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CARLO COLLODI

Storie allegre

 

 

L'omino anticipato.

Ossia la storia di tutti quei ragazzi che vogliono parereuomini prima del tempo.

 

 

 

 

 

1. Il signor Gigino.

 

Quando lo conobbi ioaveva appena dieci anni. Di nome sichiamava Gigino.

Non era né bello né brutto. Aveva un par d'occhietticerulei: i capelli biondissimid'un biondo chiaro come la stoppa: il naso unpo' ritto e voltato in su e le gambe un tantino magre più del bisogno.

Nell'insiemepoteva dirsi un buon figliuolo. A scuola nonfaceva miracolima il maestro mostravasi contento: in casa poi era il cuccodella mamma e l'occhio diritto del babbo. Guai se le sorelle e i fratellimaggiori avessero torto un capello a Gigino! C'era da far nascere una specie difinimondo.

Volete che vi dica il più gran difetto di questo ragazzo?Durerete fatica a crederloeppure è così: il suo più gran difetto era quellodi vergognarsi a passar per un ragazzo: voleva per forza parere un giovinottoun uomo fatto!

A domandargli quanti anni avesseper il solito rispondeva:

“Il babbo e la mamma dicono che ne ho dieci: ma lo diconoper farmi arrabbiare...”

“O dunque quanti anni hai?”

“A dir poco pocone devo avere dodici per i diciotto: unaltr'anno sarò di leva...”

“Come fai a saperlo?”

“Chi può saperlo meglio di me? Gli anni sono mieienessuno me li può levare.”

Fatto sta che Giginomentre pretendeva di essere ungiovinotto e un omino maturato prima del temposi dava a conoscere per unragazzo più ragazzo di molti altri. Era bizzosocapricciososvogliatoghiotto di zucchero e di pasticcini: un po' bugiardo: prepotente e permaloso co'suoi compagni di scuolae fanatico dei balocchi fino al segno di pigolare tuttii giorni qualche soldo per comprarsi un burattino o un cavallo di terra cottacol fischio nella coda.

Voi forse mi domanderete: “In qual mododunqueil signorGigino mostrava questa sua gran passione di farsi credere un giovinotto?”

Ve lo dico subito: la sua passione stava tutta nel desideriodi potersi vestire da uomocome il suo fratello maggiore che avevaoramai vent'anni compiti: vale a direinvece del solito berrettinoavrebbepreferito un bel cappello a tuba: invece della giacchettinaun soprabito dipanno neroe invece della golettina rovesciatache lascia libero il collounbel golettone ritto e inamidatocome il collare dei preti.

 

 

2. Il cappello a tuba.

 

Fra tutte queste galanteriela più agognata per il nostroGigino era il cappello a tuba.

Un giornosfogandosi con la Veronicala cameriera che peril solito lo accompagnava a spassoarrivò fino a dire: “CrediloVeronicaper un cappello a tuba darei tutti i miei libri di scuola.”

“O perché non se la fa comprare dal babbo?” ripigliò lacamerieraridendo come una matta.

“E perché ridi?” domandò Gigino impermalito.

“Ridoperché a vedere un ragazzocome leicol cappelloa tubami parrebbe di vedere un fungo porcino.”

“Povera donna! ti compatisco...”

“La mi compatisca quanto la vuolema a me i ragazzivestiti da ominini grandi mi somigliano tante maschere fuori di carnevale...”

La mattina dopo (era per l'appunto giovedìgiorno divacanza per la scuola) il nostro Giginofrugando nell'armadio di guardarobagli venne fatto di trovare un vecchio cappello di felpatutto bianco dallapolvere. Era un vecchio cappello del suo babbo.

Tutto allegrocome se avesse trovato un tesorose lo portòvia di sotterfugio; e ritiratosi nella sua camerasi pose a spazzolarlo e astrigliarlocome se fosse stato un cavallo.

Quel povero cappello in alcuni punti era diventatobianchiccio a cagione del pelo andato via: ma Giginosenza perdersi d'animovirimediò subitoe presa la boccettina dell'inchiostrorestituì alla felpa delcappello il suo bellissimo color morato.

Poi se lo pose in testa: ma il cappello era così largochegli calava fino al principio del naso.

Gigino non se ne dette per inteso: e andandosi a guardarenello specchiocominciò a dire gongolando dalla gioia:

“Ecco qui... non sono più il medesimo: paio proprio unaltro... neanche la mamma mi riconoscerebbe!... Bisogna convenire che ilcappello a tuba è quello che fa parere uomini... Se gli uomini portassero iberretticome noisarebbero tanti ragazzi... Che cosa pagherei di farmi vederecon questo cappello dai miei compagni di scuola!... Chi lo sa comem'invidierebbero!... E il maestro?... Scommetto chese andassi a scuola conquesto cappelloanche il maestro avrebbe un po' di soggezione di me... Oh! chebell'idea!...”.

Detto fattoGigino ebbe lì per lì una bellissima idea.Levatosi il cappellocorse da sua madre e le disse: “Ti contentimammachevada qui dal cartolarosulla cantonataper comprare un quinternino di carta?”

“Mi prometti di tornar subito?”

“In un lampo.”

“E non ti fermare dinanzi alle vetrine delle botteghe.”

“Che mi credi un ragazzo?”

E senza stare a dir altroGigino ritornò in camera; e dopodue minuti era giù in mezzo alla stradacon in testa il suo bellissimocappello a tubaritinto a nuovo.

La gente si voltava a guardarloe rideva: ma lui sipavoneggiava ed era contento come una pasqua.

Per altro le contentezze in questo mondo durano poco: tant'èvero che prima di arrivare alla bottega del cartolaroil nostro Giginoincontrò due monelli di stradache incominciarono a girargli d'intorno e afargli delle grandi riverenze e dei grandi salamelecchigridando con quantofiato avevano in gola:

“Sor Dottorebuon giorno a lei!... Ben arrivato sorDottore!”

Altri monelli sopraggiunsero strillando:

“Guarda che bel Cappellone!... Sor Cappellonela sirigiri!... Evviva Cappellone!...”.

E lì grandi risateurlifischiun baccano indiavolatodalevar di cervello.

Il povero Giginoche avrebbe pagato Dio sa che cosa per averle ali come un uccello e tornarsene volando a casa dalla sua mammasi provòpiù volte a farsi largo e a svignarselama i monelliriunitisi in cerchiogli chiudevano ogni via di salvezza.

“Mi pare una bella porcheria!” gridò piangendo. “Iovado per i fatti mieie non do noia a nessuno... e non voglio che nessuno dianoia a me...”

“Bravo Cappelloneurlò un ragazzacciopiù sbarazzinodegli altri. Bravo Cappellone!... tu ragioni meglio d'un libro stampato... emeriti la mancia.”

E nel dir cosìgli diè sul cappello un colpo cosìscreanzatoche il cocuzzolo volò via di nettoe il povero Gigino rimase conla sola tesa penzoloni intorno alla testa.

Figuratevi lo scoppio delle risate!

Appena tornato a casail nostro amico si chiuse in cameraper bagnarsi con l'acqua fresca un bel graffio sul nasoraccapezzato in mezzo aquel gran parapiglia.

 

 

3. Il goletto insaldato.

 

Il graffio del naso non era ancora guarito per beneche giàil nostro amico Giginoper la solita grulleria di vestire da uomo fattonemeditava un'altra delle sue.

Una mattinaavendo trovata la Veronica in guardarobacherassettava della biancheriale disse con una manierina incantevole:

“DimmiVeronicami faresti un piacere?”

“Si figuri!”

“Ma prima mi devi promettere...”

“Che cosa?”

“Di non dir nulla alla mamma.”

“Si comincia male” osservò la camerieraalzando latesta e guardando in viso il ragazzo. “Dev'essere dunque un segreto?”

“Un segretono... ma eccovorrei...”

“Animo via: sentiamo di che si tratta.”

“Si tratta di un goletto da collo del mio fratello Augusto.”

“Come c'entra il suo fratello Augusto?”

“Bisogna sapere che Augusto mi ha regalato uno de' suoigoletti da collo: ma per me è troppo grande... e vorrei che tu mi facessi ilpiacere di ristringerlo.”

“E un ragazzinocome leivuol mettersi un golettaccioalto e insaldato a quel modoche pare un collare? Quei golettiabbia pazienzastaranno bene agli uomini e ai giovinottiperché oramai la moda vuole cosìecon la moda non ci si ragiona: ma i ragazzetti della sua età fanno migliorfigura con la goletta arrovesciatae che lascia scoperto e libero il collo. Latenga a mentesor Giginoche i ragazzi bisogna che vestano da ragazzi: se noc'è da scambiarli per tanti uomini rimasti nanerucoli e piccini.”

“O che sarebbe una vergogna? Io sento che il babbo e lamammaquando vogliono dire un gran bene di qualche ragazzolo sai come dicono?Dicono sempre: quello è un ragazzo che par proprio un omino.”

“Verissimo: ma non intendono dire che paia un ominoperché porta i goletti ritti e insaldaticome usano gli uomini: neanche persogno! Intendono dire che il tale o il tal altro ragazzo pare un ominoperchénon è bizzosoperché non è scapatoperché ha giudizioperché studia e sifa onore e perché preferisce i libri ai balocchi.”

“BastabastaVeronica: il resto me lo dirai un'altravolta. Me lo fai dunque questo piacere?”

“Eppure scommetto che se il suo babbo fosse tanto buono dacomprarle un cappello a tubalei non si vergognerebbe a farsi vedere in mezzoalla strada con quella cupola in capo!”

Gigino guardò in viso la Veronicae abbassando la vocedomandò:

“Hai saputo forse qualche cosa?...”.

“Di che?”

“Del cappello...”

“Cioè?”

“Dunque non sai nulla?... Meno male... Che cosadunquedicevi?”

“Dicevo che lei sarebbe capacissimo di mettersi in testa uncappello a tuba e di andare magari a farsi vedere da tutti!...”

“Sicuro che ci anderei.”

“Ma non pensa ai fischi e alle risate dei monelli distrada?”

“DimmiVeronicache hai saputo per caso qualche cosa?...”

“Di che?”

“Meno male: non hai saputo nulla!... Dicevi dunque?”

“Dicevo che i ragazzacci di strada sono ancheimpertinenti... e non so se si contenterebbero soltanto di ridere e difischiare.”

“E che vuoi tu che mi facessero di peggio?”

“Chi lo sa! Potrebbero alzare le mani e sentirsi ilpizzicorino di lasciar cadere sul suo cappello qualche solennissima latta...”

“Latta?... E che roba sono le latte?”

“Sono quei colpacci a mano aperta affibbiati per celia oper davvero sul cappello degli altri.”

“E se qualche ragazzaccio si pigliasse la confidenza disciuparmi il cappellotu credi che io non ne avrei il coraggio?...”

“Il coraggio di far che cosa?”

“Di scappare e di andar subito a raccontarlo alla mamma?...Per tua regolaio non ho paura di nessuno.”

“Lo so che lei è dimolto coraggioso: tant'è vero che laseraquand'è entrato a lettovuol sempre la candela accesa. Guai a lasciarloal buio!”

“Che cosa c'entra la candela col coraggio? Il coraggio èuna cosae la candela è un'altra: ne convieni? E poi devi sapere che il miomaestro di ginnastica ha promesso fra sei o sett'anni d'insegnarmi la scherma...e quando saprò la scherma... allorate lo dico ionon avrò più paura dinessuno. Ma insommaVeronicame lo fai questo piaceresì o no?”

Giginomi dispiace a doverlo direaveva un altro difettocomunissimo del resto a molti ragazziquellocioèche quando cominciava achiedere una cosanon la finiva piùfino a tanto che non l'aveva ottenuta. Ea furia di ripetere e di pigolare la medesima cosa diventava così noioso ecosì seccatoreda sfondare lo stomaco.

Prova ne sia che la Veronicapur di levarsi di torno queltormentoprese dispettosamente il golettoe tagliatone un pezzo e ricucitoloalla meglio con pochi puntilo ridusse adattato al collo del suo padroncino.

Chi più beatochi più felice di Gigino? Ballando esaltando corse a rinchiudersi nella sua camerinae lì tanto fece e tantoannaspòche finalmente poté guardarsi nello specchio col suo nuovo golettointorno al collo.

Ma il nuovo goletto era così alto e così duramenteinsaldatoche il povero figliuolo sentiva tagliarsi la gola! Non poteva piùabbassare la testa: non poteva voltarsi né di qua né di là: pareva proprio unimpiccato. Eppure quel giuccherello era contentotanto contentoche sarebbedifficile figurarselo!

La sua prima idea fu quella di chiedere alla mamma il solitopermesso per andare dal solito cartolaro a comprare le solite penne: ma poitornandogli in mente la gran disgrazia toccata all'infelice cappello a tubapensò meglio di scendere giù nel giardino. Se non foss'altroscansando ilpericolo d'incontrare i monelli di stradasi sarebbe levato il gusto di farsivedere dal giardinieredalla moglie del giardiniere e dal loro bambinetto.

Appena arrivato sulla porta del giardinoil primo a venirgliincontro fu Melampoun grosso cane da guardiache cominciò subito a guardarlomale e a ringhiarecome se avesse voluto mangiarlo.

“Che cos'ha Melampo?” gridò Gigino al figliuolo delgiardiniere. “Che forse non mi conosce più? Non riconosce il suo padrone?”

“Come vuol che faccia a riconoscerlocon codesto golettoneche gli fascia tutta la gola?... Lo credasor Giginoduro fatica ariconoscerlo anch'io... Da ieri a oggil'è così imbruttito... con rispettoparlando!”

“Imbruttito?... Sarebbe a dire?...”

“Lo credasor Giginola mi pare un gallettoquando glihanno tirato il collo... Che gli è venuto forse un tumoreDio ci liberi tutti?”

“È meglio che me ne vadasenza risponderti... se notene direi delle belle” masticò Gigino fra i denti: e si avviò verso ilpergolato.

Ma costretto a camminare a testa alta e non potendo vederedove metteva i piediinciampò dopo pochi passi in un secchione pieno d'acqualasciato per dimenticanza nel mezzoe cadde lungo disteso sulla ghiaia delviale.

E la sua caduta fu così divertenteche alcune gallinelequali stavano beccando lì dintornoinvece di fuggire spaventatecominciaronoa sbattere le ali e a fare coccodè coccodètale e quale come seridessero di genio alla vista di quel ragazzo così buffo per il suo golettoneinsaldato. Basti dire che fra quelle gallineve ne fu una chenello sforzo delgran riderescodellò senza avvedersene un bellissimo ovo fresco.

Giginocome potete immaginarvelotornò a casa tuttomortificatoe c'è da compatirlo! Se col suo goletto avesse messo di buon umoresolamente il ragazzo del giardinierepazienza! Ma far ridere anche le gallineè troppo! Veramenteè troppo!

 

 

4. La scherma.

 

E qui bisogna ritornare un passo indietrocome dicono iraccontatori di novelle.

Dovete dunque saperemiei piccoli e carissimi lettoricheil brutto caso di quel povero cappello a tubastrapazzatopercosso e diviso indue pezzi sulla pubblica vianon rimase un segreto per i compagni di scuola delnostro amico Gigino.

Uno scolaroper combinazionevenne a saperlo: e quando unragazzo sa qualche cosapotete aspettarvi che dopo cinque minuti lo sanno anchetutti gli altri ragazzi. Così sapessero tutti l'Aritmeticala Storia e laGeografia!

Fatto stache fra i compagni di scuola di Gigino trovavasiun certo Amerigo chiamato di soprannome il Biondoperché di capelli edi carnagione era biondo come un cannello di brace.

Il Biondo non aveva che una sola passione (bruttissimapassione): quella di divertirsi e di ridere alle spalle degli altri ragazzi.Inventava per tutti qualche canzonatura o qualche scherzo impertinente. A chi ledavae a chi le prometteva.

Figuratevi la sua contentezzaquando gli raccontarono lastoria della famosa latta cascata sul cappello a tuba del povero Gigino!

Prese subito di mira l'amicoe non gli dètte più pace; nonlo lasciò più ben'avere un minuto solo.

Tutte le volte che nell'andare a scuola s'imbatteva in luiaffibbiavagli subito un bello scappellotto sul berretto: e poifingendosidolente e mortificatodiceva con voce di piagnisteo:

“Scusasai: mi pareva che tu avessi in testa il cappello atuba!... Non lo farò più!...”.

Il nostro Giginoa questi scherzi sguaiati ci soffrivaproprio ci soffriva: e avrebbe dato volentieri una buona lezione al suo accanitopersecutore: ma la paura era quella che lo tratteneva: e la paura è statasempre una gran tara per tutte quelle persone che vorrebbero aver coraggio.

Alla finenon potendone piùfece un animo risolutoedisse al suo maestro di ginnastica:

“Sentasignor maestroio vorrei che lei m'insegnassesubito la scherma”.

“Che cosa vuoi far della scherma?”

“Voglio battermi...”

“Con chi?”

“Con nessuno.”

“Benissimo: il signor Nessuno è l'unico avversarioadattato per te!” urlò il maestrodando in una gran risata.

“Eppure anche il babbo dice sempre chequando sarò piùgrandedovrò imparare la scherma...”

“Quando sarai più grandesì: ma che cosa vuoi far oggidella scherma? oggi che sei un ragazzino alto poco più d'un soldo di cacio?oggi che non hai nemmeno la forza di reggere in mano il fioretto?...”

“Scusi: che cosa sarebbe il fioretto?”

“Te lo spiegherò un'altra volta.”

“Scusisignor maestro: non potrebbe darmi qualche lezionetanto per cominciare?...”

“Voglio contentarti. Per oggi t'insegnerò il modo di starein guardia.”

“Mi dispiace... ma in guardia oggi non ci posso stareperché dopo la scuolami aspettano a casa”.

Il maestro fece di tutto per non dare in uno scoppio di risa:quindi riprese:

“Animo! Mettiti làrittoimpettito della persona.Benissimo! Ora porta la mano sinistra dietro la schiena... Nossignore! codestanon è la mano sinistra: codesta è la destra... Va bene così: ora con ladestra impugna questo bastoncinoche farà da fioretto”.

“Scusisignor Maestroche cos'è il fioretto?”

“Te lo spiegherò un'altra volta. Ora allunga il bracciodestroe facendo un passo in avantimuoviti verso di mecome se tu volessicolpirmi.”

“E poi?”

“E poi la lezione è finita.”

“È tutta questa la scherma?”

“Per la tua etàne hai imparata anche troppa e te neavanza”.

Dopo quella lezione di schermaGigino diventò una specie digigante Golia. Nessuno gli faceva più paura. Tant'è vero che un giornoessendosi preso a parole col Biondogli disse sul viso:

“Sono stufo delle tue sguajataggini: dopo la scuola cibatteremo”.

Detto fattoi due avversari si ritrovarono insieme sopra unapiazzetta desertauno di faccia all'altro.

“Attento!” disse Gigino al Biondo. “Allunga il bracciodestroe passa la mano sinistra dietro la schiena.”

“Parli con me? Io per tua regola non ho tempo da perdere intanti complimentie mi sbrigo subito.”

E senza aggiungere altre parolecaricò sulle spalledell'avversario un carico di pugniquanti potrebbe portarne un ciuchino.

Il nostro amico tornò a casa tutto indolenzito: e lungo lastrada si consolava di tanto in tantodicendo fra sé:

“È vero che ne ho toccate! Ma quella lì non era schermaquelli erano pugni”.

 

 

5. La cascata da cavallo.

 

Venuto il tempo delle vacanzeGigino andò a passare duemesi in campagna insieme con la sua mamma.

Il babbo rimase in cittàperché essendo il tempo delleelezionie volendo riuscire eletto deputato alla Cameraaveva bisogno digirare dalla mattina alla sera come un fattorino della posta.

A poca distanza dalla villa del nostro amico c'era una casacolonica abitata dalla famigliola del contadino: vale a dire padremadre e dueragazzetti.

Il maggiore di questi due ragazzi aveva forse la stessa etàdi Giginoe si chiamava Ceccoil minore era un bambinetto di quattr'anniappena.

“Come si chiama questo bimbo?” domandò Gigino allamamma.

“Il suo nome vero sarebbe Brandimarte: ma noiqui infamigliagli si dice Formicolaperché egli è piccino come un baco daseta.”

Giginocome potete immaginarvelopassava tutte le suegiornate in casa del contadinoed era diventato l'amico indivisibile di Cecco.

Una voltafra le altregli domandò:

“Che cosa si potrebbe fare per divertirsi un poco?”

“Sentasor Giginovuol dar retta a me? Io ci ho un belcarrettino di legno a quattro ruote: lei c'entri dentroe farà da padroneeio farò da cavallo e tirerò il carretto.”

“Codesti mi paiono balocchi da ragazzi!” disse Giginopigliando l'aria d'un uomo serio e sbadigliando senza averne voglia.

“O che lei è vecchio?”

“Non ti dirò di esser vecchio: ma oramai tutti miscambiano per un giovinotto.”

“Ioper esempio”soggiunse Cecco“se dovessiscambiarlo con qualcunolo scambierei con un ragazzo...”

“Un ragazzo io?... Ma non sai che fra dieci anni sarò dileva e mi toccherà a fare il soldato?”

“Io non ci ho colpa”rispose Cecco stringendosi nellespalle.

“E fuori del carretto a quattro ruotenon avresti nessunaltro passatempo?...”

“L'anno passato ce l'avevo...”

“Che cosa avevi?”

“Un cavallino bianco così addomesticato e alla manocheveniva dietro come un pulcinoquando gli si butta il panico...”

“E ora è morto?”

“È lo stesso che sia mortoperché il padrone l'havenduto.”

“E quando lo ricomprate il cavallo?”

“Il cavallo ce l'abbiamoma sarebbe quasi meglio di nonaverlo. Di quei cavallacci cattivi!... La si figuriche a fargli una carezzaabbassa subito gli orecchi e mette fori certi dentoniche paiono manichi dicoltello.”

“E corre dimolto?”

“Gli è uno scappatore peggio di un berbero. Se l'avessi amontar io!... Neanche se mi ci cucissero sopra con lo spago.”

“Non ti vergogni di esser tanto pauroso?”

“No”.

“Hai torto: un ragazzo della tua età dovrebbe avere moltopiù coraggio...”

“Lo so anch'io: ma per aver coraggiobisognerebbe non averpaura.”

“Quando avevo la tua etànon c'era cavallo che mimettesse in soggezione: anzi quanto più erano scappatori e focosie più ciavevo piacere.”

“Mi levi una curiosità”rispose Ceccoguardando ilpadroncino con un'aria un po' canzonatoria“che ne ha montati dimolti lei deicavalli?”

“Te lo lascio immaginare!...”

“Per esempio... quanti?”

“Ci vorrebb'altro a contarli tutti!...”

“Dunque lei monterebbe anche il matto?”

“Chi è il matto?”

“Gli è appunto quel cavallaccioche abbiamo nella stalla.”

“E perché lo chiamate il matto?”

“Perché è una bestiacon la quale non si può ragionare.”

“Mi conduci a vederlo?”

“La si figuri!”

I due ragazzisenza far altre parolesi alzarono dallapanchina dove stavano seduti e si avviarono verso la stalla. Giunti alla portaGigino disse a Cecco:

“Mena fuori il matto!”

Cecco ubbidì.

Quando Gigino ebbe visto l'animaledisse scrollando il capoin atto di compassione:

“Questocaro mionon è un cavallo: questa è una pecora.”

“Eppure scommetto che lei...”

“Io?... Io per tua regola ho cavalcato certi cavallichetu non te li sogni nemmeno.”

(Si capisce bene che Giginoparlando cosìdiceva un saccodi bugie: ma le diceva per la sua solita smania di farsi credere un giovinotto.)

“Vuol provare a montarci sopraa bisdosso?”

“A bisdosso? cioè?”

“Vale a diresenza sella.”

“Volentieri. Va' a prendermi una sedia.”

“Che cosa ne vuol fare?”

“Ora lo vedrai.”

“Ma che un cavallerizzocome leiha bisogno della sedia?Ioquando voglio montare a cavallomi attacco ai peli della crinieraspiccoun bel saltoe in men che si dicemi trovo con una gamba di qui e una dilà...”

“Ognuno ha le sue opinioni: iosenza una sedianon possomontare a cavallo.”

Cecco portò una seggiolaccia tutta sgangherata: Gigino vi siarrampicòe inforcando il cavallo con la gamba sinistrainvece che con ladestrasi trovò col viso e con tutta la persona voltata verso la codadell'animale.

Allora Ceccosbellicandosi dalle risacominciò a gridare:

“Nosor Giginonol'ha sbagliato uscio: la si rigiri dilì; perché la testa del cavallo è da quell'altra parte”.

“Lo solo so” rispose Gigino con molta disinvoltura “maper tua regola quando io monto a cavalloho la precauzione di voltarmi primadalla parte della coda...”

“Perché?”

“Perchécaro miole precauzioni non sono mai troppe.”

“Ora ho capito”disse Ceccoche non aveva capito nulla.

Intantoa furia di sforzi inauditiGigino si rivoltò contutta la persona verso la testa del cavallo: e compiuta appena questa difficilemanovrasarebbe sceso volentieri: ma gli mancò il tempo.

L'irrequieto animalesenza aspettare l'invito del cavalierestaccò subito un mezzo galoppo. Figuratevi Gigino! luiche non aveva cavalcatomai altri cavalliche un bellissimo puledro di legnocompratogli dalla suamamma per regalo del Capo d'anno! Quanti salti e quanti balzelloni sulla groppasecca del Matto! Il povero figliuolo ora dondolava da una parteoradondolava dall'altra... e Cecco! Quella birba di Ceccoa gambe larghe in mezzoalla stradagodendosi la scena del suo padroncinoche da un momento all'altroera lì lì per fare un gran capitombolosi mandava a male dalle grandi risate.

E il momento del capitombolo arrivò pur troppo. Giginocaddecome un fagotto di cencifra la polvere della stradae il cavallosenza darsene per intesoandò a mangiar erba nel campo vicino.

“S'è fatto molto male?” gli domandò Ceccoche eracorso a gran carriera per aiutarlo.

“E perché mi dovrei esser fatto male?”

“È stata una brutta cascata!”

“Povero grullo! Che credi che sia cascato? Neanche persogno. Volevo scenderee nello scendere ho messo un piede in fallo e sonosdrucciolato. È una disgrazia che può accadere a tutti.”

“Davvero! L'altro giornoper esempiosdrucciolaianch'io...”

“Scendendo da cavallo?”

“No: mettendo un piede sopra una buccia di fico. E questocornoche gli è venuto qui sulla fronte?...”

Gigino si toccò la fronte con la manoe sentito che c'eradavvero un piccolo gonfiodisse con la solita disinvoltura:

“Si vede chenello scendereho battuto un ginocchio.Basta che io batta un ginocchioperché mi venga subito un corno nella testa.Ho la pelle così delicata!...”.

 

 

6. Il sigaro.

 

Volete saperne un'altra? Pochi giorni doposull'ora deldesinareil nostro amico entrò in casa del contadino e trovò tutta lafamigliola a tavola: vale a direTonioil capocciala sua moglie Bettae idue ragazzi Cecco e Formicolaquest'ultimo chiamato cosìperché (comegià sapete) era piccolino e minuto quanto un baco da seta.

Che cos'era andato a fare il signor Gigino?

Oh! non abbiate paura che il suo bravo perché ce l'aveva!Altro se ce l'aveva!

Tonio e la Bettatanto per far vedere il buon cuoreglidomandarono subito se voleva favorireossia se voleva prendere un morsodi pane e di formaggio fresco.

Gigino ringraziòe atteggiandosi a persona annoiatas'intrattenne a cinguettare del più e del meno. Appena però si accorse che ildesinare stava per finiretirò fuori di tasca un bel sigaro toscanoespezzandolo nel mezzo col garbo di un vecchio fumatorene offerse la metà alcapoccia Tonio.

“Mi dispiace”disse il contadino tutto complimentoso“mi dispiace di non poter fare onore alle sue grazie...”

“Perché?”

“Perché non fumoe non ho mai fumato.”

“Davvero?”

“Il sigarocon rispetto parlandom'è parso sempre unagran porcheria. Lo dice anche il nostro medico...”

“Bravo furbo! E tu sei tanto bono da dar retta al medico?”

“Gli do retta sicuro! Cred'ella che il nostro medico siauno zuccone? La se lo levi dal capo: è un omo che la sa lunga dimolto e ci vedebenee quando i suoi malati moionogli è proprio segno che non volevano piùcampare.”

“E che cosa dice il vostro medico dei sigari?”

“Dice che i sigari sono la peste del genere umano e lasorgente di tutti i malanni che vengono sulla linguain gola e in fondo allostomaco.”

“Grullerie! Ti pare che se i sigari facessero male davveroil governo li lascerebbe vendere in tutte le botteghe?”

“Scusi: e lei che fuma?”

“Altro se fumo!”

Giginodicendo cosìdiceva al solito una grossa bugiaperché fino a quel giorno non aveva fumato mai.

“E il sigaro non gli guasta l'appetito?”

