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FRANCESCO PETRARCA

 

TRIONFI

 

 

 

TRIUMPHUS CUPIDINIS

 

Trionfo d'Amore

 

I


Al tempo che rinnova i miei sospiri
per la dolce memoria di quel giorno
che fu principio a sì lunghi martiri

già il sole al Toro l'uno e l'altro corno
scaldavae la fanciulla di Titone
correa gelata al suo usato soggiorno.

Amorgli sdegnie 'l piantoe la stagione
ricondotto m'aveano al chiuso loco
ov'ogni fascio il cor lasso ripone.

Ivi fra l'erbegià del pianger fioco
vinto dal sonnovidi una gran luce
e dentroassai dolor con breve gioco

vidi un vittorïoso e sommo duce
pur com'un di color che 'n Campidoglio
triunfal carro a gran gloria conduce.

I' che gioir di tal vista non soglio
per lo secol noioso in ch'i' mi trovo
voto d'ogni valorpien d'ogni orgoglio

l'abito in vista sì leggiadro e novo
miraialzando gli occhi gravi e stanchi
ch'altro diletto che 'mparar non provo:

quattro destrier vie più che neve bianchi;
sovr'un carro di foco un garzon crudo
con arco in man e con saette a' fianchi;

nulla temeaperò non maglia o scudo
ma sugli omeri avea sol due grand'ali
di color milletutto l'altro ignudo;

d'intorno innumerabili mortali
parte presi in battaglia e parte occisi
parte feriti di pungenti strali.

Vago d'udir novelleoltra mi misi
tanto ch'io fui in esser di quegli uno
che per sua man di vita eran divisi.

Allor mi strinsi a rimirar s'alcuno
riconoscessi ne la folta schiera
del re sempre di lagrime digiuno.

Nessun vi riconobbi; e s'alcun v'era
di mia notiziaavea cangiata vista
per morte o per prigion crudele e fera.

Un'ombra alquanto men che l'altre trista
mi venne incontra e mi chiamò per nome
dicendo: – Or questo per amar s'acquista! –

Ond'io meravigliando dissi: – Or come
conosci mech'io te non riconosca? –
Et ei: – Questo m'aven per l'aspre some

de' legami ch'io portoe l'aer fosca
contende agli occhi tuoi; ma vero amico
ti son e teco nacqui in terra tosca. –

Le sue parole e 'l ragionare antico
scoverson quel che 'l viso mi celava;
e così n'assidemmo in loco aprico

e cominciò: – Gran tempo è ch'io pensava
vederti qui fra noiché da' primi anni
tal presagio di te tua vita dava. –

– E' fu ben verma gli amorosi affanni
mi spaventar sì ch'io lasciai la 'mpresa;
ma squarciati ne porto il petto e' panni. –

Così diss'io; et eiquando ebbe intesa
la mia rispostasorridendo disse:
– O figliuol mioqual per te fiamma è accesa! –

Io nol intesi allorma or sì fisse
sue parole mi trovo entro la testa
che mai più saldo in marmo non si scrisse;

e per la nova etàch'ardita e presta
fa la mente e la linguail dimandai:
– Dimmi per cortesiache gente è questa? –

– Di qui a poco tempo tel saprai
per te stesso – rispose – e sarai d'elli:
tal per te nodo fassie tu nol sai;

e prima cangerai volto e capelli
che 'l nodo di ch'io parlo si discioglia
dal collo e da' tuo' piedi anco ribelli.

Ma per empier la tua giovenil voglia
dirò di noie 'n prima del maggiore
che così vita e libertà ne spoglia.

Questi è colui che 'l mondo chiama Amore:
amaro come vedi e vedrai meglio
quando fia tuo com'è nostro signore:

giovencel mansuetoe fiero veglio:
ben sa chi 'l provae fi' a te cosa piana
anzi mill'anni: infin ad or ti sveglio.

Ei nacque d'ozio e di lascivia umana
nudrito di penser dolci soavi
fatto signor e dio da gente vana.

Qual è morto da luiqual con più gravi
leggi mena sua vita aspra et acerba
sotto mille catene e mille chiavi.

Quel che 'n sì signorile e sì superba
vista vien primo è Cesarche 'n Egitto
Cleopatra legò tra' fiori e l'erba;

or di lui si triunfaet è ben dritto
se vinse il mondo et altri ha vinto lui
che del suo vincitor sia gloria il vitto.

