove per improntitudine dei suoiche sulla di lui stoltezza etemerità rifondevano ogni disastroperdé la vita crocifisso; locché non deefar meraviglia in un popolo il quale fra le massime di sua politica annoveravaquella di affiggere in croce anche quei duci che con prospera fortunaamministrato aveano la guerrasempreché non con eguale consiglio l'avesserogovernataall'aiuto dei Numi riferendo la buona sorte ed a colpa dei capitaniimputando i male acconci disegni.

Questi disastri dei Cartaginesi e gli altri maggiori patitiin Siciliadalla quale aveano sgomberatonon erano però tali che gliobbligassero a snidare compiutamente dalla Sardegna; continuavano pertanto adesercitarvi ancora l'antica signoriaallorquando le sorti voltaronsi per esseresuccedute ad aggravare i mali esterni le dimestiche turbolenze. Le truppestraniere condotte agli stipendi di Cartagineincitate dai loro capi Matone eSpendioaveano scapestratoed a tanto era cresciuta la loro licenzadadegenerare in palese guerrache i più vivi timori destava di generaletrambusto. Quelle di esse che al tempo stesso militavano in Sardegnaudita lasollevazione dei loro compagni in Africascossero parimenti la soggezione ed inaperta ribellione dichiararonsi contro al governo di Cartagine; ché tale simostrò più volte l'indole di quelle miliziecui non l'amor della patrianonla devozione al principe scalda il pettoma che la sola mercede alletta aprestar un'opera venaleogni cosa sembrando permessa a coloro i quali come isoldati della Pannonia presso Tacito dir possono: dieci assi ci vale anima ecorpo».

Sbrigliata dunque anche nella Sardegna quella miliziacominciossi a solidar l'ammutinamento col sangue di Bostareduce di queimercenariche racchiuso erasi coi suoi partigiani entro una fortezza; eproseguì quindi la rivolta a levar maggior fiammatalché li Cartaginesi ilbisogno riconobbero di spedirvi affrettatamente nuove soldatescheal comandoaffidandole d'un secondo Annonecui l'estremo fatoma meno glorioso riserbatoera pure nella terra sarda. Le truppe da lui capitanate al primo giungerviaggirate facilmente furono dai subornatori delle squadre rivoltatee resisternon sapendo al contagio della sedizioneinalberaronsi anch'esseed il loroduce mal arrivato affiggendo in croceincrudelirono poscia con insolita ferociacontro ai Cartaginesi stabiliti nell'isola che tutti esterminarono.

I Sardi non parteciparono punto a sì atroce rivolta perchéquantunque odiato loro fosse un governo trucepiù esecrata dovea esser lorol'ebbrezza della militar tirannia; la forza perciò non valse lungo tempo acomprimere lo slancio dei popoliche a sì tristo scambio mal volentieri siassoggettavano. I mercenaricome accader suole nelle rivoltenon per altrospezzato aveano i vincoli della loro soggezione che per stringerli piùduramente sui pacifici cittadini; questi pertantovenuta essendo allo stremo lalor pazienzainsorsero alla finee prese le armila loro patria liberaronodai nuovi tiranni; ed a gloria dei vincitori detto sia che mentre coloro i qualiintinsero nella ribellionelordaronsi di sangue e di delittila sommossa dellecittà sarde oppresse ad altro non riescì che ad espellire dalle loro terrequella barbara soldatesca.

Alienata si era in tal modo la Sardegna dalla dominazione diCartagineche mezzi maggiori non avendo di conservarla nell'obbedienzacostretta vedevasi ad abbandonar l'isola a se stessa; ed all'incontro i Romani anuove speranze s'innalzavano di recarsi in mano quella signoria che giàsfuggiva alla loro rivalea ciò specialmente incitati da quei mercenari stessiche cacciati dall'isolaricoverati si erano sulle terre di Roma. Guerra apertanon era in tal tempo fra le due repubblichema odio egualeche in Romascoppiava più apertamente per la prosperità della prima guerra punica ed inCartagine rattenuto era e simulato per causa delle antiche e delle presentimisavventure. Li Cartaginesi quindi non per opporsi palesemente ai disegni deiRomani che faceano le viste d'ignorarema per richiamare all'antica sommessioneun'isola sulla quale maggiori dritti potean far valerepreparavansi ariconquistarla; i Romani dal loro canto spregiando le illusorie menzogne dellacautela politicariconoscendosi in quel momento i più fortiil destroafferrarono di sbarbare dall'isola i Cartaginesi non colla forzama collaminaccia delle armi. Celebre nelle antiche storie si è questo tratto della loropolitica ingiustiziache da Polibio illustrato fu con tale splendore ditestimonianzeda non lasciar dubbio alcuno che nella bilancia della pubblicaragione dei Romani l'acquisto della Sardegna preponderava all'osservanza dellapattuita fede. Dichiararono addunque i Romani a Cartagine improvvisamente laguerraallegando a pretestoche gli apprestamenti di guerra fattisinell'Africa non contro alla Sardegnama contro a Roma si dirigevano; conoscendotuttavia nel loro animo che ai Cartaginesi assaliti da tanti disastrialtromezzo non rimaneva per cansarsi dal maggiore di tutticioè da nuova guerraromanafuorché il sagrifizio dell'isola sì acremente disputata. Né delusirimasero in questa antiveggenzaperché i Cartaginesi inabili ad opporre ilpetto a tanta piena di maliceder dovettero all'imperiosa condizione loroimpostae riscattarsi dalla guerra rinunciando ai diritti loro sulla Sardegna epagando ai Romani per soprassoma mille dugento talenti.

Passò con tal violenta cessione la Sardegna sotto lapodestà di Romama non per ciò romana potea ancor riputarsi; che iCartaginesi disporre ben poteano dei loro dirittima non dell'animo dei popoli;e questi nel bivio di rispettare la dominazione alla quale erano ausati o discambiarla con altra del pari ponderosainclinavano ai Cartaginesio perchémolti popoli sardi comune con esso loro aveano l'origineo perché la lungaabituatezza naturato avease non l'amorela tolleranza almeno del dominio. Aciò si aggiunse chetrovandosi i Romani impegnati in altre guerre in ItaliaiCartaginesi alquanto ristorati dai passati pericolinon teneansi dalpunzecchiare gli isolani alla rivoltafacendo appo loro valere tutti quellisegreti incitamenti che loro erano agevolati dalla signoria di tanti secoli.Postisi allora i Romani in allarmevidero bene che le sole politicheconvenzioni bastanti non erano a rassodare un governo odioso se a queste lapossa non si aggiugneva delle armi; stanziarono adunque di recar nuove truppe inSardegna e di porre il piede sulle prime favilleacciò l'incendio non sipropagasse; furono anzi sì vigorosi gli apprestamenti di guerrache iCartaginesi paventando non sopra di loro si rovesciassein tempo non ancormaturo per la difesal'odiosità d'una sommossa da essi provocatalegatiinviarono a Roma acciò li prosciogliessero da quell'imputazionee lacontinuazione della pace implorassero dal senato. A Tito Manlio Torquatocommessa era stata frattanto la bisogna di quella guerraed egli passatoessendo nell'isola coll'armata e colla fortuna romanain breve attutò larivolta; perlocché quantunque riescito non fossegli di spegnerla del tuttoingrazia della felice intrapresa n'ebbe al suo ritorno in Roma le trionfali. Dopole quali la Sardegna dichiarata fu provincia del popolo romanoe lo fu prima diqualunque altra; perché sebbene la Sicilia fosse già soggiogatanon lo eratuttavia per intieroonde non poté esser ridotta a forma di provincia primadella resa di Siracusa.

 

 

LIBRO TERZO

 

I Romani più paghi erano che tranquilli nel possesso dellaSardegnala quale ad ogni apparenza o di sperato ausilio o d'interrottavigilanza tentennava di nuovo nella sommessione; e perciò gli anni primi delloro novello dominioe quelli particolarmente che corsero prima della rotturadella seconda guerra punicasegnati furono da continove ribellioni.

Pochi mesi erano passati dopo il trionfo di Torquatoe giài Sardi levavano altra volta in capotentando di scuotere il giogo romano;fecesi perciò provvisione che i consoli Lucio Postumio Albino e Spurio CarvilioMassimo assembrassero una poderosa soldatescaonde comprimere la sedizione; mavana riescì in gran parte questa spedizioneperché Publio Corneliocui datone fu il governocadde vittima assieme a gran parte dei suoi d'un morbocontagioso che serpeggiò nell'esercito; perlocché fu d'uopoper contenere irivoltosi sollevatisi d'animo dopo tal malorepassasse dalla vicina Corsica inSardegna Spurio Carvilio consolo ed impiegasse le forze residue e lesopraggiunte a debellarli; ciò che meritogli poco stante le trionfali.

Al nuovo consolatonuovo sollevamento: tanto era profondonell'animo de' Sardi l'odio alla romana signoriache né le straginé laschiavitùné la facilità stessa della repressione valevano ad ammorzare isempre rinascentibenché sempre mal tornati tentativi d'indipendenza. Né adalcuno cada in pensiero che siccome con un laconico cenno di sconfitta o ditrionfo notansi nelle antiche storie questi frequenti scontri degli esercitiromani con quei poco domabili provincialicosì od agevoli o di poco momentosieno statiin modo che mal convenga il chiamar guerra ciò che a giudicarnedalla rapidità delle narrazioni potrebbe appena riputarsi leggiera scaramuccia.Battagliee battaglie sanguinosedovettero essere sostenute da un canto datutta la disciplina romanae mal governate nell'altro da un disordinato impetod'indipendenza. Vaglia a ciò comprovare e la cerna di copiosi eserciti ordinatain tali frangenti in Romae la personale direzione dei consolio dei primipersonaggi della repubblicaper vari anni progressivamente richiesta ondecomprimere quelle sedizionie più di ogni altra cosa l'onor del trionfo adessi accordato; locché non può intendersi senza fermar per vero che grandistragi siano conseguitenota essendo la legge che la barbara condizioneimponeva ai postulanti il trionfo dell'uccisione almeno di cinquemila nemici inuna sola giornata. Benché adunque manchi allo scrittore la materia di pomposeguerresche descrizioninon mancò ai Sardi o l'animo indipendenteo lacostanza nei pericolio il combattere petto a pettoma mancò solamente od unnemico meno sprezzanteo la fortuna delle armio la presenza d'un uomo grandecheraccolti attorno a sé i miglioridirigesse con senno una turba tanto piùsfrenataquanto più confidente nelle proprie forze.

A Marco Pomponio Matone consolo toccato era il carico disedare i rinnovati tumultie siccome parea credibile che il governo diCartagine straniero affatto non fosse di quelle replicate sommosse degli antichisuoi sudditipensarono i Romani convenire al loro interesse ed alla lorodignità se di tali maligne istigazioni solennemente lo accagionassero. I legatia tal uopo spediti in Cartagine soddisfecero all'aspro loro mandato coi piùamari e superbi rimprocciche sopportati furono sommessamentema nonpazientemente da una repubblica la quale non era mai stata più nemica a Romache in questo momento di forzato accordo. Pomponio al tempo stesso combattevafelicemente contro ai Sardi ed otteneva in Roma le trionfali.

Non perciò la rivolta si comprimeva in Sardegnache piùvigorosa anzi ad ogn'ora risorgeva a dispetto della mala sorte. Fu nel seguenteanno tanto maggiore il commovimento degli isolaniche ambo i consoli MarcoEmilio Lepido e Marco Publicio Malleolo credettero dover recarsi nellaprovincianella quale se fazioni di gran momento non operaronoammassarono perlo meno gran bottino. Né in questo consolatoné in quello del successivoannoin cui Marco Pomponio Matonenuovamente consolopassò per la secondavolta a debellare i Sardifanno le tavole capitoline menzione alcuna di trionfiaccordati ai ducied è probabile perciò che dopo le prime arditedimostrazioni di resistenzastancati finalmente dall'avversitàsiansi irivoltosi sbrancatidi modo che più scorreria e persecuzione isolata sianostate queste due campagne che guerra ordinata. Se si deve anzi credere a Zonaranon scorreria ostilema caccia di fiere potrebbe intitolarsi la campagna diMatoneil quale disperando di poter snidiare i più arrovellati nellasedizioneche troppo fieri per discendere ad un accordo e troppo deboli peropporvisirifuggiti si erano ai più alti balzi delle loro montagnefacea lesue squadre precedere da alcuni veltriche annasando per quei burroni nescoprissero le traccie.

Agli anni succeduti a questa pacificazione pare debbariferirsi la prima missione d'un pretore in Sardegnache quest'isola assieme aquella di Corsica governasse a nome della repubblica; poiché sebbene dopo iltrionfo di Tito Manlio Torquato i Romani abbiano dovuto considerare la Sardegnacome provincia loronullameno le continue sommosse per le quali necessario sirendette in ciascun anno il passaggio dei consolinon permisero che colà sispedisse uno speciale governante; onde può ragionevolmente assegnarsi l'epocadella determinata riduzione dell'isola a forma di provincia al tempo in cuifuvvi inviato Marco Valerioprimo suo pretore secondo la testimonianza diSolino.

Non tardò tuttavia a riconoscersi il novello bisognod'affidare il governo delle cose sarde al primario magistrato della repubblica;e perciò spedito fu nell'isola dai padri poco dopo il consolo C. AttilioRegoloil quale o perché incontrata l'abbia bastantemente quietao perché inbreve tempo siagli riescito di ricondurla all'obbedienzanon esitò punto aritirarne tutto il suo esercito appena venne avvisato del pericolo in cuitrovavasi in Italia il suo collega nel consolato Lucio Emilio Papoche condubbia fortuna combatteva contro ai Galli dell'Insubria; e cadde ben in acconcioper la prosperità delle cose romane l'opportuno ritorno di Attilioil qualelasciò la vita in quella fazione ma assicuronne il felice evento.

Ribollivano frattanto in Cartagine i mali umori contro aRomaed i sentimenti della generale indegnazione scoppiati erano alla fine conviolenza dal petto d'Annibaleche nel suo grand'animo capace conosceasi diavvallare quell'orgogliosa nemica. Travagliava fra le altre cose lo spirito diquel valoroso la Sardegna perdutané causa alcuna maggiormente incitollo adinalberare il vessillo della seconda guerra punica sulle ruine di Sagunto. Fuallora che gli ambasciatori romani recatisi a Cartaginequantunque bensapessero che la cessione della Sardegna distornato avrebbe l'imminentepericolosaldi d'animo nullameno stettero contro alle minacciate calamitàedenudando il pettoquidisseroa voi rechiamo o pace o guerra; e guerrarecarono.

Né causa solamentema ancora frutto della prima aperturadella guerra sarebbe stata la riconquista della Sardegnase al disegno deiCartaginesi più propizie sorti avessero corrisposto; che anzi negli stessimomenti di pericolodopo la sconfitta da essi toccata presso alla focedell'Ibero per opera di Gneo Scipionenissuna cosa più curarono che diassicurarsi il dominio del mare con ispedire alla volta della Sardegna unaflotta di settanta navi; ma questa impresa loro venne a riuscire a sinistrofineperché il navilio romano a cinque palchi presentossi opportunamente conforze superiori a cacciare i Cartaginesi da quelle acque.

Siccome la Sardegna fu in tali frangenti cagione di realitimori per la repubblica romanacosì lo fu eziandio di spaventi immaginari.Cose strane riferivansie fra le altre: ad un cavalieroil quale in Sardegnagirava attorno alle scolteessersi di repente infocata la pertica che tenea inmano; nelle spiaggie aver lampeggiato spessi bagliori; due targhe avergocciolato sangue; alcuni soldati esser stati colpiti dal fulmine; l'orbita delsole esser apparsa menomata; e baie similiche purtroppo erano atte adintimorire un popolo di cui niun altro fu o più animoso ed altiero cogliuominio più superstizioso e sommesso cogli Dei. Crucciavasi perciò all'udiretai raccontiquasi come dalla provincia che l'occasione era della guerraattendersi dovessero li buoni o li sinistri auspizi.

Ma i veri auspizi agitavansi nella gran mente d'Annibaleilqualevalicati i Pirenei e le Alpi e coperta di stragi l'Italiaavea nellapianura di Canne spento quasi quella repubblica. Quietava eglidopo la presa diCasilinoin Capuaallorquando dalla Sardegna giunse al senato un messaggio diAulo Cornelio Mamulapropretore dell'isola: alla soldatesca ed ai soci delnavilio mancar oramai la quotidiana distribuzione degli stipendi e del frumentoné modo vedersi come sopperirvi; solleciti addunque fossero i padri ditoglierlo da sì pericoloso impaccio. Troppo inopportuno era il tempo persoddisfare a tal dimandaonde il senato contentossi di rescrivere esortandoCornelio a far da sé provvisioneacciò al navilio ed all'esercito nullamancasse. Ben a ragione Valerio Massimoriportando tale rispostanotò quantanecessità premesse il senato in tal frangente: e che altrodic'egliimportavatal mandatofuorché lasciarsi sfuggir di mano il governo d'una provincia chebenignissima nutrice era di Romasostegno d'ogni guerrae che con tanto sudoree sangue recata erasi in mano?». Nutrice in effetto fu allora la Sardegnadell'esercitoe nutrice benignache di tal parola anche Livio si prevale nelnarrare la facilità con cui Mamula incontrò nelle città socie dell'isolaprontezza e liberalità di sussidio. Né fa poca meraviglia il vedere che in unperiodo di tempo così pericoloso pei Romaniprecedutocome già si dissedaparecchie calde rivoltee seguitocome vedremo fra brevedalla caldissima dituttetanta condiscendenza siasi mostratase già non vuol pensarsi che moltoesteso fosse a tal tempo in Sardegna il partito romanoo che molta influenzaabbia spiegato in questo negoziocome si vedrà esser altra fiata accadutolabenivoglienza degli isolani per la persona di quel propretore; ché tal è purel'indole dei popoli anche li più contumaci nelle loro opinionima di animogenerosonon mai piegarsi alla forzatutto accordare alla dolcezza.

A Cornelio Mamula succeduto era nella pretura Quinto MucioScevola; pretura per la Sardegna funestissima pei novelli e maggiori disastrisopportati. Magonefratello di Annibaleche passare dovea in Italia afiancheggiare quel generale con copiosi apprestamenti di guerrastava già perrivolgere invece quelle forze alla Spagnadonde le più funeste novelle venianoper le armi punichequando parossi dinanzi ai Cartaginesi la consolantesperanza di ricondurre all'antico dominio la Sardegna. Legati erano statisegretamente spediti dall'isolache annunziavano: rara e sbandata esservi lasoldatesca romana; il pretore Mamulache delle cose dell'isola erascientissimodipartirsene; al nuovo magistrato dover ogni cosa sinistrare; glianimi dei Sardioramai lassati dalle angherie romaneimpazienti agitarsi edaspirare a novelle sorti; acerbamente aver testé ministrato la pretura CornelioMamulainasprendo gli isolani con tolte sforzate di vittuaglie e stipendi; unincitamento solo mancare alla rivoltala presenza di chi la rinfranchi. Inviatoera questo clandestino messaggio dai più notabili abitanti dell'isolae daAmsicora in ispecialitàche agli altri soprastava per autoritàricchezze edodio contro ai Romani. Grande concitazione destò tale ambascieria nell'animodei Cartaginesi; e non potendo essi abbandonare la difesa della Spagnanésapendo rinunciare a quei lusinghieri invitistanziarono che Magonecollaflotta già apprestata e col suo esercitopassasse in Ispagna e che Asdrubalecon eguali forze veleggiasse alla volta della Sardegna.

Non dissimili erano le novelle che Cornelio Mamularitornatogià dalla provinciariferiva al senato: lo stato delle cose esservi inpericolo; guerra e ribellione nel cuore di tutti; Quinto Mucio Scevolasottentrato pretorefin dal primo suo giungere infermatoper lungo tempoinetto essere a governar la guerra; l'esercito istessoquanto bastevole percontenere una provincia pacificaaltrettanto fiacco per resistere ad una vastasollevazione. Decretarono dunque i padri: Quinto Fulvio Flacco arrolassecinquemila fantiquattrocento cavalli; al più presto il meglio ne curasse laspedizione in Sardegna ed affidasse il governo a chi parrebbe più acconciofino a quando Mucio si riavesse. Sembrò che nissuno in Roma fosse per talfazione di portata eguale a Tito Manlio Torquatoil quale nel suo consolatoavea già altra volta debellato i Sardie il cui nome dovea per tal motivoesser più temuto agli isolani; al medesimo addunque diedero l'incarico dicomprimere quella sommossala qualeper la sua stessa importanza e perl'impiglio delle altre tristi vicende della repubblica col quale raggruppavasigravi timori destava in Roma.

Ben può a tal punto ammirarsi quella ferrea perseveranzad'animo colla quale i Romani padroneggiarono gli avvenimenti tutti che da variebande gli incalzavanoe che annientato avrieno qualunque popolo anche piùprode se meno costante. In tanta strettezza ed afflizione di cosementre giàdella loro stessa Italia dubitavanomentre il nemico colla spada alla strozzacome spiegasi Florostava loro sopra per la Campania tutta e per la Puglial'Africa oramai scambiando coll'Italiaardirono nullameno a tutto ed a tutti lipiù distanti luoghi far provvisione; ed al tempo stesso che l'oste punicafronteggiavano sulle loro terrenon diffidavano punto di portare le loro arminella Sicilianelle Spagne e nella Sardegna. A questa frattanto avean giàindirizzate le lor forze anche i Cartaginesisotto il comando di Asdrubale: mala fortuna della navigazione non fu propiziaavendo una furiosa burrascatravagliato la flottache dalla violenza delle onde portata fu ad incagliarenelle isole Balearionde tra per lo deviamento e per lo tempo impiegato nelristorare il naviliola flotta di Manlio ebbe l'avvantaggio di prevenirnel'arrivo.

Giunto appena il pretore trovò le cose della repubblicamolto dimesse per l'infermità di Mucio Scevolae sollecito si mostrò diriaffermarle. Tirato il navilio in secco nella spiaggia di Cagliari ed armata laciurmaonde unirla all'esercito di Muciosi trovò avere sotto il suo governoventiduemila fanti e mille dugento cavallicoi quali movendosi in ordinanza nonlunge dagli alloggiamenti dei Sardicampeggiò colla sua armata. Duce dei Sardiera quello stesso Amsicora che non per altro primo mostravasi nei consiglicheper esserlo del pari nei pericoli; ma i movimenti affrettati di Manlio lo aveanocondotto in faccia all'esercito sardo nel tempo in cui Amsicora si trovavalontano dalle trinciererecato essendosi in altra provincia per accelerare isoccorsi di uomini che si attendeano dalle sue schiereonde il vecchioconsolare non ebbe altro duce appetto che il giovanetto figliuolo di Amsicora.Nomavasi egli Iostoe nell'avvenenza della persona e nello slancio deglispiriti generosi manifestava già quanta delizia e conforto della patria sarebbeegli statose il destino a tanto serbato lo avesse; il padre impaziente dellento progredire degli annia cose maggiori dell'età lo innalzaval'odiocontro a Roma stillandogli nell'animo e le sue membra ancor fievoli afforzandocol duro esercitar delle armi. Rimaso era egli al campo non tanto perrappresentare il padrequanto per ricordarlo; e gran misavventura fu questache uomini passionati e senza freno avessero al lor governo un fanciullo;perché egli imbaldanzito e temendo meno che valutando i pericoli d'uno scontroimmaturofu agevolmente da Manlio posto in rotta e fugato con strage grave deisuoi; ché a tremila uccisi ed ottocento prigioni ascender fassene il novero. Ifuggiaschi che poterono ragunarsivagarono per alcuni giorni e si ridusseroposcia alla città istessa dove avea riparato il capitano: quivi aspettavasi datutti l'arrivo d'Asdrubaleonde restaurare le forze accozzando le due armate;né tardò la flotta punica a presentarsi coi bramati soccorsi.

Manlio a tal annunzio retroceduto avea fino a Cagliarioperché gli toccasse la mente il bisogno di guarentire il suo esercito allespalleo perché essendo selvaggio del luogonon gli conveniva forsel'assaggiar nuovi scontri in gran distanza dalle città amiche; e con ciòmaggior comodo prestò ad Amsicora di congiungere le sue schiere a quelle diCartagine. Ma non poté lunga pezza ritardare il pretore l'incontro dellearmateperché il capitano dei Sardi tennegli dietrodando il guasto alleterre dei soci tutti di Romaonde costretto fu Manlio a muovergli contro colsuo esercito. Sulle prime si tennero ambo le armate entro gli alloggiamenti;combatterono quindi alla sfilata e con dubbio eventoed infine impazienti dimaggior dimorasi affrontarono a vessilli spiegati e pugnarono ordinatamenteper molte ore. La fortuna e la disciplina romana prevalseroed i Sardi ed iCartaginesi abbandonarono un campo con tutto l'ardore lungamente disputato; fuallora il momento di una strage generale dei collegati: dodicimila combattentifra Sardi e Cartaginesi vennero passati a fil di spadatremila e più cadderoin potere del vincitore con ventisette vessilli.

Asdrubale istesso ed Annone e Magoneduci maggioridell'esercito punicosi arresero al pretore; Magonecongiunto in istrettaparentela col grand'Annibale ed ostaggio perciò d'importanza ai RomaniAnnoneautore e confortatore principale della sommossa dell'isola. Non così fu deicapitani sardi; ché dove maggiore è lo stimolo del combatteremaggiore anchesi fa la disperazione. L'infelice giovanetto Iostopuntando fra i primicombattenti e con l'ardore della sua età cercando la gloria fra le schierenemicheaveva incontrato la morte; il padrepiù di lui infeliceviste lesorti sinistre della sua armata e sdegnando di calare ad alcun accordoriparavasi con i suoi più fidati nell'interno dell'isolaallorquando ilmessaggio gli giunse dell'immaturo destino del suo figliuolo. Conoscendo allorachevecchio duceegli non potea sopperire colle sue forze alle cose dellapatria ridotte allo stremo e chenon più padrenon avea oramai a chitrasmettere l'eredità del suo nome e del suo odio contro a Romaaspettata lanotteacciò il suo disegno non fosse per alcuno impeditocolle sue mani siuccisenon sapendo sopravvivere al disastro della patria ed al figlio. La famasua istessa poco poté sopravvivergliperché gli scrittori romaniintenti amagnificare le cose propriecon rapidità e talvolta con dispregiorappresentarono le virtù dei nemici: prova ne sia l'aver essi tacciatocoll'ingiusta nota di viltà e di debolezza gli sforzi fatti dagli isolani inquesta sventurata fazionequantunque debole non sia sempre il vinto e vile nonmai allorché muore per la patria. Ma se queste mie pagine avranno a passarealla posteritàil nome di Amsicora e quello di Iosto non più si dovranno amalapena rintracciare negli annali d'una nazione che colla mole delle sue gesteeclissò rinomanze anche più grandima la loro gloria poggierà sovra unterreno più propizioe questa storia ingemmata del loro nome ricorderà inogni tempo a' miei nazionali la costanza di quel canuto ducee forse l'animodel lettore generoso e sensivo tocco sentirassi di compassione pei casi delgiovanetto di lui figliuolo.

Altra illustrazione ebbe anche questa battaglia dal nomed'uno dei centurioni romani che prode si mostrò nel combatterecome grande fuposcia nel cantare le gesta dei guerrieri. Ennioil padre della latina poesiamilitava allora nelle file romanevenuto di recente dalla Calabria sua patriae se creder si deve a Silio Italicodalla di lui mano partì il colpo cheatterrò lo sventurato Iosto. Del di lui continuato soggiorno in Sardegna e delsuo primo passaggio a Roma avrò altrove l'occasione di dar più opportunacontezza. Frattanto m'è d'uopo riprendere la narrazione della vittoria diManlioil qualeperseguitati i fuggiaschi che ricoverati si erano nell'istessacittà sovra mentovatain pochi giorni la costrinse alla resa. Quest'esempio fuseguito da quelle altre città che parteggiato aveano pei sollevationde ilpretoredopo averle duramente tassate di stipendio e frumento in proporzionecoi mezzi o col demerito di ciascunain breve poté ricondurre l'esercitoromano a Cagliari. Gittato ivi di nuovo in mare il naviliosalpò col suoesercitoe giunto a Romaai padri annunziò la Sardegna domatae consegnandolo stipendio ai questoriil frumento agli edili e gli schiavi al pretore QuintoFulvioebbe la gloria d'aver in sì importante fazione ristorato in tempi diestremo pericolo le cose della repubblica. Al tempo istesso Tito Otaciliopretore dopo aver dato il sacco alle terre di Cartagineveleggiando concinquanta navi alla volta della Sardegnaimbatteasi nella flotta d'Asdrubaleedopo leggiero affronto costringeva sette navi alla resamentreché la tempestasperperava le rimanenti. Ogni cosa in tal maniera conspirò ad abbattere itentativi dei malcontenti Sardi e ad infievolire i loro ulteriori disegni.

A Quinto Mucio pretore toccato non era in sorte di poternella Sardegna governar questa guerra; invece i padrio perché lo credesseropiù atto ai negozi d'una provincia pacificao perché meno ingrata riescisseagli isolani la presenza di quest'uomogli prorogarono per altri tre anni lapreturaassegnandogli per raffrenare la provincia due legioni. Eguale numero dilegioni decretato fu a riguardo dei pretori succedutigliLucio CornelioLentuloPublio Manlio Vulsone e C. Aurunculeiostato confermato nel magistratoin un tempo in cui altri timori sorgevano di qualche nuova invasionecartaginese. Perloché a Scipione fu dai padri imposto delle ottanta navi chesotto il suo comando riteneacinquanta ne spedisse in Sardegnache a tuttopotere si opponessero allo sbarco dei Cartaginesi ed ogni conferenza cogliisolani loro impedissero.

Non essendo comparsa alcuna flotta cartaginesequietacontinuò a mostrarsi la Sardegnacome lo fu ancora nelle seguenti preture diAulo Ostilio Catonedi Tiberio Claudio Asello e di Gneo Ottaviodurante ilgoverno dei quali notano solamente gli annali romani essersi dato lo scambioalle vecchie legioni ed aver Gneo Ottavio colto felicemente il destrod'impadronirsi di molte navi punicheche un gagliardo soffio di vento spintoavea nei lidi sardi: indirizzavansi queste ai porti d'Italia e vittuaglia emoneta recavano agli eserciti d'Annibale e d'Asdrubale; ma il pretore avendoleassalite con vantaggio di luogo e di tempoventi ne affondò e sessanta ridussein suo potere.

Surrogarono i padri ad Ottavio nella pretura sarda TiberioClaudio Neronesotto il cui governo tanta fu la quantità di frumento chedall'isola si trasse pei bisogni dell'armata romanache non capendo negliantichi granaimestieri fu di edificarne dei nuovi. Nello stesso tempol'esercito romano scarsità sentiva di vestimentae nelle angustie dell'erarioil senato avea commesso a Claudio vedesse modo se dalla Sardegna procacciar sipotesse qualche soccorso. Né lento si mostrò il pretore a soddisfare a talmandatoche in breve abilità gli fu fatta di trasmetter a Roma mille dugentotoghe e dodicimila tonache; se a buona voglia degl'isolaniod a tolta sforzatadagli storici non si dice.

Nella pretura di Claudio e nella succedente di PublioCornelio Lentulo a Gneo Ottavio affidato fu dal senato il governo d'una flottaonde tutelare le coste della Sardegna; la qual flotta imbattutasi nelle acquesarde con quella di Magone cartagineses'impadronì di molte delle di lui navi.Dallo stesso Lentulopretore dell'isolaun copioso soccorso si ottenne perl'armata di Scipione accampata nelle terre di Cartaginementre le sorti dellaguerra punica già voltavansi contro ad Annibalerichiamato con sollecitudine adifender le mura della patria dall'invasione ardita e felice del maggioreAfricano. Cento navi da carico salpate dalla Sardegna con vittuaglie approdaronofelicemente in Cartaginee forse a tal importante servigio dovuta fu la prorogadella pretura di Lentulo per un altro anno; ché certamente molta entraturamostrò egli avere presso a quelli isolaniottenendo sì opportuno sussidio inun momento in cui qualche nuova agitazione si manifestava in Sardegnanonprevedendovisi forse che Annibaleoramai più dimessodovrebbe poco stantenelle celebri ed infruttuose conferenze tenute col giovine suo rivalefermarper prima condizione della pace la perpetua rinuncia a qualunque disegno diriconquista dell'isola.

S'ignora come abbiano ministrato la provincia i pretori che aLentulo succedetteroMarco Fabio ButeoneMarco Valerio Faltone e Lucio VillioTappulo. Non così dell'uomo grande che loro fu surrogatole cui virtù civilidovettero confortar l'animo dei provincialistanco non meno delle avversitàdella guerra che delle angherie della pace. Marco Porcio Catone tratto era apretore della Sardegna ed un esercito gli si concedeva di tremila fantaccini etrecento cavalli; ma la tutela maggiore del suo magistrato riposta era nel suogrand'animonella sua pubblica giustizianella sua privata modestia. Ecco comePlutarco descrive la sua pretura: toccato essendoglidic'egliil governo dellaSardegnadove i precessori suoi costumati erano di aver padiglioni a spesepubblicheletti e toghedi tenere una quantità numerosa di servi ed amiciedi recare grand'aggravio per dispendio e per apparato di ceneegli vi si portòcon un'incredibile differenza per la frugalità sua. Per niuna cosa ebb'eglid'uopo di pubblica spesa veruna e quando portavasi alle città ad esso soggettenon in cocchio vi andavama a piediconducendosi dietro un solo ministropubblico che gli portasse una veste ed un vaso pei libamenti da servirsene neisagrifizi. Così facile e semplice davasi egli a divedere a coloro ch'eranosotto il suo comando. Ma ben per contrario gravità e severo contegno eimostrava coll'esser inesorabile nelle cose giuste e rigido ed inflessibile nelvoler appuntino eseguiti i comandi ch'ei dava; di modo che il dominio dei Romaninon riuscì giammai a quella gente né più amabile né più terribile al tempostesso».

Eguale encomio ne fa Livioil quale narrando il soccorsodalla Sardegna inviato all'esercito sotto la sua pretura di vittuaglie e divestimentasanto chiamalo ed innocentealle severe di lui disposizioniattribuendo inoltre lo sgombero da tutta l'isola della genia malefica degliusurai. Né meraviglia fa che tanta parsimonia abbia in Sardegna dimostratoquell'uomoche del modesto corteo si contentò di tre soli compagni nelgovernar le Spagne; che nel recarsi alle provincie trasmarine non meglio dicinquecent'assi consumava e che nel tragetto all'istesso camangiare accomodavasidei marinai. Ben dunque a ragione può credersi che li Sardi ausati quali eranoa veder scendere nei loro lidi i romani pretori traentisi dietro codazzo dischiavidi donne e di garzoncellistupito abbiano all'aspetto d'un uomo chenull'altro avea d'autorevole apparenza fuorché la severa sua fronte; ed allostupore la più gran venerazione sarà succedutaallorquando non più leggiscambiate coll'arbitriodiritti soffocati dal favorecomandari iniquionestiprovinciali supplicanti ai piè d'un liberto o d'una sgualdrinellama entro lemura del pretorio videro stoica rigidezza e scuola patente del giusto edell'onesto.

Gli ozi di Catone in Sardegna non meno onorati furono delledi lui pubbliche fatiche. Coltivava egli la lingua greca con Ennioil qualedopo la campagna di Tito Manlio Torquatocontinuato avea per più anni il suosoggiorno nell'isolao perché ai suoi studi convenisse quel luogoo perchémaggiore del suo ingegno fosse la sua modestia. Benché dunque molto arrischiatasia l'opinione di qualche sardo scrittore che tutta la gloria d'Ennio riferirvorrebbe alla Sardegna giudicandolo non ospitema nativopure non leggiera èquella d'aver egli per lungo tempo e nell'età alla maturità degli studi piùacconcia fatto spontanea scelta di quel soggiornoove non dovette mancargli ilritiro campestree l'ozio senza sollecitudini e la pubblica onoranzacome nonmancogli alla fine lo sguardo propizio del potereappena il potere e la virtùtrovaronsi associati nella persona di Catone. Egli infatti lo trasportò conseco in Romaove maggior gloria da ciò tornoglial dire di Cornelio Nepoteche da qualunque trionfo; e con ragioneché gloria vera è quella di tutelarel'ingegnomentre lo splendore delle belliche imprese splendore è le tantevolte d'accattoche fioco luccica al cospetto della severa ragione.

Dalla pretura di Lucio Attilioche succedette a Catonefinoa quella di Marco Pinario Poscagli annali romani non contengono ricordo alcunoper la Sardegna che meritevole sia di special relazionese si eccettuano ledoppie decime di frumento imposte all'isola nel governo di Lucio OppioSalinatore e di Quinto Fabio Pittore. Nel governo di Pinario nuovi sintomiricomparvero di malcontento e di sommossa; ché divelta del tutto non era quellafunesta piantaonde prendere non potesse novello rigoglio. Movea questa fiatala sollevazione dalle montagne degli Iliesinel capo ai quali il pensierodell'indipendenza era confitto più addentro che agli altri popoli dellaSardegna; o perché il sangue troiano inspirasse maggior orgoglioo perché lavita asprissima durata pei dirupi li più inaccessi dell'isola maggiorincitamento somministrasse al viver libero. Travagliava in quel tempo i Romaniuna pestilenza taleche non potendo formarsi di cittadini le cerne necessarieper la spedizione la quale a quell'uopo si preparavanon riescì neppure dipoter arrolare fra i soci del nome latino ottomila fanti e trecento cavallichetanti n'abbisognavano per quell'impresa. Onde avendo i consoli riferito tantaesser stata la moriada non poter ragunare in quel modo un esercitoabilitàfu fatta dai padri al pretore Pinario di ricevere i soldati che mancavangli dalproconsolo Gneo Bebioil quale svernava con altre legioni in Pisa.

Il passaggio di Pinario nell'isola con quest'aumento di forzadovette per buona pezza attutare i rivoltosipoiché nelle succedute preture diCaio Menio e di Caio Valerio Levino nissun cenno fassi di novelle turbolenze.Violente poscia scoppiarono nel governo del seguente pretore Tito Ebuzio Caro.Inviò egli lettere al senato per mezzo dello stesso suo figliuolonelle qualisi riferiva: ai sempre liberi Iliesi associati essersi i popoli Balaristrascinati dalle mene dei ribelli ad insorgere anch'essi; la provinciapacificache alle armi romane sottostavainvadersi dalle loro squadreedimpunemente ciò farsi essendo l'esercito rifinito per le sofferte fatiche ed ingran parte atterrato dal contagio. Una legazione sarda presentavasi al tempoistesso ai padrisponendo i disastri sopportati e supplicando aiuto porgesseroalle città almanco ed ai luoghi abitati; ché i poderi oramai a taledevastazione ridotti erano da richiedervisi non più difesa ma ristauro. Graviconosceansi le riferite cosee perciò i padriessendo l'anno al suo termineai nuovi magistrati che deliberare ad un tempo poteano ed agire ogni bisognarimisero.

Pretore allora per la Sardegna tratto venia Lucio Mummio; matroppo importante era la fazione e troppo ingrossava nell'isola la sedizioneperché di tutto il maggior apparato non fosse d'uopo e di forza e d'autoritàper comprimerla. Provincia consolare dichiarata fu adunque in quei frangenti laSardegna ed al consolo Tiberio Sempronio Graccocui la sorte ne toccòilnegozio fu commesso di debellare i rivoltosi. Agli idi di marzo entrando incarica i novelli consolimenzione solamente si fece in senato delle dueprovincieSardegna ed Istriae del ribollimento degli animi in ambeondeconsigliare il conveniente riparo. Nel giorno appresso i legati dell'isolanuovamente ammessi al cospetto del senato con più ampi ragguagli istruirono ipadri come grande e terribile fossevi l'apparato di guerra. I padri adunquesolleciti di schiantare il male dalla radicese sperabile fosselarghiapprestamenti ostili decretarono ordinando: due legioni passassero nell'isola dicinquemila e dugento fanti con trecento cavalli ciascuna; si associassero allelegioni dodicimila fantaccini scelti fra i soci della repubblica e del nomelatino con seicento cavalli; armarsi dovessero dieci navi a cinque palchi.Turbati erano stati gli animi in tali preparativi dall'annunzio di vari straniprodigi; perlocché i consoli vittime immolarono delle maggiori e per unagiornata intiera voti e preghiere si fecero in tutti i templi degli Dei.

A Tiberio Sempronio Gracco felicemente tornò l'affidatagliimpresa. Affrettossi egli di condur le sue squadre nelle terre stesse deiribelli ed in faccia ai loro alloggiamenti: numerosi essi eranoma privi d'uncapo rispettabile atto a dirigerli; ché tanto dee arguirsi dal silenzio deglistorici parchi nel lodarenon nel nominare i capitani nemici; passata dunquenel campo quell'incerta vicenda di comando che caratterizza le sommossepopolaririmase solo ai Sardi l'ardore disordinato del combattere e lo spregiodella morte. E ben non curata fu da essi la vita in tal incontro; ché in quellalunga ed ostinata mischia dodicimila armati caddero sul campo di battaglia; e laragione ne dice che non quali vittime sommessema quali prodi vendicati caderdovetteroabbenché li storici antichiche largo esempio diedero ai successoridi dissimulare i disastri della propria nazioneil trionfo sempre esaltino; delquanto caro ebbe a costaretacciano. Né la ragione io scambio colle illusionidell'amor di patria; ché la natura umana non sopporta entro li stessi petti lacostante ricerca dei pericoli e la panica paura; e quando a dispetto di tutti litentativi infeliciil rigoglio delle passioni ne spinge a nuovi scontridifollia può ben accagionarsi una disperata insistenzama di viltà non mai.

Il consolo nel giorno succeduto alla battagliale armisparse sul campo della sua vittoria ordinò si raccogliessero in cumuloedinnalzatane una stipaappicciar fecevi il fuocoa Vulcano consagrandoquell'incendio; e ciò fatto si riparò a svernare coll'esercito nelle cittàsocie.

Calda era stata quella fazionema non tale da scoraggiarecompiutamente i rivoltosi. Gracco perciò continuava a soggiornar in Sardegnaallorquando si traevano le nuove sorti per la distribuzione delle provincie.Caddero queste per l'isola sul pretore Marco Popilio Lena; ma questigiudicandorettamente degli interessi della repubblica ed alla sua privata gloria ovantaggio anteponendolidichiarò al senato: Tiberio già da un anno intentoessere a rappaciare quella provincia; a Lucio Mummiopretore dello stesso annovana per ciò esser riescita la tratta; il più antico pretore Tito Ebuzio daipadri destinato già a fiancheggiare Tiberio; non interrompessero adunque laserie degli avvenimenti nei quali la continuazione stessa efficace mezzo è diprosperità; consumarsi dai nuovi magistrati gran tempo nel conoscere che meglioimpiegato sarebbe nell'agiree fra lo rassegnare un governo e l'assumerlo letante volte la bella congiuntura sguizzar di mano. Apprezzarono i padri leragioni di Popilio e con lui dispensarono che tralasciasse di recarsi in quellaprovinciaa Tiberio di nuovo accomandandola.

Frattanto l'esercito romano veniva a nuove giornate e tuttefelici coi ribellidei quali nei diversi scontri altri quindicimila cadderouccisia segno che più dell'odio potendo il disingannopacata finalmentedichiarò Tiberio la provincia; seppure il nome di pace conviensi ad una forzataquiete e non è d'applicare piuttosto ai vincitori degli Iliesi il motto celebredi Tacito: allorquando tutti i luoghi disertaronochiamano ciò pacificare».

Frutto primo della vittoria fu l'imporre alle antiche cittàtributarie dell'isola doppia prestanza e dalle altreche pagavano la decimariscuotere il frumento. Si venne quindi in sul ricevere gli ostaggi:dugentotrenta se ne domandarono dai luoghi tutti li più importanti; e posciaspedissi a Roma una legazione per annunziare ai padri come da Tiberio Graccoprosperamente era stata governata quella guerraed implorare ad un tempo ildebito onore si rendesse agli Dei pel favore prestato all'impresa ed al duce sidesse facoltànel dipartirsi dalla provinciadi ricondur seco in Romal'esercito vittorioso. Il senato accolse l'ambascieria nel tempio d'Apolline edencomiò la religione di Tiberioordinando pubbliche preghiere per due giorni esi sagrificassero per mano dei consoli quaranta vittime delle maggiori. Quantoallo scambio del governo e della forzapericoloso credettero i padril'allontanare dall'occhio degl'isolaniquantunque sbaldanzitigli stromentidella loro sommessione; ed a Tiberio perciò in qualità di proconsolocoll'istessa armataprorogarono per tutto l'anno l'impero.

Alla tornata dei comizi tratto fu a pretore della SardegnaSergio Cornelio Sulla; ed a questo Tiberio ebbe a rassegnare la provinciaallorché ne partì per ottenere in Roma le decretategli trionfali. Celebre fufra le altre cose il di lui trionfo per la quantità numerosa di schiavi cheseco trasse il vincitore: da questa anzi Livio derivar fece il noto proverbioromano: Sardi da vendere»; che dal volgo adoperato era anche ai suoi tempi persignificare cose di malagevole smaltimento. Contrapporsi potrebbeè veroall'autorità di Livio quella di Plutarcoil quale non agli schiavi diSardegnama ai Veienti della Toscana l'origine riferisce di tal mottoperchéi Toscani tutti da Sardicittà di Lidiasi diceano discendere. Io nondimenoporto opinione che nei detti volgari le facili letterali derivazioni siano dapreporre a quelle più stentatele quali col soccorso si sorreggono direcondite storiche origini; e giovami invece più che il combattere l'opinioned'uno storico di tanto pesocome i nostri scrittori nazionali fecerol'affrontare apertamente tutto il rigore di quella proverbiale ingiuria eaccettarla non senza gloriadicendo: poter agli schiavi della Sardegnaconvenire un motto attribuito ad un uomo straordinario della nostra età suglischiavi d'un'isola alla Sardegna assai vicina. Non lo niegoegli dicevagiammai i Romani comprarono schiavi della mia patria: essi sapevano cheavrebbero tentato un'impossibil cosa nel farli piegare alla schiavitù». Ed inverità io non posso che commendare i cittadini romani se nello scorrere le filedegli schiavi venderecciimbattendosi in alcuni di quegli Iliesi e di queiBalari e leggendo in quel loro cipiglio la libertà da essi non perdutanell'animoaombravano a quel feroce aspetto e giudicavano fra sé che nonavrieno il buon pro nel recarsi a casa quella generazione irrequietafatta permettere a sbaraglio le loro docili greggie di schiavi. Si dica dunque esser purestati gli schiavi sardi mercatanzia di mala vendita; ma sibbene dicasi del parinon per altro esser eglino caduti in tal glorioso discreditoche per averapreferenza di tanti altri popoli di natura più tenerasentito quantopugnassero questi due vocaboliuomo e venale.

A Sergio Cornelio Sulla prorogata fu dai padri la preturafino a che il novello magistrato che dovea succedergliMarco Attilio Serranopotesse passare in Sardegna dopo fornita la guerra di Corsicache stata eraglial tempo stesso commessa. Durante questa preturaun ricordo durevole dei Sardidebellati volle dai Romani serbarsi nel tempio della dea Matuta in Romaove unatavola si affisse che la forma dell'isola rappresentava ed alcune immagini deicombattimenti seguitivi. Il titolo n'era quest'esso: Le legioni ed esercito delpopolo romanosotto la condotta ed auspizi di Tiberio Sempronio Gracco consolola Sardegna soggiogarono: caddero in tal campagna morti od in ischiavitù megliodi ottantamila nemici; fornita prosperamente la cosa pubblicafrancati erestituiti all'erario i tributiegli ricondusse a Roma l'esercito sanosalvoed onusto di predaentrandovi trionfante la seconda volta; per la qual cosa aGiove Massimo questa tavola ei votò».

Dalla Corsica passò ancora il pretore surrogato a CornelioSullache Caio Cicereio nomavasiil qualedomato avendo quei fieri isolanitassati li avea di dugentomila libbre di cera. I magistrati che glisuccedetterofino a Marco Fonteionissuna cosa ricordevole operaronofuorchéla trasmissione di doppie decime di frumentodal senato ordinata nel governo diLucio Furio Filo. E forse per lungo tempo questa fu l'unica sorte degli isolanipagare ponderosi tributi o di queto o per forza; ma la perdita irreparabiledelle deche di Livioche a questo periodo di tempo si arrestanone vieta disparger maggior luce sul seguito degli avvenimentidei quali perciò d'orinnanzi con qualche maggior interruzione di tempo conviene dar cenno.

Ad un aspro nemico della Sardegna è in primo luogo debitricela storia sarda di molti ricordi. Il più antico di questi appartiene aquell'istesso Tiberio Graccoche vidimo testé nel primo suo consolatotrionfatore dei Sardi. Eletto egli la seconda volta a quel sommo onoredovettealtra fiata passare nell'isola: se per mercarvi nuove glorie o per riscuoterviomagginon può conghietturarsi. Apparisce solo da vari luoghi di Cicerone chedopo aver Tiberio nel secondo suo consolato presieduto ai comizi per lacreazione dei nuovi consoli Publio Scipione e Caio Figulotrovandosi poscia inSardegna e riandando ivi colla scorta dei libri sacri alcune cerimoniedellequali nella celebrazione di quei comizi curato non avea l'imperfezioneassalitofu tutt'ad un tratto da grande inquietudine d'animoperlocché scrisse alsenato riferendo quei suoi scrupoli. Diede ciò luogouditi gli auguriad unadeliberazione dei padri che testimonianza luminosa porge del rispetto illimitatoche quella repubblica mostrava per le pratiche anche le più leggiere del culto;poiché conosciuto in quella maniera esser stati li consoli eletti con invalidiauspiziordinarono loro i padri deponessero tosto la carica. A qual propositoCicerone encomia non Tiberio solamentechesapientissimo uomo qual eravollepiuttosto confessare un suo fallo occulto che stare dubbiando sovra un'opera direligionema i consoli pur ancoi quali il sommo impero rinunziar volleroanziché un solo momento ritenerlo contro ai sagri riti.

Conforto non lieve si è per chi scrive una storia povera displendidi avvenimenti l'imbattersi sovente in nomi illustried al certo gliannali della Sardegna al ricordo ne invitano delle più elevate rinomanze dellarepubblica. A Tiberio Sempronio Graccouomoal dir di Ciceroneforse il piùeccellente della repubblicae che degno fu d'impalmare quella gran Cornelia cuinon può dirsi se maggior fama sia derivata dal padre Scipione o dai figliGracchisuccede nel novero dei magistrati sardi il minor figliuolo d'ambiCaio. Dopo la morte violenta del fratelloritirato erasi il giovanetto Caio dalforo e quietava nella solitudine coltivando quella pericolosa popolare eloquenzache all'estremo eccidio condusse questi caldi e generosi tribuni. Giàmanifestava egli non infruttuosi esser stati li suoi studie gli amici di luitemevano di vedere rinfocolati gli odi appena spenti ove egli salisse altribunatoallorché la buona sua sorteche ad altro tempo gli riserbavaquell'officio tanto rischievolelo fé destinare all'incarico di questore inSardegna sotto il consolo Lucio Aurelio Oresteil quale per sedarvi qualchenuova sommossa dovea recarsi nell'isola. Grato riescì oltre modo a Caiosiffatto incarico; sia perché bellicoso era egli e non meno esercitato nellebisogne della milizia che in quelle del foro; sia perché avendo allora inabborrimento le faccende politiche e la ringhieraben compiaceasi d'un viaggioche liberavalo dalle quotidiane istanze facevanglisi dal popolo per ascendervidi nuovo. E ben augurata fu per Caio non meno che pei provinciali la di luiquestura; ché in Sardegna diede egli prove d'ogni virtùdistinguendosi sopragli altri giovani negli scontri coi nemicinella giustizia verso i soggettinel rispetto verso il consoloed a tutti soprastando nella temperanzanellafrugalità e nell'amore alle fatiche. Correa allora nell'isola un verno assairigido e l'esercito per soprassoma rimaso era brullo di vestimentaondechiedeansi alle città soccorsi di vesti per la soldatesca; locché riescendoduro agl'isolanialcuni personaggi inviarono a Roma che la liberazioneottenessero di tal aggravio. Accolse favorevolmente il senato le loro dimande ecommise ai magistrati dell'isola procacciassero altronde il chiesto corredomail capitano trovavasi impigliato in gravi difficoltà; ché né disubbidire aipadri eragli lecitoné sopperire in altra maniera ai disagi ed istanze deisuoi soldati. Unico riparo agli urgenti mali fu allora il tentar quel mezzo chealtrove già accennai andar a versi più di qualunque altro ai popoli d'indolegenerosa. A Caio Graccoche l'universale stima cattivato s'avea col ministrarebenignamente la sua questurail mandato si diede di provocare spontanee offerteove il comando non più valevae le spontanee offerte giunsero da ogni banda.Tanta fu anzi la dimostrazione di benivoglienza usata dai Sardi verso Caiochei padri temendo non fossero questi preludi di maggior grazia appo il popoloromanoconturbaronsi; e quindi a non molti giorniavendo il re Micipsa speditosuoi legati da Libia a Roma che annunziassero volere il loro reper fare cosaaccetta a C. Graccoinviare al capo della milizia in Sardegna un soccorso difrumentotanto s'accrebbe la costernazione degli animiche obbliando i padril'opportunità del dono ed istizziti pel crescente favore di Caioquelliambasciatori discacciarono dal loro cospetto. Deliberarono pertanto s'inviasseroin Sardegna nuovi soldati in iscambio ed Oreste vi continuasse il suo comando;con la qual provvisioneanche l'assenza e la questura di Caio tacitamenteprolungato avrebbero se in un giovine di minor ardenza fossersi imbattuti. Maegli non sì tosto udito ebbe tali coseche invelenito contro ai padrisalpòdall'isolae comparso fuori d'ogni espettazione nel forocomecché sulle primecacciato dai suoi nemici e dal popolo istessoil quale contrario alle leggiriputava il ritorno d'un questore prima del superiore magistratopure seppe sìfattamente trattar la sua causae far valere la milizia sua di dodici anni e laquestura di durata maggiore dell'annuale dalla legge determinatache voltate asuo pro le opinionisi ritirò dal foro vittorioso.

Ad Aulo Gellio siam debitori d'uno squarcio preziosodell'arringa da Caio pronunziata in tal circostanzae siccome appartiene questoall'amministrazione da lui tenuta della Sardegnagiovane il qui riferirlo perintiero. Comportaimiegli diceanella provincia come all'utilità vostracredevo conferirenon come alla mia ambizione. Non crapule nella mia casanédonzelli azzimati e di graziato aspetto; ma nella libertà stessa del convito ifanciulli vostri maggior modestia appo me serbavano che nei luoghi li piùvenerati. Né alcuno dir potrà che il valsente d'un solo asse abbia io daiprovinciali accettato in donoo che ad alcuno d'essi cagione sia stato deldispendio il più lieveabbenché per due anni con esso loro soggiornassi. Chese sgualdrina giammai profanò le mie soglie o l'altrui giovane schiavo per mestimolato fu al viziosia pur ioche il consentodi tutti gli uomini reputatoil più malvagio e il più tristo. Che cosa direte or voi del mio contegno coifigli vostriquando coi servi stessi sì continente io mi mostrai? Io ben melsoo Quiritiche nel dipartirmi da Romagrave di denaio recavami la cinturache pur vota oggidì ne riporto; e non sempre così fu; ché i precessori mieiin Sardegna veniano colle anfore ripiene di vino e con le medesime traboccantid'argento se ne dipartivano».

Testimonianza è questa quanto più solennetanto piùcredibiledelle virtù di Caio non meno che delle male usanze dei magistratiprovinciali. Minor meraviglia perciò ne farà se dopo questo quadro d'ungiovanetto di sublimi spiritidi sangue generosissimo e di castigati costumiio ad abbozzare mi faccia quello di un magistrato di poca levaturad'un pretorecioè che filosofo era sì benema filosofo epicureo.

Nomavasi egli Tito Albuciocavaliere romanoe pretore funella Sardegna alcuni anni dopo il ritorno di Gracco. Dotto era nella grecalinguaperché giovanetto in Atene dimorato avea ed ivi perfetto ellenista adun tempo e squisito epicureo era diventatotalché più greco che romano oramaidicendosiin Atene alla greca venia salutato dal pretore Scevola chefacetamente in tal modo lo mordeva del suo fastidio delle cose dimestiche.Quest'Albucio adunque tratto essendo a governar la Sardegnadue ricordi ebbe alasciare nell'isolauno di leggierezzal'altro di nequizia. Diretto egli aveaqualche scontro contro alle frotte di ladri che infestavano allora l'isola;seppure con tal odioso nome non volle Cicerone designare quelli sciami dimalcontenti che nell'interior parte della Sardegna inquietavano in ogni tempo idominatori romani. Sì di conto pareva ad Albucio questa fazione che dai padriimplorava si ordinasse per la prosperità delle cose fatte solenne supplicazioneagli Dei; e di ciò non pagoo dubitando che il senatolocché avvennerifiutato avrebbe la richiestala si concedea da sé e nella provincia stessaquasi trionfava. Qual cosa certamente non fugli menata buona dai padrichemotivo maggiore anzi ne trassero a negargli le addimandate preghiere.

Ma più elevata discussione ebbe ad insorgere sulla suapretura. Accusato egli veniva dai Sardi di denaio estorto ed in giudiziopubblico di concussione la querela dei provinciali perorata era da Giulio CesareStraboneil quale con tanta squisitezza e veemenza d'eloquio rincalzò leaccuse dei suoi clientiche Caio Giulio Cesareagnato suonel coltivareposcia la stessa maniera d'eloquenzadi quest'arringa singolarmente sidilettavamolti squarci riportandone nelle sue scritture. E fu mercé forsedell'oratore che il giudizio ebbe il compimento dovutogliben malagevole cosaessendo a quei tempi l'avvalorare colla giustizia sola la causa delle provincieoppresse; quantunque in questa mancata non sia quella maggior ardenza che derivadalla contenzione degli accusatoripresentato essendosi rivale di Cesare GneoPompeogià questore in Sardegna dello stesso Albucio; locché se dispiacque aigiudici che mal soffrivano quest'esempio di violate convenienzegran pesoaggiunse alla querelaassociandole un romano di sì alto conto ed un questore.

Condannato fu pertanto Albucioma la sua buona sorte cosìvolle che dalla condanna gaudio piuttosto che pena in lui ridondasse. Banditovenendo da Romariparò egli ad Ateneove non qual esule egli soggiornò lungapezza; ché l'esilio importa privazione di patriaed egli la sua patria findalla fanciullezza scambiato avea colle sponde del Cefiso; ed ivi perciò mutatocielo e non vezzopassò quietamente i giorni della sua condannafilosofandodice Ciceronee farneticando dich'io; ché filosofia vera non cape nell'animodei malvagi.

Se lecito è nella povertà dei documenti arrischiare alcunaconghietturaio direi che forse ad Albucio più che a Graccood a Catonedaparagonar sia gran parte dei magistrati romani che la Sardegna prima e dopod'essi governarono. A tal uopo valermi non voglio dell'esempio delle altreprovinciené di quello più speciale della Siciliala cui vendetta dureràper ogni secolo nelle ardenti arringhe di Cicerone contro a Verre; altroargomento sembrandomi; possa ricavarsi dalla frequenza stessa delle ribellionisempre spente e sempre riaccese.

Oltre quelle che furono già annotatealtra gravissimainsorse fra li due magistrati di Caio Gracco e di Albucioper cui a MarcoMetello proconsolo furono decretate le trionfali. S'ignorano i ragguagli di talnuovo trionfoma basta che questo sia stato accordato per arguirne la grandezzadella fazione. Ora sì ampie e sì ripetute sommosse a qual altro motivo maipiù giusto si potrebbero riferire che all'inasprimento dei Sardi pel malgoverno dei Romani? Si conceda pur qualcosa all'avversione che naturata era nelcuore di alcuni di quei popolie degli Iliesi particolarmentel'aspra indoledei quali ritenne per lungo tempo delle montagne e delle foresteove menavanlor vita. Ma questi Iliesi sconfortati per tante stragi non potean sì dileggieri levare in capose della speranza non giovavansi di veder accorreresotto i vessilli della rivolta i popoli eziandio che li attorniavano. LaSardegna ai tempi romani non potea più dirsi un mescuglio di popoli vari e diorde selvagge: vedremo altrove che l'isola abbondava di città cospicue e benmuniteche coperta era d'una popolazione numerosa ed agiatache la suaagricolturale sue arti erano in fiore. I popoli arrivati a tal grado dibenessere amano la quietee se la lubrica via della civiltade non permettetalvolta di fermarsi in quel punto mezzano che più confassi agli interessigenerali della societàl'esperienza ne dimostra che negli avvenimenti ordinarii popoli colti anziché retrogradare alla barbarieavanzansi alla mollezza.Come adunque supporre che quelli isolani pressoché due secoli abituati alladominazione romana obbliassero sì facilmente ed il rispetto d'una potentissimametropolie le illusioni d'una pretura nobilitata dalle riputazioni piùeccelse della repubblicae la vanità della partecipazione alle grandi geste diRoma ed il sollievo infine dell'aver comune il loro servaggio col mondo intiero?Gravi paionmi queste considerazioni e tali da poter se non con franchezzaconverosimiglianza almeno asserire che i Romani stessi la principal cagione esserdovettero del malcontento dei loro soggetti. La religione sola ed un dissidioinconciliabile di sociali costumanze innalzar possono un muro di bronzo fra iconquistatori ed i vinti; ed ove quei potenti argini non si frappongonoiltempo tutto adegua e tutto compone.

Né mi si dica che uguale al governo delle altre provincieera quello della Sardegna ed il risultamento diverso; perché non tutti i popolila natura preparò egualmente alla pazienza od all'intolleranza: o se la naturapoco valcinon tutte le nazioni da simili vicende condotte sono all'una odall'altra. La Macedoniala Sirial'Etolial'Istria scambiavano il dominioromano con maniere di governo che a stretta obbedienza le aveano già abituate;la Sicilia nelle migliori sue provincie soggetta era a feroci ed odiatiusurpatori; la Grecia più la Grecia non era degli altri tempi. Ma la Sardegnaprima dei Cartaginesi non avea conosciuto forma alcuna regolare od almenoconcentrata di comandoed il dominio della repubblica di Cartagine tale non erastato da poter rassodare una maniera stabile di governo. Si dimostrarono perciòquelli isolani più indocili degli altri provinciali nell'accollarsi il nuovogiogoil quale saria stato da essi spezzato se in conquistatori meno potentifossersi imbattuti o più sommessamente sopportatose imbattuti si fossero inconquistatori meno sprezzanti.

Maggiori argomenti forse ne somministrerebbe la storia sequesta in tal periodo di tempo non presentasse un gran voto. Nullameno si puòconfortar la mia opinione anche d'uno storico ricordo appartenente a tempi nondiscosti e tratto dalle opere di Dione Cassio. Parla egli delle leggi stanziatecontro al broglio all'epoca in cui la potenza del gran Pompeo essendo vicina alsuo colmogli si affidava il governo della guerra piratica. Lucio Lucullo intale circostanza dopo aver già compiuto il suo ufficio di pretore urbanotratto venia a pretore della provincia sarda; ma rifiutò egli quel carico e congrande perseveranza richiese d'andarne esenteniun altro motivo allegando chequesto: esser soliti coloro che assumono il governo delle provincie ogni cosamettere a soqquadro. Forse non è questa una pruova della di lui costanzad'animoch'eragli pur lecito d'imitare altri modelli; ma lo è almeno o delladi lui buona fedeo del conto in cui tenea le fresche minaccie d'una legge nonad altro diretta che a lasciar aperta la via degli onori agli ottimi. Nuovatestimonianza in ogni caso è del discredito in cui cadute erano presso aiRomani le amministrazioni provinciali. Che sarà stato dunque nelle provincieistessesulle quali gravitavano gli eccessi d'ogni maniera? Ben a ragionepertanto Cicerone nella più grave delle sue scritture recentemente ridonataalla luce diceva: se tale abuso e tale licenza più largamente mai si diffonda el'impero nostro dal diritto alla forza trasportato siatalché coloro i quali aloro posta sonoci sommessi dal solo terrore vengano costrettiquantunque a noiche sì oltre siamo cogli annioramai il tempo sfuggepure io m'inquieto peidiscendenti nostri e per quella immortalità della repubblicache salda potriaserbarsi se i precetti ed i costumi si rispettassero dei nostri maggiori».

 

 

LIBRO QUARTO

 

Dopoché i Romani giunti erano al colmo della dominazionerecando le loro armi vittoriose dappertuttorivolte le aveano in se stessi; edi più illustri fra essipretendendo alle private loro ambizioni o corrucci isimulati nomi d'amor di patriadi libertàdi tutela dei patrizi o dellaplebeammaestravano ogni ora più il popolo a venerare nella repubblicanon larepubblica stessama la parte che ciascheduno vi seguiva; per la qual cosa nongià cittadini si poteano appellare gli antichi Quiriti ma clienti.

Anche nelle provincie erasi dilatato lo stesso spirito diparteed in quelle specialmente le qualisopportanti il giogo a malincuoreofermavano sulle discordie intestine di Roma la speranza di vendicarsi un giornoin libertào vi trovavano l'opportunità almeno di abbassare il più odiatofra i contendenti. Allorché pertanto arsero le feroci gare di Mario e di Sillala Sardegna anch'essa si mostrò vacillante ed incerta cui obbedire; pacatatuttavia ebbe a rimanere la provincia fino a che nel consolato di Caio Mario ilfigliuolosoverchiamente ligio si dichiarò alla di lui parte Quinto Antonioil quale pretore era in quel tempo dell'isola. Suscitata con ciò a maggiorardenza la fazione di Sillaproruppe a far offensione contro al pretoreedassistita da Lucio Filippoche Silla avea spedito nell'isola a tal uopo collaqualità di suo legatoin breve fugò ed uccise Quinto Antoniodimostrandosiin quel momento la più potentecome poscia fu la più fortunata delle dueparti: ed a gran bene della Sardegna dovette tornare tal fazioneche in talmodo andò immune dalle terribili vendette del vincitore.

Dopo la morte del dittatorerifugio fu la Sardegna d'uncittadino illustreil quale ambiva di coglier quel destro per assaggiar novellecose. Marco Emilio Lepido consolo intendea cassare ogni ordinamento di Sillaequello singolarmente delle odiose confiscazionirichiamando alla città iproscritti e restituendo loro i beni tolti. Invano gli si opponeva il pericolod'un'operazione chegiusta nel suo principiominacciava tuttavia nuovi eccidialla repubblica appena quietante; ché caldo egli nel suo disegnoarminell'Etruria ed esercito avea già ragunato e la patria precipitato avrebbe inaltri trambustise Gneo Pompeola cui potenza sorgevanon avesse al primoscontro messo in fuga le di lui truppe. Dichiarato allora Lepido dal senatonemico della repubblicacome forse lo sarebbe stato Pompeo succumbenteriparòin Sardegna; ove tentato avendoma con niun fruttodi restaurare la guerrapoco stante ebbe a morire. Né l'accoramento solo o la disperazione per la malariuscita della sua intrapresa lo trasse ivi a tal finema più pungente cura;perché venutagli in mano una lettera la quale il chiariva delle dissolutezzedella sua consortee conoscendo che negato eragli anche l'asilo delledomestiche consolazionitedio maggiore sentì d'una vita da tutti i latiinfelice.

È da credere che niun commovimento durevole abbia potutodestare la presenza di questo proscrittobenché il legato suo Perpenna siasiadoperato a tutto potereanche dopo la morte di Lepidoa sollevare gl'isolani;eglino infattiallorquando stanchi furono dalle molestie di questo nuovo capodi partecon facilità dispersero il suo esercitoobbligandolo a riparare inIspagnaove prese parte nella guerra di Sertorio. Molta concitazione d'animidovette invece suscitare in Sardegna l'incursioneche alcuni anni dopo seguìdei famosi corsali della Ciliciai quali ardirono non solo di affrontare lapotenzama di mettere all'estrema prova la pazienza di Romacostretta adannoverare fra le sue guerre più importanti la guerra piratica. La temerità diquesti corsali si era manifestata da principio sulle coste di Sicilia; indi aveapreso maggior lena duranti le vicende della guerra mitridaticache altrovechiamava gli sforzi e l'attenzione della repubblica; e giunta era infine alcolmo dell'ardimentoallorché nello scoppiar delle guerre civili i pensieridei Romani a tutt'altro scopo indirizzavansi che ad affrancare la navigazione.Diedersi adunque allora quei corsali a travagliare le città marittime e leisolee la Sardegna fra questedalla quale non meno che dagli altri popolialti clamori innalzavansi contro ai commettitori di così gravi eccessi.

Non dee recar maraviglia che l'audacia di quei corsali perlunga pezza sia stata assecondata da prospera fortuna; ma sibbene che al piùvile dei ladronecci pregio sia potuto derivare dalla buona sortetalché anchecittadini cospicui non arrossissero di inscrivere il loro nome nel ruolo di queimasnadieri marittimi. Ma la natura umana troppo è fiacca contro alle illusionidelle felici riusciteonde stupire non dobbiamo se anche nel rimanentetutt'altra apparenza mostrasse quel navilio che quella d'una associazione diladri. Alberi indorati si vedeano nelle loro navicortine di porpora e remiargentati; canti e suoni e crapule si udivano nei lidi tutti ove posavansi perimporre la legge del riscatto ai personaggi più distinti od alle cittàlequali ascendevano già al novero di quattrocento. A Pompeo il Grande fu commessapertanto l'importante bisogna di riparare a tanto vitupero; ma egli non vollerecarsi nella Ciliciaove alla notizia dei vigorosi di lui apprestamentiritratti eransi molti dei corsalise prima ricondotto non avesse la sicurezzanel mar Tirrenoe nel Libicoed in quello intorno alla SardegnaCorsica eSicilialocché sì felicemente e con tale rapidità eseguìche in quarantasoli giorniessendo egli indefesso ed i suoi luogotenenti prontissimipervennea purgar intieramente di predatori quelle acque.

Grande benefizio apportò egli con ciò alla Sardegnama nonminore a Roma. Di tal servigio prestato alla patria si valeva quindi Ciceroneallorché assecondando la proposizione fatta dal tribuno della plebe LucioManilio onde affidare a Pompeo la continuazione della guerra mitridaticachimaiegli dicevao per intraprender un affare o per conseguire un lucro incosì breve tempo poté recarsi in tanti luoghi e tanto spazio misurare collacelerità con cuiduce Pompeol'impeto della guerra percorse i mari? Abbenchénon fosse ancora il tempo propizio al navigarein Sicilia egli portossivisitò l'Africanella Sardegna quindi passò col suo navilioe in tal manieradi valide guarnigioni e di flotte munì questi tre granai della repubblica».

Qualche anno dopo della guerra piratica tratto fu a pretoredella Sardegna Marco Azio Balbocui toccò la sorte di veder magnificatastraordinariamente la sua amministrazione già da lunga pezza caduta in obblio.È questi quell'Azio Balbo avo materno di Augustoa cui lode vidimo già nellibro primo di questa storia esser stata coniata nell'isola una medaglia. Masiccome non la tarda osservanza dei Sardi al progenitore d'Ottavianoma ilgiudizio precedente dei medesimi sul loro pretore potrebbe solo porgere sinceratestimonianza dell'aggradimento della provinciaperciò nella mancanza dimaggiori notizie sulla di lui amministrazioneapprezzando ionon più di ciòche devouna medaglia coniata sotto l'impero del nipotenon intendo gli siadall'omaggio accresciuto o dall'adulazione scemato qualunque altro giusto vanto.

Non mancò da lì a poco alla Sardegna l'occasione dirimeritar Pompeo della procuratale libertà dei suoi mari. Pompeotrionfatoredi Mitridateottenuto avea l'importante incarico di approvvigionar Roma difrumento. Tanto era grave per un popolo nudrito dalle provincie suddite labisogna dell'annonache ai sommi uomini della repubblica affidavasi l'incettanei momenti di pericoloe le gare erano calde e le vittorie consolanticome sedi provincie da domare o di nazioni soggiogate si disputasse; acri perciòfurono le contenzioni anche in quella circostanza; ma trionfò l'eloquenza diCiceroneil quale di ritorno dall'esiglio acremente perorando contro a Clodiovinse a favor di Pompeo il partito per una commissioneche amplissima qual eraponeva in di lui balia i porti e gli empori e la disposizione delle entrateedin una parola i negozi tutti dei naviganti e degli agricoltori. Inviò eglitosto in molte parti li suoi luogotenenti ed amicima in Siciliain Sardegna enella Libia egli stesso volle recarsi; che anzi fu tanta l'ardenza suanell'intraprendere quel viaggioche levatosi mentr'era per iscioglier dal portoun vento gagliardopel quale intimidivano gli stessi pilotientrato egli ilprimo in naveordinò si salpassedegna lui parola dicendo: esser necessarioch'ei navigassenon esserlo ch'ei vivesse. Bene gli tornò tanta prontezzad'animoperché in breve tempo accolto con favore dalle provincietantaquantità indi ritrasse di granaglieche coperto il mare di navi da trasporto eriempiti di frumento gli emporinon solo provvide in abbondanza ai bisognidell'annona romanama col sopravanzante poté appagare le richieste di altreprovincie afflitte dalla carestia.

Durante tal commessione legato era di Pompeo Quinto TullioCiceroneil quale trasferitosi per ragion di tal suo ufficio in Sardegnarimasevi per qualche tempo soggiornando in Olbia. A questa città perciòl'illustre di lui fratello indirizzava le lettere che in tal circostanza ebbe ascriverglinelle quali un lettore sardo ammirar deve la festività e leaggraziate maniere del direma notare al tempo istesso l'acrimonia d'animo percui egli in questa del pariche in tutte le altre opportunità non seppetenersi dal bezzicare quei troppo odiati provinciali. Quei provinciali nullamenoapprezzarono Quintoche attirar si seppe la loro stimaed il di lui fratelloistesso pubblica menzione fece dell'ottenuto aggradimento dei Sardiallorquandocontro ad essi ebbe a trattare la difesa del pretore Scauro che ora imprendo ariferire.

Due anni dopo la partenza di Quintopretore della Sardegnavenne destinato Marco Scaurofiglio d'altro Marcoche principe era stato delsenato e figliastro di Silla il dittatore. Il nome di questo pretore oscurorimase per più secoli; che noto era solamente per qualche minutissimo frammentod'un'orazione di Cicerone a sua difesa e per la menzione da Plutarco fatta dellastraordinaria fortuna del di lui genitore elevato a sublime grado a dispettodella vile sua schiatta e della più vile sua vita. La diligenza e pazienzadelle odierne investigazioni dei dotti ha in questi anni ravvivato la di luimemoriaridonato avendo alla luce molti importanti squarci della focosa arringadetta da Cicerone a suo proi quali assieme ad altre preziose scritture dellostesso oratore ascosi lunga pezza trovavansi nelle obbliate pagine di antichipalimsesti. In niun incontro forse Tullio scrisse con tanta acerbità contro aiSardi come in quest'arringain cui tutta volle effondere a loro vitupero lafervente sua bile. Ma non perciò imprenderò io ad imitare alcuni degliscrittori miei nazionaliche al menomo cenno di dileggio e talvolta ancora disevera veritànon colla ragione e coll'analisi del filosofo sorressero lestentate loro difesema colle ingiurie del pedante. Qual triste amor di patriaè mai quello che per trasportare nell'animo dei lettori il proprio commovimentonon ha altro mezzo più espediente che l'insulto ai nomi li più venerati? Moltodobbiamoè veroalla terra in cui nascemmoma molto dobbiam anche allaveritàmolto al comune senso degli uominimolto a quei massimi che trattotratto nella successione dei tempi illustrarono l'umano intelletto; lo scrittoreintemperante il quale viola queste leggidee augurarsi solamente lettoristupidi; ché l'uomo di senno scaglierà lungi da sé il volume con indegnazionee condannerallo a perpetuo obblio. Io pertanto colla pacatezza istessa con cuidisposi finora li materiali di questa storiatratterò anche questo nuovoperiodo dell'odio ciceronianonel quale anzi gioverà trattenermiperchéderivando la causa di Scauro dalla pubblica amministrazione da esso tenuta dellaSardegnainnalzasi il racconto ad un interesse maggiore di quello d'un privatocorruccio; ed ove la storia langue per mancanza d'illustrazioni proprievarràalmeno a confortare il lettore il veder nella narrazione lampeggiare il nomed'un gran nemico.

Marco Scauro durante la sua pretura sarda attirato aveasi agiusta ragione l'odio dei suoi provincialimostrandosi poco continente dellecose altrui e molto arrogante nell'esercizio o nell'abuso della sua autorità;nella qual cosa dei paterni costumi molto ritraevacomecché al padre dissimilein quella parte che alquanto potea velare i suoi difetticioè nell'ingegno.Ritornato egli a Roma per brigarvi gli onori del consolatoebbe a sostenere laquerela che i Sardigiunti al sommo della tolleranzaintentato gli aveano perdelitto di concussione. Perorata fu la causa della provincia nel cospetto delpretore Marco Catone da Publio Valerio Triariogiovane oratore di noto ingegnoe di accurato direcoll'assistenza di Lucio MarioMarco Pacuvio e Quinto suofratellodi famiglia Claudiaai quali conceduto fu per rincalzare la quereladi potersi trasferire in Sardegna onde ragunarvi maggiori informazioni. Ma nonstimarono essi di allontanarsi da Romal'ottima fra le ragioni allegando:soprastare cioè i comizi consolari; Scauro col danaio istesso estorto aiprovinciali aver il miglior mezzo di brogliare; al padre suo egual cosa esseravvenutache alla carica contesa ebbe a salire prima del giudizio; non doversipertanto sopportare di nuovo che abilità fosse fatta a Scauro di travagliarealtre provincieprima che di quella recentemente dismessa avesse reso ragione.

Scauro ogni sua fiducia riponeva nella dignità del nomepaterno e nella protezione di Pompeodella quale lusingavasi; ma paventavaoltre modo l'austero sopracciglio e la virtù incorrotta di Catonesuo giudice;ogni mezzo perciò adoperò per avvalorare la sua difesascegliendo a trattarlagli oratori ch'erano più in vocee fra gli altri CiceroneMessala edOrtensioe mescolando alle loro arringhe la sua voce supplichevolee lelagrime e la menzione della sua prodiga edilità. Né questo bastò; ché pervoltare maggiormente a suo favore la compassione popolareFausto Silladi luifratello uterinoessendo rimasti i suoi servi malconci in un fortuito incontroslanciossi dalla lettiga querelandosi che a tanto ridotto era dai competitori diScauroda dover oramai gire scortato da numerosa frotta di difensori armati.

Questo stesso artifizio e calore di difesa sarebbe statosufficiente ad aggravare i sospetti contro all'accusato; ma si aggiunse adatterrarlo maggiormente una circostanza notevole. Era lecito al reo di chiamarein giudizio cento e venti testimoni a suo pro; e l'accusatore di ciò valendosieccitavalo con mordente provocazione a nominarne altrettantili quali non giàencomiare la sua amministrazionema solo dir potessero niuna cosa esser statadal pretore loro estorta. Una condizione in apparenza sì benigna rifiutata fuda Scauroche ben egli sapeaquanto ai suoi mali fatti l'indegnazionecorrispondesse degli isolani. Né senza gloria per essi è questa ricusazione;poiché con ciò Scauro stesso il miglior argomento ne porge contro al suodifensoreche chiamar volle in questa causa lieve e di niun conto meritevole latestimonianza d'una nazione nella quale tuttavia il cliente suo disperava neltempo medesimo di poter corrompere centoventi persone. Vaglia adunque controall'ingiuria dell'oratore il timore del suo cliente; e se ciò non bastavagliacontro all'oratore trasportato dalla foga del suo ingegno e dal bisogno diavvalorar la sua causa con ogni mezzol'oratore istessoche nella pacatezzadelle private comunicazioni agli amici palesa la genuina sua opinione. Eccocom'egli ne scriveva ad Attico: se mai Scauro non verrà annoverato fra iconsoliio ben prevedo che male sia per tornargli questo giudizio». Questaamichevole confidenza contrappongasi alla simulata fiducia della pubblicadifesaed il lettore assennato giudicherà se di torto debba accagionarsi laprovincia che si querelava.

Grave commovimento destava in Roma la veemenza che d'ambe leparti caratterizzava l'accusa e la difesa di Scauro. Doppio misfatto gli siopponeva: l'uccisione del sardo Bostarecittadino di Norache fuggivadall'isola nel giungervi un pretore a lui molestoed il depredamento dellaprovincia. Per la prima imputazione aiutavansi gli accusatori dellatestimonianza del sardo Ari; per la seconda degli universali clamori dei testiaccorsi alla metropoli a sostenere la causa. Arte singolare mostrò pertantoCicerone nel fronteggiare tante difficoltàe felice fual dir di Quintilianoil mezzo ch'egli scelse di rivolgere contro alla madre dell'ucciso Bostarel'accusazione dell'omicidio; mentreché per distrigarsi dall'unanime quereladella provincia sull'amministrazione iniqua del suo clientedell'unico appiccogiovavasi di affievolire le testimonianze screditando la nazione.

Non è d'uopo di qui discendere al minuto ragguaglio d'ognicosa; ché la natura della presente opera nol comporta. Dirò solo che aCicerone agevolò i mezzi di accagionare della morte di Bostare la propriamadrela presenza di questa donna in Roma ed il precipitato suo matrimonio colteste del delitto; al qualeper la connessione degli avvenimentiopportunamente imputavasi altro nefando misfattol'uccisione cioè dellavecchia sua consorteche spenta in quel tempo stesso si diceva per credutosuicidio. E forse non a torto in questa parte della difesa Ciceronerivoltoalla madre dell'interfettodruda dissoluta la chiamava e madre malvagiavincolata già d'infame nodo a colui che la consorte sua vecchiarda ed opulentané sopportare per la deformità poteané accommiattare a cagion della dote.

Non così dirò dell'altra parte più importante delladifesa. Cicerone profondendo in questa a larga copia le ingiurievollespecialmente trarle dalla leggierezza da lui attribuita alla nazionela qualecom'egli supponedalla sola licenza di mentire derivò sempre ogni differenzafra la libertà e la schiavitù». Potrei qui notare che ben in altro modo iSardi fecero conoscere ai pretori e consoli romani che cosa eglino intendesseroper libertà e per ischiavitù; potrei rammentare altresì quanto lo stessoScauro abbia diffidato di trovare in quella nazione incapace di credito pochimenzogneri; potrei anche dire che i Sardi in ciò forse ingannaronsiche noniscelsero per patrono della causa contro al loro pretore quell'istesso che aperorar ebbe la causa simile dei Siciliani; poiché non sarebbe allora statoimprobabile il veder l'amministrazione di Scauro condannata a perpetua infamiaal pari della pretura di Verre. Ma fino a quando non fatti produconsima soleoratorie declamazionie declamazioni d'un uomo che sommo qual era in ogni suoconcetto o di lode o di contumelianon avea certamente il pensiero diacconciarsi le parole in bocca acciò moderatamente pugnesseroio dirò apreferenza dover i Sardi li primi desiderare che di siffatte scritture piùabbondante messe ragunisi dagli eruditi; ché nell'animo dei saggi l'onta dellenon meritate ingiurie non pareggia a lunga pezza l'utilità si ricava dalconoscere più estesamente la patria storiache vota e smembrata oggidìritrovasi per difetto di ricordi.

Rimane adesso a riferire l'esito del giudizio. Scauro erastato secondo la consuetudine di quei tempi lodato da vari distinti personaggie fra gli altri dal giovanetto Faustoil quale al momento del sentenziare alleginocchia dei giudici precipitandosimentre l'istesso facea Scauro collepersone a lui più affettecommosse l'animo di tutti gli astanti. Onde tra perla commozione e per la debolezza dei giudici la causa della provincia cederdovette alle brighe dell'accusato. Ventidue senatoriventitré cavalieri eventicinque tribuni dell'erario sentenziaronodei quali soli quattro senatori equattro delle altre classi dannarono Scauro. Quale costernazione abbia dovutoprodurre in Sardegna questo risultamento d'un'inquisizione sì clamorosa e contanta unanimità provocataè cosa facile il giudicarne; ma non passò lungapezza che pretori e provinciali a più alte cose dovettero dirizzare le lorosollecitudinia scerre cioè quel partito che o più giustoo più proficuoparer potea nelle cose della repubblica oramai inclinanti ad un generalerivoltamento.

L'autorità di Pompeo nei negozi civili della repubblicamolto s'era accresciuta del servigio prestatoleprovvedendo alla scarsitàdell'annona. Ma la potenza militare di Giulio Cesare elevavasi ogni giornomaggiormente colle di lui glorie. Gare palesi non esistevano ancoramarivalità coperte da mutue condescendenze e speranze future d'abbattere l'unl'altro. Al favore di Cesare lo stesso Pompeo perciò inchinavasiallorquandoquel capitanodopo aver già vinti i popoli li più feroci del Belgiosvernando nelle terre intorno al Potanto codazzo traea dietro a sé disalutanti accorsi da tutti gli angoli della repubblica a fargli onoranzache inuna sola volta ben centoventi littori coi fasci e più di dugento senatori sividero ragunati. Venne anche fra gli altri grandi di Roma Appio Claudiopretoredestinato per la Sardegna; e forse alle conferenze seco lui tenute dovuto ful'aver quell'isola senza titubanza parteggiato poscia per Cesare nel caloredella guerra civile.

Tuttavia non come altre provincie ricevette la Sardegna inquel tempo tacitamente la legge del più fortunatoma mostrò apertamente qualpartito le andasse più a grado. Pompeo sciolto avea da Brindisie Cesarevalutando colla sua altissima perspicacia meno la di lui fuga che l'abbandonofattogli dei destini dell'Italiasi studiava d'afforzarsi nelle provinciedell'Occidentesicuro di debellare più prontamente il suo rivale allorchéfosse libero dal timore di lasciar dietro a sé qualche nemico. Intese eglipertanto a guadagnare l'animo dei Sardi; ché importantissimo gli riesciva ilfavore di quella provincia pei soccorsi che ne attendeva e per quelli dei qualivolea privare l'esercito di Pompeo. Inviò perciò in Sardegna Marco Valeriosuo legatocon una legione. Governata era allora la Sardegna da Marco Cotta; manon fu d'uopo che i due capitani contendessero fra loro il possesso dell'isolaperché i Cagliaritani preso da per sé il lor partitoseppero appena ildisegno di Valerio di recarsi alla loro voltache a Cotta dichiararono avesse alasciar voto il seggio al rappresentante di Cesare. Cotta intimidito e sapendoconsentire oramai palesemente ai Cagliaritani l'isola tuttaabbandonò conprecipitata fuga il comandoche senza ostacolo alcuno occupato fu da Valerio alprimo suo giungere nella provincia. Allorquando poi Cesare creato dittatore equindi consoloalle provincie tutte destinò a suo volere i novelli governantiValerio ebbe lo scambio con Sesto Peduceio.

Cicerone nel mentre ansioso e dubbiante non per la giustiziama per la fortuna del suo partitopoiché com'egli stesso spiegavasiavea bencui fuggirema non cui rifuggirealla conservazione della Sardegna rivolgevaanch'egli le sue sollecitudinima invano. Voglia il cieloegli scriveaall'amico suo Atticoche Cotta tenga per noi la Sardegnacome ne corre voce.Oh! se ciò fossequal vitupero per Catone». Ma Cotta era stato abbandonatodalla Sardegnacome la Sicilia da Catoneil quale in questo crescenterivoltamento della sortedicea perciò esser ben oscura la condotta divinasePompeo che nelle cause poco giuste stato era sempre invittonella causa dellapatria tanto sinistra avea la sorte.

Cesare istessovolendo parer moderatoallorquandoapprossimavansi le cose ad una decisiva fazionerappresentava fra gli altridisastri che doveano consigliare la pace a Pompeola perdita da lui fatta dellaSardegna; onde a Lucio Vibullio Rufoche prefetto nell'armata nemica ed amicodi Cesareatto era più ch'altri a trattar quelle difficili condizioniimpostofu di rivolgere anche a tal circostanza l'attenzione del suo capitano. Al tempomedesimo nel consiglio di Pompeo il racquisto della Sardegna ponevasi inbilancia da coloro i quali credendo vantaggioso alla loro parte un ritornoaffrettato in Italiapensavano che cansato nella Tessaglia l'incontro diCesaresarebbe più agevolein di lui assenzariconquistare la loro anticaterra e con esso trar dietro alla sommessione fra le altre provincie occidentalieziandio la Sardegna.

Ma Pompeo strascinato era dal suo destino a risoluzionidiverseonde le sorti della Sardegna decise furono nella campagna di Farsaglia.Non perciò l'isola quietava; ché in breve tempo le reliquie dell'esercitosconfitto ingrossando di nuovominacciavano ai Sardi la vendetta dellaspontanea loro sommessione a Cesare. Catone e Scipione ridotti si erano inAfricaed unito quivi il consiglio ed accozzate le forze con Varo e col reGiubanon solo aveano sottomessa quella provincia che poco amica era stata perl'avanti a Cesarema la Sicilia e la Sardegna infestavano anche con il lornaviliodepredando nei porti le navi e traendo da ambe le isole quantitàgrande d'armi e di ferroche di ciò più che del buon animo di combattereabbisognavano. Cesare quindi costretto si trovò a prender parte nella guerraafricanaed abbandonando affrettatamente gli ozi voluttuosi dell'Egitto e lebisogne civili di Romaintese a preservare dall'imminente pericolocolleprovincie che per lui parteggiavanola propria fortuna. Sollecito pertanto diraffermarle nell'ubbidienzainviò nella Sardegna messaggi con sue letterechiedendo a quei provinciali spedissero in suo soccorso nell'Africa milizieausiliarienavi da carico e vettovaglie; ma giunsero questi sussidi in Africaalquanto ritardati; ché la stagione propizia non era alla navigazione e senzagrave rischio tentar non si potea la fortuna del mare.

Ogni cosa alla fine andò a seconda al vincitore diFarsagliail qualedebellato avendo le reliquie dell'esercito pompeianotuttala terra ebbe sottomessa al suo comandofuorché l'indomabile animo di Catone.Pensò allora Cesare a passar egli stesso dall'Africa in Sardegna. Né in Romaocculto era questo suo disegnocomecché varia ne corresse la voce; cosìscriveane in tal tempo Ciceroneche le vittorie di Cesare abbonacciato aveanonella sua ardenza republicanama non nella sua avversione dai Sardi; mordealiinfatti anche allora nelle sue lettere famigliaried a Marco Terenzio Varroneamico suoin tal modo parlavane: dubitano alcuni che Cesare a noi sia pervenire trapassando in Sardegnapoiché quel suo podere non ancora visitò:invero niun altro ne possiede più cattivoma non perciò egli lo spregia». Inqual punto io non saprei dire se Cicerone abbia inteso d'abbassare maggiormentela Sardegna oppure la stessa Romauna delle più importanti provincie dellarepubblica chiamando podere di un cittadino.

Cesare frattantoabbandonata l'Africadopo tre giorni ditragitto approdava colla sua flotta a Cagliari. Ivi amico mostravasi agliabitantiriconoscendoli delle date testimonianze di segnalata devozione. Noncosì fu dei Solcitani. Eglino al tempo che Cesare nel calore della guerracivile tentava l'espugnazione di Marsigliaaccolto aveano col suo navilio LucioNasidiospedito da Pompeo per recar soccorso ai Marsigliesi; e perché nonpotesse dubitarsi che spontanei calati erano a tanta condiscendenzaanche disoccorso gli erano stati liberalifornendo la flotta di viveri. Vendettadunquee vendetta grande ne prese il vincitore imponendo a quella città unamulta di centomila sesterziordinando che a vece delle usitate decime difrumentol'ottava parte dei ricolti vi si riscuotesseed il patrimonio diparecchie persone mettendo all'incanto. Ciò fattodopo alquanti giorni difermataCesare dipartissi da Cagliaried avendo per qualche tempo mareggiato eriparato essendosi a cagione del vento in vari porti dell'isolagiunseprosperamente a Roma.

La sua fortuna dové quivi esser seguita da que' Sardi chepiù gli erano affettifra i quali uno dei più ligi a luie dei più amatifu Tigelliodegno forse di passare alla posterità per le sue brillantiqualità di spiritoe passatovi in grazia anche alle acerbe invettive diCicerone ed alla faceta menzione fattane da Oraziodopoché Tigellio meritatoebbe al pari della benivoglienza di Cesare quella pure di Ottaviano.

Era questo Tigellio un liberto d'Ermogene al pari di Fameasuo zioe perciò ne ritenea il nome. Feconda vena egli avea di poeticoingegnoed invitato cantava con subita inspirazione; onde fu esso nella casa diCesare e nella corte d'Augusto ciò che nei tempi di mezzo furono i trovatoriciò che ai giorni nostri sono in Italia gli improvvisatori. Bizzarra eratuttavia oltre ogni credere la sua condiscendenzacome stravagante ogni suamaniera di vivere. Ecco la pittura festevole che ne fece Orazio nel libro primodelle sue satire: Una pecca è questa di tutti i cantorichepregati neicrocchiostininsi a non cantarenon più si arrestinose cantano spontanei.Tal era il sardo Tigellio. Augustoche potea ben comandarglise scongiuratol'avesse per l'amistà del padreper la suainvano il faceva: qualora ilticchio gli saltavaViva Baccos'udia egli gridare dall'ovo alle meleetrarre senza posa dal tetracordo suoni or gravi or acuti. Uomo per veritàsingolare. Più volte correva a furia qual chi avesse alle spalle il nemicoaltre fiate lento moveasiquasi recasse le ceste di Giunone. Spesso aveadugento servispesso soli dieci. Talvolta con grandiloquenza imprendeva acelebrare re e tetrarchitalvolta temperato cantava: M'abbia io un desco a trepiediun salin puro e una togache quantunque grossolanavaglia a riscaldarminel verno. Dato avessi millanta a quest'uomo sì pago del pocoin cinque giorniil borsellino era voto. Vegghiava le notti intiere fino all'albeggiarerussavapoi tutto il giorno. Non trovossi mai uomo più cangiante». Era già mortoTigellio allorché così scriveva Orazioil quale in altro luogomordendo lariputazione di questo cantorene descrive come per lo di lui trapasso corrucciomostrassero sgualdrineprofumierimariuolipitocchimime e genie siffattealle quali egli era largo di soccorso». Ma se anche dalla bocca del nemico sipuò talvolta raccogliere la lodefacile fia il giudicare a chi voglia inqueste dipinture sceverare dall'esagerazione della satira la veritàsu cuis'innalza che Tigellio uomo era di versatile ma vivo ingegnod'incostante maschietto caratteredi bizzarra ma benigna natura. Né meno si richiedevaperché quelli stessi suoi difetti condonati venissero non soloma obbliatiintieramente nella confidenza di cui costantemente godette presso due personaggidi tanta sublimità e di perspicacia non inferiore.

Con questo Tigellio adunquee con Famea suo zioebbeCicerone a contendere pochi mesi appena scorsi dal ritorno in Roma di Cesare. ACicerone erasi accomandato Famea per lo patrocinio d'una sua causae Ciceronel'aveva accettata per farglicom'egli stesso spiegasicosa grata; ché deisuoi più famigliari era Famea. Ma essendosi designato per questa causa e perl'altra di Publio Sestiocliente parimenti di Ciceroneil giorno stessodichiarò egli non poter posporre agli interessi di Famea quelli di Sestio edisposto essere a prestare la sua opera in qualunque altro giorno. Non è daincolparsi l'oratore se dovendo scegliere fra Sestio e Fameaa quello siasiattenutoche a lui doveva il massimo degli obblighi fin da quando impiegatosiSestio a tutta possaessendo tribuno della plebea provocare il di luirichiamo dall'esigliocon tanta veemenza e contenzione cozzò con Clodioched'uopo fu venisse poscia da Cicerone e da Ortensio difeso dall'intentatagliaccusa di violenza. Nullameno non deve biasimarsi Famea se trovandosiabbandonato dal valente suo patrocinatore nel momento pericoloso in cui ilgiudizio soprastavaebbe coi suoi amici a lagnarsi di tal contrattempo. Amicointimo e mediatore di Famea presso Cicerone era Marco Fabiouomoal dir dellostesso Tullioottimodottissimoda lui oltremodo amato per l'ingegno sommola somma dottrina e la singolare modestiae che particolarmente s'avea attiratotale stima allorquandocompagno di Ciceroneproconsole della Ciliciasolevain Laodicea assisterlo non nella spedizione dei pubblici negozi (ché di rado lasocietà nel ministrar le cose di stato ingenera amistà)ma nel trattar lecontroversie le qualiper quanto Cicerone stesso scriveane ad un amico suodifrequente egli allora agitava con gli sbevazzanti suoi famigliari epicurei».Con questo Fabio pertanto Cicerone credette suo debito di scolparsidell'abbandono della causa di Fameae l'istesso pur fece con Attico; ma contale acrimonia scriveva egli al tempo stesso e con tale titubanzache ben siconosce quanto pugnassero nell'animo suo lo spregio d'un provincialee d'unprovinciale sardoed il rammarico d'aver provocato il malcontento d'un amico diCesare. Perlocché se la storia non è diretta solamente a confortar lo spiritoumano della narrazione delle grandi gestema ad ammaestrarlo anche col mostrarele debolezze degli uomini grandinon infruttuoso fia di considerare a questopunto l'esitanza di Cicerone appetto a quei due Sardigiudicandola colle stessesue parole.

Non dissimulo in questo luogo a me stesso quanto per lanatura degli avvenimenti che compongono gran parte di questa istorialanarrazione sia digradata e mancante di quella dignità che o dalle solepubbliche cose derivao dall'esaltazione almeno delle private passioni. Anzitalmente io riconobbi fin dal principio questo grand'ostacoloche lunga pezzarimasi dubbiante se dovessi o no produrre dinanzi al pubblico una scrittura alcui intrinseco difetto io abile non era a sopperire colle grazie dello stile. Maebbi a confortarmi nel pensare che i miei nazionali non inutile del tutto allaloro istruzione reputerieno questa mia fatica; locché se appo gli stranieri nonmi fia lecito sperarenon perciò incontrerò la taccia di profanatore dellastorica gravità; ché ad ogni qualunque nazione lecito è il compilare i patriiricordia nissuna l'affazzonarli a suo grado. Per la qual cosa se alle grandile piccole intraprese ed ai sommi gl'infimi scrittori permesso fosse diparagonareardirei di qui riportare a mio rinfrancamento ciò che Tacito di sestesso scriveva: minute e poco memorevoli vegg'io che parranno le più dellecose che ho detto e diròma non sia chi agguagli queste nostre storie alleantiche Gli scrittori di quelle narravano guerre grossecittà sforzaterepresi e sconfittie dentro discordie di consoli con tribunileggi ai terreni efrumentizuffe della plebe coi grandilarghissimi campi. Il nostro èristretto e scarso di lode».

Ritorno adunque al propositodesumendo dalle stesseespressioni di Cicerone quanto valer può a far conoscere la di lui disposizioned'animo verso quei due Sardi. Scrivea egli nel seguente modo a Fabiodandogliconto della discordia insorta con Tigellio: un taleCepione io credosolevadire: non per tutti io dormo. Ed anch'io cosìnon per tutti m'induco aservire. Benché qual è mai questa mia servitù? Allorquando noi nel fastigioeravamo della potenzanon mai da alcuno fummo tanto venerati come lo siamooggidì da tutti li famigliarissimi di Cesareeccettuato costui. Ma io ciòripongo fra i miei vantaggiil non sopportare un uomo più pestilente dellapatria sua». Con tal ardenza scriveva egli a Fabioe forse così doveascrivere; ché essendo comune a Fabiomediatore di Fameail dispiacere aquesto arrecatoCicerone tentar potea seco lui il mezzo che talvolta vale adattutare i deboli avversariquello cioè di dispettare quando il luogo sarebbedi condiscendere. Ma diverso si ravvisa il linguaggio che egli al tempo medesimotenea con Atticoal quale convien porre maggior attenzione perché Atticol'amico era del suo cuore ed il confidente dei suoi intimi pensieri. Dimmiegliscriveagliqual cosa di Tigellio. Fabio mi disse avermi egli intentatoun'iniqua accusa dell'aver io abbandonato la causa di Famea che accettata ioavevocomecché a malincuorecontro ai fanciulli figli di Gneo Pompeoperchégrato a Famea volea mostrarmiil qualese ben ti rammentinella petizione delconsolato per mezzo tuo la sua cooperazione mi esibì Non mi travagliaituttaviae l'ira ingiusta d'uno straniero pensai non dover da me curarsi. AFabio narrai un tutto ma egli ne fece un affar suoe mi disse non poter inverità rinunciare al sospetto concepito sul mio conto. Ti prego adunqueabbiad indagare che cosa ne sia di quel nostro; di me non curarti punto: m'accomodadaddovvero l'odiar qualcuno volonterosamente». Questa persona che nostra chiamaCicerone in tal luogoil figliuolo era di Quinto suo fratelloa riguardo delquale troppo premeva a Cicerone il conoscere se il rancore di Tigellio nuocerpotesse alla di lui sorte nascente; onde raccomandava all'amico d'investigarecosa quel liberto ne pensasse. Più ondeggiante si mostrava poco dopo Ciceronecollo stesso Atticomaravigliandosi che nissuna cosa si fosse conchiusa conTigellio: ad ogni costo desio saperlodiceva egliquantunque un'acca nonm'importi». Li quali due sentimenti quanto sian conciliabiliognun lo vede. Senon che Cicerone istesso si manifestò più aperto allorché significando adAttico l'imminente arrivo del figliuolo di Quintoincalzavalo a conciliargliTigellioa farlo senza riservaed a dissipare l'ansietà d'animo che perciòsentiva.

Bastanti sono questi cenni di famigliare confidenza a scemarelo sfregio di cui Cicerone notar volea quei due suoi nemicii quali non personevolgari al certo eranose l'obbligavano quasi suo malgrado a mostrar pentimentodell'occasione da lui data alla nimistà; come non lo poteano esserese ai duepiù grandi moderatori della repubblica piacquero; e se anche prima di ottenereil favor lorouno di essi tal era da poterquantunque straniero e libertoesser utile a quell'oratore nella petizione del consolato. Locché mi conduce ariflettere alle cause per le quali tanta si è la povertà dei nomi illustri intali tempiche d'uopo n'è confortar la storia della menzione di due liberti.

Queste cause io ripongo nella depressione stessa sotto allaquale gemevano quei provincialie che altrove dissi esser stata origine delloro costante malcontentocome qui la reputo motivo vero della loro oscurità.Qual generoso pensiero potea mai rampollare nella mente di quegli isolanioquale frutto aspettarsi dall'uomo che distinguer si volesse dal comune? IRomanii qualicome altrove si vedràallora solamente accordarono inSardegna la romana cittadinanza quando il pregio n'era già menomato ed ilgiovamento svanitotutto nel tempo della repubblica occupavanoe gli onori cheincitano i maggiori ingegnied i vantaggi che allettano i minori. Essicomandavano alle armatesedeano nei tribunaliarbitri eran di tutto e tuttoper se stessi ministravano. Unico sfogo all'attività dei provinciali poteaessere e fu l'agricolturae questa non tanto era mezzo di accrescer ricchezzecome di scemar povertà; ché alle gravezze eccessive corrisponder era d'uopocon istraordinaria diligenza. In tale stato di cose la via che presentavasi lapiù acconcia ad innalzarsi quella era che a prima giunta parrebbe la piùscoraggiantela schiavitù. Il provinciale strascinato per le vicende dellaguerra alla metropolio a lungo andare deponeva egli stesso l'odio antico e leantiche abituatezzeo di rado le trasfondea nella figliuolanza. Lo schiavo natonella servitù se per buona sorte veniva destinato agli uffici urbani edistruito in quelle liberali discipline che in quei tempi abbandonavansi allostudio degli schiavisentiva stimolo maggiore a procacciarsi la libertà colmeritarlaed ogni cosa perciò tentava onde coltivare la benivoglienza deipadroni generosi o sorprendere la debolezza dei milensi. Dalle file deglischiavi si videro per tal motivo sorgere e nei tempi dei quali parloed inquelli dell'imperouomini tali che o coll'ingegnoo coll'ardireo collafortunaal massimo grado salirono di favore. E ciò basti perché la storiainquesta parte che contiene la menzione onorata di due liberti sardi non abbia adapparire ad alcuno o stravagante o dimessa.

A più grande importanza debbon ora innalzarla le vicendedella romana repubblica dopo il breve dominio ed il tristo fato di Cesare. Leprovincieche dopo la dittatura di questo gran capitano passarono dalladominazione di Roma alla podestà d'un soloattendeanoseguita la di luimorteil risultamento delle gare nate fra il di lui eredeil di lui amico ed idi lui uccisori. La Sardegna al pari delle altre dovette esser agitata fino aquando il celebre e sanguinoso triumvirato di OttavianoLepido ed Antoniodando una qualche speranza se non di pacealmeno di posamentopermise aciascuna di conoscere a qual padrone dovesse sottostare. Era infatti appenaconchiusa quella esecranda transazioneche seppe la Sardegna esserle toccato insorte di obbedire a Cesare Ottavianoal quale assieme all'Africaalla Siciliaed alle altre isole di quel mare era stata ceduta.

Inquieta nullameno fu per Ottaviano quella possessionecheposcia consolidarsi dovea nelle di lui mani con quella di tutto l'impero. SestoPompeofiglio superstite di Pompeo il Magnoinfestava già da qualche tempocol suo navilio le coste tutte marittimeed occupata la Siciliaanche allaSardegna estendeva le sue scorrerieonde Ottaviano nissun profitto ricavava dauna provincia che in tal modo venivagli disputatamentreché dalle altre largacopia traeva di danaio per sostentar la sua parte. Accrebbe l'ardire e lesperanze di Pompeo l'esortazione di occupare quell'isola fattagli da Antonioduranti le nuove dissensioni insorte fra lui e Cesare. Spedì egli allora a taluopo Menodoro con potente flotta e con quattro legionie queste sia per laforza preponderantesia perché l'unione di Sesto con Antonio potea farpresagire in quel momento un rivoltamento di sorte per Ottavianoottenneroagevolmente che le due legionile quali a di lui nome custodivano la provinciasi mescolassero coi novelli invasori.

Fu tuttavia di poca durata la contenzione di quei due rivalicome lo fu poscia la pace. Rinnovata l'antica divisione delle provincienuovafacilità si offerì a Cesare di ripigliare in Sardegna il potere toltogli daPompeoe per mezzo di Elenosuo libertone ottenne un'altra volta ilpossesso. Ma Sestoirritato non meno per la mancatagli fede d'Antonio che perla provincia presaglialla riconquista dell'isola con nuovo ardore e con forzemaggiori intendeva. Inviò pertanto dalla Sicilia lo stesso Menodorolibertosuo e pirata in quei tempi di gran famaacciò infestasse le coste nemiche contutto il suo potere. Menodoro recossi in Sardegnaove Marco Lurio prefettocomandava a nome di Cesare. Infelice fu lo scontro primo del duce pompeiano conLuriodal quale fu posto agevolmente in fuga; ma l'inconsideratezza delprefettoil quale permise all'esercito d'inseguire con troppo ardore ifuggiaschioccasione propizia somministrò a Menodoro di riaccozzar le suesquadre e di fronteggiare di nuovo con pieno vantaggio un nemico troppoconfidente e sbrancato. Onde in breve l'isola tutta parte recossi in mano perspontanea resaparte colla forza espugnò. Animo previdente delle future sortimostrava intanto Menodoroe governandosi coll'avvedutezza d'un vecchio piratacui la buona fortuna importava più che la fedepreparavasi una propiziaentratura nelle grazie di Ottavianorilasciando senza riscatto molti deiprigionieri in tal fazione caduti in sua podestàe fra gli altri Elenoistessoricuperatore dell'isola a nome di Ottaviano ed a lui sommamente caro.

Frattanto in Roma gravi turbolenze si destavano per lanovella perdita fatta della Sardegna. Il popoloal qualein tantoprecipitamento di pubbliche variate vicendeunico interesse era rimasto quellodell'annonatravagliato era dal terribile prevedimento della fame. Giungevanoognidì novelle più tristi: le spiaggie tutte esser mal difese contro alnavilio di Pompeo; i trasporti del frumento impedirsi per lungo tempo; grandimali soprastare. Furiosi perciò i cittadini non più si tennero dal tumultuaree quelli stessi che poco prima aveano dimostrato tanta esultanza per lapacificazione di Cesare con Antoniochiedevano da essi ferocemente pacetrattassero con Pompeola Sardegna riconducessero all'antica obbedienza dellarepubblicanei pubblici ritrovinegli spettacoli stessi con alti schiamazzigridando: pace. E ciò non giovando ad ammansare l'animo di Cesarea SestoPompeo voltavano tutto il favor della plebela quale nei giuochi equestri sidiede ad onorare con applausi la statua di Nettunodella cui protezione dopo lefelici sue geste navali Pompeo si gloriava. L'ira della plebe infine giunse atantoche non contenta di trar sassi contro ad Ottaviano ed Antonioondecacciarli dal foroe di atterrare le loro statuea impeto corse addosso alleloro personeminacciando l'ultimo eccidio; nel qual trambusto Cesare ridottoallo stremodopo aver veduto cadere feriti intorno a sé alcuni dei suoi servicolla veste lacera si presentò al popoloriscattando la vita sua e quella diAntonio colla promessa di una pronta trattativa di pace.

Convennero a tal uopo nel capo Miseno CesareAntonio e SestoPompeo. Anche a questo suggerita veniva la pace dai suoi duci. Il solo Menodorone lo dissuadeva e scriveagli dalla Sardegna calde lettereesortandolo: nonspregiasse il bel destro gli si offriva di abbassare i suoi rivali; imminenteesser in Roma il pericolo della fame; stesse saldo colla sua parte; combattessecon audacia o temporeggiasseche meglio erafino a che i commovimenti popolariscoppiassero con più furore. Ma Pompeo lasciatosi strascinare o dalla propriapersuasione o dalle mene dei suoi nemici a diverse risoluzionicalò seco loroagli accordi. Una delle condizioni della pace si fu: per un quinquennio a Pompeosi concedesse il comando della Sardegnapurché né alcun fuggitivo egli vipotesse accoglierené altro navilio vi costruisse. In oltre l'obbligo impostogli fu di tutelarla colla sua flotta e d'inviare nella metropoli una determinataquantità di frumento.

La letizia del popolo romano per tal accordo corrispose alprecedente inasprimento degli animi per la guerrama non poté esser durevole;ché in quel rimescolamento di tante ambizioni non era permesso l'aspettare unostato di cose tranquillo fino a quando spenti non fossero i rivali menofortunati. Causa delle rinnovate dissensioni fu quello stesso Menodoro che aveaconquistato la Sardegna e che la governava allorale veci sostenendovi dipretore. Egli era venuto in sospetto a Pompeodappoiché col rilascio generosodi Eleno mostrato avea di voler agevolarsi con Ottaviano qualche appicco diconciliazione. Chiamato poscia da Pompeo onde rendergli ragione del frumento edel denaio riscosso in Sardegnasprezzò il comandoed avendo ucciso imessaggieri che lo recavanospedì affrettatamente ad Ottaviano chi lo rendesseavvisato del come aveva egli stanziato di rimettere in sua balia l'isolailnavilio e l'esercito. Ottavianodel quale potrebbe dirsi a ragione che allorasolamente cessò d'esser malvagioquando non ebbe più bisogno di nuovimisfattinon esitò punto nell'accettare il partito offertogli da un traditoreed accolse benignamente Menodorofacendogli distinto onore e fregiandolo diauree anella e della dignità equestre. Ebbe nullameno in brieve tempo adesperimentare qual fiducia si debba riporre in un mancatore di fede; poichéincerta essendosi dichiarata la sorte nella battaglia navale poscia combattutafra Menecrategenerale di Pompeoe Calvisio Sabinosotto il quale Menodoromilitavaquantunque i grandiosi apprestamenti fatti da Cesare per rinnovar lapugna con miglior esito dovessero presagire alle parti di Pompeo esser imminentel'estremo degli scontri; pure o per illusione di false speranzeo perché agliuomini di fede labile ogni cosa è men dura che la costanza nella fededi nuovopassò sotto ai vessilli dell'antico suo signore.

Non appartiene a questa storia il narrare le vicende dellacampagna navale decisiva che seguìe come Agrippa vi si ricoperse di gloria ecome mal augurosa sia stata la sorte di Sesto Pompeoil qualespento il lumedella nave pretoriagittati nelle onde gli anellifuggì occultamentetuttoal dir di Floropaventando salvo il sopravvivere. Dirò solo che questa fazioneassicurò a Cesare il dominio della Sardegna e fece obbliare il modo con cuiebbe ad ottenerlo. Tanto anzi si mostrò egli pago di tal sicurezzache fugatoappena Sesto Pompeosi dispose a trapassare in persona nella Sardegna; ma ne fuimpedito dalla violenza delle tempeste che in quel tempo agitarono per lungapezza il mare. Nell'ultima perciò delle guerre civili di quell'etàallorquando i due rivali superstiti combatterono l'uno per lo dominio del mondoe l'altro per lo dominio del mondo e per la vezzosa regina dell'EgittolaSardegna assieme all'ItaliaSiciliaGalliaSpagnaAfrica ed all'Illiricoparteggiò per Cesare e soccorse le di lui armate: onde la battaglia d'Azio nontanto servì a confermare quelli isolani nell'obbedienza di Ottavianoquanto adassicurarli che non mutando signoria non avrebbero a sopportare alcuna vendetta.

Cominciò allora pel mondo romano un ordine novello di cose.La storia di Roma non è più dopo il felice impero d'Ottaviano la storia diSallustio o di Liviodoveper la varietà ed importanza delle vicende anche ilnome delle provincie si trova mescolato di frequente coi fasti dei dominatori.La storia non ebbe per lo più a raccontare che passioni feroci o laideturpitudini; e se talvolta si poté confortare della menzione di qualche virtùl'influenza benigna di rado si sentiva nelle provincie; onde quelle fra essechecome la Sardegnateatro non furono d'alcuna guerraaltro ricordo nonlasciarono di loro alla metropoli che la monotona relazione dei presidi olegati: quiete e tributi.

Scarsa perciò si è per la storia sarda la materia dellanarrazione nei primi secoli dell'impero. Passata era la Sardegna fino dai primianni del dominio d'Ottaviano nel novero di quelle provincie che quell'astutoimperatore avea rilasciato al governo del senato. Ritenuto avea egli sotto ilsuo reggimento quelle provincie nelle quali manifestavasi qualche pericoloo diesser invase dai nemicio di esser turbate da intestine discordie; e con ciòsimulava di riserbare a sé la parte più travagliosa della repubblicamentrein realtà agognava solamente disarmare il senato e tenere in sua mano il frenodelle milizie che necessarie erano a distornare ogni timore dalle provincie mensicure. Avendo pertanto ceduto la Sardegna alla podestà del senatodiede conciò Ottaviano a divedere che tranquillo riposava sulla fedeltà e sommessioned'una provincia la quale non mai s'era mostrata così obbediente comeallorquando incerto era cui obbedire.

Invece però di pubbliche sommosseebbe la Sardegna asofferire sotto il governo di Ottaviano scorrerie di ribaldi che turbarono piùvolte la sicurezza pubblica; onde per alquanti anni non prefetti estratti dalruolo de' senatori mandati furono a reggerlama soldati e capitani abili asalvarla da quell'intestino flagello.

Il solo ricordo che negli Annali di Tacito ragguardantiall'impero di Tiberio riferiscasi alla Sardegnasi è il senatusconsulto colquale vennero proscritti da Roma i seguaci delle superstizioni egizie e dellareligione giudaica. Quattromila di questidice lo storicod'ancor verde etàin Sardegna furono trasportati coll'incarico di frenarvi i ladronecci; e se perl'inclemenza dell'aere vi avessero a perirepoco danno».

Altro grandissimo avvenimento ebbe luogo regnando quelloscaltrito e feroce imperatoreed il mondo intiero ebbe in breve ad accorgersiche il cielo dischiuso aveva i suoi splendori per illuminare l'infelice schiattadegli uomini ed insegnar loro che la virtù ha uno scopo degno di lei. Ma troppoè grave e sublime quest'argomento perché in quella parte che alla Sardegnaappartieneio possa mescolarlo agli altri racconti di questa storianellaquale a suo luogo verrà da me separatamente trattato con quella diligenza chepotrò maggiore.

Seguendo frattanto l'analisi delle notizie ulterioririmasteci intorno a quei tempimi tocca di riferire come lo stesso storicofaccia pur menzione della condanna seguita nell'impero di Nerone d'un VipsanioLenapreside della Sardegnaper aver con soverchia avarizia governato laprovincia. Nel qual giudizio maraviglia alcuna non dee destare il reatomasibbene la condanna; ché in quei tempi disastrosi i tesori dell'avaro trovavanofacile la viaper cui discendeva ai privati quell'impunitàche a dispetto ditutti li maggiori interessi umanicuoprì per qualche tempo quell'insanodominatore del mondo.

Altra volta ebbe pur egli a rammentarsi di quella suaprovinciaallorquando volendo accingersi a rincalzar le prove del calunniosoadulterio di Ottavia sua consorteonde togliere dagli occhi di Poppea questarispettabile matronascelse per istromento della nuova trama Anicetogiàministro dell'uccisione di sua madre Agrippina e da quel tempo caduto prima indisgraziaposcia in odio; ché l'aspetto dei ministri delle propriescelleragginicome a questo luogo dice Tacitoè per sé solo un parlanterimprovero. Chiamatolo dunque a ségli promise ove obbedissefra gli altripremiameno ritiro. Egli che già rotto era al mal fareassecondò pienamentele brame del suo signore ed ebbe quindi per di lui comando confino in Sardegnaove non povero ebbe a morire. A dir il vero però io non saprei se in talcircostanza Nerone promettesse da senno un ameno ritiro a chi confinar dovea inun'isola poco dai Romani pregiata per quel riguardoo se per un raffinamento dimalvagità volesse egli dare ad un gastigo l'apparenza d'un favore.

Egual confino ebbe anche qualche tempo dopo in Sardegnamasenza simulazione alcunaCaio Cassioil cui delitto si era l'avere fra leimmagini dei suoi maggiori quella dell'interfettore di Cesare col titolo Capo diparte. E fra i delitti di quel temponon è questo uno di quelli che ingeneranomaggior stupore; poiché ove vediamo infamata col nome e colla pena del delittola virtù istessanon deve punto recar sorpresa il veder punita l'imprudenza.

Dopo la morte di Neronene racconta ancora Tacito comeduranti le gare di Ottone con Vitelliola fama delle vittorie dal primoriportate nella provincia narbonese gli procacciò la sommessione dellaSardegnala quale non si lasciò aggirare dall'esempio della vicina Corsicaove la temerità di Decimo Pacario procuratore poco mancò non ponesse asoqquadro tutta l'isola per l'inutile soccorso voluto prestare a Vitellio.

Mancata la scorta delle storie di Tacitomaggior è ancoranei tempi posteriori la scarsità dei monumenti. Gl'isolati ricordi cheriportati furono dagli scrittori della storia sarda si riducono alla questuraesercitata in Sardegna da Settimio Severoche meritò poscia gli onori dellasuprema podestà; al governo di Razio Costante durante l'impero dello stessoSettimio; ed alla notiziala quale si può ricavare dagli atti di vari martiridel nome di alcuni altri governanti inviati nell'isola sotto gl'imperi diAntonino Pioe di Diocleziano e Massimiano.

A questo punto gli storici delle cose sarde chiudendo lanarrazione degli avvenimenti politici e civili dell'isolala trasportano odalle vicende religiose od alle prime invasioni dei barbari. Nondimeno con unapiù diligente ricerca si può riempire in parte questo gran voto. Merita inprimo luogo d'esser riferita la diversa sorte che correndo il secondo secolodell'imperosi crede per taluno abbia la Sardegna avuto nella sua descrizionefra le provincie romane. Se si deve stare all'opinione spiegata dall'autoredella storia civile del regno di Napolichiamato a disaminare le vicende similidelle provincie delle quali scriveafino dal tempo di Adriano incominciò laSardegna a venir annoverata fra le provincie italiane; avendo quest'imperatoreabbandonato il sistema tenuto nell'età precedenti sia in quanto alla divisionedell'Italiache non più in regionima in provincie ebbe a ripartiresia inquanto all'indipendenza delle isole dall'amministrazione della stessa Italia.Tuttavia non avendo io nella vita di quell'imperatore scritta da Sparziano onelle storie di Appiano Alessandrino citate dall'autoreincontrato alcun lumeche vaglia a rischiarare questa sua opinionelascio che questo tratto di storiaitaliana venga da altri con minor indecisione risolto; ed invece m'atterrò adun tempo posterioresul quale non può muoversi dubbio alcunoquello cioè delnuovo stabilimento dato alle provincie tutte dell'impero da Costantino Magno.