“Guastarmi l'appetito? a me? Per tua regola ho una salutedi bronzoe quando ho fumato un mazzo di sigaristo meglio di prima. E tuCeccosei fumatore?”

“Vorrei vedere anche questa!”gridò la Bettainviperitaalzandosi in piedi e puntando le mani sulla tavola.

“Io”rispose il ragazzo ridendo“fumo qualche volta:ma fumo i sigari di cioccolata...”

“Ti compatisco!”disse Gigino. “Sei ancora tropporagazzo per i nostri sigari... Mi vuoi dare un fiammifero acceso?”

“Volentieri.”

Cecco accese un fiammifero di legno e lo presentò alpadroncino; il qualetrovandosi oramai all'impegnosi armò di un coraggio daleoni e ficcatosi mezzo sigaro fra le labbracominciò a fumarlo.

Tutticom'è naturalelo guardavano con maravigliacome siguarderebbe una bestia rara: quand'ecco il bambinetto chiamato Formicolachevoltandosi alla mammadisse con una vocina piagnucolosa:

“Mammalo fai smettere il sor Gigino?”

“Che cosa ti fa il sor Gigino?”

“Mi fa le boccacce!”

E Formicola aveva ragione: perché il nostro amicofra unafumata e l'altrafaceva con la bocca certi versacci sguaiatida metter quasipaura.

Poi tutt'a un tratto diventò bianco come un panno lavato.Avrebbe voluto rizzarsi in piedima le gambe gli si ripiegavano.

“Si sente male?” gli domandò premurosamente la Betta.

Gigino si provò a rispondere qualche cosa: ma non ebbefiato. Invece sbadigliòe dopo uno sbadiglio lungo lungosputò tre o quattrovolte e fece con la bocca un certo garbo... mi sono spiegato?

Allora Tonio corse subito a prendere una catinella... Fossealmeno arrivato a tempo!

Povero Gigino! Dopo un'ora di trambusto di stomacochesomigliava alla mortese ne tornò alla villa mezzo intontito: e salendo lescalediceva fra sé e sé: "Quanto avrei fatto meglio a fumare un sigarodi cioccolata!..."

 

 

7. La giubba a coda di rondine.

 

Finita la villeggiaturail bravo Gigino dové presentarsiagli esami per essere ammesso alla terza ginnasiale.

A sentir luiera sicurissimo di uscir vittorioso: ma invececome suol dirsirimase schiacciato.

Credete forse che se ne accorasse?

Nemmeno per sogno. Anziquando il babbo e la mamma lorimproverarono per aver fatto una meschina figura e per aver perduto inutilmenteun anno di scuolavolete sapere come rispose?

“Che cosa fa un anno di più o un anno di meno? Sono forseun vecchio? Ho appena nove annie non mi manca il tempo per ricattarmi.”

Sissignori! Quel monelloquando era spinto dalla vanità divestirsi da giovinottosi cresceva gli anni a manciate: quando poi volevascusarsi della poca voglia di studiarealloraa lasciarlo discorrereridiventava un bambino di nove o dieci anni appena.

Per altrotrovandosi qualche volta soloandava rimuginandocol pensiero la storia burrascosa del famoso cappello a tubala risata dellegalline per il suo golettone inamidatogli scapaccioni avuti dal Biondosebbene il Biondo non sapesse la schermala cascata da cavallo conl'accompagnamento d'un bel corno in mezzo alla testae le fumate di quel sigarotraditoreche lo aveva costretto a fare i gattini... modo pulito per nondire che lo aveva costretto a rimetter fuori alla luce del sole tutta lacolazione divorata con tanto gusto poche ore prima.

E ripensando a tutte queste cosee facendo nella sua testinaun piccolo calcolo a mezz'ariavenne finalmente a capacitarsi che questavanità di atteggiarsi a giovinotto prima del tempogli aveva fruttato piùdispiaceriche vere consolazioni di amor proprio soddisfatto.

E giurò sul serio di voler mutar vita e di rassegnarsioramai a rimaner ragazzo fino a tanto che il calendario non gli avesse regalatoqualche anno di più.

E mantenne il giuramento per parecchi mesi.

Ebbe in questo periodo di prova molte tentazioni: ma riuscìa spuntarlee rimase sempre padrone del campo.

Ma purtroppo una sera...

Vi racconterò quest'ultima disgrazia di Giginoma ve laracconterò con parole quasi allegre per non farvi piangere.

Una serain casa suac'era festa da ballo.

Giginonon volendo sfigurare di fronte agli altriandò pertempo a chiudersi in camera: e lì si pettinòsi lisciòe si agghindòcomeun vero figurino di Parigi. Aveva una bella camicia biancacol golettorovesciatoe una giacchettina di panno neroche gli tornava a pennello.

Quando sentì che il pianoforte accennava i primi preludidella polca e della marzurkacorse subito... ma prima di entrare in salafececapolino alla porta e vide...

Vide un brulichio di cravatte bianche e di giubbe a coda dirondine.

La giubba a coda di rondine era stata sempre la sua granpassioneil suo sogno dorato.

Prova ne sia che una voltaessendo venuto il sarto ariportargli una giacchettina di vellutogli domandò in tutta segretezza:

“Scusi: a questa giacchettina non si potrebbero attaccaredi dietro due falde?”.

“Volendosi può far tutte: ma le pare che la giubba siaun vestito adattato per i ragazzi della sua età?”

“Quanti anni bisogna avere per mettersi la giubba?”

“Per lo menodiciotto o vent'anni.”

“Mi pare una bella prepotenza! Dunqueperché siamoragazzidovremo sempre vestire a modo degli altri?...”

“Arrivedella sor Gigino.”

E il sarto se ne andò scrollando il capo e mordendosi ibaffi.

La sera della festa da balloil nostro amico sentendosirinfocolare la passione per la giubbaalmanaccò col suo cervellino di grilloquesto bellissimo ragionamento:

“Se mi mettessi la giubba del mio fratello Augusto?...Augusto è a Roma... e fino a lunedì non ritorna. La sua giubba mi tornabenissimo... un po' largase vogliamoun po' lunga... ma in mezzo a quellafolla di ballerini e di ballerinechi se ne avvede?”.

E lìfatto un animo risolutoentrò nella camera delfratelloprese la giubba e se la infilò.

Figuratevi quando fece la sua comparsa in sala! Scoppiò unarisatache non finiva più. Ridevano tutti: anche il pianoforte. Una signorinafra le altrerise tanto e poi tantoche venne presa da un singhiozzo convulsoe fu portata fuori della sala quasi svenuta.

Allora nacque un mezzo scompiglio.

Il pianoforte smesse di suonare: le coppie che ballavanosisciolsero: la quadriglia rimase a mezzoe tutti si affollarono per conoscere lacausa di quello svenimento.

“Povera giovinetta! Ha riso troppo! e il troppo riderequalche volta fa male!”dicevano alcuni.

“E il motivo di quel riso convulso?” domandavano altri.

“La giubba del sor Gigino.”

“Vediamola questa famosa giubba.”

“Vediamola davvero.”

E lì dintorno a Giginoil quale impermalito di far dazimbello ai curiosidètte in uno scoppio di pianto e fuggì dalla sala come ungatto frustato.

Da quella sera in poiGiginomesso il capo a partitosiliberò dalla ridicola passione di vestirsi a uso giovinottoprima deltempo.

E fece bene: perché i ragazzivestiti da ragazzifiguranomolto più di quel marmocchiche hanno la pretesa di mascherarsi da ominianticipati.

 

 

 

Pipì.

O lo scimmiottino color di rosa

 

 

 

 

 

1. Perché a Pipì fu dato il soprannome di “scimmiottinocolor di rosa”

 

Nel famosissimo bosco di Vattel'a pescac'era una volta unapiccola famigliola composta di sette scimmie: il babbola mamma e cinquescimmiottini alti quanto un soldo di cacio.

Questa famigliola abitava fra i rami di un albero gigantescoin mezzo a una forestae pagava quindici susine l'anno di pigione a un vecchiogorilla prepotenteche si era messo in capo di essere il padrone di casa.

Dei cinque scimmiottiniquattro avevano il pelame di uncolore scuro come la cioccolata; ma il quintoinveceossia il più piccolo dilorofosse scherzo di natura o altrofatto sta che era tutto ricopertosalvoil musinoda una finissima lanugine di color vermiglio carnicinocome lefoglie della rosa maggese. Ed è per questa ragione che in casa e fuori di casalo chiamavano tutti in canzonatura col soprannome di Pipìparola chenella lingua parlata delle scimmievuol dire precisamente color di rosa.

Pipì non somigliava punto né a' suoi fratelline aglialtri scimmiottini del vicinato.

Aveva un musino vispo e intelligente; un par di occhiettifurbiche non stavano fermi un minuto: una bocchina che rideva sempree unpersonalino asciutto e flessibilecome un gambo di giunco. Erainsommacomesuol dirsiuno scimmiottino fatto proprio col pennello.

Vedendolo così di prim'acchitosi poteva quasi scambiarloper un ragazzino di otto o nove anniper la gran ragione che Pipì faceva ilchiasso e i balocchicome un ragazzo: correva dietro alle farfalle e andava incerca di nidicome i ragazzi: era ghiottissimo delle frutta acerbecome iragazzi: mangiava ogni cosa e mangiava semprecome i ragazzi: e dopo avermangiato ben benesi ripuliva la bocca con le manicome fanno i ragazzi esegnatamente i ragazzi poco puliti.

Ma la più gran passione di Pipì volete sapere qual era?

Era quella di scimmiottare tutto quello che vedeva fare agliuomini.

Un giornofra gli altrimentre andava per la foresta acaccia di cicale e di grillivide a poca distanza un giovanetto seduto a pièd'un alberoche se ne stava tranquillamente fumando la sua pipa.

A quella vistaPipì spalancò tanto d'occhi e rimase comeincantato.

"Oh!" diceva dentro di sé "se potessi avereuna pipa anch'io!... Oh se potessi anch'io farmi uscire que' bei nuvoli di fumodalla bocca!... Oh se potessi tornarmene a casafumando come un camminettoacceso! Chi lo sa con che occhi d'invidia mi guarderebbero i miei quattrofratelli!"

Mentre allo scimmiottino frullavano per il capo questebellissime coseecco che il giovinettoun po' per la stanchezza e un po' peril gran bollore della giornatalasciò andare due sonori sbadiglie posata lasua pipa sull'erbasi addormentò.

Che cosa fece allora quel birichino di Pipì?

Si avvicinò pian pianinoin punta di piedial giovinettoche dormiva: e rattenendo perfino il fiato... allungò adagino adagino unazampa... prese con una velocità incredibile la pipa che era posata sull'erba...e poivia a gambe come il vento.

Appena arrivato a casachiamò subitotutt'allegroilbabbola mamma e i fratelli; e in presenza a loroinfilatosi quel pipone fra ilabbricominciò a fumare con lo stesso garbo e con la stessa disinvolturacome avrebbe fatto un vecchio marinaio.

La mamma e i fratellia vedergli uscir di bocca quellenuvole di fumoridevano come matti: ma il suo babbo che era uno scimmione pienodi giudizio e di esperienza di mondogli disse in tono di avvertimentosalutare:

“BadaPipì! A furia di scimmiottare gli uominiun giornoo l'altro diventerai un uomo anche tu... e allora! Allora te ne pentiraiamaramentema sarà troppo tardi!”

Impensierito da queste parolePipì gettò via la pipa dibocca e non fumò più.

Eppure bisogna convenire che quella pipa rubata gli portòdisgrazia.

Difattipochi giorni dopoPipì venne colpito da unorribile infortunio! Lo sciagurato perdé per sempre la sua bellissima coda: unacoda così bellache bastava averla vista una voltaper non potersela mai piùdimenticare.

Come andò che Pipì perdé la sua magnifica coda?

È una storia crudele e dolorosache fa venire le lacrimeagli occhi soltanto a pensarvi; e io ve la racconterò in quest'altro capitolo.

 

 

2. Come andò che Pipì perse la sua bellissima coda

 

Bisogna dunque sapere cheappena usciti fuori di quellaforestadove stavano di casa Pipì e la sua famigliolasi trovava subito ungran lago abitato da un vecchio coccodrilloche contava oramai duemil'anni divita.

Arabà-Babbà (così chiamavasi il vecchio coccodrillo)divenuto cieco degli occhi a cagione dell'età decrepitae non potendo piùguadagnarsi un boccon di pane col sudore della sua fronteera condannato astarsene dalla mattina alla sera rasente alla riva del lagocon la testa fuoridell'acqua e con la bocca sempre spalancataaspettando che tutti quelli chepassavano di làuomini o bestie che fosseromossi a compassione di luigligettassero in bocca qualche cosa di masticabiletanto da non morir di fame e datirarsi avanti almeno per un altro migliaio d'anni.

E tutti i passantiuomini o bestie che fosserobisogna dirla veritànon mancavano mai di fare un po' di elemosina al povero vecchio.

E anche Pipì lo soccorreva frequentemente: ma quella birbaspesso e volentieriinvece di dargli o una frutta o un pesciolino mortosidivertiva a mettergli in bocca ora una manciata di sassoliniora un fastello distecchi e di orticaora un chiodo o un arpione arrugginitotrovati per casolungo la strada.

Ma il vecchio coccodrillo non si arrabbiava per questischerzi sguaiati. Tutt'altro.

Risputava tranquillamente i sassolinigli stecchileortiche e i chiodie soltanto scoteva leggermente il capocome per dire:

“Badamonello! O prima o poiuna le paga tutte!...”.

Un giorno Pipìquasi impermalito di vedere che i suoischerzi non facevano né caldo né freddodomandò al coccodrilloatteggiandosi a ingenuo e a innocentino:

“DiteArabà: dacché siete al mondone avete trovati maidegl'impertinentiche vi abbiano fatto qualche dispetto o qualche burlasgarbata?”

“Se ne ho trovatiscimmiottino mio! Nel mondoper tuaregolac'è più impertinenti che mosche.”

“DiteArabà: e quando i monelli vi fanno qualchedispettovoi non vi risentite mai?”

“Caro mio! In tanti anni di vita ho imparato che la piùgran virtù dei vecchi è quella di saper sopportare i giovani con pazienza erassegnazione.”

“Dunquedacché siete al mondonon vi siete arrabbiatomaimaimai?”

Il coccodrilloprima di rispondereci pensò un pocoe poidisse:

“Una volta sola. E sai chi fu che mi fece andare su tuttele furie? Fu uno scimmiottinosu per giùdella tua età....”

“E che cosa vi fece questo scimmiottino?” domandò Pipìcon una curiosità vivissima.

“Questo monellaccionon saprei dirti comeera venuto asapere che io curavo moltissimo il solletico sulla punta del naso. Allora checosa inventò per darmi noia? Salì sopra uno di questi alberiche circondanoil lagoecalandosi di ramo in ramoarrivò con la punta della sua coda afarmi il pizzicorino sul naso. Figurati io! Mi trovai attaccato da una talconvulsione di risoche durai a ridere e a ballare nell'acqua per una settimanaintera! Credevo quasi di morire!”

“Davvero?... Oh povero Arabà!...”disse Pipì con falsacompassione.

E dopo se ne andò di corsa: e a quante scimmie escimmiottini incontrava per la stradaripeteva a tutti ridendo queste parole:

“Volete divertirvi? volete veder ballare il vecchio Arabà?Venite domattina sul lago e io vi farò assistere a questo bellissimo spettacolo”.

La mattina dopocome potete immaginarveloc'era sulla rivadel lago una folla immensa.

Tutti aspettavano che Arabà ballasse il trescone.

Quand'ecco Pipì che salito sopra un albero sporgentesull'acquacominciò a calarsi giù di ramo in ramoe tenendosi penzoloni perariasi allungò e si distese tantoda poter toccare con la punta della suacoda il naso del coccodrillo.

Ma il coccodrilloappena sentì la coda di Pipìchiuse labocca e zaff... con un semplice morso dato a tempogliela staccò dinetto fin dal primo nodello.

Lo scimmiottino cacciò un grido acutissimo di dolore: ebuttandosi di sotto all'alberosi dette a scappare verso la foresta.

Arrivato vicino a casavi lascio pensare come rimasequandoportandosi una mano di dietrosi accorse che la sua coda non c'erapiù.

La coda era rimasta in bocca al coccodrilloche a quell'oral'aveva bell'e digerita.

Preso dalla disperazione e vergognandosi a farsi vedere dallasua famiglia in quello stato compassionevole di scimmiottino scodatoPipìinfilò per una viottola solitariacamminando all'impazzata fino a nottechiusasenza sapere neanche lui dove andasse a battere il capo.

Finalmentenon potendone più dalla stanchezza e dal sonnosi sdraiò sopra un monticello di frasche secche per riposarsi un poco.

E in quel mentre che era lì lì per appisolarsisentìnegli orecchi una voce minacciosache gli gridò imperiosamente:

“Rendimi la mia pipa!...”.

Lo scimmiottinosvegliandosi tutto spaventatovolevafuggire; ma non poté: perché in men che non si dicesi trovò presorinchiuso in un sacco e caricato sulla groppa di una bestia con quattro zampeche cominciò a correre di gran carriera.

"Che bestia sarà mai quella che mi porta via con tantafoga?"pensava lo scimmiottino tremando dalla paura. "Se per caso èun leonesono bell'e perduto!... Se per disgrazia è una tigrepeggio chemai!... Se è una iena o un leopardonon c'è più scampo per me!... Oh medisgraziato! Che bestia sarà mai quella che mi porta via con tantafoga?..."

Per buona fortunala bestia ragliò... e allora Pipì sentìallargarsi il cuore dalla contentezza.

Quel raglio fu l'unica consolazione che avesse il poveroPipì durante il suo misterioso viaggiorinchiuso in un sacco!

 

 

3. Pipì cade in un gran fiume e vien ripescato

 

Dopo aver camminato tre giorni e tre nottisenza prendere unminuto di riposofinalmente la bestia che portava in groppa il sacco con loscimmiottino dentrosi fermò tutt'a un trattoe data una gropponatascaricòil sacco in mezzo a una solitaria campagna.

E la gropponata fu così brusca e violentache il saccocadendo a terraseguitò a ruzzolare sull'erba per un mezzo chilometro.Figuratevi quante capriole dové fareal buioil povero scimmiottino.

Ma il momento più brutto per lui fu quando si provò arompere il sacco per uscir fuori.

Adoperò gli unghiolie non concluse nulla: adoperò identie nulla. Rifinito allora dallo strapazzo e dalla famecominciò apiangere come un bambino.

“Chi è che piange?”domandò un grosso topochepassava per caso da quella parte.

“Sono io!... sono un povero scimmiottino che muore difam...”

Ma non poté finire la parolaperché gli fu troncata amezzo da un lunghissimo e sonoro sbadiglioche gli scappò di bocca.

“Esci fuorie mangerai.”

“Si fa presto a dire esci fuori: ma la vuoi intendere chenon posso uscire?”

“Perché?”

“Perché non mi riesce di rompere il sacco.”

“Lascia fare: il sacco lo romperò io.”

Detto fattoil topo si distese lungo sull'erbae cominciòa rosicchiare con quanta forza aveva ne' denti.

Ma il sacco non cedevaperché era più duro del cuoio.

“Quanto tempo ti ci vorrà per bucarlo?”domandò loscimmiottino.

”Il sacco resiste: ma in quattro o cinque mesi spero diaverlo bucato!”

“Cinque mesi?”strillò di dentro il povero Pipì“madopo cinque mesi troverai nel sacco appena i miei ossi e i miei unghioli!...”

E ricominciò a piangere più forte che mai.

“Chi è che piange?”domandò un vitelloche pascolavalì vicino.

“È un disgraziato scimmiottinoche non può uscire didentro da quel sacco”rispose il topo.

“Perché non può uscire?”

“Perché il sacco è così duroche non c'è verso diromperlo.”

“Lascia fare a meche con un cozzo delle mie cornalosfonderòcome se fosse fatto di foglie di lattuga.”

E il vitellosenza stare a dir altrosi tirò indietro; epresa la rincorsaandò a testa bassa a battere una terribile cornata nelsacco.

“Ohi! son morto!...”gridò di dentro il povero Pipì: enon disse altro.

Intanto il saccoa quell'urto screanzatoriprese di nuovo aruzzolare per terracome una vescica piena d'aria: e il topo e il vitello acorrergli dietro per fermarlo: e il sacco via... ruzzolava sempre più lesto...e il topo e il vitello a rincorrerlo a salti e con la lingua di fuori.

E dopo aver corso una giornata interaequando eranoproprio lì lì per raggiungerloil sacco fece altri due ruzzoloni e giù...cadde in un fiume così profondo e così largoche non si vedevano le sponde dauna parte all'altra.

La mattina dopo alcuni pescatori bussarono alla porta di unbel palazzoe al servitore che veniva ad aprirechiesero premurosamente:

“È alzato il padroncino Alfredo?”

“Il padroncino”rispose il portiere“è nella salaterrenache prende il caffè e latte.”

“Avvisateloche stamani all'alba abbiamo pescato nel fiumeil famoso sacco...”

“Che cos'è mai questo sacco?”

“Gli è quello che il padroncino aspetta da parecchigiorni.”

Appena il portiere ebbe fatta l'imbasciatatornò in unattimo sulla porta e disse ai pescatori:

“Passate subito.”

I pescatori entrarono col sacco sulle spallee giunti allapresenza del padronelo posarono delicatamente sul pavimento.

“Apritelo!”disse il giovinetto Alfredo.

“È impossibilesignor padrone. Ci siamo provati asfondarlo con gli scalpellicon le scuri e co' trapani... ma il sacco è piùduro del macigno.”

“Prendete questo spilloe bucatelo.”

E nel dir cosìil giovinetto Alfredo si levò dalfazzoletto da collo uno spillo d'orosormontato da una grossa perlasullaquale (cosa singolarissima!) si vedeva dipinta la testa di una bella bambina coicapelli turchini.

I pescatori presero lo spillo in manoe guardandosi fra lorostupefattipareva che volessero dire: "Com'è possibile che con questospilluccio d'oro si possa forare un saccoche ha resistito ai trapani e agliscalpelli?".

“Bucate subito quel sacco” ripeté Alfredo con voce dicomando.

I pescatoriper atto di ubbidienzasi chinaronoprovandosia infilare la punta dello spillo: e immaginatevi quale fu la loro meravigliaquando si accorsero che lo spillo entrava con tanta facilitàcome se il saccofosse stato di polenta o di panna montata.

Appena bucato leggermenteil sacco si aprì in due partielasciò vedere un povero scimmiottinotutto malconcioche dava appena gliultimi segni di vita.

Alfredo prese lo scimmiottino in collo e gli bagnò la boccacon un po' di latte tiepido.

A poco per volta Pipì si riebbe ed aprì la bocca. AlloraAlfredo gli pose in bocca una pallina di zucchero e un crostino imburrato.

Pipì inghiottì il crostino e lo zuccherosenza far nemmenol'atto di masticarli.

Poi aprì gli occhi e li fissò negli occhi di quel simpaticogiovinettoche aveva per lui tante cure e tante attenzioni: e pareva quasi chevolesse ringraziarlo.

Alla finequando a furia di lattedi crostini e di pallinedi zuccheroPipì ebbe ripreso tutte le sue forzeallora saltò in terraestando ritto sulle gambe di dietrocominciò a coprir di baci la mano del suopiccolo benefattore.

I pescatoritutta gente d'ottimo cuorecommossi a questascenafacevano i luccioloni e si rasciugavano gli occhi: ma il padroncinoAlfredo disse loro:

“Andate alle vostre faccende e chiudete la porta di sala:ho grandissimo desiderio di parlare a quattr'occhi con questo scimmiottino”.

 

 

4. Pipì diventa l'amico del giovinetto Alfredo

 

Quando Alfredo e Pipì si trovarono solicominciarono aguardarsi l'uno con l'altrosenza fiatare e senza fare il più piccolo gesto.

E si guardarono per un pezzo.

Alla fine Alfredonon potendo più star seriodette in unagran risata: e lo scimmiottino fece altrettanto.

E risero tutt'e due sgangheratamentesenza sapere ilperchécome ridono i ragazzi un po' giuccherelliquando si lasciano prenderedalle convulsioni del riso.

Sfogati che si furonoAlfredo disse allo scimmiottino:

“Come ti chiami di nome?”

“Pipì.”

“E il tuo casato?”

Lo scimmiottino ci pensò un poco; e poigrattandosi lestolesto il caporispose:

“Pipì senza casato.”

“Quanti anni hai?”

“Sono il più piccino de' miei fratelli.”

“E i tuoi fratelli che età hanno?”

“Sono più giovani del babbo e della mamma.”

“Ho capito tutto”disse il giovinetto ridendo. Poi glidomandò:

“E la coda dove l'hai lasciata?”

“Non lo so.”

“Come non lo sai?”

“L'avrò perduta per la strada! Sono così scapato!...”

“Eh via! ti par possibile che uno scimmiottino possaperdere la coda per la strada?”

“Allora vuol dire che l'avrò lasciata a casa. Sono partitocon tanta frettache non ho avuto il tempo di vedere se avevo preso con metutto il bisognevole.”

“Dimmi Pipì; le dici mai le bugie?”

“Qualche volta... specialmente quando mi vergogno a dire laverità...”

“Ti fa torto: le bugie non vanno dette mai.”

“Non le dirò più.”

“Raccontami dunque la verità. Com'è che hai perduta lacoda?”

Pipìinvece di risponderecominciò a strofinarsi gliocchipoi disse piangendo:

“Me... l'hanno... mangiata!...”.

“E chi te l'ha mangiata?”

“Arabà-Babbàun coccodrillaccioche mangerebbe anche ilfuoco!...”

“E come avvenne che te la mangiò?”

“Io volevo fare il chiasso... e lui fece per davvero.”

“Oh povero Pipì!”

“E che bella coda! Una codalo credasignore... Come sichiama lei?”

“Alfredo.”

“E il casato?”

“Alfredo senza casato.”

“Lo credasignor Alfredo senza casatouna coda che facevagola soltanto a vederla. Quella coda era tutto il mio patrimonio.”

“E perché sei scappato di casa?”

“Non sono scappato... mi hanno chiuso in un sacco e mihanno portato via.”

“E ora che cosa pensi di fare?”

“Qualche cosa farò. Io mi accomodo a tutto.”

“Per esempio?”

“Io mi contento di poco. A me mi basta di mangiaredi beree di andare a spasso. Non domando nulla di più.”

“Sei discreto davvero! Ma chi ti darà da mangiare?”

“Io confido in lei.”

“Perché no? Io son pronto a darti da mangiare: a pattoperò che tu sappia guadagnartelo. Sei avvezzo a lavorare?”

“Se debbo dir la veritàinvece di lavorareio mi divertomolto più a veder lavorare gli altri.”

“Vuoi prendere il posto di mio cameriere?”

“Si figuri!”rispose Pipìstropicciandosi insieme ledue zampine davanti per la grande allegrezza.

“Fra pochi giorni”rispose il giovinetto Alfredo“iopartirò per fare un lungo viaggio. Durante questo viaggiovuoi tu essere ilmio cameriereil mio compagno di avventure?”

“Si figuri!”

“A colazione ti darò ogni mattina cinque perecinquealbicocche e un bel cantuccio di pan fresco: ti piace il pan fresco?”

“Si figuri!”

“A desinare mangerai alla mia tavolae ti farò portare unpiatto di peschedi susine e di albicocche: ti piacciono le albicocche?”

“Si figuri!”

“A cena mangerai otto noci e quattro fichi dottati: tipiacciono i fichi dottati?”

“Si figuri!”

“Tutte le volte poi che farai qualche balordaggine oqualche cattiveriaallora con questo frustino ti affibbierò una carezza sullegambe: ti piacciono le carezze fatte col frustino?”

“Mi piacciono di più i fichi dottati”mugolò Pipìgrattandosi il capo con tutt'e due le zampe.

“Accetti dunque i miei patti?” domandò Alfredo.

“Accetto tutto... fuori però che quelle carezze...”

“Anche le carezze col frustino: se novattene!...”

“Ma le carezze... me le affibbierà adagino... senza farmimale... non è vero?”

“Te le affibbierò secondo i tuoi meriti. Dunque?...”

“Dunque fin da questo momentoio sono il suo cameriereilsuo segretario e il suo compagno di viaggio.”

Allora Alfredo andò verso la tavola e sonò un campanellod'argento. A quella chiamata si presentò il solito servo sulla porta.

“Fate passare subito il sartocon la paniera di tutto ilvestiario.”

Il servo uscì: e dopo due minuti entrò il sarto con lapaniera.

“Vestitemi quello scimmiottino con la livrea di miocameriere”disse Alfredo.

Il sartosenza farselo ripetereprese dalla paniera duescarpine scollate di pelle lustracon un bel fiocchetto di seta sul davanti ele calzò in piedi a Pipì.

Poi gl'infilò un paio di calzoncini rossi da legarsi alginocchio: e dal ginocchio in giù gli abbottonò un paio di piccole ghettecolor di uliva fradicia.