L'altro è suo figlio; e pure amò costui
più giustamente: egli è Cesare Augusto
che Livia suapregandotolse altrui.

Neron è il terzodispietato e 'ngiusto;
vedilo andar pien d'ira e di disdegno;
femina 'l vinsee par tanto robusto.

Vedi 'l buon Marco d'ogni laude degno
pien di filosofia la lingua e 'l petto;
ma pur Faustina il fa qui star a segno.

Que' duo pien di paura e di sospetto
l'un è Dionisio e l'altr’è Alessandro;
ma quel di suo temer ha degno effetto.

L'altro è colui che pianse sotto Antandro
la morte di Creusae 'l suo amor tolse
a que' che 'l suo figliuol tolse ad Evandro.

Udito hai ragionar d'un che non volse
consentir al furor de la matrigna
e da' suoi preghi per fuggir si sciolse

ma quella intenzïon casta e benigna
l'occisesì l'amore in odio torse
Fedra amante terribile e maligna

et ella ne morio: vendetta forse
d'Ippolitoe di Teseoe d'Adrianna
ch'a mortetu 'l sai beneamando corse.

Tal biasma altrui che se stesso condanna;
ché chi prende diletto di far frode
non si de' lamentar s'altri lo 'nganna.

Vedi 'l famosocon sua tanta lode
preso menar tra due sorelle morte:
l'una di luied ei de l'altra gode.

Colui ch'è seco è quel possente e forte
Ercolech'Amor prese; e l'altro è Achille
ch'ebbe in suo amar assai dogliose sorte.

Quello è Demofoone quella è Fille;
quello è Giasonee quell'altra è Medea
ch'Amor e lui seguio per tante ville;

e quanto al padre et al fratel più rea
tanto al suo amante è più turbata e fella
ché del suo amor più degna esser credea.

Isifile vien poie duolsi anch'ella
del barbarico amor che 'l suo l'ha tolto.
Poi ven colei ch'ha 'l titol d'esser bella:

seco è 'l pastor che male il suo bel volto
mirò sì fisoond'uscir gran tempeste
e funne il mondo sottosopra vòlto.

Odi poi lamentar fra l'altre meste
Enone di Parìse Menelao
d'Elenaet Ermïon chiamare Oreste

e Laodamia il suo Protesilao
et Argia Poliniceassai più fida
che l'avara moglier d'Anfïarao.

Odi 'l pianto e i sospiriodi le strida
de le misere acceseche li spirti
rendero a lui che 'n tal modo li guida.

Non poria mai di tutti il nome dirti
che non uomini purma dèi gran parte
empion del bosco e degli ombrosi mirti.

Vedi Venere bella e con lei Marte
cinto di ferri i pièle braccia e 'l collo
e Plutone e Proserpina in disparte;

vedi Iunon gelosae 'l biondo Apollo
che solea disprezzar l'etate e l'arco
che gli diede in Tessaglia poi tal crollo.

Che debb'io dir? In un passo men varco:
tutti son qui in prigion gli dèi di Varro;
e di lacciuoli innumerabil carco

ven catenato Giove innanzi al carro. –


 

 

II

 


Stanco già di mirarnon sazio ancora
or quinci or quindi mi volgea guardando
cose ch'a ricordarle è breve l'ora.

Giva 'l cor di pensiero in pensierquando
tutto a sé il trasser due ch'a mano a mano
passavan dolcemente lagrimando.

Mossemi 'l lor leggiadro abito e strano
e 'l parlar pellegrinche m'era oscuro
ma l'interprete mio mel facea piano.

Poi che seppi chi eranpiù securo
m'accostai a lorché l'un spirito amico
al nostro nomel'altro era empio e duro.

Fecimi al primo: – O Massinissa antico
per lo tuo Scipïone e per costei –
cominciai – non t'incresca quel ch'i' dico. –

Mirommie disse: – Volentier saprei
chi tu se' innanzida poi che sì bene
hai spiato ambeduo gli affetti miei. –
– L'esser mio – gli risposi – non sostene
tanto conoscitorché così lunge
di poca fiamma gran luce non vene;

ma tua fama real per tutto aggiunge
e tal che mai non ti vedrà né vide
con bel nodo d'amor teco congiunge.