Volendo questo perspicace imperatore ridurre a meno il poteredel prefetto del pretorio tanto infesto ai suoi predecessoritutto il mondoromano divise in quattro prefetturee queste ripartendo in diocesila Sardegnasottopose al prefetto pretorio dell'Italianella cui prima diocesi era compresafra le provincie chiamate presidiali. Il Codice Teodosiano chiara prova nesomministra di questa disposizione dell'imperatore e del sistema serbato daisuoi successori; e perciò ne gioverà riferire le disposizioni contenutevipoiché ad un tempo ciò servirà a ragunare alcune notizie appartenenti allastoria dell'isola.

La più antica disposizione di Costantino è quella cheragguarda il così detto corso pubblico della Sardegnae si trova indirizzata aCostanzioche prefetto pretorio credesi fosse in quel tempo dell'Italia.Comanda in questa l'imperatore venga sottoposta a gastigo qualunque personarecandosi da un luogo all'altro dell'isolainvece di prevalersi dei buoi chenegli alloggiamenti di fermata si trovavano lungo le pubbliche strade destinatial servigio dei viaggiatoria tal uopo distolga quelli che applicati fossero ailavori della campagna. Da questa legge si ricava che anche alla Sardegna erastato esteso il sistema delle pubbliche posteche Augusto introdotto aveanell'impero e che poscia da Traiano o da Adriano venne perfezionato conraccomandarsi alle cure degli amministratori del fisco un servizioil quale perlo avanti gravitava intieramente sui provincialiobbligati a fornire sul campoi viaggiatori di quanto era necessario al vettureggiare. Né al solo trainoridotto era nella Sardegna tale servizioma si estendeva anche allecavalcature; locché apertamente può dimostrarsi colla disposizione chel'imperatore Giuliano ebbe a dare per reprimere gli abusi invalsivi. Chiamavansiin quel tempo col nome di veredi i cavalli destinati a correr le poste nelle vieregiee col nome di paraveredi quelli assegnati all'istesso servizio nelle viemeno frequentatecome angaria si diceva quello che si otteneva col traino.Considerò pertanto Giuliano: esser grave la cooperazione dei provinciali sardiai primi servigi; niun vantaggio loro ridondarneriducendosi le loro ordinariebisogne al trasporto delle derrate ai porti dell'isolaper lo quale sufficientericonosceasi lo stabilimento pubblico dei traini; esser la Sardegna posta fuoridella via militare romana e perciò da niuna ragion di stato venir comandatoquel carico. Stanziò quindi si abolisse quel servigio e dovessero gli officialidella provinciasempreché il bisogno dell'amministrazione li chiamasse aqualche diverso punto dell'isolaviaggiarvi con i propri mezzi. Al tempo stessovalutando l'imperatore tutta l'importanza del determinato cambiamento dei traininei luoghi di posadiede speciali ordinamenti a Mamertinoprefettodell'Italiaacciò nei siti più acconci quelli si disponessero.

A Costantino Magno appartengono altre due leggi dello stessocodice che alla Sardegna hanno riguardo. La prima contiene una nuovadisposizione penaleordinandovisi che i Sardi rei di misfatti non gravi sicondannino alla pena dei lavori pubbliciche in Roma si sopportavano permacinar le biade: a qual uopo si prescrive rendasi ad ognuno nota tal punizioneed al prefetto dell'annona di Roma vengano poscia rimessi coloro chev'incappassero. Con questa legge anche la serie dei governanti dell'isolaacquista un novello nomevedendosi la medesima indirizzata a Festopresidedella Sardegna.

La seconda legge di Costantino è d'un interesse moltoelevato ed appartiene a quel tempo in cui spiegava egli già pubblicamente lasua protezione al culto cristiano. Questa legge che ad Elpidio fu diretta acciòvenisse promulgata in Cagliariconferma le disposizioni già date perl'osservanza del riposo festivo e dichiara inoltre non esser state comprese neldivieto quelle opere che hanno natura di votivequali erano gli atti civilidell'emancipazione dei figliuoli e dell'accordar la libertà agli schiavi. Segiusta è la conghiettura del Gotofredonon della sola conferma del riposofestivo la Sardegna ebbe ad avere la prima comunicazionema alla Sardegna fupur indirizzata la più antica legge di cui s'abbia memoria su tal oggettoquella cioè ch'è registrata nel codice di Giustiniano e nella quale si ordinacessino nel giorno del sole gli atti giudiziari e l'esercizio delle artimeccanichenon già le opere campestri che suscettive non siano di dilazione.

Più leggi si trovano inoltre nel codice summentovatodallequali apparisce che Costantino aveva assoggettato la Sardegna assieme allaSicilia ed alla Corsica ad un razionale che si nominava delle tre provincieedal quale era commessa la cura e governo dei fondi patrimoniali esistenti nelleisole istesse. Una di tali legginella quale si vieta che occorrendoseparazione di beniseparazione facciasi degli schiavi uniti fra loro coivincoli della naturae l'altra disposizione con cui si permette ai debitori delfisco il pagamento dei debiti a diverse ratemeritano onorata ricordanza;perché la prima è una riparazione all'umanità calpestata e la seconda unarepressione delle avanie dei pubblici percettori.

Lo stesso sistema d'umanità diresse la disposizione cheCostantefiglio di quell'imperatore (al quale nella divisione delle provinciedell'impero col suo fratello Costanzo era stata ceduta l'Italia)ebbe a dare alpreside della Sardegnaallorché proibendogli d'inveire contro a queiprovinciali per causa di qualche privato debitoabolì in tali casi non solo ilsupplizio delle percossema la custodia stessa del carcere. Dalla qual leggeanche un novello preside dell'isola viene a conoscersichiamato BibulenioRestituto. Confermata poi si scorge sotto l'impero di Costante la dipendenza delpreside sardo dal prefetto pretorio dell'Italiapoiché a Tauroche esercivatal caricascrisse l'imperatore stesso dovesse egli ricevere le appellazioniche interponevansi dal preside della Sardegna: con la qual misura l'anticagiurisprudenza fu rivocata che al prefetto della città di Roma riserbava similigiudizi.

Succeduta dopo la morte di Giuliano e l'infelice dominazionedi Gioviano la finale divisione degl'imperi fra Valentiniano e Valentenon puòrimaner dubbio che all'impero d'Occidentedal primo di questi due fratelli asé riserbatoabbia appartenuto la Sardegnaesistendo in Ammiano Marcellino ilricordo d'un atto di sevizie da Valentiniano esercitato nell'isoladel qualenel libro seguente cadrà più in acconcio il ragionare; come più accomodataalla materia dello stesso libro è la menzione che vi farò delle due leggidello stesso Valentiniano ragguardanti alle miniere sardela prima delle qualisi vede indirizzataa conferma del vigente sistema di dipendenza della Sardegnadall'Italiaal prefetto pretorio di questa provincia. Si può in luogo diqueste disposizioni riferire qui un'altra legge del medesimo imperatoresia ingrazia della dichiarazione contenutavi del non doversi dare ascolto alleimputazioni dei rei contro ai loro accusatori senza aver prima giustificato laloro innocenzasia perché può spiccarsene il nome d'un altro preside sardofinora incognito e chiamato Laodicio.

Nissuna tuttavia delle citate leggi merita la considerazionedegli uomini di stato e la riconoscenza dei popoli al pari di quella che sonoper riferire di Teodosio il Grande. Era stato rapportato a questo virtuosoimperatore che Natalegià governatore della Sardegnaogni cosa aveavi posto asoqquadrovessando quei provinciali con immoderate estorsioni. Scrisse eglipertanto in tal forma a Matronianoil quale preside e duce della Sardegna eranello stesso tempo: affinché la pena d'uno vaglia a tener molti a frenocomandiamo Natalegià duce della Sardegnaricondotto venga sotto severacustodia nella provincia da lui spogliataacciò non solamente di quanto i dilui dimesticiservienti e ministri ricevetteroma di ciò ch'egli stesso aiprovinciali nostri rapìrendaquantunque non volenteil quadruplo». Unordinamento così savio e giusto illustrar potrebbe qualunque età in cui lascienza del governo politico sia stata più in fiore. Poiché qual tornava proalle provincie dai giudizinon diròcorrotti (che tanti pur se ne contano)ma solamente meno severi? Quello appunto che tornò all'Africa spogliata daMario Priscoche Giovenale ne dipinge sbevazzante nel suo comodo esigliodall'ora ottava del giornoe men sollecito dei numi irritati e della perdutafama che pago del serbato danaiomentreché la provincia vittoriosa invano ingiudizio piangeva».

Da questa legge trae il dotto commentatore Gotofredo unargomento di natura diversae pensa che appartenendo la medesima a Teodosioilqual era imperatore del solo Orientefra le provincie dell'Oriente per qualchestraordinaria circostanza siasi allora voluta comprendere la Sardegnaquantunque la sua geografica posizione e le precedute più conformi divisionidelle provincie dovessero richiedere una diversa dipendenza. Checché ne sia diciònon poté tale cambiamento esser di lunga duratae sotto l'istessoTeodosio annoverata fu la Sardegna di nuovo non solo nelle regioni occidentalidell'imperoma fra le provincie italiane; ché di ciò un documento notevole siserba nel così detto indice delle provincie romane compilatoper quantoopinano gli eruditinell'età di quell'imperatoree contenente la descrizionedell'isola di Sardegna e delle altre due isole di Sicilia e Corsica fra leprovincie italiane delle due Rezie e delle Alpi Graie.

A compimento di queste notizie isolatemi manca solo di darcenno dei nomi di alcuni altri presidi della Sardegna che per la prima voltaposti furono in luce da un dotto scrittore nazionale vivente in due suescritture degne di encomiodelle quali altra volta occorrerà far menzione.Sono questi: Surrio Destropreside dell'isola sotto l'impero di Vespasiano eristoratore della pubblica via che prendeva incominciamento dalla colonia diTorres; Lucio Ragonioproconsole della provinciail cui governo od eracontemporaneo o posteriore di poco all'impero di Commodo; Publio Vibio MarianoLucio Balbio Aurelio e Quinto Cosconio Frontonei quali col titolo di presidigovernarono la Sardegna in epoca incerta; Marco Calpurnio Celianoil qualegovernò sotto l'impero di Emiliano e restaurò la gran via centrale dell'isola;Marco Elio Vitalepreside della Sardegna durante il governo dell'imperatoreCaro; Settimio Ianuarioche preside ne fu imperando Licinio; e Marco UlpioVittoreil quale preside ad un tempo era dell'isola e procuratore di Cesaresotto l'impero di Costanzoo di Giulianoed il cui nome si perpetuò in graziadella ristorazione da lui ordinata del tempio dedicato nella colonia di Torrealla Fortuna e dell'annessavi basilica e tribunale.

Ed ecco che col mezzo di tali ricordi meno discosta si trovala narrazione da quelle infelici vicende che dopo l'impero di Valentiniano terzotravagliarono la Sardegnae che argomento saranno d'uno dei seguenti libri.Frattanto siccome non per altro motivo tacciono le storie nel periodo di tempotrascorso dal principio dell'impero all'invasione dei barbariche per essersucceduta in Sardegna alla irrequieta bramosia di scuotere il giogo delladominazione romanala pacifica tolleranza del governo e dei governanti di Romanon fia perciò inopportuno che io imprenda a scrivere di quanto a quellamaniera di governoalla podestà dei suoi rappresentanti ed all'influenza diquel dominio nell'isola può aver alcun riguardo. La materia meno è splendentema di maggior importanza della già trattata; poiché mentre lo studio delleguerresche vicende delle nazioni pasce la sola curiositàod al solo scopotende di prevenire o scemare le disgrazie dell'umanitàla conoscenza invecedell'interno reggimento degli antichi popoli ammaestra coloro ai quali il benedegli uomini sta in sul cuore. Così dato ne fosse invece dell'incarico dirapportare novellibenché non clamorosi disastriil poter compensare condipinture aggradevoli di pubblica prosperità il voto istorico di questi secoli!Che felici pur sono quei popoli ai quali non per altra ragione manca l'onordella storiase non perché le calamità illustri scambiarono con unatranquilla oscurità.

 

 

LIBRO QUINTO

 

Allorquando i Romani colla forza o col terrore delle loroarmi soggiogato aveano qualche regioneprima loro sollecitudine si era disottoporla a quella maniera d'amministrazione che più acconcia pareva loro aguarentire il vantaggio e la perpetuità della fatta conquista. Appena i padririceveano dal capo dell'esercito vittorioso le lettere annunziatrici delprospero successoconsigliavano fra loro quali leggi convenisse imporre aidebellatie come colla generosità del trattamento giovar potesse di allettarele nazioni arrendevolio punir con durezza le resistentio frenare con cautelaquelle d'ambiguo contegno. Messo il partitoil senato stesso ammoniva ilgenerale delle prese deliberazioni ed alcuni senatori spedivagli col titolo dilegaticol parere dei quali dovea egli a tutto ciò che ai nuovi sudditiappartenesse far provvisione; locché seguitoegli ai vinti facea conoscere lenovelle leggi loro datepromulgandole in pubblico parlamentoed abbandonavaquindi il comando ai nuovi governanti. E quando le leggi tali erano che lanazione fosse spogliata dei suoi antichi statuti e dei suoi magistratiedovesse invece sottostare agli ordinamenti ed ai rappresentanti dellarepubblicachiamavasi ciò ridurla a forma di provincia.

Quest'ultima è la sorte che toccò alla Sardegna dopo che iconsoli Tito Manlio TorquatoCarvilioPomponioEmilio e Publicio talivittorie riportaronviche parve ai Romani assicurato solidamente col drittodella guerra quel vacillante dominio dell'isolache aveano ottenuto collacessione impostane ai Cartaginesi. Cessata dunque da quel momento l'osservanzadi qualunque altro ordinamento derivato dai tempi antichi od introdottovi daiCartaginesise ne spense coll'andar del tempo anche la memoria; perlocchéconsiderata la scarsità delle notiziemi astenni dal ragionare in talproposito della dominazione dei Cartaginesi; come per l'istessa ragione dellapovertà e per la maggiore dell'oscurità de' monumenti tralasciai di dar cennodelle maniere di governo più antichequantunque gli scrittori nazionali abbianvoluto illustrare col diadema dei monarchi tutti li più o meno celebri capi diquelle schiere di ventura che nei tempi eroici approdarono nell'isola.

Ebbe pertanto da quel tempo la Sardegna a venerare come leggisueoltre ai primi ordinamenti che i generali conquistatori vi lasciavanoanche le stabili disposizioni che la repubblica più volte fermava perl'amministrazione delle provinciee quelle instabilissime che lecito era aciascun pretore di stanziare per lo governo della propria. Ciceroneil qualeamministrò con autorità proconsolare la Ciliciane fa conoscere come l'edittoche norma esser dovea del di lui reggimentofu da esso composto in Roma primadella sua partenzae come per istradaabboccatosi egli coi pubblicani dellasua provinciaalcune cose vi aggiunse appartenenti al loro interesse e che eglitrasse per intiero dall'editto di Appio Pulcrosuo precessore in quel comando.Non a tutti era dato il poter colla perspicacia e filosofia di Ciceronecompilare una legge; non tutti poteano da lontano e prima d'assumere il comandoconoscere i bisogni della provincia; o se questi erano cogniti allorchél'editto si scrivevala varietà istessa e mobilità delle disposizionidipendenti dall'arbitrio d'ogni novello pretore erano già il più grande deimali; ché duro dovea riescire ai provinciali l'obbligo di consultare in ciascunanno per la tutela de' propri dritti le nuove tavole. A ciò aggiungasi lafrequente discrepanza fra le deliberazioni pretorie e quelle leggi del senatoche il governo riguardavano delle provincie. Lo stesso Cicerone un esempio nesomministrariferendo all'amico suo Attico le vicende di una lite di usurenella quale d'uopo gli era porre d'accordo tre cose poco conciliabilil'edittosuo pretorioun senatusconsulto dei consoli Lentulo e Filippo e la leggeGabinia. Laondese oggidì eziandio quei popoli che travagliati sono dalla moleconfusa della legislazioneabbenché questa derivi da una sola autoritàpurevanno soggetti a tanta incertezza nel riconoscere ed a tanto dispendio nelguarentire i dritti civiliè da credere che maggiore sia stata l'infelicitàdelle provincie sotto una giurisprudenza così cangiantee ciò che più portaapplicata dal pretore istessoil quale legislatore e giudice al medesimo tempotuttavolta che avesse il volerepossedeva anche i mezzi di manomettere ogniistituzione non conforme alla sua volontà.

A tanta dubbiezza ed incostanza di legislazione giammai nonsi provvide in modo ampio e stabile durante il governo della repubblicalaqualenon che por mente alla necessità delle provincienon più avea dopo lapromulgazione delle tavole decemvirali curato di sottoporre a norme invariabilii giudizi dei pretori stessi di Roma. I più saggi fra gl'imperatori s'avvideroche d'uopo era riparare ai molti inconvenienti d'una legislazione siffatta; eperciò dopo che Adriano pubblicato ebbe quel famoso suo ordinamento daigiurisperiti conosciuto col nome di editto perpetuo del pretoreanche un edittoprovinciale perpetuo videsi promulgato; dopo il quale se l'arbitrio restò aciascun pretore di contorcere od obbliare la leggenon gli rimase almeno quellodi farla. Finalmente allorquando Antonino Caracalla non per alcuna elevata ogenerosa massima di statoma per le ragioni fiscali che in appresso verranno inluogo più acconcio riferiteai provinciali tutti estese l'onore della romanacittadinanzaanche le leggi romane comunicate furono alle provinciele qualinon riconobbero più giurisprudenza diversa da quella dei loro dominatori.

La sorte della Sardegna non fuper quanto spetta allalegislazione impostaledissimile punto a quella delle altre provincie; eperciò dovette dipendere la medesima per più secoli prima dal buon volere equindi dal buon giudizio dei suoi pretori. Eguale fu del pari alla condizionedelle altre provincie quella della Sardegna in ciò che ragguarda la qualitànumero e potere de' suoi amministratori.

Il più onorato e potente di questi era il preside. Duranteil governo della repubblica i presidi della Sardegna ebbero per l'ordinario laqualificazione di pretorie con questo nome vidimo perciò sempre chiamati daTito Livio e dagli storici di quei tempi li governatori dell'isola. Solo nelleoccorrenze di maggior pericolo diversamente provvedevano i Romanii quali tantoperfettamente intendevano in quel tempo l'influenza de' nomi sulle cosequantol'obbliarono posciaalloraquando si lasciarono sopravvivere alle cose spentedella repubblica i nomi illusorii della medesima. Decretavano essi nei casi diguerra grossao di commovimento importante dei popoliai consoli sicommettesse la bisogna di ricondurre le provincie all'ordinein qual occasionele provincie stesse consolari nomavansi; come frequenti esempi già s'ebbero perla Sardegna nelle campagne di Tito Manlio Torquatodi Tiberio Sempronio Graccoe di molti altri consoli.

Dal pretore della Sardegna dipendeva in tal tempo la vicinaisola di Corsicala cui amministrazione rimase ancora unita dopo che Augustostabilito ebbe quella celebre sua divisione delle provinciedella qualenell'altro libro si trattò. Strabone infattiscrittore di quell'etànel fareil novero delle provincie del senatoch'egli chiama pretorie perché personaggipretorii vi si destinavanola Sardegna colla Corsica enumera nel terzo luogopreponendola alla provincia di Sicilia.

Quella divisione non poté sul principio produrre nellaSardegna cambiamento alcuno d'amministrazione. Augusto avea ordinato che igovernanti delle provincie pacifiche del senato avessero un nome indicantepacifiche incumbenzee proconsoli per tal ragione fé chiamare i presidi ditali regioni. Quelle invece che a sé riserbato avea al comando assoggettò dipropretoriaffinché la missione dei suoi luogotenenti nelle provincie nonquiete maggiormente ritraesse dagli antichi pretoriai quali per l'ordinario siaffidava in addietro il governo delle cose guerresche. La Sardegna essendo statasottoposta alla direzione del senatofra le provincie proconsolari fu perciòannoverata ed i presidi suoi di tal titolo dovettero far uso. Non conoscendosituttavia dagli storici nazionali alcun monumento che facesse menzione di qualcheproconsole della Sardegnatolsero eglino dalla qualificazione di presidi datatalora ai governanti dell'isola nei primi secoli dell'imperoargomento acredere che fin da quei tempiper qualche incognita mutazione di sistemapresidi si chiamassero i magistrati primari della provincia. Ma con molto lumedi ragioni venne quest'opinione recentemente combattuta da un distinto letteratosardoil quale imprese a dimostrare che non prima dell'impero di CostantinoMagnosotto il qualecome vidimo nel libro precedentela Sardegna dichiaratafu dipendere dal prefetto pretorio dell'Italiaebbe nell'isola principio ilcomando dei presidenti. Né io esito punto ad abbracciare una sentenzaconfortata dell'autorità d'un monumento irrefragabileche Lucio Ragonio nemostrapoco tempo dopo l'impero di Commodofregiato del titolo di proconsolodella Sardegna. Per la qual cosaove per lo innanzi con qualche titubanza sipotea considerare la qualificazione di preside talvolta data al governatoredell'isolasi deve oramai dopo tale chiarimento affermare con sicurezza chequalunque diversa denominazione non era già diretta a denotare un titolospeziale di dignitàma solo ad indicare quella superiore autoritàper cui abuon dritto con generale appellazione i proconsolial pari dei propretoripresidi dicevansi delle provincie loro. Di tale generica appellazione io stessoprevarrommiora che imprendo a riferire le notizie più importanti che a questaprimaria magistratura hanno riguardo.

Solevano i novelli presidi dopo aver offerto nel Campidoglioi loro voti per la prosperità della repubblicatrasferirsi al governo delleloro provincie con solenne pompauscendo dalla metropoli vestiti delpaludamentopreceduti dai littori e con un corteo numeroso d'amici e diclienti. Prima loro cura si era di rendere avvisato il preside cui succedevanoacciò abboccandosi ambipotessero sullo stato delle cose di quanto occorrevaconsigliarsi; locché seguitodovea fra trenta giorni il vecchio al novellogovernante ceder il luogo.

Preziose a questo proposito sono le memorie che si possonoricavare dalle istruzioni che il giureconsulto Ulpiano compilato avea peiproconsoli. Egli li ammonisce: prima di porre il piede nella provinciarendanoavvisati con pubblico bando i provinciali del loro arrivo; ai medesimicoll'istesso editto si accomandino; menzione vi facciano delle privatedimestichezze o negozi seco loro avuti nei tempi addietro; li preghino a nonvoler in pubblico o privatamente fare al novello magistrato straordinariaonoranzamovendosi ad incontrarlo. Ciò fattoesorta Ulpiano i proconsoli adentrare nella provincia per quella parte ove i precessori costumarono dipassareed a por mente che non si trasandino le antiche consuetudini delvisitare alcune città prima delle altreperché i provincialidic'egligranconto tengono di queste prerogative.

Si avea la mira con questi suggerimenti di cattivare labenivoglienza dei provinciali; i seguenti di maggior importanza indirizzati sonoa conciliar la loro gratitudine. Inculca Ulpiano ai proconsoli: non abbiano perragione degli alloggiamenti ad aggravare la provincia; prescrive loro qualinorme debbano seguire nell'affidare ai legati la giurisdizione ch'eserciscono;raccomanda la pazienza nell'ascoltare gli avvocatil'attenzione nel darli ancheai non chiedentil'ordine nello spedir le causeaffinché abbia ciascuna ilsuo tornol'osservanza delle feriela cura dei sagri edifizila visita deipubblici monumenti ed il pensiero delle pronte restaurazioni.

Gl'invita pure a recarsi nella provincia senzal'accompagnatura delle moglio se a tanto non s'induconoloro rammenta essersidai padri sotto il consolato di Cotta e di Messala stanziato dover dei malifatti delle femmine render ragione e portar la pena i consorti. Questoche aitempi d'Ulpiano si dava solamente per consigliomentre la repubblica era infiore fu precetto di stato. E chiunque brami conoscere con quanto splendored'eloquenza siasiregnante Tiberiofatto tentativo nel senato di richiamarel'antica severità in tal propositoesagerando le maggiori licenze nella pace ele maggiori paure nella guerra che l'impanio delle femmine seco trae; e conquanta finezza ed anche verità sia stata quella sentenza felicementecombattutae dimostrato siasi alla melensaggine dei mariti doversi per lo piùimputare ogni donnesca fralezza o rigiroed a tempi diversi diverse massimeconfarsinon ha che a leggere le preziose arringhe da Tacito riportateo perdir meglioda lui compilate; ché a tratti caratteristici lampeggia nellemedesime quell'ingegno suo robustoquel suo dire saettantee quello sguardoacuto col quale a scrutar fassi in ogni sua narrazione i più reconditipensamenti dei malvagi.

Se vietato erao non consigliato ai presidi delle provinciel'accompagnamento delle mogliloro era dato invece codazzo di numerosiofficialiche all'amministrazione della provincia od al servigio del presidevenivano destinati. Annoveravansi fra i primi i legati della provinciaitribuni dei soldatii centurionii prefettii decurionigli assistenti alleopere militaried alla tenuta dei contigli scrivanigli aiutanti deicomandanti della miliziai banditorii littorigl'interpretii corrierigliaruspici; fra i secondii servienti della camera ed i medicied inoltre unaquantità numerosa di donzelliche tenea quotidiana compagnia al governante eche corte pretoria e quasi pretoria detta era. Né invano io nominai questocopioso seguito di aiutantio salutantiché in appresso si vedrà non esserstato senza aggravio per le provincie questo onorevole corteggio dei loropresidi.

Per ora siccome considerato abbiamo alcuni saggi avvertimentidati ai reggitori delle provinciecosì ne gioverà il rammentarne un altro chemolto declina dall'antico rigorese non dei fatti (che purtroppo furonosconci)delle massime almeno republicane. Istruire volea lo stesso Ulpiano ilnovello proconsole del come avesse da governarsi nell'accettare i presentiofferti dai provincialie consiglialo né affatto si temperi del riceverenéla moderazione sopravvanzi nell'accettareacciò né avido sia per comparirené dispettoso. A qual uopo egli adduce un rescritto degli imperatori Severo edAntoninoche concepito era in tal guisa: in quanto ai presenti si appartieneascolta ciò che pensiamo. Antico proverbio si è: né tuttoné da tuttinésempre; ché inumanità sarebbe rifiutare ciascheduno; ad ogni istanteaccogliereviltà; di nissun oggetto far sceveramentoavarizia. Ciò pertantoch'è prescrittonon dover i proconsoli ed altri officiali accettare alcundonativonon intendasi dei consueti presenti di cibarieai quali non si puòprotrarre il nome di dono». Agevole cosa si è a chiunque il riferire a questacomecché limitata condiscendenza della leggele tante occasioni di facilecorruzione de' magistrati dalle storie rapportate; poiché più dura l'uomo aviolare la disposizione d'una legge che ad escire dei di lei termini. Ondebasterà questo cenno per giudicare quanti maggiori allettamenti al misfareavessero i governanti delle provincie nei tempi dell'imperonei quali piùfrequenti doveano esser anche gli esempi degli Albuci e degli Scauri che quellidei Catoni e dei Gracchi.

Tali erano le massime colle quali i presidi delle provincieromane disponeansi ad assumere l'esercizio dei molti e gravi loro doveri. Questiconsistevano precipuamente nel ministrar la giustizialocché nomavasigiurisdizionee nella podestà del comando che chiamavasi imperio. Soleanoperciò eglino al disimpegno di queste separate incumbenze consagrare unadistinta porzione dell'annodedicando l'estate alle bisogne della milizia e lastagione invernale agli affari del foro; nei quali o procedevano privatamenteascoltando nel loro gabinetto le querele dei provinciali col solo aiuto d'unministro di confidenzae ciò si diceva trattare una causa domestica; oppure inmodo solennepronunciando le loro decisioni nella basilicasedenti intribunalecircondati dagli officiali del foro e da quei commessari che i Romanichiamavano recuperatorirappresentanti nelle provincie i decemviri destinati inRoma ad assistere ai giudizi dei pretori urbani. Per la qual cosa intimavano leragunate periodiche nei stabiliti luoghi e giorniin modo che entro l'annotutta la provincia potessero percorrere ed ai litiganti tutti dar udienza. Nonmeno vasta che tremenda era l'autorità dei presidiperché loro era eziandioconcessa la facoltà della condanna alle corporali coercizioni ed all'ultimosupplizio. A loro infine apparteneva il governo dell'annona ed in generalequello delle cose pubbliche della provincianella qualeal dir d'Ulpianoilmaggior impero essi avevano.

Nell'eseguimento di tanti e sì diversi doveri nissunavariazione essenziale ebbe a produrre la dipendenza di alcune provincie daicesari e di altre dal senato derivata dalla divisione stabilita da Ottaviano; masibbene in altri riguardi esisté da quel tempo fra i reggitori delle une edelle altre notevole differenza. L'amministrazione di queste ultime avea secondole antiche costumanze un anno solo di durata; quella delle prime dipendendodall'arbitrio degli imperatori o più larga o più limitata si concedeva. Irappresentanti del senato tratti erano a sortecome i vecchi pretori; quelli diCesare non altra sorte riconoscevano che la volontà del principe. Quelliabbandonata appena la metropoliassumevano le insegne della loro dignitàpernon deporle che dopo il ritorno in Roma; questi nella provincia solamente se neadornavano. I proconsoli secondo lo stabilimento di Augusto mostravansi conabito conforme alle pacifiche loro incumbenze; i legati cesarei fregiati delmilitare paludamento ed armati della spadasimbolo del diritto ad essi soliriserbato di punire i soldati dell'impero. Agli uni infine maggior onore difasci e numero di legati era concesso che agli altri.

Poco rilevavano ai provinciali tali diversità ed in niunconto poteano influire a far loro desiderare di soggiacere a preferenza all'unaod all'altra sorta di governo. Nullameno si hanno esempi di provincie le qualicon ardenza supplicarono fossero sgravate dal proconsolare impero e rimesse ailegati di Cesaree tali furonosotto Tiberiol'Acaia e la Macedonia. La causadi tale predilezione non potea esser al certo la maggior ponderazione dellescelte; ché la sorte non sì cieca e sì iniqua esser potea da pareggiare lepiù volte il tristo arbitrio di gran parte de' cesari. È da pensare piuttostoche siasi considerato: in ambe le amministrazioni esser del pari aperto ilcammino ai misfattinon esserlo egualmente alle punizioni. Contro ai proconsolid'uopo era istituire un giudizio al cospetto del senato con una solenne accusadi concussione; e l'esperienza mostrato avea quanto tali giudizi dipendenti dalsuffragio di tanti padri vincolati o colla parentelao coll'amiciziao collasocietà delle male opere agli accusatiriescissero a voto; mentre invecespettando al solo Cesare il gastigo de' suoi legatimen difficile si eral'ottener dal medesimo od una pronta giustizia contro al reood almeno unpronto disinganno degli accusantii quali paventar doveano soprattutto ilbisogno di perpetuar le loro querele e di muover l'attenzione o l'impazienza deiloro giudici con i mezzi di sollecitazione più confacenti ad implorar pietàche a provocar vendetta. Altra causa può del pari assegnarsi: l'esser statecioè le provincie del senato sottoposte anche nei tempi dell'impero allecrudeli esazioni dei pubblicaniai quali secondo l'antico sistema dellarepubblica si soleano appaltare le rendite delle provincie a differenza diquelle dei cesariove ad arbitrio degli imperatori si prescriveva una diversamaniera di riscossioni. Qualunque però sia stata la causa della preferenza datada qualche provincia alla soggezione diretta ai cesarisi può converosimiglianza conghietturare dal fin qui detto che ragionevole quella eraeche la Sardegna posta allora per ragione del suo stato pacifico fra le provinciedel senatofu meno delle altre fortunata; poiché se nei tempi antichi laguerra fruttò stragiin questi la pace fruttava vessazioni; onde non mai le fudato il poter ottener quello stato di minor male che nell'infelicità delleumane condizioni le spesse fiate s'appella bene.

Dopo il preside della provincia il personaggio piùimportante per la qualità e dignità delle sue incumbenze era il questorealquale il maneggio era commesso delle pubbliche entrate. Quanta fosse la suainfluenza nel benessere della provinciadimostrato è dalla natura stessa de'suoi doveriniente essendo ai cittadini più grave dell'abuso nella riscossionedei pubblici tributi. Videsi perciò altrove come all'ottimo questore CaioGracco la provincia sarda siasi proferita di accordar largamente i soccorsi deiquali l'esercito abbisognavae come tratto egli abbia il profitto d'una benignaamministrazioneo per dir megliodella rigorosa osservanza della legge; chélecito non era ad un questore il mostrarsi benignocondonando il dovutomasolo non esigendo al di là.

Degli altri pubblici officiali della provincia si è giàsovra fatta menzione e d'uopo non è l'entrare in minuti ragguagli sui lorocarichi; bastandoper quanto ragguarda i principali fra essicioè i legatiil sapere che a questi solito era il preside commettere l'esercizio di quelleparti della sua giurisdizione che dalle leggi si permetteva di poter loroaffidare. Invecedopo d'aver parlato dei doveri dei governanti provincialiimprenderò a trattar dei loro vantaggi.

Nei tempi antichi di Roma coloro che esercitavano qualchepubblica carica ne sosteneano a proprio costo le incumbenze. Concedevansi lorosolamente a spese della repubblica le cose necessarie al viaggiovenendoforniti di ogni arredo e di alloggiamentoacciò non potessero per taliesigenze diventar molesti ai provinciali. Tanta fu anzi l'attenzione degliantichi nello scansare ogni occasione di angheriache anche nelle compre lequali doveano dai presidi farsi nelle provinciestanziato aveano determinate erigorose norme. Cicerone perciò ribattendo le scuse a nome di Verre presentatedell'aver egli comperato le statue tolte da lui in Sicilia ad Eio Mamertinoluminosamente dimostra come appena lecito fosse per le antiche massime ilsurrogare in provincia un altro schiavo allo schiavo morto: né d'argentodiceaegliparlarono in tal divieto i padriperché dallo stato n'erano i presidifornitiné di vestimenta perché in egual modo vi si facea provvisione». TitoLivio ne serbò il ricordo della prima violazione fattasi di questa massima distatoriferendo come Lucio Postumio consolo istizzito cogli abitanti diPrenestecontro ai quali per private cause portava qualche ruggine nell'animointimò loronell'occasione di recarvisi ad eseguire qualche pubblico dovereescissero i magistrati ad incontrarlo e gli apprestassero alloggiamento e mezzidi trasporto. Nota lo storico in tal circostanza essersi non solo gli antichiconsoli contentati sempre di privato ospizioma aver eglino avuto cura eziandiodi rimunerare gli albergatori con provvederli di amichevole alloggio allorchéportavansi a Roma; locchéegli dicedopo quest'esempio di tollerato abuso fudi giorno in giorno maggiormente trasandato. Si venne poscia in sul prescrivereche ai magistrati di provincia si somministrassero alcuni degli oggetti piùnecessari al vitto; e tanto poscia progredì l'obbligoche anche nel passaggiodi semplici cittadini o di stranieri distintii parochi (che così chiamavansiallora gli esattori di quanto a tal uopo si richiedeva) l'incarico aveano diaccomodarli del bisognevole. In qual punto il lettore rammenta con diletto lafestivissima descrizione lasciataci da Orazio del suo viaggio da Roma aBrindisinel quale non per ragione di alcun pubblico negozioma solamenteperché egli erasecondo il suo stesso direombra di un altissimo personaggioal cui seguito viaggiavai modesti abitatori d'una villetta attigua al ponteCampanosomministrarongli per debito legna e sale.

Che gravi fossero ai provinciali tali prestazioniCiceroneistessoil quale fu proconsolo nei tempi ultimi della repubblicalo dimostròapertamentescrivendo ad Attico quanto le misere città della sua provinciafossero sollevate poiché a niuna spesa per la sua personaper quella del suoquestoredei suoi legati ed officiali erano state assoggettate. Sappidiceaglinon aver noi ricevuto dai provinciali non solo i foraggi e le altresomministrazioni dalla legge Giulia attribuitecima neppure le legna: quattroletti e semplice alloggiamento ebbimo a richiedereed in molti luoghi ancheall'ospizio abbiamo rinunciatocontentandoci del nostro padiglione. Affé diDio ricompariscono al nostro arrivo la giustiziala continenza e la benignitàdel tuo Cicerone».

La legge Giulia da Cicerone rammentata quella fu che perabolire gli arbitrii sì facili ad esser introdotti in queste gravoseriscossionideterminato avea le cose tutte dovute dai provinciali. OttavianoAugusto nel progresso stabilì che a vece degli oggetti soliti prestarsi aipresidi pei viaggi ed alloggiamenti una fissa somma di danaio loro venissecorrisposta. Facendosi poscia maggiori gli abusiAlessandro Severo nuovespiegazioni ebbe a fare di quanto agli stessi presidi somministrar si dovessedecretando con specifico ragguaglio il limite di ciascheduna prestazione.

Dopo la diversa forma data da Costantino Magnoall'amministrazione delle provinciela mutazione principale che nella manieradi governo della Sardegna sia stata introdotta quella si ègià soprariferitadella diretta dipendenza dei presidi dell'isola dal prefetto pretoriodell'Italiail quale per una vicenda notevolenon più capitano delle guardieimperiali o duce delle legioni più sceltema pacifico depositario eradiventato della civile autorità. Stabilito allora un diverso ordinamento dicariche e di onorie destinati a regger le provincie più o meno importanti ofavorite officiali fregiati di vari titoliche vicarirettoriconsolaricorrettori e presidi si chiamavanovenne la Sardegnacome scrissi altroveassoggettata al governo d'un preside: ed a questo il titolo concedevasi dichiarissimodi uomo perfettissimodi tua gravitàdi tua sincerità; quasicome non si potesse abbandonare la prisca semplicitàsenza che la novellamaniera fosse tosto governata da quella leggierezza che fé nei tempi posteriorisopravanzare ogni temperamento; non bastando oramai alle persone collocate neigradi umili della società la qualificazione di illustriche fregiava nei tempimedesimi di Costantino i consoli dell'impero.

I presidi della Sardegnacome fu notato in altro luogononpiù dopo tali ordinazioni giudicarono senza appello o colla dipendenza dalprefetto della città di Roma; ma dalle loro sentenze lecito fu ai provincialil'appellare al prefetto pretorio dell'Italiacol di cui giudizio avea termineogni controversia. E qui è anche da rammentare che incominciando dal tempodella profusa cittadinanza romana sotto Caracallanon più coll'editto perpetuod'Adriano o di Marco dovettero esser regolate le decisioni dei presidima colledisposizioni dei codici Gregoriano ed Ermogeniano e colle dottrine dei celebrigiureconsulti di Romafino a che il famoso codice di Teodosio il Giovineacquistò l'autorità la più rispettabile anche nelle provincie dell'Occidentenon comprese nel di lui impero.

Da questo codice perciò e da quello di Giustiniano trarsipotrebbero le più ampie notizie sulle ulteriori variazioni occorsenell'amministrazione provincialese lecito fosse nello scrivere perder di vistala natura dell'opera. Nondimeno tre ordinamenti non possono passarsi sottosilenzioi quali manifestano quanto a quei tempi chiara fosse la scienza dellecose di stato. Uno si è che a quei stessi presidi delle provincie i qualiaveano l'autorità di condannare all'ultimo supplizioil dritto non spettassed'imporre gravi ammende o di punire alcuno coll'esiglioriserbandosi taligiudizi al prefetto del pretorio: legge questache da una perfetta conoscenzaderiva del cuore umano proclive ad abusare delle moderate facoltàaborrenteper natura le oppressioni estreme. L'altra legge si è quella del noncommettersi il governo di una provincia alle persone che vi fossero natee divietarsi ai presidi ed ai loro figliuoli l'impalmare alcuna provincialeel'acquistare entro ai limiti della propria giurisdizione qualunque sorta diproprietà. Queste due provvisioni moderavano gli arbitrii dei presidi o glipreservavano dagli incentivi del parzialeggiare. La terza preparava allo statouomini abili a trattarne le bisogne; poiché ai coltivatori della scienzasublime dei giurisperiti riserbava il governo delle cariche civili.

Bastando il fin qui detto per giudicare dei cambiamenti chel'amministrazione della Sardegna ebbe a provare dopo l'impero di Costantino ilGrandea cose di non minor importanza debbo voltare la mia narrazioneriferendo le pubbliche gravezze alle quali durante il dominio romano andòl'isola soggetta a benefizio dell'erario o del popolo della metropoli. Per laqual cosa conviene in primo luogo riferire le maniere diverse di trattamento chein tale proposito usavano i Romani colle provincie loroonde applicare ai varipopoli della Sardegna la durezza delle une ed il privilegiato favore dellealtre.

Quando i Romani riducevano a stato di provincia i paesiconquistatiimponevano talvolta ai popoliquasi pena della fatta resistenzauno stipendio o tributo annuale in monetache censo personale poteasiappellare; e questa differenza notavasi fra quella e questa prestanzache laprima era un peso determinato ed ordinarioa luogo che la secondastraordinariamente si comandava secondo le circostanze dei tempi. Le provincieche soggette erano a questa maniera di pagamento nomavansi stipendiarie otributarie: e nel libro terzo di questa storia si vide già che città soggettea tale trattamento esistevano nella Sardegnaavendo Tito Livionel riferire iltrionfo di Tiberio Sempronio Gracconarrato l'obbligo imposto inquell'occasione alle città stipendiarie dell'isola di doppia prestazione;quantunque nissun altro monumento rimanga dal quale apparisca a qual somma lostipendio ascendesse.

Tuttavia il più delle volte non stipendi s'imponevanomagravezze sulle proprietà o dazi alle cose particolari e determinatenel qualcaso le provincie appellare si soleano provincie vettigali. La più importantedelle imposte quella era che cadea sulle terre. Le campagne dei popoli vintisempre che non applicavansi al patrimonio della repubblicao non sidistribuivano ai soldati dell'esercito vincitoreod alla minuta plebe per ladisposizione delle leggi agrarieabbandonavansi ai novelli sudditi stessiaiquali si permettea di coltivarle col carico di corrisponder annualmente unacerta quantità di frumentola cui tassa consueta era la decima parte deiraccolti. La Sardegna pressoché tutta soggetta era a quest'imposizioneedannoverata perciò dai Romani fra le provincie da essi chiamate decumane; allaSardegna pertanto sono applicabili le disposizioni ch'eglino dar soleano perragione delle prestazioni frumentariedelle quali giova dare un cennotraendole notizie opportune dall'arringa di Cicerone contro a Verrevessatore famosodi altra provincia egualmente decumana.

Oltre al frumento di decimache si riscuotea in natura datutti li coltivatori di granagliealtro tributo di frumento imponeasi talvoltain circostanze straordinarieed era questo di due sorte; perché o detto era diseconde decimee da un senatusconsulto gli si stabiliva il prezzoo si dicevacomandatoed allora pagavasi egualmente dal tesoroma ad un valore piùelevato del primo.

L'esazione di tali prestazioni solea farsi per mezzo de'pubblicanie la legge statuita pei pagamenti era quest'essa: che chiedendosidal pubblicano il tributoqualora l'agricoltore non vi soddisfacesse senzaindugioricevesse quello un pegno per sua sicurtà; non gli fosse tuttavoltapermesso di toglier la cosa ed impossessarsene. Compita poscia la riscossioneod inviavansi le granaglie a vettovagliare gli esercitio si trasportavano aRoma per alimentarvi quell'irrequieta plebecuisia perché deviato avea dallarigida virtù e laboriosa ed onorata povertà dei suoi maggiorisia per ragionedel crescente strabocchevole lusso delle proprietà dei patrizid'uopo erasostentare con pubbliche largizioni di frumento: prima incerteed a vilissimoprezzocome derivanti dal bisognoposcia stabili per l'aumentatainfingardaggine del volgoed infine gratuitequali mezzo più adatto acorrompere od attutare un popolo chiedente pane e spettacoli.

Non alla sola repubblica erano debitrici le provincie diprestazioni frumentarie. Altro frumento era pur dovuto per gli usi domestici delpresidee di questoche appellavasi estimatoleggi speciali determinavano laquantità ed il prezzo. L'uso poscia invalse che in luogo del frumento siriscuotesse il valoreed un valore ragguagliato con quella latitudined'arbitrio che concessa era ad un preside; della quale Cicerone riferisce unesempionotando esser abituati i pretori ad ordinare il pagamento dellegranaglie per uso loro ai paesi li più discosti dalla residenzaacciòl'obbligo del trasporto che apparteneva pure ai provincialifacendosi con talespediente più gravosoi debitori si redimessero di ambidue i pesi con piùampia mercede.

Altre due prestazioni frumentarie erano finalmente in uso neitempi romaniche di grano comperato e di grano onorario aveano il nome. Quellameritato avrebbe a preferenza la denominazione di tolta forzata; perché nonaltro era che una compera fiscale nei casi d'urgenza anche dai non volenti.Questa l'apparenza serbava di un omaggio spontaneoconsistendo in una offertadi frumento fatta più volte dai provinciali al preside o per testimonianza distima verao per dissimulazione di paura occulta.

Queste erano le leggi e consuetudini romane nelle riscossionifrumentarie ai tempi della libera repubblica. Maggior arbitrio poscia venneintrodotto regnando gl'imperatori. Non più allora da prestazione di decime o divigesime vennero determinatamente gravate le provincieché di tali prestanzealto silenzio incontrasi nelle storie augustali; ma in ragione dell'ubertà edestensione delle proprie terre imponevasi a ciascuno un diverso censo. La qualcosa vuol dire che al peso dell'antico tributo sopportato forse piùpazientementeperché in egual proporzione lo era da tuttisi aggiunse in queitempi l'angheria dell'arbitraria ripartigione. Fu allora scritto il così dettocanone frumentarionel quale veniva notato quanto ciascheduna provincia doveacontribuire annualmente: ed è da credere che Augusto ne sia stato l'autoreegli che con tanta diligenza ordinato avea l'entrate tutte ed i carichidell'impero in quel famoso suo sommariodel cui smarrimento gli eruditi agiusta ragione si rammaricano; ché in quello chiaramente avrebbe appreso laposterità per quali capaci vene scorressero le sostanze dei popoli adalimentare quel corpo colossale del romano imperoprivo oramai del sostegnodelle virtù civilicagion vera della primiera sua grandezzae ridotto perciòa reggersi nell'antica unione col potere della lunga abituatezza e col vantaggiodi quella immensa circolazione di danaio assorbita col nome di tributorifluente col nome di pubblico servigio.

Quando con più manifesta dimostrazione che quella delleconghietturesi voglia far riconoscere se o no da tale sistema d'imposizioneconsiderevole aggravio sia derivato pei provincialiio non potrei addurremiglior rischiarimento che la testimonianza d'uno degli imperadori li piùlodati per le virtù della sua amministrazione. Vopisco ci ha serbato la letterache Probo scriveva al senato di Roma dopo chesalito egli all'imperotrovavasiaver composto le cose della Galliae sono queste le espressionidell'imperatore: tutti li barbari per voi soli oramai aranoseminano per voisoli: le terre galliche solcate sono da straniero vomeroed i buoi dellaGermania schiavi anch'essi abbassano il collo sotto il giogo; pasconsi peralimento nostro gli armenti delle genti diversesi moltiplicano per noi le lororazze di cavalli; di frumento dei barbari ringurgitano i nostri granai. Chepiù? ad essi lasciammo la sola terrache in realtà ogni cosa loro noi stessipossediamo». Ecco come un imperatore romano dei più moderati stimava leproprietà dei popoli vinti; basta perciò a giudicarne il leggere questa di luirelazionenella qualeanche dopo tolta l'esagerazione dipendente da unaimmaginazione concitata dal calore della recente vittoriatanto pur resta dafar comprendere che i popoli soggetti di Roma erano meno i padroni del lorosuolo che i coloni dei loro dominatori.

Le terre delle provincie non erano solamente soggette alcarico di cui si è parlato; altro tributo sopportavano in ragione dellemedesime i proprietari di ogni sorta di bestiamee chiamavasi tale tributodritto di scrittura perché i pastori obbligati erano a dinunziare il numerodelle loro greggie ed armenti al pubblicanoil quale lo registrava nel suolibro. Anche questa prestazione consistente per lo avanti in uno determinatocensocambiò di natura e d'importanza durante il dominio degli imperatorisotto ai qualicessata la menzione del diritto di scritturas'incontranoinvece le notizie dell'occupazione da essi fatta di tutti li pubblici pascolidelle provincie e dell'averne eglino incamerato l'entrate. Si chiarisce anzi perirrefragabile testimonianzaessersi più volte tali terre concedute ai privaticoll'incarico di nutrirvi razze di cavalli per la guerra e farne omaggioall'imperatorelocché avrebbe una sembianza del succeduto sistema feudaledell'Europa. Gli armentiche dominici si chiamavanovale a dire del padroneper lo più composti erano di cavalliche nelle praterie delle provincie sialimentavano. Né ciò bastava; ché anche dalle terre di pieno dominio deiprivati altro pro ritraeva il fisco per ragione dei foraggi da essi dovuti allestalle dell'imperatoredegli altri dei quali tenuti erano di fornire glieserciti svernanti nelle provincie abbondevoli di pasturae tal fiata anche diquelli che per ispecial favore venivano conceduti a qualche privatocui a sommoonore tornava questo privilegiato trattamento.

È cosa ovvia il pensare che la Sardegnail cui suolo tantoè adatto al nutrimento d'ogni sorta di bestiamepunto non sia andata esentedagli antichi e dai succeduti dritti di pascoloquantunque di ciò espressamenzione non facciasi nelle storie. Si può nullameno dare a questa conghietturamaggior valore riportando una notizia contenuta nelle storie di AmmianoMarcellino. Descrivendo egli la sevizia di Valentiniano imperatoreraccontacome Costantinianoil quale nelle di lui stalle esercitava l'incarico che noioggi diremmo di palafrenieroinviato venne dal suo padrone in Sardegna ondeaddestrarvi li cavalli che vi tenea; e come tanto egli fu oso da tentareclandestine mutazioni in quell'armento; perlocché con supplizio molto piùgrave del fallo ebbe quel meschino a perire lapidato. Questa testimonianza nonpiccolo lume arreca per confermar l'opinione ch'io porto della soggezione dellaprovincia sarda alle leggi fiscali del pascolo.

Al pari di questi tributi sopportar dovette la Sardegnaquelli dagl'imperatori poscia introdotti della prestazione in natura d'unadeterminata quantità di bestiame. Serviva questa a provvedere di carni ilpopolo di Roma e la casa degl'imperatori; i pubblici ministri ne toglievanoaltra porzioneche loro tenea luogo di salario; e più volte ancora se ne faceagratuita distribuzione alla plebe. Gli scrittori della storia augustale citrasmisero il ricordo di tali sempre crescenti distribuzionie narraronocomeAureliano dopo aver con prudenza e generosità fatto provvisione a quella dellacarne porcinache si trovava già in usostabilito avea di estenderla anche alvino: la qual cosa impedì il prefetto suo del pretorio rappresentando con moltaavvedutezza che se colla illimitata liberalità di cotali distribuzioni sigiugnesse ancora a fornire gratuitamente di vino il popolo romanoavanzavasolamente che anche di polli e di oche in breve si presentasse lo stomacoinsaziabile dei Quiriti.

Nel novero dei vettigali pagati dalle provincie romane sicomprendeva del pari quel dazio che sì universalmente venne poscia ricevuto perle cose che s'introducono o si estraggono dai portiqual dazio per tale motivonomavasi allora portorio. Da quanto Cicerone narra della Sicilia apparisce chenei tempi della libera repubblica vi si esigeva per quel titolo la vigesimaparte della mercatanzia; ed è perciò da presumere che la Sardegna abbia avutoin quell'età non migliore trattamento. Tuttavolta dopo l'impero tale gabellacomparisce ridotta alla metàritrovandosi in ambi li casi menzionato dagliscrittori il dritto di quarantesima. Assistiti erano i pubblicani nellariscossione di questi dritti da una genia di ministriche portitori venianochiamati per la loro perpetua dimora nel portoe dei qualisoliti com'erano aguardarla nel sottile allorché ogni cosa frugavano per l'esazione del daziounlepido ricordo fino dai tempi li più belli della repubblica lasciò Plauto inuna delle sue commediedescrivendo un maritoil quale imbertonato di altrafemmina e volendo distrigarsi dalle perpetue inchieste d'una moglieincrescevolecosì le diceva: tutte volte ch'io vo' escir di casam'hai tu asoffermarea richiamarmia richiedermi dove io sia per andareche mi facciaquali bisogne abbiache pigliche porticome siami governato: afféche nonuna moglie mi tolsi in casama un gabelliere; ché costretto sono a rivelaretutti li fatti miei».

Non posso affermare che alla Sardegna sia stato esteso ilnovello dazio che Augusto stretto dalle necessità dell'erario militare aveastabilito in Romaconsistente nel pagamento della cinquantesima parte delprezzo nel commercio degli schiavie l'altro della ventesima che da tempoanteriore si riscuotevaallorché ad essi veniva conceduta la libertà. Masibbene posso annoverare fra i tributi certi sopportati dalla Sardegna quellosolito pagarsi per la scavazione delle miniere. Luminose sono le notizie chetrarsi possono dagli antichi scrittori per dimostrare il conto fatto dai Romanidelle miniere sarde d'oro e d'argento. Noto e più volte citato dai sardi autorisi è il verso di Sidonio Apollinareil quale descrivendo i tributi da tutte leparti confluenti a Romascrisse dalla Sardegna apportarvisi argento; nota delpari si è la menzione fatta da Solino della ricchezza straordinaria delleminiere istesse d'argento; e noti sono gli argomenti tratti dai nomi dellecittà di Metalla e di Ferrariadel distretto di Montiferroe della montagnadell' Argentieracome dalla denominazione di capo di Logudoro data alla partesettentrionale dell'isola. Meno cogniti sono i ricordi che si possonoraccogliere nel Codice Teodosiano. In questo trovasi aver gl'imperatoriValentinianoValente e Graziano vietato a qualunque nave il trasportar inSardegna alcuno di coloro che applicati erano alla scavazione dei metalli; dellaqual cosa questa ragione arreca il dotto commentatore Giacomo Gotofredo: averdubitato gl'imperatori che in ragione dei vantaggi delle miniere sardeabbandonato esser potesse l'esercizio delle altreo che la troppa affluenzadegli scavatori fosse per recare nocumento ai filoni. Si ottiene anche maggiorlume leggendo una posteriore disposizione degli stessi imperatori. Si conosceper questa esser stata nel frattempodopo il primiero divietoaccordataspeciale facoltà ai ricoglitori dell'oro di poter dalla Spagna e dalle Galliepassare in Sardegnaove dovea in tal tempo esser così ardente la ricerca diquel metalloche dalle altre provincie proferivansi molti a parteciparvi. Sirinnovarono però i timori che diedero motivo al primo decretoe quei principicon lettere speciali dirette ai prefetti dell'Italia e della Galliadeterminarono: si rendesse nota a ciascuno la revoca di quel privilegio e daigiudici delle provincie marittime chiusa fosse con tutte le cautele ogni viad'imbarcogastigandosi con severo supplicio i contravventori; che anzitant'importanza diedero gl'imperatori a questo rinnovato divietochedell'esatta osservanza dichiarar vollero mallevadori li reggitori stessi delleprovincie.

Benché chiaramente non si possa per mezzo di talidisposizioni riconoscere lo stato delle sarde miniere a quei tempipure si deveconghietturare che grandi vantaggi vi s'incontravanose tant'era l'emulazione ela concorrenza da esigere le più rigorose misure di proibizione. Non si puòegualmente da questi documenti trarre certa notizia per giudicare se il drittodel fisco imperiale sulle miniere sarde dritto fosse di proprietào solamenteun dazio imposto secondo il preceduto sistema della repubblica sui privatipossessori. Essendo tuttavia il primo ordinamento indirizzato contro ai cosìdetti metallariiche i condannati erano a quelle dure opere per comando e prodel fiscoresta più probabile il credere che le miniere sarde fossero giàsotto il regno di quelli imperatori incamerate.

Dal codice di Giustiniano si raccoglie che al pari del canonemetallicoun censo si riscuoteva per il taglio delle cave di pietratrovandovisi prescritto che coloro i quali s'impiegano in tal lavororappresentar debbano al fisco la decima parte dell'emolumento; e di tal canoneè da presumere sia stata la riscossione estesa pure alla Sardegna.

Sembra egualmente credibile che la Sardegna sopportato abbianei tempi romani la gabella oggidì sì diffusa del privativo commercio delsale. Libero era questo nei primi tempi di Romama dopo l'espulsione dei retolto venne ai privati e riserbato alla repubblica; per la qual cosa nonfacendosi alcuna menzione della Sardegna da Plinio in quei luoghi nei qualiimprese a parlare delle diverse qualità dei sali e delle regioni che leproducevanopuò conghietturarsi che la metropoli provvedesse col diritto diprivativa ai bisogni della provincia.

Uno dei tributi più noti del popolo romano quello si eradella ventesima parte nelle successioniche Augusto istituito avea persovvenire di tal dazio l'erario militare. Questa prestazione sul principio nongravitava sui provincialiperché non potevano essi per testamento succedere adalcun cittadino romano e solo pel dritto delle genti godevano del favore dellesuccessioni intestate. Ma non mancò chi li costrinse poscia a sottoporsi ad untributo così odiosoimponendo loro al tempo stesso l'insolito peso di unfavore non desiderato. Caracalla togliendo ogni distinzione nella concessionedella romana cittadinanzaa tutti i provinciali estese con questo titolo oramaiillusorioperché troppo universalegli aggravi reali che seco recavae fragli altri quello del pagamento della suddetta ventesima che accrebbe anche finoalla decima: e con ciò ricevette l'ultimo crollo la fortuna dei provincialiiquali sudditi erano ad un tempo obbligati alle antiche prestazionie cittadinitenuti alle gabelle romane con sì grossolano artificio loro comunicate.

Da questo punto la storia dei dazi romani l'istessa è diquella de' tributi delle provinciele quali perciò dovettero sofferireindicibili aggravifino a che Alessandro Severovirtuoso e moderato principeridusse gran parte dei tributi alla trentesima parte di ciò che gittavano altempo del suo avvenimento. Frattanto non sarà senza pregio il compiere ilragguaglio delle principali fra queste antiche e novelle imposte provincialiaffinché una perfetta idea s'abbia del sistema dai Romani seguito in talemateria; omettendo tuttavia nell'enumerazione quei pagamenti che per la brutturadegli oggetti ai quali si riferivanonon possono inserirsi con decenza in unagrave scrittura.

Esisteva nelle provincie un dazio per ciascuna porta degliedifizi privati ed altro per ciascuna colonnadazio che Cicerone chiamavaacerbissimoallorquando egli stesso essendo proconsoledovea curarne lariscossione. Esisteva un canone pegli edifizi innalzati sul terreno pubblicoqual dritto dal suolo istesso traeva il nome di solario. Altro dazio esigevasieziandio per l'esercizio libero delle artiche con salutare provvedimentoapplicato fu da Alessandro Severo a render comune al popolo il benefizio deibagni termali. Che se si voglia chiarire come nel regno d'un solo imperatoreogni argine siasi atterrato nell'imporre inusitati tributibasterà riferirequanto Svetonio narra di Caligola. Racconta egli che questo imperatoresbrigliato qual era e dirotto ad ogni misfarea niuna cosa perdonò che unappicco qualunque offerirgli potesse d'imposizione. Tassò egli ogni sorta dicibaria; esigette da quella meschina classe d'operai che impiegano le loro operenel trasporto d'ogni mercel'ottava parte dei tenui loro guadagni; tributarierendette al tesoro le ragionevoli o temerarie discussioni forensiapplicandoglila quarantesima parte del prezzo delle cose disputate; e guai ai transigenti edagli abbandonanti la liteche altra multa compensar dovea lo scapitodell'erario; voltossi quindi a tassare la dissolutezzae dalle femmine di malavita e dai mediatori delle abiette loro opere un giornaliero censo imprese ariscuotere; che più? le nozze istesse fu oso annoverare fra le cose vettigalied in tal modo non solo tutta la generazione viventema la posterità ancorafruttò al suo fisco.

Gli imperatori anch'essi di più severo costume nonisdegnarono di valutare le più vili fra queste imposizionied AlessandroSevero serbò quella che testé si disse esatta sul vizioavvertendo solamenteche fosse esclusa dall'onore del versamento nel tesoro e destinata privatamentealla restaurazione del teatrodel circo e dell'anfiteatro. Non si contenne anzientro a questi termini l'avarizia degli imperatoriché sentissi alla finePescennio rispondere ai provinciali della Palestina lagnantisi della gravezzadei tributi: voi le vostre terre mal soffrite di veder gravate da un censoedio vorrei poter tassare l'aere stesso che respirate». Né fallita andò nelseguito de' tempi la sua bramase vero è quanto alcuni scrittori dissero delvettigale aereo e dell'altro esatto pel fumo a ragione di ciascun cammino.

Io non trovai ricordo alcuno per cui possa stabilire lasoggezione delle provincie e della Sardegna in particolare a siffatti tributi;ma nullameno non è fuor di proposito l'argomentare che se tanta era la licenzadelle imposizioni in Romaove i cittadini mostravansi più ricalcitrantieguale almeno dovea essere nelle provincienelle quali la tolleranza eramaggiore.

Di natura più dolce erano quegli altri dazi che le provinciesopportavano pei propri loro bisogni e dei quali alcuni ricordi si serbanopresso agli antichi scrittorie segnatamente nella collezione delle pandette.Tal era la contribuzione per le spese delle pubbliche stradealle quali daiprivati tutti si sopperiva con pagamenti in danaioed in ispecie dai possessoride' terreni contermini. Uguale era la taglia imposta per la formazione degliacquedotti; ed eguale dev'esser stata per ragioni ben ovvie la concorrenza deiprovinciali a tutte quelle altre opere di pubblico vantaggiocomodo e decoroche sorreggevansi coi dazi municipalicoi quali perciò ragguagliarsi doveanosecondo le istruzioni date da Ulpiano ai presidi provinciali.

Darò fine al novero di tanti dazi accennando alcune altregravezze di qualità approssimantedelle quali rimane contezza. Soggetti eranoi provinciali a fornire delle pitture e statue insigni che possedevano gli edilidi Roma nelle occasioni delle loro splendide feste e giuochi; e quantunque taleprestanza fosse per sua natura vincolata alla restituzionenon manca l'esempiodi un celebre pretore siciliano che le statue di Mirone e di Policleto per séritenneed al padrone rimandò una sola antica scultura di legno rappresentantela buona fortuna. Tenuti erano pure i provincialicomecché a malincuoreaderigere a loro dispendio templi e statue ad onore de' loro presidi; i quali nontutti l'umiltà mostravano di Ciceroneche pago degli elogi e gratitudine dellasua provinciascrivea ad Attico: non voler esser molesto ai provinciali conacconsentire a tali spesecome lo era all'amico predicando la propriamoderazione». Obbligavansi egualmente i provinciali a cacciare le fierenecessarie per la carnificina crudele degli anfiteatri; ma di tale aggraviolibera esser dovette la provincia sarda; ché la natura sì la privilegiò darender esente il suo suolo di ogni fiera nociva. Non così sarà stato dell'orodetto coronarioche dagli imperatori imponevasi alle provincie nelle occasionidi speciale allegrezza per le riportate vittorie o per gli altri fausti loroavvenimenti; e senza meraviglia potrebbe fra quelle comprendersi l'esultanza atutti comandata alloraquando Nerone il primo pelo ebbe a radersi della suaguanciao quando le sue nozze solenni celebrò col giovanetto Sporo; leggendosiin Svetonio essersi la prima barba di Nerone allogata in aurea pisside adorna dipreziosissime gemme e consagrata a Giove Capitolino; ed in Dione Cassio essersicelebrati per tal fausta circostanza i famosi giuochi giovenali; come celebratediconsi dallo stesso autore in tutte le regioni sottoposte al dominio di quelrisibile e ad un tempo tremendo marito di Sporole più liete festività perquell'incredibile imeneo.

Riferirò in ultimo l'aggravio che sentivano le provincie perl'alloggiamento degli eserciti che svernavano o dei personaggi di distinzione.Nell'obbligo che loro correva in questo proposito è degno di venir notatoquanto nel codice di Giustiniano si dichiara per evitare fra l'albergatore el'albergato qualunque contesa nella scelta dell'appartamento; poiché vi siprescrive che delle tre parti dell'edifizio intiero da farsi dal padroneabbiaegli il dritto di scerre la primariserbata la seconda scelta al soldato suoospite; e delle duealle quali si riduceva la divisione nella passata diqualche personaggio illustrespetti la prima a colui che all'altro cede lafacoltà di eseguire la ripartizione. Nella qual disposizionese lodar si puòla cautelanotare anche si deve l'ingiustizia della leggeche ogni moderazionetrapassa nell'intaccare i diritti della privata proprietà; poco mancando cheall'ospite privilegiato lecito non fosse il balestrare fuori delle proprie murail suo albergatore.

Se a tutta questa serie di prestazioni si aggiunge poscia lamaniera gravissima delle riscossioni e la crudele vessazione de' pubblicanisiavrà un'idea perfetta della trista condizione delle provincie romane nelpagamento delle pubbliche gravezze. Il nome solo dei pubblicani è per se stessoun compiuto ricordo d'ogni fiscale avania. Superfluo sembra dunque di far qui dinuovo risuonare i clamori di tutto il mondo romano contro a questa genia disucciatori d'ogni sostanza; se non che un tratto degli Annali di Tacito ne puògiovar di rammentare perché da quello tutta viene apertamente ad apparire lasfrenata licenza dei loro arbitrii. Narra lo storico che Neronecommosso dallequerele del popolo contro all'impudenza dei pubblicanistette alquanto sopra disé dubitando se convenevol cosa fosse l'abolire le gabelle e con ciò unbenefizio immenso arrecare al genere umano. I padrili quali avvisaronogiustamente che nell'animo di quel pazzo imperatore non capeva alcun pensamentomoderatofrenarono tanta improntitudine rappresentando: esser inevitabile ladissoluzione dell'imperose le forze colle quali si reggeva gli mancasserocosì ad un tratto; lodevole riconoscersi la magnanimità del suo disegnosibbene avvertisse nei tempi li più liberi della repubblica le società deipubblicani esser state create dai consoli e dai tribuni della plebe; fatteessersi poscia nuove leggiaffinché le pubbliche entrate colle spese dellostato si convenissero; doversi invece dare in su le mani a quei percettori etemperare la loro cupidigiaonde evitare che non si maledissero per le novellecrudeltà le cose tollerate da sì lungo tempo. Il principe risolvette alloracon saviezza non sua: le tariffe che reggevano i dritti dei pubblicani sirendessero pubbliche; oltre all'anno non fosse permesso il richiedere le sommeobbliate; in Roma il pretorenelle provincie chi per essostraordinariamenterendessero ragione contro ai pubblicani; i soldati fossero privati delle loroimmunitàse mescolantisi in mercimonio; ed altre disposizioni siffatte; lequali tuttaviasoggiunge lo storicoper breve tempo rispettatecaddero tostoin disuso. Da questo racconto di leggieri può chiarirsi quanta libertà diriscossioni dovesse derivare dall'esser ignote ai provinciali le convenzionidegli appalti fiscalie quanto ineguale fosse la condizione di chi poteva a suosenno invocare l'autorità d'una legge misteriosa e di chi non avea altroappiccoonde schermarsi dalle maggiori vessazioniche di sottomettersi alleminori. Non fa meraviglia perciò che dei più strani espedienti siansiprevaluti i pubblicanie gli altri officiali favoriti dall'oscurità dellaleggeper moltiplicare le cose istesse col soccorso dei nomi diversi; e chealloraquando agli agricoltori siciliani si dovea soddisfare il prezzo dei lorofrumenti non decimaliil mezzo siasi incontrato di poter loro detrarre coningiustizia patentechiamata da Cicerone furto iniquissimoe un dritto per lapresenza del pubblico officiale nella ricognizione del danaioed altro per locambio della moneta ignobileed un dritto cerario per iscriversi sulle cere ilfatto pagamentoe quasi come non dallo scrivano si segnasse la ceraun dirittoallo scrivano di due cinquantesime del prezzo. Con le quali sottrazioni pocomancava che i dritti dei creditori non svanissero per intiero fra le mani deldebitore. Essendo stata pertanto la Sardegnacome sopra si annotòsottopostaanche dopo l'imperoassieme alle altre provincie dipendenti dal senatoall'appalto dei pubblicaniebbe ad accumularecon gli altri suoi aggravipurquesto.

Comunque nullameno siasi governata in appresso la cosanonpiù propizi dovettero mostrarsi alle provincie gli officiali imperiali che gliappaltatori della repubblicase vero è ciò che Aurelio Vittore narra deifrumentariili quali comecché destinatiper quanto indica lo stesso nomeacurare l'esazione de' frumentipure nelle provincie inviavansi dagl'imperatoricoll'incarico di spiare ogni occulto movimento de' sudditidel quale incaricoal dir dello storicoin ogni maniera si abusavanomacchinando simulati delittied obbligando dappertutto i cittadini a comperare col danaio l'impunità.Niun'altra fiducia poteano per tali ragioni nudrir le provincieeccetto quellache derivava talora dalla personale e rara moderazione di qualcuno de' principi.In qual proposito non si può lasciar di rammentare che gl'imperatori tuttiliquali ebbero il vanto di giusti e di umanifatti saggi della dura condizionede' provincialiintesero tosto a sollevarla. Così Antonino Pio ai procuratorisuoi ordinò temperatamente trattassero la bisogna de' tributied ascoltò conpiena deferenza i provinciali che richiamavansi di qualche iniqua esazione.Così sotto il comando incerto di Pescennioil qualeper quanto sopra siriferìnon abborriva al certo gli eccessi nelle riscossionima sibbene glieccessi arbitrarinon mai alcun soldato esigette dai provinciali oliolegne edopere. Così Alessandro Severo dicendo esser uno scippatore quel regnante chedalle viscere delle provincie deviasse l'alimento per sostentare uomini nonutiliné necessari allo statoprescriveva: con solenne giuramento guarentitafosse l'equità nella riscossione dell'annona; alle città si rilasciassero ipropri dazionde ristorare i pubblici edifizi; allorquando inviar si doveva unnuovo governante od officiale alle provinciepubblica si rendesse la nominaqualche tempo innanzi ed il popolo si esortasse a svelare ogni loro occultamagagna; ché indegna cosa eraegli dicevafarsi ciò dai Cristiani e daiGiudei nel bandire i novelli loro sacerdotinon farsi dagl'imperatori neldestinare i nuovi governanti delle provincie». Questeed altre inusitatevirtùin mezzo a tanto rovinio di vessazioni e di libidinipossono renderenon già accettabilema meno arrischiata l'opinione dello storico delladecadenza del romano imperoil quale dopo d'aver dipinto le provincie oppressedai ministri della repubblica e sospiranti il governo d'un soloche il padronefosse e non il complice de' loro tirannicredette poter asserire che se siavesse da stabilire nella storia del mondo il periodo di tempo in cui lacondizione degli uomini sia stata più prospera e felicesi dovrebbe subitonominare quello che corse dalla morte di Domiziano all'avvenimento di Commodo.

Riferita la comune legislazione colla quale al pari dellealtre governata era l'amministrazione della provincia sardaè opportuno che sivolti l'attenzione a far riconoscere quelle parti della provincia stessa chefavorite furono per speciali motivi con un trattamento privilegiato. I Romaniquantunque gelosi del loro diritto di Quiriticonoscevano al tempo stesso qualaumento di potenza tornar dovesse alla repubblica dal comunicar ad altre gentil'onore della loro cittadinanzache premio era dell'obbedienza o della fedegià mostrata ed allettamento a non mai violarla. Fra le massime più notevolidella loro politica accortezzasi annovera perciò l'aver eglino in ogniopportunità tentato di acquistare grado a grado prima la sommessione dei popolicolle armie poscia la confidenza loro colla saviezza delle istituzioni;locché ottenevano associando le persone e città più benemerite al privilegiodella cittadinanza romanaod a quello d'inferior condizione chiamato dritto delLaziooppure diramandosi per le regioni soggette con inviare a porvi sedequelli sciami di cittadini i quali per desiderio di miglior ventura bramavanotrasmigrare a novelle terre. Le città onorate della cittadinanza di Romanomavansi municipii; quelle occupate dai cittadini romani colonie.

Poche erano in Sardegna le città privilegiate in tal forma;nullameno si serba certa memoria di due municipii e di due colonie. Municipioera Cagliarisecondo la testimonianza di Plinioe dovette perciò godere deldiritto di conservar le leggi sue e di creare i propri magistrati; ché a tuttili municipii era comune tal condizione; s'ignora tuttavia l'estensione delfavore concesso in quanto ragguarda alla comunione di alcuni dritti dellametropolie segnatamente a quelli del suffragio nelle tribùche tanto eranoapprezzati prima che ogni cosa pubblica si risolvesse nell'autoritàdegl'imperatori. Municipio era del pari la città di Solci ed onorata di specialtrattamentoperché il dritto le apparteneva di suffragioascritti essendo isuoi cittadini alla tribù Quirina. Quale sia il tempo in cui queste due cittàsarde ottenuto abbiano tale privilegionon si può di leggieri accertare; masibbene può conghietturarsi che posteriore sia alla caduta della repubblicaquello di Solcie poco distante dall'istessa epoca quello di Cagliari.Nell'arringa per Scauroche nell'altro libro fu riportatafra le altre maleparole che Cicerone ebbe a proferire contro la provincia sardaanche l'ontaopposele del non annoverarsi fra i popoli che la componevano alcuna cittàlibera ed amica al popolo romano: dappertuttoegli diceritroviamo noi cittàlibereche alla nostra amistà spontanee calarono: nell'Africa istessatantoinfesta a Roma per le acerbissime guerre dei nostri maggiorinoi abbiamo socifedeli; la Sardegna sola è quella in cui niuna città a noi amica si conti».Non è questo il luogo di considerare se ai Sardi potesse tornare alcunvituperio dalla privazione d'un titolo non ambito al certo da popolicostantemente insofferenti del romano giogo; ma non può lasciar di riconoscersiche se mai al tempo di quell'arringa o Cagliari o Solcicittà principalidell'isolae notissime a Ciceronegoduto avessero del privilegio municipaleegli non avrebbe potutosenza toccare una mentitacomprenderle nella generaleesclusione dall'amistà romana. Egli è vero che di esagerazione accagionarsipotrebbe in parte l'asserzione dell'oratorerammentando che Tito Livio nelnarrare con quanta facilità Cornelio Mamula ragunato avesse in Sardegna laquantità di stipendi e di frumento necessaria al sostentamento del suoesercitomenzione fece della prontezza e liberalità delle città socie; maquesta espressionese basta a dimostrare l'esistenza di città amichenonbasta ad accertare quella di città municipalie molto meno a dar cagione didubitare non forse a qualche città lo special trattamento fosse stato concedutodi città federata; ché troppo i Romani eran orgogliosi per voler discenderecon popoli vinti alle pacifiche o prudenti condizioni d'una lega. Colla scortapertanto di quell'argomentoio mi avanzo ad osservare che qualora nei sei annitrascorsi fra l'arringa di Cicerone e la passata di Cesare in Sardegna dopo laguerra africanaSolci ottenuto avesse il privilegio di municipioallorchéposcia con tanto rigore punita venne la stessa città pel soccorso prestato aNasidiosarebbe anche stata senza fallo privata di quel favorelocché nonapparisce; come del parise Cagliari ne fosse stata nell'istessa occasionefregiata da Cesaremancato non sarebbe ne' commentari d'Irzio il ricordo di talconcessione. Resta dunque a dire che in quel breve intervallo ottenuto abbiaCagliari il privilegiooppurecom'è più probabilesotto ai primi cesari cheprecedettero il governo di Vespasiano e di Titoal tempo dei quali fiorivaPlinio.

Allo stesso autore ed a Tolomeo devesi la contezza di duecolonie romane in Sardegnaed erano queste Torres ed Uselli. Il sito dellaprima molto era acconcio allo stabilimento d'una coloniasia per la comoditàdel suo portoche per l'ubertà delle amene sue terree le sue rovine mostranoanche oggidì che fiorente dovea esser quella città. L'istesso può dirsi diUsellila quale conservò fino a noi il suo nome antico e la sua esistenzabenché intieramente decaduta dell'antica dignità. Quale sia stata l'età nellaquale i Romani disegnarono di stabilire queste coloniee se colonie militarifossero popolate dai veterani dell'esercitoo colonie plebee composte dipaganiio non saprei giudicarlo; come non saprei affermare se vere coloniesiano stateod ottenuto ne abbiano a titolo d'onore la qualificazionee se lacomunicazione sia stata fatta alle medesime dei dritti di cittadinanza romanaodi quelli soli del Lazio che concedevansi alle colonie chiamate latine; perchénella scarsità delle notizie lecito non è l'arrischiare alcuna conghiettura.Solamente può estendersi alle colonie di Torres e di Uselli la generaleobbiezione fatta da Cicerone alle città sarde nella sua arringa per Scauroedirsi che posteriore certamente fu quel privilegio al compimento dell'ottavosecolo di Roma.

Se conveniente fosse l'inserir qui una breve contezza dellacondizione di queste città privilegiatebasterebbe il riportare la spiegazionefattane da Aulo Gellio nelle sue Notti Atticheil quale intento a rischiararequelle dubbiezze che già erano insorte in Roma in tal propositone dichiara:come i municipii si componevano di cittadini governati colle istituzioni e colleleggi propriee partecipanti solo all'onore della romana cittadinanza perragione della comunione più o meno estesa di qualche diritto dei Quiriti;mentre che le colonie con altri legami unite trovavansi alla metropolinéstraniere vi giugnevanoma comune aveano con essa l'originee quasi suapropaggine chiamarsi poteanoserbando le leggi ed i dritti del popolo romanoprive di proprie istituzioni. Da ciò si riconosce che se più indipendentemostravasi la condizione dei municipii reggentisi con leggi propriepiù nobilequella era delle coloniever le quali maggior splendore si rifletteva dallametropoli per la comunione di patria e di leggi con esso loro. Né perciò devefar meraviglia che sotto l'impero di Adriano siasi disputato qual delle duefosse preferibilese una colonia che figliuola potea dirsi di naturaod unmunicipio che figlio era di adozione.

Tutte queste distinzioni dovettero nondimeno svanireallorché Antonino Caracalla estendendocome sovra si notòa tutti li suoisudditi il privilegio della cittadinanza romanafecesecondo l'espressioned'un poetauna città di ciò che prima era mondoe secondo la schiettaverità fece d'una grazia apparente lo stromento di una novella avania. Dopotale trabocco d'innovazioniogni ricordo delle antiche massime di statogradatamente si spensein modo che Giustiniano volendo togliere ogni vecchiadisparità fra il dominio dei Quiriti ed il dominio naturalenon ebbefinalmente alcuna difficoltà di affermare esser oramai questo nome di Quiritiun vero enigma inapplicabile ed una vana e superflua parola.

All'estrema parte di questo libro mi conviene ora farpassaggiorammentando quelle cose che possono far fede dell'influenzaesercitata dal dominio romano sulla Sardegna. D'uopo non è l'impiegare alcunaindagine in discoprire quella che al culto religioso appartienenota essendo aciascuno la condiscendente tolleranza de' Romanii quali anche gli Deistranieri allogavano nel Campidoglio. Può quindi darsi per certo che dopo ilrassodamento di quel governo niuna diversità dovette rimanere fra il culto deidominanti e quello dei provincialieccettoché la speciale venerazione diquesti verso alcuni degli antichi eroi della loro patriafra i quali si videgiànel libro primo di questa storiaonorato in maniera speciale Sardofigliuolo d'Ercole.

Parlerò invece primieramente della popolazione dell'isola aitempi romaniargomento tanto più importante quanto più scapitante si è ilconfronto del moderno coll'antico stato. Guida migliore io non potrei scegliereper inoltrarmi in tal ricerca dell'esimio scrittore del Rifiorimento dellaSardegnacaro a noi tutti per l'interesse vivissimo con cui imprese a propagaremaggiormente fra i Sardi i precetti e gli avvisi migliori della coltivazionedelle terree meritevole di esser anche caro all'Italiada lui arricchitad'un'opera che con utilità e diletto può esser meditata dagli studiosi dellarurale economia. A comprovare l'opinione degli antichi sull'abbondanza dellapopolazione sardacita egli la migliore delle testimonianzequella cioè diPolibioil quale scriveva nei più bei tempi della repubblica ed in un'età incui l'Italia tutta era popolosissima. Chiama questo storico la Sardegna isolaeccellente per la sua estensioneper la moltitudine de' suoi abitantiperl'ubertà del suo suolo»; e quasi dubitasse non altri in questo cennoriconoscesse più che la comunel'opinione dello scrittoresoggiungeva:necessario non essere parlarne più a lungonon convenendo ciò in un soggettodel quale e tanti scritto aveanoe nissuno movea dubbio». Appaganti del parisono le conghietture che trasse il Gemelli dallo stato fiorente dell'agricolturasarda ai tempi romanilocché senza una popolazione pure fiorente non sariasipotuto ottenere; e quelle che egli appoggiò nel calcolo delle perdite soffertedalla Sardegna in alcune delle epoche più notevoli delle sue guerre con Roma.Accozzando a tal uopo il numero de' Sardii quali o caddero vittimeo tradottifurono in ischiavitù nei soli sessant'anni trascorsi fra il trionfo del consoloTito Manlio Torquato e quello di Tiberio Sempronio Graccofec'egli ascenderneil novero a cencinquantamilae proporzionando quindicolla scorta delle teoriericevute in tal materiaquel nerbo d'uomini d'arme che per tali risultamenti sichiarisce alla totalità della popolazionecredette poter affermare che lapopolazione d'un'isola in tale spazio di tempo orbata di tanti guerrieri enullameno abile a sopperire in breve allo scapito soffertoporgendo materia anovelli trionfie ciòdopoché sotto ai Cartaginesi era stata devastata esotto ai Romani debellata con grande strage altre due volteuna popolazionepuò giudicarsi talmente abbondevoleche immoderato non appaia il computo dipoco meno di due milioni d'abitanti.

Egli è vero che a qualche eccezione può andar soggetto quelcalcoloe non senza ragione perciò un recente scrittore sardo gravi dubbiezzeebbe a muovere sul modo col quale è formato. Ma tuttavia io pensoche alleconghietturele quali anche in minor proporzione posson derivarsi dal noverodelle persone od uccise o fatte schiave in quel tempogran valore debbaaggiungere un'osservazione da ambi quelli scrittori non fattae che parmi dinon lieve momento. In quel continuo scapestrare della nazione sarda contro aisuoi dominatorinon la nazione intiera si sollevava: le più fiate trovavansile schiere dei rivoltati riempite dei popoli meno docili dell'isolaai quali oper odio o per cervellinaggine le novelle stragi davano nuovo incitamentod'insorgere. Primi fra essi erano gl'Iliesi; loro soci furono talvolta i Balaried altri popoli soggiornanti nelle parti interne dell'isola. Ma le città piùragguardevoli della SardegnaCagliariSolciNoraOlbiaquietavano in queifrangentie quietar dovettero con esso loro quei popoli ai quali o pervicinanza o per altri rispetti conveniva l'attestarsi con le città socie diRoma. Gli stessi Iliesi rifuggenti ad ogni sinistro alle loro montagneuominierano non già abituati a coltivarlema pastori erranti e di dura vitaqualeda Diodoro Siculole cui parole altrove riportaronsivenne descritta.Mancavano pertanto loro quei vantaggi che moltiplicano le generazioni colmoltiplicare i mezzi di sostentarle. Più sorprendente adunque comparisce quelfacile surrogarsi delle loro bandee conchiuder si deve che se tanto era laSardegna popolosa in quelle delle sue provincie che meno vitali poteanochiamarsimolto più lo era nelle altre; onde il calcolo già riferito non puòcon tali variate proporzioni giudicarsi esagerato.

Altro argomento può anche aversi nel computo delle cittàsarde che rammentate sono da Tolomeo e da Antoninoe nel numero delle nazioni oschiatte diverse degli abitanti della Sardegnale quali per la memoria d'unaseparata origineo per l'importanza delle regioni occupateerano nei tempiromani appellate con distinti nomi. È questo ragguaglio così convincente perse stessoche bastar può una semplice enumerazione a comprovare quantopopolata fosse allora un'isola la qualenei punti più importanti del suolitorale e nei distretti tutti mediterraneisì varie genti conteneva e tantecittàe fra questemolte riconosciute dagli antichi scrittori per cospicue.

Né popolosa soloma opulenta eziandio deve riputarsi laSardegna anticase agli argomenti che procedono dal complesso delle cose inquesto libro contenutesi aggiunga la considerazione d'uno speciale fatto giàriferito altrove. Voglio qui rammentare la severa punizione alla quale Cesareassoggettò i Solcitani fautori di Nasidiocondannandolioltre ad unaprestazione di granaglie più grave del consuetoalla multa parimente dicentomila sesterzi. È noto che tali multe soddisfarsi doveano collaprecipitanza stessacon cui s'imponevanoe perciò non v'ha dubbio che iSolcitanio di quetoo per forza presentar dovettero nel più brieve spazio ditempo una sommala quale se tanto egregia non èquanto la vorrebbe unoscrittore che tessendo il panegirico della Sardegna anticaanche questa partedel suo elogio trattò coll'entusiasmo e colla condiscendenza di un encomiatoreè tuttavia in quella condizione di tempi rilevante quanto basta per far fede diuna opulenza non ordinaria in quella città. Si può dirè veroche gliarbitrii d'un vincitore non sempre moderati sono colla cognizione delle altruiforze; per la qual cosa s'indusse alcuno ad opinare che riconoscer si debba intal fatto piuttosto una vessazione di Cesare che una testimonianza dell'opulenzasolcitana. Manca nondimeno a convalidare tale osservazione una notizia esattadelle conseguenze prodotte da quella punizione. Se vera dirsi potesse laconghiettura della succeduta rovina di quella popolazionechiara verrebbe adapparire la di lei assoluta impotenza del sopportar quell'aggravio; ma fievoleio debbo ravvisarlasia perché non confortata di alcun monumentosia perchéla posterior elevazione di Solci al grado di città municipale è per se stessail miglior argomento che le fortune dei Solcitani totalmente prosciugate nonfurono da quella straordinaria avania.

Connessa è questa discussione all'altra che sullo statocontemporaneo dell'agricoltura sarda mi tocca in questo luogo imprendere.Superflua sarebbe ed aliena dalla natura di quest'opera la menzione dellenumerose testimonianze che gli antichi scrittori lasciarono della straordinariaubertà del suolo sardonote essendo queste a chiunque per poco versato sianella lettura dei classici autori. Noto è del pari quanto pro abbia Romaritratto dalle copiosissime esportazioni di frumento che annualmente avean luogoa benefizio di quella metropolicol titolo di decimeo semplicio doppieodi altre imposizioni particolari; e nel corso di questa storia si vide che nonaltro maggior motivo rese ai Romani gravissimo il bisogno di conservare quellaprovinciao il pericolo di perderla; dovendo fra le altre cose rammentare illettore che durante la pretura di Tiberio Claudio Nerone tanta fu la quantitàdel frumento trasportato dall'isolache d'uopo fu per contenerla edificarenuovi granai. È quindi fuor d'ogni dubbiezza che lo stato dell'agricoltura neitempi romanie quello specialmente della coltivazione delle biadeerasommamente in fiore; e perciò invece di ripetere notizie troppo comunigiovarpotrà maggiormente il dare qui un cenno delle altre produzioni alle quali puòconghietturarsi che siasi estesa l'industria degli agricoltori sardi.

Dall'arringa di Caio Gracco riferita nel libro terzo diquesta Storia si raccoglie che fra le masserizie dei pretori romani recantisialla Sardegna non mancavano le anfore ripiene di vino. Ciò ne somministra unargomento se non della scarsità dei vini nell'isoladi quella almeno degliesquisiti. Si potrebbe anzi dire che al tempo in cui Caio Gracco così parlavanon ancora era penetrata nella repubblica quella smoderata delicatura checelebre poscia rese il lusso delle mense romane; perlocché minore essendo aquell'età l'uso dei vini elettisparmiato facilmente avrebbono i pretoriquell'incomodo trasporto senza un bisogno. Ad ogni modo si può affermare che dipoco conto fosse in Sardegna questa coltivazionesia perché Plinioesattissimo descrittore di qualunque maniera di vininissuna menzione fecedella Sardegnasia perché i Romani gelosi oltre modo della riputazione deivini italianiben lungi dal protegger altrove la coltivazione delle viticonleggi severe la vietavano. Cicerone nel suo libro della repubblica fra leingiustizie della politica romana annovera quella di non permettersi talecoltivazione alle genti transalpineacciò i vigneti romani più vagliano:locchéegli diceprudentemente facciamonon così giustamente; chél'equità non sempre alla sapienza è congiunta». Sotto agli imperatori dispecial licenza si abbisognava per applicarsi a quel genere di colturaeleggesi nella storia augustale aver ciò permesso Probo ai Galliagli Spagnuolied ai Britanni; agli Italiani stessi proibito fu da Domiziano il piantar novellevigneappena il sospetto nacque che scapitarne potesse la seminagione dellebiade. Molto maggiore adunque deve esser stata la cautela dei Romaninell'impedire o limitare in Sardegna una coltivazione che per la natura propiziadi quel suolo condur potea le cose ad ambi li risultamenti da essi temutiadisgradar cioè le loro celle e ad impoverire la loro annona.

Al divieto del piantamento delle vigne Cicerone unisce nelcitato luogo quello della coltivazione degli ulivie ragione quindi si ha perconghietturare che incognita fosse in Sardegnaalmeno fino al quinto secolo diRomanel quale si credeva tuttoraal dir di Plinioche vegetare non potessequell'albero ad una distanza dal mare minore di quaranta miglia; locché statonon sarebbe se la Sardegnala quale ha in maggior vicinanza ai suoi lidi leterre più adatte a tal coltivazioneavesse potuto smentire quel pregiudizio.È pertanto probabile che la Sardegna priva sia stata allora di quell'utilealberoe che al pari delle altre provinciealle qualial dir dell'istessoPliniol'olio fu inviato dall'Italia dopo il terzo consolato di Gneo Pompeoanche quell'isola tratto lo abbia dall'istesso luogo.

Dall'Asia e dall'Egitto vennero in Roma e nell'Europa lamaggior parte delle piante o più deliziose o più profittevolied il nomestraniero che anche oggidì conservano alcune di essemanifesta l'anticaorigine. All'Egittofra le altre cosefu debitrice la Gallia dellacoltivazione del lino; ed alla Media sono dovute le sicure provvigioni d'un cibosano ed abbondante pel bestiame. La Sardegna perciòla quale prima delladominazione romana tanto fu frequentata dalle colonie orientalidovette finodai tempi li più antichi ricevere col mezzo loro la notizia di tutti queivegetabili che stranieri erano del suo suolo e che poscia vi si naturarono contanta abbondanza.

Ma invece di parlare di quei generi più noti che la Sardegnaper eguale o diversa origine ebbe comuni con le altre provinciepuò giovare ilvolgere l'attenzione a due produzioni sue propriela memoria delle qualimeritò un'esistenza durevole nelle scritture degli antichiper la ragionestessa per cui si perpetuò il ricordo di parecchie personevale a dire per lamalvagità loro. Nissuno quasi degli antichi scrittori greci e romani ai qualicadde in acconcio la descrizione dello stato naturale dell'isolaomise di darcontezza delle sue erbe amaree specialmente del suo appio selvaggio. Dalleprime si fece derivare la singolarità del suo miele amaro; dagli effettiattribuiti alla seconda trar si volle l'origine del riso sardonicola cuimenzione propagatasi in tutte le lingue antiche e moderne dell'Europapassòfra i volgari proverbi. Parlò del miele ingrato della Sardegna Orazioallorché addottrinando il suo giovine Pisone all'eccellenza nelle poetichescrittureparagonava la mediocrità insopportabile nei vati all'incongruenza diuna sinfonia discordata fra i bei deschi e del presentare i convitati diunguento rancio e di papaveri aspersi di mele sardesco; ché senza di ciòdiceva egliimbandirsi pur potea la mensa. Orazio avea ben ragione in questoluogo di condannare nelle delicature la tolleranza delle cose mezzane; ma forsenon l'avea di annoverare fra i generi spregievoli il sardo mieleper lo motivoche in qualche regione dell'isola producesi amaro; seppure non vuol dirsi chequello soloo per la sua singolaritào per l'utilità suacognito fosse inRoma.

Maggiore poied a ragione fu il discredito di quella piantacosì funesta chiamata dal nome dell'isola sardonicae la cui acrimonia si dicetaleche contraendosi i nervi della boccacostringe l'infeliceil quale se necibaa perire fra gli spasimi di una convulsione somiglianti in tal qual modoad un riso forzato. Da questo riso che risiede solo sulle labbramentre nelcuore è la mortesi fé procedere la denominazione di quel ridere simulato concui il traditore accarezzal'adulatore lusingal'insultato compiacesi nelpensiero della futura sua vendettal'orgoglioso dissimula il proprio torto.Antichissima trovasi presso ai Greci la menzione di quel risoe i poemi stessid'Omero la contengono. Giunone istizzita era contro a Giove perché compiacenteerasi egli mostrato a Tetideillustrandocolla sinistra sorte dei Grecilosdegno di Achille; minacciata dal consortesi assise nullameno fra i Numichinando i suoi grandi occhi e premendo nell'animo il concepito livore. Vulcanodi lei figliocon parole adatte esortavala nel mentre alla sommessione: evidesi allora la dea dalle bianche braccia riderecomecché a malincuoreericevere dalle mani del figliuolo l'offertole nappo. In questo tratto il risosardonico è solo dipinto da quel gran poeta; nel seguente si nominaespressamente. Ulisse assisteva al banchetto dei Proci e rivolgeva giànell'animo le prossime sue vendette; Ctesippoche più malvagio era deglialtrischernendo un ospite di povera apparenza e levando su da un canestro unazampa bovina lanciavala con villania contro all'eroe; ma questi avendolasfuggita con declinare alquanto il caporise in quell'atto»secondol'espressione del poetad'un cotal suo riso sardonico».

Trovandosi in tempi così remoti conosciuto dai Greci questovocabolopensò qualcuno che poco probabile per ciò si chiarisca laderivazione di quel nome dall'appio di Sardegnae che piuttosto si debbariferire ai Sardiani della Lidiapoiché in quell'età poco cognite esserpoteano nell'Oriente le proprietà d'una oscura pianta di lontana regione. Siaggiunse del pari che dagli antichie specialmente da Ciceronevenne semprequel proverbio citato in grecola qual cosa ad un'origine greca piuttosto chelatina aver potrebbe giusto riguardo. Si notò all'istess'uopo che nonsardonicoma sardanico fu chiamato da Omero quel risola qual parola nonconverrebbe punto al nome dell'isola non Sardama Sardo dai Greci appellata.Qualunque tuttavia debba riputarsi la forza di queste ragioniad alcune dellequali si potrebbe opporre la facilità che per mezzo delle antiche coloniegreche della Sardegna si poté avere nel propagare la sinistra riputazione deldi lei appio salvaticoio lascio che ciascuno creda ciò che gli parrà piùaggiustato di questa famosa produzione del suolo sardoil quale certamente nondeve esser disgradato in conto alcunose nel suo seno vegeta una pianta che hapotuto diventar simbolo d'un riso traditore.

Fra le rustiche cure naturate maggiormente in Sardegna perl'influenza delle costumanze orientaliniuna fu al certo più estesa che lapastorizia. Questacome altrove si riferìfu la prima occupazione dei colonisardi; questa fu il conforto di quelli fra essi che mal volentieri sopportavanola dominazione punica o romana; questa dovett'essere la cura gradita di una granparte della popolazione sommessa ai novelli governanti. Con questa fornivasi ilvolgo di quella ruvida melote che i Romani nomavano mastruca e che osservasianche oggidì come una grata singolarità da quei viaggiatorii quali non neisoli sassi amano di contemplare le anticagliema ricercano a preferenza le rarevestigia dei prischi tempi nelle cose più di tutte le altre sottoposte adinfinito mutamentocioè nelle costumanze degli uomini. Colla pastorizia infinequei provinciali abili rendeansi a sopperire al doppio obbligo che loro correvadi nudrire sempre e di vestire talvolta i loro dominatori.

Un breve cenno dell'industria dell'isola non può esser inquesto luogo inopportuno. Il solo stato fiorente dell'agricoltura è unargomento di estesa industrianon potendo l'agricoltura reggersi senza ilsoccorso di molte arti che del pari progrediscono. Di alcune tuttavia conservasispeciale ricordo. Venne già riferito altrove come nei tempi antichi siasi fusain Sardegna la statua presentata al tempio di Delfo in onore di Sardoe comesiavi stata coniata la medaglia di Azio Balbo pretore. Lo scavo delle miniereche nei tempi posteriori comparì tanto attivodovette dare nuova occasioneallo stabilimento nell'isola delle officine acconcie alla fusione e raffinamentodei metalli. Si vide perciò in altro luogo essersi nella guerra africanarichiesto dalla Sardegna il soccorso di ferro e di arme. L'arte del tesserandolonon potea che esser in fiore in una provincia che le tante volte ebbe asopportare straordinarie imposte di vestire l'esercitoe che con tantaprontezza e larghezza fu in grado di secondare le avute richieste. Le artiinfine dello edificare dovettero salirvi a quel grado stesso di perfezione ilquale illustra anche oggidìin tutte le provincie state soggette dei Romanile reliquie degli splendidi loro monumenti. Tali monumenti infatti abbondavanonella Sardegnae quantunque dopo l'irruzione dei barbari spariti siano ivestigi di quelle popolose città che li racchiudevanopure rimane sufficientericordo e della ricchezza degli edifizi religiosie della vastità di quellidestinati ai pubblici spettacoli e della solidità delle opere pubblichelequali al comodo non meno dei provinciali che all'interesse della repubblicaappartenevano. Fra queste meritano special menzione le pubbliche strade.

Le città soggette ai Romani aveano tutte una facilecomunicazione fra loro e colla metropoliper mezzo di grandi strade segnateesattamente da colonne migliarieaperte nella linea la più dritta con assaipoco riguardo agli ostacoli della natura o della privata proprietàe talmentesolide per cemento e per larghi macigniche non cede ancora in molti luoghi laconsistenza loro alla passata di tanti secoli. Quantunque la Sardegna per la suaposizione non potesse venir compresa nella via militare romanapure di stradecomode e sodissime fu dai Romani arricchitadelle quali durano anche al dìd'oggi le vestigiacome durano i monumenti che qualche maggior lume possonospargere sull'età delle opere intraprese o rinnovate.

In vari luoghi dell'isola si conservano alcune delle antichelapide destinate a tramandare ai posteri la memoria di tali opere. Le piùantiche appartengono all'impero di Nerone ed a quello di Vespasianosotto alcui dominio tutto lo stato ebbe a profittare delle speciali sollecitudini daquesto imperatore indirizzate alla ristorazione delle pubbliche vie. S'inferisceda tali monumenti che la gran via centrale prendeva incominciamento dallacolonia di Torressiccome dal luogo dove incontrossi la lapida più recenteedove tuttora esistesi raccoglie esser stata la sua direzione da Torres allacittà di Macopsisaora villaggio di Macomerpresso al quale esistono ancorale reliquie di quell'antica strada. Parlasi nella stessa inscrizione di viarifatta e riparata; onde un novello argomento se ne trae per affermare ciò chemolte altre ragioni persuadonodoversi riferire le prime opere ai tempi dellarepubblica ed a quelli anche li più antichi dell'occupazione dell'isolaneiquali era maggiore il bisogno di facilitare il movimento delle legionioggettoprimario delle grandi vie romane.

Vespasiano non fu il solo imperatore che facesse provvisioneal restauramento delle grandi strade della Sardegna. Sotto il dominio degliAntonini e durante l'incerto e breve impero di Emiliano nuove operes'intrapreseroe dal titolo il quale ricorda queste ultimeapparisce che lastrada dirigevasi da Torres per a Cagliarionde far comunicare colla cittàcapitale dell'isola quell'importante colonia. Può eziandio conghietturarsi chealle stesse opere abbia riguardo un'altra inscrizione incontrata lungo la viaromanaappartenente all'età dell'imperatore Caropotendosi dal luogo delritrovamento inferire che fosse quella lapida una novella colonna migliarianella quale necessario era solamente indicare il tempo e non già l'oggettodelle opere.

La strada da Torres per a Cagliari non fu a mio credere lasola alla quale i Romani abbiano posto cura. L'itinerario d'Antonino non parlaè verodi alcuna strada; ma la stessa esistenza di tale itinerario e ilragguaglio contenutovi delle precise distanze fra i punti li più importantidell'isoladimostrano a sufficienza che la comunicazione fra le primarie cittàtrovavasi aperta per mezzo delle grandi vie romane. Evidente argomento di ciòsomministra una lapida di recente scoperta nel luogo di Pulanella qualesegnavasi la via dalla città di Nora a quella di Bizia. Altra conghiettura sipuò inferire all'istess'uopo dalle disposizioni degli imperatori Costantino eGiuliano che nel preceduto libro si riferirono ragguardanti al servizio dellepubbliche poste della Sardegna: per queste si viene a chiarire come nell'isolaesistevano vie più battute destinate al corso dei veredialtre menofrequentateche del servizio straordinario abbisognavano dei paraverediviesolite ad esser percorse col trainole quali andavano a riescire nei principaliporti d'imbarco; e come in ciascuna disposti trovavansi gli alloggiamenti alledebite distanze con quanto era necessario allo scambio delle vetture. Se siconsidera dunque che i Romani non solo volevano per principio di loro politicadappertutto trapassare comodamente nelle loro provinciema potevano ancora coimezzi estesissimi ch'erano nelle loro manisopperire a qualunque maggiordispendio o cura per tali opereresta appena luogo a dubbio sull'esistenza inSardegna di strade separate da quella che univa Cagliari a Torres.

Uno degli oggetti speciali avuti in mira dai Romani nelmoltiplicare tali comunicazioni quello si era di agevolare il trasporto dellegranaglie necessarie al sostentamento della metropolie di proteggere al tempostesso il commercio dell'isoladel quale anche il tesoro dello stato giovavasicolla riscossione delle gabelle. I cittadini romani stessi quelli erano che aiprovinciali davano l'esempio della mercatura. Non tutti aveano partecipato albenefizio delle ricchezze conquistate colle armima sibbene a tutti eraseneappiccato il contagio; onde avidi del guadagno ed animati da quella maggiorfacilità che derivava dalla comune soggezione delle regioni commercianti ad unsolo dominioin così gran numero spargeansi per le provincie più adatte ailoro negoziche una sola lettera di morte segnata da Mitridate contro aicittadini di Roma commercianti nell'Asiane fé spegnere ad un trattoottantamila. La Sardegna per la sua posizioneper la sua fertilitàper lanatura stessa dei suoi tributi offeriva grande allettamento ad un estesotraffico; ed è perciò fuor d'ogni dubbiezza che lo spirito di commerciodovette rapidamente propagarsi fra popoli nelle vene dei quali scorreva ilsangue dei Fenici e dei Greci.

Vorrei poter dire lo stesso della coltura dello spirito; maquesta non può ragionevolmente presumersi molto estesa ove manca il conforto diqualche nome illustre. Unica prova della favorevole accoglienza che in Sardegnaincontravano gli studi delle buone letteresi è il lungo soggiorno fattovi daEnnio in età matura; questo anzi farebbe credere che non dal Laziopoveroallora di illustrazioni propriericevette la Sardegna i primi semi delleliberali disciplinema che debitrice ne fu alla Greciamadre di molte suegenti. Non dee tuttavia recar gran meraviglia se scemato o spento siasi ogniardor per lo studio presso a popoli scossi ad ogni tratto dal furore dellesedizioni ed atterrati da quello delle vendette. Sopraggiunseegli è veroilsecolo d'Ottavianoin cui Roma e le provincie tranquillarono; ma nullamenomancavano anche allora pei provinciali gl'incitamenti ed i favorialimento delsapere. È noto che prima d'Adriano nissuna pubblica accademia esisteva in Romae che soli privati maestri erano quelli che addottrinavano sotto alle loropergole la gioventù. Allorquando l'Ateneo romano fu innalzato da quel savioimperatoreonde accogliervi la gioventù studiosa del suo impero; allorquandoAlessandro Severoampliando quel famoso stabilimentonon solo di nobiliricompense presentava gli scienziati che vi erano prepostima provvedeagenerosamente al soccorso degli alunni privi di mezzi per sostentarsi nellametropolilo splendore della bella età latina era già offuscato. Alla maschiaeloquenza di Tullio succeduta era la gonfia declamazione de' sofisti; la musa diVirgilio e d'Orazio profanavasi da imitatori o deboli o temerari; la linguastessa del Lazio non più limpida scaturiva dalle fonti di Terenziodi Cesare edi Sallustioma contaminata di novelle voci e di modi stranitraboccava semprepiù al barbarismo. La giurisprudenza sola brillava di vivo lume; ché destinataessa era a rammentare ad un tempo coll'eleganza delle sue scritture i migliorisecoli trascorsi ed a reggere coll'autorità delle sue dottrine i secoli tuttiavvenire. Non deve pertanto parer sorprendente se a malgrado dei maggioriconfortinon rimase nella Sardegna il ricordo di persona alcuna celebre per lostudio delle umane disciplinequando il mondo intiero poté appena in quellamoltitudine di affettati scrittori lasciare alla ricordanza ed ammirazione dellaposterità i nomi di Lucianodi Longino e di altri pochissimi. Dissi di umanediscipline; perché la storia ecclesiastica dell'isoladella quale dovròragionare nel libro seguentenomi illustri ci tramandò e degni di specialeriverenza.

È da presumere piuttosto che i popoli sardi abbiano conardenza abbracciato il mestiero della guerrae seguito le legioni o navigatosulle flotte di Roma. Un monumento raro d'antichitàillustrato alcuni annisono da un lodatissimo letterato e contenente il congedo ed il privilegio dicittadinanza romana concesso sotto l'impero d'Adriano a Decimo NumitorioTarramonenativo della Sardegnail quale servito avea nella flotta di Misenodiede occasione allo scrittore d'investigarecol soccorso di alcuni altridocumentii nomi di vari Sardi che militato aveano in quel navilioe basta laserie dei nomi che egli trasse da questa sola ricerca per comprovareche nellefile romane non rari doveano essere i guerrieri sardi.

Tuttavia la più estesa e durevole mutazione che abbia avutoluogo durante il dominio romanonelle costumanze sardequella si è dellalingua. Era tanta la cura della repubblica nel propagare dappertutto col terroredelle sue armi l'influenza pacifica d'una lingua comuneche Plinio descrivendoi vari popoli d'Italia debellati dai Romanisuperati li disse e colla mano ecolla lingua. In grazia di tale savia massima di statol'Occidente intieroscambiò le barbare sue voci col fluido e nobile idioma del Lazioe la Sardegnaanch'essa abbandonato quel tramestio di vocaboli punici e greciil quale ne'tempi precedenti compor dovea il dialetto nazionaletrovossi in grado di poterparlare la lingua dell'amico suo Ennio e del nemico suo Cicerone. Anzi talmentetornò gradito ai Sardi il novello idiomache a dispetto del sopraggiuntobarbarismo ed a malgrado della strania mescolanza di vocaboli che li diversigoverni succedutisi nell'isola produssero nel linguaggio della nazionequestooggidì è uno di quei pochi che ricordano con minor travisamento la linguamadre di Roma. Riconobbe infatti il chiarissimo Muratori nei diplomi sardeschidel secolo duodecimo ch'egli ebbe a produrrele sembianze native del latinoidioma e la manifesta fratellanza tra le voci contenutevi e la lingua volgaredell'Italiaallorquando indagando l'origine di questaimprese a dimostrare nonlieve incitamento aver gli Italiani ricevuto per adottare nelle loro scritturela nuova favella dall'esempio delle vicine regionie fra le altre dellaSardegnadove nel secolo mentovatoe forse anche primale carte pubbliche nonpiù si vergavano in lingua latina. Né senza utilità sarebbe forse a coloroche seguono le traccie del nascimento della primogenita e della più bella frale sue figlieil confrontare coll'antico linguaggio cortigiano della Sicilia ecoi vecchi dialetti dell'Italia la favella dei Sardionde maggiormenterischiarare la composizione di quel volgare romanoo romanzole cui obbliatescritture furono nella età nostra tanto sciorinate. Si prevalse perciò anchedella menzione dei diplomi sardi quell'uomo insignetroppo immaturamente rapitoalle lettere italianeche tanta luce sparse sulle origini del volgare illustree che il campione migliore potria dirsi di quella parte d'Italia donde perl'onor d'una favella comunebandita fu in questi anni la croce contro aigentili seguaci delle glorie fiorentinese a tutti non soprastasse il vecchiopaladino padre suoche il Rinaldo è ad un tempo ed il Goffredo di questanovella oste.

E qui giovimi il poter confortare del loro nome l'estremaparte di questo libroacciò il lettore meno sentasi travagliato per la pocaamenità delle materie contenutevi.

 

 

LIBRO SESTO

 

Difficile argomento imprendo a svolgere in questo librotrattando dell'antichità e dei fasti della Chiesa sarda; ché da un canto ilmal uso che si può fare della critica severità dai lettori temerari o pocoistruiti mi fa essere riguardosodall'altro il dovere di sincero narratore miobbliga a non dissimulare quelli errorio quelle arrischiate conghietturechetalora si abbracciarono dagli scrittori delle cose religiose dell'isola.Nondimeno io spero che una via mezzana mi si presenterà nelle disquisizioni disì delicate materieseguendo quelle sole che all'istituto dell'operamaggiormente si confanno; quelle cioè che sono attenenti all'origineincremento e vicende principali della nostra Chiesanelle quali si può trovarepiù abbondevole il soccorso dei lumi per giudicareed essere di più granmomento per l'altrui istruzione il giudicar rettamente. Abbandonando in tal modoa chi più tritamente voglia considerare questa parte della patria istoria lecose particolarinon potrò esser tacciato di soverchia presunzionenell'affrontare le difficoltàod accagionato di errore nello svilupparle. Nésolamente perché conviene all'assunto da me tolto giovami tale propositomaeziandio perché io penso nissun frutto le tante fiate cogliersi in questeindagini; dubbia essendo nel salire ad età assai lontane la scorta dellenotizie valevoli ad essere contrapposte alle antiche tradizioni dei popoli. Ondesi giunge meglio a conturbare il cuore della moltitudine che ad appagarel'intelletto delle persone erudite e pie; le quali se paventano sempre loscandalo delle ardite ricerchelo detestano ancora ogni qual volta chiara elimpida non ne procede la verità; risultamento questo non infrequente nelledisamine appartenenti a tempi molto discostimostrandosi agli occhi nostril'antichità come la naturache talvolta ci appalesa le grandi sue leggiricusa le minute investigazioni.

Lo scrittore che si contenti di asserire antichissima esserestata in Sardegna la predicazione del Vangelopuò valersi in primo luogodell'argomento tratto dal sito dell'isolail qualesiccome attirò nelle sueterre le colonie e le arme italianecosì dovette agevolare ai coraggiosi ezelanti propagatori della fede di Cristo il mezzo di passarvi dall'istessaItalia e di spargervi la feconda sementa della divina parola. La tradizionecostante delle chiese sarde le più antiche può egualmente venire in appoggiodi tale opinione. Ma ciò che maggiormente vale a dimostrare essere stata neiprimi tempi del Cristianesimo bandita nella Sardegna la novella legge edessersene altamente radicato lo zelo nel cuore di quelli isolaniè il ricordodei molti martirii quali nelle prime del pari e nelle estreme persecuzionisparsero ivi il loro sangue a difesa della religione.

Le notizie che furono serbate dagli scrittori nazionalisull'età de' più antichi martiri sardi salgono al tempo della persecuzionesopportata sotto l'imperio di Nerone dai seguaci del novello cultocontro aiquali egli tentò di voltare tutta l'odiosità dell'incendio di Roma che la vocedei cittadini imputava all'imperatore istesso. Nessun dubbio si muove daicritici sul martirio di questi primieri propugnatori della fede in Sardegnadelnome dei quali si contiene la menzione nelli più accreditati martirologi. Lostesso erudito illustratore della storia ecclesiastica sardail padre Matteiil quale con molta severità di critica imprese ad esaminare ed a combattere leantiche tradizioni nelle nostre chiesedubita dell'etànon della veracitàdel fatto. Io non posso dissimulare la difficoltà che sentirei se sostenessisenza esitazione essersi dilatata anche nella Sardegna una persecuzione la qualeda coloro che della narrazione di Tacito si giovaronocredesi abbia solamenteincrudelito entro le mura della metropoli. Tuttavialasciandosi anche insospeso qualunque giudizio sul tempo preciso del martiriosi può trarre daimonumenti che lo comprovano sufficiente chiarimento per affermare che alle primepersecuzioni debbasi riferire la caduta di quelle vittime del Vangelo.

Meno sottoposti a dubbiezza sono i ricordi che ne restanodegli altri campioni della fede martirizzati durante l'imperio di Adriano e diAntonino in Sardegna; come indubitata è la notizia dell'esservi andati inesilio il pontefice Ponziano ed il sacerdote Ippolito per comandamento diMassiminoil quale li fé poscia martoriare ed uccidere. Confermano infine ilcrescente ardore ed attaccamento dei Sardi per la fede cristiana i novellimartirii quali nella massima delle persecuzioni sopportata dalla Chiesa sottol'imperio di Dioclezianoillustrarono colla loro morte la fede da essiprofessata e la terra in cui sparsero il loro sangue.

Bastanonon v'ha dubbiole memorie che si serbano di talianimosi seguaci della religione di Cristo per dimostrare che il lume della verafede non penetrò tardi in Sardegna. Nondimeno io non posso lasciare di dar quicenno delle novelle testimonianze che gli scrittori sardi trassero da un fattoquanto celebre nella Sardegna per lo concitamento di zelo religioso che vipartorìaltrettanto noto in Italia per la miscredenza di molti graviscrittori. Nel principio del secolo XVII dissotterraronsifra le ruinedell'antica chiesa di S. Saturnino in Cagliari molti depositi di vecchi ossaminei quali il nome dei defunti trovavasi segnato con lettere iniziali cheinterpretatepoteano dinotare esser quelle tombe di beati martiri.L'arcivescovo di Cagliari Francesco d'Esquivelavvisando che appartenesseroquei depositi ai tempi delle persecuzioni religioseintese con diligenza asalvare dall'obblio i nomi di tanti novelli atleti della fede; ed impiegando adillustrare quella scoperta ogni suo mezzone indirizzò al pontefice Paolo V larelazione ed al tempo istesso fece provvisione acciò la memoria se ne serbasseinalterata nei secoli avvenire. Surse allora nella chiesa maggiore della cittàquel venerevole santuario che la pietà ne ricorda di quel prelato e che fa fedead un tempo della splendida sua munificenza. Colsero tosto gli scrittorinazionali l'occasione loro offertasi di bandire le maggiori glorie della Chiesasarda. Ma caddero appena le loro opere nelle mani degli eruditiche da varieparti insorsero ad oppugnarle gli scrittori di antichità che erano di più granvoce. Perciò il Bollandoincerto nel prestar fede ai monumenti prodotti peraccreditare quella scopertaometteva di registrarne gli atti nella sua granraccoltatostoché alla propria titubazione si aggiungeva l'insinuazioneautorevole del cardinale Barberinimecenate dei dotti del suo tempoil qualescriveagli: si guardasse dall'accogliere inconsideratamente nelle sue opere lepubblicate relazioni prima che la Chiesa romana ne profferisse giudizioodaltri argomenti del martirio o dell'antica venerazione de' popoli venissero adiscoprirsi. Per lo stesso motivo il Papebrochioaltro dei continuatori dellaponderosa compilazione dello stesso Bollandocon tanto rigore di criticaimprendeva a sostenere eguale assuntoche non sentiva ritegno veruno neltacciare colle parole le più aspre la popolare credenza dei Sardi. Parimentel'Ughellioillustratore delle antichità sacre dell'Italiainterrogato sedappoiché avea consumato il suo lavoro sulle chiese della penisolaintendessedi pubblicare le sue ricerche sulla storia ecclesiastica della Sicilia e dellaSardegnarispondeva: trovarsi egli sì fattamente impigliato in gravidifficoltà per ragione delle dubbiezze insorte sui monumenti novelli dellaChiesa sardache più cauto partito reputava quello di seppellire le suedisquisizioni nell'oscurità del manoscritto. Soprasta a questi nella veemenzadella critica il chiarissimo Muratori. Derivò egli principalmente le sueobbiezioni dall'ambigua intelligenza dei caratteri iniziali delle inscrizionili quali si poteano riferire non tanto ad un beato martirequanto ad un uomoche lasciò di se buona memoriao che bene meritò della patriao che nellabuona morte dei giusti chiuse i suoi giorni. E citando gli esempi di questediverse interpretazioniconchiuse con severa sentenza notando condiscendenteoltre modo essersi mostrata la censura fatta dall'Inquisizione generale diSpagnacoll'aver emendato in più luoghi l'opera del Bonfantstoricoprincipale di quell'avvenimento; ché miglior espediente saria statodiss'egliquello di cassare la scrittura intiera con un solo tratto di penna. Né contentol'annalista italiano di mordere la credenza dei Sardiquella eziandio imprese abiasimare degl'Italianipresso ai quali tanto rumore avea destato quellascopertache i cittadini di Piacenza con calde preghiere eransi indirizzati aiCagliaritani per ottenere alcune di quelle reliquievenerate poscia in quellacittà con singolar fervore.

Tuttavia a chi voglia disaminare più temperatamente la cosanon sarà malagevole il riconoscere che se non è concesso a veruno di spargeretanta luce sulla quistione che chiarisca pienamente la dubbiezzaè dato acoloro che spogliansi di ogni studio di parte il mezzo di scemarla di molto. Frai citati autorili più mostrano un'incertezza tale nello scrivereche la loroopinione procede meno dall'intento di combattere l'altrui credenza che dallaloro esitazione nell'abbracciarla. Con cotestoro vana tornerebbe qualunquecontenzione; poiché se il vacillare nell'accettazione di una sentenza non è dabiasimarsi in materie di sì delicata naturanon perciò dee sconfortarsenel'opinione di coloro i quali non all'animo dubbiante dello scrittore pongonomentema alle ragioni del dubbiare. Gli altri scrittorii quali più arditiaffrontarono apertamente la quistionenon altre considerazioni produssero cheil silenzio dell'antichità intiera sui novelli martiri ed il dubbio dipendentedall'incerta interpretazione delle inscrizioni loro. Delle quali due obbiezioniquest'ultima solamente merita che vi si abbia riguardo; poiché l'altraaccettarsi non può in niun modo da chiunque non voglia o reputar sagre tutte ledimenticanze dell'antica famao condannare i felici discoprimenti dellaposterità. Ciò postosarebbe facile a chi togliesse l'assunto d'illustrarequel fattol'affievolire le opposte difficoltà dicendo che la significanzadata a quei caratteri di ambigua intelligenza non procedette già dalle soleinscrizioni dei depositima dal ritrovamento contemporaneo fattovi di varistromenti di martirio e di fiale ripiene di sanguequali nelle tombe di moltialtri martiri venerati dalla Chiesa universale si trovarono in altri luoghidella cristianità. Né di tale circostanza di fattodella quale il Muratoriomise di tener contoè lecito il muover dubbioquando alla testimonianzadegli scrittori già nominati ed alle ragioni derivanti dalla natura stessa d'unfatto palese all'intiera popolazionel'autorità gravissima si aggiunge deldotto arcivescovo Ambrogio Machinautore di molte lodate opere e personaggio digrave sennoil quale recando le prove le più rispettabili della seguitascopertariferisce eziandio la lettera che il pontefice Paolo Vpieno di gioiaper la ricevutane notiziascrisse all'arcivescovo d'Esquivel. Queste ragionialle quali diede maggior peso l'autorità della Chiesa romana permettendo che inovelli martiri fossero tributati di culto specialetali sono da poterdimostrare che nella guerra rotta dagli eruditi contro a quel discoprimentolacritica trascorse quel limite di fredda disamina oltre al quale agevole cosa siè il travedere. Coloro perciò che intendessero di trattare questo suggettocoll'estensione che conviensi ad una discussione apologeticanon potrebberoprevalersi di quelle osservazioni che con vantaggio. La qual cosa non essendo ame permessami contenterò di accennare che in questecome in molte altredisquisizionisi deve accagionar della insorta contenzione piucché ladubbiezza della materiala soverchia fidanza di chi primiero imprese adillustrarla. Gli scrittori sardi di quell'etàpassionati per la fatta scopertaed allentato il freno ad una immaginazione meridionaleinfervoraronsi sìfattamente nello scriverneche non dee recare meraviglia se nocque allacredenza lo stesso rinfocolamento degli storici; ché nella natura dell'uomo èradicata una invincibile repugnanza ad ascoltare le gonfie declamazionie laverità istessache apprezzasi nella modesta semplicità della cronacamaleaccogliesi fra gli ampollosi encomii del panegirico.