Poi gli avvolse intorno al collo un fazzoletto biancoinamidato e stirato a uso cravatta: lo aiutò a infilarsi una sottoveste dipanno giallo e una giubbettina a coda di rondinedi panno neroche gli tornavauna pittura: e finalmente gli accomodò in testa un cappellino a cilindrocolsuo bravo brigidino da una partecome hanno tutti i camerieri dei grandisignori.

Quando Pipì fu vestito tutto da capo ai piediAlfredo glidisse:

“Suda bravovieni qua da me e va' a guardarti in quellospecchio”.

Lo scimmiottino si mosse franco e spedito; ma non essendoavvezzo a portare le scarpefece un bellissimo sdrucciolone e cadde lungodisteso.

Figuratevi le risate di Alfredo e del sarto.

Il povero Pipì faceva di tutto per rizzarsima non gliriusciva. Puntava con sforzi inauditi i piedi in terrama i piedi scivolavanosui mattoni inverniciati: ed era subito un'altra musata battuta sul pavimento.

Alla fine si rizzò: e toccandosi il naso che era tuttosbucciatodisse piangendo al padroncino:

“Io... con le scarpe non so camminare... Io voglio andarescalzo”.

“Fatti coraggio”disse Alfredo“con un po' dipazienza ti avvezzerai anche alle scarpe. In questo mondo ci si avvezza a tutto.”

“Ma io ci patisco troppo.”

“Pazienza! In questo mondo ci si avvezza anche a patirediceva il mio babbo. Susu: vieni a guardarti allo specchio.”

Lo scimmiottino si mosse una seconda volta: ma camminava asentitacon passo di formicapianin pianinocome se avesse camminato sulleuova.

Giunto dinanzi allo specchiodiè appena una prima occhiataa volo; e tiratosi indietro spaventatocominciò a strillare disperatamente:

“Oh come sono brutto!... Oh povera mamma miacome hannosciupato il tuo scimmiottino!... Non sono più io!... Non sono più Pipì!... Mihanno vestito da uomo... e sono diventato un mostro da far paura. Non vogliopiù star qui: voglio andarmene... voglio tornarmene a casa mia. Non voglio piùquesti vestitacci; nonono!...”.

Egridando e avvoltolandosi per terrasi levò le scarpe ele buttò nel camminetto: tirò il cappello sul viso del sartosi strappò ilfazzoletto bianco dal collo: e spiccato un gran saltouscì fuori dallafinestra e si dette a correre per i campi.

Povero Pipì! correva e correva: ma non aveva ancora fattocento passiche sentì afferrarsi per i calzoncini dalla parte di dietroe sitrovò sollevato da terrain bocca a un grosso cane di Terranuova.

 

 

5. Pipì promette all'amico Alfredo di accompagnarloin un lungo viaggioma promettesenza credersi obbligato a mantenere

 

Il cane di Terranuova era uno di quei cani pasticcioniintelligentiamorosiche si affezionano al padronecome l'amico all'amico.

Non gli mancava altro che la parola per essere quasi un uomo.Di soprannome lo chiamavano Filigginea motivo del suo pelame neromoratocome la cappa del camino.

Quando Alfredo si accorse che Pipì tirava a scapparefeceun fischio a Filiggine: e Filigginein quattro saltiraggiunse loscimmiottinoe presolocome già s'è dettoper i calzoncini dalla parte didietrolo riportò pari pari in casa del padrone.

“Perché volevi scappare?”gli domandò Alfredo in tonodi rimprovero.

“Perché... perché...”

“Susu! Rispondi con franchezza.”

“Perché io voglio tornare a far lo scimmiottino insiemecol mio babbocon la mia mamma e coi miei fratelli... e non voglio mascherarmida uomo...”

“E allora perchépoco fahai accettato di essere il miocompagno di viaggio?”

“Perché credevo che fosse una cosa... e invece èun'altra.”

“Vuoi dunque proprio andartene?”

“Anche subito... Ma lei mi faccia il piacere di nonmandarmi dietro quel solito canaccio nero... perché se noFiligginedopocinque minutimi riporta di peso in questa stanza.”

“Non aver paura. Filiggine senza il mio comandonon simuove di qui. E quanto sei lontano da casa tua?”

“Dimoltima dimolti chilometri.”

“E prima di metterti in viaggionon senti bisogno dimangiar qualche cosa?”

A dirla schiettalo scimmiottino non aveva l'ombra dellafame: ma tentato dalla sua gran ghiottoneriarispose abbassando gli occhi efacendo finta di vergognarsi:

“Un bocconcino lo mangerei volentieri...”.

Alfredo sonò il campanello d'argentoe il servo portò intavola un cestino pieno ricolmo di bellissime pesche.

Lo scimmiottino non le mangiòma le divorò in un baleno.

Dopo le peschevide presentarsi un canestro di ciliegiecosì grossecosì mature e così rilucentiche facevano venire l'acquolina inbocca soltanto a guardarle.

Pipì se le sgranocchiò tuttea tre e quattro per volta: manon volendo passare per uno scimmiottino ineducatolasciò nel canestro inòcciolile foglie e i gambi.

Quando si sentì pieno fino agli occhiallora si alzò datavolae fatta una bella riverenzadisse al padroncino di casa:

“Arrivedella signor Alfredo: scusi tanto l'incomodo e millegrazie della sua cortesia.”

“AddioPipì. Fa' buon viaggioe tanti saluti a casa.”

Lo scimmiottino si avviò per andarsene: ma in quel mentrevide entrare il cameriere con un paniere di fruttache mandavano un odorino dafar resuscitare un morto.

“E quelle che frutta sono?”domandòtornando due passiindietro.

“Quelle son nespole del Giappone”rispose Alfredo. “Leavevo fatte preparare per la tua cena di stasera.”

Pipì rimase un po' pensieroso: e poi disse:

“Pazienza!”. E fattosi un animo risolutosi avviò dinuovo per partire.

Giunto però sulla porta di salasi trattenne alcuni minuti.Quindivolgendosi al giovinettogli chiese:

“Scusisignor Alfredoche ore sono?”

“Mezzogiorno preciso.”

“Mezzogiorno?... A dir la veritàmi pare un po' tardi permettersi in viaggio.”

“Tutt'altro che tardi. Ti restano ancora sette ore digiorno chiaroe in sette ore si fa dimolta strada.”

“Ha ragione e dice bene. Dunque arrivedellasignorAlfredoscusi tanto l'incomodo e mille grazie della sua cortesia.”

E questa volta partì davvero. Ma dopo un quarto d'oraAlfredo se lo vide ricomparire in salatutto ansante e trafelato.

“Che cosa c'è di nuovo?”gli domandò il giovinetto.

“C'è di nuovo”rispose Pipì“che questo solesfacciato mi dà una gran noia e mi fa abbarbagliare gli occhi. Non potrebbedigraziaprestarmi un ombrellino di tela da pararmi il sole?”

“Volentieri.”

Alfredo chiamò il cameriere: e il cameriere portò subito ungrazioso parasoledipinto con grandi fogliami di bellissimi colori azzurri everdi.

Pipì prese l'ombrellinol'aprìe cominciò a girareintorno alla stanzadando continuamente delle lunghissime occhiate al canestrodelle nespole giapponesi.

“Amico mio”disse allora Alfredo“se indugi un altropocofarai notte senza avvedertenee ti toccherà a viaggiare al buio.”

“Io di giorno non so camminare”rispose Pipì. “O nonsarebbe meglio che partissi questa sera dopo cena?”

“Padronissimo di fare come credi meglio.”

E nel dir cosìAlfredo lasciò balenare in pelle in pelleun risolino canzonatorioche pareva volesse dire:" Caro il mi' ghiottone!Ho bell'e capito qual è il tuo debole: lascia fare a meche ti domeròio!".

Quando fu l'ora della cenaPipìsenza nemmeno aspettare diessere invitatoandò a sedersi alla tavola dov'era seduto Alfredo: ma questipigliando un tono di voce serio e padronalegli disse:

“Che cosa fate costì?”

“Vengo a cena anch'io.”

“Le persone che vengono alla mia tavolale voglio vedervestite decentemente. Andate subito a mettervi la giubba.”

“Io... con la giubba... non so mangiare. La giubba non mela metto.”

“Allora ritiratevi làin fondo alla salae contentatevidi assistere alla mia cena.”

Quando Pipì si accorse che Alfredo diceva sul seriosidette a piangere e a strillare: e piangendo e strillando scappò dalla stanza:ma dopo poco tornò.

Quando rientrò nella stanzaaveva la sua giubbettinainfilata e tutta abbottonatacome un piccolo milorde.

“Così va bene”disse Alfredo. “Mettetevi ora asederee buon appetito!”

Il canestro delle nespole fu portato in tavola.

Inutile starvi a dire chedopo un quarto d'orail canestroera vuotoe lo scimmiottino era pienoda non poterne più.

“Ora poi me ne vado davvero”disse alzandosi da tavolacon grandissima fretta.

Ma nel mentre che stava armeggiando per levarsi di dosso lagiubbettinail cameriere si presentò in sala con un magnifico vassoio dimelagrane.

“Che odorino!”gridò Pipìannusando e lasciando gliocchi sul vassoio delle frutta. “O quelle melagrane per chi sono?”

“Erano per la tua colazione di domani. Ma ormai tu partiele mangerò io.”

“Io... partirei volentierima di notte non so camminare. Onon sarebbe meglio che partissi domattinadopo fatto colazione?”

“La tua camerina è già preparata. Buona notte.”

La mattina dopoall'ora di colazionelo scimmiottino sipresentò puntualmente vestito con la giubba di panno nero: ma il signorAlfredodopo averlo squadrato da capo ai piedigli disse con accento vivace erisentito:

“Chi vi ha insegnato a presentarvi alla tavola di ungentiluomosenza scarpe ai piedi e senza fazzoletto al collo? Andate subito amettervi le scarpe e la cravatta.”

Pipìconfuso e mortificatocominciò a grattarsi la testae il nasoe piagnucolando disse:

“Ih... ih... ih... le scarpe mi fanno male... e ilfazzoletto mi serra la gola. Piuttosto voglio andar via subito... vogliotornarmene a casa mia.”

“Levatevi dunque dalla mia presenza.”

Pipì si avviò mogio mogio verso la porta della sala: maprima di usciresi voltò per dare un'ultima occhiata al vassoio dellemelagrane. Poi se ne andò.

“Questa volta è partito davvero”disse Alfredo tuttoafflitto. “E me ne dispiace. Gli volevo bene a quello scimmiottino. Che cosadirà la mia buona fataquando saprà che l'ho scacciato? Eppureera lei cheme l'aveva fatto capitare fin quiproprio in casaconsigliandomi a prenderloper mio segretario e per mio compagno di viaggio!... Ma oramai quel che èfattoè fattoe ci vuol pazienza.”

Mentre Alfredo parlava in questo modo fra sé e ségliparve che fosse bussato alla porta della sala e nel tempo stesso si udì unavocina di fuori che disse:

“Signor Alfredoche mi ha chiamato?”

“Chi è?”gridò il giovinetto rizzandosi in piedi.

“Sono io.”

La porta si aprì e comparve lo scimmiottino.

Aveva in piedi le sue scarpettine scollate e portava la testaritta e impalataperché il fazzoletto da collomoltissimo inamidatoglisegava terribilmente la gola.

A quella vista inaspettataè impossibile immaginarsil'allegrezza di Alfredo. Andò incontro a Pipìlo abbracciòlo baciòglifece un mondo di carezzecome si farebbero a un carissimo amicodopo vent'annidi lontananza.

Giurarono di non lasciarsi mai più e di fare insieme questogran viaggio intorno alla terra.

Il bastimento sul quale dovevano imbarcarsiera aspettato digiorno in giorno.

Finalmente il bastimento arrivò.

La sera della partenzaAlfredo e Pipì pranzarono insiemecome erano soliti di fare. E durante il pranzo parlarono di mille cosedisseroun visibilio di barzellettee risero e stettero allegrissimi come due ragazzialla vigilia delle vacanze autunnali.

Alzatisi da tavolaAlfredo disse guardando l'orologio:

“Il bastimento parte a mezzanotte. Dunque abbiamo appenaun'ora di tempo per dare un'occhiata ai bauli e per vestirci tutti e due inabito da viaggio”.

In cinque minuti io son prontodisse Pipìe ballando esaltando entrò nella sua camerina.

E quando fu lìcominciò subito a levarsi la giubbettina dipanno nero per infilare una piccola giacca di tela bianca; invece delle scarpinecalzò un paio di stivaletti a doppio suoloe invece del solito cappello sificcò in testa un elegante berrettino di seta celeste.

Poi andò a guardarsi allo specchio: ma nel mentre che se nestava tutto contentopavoneggiandosi e facendo con la bocca e con gli occhimille versacci grotteschisentì un piccolo rumorecome se qualcuno di fuorisi arrampicasse per salire fino alla sua finestra di camera.

Da principio ebbe una gran paura: mafattosi coraggioaprìla finestra e vide... vide due zampe che lo abbracciarono stretto intorno alcollo e intese una voce soffocata dalla consolazione e dalla gioiache mugolavateneramente.

“Oh mio povero Pipì!... Finalmente ti ho ritrovato.”

 

 

6. Pipì mancando alla sua promessacorre a farbaldoria

 

Pipì riconobbe subito la voce di suo padre e tutto commossogridò:

“Che cosa fate quibabbo mioa quest'ora?”

“È un mese che ti cerco da per tutto.”

“E la mia mammadov'è?”

“È laggiù!”

“Dove?”

“In fondo a questo campo.”

“E i miei fratellini?”

“Sono laggiù anche loro.”

“E che cosa fanno in fondo al campo?”

“Ti aspettano a braccia aperte.”

“Oh come li rivedrei volentieri!”

“Vieni dunque a vederli!”

“Se ci verrei!... Figuratevelo voi! Ma in questo momentonon posso... proprio non posso...”

E dicendo così lo scimmiottino cominciò a piangeredirottamente e a graffiarsi per disperazione gli orecchi.

“E perché non puoi?”gli domandò singhiozzando ilvecchio genitore.

“Perché ho promesso a un amico...”

“E che promessa gli hai fatto?”

“Gli ho promesso di partire questa sera con luie diaccompagnarlo in un gran viaggio che egli deve fare intorno al mondo.”

“E tuper tener compagnia a un amicoavrai il coraggio diabbandonare la tua povera famiglia? Senza di tenoi moriremo tutti di dolore!”

“Oh! non dite così: se no mi metterete al punto di mancarealla promessa...”

“E a che ora dovresti partire?”

“Fra pochi minuti.”

“Vieni almeno a dire addio a' tuoi fratelliche tiaspettano in fondo al campo.”

“E se il signor Alfredo in questo frattempo mi chiamasse?”

“Chi è il signor Alfredo?”

“È l'amico.”

“Se ti chiama... e tu lascialo chiamare.”

“E se il bastimento partisse?...”

“E tu lascialo partire.”

Lo scimmiottinotutto contento di aver trovato una buonascusa per non mantenere la sua promessarispose scotendo il capo:

“Sarà quel che sarà... A buon conto prima di partire perquesto gran viaggiovoglio rivedere la mia mamma e i miei fratellini.”

Detto fattomontò sulla finestrae spiccando un gransaltosi buttò di sotto. Allora si sentì un tonfocome quello di un grossopietrone cascato in un fosso pieno d'acqua e di mota.

“Babbo mioaiutatemise no son morto!” grido Pipì conurlo disperato.

Che cos'era avvenuto?

Era avvenuto che la terra di quel campoa cagione dellegrandi piogge dei giorni precedentiera così rammollita e fangosache loscimmiottinocadendovi sopravi era rimasto affondato fino alla gola.

Per buona fortuna suo padre fece in tempo a salvarlo: maquando Pipì uscì fuori dal pantanonon aveva più in piedi gli stivaletti.Gli stivaletti erano rimasti seppelliti un metro sotto terra.

“Pazienza!”disse ridendo. “Me ne ricomprerò un altropaioprima di montare sul bastimento.”

E senza stare a perder tempobabbo e figliolo presero unaviottola lungo il campoe cominciarono a correre. Ma non avevano ancora fattoventi passiche Pipì sentì volarsi al disopra della testa un uccellonotturnoil quale con una beccata gli portò via il berrettino da viaggio.

“Uccellaccio del mal'auguriorendimi subito il mioberretto”urlò lo scimmiottino.

“Cucù!”fece l'uccelloe continuò il suo volo.

“Pazienza! Mi ricomprerò un altro berrettino prima dimontare sul bastimento.”

E babbo e figliolo ripresero a correre: ma sul più belloungrosso pruno uscito dalla siepeafferrò co' suoi spunzoni i calzoncini e ilgiubbettino di Pipìe li ridusse in minutissimi stracci.

“Ora eccomi qui senza calzoni e senza giubbettino!...”

“Pazienza!”gli disse il suo babbo. “Te li ricompreraiprima di montare sul bastimento.”

“Oh povero me! povero me!”gridò lo scimmiottinosimulando un gran dispiacere. “Di tutto il mio bel vestiario da viaggiononmi è rimasto altro che la camicia e il fazzoletto da collo.”

E nel dir cosìfece l'atto di cercarsi la camiciamainvece della camicia si trovò addosso un camiciotto di foglie d'ortica. Tastòcon le mani per accertarsi se almeno il fazzoletto da collo c'era sempremainvece del fazzoletto sentì sgusciarsi fra le dita una serpe grossa comeun'anguilla di mare.

 

 

7. Pipì comincia a pentirsi di aver mancato alla suapromessa

 

Il povero Pipìnel toccar quella serpeche si trovòavvoltolata al collo invece della cravattafu preso da uno spavento indicibile.

Avrebbe voluto urlarema la lingua gli era rimastaappiccicata al palato: avrebbe voluto correre e fuggir viama le gambe glifacevano giacomo-giacomoossia gli ciondolavano avanti e indietrotalee quale come se fossero le gambe d'un mortoche si fosse provato a camminare.

Alla finenon potendosi più reggere in piedisi lasciòcascare per terra come un cenciodicendo con un fil di voce:

“Muoio!...”.

“Che cosa ti senti?”gli domandò suo padretuttosgomento.”

“Un gran male!...”

“E dove lo senti?”

“In tutta la persona.”

“E che male sarebbe?...”

“Il male della paura!...”

“Un gran brutto malebambino mio: l'unico male per ilquale i medici non abbiano saputo trovare ancora una medicina. Prova a farti unpo' di coraggio...”

“Ho provato.”

“E ora come ti par di stare?”

“Peggio di prima.”

“Ma qual è la cagione di tutto questo spavento?”

“Una gran disgraziababbo miosta per cascarmi addosso!”

“E come fai a saperlo?”

“Ho avutoin pochi minutitroppi indizi... troppisegnali. Vi ricordate i miei stivaletti nuovi rimasti affogati nella mota? E ilgiubbettino e i calzoni fatti in pezzi da quel dispettosaccio di pruno? E lacamicia di tela fina diventatatutt'a un trattodi foglie di ortica? E quellabrutta serpeche or ora mi è scappata di mano? Eccola sempre lìeccolasempre lì!... Guardatela!...”

“Chi?”

“La serpe...”

Il babbo di Pipì si voltò a guardare verso il puntoindicatoe vide difatti in mezzo alla profonda oscurità della notteunagrossa serpeche risplendeva tutta di vivissima luce rossacome se fosse statauna serpe di cristallocon in corpo un lampione acceso da tranvai.

La serpestando a collo rittoteneva i suoi occhi fissi inquelli dello scimmiottino.

“Che cosa vuoi da me?”gli domandò Pipìfacendosi uncoraggio da leone.

“Vengo a portarti i saluti del signor Alfredo”risposela serpe.

“Povero signor Alfredo!... È forse partito per il suoviaggio?”

“È partito pochi minuti fae mi ha raccontato che tuavevi promesso di accompagnarlo.”

“È veroè veroè vero!... Domani forse partiròanch'io e spero di poterlo raggiungere in alto mare.”

“Speriamolo davvero! A buon contoricordatiscimmiottinomio belloche quando si promette una cosabisogna mantenerla! Hai capito?”

Appena dette queste parolela serpe sparì nel buio dellanotte e non si vide più.

Allora Pipìtormentato in cuore da una specie di rimorsofu quasi sul punto di dire addio a suo padre e di prendere la strada più cortache menava alla spiaggia del mare: ma mentre stava lì per decidersividelontano lontano alcune fiaccole acceseche si movevano in qua e in làesentì una musica allegra di pifferidi tamburi e di mandolini.

“Che cos'è quella musica e quei lumi?”domandò tuttomeravigliato.

“Come? Non ti riesce d'indovinarlo?”

“No.”

“Sono i tuoi fratelliniche vengono a incontrarti con lafiaccolata e a suon di banda!...”

“Oh che piacere! Oh che bello spettacolo! Corriamobabbocorriamo...”

E tutti e due si dettero a correre lungo la viottola: ePipìche aveva riacquistata in un attimo la forza delle sue gambine svelte esottilinon solo correvama si sarebbe detto che volava come un uccello.

E ora chi mi dà le parole adatte per descrivere la scena delprimo incontro? Credetelo a me: fu una scena così affettuosa e commoventecheè impossibile immaginarsela senza averla veduta coi propri occhi. Basti direche l'allegrezza dei quattro fratelli nel rivedere il loro fratellino minoreche oramai credevano perduto per semprefu così tempestosa e smodatache glisaltarono addosso tutti insieme e ci corse poco che non lo soffocassero sotto undiluvio di bacidi abbracciamenti e di carezze.

Quand'ebbero sfogati gli affetti del loro cuorecominciaronoa strillare in coro: curacà! curacà! curacà! (nel dialetto familiaredelle scimmie bisogna sapere che curacà vuol dire: a cena! a cena! acena!). Detto fattosi posero seduti per terra intorno a una gran cesta dipeschedi albicocche e di fichi d'Indiae lìridendograttandosi e facendocon la bocca mille smorfie e mille versacci in segno di grande esultanzamangiarono a più non possocome se fossero digiuni da due settimane.

E non solo mangiaronoma bevvero allegramente: e bevvero uncerto liquore spiritosofatto d'uva rossa strizzatache somigliava come duegocciole d'acqua al nostro vino. E ne bevvero così a spugnache dopo mezz'oradormivano tutti e russavano come tante marmotte.

Quand'ecco chesul più bello del sonnofurono svegliati daun'orribile voce che gridò: “Guaia chi si muove!...”.

 

 

8. Il terribile assassino Golasecca e i suoi compagni.Golasecca si mette in tasca il povero Pipì e lo porta via

 

Lascio ora pensare a voi come rimanesseroquandobalzandoin piedi e spalancando gli occhisi videro circondati da una masnada di bruttifigurineri come l'inchiostro e tutti armati di sciabole e di bastoni.

“Pover'a noisiamo bell'e morti!”gridarono gliscimmiottini.

“Che morti e non morti?”replicò Pipì. “Per vostraregolaa morire c'è sempre tempo.”

“Ma chi saranno quei ceffi affumicati?”domandò un diloro.

“Ci vuol poco a indovinarlo: saranno assassini” risposeun altro.

“E che cosa vogliono da noi?”

“Ci vorranno derubare.”

“Derubare?”disse Pipìridendo. “Scusatemiei carifratelli: quanti quattrini avete?”

“Nemmen'uno.”

“Allora il più ricco di tutti sono io...”

“O tu quanto hai?”

“A me”rispose Pipì“mi mancano solamente cinquecentesimi per fare un soldo.” Poi continuògrattandosi il naso: “Cheassassini originali! Nessuno di loro ha il coraggio di farsi avanti”.

E diceva la verità.

Difattitutti que' brutti figuriche riuniti assiemeformavano una specie di cerchiose ne stavano lì ritti impalatisenza fare ungestosenza batter occhiosenza brontolare una mezza parola.

Allora Pipìavanzandosi in mezzodisse con bella maniera:

“Scusinosignori assassini; che ci farebbero il piacere dilasciarci passare?”.

Nessuno rispose: nessuno fiatò.

“Grazie tante della loro cortesia”soggiunse loscimmiottino. “Debbono dunque sapere che noi siamo una povera famiglia: ilbabbola mammae cinque figliolie vorremmo tornare a casa nostra: che sicontentano lor signori?”

Al solitonessuna risposta.

“Ho capito: e grazie tante della loro cortesia. Subabboda bravo! Poiché questi signori sono contentispiccate un bel saltoepassando loro di sopra al capoandate ad aspettarci sulla strada.”

Lo scimmione fece il salto: e dopo luilo fece la moglie:poi i quattro figlioli.

“Ora tocca a me”disse Pipìche era rimasto solo inmezzo al cerchio formato dagli assassini: ma quando fu sul punto di prendere larincorsa e di slanciarsi... che èche non è... tutti quegli assassinidiventarono così lunghi e così altiche parevano tanti campanili.

“Pipì! Pipì!”gridavano di fuori i suoi fratellichiamandolo con urli disperati.

Ma il povero scimmiottino non aveva più fiato di rispondere.

“Che cosa pensi di fare?”gli domandò allora il capodella masnadauscendo finalmente dal suo ostinato silenzio.

“Penso di tornarmene a casa mia...”

“T'ingannipovero Pipì! Tu non tornerai a casa.”

“Pazienza! Resterò qui.”

“Nemmeno: tu verrai con me...”

“Con lei?... Neanche se mi fa legare...”

“Tu verrai con me.”

“Neanche se mi regala cento panieri di ciliegie.”

“Tu verrai con me.”

“Neanche morto!”

Il capo della masnadasenza aggiungere altre parolesichinòe preso il povero scimmiottino per la collottolase lo pose nella tascadella sua casacca. Poi abbottonò la tasca con tre bottoniche parevano treruote da carrozza.

“Ora possiamo andare”disse ai suoi compagni: e tuttiinsieme si avviarono verso la strada maestra.

È impossibile ridire la disperazionei pianti e gli urlidei fratellini di Pipì. Lo chiamavano con acutissime grida: ma non ebbero altraconsolazione che quella di vedere le zampettine del povero scimmiottinocheuscivano fuori dalla tasca del capomasnadae si movevano con una lestezzavertiginosacome se volessero raccomandarsi e chiedere aiuto.

 

 

9. All'Osteria delle Mosche.

 

Quando gli assassini si furono allontanati una ventina dichilometriil terribile Golasecca (era questo il soprannome del capo-masnada)si fermò in mezzo a un campo evoltandosi ai suoi compagnidisse loro con unavociaccia rocache pareva il brontolio d'un tuono lontano:

“Ora potete ritornarvene alla Capanna Nera. Aspettatemilàe fra quattro o cinque giorni ci rivedremo”.

“Scusatemaestro”gli domandò uno di quei brutticeffi“avete pensato a portare con voi qualche cosa da mangiare?”

“Non ho portato nulla.”

“Male! E se per la strada vi viene un po' d'appetito?”

“Pazienza! Se non trovo altromi rassegnerò a mangiarequesto scimmiottinoche ho qui in tasca.”

Il povero Pipìudendo tali parolecominciò dalla passionea grattarsi il naso e gli orecchi.

“Ma se voi mangiate lo scimmiottino”riprese il solitobrutto ceffo“che cosa vi dirà la Fata dai capelli turchini?”

“La Fata non potrà farmi nessun rimprovero: perché io leho promesso di portarglielo vivo o morto. In ogni caso se mi verrà voglia dimangiarmelo per la stradaserberò intatta la pelleperché la Fata possavederla con i propri occhi e accertarsi così che ho adempito lealmente i suoicomandi.”

“Avete ragionemaestro. Dunque buon viaggio e sollecitoritorno.”

Appena gli assassini ebbero preso congedo dal lorocondottierosi attaccarono sotto le braccia delle grandi ali di tela incerataespiccato il volosi alzarono in aria con grandissimo fracassocome unbranco di corvi spaventati.

Golaseccarimasto soloseguitò il suo viaggio attraversoai campiai fiumie alle boscagliesenza fermarsi maimaimai!

Dopo aver camminato due giorni e due nottisentì usciredalla tasca della sua giacca una vocina soffocatache pareva venisse disottoterrala quale disse con tono di piagnisteo:

“Ho fame!... Ho tanta fame!”.

Golaseccainvece di risponderesi accarezzò la sualunghissima barba di capronee raddoppiando il passotirò diritto per i fattisuoi.

Ma dopo pochi minutiecco la solita vocinache dicevaraccomandandosi:

“Sor assassinoche mi darebbe un chicco d'uvao unaciliegiao anche una mezza pera solamente? Sono digiuno da tanti giorniesento che lo stomaco mi va via. Lo credasor assassinoho una fame cosìgrandeche la vedo anche al buio!...”.

“Se hai fame”rispose Golaseccaridendo di un risosguaiato e canzonatore“fruga nella mia tascae ci troverai tanteghiottonerieda prendere un'indigestione.”

“Sono tre giorni che frugo: ma non mi riesce di trovarcinulla.”

“Allora mangia la fodera della mia tasca.”

“La prima fodera l'ho bell'e mangiata: la seconda è troppodura e non mi riesce di roderla.”

“L'hai mangiata davvero?”urlò Golaseccaandando sututte le furie. “Brutto scimmiottino! Lasciami arrivare all'Osteria delleMoschee non dubitare che aggiusteremo i nostri conti!...”

Intanto si era fatto notte.