Or dimmise colui in pace vi guide–
e mostrai 'l duca lor – che coppia è questa
che mi par delle cose rade e fide? –

– La lingua tua al mio nome sì presta
prova – diss'ei – che 'l sappi per te stesso;
ma dirò per sfogar l'anima mesta.

Avend'io in quel sommo uom tutto 'l cor messo
tanto ch'a Lelio ne dò vanto a pena
ovunque fur sue insegnee fui lor presso.

A lui Fortuna fu sempre serena
ma non già quanto degno era il valore
del qual più d'altro mai l'alma ebbe piena.

Poi che l'arme romane a grande onore
per l'estremo occidente furo sparse
ivi n'aggiunse e ne congiunse Amore;

né mai più dolce fiamma in duo cori arse
né faràcredo. Omèma poche notti
fur a tanti desir sì brevi e scarse

indarno a marital giogo condotti
ché del nostro furor scuse non false
e i legittimi nodi furon rotti.

Quel che sol più che tutto 'l mondo valse
ne dipartì con sue sante parole
ché di nostri sospir nulla gli calse;

e benché fosse onde mi dolse e dole
pur vidi in lui chiara virtute accesa
ché 'n tutto è orbo chi non vede il sole.

Gran giustizia agli amanti è grave offesa:
però di tanto amico un tal consiglio
fu quasi un scoglio a l'amorosa impresa.

Padre m'era in onorein amor figlio
fratel negli anni; onde obedir convenne
ma col cor tristo e con turbato ciglio.

Così questa mia cara a morte venne
che vedendosi giunta in forza altrui
morir in prima che servir sostenne:

et io del dolor mio ministro fui
ché 'l pregator e i preghi eran sì ardenti
ch'offesi me per non offender lui

e manda' le 'l velen con sì dolenti
pensiercom'io so beneet ella il crede
e tuse tanto o quanto d'amor senti.

Pianto fu 'l mio di tanta sposa erede:
leiet ogni mio beneogni speranza
perder elessi per non perder fede.

Ma cerca omai se trovi in questa danza
notabil cosaperché 'l tempo è leve
e più de l'opra che del giorno avanza. –

Pien di pietatee ripensando 'l breve
spazio al gran foco di duo tali amanti
pareami al sol aver un cor di neve;

quand'io udi' dir su nel passar avanti:
– Costui certo per sé già non mi spiace
ma ferma son d'odiarli tutti quanti. –

– Pon – diss'io – il coreo Sofonisbain pace
ché Cartagine tua per le man nostre
tre volte caddeet a la terza giace. –

Et ella: – Altro vogl'io che tu mi mostre:
s'Africa pianseItalia non ne rise:
dimandatene pur l'istorie vostre. –

A tantoil nostro e suo amico si mise
sorridendocon lei nella gran calca
e fur da lor le mie luci divise.

Come uom che per terren dubio cavalca
che va restando ad ogni passoe guarda
e 'l pensier de l'andar molto difalca

così l'andata mia dubiosa e tarda
facean gli amantidi che ancor m'aggrada
saver quanto ciascun e in qual foco arda.

I' vidi ir a man manca un fuor di strada
a guisa di chi brami e trovi cosa
onde poi vergognoso e lieto vada.

Donar altrui la sua diletta sposa
o sommo amore e nova cortesia!
tal ch'ella stessa lieta e vergognosa

parea del cambio; e givansi per via
parlando insieme de' lor dolci affetti
e sospirando il regno di Soria.

Trassimi a que' tre spirti che ristretti
eran già per seguire altro cammino
e dissi al primo: – I' prego che t'aspetti. –

Et egli al suon del ragionar latino
turbato in vistasi rattenne un poco;
e poidel mio voler quasi indivino

disse: – Io Seleuco sonquesti è Antïoco
mio figlioche gran guerra ebbe con voi;
ma ragion contra forza non ha loco.

Questamia in primasua donna fu poi
ché per scamparlo d'amorosa morte
gliel diedie 'l don fu lecito tra noi.

Stratonica è 'l suo nomee nostra sorte
come vediindivisa; e per tal segno
si vede il nostro amor tenace e forte

ch'è contenta costei lasciarme il regno
io il mio dilettoe questi la sua vita
per farvie più che sél'un l'altro degno.