Avendo indicato quanto al mio istituto convenivasisull'antichità della predicazione del Vangelo in Sardegnami tocca ora diriferire quanto dagli scrittori delle cose sarde s'indagò per determinarnel'epoca. E qui mi è grave il dover accagionarli di quella stessa incontentabileardenza del salire alle più lontane etàla quale in altri luoghi fu da menotata; poiché questa bramosia del soverchio particolareggiare pregiudicatalvolta alle verità istesse già riconosciute. Così coloro che collapredicazione del principe istesso degli apostoli vollero illustrarel'incominciamento della Chiesa sardaappoggiandosi in fievoli conghietturenonpoterono addurre in prova della loro opinione testimonianza veruna o precisa orispettabile. Così allorquando si volle asseverare che l'apostolo Giacomo nelrecarsi in Ispagna approdasse in Sardegnanon si pose mente alle difficoltàche affrontavansiconfidando di un argomento derivante da un fatto per sestesso suggetto a qualche dubbiezza. Così quelli i qualiinterpretandol'inscrizione del vescovo Bonifaciosepolto nella stessa antica chiesa di S.Luciferosede degli altri depositivollero tosto arricchire d'un novello nomela serie dei primi discepoli del Salvatore e far salire per di lui mezzo aitempi apostolici non solamente la predicazione della fedema l'istituzioneistessa dell'episcopato in Sardegnapunto non avvertirono che il vescovoBonifacio poté morire nell'isola senza essere vescovo della Chiesa sarda; cheil titolo datogli di discepolo di Cristo potea convenire egualmente a tutti queiseguaci della fede che lo meritarono con ispeciale fervore di professione; cheinfine la mancanza in quella lapida dell'indicazione del tempo in cui fu postavana rendeva ogni altra indagine.

La sola asserzione che porti con seco maggior carattere diverosimiglianza è quella dell'esser trapassato nella Sardegna l'apostolo dellegenti san Paolo. Coloro ai quali non fu annunziata la fedela conoscerannoscriveva egli ai Romanie quelli che non l'udironol'intenderanno; ardo dopomolti anni del desiderio di venire alle vostre terreed ora meglio che mainonessendo più necessario il mio soggiorno nell'Oriente; allorché pertanto dovròrecarmi in Ispagnaconfido di potermi trovare fra voi e di poter essere da voistessi colà traghettato». Se questo desiderio di san Paolo della suapredicazione in Ispagna ebbe effettocome alcuni degli scrittori ecclesiasticiavvisanoresta molto probabile che egli siasi nel passaggio soffermato inSardegna; locché non sarebbe punto diverso dal dire che egli vi predicò ladivina parolasapendo ciascuno quanto fervido fosse in quel santo petto lo zelodi bandire alle genti tutte la novella fede. Concorrono adunque le miglioriconghietture a rendere degno di piena credenza il maggior ragguaglio cheTeodoreto ne serbò della tradizione della Chiesa in tale propositoscrivendoesser quel santo apostolo passato in Ispagna ed aver contemporaneamente arrecatograndi benefizi colla sua predicazione alle isole che trovansi fra quellaprovincia e l'Italia.

A questa discussione tien dietro l'altra dell'antichitàdell'episcopato nell'isola. Sembra cosa assai verosimile chesiccome antica fuin Sardegna la predicazione del Vangeloantica del pari sia stata la missione ola creazione dei vescovi. Le tradizioni rispettabili delle chiese maggiori sardefanno ascendere ai tempi stessi apostolici la serie dei loro pastori. La Chiesacagliaritanala quale non solamente fra le chiese dell'isolama fra moltechiese italianepuò appellarsi la prima per l'antichità sua e per le sueglorievenera fra i suoi pastori il pontefice san Clemente; e nell'ordine deidi lui successori vedesi inscritto il nome di vari illustri martirila memoriadei qualisalvata dall'obblio mercé della tradizione costante de' popolifuanche rispettata dagli scrittori dei fasti della Chiesa universale. Nullameno sesi debbe determinare il tempo nel quale finisce il rispetto meritato dallatradizione ed incomincia la credenza dovuta ad irrefragabili monumenticonverrà segnare il principio del secolo IV della Chiesanel quale Quintasiovescovo di Cagliariintervenne al concilio assembrato in Arles contro aiDonatisti. E forse lo stesso Quintasio fu quello che si ritrovò presente nelconcilio sardicesenegli atti del quale si trova registratosebbene senzaindicazione di nomel'intervento dei vescovi sardi. Ma su tal punto la storianon presenta chiarimenti maggiori; ed invece somministra vari monumenti permanifestare l'abbaglio preso da alcuni scrittori sardi sulla persona diProtogenenominato negli atti dello stesso concilio e creduto senza fondamentovescovo sardocome fra breve se ne darà per me nuovo cenno.

Al principio dello stesso secolo coglieva la palma delmartirionella città di Fausaniail vescovo Simplicio. Con questo nomeconoscevasi allora l'antica città sarda di Olbiae la sua importanza tal erada meritare che un seggio episcopale vi si fondasse fino dai primi tempi dellaChiesa. Si mosseè veroqualche dubbiezza sull'episcopato del martirefausaniese; ma la relazione che ne diede il Ferrariotrovasi comprovatadall'autorità del Martirologio romano e dalla testimonianza del Baronio; ilquale avendocom'egli asseriscericevuto dalla Sardegna gli atti di varimartiridovette trarne novello argomento per serbare a Simplicionellacorrezione fatta del Martirologiola datagli qualificazione di vescovo.

L'antica colonia di Torres ebbe anch'essa dai primi secolidella Chiesa i suoi pastori. Ma non contenti gli scrittori nazionali diappoggiare nella tradizione una asserzione genericavollero discendere aiminuti ragguaglied in tal maniera incapparono in quelli errori pei quali nuocepiù alla verità l'esagerato difensore che il leale avversario. Il Vicofattosi ad ordinare l'elenco dei primi vescovi turritanipone nel principio delsecondo secolo l'episcopato del martire Gavino e nello scadere del seguentequello di Proto. Potrei qui dimostrare che eglinel rammentare l'anticavenerazione dei Turritani verso il martire san Gavino ed il tempio innalzato daimedesimi a di lui gloria e dei compagni suoi nel martirioProto e Gianuariopoco distinse l'antico martire turritano Gabino o Gavinoal quale solamente sipuò attribuire l'onore del vescovadodall'altro martire dello stesso nomeilqualevenuto in Sardegna da Roma sua patriafu convertito alla fede emartirizzatocome sovra si dissedurante la persecuzione di Diocleziano. Talè difatti il disordinamento con cui in quelle narrazioni egli rimescolariprende od anticipa la relazione degli avvenimentiche il lettorecuimancasse la sofferenza o lo spirito di critica nel confrontare le cosepiuttostoché di poca attenzionelo accagionerebbe di anacronismo. Tuttaviasupponendo ancora che lo storico non abbia travedutorimane del pari fiacca ladi lui asserzione sul vescovado dell'antico Gavinopoiché li monumenti stessiprodotti onde comprovare il deposito delle di lui reliquie nel Vaticanononaltro titolo gli danno che quello di prete e di martire. Né giova quanto loscrittore soggiunse sull'ambigua intelligenza in quei tempi delli due titoli diprete e di vescovo; della qualeove mai fosse riconosciutasi potrebbe giovarechi avesse dimostrato con altri argomenti l'esistenza di una sede vescovilenongià chi con quella sola considerazione intende di stabilire ad un tempo ed ilvescovado ed il vescovo.

Eguali sono le difficoltà che insorgono sul vescovoturritanosan Protodel quale si può solamente affermare che al pari diGabinofu sacerdote e martire; e quelle che muovonsi dal dotto scrittore dellaSardegna sacra sugli altri antichi vescovi notati dal Vicocioè ProtogeneGaudenzio e Samsucioil primo dei quali si chiarì essere stato invece vescovodella Chiesa sardicese nella Mesia inferiorecome si dimostrò appartenereGaudenzio alla Chiesa turremalese nell'Africa e Samsucio al vescovado turresenella stessa provincia.

Non avendosi pertanto verun monumento certo che il nome neindichi di qualche prelato turritano prima del secolo V della Chiesacome inappresso si riferiràresta che si dica essere assai probabile che la sedevescovile di Torres sia stata istituita in età molto lontana; essere certo altempo stesso che l'antichità non tramandò a noi ricordo nissuno pel qualealpari della Chiesa cagliaritana e di quella di Fausaniapossa venir in luce nelprincipio del IV secolo il nome di qualche vescovo. Dissi sede vescovile perchéil Vico non della sola dignità episcopalema eziandio della metropolitanavolle fregiare la sede di Torresassoggettandole il vescovo di Fausania; dellaquale asserzione si riconoscerà maggiormente la leggierezzaallorquandovalicati colla narrazione alcuni altri secolisi giungerà ad incontrare liprimi arcivescovi turritani. Frattanto a chi scrive senza spirito di partecadein acconcio il notare fin d'ora ad onore della Chiesa turritana che se i vescovisuoi non aveano nei primi secoli della Chiesa la qualificazione dimetropolitaniera stato loro conceduto fino da tempi assai antichi il singolarprivilegio di dipendere direttamente dalla sede apostolicaa cui n'era eziandioriserbata la ordinazionee di essere in tale rispetto in condizione diversa daquella degli altri prelati dell'isola. Dalla quale distinzione ebbe forse inparte la sua origine la quistione del primato sì acremente in altra etàagitata fra li due principali prelati della Sardegna; quistione nella quale nonè dato allo storico il pronunziare giudiziodappoiché lo stesso tribunalemaggiore di Romacui più volte fu sottopostasi rimase del farlocontentandosi di dichiarare solamente la maggiore antichità della Chiesacagliaritana e nel rispetto di sede vescovile ed in quello di sedemetropolitana. Ma siccome separate affatto sono queste due contenzioni edindipendenti l'una dall'altranon essendo nuovo che altre particolariconsiderazionie non l'anzianità della sededeciso abbiano delle ragioni deiprimatiperciò anche coloro i quali portano opinione contraria ai diritti delprimate cagliaritanonon possonoragionando senza illusionelasciar diriconoscere come della dignità metropolitanaa differenza delle altre sedifosse già nel IV secolo fregiata la cagliaritana; chiarendosi ciòprincipalmente dalla qualificazione di metropolitano data in quel tempo dalcelebre vescovo d'Alessandria Atanagio al gran prelato cagliaritano Luciferodel quale l'ordine delle cose e del tempo mi chiama ora a narrar le vicende.

Connessa è la storia di questo illustre prelato a quella diun altro vescovo sardo non meno chiaro nei fasti della ChiesaEusebio diVercelliil quale fu destinato dalla Provvidenza in tempi calamitosissimi adopporre il pettoin compagnia di quell'altro valoroso suo nazionalealla pienadi mali che minacciava i veri credenti ed a serbare illibato colla costanzadell'animo e colla superiorità dell'ingegno il deposito della fede. Gli arianifulminati invano nel concilio di Nicea e nel sardiceseaveano ripreso l'anticoardimentoimbaldanziti per la debolezza dell'imperatore Costanzoal quale lestesse sue prosperità somministravano occasione di lasciarsi aggirare dallemene degli eretici e di proteggere i loro errori. Scopo principale dell'odiodegli ariani era il santo vescovo d'Alessandria Atanagiopropugnatoreinstancabile delle vere dottrine; e mal sofferendo perciò il di lui richiamoalla sedeche lo facea altra volta risplendere agli occhi de' fedelitentavanocon ogni mezzo di procurare alla Chiesa novelle turbazioni ed interponevanograndissima diligenza acciò nell'animo dell'imperatore si risvegliassero leantiche diffidenze; avvalorati com'erano dall'assistenza ed artifizi di Valentevescovo di Mursiail quale appresso a Costanzo era in grandissima fede. Aveanodisegnato eziandiobenché infruttuosamentedi trarre nella loro parte ilpontefice Liberioal quale con ardenza richiedevano distaccasse Atanagio dallasua comunione. Il pontefice invececonoscendo che nella persona di questovescovo si combatteva la purità e costanza della di lui dottrinaavearigettato la dimanda ed ottenuto dall'imperatore che si ragunasse un concilioper giudicare della condanna di Atanagio.

Ma la debolezza del legato pontificio non avea corrispostonel concilio tenuto in Arlesallo zelo di Liberio; onde conturbato sommamenteil pontefice pei grandi mali traboccavano nella Chiesa in quel predominantegiudizio dei vescovi orientalistava sopra di sé meditando il riparo a tantoscandoloalloraquando appresentossi ai suoi sguardi confortatore opportunissimoLucifero cagliaritano. Noto era egli già alla Chiesa per l'ardenza del suozeloper la singolare sua perizia ed intelligenza delle sagre scrittureperl'eccellenza dell'ingegno e facondia del diree volato era allora dalla suasede a fiancheggiare il pontefice ed a profferirglisi campione animoso dellafede in sì duro frangente. Rinfrancato pertanto Liberionon esitò punto adichiarargli quanto di lui si confidassecommettendogli di girne suo legatoall'imperatore ed a lui spiegare ogni cosaonde ottenere il di lui consenso perla novella discussione in un concilio delle riaccese contenzioni. Prevedendo altempo istesso il pontefice quale conforto tornerebbe a Lucifero dall'avere percompagno l'esimio suo amico Eusebiovalevasi anche della di lui opera inquell'ardua intrapresa.

Nato era Eusebio al pari di Lucifero in Cagliari nelloscadere del III secoloed al pari di Lucifero avea renduto chiaro nell'Italia enella Chiesa tutta il suo nome. Trasportato ancor fanciullo in Roma dalla madresua Restitutaavea ricevuto dal pontefice Eusebio il battesimo ed il nome; ecaro poscia era diventato a Melchiadesuccessore di Eusebioe quindi aSilvestroche ordinollo lettorea Marcoche lo elevò al presbiteratoed aGiuliochetenendo gran conto della di lui dottrinalo nominò interprete deisagri volumi. Legato apostolico in diverse chieses'avea egli talmente collapredicazione e colla virtù cattivato l'animo de' Vercellesiche al ponteficeebbero eglino a richiederlo per loro pastore con quella prontezza che puòsolamente derivare dall'universale commovimento degli spiriti.

In maggior rinomo era salito Eusebio dopo il suo vescovado;ché il primo egli era stato ad introdurre nell'Occidente la vita comune delclero ad esempio dei monaci. Avea egli riconosciuto quanto giovamento farebbealla disciplina del clero se alla severità del ritiro e dell'astinenzaclaustrale potesse congiungere l'esercizio dei doveri sacerdotali. Egli aveameditato più volte come dalla solitudine s'erano mossi li più animosi profetidell'antica alleanzai qualicoperti di ruvide tonache ed angustiati dalbisogno e dal doloreerrato aveano lunga pezza di monte in monte e dall'unaall'altra spelonca. Tali modelli seguendo Eusebioescì dalla sua terracomespiegasi sant'Ambrogioe dalla cognazione suaprepose al domestico ozio laperegrinazionee quelle due cose volle quindi riuniregli offici chiericali el'istituto dei monaci; affinchémentre erano invitati li sacerdoti nella lorodisciplina all'astinenza e pazienzanon obbliassero la piacevolezza ebenignitàmenando una porzione della loro vita quasi in un teatro ed in unapalestrae l'altra nel segreto della solitudine e nella speloncacombattendodall'un canto e cansando dall'altro i blandimenti della voluttade; vita in unamaniera più gratapiù sicura in un'altrae conducente in ambe le maniere aquell'annientamento della propria volontà che fa vivere in Cristo i fedeli».In breve spazio di tempo essendo venuto a luce tutto il frutto di tale saggiaistituzionecinto videsi quel grand'uomo da una corona di novelli atleti dellafedetalché non solamente la vicina chiesa di Novaraillustrata dal discepolosuo Gaudenzioma le chiese tutte della Liguriadell'Emiliadi Venezia e delleprovincie confinanti richiedevano dal clero vercellese i più degni loropastori. Ed Eusebio istesso il perfetto modello somministrava loro della vitaoperosa e contemplativa; poichéalloraquando gli davano le sollecitudinidell'episcopato qualche posamentoritraevasi frequentemente a meditare le cosedivine nelle montagne dell'Oropafra le quali surse poscia ad onore del modestosuo oratorio quel santuario che della pietà e munificenza dei Subalpini tantos'accrebbe.

Ad un tant'uomo adunque stimò Liberio di commettere unaparte della difficile legazione addossata a Lucifero: ed ambi satisfeceropienamente al mandatoottenendo dall'imperatore la convocazione di un concilioche fu celebrato indi a poco in Milano. Presiedeva a tal concilio Luciferocomelegato del ponteficee malagevole sopramodo era quell'incarico; ché con iscopodiverso erano concorsi all'assemblea i vescovi dell'Orienteli qualicoipensieri sempre accesi a provocare la condanna di Atanagiola pace econsentimento della Chiesa in un dogma della più alta importanza voleano fardipendere da una ingiusta e criminosa transazione. Abbisognandosi pertanto piùche mai della presenza di Eusebioil quale interponeva qualche difficoltàall'andarecalde lettere gli si scriveano dall'imperatoreche della di luiautorità tenea gran contodai vescovi arianii quali non disperavano ditrovar modo che la di lui opinione potesse pendere a loro proe da Luciferoilqualegiudicando più rettamente dell'amico suodi lui sopprattutto siconfidava per vegghiare con diligenza sovra ogni accidente e serbar saldi lifondamenti della vera credenza.

Malauguroso fu per la Chiesa il risultamento di taleconsessopoiché la fermezza dei due prelati sardi fuè verobastante adimpedire lo scandolo massimo del prevaricamento dei più illustri vescovi; ma atanto non poterono giugnere i loro sforzi per conservare la quieteche nonfossero di grande intervallo avanzati dai rigiri facevansi dagli ariani permuoverla. Restò pertanto a questi la preponderanzaa quelli la gloria d'avercombattuto per la fede e d'aver resistito all'imperatore medesimorizzatosiindarno bruscamente dal suo seggio ad accusare con parole concitate Atanagio.Per la qual cosa mal comportando Costanzo tanta fermezzaabbandonò i legatidel pontefice ed i loro aderenti a strazii inumani e li confinò quindi inlontane regioni.

Fu nell'esilio che la costanza di Luciferoben lungidall'ammortirsis'infervorò maggiormente e tutta palesò la dignità edindipendenza del di lui carattere. Scrisse egli nel luogo della sua relegazionele celebri sue epistole a Costanzo e le altre opere al medesimo imperatoreindirizzatecheserbate come prezioso monumento dai contemporaneicomprovanocome andassero del pari nello scrittore la perseveranza nei sublimi suoipropositi ed il calore dell'ingegno. Uno solo è l'argomento delle suescritturela difesa cioè di Atanagio e l'iniquità dell'ambita di luicondanna; ma siccome questa dimostrazione era mescolata con quella degliartifizi usati dagli ariani e con l'altra della debolezza o contumacia diCesareperciò era necessario lo slancio d'un animo elevato onde non paventareil cimento di sì intrigata trattazione. Lucifero si mostrò superiore ad ogniumano rispettoed indirizzando le parole al principeso ben ioscriveagliaver Salomone paragonato le minaccie d'un regnante al ruggito del leone;nondimeno i ruggiti tuoi se atti sono ad intimorire li seguaci d'Arioper noidomestici di Dio sono scherniti». Con pari commozionee senza fuggirgli mail'animorivolgendo in quei due suoi libri dell'epistola a Costanzo l'intrapresoargomento e valendosi degli esempi tratti dalle sagre pagineeglial cuicarattere non conferivano i mezzi dell'insinuante persuasioneaffrontava ladifficoltà delle dirette invettive. Eguale manifestasi Lucifero allorché inaltro opuscoloponendo sotto gli occhi di Cesare la serie dei principi nemicidi Dio ai quali erano bene tornate alcune intrapresetenta di sgomberare dal dilui animo le illusioni delle ottenute prosperità; e quando colla scritturadiretta a dimostrare la comunicazione negata ai cattolici cogli ereticidichiara i motivi del costante suo allontanamento dall'imperatore.

Tuttavia in nissun luogo egli propalò sì altamente ilcarattere d'uno zelo non suscettivo di temperamentocome nelle altre due suescritture tendenti l'una a chiarire che ai nemici di Dio nissun fallo devesicomportarel'altra ad infervorare al martirio i perseguitati. E siccome miointento si è di far conoscere non solamente con quanta stabilità d'animo eicombattesse per la fedema eziandio con quale altezza e fuoco di concetti ei nescrivessegioverà perciò di qui riportare alcuni tratti delle sublimi sueapologie. Ecco come nella prima delle opere testé citate egli voltava le sueparole a Costanzo: tu che noi appelli uomini di folto sopracciglioignori tuforse che Giosia dovette combattere contro ai sacrileghi anche dopo la loromorte? e se a lui re convenne il perseguitare con tanto zelo i nemici di Dioper noi vescoviper noi sacerdoti di Dio si riputerà cosa indegna ilresisterti? brandiva egli la spadaed a noi vietata sarà la favella? e perchéa teche l'idolatria fai traboccare nella Chiesanoi resistiamopuoi tu aragione dire: o Luciferotu m'insulti? Alloraquando vedi noi servi di Dio nonpaventare la tua immanitàma stare saldi a serbare li precetti della leggeinquale maniera puoi tu accagionarci di petulanza? Sappiche se noi la tuapotenza calchiamo come il fangonon già ci sorreggiamo con le nostre forzemainfusa è in noi la vigoria da quello che nella nostra persona tu abbomini. Comepotrà temerti quell'uomo chepieno dello Spirito Santofissa al tuo cospettoun piede immobile al pari d'uno scoglio che opponga la sua mole al fiottocrescente? Taceremo adunquee mentre il lupo si appresenta a devastare ilnostro greggenoi pastori ci faremo incontro a sbramare noi stessi le avide suefauci? Pastori noi siamonon mercenari; ed a Pietro disse Cristo: pasci gliagnelli mieipasci le mie pecore; ed a Geremia disse Iddio: darò a voi pastorifatti secondo il cuor mioche vi meneranno al pascolo; ma non disse: darò avoi chi vi gitti in preda ai nemici vostri».

Con animo non minore egli dipinge nell'altro suo opuscolo lacostanza dei martiri. Fidi alla leggeegli dicequantunque l'artiglio deipersecutori ricorra a rinfrescare le antiche piaghestiamo e staremo noi immotipiù forti di te e dei tuoi martorii. Dai barbari si concede qualche fiataperdonanza ai vinti e fra le arme si accoglie la clemenza; ma inaudita cosa ellaè che coloro i quali desiderano a te ogni benesi spoglinoproscrivanouccidano colla spadao puniscansi in altra manierae che ai cadaveri lorodilaniati si nieghi l'onor del sepolcro. Tu c'impedisti ogni umano soccorso; leminiere tutte ed i luoghi che poteano meritare il nome d'esiglio riempiestidelle nostre personerelegandoci innocenti e travagliandoci colla famecollasetecolla nudità In quel modo che i malfattori costringonsi a propalare laveritàtu noi costringi a negare Cristo; ma nel modo stesso con cui coloroconfessandorei si chiariscononoinegandoacquistiamo fama onorataAbbandonata la credenza degli apostolirivolto alle favoletu noi cattolicichiami erraticie ciò che prima reputavi veritàappelli ora blasfemia. Toccadunque con mano quale intervallo sceveri il vero dal falso; ché tu uomocome ate sembraperito ed avente al tuo comandamento un numero infinito di scrittoria nissuno potesti instillare la persuasione; e noi inveceuomini senzaartifizio e stranieri delle amene letterea distruggere l'eresia noi solivagliamoparlando per sé la cosa stessa e la verità. Tu li tuoi erroridifendi colla spadae noi la religione difenderemo non uccidendoma morendo.Dimmise taluno dei soldati tuoi in questa fragile mondana milizia ti serbò lafede con qualche egregia fazioneti diventa caro ed accetto; se per te nonpaventò il morirea somma gloria lo innalzi. Quanto più questa fede a noiconviensi soldati di Dio E fino a quando ti abuseraio Costanzodella di luitolleranza; rientra in te stessoe vieni con noi al convito d'AbramodiGiacobbe e degli amici di Dio. Se pensi esser cosa miseranda il martirio perCristot'inganni. Hassi a morire in una maniera qualunque. Più crucciosamenteperiscono alcuni nel loro letto addolorati per lo infocamento del cerebroo perla contrazione dei nervi. Importa per quale cagione io muoiae non già da quallegno io debba pendere; importa il sapere se giusta fu od iniqua la tuacondanna; chéessendo giustanon la penama la reità mi tormenterebbe; seingiustatua sarà la crocenon mia».

La fama della costanza e delle apologie di Lucifero suonavanelle chiese tutte dell'Oriente. Epperò Atanagiosul cui capo pendeva piùminacciosa la vendetta degli arianigrandemente se ne compiacevae scrivea aquel suo animoso collega: maravigliarsi come in tanta strettezza di coseritenesse tale libertà di spiritoche non solamente mancato non fosse allaChiesa di costanzama largo le fosse stato di coraggiosa difesa; arder egli deldesiderio insieme coi suoi compagni d'infortunio di leggere ciò che aveanoudito commendare; fosse dunque loro cortese d'un esemplare delle epistole sue aCostanzo. Quale poi sia stata la consolazione di quel vescovo nel ricevere daLucifero le richieste scritturedi leggieri si manifesta per la novella letterache ebbe ad indirizzarglinella quale tutta comparisce la venerazione sentitaverso un tant'uomo. E consentiva alla venerazione di Atanagio quella di tutta laChiesadappoiché Lucifero al pari d'Eusebio e degli altri illustri vescoviperseguitati non si rimase nell'esilio di bandire le sane dottrine e dicombattere colla facondia della sua predicazione i propagati errori degliariani; in modo che quell'istesso loro infortunio grande pro ebbe a partorireper la religione in quelle provincie dell'Oriente. Scrisse perciò lorol'angustiato pontefice Liberio una lettera commoventissima; e Sulpizio Severo nefa fede come quelli esuli siano stati careggiati nelle regioni tutte dovepassavanoforniti dai fedeli di spontaneo sussidio ed onorati dalle ambasciariedi tutta la cristianità.

Anche Eusebio dall'esilio suo di Scitopoli scriveva aidiletti suoi vercellesi. Ma siccome era diversa la tempera d'animo di quei duevescovidiversa così è l'impressione che destano le loro scritture. Lafermezza di Lucifero nei proponimenti era concitata dalla veemenza del di luicoraggio; quella d'Eusebio avea tutta l'immobilità di una virtù impassibile.Lucifero fulminava i suoi nemici; Eusebio confortava i seguaci suoi. In quellocampeggiava meglio lo zelo; in questo la rassegnazione. Le scritture pertanto diLucifero francheggiano l'animo; quelle di Eusebio commuovono il cuore. Seppiscrivea questi ai suoi diocesaniessere voi salvie quasi con un subitaneorapimento in tanta distanza di luoghiio mi sentii trasportato in mezzo a voimentre le lettere di ciascuno trascorrevoe le sante anime vostre e la caritàvostra inver me riconoscevo in quelle. Mescolavansi col mio gaudio le lagrimeegli occhi miei molli di pianto ristavanobenché impazientidi leggere. Godofratelli miei dilettidella vostra fedegodo della salvezza vostrafigliadella fedegodo dei frutti che anche da lunge se ne ritraggono. E se compiacesil'agricoltore in quella pianta che risponde alle sue cureed ogni sua opera vipone intornoanch'io alla santità vostra tutto me profferiscoe l'anima miastessa per lo vostro bene mi è caro di poter impiegare». Descrive quindi ilsanto vescovo in tal lettera le sopportate vessazionigli artifizi diPatrofilovescovo arianoacciò comunicasse con esso luila gioia del popolopel trionfo riportatonela maggiore severità seguitane nella persecuzione; echiude infine il suo scrivere colle più affettuose salutazionipregandociascheduno dei suoi a riconoscere nelle generali espressioni il proprio nomegiacché lo scrivere a tutti eragli impedito.

Non appartiene al mio assunto il descrivere quanto sia stataaccanita la persecuzione contro a quei santi vescovie come trabalzati da unesilio all'altroabbiano veduto in ogni luogo rinovellarsi li più atrocitentativi per far trionfare l'eresia. Solo per dare maggior lume al carattereapostolico di Lucifero io soggiungerò chepervenuta l'ardita di lui scritturanelle mani di Cesaretanto egli ne restò soprappresoche impose tosto aFiorenzomaestro suo degli officirichiedesse lo stesso Lucifero della veritàdella cosa. Ove questo zelante prelatoil cui calore d'animo non si ammorzavadopo lo sfogamentoanimoso rispondevagli: essere sue quelle epistole ed esseresua la preghiera fatta a Benosoagente di Cesaredi porla sotto li di luiocchi; ne sincerasse adunque l'imperatorepoiché ben lungi che non gli desseil cuore di confessare la sua operalietamente ne agognava la punizione.

Tanta variazione aveano fatto le cose della Chiesa sottol'imperio di Costanzoche li più grandi mali le sarebbero certamentesopravvenuti se la morte non si fosse interposta ai consigli suoi. Giulianodilui successore maneggiò arme diverse nel combatterla; ché l'odio nell'animosuo cauto ed antiveggente era raffreddato per lo pericolo di mettere aripentaglio il suo imperio e per la temenza di screditare quella sua filosofiacolle cui massime si governava. Preso adunque per partito di comportarsi consottile accorgimentopermetteva il richiamo di tutti i vescovi confinati dalsuo predecessore; e la nave della Chiesala qualeal dire di Girolamooramaiera per affondaresalva ricompariva sui fluttiavendo l'Egitto ricuperato ilsuo trionfante Atanagiola Francia il suo Ilarioed avendo l'Italia scambiatole negre sue vestimenta pel ritorno di Eusebio». Prima di rivedere le lorosedili due sardi prelati aveano convenuto di ragunare in Alessandria unconcilio che rammarginando le piaghe della Chiesamozzasse la via a novellecontese. Ma poiché a Lucifero stava anche molto a cuore il recarsi in Antiochiaper sedarvi le insorte competenze fra il vescovo ariano Euzoio ed il prelatocattolico Melezioinviò egli al concilio in sua vece due suoi diaconiaiquali concedette la facoltà di approvare le deliberazioni future dei padri. Eda ciò novella sorgente derivò a Lucifero di gravi rammarichie nuovo scismaalla Chiesa ed incertezza di sentenze per gli scrittori della storia di queitempi. Giacché Lucifero avvisando che il mezzo migliore per mescolare le dueparti quello si fosse di dar loro un novello pastorevolle ordinar vescovoPaolinodegno ed incontaminato sacerdotema non abbastanza caro ai seguaci diMelezio; e con ciò introdusse nel popolo una discordia maggiorela quale perlo spazio quasi di un secolo turbò la quiete di quella chiesa.

Nel mentre che di questo era gara in Antiochiavi giugnevaEusebiolatore della lettera scritta da Atanagio per annunziare i decreti deipadri di Alessandria; i quali prevedendo che la rigidezza dovea prestare materiaa novelle dissensioniaveano inclinato a consiglio più miteriammettendonella comunione i vescovi ariani penitenti. Eusebio riconobbe tosto quanto fossearduo il rintuzzare quella effervescenza; quanto difficile l'accostarsi con unsolo partito. Epperò da quel prudente uomo ch'egli erarimanendosi delcomunicare cogli uni e cogli altriné volle approvare l'opera di Luciferonéper la riverenza d'un tant'uomo palesamente biasimarla. Ma Luciferola cuianima ardente ed aperta non comportava i temperamenti mezzanialtamenterammaricatosi del cauto silenzio di Eusebioruppe con esso lui ogni comunionee riprovando i decreti del concilio di Alessandriaabbenché da lui primaabbracciati per lo mezzo dei suoi diaconifece ritorno alla patriacolmol'animo di amarezza contro all'amico suo. Tale è il racconto che Socrate nelasciò delle cause di disunione fra i due prelati. A queste il cardinaleBaronio altro motivo ebbe ad aggiungerenotando che all'animo austero diLucifero non satisfaceano punto i decreti benigni del concilio alessandrinocoiquali era stata fatta abilità ai vescovi ariani di governare le loro chiese; laquale condiscendenza parendo a Lucifero frutto di debolezza più che disaviezzaegli che ad una pace non misurata colle severe sue dottrine avriapreferito i pericoli di un secondo combattimentoinsorse contro ad Eusebiocreduto autor principale di quei decretidisgiungendosi dalla sua comunione eda quella degli altri padri del concilio.

Per chi ha meditato sul carattere di Lucifero non saràdifficile il porre in concordanza queste due narrazioniriferendo la discordiaad ambe le cagioni. Non così sarebbe agevole il pesarne le vicende; poiché nonmeno sullo scisma che ne nacque nella Chiesacome sulla costanza dellerisoluzioni di Luciferovario è il racconto che gli scrittori a noitrasmiserovaria l'opinione che i più gravi dottori della Chiesa ne portarono.Un dotto successore di Luciferol'arcivescovo Machingià altra volta da menominatoimprese con ispeciale apologia a dimostrare che Lucifero era rientratonel seno della Chiesa e nella comunione della sede apostolica. Ma non poté eglinell'incertezza e contraddizione dei monumenti tanto rischiarare il suo assuntoda sgomberare ogni dubbiezza. Onde più saggio partito io reputo quello dilasciare sospesa una discussione che l'autorità stessa pontificiadopo maturoconsiglioconobbe non suscettiva di chiara indagine; ché impercettibile quasiè il confine il quale talvolta distingue nelle anime grandi e generose lacostanza ed il dispetto; ed alloraquando alla persuasione l'amore si accoppiadelle proprie dottrineil piegarsi all'altrui autorità è meglio effetto dirassegnazione che di disinganno. Onde non è una meraviglia se il grado diversodi concitamento nelle persone vaglia a dare alla resistenza tutti quei caratteriche con varia gradazione accostansi alla fermezza od all'ostinazione. Omettendopertanto di intrattenermi maggiormente in sì malagevole argomentoio darò quicompimento a questi cenni sui due illustri prelati sardi del IV secolo. Esospendendo al tempo istesso la narrazione delle vicende gloriose della Chiesasardali cui fasti non presentano nel declinare di quel secolo enell'innoltrarsi del seguente ricordo veruno meritevole di speciale menzioneriferirò invece i tristi casi della Chiesa stessa e dello statorammentando laferoce dominazione dei Vandaliche per più anni aggravò le sorti dell'isolanostra; unico avvenimento che nelle notizie rimaste delle cose civili dellaSardegna succede alle memorie isolate ragunate nel libro quarto di questaIstoria.

I Vandali dopo aver già sotto l'impero di Onorio occupato lasignoria dell'Africanon pretermettendo nissun'opera abile ad allargare il lorodominioeransi innalzati a maggiori speranzeudita la morte di Valentinianoterzo imperatoreil quale era perito per una di quelle cause che nella storiadelle cose umaneossia delle umane debolezzeinfluirono mai sempre meglio chealtra qualunque a mutare la faccia delle nazioni; per quella cioè che il nomeregio avea già proscritto in Roma e spento il governo decemvirale. Gensericore di quei barbarinon pago del saccheggio di Romadrizzava in ciascun anno lesue incursioni alle terre litorali dell'imperio; nella qual cosa governandosieglicome narra Procopiopiù colla fortuna che col consiglioe lasciando inbalia dei venti la direzione del suo naviliola sinistra sorte della Sardegnacosì volleche le vele di questo re pirata fossero spinte sopra i suoi lidi.La narrazione tramandataci da Vittore Vitese del rapido progredire delle armivandaliche in quella circostanzaper cui non solo ridussero in loro poteretutta l'Africama la Siciliala Sardegnala Corsica e le isole Balearitravagliarono colle loro incursioni»ci dimostra pienamente che dai primi annidopo la morte di Valentiniano ebbe incominciamento in Sardegna la stabilesignoria di quei barbari.

Col mezzo di quelle scorreriesulle tristi vicende dellequali la storia dell'uomo lascia più luogo a meditare di ciò che la storia diquei tempi lasci a narrarela Sardegna tornò per la seconda volta insuggezione dell'Africa. E maggiore fu al certo il desolamento delle nostrecontrade al porvi piede le squadre dei Vandali che nell'approdarvi le flottepuniche; poiché in quei remoti tempi nei quali non si può affermare se neiconquistatori o nei vinti prevalesse la barbariela vittoria si risolveva in unmescolamento di popoli d'indole eguale; ma dopo i lunghi anni della signoriaromanada poi che per la novella religione di Cristo si erano ingentilite leistituzioni e purificati i costumile arme sole tranquillavano dopo lavittorianon gli odi. Quella stessa religione che fu mai sempre laconfortatrice migliore dell'umana concordiasomministrava allora maggioreincentivo alla divisione dei due popolidacchépenetrato nell'animo deiVandali l'errore degli arianieglino non così mostravansi paghi di comandare anovelli sudditicome di numerare novelli proseliti. Le pagine di Vittoretramandarono alla posterità la memoria delle crudeltà di ogni maniera con lequali Genserico afflisse i cattolicied i vescovi specialmente che rilegò edisperse con barbari trattamenti in lontane regioni. Confidavasi lo storico chesiccome egli scriveva i travagli delle chiese africanecosì coloro che nellaSpagnanell'Italiain Siciliain Sardegna erano stati testimonii di altreeguali vessazionine avrebbero lasciato ai posteri il ricordo». Ma icontemporanei sofferirono e tacquero; laonde benché non manchi a noi lacertezzamanca la relazione delle miserevoli vicende della Chiesa sarda.

Frattanto una novella gloria si rifletteva inver leidall'esaltamento al sommo seggio della Chiesa del sardo Ilarioche destinatoera dalla Provvidenza in quei tempi calamitosi a riempiere il voto lasciatonella cattedra romana da Leone il Grande. Era egli stato caro a questo ponteficeed aveva già sostenuto le sue veci essendo diacono nel concilio convocato inEfesonel quale scandalosamente prevalse l'errore di Eutichete; come seguendol'ordine dello stesso Leoneoccupato erasi Ilariogià arcidiaconoper lomezzo di Vittorino Acquitanodella continuazione dei novelli calcoli del tempoche si rendevano necessari dappoiché la serie dei ricorrimenti delle festepasqualiscritta da Teofilovescovo di Alessandriatrovavasi già prossima alcompimento. Prima sollecitudine del novello pontefice fu quella di perfezionarel'opera dell'illustre suo predecessorecondannando con solennità le diffusesieresie e richiamando con zelo i fedeli ad accostarsi alle decisioni dei treconcilii ecumenici di NiceaEfeso e Calcedonia. Rivolse quindi l'animo ariparare ad alcuni disordini radicati nelle Gallieed a molti di quei vescoviscrisse calde epistolenelle quali l'amorevolezza dell'esortazione non restadisgradata per la dignità del comandare e per la concitazione del riprendere.Convocò poscia un concilio in Romainvitando a gravi discussioni i vescovitutti che vi erano convenuti per celebrare l'anniversario della di luiesaltazione. Nell'anno infine che precedette la di lui morteaffinché siaggiugnesse alle altre sue glorie quella d'aver combattuto e vinto l'errorenelle persone anche le più eccelseegli affrontava apertamente nel tempiomaggiore di S. Pietro Antemioimperatore d'Occidenteal qualevenuto direcente a Romaerasi appiccato per le seduzioni di un Filoteo famigliare suo ilcontagio dell'eresia macedoniana; e smascherando ad alta voce i tentativiocculti pei quali serpeggiava già nella città la novella infezionetantocolla dignità e fermezza sua s'indonnava del cuore di Cesareche lo induceva adichiarare sotto giuramento il suo proposito d'impedire la propagazione diquelle perniciose dottrine.

Né al solo deposito della fede ed alla conservazione delladisciplina erano indirizzate le cure d'Ilario; ma la dignità anche esterioredel culto grandemente ebbe a giovarsi in Roma della splendida munificenza delledi lui largizioni. Anastasio Bibliotecario partitamente enumera gli oratoriiinnalzati da lui nella basilica di Costantino e gli arredi dei quali presentòquella del principe degli apostoli. Nella quale enumerazione tanta si presentala quantità dei preziosi metalli e delle gemme impiegate in quei lavoriche ilcardinale Baroniolamentando sopra le male venture dei tempi succedutitraevaargomento da quelli ampli dispendi sopportati nei soli pochi anni delpontificato d'Ilario per manifestare quale in quei dì fosse l'opulenza dellaChiesa di Roma. Non mancò neppure alle laudi d'Ilario quella di protettore deibuoni studii; perciocché allo stesso Anastasio la memoria si deve dell'averquel pontefice eretto e dotato due biblioteche presso al battistero di Laterano.

Nell'anno medesimo in cui Ilario lasciava vacante il seggiopontificaleLeoneimperatore dell'Orienteordinava un numeroso e potentenavilio per abbassare la feroce superbia di Genserico. Celebre negli annali deltempo è questa spedizione per l'apparato straordinario di forzeper l'immensaquantità di pecuniaper l'infelicissimo risultamento. Al mio assunto giovasolo il notare come Leoneapprezzando in tal occasione l'importanza delriconquistare la Sardegnacommetteva quest'intrapresa a Marcellianopersonaggio di gran probitàgià suo nemico in addietrocui egli tentòallora di rappaciare col mezzo il più potente pegli animi generosiconfidandosi cioè di lui in una fazione di gran momento e schiudendogli la viaalla gloria. Marcelliano satisfece al debito suo con prontezza e facilità; chéi liberatori delle nazioni oppresse non combattono mai soli contro aglioppressori. Nullameno sia per l'influenza della mala riuscita della maggiorspedizionesia perché negli accordi ai quali calarono i Romani ed i Vandalifosse compreso l'abbandono dell'isolaquesta ricomparisce suggetta allasignoria vandalica durante tutto il tempo che quell'accordo fu rispettato daisuccessori di Leone.

Continuatosi infatti dopo la morte di Genserico il regno de'Vandali in Unnerico suo figliuoloe continuatasi col regno la persecuzione deicattolici prima rattenutaposcia apertissimanon sì tosto imprese egli apubblicare li feroci suoi editticherelegandosi da lui in lontane provincie ifedeli più saldi nella loro credenza e non cedenti alle minaccie loro fatte deldecadimento da ogni temporale dignitàmolti di essi ebbero confino nellaSardegna. Altra maggiore testimonianza si trova al tempo stesso del dominiod'Unnerico nell'isolapoichécongregatisi per suo comandamento in Cartaginetutti i vescovi a lui suggetti onde assistere ad una inutile conferenzanellaquale al cospetto delle violenze la costanza dei cattolici poté resisterenonvincereleggonsi nella serie dei vescovi congregati e poscia esiliati con crudimaltrattamentii nomi dei vescovi della Sardegna.

Il breve posamento che nel succeduto regno di Gundabondo ebbela persecuzionedovette sollevare anche le angustie della Chiesa sarda. E dellesole angustie della Chiesa io do cennoperché delle vicende civili dello statonon restando verun ricordopossono queste meglio presumersi che riferirsi.Scoppiò poscia novellamente la persecuzione tostoché salì al trono sanguinosodei Vandali Trasamondofratello minore del re trapassato.

Questi non colla violenza imprese a travagliare i cattolici;ché l'esperienza dei regni anteriori lo avea addottrinato esser la violenzaseme che fruttava eroica resistenza. Pose egli l'animo a cattivare i debolicolle allettatrici promesse ed a privare gli altri dell'assistenza dei vescovinello zelo dei quali riposava la somma delle cose. Ma il divieto di novelleordinazioniche egli a tal uopo bandìrestò deluso per la prontezza deiprelatii quali eleggendo affrettatamente molti altri sacerdoti e diaconiliaveano già preposti al governo delle chiese vacanti. Onde rimanendo aTrasamondoche mal comportava tale disubbidienzail solo espediente diallontanare dall'Africa i nuovi pastoriebbe a relegarne un gran numero nellaSardegna.

Soprastava agli altri per pietàper severissima maniera divitaper merito di pubbliche scritture Fulgenziovescovo di Ruspa; e fra tantiillustri esuli niuno di essi reputavasi sventurato quando alla nobile causa delloro infortunio s'aggiungeva il conforto di un tanto compagno. Seguiva la stessasorte il vescovo d'Ipponae quali gli uomini di altra età recavano alle terred'esilio i loro penatirecava anch'egli con seco la salma del grande suopredecessore sant'Agostino. Né giammai colonia più accettevole approdò neilidi della Sardegna. Reggeva allora la Chiesa cagliaritana Primasioed accoltibenignamente gli esuli ed accomodatili di fraternevole ospiziotemperava coidolci ed affettuosi suoi modi la rigidezza della loro ventura.

La Sardegnache riceveva allora nel suo seno e sostentavaquei difensori animosi della vera credenzaavea avuto alcuni anni avanti lagloria di veder destinato alla somma dignità ed al cimento del pontificatoSimmacosuo figliuolo. E vero cimento fu per questo illustre sardo la suaesaltazionepoiché contristata fu poco stante dallo scisma dell'antipapaLorenzodalle gare feroci del clero e del senato romanoe dalla duranecessità in cui trovossi la Chiesa di far dipendere dal giudizio del gotoTeodoricore arianola cessazione di tanto scandolo. Nondimeno Simmaco aveagià fin d'allora meritato l'universale giudizio della Chiesa a suo favoremostrandosi generoso nell'onorare il rivale suo Lorenzo; tenero del benepresente della Chiesa nel convocare in Roma per maggior consolidamento dellapace un concilio; sollecito della futura quieteproponendo ai padri che lescelte dei pontefici dovessero da quindi innanzi regolarsi colla maggioranza de'votie che al broglio dei pretendenti si opponesse un argine con dichiararsiprivato delle dignità e della comunione della Chiesa coluiche nella vita delpontefice o manifestasse l'ambizione di succedergliod in qualunque manieraobbligasse per le venture elezioni il suo voto. Alle quali saggie proposizionil'assentimento unanime rispondeva e l'acclamazione dell'intiero concilio.

Stanziate tali coseSimmaco voltò l'animo ai bisogni dellechiese dell'Oriente; e conoscendo che il silenzio di Anastasio imperatoreilquale avea mancato della consueta onoranza verso un novello ponteficemuovevadal di lui animo nimico ai cattoliciprese tosto ad ammonirlo desistesse dalcomunicare cogli eretici e dal proteggerli. Locché non bastandocontro almedesimo imperatore fulminava poscia le censureindirizzandogli una veemente adun tempo e paternale epistola apologetica onde rimuoverlo dai suoi errori.Speravasi frattanto che i mali consigli dei proteggitori dello scisma dopo ilprimo ribollimento avessero leggiermente a risolversi; ma il contrarioaddiveniva; ché più fiera surgendo la dissensione ed armata di calunnie controal ponteficedi nuove amarezze ebbe a riempiere il di lui animo e di nuovecommozioni il suo pontificato. Si era perciò sedato appena nel secondo concilioa tal uopo congregato in Roma lo scismache più accesi che mai li nemici diSimmaco ogni mezzo adoperavano per rendergli infesto Teodorico. Quantunquequesto re ariano abbia in quel frangente bene meritato della pace della Chiesacattolicarimettendo ad un altro concilio la decisione delle rinnovate gare edonorando dal suo canto con dimostrazioni speciali di riverenza la persona diSimmaco. Ed infruttuosamente ciò praticavasi da Teodoriconon bastando gliespedienti temperati ad attutare le due fazioni che con calore egualebenchécon diversa giustiziaparteggiavano per Simmaco e per Lorenzo. Onde dirinnovati concilii e d'una più efficace e decisa interposizione di Teodorico siebbe bisogno per assopire quelle furibonde e sanguinose discordie.

Mentre l'animo del pontefice era ancora agitato da tantiturbamentigiugneva a lui la novella della relegazione alla quale erano staticondannati nella Sardegna da Trasamondo i vescovi africani. E non si puòdubitare non abbia egli infelice portato più viva compassione a quelliinfelicie non sia surta nell'animo suo colla commiserazione la rimembranzadella patria carità. Non mancò perciò eglicome Anastasio ne fa fededicopiosi soccorsi agli esulifornendoli in ciascun anno di danaio e divestimenta. E siccome agli sventuratiil cui cuore è temperato a generosisensigiova meno il sovvenimento che la delicata partecipazione ai proprirammarichisollevava ad un tempo il pio pontefice il loro spirito conindirizzare ad essi le parole balsamiche della consolazione.

Nel principio dell'esilio Fulgenzio non avea potuto secondareche imperfettamente la vocazione sua alla vita monasticae si dovettecontentare di accompagnarsi nel privato suo ospizio con alcuni vescovimonaci echierici suoi seguaciformando così l'immagine di una casa religiosaoveriduceansi i cittadini di Cagliari come a scuola di sapienza e di religione perudirvi interpretate le divine scritturee come a tribunale di pace per vedervicomposte le loro differenze. Dopochétornando vana a Trasamondo la chiamata diFulgenzio in Africa per ismuoverlo dalla sua fermezzafu questo vescovorispinto nell'antico esilioprima sua sollecitudine si fu quella di innalzarein Cagliari un monistero presso all'antica basilica di S. Saturninoovedall'arcivescovo Primasio gli era stato conceduto un luogo acconcio. In questomonistero egli si rinchiuse coi suoi compagnipromuovendo in ogni classe dipersone col suo esempio e colle sue esortazioni l'amore della vita ritirata epia. Ivi egli scriveva molte pregiate sue opere; ivi indirizzava ad altrivescovi e fedeli della cristianità lettere di conforto o di scioglimento didubbiezze teologiche; ivi per fine risanava nei lunghi anni del suo esilio imalori nei quali la Chiesa sarda era caduta o pel rilassamento della disciplinain tempi così difficilio per l'influenza dei dominatori ariani. Per la qualcosa la Sardegna deve annoverare fra gli avvenimenti li più fausti per la suareligione questo lungo soggiorno nel suo seno di tanti illustri prelati esuliedi Fulgenzio soprattuttoche guida era ed indirizzatore di tutto ciò che daessi si praticava.

Cessò la persecuzione contro ai cattolici nel salire altrono dei Vandali Uldericodal quale furono restituiti nelle loro sedi livescovi esigliati. Onde la Sardegna durante il regno di questo principe el'usurpazione di Gelimero suo successorequalche giovamento ebbe a trarre daquella quietedopoché per singolare ventura tratto lo avea copioso dallapersecuzione. Ma il destino delle cose umaneche non sempre accomoda ai tempidel maggior bisogno i conforti e le vendetteavea riserbato la liberazionenostra dal giogo vandalico a quell'età. Gelimeroaspreggiando l'imperatoreGiustiniano col negargli la dimandata liberazione di Uldericoavea richiamatonell'Africa le aquile romane per sì lungo tempo non più viste in quel suolo.Mentre faceansi a tal uopo i convenienti apparati sotto il comandamento diBelisarioGodaduce della Sardegna per Gelimerouomo di mente sagace e dimolto accorgimentoprevedendo i cimenti ai quali dovea in quelle fazioni esseresposto per la difesa dell'isolaavvisò di scerre un espediente con cui ecansasse i pericoli della guerrae si procacciasse quei maggiori frutti checolla vittoria avrebbe potuto ottenere. Drizzatosi tutto adunque al disegno diridurre la provincia in suo particolar dominioscrisse a Giustiniano:allontanarsi egli dal suo sovrano non per ingratitudine o perfidiama perchél'animo gli rifuggiva dall'obbedienza di un principe disonorato da tantecrudeltà; voler egli sottostare ad un monarca giustonon esser suggetto ad untiranno; piacesse pertanto a Giustiniano di essergli cortese di approvazione elargo di ausilioacciò il proposito suo potesse recare ad effetto. Giustinianoaccolse con grande inclinazione le dimande di Godae ciò forse era comandatodalla ragion di stato; ma la ragion di stato non può scusare che l'imperatoreabbia contaminato le parole sante di prudenza e di giustiziagiusta chiamando eprudente la tradigione di un ribelle. Checché ne siasiccome coi fatti e noncolle ragioni si muovono spesse volte le cose di quaggiùspedì tostoGiustiniano alla volta dell'isola Eulogio suo legatoil quale vi trovò Godainvestito del potere e del nome regiocircondato di satelliti e spirante tuttoil fasto di una signoria recente. Goda non soldati chiedeva alloraall'imperatorema un capitanoe con ciò egli stesso dava a divedere chemaggior del valore era in lui la temerità; nel mentre che Giustinianoin cuimaggiore era l'avvedutezza che la buona fedelo accomodava ad un tempo di ducee di soldatesche; quasi come nello spiegare di nuovo agli occhi degli isolani ivessilli dell'imperiovolesse loro indicare che drizzassero a questi soli lemirepoiché la protezione del ribelle tanto potea durare quanto il bisogno disimularla.

Gelimero frattantocui stava sommamente a cuore il ritorredalle mani di Goda la Sardegna prima che vi giugnesse l'ausilio dei Romaniarmava affrettatamente cinquemila dei suoipreponendo loro Zazone suo fratelloe spedivali sopra cento e venti navi nell'isola contro al ribelle. Zazone contanta prontezza sorprese la città di Cagliarie con tanta facilità spense ilsuo nemicoche ben si scorge che quel popolo o dovette parteggiare per lo piùantico dei due usurpatoriod accostarsi a nissuno dei due. E ciò a me sembrapiù da credere; poiché in quell'avvicendarsi di barbare dominazioni non poteaprevalere altro senso negli animi più o meno generosi dei suggetti che quellodell'odio o dell'indifferenza. Onde se lo sbalzo di Goda fu senza lagrimelavittoria di Zazone fu senza applausi.

Il capitano dei Vandali non istette lunga pezza a compiacersinella fausta sorte delle sue arme. Udì egli in Sardegna l'arrivo del navilioromano in Africa; non le vittorie di Belisarioil quale avea colà rinnovatocomecché con minori cimentila rimembranza dei bei giorni di Scipione. Scrissepertanto Zazone al suo fratello una lettera in cui gli riferiva: aver eglistesso colle sue mani sparso il sangue di Goda; l'isola intiera obbedire dinuovo al re dei Vandali; si celebrasse adunque festivamente in Cartagine lavittoria e gli animi si rinfrancassero per tale fortunato incominciamento dellaguerra. Ma Cartagine era già in potere di Belisario allorché vi giugneva ilmessaggioe Gelimero avea con espressioni più dimesse scritto al fratello: idestini suoi sinistri averlo allontanato dal suo fianco nel momento del maggiorbisogno; abbandonasse dunque la Sardegna e la tirranidevolasse col navilio ecolle squadre al suo soccorso; chéstolto consiglio sarebbe stato averpensiero d'altromentrecché la somma delle cose era in forse. Al quale invitosatisfaceva tosto Zazone fra le lagrime e il lamentarsi dei suoi soldatichetacitamentee senza darne indizio agli isolanidel cattivo loro fato sirammaricavano.

Poco giovò quel tardo accozzamento dei due esercitivandalici. Onde dopo la novella vittoria di Belisario tutto il campo rimase aquesto generale di riconquistare la Sardegnala quale per la forza delle cosegià cadeva sotto la podestà dell'imperatore. Venne pertanto inviato nell'isolaCirillo con numerosa soldatesca; e Faraaltro dei ducimostrava al tempostesso il capo mozzato di Zazone agli isolanili quali tentennavano ancora nelcedere agli imperialinon perché gradito loro tornasse il dominio dei Vandalima perché paventavano la calamità delle novelle gare. Perciò alloraquandofurono certificati che nell'Africa era già spenta la signoria vandalicasenzaindugio ritornarono a obbedienza dell'impero.

Giustiniano impiegò tosto ogni suo pensiero nel riordinarel'amministrazione delle provincie novellamente restituite allo stato. Egli aveagià nel preceduto anno pubblicato le sue istituzioni della ragion civile ed ilibri del digestomonumento il più grande dell'antica sapienza. Succeduta larecuperazione delle terre possedute dai Vandalipose mente a pubblicare dinuovo il codice delle leggi imperialifacendovi inserire le novelledisposizioni che appartenevano al governo di tali provincie. In questel'imperatoredopo aver riferito alla divina protezione la fausta ventura dellesue armestabilisce per la provincia dell'Africa un prefetto del pretorioedassoggettandogli la Sardegna nel modo istesso già ordinato per le prefetturedell'Oriente e dell'Illiricodestina a governare l'isola un maestrato coltitolo istesso di presidegià altra volta creato da Costantino Magno.Determinato quindi il novero degli officiali d'ogni manierapassa l'imperatoread inculcare a ciascuno di essi con tanta gravità di espressioni la continenzadelle cose altruiallegando le ragioni principali per le quali più grave doveatornare alle novelle provincie qualunque abusoche ben si conosce quantofondamento facesse Giustiniano nel cattivare con una blanda amministrazionel'animo dei nuovi suggetti oramai per lungo tempo divezzi della romana signoria.Si volge poscia a rattenere l'arbitrio dei giudici nella riscossione deglionoraria moderare la tassa delle spese cancelleresche e ad assegnarestabilmente lo stipendio di ciaschedun officiale.

A queste prime provvisioni ragguardanti all'amministrazionecivile di quelle provincietenne dietro altro ordinamento contenente le normeper lo comandamento militare. Fra le quali si deve specialmente notare lacommessione avuta dal duce che presiedeva alle soldatesche di Sardegna di farleaccampare in sul piè delle montagneove le genti così dette barbariche aveanostanzaonde difficultar loro il trascorrere per la provincia. E qui una novellagenia di nemici ci si appresenta per la prima volta ed un novello nome dipopolatoridel quale l'isola andò debitrice al soggiorno dei Vandali.Allorché eglino nei tempi anteriori combatteano contro ad una schiatta diMauritanichiamati barbarine aveano spedito con pestifero consiglio unafrotta in Sardegnanon per istabilirvi una colonia; ché tale pacifico nome nonmeritava lo spaccio dato ad una legione di ladri; ma per arrogere agli altrimali della provincia quello delle interne scorrerie e devastazioni. Occuparonoallora questi barbari li monti più vicini alla capitaleed esecrati dainazionalinei cui campi e poderi trapassavano ogni qual volta loro ne veniva ildestroponendovi ogni cosa a rubagiustamente ritennero anche nel linguaggiodegli isolani il nome originario di Barbaricini. Nome il quale si serbòinalterato nelli tre distretti dell'isola appellati anche oggidì Barbagie;quantunque per la miglior maniera di vivere introdotta gradatamente nei secoliseguenti fra quei montanarie per lo potere della religione loro comunicatasiasi operata in essi una tale mutazioneche ben lungi dal ritrarre degliantichi popolatorigli abitanti moderni delle Barbagie in singolar pregio sianostati più volte fra noi tenuti per la svegliatezza dell'ingegno.

Alcuni scrittori nazionaliintenti a purificare la sorgentedel nome barbaricinocredettero di poter mescolare con quelli Africani lanobile schiatta degli Iliesiver la quale l'antica tradizione rifletteva tuttolo splendore dei tempi eroici. Nell'oscurità in cui lo smarrimento delle dechedi Livio ci lascia circa alle vicende di questi popoli dopo le ultime sconfitteda essi toccatenon si può affermare con sicurezza se durato essi abbianonella resistenza alla dominazione romanao siano calati finalmente allasommessione. Non è dato perciò di chiarire se questo amore costantedell'indipendenza abbia potuto tanto accenderli da far loro obbliare qualetriste alleanza fosse mai quella di una mano barbara di stranierili qualinella libertà della vita selvaggianon la quiete propria desideravanomal'altrui danno. Comunque si siail nome dei Barbaricinie non più degliIliesidistinse dopo tale età quella generazione inquietache odievole fu perpiù secoli non solo ai dominatori dell'isolama agli antichi abitantieziandioli qualistracchi delle loro molestiemal sofferivano la vicinanzad'una popolazione contaminata dalle superstizioni pagane e restia più diqualunque altra ad abbracciare la fede professata dalla maggioranza degliisolani.

Avendo Giustiniano stabilito quanto apparteneva allarepressione di quei nemici internifece pensiero a provvedere al prontoeseguimento delle ordinazioni regolatrici del servizio militare ed al minoraggravio dei provinciali. Dopo aver perciò dichiarato i rispetti di dipendenzadei duci dal prefetto pretorio dell'Africa ed i casi delle dirette relazioni dafarsi dagli officiali allo stesso imperatoreimprese a determinare con fissatassazione gli emolumenti di ciascheduno; specificando fra gli altri gliassegnamenti dovuti al duce della Sardegnachiamato colle formolecancelleresche d'allora uomo chiarissimoed ai di lui ministri. Nelle qualiordinazioni tal è la minutezza delle spiegazioni e la severità delle penecontro alle trasgressioni anche lieviche argomento se ne trae certissimo pergiudicare dell'attenzione con cui dalle rive lontane del Bosforo si vegghiava daquell'imperatore sulla tranquillità delle provincie dell'Occidente. E se lastoria avesse a noi tramandato più ampie memorieforse maggiori motivi noiavremmo di valutare il politico accorgimento con cui si pose mente allora acareggiare i novelli sudditi ed a far loro gustare il benefizio della distruttasignoria dei Vandali. Ma nei monumenti di quel tempo non altro cenno si trovadei provvedimenti di Giustiniano in Sardegnaeccetto dell'avervi egli fattocingere di mura la città di Foro Traiano.

Affine di sopperire a questa mancanza di notizie ulterioridegli ordinamenti di Giustiniano indirizzati al bene dell'isolami giova loscegliere qui fra li tanti ricordi che il suo codice ne lasciò della di luipolitica avvedutezza nell'amministrazione di tutto quel vasto imperioun attodella di lui autoritàdal quale colle altre provincie la Sardegna eziandioebbe a ritrarre o grande confortoo grande fiducia almeno di miglioramentodelle sue sorti. È questo registrato in una delle costituzioni imperialichiamate novelle; ed a chi fu incaricato di ridurlo a forma di legge sì grandene sembrò il benefizioche invece di notare nel titolo il consueto compendiodel provvedimentoegli volle svegliare la maggior attenzione del lettore conuna formola straordinariascrivendo queste enfatiche parole: ognuno rendagrazie a Dio per una tal legge». In questa adunque non volendo Giustinianotrascurare veruna cosa che gli venisse in mente pel bene dei suoi sudditiebramando di por terminecom'egli disseai disonesti e servili ladronecci coiquali i provinciali erano travagliati dai loro giudicicomandò che a titologratuito si conferissero d'allora in poi le cariche di amministrazioneaffinché si togliesse agli amministratori un'occasione di misfare e cessasse loscandolo dei preceduti imperiinei quali concedendosi gli uffizi civili acoloro che li aveano comperati col denaioe toglievasi ai sovrani la facoltàdi riprendere gli amministratori malvagied a questi quasi giusto tornaval'arbitrio di tener celate le loro riscossioni».

Grande certamente era il vantaggio che Giustiniano aveaintrodotto nel governo del suo stato con restituire alle pubbliche carichel'antico onoreproscrivendo quelle venali concessionile qualimalgrado degliantichi e dei recenti esempio furono infausteo se produssero talvolta felicirisultamentitutto dovettero a quella buona ventura con cui si governano per lopiù i negozii umaniniente a quella ragione severa con la quale dovrebbonogovernarsi. Le provincie romane pertanto erano per risentire ben tosto ivantaggi di sì salutare innovamento. Ma quei tempi non pativano che leprovincie tranquillassero lungamente; e perciò la Sardegna aveva appena gustatala dolcezza d'un governo più conforme ai suoi bisogniche già dovea numerarenella serie dei suoi dominatori un altro di quei popoli settentrionali gittatisinelle più fiorenti terre dell'Europa in sul declinare del vecchio impero.

Le cose di Giustinianole quali aveano procedutoprosperamente contro ai Vandalitravagliavano d'altra parte nella guerragoticada poi cheassunto al trono dei Goti Totilasi era egli rendutoformidabile in vari scontri alle truppe imperiali. Fra le ardite intraprese delre goto si annovera da Procopio la spedizione da esso fatta dei maggiori suoicapitani con un potente navilio onde impadronirsi delle isole di Sardegna e diCorsica; spedizione che riescì a prospero finenon avendo incontratogl'invasoricome lo stesso storico affermaresistenza nissuna nella Corsica;la qual cosa fa presumere che pari ragione si possa rendere della facilitàincontrata nell'occupazione della Sardegna. Si contristò altamente a tal nuovaGiovanniduce delle arme imperiali nell'Africa; e recandosi ad onta che unafazione di quella importanza si fosse consumata senza ch'egli vi ponesse mentenon che riparointese a vendicare i suoi tortimettendo in punto un'armatanumerosa e facendola veleggiare alla volta dell'isola fornita di buon nerbo disoldatesche. Approdata la flotta a Cagliari s'accampò l'esercito in queilitorali colla mira di accerchiare la città. Sebbene tornò vano ognitentativo; poiché i Goti essendo ordinati di molta e fiorita gentedifeserocoraggiosamente le murae colto il destro che le squadre imperiali stavansi amala guardiale percossero talmente in una repentina sortitache i soldatiscampatisi da quella strage ebbero a malapena il tempo di riparare con prestezzaalle navi e di abbandonare un porto tanto ad essi fatale.

Rimasero per tal avvenimento i Goti padroni dell'isolao diquella porzione almeno nella quale aveano fatto stanza. Ma il loro dominioquantunque libero da invasioni stranierenon fu netto da pericoli intestiniseè vero ciò che Leonardo Aretino nella sua storia gotica afferma dei movimentisuscitatisi fra i Sardi contro ai novelli signori. Se non che poco poté giovareod un dominiood una resistenzacui dovea impor termine da lì a non molto ildeclinamento sofferto dalle armi gotichedappoichépassato il comando delletruppe imperiali alle mani di Narsetesi combatterono da lui felicemente quelledue battaglie nelle quali Totila ed il successore suo Teia restarono debellatied uccisi. Difatti appena si calò da ambi gli eserciti alle convenzioni dipacenelle quali espressamente era compreso lo sgombero dei Goti da tuttal'Italiache la Sardegna ricomparisce di nuovo sottomessa alla dominazione diGiustiniano e dei successori suoi nell'impero d'Oriente.

E qui comincia per la Sardegna un'epoca novella; poiché lalontananza dei dominatori ed il pensiero delle gravi difficoltà in cui sitrovarono essi ogni dì maggiormente impigliatiscemando nel loro animo lasollecitudine per le lontane provinciemenomarono anche nei provinciali lavenerazione ed il timore. Onde i popoli né bastantemente protettinébastantemente frenati si distaccarono in varie maniere da una dominazioneinclinante al totale suo risolvimento. La Sardegna anch'essa dovette a talicause ed alle altre malaugurose venture ch'ebbe a sopportarel'introduzioned'una novella foggia di governodel quale nel libro seguente per me siriferirà l'origine. E forse da quel punto la narrazione tramutando sembianzadesterà un interesse maggiore nell'animo dei miei nazionalii quali dovetterofinora riconoscere nelle vicende rapportate meno un'istoria propria che unasequela dell'altrui. Ed a me nell'intrattenermi di quelli avvenimentitorneràl'istesso conforto che all'uomo pubblicoil quale stracco della nobile mapericolosa trattazione delle civili bisogneripara alle mura paterne e siriduce al pacifico governo dei famigliari negozii.

 

 

LIBRO SETTIMO

 

Erasi continuata in Sardegna col dominio degli imperatorigreci la maniera di governo datale da Giustinianoe ripigliata dai lororappresentanti quella licenza di vessazioni che usavasi dagli antichi magistratidella repubblica. I principi divenuti in tanta distanza di luoghi menoaccostevoliin tanta sequela d'infortunii meno possentio poco stimavano leprovincie remoteod erano costretti a voltare tutta l'attenzione alle vicine.Passava dunque dall'un canto impunito ogni arbitrioe sorgeva dall'altro ognidì più imperioso il bisogno di riparare a qualche autorità tutelare. In mezzoa tali vicende la persona venerevole del sommo gerarca della Chiesa era la solache potesse inspirare per la carità sua e per l'altissima sua dignità lafiducia di una valevole mediazione presso alla corte di Costantinopoli. Esiccome in quell'allentamento della vigilanza suprema per le provincieoccidentalimaggiormente si rinfrancava la baldanza dei nemici dell'imperoperciò non solamente nel reggimento delle cose ecclesiastiche doveano ipontefici esercitare la loro autoritào dirizzare le loro sollecitudini areprimere le avanie degli officiali civilima protettori eziandiodell'esteriore sicurezza dei popoli d'ogni espediente doveansi giovare ondeguarentirla da invasioni od insulti. Questo è il quadro generale delle cosepubbliche della Sardegna che nel declinare del sesto secolo enell'incominciamento del seguente trovasi delineato nelle epistole del santopontefice Gregorio Magnounico e prezioso monumento che rischiari le vicendenostre di quei tempi.

Per queste si fa manifesto che continuava anche allora adessere qualificato preside il supremo governatore dell'isola; che un ducepresiedeva anche allora alle cose militari; che i magistrati della provinciariconoscevano l'antica dipendenza dalla prefettura dell'Africa. Preside infattichiamò Gregorio quel magistrato che insieme con Eupateriogenerale dellemiliziee con altri notabili dell'isola erasi rammaricato presso al ponteficed'uno scandolo dato nella sinagoga cagliaritana da un ebreo novellamenteconvertito alla fede. Preside era quello Spesindeo al quale il ponteficeaccomandò impiegasse ogni sua opera nell'accogliere i novelli proseliti che laChiesa sarda acquistava ogni dì fra i popoli non ancora compiutamenteconvertiti. Duce della Sardegna era quel Teodoro cui il pontefice esortava amoderare gli abusi di potere dell'officiale suo Donato contro alla pia donnaGiulianaabbadessa del monistero di S. Vitoed a proteggere coll'equità deisuoi giudizi l'applicazione di alcuni beni a pie cause contrastata allareligiosa Pompeiana. E perché chi potea raffrenare gli altri abbisognavaanch'egli di raffrenamentoscriveva pure Gregorio a Gennadiopatrizio edesarca dell'Africaacciò lo stesso Teodoro cessasse dalle sue vessazionicontro ai Turritanialtamente lamentate dal vescovo loro Mariniano. Nel mentreche a fine di por riparo alle altre vessazioni di quel duce disobbediente oramaiagli ordinamenti imperiali banditi nel governo di Eudaciosuo precessoreintorno all'abolizione di alcune pubbliche gravezzevedevasi costretto ilpontefice a ricorrere per mezzo di Onorato diacono all'imperatore Maurizio edalla consorte sua Costantina Augusta. Da questi monumenti si raccoglie del pariche il potere dei duci erasi in quei tempi allargato oltre ai confini delcomandamento militare stabiliti da Giustiniano; poiché gli atti di autorità aiquali vidimo essere stato invitato Teodoro dal ponteficeatti sono della civilepodestà. Onde si può credere che nelle stesse persone si accumulasserotalvolta ambe le amministrazionio che nelle mancanze dei presidi sottentrasseal governo il capitano delle genti da guerra.

Più diffusi sono i ricordi che quelle epistole cisomministrano delle cose religiose dell'isola. Si ha per esse la notizia dellagrande quantità di nazionali che in quei tempi continuava ancora o perignoranza o per contumacia nella credenza pagana. Fra questi ultimi devesiannoverare l'intiera schiatta dei Barbaricini. Colle arme alla mano sostenevanoeglino anche in tal età quella licenza di ribalderie ch'essi appellavanoindipendenza; e perché fossero in ogni rispetto divisi dalla nazione e daigovernantianche la religione loro tenevano in dispetto o in non cale. Il soloduca dei Barbaricini chiamato Ospitonecui la stessa sua miglior condizioneavea preparato a più dolci e saggi pensamentierasi convertito alla fedecristiana: i suoi sudditi tutti la rifuggivano. Sollecito pertanto il ponteficedi profittare della di lui influenzacon parole paterne esortavalo a cooperareal bene dei suoi suggettiassistendo coll'autorità sua Felicevescovo diPortoe Ciriaco abatecolà allora inviati per attendere alla conversione diquella provincia. Né infruttuosa punto tornò la missione di quelle due piepersone; poiché in breve tempoaiutate da Ospitonenon solamente illuminaronoi popoli colla persuasionema la religione di Cristo mostrarono anche loro comepegno di futura quiete e come mezzo vero di mescolamento perpetuo colla nazioneottenendo che condizione della pace allora fermata fosse la loro generaleconversione. Zabardaduce dell'isola avea fatti principalmente tutti gli uffiziper condurre le cose a questa pacificazionealla quale niun'altra puòsoprastare nella storia degli incessabili conflitti degli uomini; perchécondizioni o più savie o più utilio racchiudenti maggiormente in se stessela certezza della perpetuitànon s'imposero giammai ai popoli ridotti aobbedienza. Esultante perciò di gaudio scrivea Gregorio a Zabardaencomiandoloper l'opera prestataconfortandolo a continuare nella santa intrapresapromettendogli di renderla nota ed accetta alla corte imperiale.

I Barbaricini non erano al tempo di Gregorio i soli chedeviassero dalla credenza comunemente abbracciata nella Sardegna. Molti deiforesi impiegati nel coltivare gli altrui poderi in varie terre serbavano leantiche superstizioni. Calde esortazioni dirigeva per tal cagione il ponteficealle persone nobili ed ai possessori dell'isolaacciò valendosi di tutti gliespedienti che loro somministrava la superiorità delle ricchezze e delladignitàconvertissero alla fede quei loro coloni nei quali non il buon volereforse era manchevolema l'istruzione. Con espressioni più agitate riprendevaal tempo stesso la negghienza di quei prelatii quali comportavano nelle terredelle loro chiese lo scandolo dei coloni non convertiti. E ciò non bastandodappoiché il fisco imperiale non mostravasi punto indulgente nel condonare ainovelli convertiti la tassa allora in uso per la libertà dei sacrifizi paganiindirizzavasi Gregorio a Costantina Augustapregandola affinché si abolissequella rea esazionee ponendole in vista il poco giovamento che l'Italia dovearitrarre dai lucri derivati da così impura sorgente.

Della gerarchia ecclesiastica della Sardegna in quell'età cidanno anche le lettere di Gregorio sicura contezza. Vi si dichiara come uno soloera nell'isola il metropolitanocioè il vescovo di Cagliaridel quale glialtri prelati tutti doveano riconoscere la superiorità. Questo solo è quelloal quale in molte lettere si dà dal pontefice la qualificazione di arcivescovoo di vescovo della sarda metropoli. Questo solo comunicava agli altri vescoviche il pontefice appella subordinatile ricevute istruzioni per la conversionegià mentovata dei coloni delle chiese. Al vescovo di Cagliari commettevaGregorio di ordinare un novello vescovo nella città settentrionale di Fausaniae nelle altre sedi vacanti della Sardegna. Al medesimo raccomandava convocasseper due volte in ciascun anno i concilii dei vescovionde far provvisione aibisogni delle chiese e custodire inviolata la disciplina. Ai vescovi tuttiinfine scriveva Gregorio: non si scostassero dalle normesegnerebbe loro ilmetropolitano intorno alle denunziazioni annuali della Pasqua; dallo stessometropolitano dovessero dipendere nell'ottenere la facoltà di partirsidall'isola. La qual lettera contenendo i nomi di tutti i vescovieccettuatoquello di Cagliariche in quel tempo era pur viventechiaramente manifesta cheesso fu disegnato col nome allora unico nell'isola di metropolitano.

Chiamavasi il vescovo di Cagliari Gianuario. Era egli uomopioma soprabbondava in lui quella semplicità per cui se l'uomo virtuosomostrasi più amabilemaggiormente cade in dispregio l'uomo debole. Aggravatodall'età sua provetta e dalle infermitàegli reggea con mano mal sicuraquella chiesaalloraquando il ponteficevolendo per se stesso conoscere unuomo contro al quale si davano tante imputazionilo chiamò a Romaindirizzando a tal fine le istruzioni sue a Sabinoincaricato in Sardegna delleincumbenze di giudice apostolico col titolo di difensore dell'isola. Fra lequerele venute contro a Gianuariosi annoverava l'aver egli scomunicatoIsidoropersonaggio illustre della Sardegnaper lieve cagione; epperò ilponteficeil quale avea già per tal fatto acremente ripreso il prelatocomandava che lo stesso Isidoroda lui appellato uomo eloquentissimoforseperché nei di lui richiami era improntato il di lui ingegnosi presentasse delpari in Roma a trattar le sue ragioni. A poco rileva il ricercare nellesuccedute epistole di Gregorio l'esito di quella causa; poiché in tutta laprogressione del vescovado di Gianuario le riprensioni ora paterneora severeindirizzategli dal pontefice ci dimostrano abbastanza che se non di giudiziodegna fu sempre di censura la condotta di un uomo tenero oltre misura deivantaggi suoi temporalipoco curante della disciplina monacalemal avvedutonel comportare le crescenti oppressioni dei giudici laici contro al suo cleroindolente nel gastigare l'arcidiacono della sua Chiesail qualemalgrado deicomandamenti intimatiglimenava vita comune con alcune femmine.

Nondimeno era costretto Gregorio ad indirizzarsi a Gianuarioacciò la di lui opera giovasse in qualche maniera a salvar l'isola dallecorrerie di un novello nemico che ne infestava le spiaggie. Agilulfoduca diTorinocondotto dalla mano di Teodolinda sul trono dei Longobardinon contentodi tribolare le altre provincie d'Italia suggette all'imperoavea ordinato unosbarco sui litorali della Sardegna. Era preveduta questa incursione in Romanonnell'isola; tuttavia fu maggiore in Roma che nell'isola lo spaventopoiché iSardisebbene malconci pel repentino assaltorispinsero dal loro lido quelliaggressori. Stando perciò Gregorio in sollecitudine di prevenire una secondainvasione e tentando di trasfondere nell'anima tiepida di Gianuario l'energiache gli scaldava il pettolo incitava a raddoppiare la sua vigilanzaadisporre sulle mura le scoltea munire le rocche e fornirle di vittuaglie. Altempo stesso l'abate Proboinviato dal pontefice ad Agilulfoordinava con luile condizioni della pace; ma siccome mal sicura pareva a Gregorio quellariconciliazioneprevedeva egli il bisogno di una novella difesa e valevasi ditutti gli espedienti per assicurarne l'eventoeccitando anche allo stesso uopolo zelo del prefetto dell'Africa Genadio. Ed abbenchéper ragione della pacesolenne indi a poco tempo conchiusa fra il re Agilulfo e Callinicoesarco diRavennacessato sia poscia ogni pericolo di altre inquietudininon deesi menolamentare la sorte della Sardegna in quei tempi; poiché a tale stremo eraridotta dalla sbadataggine del governo imperialeche il pontefice nel volerlaguarentire dalle esteriori molestienon un duce incontravanon un uomo diguerrache ivi sostenesse le parti dell'imperoma era costretto a giovarsi delfiacco ausilio di un prelato cadente per vecchiaia e per melensaggine. Onde o sivoglia dire che agisse Gregorio in tali frangenti mosso dalle sollecitudini suepaterneo che lo speciale incarico gli fosse commesso dall'imperatore Mauriziodi sopraintendere alle cose pubbliche dell'Italiala condizione di quei tempinon può che entrar nel novero delle altre malaugurose vicende dell'isola.

Molti altri ricordi si potrebbono ancora raccogliere nellevarie epistole di Gregorio che tuttora rimangono a rammentare. Ma siccome sonoattenenti a materie di minore o di privato interessesì basterà l'accennareche in tutte traluce la paterna sua dilezione per quei popolilo zelo suo perla finale estirpazione del paganesimola sua severità per la disciplinaecclesiasticala sollecitudine sua per la moltiplicazione dei monisteri e perlo governo degli ospedali. Laonde si può anche dire che se in quell'età mancòalla Sardegna il benefizio d'un governo attento ai suoi bisogninon le mancòil conforto di un padre che lamentava e temperava le sue calamità.

Cessata la scorta delle epistole di Gregoriopiù rare sipresentano per la continuazione della storia sarda le memorie; come cessata lavigilanza e protezione di quel ponteficesi presentano più desolanti. Gliannali ecclesiastici ci rammentano nella metà del secolo VII il nome diDiodatoarcivescovo di Cagliarie del suo successore Giustinointervenuti conValentinovescovo di Torresal celebre concilio convocato da Martino Iponteficenella basilica di Lateranoper combattere e condannare l'errore deimonoteliti. Nel quale concilio se restò il ricordo della dottrina singolare delprimo di quei prelatianche l'argomento rimase dello zelo e costanza deglialtri; poiché non senza laude somma per l'animoso pontefice Martino e peivescovi d'ItaliaSicilia e Sardegnapassò quell'assembleain cui lipersonali errori dell'imperatore Costantinodetto Costantefurono proscrittie furono messe in non cale dai padri le difficoltà che quest'Augusto poteainterporre alla loro congrega. E forse al tempo dell'episcopato del medesimoDiodato si dee riferire la chiamata che alcuni anni avanti ne risulta fatta dalpontefice Onorio del prelato cagliaritano e del suo clero a Romaacciò vicomparissero a prosciogliersi da varie imputazioni loro date. Mostrossiobbediente a tal comandamento il vescovoil quale nella sua innocenza riponevala fiducia di una pronta giustificazione. Non fu lo stesso degli altriforseperché meno eglino contavano sulla propria illibatezza; onde s'indusserosolamente ad umiliarsi al pontefice alloraquandocolpiti dai suoi anatemifurono anche persuasi a ciò fare da Barbatodifensore della Chiesa romanacolà inviato dal pontefice. Quantunque non bastò a tal uopo il lororavvedimento; dappoiché Teodoropresidente della Sardegnail cui nome anchequesta volta ci si presenta accompagnato col ricordo di novelle vessazioninonsolamente stornò con violenza la loro gita in Italiama con arbitrio maggioreli fé condurreabbenché non volentiin Africa.

Era riserbato a questi tempi il veder per la prima voltamanomettersi ogni cosa nell'isola non più da nemicinon più da depositarimalfidi del potere supremoma dal principe istesso. Costante imperatoredi cuitesté ho fatto menzionenoto nella storia della Chiesa per le sue persecuzionicontro al pontefice Martinoed in quella dell'impero per le sue guerre coiSaracenilasciò anche alla storia sarda un tristissimo ricordo di séallorquandoabbandonata la sede imperialepassò a soggiornare in Italia.All'amorevolissimo accoglimento fattogli in Roma dal pontefice Vitalianoegliavea corrisposto spogliando quella metropoli di tutti i bronzi che l'adornavanoe togliendo le stesse ricche tegole che cuoprivano l'antico Pantheon.Rittrattosi poscia in Siciliasi messe ad aggravare quei popoli e quelli dellaCalabriaSardegna ed Africa con tanto esorbitanti avanieche gli storici comedi cosa infin allora inaudita ne favellarono. Così aspra era la violenzaimpiegata nel riscuotere insolite gravezzeche nella universale tristezzavedeansi separati dalle consorti i mariti e divisi i genitori dai figliuoliperduta oramai la fiducia non che di vivere pacificamente coi suoima divivere. Depredò egli per soprassoma i vasi preziosi ed i tesori dei luoghisagri; ed in una parola ruppe contro ai sudditi suoi quella guerra di esterminioe di rovina che torna più fatale di qualunque esterna incursione. Onde nonpotendo essere di lunga durata termini di governo così barbariebbe Costante aperire vittima d'una congiura alcuni anni dopo nell'istessa isolaspento entroal bagno. Sebbene non poté bastare la di lui morte a far sì che in Sardegnaquietassero i popoli; giacché essendo stato innalzato alla tirannide in Siciliaun oscuro e vezzoso giovanettochiamato Meceziofu mestieri che per sostenerei dritti imperiali di Costantino Pogonatoprimogenito di Costantecooperasseanche la Sardegna con ispedire alla Sicilia molti dei suoi uomini armati adebellare l'invasore del regno.

A quel novello imperatorecui rare non giugnevano ledenunzie di indubitate congiureuna falsa accusazione fu presentata a dannodell'arcivescovo di Cagliari Citonatoche reo dicevasi di funeste macchinazionicontro alla maestà imperiale ed alla pace dello stato. Ma l'innocenza di questoprelato sfolgorò di tanto lume nella disamina intrapresaneche l'imperatoreistessonon pago di proclamarlafu eziandio operatore acciò nel concilioecumenico di Costantinopoliragunato per combattere di nuovo gli errori deimonotelitiCitonato fosse accolto ed apprezzato dai padri. Ed è questo quellostesso Citonato che già sopra si notò aver incorso nella disapprovazione delpapa Giovanni V per l'ordinazione da lui fatta d'un vescovo turritano; e chediede maggior causa al ristabilimento della prisca consuetudine per cui queivescovi venivano ordinati dai sommi pontefici.

Da questo punto maggiori si addensano le tenebre sulla storiaecclesiastica e civile della Sardegna; talché ne parrebbe che mentre soprastavaall'isola la massima delle sue pubbliche calamitàcioè l'invasione deiSaracenile sia mancato se non il compassionamento dei contemporaneiillamento almeno degli scrittori. La serie delle vicende finora narrate dimostrache o tirannico fosseo fievoleo mal fermo il governo degli imperatori greci;era pure quel dominio il solo che si potesse dire in quell'età riconosciuto daisudditi. Il progresso degli avvenimenti ci sbalza ora per così dire nel mezzoad una genia novella di feroci dominatorie ci sbalza inopinatamenteperchémancano i ricordi dell'invasionerestano le sole memorie della già acquistatasignoria. La storia dei Longobardi ci dà contezza che Luitprandoloro revenuto in cognizione delle profanità che i Saracenigià impadronitisi dellaSardegnaivi commetteanocontaminando i templi e violando i sepolcri deisantitemette a ragione non restasse offeso dalla loro empietà il deposito chenell'isola ancora serbavasi del corpo di sant'Agostinorecatovicome altravolta si notòdai vescovi africani fuggiaschi nella persecuzione diTrasamondo. Inviò egli pertanto colà alcuni suoi messiaffinché coll'offertadi cospicuo prezzo riscattassero quelle sagre ossa; locché avendo avutoeffettoeglirenduto il più solenne onore alla spoglia di quel gran padredella Chiesala fé depositare con magnifico decoro in Pavia. Questo riscattoè l'unico argomento che si ha del primo stabile soggiorno dei Saraceni inSardegna. Quale sia stato il tempo preciso in cui abbia avuto principionon sipuò con certezza affermare; come non si può assicurare quanto tempo abbianodovuto i Sardi durare la primiera dominazione di quei barbari. Solamente si puòassegnare con probabilità qual termine della suggezione dell'isola all'imperogrecoe principio della schiavitù novellaquel periodo di tempo che corse frala stabile fermata dei Mori in Ispagnadonde le prime spedizioni per laSardegna dovettero muoversied il fatto testé mentovato del re Luitprando. Edel pari si può asserire per vero che questa o breve o prolungata signoria deiMori non più aggravava le sorti dell'isola nell'incominciare del secolo IX;poiché le vittorie in tal tempo riportate dai Sardi contro agli stessiSaracenii quali tentavano di nuovo un'invasionesono evidente argomento chegl'invasori n'erano stati già snidiati qualche tempo innanzi.

Prima di procedere colla narrazione ai fatti in quel secoloaccadutimi giova il notare come senza fondamento di autorità rispettabilesiasi voluto dagli storici nazionali aumentare il novero dei dominatoridell'isolaattribuendo a Luitprandoalcuni anni dopo del riscatto giàriferitoil disegno e la sorte della liberazione della Sardegna dal giogosaraceno; in qual maniera i Longobardi avrebbono avuto un giusto titolo disignoreggiarvi durante tutto il tempo in cui procedette in Italia il loro regno.Il Farail quale il primo abbracciò quell'opinionenon poté produrre altraautorità che quella di Felino Sandeogiureconsulto italiano del XVI secoloedell'oscuro scrittore Pietro Recordati. E con ciò mentre da un canto trasandòl'argomento che doveasi trarre per credere il contrario dal silenzio deglistorici contemporanei e dei critici più oculatiprivò anche la Sardegna dellagloria che dovea tornarle; poiché incontrandosicome già scrissicacciatidal suo suolo i nemici in altra età e non chiarendosi ciò fatto colle arme ecoll'ausilio dello stranieroresta che si creda essere stati li stessi Sardioperatori della loro liberazione in quellacome lo furono nella succedutainvasione.

Da questo primo errore in altro non meno grave si dovettetrascorrere; poiché se dei Longobardi era l'isolaspento colle arme di CarloMagno il regno longobardo in Italiaconveniva annoverare anche la Sardegna frale altre regioni passate in tal tempo sotto la signoria dei Franchi. E cosìfecesiavendo il Fara segnato come epoca novella di straniero dominio per laSardegna l'imperio occidentale di Carlo Magnoe derivato dalla donazione divarie provinciefatta solennemente da questo imperatore al pontefice Adrianoquei diritti di sovranità che la sede apostolica esercitò poscia nellaSardegna. Ma della maniera con cui lo storico sardo procurò di spargere qualcheluce sovra questi oscurissimi tempinon tanto egli devesi accagionarequantolo scrittore del regno italico Carlo Sigoniodell'autorità del quale il Farasi confidò onde incominciare a riconoscere suggetta l'isola ai romani ponteficifino dai tempi di Carlo Magno. Fra breve avrò opportunità di spiegar meglio lamia opinione su questo intrigato argomento di patria e di italiana istoriaalloraquando della conforme donazione di Ludovico Pio al pontefice Pasquale mitoccherà di dar ragguaglio. Frattanto in ciò che appartiene alla donazione diCarlo Magnonon devo tralasciar d'incolpare di aperto errore il celebre storicomodenese in questo punto da me nominatoil quale credette di poter comprenderela Sardegna fra le provincie che Carlo Magnoconfermando la donazione diPipinopadre suosolennemente cedette alla Chiesa romana; nel mentre che nellavita del papa Adrianoattribuita ad Anastasio e citata dal Sigonio inconfermazione della sua sentenzadella sola Corsica si contiene il nomenissuna menzione fassi della Sardegna. Come del pari nella lettera dello stessopontefice Adriano agli imperatori greci Costantino ed Irenemenzionata dalmedesimo autore a quell'uoponé della Sardegnané della Corsicané dialtra provincia si specifica il nomema con parole generali si dà solamentecenno della donazione fatta da Carlo Magno alla Chiesa e della restituzione perdi lui mezzo ottenuta delle regioni occupate dai Longobardi. Onde ne fameraviglia che in un suggetto tanto grave siasi quel dotto scrittore abusatodella libertà purtroppo diffusa del validare le proprie opinioni con fallacicitazioni di monumentie di trarre in tal maniera in inganno i lettoriaiquali non è dato il confrontare le compilazioni con le originali memorie.

Contentandomi io di raccorre dal fin qui detto che lasignoria degli imperatori greci in Sardegnao quell'apparenza almeno diautorità che vi si potea ritenere in tanta noncuranza e difficoltà dicorrispondenzenon fu punto interrotta dai Longobardi o da Carlo Magnomasolamente dalle incursioni dei Saracenirivolgo altra volta a questel'attenzioneriprendendo a narrare i tentativi di novella occupazione fatti daquei barbari nel principiare del nono secolo; tentativi i qualicome dissidimostrano che l'invasione seguita nel precedente secolo avea già allora avutoil suo termine per opera dei nazionali mal sofferenti quel giogo. In qualpropositomentre io toccherò della sorte di quei ripetuti assaltirimarrommidi qualunque altro cenno che ragguardi al governo politico dell'isola negliintervalli di libertà; perché se volessi io parlare di signoria stranieranonsaprei come poter affermare in tanta caligine di tempi se l'isola sia ritornatasotto la podestà degli imperatori grecioppure fin d'allora siasi esercitatodalla Chiesa romana quel supremo potere di cui in tempi posterioris'incontreranno più chiare le traccie. E se volessi dar contezza di quel localeimperio che poté in tali tempi cominciare a sorgere nell'isolanon cosìacconciamente imprenderei qui a trattare di questo difficile argomento allamescolata con le altre malagevoli investigazioni che hanno in questo luogo laloro sedecome alloraquando mi si presenterà altrove più opportunal'occasione di esporre le mie conghietture sull'origine dei giudici o regolisardi.

Declinava già alla vecchiaia la vita di Carlo Magno efermato avea egli fra i tre suoi figliuoli la divisione futura dei vasti suoidominiiallorché i Saracenii quali tanto aveano travagliato varie provinciedell'Occidentetentarono di nuovo o d'impadronirsi della Sardegnaod almeno dimetterla a bottino. Tornò l'impresa in loro dannoperché i Sardiopponendoil petto agli invasoricon tanto ardore percossero quelle ciurmeche lecostrinsero a fuggire malconcie da quei lidi ed a lasciare sul campo dellabattaglia tremila dei loro soldati. Brevi sono le espressioni colle quali gliannali della Gallia danno cenno di tal vittoria dei Sardi; ma a coloro che lastoria conoscono delle incursioni saracenenon leggiera ne apparirà la gloria.Anzi parrà a taluno che mancò solamente chi togliesse ad esaltarlaacciòsalisse in maggior rinomo il valore di quella difesa; poiché saria stato facileil mescolare alla narrazione i colori impiegati da felicissimi ingegni percelebrare ed aggrandire le vicende di tai tempi; e se una disfatta inRoncisvalle somministrò sì alto tema ad illustrare le donnei cavalierilearmi e gli amori di quell'etàla vittoria sarda avrebbe forse arricchito diqualche pagina non indegna quelle poetiche rimembranze.

Pochi anni erano corsi dopo quella incursioneed i Saraceniimprendevano già a vendicare l'onta riportatanedirizzando nuove scorreriealla Sardegna ed alla Corsica. La Corsica fu da essi devastata ed occupata quasiper intiero. Della sorte della Sardegna tacciono le storie; ed è perciòconveniente il conghietturare che al pari del preceduto assalto siavi anchequesto riescito infruttuoso. Come infruttuosa tornò la spedizione d'altrogrosso navilio poco dopo inviato dai Mori dell'Africa a tribolare le stesseisole; perché traendo repentinamente un gagliardissimo ventovenne la flottaad esser sì fortemente sbattuta in quel fortunaleche cento navi saraceneaffondarono nelle nostre marine. Non perciò si calmava l'ardore delle novelleinvasioni; giacché nel tempo stesso i Mori della Spagnamal comportando cheErmingardoconte d'Ampuria in Catalognapostosi in agguato nell'isola diMaiorcali avesse spogliati della ricca preda da essi ammassata nella Corsica edi cinquecento schiavi ivi toltivollero sfogare il loro furore correndo sopraaltre spiaggie. Desolarono allora i lidi di Civitavecchia nello stato romano edevastarono la città di Nizza in Provenza. Con pari impeto si cacciarono posciasui litorali della Sardegnama con fortuna diversa; perciocché gli isolanigià provati in arme con quelle masnadenon intermessa alcuna dilazione alcombatterescesero a fronteggiare l'esercito nemico con la confidenza delleantiche vittoriee non molto penarono a sfolgorarlocostringendolo a ripararedopo la sconfitta affrettatamente alle navi.

La morte di Carlo Magno somministrò nuovo incitamento allabaldanza dei Saraceni. La pace già stipulata con questo imperatore da Abulazre di Cordova riconoscevasi malfida; e perciò nell'anno secondo dell'imperio diLodovico Pio novellamente rompevasi contro ad essi la guerra. Prevedendo allorai Sardi che sulle loro terre verrebbe a rovesciarsi quest'altra tempestainviarono a Lodovico una solenne ambascieriala quale partitasi da Cagliarirecando vari donifu presentata all'imperatore nella città di Paderborna inGermania. A questa ambascieria si volle dare da qualche storico il colore di unaspontanea dedizione dell'isola. Ma siccome io non trovo negli annali franzesiche la sola menzione dell'ambasciatae non sono indotto da altre conghietture areputare piena sommessione ciò che poté essere od un atto di omaggiood unarichiesta di amichevole protezione; perciò non credo necessario l'intorbidaremaggiormentecol dar passo a quella opinionela purtroppo malagevole indaginedelle vicende sarde di quei tempi.

Tacciono le memorie contemporanee sull'esito delle altreincursioni che dopo quella novella rottura di guerradovettero i Saracenitentare nella Sardegna. invece di tali notizie gli annali dell'impero diLodovico ci presentano il ricordo di un atto con calore grandissimo esaminatodagli eruditinel quale la sorte politica della Sardegna fu anch'essa compresa.Voglio qui parlare della celebre costituzione di Lodovico Pionella qualeconfermandosi ed ampliandosi le donazioni già fatte alla Chiesa romana da CarloMagnotrovasi aggiunto alla cessione dell'isola di Corsicagià in questementovatal'abbandono ancora della Sardegna e della Sicilia. Non è mio intentodi apportare il debole mio giudizio in un suggetto sul quale i più illustriscrittori hanno da un canto e dall'altro impiegato tutto l'acume delle critichedisquisizioni. Né se qualcuno fosse da tanto che potesse aggiugnereun'osservazione novellautile perciò io dovrei stimare la di lui opera amaggiormente rischiarare in tal parte i fasti della Sardegna; poiché dai fattiche sono manifestie non dai diritti che involti trovansi più voltenell'oscuritàconviene derivare le storiche narrazioni; ed i fatticome inappresso vedremoapertamente dichiarano che nei tempi succeduti la sedeapostolica esercitò per più secoli nell'isola atti di sovrano potere. Laonde ovogliasi dare a quella costituzione di Lodovico il valore da molti riconosciutoo vogliasi dire che la sommessione dell'isola alla Chiesa romana fu il frutto diquel crescente bisogno che nel decadimento dell'imperio orientale sentivano leprovincie lontane ed obbliate di altra tutelare autoritàla serie e ladiscussione delle vicende sarde punto non varia. Anzi se mai abbracciandosi daalcuno quest'ultima opinionesi volesse credereche la Sardegna in quellagenerale dimenticanza di una signoria non più amata per la sua noncuranzanonpiù temuta per la debolezza suaed abborrita anche talvolta per la discordiadelle opinioni religiosesiasi governata come parecchie altre provincied'Italia passate gradatamente dall'obbedienza degli imperatori greci allasuggezione della sede apostolicapotrebbesi allora dire della Sardegna ciò cheuno scrittore dei nostri tempi affermò di Roma dicendo: che i Romani vedendositrascurati dagli imperatoris'andavano sempre più affezionando ai sommiponteficiromani anch'essi quasi sempre e per le loro virtù rispettabilissimi;che la difesa di Roma riguardavasi come una guerra religiosapoiché i nemicierano ariani o paganied i papi per proteggere i cittadini impiegavano lericchezze della Chiesa; che perciò il crescente potere dei pontefici sullacittà di Roma ebbe per fondamento i due titoli i più rispettabilile virtùed i beneficii».

Checché ne siale notizie scarsissime rimasteci degli altritentativi dei Saraceni contro alla Sardegna durante l'imperio di Ludovico Piodimostrano che confitta era loro nel capo la bramosia di occupare quell'isolacome in tempo posteriore loro venne fatto. Gli stessi annali di Francia ci danconto che la nuova triegua trattata col re Abulaz né conveniva ai Saraceniimpazienti dell'armeggiarené ai Franchii quali ben sapevano esser la pacenei loro nemici velame di novelli apprestamenti per la guerra. Rotta dunquequesta altra voltaricominciarono le incursioni anche nella Sardegnaserbandosi il ricordo che otto navi di negoziatori che salpavano dall'isola perpassare in Italiacaddero preda in quel tempo dei pirati saraceni. Se sidovesse prestar fede al compilatore delle storie di quei tempiBiondo FlavioiSardi furono quelli che con una solenne loro ambasciata a Bernardore d'Italianella quale esponeano i gravi danni del sopportare quell'infida treguainfluirono in quel consiglio di Ludovico. Ma io non debbo tenere gran contod'una narrazione scritta molti secoli dopo e nella quale non vennero prodotti imonumenti contemporanei del fatto. Perlocché parmi si possa qui notare disoverchia facilità il nostro storico Gazanoil quale non si rimasedell'accreditare quel fatto; come di scarsa attenzione deve anche venir egliaccagionato per aver riferito questa ambascieria dei Sardi a Bernardo ad untempo in cui la barbarie di Ludovico e di Ermengarda avea già troncato i giornidi quel giovine ed infelice sovrano.

Le poche memorie che rimangono dei tempi seguentimemoriesono di desolazione e di esterminio. Affine di prevenire i mali che per lecontinuate scorrerie dei Mori affligevano tutte le popolazioni litorali delMediterraneoinvano Bonifacioconte di Luccacui era stata specialmentecommessa la tutela della Corsicaavea formato una piccola flottacoll'assistenza del fratello suo Berettarioe mareggiato con quella per alcunigiorni intorno a quell'isola ed alla Sardegna coll'animo di affrontare i nemici.Invano erasi egli portato animosamente sulle coste stesse dell'Africaove convarii ben ordinati assalti era riuscito a spargere il terrore del suo nome. ISaraceni più temerari che maifermato il piede in Siciliaoccupata unaporzione della Calabriaa tanto giunsero alla fine da salire per lo Tevere finsotto alle bastite di Romache poterono difendere solamente la parte dellacittà posta entro il recintorimanendo esposta al più feroce depredamento labasilica maggiore di S. Pietrola quale non era in quei tempi contenuta nelcircuito delle mura. Fu dopo tale sciagura che a Leone ponteficequarto di talnomementre poneva ogni sua cura nel cingere di fortificazioni il borgotransteverino e la basilicagiunse la novella d'avere i Saraceni scelto perloro ricovero il luogo di Torarvicino all'isola di Sardegnadondenovellamente minacciavano le spiaggie romane. E fu lo stesso zelante ponteficequello che dopo essere stato operatore acciò quell'incursione riescisse a votocon benevola e caritatevole accoglienza alleviò l'infortunio di molte migliaiadi fuggiaschi dalla Corsicai quali paventando le armi saraceneripararono aRoma implorando rifugio e commiserazione. La qual cosa quantunque restistraniera pei Sardi di quell'etàai quali erroneamente vollero estendere inostri storici il rifugio accordato dal pontefice ai Corsi nella villadisabitata di Portopure merita di esser qui rammentata; poiché giovamirabilmente a dipingere il terrore che l'infausto corso dello stendalemaomettano destava dappertutto nelle marine dell'Italia.

Malgrado di questa crescente fortuna delle armi saracenelaSardegnaper quanto a me sembrasoggiacque più tardi di altre nazioni aldominio di quei barbaridacché si può dimostrare che nel declinamento delnono secolo eglino non vi aveano ancora fermato stabile soggiorno. Vagliomi atal uopo dell'argomento medesimo che il chiarissimo Muratori derivò dallanarrazione da Anastasio Bibliotecario tramandataci di alcuni eccessi scandalosiche il pontefice Niccolò I volle sradicare nell'isola. Era pervenuto a notiziadel pontefice anche per lo mezzo di alcuni suoi famigliari di sardo lignaggioche dai giudici sardi e dal popolo loro suggetto continuavasi l'usanza dicontrarre nozze incestuosedella quale fino dai tempi di Gregorio IV papa erasiconosciuta l'introduzione. Desiderando pertanto Niccolò di combatterlaefficacementespedì nell'isola due zelanti suoi messaggiPaolovescovo diPopuloniae Sasso abatecommettendo loro d'illuminare in quel proposito glierrantidi percuotere colle censure i contumaci. Ambi questi mezzi furonoimpiegati da quei prelati; e se la grande accolta di gente che si strignevaintorno ad essicome narra Anastasioè indizio del frutto prodotto dalla loropredicazionepuossi affermare che non lieve vantaggio si apportò per quellalegazione ai costumi o perduti o non bene indirizzati dei popoli.

Dissi non bene indirizzatiperché resta ovvio il presumereche in sì lungo conflitto con quelle bande maomettaneogni fermata di questeabbia anche partorito una guerra religiosa; e che in tali guerre la devastazionedei luoghi dedicati al culto e le persecuzioni contro alle personeecclesiastiche abbiano tratto tratto privato il popolo del conforto dellecongreghe religiose e del consiglio dei suoi pastori. I pirati saracenichesolcavano in ogni tempo le marine sardedifficile anche rendeano ogni accessoal sommo pontefice; e rimanendo interrotta in tal maniera quella corrispondenzadi richiami e di provvedimenti che nell'età di Gregorio Magno tanto aveagiovato alla disciplina della nostra Chiesadovettero le cose religiosegradatamente precipitare in luogo donde non poteano che a malapena restituirsi.E da ciò derivar dovette eziandio che il numero stesso dei seggi episcopaliscemato si trova in questo secolo e ridotto alle sole quattro principali chiesedi CagliariTorresSolci e Fausania.

Ritornando ora all'argomento che da quel provvedimento diNiccolò dissi procederechiaro si mostra che il disegno di quella missioneevangelica vano sarebbe tornato se a quel tempo i Saraceni avessero giàacquistato lo stabile possesso della Sardegna. Né con tanta facilitàquantaapparisce dalla narrazione di Anastasioavrebbero potuto quei prelati passarenell'isolatrarre dietro a sé i popoli ad ascoltarlidipartirsene consicurtà. Benché adunque resti dubbia la serie delle vicende che l'isolasopportò nelle successive incursioni dei Moridelle quali alto silenzio ènelle storie fino al tempo delle invasioni di Museto nel principiare del secoloXIpuò fermarsi per certo che nell'anno settimo del pontificato di Niccolòla Sardegnanon che essere soggiogatanon era neppure strettamente molestatada quei suoi nemici.

A suo luogo si ripiglierà da me la narrazione di taliavvenimenti. Frattantosiccome delle malvagie costumanze dei giudici sardi siparlò nel provvedimento del pontefice Nicolaoe si chiarisce perciò che nelladi lui età esisteva già nell'isola un'autorità della quale nei secoliseguenti largo aprirassi il campo di descrivere le vicendegioverà quiintrattenersi ad indagarese fia possibilele origini meno dubbie di taligovernanti. Articolo questoche lo stesso dottissimo Muratori trovò coperto didensa oscuritàe nel quale forse a niuno sarà dato di poter spargere lumesufficiente.

Non è quello il solo ricordo che dei giudici sardi ci diacenno in quell'età. Si riferisce a Leone IV ponteficee perciò alla metàdello stesso secolo IXuna lettera scritta ad un giudice della Sardegnanellaquale dimostra il pontefice esser egli alieno dall'assecondare alcune dimandepresentateglinon conformi alla canonica disciplina. Ma siccome la fede dovutaa tal lettera è riposta nell'autorità di Ivonevescovo carnoteseche ne feceuna leggiera menzione nel comunicare al legato apostolico Ugonevescovo diLionequalche suo pensiero sulla osservanza delle antiche discipline; perciòio senza negare a questa letteraed all'altra contemporanea riportata dal Farail dovuto riguardoprescinderò dal valermene; poiché gioverà meglio iltentar di rischiarare con sole indubitate testimonianze questo buio argomento.

Più antica ancora è quella menzione che nelle epistole diGregorio Magno si trova fatta dei giudici laici della Sardegnain quel luogoove il pontefice rimprovera Gianuarioarcivescovo di Cagliariperché per lopoco conto di lui tenuto da quei giudiciil clero era da essi oppresso piùsfacciatamente. Ciò nonostante avendo altra volta mostrato come all'età di sanGregorio il supremo potere si esercitava nell'isolaper parte degli imperatorigrecida magistrati fregiati di diversa qualificazionenon devo confondere ilnome di quei giudici subordinati con quello degli altri giudicinei qualirisiedeva un dominio sovrano e che il titolo assunsero più volte di re dellequattro provincie sarde; al pari dei governanti di altre nazionipresso allequali il nome venerevole di giudice distinse le persone investite della maggiorpodestà.

A tempi di questi più remoti salì nella sua storia sarda ilVicoil quale non dubitò di asserire che già nel quinto e sesto secolo Torresfosse governata dai suoi giudici; rammentando egli un Gonnario o Gianuariouomopio e restauratore della chiesa di S. Maria di Cerigoconsagrata nei primi annidel secolo V; ed un Comita chenel declinare dello stesso secoloelettogiudice dal clero e dai notabili turritani e poscia dalla provincia di Arboreaedificò nel principio del secolo seguente la basilica di S. Gavino di Torres;nel mentre che un altro giudice chiamato Baldo governava anch'egli separatamentela provincia di Gallura. Non è d'uopo che io mi faccia qui con criticheosservazioni a disaminare quanto la Cronaca sardadella cui autorità solamentegiovasi quello scrittoresia opposta alle altre memorie rimaste sullafondazione della basilica di Torresper le quali si assegna un intervallo diotto secoli fra il martirio del santo e l'innalzamento della di lui chiesa; nécredo necessario di richiamare alla luce gli argomenti pei quali o nissun contodevesi tenere dell'inscrizione dello stesso tempio indicante essersene fatta laconsagrazione nel principio del VI secolood almeno non può formarseneconghiettura valevole sull'esistenza contemporanea dei giudicidei quali non visi dà nissun cenno. Le ampie e ponderate considerazioni delle quali si prevalseil Gazanomostrando l'illusione con cui furono scritte dal Vico quelle notizienon solamente sono atte a disingannare coloro che colle ragioni si governanoenon coi prestigi delle pregiudicate opinionima soprabbondano ancora oltre ilbisogno; ché le armi severe della critica dovriansi impugnare solamente nelledubbie contenzioniove è gloria l'arrecare miglior sentenzanon in quellenelle quali al primo sguardo dell'uomo savio si dilegua ogni oscurità. Io micontenterò dunque d'accennare che fino a quando alle memorie fin qui menzionatenel corso di questa storiadalle quali apparisce quali fossero i governanti ele forme di reggimento della Sardegna in quel temposi opporrà solamenteun'oscura cronacadella quale è ignoto il tempo e l'autore; è d'uoporinunciare ed a quel senno con cui si debbono scrivere le storiche narrazionied a quello con cui si debbono leggereper esitare un momento nel colpire colladisapprovazione o col dispregio le vecchie fole. Come anche diròminor casodoversi fare di quella notiziadacché passò fra le mani d'uno scrittoreilquale mostrasi così straniero delle cose di quei tempi da poter affermare chela consagrazione delle due chiese già mentovate fu onorata dalla presenza di uncardinale romanocolà a tal uopo inviato dal pontefice; senza por mente che inquell'età il nome di cardinale non era già un'indicazione speciale diecclesiastica dignitàma di determinato e stabile offizio; non unaqualificazione propria solamente del clero romanoma un titolo diffusoegualmente nelle chiese tutte della cristianità.

Tuttavia non è mio intento di smentire quelle notizieinquanto incominciasi per le medesime la serie dei giudici turritani da Gonnario eda Comita; ma solamente di smentire quelli scrittori che il governo di queiprincipi vollero trasportare ad un'età troppo antica. Molto più giudizioso lostorico Farariportando il nome di quei due giudicitacque della loro etàove scrisse dei giudici turritani; indicò poscia chiaramente che cosa eglicredesse in tal propositoalloraquandoriferendo il governo del giudice Baldonella Galluracontemporaneo del Comita di Torresdisse esser quello succedutoa Manfredigiudice pisanoche il primo credesi dei nuovi governanti colàinviati dal comune di Pisa nel secolo undecimo. Nel qual modo validata trovasila mia miscredenza dall'autorità rispettabile del primario nostro annalistailquale o consultò migliori monumenti degli altrio consultando le stessescritture avute sott'occhio dal Vicole disaminò con maggior finezza dicritica. Giovami anzi l'attenermi in questo cenno dei primi giudici turritani egalluresi al detto del Farapoiché per mezzo delle cronache da lui citate unanovella gloria s'introduce nella storia sarda col nome di una eroina chiamataGeorgiasorella era del giudice Comita di Torres; la quale non solamentelasciò dopo di sé testimonianze durevoli della sua grandezza e pietàcoll'edificazione del castello e della chiesa maggiore di Ardarama meritòanche il titolo di guerriera animosa ed invitta combattendo virilmente contro aquello stesso giudice Baldodel quale testé si è fatta menzioneda lei vintoe fatto prigioniero.

Bastando l'aver qui notato per l'opportunità della materiail nome di questi più antichi giudici di Torres e di Galluradell'età deiquali mi toccherà in altro luogo di scrivere con maggior precisioneriprendol'intermessa relazione dei monumenti ragguardanti alla prima istituzione deigiudici sardinotando che ove mai non si fosse serbata a tal uopo altra notiziache quella già da me riferita del provvedimento del pontefice Niccolò nelsecolo nonosarebbe già quella sola atta a chiarire come sia erroneal'opinione degli scrittori pisani; i quali al tempo della conquista dell'isolafatta dalla loro repubblica riferir vollero la prima istituzione di quella nuovamaniera di governonarrando d'essere stati allora destinati quattro patrizi diPisa a comandare nelle quattro provincie dell'isola.

Ma benché quell'argomento non fosse sufficiente a dimostrarel'assuntonon perciò più accettevole resterebbe quell'opinione; poichéquantunque più recenti del nono secoloaltri monumenti si trovarono daglieruditi investigatori dei prischi diplomi contenenti il nome di alcuni giudicisardiil governo dei quali fu certamente più antico dell'occupazione fatta daiPisani dell'isola nell'innoltrarsi del secolo undecimo. La storia sarda èspecialmente debitrice di tali dilucidazioni al dotto illustratore delleantichità italiane Lodovico Muratoridelle cui scoperte giovandomimi valgoin primo luogo di una carta del giudice turritano Gonnario secondola qualesebbene per l'età in cui fu scritta appartenga alla metà del secolo duodecimoper le notizie inseritevi sale a tempi molto più antichi. In questa cartaGonnarioche re s'intitola e signore per grazia divina dei Turritanie nelseguito giudice dicesi della stessa provinciavolendo nell'anno ventesimo delregno suo recarsi a venerare i luoghi santi della Palestinasoffermatosi nelmonistero dei Benedettini di Monte Cassinodichiarò voler confermare variedonazioni a quel monistero già fatte per lo innanzie segnatamente quelle chel'atavo suo Barisone rel'avo Marianoe Costantinopadre suoinsieme collaregina Marcusadi lui consortee con molti altri consanguinei della famigliadel donatore ivi nominatiaveano già in altri tempi fermato a benefizio diquei monaci. Dalla quale narrazione questa giusta considerazione fé derivare ilMuratori; essere cioè evidente che se l'atavo di Gonnario era già fregiato deltitolo di rel'istituzione del regno turritano ebbe il suo principio meglio diun secolo avantiché salisse al governo questo principee nei primi anniperciò del secolo undecimo.

Nondimeno io mi contento che si restringa alquanto il computodel valente scrittoreonde porre in concordanza l'argomento tratto da quellacarta col ricordo registrato negli annali cassinesi di un atto di pietà diBarisonere di Sardegna(non distinto per quanto a me pare dal Barisone atavodi Gonnario)il quale nella carta del Muratori si chiama re senza indicazionedi provincia e dagli annalisti si dice re di Sardegnaforse perché la di luisignoria estendevasicome in altro luogo si vedràfuori della provinciaturritana governata dai suoi successori; o perché in quei tempi della conquistapisana e del rimescolamento di tante antiche e novelle giurisdizioninon beneerano conosciuti in Italia i titoli particolari dei nostri giudici. Raccontandoadunque l'annalista i fasti del suo monistero appartenenti ai primi anni corsidopo la metà del secolo undecimonarra che Barisonere di Sardegnapresentòi monaci di Monte Cassino di due grandi e ricchi palliipregandoli a volerinviare in Sardegna alcuni dei loro compagni; i qualipartiti in numero didodici con Ademario abatee poscia cardinalealla volta dell'isolaimbattutisi in alcune navi di Pisanibarbaramente furono da essi spogliati diogni suppellettile presso all'isola del Giglioessendo rimasto agli otto monacisopravvissuti a quel disastrodopo l'incendio della loro naveil solo scampodi riparare nuovamente per diverse vie al monistero. La qual cosa malcomportando Barisonedopo aver ottenuto dai Pisani la conveniente riparazioneper un atto così ostile e barbaroindirizzò novella preghiera ai Cassinesiacciò obbliando il sofferto insulto si rincorassero di spedire di nuovo inSardegna i desiderati loro confratelli. Preghiera che fu da essi accettata;poiché dopo due anni altri monaci furono colà mandatiai quali Barisone fecela più onorata accoglienzadonando loro le chiese di S. Maria di Bubali e diS. Elia di Monte Santo coll'intiera montagna così appellata e con molti colonischiavi e poderi vastissimionde erigere il novello monistero. Beneragguardando ai tempi nei quali tali fatti accadetteroed alla conformitàdegli atti di generosità riferiti in questo e rammentati in quel monumento afavore dello stesso monistero di Monte Cassinomolto facilmente si viene aconghietturare che il Barisone re di Sardegna non altro poté essere che lostesso ascendente di Gonnario di Torres. Quantunque perciòeccettuato il casodi un regno straordinariamente prolungatonon si possa trasportare il principiodel suo governo ai primi anni del secolocome opinava il Muratoripure unadurazione anche mediocre basta perché comparisca quel governo più antico dellaultima conquista dei Pisani e si rinforzino con ciò gli altri argomenti cheproduconsi in questa quistione. Né leggiera è la prova che deesi dedurredall'atto ostile dei Pisani contro ai monaci chiamati da Barisone e dallafacilità da questo incontrata nell'ottenerne la satisfazione; poiché siccomenon si può credere indirizzata quest'ostilità contro ad un amico e ad ungovernatore subordinato; così resta a presumere che Barisone o come principenon sofferente i novelli signori stranieriincontrato avesse l'odio dei Pisanio come principe il cui favore loro era utileavesse i mezzi di conseguire unpronto riparo al patito insulto.

Al calcolo già fatto dell'antichità dei giudici turritanisoprasta quello che sul reggimento d'un principe fregiato nel secolo X deltitolo contemporaneo di re della Corsica e della Sardegnasi raccoglie da unaltro monumento di quell'età pubblicato egualmente dal Muratori. Chiamavasiquesto Berlingerio o Berengarioe confermava ed ampliava in quella sua cartaalcune concessioni già da lui fatte al monistero dei SS. Benedetto e Zenobionella Corsica. Sospettaè veroil Muratori che l'età in cui visse questoprincipe male trovisi annotata nel diploma; poiché solamente nel secolo XI onel XII incontrasi un pontefice col nome di Alessandrocuicome ivi siscrisseil donatore ebbe ricorso per impetrare l'approvazione del suo atto. Mase si considera che in questi due secoli la storia dei giudici non presentaalcun principe col nome di Berlingerioe molto meno un principe cui potesseconvenire il titolo di re di Sardegna e della Corsicaresteranno moltoattenuate le difficoltà dell'erudito scrittore; e forse si potrà direragionevolmente che l'errore degli amanuensi cadde non già nel trascrivere ladata di quella scritturama il nome del pontefice; come appunto gli annalisticamaldolesi ebbero con ottime ragioni a dimostrare.

Meno soggetta a dubbiezze è la menzione di un Guglielmosignore della Corsica e giudice della provincia di Cagliariche si contienenell'atto di una donazione da lui fatta nel principio del secolo XI al monisterodi S. Mamiliano nell'isola di Monte Cristo. Come degna di tutta l'attenzioned'uno scrittore è la simile carta per cui alcuni anni dopo ci si manifesta unaltro signore di Corsica e giudice cagliaritanochiamato Ugonedonatore divarii poderi alla chiesa di S. Maria di Canovaria nell'isola istessa. Perragione dei quali monumentimentre qualche raggio di luce si fa penetrare entroalla caligine che cuopre questi tempi della storia sardamaggior confermazioneanche acquista ciò che sovra notai dello stabilimento dei giudici nell'isolaprima della dominazione pisana. Alla quale sentenzaove dovesse anche venirconfortata di ragioni non derivate da quei monumentiun argomento nondispregevole io crederei si potrebbe aggiugneredipendente dalla qualitàistessa del nome e del potere dei nostri giudici. Poichéper quanto è a menotonon mai in altri luoghi del comune di Pisa era stato riconosciuto untitolo eguale indicante la maggior podestàonde ne traessero quei cittadinimotivo ad estendere quella maniera di comando anche alla Sardegna. Né convenivacertamente a quel comune il creare una magistratura che andasse suggetta nellerinnovazioni a quella forma elettiva di governo che a suo luogo si dimostreràessere stata in uso nell'isola fino dai tempi li più antichi; come nonconveniva parimente lo stabilire nelle provincie novellamente conquistate unmaestrato a vita talmente innalzato per la natura del suo potere sopra lacondizione ordinaria dei governanti subordinatiche colla giurisdizione supremaed indipendente potesse assumere ancora il nome regio. Ma la maggior spiegazionedi questa osservazione si presenterà per se stessa alla mente dei lettorialloraquandoinnoltrandosi eglino nella storia dei nostri giudicatidovrannomeglio conoscere se quei quattro re (che tale fu pure come abbiamo veduto iltitolo dato nei primi anni della conquista pisana a Barisone ed a Torchitorio)poteano essere i governatori inviati da una repubblica; se quei sovrani elettidal clero e dal popolo delle provincie erano i delegati del comune di Pisa; sequei principimostratisi indipendenti fin dal principio nel governo delle loroterreesercitavano una giurisdizione che fosse solamente frutto dell'abbandonoloro fattone dal popolo pisano; quando alla natura di una signoria recentee diuna signoria conquistata dovea tanto più conferire un maggiore riserbo. Ed intal modo si verrà forse più facilmente a giudicare che i Pisanilasciando inmani dei nostri giudici la più ampia autoritànon così trovaronsinell'occasione di esercitare i diritti proprii come di rispettare gli altrui.