E che notte orribile e indiavolata! Il cielo appariva tuttocoperto di nuvoloni; lampeggiava e tonava: e gli alberi della forestasbatacchiati da un violentissimo ventosi divincolavanocigolavano e urlavanocome tante anime disperate.

A mezzanotte in puntoGolasecca arrivò dinanzi all'Osteriadelle Mosche: ma l'osteria era chiusa.

Picchiò alla porta una voltadue voltetre volte: enessuno rispose.

Alloracon quanto fiato aveva ne' polmonisi diè agridare:

“ApriMoccolino!... Apri!... Sono io!”.

Moccolino era il nome dell'oste; e tutti lo chiamavano cosìperché a cagione della sua figura sottile sottilelunga lungae sbiancatasbiancatasomigliava tale e quale a un moccolino di cera gialla.

La sua osteria stava aperta solamente di giorno. Appena sifaceva notteMoccolino a scanso di seccature e di dispiacerichiudevaprudentemente la portaspengeva il fornello e i lumi e se ne andava a letto.

E una volta entrato a lettonon apriva più a nessunoanchese fosse rovinato il mondo. Dato il caso che qualche disgraziatosmarritosi dinottetempo nella forestaavesse bussato all'osteriaMoccolino non se ne davaper inteso: o dormiva o faceva finta di dormire.

Quando Golasecca si accorse che l'osteprendendosi gioco diluisi ostinava a non volergli aprireche cosa fece? Cominciò a distendere lebraccia e le gambee a furia di distendersi e di allungarsidiventò di unastatura così alta e gigantescache il tetto dell'osteria gli arrivava appena amezza vita.

Alloralavorando con tutte e due le manisi dette ascoperchiare il tetto; e i mattonigli embrici e i tegoli volavano viacomefoglie portate dal vento.

Moccolinoimpaurito da tutto quel fracasso infernalecacciò il capo fuori delle lenzuolae fingendo di essersi svegliato lì perlìgridò con voce tremante:

“Chi è che mi chiama?”

“Sono io”rispose Golaseccapiegandosi e infilando ilcapo dentro la buca che aveva aperta nel tetto.

Per l'appunto questa buca rispondeva nella stanza dovedormiva l'osteil quale sentì gelarsi il sanguequando al fioco chiarore dellumino da nottevide affacciata al soffitto della sua camera la minacciosaghigna del terribile capo-masnada.

“Che cosa volete da memaestro Golasecca?”domandòMoccolinoche dallo spavento non aveva più fiato in corpo.

“Che cosa voglio?... Voglio prenderti per un ciuffo deicapelli e scagliarti lontano mille miglia.”

“Deh! non lo fate!... Abbiate pietà di me.”

“Non meriti pietà.”

“Abbiate almeno pietà del mio bambino. Povero Guiduccio!Se rimanesse solo in questa casame lo mangerebbero i lupi.”

“Nono... io non voglio essere mangiato... dai lupi”disse fra il sonno il figlioletto dell'osteche dormiva nella stessa camera delbabboin un lettino a parte.

Alle parole di quel bambinoGolasecca mutò fisonomia: epreso un tono di voce un po' più umanodisse all'oste:

“Su da bravo! Salta subito il letto e preparami da cena.”

Moccolino ubbidì alla prima: ma era tanta la paura e laconfusione che aveva addossoche non sapeva nemmeno lui come fare a vestirsi.Credé di aver preso le calzee invece si ostinava a infilare i piedi nelberretto da notte. Accortosi dell'erroresi messe le scarpee sopra allescarpe infilò le calze. Poi infilò la giacchettae sulla giacchetta lacamiciae sulla camicia la sottovestefinché trovandosi in mano i calzoni enon rammentandosi più a che cosa servivanoli ripiegò perbene e li chiusedentro l'armadio.

Scese quindi al pianterreno e aprì la porta dell'osteria.

Golaseccache aveva ripresa la statura d'un uomo comuneentrò dentro scotendosi i panni che gocciolavano: e postosi a sedere dinanzi auna tavola apparecchiatadomandò all'oste:

“Che cosa mi dai per cena?”.

“Tutto quello che desidera Vostra Signoria. Non deve faraltro che comandare.”

“Che cosa c'è di carne?”

“Nulla di carne.”

“E di formaggio?”

“Nulla di formaggio.”

“E di pane?”

“Nulla di pane.”

“Che cosa posso dunque mangiare?”domandò l'assassinotentennando il capo e cominciando a perdere la pazienza.

“Se Vostra Signoria desidera della frutta...”

“Che cos'hai di frutta?”

“Ciliegiemandorle e pesche.”

“Dammi un bel piatto di pesche.”

“E a meun bel piatto di ciliegie”disse una vocinache uscì dalle tasche del vestito di Golasecca.

“Chi è che ha chiesto le ciliegie?”balbettò l'ostetutto impaurito e maravigliato.

“Sono io”rispose la solita vocina.

“Non dubitare”interruppe Golaseccae digrignando identi“non dubitarePipìche le ciliegie te le darò io... e ti daròqualcos'altro! A buon contoesci subito fuorie facciamo i nostri conti.”

“Così dicendoil capo-masnada sbottonò la tasca dellasua giaccae lo scimmiottinosenza tanti complimentisaltò in mezzo allatavola e si pose a sedere sopra una zuppiera di porcellana.

 

 

10. Come andò che Nanniil gatto dell'Osteria delleMoscheprese il posto di Pipì nella tasca dell'assassino

 

Allora Golasecca voltandosi a Pipì con un cipiglio da farpauragli domandò:

“Chi è che ha mangiato la fodera della mia tasca?.”

Lo scimmiottinocome se non dicessero a luicominciò aguardare in qua e in là: ma poifissando i suoi occhietti mobilissimi eirrequieti in faccia al capo-masnadadisse con voce carezzevole:

“Vi contentatesor assassinoche vi parli sinceramente?Io non ho veduto mai una barba così bella come la vostra! Voi avete la piùbella barba del mondo!”.

“Lasciamo star la barba e rispondiamo a tono: chi è che hamangiato la fodera della mia tasca?”

“E se fosse la barba solamentevorrebbe dir poco”soggiunse lo scimmiottino. “Egli è che tutti dicono che voi siete la piùbuona pasta d'uomo di questo mondo! Un vero cuor di Cesare! La perfetta cortesiatravestita da brigante!...”

“Lasciamo stare il buon cuore e la cortesia: chi è che hamangiato la fodera della mia tasca?”

“E se foste buono soltantosarebbe poco o nulla: egli èche siete anche bello! Volete che ve lo dica? Degli uomini belli ne ho vedutidimolti; ma un uomo bello come voinon l'ho visto mai!”

“Bisognava avermi visto trent'anni fa!”replicòGolasecca lisciandosi i baffi e il barbone e ingegnandosi di apparire grazioso.“Allora ero bello davvero! EhMoccolino? Ditelo voi.”

“La prima voltache vi ho conosciuto ioeravate un sole!un sole di mezzogiorno!”rispose l'oste.

“Oggi siete un sole sul tramonto!”soggiunse Pipì“maun tramonto magnifico! un tramonto che val più di un'aurora!...”

“Mi avvedocaro scimmiottinoche tu hai molto spirito emolto ingegno: e per questo ti voglio bene” disse Golasecca commosso. “Scendigiù dalla zuppiera e vieni a sederti accanto a me. Ceneremo insieme. Moccolino!Porta subito in tavola un piatto di pesche e un piatto di ciliegie per il mioamico Pipì. L'amico Pipì è uno scimmiottino sincero e amante della veritàese per caso incontra un uomo veramente bellonon ha nessuna paura a dirgli inviso: "Tu sei il più bell'uomo di questo mondo!"”.

Fatto sta che mangiarono tutt'e due con grande appetito: e lacena fu piuttosto lunghetta.

Sul finir della cenalo scimmiottino domandò alcapo-masnada:

“Se non fossi troppo indiscretopotrei sapere dove voleteportarmi?”.

“A casa della Fata dai capelli turchini.”

“E che vuole da me questa buona donna?”

“Essa è adirata.”

“E la ragione?”

“Perché dice che tu avevi promesso di accompagnare il suofiglio Alfredo in un lungo viaggio: e che poi hai mancato alla tua promessa.”

“Quanto è lontana di qui la casa della Fata?”

“Più di mille chilometri.”

“Io non ci voglio venire.”

“Padrone tu di non volerci venire” rispose Golaseccafacendosi serio “ma io ti ci porterò per forza!”

“Voi non mi ci porterete...”

“Perché?”

“Perché io scapperò!”

“Scapperai?”urlò l'assassinomugghiando come un toroferito. “A buon contorientra subito dentro la mia tascae domani all'albapartiremo.”

Così dicendoGolasecca abbrancò con una mano loscimmiottino e lo ripose al buioassicurando la tasca con quei soliti trebottoni grandi e spropositaticome tre ruote da carrozza. Poicavatasi lagiaccala gettò sopra una sedia: e appoggiando il capo al murodisse aMoccolino:

“Io farò un sonnellino su questa panca: e tu bada beneall'alba di venirmi a svegliare.”

“Dormite tranquillo”rispose l'oste: e presa la candelase ne tornò sunella sua cameretta.

Ora bisogna sapere che Golasecca aveva un bruttissimo vizio:quello cioè di russare: e russandofaceva con la bocca un certo fischiolamentevole e prolungatocome quello che fanno gli uccellini quando vedonocalare il falco.

Nel sentir questo fischioNanniil bellissimo gatto sorianodi Moccolinoentrò in punta di piedi nella stanzaannusando qua e làforsecon la speranza di trovare qualche uccelletto scappato di gabbia.

Mainvece dell'uccellettotrovò una giacca sopra unaseggiolae sentì che dalla tasca della giacca usciva un calduccino e unostrano odorino di carne.

"Che animale ci sia rinchiuso qui dentro?"cominciò allora a dire fra sé: "Un topinono dicerto: perché sarebbetroppo grosso. Forse un pezzo di vitella arrosto? Nemmenoperché questo non èodore di carne cotta. O dunque?...".

E tornò ad annusare: e dopo avere annusato e annusatoquell'odore era per lui come un libro stampato: non ci capiva nulla.

Ma intanto che stava lì almanaccando e leccandosi lebasettegli parve di udire un piccolissimo rumore. Rizzò subito gli orecchi epostosi in ascoltosentì dentro la tasca un canto fioco fiocoche fece:

Chicchirichì!”.

“È un galletto”disse allora Nannimiagolando dallagran contentezza“è un galletto di certo. L'odore veramente non parrebbe dicarne gallinacea; ma questi gallettacci sono così furbi e traditori!... Miricordo sempre che una volta sul palcoscenico d'un teatroportai via ungalletto cotto in umido con le patate; enell'andare a casami diventòripieno di stoppadi borraccina e di altre porcherie.”

Chicchirichì!”si udì fare una seconda volta.

“Mi chiamieh?”disse Nanni dentro di sé. “Ora vengosubito a trovarti; non dubitare. È tanti giorni che mi tocca a mangiarlucertole e grilli!... Un po' di carne di galletto mi rimetterà lo stomaco anuovo!”

E cominciò a lavorare di unghie e di denti per aprire ibottoni della tasca.

Appenaperòne ebbe aperto unovide saltar fuori unoscimmiottino tutto garbato e complimentosoil quale gli disse: “Ho sentitomio caro gatto sorianoche tu desideri di mangiare un po' di carne di galletto:ed è per farti piacere che ti ho lasciato in fondo a quella tasca un mezzogallettino di primo canto. Se vuoi cavarti questa vogliaentra dentroe buonappetito”.

Nannisenza farsi ripetere l'invitoentrò di corsa nellatasca: ma non era ancora finito d'entrareche il bottone della tasca sirichiuse subito sopra di lui.

“Ci sei dentro? e tu stacci!”disse Pipìstropicciandosi tutt'allegro le zampe davanti. “E mentre che tupovero Nannicerchi nella tasca il gallettino di primo canto... che non c'è stato maiio mene anderò lontano di qui... e tanti saluti a casa.”

Quando lo scimmiottino ebbe borbottato fra i denti questeparoleaprì pian piano la porta dell'osteria e disparve fra gli alberifoltissimi della foresta.

Per l'appunto quella notte era una nebbia così fittachenon ci si vedeva da qui a lì.

 

 

11. Golaseccadopo essere stato accecatoritrova loScimmiottino color di rosa

 

Lo scimmiottino poteva essersi allontanato dall'Osteriadelle Mosche appena un cento di passiquando l'oste Moccolinosaltandogiù dal letto e affacciandosi a capo della scalagridò con quanta ne aveva ingola:

“Ehimaestro Golaseccase volete partirespicciateviperché fra poco è giorno!”.

“Me ne vado subito”replicò il capo-masnada“e lacena ve la pagherò al mio ritorno.”

“Padron mio riveritissimo! Buon viaggio e scarpe larghe!”

Golasecca cercò al buio la sua giacca: e dopo averla trovatae messa addossoportò subito la mano sulla tasca per assicurarsi delloscimmiottino.

Ma nel far questa mossacacciò un grido acutissimo didoloresentendosi portar via la pelle della mano da una terribile unghiata.

“Brigante d'uno scimmiotto! Ti diverti anche a graffiarmi?Guai a te se ti provi a ripetere lo scherzo! Faccio giuro di strapparti leunghie a una a una!...”

E così dicendouscì dall'osteriae chiuse la porta dietrodi sé.

Dopo aver fatto tre ore di stradatornò a guardarsi lamanoe vide che la mano sanguinava sempre. Allora andò su tutte le furieetanto per avere un po' di sfogotirò sulla tasca un solennissimo pugno.

Gnaoooo!”gridò di dentro una voceconmiagolìo lamentevole.

“Ah! ti prendi gioco di me? Ti diverti a farmi il verso delgatto?... To'! Allora prendi anche questo!”

E giù un secondo pugnopiù forte del primo.

Gnaooo... gnaooo... gnaooo...”ripeté la solitavoce con un miagolìo bizzoso e arrabbiato.

“Dunque non vuoi smettere? Non vuoi farla finita?”

E stava già per lasciar cascare il terzo pugnoquandoinvece si diè a guaire come un can frustatoa cagione di un'altra unghiatatraditorache gli aveva lacerato tutto il fianco in modo da far compassione.

Allora Golaseccafuori di sé dal doloreperse la pazienza:e tirate fuori un paio di forbici arrotateborbottò minacciosamente fra identi:

“Oraora ti guarisco io dalla malattia delle unghie. Daoggi in làbrutto scimmiottinosta' pur sicuro che non graffierai nemmeno lapappa bollita!”.

E levatasi la giaccae sbottonati i bottoni della tascasipreparava a ficcarci dentro le mani... quando tutt'a un trattouscì fuori ungrosso gatto sorianoche avventatosi colle zampe agli occhi del capo-masnadanon c'era verso che volesse staccarsi. Era Nanniil gatto dell'oste Moccolino.Alla fine si staccòe fuggì via per i campi.

Golaseccaurlando dalla rabbia e dallo spasimoavrebbevoluto inseguirlo: ma lo sciagurato non ci vedeva più! I feroci unghioli delgatto lo avevano accecato!

Golasecca vagò per cento giorni e cento notti in mezzo aiboschisenza incontrar mai un pastore o un taglialegnada potergli domandarela strada per ritornare a casa. Una voltaquando i lupi lo vedevano di lontanose la davano a gambe per la gran paura che avevano di lui: ora sapendolo ciecoe incapace di difendersigli facevano mille lazzi e mille dispetti. Una voltagli uccelli e le lepriall'avvicinarsi di questo spaventoso cacciatoresparivano come tante ombre: ora gli stessi passerottiperfino i passerotti dinidopassandogli accantogli sbattevano per divertimento le loro ali sul nasoe le lepri e i leprottini gli ballavano fra i piedi la polca e la tarantella.Che bel coraggio! e che bella bravura non è veromiei piccoli lettori?...Eppure è così: anche fra i ragazzise ne trovano pur troppo di questipasserotti e di questi leprottiniche si prendono mille confidenze sguaiate contutti quegli infeliciche per ragione di età e di malanni non possono piùdifendersi né farsi rispettare.

Fatto sta cheuna nottementre Golasecca andava giù peruna viottolafra gli alberi altissimi della forestacercando al tastochiocciole e lumache per mettere insieme un po' di cenasi trovò sbarrata lastrada dal muro di una piccola casa. Bussòtutto contentoalla porta.

“Chi è?”domandò una voce di dentro.

“Sono un povero ciecosmarrito nel boscoche cerca un po'di ricovero per passar la nottata.”

“Povero ciechino! Entrate pure!”ripeté quella voce: ela porta si aprì.

Lascio ora pensare a voi come rimase il nostro amico Pipìquando si accorse di aver ricevuto in casa il suo tremendo persecutore.

 

 

12. Pipì è fatto imperatore

 

Come mai Pipì si trovava in quella casina solitariaframezzo ai boschi? Che cos'era stato di luidopo la sua famosa fuga dall'Osteriadelle Mosche?

Per rispondere a queste domande bisogna ritornare un passoindietro.

Dovete dunque sapere che lo scimmiottinoappena ebberinchiuso a tradimento il povero Nanni nella tasca di Golaseccasi diè afuggire attraverso gli alberi della forestasenza curarsi dove sarebbe andato abattere il capo. Il desiderio acutissimo che lo pungevaera quello di trovarela strada che doveva ricondurlo a casa: mainvececorreva all'impazzata di quae di làdove le gambe e la paura lo portavano. Ad ogni soffio di vento e adogni stormir di fogliegli pareva sempre di aver dietro ai calcagni ilterribile capo-masnadacol gatto in tasca. Alla finesul far del giornoincontrò una tribù intera di scimmieche urlavanostrillavano e sipicchiavano fra di loro. Informatosi della cagione di tanto diavoletovenne asapere che la tribù era adunata per eleggere il proprio imperatore.

Allora Pipìentrato in mezzo alla follaaccennò di volerparlare.

Si fece subito un gran silenzio: e Pipì prese a dire così:

“Miei carissimi confratelli! Sento che volete eleggervi uncapoe che a questo capo volete dare il titolo d'imperatore. Fin quinulla dimale: perché oramai si sa che tutti i gusti son gusticome diceva quelfilosofoche provava piacere a farsi pestare i piedi. Ma finorafra quantisiamo qui presentinon ne vedo che uno soloil quale sia veramente degno diessere nominato imperatore...”.

“Chi sarebbe mai questo tale? Pronunzia subito il suo nome”urlarono mille voci.

Pipì abbassò gli occhie non rispose nulla.

“Chi sarebbe questo tale?”ripeterono le solite vociurlando più forte. “Vogliamo sapere il nome... il nome... il nome!...”

“Volete proprio saperlo?”disse allora Pipì. “Midispiace doverlo confessare in pubblico: ma l'unico che sia degno di essereeletto imperatore... sono io!...”

“Viva Pipì! Viva il nostro imperatore! Viva l'imperatoredi tutte le scimmie!”gridò quella immensa folla entusiasmandosi e battendole mani.

Fu portata subito in mezzo alla piazzetta una vecchiaseggiola impagliata cheveduta di dietro somigliava moltissimo a un tronoimperiale: e Pipì vi si assise sopra con sussiego e maestà.

Intanto una numerosa fanfara musicalecomposta di centocembali e di cento corni di bovecominciò a sonare l'inno dell'incoronazione.

Quattro scimmiottivestiti da paggipresentarono al nuovoimperatore un bel vassoio tessuto di giunchisul quale vedevasi la corona e loscettro imperiale.

La corona era fatta di mele lazzarole infilate in uncerchietto di ferro: e lo scettro era una canna di zucchero bell'e candito.

Pipì prese la corona dal vassoioe dopo averla con moltadignità annusatase la pose in capo. Quindi afferrò lo scettroe non potendoreggere alla tentazionecominciò a succiarlo e a masticarlo: maper buonafortunauno scimmiottoche era lì accanto e che faceva da cerimoniereglidette nel gomito per avvertirlo dell'atto sconveniente. Allora il nuovoimperatore smesse subito di succiare; e per rimediare allo scandalo datopensòbene di durare un quarto d'ora a leccarsi le dita.

In quel mentresi fecero avanti sedici scimmionicheportavano sulle spalle una magnifica lettigaadorna di fogliedi fiori e dibellissime frutta.

La scimmiache faceva la parte di gran cerimonieredopoavere strisciato due profondi inchinidisse rispettosamente al nuovoimperatore:

“Maestàsuda bravo! Ora tocca a voi”.

“Tocca a me? E che cosa debbo fare?”

“Per amore o per forzadegnatevi di saltare su quellalettiga.”

“E quando sarò saltato lassùdove mi condurrete?”

“Al palazzo imperialedov'è la vostra residenza e ilvostro letto.”

Pipìa queste parolefece una certa smorfiache tradottain lingua parlatapareva che volesse significare: "A dir la veritàiodormirei più volentieri sopra un ramo d'alberocome ho fatto finorache sopraun letto imperiale". Tant'è vero che rivoltosi al gran cerimoniere glidomandò con tono agro-dolce:

“Scusateamico: io sono il vostro imperatorenon è vero?”.

“Verissimo.”

“E che cosa vuol dire imperatore?”

“Vuol dire che voi siete una scimmiache comandate a tuttele altre scimmiee che ogni vostro cenno e desiderio dev'essere immediatamenteobbedito.”

“Quand'è cosìdichiaro francamente cheinvece di andarein lettigapreferisco di camminare a piedi.”

“Mi dispiaceMaestà: ma voi non potete farlo.”

“Perché non posso farlo?”

“Perché un imperatoreche cammina a piedinon è più unimperatore. Camminando a piedidiventa una scimmia come tutte le altre scimmie.”

“Eppure avete detto che ogni mio desiderio dev'esserecontentato.”

“Verissimo. Ricordatevi peròMaestàche la più bellaprerogativa che abbiano i regnantiè quella di non poter far nulla a modoloro.”

“Ho capitoe vi ringrazio”disse Pipì. Espiccato unsaltoandò a sedersi sulla lettiga.

La fanfaraalloracominciò a sonare alla viv'ariael'immenso corteggio si mosse con grand'ordine e con solennissima pompa.

Giunto al palazzol'imperatore si assise subito ad unatavola bell'e apparecchiata nella gran sala da pranzo. Il povero Pipìsebbenefosse diventato imperatoreaveva un appetito che somigliava moltissimo allafamecome un fratello potrebbe somigliare a una sorella: ma non riuscì acontentare il brontolio del suo stomacoperché i vassoi pieni d'ognighiottoneriaappena portati in tavolaerano subito vuotati e spolverati daicommensaliche gli facevano corona.

“Il pranzo finì: e lo scimmiottino aveva più fame diprima.”

“Pazienza!”disse fra sé e sé. “Ora me ne anderò alettoe dormendomi dimenticherò che non ho mangiato.”

Detto fattoentrò nella camera imperiale: e dopo pocorussava come un ghiro.

Quand'ecco che sul più bellosi trovò svegliato da unasinfonia indiavolata di cembali e di corni e da migliaia e migliaia di vocichegridavano:

“Viva l'imperatore! Fuori l'imperatore!”.

“Maestà”disse il gran cerimoniereentrando in camera“alzatevi e affacciatevi al balcone. I vostri sudditi vogliono vedervi.”

“Peccato!”brontolò Pipìstropicciandosi gli occhi.“Dormivo così bene!”

E sbadigliando e barcollando si affacciò al balcone.

“Viva il nostro imperatore!”gridò novamentequell'immensa folla di scimmiotti radunati sotto le finestre della reggia.

“Grazieamici”rispose Pipìdimenando la testa inatto di salutare. “Sento che avete una bellissima vocee me ne rallegro tantocon voi. E non avendo altro da dirvibuona notte e ci rivedremo domani.”

A queste parolela folla si sciolse tranquillamentee Pipìtornò ad accovacciarsi sul suo letto imperiale.

Ma in quel mentre che stava lì per riprendere il sonnoeccouna nuova sinfonia di cornidi cembali e di urli popolari.

“Che cos'è stato?”domandò alzando il capo.

“Maestà”rispose il gran cerimoniereentrando incamera “i vostri sudditi desiderano vedervi un'altra volta. Degnateviaffacciarvi al balcone.”

“Eccomi subito”disse Pipì. “Pregate intanto i mieiamici a concedermi un minuto di tempotanto che io possa lavarmi il viso.”

Passò un minutone passarono duecinqueventiel'imperatore non si vedeva apparire.

Andarono allora a cercarlo in camerae non lo trovaronopiù. L'imperatore era sparito.

 

 

13. Pipì riceve una lezione dal coniglio

 

Che cos'è stato dell'imperatore Pipì? Nessuno l'avevaveduto: nessuno sapeva darne contezza. Che fosse fuggito via da qualchefinestra? Impossibile: perché le finestreriscontrate a una a unafuronotrovate tutte chiuse dalla parte di dentro. Dunque?...

Fatto stache lo cercavano da per tutto. Lo cercarononell'armadio di cameranella dispensa della sala da pranzonelle stanze diguardarobanei sottoscalain tutti gli sgabuzzini e perfino nelle cantine delpalazzo: ma inutilmente. Alla finefruga di quiguarda di làa qualcunovenne in capo l'idea di dare un'occhiata sotto il letto imperiale. Voletecrederlo? Sissignori: l'imperatore era per l'appunto nascosto sotto il letto ese la dormiva saporitamente. Quale scandalo! Quale orrore!...

“Sire! Che cosa fate costì?”gli domandò il grancerimonierepigliandolo rispettosamente per un orecchio.

“Dormo”rispose Pipìsbadigliando e allungandosi.

“Svegliatevie rizzatevi subito in piedi! Non vivergognate?”

“A dir la veritàquando ho sonno davvero non mi sono maivergognato a dormire.”

“Ma perché addormentarsi in quel luogo? Dov'èo Sirelavostra dignità imperiale?”

“L'avrò forse dimenticata sotto il letto”risposeingenuamente Pipìil quale non sapeva che cosa fosse questa dignità tantodecantata.

Poichiamando in disparte il gran cerimoniereglibisbigliò in un orecchio:

“Voleteamicoche vi parli francamente? Avevo credutofinora che il far da imperatore fosse il più bel mestiere di questo mondo: maoggi mi avvedo pur troppo di essermi ingannato. Oh fortunati gli scimmiottiniche si contentano di rimanere semplici e modesti scimmiottini per tutta la vita!Almeno potranno levarsi il gusto di mangiarequando hanno famedi dormirequando hanno sonnoe sul più bello del sonno nessuno verrà mai a svegliarliper costringerli a ringraziare dal balcone una folla di sfaccendatiche nonhanno voglia di andare a letto”.

Nel tempo che Pipì faceva questa confidenza intima al grancerimoniereil cielo s'era fatto nero come la cappa del caminoe l'acquaveniva giù a catinelle.

Allora si sentì sotto le finestre del palazzo imperiale unostrombettio di fanfare e un baccano di voci e strilli scimmiotteschichegridavano:

“Vogliamo il sole! Vogliamo il bel tempo!... Se noabbassol'imperatore!...”.

“Amici miei”disse Pipì affacciandosi al balcone eparlando alla folla delle scimmie radunate in piazza. “Amici miei; come voleteche io faccia a darvi il sole e il bel tempofinché dura quest'acquazzone chepare un diluvio?”

“Nono! Vogliamo il sole a ogni costoe lo vogliamosubito!”

“Confidate in me!”soggiunse Pipì. “Appena la pioggiacesserà e il tempo si rimetterà al buonoio prometto di darvi il sole e ilbel tempo.”

Poche ore doponeanche a farlo appostala pioggia cessò evenne fuori un bellissimo sole.

Ma quando gli scimmiotti si accorsero che il sole scottavatroppochiamarono le fanfare e recatisi dinanzi al palazzo dell'imperatorepresero a gridare:

“Vogliamo l'acqua! Vogliamo la pioggia!”.

Pipìannoiato da questa storiaaveva fatto giuro di nonaffacciarsi: ma poi sentendo che gli urli raddoppiavano sempre piùcacciòfuori il capo e disse:

“Volete proprio la pioggia?”.

“Sìsì! Vogliamo la pioggiase noabbassol'imperatore!”

“Aspettatemi allora costìe fra un minuto vi manderò lapioggia desiderata.”

A queste parole tenne dietro un gran battìo di mani e ilsuono della marcia imperiale. Detto fattodopo pochi minutiPipì si affacciònovamente al balconegridando:

“Eccovi la pioggia: e chi ne vuol di piùse la vada aprendere alla fontana!”. E nel dir cosìrovesciò sul capo dei dimostrantiuna gran catinella d'acqua.

Impossibile immaginarsi il tumulto che ne avvenne. Il palazzofu invaso e preso d'assalto. Si cercò l'imperatore per tutte le stanze: ma nonsi riuscì a trovarlo. Che cosa rimaneva da fare? Non trovando l'imperatorelafolla dové contentarsi di bastonare il gran cerimoniere. È sempre così! Nellecose di questo mondo ne soffre sempre il giusto per il peccatore!

Intanto Pipìscappato di nascosto da una porticciolasegretache restava dietro il palazzosi era dato a correre per le viottoledella boscagliacome se avesse avute le ali ai piedi. E dopo aver corso duegiornate interetrovò in mezzo agli alberi una piccola casa senza finestre.