E se non fosse la discreta aita
del fisico gentilche ben s'accorse
l'età sua in sul fiorir era finita.

Tacendoamandoquasi a morte corse
e l'amar forzae 'l tacer fu virtute;
la miavera pietàch'a lui soccorse. –

Così disse; e come uom che voler mute
col fin de le parole i passi volse
ch'a pena gli potei render salute.

Poi che dagli occhi miei l'ombra si tolse
rimasi grave e sospirando andai
ché 'l mio cor dal suo dir non si disciolse

infin che mi fu detto: – Troppo stai
in un penser a le cose diverse;
e 'l tempo ch'è brevissimo ben sai. –

Non menò tanti armati in Grecia Serse
quant'ivi erano amanti ignudi e presi
tal che l'occhio la vista non sofferse

vari di lingue e vari di paesi
tanto che di mille un non seppi 'l nome
e fanno istoria que' pochi ch'intesi.

Perseo era l'unoe volsi saper come
Andromeda gli piacque in Etiopia
vergine bruna i begli occhi e le chiome;

ivi 'l vano amador che la sua propia
bellezza desiando fu distrutto
povero sol per troppo averne copia

che divenne un bel fior senz'alcun frutto;
e quella chelui amandoignuda voce
fecesi e 'l corpo un duro sasso asciutto;

ivi quell'altro al suo mal sì veloce
Ifich'amando altrui in odio s'ebbe
con più altri dannati a simil croce

gente cui per amar viver increbbe
ove raffigurai alcun moderni
ch'a nominar perduta opra sarebbe.

Que' duo che fece Amor compagni eterni
Alcïone e Ceìcein riva al mare
far i lor nidi a' più soavi verni;

lungo costor pensoso Esaco stare
cercando Esperiaor sopra un sasso assiso
et or sotto acquaet or alto volare;

e vidi la crudel figlia di Niso
fuggir volandoe correr Atalanta
da tre palle d'or vinta e d'un bel viso;

e seco Ipomenès che fra cotanta
turba d'amanti miseri cursori
sol di vittoria si rallegra e vanta.

Fra questi fabulosi e vani amori
vidi Aci e Galateache 'n grembo gli era
e Polifemo farne gran romori;

Glauco ondeggiar per entro quella schiera
senza colei cui sola par che pregi
nomando un'altr'amante acerba e fera;

Canente e Picoun già de' nostri regi
or vago augelloe chi di stato il mosse
lasciògli 'l nome e 'l real manto e i fregi.

Vidi 'l pianto d'Egeria; invece d'osse
Scilla indurarsi in petra aspra et alpestra
che del mar ciciliano infamia fosse;

e quella che la penna da man destra
come dogliosa e desperata scriva
e 'l ferro ignudo tien da la sinestra;

Pigmalïon con la sua donna viva;
e mille che Castalia et Aganippe
udir cantar per la sua verde riva;

e d'un pomo beffata al fin Cidippe.


 

 

III


Era sì pieno il cor di meraviglie
ch'i' stava come l'uom che non pò dire
e tacee guarda pur ch'altri 'l consiglie

quando l'amico mio: – Che fai? che mire?
che pensi? – disse – non sai tu ben ch'io
son della turba? e' mi convien seguire. –
– Frate– risposi – e tu sai l'esser mio
e l'amor del saper che m'ha sì acceso
che l'opra è ritardata dal desio. –

Et egli: – I' t'avea già tacendo inteso:
tu vuoi udir chi son quest'altri ancora.
I' tel diròse 'l dir non è conteso.

Vedi quel grande il quale ogni uomo onora;
egli è Pompeoet ha Cornelia seco
che del vil Tolomeo si lagna e plora.

L'altro più di lontanquell'è 'l gran Greco;
né vede Egisto e l'empia Clitemestra:
or puoi veder Amor s'egli è ben cieco.

Altra fedealtro amor: vedi Ipermestra
vedi Piramo e Tisbe inseme a l'ombra
Leandro in mare et Ero a la finestra.

Quel sì pensoso è Ulisseaffabile ombra
che la casta mogliera aspetta e prega
ma Circeamandogliel ritene e 'ngombra.

L'altro è 'l figliuol d'Amilcaree nol piega
in cotant'anni Italia tutta e Roma;
vil feminella in Puglia il prende e lega.