L'ordine delle materie ora richiede chedopo aver prodotto ipochi fattianche le conghietture da me si producano attenenti all'origine diquella novella magistratura nazionale. In qual propositomeditando sulle variecondizioni politiche della Sardegna nei secoli precedutiio non altra epocaseppi riconoscere più adatta allo stabilimento di quella nuova maniera disignoriache quella in cui per lo decadimento dell'impero greco e la noncuranzadelle cose dell'Occidenteaffievolivasi ogni giorno da una parte l'influenzadell'antico reggimentoe dall'altra per lo pericolo delle aggressioni esteriorimoltiplicavasi anche giornalmente il bisogno di un'autorità presentevigile erispettata. Quest'epoca è quella delle incursioni dei Longobardi e deiSaraceni. Vidimo già nell'età di Gregorio Magno la Sardegna abbandonata dagliimperatori greci a se stessa; i nomi dei duci imperiali rapportarsi nelle di luiepistolequando di qualche loro vessazione si tratta; tacersi di essiquandoil momento sovrasta della difesa dell'isola; la prefettura dell'Africa esercitarcosì debolmente il suo potere sui governanti della Sardegnache fu mestieri alpontefice il ricorrere alla corte imperiale per reprimerne gli abusi. Vidimoposcia un principe greco lasciare della sua fermata in Italia memorie piùlagrimevoli che i capi stessi degli invasori settentrionali. Vidimo infine laSardegna soggiogata da una nuova schiatta di barbarisenza che apparisca alcuncenno di difesa da parte degli imperatori; liberata dal giogo senza che di versol'Oriente si mostri alcun ausilio. Un popolo situato in tale stremo avea bisognodi maggior protezione; e se il popoloche mal cura i bisognio male scieglie irimediinutriasi d'illusioni o di timorimancati non saranno quelli uominidalla loro riputazione o dalla loro fortuna innalzati già a tal gradoche ilpasso al supremo potere sarà stato forse per essi un breve passo. Ed in questonovero io comprendo non i soli notabili dell'isolama gli stessi duciimperialichespronati dall'ambizionenon ritratti dal timorepoteronoabusarsi di una podestà loro meglio abbandonata che commessae convertire unuffizio temporario in una carica perpetua. Comprendo nello stesso novero ipotenti vicinidei quali trovammo perciò nelle citate memorie inscritti inomi. Comprendo infinenell'immaginare ciò che poté accadere in quei tempi inSardegnatutte quelle venture le quali o miglioraronoo corruppero lacondizione di tante altre provincie strette da conformi vicende; giacché lastoria degli uomini presenta dappertutto gli stessi risultamentiquando egualisono i bisognile passioni e lo stato morale dei popoli. Ciò postoio nonesito ad affermare esser cosa assai verosimile che la primiera creazione deigiudici sardi debbasi riferire a quelle due etàe specialmente alla seconda;nella quale e più animati mostraronsi gli isolani a tener lontani dai loro lidigli invasorie più felici nel respingerliforse perché alle altre cagioni dimaggior odio il conforto si aggiugneva di essere guidati alla vittoria da capipiù meritevoli della loro confidenza. Credendo con questo di aver accennatoquanto basta perché ciascuno giudichi o con me od in altra maniera sovra unsuggetto qual è questo molto intralciatoio non interpongo altra dilazione acontinuare la narrazione degli avvenimenti nostrila quale di repente citrasportaper la mancanza di ricordi intermediial principio dell'XI secoloepoca delle ultime armi saracene nella Sardegna e della novella soggezionedell'isola all'Italia.

La sola cosa che si può fermare per vera nel riferirel'occupazione della Sardegna fatta da Musetore dei Saraceni dell'Africasi èche nei primi anni del secolo XI era egli già possessore se non dell'isolaintieraalmeno di qualche porzione ragguardevole della medesima. Lo storicoGazanodopo d'avere assegnato qual epoca precisa dell'invasione l'anno primodello stesso secolovolle anche con maggiori ragguagli adornare il suoraccontodescrivendo le forze apprestate dall'invasore e la resistenzaoppostagli dai nazionalii quali colpirono molte migliaia dei di lui soldatiprima di cedere all'impeto dell'inimico. Ma questa resistenza dei Sardichesarebbe stata appoggiata in valide conghietture desunte dall'esempio delleprecedute incursioni dei Moriove lo scrittore si fosse contentato delle soleconghietturenon si può da me considerarecom'egli fecequale fattocomprovato da storici monumenti; poiché mi conviene piuttosto in tal propositoil notare con quale sbadataggine si avventurino da alcuni scrittori asserzionitaliche false manifestansi alla prima indagine di un lettore curioso odiffidente. Citò infatti in quel luogo il Gazano le storie del Tarcagnottasenza por mente che questo scrittore non delle invasioni del secolo XI toccavanel libro nono delle sue compilazionima di quelle che nel IX secolotravagliarono l'isola e che per me furono a suo luogo già riferite. Citòparimente gli annali pisanima per quanto ne pare sull'altrui fede; poiché nelprimo anno del secolo XIle varie cronache conosciute sotto quel nome non fannomenzione veruna di Museto o della Sardegna. Citò infine il libro secondo dellestorie milanesi di Tristano Calco; il quale né in quel libro contenente le solememorie appartenenti al IV secolo potea dar contezza di quel fattoné la diedein quello nel quale l'ordine dei tempi a ciò lo invitava; ma solamente nel XIIsecolo ebbe a comprendere nei suoi annali le cose della Sardegnanarrando levicende d'un novello re dell'isolacoronato allora in Paviadel quale a suotempo si tesserà la storia.

Purificata adunque in questo luogo la storia sarda da talierroriio mi contenterò di riconoscere già stabilita nel principio del secoloXI la signoria di Museto in Sardegnaper la sola ragione che nel tempo stessole istorie pisane e genovesi ci chiariscono delle prime operazioni fatte inItalia per snidiarnelo. I ricordi li più antichi appartengono al secondo ed alquarto anno del secolo. Ma di questi devo tenere minor contosia perchéinfruttuosi si dissero i tentativi fatti allora dai Pisanistornatinell'intrapresa per le scorrerie dei Lucchesi sulle loro terre; sia perchériconoscendosi comunemente che alle prime deliberazioni della repubblica pisanainfluì grandemente un diploma del romano pontefice Giovanni XVIIIil qualeavea dichiarato prezzo della liberazione esser la signoria dell'isolanon benesarebbe conciliabile la più antica di quelle memorie col tempo in cui ebbeprincipio quel pontificato. Credo perciò che la storia debba rammentare inprimo luogo quella spedizione che i Pisani ordinarono dopoché per alcuni annirimaneva altamente riposta nell'animo loro l'onta dell'incursione fatto aveaMuseto nella loro cittàpartendo dalle spiaggie sarde nel quinto anno delsecolo; alloraquando Pisavota di difensori e già semiarsafu debitrice dellasua salvezza in gran parte ad un'animosa gentildonna dell'illustre casato deiSismondi.

Se si dovesse prestar fede agli annali pisani del Troncialle sole forze della repubblica di Pisa dovuta sarebbe questa spedizione controai Saraceni di Sardegna e la vittoria sovra essi riportata. Ma la di luinarrazione non fu accolta dal Muratoriil qualetrovando notata solamentenegli anni seguenti una vigorosa e fortunata impresa contro al re Musetoeseguita colle flotte collegate dei Pisani e dei Genovesigiudicò che questasola meritasse di venir accreditata ne' suoi annali. Nella dubbiezza che procededa tali considerazioniio non posso abbracciare intieramente la narrazionedell'annalista pisanoperché mancante d'altre prove; non accostarmiall'opinione dell'annalista italianoperché le di lui osservazioni tanto nonvagliono da trarne argomento a credere che il primo passaggio dei Pisani siaquello il quale con più chiari monumenti si dimostra fatto in unione dellarepubblica di Genova. Anzi inclino a credere che ripetuti e vigorosi siano statianche prima di quello i tentativi dei Pisani per cacciare dall'isola i Mori;parendomi di gran peso l'assenso con cui il riputato annalista della repubblicagenoveseUberto Fogliettaconfermò in tal proposito le relazioni antiche deiPisanile quali è da presumere siano state diverse da quelle che l'eruditaindagine del Muratori salvò dall'obblio nella celebrata sua raccolta delleantiche memorie italiche; poiché altrimenti quel dotto scrittorecosì intentoin quel luogo a combattere gli scrittori pisani sovra alcune circostanze dellaspedizione fatta in comune dalle due cittàtrasandato non avrebbel'opportunità di smentire le glorie più antiche della repubblica rivale.

Comunque siasi passata la cosasiccome quelle più antichespedizioni partorirono solamente un successo momentaneoessendo ritornatocostantementedopo poco tratto di tempoil re saraceno a gareggiare coi Pisanipel possesso dell'isolaperciò mi fermerò a toccare d'alcune particolaritàdi quella più importanteeseguita coi navili uniti delle due repubbliche;notando essere stata tanto a cuore in quell'occasione al pontefice BenedettoVIII la novella invasione di Musetoche calde insinuazioni volle a tal uopoindirizzare al comune di Pisa per mezzo del vescovo d'Ostiasuo legatoesortando i Pisani ad operare con tutto potere per discacciare dalla Sardegnaquel barbaro. Accendeva specialmente lo zelo del pontefice il truce governo cheil Saraceno facea di quei popoli sui quali si estendeva la sua autorità.Accendevanlo parimente le preci a tal uopo gli si faceano con patria carità daIlario Caonobile sardoil quale dimorando allora in Roma con Costantinosuofigliuoloe col fratello Atanagiomentre educava alla pietà il figliuolo (cheposcia lasciava di sé onorata rimembranzafondando in Roma un ospedale abenefizio dei suoi nazionali); mentre il fratello Atanagiouomo di lettere caroai ponteficieducava alle scienze ed alle virtù il figlio suo Benedettoonorato in appresso da Gregorio VII della sagra porporafrequentemente peroravaal cospetto del pontefice la causa della Sardegna e ne provocava con incalzantiistanze la liberazione. Né vane tornarono le sollecitudini del pontefice;poichépassati in Sardegna i Pisani non solamentema ancora i Genovesiaiquali è da presumere siansi estese le esortazioni di Benedettoo gli invitidella repubblica di Pisa o le speranze del comune vantaggiotanto comparveroformidabili agli occhi del re saraceno le loro flotteche salvandosi egli collafuga in Africalibero lasciò il campo a quelle due nazioni di occupare lasignoria dell'isola.

Ma il momento della vittoria era quello in cui doveasidestare fra i due popoli conquistatori una rivalità che seme fu poscia diterribili ed accanite guerre per le due repubblicheed incentivo perpetuo allecivili discordie per gli isolani. I Genovesii quali forse nel principio dellaguerra non isperavano così prosperi avvenimentiaveano spartitoanticipatamente i frutti della vittoria riserbando a sé le spoglieabbandonando ai Pisani le terre che si conquisterebbono. I loro storiciniegaronoè veroquesta convenzione; ma negar non ne poterono i risultamenti;essendo cosa certa che o per quel motivoo per qualchedun'altra di quelleragioni di dissensione facili ad insorgere nella divisione dei profitti di unaimpresa comunetali gare si accesero fra le due nazioniche risolvendosi inaperta rotturadiedero occasione ai Pisani di spingere fuori dell'isola i lororivali con quelle stesse forze maggiori colle quali aveano partecipato allaspedizione.

Se non che di poca importanza fu in quel momento pei Pisanila possessione dell'isolapoiché non andò guari che Musetoripigliandovigore ed ardimento e profittando della confidenza inspirata ai Pisani dallafacilità delle ottenute vittoriepresentossi inaspettatamente a ritoglierneloro il frutto. Nissuna resistenza egli incontrò nelle rocchele quali nonerano munite per la guerra. Nondimeno gli isolani si mossero a fronteggiarloesolamente posarono le arme allora che ridotti a dura estremità dovettero calaread un pacifico accordo coll'invasore. Le condizioni di questo furono tostoviolate da Museto; e perciò i Pisani ed i Genovesii quali all'annunziodell'accaduto disastro ne tentarono altra volta in comune il riparoebbero avendicare crudeltà novelle. Fu felice al pari della prima questa lorospedizione; perchémalgrado dell'ardore con cui le truppe saracenecontrastarono il passoprevalse il coraggioe la destrezza dei collegati iquali costrinsero Museto a cercare un'altra fiata lo scampo nella fuga. E felicefu eziandio nell'interesse dei collegati quel successopoichése si deeprestar fede agli annali pisanii Genovesi contentatisi per loro compenso deltesoro del Saracenopacifici possessori dell'isola lasciarono i loro rivali. Iqualifortificata la città di Cagliari e gli altri luoghi più importantidell'isolatutta la terra divisero nei quattro giudicati o reami di CagliariTorresGallura ed Arborea. O per meglio dire serbarono quella maniera digoverno che già abbiamo veduto avanti introdotta nell'isola; risolvendolasolamente in vantaggio della patria loro col sottomettere i giudici al maggiorpotere dei conquistatori; ed in vantaggio dei loro patrizi con accomodare diquei governi alcune delle persone più potenti della repubblica.

La storia delle invasioni di Museto è fino al suo termineinvolta in gravi dubbiezze. Nella metà del secolo noi veggiamo negli annalipisani comparire altra volta il nome di questo Saracenoche già ne aveacontristato i primi anni. Eglisecondo che narrano gli scrittori dellarepubblicaritornò in Sardegna con poderosa armataed occupata una cittàmarittima della costa occidentalee prostrate in una calda giornata le forzecollegate dei Pisani e dei Sardicon tale fidanza assunse il novello governoche attese tosto ad edificare città ed a solennizzare la sua signoria facendosipubblicamente incoronare sovrano dell'isola. Si riferì quindi dagli stessiscrittori che i Pisanieccitati anche dagli inviti del pontefice Leone IX acombattere un'altra voltaessendo capitanati da Iacopo Ciurinidopo averconquistata nel passaggio l'isola di Corsicatanto terrore destarono colla solanotizia della loro venuta nei Saraceniche non sofferendo l'animo a Museto diaspettarne lo sbarcofuggissene in Africaavendo prima spogliata l'isolad'ogni cosa ed appicciatole il fuocoche tutta l'arsedistrusse e spopolò.

Il Muratori con molta esitazione rapportò nei suoi annaliquesto fattodel quale i fasti di Leone IX non dannocome egli asseriscelamenoma contezza. Maggiori sono anche le dubbiezze che a mio credere debbonoinsorgere su tale avvenimentose mai alla narrazione degli annalisti pisaniche nello scontro precedente la fuga ci additarono di Musetoquella si dovessepreferire degli scrittori di Genovai quali raccontano: essere nello stessoconflitto caduto quel re fra le mani dei vincitori; essere stata la di luipersona consegnata ai Genovesi; averne eglino fatto omaggio a Cesarecome delmigliore trofeo di lor vittoria. Poiché arduo sarebbe in tal caso il trovare unmezzo con cui Museto prigionieroe prigioniero da non custodire sbadatamenteavesse potuto presentarsi altra volta alla testa delle sue squadre. Massima èpoi l'ambiguità che si aggiunge se il racconto degli annali pisani già citatisi confronti con quello che incontrasi in un frammento di altro annalistaalquale pose specialmente attenzione lo storico delle repubbliche italianeSismondo Sismondi. Si scrisse in quella cronaca che Museto oramai cadente pervecchiaiaprocacciati alcuni soccorsi dalla Spagnamosso da quella penisolaavea esterminato in breve nella Sardegna le forze pisane; la qual cosa malcomportandosi da alcuni patrizi di Pisaarmato a proprie spese un navilio efatta società con alcune famiglie di Genova e con Bernardo Gentiliospagnuoloconte di Muticapassarono essi nell'isolaed accampati nelle spiaggie dellacapitale rimasta fedele ai Pisanidopo avere in quella città sostenuto unvigoroso assediovincitori del pari in terra e nel marela loro compiutavittoria illustrarono colla prigionia di Museto e colla totale sconfitta delledi lui genti. Capo della spedizione erasecondo il detto di quello scrittoreun Gualduccio uomo plebeoma esperto marinaioinnalzato a quel grado affine dicansare ogni emulazione fra i più potenti. E siccome comune a molte illustripersone descrisse quell'annalista il pericolo della spedizionecosì comune neriferì il profittochiarendoci della divisione fatta allora dell'isola; nellaquale la capitale si dichiarò conservata sotto la podestà della repubblica; esi assegnarono alla famiglia pisana dei Gherardeschi alcune ville confinanti aCagliariai Caietani la terra di Orisetoai Sismondi l'Ogliastraalla casapisana chiamata dei Sardi la regione di Arboreaa Pietro DoriagenoveseAlgheroal casato dei Malespina le montagne della Barbagia ed al conte diMutica la provincia di Sassarirestando ogni altra parte dell'isola sotto lasignoria di Pisa. Locché eseguito ritornarono in patria i trionfatoriconducendo seco loro il re Musetoil quale già nonagenario ebbe poco stante amorire prigioniero nella città di Pisa.

Quantunque questa narrazione non si possa per intieroaccoglierepoiché molto più recenti sono le certe notizie che si hanno deidritti di signoria esercitati da alcune di quelle famiglie nei luoghi iviriferiti; pure non devesi da me rifiutare intieramentee perciò dicevo che conquesta moltiplicazione di notizie addensavasi più che mai l'oscurità su questoperiodo di storia. Troviamo infatti da un canto una spedizione ordinata dalcomune di Pisae dall'altro un'armata formata quasi per intiero con mezzi diprivata cooperazione; troviamo diversi i nomi dei capitani; troviamo in un luogoMuseto fuggitivoe nell'altro prigioniero; troviamo infino da una parte unragguaglio distinto della ripartigione fattasi delle terre sardementrechénegli altri annali si contiene il semplice cenno dell'occupazione di tuttal'isola per parte del comune di Pisadell'omaggio fattone all'imperatoregermanico e della conferma della sovranità sarda conceduta dalla Santa Sede aquella repubblica. Per distrigarsi da questi inviluppi un solo mezzo rimanedigiudicare stranamente confuse le prime memorie di quelle spedizioni e diabbandonare perciò l'inutile disquisizione delle varie minute vicendeconsiderando solamente quelle verità che per così dire galleggiano sovra tantecontraddizioni. E ciò a mio pensiero si può conseguire affermando: che laSardegna fu più volte nella prima metà del secolo undecimo minacciata edinvasa da uno o più capi di Saraceni del nome di Museto; che più volte furiscattata dalle loro mani colle forze ora sole dei Pisaniora collegate conquelle dei Genovesi; che le gare fra le due nazioni conquistatrici si acceserofin dal principiocome arsero per lungo tempo nel progresso della signoria; chevarie terre diventarono allora patrimonio di nobili famiglie straniere; che ildominio supremo infine della maggior parte dell'isola restò in quei primi tempiin potere del comune pisano; il quale mentre ne riconosceva l'investitura ordall'imperoor dalla sede pontificiaesercitava la sua podestà nell'isola permezzo degli antichi giudici del luogose poté fermare con essi qualcheaccordo; o col mezzo di patrizi pisani decorati di egual titolo tuttavolta chepoté giungere a debellare i vecchi signorio che con novelle divisioni diprovincie ebbe l'opportunità di aumentarne il numero.

Queste circostanze sono le sole che meritano di venirapprezzate in quel tramestio di avvenimentiperché procedono non tanto dallasomma delle narrazionicome dalla natura stessa delle cose. E questa è sempreil miglior lume dello storico criterio; nient'altro essendo per l'ordinario leazioni degli uomini che la conseguenza necessaria della positura in cuitrovansi. Del rimanente io lascio agli illustratori delle istorie di quelle duerepubbliche la briga dei maggiori schiarimenti; e noto solamente non parermipunto strano quel complesso di esagerate e contrarie sentenze; poiché collaconquista importante della Sardegna i fasti incominciarono della potenzamarittima di quelle due famose repubbliche italiane; ed i primi gloriosi fattid'arme d'ogni nazione raccontati furono e creduti con quell'istesso entusiasmocon cui furono intrapresi. Donde l'infedeltà delle relazioni derivò per coloroche i primi scrissero le notizie; la disperazione d'incontrare il vero percoloro che poscia le compilarono.

A compimento di queste memorie sulla finale cacciata deiSaraceni mi rimane a riferire come alcuni dei nostri scrittori abbiano volutofar dipendere dalle fazioni guerresche di quel tempo l'introduzione primiera inSardegna di quello scudo d'arme che distingue da lungo tempo il nostro stendale.Essi avvisarono che le quattro teste collocate negli angoli della crocevermiglia dipinta nel campo bianco della sarda insegnaindicassero i quattrotrionfi riportati contro a Musetonei quali i nazionali o per sé soliospalleggiando i loro liberatori combatterono con felice ventura contro a quelbarbaro. Ma questa opinione non avvalorata da monumento nissunovenne discussacon molta critica da un valoroso scrittore nazionale; il quale dimostrò l'armadel regno non esser punto diversa dall'antica impresa dei sovrani aragonesiandata solamente in disuso dopoché introdotti furono nei loro scudi li cosìdetti pali di Aragona. Con il quale argomento facilmente comprovato colconfronto di quelle arme e delle variazioni eziandio in diversi tempi notate inambedueegli venne a chiarire l'origine dell'insegna sarda non esser dovuta adaltro che all'essersi comunicate all'isola dai re d'Aragona le arme dellaprovincia dominante. Ed in questa sentenza anch'io concorro; poiché né verunanotizia si serbò che i Sardi ritenessero al tempo del governo dei giudici unvessillo comunen'è da presumere che ove ogni cosa era in conflittosirispettasse dai provinciali divisi d'animo e di signoria un solo stendardo. Ondeessendo i primi ricordi che si hanno dell'uso fatto della nostr'arma posterioriassai al governo dei re aragonesiragion vuole che ad essi soli debbaattribuirsene l'introduzionee non già riferirsi alle imprese bellichedell'espulsione dei Mori.

Frutto primiero del novello dominio dovette essere la pacedella Chiesa non più agitata da persecuzioniprotetta invece dai giudici delleprovinciei quali meno cogniti sono alla posterità per le altre memorie dellaloro autoritàche per le testimonianze ne restano delle abbondevoli lorolargizioni a pro di varie chiese. Quel giudice infattiil quale nella serie deiregoli cagliaritani trovasi il primo dopo la conquista pisana e che nomavasiTorgodoro o Torchitorioè solamente a noi conosciuto per un atto di quellanatura che atto è ad un tempo di pietà e di saviezza; poiché la donazionecontenutavi pei monaci cassinesi all'obbligo è congiunta dell'erezione d'unmonistero della regola benedettina nell'isola.

In quell'istesso correre di tempi un novello splendore siaggiugneva alla Chiesa sarda per le virtù di Giorgiovescovo di Suelliilquale sì alta estimazione avea destato di sé nel popolo e nel giudiceTorchitorioche fin dalla giovanile sua età fu creduto meritevole di salire aquel seggio episcopaleove per una lunga serie d'anni procacciò al nome suo lavenerazione di cui fu poscia tributato sugli altari.

Troviamo pure nella medesima età onorato per la prima voltadel titolo di metropolitano il vescovo di Torres. Chiamavasi egli Costantinoetalmente era in credito per la sua saviezza presso al pontefice Gregorio VIIche meritò di essere da lui distinto con ispeciali dimostrazioni di fiducia. Lecorrispondenze fra la sede romana e la Sardegna molto si erano menomate duranteil lungo conturbamento delle invasioni saracene. Gregorio pertantocomportandomal volentieri che si fosse intiepiditacome egli stesso ne scrissequellacaritàla quale negli antichi tempi era sempre stata fra le genti sarde ed iponteficia segno che erano oramai divenuti più stranieri di Roma quelliisolaniche gli abitanti degli estremi confini della terra»risolvetted'indirizzare un'epistola di calda esortazione ai giudici delle quattroprovincie. Erano questi Onrocosuccessore in Cagliari del Torchitorio testémentovato; Mariano di Torresdella cui collocazione fra i regoli turritani frapoco si toccherà; Onroco ossia Orsocorregiudice d'Arboreasuccessore diMariano de Zoridel qualeabbenché il primo sia stato dei regoli dellaprovinciarimase appena il nome; e Costantinoprimo regolo di Gallura dopo ilgoverno di Manfredi e di Baldogià altra volta da me accennato. E siccome leinsinuazioni che il pontefice volea loro fareerano anche in alcuni rispettiattenenti a materie di temporale interesseperciò egli si confidavaspecialmente delle spiegazioni fattene a quell'arcivescovo Costantinoil qualeavea l'incarico di preparare al legato apostolicoda inviarsi colà a tal uopoogni agevolezza nelle gravi conferenze che doveansi aprire con quei giudici.

Fra gli altri regoliquello di Cagliari mostrò d'avermaggiormente secondato le intenzioni del ponteficeperché a lui solo si trovaessersi Gregorio indirizzato altra voltaapprovando il di lui disegno direcarsi in Romaove gli si promise il più benigno accoglimento; commendando letestimonianze di venerazione date dal giudice al legato pontificiovescovo diPopulonia; esortandolo ad acconsentire ad alcune riforme comandate in quel tempoal clero dell'isola; ed avvisandolo infine delle molte richieste che si faceanoda genti varie alla sede apostolica per la concessione della provinciacagliaritana. Richieste dal pontefice ricusate; poiché inclinato egli eracomescrivevaa sostenere con ogni suo mezzo l'autorità di un giudice il quale datogli avea sì segnalate prove di costante devozione.

Voltando ora il discorsocome promisia Marianogiudice diTorresonde determinare in qual luogo debbasi collocare il di lui nomenell'ordine di quei regolidevo riandare l'argomento già altra volta tratto dauna donazione posteriore del giudice turritanoGonnario II per riconoscere sequesto Mariano si possa credere lo stesso del Marianoavo del donatorerammentato in quella carta fra gli altri di lui ascendenti. La qual cosa a mesembra la meno sottoposta a difficoltà; abbenché altri nostri storici abbianoper evitare quella disaminaintrodotto nella serie dei regoli turritani piùgiudici dello stesso nome; senza por mente che il principio del regno diGonnario non era così discosto dal tempo in cui si scrisse a Mariano l'epistoladi Gregorioche il periodo intermedio sopravanzasse la misura ordinaria delladurata di due generazioni.

Se con tale conghiettura il nome di Mariano si puòopportunamente inserire fra quelli degli ascendenti di Gonnario IItorneràmeno malagevole il riempiere quel solo grado che fra gli stessi ascendentitrovasi voto nella carta di quest'ultimo; quello cioè del bisavo del donatoreil nome del quale fu in quella scrittura trasandatoforse perché egli nétolse dal padre suo Barisonené diede al suo figliuolo Mariano l'esempio diqualche liberalità a pro dei Cassinesi. Qualora debbasi prestar fede ad untratto d'antica Cronaca sardascritta in tempi posteriorima meritevole diconsiderazione per trovarsi in concordanza con le notizie di quel diplomailbisavo di Gonnario fu quell'Andrea Tanca che nella cronaca istessa dicesi padredi Mariano. Quest'Andrea pertantoil cui lungo regno è descrittodall'annalistaci si mostrerebbe in tal maniera il successore ed il figliuolodi quel re Barisonecol nome del quale si compie la serie degli antichi giudicida Gonnario rammentati. Ma io non ardisco affermare ciò decisamentenémuovere grave dubbiezza in tal suggetto; poiché da un canto quest'ordine digiudici turritani mi condurrebbe ad una piena conciliazione delle notizieestratte da quei due antichi monumenti; dall'altro io non potrei lasciare ditener qualche conto delle diverse relazioni contenute nelle altre vecchiecronache della Sardegnaesaminate dai primi nostri scrittori; nelle quali e ilnome si riferisce di un altro Mariano con un Pietro Gunalepredecessore diAndrea Tancaed invece del nome del re Barisonequello si trova di unTorchitorio Gunaleil quale anche del giudicato d'Arborea si dice possessore efondatore della chiesa di S. Antioco di Bisarcio.

Altre più importanti notizie mi giova invece raccogliere inquella prima cronacale quali sulla natura del potere dei giudici e sulpolitico reggimento di quei tempi spargono il più gran lume. Apparisce infattida quella narrazione che i giudicidei quali Andrea Tanca continuava la seriericonoscevano dalla sede romana la loro autorità; che la medesima non sitrasfondeva per diritto ereditario da un giudice nell'altroma per l'elezionefatta secondo le norme prescritte dalla stessa Chiesa romana; che il drittodell'elezione esercitavasi dall'arcivescovo di Torresdagli altri prelati dellaprovincia e da una parte del popolo; che il vescovo ed i prelati formavano ilconsiglio ordinario del giudiceil quale del loro senno si giovava nelle cosetemporaliabbandonando alla loro podestà l'intiero governo delle spirituali;che la sede del giudicato turritano era stata già trasportata in quel tempoper la decadenza di Torresal luogo di Ardaraove nella chiesa maggioresoleano i novelli giudici prestare il loro giuramento di vassallaggio alla sedeapostolica. Della qual relazione io avviso debbasi tenere il maggior contosiaperché nissuno altro monumento ci dà un più esteso ragguaglio delle cose diquel temposia perché le notizie contenutevi vedransi tratto tratto avvaloratedalle unanimi memorie che restano degli altri giudicati. Anzi un novelloargomento si dee produrremercé di tali ricordiche maggiormente confermiquanto altra volta scrissi dell'antichità dei giudici sardi. Poiché sembramanifesto che quel vassallaggio diretto verso la Chiesa romana e quella manieradi signoria elettiva non altramente possano conciliarsi coi diritti deiconquistatori pisanifuorché reputando già introdotta in Sardegna prima dellaconquista quella dipendenza e quelle consuetudini di governo; nel qual solo casoè facile il conghietturare abbiano i Pisani e per la novità del dominioe perla riverenza verso i ponteficio rispettato negli antichi giudiciod impostoai novelli le vecchie forme.

Le esortazioni di Gregorio VII a quei quattro regoli nonottennero che in parte un buon risultamento; poichéalcuni anni dopoVittoreIIIponteficeindirizzandosi all'arcivescovo di Cagliarigli significava:aver egli avuto contezza da alcune persone giunte di fresco dall'isola dellostato miserevole di ruina in cui vi si trovavano tutti gli edifizi sagri; per laqual cosa Vittore ed a quell'arcivescovoche primate chiamò della Sardegnaedagli altri vescovi inculcava con vigore facessero pronta provvisione alrestauramento delle chiese e maggior sollecitudine mostrassero nell'occuparsenein avvenire. Né quei prelati aveano per certo bisogno allora di esempi lontaniper infervorarsi maggiormente nella sollecitudine delle cose appartenenti allosplendore ed alla santità del culto; poiché in quello stesso correre di tempimentre cadeano per vetustà o per abbandono le antiche chiese dell'isoladalleviscere delle montagne sarde si traevano quei grandi massi che ornarono posciail duomo di Pisa; e dai santuari della Sardegna trasportavansi pure alla cittàdominante i corpi degli antichi e venerati martiri Potito ed Efisio.

Quella tiepidezza dell'arcivescovo cagliaritano non era puntoimitata dal novello giudice di quella provincia indi a poco succeduto ad Onrocoe che avea nome Arzonee dal di lui figliuolo Costantinoambi larghi donatoriverso i monaci benedettini; ai quali il primo concedetteper la fondazione d'unmonistero della loro regolale chiese di S. Giorgio di Decimo e di S. Genisio;ed il secondo confermò le largizioni paterneerigendo al tempo stesso un altromonistero chiamato di S. Saturninocoll'assegnamento di copiose entrate e dimolte chiese. Né della liberalità sola restò il ricordoma la cagione ancoradel dono ci è nota per una lettera di Costantinoche le pessime usanzerischiara di quei tempi; nei quali la religione o contaminata dai viziiosvisata dall'ignoranzapresenta anche nella Sardegna tratto tratto rimembranzelagrimevoli. Io Costantinore e giudicedic'egli in quella letteraperriparazione dei miei falli e di quelli dei genitori mieidichiaro volerabbandonare le pessime consuetudini degli antecessori miei e degli altriprincipi della Sardegnavale a diredi concubinatodi omicidio e d'incesto;lascio piena libertà alla Chiesa nella consagrazione dei suoi vescovi e deisuoi sacerdoti; le decime e le primizie ecclesiastiche prometto da questo giornopagare con fedeltà». Bastano questi pochi cenni per far conoscere lacondizione di quei tempied insieme per giudicare che le copiose largizioni dairegoli sardi fatte in quell'età mossero più volte da cagione eguale a quelladichiarata da Costantino; benché non sempre si possa credere siano stateaccompagnate con pari ravvedimento.

Affine di maggiormente comprovare che le imputazionigeneriche di Costantino contro ai colleghi suoi non erano punto calunnioseunnovello monumento si potrebbe anche produrrenel quale alcuni anni dopomostrasi un giudice Torgodorio di Gallura colpito d'anatema nel concilioprovinciale convocato in Torres da Dagobertoarcivescovo di Pisalegatopontificio. Un monaco di quella provinciachiamato Giovannifu quello che inuna lettera scritta a Riccardocardinale ed abate di S. Vittoreci lasciòmemoria che Torgodorio insieme con i suoi provinciali avea incorso le censuredopoché invitato invano ad assistere a quell'assembleadurato avea nella suacontumacia; per la qual cosa i vescovi tutti ad alta voce esclamato aveano:anatema; ed i fedeli aveano deliberato di negargli il bacio di pace ed ilfraternale saluto. Ma siccome resta suggetto a dubbio se quelle censure fosserodirette a reprimere i vizii di quel principeod a condannare le opinioni sue inun tempo in cui le ostilità dell'imperatore Enrico IV contro alla sede romana elo scisma dell'antipapa Guiberto conturbavano la quiete della Chiesa; perciònon si può trarre da questo solo fatto un argomento concludente dei corrotticostumi di Torgodorio. Anzi dal veder compresa nelle censure la provinciaintiera si potrebbe raccogliere il contrario; poiché sebbene l'esempio deigrandi sia seme di virtù o di contaminazione nei popolipiù facilmente e piùestesamente si propaga e si condanna nei sudditi l'uniformità all'opinione dichi regna che l'imitazione dei di lui vizii.

Malgrado di tali contrarietà notabile incremento dovetteroricevere gradatamente nell'isola le cose religiose; poiché nel secoloduodecimoal quale l'ordine dei tempi ci ha condottitalmente accresciuto siincontra il numero delle sedi vescoviliche oltre alli due arcivescovi diCagliari e di Torresstabilito troviamo anche nella provincia di Arborea unmetropolitanoe descritti in tutta l'isola quindici seggi episcopali. Vedonsiperciò fino dai primi anni di quel secolo intervenire alla consagrazione dellachiesa di S. Maria di Saccargia i tre metropolitani e molti altri prelatidell'isolache invitati dal pontefice a ciò fareillustrarono colla loropresenza una solennità di cui poche si rammentano più splendide nelle memorienostre di quel tempo. Reggeva allora il giudicato turritano ossia di LogodoroCostantinofigliuolo di quel Mariano del quale non ha guari si è trattato; esollecito egli a sciogliere un voto che fatto avea per la fondazione di unmonastero camaldolese in quel luogo di Saccargia insieme con la consorte suaMarcusa di Gunalecolla maggior pompa volle onorare quella consagrazione. Nésenza frutto fu per avventura nell'indirizzamento delle cose religiose l'unionedi tanti vescoviche convenendo per più giorni in quel luogo ebbero campo aconferire comunemente sugli ecclesiastici negozii; poiché nissun'altra cosapotea esser più giovevole per ritirare verso il suo principio la disciplinadimessa delle chiese. Ma la Cronaca sardanella quale serbasi il ricordo diquella consagrazionenon dà verun cenno in tal proposito: e solo esaltando lapietà dei principi e la magnificenza delle feste celebrateci fa posciaconoscere come seguita la morte del fondatore e succeduto nel regno quelGonnario II più volte già da me rammentatola di lui madreparendole di nonpoter perfettamente dedicarsi alla quiete religiosase il luogo non abbandonavadove avea regnatotransferitasi in Messina ed ivi fondato un ospedale collasomma copiosa di denaio recata con seco alla solitudineconsumò i suoi giorninel ritiro.

Mentovate le prime vicende della Chiesa sarda libera dalgiogo maomettano ragion vuoleche si tenga conto dei pochi ricordi che nerestano degli sforzi fatti dagl'isolani per riparare ai disastri cagionati daquel barbaro dominio negli altri rispetti. È facile l'immaginare in qualperenne stato di conturbamento abbiano durato quei popolimentreché ad ogniistante potea sventolare sulle loro costiere la funesta insegna dei nemiciesentirsi il grido d'allarme e di accorr'uomo. È anche da credere che gliscontri frequenti dei nazionali coi Saraceni nelle prime invasionise passatierano con glorianon siano passati senza stragee strage grande dei Sardi. Ildominio posciabenché interrottodi quelle masnade ferocinon potea chepartorire la desolazione in quei luoghi ove si soffermavano. Pei nazionaliadunqueod assalitori ch'eglino fosseroo resistentio soggiogaticonseguiredovea certamente in quella malaugurosa età l'abbandono dell'agricolturaildisertamento dei luoghi abitatispecialmente litoralie lo scemamento dellapopolazione. Sebbene pertanto altre cause da noi non sapute abbiano potutoinfluire alla caduta delle fiorenti città rammentate dagli antichi scrittori;sebbene la signoria dei Vandaliil dominio degli imperatori greci el'incursione dei Longobardi abbiano eziandio contribuito a far sparire dallasuperficie dell'isola quella vigorosa ed abbondevole popolazione che avearesistito alle devastazioni puniche ed ai trionfi romani; nondimeno nissun'altravicenda è da paragonarsi coll'esterminio che dovette sofferir la Sardegna neltriste periodo dell'occupazione saracena. A questa dunque io riferiscoprincipalmente la rovina della prische nostre cittàle quali non cadutesolamentema sepolte ancora si posson diresparite essendo per molte di essele vestigia del luogo ove furono. Come riferisco alla stessa causa lospopolamento dell'isola e l'abbandono di quei sistemi di agricolturai qualiabbracciati in un tempo in cui ogni cosa ne favoriva l'incrementocederdovettero il luogo alla comunanza delle terre in un'età nella quale tanto eravasta per lo menomato numero dei coltivatori la pubblica proprietàchel'interesse svaniva di una proprietà privata.

Cessata colla totale cacciata dei Mori la costernazione degliisolaninoi veggiamo tosto manifestarsi dappertutto un novello movimentocheil desio almeno prenunziase non la possibilitàdi rimediare alle calamitàsopportate. Pochi anni erano corsi dopo l'ultima guerra di Musetoe già sullesponde del Tirsore dei fiumi sardisurgeva la città d'Oristano; edabbandonata l'antica Tharros e le sue ruineriparavano entro le mura dellanovella capitale dell'Arborea il giudice Onrocoil vescovoil clero ed ilpopolo. Già qualche tempo innanzi era stata innalzata in Ardara la reggia deigiudici di Logodoroche or colà soggiornavanoor nell'antico loro castello diTorres. Cominciava appena a correre il seguente secolo XIIe già in uno deilidi sardi più adatti per la salubrità del cieloper la ricchezza dei mariper la prossimità d'un porto spazioso e sicuro allo stabilimento di novelleabitazionisi gittavano dalle famiglie colà spedite dalla nobile casa genovesedei Doriale prime fondamenta dell'umile borgata d'Algheroche destinata eraquindi a salire al grado di una delle primarie città sardea diventare ilpropugnacolo maggiore della parte settentrionale dell'isolae ad illustrarecolle virtù guerresche e civili dei suoi abitanti i fasti della patria.Mentreché per opera degli stessi nobili Doria l'aspra roccia che torreggiavasull'antica città di Giuliolacoronavasi di fortezzeassumendo il nome diCastello Genoveseche dovea poscia scambiare con quelli di Aragonese e diSardo; ed il nome di Bosa spento fra le rovine dell'antica cittàcognita neitempi romanirisorgeva a novella vita colle fabbriche che dall'illustrefamiglia dei marchesi Malaspina si faceano alla foce del fiume Temo. Al tempostesso i luoghi tutti che erano stati privilegiati colla recente erezione dichiese cattedralia maggior lustro innalzavansied i nomi novelli delle cittàvescovili faceano cadere in dimenticanza quelli dei municipii e delle colonieromane atterrate.

Ciò nonostante rimessamente continuavano a procedere le cosepubbliche dell'isola per due principali cagioniche ben sovente si mostrerannonella storia dei giudicati sardi. Queste sono la soverchia liberalità deiregoli a pro degli stranieri; ed il perpetuo conflitto delle due repubblicherivali; le quali cose faceano sì che i nazionali o spogliati dei propriivantaggi vedessero a malincuore fra le miserie della provincia soscriversi lecarte delle larghe donazioni agli ospizichiese o monisteri d'oltremare; odincerti cui obbedirevittima diventassero ad ogni momento delle sorti di unaguerra riaccesatostoché spenta. Perciò non colle civili istituzioni o collamemoria degli illustri fatti troveremo essersi conservato il nome della maggiorparte dei nostri regolima coi soli ricordi rimasti della loro liberalità odelle loro contenzioni. Onde non sarà difficile lo antivedere da questo puntoil seguito delle narrazioni; poiché se nel leggere la storia l'uomo volgareconosce solamente ciò ch'è avvenutoil saggio penetra già ciò che debbeaccadere.

L'esempio di donazioni agli stranieri incontriamo tosto nelprimo giudice cagliaritano succeduto a Costantino. Chiamavasi egli Turbinoedopo la morte di Costantinosuo fratellooccupato avea la signoria ad onta deidiritti maggiori di Torgodoriofigliuolo dell'ultimo giudice; al qualelegittimamente apparteneva la provinciaanche nel caso in cui non ereditarioma elettivo fosse allora quel governo; se come nelle altre provinciele formedell'elezione dei novelli giudici eransi anche colà risolute in un semplicericonoscimento delle ragioni ereditarie. E forse all'incertezza in cui Turbinorestava dei proprii dritti si deve attribuire se largo vollesi egli mostrareverso il popolo di Pisaconcedendogli il profitto di alcuni dazi collacondizione che amico si conservasse al donatore ed al di lui regnoe non maitentasse di danneggiarlo; al tempo stesso che verso l'opera di quel duomomanifestava la sua liberalità con un'altra separata donazione.

Ma di poca durata fu la signoria di Turbinotrovandosi pochianni dopo le notizie del regno già incominciato del giudice Torgodorio IIchiamato anche Marianosuo nipote. Contiensi la più antica di queste in unadonazione fatta da Torgodorio alla chiesa di S. Lorenzo di Genova di sei cortidelle quali diceva aver egli racquistato il dominio nel giorno in cui ritornatoera nel suo regnomercé dell'aiuto datogli dalle sei galee genovesi capitanateda Ottone Fornario. Al tempo stesso con altra carta di donazione a benefiziodella chiesa maggiore di Pisaegli riconosceva quella repubblica del validoausilio prestatogli in quel frangente; e ricordava con testimonianza di gratoanimo i nomi di tutti i nobili cittadini di quel comune che accostati gli sierano in quell'impresa; ed i quali per un anno continuostando seco lui con tregalee nella penisola sulcitanasopportato aveano insieme col rimanente dellasua armata grandi strettezze di vittuaglie e tutte le augustie di una guerratroppo prolungata. Corrispondendo perciò quel giudice al ricevuto benefizioconcedeva alla Chiesa pisana quattro corti; prometteva di inviare in ciascunanno a Pisa una libbra d'oro puro ed una nave carica di sale; affrancava icittadini pisani da qualunque tributo e dazio nei suoi stati; e conchiudeva dopomolte altre profferte la sua cartaripetendo le ragioni della sua largizione edichiarando d'avere per opera dei Pisani ricuperato con grande onore e vittoriail regno e la vita».

Né punto obbliò Torgodorio questi importanti favoricoll'andar del tempo. Grato continuò egli a mostrarsi molti anni dopo edall'unaed all'altra repubblica. Rammentava perciò alla città di Genoval'ottenuta protezionealloraquando surrogava in luogo di alcune delle cortigià innanzi donate altre terre equivalenti; e permetteva al tempo stesso cheGuglielmoarcivescovo di Cagliarinell'approvare la donazione fatta a quelcapitolo di S. Lorenzo della chiesa di S. Giovanni d'Asseminericordasse lariconoscenza del giudice donatore. Al comune poi di Pisa egli confermava concarta più ampia e più distinta della prima le concessioni già altra voltafattevalendosi a tal uopo del consentimento della sua consorte Preziosa e delfigliuolo Costantino.

Se le liberalità usate da Torgodorio ai suoi protettorifanno fede del suo animo riconoscentela moderazione di lui inversol'usurpatore del regno onora anche altamente la generosità del di luicarattere. Nelle prime dimostrazioni date dal giudice della sua gratitudine aquelle repubbliche non si ha verun ricordo dello zio suo Turbino; benchéintervenuti siano ad approvare le donazioni i principi tutti della famiglia. Edè naturale il credere che in quei primi momenti della ricuperata signoria diMarianofuggito abbia Turbino l'aspetto di un sovrano da lui tradito evittorioso. Ma ricomparisce Turbino nella reggia del nipote alcuni anni dopoedil suo nome è rammentato con quello degli altri consanguinei del giudice cheassistevano allora alle largizioni da lui fatte a benefizio del monisteromarsigliese di S. Vittorea confermazione di quelle dei suoi genitori e diBenedettovescovo di Doliaimitatore dell'esempio dei suoi principi.

Turbino continuava eziandio a soggiornare nella corte delgiudice allorquando due anni dopo se ne partì per prender parte nellaspedizione dei Pisani contro ai Mori delle isole Baleari. Spedizione nella qualeanche un altro principe della Sardegna volle mercar gloria; poiché nellememorie del tempo trovasi congiunto a Turbino in quella generosa azione Saltarofigliuolo di Costantino di Torres. Anzise si deve prestar fede al poeta ilquale cantò le vicende dei guerrieri pisani in quella famosa campagnanon vanafu l'opera per essi di quei due illustri personaggi; dicendosi non meno notoTurbino per l'assennato consiglio che il giovine Saltaro per la destrezza suanel maneggiar l'arco. Onde alla Sardegna tornò l'onore di aver in tale impresainviato colà il Nestore ed il Filotette di quell'esercito.

Costantinopadre di Saltaroavea anch'egli coll'amichevoleaccoglimento fatto nel porto di Torres al navilio pisanoche vi si soffermòqualche tempomostrato quanto gli stesse a cuore il buon successo dell'impresa;il di cui cantore perciò non lasciò senza laude il di lui nome chiarodicendolo e celebrato da tutto il popolo dei Sardi». E tal è pure l'opinioneche di lui ci si tramandò nella cronaca già mentovata della chiesa diSaccargia da lui fondata. Se non che non tutte le liberalità di questo principes'indirizzarono ad arricchire la provincia dei monumenti della sua pietà; mavolle egli ancora privilegiare con copiose concessioni gli eremiti di Camaldolinegli annali dei quali serbossi la memoria delle di lui donazioni e di quelledella regina Marcusasua consorte.

Frattanto anche i giudici delle altre provincie nonrifinivano di beneficare le chiese straniere; poiché il primo monumento che cisi presenta del regno di Costantino II di Cagliarifigliuolo e successore delsecondo Torgodorioaltro non è che una conferma alla chiesa di S. Maria diPisa di varie precedute largizioni. Come nel regno di Arborea governato dopo ildecesso dell'antico Orzocorre dai giudici TorbenoOrzocorre IIComitaGonnario e Costantinonoti appena alla posterità pel ricordo restato del loronomeil successore loro Comita II lasciava in questo stesso tempo maggiorerimembranza di sé per un atto simile di sua liberalità a favore della chiesadi S. Lorenzo in Genova e del comune della stessa città. Gli annalisti pisani egenovesi rammentando questa donazione di Comita l'ascrivono al bisogno ch'egliaveva di cattivarsi il favore dei Genovesi onde insorgere all'uopo contro aiPisanidai quali era stato travagliato. Ma le notizie maggiori da me rinvenuteragguardanti a questo regolo mi pongono in grado di far meglio conoscere il dilui pensiero. La carta ch'egli soscrisse contiene una donazione assoluta divarii beni ed una profferta di altra largizionealla quale trovasi posta lacondizione del futuro acquisto del regno di Torres. Si viene perciò a chiarireche l'ambizione di occupare un regno non suo e la fiducia di meglio riuscire inciò coll'aiuto della repubblica amicaerano la cagione precipua delleliberalità di Comita; il quale in tal maniera il primo si manifesta fra igiudici sardi che abbia tentato di estendere ad altra provincia la sua signoria.

Né certamente i mezzi da porsi in opera nel dilatare il suodominio altri esser poteano che quelli della violenza o della perfidiasevoleasi egli governare in tal disegno coi principii stessi che seguiva in tuttele altre sue azioni. Era nella Sardegnascrisse l'annalista cistercienseilgiudice di Arboreacui il libito lecitoil profitto sempre pareva equo; noncredendo d'esser stato dato ai popoli per giudicema d'esser stati i popoliabbandonati a lui in preda. Baldovinocardinale arcivescovo pisanonon avendopotuto coi mezzi di dolcezza ottenere che egli si ravvedesse e restituisse ilmaltoltofulminò l'anatema contro alla di lui persona; e poscia questo giudicecontumace rimosse dal suo seggiosustituendo in suo luogo il Turritanouomoproboamante del giusto ed apprezzato da quelli stessi che non l'amavano». Laqual condanna essendo venuta a notizia di san Bernardol'approvava eglialtamentee scriveva al pontefice Eugenio III pregandolo gli piacesseconfermare colla sua autorità i provvedimenti di Baldovino.

Cominciava in tal modo Baldovino ad esercitare il nuovopotere che alcuni anni avanti gli era stato conceduto sovra alcune chiese dellaSardegna; potere che poscia essendo anche stato riconosciuto dai sommi ponteficiper l'isola intierafu più volte confermatotoltoridonato e ripreso aseconda delle vicende dei tempi. Per la qual cosa avendo le mutazioni anchepolitiche delle diverse età grandemente influito nelle ordinazioni varie in talrispetto date dalla sede apostolicanon sarà temeraria l'opinione di quelloscrittore il qualedovendo oggi giorno toccar di tal materiaaffermasse chesiccome i sommi pontefici nell'accordare il primato agli arcivescovi pisaniprima sul metropolitano di Torrese quindi sugli altri due arcivescovi sardidichiararono espressamente di volere con ciò gratificare alla repubblica diPisa; così dopo la concessione dell'isola fatta ai re d'Aragona dagli stessipontefici mal soddisfatti dei Pisanila causa principale cessò dellostraordinario favore. Come coll'andar del tempo ne cessò e per novelledisposizionie per necessaria disusanza l'effetto. Onde la quistione delprimato pisano in Sardegna e Corsica ridotta oggidì ad una semplice formolad'intitolazionesarebbe soggetta alle più gravi difficoltà nel dirittose ilfatto contrario non dovesse indurre coloro che amano solamente intrattenersinelle cose suscettive di qualche applicazione a trasandare una discussione senzafrutto.

Fra le disposizioni date da Baldovino contro al giudiceComitaquella della sustituzione del giudice turritano nel governo di Arboreasembra non sia stata recata ad effetto; poiché nissuna memoria è rimasta laquale indichi che Gonnario II di Torresgià da più anni regnante allorché sifulminarono quelle censuresiasi intromesso nell'amministrazione dell'altraprovincia; il reggimento della quale vedesi tosto senza interruzione continuatoda Barisonefigliuolo di Comita. Anzi Gonnario e Barisone trovansi aversoddisfatto ambidue nel medesimo tempo ad un atto di pietà colla donazionefatta dal primo al monistero di Monte Cassinopiù volte già da me rammentata;e colla protezione che il secondo nel principio del suo regno dichiarava afavore della chiesa di S. Maria di Bonarcadoallora consagrata con grandesolennità e da lui riccamente dotata.

Del Gonnario turritano non rimangono altre importanti notizieche quelle contenute nella Cronaca sarda già altra volta mentovata; colle qualisi viene a sapere che il principio del di lui regno fu turbato per la sua minoretà dalle ostilità di alcuni nemici del padre suo Costantino; che IttocorreGambellatutore del giovane principelo trasportò nascosamente in Torrescommettendo la di lui custodia ad alcuni mercatantii quali lo condussero aPisa; checreato ivi nella casa di un distinto personaggio chiamato Ebriandotolse per moglie la di lui figliuola in giovanile etàe partì quindi scortatoda quattro galee pisanealla volta di Torres ove giunse fra le acclamazioni edi voti dei suoi sudditi; che edificò nella sua provincia la rocca del Goceanoprevalendosi di quella maggior forza per comprimere i particolari suoi nemici;che al ritorno dal viaggio intrapreso nella Palestina fondò e dotò con ampierendite nell'isola un monistero della regola cassinese chiamato di capo d'acquedi Sindiapopolato tosto da un grande numero di monacispeditovisollecitamente da san Bernardo; che infine volendo egli consumare nel ritiro unavita incominciata nelle traversie e continuata fra gli atti di religioneriparò nell'ancor verde età di quarant'anni al monastero di Chiaravalleovechiuse i suoi giorni nella pace del Signore.

Ben diverso dal carattere temperato e tranquillo di Gonnariodi Torres era quello del giudice Barisoneil qualecome si disseregnava adun tempo istesso in Arborea. Questo principecui l'ambizione elevò un solmomento al colmo degli onori e che la stoltezza sua condannò tosto a lungheumiliazionipresenterà nella storia dei giudici sardi un novello esempio delfacile transito delle cose umane dal sublime al ridevole; e il lettore straccodella relazione delle antiche carte di donazionevedrà forse con compiacimentopararglisi innanzi un seguito di avvenimenti che per la rapidità dellemutazioni mostrano quasi un'apparenza di scena.

Impalmato avea Barisone una nobil donzella di Catalognachiamata Algaburgae manifestato a lei il contento che ritraea da tali nozzedonandole nell'atto in cui ricevea per di lei parte l'anello nuzialele trericche ville di Bidonidi S. Teodoro e di Oiratili. Ma la felicità domesticaquella non era che potea riempier l'animo di quell'uomo vanitoso. Né tardò apresentarsi l'occasione che potea somministrargli incitamento a più elevatipensamenti. Dopo il governo di Costantino II di Cagliari quel giudicato erastato occupato da Pietrofigliuolo secondogenito del Gonnario II di Torresoperché ve lo avessero chiamato i diritti in lui transfusi per lo maritaggiocontratto con la figliuola di Costantinotrapassato senza lasciar prolemaschile; o perché i suoi diritti seppe egli rincalzare colle armi. Al tempostesso regnava in Torresdopo il ritiro di GonnarioBarisonefratelloprimogenito di Pietro. Già il novello giudice di Cagliari avea incontrato nellasua capitale un emolo potente che giunse a cacciarlo dal suo seggioed erastato mestieri per ricondurvelo che il fratello regolo di Torres presso al qualeerasi Pietro rifuggito colla sua consortemesso in campo un giusto esercitocapitanato dai più prossimi dei suoi consanguineispignesse il nemico fuoridella città colla forza. Fu allora che valendosi ambi li fratelli del poterecongiunto e delle armi già poste in movimentoindirizzarono i loro disegni adabbattere un altro nimico in Barisone di Arboreacontro al quale eranoinacerbiti per antiche ingiurie. Fecero adunque oste sopra la di lui provinciae ponendo ogni cosa a ferro e a fuoco distrussero molti casamenti e menarono intrionfo quantità grande di prigionieri e di spoglie.

Barisone frattanto fuggitivo e perdenteinvece di opporre ilpetto agli invasori della sua terraricoveravasi nel luogo di Cabrasovemeditava come non col ferroma coll'oro potesse giungere a soprastare ai suoinemici. La guerra fra le due repubbliche rivali di Genova e di Pisa non maierasi compiutamente ammorzata; e la pace era sempre stata talmente malferma perquanto ragguardava alla Sardegnache in una delle convenzioni trattate alcunianni avanti fra i due comunila strana condizione era intervenuta di eccettuaredal giuramento di reciproca amistà le contenzioni che poteano nascere nelpossesso della Sardegna; acciò fra i pacifici accordi l'occasione di novellerotture non solo fosse certama comparisse anche giusta. Nel tempo in cuiBarisone era stato travagliato dai giudici di Cagliari e di TorresFederigo Iimperatorechiamato Barbarossatrovavasi in Italia; ed invano avendo tentatoal suo cospetto i legati pisani e genovesi di comporre le loro differenzedellequali perpetuo era il fomitepiù che mai inclinavano gli animi nelle duerepubbliche a vicendevole offensione. Barisone perciòil quale nelle ostilitàdegli altri regoli avea anche riconosciuto l'influenza di persone ligie alcomune pisanovoltò l'animo a procacciarsi il favore della repubblica nemica;e ad un tempo allo splendido pensamento innalzossi di ottenere con l'istessomezzo dall'imperatore il titolo e le insegne di re dell'isola intiera; dellaquale non avea egli saputo porre in salvo dai suoi nemici una parte.

I Genovesi prestarono facilmente orecchio alle prime di luirichiesteo perché nell'esaltazione del loro protetto vedevano l'abbassamentodei rivalio perché confidavansi di poter con quel mezzo fermare il piedenell'isola tanto ambita; chéavvedutiquali dessi eranobene prevedevanodover poscia Barisone pendere dai loro cenni; il nome regio appo luila forzatutta del regno appo loro rimanere. Accolto adunque benignamente Ugonevescovodi S. Giustalegato di Barisoneinsieme con esso presentansi a Cesare dueambasciadori di GenovaFilippo Giusta e Bonvassallo Bulferio. Introdotto ilvescovo Ugone all'udienza dell'imperatoreimplora pel suo giudice il nome e ildiadema di re della Sardegna; promette riconoscere signor supremo Cesaregiurare nel di lui nomepagargli annuo tributo e numerare frattanto di presentequattromila marchi d'argento. Senza veruna esitazione accettò Cesare queiprieghi: né valsero a dimuoverlo o i rispetti della concessione già alcunianni innanzi da lui fatta della sovranità di Sardegna col titolo di principatoallo zio suo Guelfo; o le acri querimonie dei Pisanii quali altamentedolendosi dell'ingiuria e facendo suonare di clamori l'aula imperialemillantavansi che invanoresistendo eglinosi sarebbe osato di condurre inItalia il novello re per esservi coronato. Ma i Genovesi vollero correre quelpericoloe spregiando le minaccie dei rivaliin breve trasportarono Barisonenella loro cittàsenza che i Pisani abbiano fatto verun tentativo perimpedirneli; essendosi contentati di spedire nell'isola Ildebrando di RanucciIanniloro consoleper far giurare a quei giudici una triegua fino al ritornodi Barisone; e d'inviare in quelle marine otto loro galeeonde vietare ainemici di trascorrere a qualche violenza.

Si mossero ad incontrare Barisone nel suo giungere in Genovai consoli stessi della città; donde essendo egli indi a poco partito alla voltadi Paviaaccompagnato cogli oratori genovesiLanfranco AlberigoPiccamiglioGuglielmo d'OriaGionata del Campoe dai giureconsulti Bigotto e GuidoLandenseebbe ivi nella chiesa di S. Siro dalle mani stesse di Federigo ildiadema regiocol quale solennemente fu incoronato. Ed anche in mezzo a talapparato e a quelle pompe regali si udirono le querele dei Pisani; i quali nonrimaneansi del rampognare Federigorammentandogli l'antica fede ed i pericoliaffrontati a di lui pro; né sapeansi dar pace nel vedere che per una esiguasomma di denaio venisse loro tolta la signoria d'un'isola da lungo tempooccupataper venir conceduta ad un uomo cui dessi chiamavano loro vassallo. Nelmentre che i legati genovesidi fervida natura anch'essil'indipendenzaesaltavano di Barisone: esser egli quello che da più anni avea sostentato collesue entrate la città di Pisa; mal fondarsi sopra un'usurpazione il potere deiPisani; non meno all'una che all'altra repubblica esser dovuta per ragione delleantiche conquiste la sovranità della Sardegna. Impose finalmente termine allecalde contenzioni l'autorità di Cesare; il quale dichiarò la Sardegnaappartenere all'imperio ed a sé solo spettare il disporne.

Più facilmente si sarebbono acquetati gli animi se si fossepronosticato allora l'esito di quella solenne investitura del regno sardo. Primacura di Federigodopo aver venduto il regnofu quella di toccarne il prezzo.Ma Barisone pativa disagio di moneta; onde fu mestieriper riparare a quellasua scarsitàch'ei l'aiuto implorasse dei legati della repubblica; i qualimanchevoli anch'essi di denaionon poterono in altra maniera rispondere alleistanze del novello re che togliendo a prestanza la somma necessaria. E siccomel'un servigio trae l'altroe non sì tosto era stato quetato il debito versoCesareche già falliano i contanti per apprestare le galee destinate aricondurre Barisone nei suoi statiperciò dovettero i consoli di Genova entrarmallevadori di un secondo presto; se non volevano correre il rischio di vedersvanire tutto il frutto dei sagrifizi già fatti a favore di un uomo il quale inquella sua gloria teatrale ogni cosa già doveva agli altrifuorché la propriastoltezza.

Nel tempo stesso Barisone con parole onorificentissime rendeale grazie che potea maggiori ai maestrati genovesi: esser loro debitoredell'acquistato diadema; restasse adunque solamente nelle sue mani laprocurazione del regnol'impero appartenesse alla repubblica. E come lepromessioni solenni non meglio costavano a Barisone che le parolecon pubblicacarta obbligava se stesso a sciogliere prontamente ambi li suoi debiti prima cheponesse il piè sul suo litorale; a pagare nel caso di futura guerra del comunelire centomilaoltre a quattrocentomarchi d'argento annui; a destinare per lafabbrica della chiesa di S. Lorenzo in Genova la dotazione di due corti abeneplacito dei consoli; ad innalzare a sue spese una magione regia entro quellacittà e soggiornarvi di quando in quando; a favoreggiare l'arcivescovo diGenova ove mai intendesse ad acquistare il primato e la legazione pontificia suivescovadi dell'isola; a concedere alla repubblica le rocche di Marmilla ed'Arcolentoe tanto territorio quanto bastasse in Oristano ad edificarvi centocase pei Genovesi colà trafficanti. Alle quali condizioni consentite eziandiodalla regina Algaburga e dai figliuoli del giudicecorrispondevano i consoliobbligandosi a non trattare la pace con Pisa senza il concorso di Barisone ed afornirlo di otto galee; il dispendio delle quali caderebbe per la metà sulcomune. Acciò infine nissuna cosa mancasse a quelle viste di grandezza cheinebbriarono in quei brevi giorni l'animo di Barisonetenea egli in Genova granvitae facea rombazzo per quelle viecavalcando e festeggiando con moltiseguaci ed ammettendo al giuramento di vassallaggio alcuni dei più distinticittadini.

Tutta l'illusione poscia svanì nel giungere il navilio diBarisone al cospetto del litorale d'Arborea. Ai provinciali non era punto andatoa sangue quel delirio ambizioso di Barisone; o perché aveano giudicato chequella pompa non partoriva verun aumento di potere pel principe; o perchépaventavano che dovesse partorire per essi l'obbligo di sopportarne ildispendio. Grande tiepidezza adunque nel popolo; vani ed inutili parlari coinotabili d'Oristano; apparenza di pagamento nissuna; diffidenza nei Genovesimassima. Già prima che salpasse da Genovail console Piccamiglioal quale erastato commesso il governo del navilioavea ricevuto l'incarico d'invigilaregelosamente sulla persona di Barisone: non gli permettesse di porre il piede sullido se prima non soddisfaceva al debito; temesse o la poca fede del principeola mala fede dei suoi consiglieri; i Pisani esser sempre svegliati per nuocere;facile sarebbe loro l'aggirare un uomo di quella temperacui il tradimentopotea fruttare lo scioglimento di un grosso debito; anche prima della partenzaessersi veduti alcuni Pisani che sotto colore di prestar omaggio al novello reaveano tenuto segreti colloqui seco lui e col vescovo Ugoneuomo già rottoagli occulti maneggi. Né Piccamiglio sbadatamente ebbe a governarsi in mezzo aquesti ambigui accidenti; poiché avvisando giustamente che le difficoltàattraversatesi ogni dì al pagamento procedevano o da penuria di mezziodall'intento di lasciar nel frattempo maturare le trame dei Pisanialcune galeedei quali eransi presentate in quei mari; prevedendo nello stesso tempo che lacruda stagione già imminente e la povertà di vittuaglie lo avrebbero posto frabreve in maggiori angustietroncò egli destramente il nodo della difficoltàriconducendo Barisone in Genovaove venne consegnato in custodia ad alcuni diquei primari cittadini.

Frattanto i Pisani riaccendevano le antiche animosità deigiudici dell'isola nimici di Barisone; i qualinon potendo offendere la di luipersonasi voltarono di nuovo a devastare i di lui statigastigando a grantorto con la destruzione dei beni dei provinciali coloro che dell'ambizione delloro principe erano affatto innocenti. Né coi consigli solamentema colle armieziandio a ciò contribuivano i Pisani; avendo armato in soccorso dei giudiciligi alla loro parte sei galee capitanate dagli stessi consoli e da alcuni deicosì chiamati sapienti del comune.

Ma ciò non bastandoavvisarono i Pisani che malagevole loronon tornerebbe il riavere la Sardegna cogli stessi mezzi coi quali l'aveaottenuta Barisone; e risolvettero di spedire ambasciatore a Cesaregiàritornato in GermaniaUguccione Lambertiloro consolocon altri notabilidella città. Fecero questi capo all'arcivescovo di Magonza cancelliere diCesareavvalorando le ragioni antiche della repubblica sulla Sardegna collenuove che poteano emergere dall'offerta da essi fatta di lire quindicimila: nonviolarsi punto con ciò i diritti di Barisone; egli serberebbe la sua dignità eil suo titolo regio; la sola sua dipendenza sarebbe variata. Ammessi poscia gliambasciatori al cospetto dell'imperatoretanta grazia incontrarono appo luicheobbliate le querimonie di Pavianissun'altra cautela volle Federigoimpiegare nell'accoglierne le dimandesalvo quella di convocare i prelati eprincipi dell'imperoacciò non spontanea ma consigliata comparisse la suarepentina mutazione di volontà. Ne conseguì perciò una novella investituradella Sardegna al console di Pisa; nelle cui mani passò il simbolo delrestituito potere col gonfalone imperiale e colla carta solenne contenente larivocazione di ogni favore accordato al principe Guelfo ed ai Genovesi.

Lieti i Pisani d'aver felicemente adoperato le arme stessedei loro rivalianche ad altre arme poneano la mano; e ricercando cagioni diguerra più apertapredavano una nave genovese naufragata in quel tempo neilitorali dell'Asinara. Motivo fu questo che i Genovesi inviassero alcuni legatia Cesareonde richiamarsi della sofferta ingiuria: che i Pisani accagionasserodelle incominciate ostilità la condotta tenuta dai loro rivali impadronitisi atorto della persona di Barisone; che l'imperatorenon avendo autoritàbastanteo buona causa fra le manilasciasse libero lo sfogo alle accesenimistà; che queste infinecome in tutti i tempi accadettesiansi risolute inmodo da seguirne il peggio pei popoli. Poiché i Genovesiarmate alcune navi atre palchifecero imprevista scorreria nei lidi di Torres; dove giunserocoll'intento di ardere i casamenti dei Pisani; e donde partirono dopo averdevastato la regione intiera e riempiti di ruine quei luoghi.

Incominciata in tal maniera la guerrai Genovesi poserol'animo ad afforzare la loro dominazione nell'isola ed a trarre nella loro partele provincie. La spedizione a tal uopo fatta nell'isola di tre galee capitanatedal consolo Uberto Reccalato ebbe felice risultamento. Scese egli primieramentein Arborea; e quivi gli abitanti o rispettando i consigli od apprezzando itimori del loro giudice prigionierosi accomodavano a tutte le dimostrazioni diobbedienzaobbligandosi eziandio a riconoscere il supremo dominio dellarepubblica coll'annuo tributo di lire settecento. Trasferissi quindi il consoloin Cagliari; dove il giudice Pietro gli fece la più distinta accoglienzaonorandolo con solenne pompagiurando fedeltà al comune di Genovapromettendodi pagare nello spazio di quattro anni alla repubblica lire diecimilaoltreall'annuo censo di lire cento e ad una libbra d'argento puro per l'arcivescovodi Genova. Locché ottenutoil consolo cacciava coll'autorità del giudicetutti i Pisani da quelle terre. Al tempo stesso anche al giudicato di Torresindirizzavano i Genovesi il pensierotrattando con Barisoneregolo di quellaprovinciauna convenzione; ed obbligandosi ad assisterlo contro a qualunqueostilità dei Pisanipurché loro desse lire duemila ed adoperasse ogni mezzoper vietare ai nemici il trafficare nella sua regione. Alla qual convenzionetenea anche dietro la pacificazione dei due Barisoni turritano e di Arboreafatta sotto gli auspizi genovesi e tendente a comporre con mezzi comuni le garedelle due repubbliche; le quali non di tali interpositori abbisognavano.

Dall'altro canto i due giudici stessi di Cagliari e diTorresstretti fra due rivali che ognora si avvicendavanonon sapeano cansarsidal manifestare allo stesso tempo la loro devozione al comune pisano. Aveaquesto inviato undici galee al luogo di Torres. Le soldatescheinvece diaccarezzare quei popoli dei quali ambivano la signoriasi diedero a tribolarequei provincialicommettendo contro alla loro sicurezza e contro alle loroproprietà ogni maniera di eccessi; a segno chevenuta essendo al suo colmo lalonganimità dei popolaniinsorsero colle armi e distesero al suolo ottanta diquei feroci protettori presso al villaggio di Ottana. Questa uccisionesomministrò ai Pisani una opportunità di minaccevoli doglianze col giudiceturritano; il quale non seppe in altro modo prosciogliersi dal carico che in talrispetto gli si faceasalvo recandosi in compagnia del fratello suo Pietrogiudice di Cagliariin Pisa; dove nel parlamento tenuto nel borgo detto di S.Micheledopo aver asseverato che egli era affatto straniero di quel popolaretrambustovidesi obbligato a giurare alla repubblica di Pisa quella fedeltàche nell'anno stesso giurava a quella di Genova; e costretto a promettere alcomune seimila lire di donativoun censo annuo di lire cento e dodici paia difalconi.

Grande commovimento destava nel mentre nell'aula di Cesare lapresenza dei messaggieri delle due repubbliche contendenti acremente pei lorodiritti sulla Sardegna; quasi come con i diritti e non con i fatti si fosserogovernate le cose d'allora. Sedea Cesare nel suo soglioed i Pisani glirappresentavano: aver l'arcivescovo di Magonza ricevuto per l'investitura loroaccordata una cospicua quantità di denaio; riconfermata esser con ciò l'anticaloro signoria; si sgomberasse adunque ogni dubbiezza e si rendesse palese lavolontà dell'imperatore dell'esclusione dei Genovesi da qualunque pretensionesovra l'isola. Acconsentiva già Cesare alle supplicazioniallorché surseUberto Spinolaprincipe della legazione oppostauomo d'alti sensi e pieno ilpetto di patria caritàil quale imprese animosamente a combattere le richiestedei rivali: gli si concedesse veniasecolpito l'animo dalla grave offesasiavanzava infino ad appellare ingiusto un decreto di Cesare; mal convenirsi ilnome di giudizio ad una parola precipitatamente profferita dall'imperatorenonuditi li danneggiatiascoltato solamente un cancelliere abbagliato dall'oro deiPisani; si serbassero le forme legali dei giudizii Genovesi sisottometterebbono alla sentenza; se la religione dei giudici fosse mai pervacillarele arme dei perdenti poter sopperire alla giustizia non renduta; enon ricusare la repubblica gli estremi pericoli. Passò quindi il coraggiosooratore ad allegare le prische ragioni della sua nazione sull'isolaconvalidandole col rammentare quei dazi che i trafficanti napoletani andando inSardegna aveano sempre pagato alla repubblica; ed il tributo annuo presentatodai nazionali al comune nel ricorrere della festa pasquale. Commosso restòCesare dalla gravità e forse ancora dalla libertà dell'arringae si feceperciò a dichiarare: non essergli giammai corso per l'animo di far ingiuria anissuno; aver sentenziato a pro dei Pisani senza conoscere i contrarii dirittidei Genovesi; doversi pertanto la contenzione risolvere in un formale giudiziood almeno tentare un componimento amichevole delle differenze; invierebbe a taluopo in Pisa lo stesso suo cancelliere ed in Genova Rainaldo arcivescovoaffinchéudite le opinioni dei maggiori cittadinivedessero modo comeravvicinarle. Ma questo tentativo tornò affatto infruttuoso. Né ciò devepunto recar meraviglia; poiché se qualche sorpresa può cagionare tutto questoavvenimento nell'animo di coloro i quali conoscono che cosa dessero quei tempipiuttosto del principio che del risultamento delle conferenze dovrebbesi sentirestupore; parendo invero strano che due repubbliche signoreggianti a vicenda neimariciascuna delle quali avea risoluto già o di sostenere o di combatterecolle arme la sentenza di Federigovoluto abbiano aitarsi della decisione d'unprincipe non atto ad interporsi colle sue forze in una guerra tutta marittima;non ad inspirare dopo tre diverse concessioni dell'isola e tre disdette lafidanza di un ragionevole arbitrato.

Continuando adunque le cose a governarsi come le sorti sigittavanoi Genovesi già paghi del passaggio fatto in Sardegna dal loroconsole Uberto Reccalatoanche un altro consoleCorso Sigismondiinviavanocolà con due navi a tre palchiacciò vi affermasse quell'impero che eglinoavvisavano avervi acquistatoo quell'immagine d'impero che essi vi aveano.Frattanto che i Pisani anch'essi con diversa fortuna combatteano tratto trattocolle loro galee quelle che si spedivano dai Genovesi per mantenere talicorrispondenze. Comandò il console Sigismondi allora per qualche mese nei duegiudicati di Cagliari e di Arborea; e per quanto gli scrittori della sua patriane narranocon grande assentimento dei popoli. Se già si può dire che in queiperpetui conflitti assentissero i popoli a cosa alcuna.

Frattanto l'infelice Barisonecui le vicende del suo regnonon fruttavano alleviamento nissuno nella sua cattivitàpresentavasi aiconsoli e diceva: esser già trascorso tanto tempo dopo il suo allontanamentodalla provinciache i sudditi suoi non che venerarlo reappena il sapeanovivo; piacesse loro di ricondurvelo; consegnerebbe ivi per ostaggi la consortei figliuolicolle castella e con quattromila lire per soprassoma. Ragunato inGenova il consiglio per conoscere sovra tali offertesi vinse il partito per lapartenza di Barisone; ma non piacque che il dispendio ne cadesse per intiero sulcomune. I vassalli adunquecompassionando il loro principearmarono quattrogaleee la repubblica ne apprestò a sue spese un'altracommettendo il governodella flottiglia a Nebulono console insieme con Iago Torrello. Giunti questi inOristanoposero mano all'espediente che più agevole loro mostravasidibandire cioè una dirama sopra i provinciali per soddisfare ai debiti delgiudice. E lasciato ivi per invigilare sovra tal riscossione e per custodire lefortezze un loro cittadino chiamato Almeriotornarono col re e cogli ostaggi inGenova; o perché qualche difficoltà si prevedesse nella pronta esazione dellesomme dovute da Barisone; o perché egli stesso ricongiuntosi allora alla suafamigliafosse meno dolente del continuato suo allontanamento dalla patria; operché il momento non fosse per lui o pei Genovesi conveniente a ripigliarel'antico governo.

Questo infine presentossi dopo il corso di altri due anniavendo ottenuto Barisone che colla scorta di quattro navi a tre palchiconcedutegli dal comune e capitanate da Ottone Caffaroaltro dei consolivenisse ricondotto con pompa negli stati aviti. Dovesecondo la relazione degliannalisti genovesifu accolto da grande turba festeggiante di popolo. Dopo laqual cosacompiendo il console ciò che altra volta erasi fatto per isciogliereil prolungato e sempre aumentato debito di Barisonepubblicava una tassa sulpopolo di denari sette per lira per lo saldo degli antichi debitie di denarisei pei recenti dispendii del navilio. E con tale mezzo se le disavventurecresceano della provinciaquelle per lo meno si temperavano del giudice.

Se non che il destino di quest'uomo non permise a lui ed aisuoi sudditi di godere almeno quella quiete che potea derivare dal serbareillesa la dipendenza professata verso una delle due repubbliche. Già fino dallostesso anno erano ricominciate per l'influenza delle due parti fra i giudicidell'isola le antiche gare. I Pisaniper oggetto di comporleaveano speditoalla volta della Sardegna Caroneloro console; il qualeinvece di giugnere alsuo scopoabbattutosi con fortuna sinistra in una flottiglia nemicaera statocondotto prigioniero in Genova. I Genovesi anch'essi aveano poscia procurato conuna spedizione di otto navi a tre palchigovernate da Lanfranco Alberigodicontenere i giudici nella fede e nella quietepresentandosi loro con quelladimostrazione di forza. Ma tutto fu in vano; poiché i Pisanimal sopportandofra le altre cose che Barisone avesse conceduto ai Genovesi di poter abitare inArboreafaceano correre colà alcune galee ed ottenevano con tal mezzo che ilre secondasse l'espulsione da essi fatta dal giudicato degli antichi di luiamicie promettesse vassallaggio alla repubblica. Nel mentre che i Genovesirendevano vieppiù ligio alla loro parte il giudice di Cagliari Pietrofacendogli promettere con solenne convenzione i più ampi favori a lorovantaggio; e di essere loro anche utile nell'agevolare la riscossione delcredito non ancora soddisfatto del re Barisone. Onde l'instabilità delle sortidi questo re e degli altri giudici diventando ogni dì maggiorefu riparo benlieve quello che al tempo stesso Federigo tentò d'impiegaremandando per ilegati delle due repubblicheaffinché comparissero in Pavia alla sua presenza;giacché questicontentatisi di ascoltare sommessamente l'arbitrato cui pelbene della pace avea Cesare voluto approvare dividendo in due eguali porzionil'isola fra i contendentipartirono poscia dal di lui cospetto cogli stessipensieri coi quali erano venuti. Non avendo giovato ad altro quel giudizioeccetto a manifestare maggiormente che per far posare le armi già conquassatearmi si ricercano e non giudizi.

Non tardarono infatti le due repubbliche rivali a segnalarenelle terre della Sardegna e per quelle marine la loro animosità; avendo iPisani inviato colà con alquante galee i loro consoliCarone e Paneporro; iquali vittoriosiper quanto gli annali pisani ne raccontanonell'isoladovecostrinsero al giuramento di fedeltà quei giudiciperdenti poscia rimasero nelconflitto marittimo che ebbero con alcune navi nemiche. Ed è dovutoprobabilmente a quel primo felice arrivo dei Pisani se anche Barisone di Arboreainclinato mostrossi in quel tempo a cattivarsi la buona grazia del comunepisanofondando nella sua capitale d'Oristano uno spedale in onore di quellochiamato di Stagnosituato presso a Pisa.

Alla parte del comune di Pisa rivolgeasi egualmente un altroBarisoneo Barusonegiudice della provincia di Gallura. Era egli succeduto alpadre suo Costantino II di Lacone ad Ottocorreossia Orzocorre di Gunale;soli giudicidei quali si manifesti l'esistenza dopo lo scomunicato Torgodorio.E siccome Costantino generoso erasi mostrato verso i Pisanidonando in unionedella sua moglie Elena di Lacon al monistero di S. Felice di Vada il territoriodi Iurifai; e ciò forse in rimembranza dell'onorevole accoglienza fattagli daquella repubblicaallorché volendosi egli recare nella Palestinasi mosseroda Pisa i consoli stessi della città per imbarcarlo sovra le loro galee; cosìanche il figlio tenero si mostrava dell'amistà dei Pisaniconfermando collasua autorità la donazione fatta alla chiesa di S. Maria di quella città da unoperaio dell'istessa chiesachiamato Benedettoe quella già mentovata del suogenitore; alla quale volle aggiungere le più significanti clausuleaffinché ibeni e gli schiavi compresivi non riconoscessero verun'altra dipendenza osuggezione.

Per questa vicenda di diversa ed instabile dipendenza non maicessar potea nell'isola l'occasione di perpetue dissensioni fra i regoli; eBarisone di Arboreala cui vita dovea essere tutta tempestosanon cheacquetarlele aizzava egli stesso. Egli era andato a oste con molta soldatescanelle terre dei giudici di Torres e di Cagliari uniti di fratellanza e diopinionee gravi danni n'erano seguiti in quelle provincie. I consoli pisanivolendo rimediare a quei mali già avvenutidei quali saria stato molto meglioil soprattenere dal principio la foga con una equa composizione di pacifichecondizionispedirono tosto a quella volta due loro colleghiBernardoCacciapoli ed Ugone di S. Felice. Approdati questi nell'isolasi giunsesebbene con molta difficoltàa sedare quelle contese ed a pacificare i giudiciaccondiscendenti più per timore che per buon volere; dappoiché i Pisanialtamente aveano minacciato la guerra al rompitore degli accordi. Nondimeno queltimore non fruttò lunga quiete; e dipartitisi appena i consoliritornarono iregoli a correre l'uno contro all'altro; né si rimasero dell'inquietarsiscambievolmenteinfino a chepresentatosi colà con nuove forze AlbertoGualandi coi consoli Visconte Bulgarino e Burgenseinterposta da essil'autorità consolaree con l'aiuto dell'arcivescovo di Pisa trovatosi inquell'occorrenza visitando le diocesi dell'isolasi poté ottenere un forzatoposamento di quella civile discordia.

I Genovesi aveano preso anch'essi una partequantunqueritardatain quel pacificamento; e continuavano poscia tratto tratto acomparire nell'isolaonde invigilare sui sempre disturbati loro negozii; nelgoverno dei quali gustarono finalmente un po' di maggior quietequando perinterposizione del pontefice Clemente IIIla pace si conchiuse fra le duerepubbliche. In questaassicurata reciprocamente la libera navigazione a quellavoltasi guarentirono anche le possessioni protette da ciascun dei due comuni;e segnatamente quella della provincia d'Arboreadichiarata dipendente daiGenovesi. Dal canto dei quali ne sembra che maggiore sia stato il timore o ladiffidenza della esatta osservanza dei patti; perché a solo loro vantaggio fuconvenuto che i giudici sardie dieci dei magnati in ciascheduna provinciagiurassero ai Genovesi sicurezza e giustizia.

Prima di tale pacificazionespenta erasi già la vitaangosciosa di Barisone di Arboreatrovandosi due anni prima di quella concordiale memorie più antiche del regno egualmente travagliato del figliuolo suoPietro. Le ulteriori notizie che restano del regno di Barisonece lomanifestano occupato in opere di religione; avendo il Muratori serbato ilricordo delle cospicue donazioni da lui fatte ai monaci cassinesi collacondizione che dodici monachi s'inviassero dall'Italia in Arboreae fra questisi trovassero alcuni istruiti talmente in lettereche potessero all'uopo essereletti arcivescovi o vescovio trattare nella corte imperiale o nella curiaromana dei negozii del giudicato con buon risultamento». Dalla qual dimandaanche quest'altro argomento s'inferisceche gli studii troppo erano neglettinella provinciacome lo doveano essere fra tanto turbamento di esteriori mali ed'intestini. Opera di religione fu purema frutto ad un tempo di quella passivapolitica di Barisonel'altra liberale donazione posteriormente da lui soscrittaa favore della chiesa maggiore della città di Pisacui concedette una sua casacon servi ed ancelle e varii altri poderivigne ed armenti. Onde l'ultimo attoa noi cognito del regno di Barisone ce lo mostra titubante nella scelta dei suoiprotettori; come la serie degli avvenimenti suoi ce lo ha mostrato pieghevole adogni timore; subito ad ogni fidanza; cieco per quel suo tumore di mente chefaceagli agognare la sovranità intiera dell'isola; intento a combattere senzagiusta causa i giudici delle altre provincieche avrebbero dovuto essere imigliori suoi amici; e sollecito ad accarezzare con incerta vicenda di favoreora i Genovesiora i Pisani; i quali sarebbonsi potuti riputare e gli uni e glialtri li maggiori suoi nimicise il nemico maggiore di Barisone non fosse statoegli stesso.

 

 

LIBRO OTTAVO

 

Pietrofigliuolo di Barisoneincominciò in Arborea il suoregnodominato da quella stessa politica fluttuante che tanto infelice avearenduto il governo del genitore. Due atti appartenenti ai primi anni del suoprincipato lo palesano prima intento ad avere entratura coi Pisanimercé delladonazione da lui fatta alla loro chiesa maggiore di una corte nel luogo diMilis; e poscia procacciantesi il favore dei Genovesi con giurare appo lorol'osservanza e l'ampliazione degli antichi obblighi del padre suo; con farsiascrivere nel numero di quei cittadini e riconoscersi vassallo del comunesalvarestando la fedeltà dovuta al pontefice; con assegnare di nuovo ai trafficantidi Genova il terreno necessario ad edificarvi i loro casamenti; e con prometteread essi la più estesa protezione.

Eguali benefizi concedeva al tempo stesso al comune di Genovail novello giudice turritano Constantino IIdimostrandosi tenero del titolo dicittadino genovese ed obbligandosi con ispeciale strumento a soddisfare a queidazii quali doveano allora stabilirsi sugli abitanti della città. L'esempiodel suo zio Pietrosbalzato correndo quelli anni dal giudicato di Cagliari daGuglielmomarchese di Massagli facea forse conoscere maggiormente il bisognodi strignersi validamente ad una delle due repubbliche moderatrici della sortedei giudici. Ma non bastogli questa sua previdenza. Le armi del marchese sidrizzarono ancora contro a lui; e la Cronaca sarda ci chiarisce che Costantinodopo la morte di Druddanobile donzella di Catalogna da lui ricercata inisposaavendo dato la mano ad un'altra nobile catalana chiamata Punclosidapoco si poté nel suo castello di Goceano compiacere dei celebrati sponsali;perché Guglielmogiudice di Cagliariil quale era con lui in guerraimpadronitosi di quella roccala sposa anche del giudice recò con seco nelregno cagliaritano. La qual cosa non dovette certamente partorire nei sudditiverun commovimento; avendoci la Cronaca istessa lasciato un tristissimo quadrodel mal governo di questo Constantinorotto talmente al mal fareche iprovinciali e gli stessi suoi fratelli si videro costretti a ribellarglisi;mentre che l'arcivescovo di Pisalegato del ponteficefulminava le censurecontro allo stesso giudicetrapassato poco dopo senza discendenza.

Quale sia l'anno in cui Guglielmo coll'occupazione delgiudicato cagliaritano si fece abile a travagliare gli altri regolinon si puòcon certezza affermare. Nullamenoqualunque sia stata la vicenda di fortuna chelo abbia secondato in quella prima sua impresadella quale la Cronaca sarda dàsolamente una leggiera contezzapuossi fermare per probabile che Guglielmoseguito abbia allora il consiglio dei Genovesi o confidato siasi del loroausilio; trovandosi negli annali di Pisa serbata la memoria della primaoccasione in cui egli volle scuotere la dipendenza già una volta ad essiprofessata. L'armata genovese che avea impedito ai Pisani il tentato assalto diBonifacio in Corsicaerasi accostata a Cagliari per ricercare in quelle acqueil navilio nemico. Deluse nella loro aspettazionele genti della flotta volleroallora sbarcare in quel luogo. Ma il giudice Guglielmoil qualeper quanto idetti annali riferisconoerasi già ribellato dai Genovesi e voltato ai Pisaniper poter meglio governarsi a suo talentotentò di opporsi allo sbarco. Ondefu mestieri che colla forza sostenessero i Genovesi il loro disegno. E dopo varifatti d'arme colle truppe del marchese composte di Sardi e di Catalanile cosesi risolvettero in una giornata campale; in cui i Genovesiopponendo agli aiutipisani sopravvenuti al giudice gli aiuti loro inviati dalla patriarupperointieramente le soldatesche di Guglielmo. Impadronitisi allora del castello diS. Igialo smantellarono in gran parte e ritornarono poscia in Genova ricchidel fatto bottino.

Malgrado di tale sconfittaGuglielmo dovette serbare intattala di lui signoria; poiché indi a poco tempo le memorie di quell'età ce lomostrano giudice non solamente pacifico nel suo dominioma confidente di sestesso al segno che poté inquietare e travagliare prepotentemente i suoivicini. Contengonsi a tal uopo le più ampie notizie in una epistola del sommopontefice Innocenzo III salito allora alla sedia apostolica. Volendo eglirendere informati gli arcivescovi di Cagliari e di Torres ed il vescovo di Sorradelle cagioni vere delle competenze insorte fra l'arcivescovo ed il capitolo diArboreaper comporre le quali deputava quei tre prelatiloro narrava come ilgiudice Guglielmo di Cagliarigià altra volta colpito dalle censure dellaSanta Sedesi fosse impadronito della persona del giudice di Arborea e delpiccolo di lui figliuoloe quindi della loro signoria; come l'arcivescovogenovese di nascitapaventando l'ira di Guglielmo e quella dei Pisani suoiamicirifuggitosi in quel tempo altroveavesse lasciato a lui il campo diusurpare i beni di quella chiesaed al clero l'occasione di validarel'usurpazione della provincia con la solenne elezione fatta del marchese pelgoverno del giudicato; come restituitosi poscia l'arcivescovo alla sua sedemalcomportando egli le ingiuste operazioniavesse negato al clero il perdonoalgiudice l'obbedienza; essersi perciò accese fra il prelato ed i chierici legare le più animoseed il giudice aizzarle a tutta possa; invano essersi colàspedito l'arcivescovo pisano legato dell'isolaperchémostrando egli maggioreinclinazione all'accusa del prelato che alla di lui difesasecondava giàmanifestamente le parti di Guglielmo; il quale mentre avea permesso che i Pisanicorressero a impeto sulla persona del prelatolo impediva di passare in Roma arichiamarsene; avendo infine ordinato che per mezzo del giudice turritano fossel'arcivescovo per lungo tempo tenuto in prigione e caricato di catene.Commetteva pertanto Innocenzo a quei prelati cheindagata la verità di ognicosaesercitassero rigorosa giustizia contro al marchese ed ai suoi fautoricostringendoli alla restituzione del maltolto.

Nel determinare quale sia stato il giudice d'Arborea che fuprivato da Guglielmo della signoria e della libertànon andarono errati gliscrittori delle cose sardei quali tal fatto dissero accaduto regnando ancoraPietrofigliuolo di Barisone. Ma nello stabilire la serie dei di lui successorierrarono non meno i due più antichi nostri storicii quali fra quel regolo el'altro suo successore dello stesso nomeintromisero uno o più giudici delnome di Ugone di Bassoche quelli dei nostri scrittori più recentii qualinon conoscendo verun atto di autorità di questi ultiminon stimarono ditenerne conto. Io ho la sorte di poter in questo intervallo di tempoil qualefu finora uno dei più oscuri della storia di quel giudicatoapportare nuova enon dubbia luce mercé di una preziosissima carta dell'archivio ducale di Genovache mi fu dato di poter esaminare e produrre.

Per questa si fa chiaro che vivea nel declinare del secoloXII Pietrofigliuolo di Barisonealloraquando Ugone di Bassonon arrivatoancora agli anni della pubertàfigliuolo di un personaggio dello stesso nomeconosciuto per lo innanzi con quello di Poncettoebbe a contendere acrementecon quel giudice per sostenere i diritti che egli aveva insieme con lui sovraquel giudicato. Questa contesa che sarebbe stata malaugurosa per la provincia epei governanti se alla sorte delle armi se ne fosse commessa la decisionefufelicemente acquetata mercé di un compromessonel quale Pietro ed Ugonecoll'assistenza del curatore suo Raimondo di Turingiasi suggettarono algiudizio del consolo di Genova Guglielmo Burono. E questi recatosi a tal uopo inOristanoponendo mente ad un tempo agli interessi del suo comune edall'ottenimento della pacela metà delle entrate della provincia riserbavaalla repubblica; ed ai due contendenti concedeva il restante infino a che idebiti contratti in quel giudicato verso i Genovesi fossero soddisfatti. Nelmentre cheaffine di far rispettare maggiormente quelle condizionidell'arbitratoteneva in sua podestà le rocche tutte di quella terra.Nell'esercizio poi della suprema giurisdizione eguali riconosceva quelcompromissario i diritti dei due contendentidichiarando essere ad ambi comunel'autorità di conoscere di tutte le ragioni o misfatti dei loro sudditi seuniti si trovassero nello stesso luogo; essere comuni ad ambidue i frutti ditali giudizi se uno di essi fosse assente. Antivedeva infine il consolo il casoin cui Pietro venisse a trapassare senza discendenza legittimaed allora adUgone ed alla di lui famiglia assicurava la successione nell'intiero giudicato.

Si rende manifesto per mezzo di tal monumento che i dirittidel figliuolo di Ugonein età assai teneraesser non poteano acquistati daluima doveano essere stati a lui trasmessi dall'Ugone padre. Ed argomentocerto si ha quindi che il primo Ugone di Basso (quantunque delle di lui ragioniad una porzione di sovranità in Arborea resti in oscuro l'origine) dovetteesser associato nel regno di Pietro; oppurese anche in lui si verificò lanota massima che duo non cape il soglio»devesi tener per fermo che i dirittidi Ugone a quella partecipazione di sovranitàabbenché disputati dal collegasuograndemente erano riconosciuti ed accreditati; giacché anche dopo la dilui morte tanto valsero da rendere necessaria nel compromesso la divisioneeguale d'ogni onore e d'ogni emolumento fra i due competitori.

Ciò postoio penso che a Pietrofiglio di Barisonenoncome successorima come colleghi si debbano unire nella serie dei giudicid'Arborea od ambi li Ugoni di Bassood il più giovine almeno di essi. Esiccome il bisogno di comporre le discordie interiori del giudicato avrebbeceduto il luogo a pensamenti più imperiosiove in quel tempo fosse stata giàminacciata la provincia dalle arme usurpatrici di Guglielmoperciò anche unaltro certo argomento mi giova di poter dedurre da quella carta onde farsuccedere quell'invasione ed alla morte del primo Ugoneed alla pacificazionedel di lui collega col di lui erede.

Al tempo istesso nell'avanzarmi a stabilire più precisamentel'epoca di tal invasionemi è dato di poter trarre lumi ulteriori da un'altracarta del figliuolo Ugone; il qualesei anni dopo di quel compromessotrovandosi nella città di Genovapromise in pubblico parlamento a quelpodestà Alberto di Mandello piena sicurtà nei suoi stati ai Genovesil'usodelle magioni loro necessariela quarta parte delle rendite della provinciaela soluzione dei debiti contratti verso il comune e verso quei cittadinicolleobbligazioni e guarentigie le più ampie. Nella qual carta avendo Ugone fattodipendere l'esito dei principali suoi obblighi dalla condizione che Iddio gliconcedesse di recuperare la terra sua»apertamente si viene a conoscere che lasua fermata in Genovai debitinei quali ivi entròe le liberali promessionistipulatenon altro motivo ebbero e non altro scopo fuorché il racquistarecol mezzo della protezione genoveseil regno perduto di Arborea. Nei pochi anniadunque intermedii fra quelli due attiGuglielmo mosse le sue armi contro allaprovincia di Arborea. Ed essendo stata tanto fortunata la di lui invasionechela persona stessa del giudice e quella del figliuolo caddero nelle mani delvincitorecome Innocenzo III ne scrissenon rimane dubbio veruno non siatoccata quella triste ventura al regolo Pietro; poiché il collega suo anticoUgone era già trapassato assai primaed il collega novello potea indi a pocofare da lunge provvisione al racquisto dei suoi diritti. Anzi se si pon mentealla prossimità di tempo fra quest'ultimo atto di Ugone e l'epistolad'Innocenzomaggiore presentasi la facilità per arguirne che in quell'istessoanno in cui Ugone riparava in Genova onde cansarsi dall'usurpatorel'usurpazione si consumava; poiché sapendosi quanto fosse operoso lo zelo diquel pontefice e quanto fosse egli sollecito delle sue bisognesi argomentaeziandio che brevissimo dovette essere lo spazio di tempo intermesso fral'incursione di Guglielmo ed i provvedimenti contro a lui adoperati.

S'ignora quale sia stata dopo quella convenzione la sorte diUgone; del quale non si ha altra notizia che quella delle nozze incestuosecontratte da lui alcuni anni dopo con una figliuola dello stesso marcheseGuglielmousurpatore della sua provincia; nozze che altamente disapprovate dalpontefice Innocenzo furono forse il mezzo per cui egli rientrò nel possedimentodella sua sovranità. Nondimeno il di lui nome si deve collocare nell'ordine deiregoli di Arborea prima di quello di Constantino II; pel quale non si ha verunacontezza più discosta degli anni primi del secolo XIIImercé dell'ampliazioneda lui data in unione della consorte sua Anna alle concessioni già fatte allachiesa di Bonarcado dai suoi antecessori. Con maggior ragione devesi inscrivereil nome di Ugone prima di quello di Pietro IIcreduto dal Mattei successoreimmediato dell'altro giudice dello stesso nome; e del quale anche molto piùrecenti ci si trasmisero le notizie consistenti: in un atto di donazione dellaselva detta di Querqueduceduta in unione della consorte sua Diana alla chiesagià mentovata di Bonarcado; in un permesso accordato ai monaci della stessachiesa di pescare liberamente e senza pagamento di verun dritto nello stagnochiamato di Mareponte; e nei tre diplomi pubblicati dal Muratoricoi qualiquesto giudice dichiarandosi fedele ed obbediente a san Pietro ed alla Chiesaromanae riconoscendo appartenere l'alto dominio della sua provincia ai sommiponteficiricevette dal legato di Gregorio IX l'investitura del giudicatomercé della promessione di un annuo censo e di perpetua difesa delle ragioni disovranità della sede apostolica; alla quale si dichiarò dover ricadere ilregno nel caso di spegnersi la posterità del giudice. In uno di quei primistrumenti Pietro si disse figliuolo di Ugone di Basso e di Preziosa di Laconleliberalità dei quali imprendeva egli allora a confermare; e perciò nontrovandosi ulterior ricordo che la discendenza di Pietro I abbia regnato inArborearesta anche chiarito con ciò che la condizione apposta nel compromessodi Guglielmo Burono onde aprirsi la successione intiera del giudicato a pro diUgonese verificata non fu colla mancanza della prole di Pietro (perchéPietrocome in appresso narreròlasciò dopo di sé prole maschile)questaper cause a noi ignote fu esclusa del paterno retaggio. Anzi sembra eziandiomolto verosimile che se Pietro II era figliuolo di Ugonefigliuolo egualmentedi questoe figliuolo primogenito fosse Constantinoil quale come testé hoscritto regnò fra l'uno e l'altro.

Non il solo giudicato di Arborea fu inquietato in quei tempida stranieri invasori. Quello egualmente di Galluradel quale dopo il regoloBarisone sovra nominato mancano le memorievenne occupato da Lambertocittadino di Pisa. Innocenzo IIIche avea già lanciato i suoi anatemi contro aGuglielmousurpatore di Arborearigorosamente ebbe eziandio a procedere controa Lamberto. Riconosceva il pontefice in questo fatto una violazione nonsolamente dei diritti di coloro che legittimamente poteano aspirare allasuccessione di quel giudicatoma di quelli ancora della Santa Sedesenza ilcui assentimento avea Lamberto operato. È noto quanto questo pontefice siasimostrato intento a recuperare i diritti o contrastatiod obbliati della Chiesaromana; e fra questi la sovranità della Sardegna stavagli particolarmente insul cuore. Già da alcuni anni avanti avea egli a tal uopo ordinato a Guglielmogiudice di Cagliaridi prestare nelle mani di Biagioarcivescovo di Torresilgiuramento di fedeltà; e rimproverato acremente Ubaldoarcivescovo di Pisaperché avea ricevuto dallo stesso Guglielmo eguale giuramento a favore dellaChiesa pisana. Ampie commissioni avea inoltre dato il pontefice al mentovatoarcivescovo Biagioonde riscuotere dagli altri prelati dell'isola l'annuotributo dovuto alla Chiesa di Roma e comporre le differenze insorte peigiudicati di Arborea e di Gallura; differenze che doveano essere la sequeladelle invasioni di Guglielmo e di Lamberto. Nel mentre che indirizzato pur erasiai tre giudici di CagliariTorres ed Arborea; affinché in tali negozii e nelfar provvisione alle future nozze della figliuola tuttora giovinetta del giudicedi Galluraassentissero a quel suo commissario. E forse questo pensiero delpontefice d'invigilare sulle nozze di quella principessa può dare un lumeopportuno per crederla unica erede di quel giudicatoe per riferire aiturbamenti od incertezze di governo solite a manifestarsi nelle occasioni dellaminor età dei principila facilità che Lamberto pare abbia incontratonell'impossessarsi di quella signoria. Se già egli non giunse eziandio aconvalidare la sua usurpazione con impalmare quell'istessa principessa; chetanto sembra debbano significare le imputazioni dategli da Innocenzo; le qualicomprendono l'occupazione della provinciail matrimonio contratto colla signoradella Gallura e le ingiurie fatte a Trasimondocugino del pontefice.

Quale tuttavia che sia stata la causa o l'occasione diquell'invasioneil pontefice tanto ne rimase accoratoche altamente ebbe aredarguirne i cittadini pisani; dell'aiuto o tolleranza dei quali erasi Lambertogiovato nella sua impresa. Né mostrossi soddisfatto fino a quando gli si spedìdal comune di Pisa una solenne legazionela quale si obbligò a comandare aLamberto che personalmente o per procuratore si presentasse al pontefice e sirimettesse nel di lui arbitrio. Nondimeno Lamberto dovette per qualche temporesistere alle minaccie del pontefice ed a quelle della sua repubblica; perchéalcuni mesi dopo si scrisse da Innocenzo altra epistolanella qualecon paroleassai concitate ed asprel'arcivescovo cagliaritano Rico si accagiona ditiepidezza e di malafede nel far provvisione a quella usurpazione della Gallura.Anzi fu tanta l'ardenza con cui il pontefice imprese allora a rimprocciarlocheobbliando esser pure l'arcivescovo quel medesimo Rico da lui privilegiato dispeciale legazione contro al giudice Guglielmo e con molte laudi da lui distoltodal rinunciare il vescovadoche volea scambiare con una vita più quetaappellavalo cane muto restio al latrare contro agli altrui eccessi; e volpeintenta nel suo covacciolo ad ascondere le proprie fraudi; comandandogli ad untempo avesse solennemente a pubblicare altra volta la sentenza di scomunica giàfulminata contro a Lambertoe si presentasse quindi in Roma per render ragionedella sua condotta.

Se giusta è la conghiettura che io penso si possa trarre dauna lettera dello stesso ponteficealla quale gli scrittori delle cose sardenon posero mentenel seguente anno si abbonacciò la contumacia di Lamberto;poiché in tal tempo leggesi che il pontefice restituì ai Pisani la sua graziaper la ragione d'aver dessi operato quanto era in loro potere intorno al fattodi Sardegna»; e si trova altresì aver egli commesso all'arcivescovo Lotario disciogliere dal vincolo delle censure un cittadino di Pisail cui nome vedesinell'epistola del pontefice notato colla lettera iniziale corrispondente aquello di Lambertocolla condizione che la consortela suocera e la terrarestassero sottoposte all'anatema fino a che si rendesse compiuta soddisfazionealla Santa Sede». E fu forse allora che o per volontà del ponteficeo peraltra vicenda a noi ignota trasferita fu la signoria della Gallura nel giudiceturritano Comita II; al quale Innocenzonuovamente sdegnato contro ai Pisaniper l'aiuto da essi prestato ad Ottone imperatore nell'oppugnazione dellaSiciliascriveva alcuni anni dopoesortandolo a voler insieme cogli altrimagnati dell'isola resistere alle macchinazioni dei nemici; e comandandogli allostesso tempo di non disporre delle terre della Gallura da lui possedutesenzala permissione della sede apostolica.

Già Comita avea parecchi anni innanzi incominciato in Torresil suo regno; del qualeoltre all'ampliazione della sua signoria per mezzodella cedutagli provincia di Galluranon altra memoria rimase che quella dellafondazioneo restaurazione da lui fatta d'un monistero dell'ordinecisterciense. Per mezzo di tale unione di due provincieridotti furono inquesta età a tre soli i regoli sardi. Anzi per Guglielmo di Cagliari non mancòche due soli giudici vi si dovessero contare; poiché valendosi egli o deltitolo dell'antica occupazioneo della condiscendenza di Ugone di Bassoilqualecome già ho notatoavea benché illegittimamente tolto per moglie unadi lui figliuolas'intitolava giudice d'Arboreaallorquando in quello stessotempo donava al monistero di S. Vito e di S. Gorgone una chiesa del giudicato diCagliari.

Cessò di vivere da lì a non molto Guglielmo col dispiaceredi non lasciare dopo sé prole maschile. E forse a riparare a ciò tendeva ladimanda ch'egli aveva presentato al pontefice Innocenzoaffinché sidichiarassero sciolti i vincoli maritali da lui stretti con la figliuola di unconte Guido. Succedette pertanto nei di lui stati la figliuola sua Benedettalaquale avendo dato la mano a Parasonefigliuolo di Pietro Igiudice d'Arborearegnò in di lui compagnia travagliata da quelle vicende che in quei tempi nonpermettevano fra gli altrui conflitti una pacifica signoria. Prima cura dei dueconsorti fu di prestare omaggio alla Chiesa romana. Viveva ancora in quel tempoil pontefice Innocenzo. Succedutogli nel seguente anno Onorio IIIi Pisaniessendo loro venuto il destro di racquistare nell'isola la perduta influenzaspedirono un navilio a quella voltae fermatisi posatamente in Cagliaridrizzarono l'animo ad innalzare colà una roccala quale soprastesse a tutte lealtre per artifizio di struttura e per opportunità di sito. Edificarono essiallora il castello cagliaritanochiamato di Castrochesituato sopraccapoalla città principale dell'isolapotea tener suggetta tutta la terraall'intorno. Ma Onorio non era uomo che comportasse tale novità; ondecommetteva tosto al suo legato vescovo d'Ostia: imponesse ai Pisani il richiamodell'esercitol'abbandono d'ogni disegno di signoriala demolizione delcastello.

Prevaluti eransi i Pisani nell'innalzare quella fortezza delconsentimento e cessione di Benedetta; la qualemalgrado dell'omaggio giàprestato alla Santa Sedeerasi veduta costretta per la preponderanza delleforze pisane ad assecondare le loro brame. Poscia o perché quella cessionefosse stata forzatao perché trascorrendosi dai Pisani da una in un'altraviolenza avesse dessa conosciuto meglio la dura sua condizioneindirizzavasinello stesso anno al ponteficelamentando in una sua epistola la trista suasorte ed implorando commiserazione ed ausilio. Giova qui riferire come questaprincipessa scrivesse ad Onorioperché molto lume può trarsene nel giudicaredelle cose di questi tempi. Rappresentavagli Benedetta: essere statadopo lamorte del padre suo Guglielmomarchese di Massa e giudice cagliaritanoelettasolennemente dal clero e dal popolo per giudicessa di quella provinciainconferma dei suoi diritti ereditari; aver perciò ricevuto da mani diquell'arcivescovo ed al cospetto degli altri prelati e gentiluomini delgiudicatoil bacolo regalesimbolo della sua dignitàed aver giurato di nonmai vendere o menomare in altra maniera le terre e castella del regnoe di nonfermare senza il loro consentimento veruna convenzione con gli stranieri;essersi giovata del senno di quei consiglieri nel dare la mano sua di sposa alfigliuolo del re d'Arboreaonde comporre con quell'alleanza le discordiepaterne; aver quindi prestato nelle mani dell'arcivescovo l'omaggio dovuto allaChiesa romana; mentre già le speranze della pace la confortavanoessersopravvenuto a corromperle il console di Pisa con molti suoi seguacied avereglino or colle minaccieora col blandimento fatto sì che già erasidichiarata vassalla della repubblica ricevendo dalle loro mani l'investituradella terra e cedendo loro un collesovra il quale aveano edificato una roccaassai ben munita; essersi dopo quel momento mutate le di lei sorti; non piùprotezionema nimistà palese; i Pisani padroni di quella rocca inondar laprovincia con valide soldatescheporvi ogni luogo a soqquadrogiugnere perfinoad insidiare lo stesso suo onore e quello del consorte; nissun rifugio pertantorimanerle fuorché la pietà del pontefice; compassionasse la mobilità emollezza d'una fanciulla; le condonassese inesperta ed incauta aveagli mancatodella sua fede; vedesse modo come cansarla da quei mali; le concedesse facoltàdi stringer lega col giudice turritano o coi Genovesi; ed invalidasse ilgiuramento prestato ai Pisani; i quali già intrattabili prima che siaccrescessero di quella maggior forzainalberavansi ogni dì maggiormente etanta molestia le davano invigilando sovra le di lei operazioniche avea dovutobrigarsi furtivamente per indirizzargli quei suoi richiami; epperò gli piacessed'inviare nel giudicato un suo nunzio che conoscesse di ogni cosae giudicandodella convenienza o danno della novella roccarestituisse la provinciaall'obbedienza legittima.

Onorio avea già destinato a tal uopo per suo legato pressoai Pisani il cardinale Ugolinovescovo d'Ostiache fu quindi suo successorecol nome di Gregorio IX; e per di lui opera e per le lettere che lo stessopontefice non cessò di scrivere ai Pisani si poté da essi ottenere qualchecondiscendenza. Onde Benedettala quale dovette alquanto quietare dopo questainterposizioneserbò talmente riposto nell'animo il benefizioche molti annidopo volle più ampiamente confermar da sé sola ciò che a favore della sediaapostolica avea altra volta dichiarato insieme col suo maritogià forsetrapassato in tal tempo. Prometteva pertanto con solenne carta a Gottifredocappellano del ponteficeun censo annuo per ricognizione del supremo dominiodella Chiesa nei suoi stati; che nissuno d'indi in poi assumerebbe il governodel giudicato senza giurar fedeltà ai pontefici ed ottenerne il vessillosimbolo della sovranità; che singolari dimostrazioni di onore si userebbononella provincia ai legati apostolici; che i futuri giudici non potrebberocontrarre matrimonio senza il consenso del papa; e che ove si spegnesse ladiscendenza legittima dei giudicila terra tutta ricaderebbe alla Chiesa.Maggiore facilità avea frattanto Onorio incontrato presso alle due repubblichetrattando le condizioni della pace; nella quale essendosi convenuto a pro deiGenovesi che venissero rispettati i loro diritti nel giudicato di Arborea pergli antichi loro creditie non fosse molestato il giudice turritano loro amicoprofittarono essi tosto di tal condizione di cose per riscuotere da questogiudice l'antico tributo.

Ma i Sardi non che giovarsi delle conseguenze della pacenonsi poterono giovare della pace istessa. Lamberto ed Ubaldo suo figliuolopatrizi pisani del lignaggio dei Viscontispinsero tosto una novella guerra suilidi sardi ed occuparono col giudicato di Gallura molte terre eziandio dellaprovincia di Cagliari. Il pontefice Onoriodesideroso di combattere con ognimezzo questo secondo tentativo dei Pisani contro ai suoi diritticredendo forseche dopo la pace stipulata per di lui consiglio fra quelli ed i Genovesinongli sarebbe dicevole il provocar questi ultimi alla vendetta delle ricevuteoffesevoltossi ad un ausilio che per la prima volta vedesi ricercato nellecose sardea quello cioè dei Milanesi; ai quali inculcava venissero insoccorso della Chiesa ed assistessero colle loro armi Marianogiudice diTorresche preparavasi già ad oppugnare colle sue forze il novello usurpatore.Tuttavia non apparisce che i Milanesi abbiano secondato le premure delpontefice; come non le secondò certamente il giudice Mariano; il quale invecedi muovere le sue armi contro agli usurpatori della Galluraconcedeva ad Ubaldola mano della propria figliuola Adelasia; e con tale alleanza non solamenterinvigoriva la di lui autorità nella provincia gallurese (sulla qualerinunciava al genero ogni antico dritto derivante dall'occupazione fattane dalgiudice Comita IIpadre suo)ma gli apriva anche la via alla successione delgiudicato più importante di Torres.

Di questo Marianosecondo di tal nome nel giudicato diTorresnon altra importante memoria ci si tramandò. Come anche scarsi sono iricordi restatici del di lui figliuolo Barisone IIIil quale per breve tempogli succedette e barbaramente fu quindi ucciso in pupillare età. Era appenaaccaduta questa uccisioneper la quale Gregorio IXcommosso dalle quereledella principessa Adelasiasorella ed erede di Barisoneavea commessoall'arcivescovo di Pisa di fulminare le censure contro agli autori del misfatto;e trovavansi appena assopiti i timori concepiti dal pontefice dei nuovi disegnidei Pisani per occupare una signoria non ben ferma nelle mani d'una femmina; checi si manifesta di nuovo Ubaldo nell'esercizio dei diritti in lui trasfusi perle sue nozze con Adelasia; e decorato del doppio titolo del giudicato diGallurache già possedevae del turritanoche con quelle nozze aveaacquistato.

Quelle nozze contribuirono eziandio ad inspirare ad Ubaldopensamenti più queti ed a muoverlo a sottomettersi alla Santa Sede. Pago eglinel vedere aggradita anche dai popoli la sua signoria colla solenne elezione chenel modo consueto si era fatta di lui a giudice della provincia; soddisfatto delpari d'aver occupato l'importante rocca del Goceanoprofferivasi di prestareomaggio per tutte le sue terre al pontefice. Il quale commetteva tosto al legatodi Sardegna e CorsicaAlessandrosuo cappellanoassolvesse dalle censureUbaldola di lui consorte ed il giudice d'Arboreaincorso anch'eglinell'anatema perché aggirato dai consigli di Ubaldoavea cooperatoall'invasione della provincia cagliaritana. E veniva tal assoluzioneaccompagnata con una protesta solenne di Ubaldoin cui confessando diriconoscere dalla Chiesa romana il regno turritanoper tutte le provincie dalui possedute e dalla sua consorte in Sardegna ed in Italiaprestava omaggio eprometteva obbedienza e fedeltà al sommo pontefice. A questa dichiarazione diUbaldo consentiva Adelasiasottoponendosi nel giudicato di Torres e nelle terreda lei possedute in Corsicain Pisa ed in Massa al supremo dominio deiponteficiai quali ogni cosa dovea ricadere ove la di lei discendenza venisseun dì a mancare. Corrispondeva pertanto a tali atti il legatotrasferendo ognidiritto di sovranità in quella principessae pacificando al tempo medesimoUbaldo con Pietro II di Arborea; il quale non solamente si arrendette arimettere nell'arbitrio del legato il giudizio delle nate competenzemaconoscendo esser egli oramai privo della fiducia di figliuolanzaistituivaerede di tutte le sue ragioni il romano pontefice.

Nondimeno Ubaldo poco poté godere dei frutti della suasommessionepoiché mancogli la vita nel tempo stesso in cui cominciavano acorrere per lui più pacifici i giorni. Saputo ciò il ponteficeraddolciva conuna sua epistola il dolore della vedova principessa: dover esser per lei nonlieve consolazione il ravvedimento di Ubaldo prima della sua morte; nonpaventasse per la perdita del consorte nissuna sedizione; aver egli fattoprovvisione acciò non le si ritardasse il conforto di un novello sposo; averposto gli occhi a tal uopo sovra un gentiluomo della nobil famiglia dei Porcarichiamato Guelfovincolato per cognita affezione alla Santa Sede; destinassepertanto un suo procuratore che potesse ricevere la di lui fede. Ma laprincipessa o per la propria ambizioneo per l'altrui mene era già tratta adiversi pensieri. Procedeano allora per l'Italia calamitosi i tempie le cittàdella Lombardia in gran parte si erano assoggettate al duro imperio di FederigoII; il quale nutrendosi della fiducia di raccozzare le membra sparse dell'anticoimpero romanoebbe appena udita la morte di Ubaldoche tosto intese allarecuperazione della Sardegnaponendo opera acciò colla mano d'Adelasia lasignoria della metà dell'isola passasse ad Enricocognito nelle storie colnome di Enziostato a lui generato da una delle molte sue concubine. Non seppeAdelasia resistere alla splendente offerta; ed impalmato Enzio e comunicata conlui la signoriaopportuna occasione somministrò al genitore di elevare ilnovello giudice alla dignità non più dopo l'infelice Barisone ad altriattribuita di re della Sardegna; nella quale dovette meglio pel potere derivatoda quelle nozzeche per quello procedente dal titolo concedutogliallargareposcia maggiormente la sua autorità.

Nel breve consorzio di Adelasia col suo sposo imperialeconobbe dessa ben tosto come male tornino quelle unioni nelle quali si mercadall'un canto la vanitàe dall'altro il potere. Travagliata da malvagitrattamentispogliata di ogni participazione al comandonon moglie ma schiavavidesi in ultimo confinata e racchiusa in quella stessa rocca di Goceano che ilprimo suo sposo avea aggiunto al suo dominio. Né più felici furono per Enzioquelle nozze; giacché il titolo di re di Sardegna portava in quei tempi conseco sinistri auspizi; e se poco mancò perché il re Barisone morisse incarcerenissuna cosa mancò perché questa tristissima ventura toccasse al reEnzio. Invano egli illustrò il suo nome colle conquiste e scorrerie da luifatte in varie terre d'Italia. Invano si rendette chiaro nel famosocombattimento navale presso all'isoletta della Melorain cui prigioni rimaserodi Federigo i prelati franzesi convocati a Roma dal pontefice. Il destino suoinfine lo portò a restar prigioniero in Bologna ed a durare fino alla morte ilunghi anni della sua prigionia; dopoché combattuta fu con lui quellabattagliala quale non così celebre rimase nella posterità per l'ardenza concui le due illustri città frammezzate dal picciol Reno segnalarono in quellagiornata la loro nimistàcome per le argute rime del poeta modenese che daglieroi giganteschi della cavalleria condusse la musa festiva italiana a cantarecon gloria eguale le umilima vere vicende della secchia in quelli scontrirapita in Bologna.

Mentre i Pisani ligi di Federigo vedeano con dispiacere laprigionia d'Enzioi giudici della Sardegnaai quali le censure pontificiefulminate contro al comune di Pisa somministravano nuovo incitamento a guardardi mal occhio quella repubblicaapertamente insorgevanofacendo più che maivalere la loro indipendenza. Tuttavia non seppero eglino sostenere le loropretensioni; perché intesa appena la mossa dei Pisaniche con numerosa armataveleggiavano alla volta dell'isolaripararono intimoriti altroveconducendocon sé gli origli argenti e le altre cose loro preziose. E con tale fugalasciarono al comune di Pisa il campo aperto ad occupare i giudicati; i qualiper quanto ne narrano i suoi annalistidistribuiti furono allora fra quattrofamiglie della repubblica; avendo i conti della Gherardesca ottenuto il comandodi Cagliarii Visconti la Gallurai conti di Capraia Arboreaed un messerVernagallo la provincia turritana.

Se vera è questa novella e contemporanea distribuzione delleprovincie sardee non devesi piuttosto credere che gli annalisti abbiano in unsolo atto confuso ciò che accadette in diversi tempiper qualcheduna di quellefamiglie si dovette certamente quella concessione risolvere almeno dal principioin un voto titolo. Il giudicato di Cagliari infattiil quale dopo il regno diBenedetta e l'invasione di Ubaldo fu governato da Guglielmo II di Massafigliuolo di quella principessavedesi poscia sottoposto al comando non deiconti della Gherardescama del marchese Giovannio Chiano (come da altri èchiamato)che il suo titolo di marchese di Massa indica esser stato discendenteda chi lo precedette nel giudicato. E continuò per alcuni anni la stessaprovincia a rimanere sotto il di lui reggimento fino a che una malaugurosa seried'avvenimenti spinse questo giudice all'ultimo eccidio.

Mal volentieri sopportava egli la rivalità e la potenza diGuglielmoconte di Capraiail quale al giudicato di Arborea avea anche unitala signoria della terza parte della provincia cagliaritana. Succeduto eraGuglielmo in quel giudicato a Comita IIIdel quale nelle antiche memorie restòappena il nome; e tanto per la propria fortuna e per la protezione pisanasoprastava a Chianoche questiavvisando di poterlo pareggiare ovedell'amistà dei Genovesi si giovassegittossi nelle loro bracciadonando adessi il castello di Castro e soscrivendo alcune convenzioni con quel comune;nelle quali dichiaratosi il giudice cittadino di Genova e difensore ad un tempoe protetto della repubblicaanche delle sue future nozze rimetteva l'arbitrionei novelli amici. Non tardarono eglino a sciegliergli per isposa una nobildonzella del casato dei Malocelliné a recarsi al possesso dell'importanterocca loro ceduta. E ben avventurata fu la prima loro navigazione a quellavolta; poiché nello imbattersi in alcune navi nemiche ebbero propizie le sortidella guerra. Quantunque male sia poscia ad essi tornato quell'incontroavendoper quella cagione perduto il momento propizio di correre in ausilio di Chiano.Il qualeassaltato nel frattempo vigorosamente dal giudice di Arborea e daiconti della Gherardescacapitani dei Pisanidopo avere infelicemente sostenutoun combattimento nella terra di S. Gilliaera precipitato nella massima delledisavventure; cadendo prigioniero nelle mani di nemici talmente contro a luiinacerbitiche non contenti di togliergli la signoria e la libertàloprivarono anche barbaramente di vita.