Sulla porta della casa c'era seduto un bel coniglio che avevail pelame turchino (come i capelli della Fata): il qualevedendo Pipìsialzò da sedere e lo salutò garbatamenteportandosi la zampa destraall'altezza del capoa uso del saluto militare.

“Che cosa fai costìmio bellissimo coniglio?”glidomandò lo scimmiottino.

“Stavo appunto aspettando Vostra Signoria.”

“Chi è questa Vostra Signoria?”

“È lei.”

“Sono io? Ah intendointendo! Compatiscimiamico; perchéi povericome mequando sentono darsi di Vostra Signoriacredono sempre chesi parli di qualcun altro. Non avresti per caso da offrirmi un po' da mangiare eun po' da dormire?”

“Si degni di passar dentroe troverà l'uno e l'altro.”

Pipìcom'è facile figurarseloaccettò di gran cuorel'invito: e appena messo il piede sulla soglia di casavide nella stanzaterrena una tavola apparecchiata e una materassina ripiena di penne di uccellodistesa per terra.

Senza far complimentisi pose subito a tavolae dopo averdivorato in un attimo un piatto intero di nespole e di fichi verdiniprincipiòa dire sospirando: “Ho sofferto tantoamico mio! La mia vita è tuttaun'iliade...”.

“Che cosa vuol dire iliade?”

“Non so nemmen'io e non m'importa di saperlo. Io sono comecerti ragazzi figlioli degli uomini: ripeto a caso quel che sento dire e non micuro d'altro.”

“Non mi pare una cosa fatta bene.”

“Pazienza! Cercherò di correggermi! Se tu conoscessi peròtutte le mie disgrazie!...”

“Le conosco.”

“Come fai a conoscerle?”domandò lo scimmiottinomaravigliato.

“Le ho lette nel Giornalino dei Bambiniche sistampa a Roma. Scusisignor Pipìla mia curiosità: ma lei non aveva promessoal padroncino Alfredo di tenergli compagnia in un gran viaggio intorno al mondo?”

“Mi spiego: gliel'avevo promesso... e non glielo avevopromesso...”

“Come sarebbe a dire?”

“Mi spiegherò più chiaro. Devi sapere che io fui tentatoa far quella promessa... lo sai da chi? dalla gola.”

“Cioè?”

“Il signor Alfredoper sedurmimi fece portare in tavoladelle frutta così belle e così saporite... che ioa quella vista...”

“Ho capitoho capito”disse il coniglio ridendo. “Leifece su per giù come fanno certi ragazzi figliuoli degli uominii qualipurdi ottenere dai loro babbi e dalle loro mamme qualche ghiottoneria o qualchebaloccopromettono di esser buonidi studiare e di farsi onore alla scuola...e poi? E poiappena ottenuta la graziadimenticano subito le belle promessefatte e chi s'è vistos'è visto: non è vero?”

“Ho pauramio caro amicoche tu l'abbia indovinata.”

“Vuol saperesignor Pipìcome diceva il mio nonno? Ilmio nonno diceva sempre che "quando si promette una cosabisognamantenerlae che quelli che mancano alle promesse fattenon meritano di essererispettati dagli altriné assistiti dalla fortuna". Ha capito?Arrivedellasignor Pipì.”

E il conigliodopo queste parolefuggì via come un baleno.

 

 

14. Pipì ritrova finalmente Alfredo e parte con lui

 

Intanto lo scimmiottino si persuadeva ogni giorno di più chequella casina fosse fatta apposta per lui: e dicerto vi sarebbe rimasto pertutto il resto della vitase una seracome già sapetemosso a compassione diun ciechino che domandava per carità un po' di ricoveronon avesse aperto laporta al suo terribile persecutore.

“Potrei sapere”disse Golaseccaappoggiandosi con lespalle alla porta che aveva richiusa dietro di sé“potrei sapere chi è quelpietoso benefattoreche si è degnato di ospitarmi?”

“Quel benefattore sono io”rispose Pipìalterando unpoco la voceper non essere riconosciuto.

“E voi come vi chiamate?”

“Mi chiamo... io!”

"Questa voce la riconosco!"masticò il cieco frai denti: quindi soggiunse:

“Ditemimio caro benefattoreavete mai veduto per questidintorni uno scimmiottino color di rosa?”.

“Degli scimmiottini ne ho veduti dimolti: ma non eranocolor di rosa: erano tutti di un colore verde e giallocome la frittata coglispinaci.”

"Questa è la sua voce!... è lui dicerto!" “Fraquesti scimmiottini ne avete per caso conosciuto qualcuno che avesse nome Pipì?”

“No!... anzisì... Mi pare di averne conosciuto uno. Maquel Pipì era una birba matricolata... un vero malanno.”

“Pur troppo! Figuratevi che io gli avevo fatto un monte dicarezze e l'avevo perfino tenuto a cena con mealla mia tavola... e sapete comemi ricompensò? Mi ricompensò col saltarmi agli occhi a tradimento ecoll'accecarmicome se fossi un filunguello!”

“Questo poi non lo credo.”

“Non lo credete?”

“No. Pipì era una birba: ma non aveva il cuore cosìcattivo da commettere una simile scelleraggine.”

“Eppure è lui che mi ha accecato.”

“Nonono.”

“Sìsìsì.”

“CredeteloGolaseccaquello che vi ha accecato non sonostato io; sarà stato Nanniil gatto di Moccolino.”

“Ah! finalmente ti sei scoperto!”urlò il capo-masnadacon un grugnito di feroce allegrezza.

Pipì si pentì subito della sua imprudenza: ma oramai eratardi!

“Sono bell'e morto!”disse girando gli occhi in cerca diuna finestra per poter fuggire. Quella casina disgraziatamente non avevafinestre!

Intanto Golaseccabrancolando in qua e in là con le maniriuscì a prendere lo scimmiottino: e dopo averlo acciuffatolo legò con unacatenella di ferro e se lo pose a cavalluccio sulle spalle.

Poi uscì di casae prese la prima straducola che glicapitò davanti ai piedi.

“Che mi conducete a morire?”domandò il povero Pipìcon un filo di voce che si sentiva appena.

“Fra poco te ne avvedrai! A buon contotu che hai gliocchi buonimi farai da guida lungo la strada.”

“Dove volete andare?”

“Dove le gambe mi portano.”

Camminando giorno e nottefecero un lunghissimo tragittosenza fermarsi mai: finché una bella mattina si trovarono in una grossa cittàposta in riva al maree nel cui porto brulicavano cento e cento bastimenti avapore.

Golaseccasedutosi sopra una panchina lungo la spiaggiacominciò a frugarsi tutte le tasche del vestito: ma non avendovi trovatonemmeno un soldo per comprarsi un boccon di panesi volse verso Pipì che eramezzo morto di fame e di stanchezzae gli domandò con garbo dispettoso:

“Dimmibrutto scimmiottohai saputo mai far nulla nel tuomondo?”.

“Vale a dire?”

“Vale a diresai cantare qualche canzonetta? Sai sonarequalche strumento? Sai fare i salti e le capriole? Sai mangiare la stoppaaccesa?”

“La stoppa accesa”rispose Pipì“la lascio mangiarea voi. Ioperòso ballare benissimo la polca e so rifare con la bocca ilsuono della tromba e del violino.”

“Mi basta questo”disse Golasecca: e senza mettere tempoin mezzocon quella sua vocionache pareva una cannonatasi diè a gridaresul pubblico passeggio:

“Avantiavantisignori! Vedranno il celebre Scimmiottinocolor-di-rosail quale ebbe l'onore di ballare al cospetto di tutti i regnantinonchéviceversadelle principali Corti di genuino emisfero. Il mioscimmiottino ballacantasuona e fa mille altre scioccheriecome potrebbefarle un uomo e qualunqu'altra bestia ragionevole. Avantiavantisignori! Laspesa è piccola e il divertimento è grande”.

Dopo questa parlantina calorosaebbe principio lo spettacolodinanzi a un pubblico numerosissimo ecome si suol diremolto scelto eintelligente. Il nostro amico Pipì non solo piacquema fece furore:tant'è vero che gli spettatoria furia di urlare e di gridar bravoeranorimasti fiochi e senza voce.

Dopo finito lo spettacolo e sfollata la gente che siaccalcava d'intornoGolasecca sentì toccarsi in un braccio; e voltandosiburbanzosamentesi trovò dinanzi un bel giovinettoin abito di viaggiatoreche gli domandò con graziosa maniera:

“È vostro quello scimmiottino?”.

“È mio!... pur troppo è mio!”

“Volete venderlo?”

“Magari! Con tutto il cuore!”

“Quanto ne volete?”

“Mille lire; se vi pare un prezzo capricciososono qui peraccomodarmi.”

“Eccovi mille lire: e lo scimmiottino è mio.”

Quando il giovinetto ebbe pagatosi volse allo scimmiottinodicendogli:

“Non mi riconosci più?”.

“Altro se vi riconoscomio caro signor Alfredo!... Viriconosco e vi voglio sempre un gran bene.”

E il povero Pipìdalla gran contentezza che sentiva nelcuorecominciò a piangere come un bambino.

Quella sera medesimail giovinetto Alfredo e lo scimmiottino(rivestito tutto da capo ai piedis'intende benecome un bel signore)partirono insiemesopra un bastimento della Società Rubattino per un lungoviaggio d'istruzione.

E quanto a meconfesso il veronon mi farebbe nessunameraviglia seun giorno o l'altrovedessi annunziato nel "Giornalinodei Bambini"un racconto con questo titolo: Il Viaggio intorno almondoraccontato dallo Scimmiottino color di rosa. Negli annali dellastampanon sarebbe questo il primo caso di qualche scimmiotto che ha lasfacciataggine di far gemere i torchieoccorrendoanche i torcolieri.

 

 

 

La festa di Natale

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La storia che vi racconto ogginon è una di quelle novellecome se ne raccontano tantema è una storia veraveravera.

Dovete dunque sapere che la Contessa Maria (una brava donnache io ho conosciuta benissimocome conosco voi) era rimasta vedova con trefigli: due maschi e una bambina.

Il maggioredi nome Luiginopoteva avere fra gli otto e inove anni: Albertoil secondone finiva settee l'Adala minore di tuttiera entrata appena ne' sei annisebbene a occhio ne dimostrasse di piùacausa della sua personcina altasottile e veramente aggraziata.

La contessa passava molti mesi all'anno in una sua villa: enon lo faceva già per divertimentoma per amore de' suoi figlioletticheerano gracilissimi e di una salute molto delicata.

Finita l'ora della lezioneil più gran divertimento diLuigino era quello di cavalcare un magnifico cavallo sauro; un animale pieno divita e di sentimentoche sarebbe stato capace di fare cento chilometri in ungiorno se non avesse avuto fin dalla nascita un piccolo difetto: il difettocioèdi essere un cavallo di legno!

Ma Luigino gli voleva lo stesso benecome se fosse stato uncavallo vero. Basta direche non passava sera che non lo strigliasse con unabella spazzola da panni: e dopo averlo strigliatoinvece di fieno o digramignagli metteva davanti una manciata di lupini salati. E se per caso ilcavallo si ostinava a non voler mangiareallora Luigino gli dicevaaccarezzandolo:

“Vedo bene che questa sera non hai fame. Pazienza: i lupinili mangerò io. Addio a domanie dormi bene”.

E perché il cavallo dormisse davverolo metteva a giaceresopra una materassina ripiena d'ovatta: e se la stagione era molto rigida efreddanon si dimenticava mai di coprirlo con un piccolo pastranotuttofoderato di lana e fatto cucire apposta dal tappezziere di casa.

 

Albertoil fratello minoreaveva un'altra passione. La suapassione era tutta per un bellissimo Pulcinellachetirando certi filimovevacon molta sveltezza gli occhila boccale braccia e le gambetale e qualecome potrebbe fare un uomo vero: e per essere un uomo veronon gli mancava cheuna sola cosa: il parlare.

Figuratevi la bizza di Alberto! Quel buon figliuolo nonsapeva rendersi una ragione del perché il suo Pulcinellaubbidientissimo afare ogni sorta di movimentiavesse preso la cocciutaggine di non volerdiscorrere a modo e versocome discorrono tutte le persone per beneche hannola bocca e la lingua.

E fra lui e Pulcinella accadevano spesso dei dialoghi e deibattibecchi un tantino risentitisul genere di questi:

“Buon giornoPulcinella”gli diceva Albertoandandoogni mattina a tirarlo fuori dal piccolo armadio dove stava riposto. “BuongiornoPulcinella.”

E Pulcinella non rispondeva.

“Buon giornoPulcinella”ripeteva Alberto.

E Pulcinellazitto! come se non dicessero a lui.

“Suviafiniscila di fare il sordo e rispondi: buongiornoPulcinella.”

E Pulcinelladuro!

“Se non vuoi parlare con meguardami almeno in viso”diceva Alberto un po' stizzito.

E Pulcinellaubbidientegirava subito gli occhi e loguardava.

“Ma perché”gridava Alberto arrabbiandosi sempre dipiù“ma perché se ti dico "guardami" allora mi guardi; e se tidico "buon giorno" non mi rispondi?”

E Pulcinellazitto!

“Brutto dispettoso! Alza subito una gamba!”

E Pulcinella alzava una gamba.

“Dammi la mano!”

E Pulcinella gli dava la mano.

“Ora fammi una bella carezzina!”

E Pulcinella allungava il braccio e prendeva Alberto per lapunta del naso.

“Ora spalanca tutta la bocca!”

E Pulcinella spalancava una boccache pareva un forno.

“Di già che hai la bocca apertaprofittane almeno perdarmi il buon giorno.”

Ma il Pulcinellainvece di rispondererimaneva lì a boccaapertafermo e intontitocomegeneralmente parlandoè il vizio di tutti gliomini di legno.

Alla fine Albertocon quel piccolo giudizinoche è propriodi molti ragazzicominciò a mettersi nella testa che il suo Pulcinella nonvolesse parlare né rispondergliperché era indispettito con lui.Indispettito!... e di che cosa? Forse di vedersi mal vestitocon uncappellaccio in capo di lana biancauna camicina tutta sbrindellatae un paiodi pantaloncini così corti e striminzitiche gli arrivavano appena a mezzagamba.

“Povero Pulcinella!”disse un giorno Albertocompiangendolo sinceramente“se tu mi tieni il broncionon hai davvero tuttii torti. Io ti mando vestito peggio di un accattone... ma lascia fare a me! Frapoco verranno le feste di Natale. Allora potrò rompere il mio salvadanaio... econ quei quattrinivoglio farti una bella giubbamezza d'oro e mezzad'argento.”

 

Per intendere queste parole di Albertooccorre avvertire chela Contessa aveva messo l'uso di regalare a' suoi figli due o tre soldi lasettimanaa secondas'intende benede' loro buoni portamenti. Questi soldiandavano in tre diversi salvadanai: il salvadanaio di Luiginoquello di Albertoe quello dell'Ada. Otto giorni avanti la pasqua di Natalei salvadanai sirompevanoe coi danari che vi si trovavano dentrotanto la bambinacome i dueragazzi erano padronissimi di comprarsi qualche cosa di loro genio.

Luiginocom'è naturaleaveva pensato di comprare per ilsuo cavallo una briglia di pelle lustra con le borchie di ottonee una bellagualdrappada potergliela gettare addossoquando era sudato.

L'Adache aveva una bambola più grande di leinon vedeval'ora di farle un vestitino di setarialzato di dietrosecondo la modae unpaio di scarpine scollate per andare alle feste da ballo.

In quanto al desiderio di Albertoè facile immaginarselo.Il suo vivissimo desiderio era quello di rivestire il Pulcinella con tantolussoda doverlo scambiare per un signore di quelli buoni.

Intanto il Natale s'avvicinavaquand'ecco che una mattinamentre i due fratelli con la loro sorellinaandavano a spasso per i dintornidella villasi trovarono dinanzi a una casipola tutta rovinatache parevapiuttosto una capanna da pastori. Seduto sulla porta c'era un povero bambinomezzo nudoche dal freddo tremava come una foglia.

“Zio Bernardoho fame”disse il bambino con una vocesottilesottilevoltandosi appena con la testa verso l'interno della stanzaterrena.

Nessuno rispose.

In quella stanza terrena c'era accovacciato sul pavimento unuomo con una barbaccia rossache teneva i gomiti appuntellati sulle ginocchia ela testa fra le mani.

“Zio Bernardoho fame!...”ripeté dopo pochi minuti ilbambinocon un filo di voce che si sentiva appena.

“Insomma vuoi finirla?”gridò l'uomo dalla barbacciarossa. “Lo sai che in casa non c'è un boccone di pane: e se tu hai famepiglia questo zoccolo e mangialo!”

E nel dir cosìquell'uomo bestiale si levò di piede unozoccolo e glielo tirò. Forse non era sua intenzione di fargli del male; madisgraziatamente lo colpì nel capo.

Allora LuiginoAlberto e l'Adacommossi a quella scenatirarono fuori alcuni pezzetti di pane trovati per caso nelle loro tascheeandarono a offrirli a quel disgraziato figliolo.

Ma il bambinoprima si toccò con la mano la ferita delcapo: poi guardandosi la manina tutta insanguinatabalbettò a mezza voce:

“Grazie... ora non ho più fame...”.

 

Quando i ragazzi furono tornati alla villaraccontarono ilcaso compassionevole alla loro mamma; e di quel caso se ne parlò due o tregiorni di seguito. Poicome accade di tutte le cose di questo mondosi finìper dimenticarlo e per non parlarne più.

Albertoper altronon se l'era dimenticato: e tutte le sereandando a lettoe ripensando a quel povero bambino mezzo nudo e tremante dalfreddodiceva grogiolandosi fra il calduccio delle lenzuola:

“Oh come dev'essere cattivo il freddo! Brrr...”.

E dopo aver detto e ripetuto per due o tre volte “Oh comedev'esser cattivo il freddo!” si addormentava saporitamente e faceva tutto unsonno fino alla mattina.

Pochi giorni dopo accadde che Alberto incontrò per le scaledi cucina la Rosa: la quale era l'ortolana che veniva a vendere le uova freschealla villa.

“Sor Albertinobuon giorno signoria”disse la Rosa: “quantotempo è che non è passato dalla casa dell'Orco?”

“Chi è l'Orco?”

“Noi si chiama con questo soprannome quell'uomo dallabarbaccia rossache sta laggiù sulla via maestra.”

“O il suo bambino che fa?”

“Povera creaturache vuol che faccia?... È rimasto senzababbo e senza mammaalle mani di quello zio Bernardo...”

“Che dev'essere un uomo cattivo e di cuore duro come lapietranon è vero?”soggiunse Alberto.

“Pur troppo! Meno male che domani parte per l'America... eforse non ritornerà più.”

“E il nipotino lo porta con sé?”

“Nossignore: quel povero figliuolo l'ho preso con mee loterrò come se fosse mio”.

“Brava Rosa.”

“A dir la veritàgli volevo fare un po' di vestitucciotanto da coprirlo dal freddo... ma ora sono corta a quattrini. Se Dio mi dàvitalo rivestirò alla meglio a primavera.”

Alberto stette un po' soprappensieropoi disse:

“SentiRosadomani verso mezzogiorno ritorna quiallavilla: ho bisogno di vederti.”

“Non dubiti.”

 

Il giorno seguenteera il giorno tanto attesotantodesideratotanto rammentato: il giornocioèin cui celebravasi solennementela rottura de' tre salvadanai.

Luigino trovò nel suo salvadanaio dieci lire: l'Ada trovònel suo undici liree Alberto vi trovò nove lire e mezzo.

“Il tuo salvadanaio”gli disse la mamma“è statopiù povero degli altri due: e sai perché? perché in quest'anno tu hai avutopoca voglia di studiare.”

“La voglia di studiare l'ho avuta”replicò Alberto“mabastava che mi mettessi a studiareperché la voglia mi passasse subito.”

“Speriamo che quest'altr'anno non ti accada lo stesso”soggiunse la mamma: poi volgendosi a tutti e tre i figliseguitò a dire: “Daoggi alla pasqua di Natalecome sapetevi sono otto giorni precisi. In questiotto giornisecondo i patti stabilitiognuno di voi è padronissimo di farequell'uso che vorràdei danari trovati nel proprio salvadanaio. Quello poidivoialtriche saprà farne l'uso miglioreavrà da mea titolo di premiounbellissimo bacio.”

"Il bacio tocca a me di certo!"disse dentro disé Luiginopensando ai ricchi finimenti e alla bella gualdrappa che avevaordinato per il suo cavallo.

"Il bacio tocca a me di certo!"disse dentro disé l'Adapensando alle belle scarpine da ballo che aveva ordinato al calzolaioper la sua bambola.

"Il bacio tocca a me di certo!"disse dentro disé Albertopensando al bel vestito che voleva fare al suo Pulcinella.

Ma nel tempo che egli pensava al Pulcinellasentì la vocedella Rosa chechiamandolo a voce alta dal prato della villagridava:

“Sor Alberto! sor Alberto!”.

Alberto scese subito. Che cosa dicesse alla Rosa non lo so:ma so che quella buona donnanell'andarseneripeté più volte:

“Sor Albertinolo creda a me: lei ha fatto proprio unacarità fioritae Dio manderà del bene anche a lei e a tutta la sua famiglia!”.

 

Otto giorni passarono presto: e dopo otto giorni arrivò lafesta di Natale o il Ceppocome lo chiamano i fiorentini.

Finita appena la colazioneecco che la Contessa dissesorridendo ai suoi tre figli:

“Oggi è Natale. Vediamodunquecome avete speso iquattrini dei vostri salvadanai. Ricordatevi intanto chequello di voialtri cheli avrà spesi meglioriceverà da mea titolo di premioun bellissimo bacio.SuLuigino! tu sei il maggiore e tocca a te a essere il primo”.

Luigino uscì dalla sala e ritornò quasi subitoconducendoa mano il suo cavallo di legnoornato di finimenti così ricchie d'unagualdrappa così sfavillanteda fare invidia ai cavalli degli antichiimperatori romani.

“Non c'è che dire”osservò la mammasempre sorridente“quella gualdrappa e quei finimenti sono bellissimima per me hanno un grandifetto... il difettocioèdi essere troppo belli per un povero cavallino dilegno. AvantiAlberto! Ora tocca a te.”

“Nono”gridò il ragazzettoturbandosi leggermente“prima di metocca all'Ada.”

E l'Adasenza farsi pregareuscì dalla salae dopo pocorientrò tenendo a braccetto una bambola alta quanto leie vestitaelegantementesecondo l'ultimo figurino.

“Guardamammache belle scarpine da ballo!”dissel'Ada compiacendosi di mettere in mostra la graziosa calzatura della suabambola.

“Quelle scarpine sono un amore!”replicò la mamma. “Peccatoperò che debbano calzare i piedi d'una bambina fatta di cenci e di stuccoeche non saprà mai ballare!”

 

“E oraAlbertovediamo un po' come tu hai speso le novelire e mezzoche hai trovate nel tuo salvadanaio.”

“Ecco... io volevo... ossiaavevo pensato di fare...ossiacredevo... ma poi ho creduto meglio... e così oramai l'affare è fatto enon se ne parli più.”

“Ma che cosa hai fatto?”

“Non ho fatto nulla.”

“Sicché avrai sempre in tasca i danari?”

“Ce li dovrei avere...”

“Li hai forse perduti?”

“No.”

“Ealloracome li hai tu spesi?”

“Non me ne ricordo più.”

In questo mentre si sentì bussare leggermente alla portadella salae una voce di fuori disse:

“È permesso?.”

“Avanti.”

Apertasi la portasi presentò sulla sogliaindovinate chi!Si presentò la Rosa ortolanache teneva per la mano un bimbetto tuttorivestito di panno ordinarioma nuovocon un berrettino di pannonuovo anchequelloe in piedi un paio di stivaletti di pelle bianca da campagnolo.

“È tuoRosacodesto bambino?”domandò la Contessa.

“Ora è lo stesso che sia mioperché l'ho preso con me egli voglio benecome a un figliolo. Povera creatura! Finora ha patito la fame eil freddo. Ora il freddo non lo patisce piùperché ha trovato un angiolo dibenefattoreche lo ha rivestito a sue spese da capo a piedi.”

“E chi è quest'angelo di benefattore?”chiese laContessa.

L'ortolana si voltò verso Albertoe guardandolo in viso eaccennandolo alla sua mammadisse tutta contenta:

“Eccolo là.”

Albertino diventò rosso come una ciliegia: poi rivolgendosiimpermalito alla Rosacominciò a gridare:

“Chiacchierona! Eppure ti avevo detto di non raccontarnulla a nessuno!...”.

“La scusi: che c'è forse da vergognarsi per aver fatto unabell'opera di carità come la sua?”

“Chiacchierona! chiacchierona! chiacchierona!”ripetéAlbertoarrabbiandosi sempre più; e tutto stizzito fuggì via dalla sala.

La sua mammache aveva capito ogni cosalo chiamò piùvolte: ma siccome Alberto non rispondevaallora si alzò dalla poltrona e andòa cercarlo da per tutto. Trovatolo finalmente nascosto in guardarobaloabbracciò amorosamentee invece di dargli a titolo di premio un bacioglienedette per lo meno più di cento.

 

 

 

Dopo il teatro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

AlfredoGino e Ida entrano tutti e tre insieme nella stanzapreceduti da Bettinache va a posare il lume sulla tavola.

 

ALFREDO (levandosi il cappello e il paletò):Com'hanno recitato bene! ma proprio bene!...

IDA: Quanto ci siamo divertitiBettina mia!... Che bellacommedia!...

GINO: E la farsa dove la lasci? Se tu avessi vistoBettinail brillante della farsa! Chi sa quanto tu avresti riso! Figurati! gli è venutofuori in maniche di camiciae ha detto che dal freddo tremava tutto come unpezzo di gelatina. Te lo immagini un brillante di gelatina! (Ridendo digenio.)

BETTINA: E la commedia era bella davvero?

IDA: Alfredodiglielo tu.

ALFREDO: La commedia era bellissima: ma iodico la veritàavrei sentito più volentieri un dramma.

IDA: Perché un dramma?

ALFREDO: Perché i drammi mi piacciono di più.

GINO: Anch'io mi diverto di più ai drammi: almeno si piange.Mapiù di tuttomi piacciono le tragedie.

ALFREDO: Le tragedie? O dove le hai viste tule tragedie?

IDA: Povero figliolose l'è sognate!

GINO: Hai sentitoBettina? E' voglion dire che le tragedieme le sono sognate!... Non è vero che l'anno passato mi conducevi quasi tuttele sere ai burattini nel Parterre?

BETTINA: Verissimo.

CINO: Non è vero che una sera i burattini fecero duetragedie di fila?

BETTINA: Sarà veroma io le tragedie non le conosco: a memi paiono tutte commedie.

ALFREDO: E com'erano intitolate queste due tragedie?

GINO: Ora non me ne rammento: gli è passato tanto tempo! Unami pare che la fosse intitolataFilippo Vu Re di Spagna.

ALFREDO (ridendo): Ma che Filippo Vu? Saràstato Filippo Quinto.

GINO: Sarà stato Filippo Quinto: io però mi ricordoche sul cartellone c'era scritto Filippoe dopo Filippo c'era un V instampatello grande come la mia mano.

ALFREDO: Sta bene che ci fosse un V: ma quel V in numeriromani vuol dir quinto.

GINO: Cosa vuoi tu che io sappia dei numeri romani? Non cisono mica stato a Romaio.

ALFREDO: E quell'altra tragedia?

GINO: Quell'altra l'aveva un certo titolo curioso... te nericordi teBettina?

BETTINA: Che vuol che mi ricordi?

GINO: Mi pare che fosse una specie di Spazzolino Tirannodi Padova.

ALFREDO: Ma che spazzolinobuacciòlo? Vorrai dire Ezzelinotiranno di Padova.

GINO: Insommao lui o un altroio so che a quella tragediami sono divertito dimolto. Ti rammentiBettinache piacere quando tutticominciarono a dare addosso al tiranno? Giusto teAlfredolevami unacuriosità: mi dici perché tutti i tiranni hanno la barba nera?

ALFREDO (con serietà): Già: perché se la tingonoapposta per far paura.

GINO: Ah!... ora capisco. Del resto io so che se domaniavessi cento milioni di patrimonio...

IDA: Sentiamo un po': che cosa vorresti fare?

GINO: Prima di tutto vorrei mettere ogni mattina nel Caffè-e-lattepiù di mezza tazza di zuccheroe poi vorrei andare tutte le sere aiburattini.

IDA: Tuttetutte le sere?

GINO: Tutte le sere: anche quando piovesse.

IDA: A me poi i burattini mi piaccionosìma fino a uncerto segno: io più di tutto mi diverto al teatroe specialmente a stare in unpalco.

ALFREDO: si dice i gusti! Ioinvece del palcoanderei piùvolentieri in una poltrona d'orchestra. A stare in un palco ci ho rabbiae saiperché? perché ci guardano tutti.

IDA: Lasciali guardare. Io so che mi diverto moltissimo avedermi guardare co' cannocchiali.

ALFREDO: Finiscilagiuccherella! Chi vuoi che perda il suotempo a guardare co' cannocchiali una moccichina come te?

IDA (risentita): Non cominciareAlfredo! Tu haisempre il vizio di offendere!...

ALFREDO (ridendo): Mi dispiace: ho sbagliato a dirmoccichina: volevo dire un bel pezzo di donna come te.

IDA (impermalita): C'è poco da canzonare. Ora sonopiccola! ma poi crescerò anch'io. Il babbo dice che gli anni passano per tutti.Per noi altri ragazziperòquesti anni benedetti non passano mai. La mi pareuna bella ingiustizia! Oramai gli è un secolo che ho sempre dieci anni!...

BETTINA: si consoli: fra pochi mesi ne avrà undici.

IDA: Bella consolazione! Prima d'arrivare a quindici annifigurati se c'è da allungare il collo. Peròse si guarda alla staturasonogrande quasi quanto Alfredo.

ALFREDO: Cucù! (In canzonatura.)

IDA: Quanto vuoi scommettere che ci corre appena un dito?

ALFREDO: Cucù.

BETTINA: Vediamo un po'Idina: la vada a misurarsi conAlfredo.

ALFREDO (con serietà): SaiBettinapotresti anchedire col signor Alfredo: ti ho già avvertito che questo tono diconfidenza non mi piace punto. Capirai che non lo faccio per me: lo faccio perriguardo del mondo.

GINO (in caricatura): Oh! l'illustrissimo signoreAlfredo ha mille ragioni. Da qui in avanti gli darò del signore anch'io.Anzigli voglio dare dell'eccellenza (ridendo).

ALFREDO: BadaGino! non far tanto lo spiritoso. Ti avvertoper tua regolache le mani mi cominciano a prudere...

GINO (scherzando): Che paura che mi hai fatto!... Oranon parlo più. ScusaBettina: ma la cena non è ancora preparata? Io ho unappetito che paion due.

BETTINA: La cena è preparata: ma il babbo legge il giornalee quando avrà finito li farà chiamare.

GINO: Vuoi sapere perché il teatro mi piace tanto? perchédopo il teatroci tocca la cena.

BETTINA: O che forse non cena anche le altre sere?

GINO: Sì: ma l'altre sere io e l'Ida ci fanno cenare alleottoper poi mandarci a letto. Cenare alle otto mi pare una cena da polli.

ALFREDO: Che cosa vorresti fare tutta la sera levato? Dopo leventiquattro ti addormenteresti sul canapè.

GINO: Ioanzinon ho mai sonno.

ALFREDO: Bravo! Meno male che ti sei addormentato anchestasera.

GINO: Dove?

ALFREDO: Nel palco.

GINO: Quando?

ALFREDO: A metà del second'atto: non è veroIda?

IDA: M'è parso anche a me.

GINO: Nossignori: sbaglianonon dormivo.

ALFREDO: O allora che cosa facevi?

GINO (un po' confuso): Pareva che dormissi... mainvece pensavo.

ALFREDO (ridendo): O che per pensare c'è forsebisogno di chiudere gli occhi?

CINO: Secondo i naturali delle persone. Per esempioanche ilnostro maestro di scuola qualche voltaspecialmente nelle ore caldedell'estateci dice: “Ragazzisiate buoni e non fate tanto chiassoperchého bisogno di pensare cinque minuti a una cosa”; e quando ha detto cosìappoggia la testa alla spalliera della poltronachiude gli occhiapre la boccae comincia a pensare...

ALFREDO: Ossiacomincierà a dormire.

GINO: Nossignorenon dorme: tant'è vero chese urliamotroppo fortesi sveglia subito e ci fa una strapazzata di quelle co' fiocchi...Ma dunquesi va o non si va a cena? Ho una fame che la vedo.

BETTINA: Abbia pazienza altri due minuti.

ALFREDO: Intanto che si aspettasi fa una bella cosa?

GINO E IDA (insieme): Sentiamo.

ALFREDO: si ripete fra noi tre quella bella scena dellacommediadove il figlio riconosce sua madre?

IDA: Ripetiamola davvero.

GINO: Nono: io voglio prima ripetere alla Bettina ildiscorso che ha fatto il brillantequando è venuto sulla scena in maniche dicamicia. Vuoi sentirloBettina? (si leva la giacchettinala butta sulcanapè e rimane in maniche di camicia.)

BETTINA: Perché si è levata la giacchettina?

GINO: Voglio farti vedere il brillante tale e quale.

BETTINA: Io non voglio vedere tanti brillanti. Io voglio chesi rimetta subito la giacchettina. Ma non lo sa che a questi freddi potrebbeprendere un'infreddatura come nulla?

GINO: Un'infreddatura? non mi parrebbe vero di prenderla.Almeno il babbo mi comprerebbe le pasticche di lichene.

IDA: Vergognatighiottonaccio!

GINO: Mi piacciono tanto le pasticche di lichene!... Einvecea farlo appostanon infreddo mai. Si vede proprio che sono natodisgraziato! (Rimettendosi la giacchettina.)

ALFREDO: Dunque si fa questa scenadove il figlio riconoscela madre?

GINO: ScusaAlfredo: spiegami prima una cosache non hopotuto capire. Nella commedia di staserala madre sa fin dal principio cheCarlo è suo figlionon è vero?

ALFREDO: Sicuro che lo sa.

GINO: E se lo sami dici perché aspetta a farsi riconoscereda luiproprio all'ultima scena dell'ultimo atto?

ALFREDO: Povero figlio! Bisogna proprio dire che non hainemmeno l'ombra del genio drammatico! O non capisci che se la madre si facessericonoscere alla primala commedia finirebbe subitoe noi a quest'ora saremmotutti a letto da un bel pezzo? Invece la madreaspettando a farsi riconoscereproprio all'ultimo attocostringe il pubblico a rimanere in teatro fino alleundici sonate: e così la gentequando torna a casaè tutta contentaperchésa di avere spesi giustificati i suoi quattrini per il biglietto d'ingresso: misono spiegato?

GINO: Ora ho capito tutto. E io m'ero figurato invece chequella mamma di Carlo facesse un po' di burletta.

ALFREDO: Diavol mai! O che si fanno le burlette anche nellecommedie serie?... Non ci mancherebb'altro!

IDA: Dunque si recita o non si recita questa scena?

ALFREDO: Lasciatemi distribuire le parti a me. Io farò da Carloossia da figlioe tuIdafarai la parte della madre.

GINO: E io?

ALFREDO: E tu farai da maritoossia farai la parte diquello che arriva da ultimo e che tira la revolverata.

GINO: Fossi matto! Io non le faccio quelle brutte cosacce!

ALFREDO: S'intende bene cheinvece di tirare colla pistolatu farai il colpo con la bocca.

GINO: Come sarebbe a dire?

ALFREDO: Tu farai colla bocca: bum!

GINO: E quando lo debbo fare?

ALFREDO: Quando sarà il momento.

GINO: Ho capito.

ALFREDO: Dunque attenti. Io starò da questa parte: tuIdamettiti làvicina a quella tavolaper poterti appoggiarequando dovràvenirti lo svenimento.

GINO: E io?

ALFREDO: E tu nasconditi dietro quella porta: e quando saràil momentouscirai fuori tutt'a un tratto e farai: bum!

IDA: Se io faccio la parte di madretocca a me aincominciare.

ALFREDO: Comincia pure: io son pronto.

IDA (movendosi e gestendo drammaticamente): “NoCarlovoi non partirete... Oh! Dio!... se voi poteste... oh! Dio!... vedere itormenti... e lo strazio... oh! Dio... di quest'anima!... Oh! Diopietà... diquesta povera infelice...”

IL CAMERIERE (affacciandosi sulla porta): Signoriniil babbo li chiama a cena.

ALFREDO: Eccoci subito. SuIda; riattacca subito la tuapartema mettici un po' più di passione... un po' più di singhiozzo... moltosinghiozzo.

IDA (declamando): “Oh! Carlo! Se poteste leggere...Oh Dio... in questo cuore... Oh!... Se poteste contare le lacrime...”

GINO (uscendo fuori): Bum!

ALFREDO (a Gino): Nono! Troppo prestoancora no!

GINO: Spicciateviragazziperché io voglio andare a cena.

ALFREDO: AvantiIdaavanti!

IDA (declamando): “NoCarlove lo ripetovoi nonpartirete... voi non potete partire di qui...”

ALFREDO (declamando): “Sìo donnaio partirò...io lascerò

questi luoghi fatali... io fuggirò lontanolontanolontano...”

GINO (uscendo fuori): Bum! bum! bum!

ALFREDO: Ancora not'ho detto!

GINO: Ho famela volete capire?

ALFREDO: Altri due minutie la scena è finita. (declamando)“Sìil mio destino vuole così... noi non ci rivedremo mai più... mai più!”

IDA: “VoiCarlonon partirete!”

ALFREDO: “Io partirò!”

IDA: “No...”

ALFREDO: “Sì: chi potrà impedirmelo?”

IDA: “Io!”

ALFREDO: “Voi?... e chi siete voi?”

IDA (con molto singhiozzo): “Sciagurato!... io...so... no... tua...”

GINO (uscendo fuori e interrompendo): SaiBettina:penserai tu a fare bum; io ho troppa fame e scappo a cena (via di corsa).

ALFREDO: Quand'è cosìsi può calare il sipario e andare acena anche noi.

 

 

 

Chi non ha coraggio non vada alla guerra

proverbio in undici parti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I.

 

Leoncino è un ragazzetto entrato appena nei dieci anni.

“Perché questo nome di Leoncino?”domanderete voi.

La storia sarebbe un po' lunghettama io ve la racconteròin quattro parole.

Bisogna dunque sapere che quando questo bambino fu portato alfonte battesimalela sua mamma avrebbe gradito volentieri che si fosse chiamatoLuigi: ma il suo babboincaponitosi a farne col tempo un guerriero (il babboera comandante dei pompieri e bisogna perdonargli certe debolezze guerresche)volle a tutti i costi che fosse battezzato col nome di Napoleone.

Napoleone!... Come si fadomando ioa mettere un nomonecosì grosso sulla testa di un tenero lattante? C'è quasi il pericolo disoffocarlo!

Fatto sta che in famigliaper vezzeggiativocominciaronosubito a chiamarlo Napoleoncino: ma poiavvedutisi che questo vezzeggiativo eratroppo lungogli tagliarono le due prime sillabe (Na-po)e cosìdi un Napoleoncinone fecero per risparmio di fiato un economico e modesto Leoncino.

Il piccolo guerriero crebbe a occhiatee a dieci anni eragià diventato un bel ragazzo. Correvaballavasaltavafaceva la ginnasticaecosa singolarissima! qualche volta anche studiava.

Di burattini e di altri balocchi non voleva saperne. L'unicasua passione erano le sciabole di latta con l'impugnatura dorata e i fucilini asaltaleoneda caricarsi in tempo di pace coi lupini secchie in tempo di veraguerracoi sassolini di ghiaia o coi nòccioli di ciliegia.

Il suo babbo poiper contentarlo e per coltivargli semprepiù lo spirito marzialegli aveva fatto fare anche l'uniforme di generaled'armatacon le spalline di bambagia gialla come lo zafferano e con un berrettodi panno scuroornato di un bel nastro di tela incerata e rilucentecheveduto da lontanopareva proprio un gallone d'argento.

Venuto il tempo delle vacanzeLeoncino fu condotto avilleggiare in casa di un suo zioricco possidente di campagna.

Questo zio aveva una nidiata di cinque figliolituttibambinetti fra i sette e gli undici anni. Figuratevi la contentezza di Leoncinoquando si trovò in mezzo a quegli altri cinque monelli.

Com'è naturalepensarono subitotutti d'accordodi fare isoldati. Arnolfoil più piccolo dei cugininominato trombettiere direggimentoandava avanti al corpo d'esercitosonando la tromba con la bocca.Raffaelloil più alto di tuttifaceva da cavalleriaper cui eraobbligato a camminare sempre di trotto o di galoppo e qualche volta anche anitrire e tirare i calcia uso cavallo: Asdrubale e Gigino rappresentavano ilgrosso della fanteria. Tonino guidava i carri dell'ambulanzastrascinandosidietro il carretto dell'ortolano per caricarci sudopo la battagliai morti ei feritie Leoncino... Leoncino poicome potete immaginarveloera ilcomandante generale e marciava sempre alla testa della grande armata.

 

 

 

II.

 

Tutte le mattine che Dio mandava in terrai sei ragazzidopo aver preso con sé il pane e il companatico per fare il ranciosimettevano in marcia armati di tutto puntoavviandosi a combattere qualche granbattaglia nel vicino bosco distante forse un chilometro dalla villa.

Arrivati a mezza stradafacevano alto in mezzo a unpratoe lìsdraiati sull'erbamangiavanooper dir megliodivoravano ilranciomentre uno di loros'intende benerimaneva a far da sentinellaavanzata in fondo al pratoper dare il grido d'allarme nel caso chei nemici fossero sbucati fuori all'improvviso.

Ma l'uso della sentinella avanzata durò pocoe vi dirò ilperché. Una mattina toccò a far da sentinella al trombettiere Arnolfounragazzino che non aveva ancora sett'anni finiti. Arnolfoubbidiente airegolamenti e alla disciplina militaresi rassegnò a fare una mezz'ora disentinella: ma appena smontatocorse subito in mezzo ai compagniper farsidare la sua parte di rancio. E lascio pensare a voi come restòquando siaccorse che i suoi compagni avevano mangiato tuttodiluviato tuttospolveratotutto: fino i minuzzoli di panefin le cortecce del caciofin le bucce delsalame! Il povero figlioloche aveva una fame che la vedeva proprio cogliocchitrovandosi così barbaramente burlatocominciò a piangere e strillare;e il suo strillare fu così acuto e ostinatoche in tutta la storia militaredalla presa di Gerico fino a noinon c'è l'esempio d'un altro trombettiere cheabbia strillato tantoquanto lui.

Da quel giorno in poiin quel corpo d'armata composto di seiragazzinon si trovò più un soldato che volesse fare da sentinella avanzatadurante l'ora del rancio. Di fronte a un atto così grave d'insubordinazioneladisciplina militare ci scapitò assai: ma lo stomaco dei soldati ci guadagnòdimolto... e tutti pari.

E le battaglie combattute da questi piccoli eroicontro chierano?

Ve lo dico subito. Appena finito il ranciol'esercito colsuo comandante alla testa si rimetteva in marciainoltrandosi a passo di caricadentro il bosco. Giunti dinanzi a una grossa querciache aveva più dicent'anniil generale Leoncino schierava le sue truppe in riga di battagliaedopo aver caracollato dinanzi a lorofigurando di essere a cavallodopo averecolle parole e coi gesti incoraggiati i soldati alla pugnadava l'ordine dicominciare il fuoco. Allora tutti i soldaticompreso il trombettierearmati digrossi bastoni principiavano a bastonare furiosamente il tronco della quercia: enel bollor della mischia si sentiva sempre la voce del generaleche gridava:“Avanti! Coraggiomarmotte!... Serrate le file!... Alla baionetta!”.

Quando i soldatistanchi trafelatinon ne potevano propriopiùallora buttavano via i bastoni e la battaglia era finita.

E la quercia?... La povera quercia si lasciava tutti i giornibastonaresenza mai rivoltarsisenza mai mandar fuori una mezza parola dilamento: solo di tanto in tanto scoteva malinconicamente i suoi rami coperti difogliequasi volesse dire:

“Poveri ragazzi! Lasciamoli fare! Hanno così pocogiudizio!...”.

 

 

III.

 

Un giornoper altroavvenne un caso orribile e spaventoso;ed ecco come andò.

Il piccolo esercitosecondo il solitosi avanzava a marciaforzata dentro il boscoin cerca del solito nemico. Quandotutt'a un trattoil general Leoncinoche camminava fieramente avanti una ventina di passisifermò esterrefattoe cacciando un grido acutissimo di terroresi dette ascappare verso casa.

La sua fuga fu così precipitosa e disordinatache per lastrada perse gli sproni di latta e il berretto di generalecol gallone chepareva d'argento.

Che cos'era mai accaduto di strano?...

Quando Leoncino arrivò alla villaera ansanteboccheggiante e tutto paonazzo in viso come un cocomero troppo maturo.

E per l'appunto la prima personain cui s'imbattéfu lozio.

Conosceteper casolo zio di Leoncino? Lo dovete conosceredi certoperché chi lo sa quante volte lo avete incontrato per la strada: maora forse non ve lo rammentate più.

Figuratevidunqueun omone lungo lungogrosso grossoconun faccione largo come la lunae con un nasone tutto pieno di nasinida parereun grappolo d'uva.

Di nome si chiama Giandomenico: ma tutti nel paese loconoscono col soprannome di Nasobello.

Vedendolo la prima volta e giudicandolo dalla fisonomiaburbera e accigliatac'è da scambiarlo per un orcoper un tirannoper unmangia-bambinie invece... Invece è una bonissima pasta d'uomoburloneallegrodi buon'umoretutt'amore per i figliuoli e tutto premure e attenzioniper il suo nipotino.

Tant'è vero che appena gli capitò davanti Leoncinoscalmanato e impaurito a quel modoil sangue gli fece un gran rimescolone egridò subito:

“Che cos'è stato? Perché hai il viso così acceso?...Dove sono rimasti i tuoi cugini?...”.

Il ragazzo stintignava a rispondere: pareva quasi che sivergognasse.

“Dunque?...”insisté lo zioalzando sempre più lavoce.

“Ecco... dirò... una bestia così brutta...”

“Quale bestia?...”

“Io...”

“Come? tu sei una bestia?...”

“Iono: quell'altra... che ho trovata nel bosco...”

“Non capisco nulla: ma spiegatiper carità!... Dov'hailasciato i tuoi cugini?...”

“Fra poco verranno...”

“Eccoci qui! eccoci qui!”gridarono di fuori cinque vociargentine e squillanticome tanti campanelli.

E nel tempo stesso entrarono in sala i cinque ragazziche sibuttavano via dalle matte risate.

Il babboche non sapeva il motivo di questo gran buon'umoredisse allora con accento risentito:

“Finitela una volta! Si potrebbe sapere almeno di chiridete?”.

“Si ride di lui!...” Eaccennando Leoncinodettero inuna risata più forte.

“Del nostro coraggioso generale!” E qui una risata piùlunga.

“Povero generaleche paura che ha avuta! Diamogli subitoun bicchier d'acqua!” E qui una risatona così sguaiatache non finiva più.

E Leoncino?...

 

 

IV.

 

Leoncino aveva perduto la voce. Stava ritto in mezzo allasalacon la testa bassacol mento conficcato nello stomacoe di tanto intanto dava dell'occhiatacce ai suoi compagnicome dire: "Quando saremofuori di quifaremo i conti e me la pagherete!...".

“Dunquesi può sapere che cos'è accaduto?”domandòil babbo.

“Te lo racconterò io”disse Raffaelloquello chefaceva da cavalleria.

“No: io!”gridò Giginoil rappresentante la fanteria.

“Nossignoritocca a me”strillò Arnolfoil trombettiere.“Io sono il più piccino di tutti; dunque ho più diritto degli altri.”

“Lasciate parlare Arnolfo”disse il babbo“e zittitutti!”

Il piccolo trombettierenon sapendo lì per lì trovarsubito la parola per dar principio al suo raccontocominciò a fare con labocca mille versi e a gesticolare con le mani: alla fine poitrovata la parolaprese a dire come seguitando un racconto:

“Sicché dunquequando il nostro generale ci disse:"Avanti!" noi tutti si rispose: "Andiamo!".

“Andiamo? Ma dove volevate andare?”domandò il babbo.

“O che non lo sai? S'andava a far la guerra...”

“La guerra contro chi?”

“La guerra contro Cartagine.”

“E chi è questa Cartagine?”

“È una grossa querciache rimane a metà del bosco.”

“E perché la chiamate Cartagine?”

“Bella forza! Perché noi siamo i Romani e andiamo sempre abastonarla.”

“Ora ho capito tutto!”disse il babbo. “Prosegui pureil racconto.”

“Sicché dunquequando si fu per i campisarebbe toccatoa me a camminare avantima siccome Leoncino è un prepotente per la ragione cheha la sciabola dorata e la striscia bianca al berrettoallora mi saltò addossocol dire: "Il Generale sono ioe tu devi venire dietro a me". Maquesta l'è una riffa; ne convienibabbo? Scusababbinote che te ne intendiquando si fa la guerrachi è che va avantiil generale o quello che sona latromba? Io dico che quello che sona la tromba gli è sempre il primo di tutti...ne convieni?... Se no la guerra sarebbe una bella ingiustizia.”

“Via! via! via!”gridò il babbo. “Non ci perdiamo intante lungaggini.”

“Mi spiccio in due parole. Sicché dunqueluisecondo ilsolitovolle andare avantie noi tutti dietro a passo di corsa. Quando tutt'aun trattoche è che non èil nostro Generale in capo si ferma... fa duesalti indietroe cacciando un urlo che pareva il fischio del vaporesi mette ascappare. E come scappava!... Se tu avessi visto come scappava!... Ti ricordibabbodel gatto del nostro ortolanoquando gli si faceva vedere la frusta?Tale e quale.”

“E la cagione di questo spavento?”

“Figurati! Aveva visto fra l'erba una tartaruga!”

 

 

V.

 

Il signor Giandomenicoudito il raccontosentiva anch'essouna gran voglia di ridere: ma inveceatteggiandosi a giudice severo einesorabilesi voltò verso i suoi figliuoligridando in tono di comandomilitare:

“Soldati! In riga di battaglia!”.

A questo comandoi ragazzi si posero tutti in filarimanendo immobili e col loro fucilino di legno appoggiato sulle spalle.

Allora il signor Giandomenico riprese:

“Visto e considerato che un generale d'armatail quale simette a fuggire perché ha paura di una tartaruganon è degno di comandare unodei primi eserciti d'Europa (i soldati chinarono il capo in segno diringraziamento) ordiniamo e vogliamo che il generale Leoncino si dimettasubito dal supremo grado che ha tenuto finora e prenda invece gli scevroni dicaporale. Il prode Raffaellocomandante di tutta la cavalleriaè incaricatodi farsi consegnare da Leoncino la sua spada d'onore.”

Raffaellosenza mettere tempo in mezzoandò subito infondo alla stanza: e movendosi di là e camminando un po' di trotto e un po' digalopposi presentò dinanzi al povero Generalee fece l'atto di chiedergli laspada.

Leoncino non disse una mezza parola: ma seguitava atentennare il capocome fanno i chinesi di gesso. Alla finevisto che nonc'era scampocominciò adagio adagio a sfibbiarsi la spada dalla cintola: esfibbiata che l'ebbefigurò di consegnarla in mano a Raffaelloossia alcomandante della cavalleria.

Ma invece di consegnarglielagliela batté sulle dita. Epare che gliela battesse piuttosto forteperché l'altro si risentì tuttoinviperitoe ne nacque un combattimento a corpo a corpo fra la cavalleria e ilgenerale. E chi lo sa come questo combattimento sarebbe finitose il signorGiandomenico non ci fosse entrato di mezzo con le buone manieredandocioèun bellissimo scappellotto al generale e pigliando per un orecchio lacavalleria. E così persuase i due guerreggianti a sospendere le ostilità e afirmare lì su due piedi un trattato di pace.

E la pace fu firmata.

Ma il povero Leoncino non sapeva rassegnarsi a quest'attod'umiliazione; e giorno e notte si lambiccava sempre il cervello per trovare ilmodo di dare qualche splendida prova di coraggiotanto da riguadagnarsi ilgrado e la spada di generale. Cerca oggicerca domanifinalmente gli parve divedersi balenare dinanzi agli occhi una bell'idea.

Quella sera andò a letto tutto contento: e prima diaddormentarsi diceva dentro di sé: "Domani o doman l'altro sarò generaledaccapo... e alloraguai a Raffaello... Per vendicarmi di luiordinerò subitoche la Cavalleria debba camminare sempre a piedi!...”.

Eppure è così: i ragazzi vendicativi spesse volte sonoanche ridicoli nelle loro vendette!

 

 

VI.

 

Indovinate un po'ragazziquale fu la bellissima idea (dicobellissimaper modo di dire) che balenò alla mente di Leoncinoper dare unagran prova del suo coraggio e per riguadagnarsi il grado di generale?

Fu quella di sfidare i suoi cugini a chi avesse fatto ilsalto più alto e più pericoloso. Figuratevi che bel giudizio!

“Io”disse subito Arnolfo“scommetto di saltare gliultimi cinque scalini della scala di casa.”

“Bella bravura davvero!”replicò Leoncinocon unaspallucciata di disprezzo. “Quello è un salto che lo farebbe anche una pulce.”

“E io scommetto di saltare dalla finestra del fienile”disse Raffaello.

“E noise vuoi scommetterefacciamo con te a chi saltameglio la gora del mulino”dissero Gigino e Asdrubalei due soldati difanteria.

“Io poi scommetto di saltare una buccia di fico”disseridendo Toninocapitano d'ambulanza e nel tempo stesso ragazzino pacifico etranquilloche faceva tutte le sue cose con flemmasenza riscaldarsi mai dinulla; prova ne sia che non s'era nemmeno accorto di quella memorabile scenaincui il suo Generale in capodopo essere stato degradatoaveva dovutoconsegnare la sciabola in presenza a tutta la soldatesca.

Quando ognuno dei ragazzi ebbe detta la suaLeoncino si feceavanti e domandò con aria baldanzosa di sfida:

“Chi di voi si sente il coraggio di saltare giù nell'ortodalla terrazza del primo piano?”.

“Io no davvero: c'è da rompersi una gamba”rispose unodei ragazzi.

“Nemmen'io; c'è da spaccarsi la testa”rispose unaltro.

“Della testa me ne importerebbe poco”soggiunse Arnolfoma il male gli è che ci sarebbe da strapparsi i calzonie per l'appunto oggiho i calzoncini nuovi!”

Leoncino sorrise allora d'un risolino maligno e canzonatore edopo aver dato un'occhiata di compassione a' suoi cuginidisse con aria dismargiasso:

“Dunque voialtri quel salto non avete il coraggio di farlo?Eppure io lo faròe quando l'avrò fattovedremo se continuerete a mettermiin ridicolo... e poiperché? perché l'altro giorno all'improvviso ebbi pauradi una tartaruga. Dicertogua'se avessi saputo che era una tartaruganonsarei scappato.”

“O per chi l'avevi presa?”domandò Arnolfo ridendo. “L'aveviforse presa per un elefante?...”

“Non dico un elefante... peròquella brutta bestiaavederla lì fra l'erbami fece una certa impressione... un certo non so che...Ma questosiamo giustinon vuol dire che in quel momento non avessicoraggio...”

“Tutt'altro” replicò Arnolfo col solito risolino “vuoldire solamente che avesti paura!...”

“Paura io? per tua regolaa coraggiovi rivendo quantisiete.”

“Cantacantacanarino!”

“Arnolfonon offendere!”

“Io non t'ho offeso.”

“Mi hai detto canarino.”

“Canarino non è un'offesa: canarino gli è un uccellinocon le penne gialle.”

“Ma io le penne gialle non ce l'ho!”gridò Leoncinoiscaldandosi.

“Se non le haile potresti avere.”

A quest'ultima uscita di Arnolfotutti i suoi fratellidettero in un solennissimo scoppio di risa.

 

 

VII.

 

Allora Leoncinolasciandosi vincere dalla bizzafece l'attodi volersi avventare contro il suo piccolo avversario: ma Raffaellosvelto comeuno scoiattololo abbracciò subito a mezza vitae tenendolo fermocominciòa dirgli con una certa cantilena burlesca:

“La si calmisor Generaleviala si calmi! La siabonino!”.

E tutti gli altri ragazzi a ripetere in coro con la medesimacantilena:

“La si calmisor Generalela si calmi! La sia bonino!...”.

E lì tanto dissero e tanto fecero che Leoncinodimenticandosi tutta la bizza che aveva addossocominciò a ridere anche lui.

Poivoltandosi verso Arnolfogli domandò:

“Mi dici perché te la prendi sempre con me?”.

“Io me la prendo con te? Neanche per sogno. Eppoianche seme la prendessi con tecrediloci sarebbe la sua brava ragione.”

“Perché?”

“Perchévolere o volarefosti tu che mi mangiasti lacolazione quella mattina che feci da sentinella avanzata. E me ne ricorderòsempre!... ma oramai t'ho bell'e perdonato e non ci penso più. Però tutte levolte che quella colazione mi torna in mentesento sempre una certavogliolina... o come chi dicesseuna tentazione di ricattarmi... ma oramai tiho bell'e perdonato e non ci penso più! E per l'appuntoche fame avevo quelgiorno! Una fame da lupi!... Abbi pazienzaLeoncinose te lo dico: ma quellacelia fu una gran brutta celia e me la rammenterò sempre fin che campo... Menomale che oramai t'ho bell'e perdonato e non ci penso più!...”

“Bastabasta!” interruppe Raffaelloche cominciava adannoiarsi. “Andiamo piuttosto a vedere questo gran salto dalla terrazza?”