Ai diritti di Chiano nel giudicato di Cagliari succedetteallora Guglielmo IIIdetto anche Cepolafigliuolo di Rufo e cugino del defuntogiudice. Il fratello suochiamato Rinaldoavea già transfuso in lui ogni suaragione prima di accadere la morte di Chiano. Come dopo di questa anche laprincipessa Agnesefigliuola d'uno degli ultimi giudicierasi spogliata d'ognisuo diritto e proprietà a favore del novello regolo. Pose tosto mente ilgiudice a rinovellare coi Genovesi quelli accordi che con maggior fedeltà chefortuna avea conchiuso con esso loro il suo predecessore. Erasi portato inCagliari Simone Guercioammiraglio dell'armata destinata a proteggere gliinteressi dei Genovesie specialmente a custodire quel castello. Alla di luipresenza pertanto Guglielmo si sottoponeva a riconoscere con titolo di feudodalla signoria di Genova il giudicatoa confermare la cessione della rocca e adabbandonare ogni suo diritto sulla terra di S. Gillia; la quale dovea essergovernata dai Genovesi nel modo istesso con cui era da essi tenuto il castellodi Bonifacio nella Corsica. Nel mentre che le persone le più notevoli dellostesso luogo congregavansi solennemente al cospetto dell'ammiraglio per riverirein Guglielmo il successore legittimo di Chianoe profferirgli tutti quelli attidi obbedienza che poteansi conciliare coi loro novelli doveri verso larepubblica. Ma era nel destino delle cose che di vani e momentanei titoli didominio si giovassero gli ultimi posseditori di quel giudicato; poiché eraappena trascorso l'anno dopo la vittoria pisanache Guglielmo recatosi a Genovaed assalito ivi da morbo repentinochiuse la serie dei re cagliaritanitramandando col suo testamento la gravosa eredità della ricuperazione delgiudicato alla repubblica amica.

Frattanto coloro che chiusi entro il castello di Castroteneano ancora pei loro legittimi signori e per la repubblica ad essi amicastretti erano ogni dì più vigorosamente d'assedio dal giudice Guglielmod'Arborea e dai Pisani; i quali aveano colà spedito sette galee comandate daGualduccioloro cittadinoed erano tutti intenti ad impedire agli assediatiogni provvisione di vittuaglie. A qual uopo aveano anche innalzato nel borgo diLapola una torreriempiendola di macchine e di uomini dei più provati in arme.Invano i Genovesiarmate sedici navi e provocato eziandio l'ausilio della cosìdetta loro caravana orientaletentarono più volte di recar soccorso agliassediati. Quella torre vietò loro il combattere col navilio pisano; e letruppe sbarcate sul lido con tanto impeto furono percosse dalle soldateschenemicheche a fretta dovettero riparare ai loro legni; uno dei quali per lamoltitudine di coloro che faceano calca cercandovi scampoebbe perciò adaffondare. Onde gli assediati privi della fidanza di pronto soccorso e cadentioramai per fame e per inediasi arrendettero finalmente al giudice di Arborea.

Ricaduta in tal maniera nella podestà dei Pisani la roccacagliaritanaintesero essi prontamente a munirla; ed alle opere che in taltempo vi spesero è dovuta la magnifica struttura della torre chiamata di S.Pancraziola quale alcuni anni dopo fu da essi innalzata nel castello collachiesa dello stesso nome. Ed invano i Genovesi con novelli aiuti di soldateschefecero ogni diligenza per ricuperare la fortezzagiovandosi dei consigli datiloro dall'ultimo giudice Guglielmo. Giacché sebbene fossero posseditori delluogo di S. Gillia donde poteano con miglior fortuna dar briga ai nemici edindirizzare i nuovi assaltinissun altro risultamento ottenne la missione colàdi un secondo navilio comandato da Gioachino Calderariosalvo la preda d'unanave pisana che salpava dall'isola carica di molto argento; ed il supplizio dialcuni congiurati; i qualitramando di consegnare quella terra ai Pisanifurono dagli implacabili loro signori barbaramente arsi vivi. I Pisani adunquei quali per colmo di tranquillità venivano in quel tempo medesimo prosciolticon una bolla del pontefice Alessandro IV dalle censure incorse per le partiseguitate dell'imperatore Federigo contro alla Chiesa romanapiù che mai siconfortavano della fidanza di non lasciar escire dalle loro mani quellafortezzache eglino i primi aveano edificata.

Si spense allora dopo aver durato meglio di due secoli iltitolo e la signoria dei giudici cagliaritani; e la provincia smembrata cadde inpotere di tre famiglie patrizie di Pisamentre la capitalee per quanto nepareanche la podestà maggiore nella terra intiera si riserbava allarepubblica. Cominciarono perciò in tal tempood almeno cominciarono senzadisturbo ad esser esercitate le signorie di alcune parti del regno cagliaritano;del quale vidimo già una terza porzione posseduta dal giudice Guglielmo diArborea; ed altra simile si trovò in potere del giudice di Gallura chiamatoGiovanni o Chiano; rimanendo l'altra porzione divisa fra Ugolino e Gerardoconti della Gherardescai quali in quelle fazioni comandavano al pari di queidue giudici l'esercito pisano.

Strigneasi allora da questo fortemente d'assedio la rocca diS. Gilliache dissi occupata dai Genovesi; ed erano battuti gagliardamentenelle giornaliere scaramuccie i nemici che presentavansi a difenderla. Mastracche finalmente ambe le parti del perpetuo guerreggiareseguirono iconsigli loro dati dal pontefice per lo mezzo di due suoi legati cavalieri dellaregola dei Templariacciò soprassedendo di quelle gare e voltando invece leloro forze a soccorrere i cristiani della Palestinarimettessero le duerepubbliche ogni arbitrio sul disputato dominio nella sede apostolicai cuilegati nel mentre occuperebbono quella terra. Sebbene per breve tempo fu posciarispettata dai Pisani questa conciliazione; essendo eglino poco tempo dopotrascorsi a distruggere S. Gillia ed a fare indegno mercato degli abitatoriparte da essi venduti e parte ridotti a schiavitù.

Mentre colle vittorie dei Pisani e collo smembramento da essifatto delle terre si estingueva il giudicato cagliaritanoinclinava eziandio alsuo risolvimento quello di Torres. Enzio dopo i lunghi ventidue anni della suaprigionia in Bolognaove della perdita del regno e della libertà si seppeconsolare coltivando le muse italiane (fra i primi seguaci delle quali fu conlode annoverato)era morto in quella città. Nissun monumento a me noto èrimasto pel quale si chiarisca se durante questa di lui prigionia sia stataridotta ad effetto la concessione della signoriache vidimo esser stata fattadai Pisani per quella provincia ad un messer Vernagallo. In luogo di ciòtroviamo un monumento quanto certo altrettanto splendidoche ci comprova comeil vicario di Enzioil quale governava ancora i negozii della di lui madresucceduta appena la morte del reavendo impalmato quella principessacolla dilei mano acquistò un maggior diritto ad intitolarsi giudice di quellaprovincia; nella quale già da lungo tempo ogni cosa volgeva a suo talento. Laqual notizia oltre ad indicarci la morte già allora seguita della reginaAdelasiamanifesta eziandio che non ad un novello signorema alla madre dellontano re continuarono ad obbedire quei popoli in tutti quelli intervalli ditempo nei quali non furonocome in appresso si vedràmolestati dai Pisani.

Questo fortunato occupatore del trono turritano è quel donnoMichele Zanche che il principe dei poeti italiani tuffò nella quinta bolgia delsuo Infernoove la spessa pegola che inviscava d'ogni parte la ripanascondevadai raffi dei terribili custodi del luogo i barattieri più famigerati. E bendegno giudizio portò di lui il poeta; poiché le arti colle quali egliguadagnossi il cuore e la mano di una femmina checoncubina nella fresca etàe moglie nella maturanon conobbe il pudore delle vergininon il disingannodelle matronearti dovettero essere di fraude e di simulati blandimenti. È dacredere perciò che veritiero sia il ritratto di lui lasciatoci da uno dei piùchiari commentatori del poema divinoil quale lo chiamò solenne truffatore euomo dilettantesi nelle sue infamie. Onde non dee parere strano se il poetaanche colaggiù lo dipinse non mai stracco del rammentare le sue passatetristizie.

Col nome infausto di Zanche la serie si chiuse dei giudiciturritani; e le varie terre di quel giudicato trovaronsi divise fra alcunepotenti famiglie delle due repubbliche e suggette all'influenza or dell'unoordell'altro dominio. Così la famiglia dei Dorianella quale maggiori dirittierano passatis'è vero il parentado contratto da Brancaleone Doria coll'ultimogiudice Micheleritenne con indipendenza maggiore dei tempi trascorsi il luogod'Alghero e le castella Genovesedi MonteleoneDoria e Roccafortecolleregioni di AnglonaArdaraBisarcioMeilogoCapo d'AcqueNurcara ed unaporzione della Nurra. I marchesi di Malespina continuarono a signoreggiare nellanuova Bosa da essi già edificataed estesero la loro signoria alle rocche diBurcidi Osilo ed alle terre di CoghinasFigulina e Monti. I patrizi genovesidei Spinola ed i marchesi di Massa ebbero anche qualche dominio in quellaprovincia; nel mentre che alcune parti della medesima erano immediatamentedipendenti dal comune di Pisae fra questo e la repubblica di Genova il governomaggiore si contendeva per le altre terre. La città di Sassari al tempo stessoaccresciutasi ogni dì maggiormente delle ruine dell'antica colonia di Torresmostravasiinsieme colle terre che le si erano accostate e da lei dipendevanocome la porzione migliore dell'eredità dei giudici di Logodoro. Ed i suoicittadini favoreggiando gli interessi dell'una o dell'altra repubblicaepassando per varie vicendenelle quali avvezzavansi a considerare come loroamici coloro che già tante volte aveano rispettato come loro signoriscostavansi dalle prische maniere del loro reggimento e si preparavano agovernarsi a comune; come nei primi anni del secolo seguente vedremo rettaquella città.

Frattanto ripigliando il corso degli avvenimentiio nonsaprei affermare se Michele Zanche governasse al pari di Adelasia e di Enzioinsieme col giudicato di Torresquello eziandio della Gallura; abbenché alcuniabbiano collocato il di lui nome nella serie dei regoli galluresi. Anzi debboinclinare all'opposta sentenza; poiché infino da quando si combatteva fra iPisani ed i Genovesi per la rocca di S. Gilliasi videro già le squadre pisanecapitanate da Giovanni o Chianogiudice di Gallura; il qualese punto variatanon fu la distribuzione dei giudicati recentemente stabilita dalla repubblicadovea appartenere al casato dei Visconti di Pisa. Ed è questo certamente quelgiudice di GalluraGiovanniil quale correndo quei tempi fu stimato fra i piùgrandi patrizi di quella città; e capo di parte guelfacacciato prima da Pisaed allegatosi quindi coi Fiorentini e coi Lucchesiimpadronissi del castello diMontepopoli presso a S. Miniatodove poco dopo ebbe a morire.

Alcuni anni avanti i fondamenti primieri si gittavano delnovello dominio che dovea un giorno tutta ragunare la sarda popolazione sotto unsolo vessillo. I Pisaniforti delle vittorie ottenute in Cagliariaveanoincontrato maggior agevolezza nel tentare di radicare la loro signoria anche nelgiudicato turritano; nel quale essendo penetrato con buon nerbo di soldati ilconte Ugolino della Gherardescagià altra volta mentovatoo dovette perqualche tempo allontanare da quel comando coloro che governavano a nome diEnzioo distaccarli almeno dall'obbedienza verso i sommi ponteficiai qualitanto ligia erasi mostrata Adelasia. Meditava perciò Clemente IVpapacomepoter recuperare i suoi diritti su quella provinciaallorché dopo essersipresentate a lui le dimande di Carlore di Siciliae di Enricoinfante diCastigliai quali aspiravano amendue al trono sardo ed aveano colla reciprocaemulazione corrotto le loro bramesi affacciò rivale loro in quella richiestaGiacomore di Aragonacoll'intento di fregiare del titolo di re della Sardegnail figliuolo suo secondogenitoche fu poscia sovrano delle isole Baleari.Tuttavia tornava allora vana anche questa dimanda; poiché il ponteficecontristato per la perdita della provincia turritanadove disegnava accordareil passaggio al novello ree titubante ancora per le contrarie pretensionidegli altri principivolle tenere in sospeso ogni negozio fino a che miglioricorressero i tempi.

Mentre pendeva il destino della signoria aragonesenonquietavano punto i conflitti fra i vecchi signori e rivali. E da questinascevano anche nei popoli gare non mai abbastanza spente; onde i Pisaniiquali continuavano ad esser potenti in Sassarial tempo stesso in cui spedivanocolà un novello podestàchiamato Arrigo da Capronaerano anche obbligati adinviare nell'isola per pacificarla i loro ambasciadori Guelfo Bocchetta eFrancesco di Corte. Teneano eglino in poco conto la conferma che del dominio diSardegna e Corsica avea in quel tempo fatto a Gregorio X ponteficeRidolfoimperatore. E perciò teneri della quiete nelle loro sole bisognementrefondavano la pace nella terra amica di Sardegnaspargevano i semidell'inquietudine e della ribellione nella vicina Corsicaonde fastidiare iloro nemici genovesi che vi signoreggiavano; ed a tanto erano giunti infinecheapertamente proteggevano già la sollevazione di un giudice di quell'isolailquale avea colle armi alla mano scosso la sua suggezione.

Cominciò allora fra le due repubbliche una novella serie diguerresche fazioni; nelle quali se per ciascuna di esse varie procedettero levicendeper la Sardegna uno solo fu il risultamento: l'esser travagliata delpari dai vincitori e dai vinti. Primo pensiero dei Genovesi fu quello dicombattere la perfidia colla perfidiaritraendo dall'amistà dei rivali moltidei più notabili signori dell'isola. Preparata in tal maniera favorevoleaccettazione alle loro squadrecorsero sui mari ad affrontare il nimico.Guglielmo Ficomataro fu il primo che con tre galee genovesi s'impossessò d'unanave pisana salpata da Cagliari con un carico di vittuaglie e di argento delvalsente di quindicimila lire. Dall'altro canto Rosso Buzacherinocapitanopisanoarmate sedici galeeavea devastato in Corsica le terre di Bonifacio elasciato quindi le sue soldatesche nel porto di Torres. Uditasi la qual cosa daiGenovesiavendo essi armato un potente navilio e creatone ammiraglio TommasoSpinolasi mossero ad incontrare la novella flotta pisana comandata daAndreotto Saracino; il quale avea anche acquistato entratura nella grazia degliisolani dappoiché il giudice d'Arborea avea tolto per moglie la di luifigliuola. Ma questa flottadopoché ebbe per qualche tempo mareggiato invanosenza imbattersi nei nemiciimpaziente di quieteimprese a sfogare l'impetodella guerra sulle terre devote ai Genovesi. Nel mentreché una partedell'armata genoveseassistita dall'autorità e dalle forze di EmanueleMalaspinamescolava ogni cosa in altri luoghi dell'isolaprovocandodappertutto sedizioni e tumulti. Voltaronsi dunque i Pisani a stringer d'assediola rocca d'Alghero (che governavasicome scrissidalla famiglia genovese deiDoria)ricercando d'aiuto il giudice di Arboreail quale non tardò a passarvicon valido ausilio. Tennero fermo gli assediatie trascorsi erano giàvent'otto giorni senza che volessero cedere al nimico. Si arrendettero alla finea patti tali che dimostrassero essere stato in loro balia il resisteremaggiormente. Abbenché in ciò s'ingannaronoriputando sufficiente guarentigiaper la fede la promessa della fede. Onde per quelli abitanti minori mali ebbe apartorire l'aperta violenza che l'infinta pace.

S'incontrarono finalmente i nemici nelle marinedell'Ogliastra con varie vicende di venturadelle quali la storia sarda devesolamente tener conto per notare che le navi pisane cadute alfine in potere deiGenovesigravi erano di denaio tratto dall'isola; e che li vent'ottomila marchid'argento in tal fazione conquistati servirono all'edifizio della darsena diGenovala quale in quel tempo si costruiva. Perlocché potea ben accadere cheor nel tesoro dell'una or dell'altra repubblica traboccassero le ricchezze dellaSardegna; che non ne venisse da qualcuno spogliata non mai. Né l'argentosolamentema ogni confidenza di marittimo sicuro commercio mancò in quellianni; nei quali gli annalisti genovesi sempre novelle ricche prede ebbero anotare nei fasti della repubblica. E la ricchissima di tutte avrebbono forseeglino notato se loro fosse venuto opportuno il momento di condurre a terminel'incominciato disegno dell'oppugnazione di Sassari; per tentar la qualeBenedetto Zacherialoro ammiraglioera già passato in quei mari. Masoprastava il massimo dei pericolie gli apprestamenti grandiosi fatti daiPisani per combattere la battaglia della Melorafamosa nella storia delle duerepubblicheaveano indotto i Genovesi a richiamare affrettatamente dall'isola iloro guerrieri. Laonde nissun altro risultamento produsse in Sardegna quelcelebre scontro delle due flottefuorché l'aumento delle titubazioni di coloroche parteggiavano pei Pisani; dei quali grave e lamentevole fu la disfatta.

Il giudice di Arboreache vidimo ausiliario dei Pisaninell'assedio d'Algheroè chiamato dall'annalista genovese Mariano. E di unMariano II parlano anche in questi tempi i due principali nostri storiciriferendo come per di lui comando sursero in Oristano le torri dette del Ponte edi Marenelle inscrizioni delle quali serbossi il suo nome. Questo stessogiudice Mariano è quello che dallo storico fiorentino Giovanni Villani fudescritto come uno dei più grandi e possenti cittadini d'Italiatenente inPisa numerosa corte e codazzo di cavalieriche seco lui romoreggiavano perquelle vie. Accompagnavansi con esso nel mantenere grande stato in quella cittàaltri illustri patriziche anche dei dominii loro nella Sardegna giovavansi pernutrire il loro fasto nella patria. Tali erano il conte Ugolino dellaGherardescasignorecome ho scrittod'una parte della provincia cagliaritana;ed il giudice di Gallura. Chiamavasi anche questo giudice Ugolino; ma conosciutoegli è maggiormente con altro nomeche eterno rimase nelle pagine della DivinaCommedia. È questo regolo di Gallura quel giudice Nino gentilela cui immaginesi offerse al poeta allorché egli si aggirava fra le ombre di coloro chepurgavano la soverchia cupidigia avuta quassù di signorie e di stati. L'aeregià si anneravama non sì che fra gli occhi di Nino che attentamente miravail poeta quasi conoscerlo volessee gli occhi suoi non si chiarisse l'oggetto;onde slanciaronsi i due antichi amici l'uno ver l'altro e nullo bel salutare sitacque fra lorograndemente compiacendosi il poeta di non trovare il suo Ninofra gente rea. E gloria massima è certamente per questo nostro giudicel'amistà del grande Alighiero; ché in quell'anima nobile e sdegnosaper cuibenedetta fu con ragione quella che in lui s'incinseai soli uomini di cuoregeneroso o di alti sensi era dato di suscitare benivoglienza. Onde quella laudemaggior splendore riflette sulla memoria di Nino che il di lui principato diparte guelfa e la guerresca sua ardenza nei civili conflitti di Pisa.

Nondimeno tutti gli amici di Nino non erano della tempera diquel sire dell'altissimo canto. Accostato erasi a lui mentre governava ilgiudicato un frate Gomitavasello d'ogni froda e rotto ad ogni mala opera; edaggirando a suo talento l'animo del giudice o distratto o confidentevalevasidell'acquistata autorità per rimescolare ogni cosa nella provincia e percommettere ogni sorta di baratteria. Se non che non fu di lunga durata latemerità sua e la cecità del giudice; poiché essendo tanto stato oso davendere la libertà ad alcuni nemici del suo donno ch'egli tenea nelle maniincontrò alfine la pena delle sue malvagitàdannato al laccio. E la pena glidurò anche della perpetua esecrazione della posteritàche il di lui nometroverà sempre unito a quello dell'infame giudice di Logodoro Michele Zanche inquel canto del divino poemain cui le più tristi immagini di supplizio furonoimpiegate per punir degnamente l'inganno e la fraude.

Uno dei negozii che maggiormente trattenevano in Pisa ilgiudice Nino era quello della pace da trattarsi coi Genovesi dopo l'infaustagiornata della Melora. A qual uopo volendo rimuovere gli ostacoli che sarebbeper opporre il conte Ugolino della Gherardescasuo zio e tutoreil quale allatirannide aspirava della patriacominciò il giudice a sollevare contro a luigli animi dei cittadini; procurando ad un tempo che Andreotto gisse in Sardegnaonde persuadere il giudice di Arborea ad entrare nella congiura. Ma il conteUgolino era tratto a diversi disegnie dominando despoticamente in Pisaprevalevasi della sua autorità per allontanare qualunque trattativa di pace;confidandosi che in tal maniera difficultato il rimpatriarsi dei tanti illustriprigionieri sostenuti in Genovapunto non verrebbe menomata la sua potenza.Ricusava pertanto di cedere ai nemici il castello di Castro; condizione questala più gradita ai Genovesi; nel mentre che con principii altrettanto laudabiliquanto erano indegne le ragioni del contei prigionieri stessi con raradimostrazione di patria caritàproferivansi di rimanere in podestà del nemicopiuttosto che esser debitori della libertà ad una transazione per li Pisanicosì umiliante. Non appartiene a questa storia il narrare come ardenti e variesiano state le contenzioni del giudice e del conte; e come le voci della paceimpedita abbiano servito alla privata vendetta dell'arcivescovo Ruggieri; ilquale con supplizio inaudito condannò il suo rivale alla più dura e miserevoledelle morti. Oltrecché basterà l'aver nominato Ugolino perché nell'animo dellettore sorga l'immagine ferale dei di lui straziie senta egli suonare dinuovo quelle patetiche parole che fruttarono infamia eterna al traditorearcivescovo nei sublimi versi di Dante. Onde io mi rimarrò di più toccarne;contentandomi che in questa estrema parte dei fasti dei nostri giudici sipresenti tratto tratto la rimembranza di un nomeper cui sembrami che nellospirito del lettore debba penetrare quel sollievo istesso che altra volta iosentiialloraquando mi consolavo della povertà dei prischi nostri fatti conmescolarvi il nome dei più grandi cittadini di Roma.

I consigli della pace fra le due repubbliche si erano alloragià recati a maturità; e condizione dell'accordo era stata fra le altre quelladell'abbandono da farsi ai Genovesi del castello di Castro. Ma i Pisanicontinuando nell'antica ritrosiacome approssimavasi il tempo della cessionedella roccacosì chiedevano si prorogasse per un anno l'effetto dellaconvenzionee si accettassero in sicurtà altri luoghi dell'isola e la torreistessa del porto di Pisa colla fortezza della Gorgona. Rendeasi anchemalagevole ai Pisani la consegna del castello per gli interni movimenti d'armedell'isolanella quale la feroce morte del conte Ugolino avea incitato avendetta il conte Guelfodi lui figliuolo. Udita egli la trista sorte delgenitore e dei fratelliribellossi dai loro uccisori; e fortificando VillaIglesias e Domusnovas colle castella di BaratuliGioiosaguardiaAcquafredda edaltri luoghi viciniavendo accozzato le sue forze con quelle dell'altro suofratello Lottopassato dall'Italia nell'isola con soldatesca da lui condotta astipendiososteneva a mano armata la sua indipendenza. Tuttavia fu pocofortunato questo tentativo dei due fratelli; perché le truppe inviate tosto daiPisani per comprimere la sedizioneassistite da Marianogiudice d'Arboreailquale avea guidato anch'egli le sue genti a far testa contro ai sollevatiimpadronironsi senza ritardo della terra di Domusnovasdandone la rocca incustodia a cento balestrieri cagliaritani. E quantunque i popolani siano insurticontro a questi custodiche tutti trucidarono; e siansi anche rinfrancaticoll'arrivo in loro difesa del conte Guelfo e di numerosa banda dei suoiguerrieri; pure ebbero così sinistra la ventura nel primo loro scontro con ilgiudice d'Arborea e col duce pisanoche fugati ed esterminatilasciarono inpotere dei nemici lo stesso loro signore; redento poscia dallo sconsolato suofratello colla cessione di Villa Iglesias e degli altri luoghi da lui governati.Onde i Pisani liberatisi da quella subita molestiavollero anche togliere airibelli ogni mezzo di resistenza per l'avveniresmantellando le rocche alloraconquistate di Villa Iglesias e di Domusnovased afforzando con novelle guardiele altre castella e le terre minori; nel mentre che non solamente il poteremala speranza anche in queste veniva meno di scapestrare di nuovomancati essendoposcia i due fratelli della Gherardescal'uno per cagione d'infermità el'altro per lo accoramento dei vecchi e dei novelli disastri.

I Pisani in quel mentre con maggior ragione mostravansiincaparbiti nel disobbligarsi dalla cessione del castello. Decorso infattil'anno e venuto il tempo di soddisfare ai patti o di mancarvivollero piuttostopericolare un'altra volta nella guerra che comprar la continuazione della pace asì caro costo. Non tardarono pertanto i Genovesi a correre di nuovo contro ainavigli pisani; ed affinché per la Sardegna l'esito rispondesse a quello delleprecedute conteseGioachino Merellocapitano di tre galee della repubblicaavendomentre cercava di affrontare qualche nave nemicaapprodato nell'isolanel luogo detto di Capoterradiscese sul lido colla sua soldatescae scorrendoper la regionearse quelle torri e tutti i poderi situati in quellecircostanze.

Intanto i Pisani acquistavano maggior comodità di opporsi ailoro perpetui nimicimercé della pace stipulata coi loro più vicini rivaliiFiorentini. In questa pace anche la sorte del giudice di Gallura venivacompresa; ed a di lui favore e dei guelfi suoi seguacisi conveniva che lecitofosse loro il rientrare in Pisa ed il racquistare gli antichi onori ed uffizi.Non perciò la sua vita fu più tranquilla. Altre vicende e contese lo tennerolontano da quella città; né tardò a presentarsi cagione novella di vendetta.Gli animi dei Pisani si erano abbonacciati nella loro costante ostilità controai Genovesidappoiché questifermata la pace colla repubblica di Venezialiberi da quel molesto negoziopoteano con maggior agio voltare le loro armicontro al nemico più prossimo. Obbligati dunque i Pisani a calare ad unaccordostanziarono una tregua di ventisette annicondizione della quale eral'abbandono della città di Sassari ed il pagamento di centrentasettemila liredi Genova pei dispendii della passata guerra. Spiacque sommamente ai fuoruscitiquesta treguae studiando ogni mezzo di introdurre novelli perturbamenti nellasignoriaabbandonata l'Italiadove non confidavano di poter agire felicementenavigarono in Sardegna coll'animo d'indurre i più potenti dell'isola a scuotereil giogo pisano. Fu allora che Nino di Gallura prestò colla sua opera validoausilio a quei suoi amicied attestandosi con i marchesi di Malaspina e coiDoriaintesi prima amichevoli patti coi cittadini di Sassarimosse con ungiusto esercito a far oste contro al giudice di Arboreacampeggiando la di luicapitale. Sebbeneper essersi cansato da amendue le parti uno scontro decisivosiasi risoluta poscia la guerra in una scorreria ostile pei luoghi tuttiall'intorno e nell'occupazione della villa di Mara Arbarei; dopo la quale Ninoforse non ben sicuro in tanta distanza dai suoi dominiicautamente riparòricco di bottino nelle sue terre di Gallura. I Pisani allora volendo vendicarequelli atti ostilicitarono al loro cospetto i conti della Gherardescaed ilgiudice di Gallura e quello di Arborea; il qualeper quanto ne scrissero gliannalisti pisanichiamavasi Tosorato degli Uberti. Ma ricusarono tutti diobbedireeccetto quest'ultimodella fede del quale verso la repubblica paredebba somministrare argomento l'insulto stesso fattogli da Nino; onde lasignoria passò tosto a privarli dei loro beni e diritti nell'isola.

Non perciò devesi dire che Nino abbia perduto il suocomando; ché in quei tempi quotidiane erano le sorti e dalle armi soledipendentinon dall'altrui autorità. Allorché adunque ebbe egli indi a pocoad abbandonare quella sua vita agitatissimapoté lasciare alla giovanetta suafigliuola l'esercizio pacifico dei paterni diritti sul giudicato. Era questaquella Giovanna alla quale Nino indirizzò i primi suoi ricordi nel tenero dilui colloquio con Dantesupplicando il poeta acciò alloraquando fosse di làdalle larghe onde le dicesseche per lui chiamasse là ove si risponde agliinnocenti; poiché invano potea richiedere di eguali preghiere la consorte suaBeatrice da Estela qualetrasmutate le bianche bendedella sua mano aveafatto già contento un secondo marito. La qual cosa non senza movimentod'orgoglio esprimeva lo sconsolato giudicepredicendo che non così bellasepoltura farebbero un giorno a Beatrice i sudditi del novello suo sposoGaleazzo Visconticome l'avriano fatta i suoi antichi popoli di Gallura.

Non si può asseverare quale sia stata la sorte di Giovanna;poiché assai varie sono in tal proposito le narrazioni degli scrittori; alcunidei quali la dissero trapassata in età nubiledisponendo dei suoi dominii apro del fratello suo uterino Azzo Visconti; altri impalmata da Marco Visconti;mentre non mancò chi la fé consorte d'un messer Ricardo da Canino di Trevigi.Si può con maggior certezza asserire che i diritti di Giovannaqualunque nesia stata la cagionetramandaronsi nella famiglia alla quale si era unita lasua genitrice; giacché quantunque con il nome di quella principessa si debbachiudere la serie dei giudici di Galluranissun altro avendo colà esercitatodopo quel tempo una pienezza di dominio non disputatopure lunga pezzacontinuarono i successori di Galeazzo Visconti ad intitolarsi giudici di quellaprovinciaed a contrastarne ai novelli signori dell'isola la possessione fino aquando ogni cosa si risolvette nella signoria aragonese. Anzi non mancaronoappena trapassato Ninoemuli più vicini; avendo i Doria menomato l'eredità diGiovanna coll'occupazione di alcune vaste regioni della Gallura.

Spento in tal maniera il nome di tre dei nostri regoliquello solo soprastava dei giudici d'Arborea; che per lungo tratto di tempovedremo prima favoreggiareposcia combattere la potenza aragonese; edillustrare non solamente colle imprese guerreschema colla massima ancora dellepolitiche virtù i fasti di quella nobile provincia. Il rimanente dell'isolasmembrato in più dominii obbediva a tutti quei signori che nel corso di questisecoli vidimo o fondatori od occupatori dei luoghi diversi. La sola città diSassari era privilegiata di una maggior indipendenza. Già prima che i Genovesied i Pisani calassero a quell'accordo per cuicome sovra si è notatoerastato da questi ultimi abbandonato ogni loro diritto su quella cittàspecialiconvenzioni erano state conchiuse fra i Sassaresi e la repubblica di Genova;colle quali questa non più signorama amicaogni ragione di politico governolasciava fra le mani dei maestrati del luogo; contentandosi che l'elezione delpodestà di Sassari cadesse sovra una persona genoveseche guarentiti nefossero i diritti ed i vantaggie che particolari favori fossero assicurati persempre ai cittadini ed al commercio di Genova. Cominciò allora la città areggersi a comuneassumendo il nome di repubblica di Sassari; e siccome ilprimo dovere ed il bisogno primitivo del novello reggimento era quello difondare la sicurezza esteriore e l'interna tranquillità sovra le leggiposerotosto mente quei cittadini a formare il loro codice di politica e civilelegislazione. Questo monumento della sapienza dei Sassaresi esiste ancheoggidì; ma talmente fu trascurato dagli illustratori delle patrie antichitàche quelli scrittori stessi i quali avendo sortito i natali in quella nobilecittàtanto teneri si mostrarono delle glorie sassaresi da trasmodare in piùo in meno dal vero trattando di alcuni fatti di assai minor importanzapassarono sotto silenzio o rammentarono di volo gli antichi Statuti della patrialoroche sì alto concetto poteano destare del senno e delle virtù civilidegli antenati. Io credo pertanto di dover sopperire al loro silenzio e di farconoscere che se le vicende politiche aveano attutato per più secoli un popolonel continuo ondeggiare della sorteincerto non delle sole sue leggima deisuoi legislatorinon sì tosto la maggior quiete dei tempi permise a queicittadini di voltare l'attenzione agli interni loro bisognicheper quantodavano gli stessi tempia tutta l'altezza si seppero essi innalzare dei novelliloro doveri.

Meritano primieramente attenta considerazione le leggipolitiche. Per queste viene a chiarirsi che la somma dell'imperio risiedeva inun consiglio chiamato Maggiore; che da questo dipendeva lo stesso podestà inalcuni casi; che l'autorità legislativa si esercitava ordinariamente dalmedesimo consiglioriserbati al podestà quei bandi che erano dipendenti dagliavvenimenti repentini; e che dal consiglio dipendeva l'amministrazione delleentrate del comune e la concessione di tutti i pubblici uffizi. Era questomaggior consiglio composto di cento cittadinie rinnovellavansi i mancanti colvoto della maggioranza dei consiglieri. Ma siccome la raunata di tante personenon poteasi ottenere così frequentemente come facea mestierisediciconsiglieri rappresentanti i quattro quartieri della città traevansi a sorte ditempo in tempoi quali col nome di anziani erano investiti di speciale potereper le bisogne quotidiane.

Il potere giudiziario e l'eseguimento delle leggiappartenevano al podestà; il quale era assistito da un collega chiamato anchecavaliereda uno scrivano del comune e da una forza armata che facesserispettare i suoi atti. Eleggevasi il podestà per le convenzioni stipulate conGenova fra i cittadini di questa repubblica; ed in ciò serbavasi la saviaconsuetudine di molte altre città d'Italiale quali stimavano esser menotraboccanti nelle mani d'uno straniero le bilancie della giustizia. Ma se grandied estese erano le facoltà di quel maestrato primariograndi erano eziandio lecautele adoperate per frenare ogni di lui arbitrio. I più severi giuramenti locostringevano a rispettare nelle sue decisioni ed in ogni sua opera gli Statutidel comune; il diritto che gli competeva di convocare il consiglio maggiore neicasi d'importanza era dipendente dall'avviso degli anziani; gli si chiudeva unavia al parzialeggiarevietando con rigorose pene agli amministratori delleterre suggette di fare al podestà verun presente; allo stesso fine si stanziavache le provvisioni per le straordinarie benemerenze dei podestànon mai sidessero al podestà attuale; acciò il comune si liberasse dall'onta di blandirecoi doni il suo magistrato e si evitasse ad un tempo il pericolo diabbonacciarlo inver coloro che motori comparissero di quelle ordinazioni. Neltempo medesimo affinché i podestà stessero lontani da ogni svagamento diprivati lucriera loro negata ogni maniera di traffico; ed acciò fra ilgiudice ed i popolani non mai surgesse l'occasione di private vendetteproibivasi al podestà di porre le mani addosso a qualunque cittadino ed ai dilui famigliari d'intervenire in qualunque accusa. Nel mentre che d'altra partealtamente si vendicavano le ingiurie fatte contro alle persone dei pubbliciuffiziali con pene del doppio maggiori delle ordinarie. Si facea infineprovvisione a temperare la soverchia famigliarità fra il podestà ed ipopolani; non permettendoglisi di sedere a mensa comune con private personeeccetto nelle maggiori solennità. E se ad impedire gli abusi non bastavano lecautele legalivenivano in soccorso le legali punizioni; trovandosi suggetti ipodestà al pari degli altri uffiziali giudiziarii ad un solenne e periodicosindacato avanti agli otto sindachi del comune; nel quale giudiziosiccomeerano riserbati i premii pel buon risultamentocosì l'obbligo di renderindenne qualunque persona lesa seguiva la condanna.

I sindachiai quali quella grave cura era commessaesercitavano molte altre incumbenze in servigio del comunesovra li cuiinteressi specialmente vegliavano. Apparteneva ad essi il domandare e lospegnere i conti degli amministratori del tesoro pubblico; il riconoscere laconvenienza delle spese correnti e la necessità delle nuove. Ad essi purespettava l'impedire ogni usurpazione dei beni del comune; ed a tal uopo era lororiserbata l'inspezione d'una cassetta riposta nella pubblica loggianella qualeera lecito a chiunque non di depositare quelle scritture di criminale dinunziaper le quali sì famose furono altrove le buche destinate ad accogliere leimputazioni della calunnia o le querele della timida verità; ma solamente erapermesso d'introdurre le polizze che ammaestravano il comune dell'abbandono odoccupazione fatta di qualcuno dei suoi diritti o di qualche parte delle sueentrate. Ai sindachi principalmente era commesso l'invigilare acciò leconvenzioni stipulate coi Genovesi si serbassero salde e perseverasse ognipubblico uffiziale nella fede dovuta alla repubblica amica.

La legge per l'amministrazione delle pubbliche rendite nonera meno cauta delle altre; e minute forme erano comandate per la formazione deilibriper la chiarezza delle spese e per lo rendimento dei conti a quello chegovernava l'entrate della repubblica; il quale con nome più appropriato deititoli poscia usitati per dinotare quel carico chiamavasi allora il massaro delcomune. Mentre che anche dell'onoratezza dei massari inferiori avea cura laleggevietando alle ville suggette di far loro verun presente.

Se in queste leggi la saviezza potea esser inspiratadall'interessenon mancano quelle altre nelle quali la saviezza procedeva dallepiù nobili e generose massime della pubblica ragione. Tal era la tutelacommessa al podestà dei beni dello straniero che moriva in quelle terre. Talela legge per cui nissuna occasione di guerra o di rappresaglie potea far sì chei beni degli stranieri venissero assoggettati ad una occupazione fiscale. Talera pure la rigorosa proibizione del libero corseggiaredel quale recente doveaesser allora l'uso pei Sardi; poiché quella leggela quale appella esecrabileil mestiero dei piratinovello anche chiamò tal genere di misfatto.

Ma di queste leggi basterà l'aver toccato leggiermente; egioverà invece il considerare quelle parti del codice nelle quali il confrontodelle cose contenutevi colla giurisprudenza comune di quei tempipiù gloriosopuò tornare per la Sardegna. Mentre in Franciain Ispagna e nella Germania lebarbare istituzioni ereditate dagli invasori del settentrione tanto ancoravalevano che non era dato ai legislatori il poter divellere l'uso funesto delleguerre privateper cui i gentiluomini nella sola loro spada ed in quella deiloro congiunti e clienti rimettevano il giudizio d'ogni contesa; mentre la forzao l'accidente nei così detti combattimenti giudiziarii o giudizii di Dioregolavano ancora presso alle stesse nazioni il diritto del tuo e del miooproscioglievano gli accusati da qualunque reità; i giurisperiti sassaresiautori erano alla patria loro di un sistema giudiziario fondato sulla ragionesola del giusto e dell'equo. Risiedevaè verola giurisdizione nel podestà;ma non mai gli era dato il giudicar da sé solo; poiché era necessaria neigiudizi da lui profferiti l'approvazione di un maggiore o minor numero dei cosìdetti giuraticome maggiore o minore era la difficoltà del suggetto.Chiamavasi allora Corona l'adunanza di questi giurati; ed il numero loro eraquello che dava più grande importanza alle decisioniessendo solamente lecitol'appello quando il numero dei giurati era minore di diciassette; nel qual casola Corona che dicevasi compiuta esercitava i diritti di un tribunale supremo. Aqual uopo perché alla confidenza delle parti corrispondesse ancora la celeritàdei giudiziera obbligo del podestà di congregare tre fiate per settimana lecorone ordinarie ed una volta la corona compiuta.

Le persone componenti la corona maggiore eleggevansiperiodicamente da quattro probi cittadiniprescelti eglino stessi a ciò faredal podestà e dagli anziani. Ma non indistintamente era permesso di sottoporreal loro giudizio ogni sentenza; poiché quelle sole erano suscettive di nuovadisamina che importavano la definizione del piato. Ed acciò il rimedio dellitigante gravato non diventasse fra le mani del litigante temerario un mezzo distancare il suo oppositoreuna multa gravissima era stabilita contro a coloroche rimanessero perdenti nei giudizi di appellazione. La qual penaquantunquepossa parer grave a quelli che conoscono le innocenti illusioni dell'interesse el'intrico legale di molte giudiziarie contenzionicontiene l'applicazione di unprincipio salutare; per cui mentre non si distorna dall'intentare nuovo giudiziochi confida del suo dirittosi raffrena quello che confida solamente della suatenacità.

Fra le altre leggiche non a regolare i giudizima ascemarne le occasioni furono indirizzatenon devo lasciar di notare lostabilimento dei pubblici sensali; i qualimentre si rendevano scevri diprivato interesse col divieto loro fatto della mercaturaobbligavansi anche alpiù rigoroso segreto per li negozi più delicati commessi alla loro fede. Debboanche notare l'obbligo imposto agli allogatori delle navi ed ai carrettieri didare malleveria del fedele trasporto delle merci. Debbo rammentare le cautele ela severità delle leggi tabellionali. Ma soprattutto mi conviene dar cenno deiprovvedimenti adoperati acciò fosse minore nelle compre il sospetto di queicarichiche chiamati dai legisti pesi realifecero sovente batter l'anca perla disperazione ai compratori negligenti o delusi. A tal uopo si ordinava che lostabilimento delle ragioni d'ipoteca potesse solamente derivare da una scrittasolenne stipulata alla presenza del podestà e del consiglio; e che annualmentesi bandisse nelle terre tutte di Sassari la notizia di tutti gli atti di quellanatura. La qual cosa se risponde imperfettamente al bisogno della maggiorpubblicità di quei carichicontiene almeno il germe di quei più ampiordinamenti che resero poscia così stimato il metodo dell'inscrizione delleipoteche.

Se dalle leggi civili si passerà alle criminaliil lettoreponendo mente a ciò che davano quei tempiattenderà forse un sunto diordinazioni barbarementre io non senza meraviglia m'imbatto in prescrizionibenigne. Il massimo dei misfatti politici d'alloracioè la cospirazione controalle repubbliche di Genova e di Sassaripunivasi con una pena pecuniaria. Lapena capitale era riserbata agli omicidiiai furti qualificatiai falsimonetieriai notai falsatori di pubblici strumenti ed ai violentatori dellematrone. Gli altri malefizii gastigavansi non nella personama nell'avere.Traccie di barbarie io trovai solamente nella punizione dei falsi testimoniiassoggettati al mozzamento della lingua; e nell'essersi eccettuati nella penacapitale contro agli omicidii coloro che avessero ucciso uno schiavo. Abbenchéin tal parte quelle leggi ritraggano delle antiche massimeper le quali gliinfelici ridotti in ischiavitù non fra le personema fra le cose sinumeravano; quasi come non bastasse lo spogliarli di tutti i diritti dellasocietàsenza cancellare ancora dalla loro fronte la nobile impronta dellanatura. Inumano ancora potrebbesi dire l'uso in quel codice ammesso dellatorturase trattandosi di una costumanza che tanto si abbarbicò nell'Europaedi tempi nei quali non dalla sola ferocia ma dalla stolidità pur anco eracontaminata l'indagine delle verità giudiziarienon si avesse il diritto dichiamare temperata una legge che permetteva il tormento nei soli casi d'omicidioe di furto; e lo vietava ogni qual volta l'inquisizione derivava dalle dinunziedi un altro tormentato. La qual eccezione indica per sé sola come i compilatoridi quel codice stimassero poco accettevole un'imputazione corrotta dallaviolenza.

Nelle leggi penali di quel codiceallorché pei gradidiversi dei maleficii si stabiliscono i gradi diversi delle punizionisi trovafrequentemente una eccezione a favore delle femminela quale merita di nonpassare inosservata. Così dopo che si determinarono le multe per le variemaniere di feritevenendosi a trattare delle femmine le quali ferissero altrefemminela condanna vedesi nella sua proporzione sempre minore. Cosìsebbenegrave fosse la multa minacciata contro a colui che recidesse le treccie ad unadonna o che in altro modo la svillaneggiasseleggiera si assegna la pena controa colei che rea si chiarisse di eguali ingiurie. Queste distinzioni non d'altracagione poterono procedere salvo dal massimo dei principii della filosofiacriminaleche colla misura del dolo ragguaglia quella del reato. Laonde iogiudico aver creduto quei legislatori essere nelle femmine in quei casi minorela deliberazione perché maggiore è l'irascibilità; e le passioni essere piùscusabili dove la tempera degli animi è per natura meno resistente. La qualsentenza se accettata senza restrizione può esser occasione di novellierramenti in questa parte della giurisprudenza che di tutte le altre è ancoraoggidì la più lontana dalla perfezionepure ha tali radici nel cuordell'uomoche io mi confido non sia per esser trascorso senza meditazione ilcenno qui datone.

Un altro raggio di filosofia criminale rifulge in quel codiceper chi fassi ad osservare che i delitti non vi si considerano tanto comeun'offesa privataquanto come un turbamento dell'ordine pubblico; e perciò nondall'accusa altrui si fa dipendere il giudizioma dall'ufficio del giudice.Allo stesso principio si deve anche riferire l'ordinamento fatto per serbarsiindenne a costo del comune colui che fosse dannificato o dirubato nellecircostanze di Sassari; dove la pubblica autoritàconfidandosi di poterdifficultare o chiarire i misfattia suo carico assumeva quella soddisfazione.Stabilimento questoche essendo stato poscia regolato più ampiamenteverràda me in altro luogo rammentato. Manifestasi infine nelle leggi sassaresi lavera prudenza della ragion criminalecioè la prevenzione dei misfatti. Fra leprovvisioni indirizzate a scopo sì salutare io annovero l'ordinamento delleguardie formate a vicenda da tutti i cittadini ed obbligate ad andare di nottecircondando la terra; il divieto a chiunque di trarre armato dove si odescompigliosalvo per comandamento del podestà e per suono di campana a storno;la proibizione del portar indosso armi micidiali; l'abolizione delle fintedisfide; il freno imposto al libero vagare nella notte; la legge del non doversiturbare da nissuno la pace domestica dei cittadini nelle ore della quiete; lapena stabilita contro ai giuocatori della zara; ed altre ordinazioni siffattele quali ben dimostrano che il pensiero della pubblica tranquillità era nellamente di quei legislatori illuminato dalla conoscenza dei mezzi più acconci adottenerla.

Troppo lungi ne menerebbe il sunto delle molte leggi di quelcodice attenenti ai doveri degli altri pubblici uffizialiall'esercizio fedeledi tutte le arti e mestieriall'annonaall'agricolturaalle materie ediliziealle pubbliche vie ed altre cose di comune interesse; nelle quali se queilegislatori non sopravanzarono le massime del temponon omisero veruna dellemigliori. In luogo di ciò io darò un cenno di quelle prescrizioni che furonoindiritte ad aitare la debolezzasalvare il pudoreo bandire l'ozio dellefemmine. Suggetto questoche nella legislazione dei popoli meridionali agitatida passioni più fervide e meno arrendevoli a compassionare le fralezzefemminiliseguita quasi sempre quella che suole appellarsi influenza del clima.Già vidimo aver i legislatori sassaresi attribuito alle femmine una menperfetta deliberazione nei malefizii. Lo stesso principio fu applicato ancoraall'esercizio dei diritti civili; poiché nel massimo di questi diritticioènell'ordinazione dei testamentinon altrimenti si permise alle donne ladichiarazione dell'ultima loro volontàsalvo alla presenza del padre o di duedei più prossimi congiuntiod almeno di due persone assennate e confidenti;quasi come a leggieri giudizi fossero elleno per trascorrerese contenute nonerano dal rispetto inspirato da grave ed autorevole persona. Vidimo eziandio lagrave pena minacciata contro agli offensori violenti del pudore delle maritate.Ma non bastavano queste e le altre leggi severe pubblicate contro ai diversigradi e le diverse reità d'un misfatto sempre punito e sempre ripullulante;saviamente pertanto vollero quei legislatori adoperare le cautele dellaprevenzione. Perciò fu proibita qualunque raunata notturna anche nelle chiesenelle quali si solennizzava nottetempo qualche festa. Perciò fu stabilita inciascuna settimana una distinzione di giorni per l'accesso ai pubblici bagni deimaschi e delle femmine con pene talmente rigide che ben si conosce non averpunto i coloni turritani ereditato dagli antichi loro padri romani la tolleranzada questi qualche volta manifestata nei famosi e violati conventicoli della deaBona. Finalmente a tenere occupate con profitto quelle fra le donne che hannomaggior bisogno di essere operose madri di famigliatendeva la leggeper cuiera comandato a tutte le femmine di contadole quali aggiravansi per lepubbliche vie non occupate nella vendita di qualche mercedovessero comparirvicolla conocchia e col fuso attente al loro lavoro.

Mentre la repubblica di Sassari facea provvisione ai bisognipolitici e civili dei suoi cittadinile sorti di quella provincia e dell'isolatutta si agitavano diversamentee soprastava già la potenza aragonesenellaquale le varie signorie dell'isola erano per risolversi. Ma prima che iointraprenda a descrivere questo novello e lungo periodo della sarda storianonsarà inopportuno il soffermarmi alquanto a considerare i destini della Sardegnanei secoli già trascorsi dei suoi giudicati.

Grande certamente dovette essere l'esultazione dei popolisardi allorchécacciate dai loro litorali le masnade maomettanepoteronoaprire l'animo alla confidenza di sorti migliori. Pronto perciò fu ilconcitamento che in ogni parte dell'isola si dichiarò onde riscuotersi daisofferti disastri. La Chiesa sarda travagliata prima dagli arianiconculcataposcia dai Morimutò tosto in conforto le sue ambascie; e racquistando la paceper tanti anni lagrimatavide prontamente restaurati gli antichi suoi seggivescovilierette cattedre novelle ed appagati li primari suoi bisogni. Ilcleroil quale pareva oramai aver obbliato le antiche glorie della nostraChiesase non si poté spogliare affatto della sua ignoranzaincominciòalmenoper quanto le condizioni di quel tempo lo permettevanoa sentire ilbeneficio dell'istruzioneche nell'isola veniva di nuovo propagata dai monacidel continente. Il popolo non più costretto a guardare ogni dì i suoi litoralidalle scorrerie ostilipoté riprendere le pacifiche sue occupazioni agrarie edi commercio; e rimirare con compiacimento che due illustri nazioni italianegareggiassero fra lorocome ai tempi della seconda guerra punica gareggiatoaveano Cartagine e Romaper ottenere la possessione dell'isolaper esercitarviun esteso trafficoper innalzare città e rocche novelle. Ma lungo tempo nonpoté trascorrere senza che i Sardi stessifatti saggi del vero loro statoabbiano dovuto riconoscere che quella condizione di cose rispondea meglio albisogno della cessazione dei mali che al desiderio di novello bene.

Desiderio primiero dei popoli è la stabilità del propriogoverno; e di quel governo non mai ferme si erano gittate le fondamenta. Ildominio supremo dell'isolache nello spegnersi dell'impero greco era statoesercitato dai pontefici romaniveniva loro fieramente disputato ogni qualvolta per la preponderanza degli imperatori germanici e della fazione ghibellinale cose della Chiesa procedevano sinistramente. La podestà delle duerepubbliche conquistatrici era anch'essa instabilissima; se podestà si puòchiamare quella che mostravasi meglio col travagliare i rivali checoll'assoggettare i popoli. Ed invero se si pone mente alla natura dellasignoria pisana e genovese in Sardegnaben lievi s'incontrano le traccie diquella autorità con cui le nazioni più possenti o più fortunate ressero altravolta i destini delle terre conquistate. Non colonie popolosecherammentandoai vicini popoli la potenza dell'antica patriainspirassero sicurtà in coloroche star voleano in fede e timore negli incostanti. Non magistraticheinviatiperiodicamente dalla metropolimostrassero col frequente loro scambio d'essersolamente investiti d'una podestà delegata; e ad un tempo mantenessero vivo neisudditi l'abito della dipendenzanei dominatori il bisogno della vigilanza. Nonleggi imposte alle provincie suggetteper le qualise non il potere sullepersoneriserbata comparisse almeno la facoltà di disporre dei loro diritti.In luogo di ciò noi troviamo continuatocome nei tempi anteriori allaconquistail comando a vita dei giudici. E se al tal grado elevate furonoalcune famiglie patrizie d'Italiaqueste non tanto per l'abbandono loro fattonedai dominatori reggevano le provinciequanto per la volontaria suggezione deipopoli concorrenti con solenne elezione ad innalzare al governo ogni novelloregolo. Né perché si possa dire esser state tali elezioni talvolta comandate enon liberemaggiore si dovrà riconoscere l'influenza delle due repubblichenell'interiore reggimento della Sardegna; poiché la natura dei governi perpetuimale si accomoda ad una vera dipendenza; specialmente quando non ad una personama ad una famiglia conceduta trovasi la signoria. Riducevasi pertanto la bisognadelle due repubbliche a spedire alla volta dell'isola nei casi di urgenza alcunegalee e poche soldatescheche contenessero nella fede i giudici inclinanti adiversi pensieri; a profittare delle felici vicende di tali spedizioni perallontanare dal comando le persone mal affette; a giovarsi di quei vantaggi cheil commercio in un'isola ferace partoriva. Ed a questo profitto teneanospecialmente la mira le signorie di Pisa e di Genova nelle varie convenzioniche vidimo essere state fermate con molti dei nostri regoli; nelle qualiconvenzioni se si accorda alle ridondanti espressioni di suggezione e divassallaggio quel solo valore che deve derivare dalle clausole di specificaobbligazionenon altre condizioni si leggono che di profitti nel commerciodipolitiche alleanze o di personali liberalità dei giudici. Anzi fra questestesse condizioni non mancano quelle che più chiaramente dinotano di qualnatura fosse il potere delle due repubbliche; giacché non una sola volta noitrovammo fra le altre concessioni fatte dai nostri giudici a favore deicittadini di quei comunicompresa l'immunità loro dai tributi e dazi delleprovincie sarde. La qual cosa male confassi certamente ai diritti di un popolodominatorese non nei sostanziali rispettiin quelli almeno delle forme;parendo poco adatto che da chi comanda si accettino i privilegisi soscrivanole concessioni da chi obbedisce.

Tanto ciò è veroche non mai così decisamente vedesiesercitata l'autorità dei Pisani e dei Genovesisalvo dopo l'età in cuicessato in alcune provincie il governo dei giudicitutta la podestà venne asolidarsi nelle mani delle due repubbliche per le terre a ciascuna di essesottoposte. Così nello scadere il secolo XIIIla repubblica di Genovamostravasi investita di maggior potere nelle terre del giudicato di Logodoroallorché lo rendeva anche più sicuro coll'alleanza ed amistà del comune diSassari. Così nel principio del secolo XIVmentre anche nella provincia diCagliari era spento il dominio dei giudiciil comune di Pisa sia per le proprieragionisia per quelle d'alcune famiglie patrizie della cittàusava colà idiritti di piena signoriainviandovi Pietro di Buccio da Cortonagiureconsultocolla qualità di riformatore ed inquisitoreonde chiamare a sindacato tuttigli uffiziali che la repubblica manteneva in quel giudicato ed in quello diGallura. Serbasi fra i scelti diplomi pisani pubblicati dal cavaliere FlaminioDalborgola carta di quella delegazione; ed argomento se ne trae non solo perriconoscere esercitata in quel tempo nella città e castello di CagliariinVilla Iglesiasin Terranova ed in altri luoghi di quelle due provincie unaintiera sovranità; ma eziandio per chiarire in qual maniera e per mezzo diquali uffiziali i Pisani le governassero. Poiché fra le persone sottoposte alsindacato si nominano i così detti vicari del regno cagliaritano e dellaGallurai castellanii giudici ed i salinieri di Cagliariil rettore ed icosì detti vigili e gastaldi di Villa Iglesiasi ministri delle curie ed imaggiori delle villei podestà ed i camerlenghii consoli del portoicapitani di guerrai sergenti e molti altri uffiziali minoridei quali inquella carta si contiene il novero.

Nullameno un dritto regaleanche prima di quell'etàsembrasia stato esercitato dal comune pisano in Sardegna; quello cioè di coniarmoneta. Il celebre monetografo italiano Giorgio Vianirapito negli anniprecorsi ai suoi studii numismaticipossedea nella sua raccolta una preziosa erara moneta d'argentola qualeconiata nella terra di Villa Iglesiasdimostranella sua leggenda che colà esisteva una zecca e che era posta sottol'autorità del comune di Pisa. Né certamente luogo veruno più adatto poteanoscegliere i Pisani sia per la prossimità delle miniere le più coltivatedell'isolasia per la situazione della terra; la quale fortificata validamentedagli stessi Pisanifu il primo baluardo contro al quale per molti mesi inutilitornarono gli sforzi dell'esercito aragonese. Ma in questo suggetto delle monetedi quei tempinon largo campo poss'io avere per maggiori indagini; perché beniscarse sono le notizie che si hanno in tal proposito. E solo aggiungerò essermolto probabile che la moneta illustrata dal Viani fosse una di quelle chementovate vedonsi spesso negli annali di quel tempo col nome di denari aquiliniminuti.

Continuando pertanto a toccare delle cose attenentiall'autorità delle due repubbliche nella Sardegnadirò che il vero poterequello cioè che presente sentivasi dai popoliera il potere dei giudici. Manon perciò più stabile doveasi riconoscere nelle loro mani l'autorità delgoverno; ché alla stabilità nuoceva quell'incertezza istessala qualecomunicata quasi dall'uno all'altro grado della signoriamentre non permettevaad alcuna delle due repubbliche di tranquillare sotto l'ombra della protezionepontificia o cesareanon permetteva egualmente ai regoli sardi di confidarsiquietamente di una labile e mal sicura amistà. La Sardegna infatti in queitempi poteasi ben stimare come divisa perpetuamente in due fazioni moventisisempre l'una incontro all'altra; per le quali il fine d'un conflitto non eragiammai la quiete del vincitore o del vintoma il principio di novelliconflitti; poiché al vincitore non mancavano in quel continuo agitarsi dellesorti guerresche sui mari altri nemici; al vinto correa l'obbligo di passare alfianco dell'oste più fortunata per combattere i suoi antichi collegati. Lastoria perciò di quelli anni non è che una ripetizione di spedizioni genovesie pisanedi incontri marittimidi battaglie animosedi vittorie vicendevoli odubbiedi tregue malfide o violate. E più terribile di ciò che la storianarra è forse ciò che la storia tace. Per la qual cosa la sorte dei popolitrasandata come umile suggetto dagli scrittorinon si può senza doloreconsiderare da chi voglia o sappia valutare quella dubbiezza di diritti neigovernantidi protezione nei sudditi; e il timore e il disinganno che ognimomento nascer doveano dalle gare più o meno avventurose delle due nazionirivalionde comandare sovra un'isola che ben si può dire non sia mai stata daalcuna di esse pienamente conquistatacorsa mai sempre.

Ove dalle contenzioni politiche nelle quali trovavansiimpigliati i nostri regolisi volti lo sguardo agli atti dell'interiorereggimento dei loro statidiverso si dee formare il giudizio nei diversirispetti. Se lecito è il conghietturare quale fosse la comune giurisprudenzadei popoli sarditraendo dal codice sassaresetesté analizzatoe dal codicedi Eleonoradi cui a suo luogo per me sarà data eguale contezzagli argomentidi massime uniformisi può con fondamento affermare chedurante il governodei giudicila Sardegnameno di molte altre nazioni europeeabbia sentito ilbisogno di savie ed umane leggi. Ed inverose ambi quei codici molto ritraggonodell'antica giurisprudenza romanale cui reminiscenze serbate veggonsinell'isola anche nei tempi li più barbarinon v'ha motivo alcuno speciale chedebba far credere essersi nelle sole provincie di Torres e di Arborea rispettatauna legislazione checomunicata un tempo a tutte egualmentein tutte eziandiodovette esser sottoposta ad uniformi vicissitudini per le uniformi cagioni dimutazioni politichereligiose e socialiconcorse a variarlapurificarla edeturparla. Mancò adunque negli altri due giudicati per la solenne compilazionedelle loro leggi o l'impulso dato ai Sassaresi dalla novella maniera del lororeggimentoo la sollecitudine dei regnantiper la quale la provincia d'Arborearammenta con orgoglio il nome della sua Eleonora. Ma mancar non dovette laconoscenza e l'osservanza di quelli stessi principii dell'universale diritto coiquali nelle altre parti dell'isola si vide introdotta nell'esercizio delleragioni civili la chiarezzanei pubblici giudizi la confidenza dei litigantinell'eseguimento dei diversi uffizii l'esattezzanella persecuzione deidelinquenti la sollecitudinenella punizione loro la giusta severità.

Gli stessi regoli erano quelli chenon contenti del nudonome di giudicine esercitavano secondo gli Statuti di ciascheduna provincia lesublimi incumbenze; assistendo personalmente alla definizione di ogni litigio econtribuendo colla loro opinione se non a migliorarea far rispettare almenomaggiormente i pubblici giudizi. E se non in ogni tempo giova al risolvimentodelle contenzioni giudiciarie l'intervento della suprema autoritàgiovavaforse talvolta in quei tempi; nei quali per lo minor intreccio e numero de'negozii dato era ai nostri regoli di poter interporre nella composizione dellecontroversie private un paterno ed amorevole arbitrato. Aveano inoltre i giudicisardi grandemente a cuore di osservare con ogni dimostrazione di onore coloro aiquali il nobile incarico era commesso di amministrare la giustizia. E fanno diciò testimonianza le molte carte nelle quali fra i più notabili dellaprovincia intervenuticom'era in quei tempi il costumealle convenzioni deiregoliil nome s'incontra con frequenza dei curatori dei diversi distretti;ché con tal nome benaugurato chiamavansi allora i proposti alle curie. Fraquesti curatori i nomi anche si trovano dei più illustri casati dell'isola;anzi quelli stessi delle famiglie regnanti. La qual cosa dichiara per se stessache l'esercizio della più elevata delle magistrature conservato avea fra iSardi la prisca sua nobiltà; e che la Sardegnala qualeper le ragioni chesaranno da me addotte nel trattare del codice di Eleonoraandò immune da quelpolitico sistema per cui gran parte dell'Europa dovette rispettare lungo tempola confusione di ogni potere nel potere militarefu libera ancora dall'influssodi quelle massime contemporaneamente radicate in altri paesiper le qualigraduandosi la dignità colla forzaderivò altrove la distinzione degli uominidi spada e degli uomini di toga.

Non si ha altra traccia delle maniere del governo civile deinostri giudicisalvo quella dell'antica Cronaca sarda altra volta mentovata;dove si riferisce come era in uso presso ai giudici di Logodoro di consigliarsinei negozi gravi dello stato coi prelati della provincia. Restò invece lamemoria di altri atti numerosi della loro autorità; quali sono l'approvarealcune delle convenzioni più importanti dei loro suggetti; il chiamarli allaguerra; e specialmente il riscuotere i pubblici tributi. Questi talvoltaimponevansi straordinariamentecome ne vidimo un esempio nel riscatto del reBarisone. Degli ordinari rimane solamente un manifesto ricordo nelle gabelledovute per l'entrata ed escita delle derrate e mercatanzie. Non si può pertantoconghietturare se alcuna imposizione sulle terre fosse posta nelle provincie;seppure numerosae non anzi ristrettissimacome io pensoera la classe diquei sudditi che poteano essere suscettivi di tale tributo; trovandosi ad untempo stabilita allora nelle terre dell'isola e la servitù della glebaper cuitroppo umano saria stato quel caricoe la signoria feudaleper cui lo stessocarico saria forse stato troppo ignobile.

Invece grande giovamento dovea ritrarre il tesoro dei giudicidalle frequenti multe che imponevansi dalle leggi e consuetudini d'allora peimisfatti d'ogni maniera; ed in questo rispetto accagionar si possono disoverchia condiscendenza o verso i delinquenti o verso il tesoroal pari delleleggi contemporanee di altre provinciele prescrizioni penali a noi cognitedella Sardegna; le quali più volte percuotono le sostanze del reoquandosarebbe il luogo di percuotere la di lui persona od i di lui diritti. Pareeziandio che ai giudici fosse riserbato il commercio dei sali e la proprietàdelle miniere; poiché dei vantaggi derivanti da quello si fece molte volteconto nelle solenni stipulazioni dei nostri regoli; e delle miniere si trovafatta una concessione nella donazione segnata dal giudice Comita di Arborea afavore del comune di Genova. A questi vantaggiche frutto erano dellasovranitàaggiugnevano i regoli sardi il profitto del privato loro patrimonioconsistente in terrevillechieseschiavi e bestiami; del quale patrimoniovidimo già o possedute diverse porzioni dai principi delle famiglie regnantiosmembrate ad oggetto di arricchire i novelli monasteri dell'isola e le chieseitaliane. Anzi alcune di tali terre trovansi nelle antiche carte notate col nomedi terre del regno; onde se ne può trarre argomento per distinguere il privatopatrimonio di quei principinel quale era pienamente libero l'esercizio deldiritto di proprietàda quello che propriamente si potrebbe chiamarepatrimonio della coronae che restando inalienabile passava da un giudiceall'altrocome dote della signoria.

Tuttavia non è difficile il far concetto che malgrado disiffatti vantaggiscarsa anziché larga fosse la fortuna di quei regoli.Indizio indubitato di ciò somministrano le venture ridevoli del giudiceBarisone; il qualeabbandonata appena la sua reggiaper cagione di quella suasmodata ambizione della sovranità dell'isola intierasi trovò cosìmanchevole di denaio nel satisfare alle sue promesseche n'ebbe dall'imperadorFederigo le male parole; e così leggiero di speranze nelle future riscossioniche obbligò il comune di Genova ad assicurarsi della di lui persona.

Tanto maggiormente adunque si deve in quella strettezzabiasimare il continuo largheggiare dei regoli sardi a pro delle chiese estabilimenti stranieri; se già non deesi presumere che a quelle largizioniabbia dato maggior impulso la convenienza politicala quale è pur dessatalvolta una imperiosa necessità e non già lo spirito di pia liberalità. Aquesta politica convenienza era anche da attribuire l'assenza frequente de'regoli dalle loro provincieonde trattare personalmente presso alla repubblicanella quale aveano acquistato maggior entraturale principali loro bisogne. Eforse senza timor di errare si può eziandio asserire che in quel continuoondeggiare delle sorti guerrescheben di rado i pensamenti dei nostri regolis'indirizzassero ai bisogni dell'interiore governo dei popoli loro; quandovediamo uno di essicioè Nino di Gallurail quale dovette essere grande e dianimo generosose d'un uomo grande e di sensi altissimi meritò la durevolebenivoglienzaconsumare la sua vita nei civili conflitti di Pisa ed abbandonareil reggimento del suo regno all'iniquo barattiere frate Gomita.

Se dunque dalla sorte de' principi si dovesse voltar laconsiderazione alla sorte dei popolidir si potrebbe che non meno travagliatafu l'una dell'altra. Nullameno in qualche rispetto potriasi affermare che gliinteressi dei popoli si avvantaggiarono in quella condizione di tempi;nell'incremento cioè e propagazione de' traffichi. Un'isola governatadisputata o travagliata da due delle nazioni più trafficanti dell'Europa perragione dei profitti che se ne traevanodovette presentare anche ai nazionalioccasioni continue o di esercitare per se stessi la mercaturao di render piùprosperevole lo stato dell'agricoltura onde sopperire alle giornaliere richiestedi quei tanti negoziatori italiani che a quella volta indirizzavansi pei loroprocacci. Né dicasi che il commercio si nutrica nella pace e che male perciòsi potea la confidenza dei nazionali accomodare a quelle contenzioni perpetue.Poiché non solo veggiamomalgrado della poca sicurtà de' maricontinuato inogni tempo con frequenza l'approdare dei navigli delle due nazioni ai portidella Sardegna; ma possiamo anche considerare in quei continui guerreggiari sulmare piuttosto una vicenda di maggiore o minore ventura per gli straniericheuno scemamento di profitto per gli isolani profferentisi egualmente di satisfarealle dimande del vincitore qualunque egli si fosse. Negli annali perciò di Pisae di Genova s'incontra tanta dovizia di prede reciprocheche ben si conosceesser diverso il sentimento del pericolo nell'animo del pacifico trafficanteintento a combattere la sola fortuna delle ondee nello spirito di uominicostantemente belligerinei quali all'ardimento dei negozianti si accoppiava latemerità dei corsali.

Non si può dubitare pertanto non siasi nel correre di queisecoli accresciuta la privata opulenza dei Sardi; e coll'opulenza anche lapopolazione dell'isola siasi aumentata a segno che abbia trovato qualche riparoai gravi danni patiti nell'invasione de' barbari. All'aumento della popolazionedoveano anche conferire le migrazioni facili dei popolani delle due repubblichenelle terre sarde. Della qual cosa vedesi un cenno nelle antiche scrittureitaliane cognite ai coltivatori del puro nostro prisco idioma col nome diNovelle antiche; narrandosi in queste come essendo in Genova un gran caroquella signoria tolte alquante galee e mandato il bando che i poveriaccorressero alla riva ed avrebbero del pane del comuneservissi di talestratagemma per far andar sovra le galee i numerosi accorrenti; i qualitrasportati in tal modo in Sardegna furono poscia colà lasciati; chécomescrisse il novellierev'era dovizia. Se pertanto si vuole confrontare lo statodella popolazione di quei tempi con quello del succeduto governonon saràmalagevole il chiarire assai più popolosa essere stata l'isola sotto il comandodei suoi giudici che sotto la signoria aragonese e castigliana. Un argomentoindubitato di tale differenza si ha nel paragone de' luoghi abitati nel primospopolati nel secondo periodo di tempo. I monumenti più antichi della novelladominazionee specialmente i diplomi delle concessioni feudali a larga manoprofuse dai sovrani d'Aragonacontengono la menzione di un numero stragrande diville già popolate in quel primo incominciare della signoriale qualidisertate poscia in età diversepresentano un tristissimo quadro didesolamento. Le notizie accumulate dagli scrittori nazionali onde serbare ilnome di tante altre castella e ville atterratedimostrano eziandio che inquesto rispetto le sorti dell'isola traboccarono sempre più sinistramente comesi avanzarono i tempi del novello dominio. Perciò siccome vidimo fino dal primosorgere del governo dei giudici moltiplicati li seggi vescovilicosì nevedremonell'inoltrarci nelle seguenti vicende dell'isolamenomato il numero.E la ragione ancora ci fia allora manifesta di tanta diversità; poiché oltrealle pestilenze che travagliarono la Sardegna nelle età succeduteanche laguerrala quale avea rispettato quasi sempre nel governo dei giudici la quietede' popoli situati nella parte interna dell'isolamentre che le sorti delle duerepubbliche dominatrici agitavansi sui mari o nelle terre litoraliimperversòposcia nelle mediterranee ed involvette nei suoi disastri le provincie le piùfiorenti e popolose. Non dee pertanto recar meraviglia se tanta essendo latraccia di esterminio che la superficie dell'isola presenta dopo il governoaragonesedi gran lunga più appagante mostrisi il giudizio che convieneportare dei tempi che lo precedettero; quantunque per altri riguardi la fortunadei popoli sia stata in tali tempi più malaugurosa.

La considerazione più ampia di queste sorti dovrebbe orarichiamare l'attenzione dello storico. Ma nella mancanza di maggiori notizie chedar possano alle asserzioni un pregio superiore a quello delle vagheconghiettureio inclino a considerare a preferenza nei popoli stessi più che ipatimenti lorol'indifferenza con cui furono sopportati; sembrandomi che ditale indifferenza più visibile sia restata l'impronta nelle memorie di queltempo. Quando infatti si ponga mente che quel popolo era pure quell'istesso ilqualedopo aver opposto il petto alle legioni di Cartagine e di Romaabbassatoavea con la coraggiosa sua resistenza la ferocia saracenasarà facile ilgiudicare che ove un lungo abito naturato non avesse in quelli animi di indolepiuttosto subita che paziente una compiuta indifferenza per qualunquesopravvegnente mutazione di signorianon così sommessamente avriano ricevutola legge quotidiana dei Pisani o dei Genovesi al semplice apparire di pochegalee al cospetto dei loro litorali. Che se la cagione dovessi io ricercare ditanta tiepidezza de' popoliio non tanto la deriverei dalle sofferte calamitàquanto da quella politica divisione dell'isola in quattro giudicatiper cuidopo sì lunghi secoli di uniforme soggezionesursero colle diverse signoriegli interessi od opposti o varii delle smembrate provincie. Non più suonòallora nella Sardegna un solo grido di unione per chiamare indistintamente ipopolani tutti a riscuotersi da un pericolo comune. L'oste che presentavasi acombattere non più contro ai Sardi indirizzava le sue armi; ma nel mentredisponevasi a comprimere i provinciali di Cagliari e di Arboreacareggiava iTurritani ed i Galluresi. Divisa era adunque la fedediviso l'odio; perché nonv'era più amico o nemico che lo fosse di tutti. Abbonacciatasi pertanto contale spartimento la universale animositàmaggiore si manifestò ogni giorno ladebolezza di ciascheduna provincia; ché siccome i pensamenti degli uomini sidistendono nella confidenza dell'unanime altrui ausiliocosì divengono chinatie scemi quando per lo disgregamento delle primiere forze non la potenza sola èmenomatama sottentra anche il timore di vedere gli antichi soci trascorreredall'abbandono alla nimistà.

Altro grave danno ebbe pure a partorire alla Sardegna quelladivisione di giudicati; poiché i semi allora si gittarono di quelle rivalitàprovinciali e municipali di cui nel seguito della Storia si dimostreranno glieffetti; e per le quali molti incapricciti della fortuna o della gloria delluogo ove nacqueronon la Sardegnama la terra natale ebbero nel cuore.

Recando pertanto alla somma questo discorso sugli atti esulle conseguenze del governo dei giudici sardipenso che dal fin qui dettovenga a chiarirsi che in quella condizione di cose fausto fu pei nazionali ilconcentrarsi di ogni podestà nella signoria aragonese. Fausto sarà forseeziandio per lo scrittore lo scambiare una narrazione che non un aspettonon uncolore poté mai serbarealla relazione di avvenimenti più ristretti fra loropiù onorevoli per la nazione sarda e che più davvicino ragguardano alla suastoria. E se l'animo del lettore fu contristato dal vedere non mai tranquillatenel correre di due secoli quelle stesse armi che furono impugnate per laconquista della Sardegna; un quadro più consolante gli si presenteràallorquandoradicato il novello dominiovedrà la nazione partecipe deidestini e delle istituzioni di una delle maggiori monarchie europeericomporreper così diremercé della sapienza delle sue leggigli elementi del suobenessere e non mancare giammai del debito suo verso il principe e verso sestessa.

 

 

LIBRO NONO

 

Bonifazio VIII fino dal principio del suo pontificatonelconchiudere con Iacopo IIre d'Aragonaun accordo pel quale dovea cessarefraquesto sovranola casa d'Angiò e la Chiesa romanaogni contenzione sulpossesso della Siciliacomprendeva nelle segrete condizioni di tale trattato lapromessa della concessione della Sardegna; e Iacopo acconsentiva all'abbandonodi qualunque suo diritto sulla Sicilia; la quale era destinatadopo altriquattro secoliad esser di nuovo con eguale rinuncia scambiata coll'isolasarda.

Riducevansi due anni dopo ad effetto le promessioni delponteficeallorquando portatosi Iacopo in Roma ed accolto ivi con moltedimostrazioni di onoreotteneva la solenne investitura del regno di Sardegna edi Corsica; obbligandosi a riconoscere il supremo dominio della sede romanaadassisterla colle sue arme in Italia ed a pagare alla Camera Apostolica l'annuocenso di duemila marchi d'argento. Iacopo allora conoscendo che non bastavaglil'acquistato diritto se non giugneva a cacciare colle armi dall'isola coloro chevi signoreggiavanodisponeasi a combatterliconcitando a suo favore larivalità dei Fiorentini e dei Lucchesi contro ai Pisani; i qualimessi inpensiero per la guerra che antivedevanodeliberarono di cansarla scegliendo unausiliatore assai più potentecioè l'oro. Ed inviati perciò al reambasciadori con tre galee e con molta monetaruppero in tal maniera perqualche tempo la foga dell'inimico.

Né senza fidanza di lungo posamento delle armi rivali eraquesta operazione dei Pisani; poiché in quello stesso correre di tempinelmentre che la guerra aragonese minacciava sempre più di rovesciarsi sullaSardegnagittavano essi entro al castello cagliaritano le prime fondamenta diquel maggior tempio nel quale doveano gli Aragonesi da lì a non molto rendergrazie a Dio per la cacciata di coloro che l'aveano innalzato. Come anche inquel tempo faceasi provvisione dal comune di Pisa affinché Pietro da Buccio diCortonagiureconsultodel quale altra volta si diede cennopassassenell'isola per chiamarvi a sindacato i diversi uffiziali che la repubblica teneaal suo servigio nella provincia di Cagliari ed in quella di Gallura.

Presentossi in breve più propizia l'occasione dellaconquista al re d'Aragonaalloraquandoriconosciuto solennemente per suosuccessore dopo la rinunzia dell'infante don Giacomol'infante secondogenitodon Alfonsoprincipe di gran cuore e di mente svegliataparvegli che bene glitornerebbe il commettere a questo il governo della spedizione. Erano già in talproposito precedute alcune pratiche colla signoria di Genova e colle famigliedei Malespina e dei Doriaprofferentisi di aiutare il re in quell'impresa o peraccrescersi di statoo per menomare nell'isola il potere delle famiglie pisaneloro emole. Nei consigli avuti si era preso anche il partito di veder modo comela giovinetta principessa di Gallurafigliuola di Ninodesse la sua mano aduno sposo o suggetto al re o suo partigiano. Ma confortavasi specialmente Iacopodel messaggio che ricevuto avea dal giudice d'Arborea e dell'offerta da luifatta di prestargli nella conquista valido sussidio.

Dopo il regno di Chiano succeduti erano congiuntamente nelgoverno della provincia i due fratelli Andrea e Mariano Serra; e questi terzodel suo nome fra i giudici di quella regioneaveadopo la morte delprimogenitoregnato solo. Trapassato questosi era continuato il governo daUgone IIIdi lui figliuolo; non senza molestia dei Pisanii qualidicendolofigliuolo illegittimonon si tennero di travagliarlofino a che egli nonriscattò la sua ereditàabbandonandone una porzione col pagamento didiecimila fiorini d'oro. Cacciato avea in tal modo Ugone dal suo animo ilsospetto di essere nell'avvenire turbato nel possedimento del suo regno; ma nonil rammarico di esserlo stato in addietro. Onde serbando riposte nella mente lericevute ingiurieincontrò favorevole occasione di vendetta nel disegno giàmaturantesi della conquista aragonese; ed inviò a tal uopo al re un gentiluomochiamato Mariano de Ammiratoche ad ogni di lui servigio esibisse la persona ele genti del giudice; e promettesse eziandio l'ausilio di Branca Doriaconfederato di Ugone.

Grande era a quei dì la potenza dei giudici d'Arborea; siaperché quel solo loro giudicato erasi mantenuto intiero nell'universaledivisione delle altre provincie sarde; sia perché eransi eglino giovati dellapreponderanza delle forze loro onde dilatare gli antichi confini dellaprovincia; per la qual cosa oramai la terza parte dell'isola obbediva alle loroleggi. Non si può quindi dubitare non sia l'assistenza di Ugone tornatagrandemente accetta al re; il quale nel mentre che per mezzo del suo figliuolodon Alfonso accelerava gli apprestamenti della guerra e ponea anche la mano aimezzi estremi per ragunare il denaio necessario all'impresavendendo a tal finealcuni stati della Coronaofferiva al giudice piena conferma ed ampliazionedell'antica signoria; lo autorizzava a promettere condegno guiderdone agli altripartigiani; e concedeva a Branca Doria ed al figliuolo di lui Barnabacontitolo di feudole terre tutte dalla loro famiglia possedute nella Sardegna.

Portatosi il re in Tarragona per provvedere dappresso allebisogne della spedizioneordinò che l'armata si raccogliesse nel PortoFangosodove convenne la più illustre baronia di Aragonadi Valenza e diCatalogna insieme con molti altri uomini d'arme ed avventurieri che voleanoseguire le sorti di don Alfonso. L'apparato era sì grandeche i potentatid'Italia conturbaronsitemendo non sotto il velame della conquista dellaSardegna si ascondesse il disegno d'invadere alcun'altra regione italiana. E lostesso pontefice Giovanni XXIIquantunque ben sapesse essere l'impresa fruttodelle precedute concessioni della Chiesa romanafreddamente accolse l'inviatoaragonese e mostrossi poco inclinato a proteggere quell'armamento; bramando egliche pel maggior bene della cristianità si dirigesse la guerra ad altri lidi.

Mentre l'infante si disponeva a salpare col suo navilio dallecoste di Catalognai cittadini di Sassari inviavano loro messaggiero al re ilfisico Michele Pietrodichiarandosi presti a professargli obbedienza; ed ilgiudice di Arborea precipitando gli indugirompea apertamente la guerra controai Pisani. Se già merita tal nome il macello ch'ei fé di tutti i Pisani dellesue terremolti dei quali militavano sotto al suo comando. Con la qualeimmanitàegli che potea fronteggiare i Pisani come principe indipendente e farala agli Aragonesi come principe collegatotrattando le armi dei traditori edei rubelligiusta cagione diede agli storici di chiamarlo rubello e traditore.Gittate essendo dunque le sorti per causa dell'improntitudine del giudicericonobbe il re che non si potea ritardare di soccorrerlo; e pose tosto mente afar sì che l'incominciamento della guerrase non onoratofosse almeno felice.Spedì perciò senza dilazione il visconte di Rocabertí ed il di lui zio donGerardouomini già provati in arme e dotati di prudente consiglio; ai qualiaccompagnati con molti altri gentiluomini commise il governo di centottantacavalli e di alcune bande ragunaticcie formate affrettatamente in Barcellona;donde salpatitoccarono eglino in breve le spiaggie di Oristanoaccolti ivicon grande festanza dal giudice. Nel mentreché anche la signoria di Pisaalprimo avviso avuto della spedizioneinviava nell'isola settecento cavalli ed unnumero copioso di pedoni. L'infante nel frattempo era anch'egli passato nelPorto Fangosoove attendevano il suo cennooltre a molti altri legniventigalee valenzianegovernate dall'ammiraglio Francesco Carròzed altrettantespedite dal re di Maiorcacapitanate da Ugone di Totzocon un numero sìgrande di combattentiche ben ventimila avventurieri dovettero astenersi dalpartire. Era presente all'imbarco il re colla regina e cogli altri suoifigliuolie nell'accomiatare l'infantegravemente lo ammoniva: rammentasse leglorie belliche dei suoi maggiori; fosse in ogni scontro il primiero a lanciarsicontro al nimico; dalla valentia di un sol cavaliero dipender talvolta l'esitodelle battaglie; ascoltasse le opinioni di tutti i suoi compagni d'arme; nonprivasse giammai se stesso della felicità di ricevere un buon consiglioglialtri della gloria di darlo. Ad alta voce pronunziava infine il re per tre voltequelle parole che sì alto suonano nel cuore dei prodi: vincereo morire.

Con tali auspizi veleggiava don Alfonsoaccompagnatocoll'infanta donna Teresasua consorteche socia esser volle dei di luicimenti e delle di lui glorie. Era il navilio composto di sessanta galeediventiquattro grosse cocche e di una quantità così grande di navi minorichenumeravansi in tutta la flotta trecento legni. Con questi approdò l'infante alcapo di S. Marco presso ad Oristano. Ivi informato che il visconte di Rocabertíerasi portato nel luogo di Quartopoco discosto da Cagliaristimò piùacconcio il navigare di nuovo fino al porto detto di Palmanel lido solcitano;dove poté sbarcare in pochi giorni la sua cavalleria e l'intiero suo esercitogià impaziente del combatteree francheggiato anche maggiormente dal nomebenaugurato del luogonel quale la ventura gli facea per la prima volta fermareil piede. Venne tosto il giudice d'Arborea a far riverenza all'infante ed ariconoscerlo per signoreseguito da molti notabili dell'isola; coi qualitenutosi consigliosi deliberò di incominciare senza ritardo le ostilitàcampeggiando la terra di Villa Iglesiasche i Pisani aveano in quello stessotempo con provvido pensiero diligentemente fortificata; e donde frequentiscorrerie aveano essi già fatto nella provincia del giudice. Fu perciò mandatoinnanzi esploratore don Artaldo di Luna con trecento cavalli; e l'infantechelo seguì dopo alquanti giornifé tosto circondar quelle mura dalle sue gentie da quelle del giudice. Nel mentreché l'ammiragliopassando con venti galeecon trecento cavalli e diecimila fanti al porto di Cagliariaccozzava le sueforze con quelle del viscontegià d'altra parte intento a batterequell'importante castello.

I primi tentativi di assalto contra Villa Iglesias furonopoco faustiessendo restate le genti aragonesi malconcie nel primo abbaruffarsicon i difensori della rocca. Ma le speranze si aumentarono tostochépresentaronsi al campo a giurare fedeltà al principe i Doria ed i Malespina coideputati della città di Sassari; dove per l'autorità specialmente di GuantinoCatonicittadino dei più notabili e partigiano d'Aragonanon solo si vinse ilpartito per promettere di nuovo obbedienza all'infantema si sciolse anchelealmente la promessaappena fu colà spedito col titolo di governatoreGuglielmo Moliner. Ed a questi esempi tenea dietro la sommessione od espressa otacita di tutta l'isola; in modo che si potea ben dire che nissun luogoimportante vi ritenessero i Pisanisalvo le rocche assediate di Villa Iglesiase di Cagliaricolle castella di Terranovadi Acquafredda e di Gioiosaguardia.Fecesi adunque con miglior fidanza la seconda provache passò con grandestrage degli assalitori e degli assaliti. Onde l'infante conoscendo maggiormenteil bisogno di ridurre gli assediati a grande stretta di vittuaglieintese adimpedire loro ogni sussidio; privando anche la villa delle acque che colàscorrevano per doccie esteriori. L'ammiraglio al tempo stessolasciando la curadell'assedio di Cagliari al viscontemareggiava al cospetto delle costeorientali dell'isola; e costrigneva ad arrendersi alle armi di Aragona ilcastello dell'Ogliastra ed una torre nei litorali di Terranova. Ed a maggioriimprese sarebbe anche trascorsose la notizia giuntagli d'aver salpato dalporto di Pisa trentacinque galee per porgere aiuto al castello cagliaritanononlo avesse indotto a correre affrettatamente verso quel golfo; dove il restantedel navilio inviatovi dall'infante ad invernare sarebbe stato nel più grandepericolose non sopravveniva in punto opportuno l'ammiraglio ad impedirel'accesso alla flotta nimica. Giovaronsi pertanto di tal soccorso quelle gentiche assediavano il castello; le qualiper la comodità del luogoeransifortificate sulla cresta della collina di Bonariasituata a ridosso del porto erincontro alla città.

Tuttavia se non combatteano contro agli Aragonesi i Pisanicombattea contro ad essi la novità del cielo e la stranezza delle stagioni.L'esercito era desolato per la crescente moria degli uomini d'ogni classe. Pochisopravvivevano all'infezionenissuno la cansava. L'infante istesso infermò; ela sua consorte aggravata da egual maloreavendo perduto tutte le suedamigelledovette chiamare al suo servigio alcune donzelle dell'isola. Nonperciò don Alfonso cadeva d'animo; ché non mai egli volle abbandonare la tendain quella sua infermitàesercitando armato gli uffizii tutti di capitano ancheallorquando era travagliato da gagliarda febbre. Né fuggia l'animo al reilquale procurava ad un tempo che dal re Sancio di Maiorca s'inviasse colàBernardo di Toreno a sopperire alla mancanza dell'altro capitano generalepartitosi per cagione di malattia. Provvedeva pure il sovrano all'armamento dialtre numerose navi commesse al governo di Guglielmo di Aulomar. E perché neglieserciti meno vaglion le spade che il sennoindirizzava al campo del figliuoloMartino Pérez di Oroscastellano di Ampostauomo di gravissimo consiglio; edammoniva l'infante acciò facesse la debita stima dell'esperienza edell'accorgimento di quel capitano consumato nelle cose di guerra.

Varii nel mentre agitavansi i consigli nel campodell'infante. La lunghezza dell'assedio di Villa Iglesias tenea sospesi glianimi. Davasi voce ogni giorno dei grandi apprestamenti che si faceano daiPisani per soccorrere quella rocca. E già venia meno in molti la fidanza dipoter con un esercito diviso fra quel luogo e Cagliaried estenuato dallemalattiestar saldi contro alla forza sopravvegnente; sembrando soprattuttoimpossibile la salvezza del doppio navilio ancorato in Palma e nel golfo dellacapitalecui falliano non che i difensorii marinai. Aggiungevasi a taliangustie il sospetto di nuove esterne nimistà e di turbamenti interiori. IGenovesi aveano veduto a malincuore la sommessione della città di Sassari lorocollegatae faceano vista di voler trascorrere alle armi. Il giudice diArboreail quale per malleveria del suo vassallaggio avea abbandonato agliAragonesi le castella di Goceanodi Monteacuto e di Bosaoccupate tosto daicapitani di don Alfonsoera divenuto per tal cagione in aperta rottura coiDoriarichiamantisi di tal cessione pei diritti anteriori da essi pretesi sovraquelle rocche. L'ammiraglio d'Aragona tenzonava fieramente col viceammiraglio diMaiorcadopoché il denaiodestinato alle galee di questo capitanoera statotolto pei bisogni generali dell'armata; e quelli isolani si ammutinavano eminacciavano di lasciare i loro alleati. Ma sopperì ad ogni cosa il grand'animoe la destrezza dell'infante; ed ove ciò non bastavasopperì la di lui buonaventura. Ai messaggieri genovesi fece onorata accoglienzaintrattenendoli conparole tanto più blandequanto più aspri doveano poscia seguire i fatti. AiDoria promise larghi compensi dopo la vittoria. Agli alleati indirizzòinsinuazioni di pace; e la pace fu tosto raffermata. Procedendo quindi piùspedito nel governo della guerraordinava si agevolasse agli assediati di VillaIglesias il mezzo della resa; qualora l'armata pisana venisse al soccorso diquella terrale soldatesche accampate intorno a Cagliari si attestassero con lesue; i due navili si congiungessero nel golfo solcitano; Pietro di Boyl facesseprovvisioned'accordo coll'ammiraglioa fornir la flotta del necessariocorredo; nel frattempo si strignesse maggiormente l'assedio di Cagliari eGuglielmo di Cervellón si recasse colà con alcune compagnie di cavalli insoccorso del visconte.

Continuando così le cosegli assediati di Villa Iglesiasmenomati anch'essi dalle infermità e rifiniti dall'inediadopo aver dato tuttele prove di coraggio nel percuotere gli assalitori e di costanza nel sopportareil cumulo di tutti i malicalarono finalmentedopo sei mesi di assedioadonorato accordo cogli Aragonesi: sarebbe data la rocca in podestà dell'infantese fra quaranta giorni i Pisani non accorressero a salvarla; fosse in tal eventolibero a ciascuno il partirsene ed il riparare al castello di Cagliari. La malasorte dei Pisani fece allora sì che il poderoso navilio da essi apprestatogiugnesse in tempo non più opportuno al soccorso. Erano già partiteaffrettatamente venticinque galee; e sbarcati sulle spiaggie di Terranovatrecento cavalli tedeschi e ducento balestrierivolati erano i Pisani al golfodi Palmaove impadronivansi di molte navi nemiche e di munizioni da guerra; operché l'ammiraglio abbia mancato di antivedimentocome credette chi loaccagionò solennemente di tal perdita; o perché dalla prudenza fosse comandatoquel sacrifiziocome pensò chi lo assolvette. Ma non bastando tale lontanoavvenimento a ristorare gli assediati ridotti oramai allo stremo dellosfinimentoaprirono essialcuni giorni prima del tempo convenutole portedella rocca al fortunato vincitore; il qualenon trovandovi cibo di verunasortaebbe per se stesso a convincersi che alla perseveranza degli assediati ilpotere era mancatonon la volontà. Tenendosi pertanto pago l'infante di talrisultamentoposava per alquanti giorni in Villa Iglesias; ed ivi lasciata laconsorte con dugento cavalli per di lei difesamuovevasi coll'esercito allavolta della capitale; dove sperava di ricevere in breve novelli aiuti con laflotta di venticinque galee che il reconturbato dalle sinistre notizie gligiungevano dello stato pericoloso dell'armataera per spedire sotto il comandodi Pietro di Belloc e di molti cavalieri dei suoi regniaccorrenti a gara sottoi suoi vessilli.

Frattanto l'armata pisanacomandata dal conte Manfredi dellaGherardescacui era fallito il primo disegnoconscia del disastro di VillaIglesiascompariva nelle marine di Cagliari forte di cinquantadue navi diguerradi cinquecento cavalieri fra tedeschi e italianidi duemila balestrieridi Pisa e di dugento altri cavalli ragunati nell'isola al primo toccar quelleterre. L'infante avea già raccozzato presso a Cagliari tutta la sua armata; enon volle perciò interpor dimora a cimentarsi col navilio nimico. Abbenchésiasi poscia risoluto lo scontro in vane dimostrazioni di guerra; avendo le dueflotte mareggiato al cospetto l'una dell'altra fra li due promontori diCarbonaria e di S. Elia senza mai affrontarsi. Sbarcarono poscia senza contrastoi Pisani nel luogo detto la Maddalena; donde indirizzaronsi alla volta diDecimoassistiti da numerose bande di Sardi che parteggiavano se non per lipiù amatiper li più antichi loro signori; in modo che i fanti dell'esercitopisano sommavano già a seimila combattenti. L'infante allora deliberò di farsiloro incontro; ed avendo accomandato all'ammiraglio la difesa del navilio e lavigilanza sugli assediati del castellopartissi inverso Decimo con quattrocentoguerrieri di grossa armaduracencinquanta armati alla leggiera e duemilasoldati di partito; riserbando a sé il governo del retroguardo e commettendoquello dell'antiguardo e della battaglia a don Guglielmo di Anglesola.Assalironsi le prime schiere nella pianura di Lucocisterna; e tale fu l'impetocon cui i Pisani ed i Sardi percossero gli Aragonesiche i vessilli tutti delre caddero a terra; onde grande ventura fu riputata la vicinanza delle squadredell'infanteil quale poté senza ritardo rinfrescar la pugna. Ed inveronell'animo ardimentoso e prode del principe era riposta la sorte di quellagiornata. Il suo stendardo era caduto nel primo scontro delle sue schiere nelcampo dei nimici. Aspra perciò erasi appiccata la mischia fra gli Aragonesi noncomportanti tale perdita ed i Pisani che li ributtavano. Fu in quel punto chel'infanterammentando i consigli del genitoreslanciossi nel più folto dellazuffa; e fermando il piede sul perduto vessillo e puntando con tutto il suovigore contro alle frotte che lo circondavanotenne per lung'ora discosti dasé i nimici. La qual cosa grandemente migliorò i destini del suo esercito;perchécaduto in quel punto il cavallo dell'infantei cavalieri aragonesi conmaggior furore volarono a fiancheggiare nel pericolo il loro principe. Ciò nonostante i cavalli tedeschi poterono altra volta rinfrancare le soldateschepisane; alle quali fu di nuovo fatale la bravura di don Alfonso. Egli siallontanò talmente dai suoi nel correre per la seconda volta contro ai nimiciche i gentiluomini stessiposti in guardia della di lui personanon poteronoarrivarlo dappresso. Ma il momento era quello in cui le sorti della giornatarisolvevansi a favore degli Aragonesi; ed i Pisani cominciavano già asbrancarsi ed a retrocedere. Il perché la temerità di don Alfonso in luogo dipartorire a lui grave rischioprecipitò la ritratta dei fuggenti; la quale fudisastrosaessendo periti nel campo e nelle acque di uno stagno vicino megliodi mille e dugento combattenti; nel mentreché i più fortunati riparavanodisordinatamente e per tragetti al castello di Cagliari col loro capitanoManfredi. Né senza sangue e stragi fu la vittoria di don Alfonso; ché moltiillustri personaggi dei suoi regni caddero anch'essi in quella giornata; ed ilprincipe istesso presentossi ai suoi grondante sangue dalle sue feriteallorché ritornò strignendo nelle mani il vessillo da lui racquistato emostrando con ciò apertamente esser a lui toccato il maggior pericolo e lagloria maggiore di quel combattimento. Lieto pertanto del successo ritornaval'infante al suo campo di Bonaria; dove facea tosto gittare le fondamenta di unanuova città e di un castellodal quale potessero i suoi con maggior sicurtàintendere all'assedio della vicina rocca di Cagliari. Per compire infine lafelicità dell'impresal'ammiraglio in quelli stessi giorni avendo fatto escirele sue galee per combattere il navilio pisanoobbligavalo a vergognosa fuga edimpadronivasi di tutti i legni da trasporto e delle molte vettovagliecontenutevi. Il giudice d'Arborea al medesimo tempo si ricongiungevaall'infantedopo aver nel mentre ragunato molte bande d'isolani disposti acimentarsi pel novello loro signore.

Primo pensiero dell'infante fu allora quello di cingere daogni lato il castello della capitale; di mantenere la facilità dellecomunicazioni; di collocare nei siti opportuni le catapulte e le altre macchineguerresche; di allontanare dall'esercito gli infermiinviandoli a respirarel'aria dei luoghi più salubri dell'isola. E siccome l'unica via che restavaagli assediati pel procaccio delle loro vittuaglie era lungo l'istmo che dividequel golfo dallo stagno cagliaritanoe gli Aragonesi a malapena poteanoimpedire quelle provvigioniobbligati a correre più lunga strada pel circuitointiero della spiaggia; ordinava che dieci galeeottanta cavalli e cinquecentofanti stessero avvisatamente accanto alla foce dello stagnoonde troncare ogniadito ai soccorsi. Cominciavano perciò i Pisani ad ammansirsi nella resistenzaloro e già davano vista di voler fermare un accordo. Tuttavia non si rimaneanodel travagliare i nemici con improvvise sortite dal castello ogni qual volta neveniva il destro. Anzi inteso dover l'infanta passare da Villa Iglesias alcastello di Monrealesottoposto al giudiceed essersi dall'esercito separatiper farle scortacencinquanta cavalliManfrediil quale malgrado delle sueferite agognava le occasioni di voltar la sorte a suo favoretentò disorprendere l'esercito assottigliato per quella divisione di forze; scegliendo aciò fare l'ora mezzana del giornonella quale gli Aragonesi più sbadatiintendevano ad altre bisogne. Comandò a tal uopo a cinquecento dei suoiTedeschi a cavallo e a varie bande scelte di pedoni si lanciassero con subitomovimento da parti diverse ad assaltare la fortezza nimica. E fu egli obbeditocosì velocementeche già gli assalitori erano giunti sotto le mura avanti chele scolte dell'infante si avvedessero del loro arrivo. Laonde fu necessarioaffinché i fanti aragonesi potessero fare un po' di testaserrareprecipitatamente le porte della rocca; dalla quale esciti poco stante inordinanzacombatterono con tanto coraggiovibrando contro ai cavalli le lorolancie e balestrandoli anche da lunge colle freccieche voltatasi tosto facciadai cavalieri e strascinata da essi nello scompiglio della fuga la maggior partedegli altri assalitoripassò quel tentativo con danno grandissimo dei Pisani econ la strage di trecento dei migliori loro soldati.

Le cose dei Pisani andarono vieppiù dibassando allorchésaputasi la partenza della novella flotta aragonesecapitanatacome ho dettoda Pietro di Belloci duci delle galee di Pisanon sofferendo loro l'animo diaspettare quell'incontro tanto rischiosodeliberarono di schivarloriparandosenza dilazione al porto pisano. Il perché essendo da un canto l'esercito regioringagliardito per l'arrivo di quel navilio e dall'altro essendo mancato ainimici il duce Manfrediperito per causa delle molte ferite da lui toccatenelle recenti battagliesi devenne infine a trattare di un amichevole convegnoper lo mezzo di Barnaba Doriauomo ligio ad Aragona. Le condizionidell'accordoconchiuse con Benedetto Calciambasciadore e sindaco dellarepubblicafurono quest'esse: si ponessero in libertà i prigioni; i Pisaniavessero l'arbitrio di dimorare nelle terre tutte dell'isola e negli altri statidel reprofessandogli fedeltà; il comune di Pisa riconoscesse dal recontitolo di feudoil castello di Cagliari coi borghi di Stampace e di Villanovacol porto e collo stagno; restasse alla Corona il dominio delle salineriserbato al comune un canone; i Pisani pel loro vassallaggio pagherebbero al reun annuo censo. Diede allora l'infante la solenne investitura del feudo diCagliari agli antichi sovrani del luogo; i quali si obbligarono a far rispettarequelle condizioni colla prestazione di eguale omaggio dai conti dallaGherardesca; e rimisero tosto in potere degli Aragonesi le rocche dal comunefino ad allora possedute nell'isola. Anzi le condizioni della pace non eranoancora soscritteche giàpenetrando nel castello stesso della capitaleilquale doveasi continuare a governare dai Pisanidon Pietro de Luna con centosoldati facea per la prima volta sventolare sulla torre del maggior tempio lostendale di Aragona. Ratificaronsi prestamente dal comune di Pisa leconvenzioni; e per l'Italia tutta suonònon senza ammirazionela voce dellevittorie dell'infante. Il qualementre assoggettava alla sua Corona in cosìbreve tempo una sì vasta isolanon minor vanto traeva dal vassallaggio di unadelle più potenti repubbliche italianeper tanti anni dominatrice dei mari; edestinata a segnare colla conquista e colla perdita della Sardegna il principioed il termine delle maggiori sue glorie belliche.

Fermata la paceproseguì don Alfonso ad accelerarel'innalzamento della rocca di Bonariala quale in meno di un mezz'annotrovavasi già cinta di mura e popolata da seimila uomini di guerra. Voltossiquindi il principe a guiderdonare largamente i suoi capitani. Don BerengarioCarròzfigliuolo dell'ammiraglioebbe fra gli altricon titolo di feudosecondo le consuetudini d'Italiavarie villeposte in quelle vicinanze.Intorno alla quale concessionele tante altre concessioni poscia siraggrupparonoper le quali il feudo di Chirraposseduto anche oggidì daidiscendenti di quella famigliasoprasta in estensione a tutte le altre signoriedi quella naturaesistenti nell'isola. Speciali investiture diede pure donAlfonso a Ranieri e Bonifacioconti della Gherardescaper li loro antichidominii. Nominò infine le persone delle quali maggiormente si confidavapelgoverno del novello regno; e commesso a Berengario Carròztesté nominatoilcomando del castello di Bonariaquello di Sassari a Raimondo di Semenatepreposti alle altre rocche varii capitani aragonesi e catalaniinnalzò algoverno generale dell'isola Filippo di Saluzzopersonaggio in quel tempo digrande autoritàvenuto recentemente dalla Sicilia per volere del re; il qualesia perché eragli congiunto di sanguesia perché lo stimava molto abile aiconsiglinon meno che a trattar l'armegrandissimo conto tenea di lui. Ciòfattopartivasi don Alfonso da Bonaria eragunata la sua cavalleria nel luogodetto di S. Macariosalpava alla volta di Barcellona; doveaccarezzato dalpadrefesteggiato ed applaudito da tutti i sudditinon altro rammarico eglisentiva che di veder ancora perireper le contratte infermitàmolti dei piùgagliardi suoi cavalieri.

I semi di novella guerra erano frattanto nelle condizionistesse della pace. I Pisani aveano ceduto al sinistro destinoma sofferivano amalapena la loro umiliazione. Il castello di Bonaria era oramai la vera roccacagliaritana. Ivi scaricavansi le mercatanzieivi pagavasi ogni gabella. Laspiaggia più vicina a Cagliari chiudevasi ad arbitrio di quei castellani allenavi straniere. I confini della cittàgià regina dell'isolaestendevansiappena alle falde del colle su cui s'innalzava. Le quali coseincomportevolipei Pisanifaceano sì che dessi ogni dì vie maggiormente s'invelenisserocontro ai novelli signori. I Genovesianch'essi mal paghipretendevano altravolta al loro mal celato corruccio l'occupazione di Sassari; econcitati a lorofavore quei popolanigrandi turbamenti introducevano nella città a danno degliuffiziali regii. Questi perciò faceano sostenere le persone dei principalimalcontentii quali erano tutti o seguaci o congiunti dei Doria; abbenchéposcia il reo per generosità o per prudenzaprocedesse rimessamente nelgastigarli. Moriva indi a poco Filippo di Saluzzo; e per la mancanza di un uomotanto autorevolele gare o più agevolmente si accendevano fra le partidiverseo spegnevansi più tardi. In questo stato di cose passò il comandomaggiore dell'isola nelle mani di don Berengario Carròzcui il re commise ilsupremo potere col titolo allora in uso di governatore generale.

Nondimeno i Pisani prima di prorompere in aperta ostilitàtentarono i mezzi della conciliazionespedendo alla città di Valenzaambasciatori al re Cello di Agnello e Gerardo di Castelanselmoi qualinarravano: gli uffiziali regii governarsi in Sardegna seco loro in modo che benvedeasi esser la pace velame di novelle ingiurienon sostegno di durevoleamistà; avere alcuni mercatanti pisanipartiti da Cagliari con letteredell'infante per recuperare certi loro poderi in Villa Iglesiassofferto daquelli abitanti e dai Catalani che vi teneano stanzaogni maniera di strazio; igovernatori far le viste d'ignorare tali atrocità; non permettersi aiCagliaritani verun procaccio di frumentose prima non si portava ogni cosa aBonaria; ivi soprastar poscia loro tutte le molestie e vessazioni; chiudersi illoro porto; negarsi ai signori pisani l'esercizio delle ragioni di feudorecentemente accordate. Dall'altro canto scriveva al re il governatore generale:aver i Pisani di Cagliari spento alcuni dei suoi soldati; esser quotidiani gliincontri e le zuffe; impedirsi ai Catalani ogni traffico entro il castello;ricercarsi dagli infinti vassalli ciò che solamente mancava alla paleseribellionel'opportunità. In tali vicende il re conoscendo ben addentro di chesapeano quelle gareinviava alla volta dell'isola Bernardo Cespuiadessuoviceammiragliocon dodici galee; e queste incontrando due navi di Pisa cherecavano vittuaglie pel castello di Cagliarise ne impossessavano. Onde laguerra non più celata scoppiava anche in Pisa; ove si poneva la mano sullepersone e sull'avere di tutti i trafficanti catalani. Nel mentreché anchenell'isola muoveasi d'altra parte la quiete colla ribellione dei marchesi diMalespina; la quale fu prudentemente attutata fin da principio; poiché il reriputando conferire maggiormente ai suoi interessi la clemenza che il rigorecon facilità inducevasi a riammettere nella grazia sua non solamente iMalespinama eziandio i Doria colpevoli delle turbazioni di Sassari.

Intanto erasi accostato ai Pisani colle sue galee GaspareDoria genovese; il qualedimenticando la parte ghibellina ed il re Federigo diSiciliaper soccorso del quale avea egli salpato da Savonapassavarepentinamente al servigio di Pisa. Presentavasi dunque colle sue navi e conquelle della repubblica nel golfo di Cagliaridove l'ammiraglio FrancescoCarròz trovavasi già colla sua flotta. Stettero il primo giorno i due navilial cospetto l'uno dell'altrotraendo a vicenda quelle soldatesche delle lorobalestre. Nel giorno seguente l'affronto seguì con grave perdita dei Pisani.Pugnarono infine ordinatamente dopo alcuni giorni d'incerte scaramucce; el'ammiraglio si governò con tal avvedutezza nell'investire l'armata nemicachele galee pisane perdettero fin dal primo scontro settecento combattenti e settenavi dell'antiguardo restarono in potere degli Aragonesi; dopo la qual cosailrimanente dell'armata si sperperava confusamente e lo stesso duce Gaspare Doriacansavasi a malapena mettendosi a nuoto.

Ma non stette guari tempo che l'ammiraglio macchiò questesue glorie ed altamente demeritò. Il re volendo moltiplicare in Sardegna ilnumero dei suoi ministricome l'imperio andavasi dilatandoavea creatogenerale per le cose di guerra in tutta l'isola Raimondo di Peralta; il qualeessendosi abbattuto sui mari sardi nelle reliquie del navilio pisano fugatodall'ammiraglioavea con incredibile costanza e valore sostenuto talmentel'urto delle forze nimiche di gran lunga superiori alle sueche bastata sarebbequella sola fazione per dimostrare come bene gli stava in mani il governosupremo delle cose guerresche. Dell'innalzamento di costui a quella carica ebbead aombrare l'ammiraglio; sembrandogli che al capitano delle cose marittimemeglio che a qualunque altro convenisse l'esser alla testa degli eserciti in unluogo qual era quello di Bonariasopra capo al porto e difeso dal naviliopiùche dall'esercito. Invano fin dal primo giugnere del novello generale eransiraccozzate le forze d'amendue per investire d'accordo il borgo di Stampacecinto allora di valide mura. L'espugnazione del borgo era seguita con gravestrage e danno dei Pisanii quali ivi teneano le donne e figliuolicollemigliori loro masserizie; ma la comunione di quella impresainvece di temperarei mali umoriavea dato movimento perché ribollissero maggiormente. Dalle mutuefreddezze pertantoe dalle onte vennesi infine dai due capitani a stringer lespade; e nella terra di Bonaria si videro i vessilli del re correre l'unoincontro all'altro; talmente che senza l'interposizione dei nazionali e di altriche ivi soggiornavanoforse quella guerra civile avrebbe corrotto i vantaggidella guerra straniera. Il re perciòil quale in principio per laconsiderazione dovuta alle grandi geste dell'ammiraglio avea trovato modo ditranquillarlocome seppe essersi già trascorso agli eccessi estremicosìarmossi di severità; e chiamando alla sua presenza per render ragione delmisfatto ambi li contendentiprivolli delle loro dignitàed inviò agovernare il regno e la rocca di Bonaria Filippo di Boyl ed a capitanare ilnavilio Bernardo di Boxados; destinato poco dopo anch'egli al supremo comandodell'isola.

Allo stesso tempo i Pisani sbaldanziti più che mai perl'infelice difesa da essi fatta del borgo di Stampaceinclinavano con maggiorbuona fede a pensamenti di pace. Spediti a tal uopo in Barcellona i loroambasciatori profferivansi di abbandonare il possedimento della capitalesuggetto d'interminabile discordia per la nazione che lo bramavadi discordiapoco fruttuosa per quella che lo teneva. Mentre pertanto i novelli capitanispediti colà dal re strigneano sempre più vigorosamente l'assedio di Cagliarisi calava dal re e dalla repubblica a scambievole accordo: annullate fossero lereciproche esibizioni di annui censi fatte nella preceduta pace; restituiti iprigioni; Cagliari si occupasse dagli Aragonesi; restasse in balia dei Pisani oil partirsene scortati dal navilio del reo il rimanervi sotto la giurisdizioneregia conservando le antiche proprietà; avessero invece i Pisani alcune altrecastella di quella provincia con titolo di feudoo quattromila fiorini d'oroper anno; l'opera del duomo di Pisa continuasse a godere dei suoi antichidiritti. Si riconfermava pure allora ai conti della Gherardesca l'investituradelle loro terreriserbati solamente alla Corona alcuni luoghi. Conchiusaquesta pace il re inviava novelle soldatesche nell'isola; e gli Aragonesifermando il piede nella rocca principale del novello regnomeravigliavanoeglino stessi come una fortezza di tanta importanzacosì ben munita eprovveduta ancora per lungo tempo del fodero necessariofosse venuta senzamaggiori cimenti in lor potere.

Con minori pericoli riducevasi poscia nel dominio quieto delre la città e terra di Sassariagitata dalle discordie già notate e dallainobbedienza ancora dei marchesi di Malespina; i qualipentitisi prima dellaribellione e poscia della sommessionesi assoggettarono infine a cedere aiministri regii il castello d'Osilodopoché Azzo Malespina ottenuto avea a quelprezzo la liberazione della sua persona. I marchesi di Massapossessorianch'essi nel regno di varie terre acquistate durante la loro sovranità inCagliarimostravansi disposti a riconoscere il supremo dominio del re diAragona. Il giudice di Arborea infineamico fedele degli Aragonesicontinuavaa dimostrare quanto gli stesse a cuore l'esser presso a loro in federimettendonell'arbitrio del re la scelta della futura giudicessa della sua provincia; etrattavasi tosto con ottimi auspizi il matrimonio che poscia ebbe luogo diPietrofigliuolo del giudicecon Costanza di Saluzzo prossima congiunta del ree figliuola dell'antico governatore generale dell'isola. Quando perciò giunseal suo termine la vita di don Iacopo di Aragonaegli poté confortarsi dilasciare al figliuolo don Alfonso solidamente assicurati in Sardegna i dirittidella novella Corona.

Alfonso re non obbliò punto i servizi renduti dal giudice diArborea all'infante. Uno dei primi atti del suo governo in Sardegna fu laconferma amplissima dei diritti di Ugone; al quale dichiarò sottoposte lecittà d'OristanoTerralbaS. GiustaAlesBosacolle castella di GoceanoMonrealeMarmillaMontiferro e Monteacuto. Ed alloraquando si celebrarono inSaragozza le feste dell'incoronazionespeciale onoranza si fece in quella corteal figliuolo testé nominato del giudiceintervenuto a quella solennitàcoll'arcivescovo della provincia e con don Bernardo de Boxados. Intese quindi ilnovello re a comprimere l'ardimento dei Doria; i qualinon paghi di averconturbato la quiete dell'isola per cagione dell'occupazione del CastelloGenovese disputato fra varie persone della stessa famigliae di avere in talicompetenze proceduto con irriverenza verso l'ammiragliovolevano anche colàpropagare colle discordie civili le discordie religioseparteggiandoapertamente per l'antipapa Niccolò V e per lo scisma scandaloso di Lodovico ilBavaro. Sollecito pertanto don Alfonso di sbarbare dalle radici il maledopoaver provocato presso alla Santa Sede le censure ecclesiastiche contro aiturbolenticacciava anche da Cagliari tutti i frati predicatori e quelli dellaregola dei Minori di S. Francescoi qualicome Pisaniprofittavano di quellecongiunture per tentare la consegna del castello alla repubblica. E quindi peiconsigli del cardinale Napoleonedevoto alla casa d'Aragonacomandava chenissun prelato regolare risiedesse in Sardegnaed ai soli loro vicari fossepermesso il passarvipurché Aragonesi.

Don Bernardo di Boxados era anch'egli tutto intento a tener asegno quella famiglia dei Doriala quale erasi oramai colà accresciuta ditanta figliuolanza e tanto si era distesa in potere coll'unire ai suoi dominiila tutela dei figliuoli del conte Ranieri della Gherardescache avriano fattostare sopra pensiero il rebenché nati fossero Aragonesi; molto meglioquandoGenovesi erano e spodestati a malincuore dell'antica loro superiorità.Aggiungevasi a tener svegliati gli Aragonesi la ribellione di Sassari; poichésebbene per le dimostrazioni di vigore date dal governatore generale i Doria sifossero sottomessipure per la contagione del loro esempio e per effettodell'incostanza dei marchesi di Malespinaeransi i Sassaresi indotti ascapestrare; e capi della sedizione erano stati colla famiglia dei Pala quellistessi Catoni che aveano altra volta favoreggiato gli Aragonesi. Ai rimediestremi fu d'uopo pertanto por mano; e come parea che dentro quelle muraannidarsi non potesse la sommessione degli antichi abitatorifu mestieriintrodurvi persone già avvezze ad amare la signoria. Cacciati dunque da Sassarigli stranieri ed i Sardi che vi dimoravanosi popolò la città di CatalaniAragonesi ed altri sudditi regii per opera di don Berengario di Villaragut e diBernardo Gamircolà a tal uopo inviati dal re col titolo di riformatori.

Eguale cautela si estendeva anche allora al castello diCagliarie si decretava non vi fosse ammesso verun novello cittadino che natonon fosse negli stati d'Aragona. Il castello e la città intiera di Cagliari siaccrescevano allora giornalmente dei popolatori di Bonaria che passavano asoggiornare nella capitale. Invano don Alfonso avea protetto con ogni maniera difavori la novella rocca elevata sotto i suoi auspizie fatto provvisioneaffinché coll'andar del tempo si riempiesse di fabbriche l'intervallo che laseparava da Cagliari. La posizione della fortezza in tanta prossimità ad unacittà capitalefelicemente situata e ben munitafacea sì che cessasse ognivantaggio del nuovo castello tostoché gli Aragonesi avessero occupato l'antico.Onde non solo i popolani anelavano a mutar sedema gli stessi sovrani valevansidell'opportunità di quella migrazione per vincolare a loro colla gratitudinegli abitanti della città precipua dell'isola. Fatti perciò gli appuntamenticoi consiglieri di Bonariaavea già prima il re don Iacopo stanziato: Cagliarinon mai sarebbe disertata per opera sua; ampli fossero i confini del territoriocagliaritano e vi godessero i cittadini piena libertà di cacciapescacoll'uso comune delle acqueerbe e legne; si creasse in Cagliari una classe dicosì detti giuratie cinque consiglieri scelti fra essi reggesseroperiodicamente le bisogne municipali secondo le consuetudini di Barcellona;fossero gli abitanti di Cagliari pareggiati nelle immunità ai Barcellonesi; visi tenessero annualmente due fiere; non più nella spiaggia di Bonariama nelporto cagliaritano si scaricassero le mercatanzie; i consiglieri ed abitanti diBonaria si trasferissero al castello di Cagliari; coloro che intendessero adedificare nel borgo di Lapola fossero privilegiati di speciali franchigie; sicingesse questo borgo di muraed i consiglieri della città per provvedere aquel dispendio avessero la facoltà di metter dazicol consentimento delgovernatore; gratuitamente si distribuisse ai cittadini la provvigione del sale.In tal modo la città di Cagliaridiventata di nuovo sede del governo dopo itre secoli della quadripartita signoria dell'isolaripigliava l'antico suosplendore; e le creste di Bonariaspogliate di abitatoricoprivansi dellerovine che durano ancora al dì d'oggi.

Frattanto non si spegnevano le discordie; ed i Doria sommessio ribellicome dava la ventura delle armiaccoglievano i Sassaresi fuggitivi;ed attestandosi ai ghibellini di Savonacorreano sulle loro navi contro ailitorali signoreggiati dagli Aragonesi. Anzi erano giunti infino a bloccare ilcastello di Cagliari; ed avrebbero anche impreso il ricuperamento di Sassarisei riformatori Villaragut e Gamirinsieme col capitano di Villa Iglesias e conBernardo Cespuiadesviceammiraglio e vicario del castello della capitalenonavessero scemato il numero dei malcontentiaprendo di nuovo le porte di Sassariai meno colpevoli fra i banditie sventato ogni altro progetto dei nimici invarii punti dell'isola. Conforto grande pei ministri regii era in siffattecircostanze la fedeltà a tutta pruova del giudice; il quale avea già trattatonuovi matrimoni nella sua famigliaonde mescolare il suo sangue a quello deisovrani e dei più illustri casati di Aragona. Né vassallo ligio eglimostravasi solamentema consigliere fido ed accortoammonendo i governatori:diffidassero sempre dell'amistà violenta dei Genovesi e dei Pisani; trattarsida essi occultamente la guerra ogni qual volta faceano le viste di essersommessi; non mai sarebbe stabile il dominio aragonese nell'isola se il re nonavesse sotto la sua mano Alghero e Castelgenovese; i Doria con quelle duepossessioni esser padroni del commercio del Logodoro; resterebbe sempre menomatoil regno se quella nobile provincia si dicesse solamente e non fosse in realtàsottoposta agli uffiziali del re. Gravi erano per don Alfonso questeconsiderazionie provvedeva perciò: don Raimondo di Cardona andasse inSardegna col titolo di governatore e luogotenente generale del regno di Sardegnae Corsica; Guglielmo ed Amberto di Azlor armassero alcune galee; le flotte diBarcellona e del re di Maiorca passassero nell'isola per comprimere con nuovesoldatesche i sediziosicircondando specialmente d'assedio il castello dettoPisano nella Nurra. Con i quali provvedimentise assicuravansi maggiormente gliinteressi della Coronadavasi eziandio occasione ai Genovesinon mai contentidi quello stato di cosedi porsi altra volta in allarme. Onde rompevasiapertamente la guerra della repubblica contro al re. E dalla guerra nascevaposcia chedistornata una parte delle forze aragonesi nel travagliare ilitorali della Liguriamaggiore fosse nella Sardegna o l'incitamento o lalibertà dei nuovi perturbamenti; avendo i Doria colto quell'occasione non soloper insorgere contro al sovranoma per trascorrere ancoracome è il costumedi coloro che resistono alla suprema autoritàdalla guerra contro al re allaguerra fra se stessi.