“Sìsìvogliamo il saltovogliamo il salto!”gridarono tutti.

Leoncinoa dir la veritàse ne sarebbe tirato indietrovolentieri; ma dopo essersi vantato tantonon poteva più scansare la prova. Ilsuo amor proprio non gliel'avrebbe permesso!!! Perché bisogna sapere che c'èun amor proprio anche per i ragazzi: molte volte è un amor proprio falsounamor proprio grullo e malinteso (come nel caso di Leoncino cheper amorpropriosi metteva al rischio di rompersi il collo); ma i ragazzi hanno avutosempre il brutto vizio di voler ragionare su tutte le cose a modo loroe questaè stata sempre una gran disgrazia per loro e per le loro famiglie.

 

 

VIII.

 

Leoncino esitò un minuto... due minuti... poifatto unanimo risolutosi mosse per andare sulla terrazza: non era per altro entratonell'uscio di casache si trovò davanti lo zio Giandomenicoil quale domandòa lui e a quell'altre birbe:

“Dove andate con tanta fretta?”.

“Si va su in terrazza.”

“In terrazza? A far che cosa?”

“A... a... a prendere una boccata d'aria.”

“Non è verosaibabbo!”disse subito Arnolfo“nonsi va a prendere una boccata d'aria: ma si va in terrazzaperché Leoncinoperfar vedere che ha più coraggio di noiha scommesso di montare sul parapettodella terrazza e di saltare giù nell'orto.”

“È proprio vero che hai fatto questa scommessa?” disseallora lo ziorivolgendosi al nipote. “Tu dunque credi che il coraggioilvero coraggioconsista nell'affrontare senza alcun bisognoi più grandipericoli? nel saltare per semplice passatempo dai primi piani? nel montar rittisulla soglia delle finestre? nel camminare in cima ai tetti? nel correreall'impazzata sulle spallette dei fiumi? nell'arrampicarsi in vetta agli alberi?nell'andare a bagnarsi dove l'acqua è più altasenza saper nuotare?... Nocarino miono: queste non son prove di coraggio: queste sono temeritàimperdonabiliqueste sono bravure da mattiche provano solamente la grandespensieratezza e il pochissimo giudizio di voialtri ragazzi!”

A questa parlantina fatta co' fiocchiil povero Leoncinorestò così confusoche non trovava il verso né di risponderené diguardare in faccia lo zio.

Intantotutto afflitto e mortificatoandava pensando dentrodi sé:

"E io che speravo di aver trovato il modo diriguadagnarmi il grado di comandante!... mentre è proprio un miracolo se ogginon ho perduto anche gli scevroni di caporale!...".

Ma non si dette per vinto! Anziil giorno doporicominciòa stillarsi il cervello per trovare qualche nuovo ammennicoloche valesse adare una prova di quel coraggioche egli non avevama che avrebbe volutoavere.

Ora bisogna sapere chedall'oggi al domaniera capitataappunto nei dintorni di quella campagna una grossa volpe.

Questa famelica bestiaspavento e flagello di tutti ipollainon solo mangiava i gallile chioccele pollastre e le gallinevecchiemaoccorrendodivorava allegramente anche i pulcini e i galletti diprimo cantosenza nessun riguardo alla loro tenera età.

 

 

IX.

 

Sentendo parlar tanto di quella volpeLeoncino domandò alguardaboschi dello zio:

“DimmiToniocome sono grosse le volpi?”.

“Le volpi” rispose il guardaboschi “somigliano molto aicani; con questa differenzache hanno la coda assai più grossaun codone chepare una spazzola. Non le ha mai veduteleile volpi?”

“Mai.”

“Vuol vederne una?”

“Una volpe viva?...”

“Nomorta. La trovai cinque anni fa nel boscol'ammazzaicon una schioppettatae poi la volli impagliare... ossiariempire da me: manon lo dico per vantazionel'è impagliata così beneche c'è da scambiarlaper una volpe viva. Se lei vuol vederlavenga a casa mia e potrà levarsiquesta curiosità.”

“Quando posso venire?”

“Anche domattina.”

“A che ora?”

“Di prima levataavanti che io vada al bosco.”

Leoncino non intese a sordo. La mattina dopo si alzò dibonissim'ora e senza dir nulla ai suoi cuginiche erano sempre a lettoandòdifilato a casa del guardaboschi.

Quando fu làl'amico Tonio lo condusse in una stanzucciaterrena che serviva per le legna: e in un angolo di questo bugigattolo c'era unabella volpe accovacciata con la testa alta e minacciosacon gli occhi di vetroche parevano vivi e verie con la bocca aperta in atto di ringhiare e dimostrare rabbiosamente i denti.

Alla vista di quella volpeLeoncino ebbecome chi dicesseuna specie d'ispirazione improvvisa... e voltandosi al guardaboschigli disse:

“Come è bella! Me la vuoi vendere?”.

“Vendere? Che le pare! Piuttosto gliela regalo.”

“Davvero?”

“E gliela regalo volentieri: tanto più che starà meglioin casa di lor signoriche in questa stanzuccia umida e senza lucedove c'èil caso cheuna volta o l'altrame la mangino i topi.”

“Dunque la posso prendere?”

“La prenda pure: ma che la vuole portare da sé alla villa?”

“Sicuro che la voglio portare da me. La villa dello zio ècosì vicina!”

“Guà: faccia lei.”

Leoncinocon l'aiuto del guardaboschisi caricò sullespalle la volperipeté i suoi ringraziamentie se ne andò.

 

 

X.

 

Intanto i cinque cuginiappena alzati da lettodomandaronosubito di Leoncino: ma Leoncino non c'era.

Aspettarono un quarto d'oramezz'oraun'orae Leoncino nontornava: e già cominciavano a mettersi in pensieroquand'ecco che finalmenteLeoncino tornò.

“Dove sei stato finora?”gli domandarono tutti insieme.

“Sono andato a fare un giro per questi dintorni; e sapeteperché? Per vedere se avevo la fortuna d'incontrare la volpe.”

“La volpe non c'è più: è sparita da un pezzo”disseRaffaello.

“Come lo sai?”

“Sono cinque giorni che non s'è fatta più rivedereetutte le galline hanno già ripreso a dormire i loro sonni tranquilli.”

“E se la incontravi davvero?”disse Arnolfo.

“Se la incontravo? Tanto peggio per lei. Che avete pauravoialtridella volpe?”

“Noisì: dopo che abbiamo visto quelle povere gallinesbranate e poi lasciate per i campi...”

“A me poi”disse Leoncino“la volpe non mi fa paura.”

“Guarda un po' quanto coraggio hai messo fuori tutt'a untratto: o chi te l'ha prestato?”disse Arnolfo ridendo.

“Arnolfonon ricominciare!... se noci guastiamo davvero.Dunque si va o non si va?”

“Dove?”

“A far la nostra passeggiata militare e il solito rancio.”

“Eccoci pronti!”

“Peròcome vostro caporalevoglio che oggi il rancio sidebba fare lìal principio del boscodov'è quella foltissima macchiache sichiama... aiutatemi a dirlo.”

“La macchia di Tentennino”urlarono i cinque ragazzi.

“Bravi! la macchia di Tentennino. Dunque sacco in spallaevia!”

Dopo venti minuti di marcia forzataerano già arrivati invicinanza della macchia: quandotutt'a un trattoil caporal Leoncinofermandosi e voltandosi ai soldatigridò loro con voce sommessa:

“Alto! e fermi tutti!...”

“Che cos'è stato?...”

“Guardate làfra le frasche della macchia! non lo vedetequel brutto musoche sbuca fuori?”

“Altro se lo vediamo! Quella è una volpe!...”

“È una volpe davvero!...”

“Per metorno subito indietro”disse Arnolfo impaurito.

“Anche noianche noi!”dissero gli altri fratelli.

“Dunque avete paura?...”gridò Leoncino. “Marmotte!tornate pure indietroma io vado avanti!”

“Leoncinoda' retta a noitorna indietro anche tu”dicevano i ragazziraccomandandosi e allontanandosi a passo di carica.

 

 

XI.

 

Quando furono alla distanza di quattrocento metri sivoltarono a guardaree videro Leoncinopresso la macchiache tirava bastonatea destra e sinistraurlando come un tacchino spaventato.

Questa lotta disperata durò un buon quarto d'ora. Alla fineil valoroso caporaleappoggiatosi il bastone sulla spalla a uso fuciletuttoglorioso e trionfante tornò indietro a raggiungere i suoi compagnii quali glisi affollarono subito dintornoansiosi di domandargli:

“Dunque? Come è andata a finire?”.

“Bene.”

“Ti ha graffiato? ti ha morso?”

“Si è provata due volte a prendermi il bastone coi dentiper inghiottirlo.”

“L'hai ammazzata?”

“Mi è fuggita sul più bello... ma è fuggita in uno statoda far pietà... se campa fino a domani è un miracolo.”

A questo raccontoi cinque ragazzi si erano tantoriscaldatiche non potendo più frenare il loro entusiasmosaltarono al collodel cuginolo abbracciaronogli strinsero la manogli fecero mille carezzeArnolfo volle dargli perfino un gran bacio.

Arrivati a casacome è facile immaginarseloandarono dicorsa dal babbo per raccontargli la gran prova di coraggio che aveva datoLeoncinocombattendo a corpo a corpo con una terribile volpe che pareva unleone.

Leoncinosentendo tutte queste lodinon capiva più nellapelle dalla consolazione: e già si figurava di aver riconquistato il titolo digeneralela sciabola coll'impugnatura doratale spalline color dello zafferanoe il berretto con quella striscia biancache luccicava come un galloned'argento.

Quand'ecco che sul più bello entrò in sala la servaannunziando che c'era Tonioil guardaboschiil quale desiderava di vedere ilsignor Leoncino.

“Fatelo passar qui” disse lo zio Giandomenico.

E di fatti il guardaboschi si presentòtenendo il suocappello in mano e portando sulla spalla una volpe impagliatapiena diammaccature e ridotta in cattivissimo stato.

“Che cosa vuoiMichele?”domandò lo zio.

“Diròpadrone lustrissimo: stamani ho regalato questavolpe al sor Leoncinoche l'ha presa col dire che l'avrebbe portata allavilla... ma viceversa poil'ho ritrovata per caso nascosta nella macchia diTentennino...”

“Dove?”gridarono i ragazzi a una voce. “Nella macchiadi Tentennino?...”

E nel dir cosìsi scambiarono fra loro un'occhiatasbarazzina e malignache tradotta in lingua parlata voleva dire: "Oraabbiamo capito tutto!...".

Il povero caporal Leoncinovedendosi oramai scopertodiventò di tutti i coloricome i segnali delle strade ferrate.

“E guardipadron lustrissimo”continuò ilguardaboschi“come me l'hanno conciata questa povera bestia!... Se sapessichi s'è preso il divertimento di bastonarla a questo modopover'a lui!...”

Leoncinoche aveva le lacrime in pelle in pelleuscì dicorsa dalla stanza e andò a rinchiudersi in camera.

Venuta la seradisse allo zio che voleva tornarsene subito acasa suadal suo babbo e dalla sua mamma. Lo zio Giandomenico si provò asconsigliarlo e a farlo restare ancora per qualche giorno: ma non ci fu verso.

Mentre era sul punto di salire in tranvaii suoi cugini(sempre un po' monelli)lo baciarono e gli dissero addio: ma intanto glibisbigliarono in un orecchio:

“Continua a combattere con le volpi impagliate: maricordati qualche volta il proverbio che dice: "Chi non ha coraggiononvada alla guerra"”.

 

 

 

L'avvocatino difensore

dei ragazzi svogliati e senza amor proprio

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il suo nome era Tommaso: main casa e fuori di casalochiamavano Masino.

Masino aveva tutti i difettiche può avere un giovinettodella sua etàfra gli undici e i dodici anni: disubbidientegolosopigrodormiglionenemico dell'acqua per lavarsi le mani e il visocoperto difrittelle e di strappi in tutti i vestiti che portava addossospacciatore dibugie all'ingrosso e al minutociarlieroimpertinenterispondiero eavversario implacabile dei libri e della scuola.

La mamma lo sgridava: il babbo lo rimproverava: il maestro lopunivai compagni di scuola lo canzonavano della sua buaggine; ma il nostroMasino non se ne faceva né in quané in là.

“Quando avranno detto ben benesi cheteranno!” E conqueste paroleaccompagnate da una spallucciata o da una scrollatina di caporimetteva l'animo in pace.

Un giornoper altrosi ficcò in testa di essereperseguitato ingiustamentee tenne fra sé e sé questo curioso ragionamento:

"Tutti mi sgridano... tutti l'hanno con me!... E laragione? Alla fin de' contiio faccio quel che debbono fare tutti i ragazzi. Lacolpadunquenon è mia. La colpa è della mammala quale non si cheta mai;la colpa è del babboche urla sempre... la colpa è del maestroche habisogno di farmi scomparire tutti i giorni dinanzi a' miei compagni di scuola.Oh che bella cosa se i babbi e le mamme qualche volta si correggessero dellaloro smania di brontolare!... Oh! che bella cosa se i maestri si persuadesseroche dai ragazzi si può pretendere tutt'al più che vadano a scuola... Mapretendere che vadano a scuola e che studinomi pare una bella esigenza! Duecose a un tempochi è che possa farle?".

Batti oggi e batti domani con questi ragionamentiMasinoebbe finalmente una bellissima ideae disse tutto contento:

“Se mi facessi il difensore dei ragazzi come me? Sescrivessi un libro per dare una buona lezione ai babbi e alle mammee percorreggere questi signori maestriche sono peggio di tutti? Io non ho maiimparato a scriverema ho sempre sentito dire che si scrive come si parla. Ioparlo benedunque debbo sapere scrivere!... E pensare che il babbo e la mammasi ostinano a mandarmi a scuola! Un momento: e che cosa potrei scrivere? unaCommedia col titolo I brontoloni?... Per la commedianon toccherebbe ame a dirloci ho avuto sempre molta vocazione. Anche la mammaquando inventoqualche bugiadice sempre che somiglio al Bugiardo di Goldoni. Dunquese somiglio al Goldonivuol dire che le commedie le so fare anch'io. E poiquando ho fatto la Commediachi me la recita? E se per disgrazia me lafischiano? E il caso c'èperché i babbi e le mammecon la scusa di condurrenoialtri ragazzi al teatrovanno sempre alla commedia e alla farsa: e loro mifischierebbero dicerto. O non sarebbe più liscia se scrivessi invece un belraccontinoda mettersi sui giornali? Così mi salverei dal pericolo dei fischie se mi scappasse qualche spropositonessuno ci guarderebbeperché il babbodice sempre che i giornali sono pieni di spropositi e di notizie false. Sìsìvoglio provarmi e subito”.

Detto fattoil nostro Masinosi chiuse in camera: e presala penna e un foglio di cartacominciò il suo racconto con questo titolo:

 

UN RAGAZZINO MODELLO

 

ossia una buona lezione per i genitori

e per i maestri di scuola.

 

Poi seguitò così:

Masino era il più buon figliolo di questo mondo. Il suobabbo e la sua mamma lo sgridavano sempree lui li lasciava sgridare: il suomaestroper cavarsi il gusto di punirlogli levava la colazionee lui perprudenza faceva colazione prima di andare a scuola.

Ma venne finalmente un giornoin cui i suoi genitori e ilsuo maestro si accorsero d'avere un gran torto a fargli sempre de' rimproverieallora le cose andarono di bene in meglio.

Quando Masino qualche volta si dimenticava di lavarsi le manie il visola sua mammainvece di sgridarlocominciò a dirgli:

“Bravo Masino! Vedo che non ti sei lavato né il viso néle manie hai fatto bene. Coll'acquabambino mionon bisogna pigliarsi maiconfidenza. È così facile beccar delle infreddature e dei mal di petto!... Aquanto pareti sei alzato ora dal lettonon è vero?”

_“Sìmamma.”

“Sai che ore sono? sono le nove: e tu alle otto avrestidovuto andare a scuola...”

“Che vuoi? Avevo sonnoe dormivo così bene!...”

“Capiscopoverino! Il proverbio dice che chi dorme nonpiglia pescima tucarino mionon devi fare il pescatore: dunquese ti fapiacerepuoi dormire fino a mezzogiorno. E la lezione l'hai fatta?...”

“La volevo farema poi me ne sono scordato...”

“Tale e quale come me! Anch'io volevo andare dalla miasorellae poi me ne sono scordata. Si vede proprio che sei figliolo della tuamamma. E per colazione che cosa prenderesti?”

“Prenderò il solito Caffè e Latte...”

“Ma rammentaticarino miodi metterci dentro dimolto madimolto zucchero. Lo zucchero si compra apposta per finirlo subitose nova amale.”

“E c'inzupperò due fettine di pane.”

“Noangiolo mioci devi inzuppare due semellie beneimburratiperché il burro fa bene alla gola e aiuta la digestione. E a scuolaci vuoi andare oggi?”

“Sentimammanon ci anderei...”

“È appunto quello che volevo dirti io. Per andare a scuolac'è sempre tempo. Sai piuttosto che cosa fareise fossi in te? Anderei agiocare a palla fino a mezzogiorno: poi tornerei a casa a fare uno spuntino conuna bella fetta di rosbiffeun piatto di maccheroni con sopra due dita di cacioparmigianoe una bella torta ripiena di panna montata. E se dopo lo spuntinovorrai studiare un po' la lezione...”

“Eccomammase invece di studiar la lezioneandassi agiocare a trottola nei viali delle Cascine?”

“Benissimo! Si vede proprio che sei un ragazzino pieno digiudizio. La trottolaalla tua etàè molto più utile della Geografia edella Storia. Che bisogno c'è di studiare la Storia quando tutto il mondo èpieno di storie? Dunqueaddio carino: io scappo a fare una visita alla miasorellae tu cerca di divertirti più che puoie non studiar tanto!... (tornandoindietro) Mi raccomando: non studiar tanto! (tornando indietro unaseconda volta) Non studiar tantoperché a studiare c'è sempre tempo!...”

 

 

Fra babbo e figliolo

 

Masinopochi giorni dopoandò in camera a cercare il suobabbo (il quale si era corretto del bruttissimo vizio di brontolare) e glidisse:

“Saibabboche cosa mi ha fatto il maestro?”.

“Che ti ha fatto?”

“Con la scusa che ho sbagliato a risponderenell'Aritmeticami ha messo in penitenza...”

“Ma queste son cose orribili!... Lo racconterò aicarabinieri!...”

“Sentibabbo; io non voglio più andare a scuola.”

“Io farei come te. A che serve la scuola? La scuola non èaltro che un supplizio inventato apposta per tormentare voialtri poveri ragazzi.”

“Capisci? Mettermi in penitenza perché l'Aritmetica nonvuole entrarmi nella testa! Sta' a vedere che un libero cittadino non è padronedi non saper l'abbaco? Perché anch'io sono un libero cittadinone convienibabbo?”

“Sicuro che ne convengo.”

“Il mio maestro è un buon omo: ma è un omo piccoso.Figurati! pretenderebbe che i suoi scolari dovessero studiare!...”

“Pretensioni ridicole! Se viene a dirlo a menon dubitareche lo servo io.”

“Dovresti andare a trovarlo!”

“Vi anderò sicuro: e gli dirò che i maestri possonopretendere che i loro scolari sappiano la lezione... ma obbligarli a studiarenonomille volte no.”

“La volontà è liberane convienibabbo?”

“Sicuro che ne convengoe quando un ragazzo dice: "Ionon voglio studiare" nessuno può costringerlo.”

“Figurati! Pretenderebbe chedurante la lezionei suoiscolari stessero tutti zitti! Com'è possibile di stare zitti quando si sente lavoglia di parlare?”

“Hai mille ragioni! Che forse la parola venne dataall'uomoperché a scuola stesse zitto? Lascia fare a me: domani vado atrovarloe gli dirò il fatto mio.”

 

 

A scuola

 

E il babbo andò davvero a trovare il maestroe gli fece unabella lavata di capoda ricordarsene per un pezzo: tant'è vero che quandoMasino tornò a scuolail maestro gli si fece incontro tutto mortificatoetenendo il berretto in manogli disse:

“ScusasaiMasinose l'altro giorno ti messi inpenitenza. Fu uno sbaglioperdonami: tutti si può sbagliare in questo mondo.Che cosa avevi fattopovero figliuoloda meritarti quel gastigo? Non aveviimparato la lezione... Ma è forse questa una mancanza? Che forse gli scolarihanno l'obbligo di saper la lezione? Non ci mancherebb'altro! Animoviaperdonami e non se ne parli più! Fammi intanto vedere i tuoi quinterni!Benissimo! Sono tutti coperti di scarabocchi! Gli scarabocchi sui quinterniprovano che lo scolaro è un ragazzino pulito e che studia bene. Ti darò sette meritiper gli scarabocchi. I ragazzi di buona volontàcome tevanno sempreincoraggiati. Vediamo ora i tuoi libri. Arcibenissimo! Questi libri tuttistrappati e sbrindellatisono una bella prova che sai tenerne di conto. Laprima cosa che deve fare uno scolaro perbene e veramente studiosoè quella disciupare i libri di scuola. Ti darò cinque meriti per i libri sciupati.Se domani poivenendo a scuolane perderai qualcuno per la stradatiaggiungerò altri cinque meritiperché la cosa possa servir d'esempioa' tuoi compagni. E questa macchiache hai qui sul davanti della camiciacomemai te la sei fatta?”.

“Me la son fatta stamaninel leccare lo zucchero in fondoalla chicchera.”

“È una macchia che ti torna benissimo a viso. Io ho avutosempre a noia gli scolari con la camicia pulita. Gli scolari mi piaccionocometetutti coperti di macchie e di frittelle. Ti darò sei meriti perquella bella macchia di caffè e latte. Ne meriterebbe di piùma per oggitiriamo via. DimmiMasino: hai studiato la lezione di Grammatica?”

“Sissignore.”

“Dimmidunquequante lettere ci vogliono per formare unasillaba?”

“Cosìall'improvvisonon saprei dirlo...”

“Benissimo. Me lo dirai un'altra volta. E l'Abbaco l'haistudiato?”

“Sissignore.”

“Che cosa rappresenta una crocellina così + posta fra duenumeri?”

“Ecco... dirò... che rappresenta una croce...”

“Oggi non sei in vena a rispondere. Mi risponderai un'altravolta. E la Geografia l'hai imparata?”

“Sissignore.”

“Sentiamola. In quante parti si divide comunementel'Italia?”

“In quattro parti: Italia di sopraItalia di sottoItalianel mezzoe Italia...”

“Italia come?...”

“Italia... da una parte.”

“Non è precisamente cosìma mi risponderai meglioun'altra volta. Eccoti intanto dieci meriti per la franchezzacon laquale hai risposto a tutte le mie domande.”

Agli esami della fin dell'annoil bravo Masino si fecemoltissimo onoree il suo babbo e la sua mamma gli regalarono venti pasticcinie un panforte di Siena.

 

 

La morale della Favola

 

L'autore offrì questo suo Racconto a parecchigiornalima nessuno volle accettarlo. I più benigni si contentarono diridergli in faccia. Allora il nostro amico si consolò dicendo:

“Peccato che nessuno abbia voluto pubblicarmi questo Racconto!Che bella lezione sarebbe stata per i genitori brontoloni e per i maestritiranni!... Ma oramai ci vuol pazienza! e i ragazzicon la scusa di farlistudiaresi troveranno sempre perseguitati!...”.

 

 

 

Quand'ero ragazzo!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mille anni faanch'io ero un ragazzettocome voimiei carie piccoli lettori: anch'io avevosu per giùla medesima vostra etàvale adire fra gli undici e i dodici anni.

E com'è naturaledovevo ancor'io andare tutti i giorni allascuolasalvo il giovedì e la domenica. Ma i giovedìnel corso dell'annoerano così pochi!... Appena uno per settimana! E le domeniche?... Le domenicheera grazia di Diose ritornavano una volta ogni otto giorni.

Anch'io andavo a scuola: ma non saprei dirvi se la mia scuolafosse elementareo ginnasialeo licealeperché mille anni faossia a' mieitempila scuola si chiamava semplicemente scuolae quando noi altri ragazzi sidiceva scuolas'intendeva parlare di una stanza piuttosto grande e quasipulitanella quale eravamo costretti a passare circa sei ore della giornataedove qualche volta s'imparava anche a leggerea scrivere e a far di conto.

La scuolaalla quale andavo ioera una bella sala di formabislungarischiarata da due finestre lateralie con un gran finestrone nellaparete di fondoil quale stava sempre chiusorimanendo nascosto dietro unagrossa tenda di colore verdone-cupo.

Presso le due paretia destra e a sinistra della cattedradel maestroricorrevano due lunghissimi banchi per gli scolari.

Gli scolari seduti a destra si chiamavano Romaniequelli a sinistraavevano il soprannome giocoso di Cartaginesi.

Tanto gli uni che gli altri erano capitanati da unimperatore: e per la dignità d'Imperatore si capisce bene che venivanoscelti i due scolariche nel corso del mese avevano ottenuto un maggior numerodi meritisia per buoni portamentisia per lodevole prova fatta nelle lezionigiornaliere.

 

Una voltame lo rammento sempreil posto d'Imperatoredei Romanitoccò anche a me: ma fu una gloria passeggera. Dopo due oreappena di regnoper una delle mie solite birichinateil maestro mi fecescendere dal seggio imperialee fui riconfinato in fondo alla panca. Eppuresia detto per la veritàebbi tanta forza da sopravvivere a quella sciaguraein pochi minuti seppi darmene quasi pace. Si vede proprio chefin da ragazzoio non ero nato per far l'imperatore.

E ora indovinate un po'in tutta la scuolachi fosse loscolaro più svogliatopiù irrequieto e più impertinente?

Se non lo sapeteve lo dirò io in un orecchio: ma fatemi ilpiacere di non starlo a ridire ai vostri babbi e alle vostre mamme.

Lo scolaro più irrequieto e impertinente ero io. Non passavagiorno che non si sentisse qualche voce gridare:

“Signor maestroche fa smettere Collodi?”.

“Che cosa fa Collodi?”

“Mangia le ciliegiee poi mi mette tutti i nòccioli nelletasche del vestito.”

Allora il maestro scendeva dal suo seggio: mi faceva sentireil sapore acerbo delle sue mani secche e durissimecome se fossero di bossoloe mi ordinava di cambiar posto.

Dopo un'ora che avevo cambiato postoecco un'altra voce chegridava:

“Signor maestroche fa smettere Collodi?”.

“Che cosa ti fa Collodi?”

“Acchiappa le mosche e poi me le fa volare dentro gliorecchi.”

Allora il maestrodopo avermi dato un altro saggio dellamagrezza e della durezza delle sue manimi faceva mutar posto daccapo.

Fatto sta che a furia di mutar posto tutti i giornisullapanca dei Romani non c'era più un romano che volesse accettarmi per suovicino.

Fui mandatoper ultimo ripiegofra i Cartaginesi: e mitrovai accanto al più buon figliolo di questo mondoun certo Silvanograssocome un cappone sotto le feste di Nataleil quale studiava pocoquesto èveroma dormiva moltissimoconfessando da se stesso che dormiva piùvolentieri sulle panche di scuola che sulle materasse del letto.

Un giorno Silvano venne a scuola con un paio di calzoni nuovidi tela bianca. Appena me ne accorsila prima idea che mi balenò alla mente fuquella di dipingergli sui calzoni un bellissimo quadrettoa tocco in penna.Tant'è vero che quando l'amicosecondo il suo solitosi fu appisolato coigomiti appoggiati al banco e con la testa fra le maniiosenza mettere tempoin mezzoinzuppai ben bene la penna nel calamaioe sul gambale davanti glidisegnai un bel cavallocol suo bravo cavaliere sopra. E il cavallo lo feci conla bocca aperta in atto di mangiare dei grossi pesciperché così si potessecapire che questo capolavoro era stato fatto di venerdìgiorno in cuigeneralmente tutti mangiano di magro.

Confesso la verità: ero contento di me. Più guardavo quelmio bozzettoe più mi pareva di aver fatto una gran bella cosa.

Cosìperònon parve al mio amico Silvano: il qualesvegliandosi dal suo pisolino e trovandosi sui calzoni bianchi dipinto conl'inchiostro un soldato e un cavallo che mangiava i pescicominciò a piangeree a strillare con urli così acutida far credere che qualcuno gli avessestrappato una ciocca di capelli.

“Che cosa ti hanno fatto?” gridò il maestrorizzandosiin piedi e aggiustandosi gli occhiali sul naso.

 

“Ih!... ih!... ih!... Quel cattivaccio di Collodi mi hadipinto tutti i calzoni bianchi!...” E dicendo cosìalzò in aria la gambamostrando il disegno fatto da me con tanta pazienza eoserei direcon tantabravura.

Tutti riseroma il maestro disgraziatamente non rise. Anziinvece di riderescese giù dal suo bancotutto infuriato come una folata divento; e senza perdersi in rimproveri e parlantine inutili... Basta! per uncerto sentimento di pudor naturalerinunzio a descrivervi i diversi argomentimaneschiche egli pose in opera per farmi guarire dalla strana passione didipingere i calzoni de' miei compagni.