Composta poscia momentaneamente la guerra con Genovail renon tardava punto a provvedere più efficacemente alla quiete dell'isola.Comandava pertanto al novello luogotenente generale formasse alcune compagnie dicavalli; si armassero otto galee; tutti coloro che possedevano feudi in Sardegnavi passassero a sostenere colle armi il loro signore od inviassero a loro costoaltri guerrieri. Giunto colà don Raimondo di Cardona con quel fiorito esercitoscelse la sua stanza nella città di Sassari; donde diresse l'approvvigionamentodegli altri luoghi più importantidestinando al governo della Galluraper lamorte seguita di Sancio di ArbeArnaldo di Ledrera. Le operazioni degliuffiziali regii furono sì efficaciche i Genovesirisolutisi di nuovo adoffendere il repiuttostoché indirizzare le loro scorrerie alla Sardegnasivoltarono ad inquietare le coste della Catalogna; e tredici galee di Genova chesi vollero separatamente avventurare ad andare in corso nel porto di Cagliarivi trovarono resistenza tale e tanto danno ricevettero dai difensori dellacittàche dovettero perdere la maggior parte dei marinai. Il re pertantolacui signoria gittava ogni dì nella Sardegna radici più profondesentivamaggior incitamento a careggiare con ogni maniera di cortesia Mariano e Giovannid'Arboreafigliuoli del giudicerecatisi ad esempio del loro fratello maggiorePietro presso al re per crearsi nella di lui corte; dove venivano osservati consì alto riguardoche pareggiati erano nel trattamento agli infanti d'Aragona.Abbenché poco abbia giovato per Mariano quest'abbondanza di amorevolioffiziosità; e la sua unione sotto gli auspizi regii con donna Timbora diRocabertí; e l'esser egli stato onorato dalla mano del re del cingolo equestrenell'occasione di quelle nozzesplendidamente festeggiate nella corte; perchécome in appresso vedremoquesto principe cresciuto nell'aula dei sovranid'Aragonafu poscia il più aspro ed il più costante dei loro nimici.

I Genovesi ed i Doria non istettero lungo tempo senzatravagliare di nuovo i signori dell'isola; e quantunque male fosse loro tornatoil tentativo fatto di occupare il castello di Chirra nella costa orientale dellaSardegnanon perciò si tennero dell'armeggiare investendo Terranova e lerocche di Petresodella Fava e di Galtellìe dando il guasto alla villa diSorso. Nel mentre che quattro navi catalane destinate a recare novelli aiuti adon Raimondo di Cardona (il quale trovavasi per le vicende della guerraobbligato ad aver solamente pensiero della difesa delle rocche) cadevano inpotere di Salagro Nerocapitano di dieci galee genovesi. Anzi non le soleordinarie vicende della guerra contristarono in quelli affronti dei Genovesi coiCatalani i nostri litoralima le vicende ancora le più ferali; poiché ilcapitano genoveseil quale avea prima rispettato le leggi della guerra epermesso che le matrone e donzelle catalane trovatesi nelle navi predatescendessero sul lido di Cagliari libere ed immacolatecome poscia seppe aver iCatalani in altra fazione maltrattato con villania i suoi paesanicosìcorruppe anch'egli la propria vittoria con le più feroci rappresaglie.

I vantaggi che il re ritraeva allora dalla Sardegna erano benlunge dal compensare i dispendi e le amarezze di quelle contese quotidiane. Ifrutti delle migliori provincie dell'isola appartenevano al giudice di Arboreaai Doriaai Malespina ed ai conti della Gherardesca; ed i sovrani stessi eransispogliati del profitto della conquista colle numerose e privilegiate concessionidi feudi fatte in favore di quei baroni che vi aveano partecipato. I Barbaricininon erano ancora dimentichi dell'antica indipendenza; e mentre nelle altreprovincie si combatteva per sapere cui si dovesse obbedireeglino protettidalle loro montagne contendevano solamente per non obbedire a nissuno. Per talimotivi avendo il re dopo la morte del pontefice Giovanni XXII inviato l'infantedon Raimondo a prestar omaggio per la Sardegna al novello papa Benedetto XIIcommettevagli d'impetrare la rimessione dell'annuo censo dovuto alla CameraApostolica; dichiarando esser ridotte le possessioni fruttifere della Corona aCagliariSassariVilla Iglesias ed a poche altre castella; e non aver maigittato i dritti del tesoro meglio di trentaseimila lire alfonsine delle minute.Allorché pertanto la vita di quel principe animoso si spegneva immaturamentenella verde età di trentasette anniegli più che del profittosi dovetteconfortare della gloria della sua passata nell'isola.

Spegnevasi al tempo stesso la vita del più fedele amico didon Alfonsoquella cioè del giudice Ugone. E perciò Mariano e Giovannidilui figliuolinell'assistere all'incoronazione del novello re di Aragona PietroIVdetto il Cerimoniosonon il loro genitore rappresentaronoma il lorofratello primogenito Pietro III di Arboreasucceduto nel giudicato. Questo inun col governo avea anche ereditato i sentimenti politici del genitoree fidomostravasi in ogni incontro agli uffiziali regii. I di lui fratelli possessoridel Goceano e del Monteacuto imitavano pure allora la di lui fede e prestavanoal novello re l'omaggio dovuto per quelle terre. I marchesi di Malespinaiconti della Gherardesca ed il comune di Pisa riconoscevano in egual modo la dilui signoria. Favorevole fu pertanto alle armi aragonesi l'incominciamento delnovello regno. E quantunque i Doria resistessero ad obbedireassediati da donRaimondo di Cardona e vinti in battagliapiegavansi alla sommessione. IGenovesi stessi calavano al cospetto del papa in Avignone ad accordi di pace colre. Cominciando per tal ragione le cose sarde a procedere più quietamentepoté quel governatore generale partirsi dall'isola lasciando il governo fra lemani di Raimondo di Monpavonegovernatorecome ho dettodi Logodoro e vicariodi Sassari. Ed il successore nel comando generale del regno don Raimondo diRibellas poté senza gravi disturbi por mente a fortificare i luoghi li piùimportanti dello stato; a cingere specialmente di valida bastita il castello diSorra; ed a togliere con ciò a quelli fra i Doria che tuttavia si mostravanoinsofferenti del dominio aragonesese non la volontàla fidanza almeno discuoterlo. Alla qual cosa giovava anche grandemente la reciproca emulazione diquei minori signori dell'isola; i qualicome posavano le armi impugnate controagli Aragonesicosì tosto le ripigliavano per travagliarsi l'un l'altro. Ondegli uffiziali del reche di leggieri attingevano quanto profitto loro derivassedallo spartire i nimicisotto spezie di afforzare col loro ausilio alcuno diessiinfiacchivanli tutti.

Non mancavano eziandio agli Aragonesi minaccie di novellinimici. Luchino Viscontisignore di Milanovolendo far valere i diritti sullaGallurache egli credeva traslati nella di lui famiglia dopo la morte delgiudice Ninosi accostava ai Genovesi ed ai Pisani e tramava seco loroun'incursione nell'isola. Essendo dunque cessato nel frattempo il governo di donRaimondo di Ribellasil renominato prima suo successore don Guglielmo diCervellóncol quale fu dispensato di gire a quella voltadeliberava chepassasse altra fiata a reggere il regno Bernardo di Boxados già molto praticodelle cose del paese; ed uomo atto ad inspirare fidanza o timore in chiparteggiava pei novelli o per gli antichi signori. Ma questo egregio capitanopoco sopravvisse al suo arrivo nell'isola. Onde fu di mestieri che don Guglielmodi Cervellón nuovamente destinato a quell'incarico si portasse in Sardegna. Ivitrovò le cose talmente incerte per rispetto alle contenzioni dei Doriaesacerbatesi dopo la morte di Barnabafratello di Brancaleoneche mentre iSassaresinon pienamente ligi negli anni precorsi alla Coronastimavano difare una cosa gradita al re proscrivendo con pena capitale tutti gli aderenti diBrancaleoneil re comandava al governatore generale difendesse lo stessoBrancaleone contro ai suoi avversari. E bene tornava agli interessi del requella discordia; perché le sue guerre col re di Maiorca poco agio davangliallora di spedire nell'isola altre forze; in modo che quando per la morte diGiovannimarchese di Malespinadovette don Pietroerede scritto dal marchesecontendere coi di lui congiunti per la possessione della villa d'Osilo e deglialtri luoghi da quella famiglia padroneggiatigli fu necessario ricercare ilsussidio del giudice d'Arborea per poter sostenere i diritti della Corona.

Scoppiò finalmente con impeto la guerra dei Doria sottol'istesso governo del Cervellónnel momento più rischioso per la Corona;quando cioè più aspri ardevano nei regni di Valenza e di Aragona i civiliconflitti per altri rispetti. MatteoNiccolòGiovanni ed Antonio Doriafortidella possessione d'Alghero e di Castelgenovesedopo aver lungo tempotravagliato l'isolagiunti erano a campeggiare la città di Sassari. Illuogotenente generaleal quale non mai erasi presentata in addietro cosìimponente ed estesa la ribellionechiedeva affrettatamente soccorso al re; econsigliava si lanciasse l'offa in bocca ai nimici con qualche generosalargizionepiuttosto che correr il pericolo di perdere con la città di Sassarila metà dell'isola. Né il re pensava diversamente. Sebbene considerando esserle condizioni ricercate dai Doria tanto più fallaciquanto più comparivanotemperate; ed esser impossibile d'altronde il comporre il punto il più arduodella possessione d'Algheronecessaria ad ambe le partideterminava d'inviarenel regno Ughetto di Cervellónnipote del luogotenente generalecon moltibaroni di Catalogna e di Valenza; i qualiriempiute di combattenti quattrococcheveleggiarono tosto alla volta della Sardegna. Il luogotenenteintendendo dopo il loro arrivo alla difesa di Sassari e paventando non fosseanche maggiore l'apparato della guerradappoiché davasi voce di nuoviarmamenti in Genovaspediva il suo figliuolo Gerardo in Cagliari per condurnead afforzare il suo esercito trecento balestrieri. E ben infausta fu per le armiaragonesi e per la vita di tanti gentiluomini la partenza di quel giovinecavaliere. Avea egli condotto senza rischio quelle compagnie fino al luogo diMacomer; allorché Marianogiudice di Arboreail quale succeduto era già intal tempo al suo fratello Pietrogli diede avviso: si governasse con diligenzae cautamenteperché i nimici teneano la mira ad intraprendergli il passaggio.Gerardo allora informava il padre della posizione in cui era; ed il padresiaperché la congiunzione di quelle con le sue forze fosse necessariasia perchégli toccasse l'animo il rischio del figliuolomuovevasi ad incontrarlo con lemigliori sue soldatesche. L'incontro fu fortunato nel luogo di Bonorva;senonché i Doria oramai padroni anche della nuova bastita di Sorraceduta loroper tradigione del comandanteerano in tali forze da contendere il passo aquelle schiere eziandio unite. Consigliava pertanto il giudice al luogotenentegenerale: non si commettesse sbadatamente alla venturamentre i nimiciingrossati ogni dì numeravano già seimila combattenti. Ed al tempo stessovalendosi della sua autorità presso ai Doria per moderare la loro ardenzainvitavali a non inalberarsi sì altamente contro al sovranoche volesserogiugnere ad offendere la persona del suo luogotenente; quasi come non fosserodessi già trascorsi all'estremo grado dell'ingiuriacingendo di assedio unacittà regia e riempiendo di esterminio quelle provincie. I consigli del giudicefurono meglio ascoltati da coloro i quali meno doveano di lui confidare;epperòmentre i Doria o promettevanoo faceano almeno le viste di desiderareun accordo od una treguadon Guglielmo di Cervellón tanto fu impaziente nelcontinuar il suo camminoche non volle aspettare i novelli soccorsi che gli siprofferivano dal giudice dopo i trecento cavalli già inviatigli. Quel movimentopertanto precipitato nel suo principio eciò che più sorprendemal governatoanche dopoebbe sinistro fine. I soldati regii procedevano nella via conspensierataggine e disordinatamente. Innoltratisi nelle terre dei nemiciincontrarono tutta la loro ostela quale lasciò passare intatte quattrocentopersone dell'antiguardo composto di Sardi; e forse avrebbe rispettato ilpassaggio pure delle altre schierese queste non avessero avuto alla testa ungiovinetto. Gerardo veggendosi comparire innanzi la fanteria nimica e stimandofacile bisogna lo sperperarla coll'impeto dei suoi cavallilanciossicoll'avventataggine della sua età fra quella genteseguito da un suo fratellochiamato Monico e da alcune compagnie di cavalieri. Ma i Sardi cacciavano nelpetto dei cavalli la punta delle loro lancieed i cavalli atterrandosirompevano l'unione degli assalitori o li calpestavano. Seguiva quindi ilmovimento più franco degli assaliti ed una grandissima strage dei soldatiregiicoi quali cadevano estinti fra i primi i due giovani condottieri.Sopravvenendo allora il luogotenente generale con Ughettosuo nipotee vedendoabbattuto il fiore del suo antiguardo e volta in fuga la ciurmanon osò porrea cimento le schiere di Arborea ed i pochi cavalli che conduceva seco. Ondeavendo indietreggiato con diligenzariparò alle terre del giudice; dove fermòalla fine il piede in una foresta che gli lasciava qualche speranza di sicuroposamento. Quivi non più ai perigli futurima ai danni trascorsi voltò lamente; e lasciandosi padroneggiare dal suo doloreestenuato ad un tempo per lafatica della giornataansante pel calore della stagionee perché mancava inquella foresta anche l'acqua con cui spegnere la lunga sua setespiravamiserevolmente fra le braccia dei suoi scudieri.

Grande assai fu lo sbigottimento degli Aragonesisopravvissuti a quel disastro. La città di Sassari era oramai priva didifensori. Colà perciò spedivano gli uffiziali regii di Cagliari nuovosoccorso; commettendo anche a Gombaldo di Ribellasscampato con altri cavalierida quell'infortuniopassasse il più presto il meglio alla città assediata.Tuttavia l'ausilio il più potente era quello del giudice; il qualese allorasi fosse avvisato di violare quella fede che spregiò in appressoforse lesorti aragonesi in Sardegna precipitavano. Egliin luogo di far ciòponea inopera ogni mezzo per ristorare le parti del re; e ad un tempo facea depositarecon pompa nel castello di Goceano il corpo del luogotenente; mal pago di nonpoter tumulare egualmente i cadaveri degli altri cavalierii qualicadutisulla terra nemicao non ebbero sepolturao non l'ebbero onorata. Il retrovavasi in Saragozza quando gli giugnevano sì infauste novelle; e non volendointerporre dilazione a riparare alle sopportate disavventurecomandava tosto:novella flotta si spedisse in Sardegna premurosamente; i baroni privilegiati difeudo nell'isola partissero a quella volta colla loro gente d'arme; l'incaricomomentaneo del governo generale del regno si commettesse a don Giacomod'Aragonafigliuolo illegittimo del re don Giacomo IIgià da qualche temposoggiornante in Cagliari; ed egli si consigliasse con Gombaldo di Ribellas e colgiudice sull'accordo da trattarsi coi Doria. Elesse poscia per novelloluogotenente Rambaldo di Corberaguerriero già provato in arme; ed al suo latopose un barone catalano di gran voce nelle cose di guerradetto Ponzio diSantapacenominandolo vicario del castello di Cagliari e capitano generale diguerra. Ad un temposiccome sapea agitarsi fra il giudice ed il fratelloGiovannisignore di Bosa e di Monteacutoqualche competenza per la possessionedi varie terre del giudicatoponea mente ad agevolare fra essi un accordo. Edai conti della Gherardescapacifici spettatori delle gare di quel tempofaceaanche l'abbandono di alcune ville già devolute alla Corona per la morte senzaeredi di qualcuno della loro famiglia.

Coll'arrivo del nuovo luogotenente le cose mutarono disembianza. Le sue truppeassistite dal favore e dalla potenza dei fratelli diArborealiberarono prontamente la città di Sassari dall'assedio; ed i Doria nerimasero tanto scoraggiatiche senza difficoltà poterono esser cacciatidall'isola. Non perciò si divezzarono del tumultuare; anziaccostandosi ailoro congiunti ed amici di Genovaottennero che quella repubblicapresa unaparte più attiva nella guerrapermettesse ad alcuni avventurieri dicorseggiare colle loro galee nei mari sardi; nel mentreché i maggioriapprestamenti d'invasione si maturavano. In questo tempo la Sardegna era ancheal pari di molte altre provincie europee desolata dal più grave dei maloricioè dalla pestela quale serpeggiava furiosamente in tutte le sue terreespecialmente nella capitale. È questa la pestilenza di cui tanto vive sidipinsero alla posterità le stragi nelle pagine sì celebrate del primo padredelle prose toscaneGiovanni Boccaccio; il quale attingendo in quel gran suoquadro i colori dal verotrovasi perciò pienamente d'accordo con quanto anchegli storici aragonesi lasciarono scritto dell'esterminio e della moria prodottada quel morbo.

In questo mentre l'invasione dei Doria assistiti dai marchesidi Malespina si recava ad effetto; e le soldatesche da essi comandatecampeggiavano un'altra volta la città di Sassari prediletta dei Genovesi. Illuogotenente era allora partito per la Catalogna onde assistere il re in altritravagli. Passò adunque a soccorrer Sassari Ughetto di Corberadi luifratello; e questo valorosamente sebbene con fortuna non decisamente prosperapugnò contro agli assedianti; i quali affievoliti ma non dispersi poteronocontinuare a tener il piede fermo in quei contorni. In tali circostanzeinclinando anche il re a pensamenti pacifici si accordava il di lui luogotenentecon i fratelli BrancaleoneManfredi e Matteo Doria; e confermando loro i feudidi Monteleone e di Chiaramonte con i distretti di NurcaraCapo d'AcqueBisarcio ed Anglona; ed accettando l'offerta da essi fatta di vendere al re laloro porzione di dominio in Algherovalevasi del loro stesso ausilio percombattere Niccolò Doria e le altre persone della medesima famiglia che nonaveano acconsentito alla pace; le quali gravi danni ebbero perciò allora apatire nel luogo e territorio d'Algheroove risiedevano. Ricorsero allora gliAlgheresi alla protezione del doge di Genova; e questo credendosi in diritto disostenere meglio le ragioni della parte dei Doria opposta al reche dell'altrarecentemente pacificatainviava in Alghero un suo governatore malgrado dellevive rimostranze che facevanglisi a nome del re. E se poscia si sottometteva adun arbitrato del ponteficeciò faceva solamente perché non avea in quel tempopronti i mezzi di maggior offensione.

Questi mezzi si presentarono poscia; e dieci galee capitanatedal figliuolo del doge recarono nuovi soccorsi alle truppe che formavanol'assedio di Sassari; le quali lungo tempo stettero colà infino a tanto illuogotenente investendole coi soldati da lui condotti dalla Catalogna e collegenti di Arboreale sconfisse e fé levar l'assedio. Ed a tale buona venturadelle armi aragonesi fu dovuto se il resollecitato allora dai Veneziani ad unaalleanza e dai Genovesi alla pacespregiò le profferte di questied unitosiin confederazione con gli altribandì la sua guerra contro a Genova;risolutasi poscia in lontani incontridei quali non appartiene alla storiasarda il narrar le vicende.

Se finora vidimo fronteggiate le armi regie da famigliestraniere non paghe della novella dipendenzavedremo ora il più potente degliisolani ed il più fido vassallo del re mutare repentinamente risoluzione;travagliare tanto i suoi antichi amici quanto avea loro giovato in addietro; edimpigliare col suo intervento quelle civili discordie che per sì lungo tempoconturbarono del pari e gli Aragonesi che cercavano nel comando la sicurtàedi Sardi che bramavano nell'obbedienza la quiete. Marianogiudice d'Arboreaeradotato di quella tempera robusta di caratteresenza la quale o non siaffrontano le cose grandi e rischievoliod intraprese si trasandano. Il suolungo soggiorno nella corte di Aragona in un tempo in cui se le passioniapparivano meno velatepiù franca ancora mostravasi la virtùnon avea puntoammollito il di lui animo. La di lui perspicacia si era invece accresciuta diquella esperienza che colà si dovea attingere nelle cose di stato. Egli perciòmostrossi nel principio del suo governo consigliere avveduto degli Aragonesi; aiqualicome testé si è dettoil mal uso fatto dei di lui suggerimenti ebbe atornare pessimo. Mostrossi pure per alcuni anni partigiano costante del novellogovernoseguendo gli esempi del suo genitore. E forse inalterabilmente sariastato in fede se alcuni accidenti non fossero insurtipei quali nacque fra ilre e lui qualche ruggine. Mariano avea fatto imprigionare il fratello suoGiovanni. Ricercato più volte per parte del re a render la libertà a quelprincipeavea ricusato di farlo; e nel reciproco insistere e rifiutare tanto siera trascorsoche l'animo del giudice ne rimaneva aspreggiato. Aggiugnevasi aciò che il giudice erasi lusingato di ottenere dal re qual premioall'assistenza prestatagli nella liberazione di Sassarila promessa dellapossessione di Alghero; ed il real quale il negare era duroil concederedurissimoprocedeva dissimulatamentesotto pretesto dell'inutilità dipromettere una terra che non si tenea ancor nelle mani. Nelle gare col fratelloavea il giudice occupato con altri di lui beni in castello di Monteacuto. Esiccome Giovanni di Arborea avea impalmato una gentildonna aragonese chiamatadonna Sibilla di Moncadaquesta temendo ulteriori danni avea lasciato in poteredel luogotenente generale la rocca di Terranova sottoposta al marito; e tentavaquindi ogni mezzo acciò gli Aragonesi l'assistessero contro al cognato. Illuogotenente d'altro cantostando in sentore pel mal umore del giudiceinnalzava in Roccaforte un altro castelloche minacciava Mariano piùdappresso. Il re istesso conoscendo l'equivoco andamento delle cose mostravasipiù facile ad accogliere in grazia i marchesi di Malespina; restituendo lorocogli altri luoghi il castello d'Osiloonde avere nei prossimi cimentise nonqualche amico di piùqualche avversario di meno. In questi frangenti ilgiudicevedendo che non più occulta era la di lui mutazioneaccostavasi allaparte dei Doria e loro permetteva ogni procaccio nelle sue terrefavoreggiandola fortificazione maggiore di Alghero e di Castelgenovese. Il re pertantostando sopra pensiero per questa sinistra inclinazione delle coseprovvedevapiù efficacemente all'armamento del suo navilio; e frattanto comandava a donStefano di Aragonafiglio era del duca d'Atene e nipote del re di Siciliapassasse in Sardegna con una compagnia di cavalli ed altra di balestrieri.

Gli apprestamenti della guerra corrisposero all'importanza. Isudditi aragonesi faceano a gara di secondare il re nell'impresa; ed iprocuratori delle città e ville reali di Catalogna offerivano colle loropersone ed averi le imposizioni tutte della provinciacon ciò che capo dellaspedizione fosse nominato Bernardo di Cabrera; il qualepresente alleconferenzeaccettava l'orrevole e rischioso incarico. Il re stessoprima dipermettere la partenza del navilioragunava nella sua reggia di Valenza tutti igentiluomini della spedizionee con gravi ed animate parole gli esortava amostrarsi leali cavalieri non meno nel combattere il nemicoche nell'obbedireal loro generale; pel rimanente si confidassero della buona giustizia dellacausadella buona ventura del capitano. Partissi quindi don Bernardo di Cabreratenendogli dietro quarantacinque galee con cinque grosse navi; e giunto prima aMahónebbe quivi la felice novella che Niccolò Pisanocapitano generale deiVenezianiconfederati del relo aspettava nel porto di Cagliari con ventigalee; che il luogotenente erasi già impadronito del Castello Genovese;stringersi vigorosamente l'assedio d'Alghero; esser più che mai necessario edopportuno l'arrivo della flotta aragonese. Né questo si fé desiderare; chétosto comparve don Bernardo di Cabrera nelle marine d'Algheroove raggiuntodalla flotta veneta e dal luogotenente che assediava la roccapreparossi afronteggiare il navilio genovese; il qualeforte di sessanta legni e comandatoda Antonio Grimaldinon tardò a pararglisi innanzi nelle acque di Portoconte.Lodasi sommamente dal re don Pietroche indirizzatore fu ad un tempoescrittore dei fasti aragonesi della sua etàla destrezza e l'artifizio con cuiil capitano generale ordinò il suo navilio; e gli scrittori stessi genovesiquantunque alla superiorità delle forze nemiche abbiano attribuito la sconfittadella loro flottanon poterono dissimulare la bravura e il consiglio delCabrera. Egli riempié in quella giornata i doveri tutti di capitano. E forsenon fuvvi fra tanti guerrieri chi da un canto e dall'altro non abbia riempiuto isuoi obblighi; ché animoso e terribile durò per più ore il conflittosimilemeglio ad una pugna terrestre che ad un combattimento marittimo; avendo ilcapitano aragonese con una catena di antenne e di travi attaccato le navi sue equelle dei confederatie sottoposto in tal maniera ciascuno alla necessità dipugnare o di cadere congiuntamente. Restarono in potere degli Aragonesivincitori trentatré galee nimiche. Il capitano genovese fuggì colle rimanenti;e tanto fu il desolamento della patita strageche la spiaggia ligustica siriempié di lutto e di lamenti; non essendovi famiglia cui non toccasse ilpiagnere qualche vittima di quella infausta giornata. Onde i cittadini diGenovavacillanti e minacciati di totale esterminionon ebbero migliordeliberazione a prendere che di accomandarsi alla protezione dell'arcivescovoGiovanni Viscontisignore di Milano; il quale assunse allora il governo dellarepubblicarestandone spodestato il doge Giovanni di Valente. Non rimanendopertanto agli Algheresidopo questa decisiva vittoriaveruna speranza di utileresistenza; e vedendo eglino esser loro tornata vana l'offerta fatta poco primaal doge di Genova di riconoscerlo per loro signoresi arrendevano agliAragonesi ed aprivano le loro porte a don Bernardo di Cabrera. Il qualeentratovi collo stendardo reale spiegato e coll'esercito in ordinanzaoccupavale fortificazioni; e gastigando severamente Fabiano Rosso dei Doriacommettevail comando della terra al barone catalano Gisperto di Castellet.

Mentre in Valenza si rendevano dal re solenni grazie a Dioper la sconfitta dei nemici esteriorisoprastava già più da vicino un nemicointerno non meno da paventareil giudice d'Arborea. Don Bernardo di Cabreraerasi forse più del dovere lasciato padroneggiare dalla sua buona ventura; eparendogli di poter usare della vittoria anche con chi non era vintochiamavaal suo cospetto Marianoaffinché rendesse ragione del travagliare ch'ei faceainsieme col fratello Giovannianche l'altro fratello Niccolòecclesiastico;ed acciò adempisse ad un tempo ai doveri trasandati di vassallo. Marianorisentissi altamente. Tuttavia volendo governarsi con prudenzainviava inAlghero a conferire col capitano generale la sua moglie Timbora di Rocabertístretta congiunta dello stesso Cabrerafemmina di sensi virilidi cuore caldoe nella maniera di consigliarsi sulle cose di quei tempi pienamente all'unisonocol suo marito. Introdotta questa dama al cospetto del capitanoavea giàappianato nei tenuti colloqui le maggiori difficoltà; ed ottenuta sarebbesi unaconciliazionese tre messaggieri giunti da Cagliari con istruzioni diverse nonavessero nel momento il più opportuno spezzato ogni accordo. Partissi allora lagiudicessa; ma nell'accomiatarsi dal capitano generalea quelli stessimessaggieri che per farle onoranza l'accompagnavanocon alte parole rispondeva:sostassero dal seguirla; vedriano in breve qual frutto partorirebbe il loroconsiglio; confidava sarebbe un giorno da essi lagrimata quella pace che in malpunto aveano turbata.

Era infatti appena partito il Cabrera da Alghero per passarealla capitaleche gli Algheresi ribellavansi di nuovo e spegnevano tutti isoldati aragonesimentre il capitano loro a malapena salvavasi precipitandodalle mura; stimolati a ciò fare quei cittadini dai consigli del giudiceilquale al tempo stesso confederavasi coll'arcivescovo Visconti. Molte altre villedell'isola seguivano anche le parti di Marianospecialmente nella provincia diCagliari; nella quale i di lui seguaci giunsero perfino ad inquietare i contornistessi della capitalefermandosi in numero di settecento nel luogo di Quarto;donde poterono solamente esser cacciati quando lo stesso capitano generale conmolti gentiluomini e colle sue soldatesche si presentò a combatterli. L'isolatutta quindi era in trambusto; ed i maggiori sospetti dei governanti aragonesierano per la città di Sassariminacciata da vicino dai Genovesi d'Alghero.Portavasi perciò colà il luogotenente generale con alcune compagnie di soldatitolti dalla flotta; nel mentre che don Bernardo di Cabreraconoscendo in questocrescente rivoltamento della sua sorte il bisogno d'impetrare maggiori forzeritornava col suo navilio vittorioso in Catalogna; ove il re non tantomostravasi lieto per le fauste cose accadutequanto sollecito a riparare allesinistre che l'avvenire minacciava.

Né maggiore potea esser il riparo di quello cui il re allorapose mano; poiché non contento di ragunare la miglior sua baronia ed il piùfiorito esercito che giammai si fosse ordinato in Aragonacomposto di milleuomini di grossa armaturadi cinquecento armati alla leggiera e di diecimilafanti; non contento dell'ausilio che alcuni nobili avventurieri aveangli recatodalla Germania e dall'Inghilterra per quell'impresaegli stesso volle colla suapresenza francheggiare le sue squadrecommettendo di nuovo il comando generaleallo stesso don Bernardo di Cabrera. Ad affrettare la partenza contribuì ancorala notizia giuntagli della ribellione di Villa Iglesiasdove il solo castellorestava in potere degli Aragonesi. Onde egli salpò senza dimora dalle coste diCatalogna con novanta navi; né punto tardò a trovarsi nelle acque di Alghero.Scese allora don Pietro coi suoi gentiluomini nel lido di Portoconte; e nonavendo incontrato verun ostacolo per lo sbarco dei cavallipoté in brevecondurre le sue schiere al piede della terra; nel mentre che il capitanogenerale la circondava colla sua flotta. Nella cui galea principale navigava inquel punto anche la regina; che al pari dell'animosa consorte di don Alfonsovolle esser a parte della spedizione. Assediata da ogni lato la fortezza chetrovavasi difesa da settecento combattentisi diede opera ad investirlaelevando attorno alle mura alcune torri mobili e disponendo varie macchine diguerra; dalle quali lanciavasi nella rocca tale tempesta di proiettiche duetorri dai primi dì ne restarono smantellate. E non bastando i mezzi ordinaripoiché la terra era assai ben munita ed i difensori mostravano di voler durarelunga pezza nella resistenzafatte rizzare novelle macchine ed innalzata unabastita nel lidocomandava anche il re che si cingesse di profondo fosso il suocampo; acciò con minor periglio potesse staccare qualche parte del suo esercitoper iscorrere nelle terre del giudice e dei Doriagià inquietate dalgovernatore di SassariRaimondo di Rivosecco. Il giudice frattanto erasifortificato in Bosadonde confortava gli Algheresi alla difesa. E forse ladifesanon meno che l'assedioproceduto avrebbe lungo tempo con danno d'ambele parti; dappoiché l'esercito regionon potendo viver del paese per mancanzaod impedimento di vittuaglieera costretto a procacciarle dalla Catalogna; eper soprassoma gravi infermità serpeggiavano già fra i guerrieriai quali eramancato il luogotenente generale dell'isolaRambaldo di Corberamorto conuniversale rammarico nei primi giorni dell'assedio. Anzi lo stesso re infermavanon senza pericolo. Ma tentati vanamente replicati assaltiil resospettandopure di qualche novello armamento in Genova e sapendo essersi raccozzata aquattro miglia di distanza la gente del giudicecheforte di duemila cavalli edi quindicimila fantidisponeasi ad affrontare il campo realecalòfinalmentedopo che Alghero avea resistito meglio di quattro mesiaproposizioni di accordo. E per mezzo di don Pietro di Exericasposo dellasorella del giudicedonna Bonaventura di Arboreasi composero le dissensionidi Mariano e di Matteo Doria col re con queste condizioni: Alghero aprisse leporte agli Aragonesi; gli antichi abitantitroppo manifestamente ligi a Genovasgomberassero il luogo scortati dai soldati regii e salvi nella persona enell'avere; il novello luogotenente del re fosse persona gradita al giudice; siobbliassero le cose già avvenute e possedesse egli quietamente le castella eterre reali di Gallura; venisse del pari condonato ogni eccesso a Matteo Doria egli si confermasse l'investitura del feudo di Monteleone e di Castelgenovese.

Non si può dubitare non sia stata questa pace poco onorataper le armi del re; il quale non per altro pareva aver mosso un'oste sìpoderosa e spiegato tutta la pompa del personale suo intervento alla guerracheper lasciar le cose del suo vassallo disobbediente nello stato primitivo edacquistare alla Corona la sola possessione d'Alghero. Aggiungasi che il contegnodel giudice era tale anche allorache malgrado delle favorevoli condizionistipulate a suo propunto ceder non volle alla dimanda rinovellatagli dellalibertà del fratello Giovanni; morto poscia prigioniero insieme con un suofigliuolo. Né s'indusse a liberare il castello di Chirra dall'assediose lostrumento della pace non era prima pubblicato. Grandemente perciò fu agitatanel consiglio del re la convenienza dell'accordo. Nondimeno don Bernardo diCabrera inclinante alla pace considerava: esser il re infermol'esercitomenomato per la moria e posto in disagio di vittuaglie; se la pace eraopportunagiovar meglio la pace presente che la sperabile; se il più savioconsiglio era quello della guerranon mancheriano al re occasioni pronte diromperla di nuovo contro ad un vassallo ribelle; colla pace sperperarsi i Sardisolleciti di riparare alle mura domestiche; togliersi con ciò al giudice lametà delle sue forze; mirassero al vantaggio del ripopolare prontamente Algherodi sudditi fidial pericolo del prolungare in altra stagione quell'assedio; ilgiudice privarsi da se stesso dell'ausilio dei Genovesi e del signore di Milanoquando senza loro intervento consentiva ad una pace isolata; le grandi ingiurieperdonarsi talora generosamente; dissimularsi più volte cautamente.

Precipitava quest'arringa le risoluzioni e la pace siconchiudeva; dopo la quale il re entrava in Alghero e vi si soffermava peralquanti giornifacendo provvisione allo sgombero degli antichi abitanti ed alripopolarsi del luogo con coloni aragonesi e catalani. Ripartì allora fraquesti tutte le terre e privilegiolli in maniera singolareacciò crescessesotto i più fausti auspizi la città novella; la quale diventò poscia laprediletta dei Catalani colà accorrenti in tal copia e soggiornantivi con talcompiacenzache ebbe Alghero a trarne il nome di Barcelloneta.

Passò quindi don Pietro in Sassaridonde ritornato inAlgherodopo aver ivi provveduto alle maggiori fortificazioni di Casteldoria edi Osilo veleggiò alla volta della capitale; non parendogli o decoroso oprudente il commettersitenendo viaggio per terraalla dubbia fede delgiudice. Giunto in Cagliari rafforzava con nuova guarnigione quella rocca espartiva il suo esercito nella provincia. Indi standogli principalmente a cuorein quella sua gita di cattivarsi la benivoglienza universale con mostrarsi agliocchi dei sudditi principe amorevolevolle in tal occasione esser circondatodal fiore della nazione; e convocati attorno a sé in parlamento i più distintifra i suoi suggettili esortò con benigne parole a serbare alla Coronaaragonese quella fede di cui fin allora erasi egli giovato. Questa è la primavolta in cui i rappresentanti della nazione siano stati in modo solenneprivilegiati di stare al cospetto del regnante. Ma le circostanze di alloraesigevano che in quell'assemblea si trattasse solamente delle cose ragguardantialla sicurezza della Corona e dello stato. A qual uopo si pubblicava la sentenzadata per accusa di fellonia contro al conte Gerardo della Gherardescaultimodei personaggi di quel lignaggio possessori di terre nella Sardegna; e sideliberava eziandio dovessero i vassalli aragonesi e catalani presentati difeudi nell'isolafermarvi la loro stanzatenendosi sempre preparati a difenderle parti regie. Le vicende infelici degli anni succeduti non permisero per lungotempo ai sovrani d'intimare altre congreghe; infino a quando nell'inoltrarsi delsecolo seguente Alfonso Vragunando in tempi più tranquilli il parlamentonazionalestanziò le leggi colle quali doveano esser rette le future adunanze.Per la qual cosa riserbandomi a toccare di ciò alloraquando giungerò collanarrazione a quel tempodirò qui solamente esser stati chiamati da don Pietroin tal congiuntura i baroni aragonesi e catalani trovatisi presentii prelati egentiluomini dell'isolaed i rappresentanti delle città e ville.

Fu fra gli altri convocato il massimo degli ottimati sardiil giudice d'Arborea. Ma sia che ripugnasse all'altezza del suo temperamento lapersonale sommessione; sia che ripugnasse al suo cuorein quel momentospecialmente di una pacificazione poco sincerail rimirare nel viso un principegià amico suoil quale avea accarezzato con ogni maniera di favori la di luigiovinezzaricusò egli di presentarsi al parlamento. Condiscese solamente adinviare la consorte ed il figliuolo Ugone per far riverenza al re. E quando ebbea trattare delle condizioni di guarentigia per la loro sicurtàei si governòcon quella autorità di contegno e dignità di forme che usasi fra i sovrani. Ilre pertantoconoscendo che il momento non era ancora opportuno a farrisentimento paleseandava a rilento. E mentre per mezzo dei suoi messaggieriascoltava le proposizioni che il giudice gli faceva per l'impresa di Corsicapremunivasi pure contro alle future vicende; e rinforzava le guarnigioni delLogodoro nominando governatore della provincia don Bernardo di Cruillasecapitano della gente di guerra in Alghero Pietro Ximenes.

Ed in effetto ambigua manifestavasi sempre l'intenzione diMariano; dacché né licenziava le sue squadrené abbandonava secondo i pattile castella di Monteferro e di Marmilla. Anzi muovevasi con molto nerbo disoldatesca inverso Cagliaridando voce che ciò faceva perché non serbavansi asuo riguardo le convenzioni della cessione della Gallura; ed aver egli in miradi difendere solamente le cose suenon già di far oste nelle terre altrui.Equivoca del pari era la condotta degli uffiziali regii; dappoiché mentre il retrattava di far inclinare il giudice ad un novello accordodon Bernardo diCabrera patteggiava segretamente onde impadronirsi per tradigione della di luipersona. S'infocarono alla fine talmente ambe le partiche ne seguirono moltiincontri e scaramuccie nei dominii del giudice ed anche in quelli del comune diPisa e di Matteo Doria. Ma siccome non si avvantaggiava nissuno in tali fazioni;ed il re preferiva ad una guerra che non risolvevasi in vittoria una pace chedava luogo ad altri consiglisi venne altra volta a trattar di pacificazionecol giudicee si accordava: fossero cedute al re le castella di PetresodiBonvehicon tutta la Gallura; quelle di Ardara e di Capola si ponessero inpotere dell'arcivescovo d'Arboreao del vescovo d'Alesfino a quando ilpontefice giudicasse dei diritti che il re vi avea malgrado della venditafattane al giudice da Damiano Doria; il re restituisse i luoghi di Materó e diGelida staggiti al giudice in Catalogna; il giudizio sulla carcerazione di donGiovanni di Arborea appartenesse al re con appellazione al pontefice. Al tempostesso si acquetavano le dissensioni con Matteo Doriamediante l'abbandono atempo che egli faceva del Castello Genovese e delle fortezze di Roccaforte e diChiaramonte. La moglie del giudice veniva allora di nuovo ad inchinare il re; edil giudice stesso piegavasi finalmente a fargli riverenza. Onde il sovrano menoinquietonominato prima suo luogotenente generale nel regno Olfo di Procitafortificato il castello di Chirra e fornite di valorosi castellani le altrerocchee segnatamente quella di Villa Iglesias già rientrata sottol'obbedienza regiapartivasi da Cagliari. E veleggiando di nuovo verso Algherodimoratovi alcuni giorni per far provvisione alla difesa del Logodorosalpavaalla volta della Catalogna; lasciando che alcuni suoi commessari procurassero lasommessione della Galluradoveper quanto eragli stato riferito dal giudicevoleasi solamente riconoscere l'autorità del signore di Milano.

Della suggezione della Gallura al signore di Milano sitrattò anche nelle infruttuose conferenze tenute poco tempo dopo dal re inAvignone alla presenza del papa per comporre le dissensioni non mai assopite coiGenovesi. Se non che pensamenti maggiori distornarono don Pietroimpigliatopure nella guerra col re di Castiglia. E questo fu il principal motivo per cuinon poté passare nell'isola il navilio ch'egli avea già apprestato percombattere i Genovesi mostratisi poco arrendevoli in quelle trattative; e perpunire Matteo Doria nuovamente ribellatosiappena seguita la partenza del recon l'occupazione di Casteldoria. Le turbolenze perciò continuavano nellaSardegna; sebbene qualche alleviamento abbia poscia portato ai ministri reali lamorte dello stesso ribelle e la momentanea obbedienza prestata dal suosuccessore e nipote Branca Doriafigliuolo del Brancaleone altra voltamentovato. Dissi momentanea; perché non essendo il re ordinato ad assaltare epotendo egli a malapena inviare leggieri aiuti che bastassero alla difesaserviva questa di lui strettezza di stimolo a Branca Doria per prorompereall'offesa. Ed il giudiceanch'egli valendosi del destroricusava disoddisfare al censo imposto sulla sua provincia. Il revedendo adunque che aisuoi disegni di abbassare i ribelli si attraversava la guerra di Castiglia; eche non poteva al tempo stesso provvedere a questa ed alla guerra coi Genovesifautori sempre soccorrevoli delle sommosse sardedeliberava di rimettere ogniarbitrio di futura concordia con essi (dipendente principalmente dal disputatopossesso d'Alghero) nel marchese Giovanni di Monferrato; nel cui giudiziorimettevasi pure Simone di Boccanegradoge in quel tempo di Genova. Ed ilmarchesedesideroso di stabilire una pace guarentitasentenziava: silasciassero in suo potere dal re la città d'Algherodal doge la città e roccadi Bonifacio in Corsica; acciò fosse in tal maniera assicurata l'esecuzionedell'arbitrato ch'ei dovea poscia pronunziare nel termine prorogato di cinqueanni su tutte le competenze insorte per le due isole. Dichiarava egualmente ilmarchese doversi i Doria riconoscere per ribelli; ed esser loro solamenteapertaper racquistare gli antichi dominiila via della sommessione edell'omaggio. Con la quale concordiaabbenché a tempostette il re meno soprapensiero per le cose sarde; liberose non dalle molestie dei Genovesi ch'eranosuoi vassalli e nemicicontro ai quali dovette anche allora spedire un suocapitanochiamato Ponzio de Altaribba; dalle molestie almeno dei Genovesi iquali erano solamente suoi nemici.

Tranquillossi colla guerra esteriore genovese anche la guerraintestina da essi protetta; in modo che gli annali aragonesi danno per alcunianni solamente conto dello scambio avuto in Sardegna da qualche governatore; dialcune compagnie di soldati condottevi da Pietro López di Bolea; e di varienovelle concessioni di feudi. Ma era nel destino delle cose che le garerestassero lunga pezza accese fra i re di Aragona ed i giudici di Arborea. AMariano erasi somministrato maggiore incitamento di mostrar di nuovo il visoalle truppe aragonesidopoché il pontefice Urbano Vmal soddisfatto che donPietro avesse pei bisogni delle sue guerre posto mano sulle rendite dellechieseaveva in concistoro non solo mostrato inclinazione a privarlo del regnoma toccato anche qual cosa del concederne l'investitura al giudice. Il chementre induceva il re a risoluzioni più temperaterinfocolava Mariano atentare altri mezzi di allargare il suo dominio; favoreggiato com'era da unagrande quantità di isolanio suoi sudditi o suoi aderenti. Ad ugualipensamenti veniva anche commosso il giudice dalle ambasciarie che riceveva altempo istesso dai Pisani; poiché come stabilivasi fra essi ed i Fiorentini lapacecosì tosto Giovanni dall'Agnelloassunto al governo di Pisainviava suomessaggiero in Arborea Benincasa di Meo Casoni onde stringere amicizia conMariano a nome del comune. Il movimento pertanto si propagò con tal ardorechegià nella maggior parte dell'isola non al nome del re si obbedivama a quellodel giudice. Né poté il re aver agio a combattere i nimici del nuovo regnosenza prima trattare d'una tregua con gli altri suoi nimici del continente.Comandò quindi ad Olfo di Procitasuo luogotenenteallontanatosi per altrecagioni dall'isolavi passasse altra volta colle sue galee; vi passasse pureUgone di Santapace con novelle soldatesche; e sottentrasse al governo generaledel regno don Pietro di Lunaal quale diede il comando di seicento cavalli e dimille fanti. Nondimeno erano queste forze insufficienti contro agli armamentidel giudice; epperòquantunque Ugone di Santapace si fosse fortificato nellaGallura ed il governatore d'Alghero don Giovanni Carròz disponesse cautamentele sue genti nel Logodoronon poterono ambi impedire che le bande del giudicedanneggiassero le terre regie e che loro si sottomettesse il castello diPetreso.

Molto opportuno fu per tal cagione il succeduto invio ditruppe che il re sottopose al governo dello stesso don Pietro di Luna.Militavano in quell'esercitocomandando alcune compagnie di fantidue sardiLorenzo e Giovanni Sanna di Figulinasfratelli; i qualiavendo seguito le armearagonesi fino dai tempi di Rambaldo di Corberasi tennero sempre in fede e nonvollero abbandonare i vessilli reali allora che novello cimento si presentavanella patria loro. L'esercito aragonese si affrettò a porsi a fronte dellegenti del giudiceche avea riparato entro le mura d'Oristano; senza por mentechecon un uomo della tempera di Marianoné facile tornava in ogni tempol'offesané soverchia era in qualunque momento la cautela. Governandosipertanto sbadatamente quelle truppe e sbrancandosi per quelle pianureescìrepentinamente Mariano dalla città coi suoi; e con tanto impeto investì isoldati regiiche uno solo non poté scamparne; e periva lo stesso luogotenentegenerale ed il fratello suo Filippo di Luna con molti altri cavalierirestandoprigioni i sopravvissuti. Onde se cadeva già altra volta in quella provincia ilrappresentante del re nella fugacadeva ora nella mischia; e le cose regie pertal disavventura riducevansi allo scoraggimento ed al periglio estremo. Partìperciò frettolosamente per la Catalogna Olfo di Procita (il quale dal comandogenerale dell'isola era passato al governo del navilio)lasciando colà pochegalee. Ed il re conoscendo che la promessa della personale sua passata inSardegna potea solo ristorare gli animi abbattuti dei suoi suggettifacea tostopubblicare questa sua deliberazione; comandando nel mentre ad Alberto diZatrillasgovernatore di Cagliariscambiasse coi prigionieri del giudice gliostaggi sardi che avea presso di sé; ed al conte di Chirradon BerengarioCarròzassumesse con grande vigilanza la difesa della minacciata città diSassari.

Allo stesso conte di Chirra fu quindi commesso il comandogenerale del regno; ed egli giovossi nel resistere alla crescente preponderanzadel giudice meglio della fidanza che lasciava il sempre promesso arrivo del reche dei soccorsi avutine. A tale speranza fu dovuta la difesa coraggiosa delcastello di Acquafreddainutilmente assaltato dalle genti di Mariano; ed ilravvedimento di Brancaleone Doriail quale dalle parti dell'alleato passò aquelle del reottenendone in compenso rinovellazione di feudi e personalionori. Ed invero il re mostrava apertamente di voler di nuovo navigare inSardegna; e facea perciò spiegare in Barcellona lo stendardo realesimbolodell'indossarsi dallo stesso sovrano le arme; ed invitavansi ad accorrere sottoi vessillisecondo le costumanze di quell'etàcoi cavalieri e campionionorati che cercavano nelle arme la gloriaanche gli uomini di vita malvagia odissipata; i quali ottenendo in quella maniera il perdono dei misfattiod unamora nel pagamento dei debitiscambiavano la certezza di una vita travagliatacol pericolo di perderla. Ma la passata del re non potea sì di leggierieffettuarsi; e perciòquantunque non mancassero fra i Sardi molti valorosidifensori delle parti regie; e rimasta sia specialmente la notizia di Quirico diManconedi Giovanni Sogio di Sonsadi Saturnino Pinna di Minutadas e di PietroCambonipresentati dal re con munificenza per la leale e coraggiosa lorodevozione alla Coronapure il giudice dì per dì si rinfrancava con loscemamento delle forze degli avversari. Ed occupava la città di Sassaririparando nel castello i capitani aragonesi. Nel mentre che le discordie natefra il conte di Chirra ed il governatore di Cagliari rendevano se non piùdubbietristi egualmente le sorti della città capitale.

Mancavano anche le vittuaglie nelle castella; e per questo sidava dal re tanta importanza al servigio in tal rispetto rendutogli da Benvenutodi Graffeobarone di Partana in Siciliacol fornimento da lui procurato alleroccheche lo nominava visconte del luogo di Galtellì. Contribuiva egualmentea sopperire alla ritardata spedizione regia l'assistenza di Brancaleone Doriale cui genti in una giornata campale aveano messo in fuga una parte dellesoldatesche di Arborea. Maggiormente quindi giovò la spedizione colà fatta delgentiluomo inglese Benedetto Gualteroproffertosi di passare nell'isola conmille lancie a cavallocinquecento frecciatori parimente a cavalloe millefanti. A questo cavaliere si concedette fra gli altri vantaggi il titolo diconte di Arboreaacciò non per la causa sola del rema per la propria ancoraavesse a contendere col giudice. Questi frattantoabbenché fosse obbligato daquella forza sopravvegnente ad andare più a rilento nelle sue operazionimoltoconfortò nello stesso tempo la sua parte coll'occupazione del castelloacremente disputato di Sassari. Continuandosi così a governare conprovvedimenti distaccati e speciali la difesa dell'isolas'inviava poscia afortificare Alghero un maggior nerbo di truppe sotto il comando di Gilaberto diCruillasgovernatore del Logodoro. E questo capitano assistito da BrancaleoneDoria rispondea così bene col suo valore alla fiducia del recheserbataillesa la città d'Algheroanche il borgo di Lapola in Cagliari salvava posciadall'invasione dei Genovesi dimentichi della recente pacificazione. Per la qualcosa il re solennemente lo certificava del suo grato animoelevandolo per lamorte del conte di Chirra all'onore di capitano generale dell'isola.

Tuttavia perché non erasi fin allora adoperato un rimediocorrispondente al malesi correa già l'estremo rischio di perdere il frutto ditanti stenti e di tanto sangue versato. La rocca di Cagliari era cosìassottigliata di fornimenti e vittuagliache non era lontano il caso di nonpoterla più tenere. Nelle altre castella pativasi eguale disagio; dacchél'isola formicava di bande armate aderenti del giudice; e le terre litoralierano infestate dalle galee capitanate da Ugonedi lui figliuolocolle qualiegli travagliava ogni nave catalana. In mezzo a tante angustie il governatore diCagliari non incontrava altro mezzo onorato che di deliberare: si aspettassel'ultimo termine dei patimenti; si ardesse allora la rocca; e si supplicasse ilsovranoaffinché dopo quella disperata risoluzione giudicasse dei castellanistimandoli come meglio gli parria o sfortunatiod anche improvidi; purché nondisleali.

Ma nel mentre aggiungevasi a questi mali il massimo di tutticioè la novella pestilenza non da lungo tempo assopitascendeva nel sepolcroMarianomeno pago d'aver abbassato i suoi nimiciche dolente di non averlicompiutamente atterrati. Uomo in verità non ordinario. Costante nella primierafede anche quando poteva nuocere: costante nell'odio anche quando il ritornoalla fede potea giovargli. Nell'una e nell'altra fortuna fé prova d'animo nonpieghevole; e libero egualmente dai panici timori della disavventura e dalleconfidenti illusioni della prosperità. A portata di giudicare della politica edella potenza del governo aragonesee vedendo stranamente impigliate le cose diquei sovrani negli altri statiegli disperò forse di veder radicata la lorodominazione nell'isola. E perciò alloraquando poté credere che dagli Aragonesistessi venisse spezzato il vincolo che lo univa loro col minor conto fatto delladi lui fedeegli non vide mezzo veruno fra il malcontento e la sollevazione;come non ne vide poscia fra il combattere per gli antichi suoi diritti el'occupare la sovranità intiera dell'isola. Guerrieroegli amò meglioinfievolire i nimici affaticandoli che investendoli; e stimò maggior prudenzail commettersi a molti incontrie con ciò alle vicende compensatrici dellasorteche l'avventurare in una battaglia ordinata la somma intiera delle cose.Forte com'era per la prima maniera di guerra della esperienza dei luoghi e delbraccio dei suoi Sardiagili e destri feritori; e più adatti perciò a queicombattimenti alla spicciolata. Legislatore della sua provinciaegli incoraggìcon savie leggi l'agricolturaguarentì la custodia dei rustici poderifrenòi ladroneccidiede norma alle accomandite del bestiameregolò l'uso deipubblici pascoligastigò con severe multe le ingiurie. Né a rendere piùstabile questa sua gloria di guerriero e di legislatore mancò la fortuna;poiché dando la vita ad Eleonoradi cui fra breve si darà contezzaeglilasciò dopo di sé un'eroinache colla spada seppe rincalzare le di luivittorie; ed una legislatricela quale col suo codice diede vita immortale agliordinamenti paterni. Qualunque dopo ciò sia per esser il giudicio che siporterà di questo nostro principesi potrà sempre fermar per vero che a luiprincipalmente si deve attribuire se il governo aragonese non poté durante ladi lui esistenza e molto dopo la sua morte gittare salde radici nell'isola.

Il governo di Mariano fu continuato dal figliuolo suo Ugone;e col governo fu anche continuato l'odio contro agli Aragonesi. Al pari delpadre vide anch'egli sospesa sul suo capo la corona del regno sardo perl'investitura che Urbano VI disegnava concederglieneprivandone il red'Aragona. Tanta era perciòfino dai primi anni del suo reggimentol'importanza del di lui nomeche un principe lontano e stranieroil duca diAngiòfratello del re di Francia Carlo Vvolendo giovarsi del di lui ausilionelle contese allora agitate col re d'Aragona per la successione al regno diMaiorcadue volte indirizzavagli una solenne legazione a ricercare colla di luialleanza la mano della figliuola pel principe suo figlio. La relazione dellaseconda di tali ambasciate serbasi fra i testi a penna della Biblioteca Reale diFrancia. Ed io credo conveniente di qui darne ampia cognizione; sia perché agrandi tratti vi rifulge il carattere franco e spedito di Ugone; sia perché intanto avvicendamento di fatti guerreschiquesto discorrere sopra un avvenimentodi natura diversaapporterà qualche varietà nella narrazione.

La prima ambascieria fatta al giudice erasi risoluta in untrattato di alleanza che il duca avea mostrato maggior cura di stipulare che direcare ad effetto. Attribuivasi ciò all'interposizione del re di Castigliachebramava si soprassedesse del rompere la guerra al re d'Aragona; ed allecontenzioni fra la Francia e l'Inghilterraper le quali il duca era statocostretto ad impiegare il suo braccio al servigio del fratello. Ciò non ostanteil giudiceil quale non governavasi colle parole flessibili della diplomazia edai fatti soli era usato di prestar credenzaavea avuto molto per male chementre egli dal suo canto ponea in opera ogni mezzo per travagliare il comuneinimicoil duca avesse esuberantemente promessoagito fiaccamente. In talestato di cose gli ambasciatori franzesii signori Migon di Rochefort eGuglielmo Cayan presentavansi alle porte di Oristano. Queste erano chiuse;perché in quel continuo conflitto cogli Aragonesi gli ordini del giudice e lacautela dei popolani esigevano un invigilar quotidiano. Si ricercò perciò lalicenza di Ugone affinché venissero ammessi gli ambasciatori; i qualidopobreve posamentovennero da un uffiziale del palazzo introdotti al cospetto delgiudice. Dessi lo trovarono adagiato sovra un letticiuoloabbigliato consemplicitànon circondato da verun apparato di grandezza; ma trovarono in luiquella grandezza che lampeggia sempre dalla fronte degli uomini di temperanobile e risoluta. Allontanatosi il vescovo cancelliereil quale in quelmomento era in compagnia del giudiceesposero i gentiluomini franzesi ilsuggetto della loro ambasciata ed il desiderio aveva il lor signore diconchiudere con novelli patti una seconda alleanza. Il giudice alloracui leparole suonavano sul labbro come le partoriva la mentecon gravitàrimprocciava ai legati le non eseguite convenzioni: la mancanza della data fedeingenerar sempre avversione nel suo animo; ingenerare anche sorpresa se trattisidi un principe; aver il duca per le condizioni di quell'accordo trattodall'isola molti balestrieri ed altre soldatesche senza mettere verun compenso;non essergli ignote le trattative del duca con l'Aragonesetenute al tempoistesso che si trattava l'alleanza; aver anch'egli ricevuto dal re ambasciatorie profferte per accostarglisi; ma esser diverso il sentimento della fede dovutaai patti in chi promettendo la fede ha la sola fede nell'animoed in chi nellecondizioni stesse dell'accordo si riserba i mezzi di violarlo; mentre perciò ilduca adoperavasi per rappacciarsi col reaver egli con ben diversi principiiributtato i messaggieri di pacesenza permettere loro di venire nella suapresenza.

Gli ambasciatorii quali erano forse nuovi a tale sinceritàdi sensine restarono maravigliati; e rispondevano contenersi nelle loroistruzioni schiarimenti tali da poter satisfare agli uditi rimproveri. E sia purcosìreplicò il giudice: diansi nelle mie mani tali istruzioni colle vostrecredenze; e la mia risposta sarà pronta e schiettissima». Si trovava in quellecarte anche la dimanda che faceasi dal duca per unire in matrimonio con futurapromessione il figlio natogli l'anno avanti colla figliuola del giudice;matrimonio che si diceva ambito da molti potenti principi per le loro figliuolee nel quale si concedeva la preferenza alla casa di Arborea. Il giudice allorail quale era ben lungi dal non intendere di che sapessero quelle offertenontitubava punto nel manifestare apertamente che cosa egli ne pensasse: esserquella proposizione un trovamento del duca per blandirlo; esser la principessad'Arborea oramai da maritonel mentre che il futuro suo sposo vagiva ancoranella culla; voler egli che la figliuola facesse lieto della sua mano uno sposoin tempo che restasse al padre la speranza di vezzeggiare sulle sue ginocchia ladesiderata prole; non essere il suo animo sì leggiero che in una cosa di tantaimportanza si volesse commettere all'incertezza dei lontani avvenimenti. Vennesiquindi alle altre condizioni dell'accordoed il giudice replicava: avercomandato che agli ambasciatori si manifestassero i patti dell'infruttuosaprimiera alleanza; accagionerebbe a suo tempo della mancata fede chi n'aveacolpa; rompesse pure il duca la guerra agli Aragonesio stesse seco loro inpacepoco calergli; ciascheduno facesse la sua bisognae soprattutto senzafraudi; far egli da più anni la guerra contro al ree farla col solo bracciode' suoi e coll'assistenza divina; volerla così continuare; non esser egli uomotale da ingannare nissuno; non esser neppur tale da lasciarsi ingannare duevolte.

A questa risposta univa il giudice una lettera sua pel ducaed era concepita così: Ho veduto i tuoi ambasciatori: mi fecero eglino partedelle tue deboli scuse; dai medesimi sentirai le mie risposte; io presi laprecauzione di far registrare tutte le scritture nella mia cancelleria». Contali sensiche molto ritraggono della brevità spartanaUgone poneva terminealla trattativa coi messaggieri. Mancava solamente a riempiere un'altraformalità. Il giudice voleva che alle sue deliberazioni assentisse il suopopolo. Inviò pertanto nel seguente giorno alla casa arcivescovilenella qualegli ambasciatori erano stati onoratamente servitialcuni uffiziali e famigliche li riconducessero al suo palazzo. Ivi s'incontrava ragunata nella maggioraula una quantità stragrande di persone di ogni classe; fra le qualidistinguevansi il vescovoil clero ed i famigliari del principe. Mal volentieriperciò sopportavano i messaggieri di trovarsi in quel luogo confusi con lafolla; e ricercavano si desse loro il poter passare alla privata udienza delgiudice. Ma la chiamata loro non aveva altro scopo che di farli assistere ad unapubblica dichiarazione dei sentimenti di Ugone; epperò dovettero colà sostareinfino a quando il vescovo cancellierecomparendo in mezzo a quell'assembleafiancheggiato dal podestà del luogoda un notaio e da altri uffizialitenendouna carta fra le mani con alta voce bandì: aver il giudice ragunato i suoisudditi per far loro conoscere l'infedeltà del suo alleato; essere statal'alleanza proclamata e giurata al cospetto di tutti nella chiesa maggiore dellacittà; esser giusto che pubblica del pari fosse la disdetta. Ed in così direei facea leggere alla presenza del popolo le carte tutte della prima e dellaseconda ambasciata colle risposte del giudice; e voltandosi quindi agliambasciatoriloro significava: essere oramai compiuta la loro legazione;dovessero perciò in quell'istesso giorno riparare di nuovo ai loro navigli.Tentarono allora i messaggieri di abboccarsi altra volta col giudicemalesoddisfatti come erano delle risposte avute e delle forme rigide dellacancelleria d'Arborea. Nondimeno tutto riescì vano; ed eglino dopo aver sedutoalla mensa di Ugone senza poterlo vederepartirono disconclusi e malcontenti. Enello stesso giorno rimontati sulle loro navisalparono alla volta diMarsigliaavendo primieramente approdato in Portoconte presso ad Alghero; dovericonobberonon senza pericoloche la loro venuta non era punto ignota agliAragonesi.

In tale modo ebbe termine un'ambascieria che presenta allacuriosità dei savi circostanze notevoli quant'altra mai; e quella soprattuttodella franca maniera di procedere e di parlare del nostro giudice. Manierachequalunque volta si tacciasse da altri di barbarieio direi: esser vera barbariequella che sotto fiorite proteste cela le velenose riserve; quella che preparail tradimento agli uomini di buona fede ed il contraccambio ai più cauti;quella che profana colle maggiori solennità un atto di menzogna e lascia inbalia della malafede i maggiori interessi dello stato; non mai quella che hanelle sue parole la lealtà e nelle sue azioni la schiettezza del vero.

Ugoneil quale avea già occupato colle sue forze i luoghitutti del contado di Chirra ed era passato in Sassari per provvedere al governodi questa città soggiogata dal padre suo Marianoproseguiva ad inquietaresempre più gli Aragonesi; quantunque tratto tratto si accostasse loro qualchenazionale di contodegli stessi aderenti del giudice. E tale fu fra gli altriValore Deligiaprossimo congiunto di Ugonegratificato dal re col titolo vanodi barone del Goceano. Il sovrano rinovellava pure coi Genovesi l'antico accordoconchiuso dopo l'arbitrato del marchese di Monferrato; e preparavasi in talmaniera a combattere con miglior fortuna Ugoneallorquando questo cadevaestinto per le mani degli stessi suoi sudditi; o perché realmente l'asprezzadel suo carattere avesse degenerato in aperta tiranniacome negli annaliaragonesi si riferì; o perché il malcontento di coloro che nol sofferivanosignore sia stato aizzato da quelli che nol sofferivano nimico.

Mancava con Ugone l'ultimo maschio del lignaggio di Arborea;ed il popolo concitato a novelli pensieritumultuava per reggersi a comune. Mail valore ed il senno dei più illustri signori di quella provincia era statotutto transfuso nel seno di una principessa degna della grande fama che di sélasciò nell'isola; degna della maggiore che coronerà il suo nome quando piùdilatata sia la notizia delle di lei geste. Era questa Eleonorasorelladell'ultimo giudice. Avea essa dato la sua mano a quel Brancaleone Doria di cuipiù volte si rammentò il nome; ed elevava al regno il comune figliuoloFederigo (il quale per la mancanza della prole mascolina di Ugone doveasuccedergli)allorché fu spento questo giudice. Vedendo dunque nelcommovimento dei popoli per una novella maniera di reggimento violati i dirittidel suo figliuoloimprese a sostenerli con animo. E scambiate le parti col suoconsortementre egli portavasi nella corte del re onde ottenere cheaccettandosi la di lui sommessione venisse in ricompensa assistito nelcomprimere la rivolta della provinciala moglie assumendo doveri viriliindossava le arme; e trascorrendo per l'isola alla testa dei suoi fidi riducevaa obbedienza i ribelli; impossessavasi in breve tempo di tutte le terre ecastella della sua famiglia; e facea prestare dai suoi vassalli giuramento edomaggio al giovanetto principe. Al tempo stesso scrivea Eleonora alla reginad'Aragona una letterainformandola delle cose avvenute ed implorando per lo dilei mezzo l'ausilio del re per la prosperità della provincia d'Arborea.

Meravigliavasi la corte del re all'udire che tanta altezza disensi e tanto valore si annidasse nel petto della giovine principessa; e lostesso consorteil quale forse non confidavasi di un così pronto risolvimentodelle cose da lui lasciate turbatissimepentivasi quasi della precipitata suasommessione. Onde parendogli lungo il differire d'esser a parte delle glorie diEleonorachiedeva al re licenza per ritornare nell'isola. Ma quelle stessevittorie della giudicessa aveano fatto stare sopra pensiero il re. Erasi già dalui fatta provvisione all'invio di nuovi soccorsi guerreschi in Sardegna sottoil comando di Ponzio di Senesterramarito era di donna Violante Carròzfigliuola ed erede del conte di Chirra. Perciò quantunque avesse don Pietroaccolto prima con ogni testimonianza di favore Brancaleoneed armatolocavaliere e concedutogli il titolo di conte di Monteleone colla baronia diMarmillapure come seppe le imprese ardite della mogliesostener volle ilmarito. E malgrado delle fatte solenni convenzionisoprastando alle altreconsiderazioni il bene della Coronatenealo in istretta custodia; promettendosolo di accordargli la libertàallorquando giungendo egli in Cagliaricoll'esercito fosse per consegnare colà agli uffiziali regii il piccolfigliuoloperché restasse in ostaggio della fedeltà dei genitori finoall'età in cui potesse crearsi nella corte del re al pari dei suoi maggiori.Nondimeno queste risoluzioni non partorirono verun profitto per le armi regie;poiché Eleonora maggior impulso n'ebbe a voltare contro agli Aragonesi e per lalibertà del marito quelle armi che con buona ventura avea fin allora trattatocontro ai suoi popolani e pei diritti del figliuolo. Invano fu essa ricercatadal consorte a sottomettersi. Stabile nelle prese risoluzionipunto non sivolle piegare alle stabilite condizioni; o perché non disperava di continuarecon miglior successo la guerra dei due ultimi giudici; o perché confidavasialmeno di un esito che migliorasse i partiti della pace. Mentre adunqueinnalzava Eleonora in Arborea lo stendardo dell'aperta guerra contro al requesto comandava fosse severamente custodito il di lei marito entro il castellodi Cagliari.

Durò questa guerra per due anni; e quantunque le vicende nonsiano state ricordate dagli storicipure favorevoli si dee credere siano statealle arme di Eleonora; dacché favorevole ai di lei interessi fu la pacelaquale ne seguì. Questa pace non ebbe verun risultamento per la morte poco doposopravvenuta del re. Ciò non ostante giova il toccare di alcune delleprincipali condizioni contenutevi; affinchése le vittorie di Eleonora ladimostrarono principessa di gran cuorele convenzioni sue la chiariscanoprincipessa di profondo consiglio. Non contenta Eleonora di ricercare iltranquillo dominio degli stati posseduti dal padre suo Mariano e la libertà delconsorteestendeva le sue mire a procurare a tutta l'isola una durevole quiete.Epperò domandava: nelle castella del re si ponessero guarnigioni a piacimentosalvo in quello di Sassari; dappoiché colla guerra già agitatavi più voltegli animi di quei cittadini inacerbiti contro agli Aragonesi a malincuoresopporterebbero di averli così vicini e sopra capo; fosse dunque quellaguarnigione formata di Sassaresieccettuato il castellano; e se ciò nonandasse a grado al resi demolisse piuttosto la rocca; gli stranieri signori difeudi non più risiedessero in Sardegna; esser eglino il fomite delle rinascentidiscordie; mezzo unico per odiarli meno esser quello di non vederli; un sologovernatore reggesse tutta l'isolae fosse egli Aragonese o Catalano al paridegli amministratori delle rendite del tesoro; gli altri uffiziali tutti daeleggersi dal re fossero nazionalifuoriché quelli di Cagliari e di Alghero;fra i sudditi del re ed i vassalli di Eleonora fosse reciproca la libertà delmutar domicilio. Con tali patti Eleonora mostrava che cosa pensasse dei mezzi iquali poteano spianare le tante difficoltà dì per dì presentatesi al governoaragoneseo nel far rispettare o nel far amare dai Sardi il novello dominio.

Prima sollecitudine del novello re d'Aragona don Giovannifigliuolo e successore di don Pietrofu quella di destinare a governatoregenerale del regno don Ximene Pérez di Arenoso; commettendogli di continuarecon Eleonora le trattativele quali per la mutazione del regno non aveanopotuto ricevere eseguimento. Davanglisi istruzioni al tempo medesimo acciò lecondizioni già prima stipulatesi allargassero con maggior pro della Corona;ed alle spiegazioni reciproche che precedettero tali variazionisi deveattribuire se la pace non poté tosto esser conchiusa. Seguì questa finalmentedopo un annoed intervennero a renderla più solenne per una parte i sindachidi tutti i comuni soggetti ad Eleonora ed al figliuolo suo minore Marianosucceduto per la morte di Federigo nel giudicato; e per l'altra i rappresentantidelle città e ville sottoposte al re. Le condizioni fermate contenevano leguarentigie le più ampie per lo scambio o restituzione delle castella e luoghiche passavano dall'una all'altra mano; fra i quali doveansi racquistare dal rela città di SassariVilla Iglesiascaduta altra volta sotto la podestà deigiudici d'Arboreae le rocche di Osilodi Longonsardo e di Sanluri. Ma siccomequeste convenzioni scritte con tutta la sovrabbondanza delle cautele sirisolvettero per le rinate difficoltà in vane formole; perciò invece distancare il lettore con una enumerazione di pattiche più volte doveano esserrinovellati e violati prima che ritornasse sulle nostre terre la quieteionoteròcome un indizio del buon avviamento del governo civile dell'isolalacondizione inserita in quella pace: che annualmente dovessero gli uffiziali delre esser sottoposti ad un giudizio solenne di sindacato; col quale si frenassel'arbitrio futuro di chi ministrava le pubbliche cariche; e si gastigassero adun tempo gli abusi trascorsi.

Desideroso il re di munire gagliardamente le castella che perquesta convenzione venivano sotto la sua podestàspediva prontamente nuovorinforzo di soldatesche nell'isola; dopoché in presenza dell'ambasciatore diArborea avea solennemente ratificata la concordia. E riducevasi questa adeffetto colla libertà accordata a Brancaleone e colla rinuncia delle rocchecedute o scambiate. Tuttavia quando sembrava al re di aver solidato la pacerinasceva più fiera che mai la guerra che Brancaleone rompea altra volta controagli Aragonesi; o perché gli armamenti i quali faceansi allora dalla repubblicadi Genova gli dessero fidanza di trarne qualche ausilio; o perché gli pugnessel'animo la preferenza data dal re a donna Violante Carròz nella successione delfeudo di Chirracui Brancaleone aspirava; o perché accostatosi dopo cosìlunga prigionia all'animosa sua mogliesi fosse nel di lei consorzio acceso anuovi pensieri d'indipendenza. Né in verun altro tempo si propagò con tantarapidità il terrore od il favore delle arme d'Arborea; perché non eranopassati molti mesi dopo l'accordoche già tutta quasi la provincia di Logodorosottostava alle leggi di Eleonora e di Brancaleone. Il quale presentatosi inSassari avea ricondotto quella città e castello sotto la sua obbedienza; nelmentre che occupava anche la rocca d'Osilo; cingeva d'assedio molte altrecastella; facea sollevare contro al re i popolani tutti della Gallura; e teneasegrete pratiche per corrompere la fede degli Algheresi ed intimorire gliabitanti di Chirra. Turbato il re per questo pronto rivoltamentoe sapendo chedopo le stragi e conflitti di tanti anni si difettava oramai di difensori dellacausa aragonesenell'eleggere ch'ei faceva il nuovo governatore generale delregno Raimondo di Montbuicomandava con calde istanze a tutti i baronipossessori colà di feudi vi passassero per assistere il novello governante; eforniva di rinforzo CagliariAlghero e le altre castella regie spedendo dugentobalestrieri ed altrettante lance sotto il comando di Antonio di Podioalto e diArnaldo Portamessaggiero inviato dalla Sardegna per annunziare al re i patitidisastri. Fu seguito questo soccorso da altre truppe capitanate da Giordano diTolono e da quattrocento soldati condotti a stipendio nell'isola; al tempostesso che alcune galee si faceano passare dalla Sicilia nei nostri mari perristorare i difensori delle castella litorali. Ed il massimo dei soccorsiprometteva pure il re profferendosi di passarvi egli stesso alla testa dipossente esercito. Se non che veniva allora frastornato questo passaggio acagione della guerra insorta col re di Granata; per la quale il re si dovettecontentare di afforzare solamente le guarnigioni di Cagliaridi AcquafreddadiLongonsardo e di Alghero; dove fu spedito Rodrigo Ruiz con molte bande dicavalli e fanti. Si trattava pure allo stesso tempo di qualche conciliazione conBrancaleone; e Giuliano di Garriustesoriere e consigliere del repartiva atal uopo munito di adatte istruzioni. Ciò non ostante l'intendimento vennevano; poiché Brancaleone assistito da alcune galee di Bonifacio in Corsicainvece di prestar orecchio o fede alle profferte di pacecampeggiava la roccadi Longonsardo. Spinto dunque maggiormente il re da tali ragioni ad accelerar lasua gitadava voce voler al più presto passare nell'isola. E scieglieva per lasua accompagnatura i più prodi gentiluomininominando per capitano generaledell'armata Gilaberto di Cruillasgià luogotenente del regnoallorché fucostretto altra fiata a sostarsi pei sinistri ragguagli giugnevangli dallaSicilia del ribellamento di quelli isolani; e perché la reginacoi di cuiavvisi egli governavasiera allora assente. La qual cosa partoriva unturbamento tale nelle cose di statoche o discuteansi con titubazioneodeseguivansi con fiacchezza i consigli altrui.

Distratto pertanto il re dagli armamenti per la Siciliafacea solo provvisione per le cose sarde alla nomina di suo luogotenente nellanostra isola e nella Corsica a favore del conte Arrigo della Roccagrandepartigiano del re fra i Corsi. Il quale passò a recare qualche soccorso inAlghero; dove Brancaleonenon pago d'inquietare colle sue bande i dintornistessi della capitaleavea inviato alcune sue squadre per circondar la rocca.Questa nomina del conte della Rocca non ebbe altro risultamento; ed il reprocedeva ad innalzare al comando generale dell'isola don Ruggiero di Moncada.Abbenché s'ignori se questo personaggio abbia in quella congiuntura assunto ilgoverno commessogli; riferendosi solamente dagli scrittori la spedizione allorafatta di alcune compagnie di genti da guerra; le quali non sì tosto poseropiede nell'isolaavanzatesi a combattere le soldatesche che accerchiavanoLongonsardodopo aver incontrato in queste la più viva resistenzagiunseroalla finedopo molte stragia far sgomberare quell'assedio. Ma erano appenamigliorate con l'occupazione di quella rocca le condizioni degli Aragonesicheil reassalito da malore repentinomancava ai viventi. E la Corona di Aragonapassava sul capo di don Martinodi lui fratello; nel regno del quale non menoconcitate doveano essere le cose sarde.

Mentre Brancaleone Doria conquassava le armi in diverse partidell'isolaEleonorameno sopra pensiero per le cose guerresche governatefelicemente dal maritovoltava le sue meditazioni ad acquistare una glorianovella; quella di legislatrice della sua provincia. La sua carta detta de Logunella quale ampliando e rettificando quella già bandita dal padre suo Marianoimprese a dare stabili norme alle formalità giudiziariealla ragion criminalealle consuetudini del diritto civile ed alle leggi protettrici dell'agricolturanon solamente meritò che dai governi succeduti nell'isola fosse approvata qualefondamento di patria legislazione; ma può anche meritare che nel secolo XIXedin tanta luce della scienza del drittoespongasi agli occhi dei dotti. Ildifetto di questo codicedifetto è dei tempi. Non è perciò coll'animo diricercarvi novelle ordinazioni inumane da arrogere a quelle altre chedeturparono i codici di tutte le nazioni dell'Europache io qui intraprendo ladisamina della carta di Eleonora; ma coll'intento di scoprirvi qualcuna diquelle verità consolanti che trapassano incontaminate da una in altra etàmalgrado della barbarie del tempo intermedio. Non sarà pertanto senza interesseper chi considera nella storia primieramente gli uominie poscia gliavvenimentiil conoscere come dei principii più importanti dellagiurisprudenza si portasse giudizio fra noi in un'etàin cui le leggi dellamaggior parte dell'Europa erano ancora infette dalle massime arrecate dallenazioni conquistatrici del Settentrione; o derivate almeno dalle nuove manieredi governo che quell'invasione ebbe a partorire.

A qual uopomentre io notavo ciò che pareami più degnodell'altrui considerazionenon ho potuto senza compiacimento abbattermi inquell'espressione solenne che sovente s'incontra nella comminazione delle penepiù gravi: e per somma qualunque di denaio il reo non iscampi»; espressionechecondannando ogni composizione nei maggiori misfattiinnalza lalegislazione criminale di Eleonora di sopra a quelli altri codici nei quali ilsupplizio per colui che può redimerseneè una maniera di traffico; e perquello il quale non ha mezzi di riscattoè non tanto un atto di giustiziacome un effetto di mala ventura. Ma dopo aver citato questo trattopiùmalagevole resta il continuare il sunto delle leggi penali di Eleonora; nelquale non mi sarebbe dato di poter confortare il lettore di eguali osservazioni.Abbenché rammentando ancora le frequenti atrocità che s'incontrano in quelliordinamentisi potrebbe scusare se non la leggela legislatrice; la quale inquel suo secolo invano sarebbesi affaticata a rintracciare esempi dilegislazione più umana. Anzidonde dovrebbe derivar qualche biasimotrarpotrebbesi novello encomio se nel paragone della ferocia colla ferociailmaggior rispetto all'umanità meglio che nei codici di altre nazioni si trovassenella giurisprudenza di Eleonora. Vaglia a ciò dimostrare specialmente lararità del supplizio capitale riserbato ai soli misfatti di lesa maestàall'omicidio deliberatoai ladronecci nelle pubbliche stradeai furti di casacon fratturaagli incendii delle case abitate ed agli insulti fatti agliuffiziali del governo con spargimento di sangue. Gli altri malefizi di qualunquemaniera punivansi da Eleonora o con pene pecuniarie o con qualche troncamento dimembraragguagliato più volte con quell'antica legge del talione per cuil'offensore dovea sulla sua persona sopportare l'offesa ad altri fatta. Nésolamente una maggior umanitàma un grado eziandio non ordinario diperspicacia si scorgerà nelle leggi penali di Eleonoratutta volta che sivoglia ben addentro considerarne lo spirito. Della quale perspicacia mi giovaaddurre un esempio nella legge sovra le ingiurie; che obbligava l'ingiuriante acomprovare la fatta imputazioneod a soggiacere ad una multa proporzionata allagravità dell'oltraggio. Legge invero assai notevole; poiché l'obbligo dellaprova era allo stesso tempo ed un freno ai mordacied un mezzo facile allapubblica autorità di chiarirecon quella novella maniera d'inquisizionemoltimisfatti occulti.

Più visibili sono le traccie del senno e dell'accorgimentocon cui furono compilate quelle leggise dalle ordinazioni penali si rivolgel'attenzione a quelle altre che sono indiritte a prevenire alcuni misfatti o adottenere la pronta cattura degli inquisiti e la regolare punizione dei rei. Frale prime meritano special menzione il divieto del recar le arme indosso neiluoghi tutti di pubblico ritrovo; l'obbligo imposto ai possessori di bestiame difarne marchiare il cuoio con una distinta impronta; la minuta cautela adoperataacciònel commercio di tal generechiara rimanesse la conoscenza della primavendita e fosse renduta malagevole la contrattazione delle cose furtive. Fra lesecondesi può in quella condizione di tempi citare con lode lo stabilimentofatto in ciascun luogo del giudicato d'una compagnia scelta di persone zelantidel ben pubblico; alle qualisotto giuramento e colla minaccia di una multaera commessa la sollecitudine di chiarire i misfatti della loro terra e difermarne gli autori. Lo stesso si dee dire delle ragioni per le qualiquell'obbligo fu esteso agli abitanti tutti di qualunque comunecolla multa cheper ciaschedun delinquente occulto o libero imponevasi ai popolani. La qualdisposizionedata in un tempo in cui mancava la forza armata destinata alservigio della giustiziapoteasi ben apprezzare come una legge giustainquanto trasferiva quell'incarico in coloro che ne sentivano il benefizio; e comeuna legge sagacein quanto trasferivalo in quelli che aveano il maggiorinteresse nel purgar la loro terra dai malfattori.

Considerazione più estesa meritano gli ordinamenti cheragguardano alle forme del procedere nei giudizi. Questo suggetto d'altaimportanzasovra il quale i governi della moderna Europa serbano tuttoramaniere diversevedesi nel codice di Eleonora trattato con tanta avvedutezzache meraviglia quasi ne fa di ritrovarvi quelle istituzioni cheo si rispettinocome rimembranze dell'antica giurisprudenza dei Quiritio si pregino come ilgerme delle leggi più accreditate dei nostri tempison degne egualmentedell'attenzione dei dotti. Ecco come Eleonora determinava la forma dei giudizi:scritte che siansi ordinatamente le allegazioni delle partidovranno gliscrivani leggerle al cospetto loro e dei giudici; e fatto ciòl'uffizialenostro che presiede al giudizio dovrà eccitare gli stessi giudici apronunziaresecondo ch'è usatoe render la ragione dovuta». Questi giudicierano allora scelti fra li più notabili del luogoche detti erano probiuomini. Onde mentre si trova in quella legge il benefizio dell'intervento dipiù persone nei giudizi eziandio della prima istanzavi si ravvisaper quantoappartiene alle cose criminaliuna sembianza di quell'ordinamento dei giuratidel quale si tiene così alto conto in alcune delle moderne legislazioni. Queigiudici infatti non erano uffiziali del principema consultori solamente del dilui delegato. Ad essi era data la medesima norma nel sentenziare che ai giuratid'oggidì; perché giudicavano nella coscienza delle anime loro». Se sieccettua adunque quella distinzione fra la cognizione del fatto e l'applicazionedel dirittoche caratterizza il giudizio dei giurativedesi nel provvedimentodi Eleonora non poca analogia con quelle teorie della romana giurisprudenza chesì alto rumore levarono poscia fra i riformatori della ragion criminale; e chemagnificate da alcunie da altri sottoposte a severa disaminasaranno forse inogni tempo apprezzate diversamente; perché all'opposto della ragion civilenella quale più uniformi presentansi le condizioni di tutti i popolila leggecriminale avrà sempre a frenare malvagità di varia manieraa porre in operauomini di tempera disegualea rispondere a diversi sociali bisogni.

A quel giudizio che nel linguaggio della provincia chiamavasicorona di luogosoprastava un'altra corona che diceasi di settimana; perché inciascuna settimana si ragunava nella capitale del giudicato; dove convenivano aformarla molti dei ministri giudiziari delle diverse curie con altre persone aciò destinate. La maggiore poscia era quella che nomavasi corona di cortecomposta dai consiglieri del principe; i quali vedonsi indicati col nome di savidella corte o di uditori dell'udienza suprema. La qual corona oltre alleordinarie sue incumbenze avea anche lo speciale incarico di congregare alla suapresenzatre fiate in ciascun annogli uffiziali tutti del giudicato; acciòrendessero conto dei misfatti accaduti in ogni luogo e dell'andamento deiprocessi. Stabilimento questo meritevole di commendazione speciale; perchénissun'altra cosa può maggiormente contenere i ministri inferiori che lacertezza della periodica disamina delle loro operazioni.

A chi la saviezza considera di questi ordinamenti non deeparere strano che nelle materie suscettive di più agevole e sicuradeterminazione presenti il codice di Eleonora una quantità di leggi per lequalisecondo che mostrano i tempi e le occasionipuò nascer frequentementeil bisogno dell'ampliazionema di rado quello della rettificazione. Così iprovvedimenti ragguardanti alla comunione dei beni fra i coniugi nei matrimoniconchiusi senza dote; e quelli che stabilirono nelle successioni una perfettaeguaglianza fra i fratelli e le sorellesi posson produrre per dimostrare nond'altro fonte essersi derivate dai nostri giuristi le ragioni civiliche daquella legge di natura per cui la moglie impalmata specialmente sotto i soliauspizi dell'amore e della mutua confidenzaè la socia delle cure e dellefortune domestiche; per cui i figliuoli tutti si amano egualmente dai genitorisenza distinzione di sesso. Così le ordinazioni agrarie indirizzateparticolarmente a guarentire la custodia delle vigne e dei poderi chiusiaragione si stimano anche oggidì come il miglior codice di economia rurale chesi confaccia allo stato imperfetto di coltivazionederivante dalla comunionedella maggior parte delle terre sarde per sì lungo tempo rispettata dallanostra legislazione. Anzi la minutezza delle fatte spiegazioni m'induce acredere che agli stabilimenti del giudicato d'Arborea si debba la propagatacoltivazione delle viti; la quale nei tempi del dominio romano fuper quantoaltra volta narrairimessamente trattatase non vietata; e nei tempi delleincursioni dei barbari o trascurata certamenteod impedita. Così l'obbligoimposto ai notai d'inserire le carte pubbliche in un protocollo; e la fattaindicazione della quantità d'ogni emolumento loro spettante; e di quello deglialtri dritti giudiziariprovano l'attenzione usata dalla legislatrice perrender meno suggetto a perire il deposito delle private ragioni dei sudditi eper levare ogni occasione alle arbitrarie riscossioni. Così le norme le qualiregolavano il servizio delle milizie del giudicato (il cui nerbo consisteaprincipalmente nei così detti uomini liberi di cavalleria)palesano cheEleonora non contentavasi d'inscrivere nel ruolo della sua gente d'arme ogniavventuriereo di convocare nei soli momenti del bisogno una turba senzaordinamento e senza disciplina; ma dirigeva le sue leggi a fare le cerne pel suoesercito coi migliori; e ad addestrare i cavalieri colle periodiche rassegne.Così l'obbligo imposto ai feudatari della dinunzia dei giurati delle loro villeserve a manifestare che in quella provincia i giudici aveano ritenuto anchenelle terre date in feudo quella vigilanza sovra le cose appartenentiall'amministrazione della giustiziail cui abbandono privò in altri paesi ilprincipe del dritto migliore della sovranità; qual è quello di proteggereegualmente tutti i suoi sudditi.

Non posso è vero arguire da ciò che negli antichi tempi deigiudici la giurisprudenza fosse uniforme; come non posso affermare che nellastessa età fosse assai estesa nell'isola la signoria feudale; poiché cadendoil governo di Eleonora in un tempo posteriore al dominio aragonesepoterono idi lei antenati che giurarono vassallaggio ai re d'Aragonapropagare nellaprovincia la novella maniera di signoria col mezzo dei feudi di un gradosubordinato. Ad ogni modose fu poco noto fra noi nei secoli dei giudici ilpotere feudalela Sardegna per ciò solo presenta all'osservatore unadiversità notevole a considerare nel confronto delle altre provincie. E se laconcessione dei feudi era diffusaun'altra differenza si può egualmentenotare; in quanto è lecito il credere che i nostri giudici abbiano riserbato asé anche in quelle terre la superior potestà sulle cose civili. Potendosi talcosa conghietturare non solamente dalle ordinazioni della provincia di Arborea;ma eziandio dall'essere stati incogniti nell'isola in tutto quel periodo ditempo quei ribellamenti dei vassalli travagliati dai loro signori senza fiduciadi riparo; pei quali essendo nato nel X ed XI secolodopo molto sangue sparsoil bisogno di determinare fissamente i diritti e gli obblighi reciproci diciascheduno d'essisi dovette devenire da Corrado il Salico a stanziarne leleggi.

Che se la cagione si dovesse rintracciare di questamoderazione nell'esercizio delle signorie feudali; e di quella regolarità neimetodi giudiziari; e di quel rispetto serbato a molte massime della ragioncivile dei Romaninon sarebbe malagevole il riconoscere esser debitricespecialmente la Sardegna di questi risultamenti alle sue vicende politiche; percuimentre negli altri rispetti fu la sua sorte più malaugurosa di quelladelle altre provincie europeein questo riguardo della sua giurisprudenza fu dimolte altre più fortunata. L'invasione dei barbarila quale avea cancellatoaltrove la rimembranza delle leggi romanenon fu tale in Sardegna che valesse apartorire eguale effetto. I Longobardi non vi fermarono mai il piede. I Goticomparvero e sparirono in brevissimo tempo. I soli Vandali vi durarono meglio diun mezzo secolo; nondimeno essendo stati cacciati dall'isola da un sovranolegislatoredovettero ad un tratto dileguarsi mercé della pubblicazione allorafattasi del codice imperialecolle altre vestigia della dominazione vandalicaanche i ricordi delle loro leggi. I Saraceni travagliarono lunga pezza le nostreterre; ma quella genia di ospiti violenti potea bene porre stanza fra i Sardinon mai mescolarsi con esso loro; ché la religione segnava fra gli uni e glialtri una divisione perpetua; e le istituzioni d'ogni maniera di quelli invasoricolla loro religione si confondevano. Ebbe dunque per tali motivi la Sardegnadue venture: l'una di poter conservare le tradizioni dell'antica suagiurisprudenzamalgrado delle irruzioni barbariche; l'altra di veder transfusonelle generazioni che si succedevanoil sangue degli antichi suoi coloni econquistatori; senza il mescolamento di quelle schiatte settentrionali checambiarono gli uomini e le cose della maggior parte dell'Europa. Laonde se laSardegna serba anche in questi dì un nome impostole nei tempi eroiciserbaeziandio nei suoi figli alcuni tratti caratteristici che molto ritraggono dellevirtù e delle discipline degli antichi popoli.

Dalla carta di Eleonora si possono pure ricavare varienotizie atte a manifestare alcune delle costumanze della nazione in quei tempi.Le ordinazioni minute per la caccia dichiarano che la cacciagione era una delleoccupazioni predilette degli isolanicome lo è anche al dì d'oggi; e che iministri delle curie aveano allora il diritto di obbligare in determinati tempigli uomini dei loro distretti a convenire ad una caccia a loro pro. Fra le altrequella del falconare dovea essere l'esercizio favorito dei principi; poichéleggi severe s'incontrano nel codice contro a coloro che snidiassero alcunfalcone. Dal favore conceduto a questa maniera di cacciagione e dal non trovarsiallorché si parla dell'armatura dei cavalieri cenno veruno di schioppetti odaltre arme da fuocosi può anche trarre argomento per credere che in queltempo non ne fosse ancora introdotto l'uso in Sardegna. Quantunque da queiprovvedimenti s'inferisca che oltre alle astealle coltella ed alle spadealtre arme si recavano nelle selve per la caccia. Apparisce eziandio nella cartadi Arborea la cura della giudicessa per la conservazione delle razze deicavalli; e la cautela impiegata perché ai soli Sardi fosse lecito ilcomperarli. Si chiarisce del pari che fra le diverse signorie che formavanonell'isola stati diversi era riconosciuto il principio politico della perfettareciprocazione del trattamento; e che nel patrimonio dei giudici d'Arborea nonle sole terre e castella si numeravano; ma che la ricchezza loro consistevaanche in greggie ed armentie negli alveari di privato loro dominio. Qualchelume s'incontra egualmente in quelle leggi per giudicare dei costumi del tempo;i quali per quanto ne sembra erano corrotti. Le severe pene comminate controagli insidiatori dei talami maritali e del pudore delle vergini ciò comprovano.E meglio ancora lo dimostra la tacita tolleranza del concubinatocontenuta inquella legge; la quale assoggetta alla pena del furto le concubine che senza ilconsenso del loro compagno togliessero qualche roba dalla di lui casa.

Darò termine a queste osservazioni toccando dello stile concui gli ordinamenti della carta di Eleonora furono scritti. Circostanza questanotevolissima per chi conosce quanta differenza partorisca nell'intelligenzadelle leggi la concisione delle tavole decemvirali o la prolissità delleNovelle di Giustiniano; la semplicità delle antiche leggi di Roma ol'ampollosità e l'ambage di quelle del basso impero. Le leggi di Eleonora sonoun modello di concisione. Non proemi ridondanti di quella laude che qualchefiata è sterile e sempre immatura. Non ragioni della legge che accennino più omeno della legge medesima; e nelle quali la logica ingannosa del foro cerchi ilprincipio di novelle controversie. Non eccezioni che rendano vano l'effettodella ordinazione; o ravviluppate alla mescolata insieme con questain modo afar divenire un enigma ciò che dovrebbe essere una dottrina comune. La Cartasarda contiene un solo proemioquello della pubblicazione; ed in questo unasola semplice e grave sentenza si esprime: essere cioè una cosa certa che dallagiustizia debba derivare l'accrescimento e prosperità di qualunque provinciaregione o terra; e che col mezzo delle buone leggi si raffreni e contenga lasuperbia e reità dei malvagi uomini». Il motivo poscia della pubblicazione èquest'esso: affinché i buoniincontaminati ed innocenti possano convivere inmezzo ai rei; e frenati questi dal timore delle penee confortati quelli dallavirtù dell'amore obbediscano concordi alla legge». I rimanenti capitoliincominciano tutti colla formola unica vogliamo ed ordiniamo»; e per quantoricerca la natura della materiacolle più brevi e chiare espressioni spieganoil suggetto dell'ordinamento. Onde nascer può bene il bisogno di ricorrere adaltre dottrine per supplir la legge ove manca; non mai per intenderla ove parla.La qual cosa per coloro che meditarono sulle molte leggi oscure e sulle pocheleggi chiare dei vari codicinon deve al certo parere di lieve momento. Insomma della legislazione di Eleonora si può dire in questo rispetto ciò cheMontesquieu fermava per condizione di ogni legge: esser cioè fatta anche per lepersone di mediocre intelletto; e non riconoscervisi perciò verun artifiziologicoma la ragione semplice di un padre di famiglia.

Ripigliando ora la narrazione delle vicende aragonesi inSardegnami tocca di riferire come fino dai primi tempi del suo regno abbia donMartino voltato i suoi pensieri a migliorare nell'isola le sorti della Corona.Avea egli infatti sedato appena i tumulti della Sicilia con passare colàpersonalmente per farvi trionfare i diritti del re don Martinosuo figliuoloche nel veleggiare di nuovo verso i suoi stativolle per se stesso conoscerel'andamento dei negozi guerreschi della Sardegna. Approdò dunque il re collasua flotta a Cagliarie soffermatosi in quel castello per alcuni giorniandòin Alghero; dove ebbe a soggiornare meglio d'un mese facendo provvisione aibisogni delle sue genti; fra le quali quelle di Longonsardo strette nuovamented'assedio abbisognavano di più pronto sussidio. Ritornato il re in Barcellonainnalzava tosto al comando generale dell'isola lo stesso don Ruggiero di Moncadagià dal fratello destinato al medesimo incarico; il quale avea voce d'uno deipiù gagliardi cavalieri di quel tempo. E frattantoché questo disponevasi apartire colle sue soldatescheinviava il re altre genti e denaio per ristorarei Cagliaritani ed i difensori delle rocche di S. Michele e d'Acquafredda; conistruzioni dirette a Giovanni di S. Colomaluogotenente allora del governatoregeneraleacciò non trasandasse quelli altri espedienti che poteano offerirsiper trattare coi rivoltosi una pace onorata. Ed a questa pace o trattata osperata si riducono i ricordi che nella storia aragonese ci restano degliavvenimenti accaduti in Sardegna nel finire del XIV secolo e nell'incominciaredel seguente; fino a che la spedizione del re don Martino di Sicilia fétrionfare la causa del di lui genitore.

Nullameno ci si trasmise in altro modo la memoria di alcuniordinamenti stanziati in tal tempo a vantaggio del regno. Fra i quali non devesipretermettere di notare come i governatori di ambi li capi dell'isola venneroallora assoggettati ad un sindacato solenne nello scadere d'ogni quinquennioadesempio di quanto per gli uffiziali minori erasi già accordato nella paced'Eleonora. Non contento il re a questo provvedimento volle anche privilegiaredi singolar favore i cittadini della capitale e quelli di Alghero; i quali inquelle traversie aveano dato dì per dì sempre maggiori testimonianze di lealedevozione alla Corona. A tal fine concedeva loro di esser convocati in tutte lecorti generali che per lo innanzi si congregherebbero in Catalogna ed inMaiorca; e di sedere fra i deputati di quei regni colle facoltà istessespettanti ai membri ordinari di quelle assemblee; anche nel caso in cui per liaccidenti della navigazione tardo fosse riescito il lor arrivo. Grazia inveroassai notevole; e che dagli studiosi del pubblico diritto potrebbe essereziandio stimata alquanto strana; ma che risponde bastantemente al mio intentoalloraquando dimostra che il re non sparmiava mezzo nissuno di vincolare collagratitudine città così devote alla sua signoria. La qual cosa compariràancora più onorevole per le città privilegiatese si ponga mente che ledeliberazioni tutte approvate in tal occorrenza dal sovrano furono precedutedalle istanze uniformi degli inviati di Barcellonadi Maiorca e di varie altrecittà di quei regni. Onde a ragione si può dire che grata tornasse loro quellacomunione di diritti; e che la presenza di quei deputati stranieri inutileaffatto pei diversi interessi delle distinte monarchieriescisse piacevole percoltivare la mutua benivoglienza delle nazioni.

La storia sarda deve anche in questo periodo di tempo in cuistazionarie rimasero le armi di Aragona e di Arborearammentare due grandiavvenimenti: la pestilenza che afflisse di nuovo l'isola e che con terribilevicenda disertava in quell'intervallo di pace i luoghi rispettati dalla guerra;e la morte di Eleonora; la quale dovette dai di lei sudditi esser lagrimata comeun'altra pubblica calamità. Se i nimici di questa giudicessa abbiano rispettatoin quel momento l'altezza della di lei famanon si disse dagli scrittoriaragonesi. Ma la fama di Eleonora era già taleche i nimici commendandola ospregiandola avriano lasciato alla posterità meglio un esempio di buona o dimalafede nel giudicareche un autorevole giudizio. Eleonora ha lasciato nel suoregno traccie più durevoli della laude o dello spregio dei contemporanei: lesue vittorie ed il suo codice. Donna di gran cuoreEleonora seppe muovere etrattar l'arme. Donna d'animo virtuosoinnalzossi alla fortezza virile senzaobbliare le doti del proprio sesso. Donna di gran mentetanto valse a giudicaredelle cose di statoquanto davano i suoi tempi. Sovranamostrò di possederele virtù tutte dei regnanti: la superiorità del coraggioper cui nonisbigottì nel veder conturbato dalla ribellione dei sudditi il principio delsuo regno; la fermezzacolla quale seppe in breve tempo comprimerla; il valoredella personaper cui espose se stessa nei cimenti guerreschi; quello delconsiglioche le fé sempre indirizzare i suoi soldati alla vittoria.Legislatriceebbe il raro vanto di concepire e condurre a compimento il nobilepensiero della promulgazione di un codice. Ebbe quello più raro ancora dirispettare nelle sue ordinazioni i vizi insormontabili del suo secolo; e diconoscere che i difetti delle leggi suscettive di eseguimento devono preferirsialle virtù inutili della perfezione prematura. Quando si consideri che tantedoti erano riunite in una femminaed in una femmina del XIV secolosigiudicherà facilmente che l'oscurità in cui giacque fra gli stranieri la dilei memoriaè l'oscurità stessa di quei tanti eroi i quali non per altracagione sprofondarono nella lunga notte dell'obblioche per esser loro mancatol'applauso degli uomini d'ingegno.

 

 

LIBRO DECIMO

 

Eleonora era stata in breve tempo seguita nel sepolcro dal dilei figliuolo Mariano. Il giudicato d'Arborea era perciò disputato fraBrancaleone Doriapadre di questo principeed Aimericovisconte di Narbonamarito di Beatricesorella secondogenita di Eleonora. I provincialiincerticui obbedireinclinavano a preferire a Brancaleonegià da essi per lungaesperienza conosciutoe forse per tal ragione meno graditoun principestraniero. Inviavangli pertanto una solenne ambasciata e profferivansi diprestargli obbedienza. In tale stato di cose Martinore di Siciliafigliuolodel sovrano d'Aragonacomposte le cose del suo regno ed incitato dalle vicendedel tempo a provare nei vari cimenti che presentavansi l'ardenza sua per le cosebellicherecossi nell'animo di preferire alle altre imprese quella diricondurre sotto il dominio paterno le provincie sardeche dopo alcuni anniaveano scosso intieramente la signoria aragonese. Salpò pertanto da Trapani condieci galee; e giunto in Alghero ed avuto ivi pieno conoscimento delle cosedell'isolainviava tosto al padre i suoi messaggieriche gli rimostrassero:voler egli seguitare le orme dei suoi maggiori; campo il più adatto alle sueglorie essere la terra sarda conquistata dalle arme dell'infante don Alfonso edel re don Pietro; aver deliberato di non dipartirsene se prima non metteva adeffetto il suo disegno di sottoporre alla Corona le provincie disobbedienti;spedisse adunque prontamente il suo navilio a soccorrerlo ed invitasse la suabaronia a prender parte nella guerra. Insisteva poscia in tale nobiledivisamento anche quando il padre tentennante fra l'utilità ed il rischio delprogetto scriveagli: esser senza fallo di somma importanza la guerra sarda;nullameno esser più preziosa la vita del re di Siciliache esponevasi a dureprove; considerasse ben attento se non era quello un pescare con l'amo d'oro edun commettersi a pericolo più grande del profitto. Le quali ragioni non valendoa svolgerloegli tanto più perseverava nel suo intentoquanto più imminentepareagli l'occasione di cimentarsi; sapendo già che il visconte passava conmolte compagnie di gente d'arme in Sardegna; e che per una confederazione direcente conchiusa erasi egli stretto a Brancaleone Doria.

Congregatosi dal re in Catalogna il parlamento per avvisare imezzi di quella nuova spedizionegrande fu lo zelo che manifestossi neigentiluomini dei suoi stati onde parteciparvi; tanta era la confidenza da essipresa dello sperimentato valore del re di Sicilia. Non fu perciò famigliaillustre in Catalogna che non avesse in quell'esercito un cavaliere; in guisache le mille lancie offerte dal parlamento si ebbero col solo concorso dellepersone nobili del principato. Contribuiva pure alla guerra la città diBarcellonaarmando a suo costo tre navi; e contribuiva l'antipapa Benedettoinviando il suo congiunto Giovanni Martínez de Luna a farne parte con centouomini d'arme. Di modo che trovavasi con tali aiuti la flotta composta diventicinque grossi legnidieci galeequindici galeotte e molte altre cocche innumero fra tutte di centocinquanta navi.

Mentre il navilio salpava da Barcellonadon Martinoveleggiava da Alghero a Cagliari e cominciava quivi con le sue cavalleriesiciliane a correre nelle terre dei nimici. Le castella regie ristoravansi allasua presenza; ed i cittadini innalzavansi alla speranza di vedere oramai dopoquaranta anni di continua guerra od assedioe di una fedeltà a tutta provamutata la loro fortuna. La flotta stessa sicilianabenché non numerosaavventuravasi di combattere; ed un'armatetta genovese incontratasi nelle acquedell'Asinara colle galee del recadeva intieramente in potere del capitanosiciliano Francesco Coloma.

Quando il navilio catalano giunse nell'isola il visconte diNarbona avea già raunato tutto il suo esercito nella pianura di Sanluri; eperciò don Martino non volendo interporre dilazione all'andargli a rincontroesciva dal castello di Cagliari con tremila cavalli ed ottomila fantie dopocinque mosse piantava i suoi alloggiamenti in luogo non discosto dal campodell'inimico. Nel dì seguente le schiere del re in ordinanza presentavansi alcospetto delle soldatesche del visconte. Avea il re preveduto che i Sardispingerebbero nei primi incontri i loro animosi fantaccini; deliberava pertantoponessero tosto piè a terra i più destri ed i più prodi dei suoi cavalieriacciò nella prima pugna resistessero meglio a quell'impeto. Ma la cosaprocedette diversamente; perché avendo dovuto il re accerchiare un colle dovela cavalleria del visconte erasi ordinatasovra questa principalmente dovetterourtare gli Aragonesi e prender battaglia in quel luogo. Gagliardo fu il cozzodelle due cavallerie e furiosa la mischia; la quale durò terribilequant'altramaie con strage grandissima dei combattenti; infino a che le schiere regiefrancheggiate dall'esempio di un sovrano che in quella giornata non mancò unmomento solo del debito suo di capitano e di guerrieroebbero o il pregio o lasorte della vittoria. La mortalità dei Sardi fu la maggioree cinquemila diessi caddero nel luogo stesso ove pugnavano. Lo stendardo del visconte venne inmano dei Catalani. Egli sbaldanzito riparò affrettatamente al suo castello diMonrealeincalzato dai nimici fino alle porte di questa rocca; frattantoché laterra di Sanluri andava a sacco con novella strage di mille di quei popolani edoccupavasi dai vincitori la possessione di quel castello.

Dallo stesso luogo di Sanluri spediva subitamente don Martinoil messaggio di quella felice giornata al re suo padre. Ritornando quindi nellacapitale ponea la mira a guiderdonare i suoi commilitoni; e fra questi uno deipiù animosiGerardo Dedonigià chiaro nelle guerre di Sicilia; il qualeprivilegiato di varii feudilasciò nell'isola la sua discendenza. Disponeasipure il re a profittare della vittoria con far provvisione all'assedio dellacittà d'Oristano; dove era poscia rifuggito il visconte con i migliori suoicampioni sopravvissuti alla battaglia. Al tempo medesimo Giovanni de Senasardodevoto alla causa regiaera operatore che l'importante castello di VillaIglesias si riducesse nuovamente a obbedienza. Ma quando ogni cosa pareapromettere un seguito di fauste ventureil più calamitoso degli avvenimentiammortì le speranze degli Aragonesi; ai quali sembrava oramai con un tantocapitano alla loro testa nulla mancare perché a buon segno riescissero leimprese le più malagevoli. Il giovanetto principe colle virtù degli eroiaveaeziandio alcune delle ordinarie loro fiacchezze. Le di lui passioni eranotalmente smodateche famose erano diventate in Sicilia le sue dissolutezze. Epiù famose restar doveano in Sardegna; poiché presentatasi a luimentre nonera pienamente riscosso da una infermità sopportata nel suo ritorno a Cagliariuna donzella del luogo debellato di Sanluri di forme leggiadrissimetantoperdutamente in lei s'invaghìche egli trovò nell'abuso il termine deipiaceri. Morì pertanto don Martino lagrimato dai suoi Siciliani non meno chedai Catalani e dai Sardi; i quali nella di lui gioventù e prodezzariconoscevano gli auspizi di grande incremento pei reali d'Aragona. E colla dilui morte molto si abbassò la fortuna delle soldatesche regie; perchécontinuatacom'era forzala guerraessendo passate a campeggiare Oristanosotto il comando di don Giovanni e di don Pietro di Moncadatanto aspramentefurono percosse dai nazionalii quali aveano fatto testa in sito acconcio perimpedire loro il passoche senza il soccorso di alcune compagnie di cavallicondotte in momento opportuno da don Pietro di Torrellas la vittoria inquell'incontro sarebbe restata ai Sardi.

Frattanto i provinciali di Arboreamal paghi della manieracon cui il visconte avea sostenuto i diritti del giudicatoaveano eletto perloro giudice un ottimate del luogo chiamato Leonardo Cubellocongiunto collafamiglia degli antichi giudiciuomo di gran conto ed assai dovizioso; ed eglicogli altri doveri del governo avea assunto quello più arduo in quel momento didifendere la provincia dagli Aragonesi. A questi era stato preposto dal re comeviceré e luogotenente generale dell'isola lo stesso don Pietro di Torrellasche abbiamo veduto testé trionfatore dei Sardi. Ed egli conoscendo che senzal'occupazione d'Oristano maggiore diventerebbe ogni dì la difficoltà didebellare il visconte (il quale rifattosi dei danni sofferti padroneggiava nellacittà di Sassari e nella provincia del Logodoro)avea indirizzato a quellavolta le sue schiere per campeggiare la capitale di Arborea. Né mancavanglinovelli aiuti dagli stati aragonesi; perciocché al re tanto stava a cuore ilproseguire la guerra sardache ridotto erasi ad impegnare per cinquantamilafiorini il contado suo d'Ampuria in Catalogna. La maggior fidanza che portavasiera quella dello sperimentato valore del Torrellas. E questo capitano nonsmentì in tal occasione la sua fama; giacché dopo qualche tempo d'assedioseppe così gagliardamente strignerloche Leonardo Cubello calava finalmente asottomettersi ad amichevole concordia. Con questa abolivasi perpetuamente ilnome infausto per gli Aragonesi di giudice di Arborea; la città d'Oristanoicosì detti Campidani che la circondanole fortezze degli antichi giudici e laprovincia del Goceano si lasciavano in feudo a Leonardo con titolo di marchesedi Oristano e di conte del Goceano; egli promettea alla Corona col suovassallaggio l'annuo censo di cinquecento fiorini aragonesi; e perchél'esercito regio oramai manchevole di pecunia potesse sopperire alle spese dellarestante guerrasborsava prontamente trentamila fiorini d'oro di Firenze. Iltal maniera il giudicato di Arboreache solo soprastava alla ruina degli altristati dell'isolacadeva per sempre; abbenché non mai tanto potente e tantoillustre quanto nell'ultimo periodo della sua esistenza. Ma il re poco giovavasidi quella mutazione; perché in quello stesso anno morivalasciando tutti isuoi regni in grande esitazione per l'incertezza del successore. Onde i sudditidella casa d'Aragona al tempo stesso in cui per lo scisma della Chiesa eranoturbati nell'obbedire ad uno dei tre contendenti il pontificatorestarono anchelunga pezza concitati per non sapere a qual sovrano dovessero sottostare fra imolti principi che pareano aver ragione a quella corona.

Nondimeno quella titubazione non s'impadronì dell'animo delviceré. Questo fedele e valoroso suddito mancando la persona del sovranoimprese a servire con eguale ardore la causa della Corona; ed a lui è dovutoprincipalmente se in quel trambusto non si perdette ogni frutto delle passatevittorie. Il visconte non contento dei progressi fatti coll'occupazione delLogodoro non scadeva dalle speranze di far suo l'intiero regno. I Genovesi piùapertamente vendicavano in quelle congiunture le antiche ingiurieassistendo idisegni del visconte e quelli dei Doriasempre possenti nell'isola e sempremacchinanti turbolenze. Con questi dovette lunga pezza contendere il viceréfacendo provvisione alla salvezza delle castella della Corona. Né sgomentossiquando la rocca importante di Longonsardo assalita improvvisamente dalle gentidi Cassiano Doria cadde per codardia del comandante catalano in poteredell'inimico. Il viceré che trovavasi già in punto di soccorrerlase ilsoccorso si fosse aspettato dai difensoriaccresceva allora la guarnigioned'Alghero e la forniva di vittuaglie. Ed al tempo medesimo scriveva ai Catalani:non permettessero che nell'intervallo in cui si disputava il regnovenissequesto menomato; rammentassero i travagli dei reali aragonesi nella conquistaidispendi delle provincie nell'assisterli; esser oramai le cose aragonesi in talgradoche un leggiero impulso le farebbe giungere al sommoun abbandono potriaprecipitarle per sempre. Partivano messaggi con tali avvisi Andrea di Biore eFrancesco Satrillasacciòesponendo più ampiamente lo stato rischievole delviceré concitassero il parlamento di Catalogna ad inviare affrettatamentesoldati e denaio. Uguale messaggio spedivano anche i Cagliaritani con MarcoIover; ed esponevano trovarsi già ridotti a tale stremo per la pestilenza e perla guerrache quel castello primario del regno era oramai deserto.

Frattanto il viceré non si perdeva punto d'animo; e sapendoche il visconte erasi inoltrato nell'isola infino a cingere d'assedio Oristanoraggranellava alla meglio che potea le sue sparse soldatesche e con coraggiomaggiore delle forze presentavasi ardito a fronte dell'inimico. Sorpreso edinvilito il visconte muovea allora parole di pace. Ma il viceré conoscendoquanto importi nei primi momenti dell'acquistata superiorità il non abbassarsiributtava dalla sua presenza gli inviati; ed altamente dichiarava non dover illuogotenente del re trattar della pace nel mentre che durava l'assedio;sgomberasse il visconte la provincia d'Arborea; riparasse di nuovo a Sassari;ivi rinnovellasse le proposizioni. E con ciò avendo il visconte rimesso ognicompetenza col governo aragonese sulle ragioni della famiglia d'Arboreanell'arbitrato di alcuni baroni catalanipoté il viceréaccettando ilpartitoottenere la liberazione d'Oristanoe una maggior quiete nelle altreprovincie del regno durante la triegua. Sebbene egli non era destinato araccorne il frutto; perciocché portatosi per dar compimento a tal concordia inAlgheroivi cessava di vivere; dopo avere in quella vacanza del trono sopperitosaggiamente all'imminente sua mancanzadestinando colla sua autorità asuccedergli il cavaliere catalano Giovanni di Corbera; il quale tosto ratificòcol visconte e con Niccolò Doria i trattati aggiustamenti. Al tempo stessomoriva in un incontro coi popolani di alcune terre sollevate il governatore diCagliari Giovanni di Montagnana; ed i Cagliaritani surrogavano in suo luogo ilconte di Chirra don Berengario Carròz; il quale negli avvenimenti succeduticomparisce aver avuto la maggior autorità nel governo generale delle cosedell'isola.

Malgrado della trieguail visconte stava avvisatamente pergovernarsi contro agli Aragonesicome accennerebbe la sorte. Occasione propiziadi romper nuovamente la guerra gli fu data dalle dissensioni private dei Doria.Niccolò Doriasignore di Monteleonegià suo prigionieroavea conseguito ilsuo riscatto con trentamila fioriniper istigazione speciale dei Sassaresi; chepartigiani allora del visconte vedeano volentieri accrescersi con quel denaio ecol vassallaggio di Niccolò la fortuna della loro parte. Erasi pure accostatoil visconte a Cassiano Doriache abbiamo testé veduto occupatore diLongonsardo. Ma questi due congiunti erano aspri nimici; epperò nellerinnovatesi gareavendo Niccolò avuto ricorso al conte di Chirrafu forza aCassiano ed al visconte di combattere col privato nimico il governatore delregno. Inviavansi per tal ragione da Niccolò Doria trentamila fiorini inCatalogna per assoldare seicento cavalli e trecento balestrieri. Ed è dacredere che un tale aiuto avrebbe grandemente ristorato le sorti dei ministriregii; i quali erano ridotti a tale strettezza che nelle castella mancavano levittuagliee mancavano in Cagliari perfino gli uomini necessari a far lascolta; trovandosi il resticciuolo che avanzava delle migliori soldatescheacquartierato in Alghero.

Ma Niccolò venne poscia a rappacciarsi con Cassiano. Equesto per mezzo del suo congiunto si riconciliò cogli uffiziali aragonesi; coiquali stava pure costantemente in fede il nuovo marchese di Oristano; dispostoin tal tempo a stringere maggiormente la sua concordia concedendo al conte diChirra la mano della propria figliuola. Il visconte ben lungi dal paventarequell'aumento di forza mostravasi più apertamente inimico; e dopo averaffrontato e sconfitto i Doriapassava coll'aiuto dei Sassaresi a fortificareil luogo di Macomerrocca di frontiera per penetrare nel giudicato di Arborea.Vi penetrò infatti con felice venturaassoggettando al suo potere i distrettidi Parte Valenzadi Partemonti e di Marmilla; e facendo bucinare dappertuttoessere le cose di Aragona per la dissensione fra gli aspiranti al soglioimpigliatissime nella Spagnadisperate nei lontani dominii. Frattanto le pocheschiere regie assottigliate ogni dì maggiormente a malapena si sostenevano; ecadute sarebbero in totale scoraggimentose grandemente non fossero statefrancheggiate per la vigorosa difesa che fecero allora della loro rocca gliAlgheresi; i quali non mai dopo la novella fondazione erano mancati del debitoloro di fedeltà e di devozione alla causa regia; ma non mai con tanta evidenzae felicità aveano avuto luogo di segnalarla.

Il visconte avea inviato trecento cavalli e centocinquantabalestrieri per sorprendere quei cittadini. E giàposte occultamente dinottetempo le scale intorno alla cittàavea una gran parte di quellesoldatesche tocco le cime delle muraallorquando alcune guardie avvisatesi deltentativo fecero suonar subito nella terra il grido di accorr'uomoche concitòtutti i popolani alle armi. I nimici erano giunti nel mentre ad occupare unadelle torri più valide; e quivi venne a rovesciarsi contro ad essi l'impeto deicittadini capitanati dal valoroso governatore del Logodoro Raimondo Satrillas.Grande fu allora in mezzo alle tenebre la strage ed il rimescolamento degliassalitori e degli assaliti; se non che il grido Aragona Aragona» ragunavatratto tratto ed incalzava i cittadini a stringere vivamente i nimici; i qualiminacciati anche dalle fiamme appicciatesi dai popolani alla torrefuronoinfine costretti a ceder loro intieramente le armi. Né qui finì la mortalità;perché anche nel giorno seguente il capitano che comandava quella spedizionecadde vittima del suo ardimento condannato nel capo entro alle stesse murad'Alghero. Dove anche al dì d'oggi si ricorda questo fatto in ciascun anno consolennità; abbenché siansi già obbliate le invettive che lunga pezza siscagliarono in quell'anniversario contro ai cittadini di Sassari partigiani delvisconte in quel correre di tempi. Invettive nelle quali gli uni ebbero il tortodi contaminare la vittoria colle ingiurie contro ai vinti; gli altri ladebolezza di non saperle spregiare; a segno che per gran tempo arsero poscia fraquelle due vicine città gare aspre e velenose.

Al conforto di tal vittoria si aggiunse ancora l'arrivo pocodopo seguito di cento soldati di grave armaturadi dugentocinquanta cavalli ecento balestrieri che dalla Catalogna erano stati spediti sotto il comando diAcarto de Muro. Arrivo questo ben opportuno; dappoiché oltre ai nimiciinterioriturbata era anche la quiete dell'isola dalle galee genovesi; alcunedelle quali governate da Antonio Doria presentatesi improvvisamente nel porto diCagliari dopo aver arse due navi catalanetravagliarono con uno sbarcorepentino le terre litoraliraunando gran bottino nello scorrere per queiborghi. Nondimeno il maggiore dei conforti era quello che si attendeva collacessazione della lunga vacanza del trono. E questa allora si conseguiva collasolenne dichiarazione fatta dai compromessari a ciò eletti; i quali aveanoriconosciuto alla fine maggiori ragioni per la disputata successionenell'infante di Castiglia don Ferdinandoinchinato tosto unanimemente persovrano d'Aragona.

Questo animoso principe tranquillo della sommessione dei suoisudditi della Spagnavoltò tosto i suoi pensieri ad assicurare maggiormente idiritti della sua corona nella Sardegna. Informato appena dall'arcivescovo diCagliarie da altri notabili dell'isolavenuti in Saragozza a prestargliomaggiodel vero stato delle cosefece provvisione alla celere spedizione dinuove soldatesche; destinando ad un tempo per governatore d'Algherodove alloraera stabilito il comando maggiore del LogodoroAlberto Satrillas. Ed acciò siprocedesse con maggior franchezza nel combattere il visconteliberava laSardegna dalla molestia delle incursioni genovesi concertando con quellarepubblica una sospensione d'ostilità per cinque anni. Ma il visconte non sìtosto seppe che lo scettro di Aragona era passato nelle mani d'un principe digran cuorequal era don Ferdinando di Castigliaprocurò prontamente diricorrere ai mezzi di conciliazione; e trattate prima le condizioni dellaguarentigia accordata alla di lui persona ed ai di lui cavalieri per comparirenella cortepresentavasi al re in Leridadove veniva accolto amorevolmente evezzeggiato con ogni maniera di favori. Né fra i riguardi dovuti al potentenimico mancava il re della gratitudine meritata dal suddito fedelechemaggiormente avea fronteggiato il visconte negli anni precorsi. Onde nellesolennità dell'incoronazione singolari testimonianze di onore furono date alconte di Chirra; e le sue nozze con donna Eleonora Manrichedamigella dellareginafurono allora festeggiate dai sovrani; e rendute più lietecoll'assegnamento di mille e cinquecento fiorini di rendita nella Sardegna. Sicompiva poscia col visconte l'accordo mediante l'esibizione che egli faceva direstituire alla Corona la città e terre di Sassari; e l'offerta presentata anome del re di comprare col prezzo di cencinquantatrémila fiorini d'oro lealtre regioni del visconte. Anzi era tale l'importanza che si sentiva dal re pertal convenzioneche non avea egli difficoltà di entrarne mallevadore collacessione di alcune città dei suoi stati del continente. Sebbene don Ferdinandotanto non ebbe vita da veder ridotta ad effetto quella pacificazione. Onde lepoche memorie del breve suo regno si riducono in Sardegna alla nomina da luifatta del già mentovato Acarto de Muro a suo luogotenente generale; ed alprovvedimento dato affinché non si accogliesse nell'isola l'antipapa Benedetto;il quale inflessibile nel non voler abbandonare la tiaramalgrado dei voti ditutta la cristianità e delle ordinazioni di pace vinte nel concilio diCostanzaavea allora in animo di riparare al castello di Cagliari per iviconservarsi indipendente nella sua contenzione.

Alfonso V salì allora sul trono aragoneseche dovea tantoillustrare col magnanimo suo carattere e colle molte sue virtù. Egli trovò lapace ch'era stata stabilita col visconte nuovamente turbata; perché nelleangustie dell'erario aragonese non erasi data comodità di eseguirne lecondizioni. Si aggiugneva ad accendere i partigiani del visconte la circostanzache i di lui vassalli delle Barbagie aveano cooperato alla ribellione di alcunidistretti confinanti contro al loro signore Valore Deligiainvestito dalmarchese di Oristano di alcuni feudi. Presentandosi ardua in tali congiunture lacontinuazione delle ostilitàdeliberava il re di trattare altra volta dellapacificazione; e consisteva questa per parte del visconte nella conservazionedella città di Sassari e degli altri suoi dominii a titolo di feudofino aquando si soddisfacesse al pagamento della somma di riscatto già convenuta colre don Ferdinando; come fin d'allora rinunciava lo stesso visconte ai titolidipendenti dal giudicato d'Arboreala cui memoria voleasi dai reali d'Aragonaspegnere in perpetuo.

Malgrado di questa convenzione riconosceva il re lanecessità di passare egli stesso nell'isola per affermarvi in modo migliore lasua dominazione; e perché quel viaggio tornava egualmente opportuno a governarepiù dappresso le bisogne della Sicilia e della Corsica. Onde dopo aversurrogato nel comando generale del regno ad Acarto de Muroche morìnell'isolalo stesso Giovanni di Corberagià altra volta destinato a talincarico durante l'interregno; vedendo che sotto il di lui reggimentoprosperavano di nuovo le coseper aver egli posto in opera nel combattere iribelli (i quali o in nome del visconte o di altri non mancavano maid'inquietare gli uffiziali regii) le soldatesche colà venute dalla Siciliarisolveva di farne il maggior suo pro e di non differire lunga pezza il suopassaggio; ed a testimonianza di onore e di stimarendevane informato ilmarchese di Oristanoal quale i ministri aragonesi erano stati in tuttoquell'intervallo di tempo debitori di fedeltà costantedi personalecooperazione negli scontri guerreschi e di grossi sussidi in denaio. Contribuivainfine a confortare l'animo del re a quella gita la morte allora avvenuta delvisconte senza discendenza maschile; per la quale riescì più agevole il poterconchiudere con Guglielmo dei Tineriisuo eredeuna nuova conciliazione d'ogniantica controversiamercé del promesso pagamento di centomila fiorini.

Salpò il re dalle coste di Catalogna con un navilio numerosoe ben ordinato; e sbarcato in Algherotrovò ivi il conte don Artalo de Lunagià intento da qualche tempo a correre contro ai ribelli; al quale il re tostocommise di passare con sei galee a Longonsardo ed a Terranova per investirequelle due rocche. Divenne a prospero fine questa spedizionela quale fu lasola cui il re dovesse por mano; poiché da un canto i Sassaresi stanchi disottostare alla signoria dei visconti di Narbona inviavano i loro messaggieri inAlghero ad inchinare il re ed a supplicarlo di volerli accogliere sotto la suapodestà; dall'altro cogli aiuti di denaio avuti principalmente dal marchesed'Oristanosi mettea in grado il re di sborsare li centomila fiorini delriscatto di Arborea. Onde dopo un secolo di signoria imperfetta e di guerracivile quasi continuaquietavano finalmente per qualche tempo le armi; e leterre tutte dell'isola riconoscevano un solo supremo dominio.

Non così felici furono i risultamenti dell'altra spedizioneche il re allora intraprese per l'isola di Corsica; della quale mi toccasolamente di dar cenno per notare l'ardore di molti gentiluomini sardi nelparteciparvi; ed il valore con cui si distinsero specialmente fra essi in quelliincontri Dalmazio SangiustPietro de Feno e Serafino Montagnanoprivilegiatidal re in ricompensa con alcune concessioni di feudi. Il re pertantoabbandonato quel pensieronavigò di nuovo alla volta della Sardegna; dovevolle allora soffermarsi per congregare alla sua presenza nel castello diCagliari il parlamento della nazioneil quale dopo l'assemblea intimata dal redon Pietro non era stato in quelle perpetue turbolenze dell'isola mai piùragunato.

E qui comincia per la nazione sarda un ordine novello dicose; perché fatta partecipe in qualche maniera delle cure del proprioreggimento ed invitata dai sovrani a rassegnare periodicamente il quadro deisuoi bisogni e la proposizione dei rimedifondamento maggiore ogni dì fece asolidare l'opera della sua rigenerazione ed a riparare ai mali che laconsumavano. Opportuno perciò tornerà qui il dar un cenno delle leggipolitiche della Sardegnale quali propriamente per la prima volta recate furonoad eseguimento in questa congrega. Il re don Alfonso non volendosi dipartire daquelle norme che nei regni suoi della Spagna erano già in vigoreestese allaSardegna la stessa legge delle così dette corti generali del principato diCatalognaconvocando a formare il parlamento sardo tre ordini di persone:quello degli ecclesiastici composto dei vescoviabatipriori e capitoli dellechiese cattedralichiamato anche fra noi con vocabolo castigliano stamentoecclesiastico; quello dei gentiluomininel quale sono compresi tutti i signoridi feudi rappresentanti eziandio i comuni loro sottoposti; ed intervengono tuttele persone nobili ed i cavalieri del regnoappellato stamento militare; e lostamento intitolato realeal quale convengono i deputati di ciascheduna città.Allorché per convocazione intimata dal sovrano o dal vicerési dovetteroquesti tre ordini congregare in solenne parlamentochiamossi tal concilio cortegenerale o curia del regno. La riunione distinta di ciascuno ritenne il nome distamento; la qual cosa succedette specialmente più volte nelle raunate dellostamento militare per lo privilegio concedutogli di congregarsi anchealloraquando non si trovano adunate le cortionde rappresentare al sovrano lecose necessarie al bene dello stato; essendo stata a questo stamento in modoparticolare commessa la tutela delle ordinazioni vinte nei parlamenti. Ed inquesto rispetto devesi osservare che siccome ciascun ordine rappresenta unaclasse diversa di sudditicosì le risoluzioni prese se furono accordate fra itre stamenti ed approvate dal sovranoobbligano il regno intiero ed hanno forzadi legge generale; mentre che quelle che ad un solo ordine appartengonoper unasola classe di sudditi partoriscono obbligazione.

Allorché non pei bisogni subitaninon suscettivi di normeregolarima colle ordinarie solennità si assembrarono le cortile formalitàmaggiori furono quest'esse. Il re scrisse a ciascuno dei membri del parlamentodicendo loro esigere il servizio pubblico che si convochi la generale assembleadella nazione; aver già egli per tal fine destinato a presidente il suoviceré; convengano adunque dove e quando siano dallo stesso viceré invitati.Giunto il dì del convento portossi il viceré col suo consiglio e con i trestamenti in pompa alla chiesa maggiore; dove salito sul tronocircondato daiministri primariannunziò quali fossero le condizioni del suo mandato e leintenzioni del re nell'intimare quella ragunanza; alla qual dichiarazionerispose l'arcivescovo di Cagliari a nome comune: profferirsi eglino di secondarele benigne risoluzioni manifestate per lo bene dell'isola; ne avesse il sovranole dovute grazie. Convennero poscia gli stamenti in luogo distinto comunicando iconsigli fra essi e col presidente per mezzo di deputati a ciò fare eletti. Maprima che si passasse agli atti maggiorioccuparonsi le corti di eleggere tremaniere di uffiziali che abilitatoriprovvisori e trattatori vennero appellati.Li sei abilitatori nominati per una metà dal presidente e per l'altra daglistamenti ebbero l'incarico di riconoscere la validità dei titoli delle personedi nuovo intervenute al parlamento. Ai diciotto provvisori scelti anche in partedal presidente fu commesso l'ufficio di sentenziare sopra qualunque angheriavenisse ad esser imputata agli uffiziali regii o per dinunzia degli stamentioper querela di qualunque individuo. Ai sedici trattatori eletti in modoconsimile spettò l'economia delle spese e la ripartigione equa dei tributichedal parlamento si doveano offerire. E fra questi uffiziali reputaronsi sempre dimaggior conto i provvisorio giudici; perciocché quando dopo il proclama concui s'invitarono i danneggiati a presentare le loro doglianzeebbe luogoqualche richiamonon mai si passò a conchiudere i maggiori negozidell'assemblea prima che si fosse pronunziato sulla giustizia od ingiustiziadelle querele.

Quei maggiori negozi furono poscia l'offerta o rinnovazionedell'anno donativo (ché con tal nome si distingue il principale tributo pagatodal regno a pro del tesoro); e l'impetrazione di quelle grazie che la necessitàdei tempi o delle persone ricercò; le qualise accolte furono dai sovraniacquistarono in tal maniera tutto il valore di una legge solenne. A qual uoposiccome per la vicenda delle discussioni si consumò maggior temposi prorogòanche dal presidente la congrega; infino a quandoconchiusa colla maggioranzadei voti in ciascheduno stamento la trattazione d'ogni affare; scritti gli attidei concili; e destinati i messaggieriche li rassegnassero a mani del resipoté in un'altra solenne tornata dell'intiero parlamento al cospetto delpresidentesoddisfare all'atto principale dell'adunanza; cioè all'offerta dafarsi dai primi di ciascun stamento del periodico tributo.

In tal modo si governarono le assemblee ordinarie dei nostriparlamenti. Ed a gloria della patria nostra sia detto; che mentre in altreprovincie sopravanzandosi i confini dalle prische istituzioni segnati allepolitiche podestào spente restarono le antiche maniere di governooprocedettero nella creazione delle novelle gravi perturbamenti; la saviezza concui la nazione sarda contenta ai diritti accordatile non cercò mai modo disnaturare il proprio statutofece sì che nel successivo governo dei sovrani diCastigliacome nella breve signoria della casa imperiale austriaca e nel faustodominio dei reali di Savoia siano state sempre riconosciute ed apprezzate lebasi della politica legislazione dell'isola.

Questo carattere di saviezza manifestarono le corti sardefino dalla prima convocazionechecome già ho narratone fece il re donAlfonso. Gioverammi pertanto nel toccare di questo e dei successivi parlamentiil non pretermettere di dare un breve sunto delle cose precipue trattatevi.Dalla qual relazione non leggiera gloria io penso sia per derivare allaSardegna; poiché nel giudicare dello stato morale di una nazionela norma piùaccertata è quella della disamina della di lei legislazione; e fra le leggicolle quali reggesi l'isolase quelle bandite dai suoi sovrani comprovano lasapienza di chi le diedequelle altre che procedettero dalle dimande dellecortipossono far fede della perspicacia di chi le richiedeva.

Pose mente il parlamento in questo primo consesso allaconferma della carta di Eleonoragià rispettata per consuetudine pressoché intutto il regno; proponendo ad un tempo il temperamento di alcune pene inumanenon più comportevoli. Conoscendo i danni ed i disagi derivanti dal giudicarsile cause dei regnicoli da tribunali stranieriottenne dal sovrano che vietatofosse pei nazionali qualunque giudizio fuori dell'isola. Considerando quantoimportasse il far intervenire negli ordinamenti l'autorevole consiglio dellapersona onorata della maggior confidenza del sovranoimplorava che nei negozitutti di privato interesse fosse necessaria alla validità dell'ordinazione lasoscrizione del vicecancelliereo di chi ne faceva le veci. Molte altreproposizioni rassegnò pure il parlamento alla considerazione del sovranodellequali tralascio di far menzione; e solo soggiungerò che fino da questa primacongrega si ottenne a favore dei capitoli delle corti (che così chiamaronsi leleggi concedute dai sovrani nella novella forma) la speciale promessa di unapronta ed incontrastabile esecuzione.

Compiuto da don Alfonso quest'attoveleggiò egli alla voltadella Sicilia e quindi di Napolionde invigilare dappresso sulle cose turbatedi quel regno; per le quali avea già ricevuto in Alghero i messaggi dellaregina Giovanna profferentesi di adottarlo a suo figliuolo. Durante il qualeintervallo di temponon meno che negli anni succeduti al ritorno del re inAragona ed alla sua guerra col re di Castiglialo stato politico della Sardegnanon soggiacque a veruna grave mutazione; trovandosi solo annotato dagliscrittori l'ingresso di Barzolo Magno a mano armata nella rocca di Goceanoliberata poscia dalle genti di Leonardomarchese d'Oristano; il sacco dato dasette galee genovesi al castello di Longonsardoil quale fu perciò poco dopofatto demolire per comando del re; ed il provvedimento dato alla maggior difesadi Portotorresdel borgo di Lapola in Cagliari e di Alghero; dove non contentoil re d'inviare una compagnia di balestrierianche una novella colonia ebbe aspedireonde riparare ai danni sopportati da quella popolazione nella lungaguerra dei giudici d'Arborea.

Frattanto Antonio Cubello succedeva per la morte del padreLeonardo nel marchesato d'Oristano; ed innalzavasi al comando supremo dell'isolaBernardo di Centelles; ed i Sardi non solo quietamente godevano della cessataguerra nelle loro terrema mostravansi talmente devoti al reche profferivansidi prestargli ausilio nelle guerre lontane. Partiva perciò legato dei SassaresiLeonardo Zonzauomo già illustre nelle guerre precedute; e le altre cittàanch'esse sovvenivano con larghe oblazioni al tesoro del principe; al tempomedesimo ch'egli prevaleasi della fede di Salvatore Cubellofratello delmarchese d'Oristanofacendolo passare con dugento cavalieri sardi in Siciliaper vegliare quivi sugli andamenti di alcuni castellanidei quali il re poco siconfidava.

Ebbe poi don Alfonso a conoscere egli stesso quanto i Sardilo amassero allorché portossi in Cagliari nell'intraprendere la sua spedizionein Africa per combattere la reggenza di Tunisi. E quando temendo i nuovi nimiciche gli concitava il maritaggio del duca d'Angiò (suo rivale nella successioneal regno di Napoli)colla principessa Margherita di Savoiafiglia di Amedeo Iraccomandava al marchese d'Oristano tenesse pronte ed addestrate le sue gentiper passare in Toscana a pugnare coi Fiorentini e coi Senesiche gli aveanomancato di fede; o far provvisione con quelle a qualunque impensato turbamentonell'isola. Né mal preveduti furono quei turbamenti; perché Niccolò Doriaconte di Monteleone e signore del Castello Genoveseassistito dalla repubblicadi Genovanimica del re in quelle contenzioni del regno di Napoliinnalzòpoco dopo nell'isola lo stendardo della rivolta. Onde Giacomo di Besorailquale allora governava l'isola come vicerédovette porsi alla testa di variesoldatesche sassaresialgheresie bosanecapitanate da alcuni dei più chiaripersonaggi di quelle terreper campeggiare la rocca di Monteleone. Innalzavasiquesta sul cacume di una montagna aspra e dirupata; e non correndo fra queibalzi veruna via che desse adito ad investire il castellofu d'uopo chel'assedio durasse lunga pezza anche nella rigida stagione. Per la qual cosa iSassaresiche specialmente si distinsero in quelle fazioniebbero lettereonorificentissime dal reche esortavali da Messina a continuare in quelledimostrazioni di fede e di prodezza. E ben cadde in acconcio questa costanza deiSardi nella devozione al re; giacché in quello stesso tempo combatteasi da luipresso all'isola di Ponza nelle marine napoletane la famosa battaglia navale coiGenovesinella quale tanto essi soprastettero ai Catalani che impadronironsidella persona stessa di don Alfonso e di quella del re di Navarra e di moltialtri cavalieri; fra i quali annoveravasi anche il sardo gentiluomo Salvatore diArborea testé mentovato. Quantunque siasi poscia risoluta questa vittoriameglio in onore che in profitto dei Genovesi; dappoiché il signore di Milanoil quale allora reggeva i destini di Genovanon sì tosto ebbe in sua podestàquelli illustri prigioniaccordò loro pienissima libertà. Calmato pertantoogni sospetto anche nella Sardegnamentre il re impossessavasi nel regno diNapoli dell'importante rocca di Gaetacedevansi alle armi regie in Sardegna conle altre ville di Niccolò Doriache calava alla sommessionele castella diMonteleone e di Bonvehi; le quali si faceano allora smantellareacciò non piùsi annidasse in quelle rupi erte e di malagevole accesso lo spirito di rivoltache attutavasi ogni dì maggiormente in quel regno glorioso di don Alfonso.Premiava pure il re coloro che aveano cooperato a quell'impresa; e perciòassegnavansi alle città di SassariAlghero e Bosa le terre di Monteleone; eprivilegiavansi di vari feudi e terre le persone più benemerite delle stessecittàche aveano contribuito colle loro persone e coi loro averi a quellacampagna. Non essendo stato poscia sufficiente quello scemamento di dominioperché Niccolò Doria quietasse lungo tempoil re vedevasi costretto di nuovoa voltare contro a lui le sue armipromettendo prima a Francesco Gilaberto diCentellese poscia a Francesco SabaStefano Fara e Gonnario Gambella lapossessione del Castello Genovese tuttavolta che riescisse loro di espugnarlo.La qual cosa si poté solamente ottenere alcuni anni dopo e colle armi regie cheoccuparono finalmente quella rocca importante; conosciuta dopo quel tempo colnome di Castellaragonesee più recentemente con quello di Castelsardo.

La città di Sassarila quale era stata in queste vicendeprivilegiata da don Alfonso di molti favorirendeasi anche ad un tempo lietadella presenza del suo arcivescovo; e togliendosi alla colonia di Torresl'ultimo segno della prisca sua grandezzatrasferivasi il prelato turritano colsuo clero a soggiornare nella nuova sedeove fermava poscia stabile stanza. Maai vantaggi particolari di alcuni luoghi non corrispondeva lo stato generaledelle cose civili nell'isola. Il re continuando ad esser a oste nel regno diNapoli e distratto dalle sollecitudini gravi di quella conquista che tantoillustrò le di lui armenon poté sempre con eguale opera intendere ai negozilontani della Sardegna; dove a Giacomo di Besora erano succeduti nel supremoreggimento Francesco Erill e Niccolò Antonio di Montecapra. Quando perciò ilposamento dei conflitti civili potea far sperare ai nazionali un corso diavvenimenti più prosperocominciarono ad esser travagliate le cose dell'isoladalla malvagità degli uffiziali regii. I rispetti privati erano i soli chedessero il movimento agli affari; le cose pubbliche o trasandateod iniquamentegovernate; le leggi non lungo tempo avanti approvatecadute in obblio; lesperanze del felice andamento del novello statutosvanite. In tali tristicircostanze i baroni del regnovedendo oramai scoperto il pensiero dei regiiministri di manomettere ogni cosanon sapendo pel rispetto dovuto al regiorappresentante levargli l'obbedienzanon potendosi al tempo stesso temperaredel por mano a qualche riparoacciò la caldezza degli animi con siaccrescesseragunatisi straordinariamente stanziarono d'inviare al re duemessaggeriche gli rappresentassero lo stato vero delle cose. Portatisi a taluopo i due deputati don Ignazio de Guevara e don Pietro Gioffré presso a donAlfonsooccupato ancora nella guerra napoletanagli esposero in una delledimande rassegnategli un quadro patetico del governo del regno ed il mezzo checredevano più acconcio a contenere i futuri arbitrii dei suoi uffiziali. Ecconeil sunto: esser il sovrano assai distante dai suoi sudditi; soggetto adincertezze il valicar del mare; tardo dover perciò riescire nei bisogni ilrichiamopiù tardo il provvedimento; frattanto gli uffiziali del remoltiplicando negli abusiprovocare scandali quotidiani; intenti agli interessiloro personalise delle cose pubbliche venivano ricercatiesser solitirispondere: non è niente; presentarsi eziandio talvolta accidenti di guerre nonprevedute e di movimenti intestinied i ministri mostrarsene così pocoabborrentiche correa voce nell'isola esser eglino stati li motori degli ultimiperturbamentinel mentre che la nobiltà ed il popolo ne aveano magnanimamenteaffrontato i pericoli e sopportato le conseguenze; casi eguali potersirinovellare; poter sopravvenire altri rischi che conosciuti da tuttida tuttisi abbandonino alle cure d'un uffiziale supremo od appassionato o circonvenuto;piacesse dunque al re di deliberare che in tutte le occasioni nelle quali daitre stamenti o da uno di essi si reputasse necessaria l'unione del parlamentosi potesse ciò fare senza incorrere in pena veruna e senza patire impedimento.Ardita era questa dimandaed ardita l'esposizione dei fatti. Ciò nonostante èd'uopo credere che verace essa fosse; poiché il sovrano non interposedifficoltà ad acconsentire alla richiestafermando per condizione sola dellestraordinarie congreghe la riunione entro il castello di Cagliarie la presenzadi uno dei governatori del regno e del regio procuratore. Anzi dal re vennesi ataleche stimò di dover concedere allo stamento militaremostratosi in talcircostanza il più zelantela facoltà di potere colle stesse condizioniadunarsi separatamente dagli altri due stamentiabbenché parlamento generalenon si congregasse.

Molti altri provvedimenti diede don Alfonso sulle richiestedei due messaggieridai quali accettò pure l'esibizione di uno straordinariodonativo. Ma due specialmente sono quelli che richiamar debbono l'attenzione: laconcessione d'un privilegio perpetuo per l'osservanza dei capitoli delle corticolla promessa della prestazione del giuramento da farsi a tal uopo da ciascunsovrano alla presenza dei messaggieri del regno; ed il giuramento eguale cuisottopose il viceré e gli altri ministri regiicreando un tribunale pergiudicare delle violazioni di tali obblighi ed ampliando le antiche ordinazionisui giudizi solenni di sindacatonei quali lo stesso viceré doveaprosciogliersi dalle querele dei sudditi. Il qual giudizio non pertanto non fuposto giammai in esecuzione. E così dovea essere; perciocché le cose partoriteda una effervescenza soverchia di zelo non hanno vita; e ciascuno moderatamentepensando conosce elemento essenziale del governo essere la dignità di colui permano del quale passano i sovrani provvedimenti; vilipendersi la maestà delsoglio abbassando periodicamente quella del rappresentante del re; giudice solodei supremi governanti esser il sovrano; ai sudditi giovare di rado un giudiziointentato contro a chi deve abbandonare nello scadere della sua carica quelcomando e quel soggiorno; esser aperto in ogni tempo l'espediente del ricorso almonarcae con pro maggiore pei fatti recenti che per gli obbliati. Non sopertanto commendare una dimanda tanto esorbitante; eccettoché non perpromettersi meglio del futuroma per contenere vieppiù quelli che alloragovernavanosiansi volute rincalzare le cautele.

Fu forse in conseguenza di tali richiami che il governogenerale del regno passò fra le mani di Galzerando Mercaderche colàcomandava allorquando Giacomo di Besoragià benemerito delle cose sardevipassò per commessione del re onde ragunare alcune compagnie di nazionali che loassistessero nella guerra di Corsica. Eguale assistenza ebbe don Alfonso daiSardi quandorotta la guerra contro ai Fiorentiniinviò in Toscana il duca diCalabriasuo figliuolo; alle cui truppe il nuovo viceré della SardegnaGioffredo di Ortaffa fu largo di aiuti con invio d'uomini e di vettovaglie. Néscarso fu il sussidio che aveano recato nel frattempo al re in Napoli alcunidistinti personaggi dell'isola spediti dallo stamento militare per rassegnarglialcune petizioni attenenti al peculiare interesse dei baroni; per la qual cosagli fu esibito e pagato lo straordinario donativo di ducati trentaduemila. Ondese fu don Alfonso il primo dei sovrani d'Aragona che abbia richiamato sullenostre terre la quieteil primo fu eziandio che siasi giovato di una conquistainfino allora più dannosa che utile alla Corona aragonese. E se la vita diquesto principe non fosse stata travagliata da quelle continue guerre per lequali egli salì in rinomo di grand'animo e tanto crebbe la potenza della di luicasaè da credere che maggiore sarebbe stata l'influenza del lungo di luiregno nella prosperità di un'isola bisognosa allora non così d'un reguerrierocome di un sovrano attento alle cure paterne dell'interiorereggimento dei popoli. Negli ultimi anni perciò della sua vita non altriricordi si serbarono in Sardegna del di lui governoche lo scambio dato alviceré Giorgio di Ortaffa prima con Giacomo Carròzconte di Chirrae posciacon Giacomo Besala.

Succeduto dopo la morte di don Alfonso nei di lui regni ilfratello suo don Giovannisecondo di tal nomenon tardò a dimostrare comegrandemente stavagli a cuore la prosperità dell'isola. Resta infatti il ricordodi due prammatiche promulgate nei primi anni del suo governonelle quali tuttatrasparisce la sollecitudine di preservare i sudditi più deboli da qualunqueduro imperio dei grandi. Comandò egli per tal fine non meno ai signori difeudiche ai ministri suoisi contenessero del travagliare in conto veruno ivassalli. E discendendo alla numerazione di quei particolari senza la quale leespressioni delle leggi tanto meno colpiscono quanto più accennanodichiarava:non si esigesse dai vassalli nissun diritto novello; non s'imponessero insoliteservitù; tratti umani s'impiegassero seco loro; proibito fosse il costringerlialla vendita di qualunque cosa; libero invece fosse per essi il traffico dellederrate. Rinovellando infine un savio ordinamento degli antichi Romanidi cuialtra volta si diede cennopermetteva ai grandi nelle terre dei vassalli lasola compera delle cose necessarie al vitto; affinché nelle maggioriconvenzioni il rispetto della dignità non accrescesse da un cantoe nonmenomasse dall'altro la libertà dei contratti.

I Sardi pertanto paghi della benigna apertura del novelloregnoaccoglievano al tempo stesso con ogni dimostrazione d'onore il figliuoloprimogenito del redon Carloprincipe di Viana; il quale passando dallaSicilia in Ispagna per riconciliarvisi col genitoresoggiornava per qualchetempo festeggiato da ogni ordine di persone nel castello di Cagliari. Nel mentreche Giovanni de Flosnuovo viceré e governatore speciale del Logodorofaceaprovvisione alla sicurtà della di lui navigazione; e Giacomo di Aragallgovernatore del capo di Cagliaritrascorreva con mandato del principe l'isolaper raccorre i donativi in tal congiuntura esibitigli.

Una nuova istituzione s'introducea pure nell'isola inquell'incominciare del regnoche assai utile tornava alle persone suggette neiloro litigi al giudizio dei tribunali ecclesiastici; per le qualisparmiatol'obbligo di ricorrere a lontana autorità onde conseguire la riparazione diqualunque dannostabilivasi allora per la prima volta un tribunale diappellazioni; destinandosi a governarlo il dottore in legge Giovanni diCapdevillarettore della parrocchia algherese. Tribunale questo che sussisteanche oggidìillustrato mai sempre da una serie di personaggi forniti didottrina profonda e di grande perizia nella ragione canonica.

Alle ordinazioni dello stesso re don Giovanni si deve delpari la dichiarazione fattasi al tempo del suo incoronamento che il regno diSicilia e quello di Sardegna si dovessero d'allora in poi considerareperpetuamente uniti alla Corona reale di Aragona. E bene gli manifestarono iSardi poco dopo d'esser uniti di vero animo alla sua Corona; perciocché neigrandi pericoli da lui corsi per lo ribellamento dei Barcellonesifuronglilarghi di pronto sussidio; e nella pugna combattuta presso alle mura di Girona adifesa della regina e del principe don Ferdinandoperirono nel luogo dellabattaglia fra gli altri campioni della causa regia i gentiluomini sardi PietroDessenavisconte di Sanlurie Pietro Sapata.

Era nei destini di quel re che non solo nel continentemaancora nella Sardegna fosse il di lui regno conturbato dai conflitti civili. Eral'isola governata dopo qualche anno dal viceré don Niccolò Carròz di Arborea;e tranquillavano tutte le dissensioni intestinealloraquando scoppiònuovamente la rivolta in quella provincia di Arborea chemalaugurosa sempre pergli Aragonesi durante il governo dei suoi giudicilo fu non meno sotto ilreggimento dei suoi marchesi. Onde ben si può dire che se dopo questa guerracivile non più per lungo tempo si vide agitata la nazione da interioridiscordieciò si debba principalmente derivare dall'essersi atterrato coldominio dei marchesi d'Oristano quel vasto potere per cui sì facilmente eranoeglino stimolati a grandeggiare al cospetto dell'autorità regia; costrettaperciò ad osservarli o a combatterli.

Ad Antonio Cubello era succeduto nel marchesato d'Oristano ilfratello suo Salvatoreche vidimo già fedele campione del re nelle guerre diSicilia. Morto questo senza discendenzasuccedeva nel feudo il di lui nipoteLeonardo di Alagónfigliuolo di donna Benedetta di Arboreanata dal marcheseLeonardo Cubello. Avea egli preso appena il possesso di quella cospicuaereditàche il viceré Niccolò Carròz o perché credesse estinta colladiscendenza maschile dei Cubelli la successione al marchesatoo perchésopperissero bastantemente a tal credenza i privati rancori che egli aveanell'animo contro al novello successorelo chiamava a giudizioacciòdismettesse un dominio che dovea ricadere alla Corona. Non era questo un piatoche si potesse dibattere nei tribunali; ché non la sola ricchezza si disputavama la potenza; e la potenza giudicò in ogni tempo per se stessa delle cose sue.Mentre perciò il viceré consigliavasi coi comuni suggetti al sovrano del mododi incorporare nel patrimonio regio quella provinciail marchese la concitavaalle armi; e facendo muovere da ogni banda le sue genti rispondea francamentealle fattegli rimostranze: esser il viceré suo particolare nimico; sarebbe dinecessità ostile qualunque di lui giudizio; al solo re appartenere il tenerconto dei titoli della successione e l'apprezzarli. Vedendo allora il viceréche le operazioni del marchese accennavano più alla guerra che allasommessioneragunava anch'egli le soldatesche catalane e sarde che avea sottola manoe passando al castello di Monrealeinviava dal vicino luogo di Sardaranuovi messaggi al marchese intimandogli l'obbedienza. E questi accendeasenesempre più a prorompere in aperta guerra; onde le di lui risposte sapeanomeglio di signore e di nemicoche di vassallo. Né dissimili alle parole eranoi fatti; giacché al tempo stesso che il viceré trasferivasi coi migliori suoicombattenti nella pianura di Urasil marchese avanzavasi anch'egli per porglisia fronte con valido esercito; e stimolava l'ardore dei suoi provinciali facendorisuonare ai loro orecchi quel grido di Arborea tante volte infausto per le armiaragonesie spiegando ai loro occhi il rispettato vessillo degli antichigiudici. Nullameno prima di venire alle armitentava il marchese d'interporrequalche dimora e dicevasi disposto ad una trattativa; la quale fu ricusata dalviceréperché in quello stesso tempo gli si annunziava segretamente aver ilnimico posto la mira a sorprenderlo disavveduto. Precipitando adunque più deldovuto gli indugiil viceré spinse le sue schiere; e questecomandate dalvisconte di Sanlurilanciaronsi arditamente a combattere. Ma ardita del pari emeglio ordinata fu la resistenza delle genti del marchese; le quali in breveoraposto lo scompiglio fra gli Aragonesiferirono a morte il viscontes'impadronirono di alcuni gentiluomini dei principali e misero in volta lesoldatesche regie; in modo che restò il marchese padrone del campo e dellecopiose spoglie trovatevidelle quali riserbò a sé quella parte che allorasoleano riserbare i sovrani. Forte quindi di quel buon successooccupava eglile regioni di PartemonteValenzaMonreale e Marmilla; e circondando d'assediola rocca di Monreale mal governata dal cavaliere catalano Bernardo Montboylariduceva in pochi dì a sua obbedienza. Ed egualmente avventurosonell'impossessarsi del castello non meno importante di Sanluribandiva ai suoisoldati: lo seguirebbero indi a poco nel castello di Cagliari; esser colàindirizzate le sue armi; molti possenti cittadini esservi apparecchiati asostener la sua parte. La qual cosa era vera; perché don Francesco di Alagóndi lui fratellosoggiornante nella capitaleeragli pienamente devoto insiemecon molti altri gentiluomini suoi aderenti. Il solo don Pietro di Alagónabbenché stretto congiunto di Leonardoparteggiava pel re. In lui pertantoriponeva il sovrano la maggior confidenzaallorquandosaputo il subitaneoribellamento della provincia d'Arborea ed il sinistro evento della giornata diUrasscriveva al viceré: inclinare il suo animo ad una composizione delleinsurte competenze ed esser disposto a lasciare in mano del marchese l'anticopatrimonio degli antecessoriqualora s'inducesse a liberare i prigioni erestituire le terre mal occupate; facesse in ogni evento gran conto del senno edel braccio di don Pietro di Alagón; esser egli tal uomoche impiegatoopportunamente avria potuto indirizzare le cose a miglior fine. Con le qualiespressioni mostrava già il sovrano di disapprovare l'improntitudine del suorappresentante; cui oramai tornava dura la conciliazione che impresa in migliortempo sarebbe stata più agevole. E così fu difatti; perciocché quantunque ilre avesse comandato al viceré di Sicilia don López Ximenes de Urrea di passarein Sardegnaed ivi conchiudere la concordia col marchese mediante uno sborso dicentocinquantamila ducatiquesti avea continuato nella sua contumaciaseguendoil corso prospero delle sue armi; non senza il conforto di veder assentire aisuoi movimenti i Doria; i quali già privatima non dimentichi degli antichiloro dominii nell'isolafaceano allora fondamento per disputarli altra voltanella protezione del duca di Milano.

Restarono le cose per qualche tempo in questo stato perchéil re continuava ad esser impigliato nel comprimere la rivolta dei Barcellonesi.Non sì tosto fu libero da quel grave pensieroche parendogli il tempoaccettevole per voltar l'animo alla guerra sarda intese a farvi provvisione. Ilre Ferdinando di Napoli avea nel mentre tentato di comporlaed istava presso adon Giovanni acciò si temperasse il rigore e venisse ammesso il marchese atrattar della pace. Ma il re memore che quel suo vassallo avea conturbato tuttal'isola e sospettando eziandio che non fosse egli straniero della rivolta diBarcellonaricorreva ai rimedi maggiori; e ponea in ordine un navilio per farpassare in Sardegna nuove soldatesche e le artiglierie richieste allo stesso redi Napoli. Il marchese allora d'accordo con don Ferdinando proponeva al re lecondizioni della sua sommessionee dimandava: obblio perpetuo del passato; ilmarchesato d'Oristano ed il contado del Goceanoqual era stato posseduto dagliultimi marchesi; il dominio del porto d'Oristano dall'un promontorio all'altrodi quel golfo; la liberazione sua e dei suoi dalla giurisdizione d'un viceré alui avverso; sottomettendosi egli perciò all'autorità di Serafino diMontagnano o di Pietro Puiadesgovernatore del Logodoroed allo sborso afavore del re di lire trentamila.

Queste condizioni migliorate poscia coll'esibizione diottantamila fiorinibenché riescissero poco accette al re mal sofferente dicalare ad un accordo con quel suo vassallofurono finalmente accolte per leistanze frequentissime fatte a tal uopo dal re di Napoli; tanto appassionato intutte quelle vicende a favore del marcheseche non lieve dubbio era nato dimaggiori reciproche intelligenze. Spedivasi pertanto in Oristano il conte diAvellinocapitano generale del re di Napoli e mediatore della concordia.Giuntovi bandiva le grazie del realle quali applaudiva il governatore delLogodorofacendo riconoscere il marchese nei luoghi tutti della sua provincia.Non così fu del viceré don Niccolò Carròz; il quale nel marchese nonsolamente perseguitava il vassallo ribellema odiava ancora il privato nemico.E qui è giusto che io condanni all'esecrazione dovuta il nome di questoinfedele ministroche non il servigio del reoramai piegato alla clemenzamale sue passioni sole ebbe nell'animoricusando di pubblicare nella capitale gliordinamenti sovranichiudendone le porte al marchese ed ai suoi e facendostaggire tutti quei loro beni che avea sotto la mano. La qual cosa se fu cagioneche si rinfocolasse la guerra appena spentasarà anche giusto motivo perchélo scrittore disappassionatoriconoscendo meritata dal marchese la tristeventura meglio per gli antichi che per i recenti suoi torticolpisca pure consevera disapprovazione la burbanza del viceré; dappoiché ponendo egli in noncale la regia benignitàil pericolo delle novelle gareil trambusto d'unregno intieroil sangue da spargersie facendo piegare all'odio suo ogni altrorispettose procacciò alle arme aragonesi nuova gloria e maggior stabilitàconducendo felicemente a termine la guerraa se stesso col riaccenderlaprocacciò solamente rea fama.

Ribollirono dunque altra volta i mali umori e tutta l'isolasi commosse alle armiparteggiando pel marchese tutti gli antichi suoiguerrieri. Corso rapidamente l'intervallo che le separava dal vicerégiunserole schiere di Arborea comandate da Niccolò Montagnano a cinger un'altra voltad'assedio la rocca di Monreale; donde partivano a travagliare tutti i luoghiregii e ad intraprendere le vittuaglie indirizzate alle castella. Si arrivòinfine a campeggiare il castello stesso della capitale; dove Artalo e Ludovicodi Alagónfigliuoli del marchese insieme col visconte di Sanluridon GiovanniDessenacomandando un esercito ordinato di seimila combattentitanto avanti sispinseroche poterono infestare quel porto impossessandosi di alcune navi eguastando tutti i luoghi confinanti. In tale stretta di cose il viceré piùpronto a provocare il male che preparato a fronteggiarlonon altro riparotrovava salvo di portarsi in Barcellonaed ivi esporre al re il tristo quadrodella situazione delle cose. Ed è ben da presumere che dovendosi proscioglieredall'imputazione la quale poteaglisi fare dal re d'aver egli destatoquell'incendioabbia l'oratore se non aggravato la reità del marcheseottenebrato almeno le notizie delle prime cause della guerra rinataacciòl'animosità vestisse il colore di zelo. Si bandirono allora con autorità regiadue sentenze; la prima delle quali dichiarava il marchesei suoi figliuoli efratelli fellonie condannavali alla pena capitale ed alla confiscazione ditutti i beni da essi posseduti. Si enuncia in tale condanna: aver il marchesecon minaccie ed improperii ributtato gli ordinamenti giudiziali comunicatiglidal governatore di Sassari; risultare dalle informazioni prese dall'assessoreBernardo Semfore aver l'accusato mancato dell'obbligo che correagli direstituire al re alcune terre comprese nell'ultima concordia; essersi millantatoche a lui tornerebbe agevole l'esser re dell'isola se il ticchio glienevenisse»; esser inoltre trascorso a dire che il re era tutto intento a spegnereil casato di Arborea affinché mancasse ai Sardi l'ultimo difensore dei dirittiloro e non fosse oramai chi impedisse di ridurli ad umiliante schiavitù»; averpure in varie occorrenze disobbedito apertamente a quel governatore; aver i suoisoldati innalzato più volte il grido di viva Arborea e cada Aragona»; in tuttala guerra essersi da essi commesse le nefandità le più intollerabilitravagliando con assedi ed incursioni le terre e gli uomini regii. La secondasentenza fu indirizzata contro al visconte di Sanluriche fu anch'egligiudicato reo di lesa maestà e condannato del pari nel capo e nell'avere.

Alla condanna del marchese tennero dietro gli apprestamentiordinati dal re per muovergli guerra; ed il viceré partiva perciò con maggioriforze e con larghe facoltà; nel mentre che il re commetteva al conte diCardonaviceré della Siciliapassasse da quest'isola in Sardegna con numerosesoldatesche; ed a Bernardo di Villamaríncapitano generale del naviliomareggiasse intorno ai litorali per assistere all'uopo le armi regie. La guerranell'intervallo erasi aspramente agitata fra le genti del marchese e donDalmazio Carròzconte di Chirrafigliuolo del viceré e comandante il regnonella di lui assenza. Invano Guglielmo di Peralta ed il governatore del Logodoroerano accorsi colle galee del conte di Cardona a soccorrere i Cagliaritani; leincursioni dei nimici si moltiplicavano e l'assedio di Monreale procedeva semprepiù stretto. Aggiungevasi anche ai tanti mali della guerra e dell'inopia dellevittuaglie la pestilenza; la quale non mai avea serpeggiato nell'isola come inmezzo a quei civili turbamenti; e la moria propagavasi così largamente inSassariche vi perivano meglio di sedicimila persone.

Dissentiva dalle deliberazioni del re in quelle congiuntureil figliuolo suo don Ferdinandore di Castiglia. Rappresentavagli perciò:esser senza dubbio meritevole di grave punizione il marchese; nullameno correretali i tempiche converrebbe meglio il dissimulare che il combattere; essercerto l'incominciamento delle nuove ostilitàdubbio il risultamento; ponessemente all'amistà del marchese col re di Napoliai soccorsi che dovea aspettaredai Genovesinon ancora divezzi della loro antica signoria. Ma a questi ultimiinconvenienti avea già il re posto riparo; ed una tregua di recente conchiusacolla repubblica di Genova lo avea liberato dal timore di veder concorrere allaguerra sarda nimici stranieri. Il perchéfermo nel primo propositoricusavaogni mediazione del figliuolo e procedea con vigore a rincalzare gli apparecchidella campagna.

Intanto don Artalo di Alagónfigliuolo primogenito delmarcheseed il visconte di Sanluri trascorreano per le terre di Logodoropropagando dappertutto la sedizione. Il capitano di Sassari Angelo di Marongioed il governatore della provincia udito di tal cosa escirono da quella cittàcon lo stendardo regio spiegato ad affrontare i nimici; i qualimalconci in unoscontro coi popolani di Ardaraaveano abbandonato l'assalto di quel castello ederano passati alla villa di Mores appartenente al pari dell'altra al Marongio.Fu colà che le due bande s'incontrarono; e ne seguì tale strage delle genti diArboreachecaduti meglio di cento combattentivennero in potere dei regiicinquecento prigionisalvandosi di sfuggiasco i capitani nelle terre delGoceano. I vincitori inseguendoli anche colà non tardarono ad impadronirsidella villa di Bonoluogo principale di quel distretto; ed avrebbero occupatola rocca stessa del Goceanose ammoniti del prossimo sopraggiungere di maggiornerbo di soldati comandati dal marchesenon avessero stimato prudente partitoquello di rientrare in Sassari. Il viceré al tempo medesimo accelerava inCagliari i suoi movimenti; favoreggiato dai Siciliani profferitisi nelparlamento convocato dal loro viceré di inviare un sussidio di venticinquemilafiorini affinché passasse in Sardegna a fiancheggiare gli Aragonesi donSigismondo de Luna con alcune bande di armati. Anzi era tanta l'ardenza diquelli isolaniche invitavano il viceré istesso don Antonio di Cardona a porsialla testa della spedizione ed a far valere in quell'opportunità la grande suaesperienza delle cose guerresche. Ed egli assentiva tanto più volonterosoinquanto giugnevangli ad un tempo gli ordini uniformi del re e le preghiere delviceré sardo. Partitosi adunque da Trapani con la sua galea e con quelle delcapitano generale Villamarínintese tosto a fornire di frumento gli Algheresicibantisi già da parecchi giorni di sole erbe. Anche il conte di Pralessicilianoera passato allora nell'isola con alcune compagnie di fanti ragunatea sua istanza dagli uffiziali municipali di Palermo; e venivano queste nuovesoldatesche a porre stanza nel castello di Cagliari e nel borgo di Lapola.Quantunque non pienamente gradita tornasse al viceré sardo la venuta di quelconte e del capitano generale; dacché non li credea lontani dal tentare colmarchese quelli espedienti di conciliazione ch'egli tanto abborriva. Perciòalcune di quelle galee approdando in Bosa venivano accolte quasi ostilmentedalle genti del viceré; ed alle prime parole di pace profferite da queicapitani erano essi rimbeccati da lui in modo che non restasse verun appiccoalle trattative di concordia. Tanto infine era confitto nell'animo del nostroviceré il disegno di condurre a termine l'abbassamento del suo nimico per lasola via della forzache sospettando non si annidassero nelle truppe ausiliariesentimenti più mitirifiutava il soccorso delle genti siciliane dicendo:bastargli il denaio promessogli; con questo egli ingrosserebbe le schiere sue dinazionali; esser questi meglio di qualunque altro utili in quelle bisogne; maletornerebbe agli stranieri l'esser dessi selvaggi del luogo ed abituati a diversocielo. Per la quale brusca ripulsa partivasene il conte mal soddisfatto di vedermozzata ogni via all'offerta di onorate condizioni; ed il viceré di Siciliapartiva egualmente per restituirsi al suo governo; abbenché per esser d'animopiù arrendevole o meno apertoapprovava eglio secondava almeno lerisoluzioni del viceré sardo.

Queste erano al tempo medesimo protette dal re di Napoli; ilquale dubitando non la passata sua benivoglienza verso il marchese lo rendessesospetto all'Aragoneseinviava in Sardegna una nave ripiena di spingarde edaltre bocche da fuoco con alcune compagnie di soldatigià pagate per due mesie col denaio necessario agli stipendi di maggior tempo. Lieto pertanto ilviceré di questa ben augurata apertura della campagna accozzava le sue schierecon quelle del governatore Puiades e di Angelo di Marongio; il quale dalla solacittà di Sassari avea tratto un aiuto di settecento combattenti ben in arme edin arredo. Avviatisi i tre capitani prima al castello di Goceano e poscia allarocca di Macomerdove il marchese avea posto stanza con tremila dei suoiinvestirono nel passaggio le ville di Dualchi e di Nuragugumeche teneansi dairivoltosi; e si attendarono quindi non lunge dal castello dell'inimicostandoavvisatamente per schivare qualunque di lui sorpresa. Ma questo non chedestreggiareprecipitò egli stesso gl'indugie fu il primo a mettersi allafortuna ed a cimentarsi nella pugna. Fu il combattimento assai animosoperchéla somma intiera delle cose pubbliche vi si disputava da due acerbi nimiciprivati. La sorte delle armi fu pienamente sinistra per le genti di Arborearotte e sconfitte dai soldati regii. Morì nel campo nel mezzo della mischia donArtalofigliuolo del marchesecon molti altri cavalieri ed uomini d'arme. Ilmarchese fu debitore della sua salvezza ad un corridore veloce; sul qualegittatosiallorquando vide inclinata a suo danno la giornatariparavaaffrettatamente con due suoi figliuolicon tre fratelli e col visconte diSanluri in Bosa. E mentre il viceré proseguendo il suo trionfo occupavaprimieramente Macomered entrava poscia senza verun contrasto in Oristanoifuggitivi lanciavansi smarriti in un burchioe più sventurati nella fuga chenella battagliaabbattevansi tosto in una delle galee del capitano generaleVillamarín; il quale avendo fatto condurre i prigionieri al suo cospetto inPalermoposesi in punto di presentarli egli stesso al re veleggiando inver laSpagna e cansando felicemente alcune galee di Genova sopraggiunte per assistereil marchese.

Gli annalisti aragonesi descrivono con enfasi l'impressionegratissima prodotta nell'animo del re da tale risultamento e dall'essersi posciasaputo che alla sommessione intiera di Arborea e del Goceano avea tenuto dietrol'occupazione dell'importante rocca di Sanlurimal difesa dalle genti delvisconte. Considerava il re quanto quel casato di Arborea era stato infausto perle armi aragonesi; esser trascorso meglio d'un secolo e mezzo dopo la conquistadi don Alfonsosenza che la Sardegna potesse in realtà stimarsi soggetta aldominio aragoneseoccupata com'era per metà da quei giudici o marchesitroppogià saliti in potenza perché s'inducessero a restare nell'amistà sudditinella discordia quieti; esser giunto alla fine il momento in cui la signoriadella casa d'Aragona radicavasi immobilmente nell'isola. Stanziava perciò: nonmai si distaccasse dal dominio regio quel pericoloso patrimonio di Arborea; ed ire d'Aragona aggiungessero alle altre loro intitolazioni quella di marchese diOristano e di conte del Goceano; acciò viva si serbasse in ogni età larimembranza di un titolo il quale non in altra maniera giovar potea allasovranità che confondendovisi.

I prigioni nel mentre erano trasportati e rinchiusi nelcastello di Xativa in Valenza; donde venivano poscia liberati i figliuoli efratelli del marchesead alcuni dei quali fu poscia restituita intieramente lagrazia regia. Ma se il marchese era piombato nella più dura calamitànonperciò allegravasene il viceré suo nimicola cui buona sorte nel governodella guerra era stata poco stante corrotta dalle domestiche disavventure. E fuforse giusto che quell'uomoil quale nella causa pubblica avea specialmentefatto valere i particolari suoi rancorinon avesse nel trionfo di quella causaverun privato conforto. Il di lui figliuolo don Dalmazioconte di Chirrainfermò appena seguito il ritorno del genitore in Cagliarie fra pochi dìsuccumbendo al male lasciò il viceré nella più gran desolazione. Né mancòal di lui dolore quella maggior asprezza che deriva dal riconoscersinell'infortunio più che la volontà divinal'opera maligna dell'uomo;perciocché venne egli nella persuasione che una maliarda avesse con alcune suestregonerie affatturato il conte. Onde acerbamente si ebbe ancora a procederecontro alle persone sospette di quell'ammaliamentoe specialmente contro allaviscontessa di Sanluri; la quale bastantemente fortunata infin allora per nonesser ricercata della sua molto probabile complicità nella ribellionenon lofu per liberarsi da quella immaginaria inquisizione di fattucchieria.

Moriva da lì a poco il re don Giovannie moriva in Sardegnail viceré. Ed invano allegravasi di tal morte il marchese; il quale malgradodel favore con cui il re di Castiglia avealo prima riguardatocontinuò adesser tenuto sotto una severa custodia dopo che lo stesso re succedette allaCorona aragonese. Si spense perciò la vita del marchese fra le angoscie in quelmedesimo castello di Xativa; dove morì con lui il visconte di Sanluri.

Comincia qui il regno di don Ferdinando il Cattolico: regnocelebre quant'altro maie nel vecchio mondo dove surse coll'aggregamento deireami di Aragona e di Castiglia la gran possanza spagnuola; e nel mondo novellosul cui vergine suolo furono sotto gli auspizi di quel principe piantati per laprima volta i vessilli d'Europa. Nullameno per la Sardegna passò quel regnosenza lasciar copiose memorie; o perché nelle maggiori bisogne che riempieronola vita di quel principeil reggimento di un popolo lontano e tranquilloattirato abbia minori riguardi; o perché tanto sia stato l'infievolimentogenerale degli isolani dopo le infelici vicende dei tempi precedutiche megliosi sentisse il bisogno della quiete che quello del riaversi.

Le prime sollecitudini del novello re si indirizzarono inveceall'isola di Corsicaonde ridurla a obbedienza; e da ciò un danno derivava perla Sardegnapoiché cacciati ne furono per ordinamento sovrano tutti quei Corsiche per ragione di commercio vi aveano fissato la loro dimora. A se stessoposcia ed alla sua corona cagionava un danno più grave in quel primoincominciare del regno colla generosa largizione che di molti vastissimidistretti riuniti al patrimonio regio per motivo delle recenti confiscazionifacea in tal tempo con titolo di feudo allo zio suo materno Enrico di Enríchez.Largizionela quale non avea già per iscopo di privilegiare quei vassalli consottoporli ad un signore tanto illustre; ma solamente di accordare a titologratuito un diritto di cui si potesse tosto far la cessione ad altri con titololucroso.

Nominò don Ferdinando per viceré di Sardegna dopo la mortedel Carròz Ximene Pérez. Uno dei più importanti atti del di lui governo si fula convocazione del parlamento nazionaleintermessa durante il regno turbolentodi don Giovanni. Ed in questa adunanza vari novelli ordinamenti si stanziaronodei quali lo stamento militare fece separatamente la dimanda. Esso ottenne peisuoi membri il privilegio d'essere nelle inquisizioni criminali giudicati dailoro pari. Ottenne a vantaggio della popolazione della capitale che i privilegidi cittadino cagliaritano giovassero a tutti quei stranieri che avesseroimpalmato una donzella sarda. Impetrò a conforto di coloro che intinto aveanonella ribellione d'Arborea un condono generale. Provvide all'incoraggiamentodegli agricoltorichiedendo che da qualunque obbligo di pegno e da qualunqueatto di giudiziale esecuzione andassero immuni i buoi destinati allacoltivazione delle terre. A mire più ampie estese eziandio lo stamento le suepetizioni; e bramando di solidare con maggiori vincoli la politica fratellanzache univa la Sardegna agli altri regni aragonesiricercava che nel conferirsiagli stranieri qualche carica nell'isolao nel concedervisi qualche signoriafossero solo riconosciuti abili per conseguire tali onori i sudditi di Aragonadi Catalognadi Valenzadi Maiorca e di Sicilia. Della quale supplicazionequantunque non accolta dal sovranostimai dover tener conto; perché essendomio intento il far conoscere lo spirito che reggeva le deliberazioni dellostamentogiova al mio proposito meglio ciò che si ricercache ciò che siaccorda.

Anzi siccome erano dovute quelle domande al solo zelo dellostamento militare (della qual cosa frequenti trovansi gli esempi nella storiadei nostri parlamenti)non sarà qui fuor di luogo il notare che daquell'illustre corpo doveasi specialmente attendere ogni pensiero indiritto alcomune profitto. Nell'ordine ecclesiastico i seggi maggiori erano occupati daglistranieri; e questise vere sono le memorie del temponon obbliavano pelsoggiorno che aveano comune con noila patria che aveano comune con altri. Lostamento reale privato dalle leggi della sua istituzione del vantaggio di potersciegliere in ogni classe di persone i suoi membri; nudrito altronde in quelledifficoltà che di frequente nascono e così di rado si estirpano nellacollisione dell'interesse municipale coll'interesse patrioraramente innalzavala voce per oggetti che suoi non fossero. Nello stamento militare pertanto sirisolveva la vera rappresentanza degli universali bisogni e desiderii; perchéin esso si radunava l'altezza dei sensila maggior fortunal'attaccamento altronol'esperienza degli uomini rotti al maneggio dei pubblici affarie quellasapienza del padre di famiglia che tanto giova al governo delle cose maggiori.

Il re don Ferdinando allor che approvò la maggior partedelle dimandeaccettando ad un tempo dal parlamento l'offerto donativo dicentocinquantamila lireavea avuto il rammarico di vedere in qualche manieraconturbata la pace dell'isola e per sospetto di nemiche invasionie per internedissensioni. Davasi voce che un navilio genovese si apprestasse per tentare unaincursione in Oristanood in altra popolazione litorale. Epperò il recomandava che il borgo di Lapola in Cagliari venisse privilegiato di specialifranchigieaffinché diventando più popolosodiventasse anche più sicuro.Acerbe contenzioni agitavansi al tempo medesimo fra il viceré Ximene Pérez edil procuratore regio Giovanni Fabracol quale attestavansi Giacomo AymerichAndrea Sugniergentiluomini cagliaritanie molti dei cavalieri di Sassarimostratisi già nell'assemblea delle corti poco affetti al viceré. Avendo egliin quella competenza (della quale non si ha maggiore contezza) se non ilvantaggio del buon dirittoquello almeno dell'autoritàtravagliava aspramentei suoi avversari. Levandosi perciò il popolo a romoregravi commozioni sigeneravano: di minor durata nella capitaledove i consiglieri della cittàacconsentivano a trattare una conciliazione; di maggior importanza in Sassaridove alcuni dei cittadini tumultuando furiosamentecacciavano dal seggio loro iconsiglieri posti dal viceré ed eleggevano altri uffiziali a lor talento.Sebbene non lunga pezza poté durare quella sollevazione; poiché si pose mentead un tempo a reprimere gli accaduti eccessi ed a toglier il fomite alle nuovediscordiecondannandosi nel capo i rivoltosi di Sassari e richiamandosi dalgoverno del regno il Pérez; al quale succedevano in tal incarico primaGuglielmo di Peraltae poscia Pietro Massa.

Tuttavia non tardò molto tempo a comparir di nuovo inSardegna il Pérez; il quale dovette sincerare il re che le sue operazioni eranostate lealidacché ne ottenne in quel ritorno la facoltà di procedere controai suoi emoli e di condannarli in un giudizio di maestà. Questa è la solamemoria che resta del rinnovato di lui governo. Gli atti dei successori suoiIgnazio di López Mendosa ed Álvaro Carrillo sono involti in maggior oscurità.Il viceré che loro succedettechiamato Giovanni Dusaylasciò di sé maggioriricordi perché durante il suo governo vennero cacciati dall'isola tutti gliIsraeliti che colà aveano posto stanza fino dal tempo in cui Tiberio li aveaivi confinati. Altri due grandi avvenimenti ebbero pure effetto nel tempo del dilui comando: la riduzione a minor numero delle chiese vescovili sarde; e laconvocazione del parlamento.

Era già da lungo tempo che le pestilenze e le guerre civiliaveano disertato una gran parte delle più fiorenti città e ville dellaSardegna. I diciotto antichi vescovadi erano perciò di soverchio in tantoscemarsi di popolazione. Nel secolo XV erasi per tal motivo unita alla chiesadella capitale quella di Suelli. Nell'incominciare del secolo seguente piùestesi furono gli ordinamenti che concertati prima col pontefice Alessandro VIvenivano recati ad eseguimento dal suo successore Giulio IIonde ridurre iseggi vescovili ad un numero più adattato alle circostanze del tempo. Univasipertanto alla chiesa di Cagliari quella di Dolia; univansi alla turritana lechiese di Sorra e di Ploaghe; all'arcivescovado di Arborea il vescovado di S.Giusta; ed al seggio usellese quello di Terralba; nel mentre che la sede diBisarcio aggregata a quella di Ottana trasferivasi nella città d'Algheroprivafino ad allora di tal dignità; quella d'Ampurias trasportavasi nel CastelloAragonese; e la sulcitana in Iglesiasdove durava per brevissimo tempoperesser stata da lì a non molto unita alla cagliaritana. Veniva quindi dallostesso pontefice stabilita l'unione delle due cattedre vescovili di Civita e diAmpurias. Ed in quel correre di tempi infine anche la sede di Galtellì venivasoppressa e sottoposta al metropolitano di Cagliari.

Convocava anche Giovanni Dusay il parlamento sardo; maprevenuto dalla morte continuavasi la presidenza delle corti da don FerdinandoGirón di Rebolledosuo successore. Fu lo stamento militare anche in questecorti quello che trattenne l'attenzione del re colle sue supplicazioni indirittespecialmente a provocare alcune spiegazioni intorno allo statuto. Don GiovanniDusay era stato per la prima volta dopo la convocazione dei parlamentiintitolato nelle patenti della sua carica luogotenente generale del regno.Acciò pertanto una mutazione nel nome non partorisse una mutazione nelle coserichiese lo stamento che ai luogotenenti generali fossero applicate senzadistinzione le leggi tutte delle corti che faceano menzione dei viceré. Anzivolle in questa circostanza lo stamento proceder oltre nel guarentire controall'opposizione dei ministri regii la facoltà delle congreghe straordinarieconceduta dal re don Alfonso; ed espose che vano più volte sarebbe per tornarequel dirittose abusandosi i ministri della condizione del necessariointervento loro alle adunanzericusassero d'intervenire; nascere talvolta ilbisogno di discutere oggetti tali che riferendosi all'amministrazione degliuffiziali del re non potriano esser trattati al loro cospetto con convenienzaod almeno con calma; fosse adunque lecito allo stamento il congregarsi anchesenza i ministri. Della quale dimanda il re non rifiutò l'accettazioneaccordando la ricercata facoltà in quei casi nei quali gli uffiziali regiiabbenché richiesti di intervenirenon si presentassero all'assemblea.

Lo stamentodopo aver anche apportato una maggior chiarezzanelle così dette consuetudini delle cortiimpetrando che queste fossero perintiero conformi a quelle poste in uso nel principato di Catalognaoccupossidella sorte dei numerosi vassalli rappresentati dai loro baroniottenendoperlo stamento tuttoil condono generale delle pene incorse per qualunquemisfatto. Nella quale petizione se io considerassi quel tempo in cui fresca eraper anco la memoria dei politici perturbamenti dell'isola ed accesa forse ancorala gara di alcune fazioniio riconoscerei una savia provvisione per acquetaregli animi. Ma considerando essere stata poscia tale dimanda ripetuta come unaformola necessaria in tutti i successivi parlamentie per lo stamento non essermancato che la periodica aspettata impunità non facesse traboccare nell'isolaogni scelleraggineio non so astenermi dal notare con riprovazione unarichiesta che male si associa colle tante altre testimonianze di saviezzapolitica e di magnanimità di sensi date in ogni tornata delle corti dai sardigentiluomini. Abbenché non sia derivato danno veruno alla cosa pubblica daquelle supplicazioni; poiché la cancelleria spagnuolaperspicace quant'altramaiseppe ridurle al nienteaccordandole con generale espressione edassottigliandole poscia con sì minuta sequela di eccezioniche malagevolesarebbe il giudicare a quali casi restasse la grazia applicabile.

Moriva dopo pochi anni Ferdinando il Cattolico lasciando ivasti suoi regni a Carlo d'Austria. E questi governando insieme colla madreGiovanna le provincie spagnuoleformava coll'unione degli stati paterni quelpotente imperioi fasti del quale avriano soprastato a tutti gli altriavvenimenti dell'età modernase i grandi commovimenti dei giorni nostrisegnando rapidamente epoche novellenon avessero fatto sì che la storia dipochi anni contenga tanta copia di grandi e di lagrimevoli vicende quanta sariabastata a riempiere gli annali di molti secoli trascorsi; quanta basteràcertamente a cattivare tutta l'attenzione di molti secoli avvenire.

Il primo atto di quel sovrano in Sardegna fu la nomina delnovello viceré don Angelo di Villanovagià altra volta destinato a quelsupremo comando. Il primo atto importante del viceré fu la convocazione dellecorti. In queste germinò per la prima volta nelle cose appartenenti allostatuto quella funesta dissensione fra l'una provincia e l'altra del regnodella quale per altri rispetti erano già da lunga pezza ascosi i semi. Igentiluomini di Sassarid'Alghero e degli altri luoghi settentrionalicomportavano a malincuore che per la validità delle unioni dello stamentomilitare si richiedesse un'assemblea nella capitale. Ottennero perciò dalparlamento che si ricercasse la facoltà delle radunanze separate nella cittàdi Sassari pei membri dello stamento militare soggiornanti in quella provincia.Se non che alla condiscendenza delle corti non corrispose il decreto delsovrano; il quale avvedutamente comandò si serbassero in tale propositoinalterate le antiche costumanze.

E giacché dei primi passi fatti per scindere in due parti lostamento militare io ragionaiconverrà anche che ragunando in questo luogo lenotizie appartenenti ai tempi posterioriio soggiunga essersi nei succedutiparlamenti rinovellato con espedienti indiretti il tentativo per conseguirel'accoglimento di quella proposizione. Senza considerare che la doppia unionedisnaturava uno statuto pel quale la congrega universale dei membri dellostamento si privilegiavae non già alcun individuo; che l'assemblea eralegittima in un sol luogo perché uno solo è lo stamento; che il luogo dalleleggi di don Alfonsodalla consuetudinedalla dignità stessa determinatoeranella capitaledove il seggio ordinario era dei rappresentanti del sovrano; chele comunicazioni per via di scritturacolle quali si confidava di potermescolare i voti delle due adunanzenon poteano sopperire ai vantaggi di unaverbale discussione; che l'intento infine di capovolgere con quella stranadimanda l'ordine intiero delle cosemisurato era più col desiderio disatisfare ad una rivalità municipaleche colla ragione. Tuttavia tornòinfruttuosa la continuata competenzaquantunque gli innovatori avessero a loroprofitto quello che nei corpi deliberanti a maggioranza di voti appellasi valorenumerico; poiché i sovrani ponendo mente all'opinione la più giustae non aquella di cui si contavano più seguaciintatta sempre vollero serbare l'anticalegge; e con varie prammatiche non solamente la confermaronoma di debolezzaancora accagionarono quei viceré che in qualche occorrenza non sepperogovernarsi con accorgimento a fronte di coloro che rimesso non aveano l'animo diviolare le prese deliberazioni.

Gli altri atti di questo parlamento non presentano materia adosservazione; né materia all'istoria danno gli avvenimenti susseguitidell'isola; insino a quando rialzatosi più nemico che mai di Cesare Francesco Idi Franciail quale tutto avea perduto nelle pianure di Pavia fuorché l'onoretrasse a sé in potente legache fu appellata santail papail red'Inghilterrail duca di Milano e la repubblica di Venezia; e fu causa collarinnovata acerbissima guerra che anche la Sardegna restasse inviluppata in queidisastri.

Disastroso infatti fu all'isola nostra appena quietante perla cessazione delle guerre civili quel fatale anno secondo della nuova guerra;in cui mentre l'esercito di Cesare saccheggiava Romamentre le bande diSolimano disertavano l'Ungheriamentre la riforma religiosa facea nellaGermania i più rapidi progressii Sardi anch'essi già inquietati daiBarbareschidoveano esser tribolati del pari dalle truppe del Cristianissimo.L'armata degli alleati era comandata da quel gran capitano Andrea Doria chedovea poco dopo col suo parteggiare per Cesare di tanto accrescere la di luifortuna. Nel veleggiare dalla Toscana per travagliare le Siciliesi soffermòil di lui navilio o per fortuna di mareod avvisatamente nei mari sardi; edall'approdare al correre per quelle terre era breve il passo. E così fu;perché Renzo Ursino di Cericapitano delle truppe franzesi da sbarcoposto ilpiede con quattromila dei suoi nelle spiagge di Longonsardoprocedetteprestamente avanti coll'animo di sorprendere la rocca importante diCastelaragonese. Il viceré era stato in tutto il frattempo così a malaguardiaed avea così rimessamente considerato il bisogno di difesa che ilconcitamento delle armi in Italia potea far nascere ad ogni momentoche per luinon mancò non siano le cose andate per la peggiore. Ma sopperì alla di luifiacchezza e spensierataggine lo zelo svegliato del governatore del LogodoroFrancesco de Sena e la prodezza di due gentiluomini sassaresi. Furono questi donGiacomo e don Angelo Manca dei baroni di Tiesii quali profferitisi didifendere il castellosi gittarono colle lor genti entro quelle mura senzafrappor tempo in mezzo; nel mentre che alcuni altri primari personaggi dellaprovincia scorreano per ogni dove ragunando soldatesche ed animando i popolanidei luoghi litorali a resistere gagliardamente al nemico.

Il Castello Aragonese fu trovato senza soldatisenza boccheda fuoco e senza vittuaglie. Si pose tosto mano a restaurare alla meglio larocca prima che sopraggiugnessero le schiere di Renzo; le quali cacciandosiinnanzi anch'esse con velocitàgiunsero in brevedopo aver guastato leregioni confinantia campeggiare il castello; frattanto che l'armata di AndreaDoria chiudeva il porto. Questo capitano avvisando che il nome dei Doria nonfosse ancora obbliato in quella rocca eretta dai suoi maggiorispediva al tempostesso sotto le mura suo messaggiere Antonio Doriae questi rappresentava agliassediati: esser vana la difesa contro ad un esercito agguerrito e così benordinato; evitassero le terribili conseguenze d'un assalto e le ire d'unasoldatesca efferata che agognava il sacco della terra; potrebbono in tal manierale condizioni della resa trattarsi dagli uni con maggior vantaggiodagli altricon maggior arrendevolezza. Benché questo stato di cose fosse più sinistro cheincoraggiante per gli assediatipure non vollero essi mancare del debito loroed arditamente rispondevano: esser eglino venuti colà per far rispettare dagliassalitori il vessillo di Cesare; non confidar delle loro forze a segno che siaugurassero una felice ventura; confidar bastantemente del loro coraggio peraugurarsi ventura onorevole; esser soverchio l'allettare con liberali offerte ol'intimorire con minaccie di minori disastri quelli che già erano preparati almaggiore di tutti; a morire in quelle rovine.

Né queste loro risposte si risolvettero in vanedimostrazioni di tracotanza; perché non solo durarono la fatica necessaria asostenere quell'assedioma furono anche osi di tentare una sortitaguidati daivalorosi fratelli Manca; i quali sboccando repentinamente dalla rocca con leloro gentie spintisi a corsa addosso al nemico combatterono con tal fogachesenza grave loro danno poterono rientrar nelle mura ricchi di una bandiera toltaai Franzesi nella mischia. E siccome le buone al pari delle ree sorti siappiccano l'una all'altradopo questa felice impresaaltro conforto derivòagli assediati dall'opportuno arrivo di don Gioffredo di Cervellónchegiugnendo da Sassari con rinforzi seppe malgrado dell'assedio trovar modo dipenetrare nel castello. Per la qual cosa Andrea Doria e Renzo da Ceri stimandoesser necessario oramai un formale assaltoincominciarono tosto a trarre delleloro bocche da fuoco contro alla rocca in modo che le mura erano già in qualcheluogo aperte ed una torre ruinava. Ciò nonostante i castellani non sisbaldanzironoe presentando sempre il petto nei siti i più rischievolipoterono per un'intiera giornata sostenere l'oppugnazione; abbenché la mancanzadi artiglierie facesse sì che coloro i quali maggiormente loro nuocevanofossero per essi fuori di gittata. Il prode animo pertanto diede vinta quellafazione agli assediati. Al rimanente provvide la buona loro sorte; poichémentre eglino ponevano opera a riparare ai danni della giornataun gagliardofortunale suscitatosi nell'albeggiare del giorno seguente sferrava dal porto lenavi di Andrea Doriaspingendole sui litorali dell'Asinara; e Renzo da Ceriprivo di quell'ausilioe conoscendo per prova che non di leggieri gli verrebbefatto di condurre a compimento l'occupazione d'una rocca difesa da cosìvalorosi campionirinunciò finalmente all'impresa; e voltandosi ad una fazionedi minor importanza e pericolosi avviò al luogo di Sorsodisertato dagliabitantidove il suo esercito manchevole di vittuaglie si mise tosto allapreda.

Alla difesa di Castelaragonese rispose in quanto al coraggiodimostratonon in quanto all'esitola difesa della città di Sassari. Ossiache il governatore siasi lasciato ingannare dalla voce sparsasi da Renzo del suointento di assaltar Alghero; ossia che abbia egli preso parte nella spedizionedei Sassaresi avanzatisi ad affrontare i Franzesi; il certo si è che lo scontropassò col maggior danno degli isolani. A diminuire la fortuna di questi eraconcorsa la fretta con cui nell'estremo pericolo eransi raccolte quelle bande disoldati subitari; l'inferiorità delle armi; e la mancanza di disciplinaguerresca a fronte d'un nimico esercitato nella milizia. A confortare i Franzesisi era per l'opposto aggiunto l'ausilio che Andrea Doria avea loroopportunamente inviato di alcune soldatesche addestrate egualmente ai pericolimarittimi ed ai combattimenti di terra. Renzo prevedendo l'impeto con cui iSardi avrebbero percosso le sue schierevolle destreggiare prima dello scontroper sorprenderli con un suo aggiramento; e questo si fu il disporre e farappiattare in sito acconcio alcuni dei suoi migliori guerrieri armati dischioppetto; i quali appena videro arrivare le bande degli isolanisbucandosubitamente trassero delle loro armi con tanto vantaggio che i Sardi soprappresimeglio che intimiditi poterono esser rincacciati indietroe seguì quindi nellosperperarsi gravissima strage per la copia specialmente delle bocche da fuocoposte in mano ai nimici. Onde agevole poscia tornò a Renzo l'occupare la cittàdi Sassari e il prendervi gli alloggiamenti colle sue truppe.

Tuttavia donde egli sperava un felice risultamento piùsinistre vennero per lui le vicende. Uno dei motivi pei quali Andrea Doria aveatentato uno sbarco nell'isolaera stato quello di nutrirvi i soldatichepronti erano a mettersi ad ogni fatica per far provvisione ai bisogni urgentidella loro annona. Né fallò in questa parte l'impresaperché la città diSassari si trovò riboccare di quanto era d'uopo. Ma questa copia stessa edubertà nocque a chi dovea averne pro; perciocché i Franzesi datisi allostravizzo ed alla intemperanzacaduti in gravi infermità perirono in grannumero. Alla qual cosa si aggiunse anche che i Sassaresi rincorati di nuovoraccolsero quante forze poterono; e postisi ad assediare la terra loro nativagrandemente travagliarono i nimicio molestandoli allorché tentavano di andaralla busca nelle terre confinantiod impedendo in altro modo l'arrivo nellacittà di novelle vettovaglie. Fu pertanto necessario alle truppe di Renzo diabbandonare la possessione della città e riparare di nuovo al navilio. Ed intal maniera se la gloria maggiore di quell'avvenimento restò ai Sardiinsiemecolla riconoscenza di Cesarei danni restarono comuni.

I tempi correano malaugurosi per l'isola; e perciòcominciarono le novelle molestie onde manco pensavasi. Il viceré sopra il qualeavria dovuto rimanere tutta la somma delle cose erasi sottratto ad ogni curaepunto non avea badato a sovvenire di uomini e di munizioni da guerra icombattenti dell'altra provincia. Avea egli solamente scritto alla corte diSpagna dando conto dell'invasione e ricercando aiuti. Questi giunsero quandodoveano giungerevale a dire dopo il fatto. Ma egli in luogo di tenerli inquella quiete ch'era stata tanto a lui carastimò d'indirizzarli alla volta diSassari insieme con alcune soldatesche nazionali sotto il comando di don FilippoCervellón e di don Biagio di Alagón. Quelle bande spagnuole erano composte digentame di vil contoe si misero perciò fino dal primo giungere a tribolarecon avanie ed estorsioni i cittadini; in modo tale che le calamità della pacesopravanzando quelle della guerrafu mestieri ai Sassaresi di ricercare ilviceré di un pronto sgombero di quelle masnade. Passarono allora quei soldatiturbolenti ad Oristanonon senza aver toccato molte ferite in Pozzomaggioreacagione delle insolenze alle quali si abbandonarono nel transito. Né con ciòcessarono le disavventure; perché la più ferale di tutte venne a piombarealtra volta sull'isolacioè la pestilenza; la quale introdotta dall'Italianella Galluraserpeggiò per molti mesi orrendamente in Algheronel CastelloAragonesein molte ville della provinciae più che altrove infierì poscia inSassaridove perirono meglio di quindicimila persone. Il nuovo vicerépertantochiamato Martino di Cabrera trovò l'isola molto contristata per ognirispetto; e lo stesso parlamento da lui convocato risentissi dell'universaleabbattimento; poche essendo le cose stanziatevi e nissuna di storica importanza.

Ebbe egli poscia lo scambio con don Antonio di Cardona; nelgoverno del quale si ultimò da Cesare una concordia colla Santa Sedeacciò aisovrani della Sardegna fosse conceduta la prerogativa del patronato sulle chiesedell'isolacolla presentazione dei nuovi vescovi ed abati. Prerogativa checonfermata in altri tempi con eguali provvedimentipose fra le mani del re imezzi migliori d'indirizzare faustamente le cose religiose. Comandava anchenell'isola lo stesso viceré quando Cesare veleggiando in quella famosaspedizione africana che tanta gloria procacciò alle sue armi e tanto confortoai molti suoi sudditi schiavi della reggenza di Tunisiavendo assegnato perl'unione del numerosissimo suo navilio il golfo di Cagliaricolà sbarcò eglistessoe volle per breve ora far lieta colla sua presenza la capitaledell'isola. E continuava lo stesso governo quando una terribil fame attristòsì fattamente gl'isolaniche anche oggidì se ne serba il ricordo nei volgariloro proverbi.

Procedendo le sorti così sinistrequalche conforto produssenell'animo dei nazionali la presenza di Cesare; il quale nella secondaspedizione africanatanto infaustaquanto gloriosa era stata la primavolleper qualche dì soffermarsi in Alghero e lasciarvi numerose testimonianze delconto ch'ei teneva di quel suo regno. Conservasi ancora in essa città ilragguaglio compiuto di quanto Cesare fece e disse in quella sua gitadel qualestimo di dover dare qui un cenno; poiché sebbene abbia io in ogni incontroschivato quelle minute digressioni che lo storico temperante lascia sepoltenelle scritture dei cronichistipure non saprei resistere in questo luogo aldesio ch'è in me di rammentare ciò che commosse e concitò a gioiastraordinaria la dolce terra ove nacqui. Anzi non discaro riescirà in tal modoa chi legge il veder sottentrare ai ricordi delle pestilenzedelle stragi edella civile inerziaun breve periodo di allegrezze pubbliche e di pomperegali.

Tutto il pensiero di quei cittadini al primo annunziodell'arrivo s'indirizzò a far provvisione acciò l'armata ritrovasse nel luogola maggior dovizia di vittuaglie; Cesare v'incontrasse le migliori testimonianzedi onore e di omaggio che per essi si poteano offerire. Nel mentre a tal uopoapprestavansi nella città le cose convenientine partivano alcuni destricavalieri; e passavano alla spiaggia del vicino portoaffinché al primotoccare del navilio di Cesare in quel luogoegli potesse esser lieto dellospettacolo di una cacciagione da farsi sotto i suoi occhi in quelle montagne. Laqual cosa tornò molto opportuna; poiché non sì tosto erasi il governatoregenerale della provincia don Diego de Sena portato nel primo approdaredell'imperatore ad inchinarloche scorgendo Cesare dalla sua galea qualchemovimento di cavalieri sul lido ed informato del disegnosi dispose a scenderesu quella spiaggia accompagnato da pochi dei primari suoi cortigiani ed aprender parte festivamente nella caccia; nella quale o l'accidenteol'artifizio di chi la indirizzavafece sì che un cignale presentatosi a brevegittata a Cesare potesse esser da lui colpito.

Frattanto la città tutta era in ardenza per accogliere ilsovrano. Le galee vi giungevano in gran numero precedendolo; ed arrivava infinedesiderata da tutti la galea maggiore; dalla quale disceso Cesare in un leggieroburchiovolle prima di entrare nel luogo costeggiare la rocca che bagnata è ingran parte dalla marina. Rimasero perciò dubitanti i cittadini non volesseCesare penetrare nella città dal lato di terra; ed allontanavansi per unistante dal ponte che aveano fondato in faccia al molo. Ma non sì tostoabbandonavano essi quel sitoche con una improntitudine la quale caratterizzale costumanze del tempoi soldati di Cesare lanciandosi sul ponte lospogliarono dei ricchi tappeti ed arazzi coi quali era stato parato; quasi comeper andare a rubae non per onore di chi passava fossero stati colà spiegati.Ed in quelle costumanze del tempo è anche una cosa più notevole che Cesareritornando allora dal suo giro lungo la costieraabbia preso trastullo diquella militare licenza.

Nel discender a terra accommiatò l'imperatore tutte le sueguardie delle quali dicea non aver bisogno fra i suoi; ed accolto ivi conbenigne parole l'omaggio fattogli dal consiglio della città nel presentargli lechiavi del luogosalì sopra un destriero di gran podere e di bella guisadicui era stato presentato da don Giovanni Manca; ed accompagnato quindi daivescovi d'Alghero e d'Ampuriasdal consigliodal clerodai nobili e dalpopolo che affoltato lo seguivaavendo prima orato nella chiesa maggiorevolletutta riconoscere la fortezza cavalcando attorno alla città. Rientratoviposciae postosi al balcone della sua casafu presente ad uno spettacolo chesapeva di quella stessa barbara licenza che al primo suo giungere erasi veduta.I soldati spagnuoli saccheggiando le vittuaglie che in gran quantità eranoespostetrascorreano da spavaldi per la piazza cacciando e passando a fil dispada i numerosi capi di bestiame che il consiglio avea colà ragunatocoll'animo di farne un presente al navilio; e che non poterono esser presentatia persone le quali non sofferenti dell'accettareamavano meglio lo strappare idoni. Cesare sorrise anche di ciò; e lieta in ogni rispetto passò la giornatadell'arrivo e la seguente; nella qualedopo ch'ebbe il sovrano armato colcingolo equestre vari distinti personaggie dopo aver più volte rallegrato conamorevoli accenti l'animo dei cittadinisalpò di nuovo alla volta di Maiorcaaccompagnato da votima non da auspizi favorevoli.

Dopo la relazione di questa venuta dell'imperatorelememorie della storia sarda non altro avvenimento ragguardevole contengono che lacongrega del nuovo parlamento tenutasi mentre ancora reggeva l'isola lo stessodon Antonio di Cardona. A questo viceré erasi per la prima volta data laqualificazione di capitano generale delle genti d'arme dell'isola; e forse ciòfu fatto perché a nissuno dei viceré cadesse in pensiero che la loro preturafosse solo un uffizio di civile reggimento; e che fosse lecito nelle vicendeguerresche il seguir l'esempio della militare accidia di don Angelo diVillanova. Lo stamento militare pertanto trasse da quel novello provvedimentol'occasione per richiedere si dichiarasse non dover quel titolo partorire negliobblighi dei viceré dipendenti dalle leggi stanziate nelle corti verunamutazione. Pose mente eziandio lo stamento a vari altri affari d'universaleinteresse del regno: esponendo al sovrano il preciso bisogno che aveasi direstaurare alcuni pontia qual uopo offerivasi una porzione delle somme votatein quelle corti; implorando piacesse al sovrano dichiarare abolita laconcessione delle regie lettere di moraper le quali arrestavasi l'effettolegale degli obblighi privati; rappresentando la convenienza di frenare il lussostrabocchevole delle classi inferiori della società colla promulgazione di unalegge regolatrice delle spese.

Partitosi qualche tempo dopo dall'isola don Antonio diCardonafu commesso il governo col titolo di presidente del regno a donGerolamo di Aragalle conferita quindi la carica viceregia a don LorenzoFernández di Heredía. Toccò a questo di far provvisione alla difesadell'isola contro alle correrie del famigerato corsale di quei tempi Dragut; ilqualeoccupata coll'ausilio delle armi del Cristianissimo una parte dellaCorsicaportato avea la guerra anche sui lidi sardigittandosi colle suemasnade nel luogo di Terranovada lui barbaramente saccheggiato ed incendiato.Concitava pertanto il viceré lo zelo dei Sassaresi a segnalarsi in sì durofrangente; e rispondeva alle sollecitudini del viceré l'attività delgovernatore del Logodoro Gerardo Satrillasche con bande scelte di cavallitrascorrendo i lidi settentrionalise non ebbe il vanto di combattere i nimiciebbe quello di tranquillare i provinciali. Quest'esempio fu anche imitato dal dilui successore Antioco Bellitrestauratore del Castello Aragonese; e daigentiluomini sassaresi Pietro Aymerich e Francesco Casalabriapassati adifendere colle loro genti le costiere della Gallura; dove resistendo virilmenteallo sbarco che i Franzesi vi tentarono con sette galeefecero sì che vana siatornata quella repentina invasione. Meno inquieto adunque per la salvezzadell'isolacelebrava poscia don Lorenzo di Heredía le corti generali; ma tantoegli non visse per poter ricevere dal sovrano l'approvazione dei capitolipresentati in quel parlamento; i quali non poterono esser sì tosto confermatidalla suprema autoritàperchéaccaduto nel frattempo quel grand'atto direnuncia con cui Cesare volle chiudere la sua vita politicanon poté Filipposuo figliuolooccuparsi di quell'oggettosalvo dopo qualche anno.

Il regno di Filippo IIche conturbò l'Europainfiacchì laSpagnacontristò i penetrali stessi della reggiafu per una vicenda singolarefausto per la Sardegna. Fino dai primi anni mostrò egli singolar cura perchéla giustizia fosse amministrata con mano imparziale a coloro specialmente peiquali mancando gli umani rispettiparla solamente al cuore dei giudicil'umanità. Egli pertanto scrivea a don Álvaro di Madrigalsucceduto allacarica di viceré: essergli giunta contezza che alcuni grandi del regnomaltrattavano i loro vassallie che questi riparando all'autorità tutelare delviceré non incontravano accoglimento; esser i sovrani ad immagine di Dioprotettori degli afflitti e degli aggravatie passare tal obbligo neirappresentanti del re; esser perciò suo volere che nel reprimere quellevessazioni impiegassero i viceré sollecitudini massime.

Ponea quindi mente Filippo ad approvare i capitoli presentatinelle corti presiedute dal viceré trapassato. In queste si era ricercato che leconsuetudini di Catalognagià abbracciate in altri rispettisi osservasseroanche nel tempo delle periodiche tornate del parlamento; il quale si dovesseperciò convocare allo scadere di ciaschedun trienniood almeno di ogniquinquennio. Ma questa deliberazionesebbene favorevolmente accoltanon fugiammai posta in osservanza; e la norma consueta sempre si serbò delladecennale convocazione. Un altro negozio di molto conto misero quelle corti invista al sovrano. Le decime delle chiese sardepatrimonio del clerogiovavanodi rado ai regnicoli; perciocché le prelature e dignità maggiori eranoconferite agli stranieri. Due gravi danni derivavano da tal cosa: l'emulazionenegli studi ecclesiastici s'intiepidiva mancando il conforto di alte speranze;una parte cospicua della ricchezza nazionale passava fra le mani dei forastieri.Implorava adunque il parlamento che riserbate fossero ai soli Sardi leprelaturele abbaziedignitài benefizi e le pensioni ecclesiastiche; e cheal tempo stesso si provvedesse alle materiali restaurazioni delle chiesecattedrali poco curate dai prelati spagnuoliapplicando i frutti delle chiesevacanti a quelle opere. Ambe le supplicazioni accolte furono benignamente daFilippoil quale promise d'interporsi presso alla Santa Sede onde ottenere leprovvisioni ragguardanti all'ultima richiesta; eccettuando solamente dalla primadimanda la collazione delle prelaturenella quale non si acconsentì dal re anissuna innovazione. Veniva poscia nel principio del seguente secolo lapromessione solenne di Filippo recata ad effetto da Clemente VIII ponteficeilquale a richiesta degli stamenti del regno dichiarò allora con sua bolla:coltivarsi felicemente nell'isola gli studi ecclesiastici o nelle moltepubbliche scuole ivi aperte a tal uopoo col mezzo dei frequenti viaggi che iSardi intraprendevano in Italia ed in altri luoghi del continente per istruirsi;darsi di ciò l'esempio dalle più nobili famigliele quali destinavano sempreal servigio della Chiesa qualche loro figliuolo; nullameno tornare inutili sìbuone disposizioni e spegnersi ogni ardore per lo studiodappoiché i vescovistranieri presentavano dei migliori benefizi o di ricche pensioni i loronazionali; esser pertanto dovere di giustizia l'interporre l'autoritàapostolica per colpire radicalmente tali abusicondannando qualunque manifestaod occulta violazione dei diritti che i Sardi aveano alla privilegiatacollazione di tutti i benefizi inferiori all'episcopato.

Al regno di Filippo II devesi anche l'importante ordinamentodella principale podestà giudiziaria dell'isola. Fu questo principe cheistituì in Cagliari il magistrato supremoche chiamato fu al pari deimagistrati maggiori della Spagna col nome di Reale Udienza. E fu pur egli chealcuni anni dopo con novella prammatica ne dichiarò più ampiamente lacomposizionela dignitàle incumbenze. Prammaticala quale al pari dellealtre che si pubblicarono poscia per compiere quello stabilimentopuòmeditarsi dagli uomini di stato come un atto della più profonda politicasaviezza; tanto è l'accorgimento che in quella si manifesta per ciò cheragguarda alla parte conceduta al magistrato nella trattazione delle cose anchepolitiche di gran momento; tanta la cautela con cui si scorge governatol'esercizio degli ardui doveri della giudicatura; tanta l'umanità con cui si faprovvisione alle cause di coloro i quali se non sempre si chiariscono reisonoper certo sempre infelici.

Nel frattempo erano state da don Álvaro di Madrigalconvocate le nuove corti ed approvate dal sovrano le dimande rassegnategli. Manissun oggetto di conto si discusse in tal parlamentose si eccettua qualcheordinamento indiritto a migliorare nell'isola la razza dei cavalli; laprovvisione fatta per ridurre ad uniformità il calendarioche diverso eranelle due provincie dell'isola; e la proposizione presentata acciò le leggimunicipali colle quali reggevansi dal tempo dei giudicati le città di SassariIglesias e Bosafossero voltate per l'intelligenza comune dalla favellaitaliana nella lingua di Catalogna.

Morto alcuni anni dopo don Álvaroe succedutogli dopo labreve presidenza di don Girolamo di Aragallil nuovo viceré don GiovanniColomacongregò questo il parlamento; del quale tre sole memorie si ponnoraccorre da uno storico: il divieto cioè del rappresentarsi nelle corti conaltrui mandato un numero di voti maggiore di quattro; la tenuta periodica inciascheduna settimana nelle città del regno di un mercato libero di derrate; el'ottenuta dichiarazione del diritto spettante alla Reale Udienza di continuarei suoi uffizi e l'esercizio della suprema podestà in unione del governatoredella provincia ogni qual volta per morteo per assenza venisse a mancarenell'isola il viceré.

Ebbe quindi per due volte il comando generale del regno donMichele di Moncada; e gli toccò il dispiacere di veder serpeggiare nella cittàdi Alghero una orribile pestilenza; della quale il dottore fisico Quinto TiberioAngeleriocoraggioso oppugnatore di quel malelasciò ampia memoria in untesto a penna assai pregievole per le dottrine contenutevi e per la vivacitàdello stilecon cui in lingua latina descrisse gli orridi effetti di quelmorboe le cure da lui adoperate ed i mezzi avuti di salvamento. Toccò pureallo stesso viceré l'incarico di congregare l'assemblea ordinaria delle corti;nella quale fra le altre dimande presentate al sovrano rimasero più meritevolidi esser notate: la richiesta fatta acciò si ordinasse in ciascuna città unpubblico archivio per riporvi le scritture dei notai defunti; la creazione nellestesse città di un maestrato di carità e di umanitàchiamato con nomecorrispondente al suo istitutopadre di orfani; e la maniera immaginataaffinché nella mancanza di una pubblica università di studi per le scienzemaggioripotessero anche coloro ai quali era impedito per le domestichecircostanze il portarsi in altre regionigiovarsi nella patria di qualcheistruzionemediante l'obbligo allora imposto a tutti i novelli dottori in leggedi ritorno da oltremare di leggere e spiegare in ciascun anno a torno inpubblica scuola l'istituta di Giustiniano.

Non così meritò della Sardegna Filippo per aver approvatotali capitolicome per avere in quel medesimo tempo dato mano ad unostabilimento per cui se le cose pubbliche aveano proceduto sotto la sua signoriacon maggior regolaprocedettero anche in appresso con maggior sicurtà. Levaste spiaggie dell'isola desolate in molti luoghi di abitatori erano dicontinuo minacciate dai pirati delle reggenze africane. Filippo avea giàprovveduto alla difesa dei punti i più importanti facendo fornire diartiglierie e munizioni le fortezze di Cagliari ed Alghero; nella qual operaavea impiegato gran parte degli emolumenti ritratti dal regno. Avea eziandioinviato gran numero di schioppettidi lancie ed altri attrazzi militari ad usocomuneconsumando a tal uopo sulle rendite degli altri suoi stati meglio dicinquecentomila ducati d'oro. Mancava il massimo dei riparicioè quello dicircondar tutta l'isola di torri munite per la guerraacciò resistendosi conmaggior fidanza agli inimicisi avesse pure un mezzo maggiore di proteggere lanavigazione e di agevolare la pesca; e quella specialmente dei tonnila qualeconosciuta da parecchi anni in Siciliasperava Filippo di poter introdurre neimari sardiove si avea contezza essersi più fiate veduto vagante quel pesce.Confidavasi nel principio il sovrano di poter dal continente spedire nell'isolail denaio necessario per recar ad effetto sì vasta impresa; ma trattenuto davarie difficoltà appigliossi infine all'espediente di ricercarne nell'isolastessa i mezzi. A qual uopo reputando acconcia l'imposizione di un dazio perl'uscita di alcune derrateavea commesso a don Michele di Moncada diconsigliare cogli stamenti intorno al modo di determinarlo. E fu allora che sidevenne a mettere una gabella sul caciosulle lane e sovra i cuoi e coralli chesi estraessero dall'isola; sembrando che per lo stato in cui si trovava ilcommercio di quei generipotesse il dazio gittare un pro annuo di dodicimiladucati. Questa è l'esposizione fatta dallo stesso sovrano delle ragioni che lomossero a soscrivere la prammatica a tal fine pubblicata; nella quale approvandotutti i capitoli che dal viceré erano stati trattati colle corti per assicurarein ogni minuta parte la regolarità e cautela di quel servizioriserbò purel'amministrazione delle rendite ad una deputazione composta di alcuni membri deitre stamenti. Fruttò grandemente nei tempi posteriori questo insignestabilimento; e gli amministratori succeduti ebbero il vanto di condurlogradatamente al suo termine e di coronareper così diredi valide torrisituate a brevi distanze tutto il nostro litorale; che teatro fu più volte dieroico coraggio nel fulminare i nemici e di svegliata attenzione nel guarentirel'isola dal contagio.

Partitosi dal regno don Michele di Moncadavenne il comandosupremo commesso al marchese di Aytona. Le corti alle quali egli presiedettefurono le estreme delle quali Filippo II soscrisse l'approvazione; dopoché aveagià destinato a succedere al marchese ed inviato nell'isola il novello viceréconte d'Eldadon Antonio Coloma. Le petizioni di questo parlamento furonoprincipalmente indiritte a prescrivere alcune maggiori cautele per l'eserciziodella farmacia; ad estendere ai villaggi i più cospicui il benefizio deldeposito delle scritture dei notai; ed a sottoporre ad un pubblico esperimentoquei laureati che dalle università del continente venivano nell'isola perprofessarvi la giurisprudenza e la medicina. La qual cosa o si consideri come unnovello giudizio tendente a porre in evidenza l'altrui periziao comeun'occasione di rendere più frequenti le scientifiche disputazioninon si puòin quella condizione di tempi che commendare. E l'ultimo si può pur dire questodei provvedimenti di Filippo per la Sardegna; perciocché dopo alquanti mesiegli discendeva nel sepolcro; se non compianto da coloro che trovando in lui lacupa ferocia di Tiberiosegnarono di odiosissima nota la sua memorialagrimatocertamente dai Sardi; i quali non giovatisi della soverchia potenza di Carlo Vnon risentitisi della menomata grandezza spagnuola sotto il di lui figliodovettero non colla gloria dell'unoo con le tristizie dell'altro misurare ipropri applausi; ma col vantaggio delle civili istituzioni. Nel qual rispetto ilregno di Filippo II sopravanzò fra noi i regni di altri principi suoipredecessori che ebbero voce di generosi e di eroi.

Continuatosi il regno delle Spagne da Filippo IIIgrande ful'impulso che le cose sarde ricevettero per un miglioramento progressivo disorte. Ma questo impulso non tanto fu comunicato da chi reggeva i destinidell'isola che dalla nazione istessa; la quale nei primi anni del novello regnosi seppe innalzare a tutta l'altezza della civile sapienza nel parlamentocelebrato dal viceré conte d'Elda: parlamento che può esser citato come ilpiù orrevole per la nazione sarda; tanta è la saviezza delle discussioni cheillustrarono quell'assemblea. Io darò pertanto un cenno rapido delle piùimportanti; poiché la dignità della storia se si accomoda alla narrazione deicivili ordinamentiricusa i ragguagli troppo minuti e non comporta quellerelazioni che alla privata ragione appartengonood al governo dei negozi minoridello stato.

Ignoravansi nel foro le consuetudini speciali di alcunecittà e gli Statuti che le reggevano dal tempo dei giudici; e si faceaprovvisione nel parlamento per la compilazione e stampa di tali scritture.Agitavasi da lunga pezza fra l'arcivescovo di Cagliari e quello di Pisa lamalagevole quistione del primato ecclesiastico; e si ricorreva perciò alsovranoacciò vedesse modo di por termine alla competenza. Esisteva nell'isolauna commenda dell'ordine gerosolimitano applicata a benefizio della così dettalingua italiananella quale i gentiluomini della Sardegna non erano mai statiannoverati; richiedevano pertanto le corti che la lingua sarda fosse incorporatacolla italianaa qual uopo si doterebbero dal regno altre novelle commende. Maquesta dimanda avea in se stessa il germe della difficoltà; perché non poteaaggradire alla politica castigliana che ad un sovrano straniero giovasseroquelle rendite; onde rescrisse il sovrano volerle egli invece applicare allacreazione di alcune commende pei Sardi nell'ordine spagnuolo di Montesa. La qualcosaperciocché non rispondeva alle viste del parlamentocadeva poscia indimenticanza. Abusi gravi eransi radicati nell'esercizio della farmacia e dellachirurgia; ed il riparo fu pronto ed efficace. Malagevole tornava alle personedi contado il pagamento dei pubblici tributi in quei tempi dell'anno in cuil'agricoltore consuma il suo avere; e tosto si ridusse l'obbligo a quellastagione nella quale egli si rifà dei suoi dispendi. L'opera dellarestaurazione dei ponti e delle pubbliche vie abbisognava d'incoraggiamento e distraordinari sussidi; ed ebbe l'una cosa e l'altra. Traevano gli isolani daglistranieri i drappi e le sete; e per iscuotere questa servitù ricercava ilparlamento s'inviassero dalla Spagna artefici e macchineonde stabilirenell'isola quelle manifatture. Alla qual richiesta corrispondeva specialmente ilsovranoconcedendo ogni immunità per le cose che a quell'uopo doveano recarsiin Sardegna. Al tempo stesso le corti dimandavano che fosse obbligato qualunquepossessore di vigneti od altri terreni chiusi pel pascolo del bestiamedipiantare nel recinto del podere il numero per lo meno di ventiquattro alberi digelsi; e che i vassalli dimoranti nelle terre feraci di oleastri avesserol'obbligo d'innestarne dieci tronchi in ciascun anno ed il vantaggio diacquistarne con quel solo mezzo la proprietà; nel mentreché i signori deifeudi si sottometteano a stabilire in quei luoghi i mulini per l'olio. Mancavain quel tempo la forza armata nella capitalee la custodia della pubblicasicurezza commettevasi ad alcune compagnie di popolani; richiedeva adunque ilparlamento che i soli cittadini i quali per lo cognito loro interesse a prodella comune tranquillità meritavano la generale confidenzavenisseroinscritti nel ruolo di quelle bandeche con linguaggio d'oggidì potriansi direcompagnie di guardia nazionale. Raddoppiavasi al tempo medesimo l'antico dazioapplicato alla fabbrica delle torri. Si accordava a benefizio del commercio unafranchigia temporaria di gabellastabilendo che di ciascuna mercatanziaprovegnente da oltremarenon escluse le più ricchesi dovesse tosto farel'esposizione per tre giorni in pubblica vendita; affinché i compratori piùdiligenti avessero il vantaggio di acquistarle non ancora gravate dal dazio.

Tuttavia la maggiore e la più considerevole delle richiestefu quella della creazione in Cagliari di una università di studi. Esposero lecorti i grandi vantaggi che risulterebbono ai Sardi se potessero trovare nellapatria quell'istruzione che erano obbligati a ricercare nelle scuole maggioridella Spagna e dell'Italia. Avea già il parlamento contemporaneamente assegnatola somma necessaria per la fabbrica dell'edifizio; e perché maggiormente sichiarisse che quella nobile proposizione derivava da un partito presocomunemente e non vintociascun membro del parlamento rinunciava per benefiziodella nuova opera all'emolumento introdotto dalle antiche costumanze a favoredei concorrenti alle congreghe. Dimandavano adunque piacesse al sovranostabilire e proteggere nella capitale la desiderata università; nella quale sipotessero leggere le scienze superiori ed ottenere quelli onori accademici chenelle altre scuole dell'Europa erano in uso. Accolse il re con significazionespeciale di gradimento questa supplicazione. E non tardò poscia a sorgere inCagliari lo studio generaledel quale in altro luogo più acconciamente daròcontezza; toccando anche dell'altro che correndo quelli stessi tempi fu conlaudabile emulazione eretto nella città di Sassari.

Nel succeduto governo del conte del Real o mancò agli affaripubblici il movimentoo mancò la novità delle cosela quale è soventel'unico titolo per la rimembranza. Dell'altro del duca di Gandia restarono piùnotevoli le traccieperché durante il di lui governo ebbe luogo l'invionell'isola d'un personaggio di gran conto; il quale investito dell'autorità divisitatore e commessario generale del regno fu degno stromento delle cure del rea pro dei Sardi. Era questi il dottore Martino Carrillocanonico di Saragozzauomo dotato di quelle virtù che lo poteano render meritevole di quel sublimeincarico. Passò egli in Sardegnadove occupatosi senza indugio a rimettere inassetto le cose pubblichea chiamare a severo scrutinio gli amministratoridelle entrate dello statoa definire molte ragioni privatepunto non vennemeno nell'opera sua per la copia o difficoltà dei negozi; ma con rarasollecitudinementre provvedeva a tutte le bisogne per le quali era comandato oricercatoscriveva anche la sua relazione del regno di Sardegnache fu posciapubblicata in Barcellona. Comprende questa le notizie compendiose delle antichesorti dell'isola e la descrizione dello stato in cui trovavasi in quel tempo; ese le indagini del Carrillo in un rispetto provano la vasta sua istruzionequelle indiritte a formare un quadro esatto e veritiero del regno fanno fede delsuo senno e della sua attività in modo a giovare non solamente aicontemporaneima eziandio a noi che quel tempo chiamar dobbiamo antico. Moltoperciò io mi varrò di questa di lui relazione allorquando più di proposito mitoccherà di considerare l'andamento generale delle cose pubbliche dell'isola. Eper ora mi basterà l'aver commendato la scelta fatta da Filippo III d'un uomoil quale possedeva in grado eminente quel consiglio perspicace per cui sigiudica chiaramente delle cose; e quel consiglio pacato per cuidissipato ilprestigio delle orgogliose prevenzioni recate talvolta da uno ad altro paesesigiudica ancora più rettamente.

Toccò pure al duca di Gandia di intimare al tempo stesso ilconvento delle corti generali. In queste fu deliberato: ricercarsi per potergodere della facoltà del voto nello stamento militare l'età per lo meno d'anniventi; doversi privare del diritto d'intervento le persone non nate negli statiaragonesi; e di quello di rappresentare per mandato gli altri membri d'unostamento chiunque non appartenesse allo stesso ordine. Furono pure obbligati inquesto parlamento i signori dei diversi feudi a tenere ciascuno nelle proprieterre un armento di cavalle non inferiore a quindici capi. E si richiedeva chela quantità oramai abbondevole delle diverse leggi conosciute col nome diprammatiche si ordinasse e se ne pubblicasse il codice.

Toccò infine al duca di Gandia di prender parte in quellostraordinario movimento che correndo quei tempi destò nella capitale dell'isolalo zelo dell'arcivescovo d'Esquivel nell'onorare i depositi allora rinvenutinell'antica chiesa di S. Saturnino. Ma siccome di tal invenzione si diede giàcontezza in altro luogo; perciò non restami a notare del regno di Filippo IIIaltro avvenimento salvo la nomina da lui fatta del novello viceré conte donAlfonso d'Erill; l'ordine dato nell'anno stesso della di lui morte per laconvocazione di uno straordinario parlamento onde farsi provvisione afortificare le due isole di S. Pietro e di S. Antiocominacciate di qualchenemica incursione; ed il passaggio nel porto d'Alghero ed in quello di Cagliaridel principe Filiberto Emanuele figliuolo terzogenito di Carlo Emanuele Iducadi Savoia. Questo principe animoso che esercitava allora la carica di grandeammiraglio della marina spagnuolamareggiando rincontro ai litorali sardisoffermavasi per qualche dì nel porto d'Alghero; interveniva ad una cacciagioneche come spettacolo a lui gradito gli si offeriva dai primari cittadini dellaterra; accoglieva con amorevolezza i loro omaggi; facea accettare nel suonavilio le abbondevoli provvigioni di vittuaglie delle quali la città lopresentava; e salpava quindi alla volta della capitale lasciando dappertutto lememorie della sua amorevolezza. Né inopportuno comparirà certamente questocenno del soggiorno d'uno dei reali di Savoia nei nostri mariora che debbovoltare la narrazione alle vicende sarde del secolo XVII durante il regno deidue monarchi Filippo IV e Carlo II; coi quali ed ebbe termine nelle Spagne ladominazione dei principi d'Austriaed ebbe termine nella Sardegna la signoriaspagnuola.

Il primo viceré che da Filippo IV fu destinato arappresentarlo nell'isola fu don Giovanni Vivas; e l'atto il più notevole diautorità dello stesso sovrano in quei primi anni del suo regno ful'approvazione dei capitoli presentati nel parlamento da quel viceré intimato.Imitandosi l'esempio delle precedute cortisi volle in queste estendere alleleggi stanziate nei parlamenti il benefizio della compilazione e pubblicazionegià approvata per le altre leggi del regno; e dare un maggior impulso alledeterminazioni prese altra volta per le manifatture da introdursi nell'isolaper l'innesto degli oleastri e per la coltivazione dei gelsi; implorandos'inviassero da Valenza e da Maiorca alcune persone pratiche per ammaestrarmeglio i regnicoli nella seconda operazione; e da Barcellona e dalla riviera diGenova alcuni fabbricanti di drappi di lanaa vantaggio dei quali siproponevano vari favori. Deliberavasi pure che si creasse in ogni comune uncensore agrariocui appartenesse lo speciale incarico d'invigilare sovra ognilavoro di agricoltura e di tenere depositata nei magazzini a tal uopo destinatila scelta semente che doveasi gittare in ciascun anno. Stabilimento questochemostra una sembianza di quei monti frumentarii della Sardegnadei qualilargamente per me si scriverà allorché l'ordine degli avvenimenti mi condurràai tempi migliori della sarda istoria. Si recava anche a compimento in questecorti il pensiero dichiarato in quelle del conte d'Eldaonde avesse la Sardegnail vantaggio della stazione fissa nei suoi mari di una armata di otto galeedestinate a proteggere i litorali e la navigazione e ad ammaestrare i regnicolinel servizio della marineria. A qual fine mentre riserbavansi ai nazionali iposti principali del navilioeccettuato quello del maggior capitanoofferivansi le somme necessarie al mantenimento di quella forza. In questoparlamento infine si giugneva a toccare la meta di un desiderio che da lungapezza andava ai Sardi per l'animo; cioè di conseguire che nel Consiglio Supremodei regni di Aragonacol voto del quale governavansi le cose maggiori dellostatoavesse la Sardegnafra i così detti reggenti delle altre corone che locomponevanoun reggente nativo dell'isola; il quale nutrito nella cognizionedelle cose pubbliche della sua patriafosse presso al trono l'interprete deivoti comuni; e presso al consiglio discoprisse il difetto delle opinioni erratedi coloro che le cose discoste giudicano colla norma delle vicine. Accolse ilsovrano per a tempo questa dimandala quale fu poscia nelle succedute corti delmarchese di Baiona favorita con un privilegio perpetuo. E veniva destinato nelfrattempo a quell'importante carica don Francesco Vicopersonaggio di grandeautorità e dotto nella scienza delle leggi: quello stesso che scrisse in linguaspagnuola la storia generale della Sardegna da me più volta notata collaseverità che ricercava la grave mia professione. La qual cosa non iscema puntol'opinione che io porto dell'aver egli onorato la patria sua in altri rispetti;ché a pochi il ciel largo comparte il poter illustrare il proprio nome indiverse maniere.

In altro luogo caderà più in acconcio il portar compiutogiudizio dei lavori storici di questo nostro egregio magistrato. Questa partedella storia politica e civile della Sardegna sarà frattanto sede più degna diun'altra di lui scrittura scientifica di gran contoper la quale specialmenteil nome del Vico deve fra i Sardi esser in onore. Eragli stata commessa primadal duca di Gandiae poscia dal conte d'Erill l'importante opera che giàvidimo essere stata deliberata nelle corti convocate dal primo di questi dueviceré; quella cioè di ordinare in un solo corpo ed ammendare le varieprammatiche dei sovrani d'Aragona e di Castiglia. Soddisfece egli all'onorevoleincarico con molta saviezza; e non paventando la mole delle indaginiladifficoltà del disporre distintamente le materie disparate e quella di serbarein ogni legge l'ottima partesupplire la manchevolecorreggere la difettosariescì con diligenza e con perspicacia a formare un codice di legislazione incui li più importanti ordinamenti banditi per lo corso di vari secoli furono dalui o riformatio spogliati delle formole cancelleresche e delle inutiliripetizionie collocati nell'ordine il più limpido e il più adatto alle cose.Codice questoche anche oggidì costituisce una delle parti essenziali dellanostra giurisprudenza; e che in quanto appartiene al governo politico del regnoall'amministrazione giudiziariaalla custodia delle regalie del sovrano ed avari altri oggetti di pubblico interesse meriterebbe di esser maggiormenteconosciuto a quanti dello studio delle cose politiche si giovano; ché in talmaniera verrebbono a conoscere come sapesse addentro in tali materie lacancelleria spagnuola e con quale costanza e profondità di massime sireggessero i suoi consigli.

Illustrò don Francesco Vico questa sua opera con copiosicommenti; i quali sarebbero stati più apprezzabili pei forensi se un po' piùsi fosse egli trattenuto nel rischiarare il senso delle leggiun po' menonell'accumulare tante quistioni od aliene dal suo assuntoo soverchie. Ma diciò accagionar si deve l'influenza contagiosa dei così detti trattanti oprammaticie di quelli specialmente della Spagna coi quali il Vico misuravasi;e che non tanto amavano la gloria di comprovare le proprie opinioniquantoquella di numerare in una lunga filza di nomi oscuri le altrui sentenze.Malgrado di ciòin quei tratti nei quali il Vico intraprese a svolgere leconsuetudini del regnopregievolissimo è il di lui lavoro; è perciò si puòdir con ragione che il di lui innalzamentodel quale ho fatto menzioneeradovuto non alle cariche che avea coperto nel magistrato supremo del regnononal nome distinto che portavama al merito che lo distingueva.

Era stato appena imposto termine al parlamento convocato dadon Giovanni Vivasche una congrega straordinaria s'indisse per comandamentodel re; il quale abbisognando per sopperire al dispendio della guerra di queitempi di maggiori soccorsi dai suoi regnianche alla Sardegna avea indiritto lesue richieste. Spedì egli a tal uopo don Luigi Blascoconsigliere nel Supremodi Aragona; e questi secondato dal novello viceré don Girolamo Pimentelmarchese di Baionariescì felicemente nel suo incaricoavendo ottenuto undonativo di scudi ottantamila per un quinquennio.

Tale donativo era poscia rinnovato per un decennio nellesuccedute corti ordinarie. Furono queste presiedute dallo stesso marchese diBaionasenza che siagli toccato di vederne l'approvazione; perciocché questafu soscritta dal sovrano dopo che per la di lui morte eragli succeduto nelcomando il marchese di Almonazir. Si ripeté dagli stamenti in questa assembleal'istanza onde ottenere pei soli nazionali la collazione delle prelature. E siripeté vanamente; perché dal sovrano si promise un decreto al quale find'allora si volle annessa anticipatamente l'autorità di una legge diparlamento. Ma siccome quel decreto non si maturò giammai pienamentenonintervenne perciò nelle antiche massime la mutazione bramata dai nazionali.Eguale privilegio si chiedeva contemporaneamente per le cariche giudiziarie edel regio patrimonio. E simile fu pure la sorte di questa dimanda; dacché unariservadi cui non si prevedeva da una partenon si sperava dall'altra iltermineimpose silenzio alla petizione. S'imploravano nelle stesse cortinovelli ordinamenti per la restaurazione dei ponti; e concedevasi dal sovranosulla somma annua degli scudi cinquantamila offerta dagli stamenti pei bisognidello statola metà intiera di tal donativo. Non essendosi ancora messa inopera la compilazione e pubblicazione degli atti delle cortidella quale sovrasi è dato cennovenivane in questo parlamento rinnovata l'istanza; edaccompagnato era al desiderio il provvedimento coll'incarico che di ciò sicommetteva al giudice della Reale Udienza don Giovanni Dexartcagliaritanoinnalzato poscia dal re alla dignità di membro del Superior Consiglionapoletano.

Né più savia potea essere la scelta; poiché in questoinsigne giurista concorreva e la scienza delle leggie la calma delle opinionie l'amore della fatica necessaria a svolgere le stampe ed i testi a penna neiquali riposavano i ricordi di tante corti. Commentò egli li primi tre libridell'opera con glosse assai pregievolinelle quali prima di lui cura è semprel'illustrare ed allargareper dir cosìin più chiara perifrasi la legge cheimprende a spiegare. Metodo questo tanto più vantaggiosoin quanto che gliatti di quelle corti trovansi scritti in idioma catalanofamigliare allepersone colte del regno durante il governo dei reali di Aragonaandato posciagradatamente in disuso quando le due corone di Aragona e di Castiglia siriunirono sul capo di Carlo V; dopo il cui regnointrodotta nell'isola lafavella castiglianaviva serbossi l'altra solamente entro le mura d'Alghero.Meritano anche lode i commenti del Dexart poiché più parco egli mostrossidegli altri nel seminare d'interminabili quistioni le sue pagine e nelriempierle di stucchevoli citazioni. Sommo parmi infine il di lui consiglioallorquando fassi a trattare le ardue discussioni appartenenti allo statuto;imparziale allorché di quelle sentenze imprende a scriverenelle quali eglinon si potea considerare scevro d'interesse; pacato quando degli interessi odelle gare municipali della patria sua Cagliari gli cade in acconcio di toccare.La laude è dovuta eziandio al Dexart di generoso cittadino; perciocché nonessendo stata bastante per lo dispendio della pubblicazione la somma a tal uopodestinata nel parlamentosopperì egli coi privati suoi mezzi a quanto eranecessario per arricchire di sì importante opera la patria sua; la qualeperciò lo deve annoverare con compiacenza fra i suoi maestrati più onorevolifra gli scrittori suoi più utili.

Mentre la Sardegna intenta alle sue civili bisognetranquillava da lunga pezzadimentica quasi delle guerre straniereuna novellae subitaria invasione di nemici conturbò per vari giorni l'isola intiera.Cagione ne fu la guerra asprissima accesasi per molti anni fra il re Cattolicoed il Cristianissimo; durante la quale il conte di Harcourtcapitanodell'armata franzese giunta allora dall'Oceano per soccorrere il duca di Parmaveggendo che fallavagli l'opportunità di osteggiare in Italia per aver gliSpagnuoli restituito a questo principe gli stati da essi occupatiavvisò chedovesse conferire alla di lui gloria se in altra guerresca fazione impiegassecon buona ventura le sue soldatesche. La relazione dello sbarco che egliintraprese allora nelle spiaggie di Oristanodell'occupazione fatta di questacittà e del pronto abbandono seguitonefu registrata dagli scrittori franzesinegli annali del tempo. Essi attribuirono alla sola superiorità numerica dellesoldatesche sardeaccorse a difendere la capitale d'Arboreail prudenteconsiglio di ritirata abbracciato dal loro capitano; e sulla loro fede lostorico Gazano anch'egli ne parlò in tal maniera da lasciar dubbio se il valoredegli isolani abbia contribuito al veloce termine d'una impresa che sapevameglio di temerità che di eroismo. A me ora è dato il poter spargere maggiorluce su questo avvenimento glorioso per le armi sardemercé delle memoriecontemporanee serbatesene fino al presente ed ignorate da quello scrittore.Delle quali io userònon abuserò; non essendo malagevole a chi con animopacato confronta le narrazioni degli opposti scrittori il conoscere da qualpunto ciascuno di essi sia trascorso all'esagerazione; ed in qual punto siasi omostratoo dissimulato quel veroil quale malgrado degli artifizi storicitrapela sovente o dalle reticenze che importano una sfavorevole confessioneodalle ragioni non rispondenti ai fatti che importano una ragione diversa dellecose.

La lunga pace avea ammorzato ma non spento gli spiritiguerreschi della nazione. Perciò la notizia della comparsa di quaranta navinemiche nel golfo di S. Marco e dell'approssimarsi del navilio alla costieragiunse più improvvisa che terribile. Il viceré conte d'Almonazir non d'altrearme poteasi valere che di quelle bande nazionali conosciute col nome di milizieche sommavano in quel tempo a cinquemila fanti e quindicimila cavalli; poiché ire di Spagna non teneano allora nell'isola veruna milizia condotta a stipendio.Ma queste soldatesche sperperate in tutto il regno e quietanti nelle loro casenon così affrettatamente poteano esser raccolte. Onde se tutte risposero colrepentino e rapido movimento al grido d'allarme elevatosi nella capitaleapoche delle più vicine fu dato il partecipare alla gloria dell'impresa.Comandava queste prime schiere partite da Cagliari don Diego d'Aragallgovernatore della cittàe capitaneggiavano sotto di lui Pietro FortesaDiegoMasones ed altri prodi uffiziali; ai quali fu commesso di ordinare le miliziedelle terre di Arboreaacciò avessero queste alla loro testa guerrieri abilinel fronteggiare il nemico.

Frattanto il conte di Harcourt bersagliava colle sueartiglierie la gran torre di quel golfo; e proteggendo lo sbarco delle truppenel lidofacea sì che le poche scolte sorprese entro quella torreveggendoimpossibile la resistenzal'abbandonassero in mano ai nemici. Gli abitanti diOristano soprappresi anch'essi rifuggivano in altri luoghi più mediterranei;specialmente dopochéviolata dai Franzesi la promessa di sostare l'occupazionedella città fino a quando giugnessero colà le risposte del viceréspinseroil loro esercito inverso Oristano. Mentre perciò l'arcivescovo coadiutore donPietro Vicosullo zelo del quale era in quei primi momenti riposta la sommadelle coseriparava col grosso dei popolani alla villa di S. Giustail contedi Harcourt occupava senza contrasto la città; fiancheggiato anch'egli da unarcivescovocioè da Antonio di Borbonearcivescovo di Bordeauxil qualeprese parte in tutta quella fazione.

Le prime ad accorrere a S. Giusta furono le compagnie delMasones; e giunservi in tempo che un drappello di Franzesi a vessillo spiegatoavventuravasi a penetrare più addentro nell'isola. Abbaruffaronsi quelle duebande con grave danno degli stranieri. Ma ai Sardi caleva meno quel momentaneoproche il timore di vedere con eguale prontezza escire dalle mura d'Oristanoun giusto esercito; poiché a sostenerne l'urto colle inferiori loro forzeessiben conosceano esser in quel momento meglio disposti che abili. Vollero pertantoconfidarsi di uno stratagemmache intrattenendo l'avversariodesse tempo agliaiuti di Cagliari di sopravvenire. La chiesa maggiore di S. Giusta poggia sopraun'alturae stando a ridosso di quella vasta pianura scorgesi da lunge. In quelluogo adunque con un artifizioso rivolgimento faceano i nostri passare eripassare le poche loro cavallerieacciò il nemico vedendoleavvisassemaggiore colà esser la forza di ciò ch'era in effetto. Né male riescì lospaventacchio. Il conte di Harcourt invece di innoltrarsifece la chiamata aquei di S. Giusta acciò posassero le armi. E mentre fra i suoi capitani ed ilsegretario del vescovoAndrea Capuxedosi veniva a parlamentoarrivavanoopportunamente don Ignazio Aymerichdon Francesco di Villapaderna ed ilcapitano Pietro Fortesa con i cavalli dei loro distretti. Per la qual cosa iSardi non più peritosi poterono avanzarsi arditamente insino ad Oristano edaccerchiare quasi intieramente quelle mura; dalle quali tentarono invano iFranzesi di allontanarlitraendo a furia dei loro moschetti da quelle feritoie.