 

Peraltrofinita la scuolail povero Silvano non voleva anessun costo tornare a casavergognandosi a farsi vedere in mezzo alla stradacon quella pitturaa tocco in pennasulla gamba sinistra. Allora che cosaimmaginai? Tanto per abbonirlogli appuntai sul davanti un foglio di cartabianca: il qual foglioscendendogli giù fino al ginocchioa guisa digrembiulenascondeva agli sguardi indiscreti del pubblico e dei ragazzacci distrada il mio bellissimo capolavoro.

 

Il giorno dopo fu per me una giornata neraindimenticabile.

Appena entrato nella scuolail maestrocon un cipiglio dafar paurami disseaccennandomi un banco solitario in fondo alla scuola:

“Prendi i tuoi libri e i tuoi quadernie va' a sedertilaggiù! Così ti troverai sempre solo e isolato da tutti... e così pagheraicaro il bruttissimo vizio di molestare i compagniche hanno la disgrazia distarti vicini”.

Mogiomogiocome un pulcino bagnatochinai il capo eubbidii.

Per il primo e il secondo giorno tollerai con rassegnazionela mia solitudine: ma il terzo giorno non ne potevo più: proprio non ne potevopiù. I compagni mi guardavano e ridevano: mi pareva di essere in berlina.

Dietro le mie spallecome sapeterimaneva un granfinestrone sempre chiuso e sempre coperto da una tenda di grossissima telaverdone-cupo. In un momento di gran noia e mentre cercavo qualche passatempo perdivagarmiecco che mi venne fatto di accorgermi che in quella tenda eprecisamente all'altezza del mio capoc'era un piccolissimo bucolino. Appenavisto quel bucolinoil mio primo pensiero fu quello di allargarlo un poco pergiornoe di allargarlo fino al puntoda poterci passar dentro con tutta latesta.

Questo lavoro durò quasi una settimanaperché la teladella tenda era molto ruvida e resistente.

Alla finequando il bucolino diventò una bucafeci subitosegno ai miei compagni di scuola di stare attentiperché avrebbero visto unmagnifico spettacolo. Detto fattoapprofittando di quel momento che il maestrostava rileggendo i nostri componimentientrai dietro la tenda e cominciai alavorare col capo. La buca era grande: ma il mio capo era più grandee non civoleva entrare: ioperòpigiai tanto e poi tantoche finalmente il capoc'entrò.

Figuratevi la risata sonora che scoppiò in tutta la scuolaquando la mia testa fu vista campeggiare in mezzo a quella tenda verdonacomese qualcuno ce l'avesse attaccata con quattro spilli. Ma il maestroal solitonon volle ridere: e invecemovendosi dal suo bancovenne verso di me in attominaccioso. Iocome è naturalemi provai subito a levare il capo dalla tenda:ma il capoche c'era entrato forzatamentenon voleva più uscire.

La mia paura in quel punto fu tale e tantache cominciai apiangere come un bambino.

Allora il maestro si voltò agli scolarie in tonocanzonatorio disse loro:

“Lo vedete làil vostro amico Colloditanto buonotantostudiosotanto garbato co' suoi compagni di scuola? Non vedetepoverinocomepiange? Movetevi dunque a compassione di lui: alzatevi dalle vostre panche eandate a rasciugargli le lacrime!”.

Vi lascio immaginare se quelle birbe se lo fecero dire duevolte! Ridendo e schiamazzandosi schierarono in fila a uso processione: epassando a due per due dinanzi a memi strofinarono tutti il loro fazzolettosul viso! E pensare che fra quei fazzoletti da nasove n'erano parecchi che nonavevano mai visto in faccia né la lavandaia né la stiratora. Meno male cheaquell'etàtutti i nasi son fratelli fra loro!

La lezione fu acerbama salutare. Da quel giorno in poi mipersuasi che a fare i molesti e gl'impertinentisi finisce nelle scuole perperdere la benevolenza del maestro e la simpatia dei nostri compagni. Diventaiun buon figliuolo anch'io: rispettavo gli altrie gli altri rispettavano me: edopo un mese di lodevoli portamentifui nominato daccapo Imperatore deiRomani. I romaniperò della mia scuolainvece di darmi il titolo di Maestàcontinuarono sempre a chiamarmi col modestissimo nome di Collodi.

 

 

 

Una mascherata di Carnevale

ossia i sotterfugi

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I.

 

Ogni volta che Cesarino andava o tornava dalla scuolaavevapreso il vizio di fermarsi a tutte le cantonate per leggere i cartelli deiteatri.

Questa era la sua grande passione.

E se per caso i cartelli annunziavano qualche commedia tuttada ridereallora Cesarino cominciava subito a spappolarsi dalle risatalee quale come se si fosse trovato in teatro.

Un giorno (sul finire di Carnevale) gli venne fatto dileggere un gran cartellone che diceva così:

 

R. TEATRO PAGLIANO

 

Domenica sera gran Festa di Ballo

con ingresso alle Maschere.

 

La mascherata che sarà giudicata

più bella e più sfarzosa

Riceverà un premio di Cento lire.

 

Appena letto quel cartelloil nostro Cesare non ebbe piùbene di sé.

Nel tornare a casaandava fantasticando:

“Se quelle cento lire le potessi vincere io!... Che belsignore che diventerei!... Metterei su carrozza e cavalli!... comprerei unabella villa con tanti poderi... e poitutti i quattrini che mi rimanessero intascali darei alla mamma per le spese di casa... Eppure!... se avessicoraggiotenterei davvero la fortuna! Chi mi dice che la mascherata inventatada me non riuscisse la più bella di tutte?... Per inventare una mascherata nonci vuol poi un gran talento!... Non è come il latino o la grammaticachéquelle sono due cose uggiosee per impararle bisogna essere sgobboni... Quibasta avere un po' di genio! A buon contonon bisogna dir nulla a nessuno;specialmente a' miei fratelli. Guai se Orazio e Pierino sapessero qualche cosa!”.

Nel dir cosìsi trovò quasi senza avvedersene alla portadi casae sonò il campanello.

Orazioper l'appunto il suo fratello Oraziofu quello cheaprì.

“Giusto te!”disse Cesare con aria di gran misteroappena entrato in casa.

“Che t'hanno fatto?”

“Nulla... Ho detto così per ischerzo.”

“Eppurea vederti in visosi direbbe...”

“Nullati ripetonulla. Se fossi matto a confidarmi conte!...”

“Hai forse qualche segreto?”

“Vedi! Se te lo dicessisaresti capacissimo di andarlosubito a raccontare alla mamma. La mascherata la farò... oramai ho detto difarla... e la farò: ma te e Tonino non dovete saperne il gran nulla.”

“Quale mascherata?”

“Quella per andare domenica al teatro Paglianoa vincereil premio...”

“E il premio sarebbe?”

“Cento lire alla più bella maschera della serata. Non lodire a nessuno... ma la più bella maschera sarò io... capisci?...”

“Allora voglio mascherarmi anch'io...”

“Ma zittoper carità: e non dir nulla a nessuno:specialmente a Pierinoche anderebbe subito a rifischiarlo alla mamma.”

“Ti pare che voglia dirlo a Pierino? Piuttosto mi tagliereila lingua... Eccolo!... è lui!”

In quel mentre entrò nella stanzaballando e saltandounragazzetto di circa nove anni. Era Pierinoil minore de' tre fratelli: ilqualesenza perder tempogridò strillando come una calandra:

“Ditemiragazzisi fa a mosca-cieca?”.

“Abbiamo altro per la testa”rispose Cesare.

“Giusto a mosca-cieca!”soggiunse Orazio.

Pierino guardò maravigliato i suoi fratelli: e poi domandò:

“Che vi è accaduto qualche disgrazia?.”

“Finiscilagua'giuccherello!”disse Orazio.

“O dunque?...”

“Tu sei un gran curioso! E a farlo apposta non devi sapernulla!...”

“Nulla! il gran nulla!...”

“E poisiamo giustile mascherate non sono cose per te.”

“Non sono cose da ragazzucci della tua età.”

“Che vuoi che il premio lo diano a te?”

“Sarebbe dato beninoe non canzono!”

“Ma di che premio parlate?”

“Delle cento lireche daranno domenica sera al teatroPagliano...”

“A chi le daranno?...”domandò Pierinospalancando gliocchi.

“A te no di certo. Ma forse a me...”disse Cesare.

“E a mesoggiunse Orazio.”

“Che andate in mascheravoialtri?”

“Lo dicono.”

“E dove andate?”

“Al teatro Pagliano.”

“E quando?”

“Domenica sera.”

“Oh! bene! oh bene!”gridò Pierino. “Allora ci vengoanch'io.”

“Ma zitto! E non dir nulla a nessuno: specialmente allamamma.”

“Per chi mi avete preso? per una spia?”

“A proposito”disse Cesare“come ci dovremomascherare?”

“Io non lo so”disse Pierino.

“Neanch'io”soggiunse Orazio.

“Silenzio tutti! M'è venuta in capo una bella idea! Maproprio bella...”

“Sentiamola.”

“Ditemiragazzi; le volete davvero queste cento lire?”

“A me mi pare che tu ci canzoni...”

“Io non canzono nessuno. Le voletesì o noqueste centolire?”

“Io son contento se me ne dai quaranta”disse Pierinoma le voglio tutte in soldiperché le mi fanno più figura.”

“Se volete queste cento liredate retta a quel che vidico. Domenica sera ci dobbiamo mascherare tutti e tree la nostra mascheratadeve somigliare a quella stampa coloritache portò a casa l'altro giorno lozio Eugenio...”

“Quale stampa?...”domandò Orazio.

“Quella che rappresenta la famiglia del gobbo Rigoletto.”

“E chi è questo Rigoletto?”chiese Pierino.

“Non lo conosci? Gli è quel gobbo rifatto in musica dalmaestro Verdi... quello che dice:

 

La donna è mobile

Col fiume a letto...”

 

“S'è capitos'è capito”disse Orazio.

“Iocom'è naturale”riprese Cesare“mi vestirò daRe di Franciae tu...”

“Mi dispiace di non essere gobbo”disse Orazio“perchémi vestirei tanto volentieri da Rigoletto!”

“Al gobbo ti ci penso io: lascia fare a me...”

“E io?”domandò Pierino.

“Tu ti vestirai da Gildafigliola di Rigoletto.”

“Io da figliola? Io per tua regola non faccio da figliola anessuno: sono nato uomo e voglio mascherarmi da uomo: ne convieni?”

“Benissimo: vuol dire che invece di vestirti da figliola tivestirai da figliolo di Rigoletto... Che vuoi che Rigoletto non avesse infamiglia nemmeno un maschio?”

“Così mi piace e ci sto.”

E i tre fratellicontenti di questa bellissima trovatacominciarono a ballare in tondo per la stanzacome se avessero già guadagnatole cento lire del premio.

Quand'ecco che Pierinofermandosi tutt'a un trattodomandòa' suoi fratelli:

“Scusateragazzie i quattrini per comprare i vestiti damaschera dove sono?”.

Nessuno rispose.

E i quattrini per entrare in teatrochi ce li da?

La solita risposta.

 

 

II.

 

Quella sera andarono a letto mogi mogi. Cesare dormiva soloe in un altro lettino accanto al suodormivano Orazio e Pierino.

“Peccato!”disse Cesare con un gran sospiroprima diaddormentarsi. “Quelle cento lire erano proprio nostre! Nessuno ce le potevalevare...”

“Sfido io!...”brontolò Orazio.

In quanto a Pierino non poté dir nullaperché russava comeun ghiro.

La mattina doposul far del giornoCesare svegliò i suoifratelli gridando:

“Allegriragazziallegri!... Ho bell'e trovato il modo difar la mascherata!”.

“Davvero?”disse Orazioallungandosi e sbadigliando.

“Quale mascherata?”domandò Pierinocol capo semprefra il sonno.

“Ora vi dirò tutto. Volete sapere chi ci darà ilvestiario?... Indovinatelo! Ce lo darà lo zio Eugenio.”

Lo zio Eugenio (un gran capo-ameno) era fratello della mammadei ragazzie stava con gli altri in famigliaavendo nella medesima casa ancheil suo Studio di pittura.

“E come fai a sapere che il vestiario ce lo darà lui?”

“Ne sono sicuro... perché glielo porteremo via dinascosto.”

“Lo ziodunqueha tutto il vestiario per il Rigoletto?”

“Non è precisamente il vestiario del Rigolettoma cicorre poco. Sono strisce di raso rossoverdeturchinodi tutti i colori: econ quelle strisce noi ci faremo i calzonii vestiti e i berretti...”

“Ma se tu fai da Re di Franciati ci vorrà la corona diRe”disse Orazio.

“Come sei ignorante!”replicò Cesare con unascrollatina di capo. “Ma non sai che i Re di una voltaquando andavano aspassonon portavano in capo né corona né cappello?”

“O quando piovevacome facevano?”domandò Pierino.

“Pigliavano l'ombrelloo se norimanevano in casa. Anchenoialtri si sarebbe fatto cosìne convieni?”

“Tu discorri bene”soggiunse Pierino“ma nella StoriaRomana non c'è detto che gli Imperatori andassero fuori con l'ombrello...”

“E tu ci credi alla Storia Romana? Povero bambinolospendi bene il tu' tempo!...”

Per farla brevei tre fratelli entrarono nello studio delloziomentre lo zio era sempre a lettoe da una vecchia cassapanca gli portaronovia un grosso fagotto di calzoni di setadi sottoveste e di giubbe di raso ealtre anticaglie d'ogni modello e colore.

Poi corsero a dare un'occhiata a quella famosa stampa cherappresentava - per dir come dicevano loro - tutta la famiglia di Rigoletto: epresi i necessari appuntisi rinchiusero in camera a lavorare.

Pierinodopo averci pensato ben benesi rassegnò avestirsi da figliuolainvece che da figliuoloe Cesareavendo trovata unacorona reale di cartone doratosi rassegnò a portarla in capo.

La mattina dopo... volete crederlo? tutto il vestiarioafuria di spillidi aghi e di punti infilati a casoera già in ordine.

Come facesseronon saprei dirvelo davvero. Io so una cosasolaed è questa: che i ragazzianche quelli di poca levaturadimostranosempre moltissimo ingegno quando lavorano per i loro balocchi.

E i quattrini per entrare a teatro? Dove trovarli? Da chifarseli imprestare?

Chiederli alla mamma era inutileperché sarebbe stato lostesso che scoprire tutto il sotterfugio combinato fra loro.

A buon contoavevano saputo che il biglietto d'ingresso alteatro costava una lira: dunqueessendo in treci volevano almeno tre lire.

Inventando una scusa di libri da compraresi provarono achiederle allo zio Eugenio: e lo ziofamoso per queste burlerispose subito:

“Volete tre lire sole? Io non faccio imprestiti cosìmeschini! Chiedetemi centoduecentomille lire... e allora c'intenderemo...”.

“Gua'”disse Pierino“se lei ci fida anche centolirenoi le si pigliano volentieri.”

“Sicuro che ve le fido! E perché non ve le dovrei fidare?”

“Dunque la ce le dia.”

“Portatemi il calamaio e un pezzo di foglio bianco.”

Quand'ebbe l'occorrentelo zio scrisse sopra il pezzo difoglio:

 

Pagherete ai miei nipoti CesareOrazio e Pierinolire centoche segnerete a mio debito.

 

Lo zio

 

“E ora”domandò Cesare“da chi si vanno a prenderequeste cento lire?”

“Alla Banca de' Monchi.”

“E dov'è questa Banca?”

“Qui svolto. Appena usciti di casatirate giù a dirittapoi trovate una piazzapoi svoltate a sinistrapoi girate in dietrotraversate il ponte e appena fuori della barrieralì c'è subito la Bancade' Monchi.”

I tre ragazzi stettero attentissimi: ma non capirono nulla.

Fatto sta che Cesareinvece di andare a scuolagirò pertutta la città; e a quanti domandava della Banca de' Monchitutti loguardavano in viso e ridevano.

Tornato a casadisse a' suoi fratelli:

“Lo zio ce l'ha fatta!”.

“Cioè?”

“La Banca de' Monchi è una sua invenzione.”

“E ora come si rimedia?”

“Il rimedio ce l'avrei...”

“Dillodillo subito!”gridarono Orazio e Pierino.

“Ci state voialtri a vendere i libri di scuola?”

“Magari!... e poi come si ricomprano?”

“Con le cento lire del premio!”

“Benissimo! E così li avremo tutti novi.”

“E tutti rilegati...”

A furia di discorrere e di ragionarci suquei tre monellifinirono per persuadersi chea vendere i loro libri di scuolafacevanoun'operazione d'oro.

Lo stesso giornoCesarecon un fagotto sotto il braccioandò in cerca di un rivenditore di libri usati: e quand'ebbe in tasca le treliregli parve di aver toccato il cielo con un dito.

 

 

III.

 

La sera che dovevano andare al teatrofinsero tutti e tre diavere un gran sonno: e come fecero bene la loro parte in commedia!...

“Io non posso più tenere gli occhi aperti”dicevaCesare.

“Io dormo e cammino”diceva Orazio.

“Un sonno come staseranon l'ho avuto mai”dicevaPierino.

“Se avete sonno”disse la loro mamma“è una malattiache si guarisce presto! Andate a letto e non se ne parli più.”

I tre ragazzi non se lo fecero ripetere: presero il lorocandeliere e si chiusero in camera.

“È meglio che ci vestiamo subito”disse Cesare.

“E poi?”

“E poi s'entra a letto.”

“E quando viene la mamma a darci il solito bacio di tuttele sere?... Se ci trova vestiti da Rigoletti?...”

“Che discorsi! Prima di chiamar la mammasi spenge lacandela.”

“E se la mamma entra in camera col suo bravo lume acceso?”

“Hai ragione. Bisogna ricordarsi di star coperti perbenefino al collo...”

I tre ragazziin un batter d'occhios'infilarono i lorocalzoni e le loro gualdrappe di setae si nascosero sotto i lenzuolilasciandofuori solamente la testa.

Dopo poco venne la mammae dato loro un bacio e la buonanotteaccostò la porta di camera.

“Ora”disse Cesare“bisogna stare in orecchiopersentire quando la mamma va a letto. Attentidunquee non ci lasciamo prenderedal sonno.”

“Dal sonno?”disse Orazio. “Io per tua regolasonbono a stare sveglio fino a domani.”

“O io?”disse Pierino. “Quando devo andare al teatronon c'è caso che mi addormenti mai.”

Lascio pensare a voi come rimasero la mattina dopoquandosvegliandosisi trovarono tutti e tre nel lettomascherati!

“Meno male”disse Cesare“che domani sera c'èun'altra festa da ballo. Anderemo a quella.”

“E il premio delle cento lire?”domandarono Orazio ePierino.

“C'è anche il premio.”

Lesti lesti saltarono il lettolesti lesti si spogliarono daRigoletti e si rivestirono da ragazzie lesti lesti nascosero tutto illoro bagaglio in fondo a un piccolo armadio a muro.

Arrivati alla sera dipoiripeterono la medesima scena dellagran sonnolenza e dell'entrare sotto i lenzuoli bell'e vestiti cogli abiti damaschera. Appenaperòsi accorsero che la mammadopo averli baciatierarientrata nella sua camerasaltarono dal letto e si posero a girandolare in sue in giùtanto per non lasciarsi tradire dal sonno.

Aspettaaspettaaspettafinalmente dopo un secolo sonaronole dieci.

“Dunque si vao non si va? Se vogliamo andarequestasarebbe l'ora”disse Cesare.

“E la chiave di casa l'hai presa?”domandò Orazio.

“Eccola qui.”

“E tuPierinoa che cosa pensi?”

“Per mese si deve andareandiamo: ma il core mi dice chequesti sotterfugi ci porteranno disgrazia. Se la mammanel tempo che siamo alteatrola si svegliasse?...”

“E perché si dovrebbe svegliare?”

“I casi son tanti! E se una volta svegliatala venisse incamera nostra e non ci trovasse nessuno?...”

“Come sei uggioso! Benedetti i ragazzi e chi ci s'impiccia!”brontolò Cesare sottovoce.

Senza perdersi in altre chiacchiereaprirono l'uscio dicamera e parve loro di sentire qualcuno che si allontanasse in punta di piedi.

“Che sia lo zio Eugenio?”domandò Pierinorattenendoil fiato.

“Quante paure! Lo Zioper tua regolaè andato a lettoprima di noi.”

Eper esserne più sicurinel passare davanti alla cameradello ziostettero un po' in ascoltoe lo sentirono russare come uncontrabasso.

Giunti nella stradarichiusero la porta adagio adagio esenza far colpo.

La serata era freddissimama bella: uno stellatoche facevainnamorare a guardarlo!

I tre fratellitenendosi per la mano come tre buoni ragazziche andassero a scuolacamminavano sul marciapiede: quand'ecco che sentironodietro a loro una vocina di galletto che faceva: Chiù-chiù-chiù!

Si voltarono e videro una figura magra e tutta neracon unpaio di corna in testache saltava e faceva mille sgambetti.

“Che sia il diavolo?”domandò Pierinocominciando atremare.

“Ma che ti vai diavolando?”dissero i suoi fratelli. “Nonvedi che è una maschera? Fermiamoci e lasciamola passare avanti.”

E si fermarono: ma il diavolo si fermò anche lui.

Allora i tre ragazziper non compromettersitraversarono lastrada e andarono dall'altra parte.

E il diavoloanche luiandò dall'altra parte.

“Che cosa vuole da noi?” gli domandò Cesare ingrossandola voce e facendo finta di non aver paura.

“Chiù-chiù!” rispose il diavolo facendo uno sgambetto.

“Noi andiamo per la nostra stradae non si dà noia anessuno.”

“Chiù-chiù.”

“Si levi di tornosor impertinentese no lo dico alleguardie.”

“E io lo dico alla mamma”urlò Pierino piangendo dallapaura.

“Chiù-chiù! Chiù-chiù! Chiù-chiù!...”

E il diavolo cominciò a urlare e a saltare in un modospiritato.

I tre ragazzi impauriti si dettero a correre: e corricorricorriarrivarono finalmente alla porta del teatro.

Entrati in plateafra mezzo alla follacredevano di essersiliberati da quel diavolaccio che li perseguitava: ma invecedopo due minutisentirono intronarsi gli orecchi da un chiù-chiù che parve una fucilata abruciapelo.

Che cosa dovevano fare?... A furia di spinte e di spintoniepassando magari fra le gambe della gentearrivarono a mettersi in fila davantial palco della Commissioneche doveva giudicare le mascherate più belle.

Poveri figliuoli! Non l'avessero mai fatto!...

Appena arrivati lìfurono salutati da un fischio acutissimoe da una vociona che strillò:

“Chiù-chiù!... Fuori i ragazzi! Via i ragazzi! A letto iragazzi!”

A questo grido sonoro e ripetutotutto il pubblico deipalchi e della platea si voltò: e vedendo quelle tre mascheruccechepretendevano al premiocominciò a sbellicarsi dalle risa e a ripetere in coro:

“Fuori i ragazzi!”

“Via i ragazzi!”

“A letto i ragazzi!”

Figuratevi il chiassoil baccano e lo scompiglioche nacqueda un momento all'altro. In mezzo a quel pigia-pigia si sentì una voce didonnache gridò:

“Mi hanno rubato il vezzo!”

Corsero subito le guardie: le qualiin tanto tramestìononsapendo su chi mettere le mani addossoarrestarono le tre mascherucce chescappavano spaventate verso la porta del teatro.

“Ma perché ci arrestano?... Noi siamo innocenti!...”gridavano piangendo quei poveri ragazzi.

“Fra poco ne riparleremo”risposero le guardieincamminandosi verso la Questura.

“Lo creda... noi non siamo ladri”diceva Cesare.

“Di chi siete figlioli?”

“Del nostro babbo e della nostra mamma.”

“Che mestiere fanno i vostri genitori?”

“Il babbo gli è fori di Firenze a far l'ingegnere e lamamma l'è a lettoche dorme...”

“E che cosa siete venuti a fare al teatro?”

“A vincere il premio.”

“Il premio ve lo daremo noi. Come mai siete scappati dicasa?...”

“L'è una storia lunga...”

“I ragazziche scappano di casanon possono esser nulladi bono...”

“Su questo l'ha ragione lei... non c'è nulla da dire... Mala creda che siamo ragazzi perbene... e incapaci...”

“Lo vedremo fra poco.”

Nel dir cosìle guardie spinsero i tre ragazzi dentro laporta di Questura: e un po' con le buone e un po' con le cattiveli feceroentrare nella stanza del Delegato.

Il Delegato per l'appunto dormiva.

Quando lo svegliaronodomandò:

“Che c'è di nuovo?”

“Tre ragazzi arrestati al veglione...”

“Ragazzi?”ripeté il Delegatosbadigliando. “Metteteliin prigione. Domani ne riparleremo.”

Que' poveri figliuoli pianseropregaronosiraccomandarono... Ma inutilmente. La guardia aprì una porticina e tutti e trefurono cacciati in gattabuia.

Trovandosi soli e al buiosi presero l'uno con l'altro perla manostringendosi forte forteper farsi fra loro un po' di coraggio. Eintanto che Cesarino e Orazio si sfogavano a piangere dirottamentePierinobalbettò singhiozzando:

“Io te lo dissiCesarino... ma tu non mi volesti darretta....”

“Icché tu mi dicesti?...”

“Quel che diceva la nostra povera nonna... che i sotterfugiportano sempre disgrazia.”

“Allora vuol dire che tutta la colpa è tua”gridòCesarearrabbiandosi.

“Sissignoretutta la colpa è tua!”ripeté Oraziostizzito.

“Ma perché la colpa è mia?...”

“Perché dovevi raccontare il fissato della mascherata allamammache ci avrebbe sgridato ben bene... e così orainvece di trovarci quiin prigionesi sarebbe a casa a dormire ne' nostri lettini.”

“E se dopo mi davi di spia?...”

“Che spia e non spia? Se tu avessi raccontato ogni cosaalla mamma... ci avresti risparmiato un monte di dispiaceri. La colpa è tuttatua.”

“Sissignoretutta tuatutta tua!”ripeté Orazio.

“Bella forza! Ve la pigliate con meperché sono il piùpiccino!...”

E chi sa mai questo dialogo quanto sarebbe duratose laporticina della prigione non si fosse apertae una vociona di fuori non avessegridato.

“Susuragazzi! Potete andarvene a casa vostra. Sveltezzanelle gambe e via!”

Come mai questo cambiamento di scena all'improvviso?... Si fapresto a capirlo: essendo stato scoperto e arrestato il ladro del vezzoi treragazziriconosciuti innocentivenivano lasciati in libertà.

Figuratevi la loro contentezzaquando si trovarono in mezzoalla stradapadronissimi di tornarsene a casa! Non sapendo che cosa direpiangevanoridevano e si abbracciavano.

E strada facendoborbottavano fra loro:

“Oraappena arrivati a casasi sale le scale in punta dipiedi.... E poi s'entra in camera... E adagino adagino ci spogliamo... Enascondiamo questi panni sotto il letto.”

“E domani si fa vista di aver dormito tutta la nottee cileviamo...”

“E poi di nascosto si riportano questi cenci nellacassapanca dello zio...”

“E poi si fa colazione come tutte le altre mattine...”

“E poi si va a scuola...”

“E i libri?...”

“Si dice alla mamma che li abbiamo perduti...”

“E così di questa brutta nottatache c'è toccato apassare...”

“Nessuno ne saprà nulla...”

“Nemmeno la mamma.”

Con questi e con altri discorsisi trovarono quasi senzaavvedersene davanti alla porta di casa.

Ma sugli scalini della porta c'era seduto... indovinatechi?...

C'era seduto il diavoloquel diavololoro accanitopersecutore.

“Chiù-chiù! Dove andate?”domandò l'omo nero.

“Si vorrebbe andare in casa.”

“Di qui non si passa.”

“Scusisor diavolo”disse Pierino“ma queste nonsono azioni da persone di garbo.”

“Se volete passarepagate il dazio.”

“Ma che dazio! La si figuri che in tutti e trenon abbiamoun centesimo.”

“Chiù-chiù! Mi contenterò di questo spillone d'oro.”

E nel dir cosìil diavolo prese un bello spillone chePierino teneva appuntato sul petto.

“La mi renda lo spillone”gridò il ragazzo. “Lospillone non è mioe lo voglio rendere alla mamma...”

“Lascia correrePierinose no ci rovini tutti!”dissero i suoi fratelli.

Il diavolo si tirò da partee i ragazzi entrarono in casarichiudendo subito la porta.

La mattina dopolo zio Eugenioprima di uscir di camerachiamò Pierino e gli disse ridendo:

“Questa notte il diavolo è venuto a trovarmi e mi halasciato questo spillone d'oro per te.”

“Come?... quel diavolo?...”

“Io non posso dirti altroperché non so altro.”

Il povero Pierino rimase di stucco. Raccontò subito il fattoai fratelli: e tutti insiemea furia di ragionarci soprafinirono perpersuadersi che il loro diavolo persecutore doveva essere stato lo zio Eugenio.

 

FINE