Videro poco stante i nostri fumare la torre della città;udirono scoppi violenti entro le murae rombazzo di tamburie tintinnar dicampane: ed incerti dell'evento stavano sopra di séallorquando giunsero alcampo alcuni popolani che davano loro avviso aver i Franzesi abbandonato lacittà dopo aver posto a sacco quanto era passato sotto le mani; ed indirizzarsile loro schiere alla sfilata lungo lo stradone che conduce al Tirsoe per essoalla costiera. Accese questa notizia l'animo dei Sardie corsero tutte leschiere a impetoaffinché potesse venir fatto di frastornar il passo alnemicoe se possibil fossechiuderlo fra le loro bande e le altre che doveanoancora sopraggiugnere. Volati perciò per via diversa alla sponda del Tirsoguadarono quel fiume francheggiati dall'esempio dei capitani; fra i quali donIgnazio Aymerich essendogli escito di sotto il cavallo perveniva animosamente adafferrare l'altra ripa mettendosi a nuoto. Le prime armi si mossero allora dallaschiera del capitano Fortesa e dalle bande dell'arcivescovo di Bordeaux; ilquale in quel puntoraccomandata al conte di Harcourt ogni bisognariparava alsuo vascello. Di questo primiero scontro degli antiguardinon meno che deglialtri della battagliadiedero diverso conto l'annalista franzese ed ilcronichista sardo. Dal primo si narrò essere stati sfolgorati i nostri millecavalli dopo leggiera mischia; ed aver quindi i Franzesi inseguito meglio d'unagiornata e mezza i Sardiripiegando solamente allorché si avvidero chegiugnevano da varie parti novelle frotte di armati. Dal secondo minutamente sidescrisse l'arrivo di nuovi rinforzi franzesi su per lo fiume; lo scaramucciaredei nostri con quei moschettieri; lo sperperarsi dei Sardi alle prime scarichedelle bocche da fuoco; il raccozzamento lorol'ardore con cui investirono inemicila precipitosa fuga infine di questi. Notò egli le due bocche da fuocoli otto vessillili trentasei prigioni rimasti in potere dei nazionali; ed ilbottino d'Oristano recuperato in gran parte; e gli undici paliscalmi trattenutia forza nello sgombero dell'oste franzesee fra questi quello comandato da unCarlo di Rossel; ed il numero dei moschetti e la quantità delle munizioniincontrate entro quei burchi. Circostanze sono questele quali sanno meglio diverità che quella dell'inseguirsi per una giornata e mezza le bande fuggitiveper terre ignote; dondeal termine di sì lunga corsaben malagevole sariatornato agli invasori il dar indietro; selvaggi com'erano di quei luoghi ecircondati assai dappresso dai drappelli crescenti dei nazionali. Vaglia dunquea palesare la soverchia condiscendenza dell'annalista straniero verso i suoilaprontezza istessa della loro ritirata; e si dica pure che non senza grave stragedei nostri passarono quelle fazionipurché non si neghi che quelli furono iperdenti contro ai quali con maggior evidenza parla il risultamento finale dellamala pruova da essi fatta.

Si distinsero sopra gli altri in quella difesa oltre ai giànominati AymerichMasonesVillapaderna e Fortesadon Paolo Vidalche sottogli ordini di don Diego d'Aragall comandava le squadre sardedon GirolamoPitzolodon Gasparo Piradon Gasparo Sannadon Sisinnio Ponte e i fratelliConcascavalieri di Marai quali combatterono specialmente con valore controai soldati novellamente sopraggiunti. Resta che io dia cenno d'un'altra manieradi coraggio mostrata in quella occorrenza dall'arcivescovo Vico. Scrisse egliall'arcivescovo di Bordeaux dal suo ritiro di S. Giusta una gravissima epistolalatina; ed in questa indirizzandosi non così al guerrierocome al prelatoconconcitate espressioni lo avvisava: rammentasse esser quelle le truppe del reCristianissimo; comandare ad esse al lato del generale un pastore della Chiesa;preservasse nell'incursione di una soldatesca composta in gran parte di Ugonottila Chiesa di Cristo dalle contaminazioni; gli salvasse intatta la sua sposa.Pregavalo quindi per le viscere del Salvatore non permettesse che da una guerraordinata si trascorresse al saccheggio ed alla militare licenza; e che sotto gliocchi d'un principe della Chiesa venissero manomessi barbaramente queicittadini. Era in tal punto della sua lettera l'arcivescovoallorché gligiungeva la notizia che le truppe franzesi aveano lasciato nella città letraccie maggiori del furore soldatesco; le chiese spogliate degli ornamenti edegli arredi; i segni entro ai luoghi sagri di ogni profanazione; nelle privatemagioni le vestigia del depredamento. Animava perciò maggiormente il suo stilel'afflitto prelato e conchiudeva la sua scrittura scongiurando altamentel'arcivescovo ponesse riparo a tanto scandolo; emendasse ciò che dissimulandoforse non curò d'impedire; temperasse colla prudenza sacerdotale l'iracondiaguerresca; facesse sì che le cose maltolte alla Chiesa venissero rimandate.Avrebbe potuto aggiungere: essere più fortunata che prevista l'opportunitàd'incontrare alla testa dell'esercito nemico un vescovo. Ma se ciò apertamentenon scrissetanto scrisse in quella sua lettera dei doveri vescoviliche nonv'ha dubbio non abbia dovuto chi la lesse stentare a levarsi dell'animo queitaciti rimproveri della strana di lui partecipazione a quelle militarioperazioni.

Il viceré d'Almonazir al primo annunzio dell'invasionenoncontento alle provvisioni fatte nel luogoavea spedito anche affrettatamente lanuova ai viceré di Napoli e di Sicilia ed al governatore di Milanochiedendoloro soccorso. Quest'ultimo corrispose senza ritardo alla dimandainviandonell'isola il cavaliere gerosolimitano Sforza Melziluogotenente del granmastrocon molti altri guerrieri. Ma quest'aiuto giunse ritardato. Se non checessati punto non erano i sospetti di novelle incursioni dei Franzesi. Per laqual cosa il viceré principe di Melfisucceduto al marchese di Almonazirdovette più volte stare sopra di séonde premunire il regno da una secondasorpresa. Mentreché egli stesso creato per la prima volta generale delle galeesarde (alla costruzione delle quali aveano solo allora posto mano i ministriregii dopo il parlamento di don Giovanni Vivas)procurava di render proficuo ilnovello stabilimento contro alle incursioni più costanti e più terribili deiBarbareschi.

Si risolvettero quelle cautele in vani timoripoichénissuna flotta nemica inquietò allora i litorali sardi. Onde il duca diAvellanonovello vicerépoté quietamente convocare le corti ordinarie delregno. Il negozio più importante che in queste siasi trattato fu quello difrancare il commercio del regno da un monipolio introdotto in quel tempo daiministri regii; i quali consumando anticipatamente le entrate del tesoroaveanogià per molti anni venduto ad alcuni trafficanti il pro dell'estrazione dellebiade; e con ciò assoggettato i proprietari a vendere loro malgrado a questiprivilegiati compratori le derrate. In altro luogo caderà più a proposito ildichiarare come in questa non meno che in altre parti della amministrazionedelle pubbliche renditesi andasse dagli uffiziali regii per la peggiore. Quibasterà il notare ad onore del parlamento e della città di Cagliarichequesta sciolse il groppo offerendo per dieci anni il pagamento dei trentamilascudi che si credettero necessari per distrigare il fisco dai precipitati suoiobblighi. Degna di osservazione è pure negli atti di questo parlamento ladimanda della nomina di due deputati per ciascuno stamentoai quali fossecommesso l'incarico d'invigilare sovra l'osservanza degli antichi capitoli dellecorti e di chiamare in giudizio gli uffiziali che li avessero violati o posti innon cale. E molte altre cose degne di memoria si potrebbono ancora notare intali attise alcune di esse non fossero state già ricercate nei precedutiparlamenti; e se le altre non ragguardassero più all'interesse particolare dialcuni luoghi che dell'isola intiera; per la qual cosa la disamina di taliscritture può meglio giovare ad alcune privateo municipali ragioniche alloscrittore delle generali vicende dell'isola.

Se mancarono in tal tempo altre invasioni ordinatenonperciò i nemici si rimaneano dell'inquietare improvvisamente qualche terralitorale e del correre alla ventura a danneggiare i popolani. In questi stessianni pertanto si serbò il ricordo d'avere la ciurma d'una nave franzeseinsolentito sì fattamente nelle spiaggie d'Algheroche fu mestieri si tentassedal prode governatore della città marchese di Villarios l'assalto del legno. Laqual cosa riuscì felicemente; essendo egli coll'opera di quei cittadini venutoa capo di poterne far la preda; e ciò con tanta sua gloriache il re volletosto rimeritarneloprivilegiandolo del dono di uno dei cannoni dei quali erasiin quella fazione impadronito.

Liberi furono da tentativi nemici meritevoli di specialemenzione i governi succeduti del duca di Montaltodel cardinale Teodoroprincipe di Trivulziodel marchese di Camporeale e del conte di Lemos. Delcomando dei tre primi non restò traccia veruna notevole. Di quello del conte diLemos si può dare più estesa contezzaperché cadde in quel tempo ilperiodico convento delle nostre corti; e perché durante il di lui governo unnovello contagio pestilenziale (il quale fu l'estremo dei tanti chetravagliarono in quei secoli l'isola) contristò le città d'Alghero e diSassarie quindi la capitale dell'isola. Costretto fu pertanto il viceré apassare in Sassari per dar compimento agli atti di quelle corti. Abbenché nonsenza opposizione dei Cagliaritanii quali malgrado dell'imperiosa legge dellanecessità invalida dissero la congrega in quella città. Se le agitazioni delcontagio non attutarono punto la rivalità delle due cittàper assopire lequali fu necessario che si dichiarasse con una sentenza legittima l'assembleanon poterono nemmeno quelle agitazioni far sì che nei negozi in tal occasionetrattati fosse minore lo zelo degli stamenti. Questo si palesò specialmente inuna dimandanella quale se non si può notare la novitàsi dee far valerel'insistenza dimostrata dalle corti: voglio dire la richiesta fatta le tantevolte perché ai soli nazionali fossero concedute le prelature ed abbazie delregno colle cariche civili e militari dello stato. Ed a questo gradod'insistenza si deve ascrivere il temperamento che dai ministri di Madrids'introdusse allora nelle severe loro massime; e la cura manifestata disincerare la nazione che la diversità delle opinioni riferivasi solamente aldirittonel quale non era aggradita al re una maggior mutazionee non già alfatto; poiché dicevasi notorio il conto tenuto tuttodì dei regnicoli nellacollazione delle primarie dignità della Chiesa e del governo. Discendendopertanto a stanziare partitamente le coseil sovrano dopo aver notato che deitre arcivescovadi dell'isoladue trovavansi allora occupati dai Sardideterminava che nelle future nomine ai vescovadi ed alle abbazie si osservasseun'alternativa di elezione fra i nazionali e gli stranieri; che delle carichecivilieccetto quelle del reggente e degli avvocati fiscalila metà fossesempre riserbata ai Sardi; che riserbate fossero loro del pari le cariche deigovernatori di Cagliari e Sassarie quelle del luogotenente generale e deicapitani delle galee; che infine in tutti gli altri uffizi nei quali il servizioregio esigeva la facoltà di una libera sceltaavessero i regnicoli se non lacertezza di una privilegiata concessionela fiducia di una graziosa preferenza.

Le ulteriori memorie del regno di Filippo IV non altrocontengono che la destinazione alla carica di viceré del marchese diCastelrodrigo; l'erezione di una seconda classe di giudici nel supremomagistratocui fu commesso l'incarico di trattare delle cose criminali; e lascelta poscia fatta dei due nuovi viceré principe di Piombino e marchese diCamarassa. Egli moriva poi in quell'istesso anno in cui quest'ultimo dei suoirappresentanti passava nell'isola con auspizi assai sinistri. Nel regno infattidi Carlo IIla catastrofe di questo viceré è un avvenimento taleche ilsimile non trovasi punto nella sarda istoria.

Maria Anna d'Austriareggente della monarchia pel giovanettosuo figliuolotrovandosi inviluppata in una difficile guerra colCristianissimoavea per mezzo del marchese di Camarassa ricercato anchenell'isola straordinari aiuti di denaio. Il sussidio maggiore a tal uoporichiesto non parve alle corti allora congregatesi si potesse conciliare con leangustie del regno. Non pertanto molti degli ottimati credettero che ancheofferendosi il donativo di scudi settantamila dato nei preceduti due parlamentile circostanze difficili nelle quali trovavasi allora la regina fosseroun'occasione accettevole per ottenere in compenso alcuni di quei favori deiquali erasi nelle altre assemblee implorata invano la concessione; e fra i qualiuno dei principali si era la privilegiata concessione delle prelature e carichedello statosì spesso con sinistra o dubbia sorte dimandata. Soprastava aglialtri nell'ardenza di quella opinione il marchese di Laconi don Agostino diCastelvìpersonaggio dei più cospicui del regno e riputato uomo di gravisensi e di svegliato carattere. Quantunque perciò gli animi fossero divisi inquel rispetto e molti si accostassero al marchese di Villasordifensore delledimande della Coronapure i seguaci del marchese di Laconi prevalevano; e postoil partitosi vinceva che le dimande tanto ambite si presentassero non nellaforma solita con cui nei preceduti parlamenti erano state rassegnate al re lepetizionima quali condizioni annesse all'offerta del donativo. Veniva pureeletto dalle corti per sindaco incaricato di presentare alla regina tali domandelo stesso marchese di Laconiindirizzatore principale di quei consigli.

La presenza di questo messaggio in Madrid non produsse veruncambiamento nelle risoluzioni dei ministri spagnuoli; perché la dignità dellaCorona non comportava che alterandosi la forma dello statuto sottentrasse alleantiche supplicazioni una dimanda condizionata. Perciò il marchesecuiconsentiva don Giorgio di Castelvìsuo congiuntoreggente del SupremoConsiglio di Aragonacon calde lettere incitava i suoi od a persistere neiprimi divisamentiod a temporeggiarsi almeno fino a quandopeggiorate lecondizioni della guerrasi ammortisse la costanza dei ministri. Gli spiritiposcia si rinfocolarono maggiormente quando il marchese di ritorno dalla suainfruttuosa ambasciata intervenne di nuovo alle corti. Onde il vicerédopoaver tentato invano i mezzi di autorità per conseguire dal parlamento che nellaprofferta già da lunga pezza accordata fra i tre stamenti non si variassero leprische maniere; riconoscendo ad un tempo che nelle quistioni ogni dìattraversatesi alla conclusione delle novelle trattative troppo manifestoappariva l'intento di render migliore la condizione delle pretensioni dilungandol'offerta del tributoscioglieva il parlamento. E ricercato poscia di qualchemaggiore spiegazione dagli stamentii quali altamente con lui si dolevano diquell'attorispondeva esser cessata fra il viceré ed il parlamento ognicorrispondenzapoiché il parlamento era sciolto. Ma non cessava con ciòl'animosità delle parti; giacché o si credesse da molti quel provvedimentoinopportunoo non necessario od almeno precipitatone derivò che il viceréebbe voce d'uomo testereccio e rotto ad immature risoluzioni; il marchese pelcontrario ne salì in maggior rinomanza di zelante cittadino e di uomo nonpieghevole.

Mentre egli confortavasi di quell'aura popolaremancavagliil primiero dei confortila domestica felicità. La moglie sua donna FrancescaSatrillasmarchesa di Sietefuentesera di quella tempera di cuore cui rattos'apprende l'affetto benché illegittimo. Accesosi di lei un gentiluomocagliaritanodon Silvestro Aymerich dei conti di Villamartanto era trascorsol'unotanto erasi l'altra abbandonatadurante specialmente l'assenza delmarcheseche oramai pareva si avesse la di lui moglie levato dell'animo ognirispetto maritale. Quando più caldo procedeva l'innamoramentoil marchese eraimprovvisamente spento per la mano di alcuni scherani. Davansi tosto due voci.Coloro che riferivano ai negozi pubblici ogni cosa tirandola al peggiosubodoravano le maggiori trame: avere il viceré per levarsi dagli occhi untanto ostacolo ai suoi disegni tolto di vita il marchese; non essere stranieradi quell'assassinio la marchesa di Camarassala quale per private cagioni aveaqualche ruggine nell'animo contro all'ucciso; avergli nociuto l'ardente suozelolo zelo sanguinario del nimico. Gli altri che sapevanole prime fila lequali regolano il movimento apparente degli uomini e delle cose pubblicheagitarsi il più delle volte in luogo privato ed oscurogiudicavanodiversamente: quei sicari essere stati prezzolati dallo drudo; non l'animosooratore dello stamento militare essere stato da essi colpitoma il maritoinfelice.

Qualunque sia stata la verità di queste opposte asserzionii fatti mostrano che la credenza della reità del viceré s'infisse talmentenell'animo di alcuni dei più caldi partigiani del marcheseche le piùterribili vicende dovettero conseguirne. Vennero in quella persuasionepersonaggi di conto: don Antonio Brondomarchese di Villacidrodon FrancescoCaodon Francesco Portoghesedon Gavino Crixoni. Tuttavia fra questi nissunofu meritevole di esser lagrimato al pari del marchese di Ceadon Iacopo Artaldodi Castelvì. Questo rispettato personaggiogià molto innanzi cogli anni;incanutito nel servire il sovrano meglio di otto lustri nella carica eminente diprocuratore reale; decorato di onori militari negli stati di Fiandra pel suovalore e devozione al sovrano; ricco della pubblica estimazioneobbliando ad untratto se stessolasciossi innescare dagli aggiramenti della vedova marchesasua nipote. Alla quale od innocente o rea giovava sempre che l'imputazione diquel misfatto rimbalzasse in danno di un uomose non esecrato come uccisore delmaritoodioso certamente come nimico di amendue. Quel venerevole vecchiopertanto fu trascinato anch'egli ad intingere nella congiura che con cautoartifizio e fuori del dicevole a femminaordiva allora quella dama. Indettavasifra i congiurati che alcuni sicari disposti nella casa di Antioco Brondostessero avvisatamente in postaaffinché abbattendosi il viceré in quel luogonon discosto dalla reggiapotessero con sicurezza ferirlo a breve gittata. Ecosì fu. Il viceré senza apporsi del pericolo attraversava dopo alquantigiorni la strada colla sua consorte e coi figliuoliallorquandogiunta la dilui carrozza al sito dove era aguatatoudissi improvvisamente lo scoppio dimolti archibusi e videsi egli cadere colpito da diciannove scaglie. Invano i dilui seguaci tentarono di far vendetta del misfatto. Col delitto erasi anchepremeditato il modo di consumarlo con salvezza. Onde sperperato dai congiuratiil piccol drappello che seguiva il vicerériparava il marchese di Cea a luogosicuro; e si appuntava fra gli altri che restassero eglino accanto alla marchesaper schermirla da qualunque insulto; frattantoché giugnevano alcune bande dispavaldi chiamati dai suoi feudi per guardarla.

Tentavansi allora dai congiurati quei maggiori delitti aiquali una primiera scelleraggine disserra la via. Si promuoveano da un canto lequerele giudiziarie contro alla consorte del viceré per l'uccisione delmarchese di Laconi. Si conspirava d'altra parte apertamente acciò il popolo silevasse a rumore ed il maleficio di pochi restasse involto in una sedizionegenerale. Ma il popolo se avea compianto il marchese di Laconiavea ancheveduto con orrore un misfatto novello nell'isola; e maledetto perciò anche daquelli che lo reputavano una vendetta. Ed il magistrato della Reale Udienzailquale in quel frangente avea assunto il maggior imperonon avea obbliato che lasua autorità esercitavasi a nome del sovrano. Primo pensiero del magistrato fuquello di dare contezza celere dell'occorso alla regina ed ai viceré di Napolie di Sicilia; e di salvare la marchesa di Camarassa da qualunque ingiuriafacendo provvisione al pronto di lei imbarco. Occupavasi quindi di stare ariguardo contro ai turbamenti maggiori ed accettava la profferta che faceagli ilprincipe di Plombingenerale delle galeedi munire il castello colle suesoldatesche. Abbenché abbia dovuto poscia desistere da tal cautela per levigorose rimostranze dello stamento militareil quale mal sopportava che ad unostraniero fosse commessa la sollecitudine della pubblica sicurtà. Questainfatti non fu molto conturbata; poiché sebbene molte bande di partigianiproteggessero manifestamente l'asilo cui erano rifuggiti i congiuratiisospetti dell'avvenire penetravano già negli animi di tuttie dei congiuratiistessi; tra i quali il più grave d'anni e di consiglioil marchese di Ceamentre alcuni nell'ebbrezza del misfatto confidavansi dell'impunità colpensiero di novelli eccessinon rimaneasi del raffrenare quell'impeto con farsuonare ai loro orecchi la terribile parola dell'imminente vendetta sovrana. Lecose perciò si governarono siffattamente anche dopo l'arrivo e presidenza delgovernatoreche quantunque non venisse fatto a veruno di molestare quei potenticongiuratianzi si fosse più facilmente aperta ad essi la via di provocarecontro alla marchesa di Camarassa le criminali inquisizioni già incominciate(valendosi eglino a tal uopo della deferenza del presidente e della debolezza dimolti membri del magistrato che loro assentivano o con soverchia passioneodalmeno con soverchia imprudenza); pure non fu dato agli uccisori del viceré dipoter sperare una lunga quiete. E prevedendo essi che le cose anderebbero inpeggiore statotostoché giugnesse in Ispagna l'annunzio della seguitacatastrofecalavano a pensamenti più riguardosi ed allontanavansi dallacapitale riparando alle loro terre.

In effetto appena arrivò in Madrid la notizia della cosalaregina nominava viceré di Sardegna colla più ampia podestà il duca di S.Germanouomo di quella tempera rigidanon sempre inutile nei regni quietiutilissima nei turbati. Presentavasi egli in Cagliari con piglio severoseguitoda una forte mano di soldatesche spagnuole; le quali da lunga pezza non eranopiù passate nell'isoladifesa solamente in quei tempicome altrove notaidalle milizie nazionali. Tutto subitamente si riordinava. Conducevasi al suocompimento la causa dell'assassiniola quale era andata per lo avanti molto arilento; ed i rei tutti venivano condannati nel capo e nell'avere. Grandiallettamenti si promettevano al tempo stesso a coloro che si profferissero didar nelle mani gli autori principali del misfatto; ed erano creati trecommissari che doveano specialmente trovar modo di ottenere quell'arresto. Idelinquenti pertanto avvisando che l'unica via di francarsi dall'imminenterovina era quella di una pronta fugacansavansi dall'isola ed approdavano perdiverse vie in Nizza; lasciando solamente nel regno il marchese di Villacidroil quale poco stante ebbe a morire; ed il marchese di Ceail quale abbattutonello spirito per le forti presunzioni acquistate nel frattempo sulla probabilereità della marchesagià passata contro al di lui volere a novelle nozze condon Silvestro Aymerich; costretto d'altra parte a risparmiare le sue forze perl'età avanzatavolle per qualche tempo scambiare i pericoli del mareggiare conquelli di una vita più rischievole durata da lui in patria per molti mesiondeevitare i molti satelliti che aliavano di continuo intorno a lui persorprenderlo. S'indusse alla fine a salpare allorché vide le cose sue ridottein angustissimo luogo. E congiungevasi agli altri suoi compagni in Nizza; dovetrovava che i fuggiaschi ben lungi dallo spogliar la speme di rivedere lapatriamostravansi più avveleniti che maie andavano rivolgendo per l'animocome rientrare nell'isola con vantaggioriappiccandovi i conflitti coll'ausiliodei partigiani. Risolutisi perciò al tentar novelli cimentivolendo piùdappresso conoscere come accennassero le cosespedivano alla volta dell'isoladon Francesco Caoacciò consuonasse cogli altri loro amici nell'ordinare unanovella conspirazione. Se non che la fortuna della navigazione non permise acostui di toccare allora i lidi sardi; costretto a por piede altrove ed apassare quindi in Roma.

Colà nel momento appunto delle mal concette lusinghecominciò la sorte dei congiurati a dare l'ultimo crollo. Uno dei trecommissaridon Iacopo Alivesiuomo di trista naturaambidestro e dotato diquella cupa dissimulazione ch'è la larva necessaria di ogni tradimentoebbelingua del viaggio e dei disegni del Cao. Ed avvisando tosto di trarne procomegli venne in pensiero così fece. Volò egli in Roma ed ivi accostatosi alfuggiasco colla sembianza d'uomo tenero della di lui causa ed infiammato al pardi lui alla vendettaseppe così destramente adoperare con esso lui le parolemelliflue del blandimento e le parole stimolatrici della provocazionecheacquistata la maggior entratura nella confidenza del Caovenne a poterloindurre a veleggiare seco lui in Corsicadonde potriano meglio indirizzare gliamici dell'isolao se le cose diversamente ricercasserotrattare come pacierile condizioni del perdono.

Diedero poscia in quella stessa ragna gli altri complici.Nocque loro l'illusione del compagnoche scriveva esser le cose in tal puntomercé dell'opera amica dell'Alivesiche oramai la presenza loro nella Sardegnaera più profittevole che rischiosa; abbandonassero il luogo dell'esiglio; esseraspettati nella terra natia; il termine appressarsi delle disavventure. Ed iltermine invero appressavasi. Abbandonata nella città di Nizza la sola marchesagiungevano in Corsica il marchese di Cea e don Silvestro Aymerichmentre che viarrivava d'altra parte don Francesco Portoghese; e quivi dopo molti parlarimentre l'occulto loro nemico manteneva chiusamente in Sardegna le intelligenzeperché riescisse a buon fine la trama da lui macchinatanon sospettando eglinodi che sapessero quei movimentidi lui soprattutto si confidavano. Facendoadunque veduta di curare i loro interessitanto innanzi spinse il commissario isuoi fingimentiche alla fine poté muoverli a portarsi sopra un'isolettachiamata Rossache fronteggia il litorale di Castelsardo. Toccata quivi laterra patria cadde la larva sì lunga pezza portata. Erano appena i condannatidopo il desco amichevole passati a prender riposoche quel luogo diserto suonòrepentinamente d'armi e d'armati. L'Aymerichil Caoil Portoghese cadevanoestinti nel primo abbaruffarsi. Il marchese di Ceapersonaggio del quale piùcaleva l'arrestoveniva afferrato gagliardamente dallo stesso commissario eriserbato al di lui trionfo ed al supplizio. Conducevasi quindi per tuttal'isola quell'incauto vegliardo preceduto dall'apparato il più ferale; e giuntonella capitalee sentenziato nuovamente come reo di maestàperdeva il caposopra un palco. Mostrando nella rassegnazione dell'animo e nella dignità serenadel voltoesser egli stato uomo taleche né avrebbe meritato di esser spintoal delitto con un ingannoné di esser condotto al supplizio con un tradimento.

Nondimeno questo tradimento fruttò al commissario Alivesi laconcessione gratuita di alcuni feudi. E qui lo storico imparziale non deetenersi di biasimare in tal proposito la condotta del viceré; poiché se lacondizione delle cose umane ricerca che anche dei servigi ignobili e vili sidebba trar pro; se la giustizia del governo esige che a tali servigi si adattiun premiola dignità morale del governo non permette che al premio si aggiungal'onore. E l'illustrare un traditore colle onorificenze accordate in addietro alvalore militare ed alla distinzione delle virtù cittadinenon è altro che uncapovolgere quel grande principio di politica saviezza pel quale allorasolamente muovono dall'onore le grandi impresequando l'onore è incontaminato.

Il duca di S. Germano non lasciò del suo governo altranotevole memoria che la vendicata uccisione del suo predecessore. Più scarsesono le notizie che ci rimangono del succeduto governo del marchese de losVeles. Continuato quindi il comando dal conte di S. Stefanomarchese de lasNavas maggiore gli si presentò l'opportunità di segnare alla posterità iltempo del suo reggimento per la congrega da lui intimata delle corti periodichedel regno. Proseguì in queste corti la politica castigliana a flettere larigidezza delle antiche massime intorno alla collazione delle prelature; e per atempo si concedeva il desiderato privilegio ai nazionalieccettuati li trearcivescovadi ed il vescovado d'Alghero. Si incoraggiava il servizio dei Sardinella marineriamercé dell'ottenuta promessione di una considerazione piùestesa a loro pro nella concessione dei posti delle galee. La stessa ragione percui agognavano i Sardi una speciale distinzione nel servizio del naviliofaceasì che fosse incomportevole per essi il prolungato soggiorno dei soldatispagnuoli; i quali dopo la morte del marchese di Camarassa avendo fermato ilpiede nell'isolaben lungi dall'inspirare ai popolani sicurtà e confidenzaerano cagione di maggiori turbazioni ed aveano grido di arrappatori e disfrenati. Ma il decreto del sovrano non satisfaceva alla richiesta fattadell'allontanamento di tali bande; ed allegavansi i timori delle novelleinvasioni per lasciare la forza militare dell'isola nello stato in cuitrovavasi. Si deputarono eziandio in questo parlamento alcuni uffizialiincaricati di raccorre nell'isola spontanee largizioni per la liberazione deglischiavi tratto tratto predati dai Barbareschi. Si ricercava che agliecclesiastici si facessero assegnamenti di terreni per sopperire al lorosostentamento. E molte altre cose si stanziavano parimentile quali eranoindiritte ad evitare alcuni incagli ed inconvenienti nel corso delleinquisizioni criminali.

Il nuovo decennio corso fra l'un parlamento e l'altro fuegualmente un intervallo di quiete. La qual cosa se poco giova a chi raccogliele memorie del tempogiovò forse a coloro i quali meno doveano amare lacelebrità mercata il più delle volte colle disavventureche la tranquillitàsenza fama. Privi restarono perciò di storico interesse i governi del marchesedi Oseradel conte d'Egmont e del conte di Fuensalida. Se non che governandoquest'ultimouna novella prammatica si approvava da Carlo IIla quale in ognirispetto di amministrazione di giustiziadi raffrenamento dei misfattid'incoraggiamento del commerciodi protezione segnalata per l'agricoltura e diagevolamento della pubblica istruzioneconteneva provvedimenti taliche limigliori non furono mai deliberati dal governo spagnuolo. Ma non sempreall'eccellenza delle leggi rispondeva lo zelo dei ministri incaricati dieseguirle; e breve era oramai il periodo di tempo assegnato dal destino altermine della signoria spagnuola in Sardegnaperché le leggi anche ottimeavessero tempo a fruttare.

Continuando pertanto nello scadere di quel termine la stessasterilità di storiche venturenissun'altra cosa memorabile presentasi aconsiderare nel governo del succeduto viceré duca di Monteleonefuorché laconvocazione in quello rinnovata del parlamento nazionale. Il ricordo piùimportante di tal assemblea restò nella nomina provocatavi di un novelloreggentechiamato con titolo spagnuolo reggente di cappa e spada; il qualescelto sempre fra i più chiari gentiluomini regnicoli sedesse nel consigliosupremo di Aragona; ed unito all'altro reggente detto di togadella cui operamolto erasi fin allora giovato il regnofosse in grado di far valere la propriaesperienza nel maneggio delle cose dello statonon solamente presso a coloroche apprezzavano un savio consiglioma eziandio presso agli altri cheosservavano un nome illustre. La qual cosa essendo favorevolmente accolta dalsovranoappena furono dalle corti preparati i mezzi di sopperire al dispendiodella novella caricaera elevato a quella dignità il marchese di Laconi.

Governava poscia l'isola per un sesennio il conte diAltamira. Succedevagli quindi il conte di Montellianoe congregavasi sotto ildi lui governo l'ultimo parlamento decennale della nazione; del quale non altroprovvedimento di pubblico interesse si può rammentare salvo la nomina fatta dialcuni commissariacciò un migliore scompartimento si ordinassesia fra i trestamentisia fra i membri di essi del donativo allora offerto di scudisessantamila annui. Somma questa che servì anche di norma ordinaria ai tributiricercati dai succeduti governi.

Vedea questo viceré spuntare l'anno primo di quel secolodecimottavo di cui niun altro fu più grave di avvenimentie nel quale i fatisardi erano già per ricevere una fausta e ben augurata mutazione. Carlo IInegli estremi giorni di sua vita innalzava al comando dell'isola don Fernando diMoncadaduca di S. Giovanni. E questo insigne personaggio non tardava arispondere alla fiducia del sovrano; poiché erano appena decorsi alcuni mesidella sua preturache un ordinamento di somma importanza da lui si pubblicavacol titolo di bando generalenel quale si prescrivevano minutamente le normeper la facile e breve spedizione delle cause civili e criminali; si stabilivanonuove leggi per la retta amministrazione della giustizia; si promovea con saggiprovvedimenti il benefizio dell'agricoltura; si vietava l'uso delle armi nocive;gli obblighi ed i favori chiaramente si spiegavano che ragguardavanoall'importante servigio delle milizie del paese. Regolamento questo restato inpieno vigore fino al dì d'oggiperché le cose contenutevi hanno non solamenteil pregio di quella saviezza più facile che deriva dalle generali massime dellascienza politica; ma il merito ancora di quella prudenza più difficile chepalesasi in una accomodata applicazione dei principii ai bisogni.

Quell'egregio vicerédi cui forse niun altro fra quanti loprecedettero merita di essere commendato del paritrovò fra gli altridisordini nei quali il regno era involtotalmente impigliata l'amministrazionedel fiscoche le rendite principali dello stato consumate già anticipatamentetrovavansi impegnate per alcuni anni; ed il tesoro gravato di censi superiorialle entrate avea già tralasciato da lunga pezza di soddisfare ai creditori. Manissuna cosa sbigottì quel saggio ed avveduto uomo di stato. La felicitàdell'annona la quale permettea talvolta in quei tempi una estrazione di pocoinferiore per le sole biade alla quantità di un milione di moggiavenne in suosoccorso; e fé sì ch'egli poté disporre in ciascun anno del suo governo pelsolo titolo delle copiose estrazioni di una somma mezzana fra li dugento etrecentomila scudi. Onde provvido amministratore seppe nei soli tre anni del suoreggimento redimere gli antichi censiristabilire il credito fiscale e lasciareal suo malavveduto ed inetto successore un deposito del valsente di settantamilascudi; non mai meglio ragunatonon mai peggio trasmesso.

Non molti mesi erano passati dopo il fortunato innalzamentodel duca di S. Giovanni al governo della Sardegnache spegnevasi la vita diCarlo II; e spenta con lui la dominazione dei principi d'Austria nelle Spagneriforbivansi di nuovo le armi di Europae nasceva quella guerra che fu chiamatadi successione. Guerra nella qualeconquassatesi le sorti di molte nazionirestò lunga pezza dubbio da qual lato fosse il miglior drittoda qual lato lamaggior ventura della armi. La Sardegna ebbe in quei turbamenti partegrandissima. Ma prima che io mi faccia a rammentare le vicende nostre di taltempo ed il seguito cambiamento di signoriaè opportuno che seguendo la normacolla quale finora mi governaianche delle condizioni della dominazionearagonese e castigliana imprenda appostatamente a ragionare. Già nello scriverequesti libri furono indicati da me i principali ordinamenti che alle bisognecivili appartenevano. Ciò nonostante siccome alcune cose meritevoli di nota nonebbero sede opportuna fra le vicende politicheed altre per difetto diconfronto o di considerazione non ebbero sede degna; gioverà che con unosguardo rapido e continuato si trascorra di nuovo pei passati secoli; e conlibera commendazionecon libera censura si porti giudizio delle cose maggiori.Ché in ciò consiste precipuamente il frutto delle storiche lezioni; e lanotizia delle civili discipline tanto soprasta nell'utilità a quelle nude filzedi fatti illustriche talvolta compongono la narrazione dei tempi andatiquanto l'interesse di tutti è maggiore della gloria di pochi. Questo discorsodovendomi condurre a toccare anche delle cose scientifiche e letterariedell'isola mi aprirà la via a ricordare il nome di alcuni nazionaliche se nonebberomeritarono laude di dotti e d'ingegnosi. In tal maniera concludendo lememorie del più lungo reggimento che dopo il romano siasi radicato nellaSardegnaforse mi verrà fatto di poter affermare che allorquando non nocque algiudizio la pochezza dell'ingegnola mia opinione sulle cose venne sopra airispetti delle persone; l'opinione mia sugli uomini venne sopra al timore chederiva dalla mancanza di celebrità.

 

 

LIBRO UNDICESIMO

 

Nella disamina delle diverse maniere di civile reggimentosoprasta alle altre considerazioni quella dei mezzi adoperati acciò la supremaautorità possa mostrare nei suoi divisamenti la giustizianegli atti suoi laforza dell'impero. Dell'una e dell'altra virtù abbisognano maggiormente queigoverni che posti a larga distanza dalla nazione suggettasopperir debbonocoll'efficacia alla prontezza dei comandamenti; e con più estese indaginiricercare quella verità la quale se vedesi le tante volte travisataodesi piùdi frequente alterata. Ad ambi questi bisogni di chi comanda e di chi obbediscesatisfecero in Sardegna i re aragonesi e castigliani colla saviezza delle leggiragguardanti all'esercizio della loro signoria. Né qui io intendo favellaredella parte ch'essi vollero concedere ai notabili della nazione nel discutere orappresentare alcuni degli interessi maggiori dello stato; ché di taleprovvedimento e dei frutti che partorì già altre volte toccai nel dar cennodel periodico convento delle nostre corti. Il mio scopo in questo luogo èsolamente di manifestare che mercé degli ordinamenti stanziati pel governodella Sardegnai reggitori dell'isola nelle cui mani doveasi risolvere ilpotere sovranose ebbero in se stessi tutta la forza necessaria al comandofurono anche sottoposti a quelle saggie cautele senza le quali le personeinvestite di una podestà delegatatrasandando i propri confinisi videro piùvolte disposte meglio a far obbliare che a far rispettare la suprema autoritàda esse rappresentata. Laonde se gli atti di quei luogotenenti del regno non inogni tempo fortunarono la nazioneciò si deve attribuire meno al difetto delleleggi che al vizio delle persone; poiché torna più agevole il conoscere chepraticare il giusto; e non sempre risponde al senno degli uomini di statol'energia o la virtù.

Il viceré o luogotenente generale era destinato arappresentare ai sudditi lontani la persona del sovrano. Come questo adunqueegli dovea ragunare in se stesso tutte le maniere di giurisdizione e tener sottola mano tutte le cariche dello stato. Mentre perciò gli si commise l'imperodelle milizie e genti da guerragli si sottopose eziandio coll'amministrazionepolitica ed economica del regno quella che di tutte è la più sublimel'amministrazione giudiziaria; facendosi dipendere dalla di lui autorità lefacoltà concedute al supremo magistrato dell'isoladel quale il viceré fudichiarato il capo. In tal modo siccome nei di lui atti il nome veneravasi delsovranocosì in ogni atto dei maestrati la podestà si riconobbe del viceré.

Il solo procuratore reale (ché così allora chiamavasiquello che reggeva l'amministrazione e il foro delle cose fiscali) fu per moltotempo considerato dai sovrani come assoluto disponitore delle bisogne da luigovernate; e vietato fu più volte ai viceré di turbare l'andamento delle dilui operazionio d'intromettersi nella definizione dei litigi che agitati inquel tribunale privilegiatonon ad altra podestà poteano essere sottoposti chea quella immediata del sovrano. La qual cosa nella distanza del trono importavail silenzio della maggior parte delle persone mal soddisfatte di quei giudizi.Solo nel regno di Filippo IIin quel regno che con sì diverse sembianzemostrasi nella storia di Sardegna e nella storia dell'Europasi pose riparo aquella mostruosa eccezione. E mercé dell'appello alla Reale Udienza stabilitoper le cause fiscalii negozi contenziosi d'ogni maniera ebbero un corsoseparato ma uno sbocco comune.

Dopo questo provvedimento l'unità della giurisdizionegenerale dei viceré nelle cose del civile reggimento dei popoli non fu piùrotta. Le sole cose ecclesiastiche continuarono come per lo avanti ad essergovernate colla norma delle leggi canoniche. Ma talmente erano chiare ledeliberazioni prese infino dai primi tempi della monarchiaperché nissundubbio s'innalzasse circa ai confini delle due podestàche se non mancarono inSardegna qualche volta i conflitti di giurisdizionemolto più rari vi furonoche altrove; dappoichéestesasi alla Sardegna la concordia in tal propositoconchiusa fra la regina Eleonoragovernatrice generale degli stati a nome delsuo consorte don Pietroed il cardinale Comengiedelegato della sedeapostolicasi ebbe una regola più certa di procedere pei casi in quellaconvenzione spiegatied una maniera agevole di decisione pei casi nonbastantemente definitimercé dello stabilimento di un tribunale chiamato delleContenzionie creato entro l'isola dall'autorità pontificia e regia perdirimere tutte le controversie future. Per la qual cosa se nell'esercizioordinario dell'autorità ecclesiastica giudiziale conceduto fu ai Sardicome inaltro luogo notaiil privilegio di avere nel regno un tribunale per leappellazionianche nelle straordinarie discussioni che poteano derivare dalconfronto delle leggi civili e canoniche godettero di un eguale vantaggio.

In quella riserbata giurisdizione per le cose ecclesiasticheerano anche comprese le cause trattate nel tribunale detto dell'Inquisizionestabilito dai sovrani spagnuoli anche nella Sardegna; dove risiedettero duranteil loro governo un inquisitore maggiore ed un fiscale soggiornanti in Sassaridai quali deputavasi nella capitale un commissario generale. Maqualunque nesia stata la causadegli atti di questo tribunale non restò fra noi verunricordo notevole; mostrando i monumenti di quel tempoch'ebbe più ch'altrol'inquisizione di Sardegna a trattenersi nel contendere col governo dell'isolaper le così dette competenze di giurisdizionee per la protezione checoncedeva ai numerosi suoi uffiziali. Anzi quella dichiarata tendenza amoltiplicare per ogni dove gli uffiziali dell'inquisizionepel solo fine direnderli partecipi delle franchigie del forotrascorse sì fattamente oltre adogni convenienza che l'amministrazione civile del regno non poco ebbe arisentirsi di quello smoderato numero di persone esenti dall'autorità degliuffiziali regii; poiché mercé dei personali favori d'immunità propagati daquel tribunale e dagli altri giudici ecclesiasticiuna considerevole porzionedei popolani trovavasi in grado di cansare il potere dei delegati del re. Laqual cosa conferendo a francheggiare colla speranza dell'impunità i malvagi cheabusavano talvolta di quel privilegiomolti ordinamenti dovettero a tal uopobandirsi durante la signoria spagnuola. E maggiori poscia furono quelli che sipubblicarono dai reali di Savoia; i quali fra le prime cure del nuovo governoebbero specialmente a cuore d'invocare l'autorità dei sommi ponteficiondedivellere con una saggia concordia tutti gli abusi da più secoli invalsi per laguasta interpretazione delle canoniche discipline.

L'ampio potere dei viceré avrebbe potuto facilmentedegenerare in arbitrio in un luogo ove per la distanza della metropoli non eradato così facilmente al sovrano o l'invigilare sugli andamenti di chicomandavao l'accogliere i richiami di chi obbediva. Fece riparo contro a taliabusi la legge spagnuola in diverse maniere. Ecco come a tal uopo provvidero lereali prammatiche: acciò il governo del nostro regno proceda più sicuro edabbiano i sudditi la soddisfazione di pensare esser giusto ciò che loro viencomandatoordiniamo che il nostro luogotenente generale prima di risolvere inqualche negozio di governo ne tratti con i dottori dell'udienza nostrae ladeliberazione in tal modo presa debbasi pubblicare colla soscrizione delreggente la reale cancelleria; il quale avrà anche l'occhio attento acciò gliscrivani nel comporre poscia gli spacci non si discostino dalla legge. Ed a taluopo dovrà la soscrizione del reggente esser apposta la primiera; quella delviceré la seconda». Con tale ordinazione venivano le sublimi incumbenze delconsiglio di stato commesse ai maestrati maggiori del luogo; al giudizio deiquali poteaè veronuocere talvolta quella rigidezza di inflessibile dottrinache acquistasi nella severa applicazione delle leggi alle private ragioni; magiovava più di frequente l'esperienza dei negozi pubblicila gravità delsenno e dell'etàla fiducia e venerazione del pubblico. Il perché se questalegge fu poscia meglio accomodata all'importanzamoltiplicazione e natura deipubblici affarinon perciò deesi lasciare di commendarne l'utilità e lasaviezza.

Le cautele delle leggi erano anche maggiori nelle cosecontenziose. La giurisdizione del viceré in queste non in altro modo siesercitava che pel mezzo del magistrato supremo; onde la sua presidenza in quelcorpo era meglio indiritta a render più venerevole la magistratura che adallargare la podestà viceregia. Nelle cause criminali nelle quali l'arbitriodelle grazie fu sempre riservato al supremo poterequest'arbitrio era ridottoad angusti termini; né permettevasi ai viceré nissuna indulgenza verso idelinquentise primieramente non erano stati i rei sentenziati e se la parteoffesa non rimetteva le ingiurie. Col qual mezzo si prendea guardia acciò iviceré non cancellassero con un condono immaturo i misfatti che non conosceanoabbastanza; o con un condono pericoloso lasciassero vivo fra i popolani ilfomite delle private vendette.

Cansato in tal modo nelle cose di governo il rischiodell'immaturitànelle cose di dritto individualequello del favoreinnalzavansi le cautele a far sì che anche nei negozi pei quali s'invocava laspiegazione del sovrano volerenon fosse la sola proposizione dei viceréquella che dovesse influire alle deliberazioni. Stanziavasi a tal fine che ogniqual volta vacasse nel regno qualche prelatura o dignità ecclesiastica nellaquale spettasse alla corona il padronaggiocome nei casi nei quali si dovesseprocedere all'elezione dei ministri regii d'ogni manieradesse il magistratosupremo per scritto il suo avviso sopra le persone più degne di esserpresentate alla considerazione del re; e queste scritture fossero prontamenteinviate alla corte.

Tanta è la saviezza di queste leggiche minore d'assaicomparirà nel confronto il difetto principale che nelle ordinazioniappartenenti all'autorità viceregia mi parve di poter notare. Consiste questodifetto nel rigoroso periodo del termine triennale prescritto pel governo deiviceré; periodo rispettato con tanto scrupolo che per un giorno solo non erapermesso loro l'esercitare lo scaduto potere; e privati uomini restar doveanonel paese da essi governato insino a quando le fortune del mare permettessero dipartirsene. Forse era già troppo limitato quel tempo per un comando di cosìalta importanza; nel quale non era dato ai viceré il poter nel primo annopreparare grandi provvedimenti pel secondosenza che la previdenza del prossimoabbandono introducesse nel loro animo quell'indifferenza con cui si guardano lecose delle quali è vietato cogliere il frutto; o quello scoraggiamento con cuisi trattano i negozi dei quali è negato il finale indirizzamento. Ad ogni modoquella sospensione repentina nuovi inconvenienti aggiugneva al danno della brevedurata. Rimediavanoè veroa tal inconveniente i sovrani con dare specialiincarichi di presidenza del regno; e se mancava la speciale provvisionesopperiva la legge generalela quale trasferiva colla presidenza l'eserciziodell'impero al governatore ed alla Reale Udienza. Ma questi uffizi digovernatore non sempre erano riempiuti da persone che all'altezza potesserosorgere delle incumbenze viceregie. Conferivansi tali cariche per lo più avita; talvolta diventavano anche ereditarieed il governatore era un fanciullo.Il magistrato poi trovava in se stesso in quei momenti l'ostacolo al feliceandamento dei pubblici affari; perché è proprio dei corpi numerosi ilconsigliare saviamentel'agire fiaccamente. Quelli intervalli pertanto cheseparavano talvolta anche meglio di un anno la partenza d'un viceré e l'arrivod'un altrointervalli erano di amministrazione rimessa; ché tal è perl'ordinario il carattere degli uomini nel trattare le cose che già sanno doverloro quanto prima sguizzar di mano: accidiase probi; accelerata malvagitàseiniqui.

Il quadro testé fatto della podestà viceregia in Sardegnanon contiene le memorie dei primi tempi della signoriama quelle sole dell'etàsucceduta al consolidamento della monarchia mercé della pace civile. In queitempi malaugurosiche durarono meglio di un secolo e mezzol'autorità deiviceré mancante della forza necessaria per intimorire i vassalli ribellimancava eziandio del temperamento conveniente per francheggiare i sudditisommessi. Tempi invero d'infelice ricordanza! O non esistevano leggi che algoverno delle cose civili dell'isola facessero bastante e chiara provvisioneose esistevano le leggichi ponea mano ad elle in quel perenne scompiglio?Mentre i governanti non della maniera del comandoma della signoria istessaerano in forse; mentre i popoli spinti a continue stragi non così erano inpensiero della vita tranquilla come della vita. Dovette pertanto il più dellevolte risolversi quel comando in puro arbitrio. E tal è per verità il ricordopalese che ne restò negli atti dei nostri parlamenti di quell'etànei qualivedemmo insorgere con gravi e concitate parole lo stamento militare arappresentare al re don Alfonso come la licenza degli uffiziali maggiori eminori travagliasse i privaticome l'indifferenza loro facesse svanire ognipensamento di pubblico pro.

Che se il volere fosse stato in quei tempi anche miglioremancati sariano i mezzi di indirizzare le cose al bene; perché mancava quelcompartimento di pubblici uffizi che o troppo ristretto o troppo moltiplicatonuoce del pari. Il viceré avea al suo fianco solamente un consultore ossiaassessore coll'opinione del quale dovea far provvisione alle cose dell'isolaintiera. Il governatore del Logodoroil quale sotto la podestà del vicerécomandava alla metà del regnonon avea miglior consiglio. Aggiugnevasi posciain aiuto al viceré il governatore generale della capitale; il quale estendevail suo potere sovra tutta la provincia meridionale e sul dipartimento dellaGallura. Arrivavasi quindi regnando Ferdinando il Cattolico ad onorarespecialmente il consultore del viceré colla creazione allora fattadell'importante uffizio del reggente la reale cancellaria. E con questa il primopasso si avanzava verso un maggiore perfezionamento; giacché fra le mani diquesto grave maestrato dovea la guarenzia della giustizia esser più sicura;potendo egli assai più che gli antichi assessori far valere la dignità stessadel proprio incarico acciò il viceré si contenesse di ogni illecitoordinamento. Lo stesso re don Ferdinando nominava pure un avvocato del fisco; idoveri del quale erano stati per l'addietro eseguiti da persone non provviste distabile uffizio. Ma quanto questi provvedimenti fossero minori del bisogno ognunsel vede. La legge migliore adunque che fé cambiar faccia all'amministrazionecivile della Sardegnaquella si è dovuta a Filippo IIla creazione delmagistrato supremo della Reale Udienza; dopo la quale ebbero i viceré unconsigliogli uffiziali minori un ritegnoi sudditi incerti dei loro dirittiun giudizio appagantei sudditi gravati una via di ricorso.

Questo stabilimento se fruttò in ogni altro rispettodovette specialmente partorire i più vantaggiosi risultamenti a benefizio dicoloro che dimoravano nelle terre date in feudo ai novelli signori stranieri.Smembrata tutta l'isola in signorie di questa naturacolle quali era connessala podestà del giudiziotroppo infelice dovette esser la condizione di queipopolani fino a quando non per impedimento della leggema per le circostanzeimperiose che faceano voltare ad altre sollecitudini il pensiero di chicomandavafurono eglino privati del rimedio del ricorso e dell'appellazionepresso ai tribunali del sovrano. Dissi che non il dirittoma i fatti ostavano;perché incognita è intieramente nella storia sardacome nei tempi dei giudicicosì nella dominazione aragonesequella maniera di feudo che obbligandosolamente il signore alla prestazione d'omaggio verso il sovrano maggiorelasciava soggetti alla podestà indipendente di quelloper rispetto alle cosecivilii vassalli delle terre. I feudi della Sardegnabenché di varia naturain quanto appartiene alle successioni ed ai proventifurono sempre retti conuna sola uniforme massima per ciò che ragguarda alla dipendenza plenaria e deibaroni e dei loro suggetti dalla sovrana autorità. Anzi non in questa soladipendenza sta la diversità della nostra giurisprudenza feudale dallecostumanze di altre nazioni; ma nella natura ancora dei diritti. Per la qualcosa non mai furono rammentate nella tradizione delle nostre ragioni feudaliquelle inumane o disonoranti consuetudini a cagion delle quali la storia deitempi mezzani non presenta al lettorenel riguardo avuto alle leggi le piùsagrosanterelazioni o più umane o più pudiche della storia augustale.Nondimeno non bastava la moderazione dei principii se le leggi non nespiegavanose le circostanze pubbliche non ne permettevano l'applicazione. Edin quei tempi disastrosi nei qualicome dissile leggi od erano muteo nonerano eseguitetal cosa non si potea ragionevolmente sperare. Fu adunque faustaper quei numerosi abitanti delle terre feudali l'ampliazione e consolidamentoche ricevette l'autorità viceregia prima colla cessazione delle contenzionicivilie poscia colla erezione del tribunale supremo. Il potere allora rifluìcolà donde erasi dipartitoe la giurisdizione dei signorigovernata da savieleggi nel periodo del suo eserciziostretta fu anche dal dirittodel qualeciascuno poteasi prevalere utilmentedi richiamarsi avanti ai tribunali del redi qualunque ingiustizia od obblio dei delegati dei baroni. La nostragiurisprudenza feudale si resse dopo quel tempo con massime più estese mercédei nuovi ordinamenti dei sovrani e delle richieste dei parlamenti. Onde inostri codici riboccano di saggi ordinamenti indirizzati tutti a pareggiarenella speranza di protezione e nell'esercizio delle ragioni civili gli uominidelle terre feudali a quelli delle terre regie.

A questi paterni provvedimenti si dee in gran parte riferirese dopo la stabilità del dominio aragonese in Sardegna non più sentissi colàrisuonare l'odioso nome di schiavoche sì di frequente incontrasi nellememorie dei tempi anteriori; e della cui abolizione sono indubitati irisultamentiincerta l'età. Anzi s'è lecito in una materia poco suscettiva dirischiaramento per difetto di monumentigir oltre con le conghiettureforsesenza l'introduzione nell'isola del dominio feudale la condizione degli antichischiavi migliorata sarebbesi con minor prontezza. Poiché se nelle cose fiscalifossero eglino stati compresiavrebbe talvolta per più lungo tempo parlatoinvano a loro favore l'umanitàmentreché l'interesse dei reggitori delpubblico tesoro si opponeva all'affrancare tante utili braccia. Ed in cambio diciò coll'esser diventata l'antica servitù della gleba suggezione feudalel'interesse generale della corona del proteggere dalle avanie ogni qualunquesudditonon poté esser corrotto da veruna di quelle considerazioni per lequali vedemmo testé eccettuato con raro esempio dalla suprema podestà delviceré l'amministratore delle entrate fiscali. La via pertanto a recuperare lostato civile fuse io non falloaperta in Sardegnaod agevolata almeno dallostabilimento della signoria feudale.

Dopo tali considerazioni più facilmente si viene a conoscerecome di quel miglioramento nelle bisogne civili dell'isola siansi giovatiindistintamente tutti i sudditispecialmente in quanto dipendevadall'amministrazione della giustizia; alla quale erasi in special modo postamente nella creazione del supremo magistrato. Devesi a tale stato di cose ilfrutto delle buone leggi in vari tempi stanziate od a richiesta delle corti oper spontanea cura dei principi intorno al maneggio dei negozi giudiziali. Unagran parte di tali leggi spetta alle minute formalità dei giudizi. Ma moltealtre fra quelle ordinazioni non sono affatto prive di quello storico interesseche procede dal chiarire qual somma di utili pensamenti abbia ciascuna nazioneversato nel perfezionamento delle cose morali. Tale si è la leggeche anissuno sia lecito il ministrare il proprio uffizio per mezzo altrui; che ipubblici uffiziali diano malleveria prima di esercitare una carica giudiziariaonde guarentire all'occorrenza i danni dei gravati; che a ciascuno di essi corral'obbligo di prosciogliersi in pubblico giudizio di sindacato dalle imputazionidei popolani allo scadere dell'uffizio. Tal è pure la leggeper cui si vuoleche i posti di giustizia non siano giammai venali; giurisprudenza questa di cuii popoli li più inciviliti conobberoma non apprezzarono l'importanza. Tale ildivieto fatto ai ministri di concorrere ai pubblici incanti; di riceveredonativi dai popolani; di prender parte in negoziazioni; di possedere armenti ogreggie; la qual ultima prescrizione tendeva ad evitare che negli scontri faciliad insorgere in un paese ove lo stato imperfetto dell'agricoltura rendea soventenemico il pastore all'agricoltoreuno dei nemici fosse il giudice del luogo.Tale l'obbligo imposto al viceré ed ai maestrati di visitare in ciaschedunasettimana le carceri pubbliche; affinché l'aspetto di quelli infelicisvegliasse maggiormente l'umanità dei giudici. Taleper tacere di tante altreera la sollecitudine speciale mostrata dai governanti nel determinare conminutezza a quali persone potessero i maestrati maggiori rendere quei doveri diurbanità sociale; i quali se giovano a diffondere la scambievole fratellanzaingenerano anche talvolta o quella domestichezza che menoma il rispettooquella benivoglienza che conduce al parzialeggiare.

Alla tiepidezza in qualche rispetto necessaria con la qualesi considerarono nei primi tempi del governo aragonese i negozi civilidell'isolanon rispondeva il pensiero delle cose militari. La conquista dellaSardegna fu per quella nazione uno di quei grandi avvenimenti i quali nonsolamente eccitano l'interesse comune per l'importanzama accendono ancora ilcomune entusiasmo per la gloria delle gesta. La prontezza e il valore con cui daun principe bellicoso ed ardentel'Achille e l'Agamennone del suo esercitoerastata condotta a termine quell'avventurosa spedizioneavea impresso per cosìdire alla possessione della Sardegna un tal carattere di eroica ricordanzacheove mancata fosse ogni altra ragioneavrebbe sopperito al desiderio vivo dellaconservazione della fatta conquistaquel senso concitato di onore il qualeanche in mezzo ai più grandi pericoli francheggia il cuore dei prodi.Quell'impresa perciò ebbe subito per istorico un re; ebbe in ogni tempo per suosostegno i sovrani aragonesi che salirono in grido di maggior valoree la piùchiara baronia di Aragonadi Catalogna e di Valenza; la quale non sì tostobandivasi oste e si spiegava lo stendardo reale in Saragozza o in Barcellonainfiammavasi anch'essa a fronteggiare di nuovo i pericoli di un nemico nonsempre domabile e di un cielo non sempre propizio; affinché non isfuggisse dimano dei suoi principi il frutto delle antiche vittorie. Le stesseconsiderazioni che venivano sopra alle altre difficoltà della guerravenivanoeziandio sopra alla malagevolezza dei dispendi. L'inopia del tesoro aragonesenon permetteva il più delle volte che con mezzi ordinari si apprestassero lespedizioni. Ricorrevasi dunque agli straordinari; e ponevansi pegno le provinciee città dei regni del continente; senza considerare cheoccupata qual eral'isola allora dagli antichi magnati sardi e dai nuovi vassalli d'Aragonascarso assai presentavasi il pro fiscale da trarsene; o molto lontana e dubbiala speranza di poter col tempo ricompensare l'indugio.

Non dee pertanto far meraviglia se l'attenzione impiegata daisovrani d'Aragona nel munire le castellanel sostentarvi le necessariesoldatesche non siasi in quei primi secoli giammai rallentata. Sorgevano perciòsotto i loro auspizi le mura di Lapola in Cagliari ed afforzavasi quella rocca;e l'importante fortezza d'Alghero coronavasi di nuovi propugnacoli; edinnalzavasi il nuovo castello in Sassari e gli altri luoghi muniti per la guerrarestauravansi. Cessate le guerre intestinenon cessava in quel rispetto lasollecitudine dei sovrani; e nel regno di Carlo V e dei successori suoi lospirito stesso di curare il buono stato delle fortezze conservavasi inalterato.Solamente pel minor bisogno che si sentiva allora di milizie stranierecommettevasi la custodia del regno al valore ed alla fede degli isolani. Némale tornò alla signoria quella confidenza; ché ben manifestarono i Sardi enell'incursione di Renzo da Cerie nell'invasione di Oristanoe nei frequentiscontri coi Barbareschicome gagliardamente agitassero eglino le armi edestramente percuotessero l'inimico. Agli stessi Sardi tornò pure vantaggiosaquella mutazione; perché ne derivò quella cerna regolare di soldati nazionaliconosciuta col nome di milizieche in ogni tempo fu poscia il miglior baluardodell'isola.

Devesi il migliore stabilimento di queste milizie (giàconosciute fra noi come altra volta notai fino dai tempi di Eleonora) agliordinamenti di Carlo V. Erano governate dai sergenti maggiori di fanteriae daicommissari generali di cavalleria delle due provincie e dai capitani che sottodi essi militavano. Obbligavansi in ciascun anno a convenire due volte ad unagenerale rassegna; nella quale i cavalieri ed i fanti non solamente comparivanomuniti delle armi loro convenientima esercitavansi ancora all'affilarsi e adavvezzare la persona ai simulati movimenti di guerra ed all'imberciare cogliarchibusi; a qual uopo con saggio pensamento le multe dovute dai soldati restiiimpiegavansi a presentare di un donativo coloro che in quelli esperimentidessero maggior prova di marziale destrezza. Sceglievansi inoltre da talicompagnie li più svegliatiche formando alcuni drappelli distinti (pei qualil'obbligo degli esercizi guerreschi rinovellavasi nel primiero giorno festivo dicadun mese)erano destinati a correre prontamente al primo annunzio di allarme;nel mentre che il grosso delle bandeil quale non poteasi rassembrare coneguale velocitàponeasi in moto. Con questi semplici e ben intesi ordinamentiil sovrano disponeva facilmente di una milizia agguerritache formicandopercosì direin tutta la superficie dell'isolaera abile a portarsi prontamenteal luogo del rischio. Ed i popolani difendendo se stessi liberavano lo stato daldispendio delle truppe assoldate; poiché non d'altro ricompenso essi giovavansiche di poche personali franchigiee di quel sentimento di onore che derivavadall'esser aggregati ad un corpo composto dei migliori.

A queste truppe nazionali era propriamente commesso ilservizio di guerra. Quella parte della militare sorveglianza che tende aguarentire l'interiore tranquillità dello stato col curare che i misfattivengano impeditio siano fermati i malfattoriesercitavasi in Sardegna daicosì detti giurati delle curie per quanto ragguardava ai malefizi che offendonole persone; e dalle bande conosciute nell'isola col nome di compagnie dibarrancelli per quanto dipendeva dai delitti contro alla privata proprietà.Queste compagniecognite già fra noi nel tempo dei giudicatifurono stabilitein ciaschedun villaggio per particolare accordo coi comuni; dal quale derivavain quelle bande l'obbligo di ricompensare di qualunque danno sopportato nelleproprietà quei popolani che di buon grado si volessero giovare della loroopera; e ciò mediante una retribuzione di cui era determinata dalle convenzionila quantitàcome lo era del pari il valsente delle indennità. Sentivanodunque quelle compagnie il bisogno di affrancarsi dall'obbligo di rifare glialtrui danni impedendoli. Ed in tal modo davasi nella Sardegna in tempi assai danoi discosti l'esempio di quelle utili società di assicurazione le qualistabilite primieramente per la salvezza delle spedizioni di commerciopullularono poscia in Europa ai nostri dì in tanti altri rispetti. Dissimili inciò solamente dalla società dei custodi delle nostre proprietà; ché molte diquelle sono ciecamente governate dalla ventura; questa si appoggia nelle opereconcordi e fruttifere degli stessi soci.

Non bastò ai sovrani spagnuoli la creazione di una forzanazionale abile ad affrontare i nemici che ponessero il piè nel territoriosardo; ma estesero anche le loro sollecitudini a far sì che vietato fosse adessi l'accostarsi ai nostri litorali. Deliberato perciò da Filippo IIl'utilissimo provvedimento della difesa maggiore dei lididi cui diedi altravolta contezzasursero intorno alla Sardegna le torri che la circondano; dondeanche in tempi a noi vicini il valore di pochi custodi percosse più voltequelle ciurme barbaresche che per tanti secoli contristarono i navigatori delMediterraneo. Creossi anche a tal uopo l'uffizio del commissario generale diartiglieriail quale dovea indirizzare quanto apparteneva al traino e munizionedelle bocche da fuoco ed all'ammaestramento degli artiglieri sparsi nelleprincipali fortezze. Allo stesso spirito di proteggere la sicurezza delle terrelitorali e la libertà dei mari fu dovuto lo stabilimento di una forza navaledestinata a costeggiare l'isola. Sebbene in questo proposito molto più siastato da commendare lo zelo del parlamento sardo profferitosi di sopportare idispendi del servizio marittimoche la premura del governo spagnuolo nelfabbricare le navi. Onderidotta a tre sole galee la forza maggiore desideratadalle cortiil servizio non sempre rispose ai bisogni dell'isola; ed ildispendio si risolvette principalmente in gratificare ampiamente i maggioricapitani; ai quali decorati del fastoso titolo di generali e circondati da unnumeroso stuolo di uffiziali militari e di amministrazionenissun'altra cosamancava fuorché il navilio.

Confidandosi adunque di siffatti provvedimenti forse isovrani spagnuoli avrebbero consumato in Sardegna il periodo di tempo fissatodai destini alla loro signoria senza il bisogno di ricorrere ad altro ausilionel difendere i loro diritti e proteggere la quiete dei popolise l'omicidiodel marchese di Camarassa non avesse partorito o il bisogno o l'occasione dimantenere fissamente nell'isola una mano di soldatesche straniere. Fu questaposcia divisa nei luoghi principali; ed ebbe le sue stanze fissamente nell'isolacon poco pro del governo che l'avrebbe trovata nei casi di rischio insufficientea contenere popoli inquieti; con molta dispiacenza dei nazionali che laconoscevano inclinata a travagliare i popoli tranquilli.

I nazionali furono poscia ammessi fra le file di quei soldatistranieri. Ma da lungo tempo aveano essi già militato in eserciti ordinatilungi dalla patria loro nei maggiori cimenti della monarchia. I sovrani diAragona e di Castiglia pregiando quella vispa animosità che in ogni tempobrillò sulla fronte dei nostri isolanigiovaronsi in ogni incontro didifficile guerra degli aiuti sardi. Già fino dai primi secoli del governoaragonese una legge speciale avea dichiarato esser i Sardi tenuti a servire ilre nella guerra al pari degli Aragonesi; per la qual cosa si comandava che senzadilazione si spedisse il maggior nerbo di gente che si potesse raccogliere ondeprender parte nella guerra allora agitata colla Francia. Nelle impreseguerresche succedute ebbero perciò gli isolani a concorrere con tanto maggiorgloria loroin quanto che il più delle volte non per comando dei sovranimaper ispeciale dimostrazione di zelo dei magnati della nazione correvano leschiere sarde da essi radunate a fiancheggiare gli eserciti del monarca. Cosìallorquando partissi il re don Alfonso dall'isola per intraprender la difficileoccupazione del regno di Napolilo seguivano colà i più notabili deigentiluomini sassaresi colle loro genti; e tali prove lasciavano poscia di lorobravurache meritarono di esserne guiderdonati dal sovrano con distintedichiarazioni di gradimento. Così nel parlamento congregato da don Luigi Blascosi decretava la leva di un reggimento nazionaleche portavasi affrettatamente acombattere nelle guerre di quel tempo. Così nelle guerre posteriori dellostesso secolo mentre si somministravano dai baroni dell'isola e dalla città diCagliari copiose vettovaglie agli esercitiquattro compagnie di truppe sardevolontarie volavano a mescolarsi colle altre soldatesche del re. Così al tempomedesimoquando il marchese di Laconipresentando al re i capitoli delle corticonvocate dal duca di Avellanoveniva dal sovrano eccitato a formare unreggimento di cavalleria sarda che giovasse a comprimere i turbamenti dellaCatalognarispondeva prontamente quel leale deputato al fattogli invito; eritornando sollecitamente nell'isolane partiva in breve tempo coi suoi millecavalli per unirsi alle squadre di Castiglia. Dalla qual cosa animato ilmarchese di Villasorgentiluomo sardo di quel casato degli Alagón che tantoerasi innalzato nella possessione del marchesato d'Oristanoragunava anch'eglia proprio dispendio una banda di fanti ed una compagnia di cavalleggieriedacconciatili di arme e di arredo passava con esso loro in Barcellona. Così neiturbamenti di Messina vedeansi comparire in Sicilia in aiuto delle armi regiedon Andrea e don Antonio Pilo di Sassari con tre compagnie di pedoni da essicondotte a stipendioalla testa delle quali andavano eglino a guerreggiare.Cosìper tacere delle altre spedizioninelle guerre famose della Fiandra chetanto agitarono la Spagna nel secolo XVIil duca d'Alba fra le quattro legionichiamate spagnuolecomponenti la fanteria del suo esercitocomandava collelegioni napoletana ed insubrica anche la sarda capitanata da GonsalvoBracamonte. Né poca fu la parte che questa legione ebbe nel primo feliceincontro delle truppe comandate dal prode ed infelice Arembergo cogli esercitidi Nassau. Quantunque abbia nociuto poscia a quell'animoso capitano l'ardenzastessa delle sue truppee delle sarde specialmenteche ad alte voci provocandoun combattimento maggiore trascinarono a malincuore il generale ad ascoltare nonla fredda ragioneche gli facea conoscere esser quel momento per molti rispettiinopportuno ad una battaglia ordinatama il cieco impeto delle soldatesche;utilissimo quando secondafatale se spinge le deliberazioni del duce.

Non solamente si mostrarono i Sardi sudditi devoti ogni qualvolta fu d'uopo esporre la loro persona a difesa ed a gloria dei loro sovranima eziandio sempre quando poté giovare alla causa del re il sagrifizio delleloro sostanze. Non intendo io qui toccare di quelle offerte le qualibenchéappellate col nome di donativierano destinate ai bisogni dell'amministrazioneo della difesa dello stato sardo; perché di ciò da me si scriverà in altroluogo più acconcioquando darò contezza delle entrate del pubblico tesoro.Rammento solo in questo luogo quelle straordinarie largizioni colle qualiaitavasi il sovrano a sopperire agli impegni che non aveano rispetto nissunoall'isola. Fra queste si possono annoverare in primo luogo i presenti periodiciche faceansi dalla Sardegna nelle occasioni dei maritaggi o delle incoronazionidei reali di Aragona e di Castiglia. Ma siccome questi erano meno offerti chedovutipoiché alla Sardegna erasi estesa la consuetudine degli altri regniaragonesiperciò mi contento di darne un cenno. Maggior prova di spontanealarghezza si dee trarre da quei sussidi più e più volte accordati daiparlamentio dalle città del regnoallorquando per la sorte delle guerrenelle quali trovaronsi sempre involti i sovrani negli altri statinecessariorendevasi il venire in loro soccorso con gratuite oblazioni. Già notai altravolta come nel parlamento intimato dal marchese di Baiona con assistenza deldeputato regio don Luigi Blascoavvisando le corti le strettezze nelle quali ilsovrano trovavasi per la guerra allora sostenuta contro all'Inghilterraabbianoesibito un donativo grazioso che dovette gittare il valsente di un milione edugentomila scudi. Quest'esempio fu imitato nelle congreghe successive; e nonseguì giammai che i sovrani si trovassero in angustia notoria di denaio ovettovagliee che il regnole cittài magnati od il clero non accorresseroabbenché non ricercati al riparo. Onde ben si può dire aver mai sempre laSardegna con nobile disistima del particolare suo profittoposto solo mente aconsiderare quali fossero i bisogni e le convenienze del suo sovrano; e non giàa quale porzione della vasta monarchia spagnuola fosse per riferirsi il motivo ofrutto dei sagrifizi dei quali si accomodava. Come si può affermare per lostesso motivoe non senza rammaricodoversi attribuire unicamente alleimperiose circostanze dello scemamento dell'universale opulenza se con unavicenda malaugurosa quella stessa nazionela quale sì largamente rispondeva adun'amministrazione o rimessa o noncurantenon poté sempre aver la sorte dirispondere egualmente nei tempi succeduti al benefizio della maggiore vigilanzaed amorevolezza dei novelli suoi sovrani.

Una nazione così volonterosa dell'esibire pronti aiuti altesoro dei suoi principicosì magnifica nel porgerlimostravasi perciò solomeritevole di un accurato reggimento delle pubbliche sue entrate. Nondimeno intale rispetto poco appagante è il risultamento che presentasi a chi trascorre iricordi rimasti dell'amministrazione fiscale di quei tempi. Gli auspizi dellasignoria aragonese erano disfavorevoli per l'erario sardo prima ancora chel'infante don Alfonso se ne impadronisse. Negli stati d'Aragona abbondava megliola virtù guerresca abile a compiereche la pecunia necessaria a condurrel'impresa di una lontana conquista. Si ricorreva perciò dal re don Giacomoall'autorità del ponteficeonde col privilegio della riscossione delle renditeecclesiastiche dei suoi regni un novello mezzo se gli desse di aggiungere al suoscopo. Ma ciò non bastava alle esigenze. L'esercito era fiorito di gentiluominiprodi ed animosi; e questi presentandosi a fiancheggiare il loro principe in unaguerra discosta e rischiosase non sopravanzavano quei doveri che cogniti eranonei tempi feudali col nome di cavalcatetanto altamente meritavanonell'estimazione del sovrano coll'ardore manifestato nell'accingersi all'impresae colla bravura mostrata nel consumarlache una ricompensa corrispondenteall'importanza dei servigi diventava se non un obbligo rigoroso di giustiziaunuffizio indispensabile di gratitudine. Nella mancanza pertanto di altriespedienti per una così vasta remunerazione nasceva prima che si conquistassedal re la terra sarda il bisogno di spartirla fra i suoi capitani. Ed in effettonon sì tosto le prime decisive vittorie risposero faustamente ai desiderii delconquistatoreche a larga fiumana sboccaronoper così diredalla cancelleriaaragonese le concessioni feudali. Notai altra volta a qual novero fino dai primianni del novello dominio sommassero i baroni stranieri privilegiati di feudinell'isola. Notai eziandio con quanta facilità si concedessero in un giorno atitolo gratuito cospicui distretti pel solo fine che nel giorno seguentepotessero vendersi dal vassallo a titolo di lucro. Questa facilità nel disporredelle terre della Sardegna si accrebbe fuor di misura dopochécessata nelregno di Ferdinando il Cattolico la previdenza di nuove intestine discordienontanto concedevansi i feudi alle persone che coi servigi loro avevano cooperatoalla quiete dello statoquanto a coloro che con offerte talvolta tenuissimetraevano il loro pro dalle strettezze del tesoro aragonese. Si accrebbe del paridopoché nel colmo della potenza di Carlo V la Sardegnala quale per lo avantiattiravasi meglio gli sguardi dei suoi monarchiparve ai loro occhi porzionetroppo minuta d'un vastissimo impero. Il particolareggiare descrivendo questaridondanza di prodigalità obbligherebbe lo storico a ragguagli troppo estesi.Basterà perciò a far giudizio dello spirito di quel governo in tale propositoil notare essere stato in quei tempi malcurato talmente ogni pensiero di saggiaeconomia nella concessione dei feudiche senza verun bisogno di far concorrereil beneplacito sovrano nell'esercizio di un potere così importante pel tesoropubblico e pei popoliil procuratore reale avea la piena facoltà ed arbitriodi dare colle condizioni che gli parevano più acconcie qualsivoglia porzionedell'isola a chiunque cadessegli in pensiero. La qual cosa se abbia fruttatoincalcolabili dissipazioniil sanno per pruova coloro che sono addottrinatinella storia del paese; il sanno per principio quelli che conoscono quantorischievole sia l'abbandono delle più alte prerogative del trono nelle manid'un maestrato lontano. Onde Filippo IIil quale non solo assoggettò questomaestrato alla giurisdizione del viceréma contenne pure quella illimitatafacoltà delle concessioni feudaliacquistò anche con tale provvedimento untitolo novello pel quale devesi il di lui regno ricordare dai Sardi con encomio.

Quella malvagia politica del consumare nei bisogni odarbitrii presenti le sostanze che apprestar doveano alimento ai regni successivinon si mostrò solamente nelle concessioni feudali. L'isola per la suasituazioneper l'abito acquistato nella lunga dominazione di due repubblichetrafficantiera accomodata quant'altra mai a mantenere un esteso traffico. Ildiritto adunque di disporre delle gabelle del commercio era un diritto preziosoper la corona nel rispetto non meno degli interessi dello stato che degliinteressi fiscali. Tuttavia fino dai primi tempi della novella monarchia ilsovrano abbandonava la facoltà d'imporre dazi sulle mercatanzie straniereinvestendone i consigli delle città. Nel mare sardo erasi ripigliata nel secoloXVII con attività e successo la pesca dei tonni per lungo tempo intermessa; epromettevasi con ciò all'erario un copioso e durevole profitto. Ma la metà delsecolo XVII era appena varcata che le sei più considerevoli tonnare eranopassate nel dominio di un patrizio genoveseil quale avea rallegrato gliamministratori del tesoro collo sborso di trecentotrentamila scudi. Più sicuroemolumento somministrava al fisco nello stesso tempo il diritto di pescagioneche esercitavasi in alcuni degli stagni principali dell'isola. Ciò nonostanteanche tali diritti passavano in mani private; ed acquistandosi dallo stessopossessore delle sei tonnare i più fruttiferi di essi stagniingoiavasi persempre in quello che poteasi allora giustamente appellare baratro fiscalelosterile ricompenso di centoventimila scudi. Per denaio vendevansi quindi idiritti da riscuotersi nelle pubbliche scrivanerie. Per denaio mercavansi iprivilegi conceduti ai comuni ed ai particolari. E per denaio riscattavansiposcia gli obblighi ai quali tali privilegi assoggettavano i compratori. Tantoinfine fu il trabocco nello sperperare le sostanze dell'erarioche oramai ilnovero delle cose pubbliche vendute pareggiava quasi quello delle cose pubblichevendibili.

Assottigliatesi dopo tale sgombramento le entrate delprincipe e costretti perciò gli uffiziali del fisco ad andare più fiatetapinando per sorreggersimaggiore di giorno in giorno si rese l'inopiadell'erariodel quale mi tocca ora di rammentare lo stato.

Governavasi il tesoro da un procuratore reale; dirigeva leragioni un maestro ragioniere; custodiva le rendite un tesoriere generale.Questi tre maestrati uniti all'avvocato del fisco e per le cose giudizialiall'assessoreossia consultore del procuratore regioconsigliavano edecidevano sulle cose ragguardanti all'interesse patrimoniale. Al secondo diessiil quale per principale suo dovere dovea accendere e spegnere li contidell'erarioera inoltre commessa per l'ordinario la direzione e governo dellazecca esistente nella capitale e la disposizione di quanto apparteneva al corsodelle monete. Questa distribuzione di uffizi era al certo ben avvisata;specialmente perché le leggi le quali reggevano l'andamentodell'amministrazioneerano caute abbastanza per quanto ricercava la maggiorsemplicità dei ragionieri di quel tempo. Ma il vizio esisteva forse talvoltanelle persone pel motivo che le principali di quelle caricheconcedute quasiper diritto ereditario ad alcune famiglieesercitavansi o coll'inesperienzadella prima età o colla debolezza dell'età cadenteo con quella confidenza laquale non poche fiate diminuisce la solerzia dei maestrati non amovibili.

Comunque debbasi di ciò portar giudiziogioveràmaggiormente il rivolgere l'attenzione alle cose amministrate. Poiché nonsarebbe punto strano il trovare in Sardegna probi ed attenti amministratori frapersone chiamate dal dritto di famiglia a quelli incarichiquando altre nazioniincontrarono prodi capitani e gravissimi giureconsulti in quelle persone chesalivano agli alti seggi della milizia e della toga pagandone il prezzo.

Nei primi tempi della conquistaquando non era stato ancoraintimato verun convento dei notabili della nazioneera stabilito (per quanto sipuò dedurre da qualche antico monumento) il pagamento in benefizio del tesorodi un annuo canone a carico dei possessori dei terreni e di una porzione delleentrate feudali dovuta dai baroni. Esigevansi anche talvolta alcune altreprestazioni da applicarsi a restaurare le fortezze ed a sostentare la guerrasempre accesa nell'isola. Allorché perciò combatteasi coi Genovesi pochi annidopo della conquistacomandava don Alfonso agli amministratori generali delregno obbligassero i baroni a contribuire a quel dispendio colle rendite di unannofacendo loro solamente il diffalco corrispondente alla spesa delle gentiarmate che li seguivano nella guerra. Al tempo stesso faceansi soggiacere adaltra contribuzione le persone provvedute di qualche stipendio sul tesoromediante la ritenzione di due terze parti del loro assegnamento. Per egualeragione il re don Pietro facea poscia concorrere alle spese delle vittuaglienecessarie al castello di Cagliari il tesoro regio per una metà e l'erariodella città per l'altra. Essendosi poscia convocate le corti generaliebberoin queste i sovrani l'occasione di ridurre a norme più determinate quellamaggiore prestazioneche in luogo degli instabili antichi tributi fu pagata dalregno col nome di donativo e che formò la più certa entrata del tesoro. Fino aquando le assemblee furono interrotteo non regolarile cose procedetterovariamente secondo i bisogni. Stabilita infine la decennale convocazione delparlamentoincominciò la proroga da un decennio all'altro degli offertidonativi a considerarsi come un provvedimento necessario e progressivo. Ed andòd'allora in poi gradatamente accrescendosi la profferta; in modo che nelle cortiragunate dal duca di Avellano vennesi a stanziare a tal uopo la somma di scudisettantamila; continuatasi poi per mezzo secoloinfino a quando nell'ultimoparlamento intimato dal conte di Montelliano fu pel motivo della maggior penuriadei contribuenti ridotto quel tributo a scudi sessantamila. Questo donativopagato dai membri di ciascuno stamento nelle proporzioni determinate dallestesse corti formava adunque se non il maggioreil più certo dei proventifiscali; e destinavasi specialmente ai dispendi militariquando per altriimperiosi motivi non era applicato diversamente; come vedemmo qualche voltaessersi fatto per la restaurazione delle vie e dei ponti; come si trova essersipraticato per bisogni anche non connessi col servizio dell'isola.

Insieme con questo ordinario tributo offerivansi pure queistraordinari pagamenti che nelle occorrenze di guerra rendevansi necessari; etale fu quello altra volta mentovato ragguardante alla formazione delle galee.Per ottenere questo navilio avea già contribuito il clero sardocoll'applicazione fatta a quell'opera delle decime e rendite ecclesiastiche perun quinquennio nel regno di Filippo II; col pagamento stanziato dal ponteficeClemente Xper sette annidi scudi settantamila destinati all'istess'uopo; econ quel tributo che conosciuto col nome di sussidio ecclesiastico e prorogatodalla Santa Sede da quinquennio in quinquennioinfino da quando Ferdinando ilCattolico impegnato a cacciare i Mori dall'estremo loro nido di Granata ne aveaimpetrato la concessione da Sisto IVnon era stato giammai impiegato nel suoscopo. Allorquando poscia le corti cooperarono con nuovi mezzi allo stentatoconseguimento di una forza marittimarestò dedicata a tal servizio colsussidio ecclesiastico un'altra rendita appellata col nome di bolla dellacrociata. La qual bolla richiesta dai sovrani della Spagnaacciò colladistribuzione da farsene a pro dell'erario si accrescesse di un nuovo proventol'entrata annua da consumarsi nella guerra contro agli infedelifu anche estesaalla Sardegna; dove negli ultimi anni della signoria calcolavasene il frutto nelvalsente di scudi tredicimila.

Annotavansi quindi nei libri del tesoro le saline dell'isolale quali per la rimessa amministrazione di rado gittavano un provento maggioredi scudi seimila; i frutti delle miniere raramente allora coltivate; la gabelladetta della nevela cui conservazione pei bisogni estivi essendo riserbata alfisco produceva una rendita di scudi duemila; il profitto dei feudi devolutialla corona valutato a scudi quattordicimila; il dritto riscosso per la pescadel corallo equivalente a scudi mille; l'appalto dei dazi di dogana impostiseparatamente dai sovrani dopo la concessione fattane alle città del regno; equello delle tonnare e della pesca in alcuni stagni rimasti nel patrimonio dellostato. Il visitatore Carrillo nel dar conto al re di tali articoli di renditanon poté venir in luce della quantità determinata dei vantaggi. Nondimeno sesi dee trarre conghiettura dell'appalto che nel breve dominio degli Austriaciposcia si fece di gran parte di tali entrate per lo valsente di scudi cento ediecimilasi può avere una norma per riconoscere quale fosse nei tempipreceduti il pro dell'erario sardo nella riscossione delle sue rendite certe.

Maggior certamente era il vantaggio che raccoglievasi dalleincerte; delle quali perciò in ogni incontro o confidavansi o valevansi isovrani nel far provvisione a qualche straordinario emergentesia pel serviziodella Sardegnache in benefizio degli altri regni. Consistevano questeoltrealle multe fiscalialla quinta parte spettante al tesoro nelle predebarbaresche e ad alcune minori gabelle stabilite nell'interno commercioneldazio di estrazione imposto sulle derrate dell'isola. Questo diritto eratalmente importanteper ragione della quantità grandissima di frumentotrasportata allora annualmente dalla Sardegnache non era punto straordinarioin quell'età si conseguisse per la sola gabella delle estrazioni il procacciodi una somma mezzana fra li dugento e li trecentomila scudi.

Con tali mezzi si facea fronte ai dispendi del pubblicoservizio. Questi nel rispetto degli stipendi assegnati agli uffiziali civili emilitari importavano una somma di molto inferiore. Ma assorbivasie il piùdelle volte sopravanzavasi la rendita ogni qual volta le spese allora frequentidi guerra ricercavano maggiori sagrifizi. Non era perciò nuovo in quei tempi ilvedere stabilito nel pagamento delle mercedi dovute dall'erario alle diversemaniere di uffiziali un digradamento taleper cui quelli fra essi che o piùriputati erano o più osservati conseguissero i loro assegnamenti; gli altridovessero loro malgrado rimanersene. Non lo era eziandio il vedere sospesi tuttii pagamenti detti straordinari o di grazia per ragione di economia; od anchesospesa una porzione delle paghe dei ministri tutti indistintamente. Tuttaviadovea parere ben strano che si ricorresse a tali estremi rimedi non solamenteper le angustie del tesoro sardoma eziandio per le cose di servizio non suo;chiarendosi dai monumenti del tempo che il valsente di quelle ritenzionirimettevasi talvolta in Ispagna; e che si bandì altra fiata un generale comandodi sospensione di stipendi per sopperire alle spese della difesa di Ceuta. Perla qual cosa non potea che destare meraviglia negli isolani quella tassazionestraordinaria dei loro uffiziali a pro di una monarchia per cui veleggiavano nelmare Atlantico i galeoni gravi dell'oro del Messico e del Perù.

Questo disavanzo del tesoro si andò vieppiù accrescendoquando dopo il governo del duca di S. Germano fu l'erario gravato delsostentamento delle truppe spagnuole venute con lui nell'isola. Onde non è dastupire se unitasi alla copia maggiore dei dispendi la trascurataamministrazione dei procuratori regii e la poca vigilanza dei vicerésiasiinfine venuto a tal punto che il duca di S. Giovanni abbia potuto incontrarecome altra volta scrissile pubbliche entrate già date in pegno per alcunianni e gravate di esorbitanti prestazioni di censi. Avvegnaché la prontezza conla quale questo esimio personaggio ricondusse l'ordine e l'economiasia ilmiglior argomento per palesare che non la scarsità dei mezzima la debolezzadegli amministratori fosse la causa del sinistro stato delle cose fiscali. Edaltra pruova ne somministrerà egualmente il seguito della storiaallorquandosi vedrà nel fausto governo dei reali di Savoia risorgere fino dai primi tempicolla chiarezza delle ragioni e colla severità delle forme necessarie almaneggio netto delle sostanze dello statola prosperità del tesoro.

Gli stessi sovrani spagnuoli mostrarono più volteapertamente che cosa eglino pensassero dei loro viceré e dei loro procuratoriregii in quanto apparteneva all'amministrazione del fiscoricorrendo sovente almezzo d'inviare o destinare nell'isola con istraordinario mandato i così dettivisitatori; ai quali specialmente era commesso l'incarico di ordinare le cosedell'erario. Questo provvedimentose facea fede del saggio consiglio deiregnantimanifestava ad un tempo quanto debolmente eglino si confidassero degliamministratori locali. Conghiettura certa può pertanto derivarsene peraffermare che i ministri di Madrid se non erano così solleciti delle cosesardeche nelle periodiche e frequenti elezioni dei novelli viceré facesserocadere sempre la scelta sugli ottimi; non erano perciò così sbadati che allacieca volessero abbandonare in ogni tempo i destini dell'isola all'arbitrio diun lontano pretore. Né scarso era il giovamento che ritraevasi da quelledelegazioni; poscia che per l'ordinario uomini gravi e di senno consumatovenivano destinati a tale orrevole incarico. Infatti ad uno di essi chiamato donPietro Martínez Rubio si dovettero alcune istruzioni ed ordinamentiragguardanti all'interesse del tesoroche per lungo tempo furono in pregio. Alvantaggio dello stesso tesoro furono pure indiritte le cure del visitatoreMonserrato Rossellò. Maggiore fu sopra gli altri la riputazione di vigilanza disenno e di zelo che lasciò di sé fra noi il visitatore Martino Carrillodelquale mi toccò altra volta di dar contezza. Onde si può ben asserire che perl'opera di tali visitatori siasi qualche volta nel governo dell'erario sardo frale dissipazioni e l'inerzia tramezzata la regola e la diligenza.

La decadenza delle ricchezze fiscali trasse con seco la ruinadelle ricchezze municipali. Le città erano state considerate con particolarfavore dai sovrani d'Aragona fin da quando era stata ciascuna di esse sottomessaalla signoria. Sia che fosse un principio della loro politica il gratuirsi gliabitanti di quei luoghi nei quali raunavasi il fiore della nazione; sia che dopola generale divisione delle terre non restasse loro altra opportunità dibeneficare i novelli sudditimostrarono eglino un vivo impegno di privilegiarele città con ispeciali grazie. Estesero perciò al governo delle cose pubblichedelle città sarde le leggi di Barcellona; e perfino quelle consuetudini diprivata ragione che introdussero per lungo tempo nell'isola una dissomiglianzanel valore e nell'esercizio di alcuni diritti civili; affinché siccome nissunacosa fallava al paragone colle città catalane nei favorinissuna cosa mancassenella fede. L'ordinamento principale a tal uopo deliberato fu lo stabilimento diun numero determinato di consolii quali tratti a sorte in ciascun annofacessero provvisione alle bisogne ordinarie per se stessialle straordinariecoll'autorità d'un consiglio maggiorecomposto delle persone tutte descrittenella così detta matricola civica. Apparteneva a questi maestrati municipalil'aver sollecitudine dei procacci del frumento per conservarne in ogni tempol'abbondanza entro la città; l'invigilare sul mercato della grascia;l'esercitare nelle cose toccanti alla nettezza dei luoghi pubblici ed alla curadelle fabbriche i doveri edilizi; il guarentire colle cautele necessarie lapubblica salute. Da ciò derivò il diritto conceduto ai consigli di città ditenere in serbo in ciascun anno una copia determinata di frumentola quale oveniva impiegata a sopperire ai bisogni improvvisiod era estratta dall'isolacon privilegio di gabella tostoché varcato il tempo del bisogno presente erasiprovveduto con un novello deposito ai bisogni futuri. Da ciò pure procedette lafacoltà conceduta ai consigli di nominare gli uffiziali preposti all'annonadiordinare le tariffe nel commercio delle vittuagliedi governare il porto emantenervi quei ministri che doveano colà sopravvedere per cansare il contagio.Essendo pertanto così vasta l'autorità e la vigilanza dei consigli era benconveniente che avessero eglino una parte essenziale nel trattare degli affaridi generale interesse della nazione. E nacque per tal motivo dall'istessoprincipio il diritto che alle città fu accordato di intervenire alle cortigenerali del regno e di formarvi per mezzo dei loro deputati lo stamento reale;così chiamato o per testimonianza di particolare benivoglienza dei sovraniverso i cittadini; o perché in questo stamento i soli interessi eranorappresentati di persone immediatamente suggette alla regia podestà.

Questa participazione dei consigli di città ai conventigenerali della nazione si confacea eziandio alle massime politiche in quel tempoosservate negli stati aragonesi; in quanto che essendo le terre tutte dell'isolaconcedute in feudonissun altro mezzo rimaneva onde porre in concordanza mercédi un adattato temperamento le richieste del clero e dei gentiluomini con gliinteressi di tuttifuorché comunicando ai procuratori delle città egualidiritti. Giacché in quei tempi le ville sottoposte alla signoria feudale priveerano di ordinamento per lo governo delle cose del comune; né aveano altromezzo ordinario per far valere agli occhi del sovrano i loro bisogni salvo lavoce dei baronii quali nello stamento militare consigliavano anche intornoalle cose spettanti a quelle ville. Era allora solamente in uso nei comuni unaraunata generale dei popolani nella quale si ragionava talvolta dei negozi dimaggior momento. Ma queste congreghe né poteansi agevolmente intimarenéintimate poteansi facilmente sciogliere con quella quiete ch'è necessaria almaneggio degli affari pubblici. Se devesi adunque commendare lo special favoreconceduto dalla politica aragonese alle città nel curare le proprie bisognenon si può dire lo stesso del pericoloso mezzo che a tal uopo si lasciò nellemani degli abitanti delle ville. Laonde fu poscia giustamente applaudita quellasaggia legge dei reali di Savoiala quale creando per la prima volta inciascuna villa i consigli comunali e determinando le regole di una perpetuasurrogazione e di un torno uniforme nel governo di tutti gli uffizidiede formastabile e sicura all'amministrazione dei nostri comuni.

Non bastava alle città l'onoranza e l'autoritàse iltesoro civico non era al tempo stesso favoreggiato con egual larghezza. Peròliberale fu la misura delle grazie colle quali i sovrani d'Aragona vollero anchein tale rispetto certificare i cittadini della loro predilezione. Furono allorale città investite del dritto di tassare a proprio vantaggio le derrate che perregione dell'interno commercio vi si introducevano. Fu ad esse ceduto pure ildiritto più importante di riscuotere i dazi dell'introduzione delle mercatanziestraniere. Col mezzo di tali esazioni e col profitto derivante dal privilegiotesté mentovato della favorita estrazione del frumento dell'annonacrebbetosto affrettatamente la dovizia delle città principali. Ma non sempre fueguale al profitto delle riscossioni la diligenza dell'amministrazione. Iconsigli civici privaticome altra volta notaidel vantaggio di potersciegliere in ogni classe di cittadini i loro conscrittinon sempre furonocomposti di uomini che rispondessero colla sollecitudine all'ampiezza o colsenno alla difficoltà dei loro carichi. Governati da quelle ingannevoli massimeper le quali credevasi un tempo che le tariffe indistinte e perpetuepartorissero nei mercati l'abbondanzae che il mezzo di dar incremento allearti fosse quello di un esercizio privilegiatotrascorsero tant'oltre nellefalse cauteleche dove credevano mostrarsi guardinghi diventarono improvvidi.Abbacinati più volte dall'interesse speciale del luogonon seppero immaginarealtro giovamento alla patria loro fuorché trattenendo uno spirito di ostilerivalità contro agli altri abitanti dell'isola. Rimessi anche talvolta nelvenire in chiaro dei propri negozie poco solleciti del dare in sulle mani acoloro che li amministravano meglio pel proprio che pel comune profittofuronoragionevolmente accagionati di allentamento e di trascuraggine; e costrettiperciò a ricevere in mezzo a loro alcuni uffizialii quali col nome dideputati dei creditori dell'erario civico intromettendosi nella discussione diquelli affari che davano occasione a qualche novello impegnopotesseroarrestare col loro dissentire la foga dei dispendi soverchi o non ponderati. Perqueste ragioni ed i sovrani ed i viceré dovettero le tante voltea richiestadegli stessi consoli contristati dal dissipamento dei loro precessorifarprovvisione ad un miglior regolamento delle ragioniad una più esattadistribuzione degli uffizi municipali e ad una più avveduta economia nelmaneggio delle entrate.

Tuttavia considerandosi le cose non con quello spirito chescrupoleggia nel ventilare le cose minutema con quel temperato raziocinio chesi appaga dei risultamenti maggioriio penso che si possa creder meritevolemeglio di encomio che di censura la maniera di governarsi dei nostri consigli dicittà. Parmi a tal uopo debbasi notare esser orrevole molto per i consiglil'uso fatto delle dovizie civiche. Devesi ad essi lo splendore dei maggioritempli; devesi la fondazione dei pubblici ospedali; devesi lo stabilimento dimolte scuole minori: devesi la dotazione principale delle due università distudi erette nell'isola durante il governo spagnuolo. Sembrami eziandio che lastessa lunga durata dell'opulenza civica sia un argomento di ben inteso governo;poiché il dissipamento conduce tosto alla strettezzae la strettezzaall'inopia. Ed invece di tale inopianoi avemmo in tutti i tempi le pruovepalesi della magnificenza con la quale le città vennero nei momenti del bisognoal soccorso del tesoro o dello stato. Contrassegno evidente diun'amministrazione non iscreditata è soprattutto quella illimitata confidenzacon cui tutte le classi di persone profferivansi allora di porre nell'erariodella città i loro capitali convenendo del merito annuo. Le tradizioni deinostri maggiori ricordano anche oggidì come quel comperarsi li denari deiprivati dai consoli era per le famiglie un avvenimento sì faustoche conbaldoria e con danze si festeggiava da ciascuno il dì del contratto. Né sipuò dire che per dabbenaggine corressero allora i posseditori di ricchicapitali a cogliere quel frutto che primiero loro si presentava. Perciocchéquelli stessi che tanto affidavansi delle convenzioni conchiuse cogliamministratori delle cittàmostravansi intrattabili allorquando gli uffizialidel fisco aveano ricorso ad essi per eguali pratiche di accatto. Onde il bisognopoi derivò che ogni qual volta il tesoro era manchevole si riparasse allatutelare mediazione delle città; le quali assumendo a proprio carico la pecunianecessaria e versandola poscia nella cassa del fiscoerano obbligate aguarentire se stesse con analoghe convenzionii creditori colla propria fede.Un esempio mi giova qui riferirne toccando di ciò che nel regno di Filippo IVavvenneallorché ridotto egli a molta scarsità di denaio per la guerra diLombardia si ottenne per mezzo di varie città del regno il sovvenimentoragguardevole di cui diedi già contezza altra volta. Scrivea allora il sovranoai ministri dell'isola: trovarsi nelle maggiori angustie; essergliindispensabile un pronto soccorso da tutti i suoi regni; vedessero modo comeraccogliere nell'isola la maggior somma di moneta per loro si potesse; nonbadassero ad ostacoli; ponessero pegno o vendessero qualunque sostanzadell'erario; rata sarebbe e ferma qualunque loro operazione per cui il denaio siconseguisse; un'ora sola d'indugio nuocergli in quella sua strettezza. Iministri sbaldanziti per lo pericolo e per la difficoltà del riparo tentaronoinvano altri espedienti; e la pecunia non si ritrovò fino a quando le cittàinvitate ad intromettersi in quel procaccio se ne addossarono la guarentia.Certo indizio adunque si ha che in quel tempo i popolani riponevano la maggiorloro sicurtà nella fede dei consoli e nelle forme che reggevanol'amministrazione delle cose civiche. E manifesto argomento si ottiene eziandioper asserire che se le amministrazioni civiche nel progresso dei tempi decadderoe poscia ruinaronociò nacque non tanto da vizio intrinsecoquanto daquell'aggregamento quotidiano di novelli carichi sostenuti a pro del fisco.Giacché i patrimoni pubblici e privati non altrimenti sopportano glistraordinari pesi che gli edifici; i quali gravati da pondo sproporzionatoprimieramente fan peloquindi corpoed infine precipitano.

Consistendo una delle entrate principali delle città sardenel profitto dei dazi riscossi nel commercio interno ed esternola ricchezzadell'erario civico è un segno chiaro del movimento che in quei tempi continuòad avere il commercio dell'isola. Dalla più antica tariffa che ancor si serbadei dritti di porto esatti nei primi anni della signoria aragonesesi raccoglieche i Sardi manteneano in quel tempo vivo commercio coi NapoletaniPisaniGenovesiVenezianiAnconitaniSicilianiFranzesi e coi Giudei dellaBarbarianon meno che coi Greci e cogli isolani di Cipro; trovandosi per tuttequeste diverse nazioni stabilito un grado diverso di favore nella misura dellegabelle. Si chiarisce pure per lo stesso monumento che l'estrazione maggioredelle derrate del paese era quella del vinodelle pelli e cuoiadei salsumidell'oliodelle biade e del cacio. Allorché poscia il visitatore Carrillo nelsecolo XVII volle dar conto al sovrano dello stato in cui trovò il commerciodescriveva egli specialmente fra le altre cose estratte in gran copia il caciodel quale narrava trasportarsi annualmente per Valenza e pel regno di Napolimeglio di quarantamila quintali; le pelli della salvaggina procacciate allora ingrande quantità; il vino ed il sale del quale riferiva farsi un copiosotraffico coll'Inghilterra. Rapportava poi quello scrittore come l'isola fosseannualmente visitata dagli stranieri per la pesca del tonno; e per quella deicoralliche faceasi nelle marine di Bosadi Alghero e di Castellaragonese daiFranzesi e dai Genovesi concorrenti in sì gran numeroche contavansi talvoltatrecento dei loro legni in una sola primavera.

Apparisce da altri monumenti che estraevasi pure dall'isolagran copia di paste colà fabbricateed una quantità ragguardevole dibestiamie segnatamente di cavalli; dei quali fu in ogni tempo la terra sardapropizia nutrice. Filippo IIfra gli altri suoi pensieri a pro dell'isolanonavea punto trascurato quello dell'incoraggiare il miglioramento della razza deicavalli. Avea egli perciò inviato colà alcuni scelti capi delle sue stalleonde propagarvi le più belle forme. L'istesso avviso mostrò anche d'avereFilippo IIIil quale mentre il visitatore Carrillo passava in Sardegnaaveafatto spedire a quella volta diciannove cavalli di gran brio. Scrivea perciòquesti al sovrano essersi in tal maniera accresciuto l'armento della coronachein breve tempo era diventata copiosa la ricerca fattane pei porti di Napolidello stato romano e di Barcellona. Ma indi a poco quel buon favore si ammortì;e meglio alla diligenza di alcuni ottimati che all'attenzione dei governanti fudovuta la conservazione e bontà delle razze. Poiché quantunque continuasse adesser compreso nel patrimonio regio quel vastissimo recinto ch'ebbe nome dalvicino luogo di Paulilatinodove cresceano e nudrivansi li più svegliatipuledri dell'isola; e benché i sovrani non lasciassero di trarre utilità dagliarmenti sardii quali fornirono anche nei tempi succeduti i loro eserciti diparecchie centinaia di cavalli in una sola volta; pure talmente fu trasandata lacura di quel fondoche non lunga pezza dopo la relazione del Carrillo si poseil partito se convenisse l'abbandonare il governo di quelle razze e contentarsidel pro delle terre. Ed il partito poscia fu vintoapparendo che negli ultimitempi era quel cospicuo podere in totale rovina.

Questo esteso commercio fruttava in quell'età ai nazionaliil solo vantaggio della vendita delle loro derrate; poiché a pochie forse aniuno di essi cadeva in pensiero di commettere le loro fortune alle vicendedella mercatura. Il traffico era esercitato intieramente dagli stranieriesegnatamente dai Genovesimolte famiglie dei quali rinnovato aveano in Algheroe in Bosaantiche colonie dei Doria e dei Malespinala loro dimora. Prima cheFerdinando il Cattolico avesse cacciato da tutti i suoi regni gli Israelitidovettero questi esser anche in Sardegna dei più procaccianti in mercatanzie. ISardi all'opposto mostraronsi durante il governo spagnuolo più che maistranieri di ogni sollecitudine di commercio; sia che la scarsa popolazionesopperisse appena ai bisogni primari dell'agricoltura; sia che la loro naturaspendereccia anzi che no poco si acconciasse di quello stare in sul tirato chericercasi più fiate nelle negoziazioni; sia finalmente che dopo una cosìprolungata signoriaqualche cosa avessero ritratto delle abitudini dei lorodominatori; dei quali molte volte si disse non cuocere giammai loro il pensierodel dimane quando trovavano modo di satisfare alle necessità del dì presente.

Se si volesse indagare quale risultasse da tale stato di cosequella condizione librata che chiamossi poscia dagli scrittori della scienzaeconomica bilancia del commercioio direi che in quella bilancia il vantaggioera maggiore dal canto degli isolani. Il valore delle derrate sarde cheannualmente si estraevano superava certamente di gran lunga il pregio dellemanifatture che dagli stranieri erano a noi recate. Soprastava specialmentenell'importanza alle altre derrate ricercate periodicamente nei porti d'altrenazioni il frumentodel quale già altra volta notai come copiosa sia statal'estrazione. Le guerre dell'Italia turbando la quiete della coltivazione nellapenisola davano sovente occasioni di abbondevoli procacci. Non poteasi pertantoparagonare l'introito delle cose altrui all'escita delle nostre; perciocchésebbene fosse assai scarsa e manchevole l'industria degli isolani; pure lamancanza di lusso nelle persone di condizione mezzana e nella numerosa classedelle genti di contadoe la gravità dei dazi stabiliti nelle dogane dellediverse città faceano sì che difettando tutti di molte coseabbisognasse lamaggior parte di poco. Una pruova di ciò si ottiene anche col notare i vantaggidella dogana maggiore dell'isolala quale di rado somministrava un'entratasopravanzante li ventimila scudi. La qual cosa significa che il valore dellemerci straniere allora introdotte in quel porto principalenel quale il drittodi gabella corrispondeva ordinariamente con poco divario alla quinta parte delprezzonon oltrepassava i centomila scudi. Estendendosi pertanto la proporzionedi un eguale introito al porto di Algheronel quale attiravasi il principaletraffico del Logodoro; ed allargandosi anche i calcoli per la ragione delledifferenze fra i valori reali delle mercatanzie ed i valori descritti nelletariffe; come anche per ragione delle molte persone favoreggiate con ispecialefranchigia di dazi; tale pur presentasi il risultamentoche lungidall'eguagliarsi il valore delle derrate sarde estrattenon molto si sopravanzail valsente solo della gabella che il trasporto del frumento solea alloragittare a benefizio del tesoro.

L'abbondanza di queste estrazioni è la miglior testimonianzaad un tempo dello stato prosperevole dell'agricoltura. Non è già che iointenda commendare i metodi che trovavansi in uso; perché quell'imperfettaproprietà nella maggior parte dei terrenigià da me altra volta riferita aitempi dell'incursione dei Barbariben lungi dall'essere stata ammendata dalgoverno spagnuolocontinuò ad avere un'influenza tanto più estesa sullarustica economia in quanto che colla propagazione della signoria feudale siaggiunse alla sproporzione fra le terre ed i coltivatoriorigine vera dellacomunionela sproporzione fra le terre ed i padroni. Mio intento solo è dinotare come continuasse anche allora la Sardegna al pari dei tempi romani adesser favoreggiata insieme dalla benigna natura dei suoi terreni e dal bisognoche sentivasi da parecchie provincie di far colà provvisione alla loro annona.Bisogno non ha guari menomato con danno gravissimo dell'isola nostra; dappoichéle vaste e protette seminagioni delle terre litorali del Mar Nerofacendotraboccare in tutti i mercati europei il frumento dell'Orienteaprirono novellesorgenti al commercio.

Quel periodico accorrere degli stranieri all'incetta dellenostre derrate dovea bastare a confortare l'interesse dei coltivatori. Nullamenoanche le saggie leggi veniano in aiuto. Notevoli quant'altre mai sono leordinazioni fatte dal governo spagnuoloo ricercate dalle nostre corti perproteggere l'agricoltura. Soprasta alle altre il privilegio che agli agricoltoriera riserbato nell'estrarsi dal regno le biade. Era allora legge speciale diannona che confrontate nel mese di settembre in ciascun anno le dinunzie dellericoltesi stanziasse quale quantità si potesse estrarre; lasciandosi peibisogni dell'isola ciò che ricercavasi pel sostentamento di un anno e mezzo.Deliberato ciòaccordavasi agli agricoltori il dritto di poter estrarre conadeguata proporzione e con favore speciale di gabella il loro frumento. In talmodo giovandosi eglino del pro corrispondente ai forti dazi allora impostisentivano tutto il vantaggio di una delle leggi le più benefiche che quelgoverno abbia bandito per l'incremento dell'agricoltura. Non meno avvisatifurono i legislatori spagnuoli e gli stamenti dell'isola negli altriprovvedimenti ragguardanti all'istesso suggetto. Fra questi devonsi specialmenterammentare: l'istituzione benché imperfetta dei monti frumentari altra volta dame accennata; l'abolizione di ogni qualunque tassa nel commercio dei frumenti ecivaie; il favore conceduto all'agricoltore il quale avesse coltivato diecimoggia di terrenodel non potersi staggire le sue sostanze prima della ricolta;l'immunità dei coltivatori da qualunque carico personale durante il periododelle opere rusticane; il privilegio per cui nel rispondere in giudizio agliimpegni da essi contrattinon poteano esser privati degli stromenti e buoiimpiegati nella coltivazionesalvo a fronte di chi avesse loro venduto quelbestiame; la sollecitudine infine adoperata acciò quei ministri ai quali per ledisposizioni della Carta di Eleonora era commessa la guardia dei seminati e deipoderinon trascorressero quello scopo nel quale le caute ordinazioni dellanostra prisca legislazione andavano a ferire.

Nel ragionare dell'agricoltura sarda non si deve omettere difar menzione di alcune novelle coltivazioni introdotte nell'isola dopo l'etàalla quale altra volta mi attenni toccando dello stesso argomento. Merita fra lenuove piante la primiera contezza sia per l'antichità del traspiantamentocheper la nobiltà della specieil melarancio. Coloro che scrissero come siansinaturate in Italia le diverse qualità di questa pianta orientaleattribuironoil primo pregio di quell'opera a Palladio. Ma questo scrittorelungi dal darsiquel vantofé conoscere che già nella sua età erano i melaranci coltivatinella Sardegna e nella Campania. Asserisce Marzialescrivea eglinon essernell'Assiria questi alberi privati di poma; ed io n'ebbi esperimento nei mieipoderi di Sardegna e di Napoli». Per la qual cosa un accurato scrittoreitalianoconsiderando che almeno il trascorrere di un secolo era necessario perottenere nella coltura di una pianta restia ai climi occidentali quel successo;e dimostrando ad un tempo che quel Palladio non è diverso dal Palladio diPoitiers vivente nel quinto secolovenne giustamente a conchiudere chel'introduzione in Sardegna di quelle piante seguì tra il secolo terzo ed ilseguente. E ben augurata fu al certo quella coltivazione; poiché felicementeallignando le novelle piante poterono anche senza un governo assai diligentepropagarsi in tanta copia e sorgere a tale altezzache al viaggiatore il qualeabbattasi nelle balsamiche nostre pianure di Milisnon può non recare stuporequella rigogliosa vegetazione.

L'altra utile pianta che in Sardegna era ignota negli antichitempi è l'olivo. Gli olivi erano certamente coltivati nell'isola nell'età deinostri giudici. Ma devesi specialmente allo zelo dei nostri parlamenti lamoltiplicazione di un albero di cui la natura avea già abbondevolmente fornitole nostre terreprima che l'industria ne dimesticasse il frutto. Le cortifecero più volte vive istanze acciò si cignessero di olivi tutte le terrechiuse dell'isola ed affinché si chiamassero ad ammaestrare i nazionali nelleinnestagioni alcuni abili coltivatori della terraferma. Il sovrano venne insoccorso di quelle saggie ordinazionicomandando ai signori dei feudi difabbricare nei siti opportuni i mulini per schiacciar le coccole; ed accordandoai posseditori degli oliveti alcuni speciali privilegi. Nondimeno io penso chemolto eziandio si debba nella propagazione di tale piantache Columella chiamòla primiera delle pianteal lungo soggiorno fatto fra noi in ogni tempo daiGenovesi. Poiché la maggior quantità d'olio estraevasi negli ultimi anni delgoverno spagnuolo dalle terre della provincia di Bosa; dove aveano una voltasignoreggiato i Malespina e continuavano anche nella succeduta età a porrestanza molte famiglie di Genova.

Alla ricchezza procacciata alla Sardegna dal traspiantamentodegli alberi orientali e dall'ingentilimento dei proprisi aggiunse negliultimi secoli il profitto di una pianta americanache dall'oscurità in cuigiaceva in una isoletta del nuovo mondosalì non senza bizzarra venturaall'onore di esser careggiata in tutta la terra e descritta nell'elenco nelquale si registra il tesoro dei principi. Il tabacco allignò prontamente inSardegna per la natura accettevole delle sue terre. Ciò nonostante non sembrache molto fosse propagata o favoreggiata la coltivazione nei tempi dellasignoria spagnuola; perché non mai venne allora in pensiero ai dominatori diformarne un dritto regale. Pose mente a ciò il succeduto governo degliAustriaci; il qualeriserbando al fisco il vantaggio del macinamento e deltraffico della nicozianaarricchì il tesoro sardo di una novella eragguardevole entrata.

Con minor appagamento mi tocca ora di fare il confronto dellapopolazione dell'isola nei tempi dei quali scrivocon quella degli antichitempi. Notai già altra volta come malgrado delle incursioni dei Barbari fossenell'età dei nostri giudici fiorita la popolazione della Sardegna. Col governoaragonese trasservi d'ogni parte a danno comune le cause tutte del disertamento.Guerre permanenti per un secolo e mezzo; battaglie guerreggiate nelle provinciele più popolose; stragi efferate succedentisi l'una all'altra; pestilenzespaventose e frequenti. A dire come tante calamità assembrate abbiano sepoltoimmaturamente la più gran parte degli abitatori sarebbe una cosa agevole eciascuno lo avvisa. Ma sì dirò che la signoria lungi dal far provvisione conqualche mezzo straordinario a riempiere quel gran votocontribuì adaumentarlo; primieramente col bando dato a tutti gli Israeliti che dopo l'imperodi Tiberio erano colà cresciuti; e poscia coll'impedire che colonie di gentistraniere venissero a por seggio fra noi. Per la qual cosa quando molte famigliegreche di credenza cattolicafuggendo i disastri della loro patriariparavanonel secolo XVII ad altre terre e ricercavano un ricovero nell'isolail governospagnuolo fé dar loro commiato; sì che dovettero approdare in Corsicadoveebbero più fortunata stanzafondandovi prosperevoli colonie. Non dee pertantorecar sorpresa se ai tempi del visitatore Carrillo nella città di Sassari siannoverassero appena duemila e ottocento abitanti; se in quella di Cagliari sicontassero poco meglio di quattordicimila cittadini; se nei primi anni delsecolo seguente siansi ridotti a soli dodicimila; se nell'isola intiera infineallorché fu sottoposta alle armi di Savoiasiansi appena computatitrecentomila popolani.

Potrebbe qui taluno notare che fra le cause dellospopolamento debba esser annoverato l'aumento delle famiglie regolari religiosech'ebbe luogo durante il governo spagnuolo. Ma siccome nei tempi dei nostrigiudici che dimostrai già popolosise scarseggiavano nell'isola i seguacidelle novelle regole claustraliabbondavano in egual proporzione gli antichimonaci; io penso che il confronto intrapreso di un'età coll'altra poco sipotrebbe aitare di tale osservazione. La quale se merita riguardo allorquandoprocede dal credere che male si risponda pel vizio delle persone ai bisognidella religionenon porta il pregio di maggiore disamina quando muove da quellaesagerata propensione di considerare negli uomini il solo vantaggio dellamateriale moltiplicazione; per cui molti scrittori valutando appena le dotidell'intelletto e della pietà e tenendo le ragioni della generazione degliuomini come quelle della figliatura degli armentisi diedero a declamare controalle discipline del celibato religioso.

Contentandomi perciò di dar un cenno dell'introduzionefattasi nell'isola delle regole diversetoccherò invece di quelle fra esse cheavendo maggior corrispondenza coi bisogni civili del popolo possonoopportunamente aver la lor sede in questa narrazione. E posto che di quelleregole le quali furono indirizzate ad educare la gioventù nella pietà e nellelettere mi occorrerà altra volta di far menzionequando ragionerò dello statodella pubblica istruzionemi atterrò in questo luogo a rammentare come finodai primi tempi della monarchia aragonese quell'istesso don Alfonsoil qualeavea con ispeciale predilezione favoreggiato il castello di Bonariateatrodelle sue glorie militarivolle che ivi avesse stanza la regola detta dellaMisericordiagià celebre in Ispagna nel preceduto secolo per lo scopo piissimoche i suoi seguaci aveansi prefisso di redimere anche con lo scambio dellapropria persona gli infelici caduti nella schiavitù dei Barbareschi. E fucertamente un felice pensiero di don Alfonso il fare che quei regolari stesseroin quel luogo eminente sopraccapo al più vasto e ricercato golfo dell'isola; secon ciò avvisò egli a far sì che siccome ricorreva di continuo ai loro occhil'immagine delle felici navigazioniricorresse anche sovente al loro animo laricordanza dei navigatori infelici.

Se la propagazione di questa regola è dovuta specialmenteall'interesse con cui i sovrani aragonesi osservavano un'istituzione nata neiloro statidevesi solamente all'umanità dei nostri consigli di città lachiamata di quell'altra regola la quale col titolo consolante di "Fate benfratelli" fu indiritta ad aver cura degli infermi. Da lungo tempo esistevain Cagliari l'ospedale pubblico di carità eretto principalmente e sostentatodalla pietà dei consoli. Da lungo tempo dotati parimente colle renditemunicipali esistevano in Sassari li due ospedali chiamati di S. Croce e deileprosi. Lo stesso erasi fatto nelle altre due città più importantidell'isolaOristano ed Alghero. Ma consapevoli i consigli del frutto chealtrove avea partorito l'opera di quei regolarideliberarono d'invitarli a porsede fra noi; ed in tal maniera nel secolo XVII restò commesso specialmentealle loro sollecitudini il governo di quei luoghi di carità.

Non restando a dire verun'altra cosa d'importanza dellematerie ragguardanti alla popolazione dell'isola nell'età di cui scrivocadequi in acconcio il notare quale fosse l'opinione che correa in tal tempo dellacondizione morale della stessa popolazione. In tale propositoriserbandomi io apresentare novelli schiarimenti quando darò cenno delle cose letterarienonpotrei io in questo luogo soddisfar meglio a quel ragguaglio rapido ch'è soloconfacente all'indole di questa mia scritturache rapportando la testimonianzad'uno straniero assennato; il quale avendo visitato attentamente l'isola in unaetà mezzana fra la quiete e la cessazione della signoria spagnuolaebbepropizia l'opportunità di osservare le persone e le cose nel periodo il piùadatto ad una sicura disamina. È questo straniero quell'istesso MartinoCarrillo di cui più fiate mi toccò di fare orrevole ricordo. Ed ecco comescrivea dei Sardi a Filippo III questo grave personaggioscevero da un cantoper la sua condizione da qualunque passione del parzialeggiare; sceverodall'altro per la propria virtù da quell'orgoglio che abbacina sovente gliocchi alle persone investite di una vasta autorità; e da quella debolezza percui illusi in altra guisa molti raccontatori delle cose lontanecredono nonpoter eglino venire in grande grazia ai lettorise scrivendo non declamanoonon folleggiano. Vivono in Sardegna in questo temposcrivea eglimoltipersonaggi assai dotti nelle scienze divinenella legge e nelle umane letterei quali colla costumatezza del vivere illustrando la Chiesa ed il secolomeriterebbero che io qui potessi darne maggior contezza. I prelati rispondonoalle sollecitudini di V. M. col contegno esemplare; e nel regno la religioneserbasi pura quanto in altra provincia mai. Manca solamente agli isolani unmaggior soccorso nei lori studiacciò non siano costretti a spatriare. La qualcosa torna forse in altro rispetto in loro dannopoiché con quellecomunicazioni corrono il rischio di corrompere le altre buone loro doti».Toglie perciò occasione il visitatore da questo cenno per porre in vista del reil bisogno di accelerare il compimento dei provvedimenti che allora pendevanoper lo stabilimento dello studio generale.

Seguendo quindi in altro luogo a dar contezza del caratteredegli isolani scrivea: I cittadini sono inciviliti ed ausati alle manierecortigianesche ed all'urbano trattarecome nella Castiglia. Vestono le sete edi drappi che loro giungono da Napoli e da Genova e non curansi di avere talimanifatture nel loro paese; o perché loro non sarebbe agevole l'esito; operché la perdita che fanno in quel procaccio è abbondevolmente ricomperataco