Quella che 'l suo signor con breve coma
va seguitandoin Ponto fu reina:
come in atto servil se stessa doma!

L'altra è Porziache 'l ferro e 'l foco affina;
quell'altra è Giuliae duolsi del marito
ch'a la seconda fiamma più s'inchina.

Volgi in qua gli occhi al gran padre schernito
che non si mutae d'aver non gli 'ncresce
sette e sette anni per Rachel servito:

vivace amor che negli affanni cresce!
Vedi 'l padre di questoe vedi l'avo
come di sua magion sol con Sara esce.

Poi vedi come Amor crudele e pravo
vince Davit e sforzalo a far l'opra
onde poi pianga in loco oscuro e cavo.

Simile nebbia par ch'oscuri e copra
del più saggio figliuol la chiara fama
e 'l parta in tutto dal Signor di sopra.

De l'altroche 'n un punto ama e disama
vedi Tamar ch'al suo frate Absalone
disdegnosa e dolente si richiama.

Poco dinanzi a lei vedi Sansone
vie più forte che saggioche per ciance
in grembo a la nemica il capo pone.

Vedi qui ben fra quante spade e lance
Amore 'l sonnoet una vedovetta
con bel parlarcon sue polite guance

vince Oloferne; e lei tornar soletta
con una ancilla e con l'orribil teschio
Dio ringraziandoa mezza nottein fretta.

Vedi Sichem e 'l suo sanguech'è meschio
de la circoncisione e de la morte
e 'l padre colto e 'l popolo ad un veschio:

questo gli ha fatto il subito amar forte.
Vedi Assuero il suo amor in qual modo
va medicando a ciò che 'n pace il porte:

da l'un si sciogliee lega a l'altro nodo:
cotal ha questa malizia rimedio
come d'asse si trae chiodo con chiodo.

Vuo' veder in un cor diletto e tedio
dolce et amaro? or mira il fero Erode;
Amore e crudeltà gli han posto assedio.

Vedi com'arde in primae poi si rode
tardi pentito di sua feritate
Marïanne chiamando che non l'ode.

Vedi tre belle donne innamorate
ProcriArtemisia con Deidamia
et altrettante ardite e scelerate

SemiramìsBiblì e Mirra ria;
come ciascuna par che si vergogni
de la sua non concessa e torta via!

Ecco quei che le carte empion di sogni
LancilottoTristano e gli altri erranti
ove conven che 'l vulgo errante agogni.

Vedi GinevraIsolda e l'altre amanti
e la coppia d'Arimino che 'nseme
vanno facendo dolorosi pianti. –

Così parlava; et iocome chi teme
futuro male e trema anzi la tromba
sentendo già dov'altri anco nol preme

avea color d'uom tratto d'una tomba;
quando una giovinetta ebbi dal lato
pura assai più che candida colomba.

Ella mi prese; et ioch'avrei giurato
difendermi d'un uom coverto d'arme
con parole e con cenni fui legato.

E come ricordar di vero parme
l'amico mio più presso mi si fece
e con un risoper più doglia darme
dissemi entro l'orecchia: – Ormai ti lece
per te stesso parlar con chi ti piace
ché tutti siam macchiati d'una pece. –

Io era un di color cui più dispiace
de l'altrui ben che del suo malvedendo
chi m'avea preso in libertate e 'n pace;

ecome tardi dopo 'l danno intendo
di sue bellezze mia morte facea
d'amordi gelosiad'invidia ardendo.

Gli occhi dal suo bel viso non torcea
come uom ch'è infermo e di tal cosa ingordo
ch'è dolce al gustoa la salute è rea.

Ad ogni altro piacer cieco era e sordo
seguendo lei per sì dubbiosi passi
ch' i' tremo ancor qualor me ne ricordo.

Da quel tempo ebbi gli occhi umidi e bassi
e 'l cor pensosoe solitario albergo
fontifiumimontagneboschi e sassi;

da indi in qua cotante carte aspergo
di pensieri e di lagrime e d'inchiostro
tante ne squarcioe n'apparecchioe vergo;

da indi in qua so che si fa nel chiostro
d'Amore che si temee che si spera
echi sa leggerne la fronte il mostro;

e veggio andar quella leggiadra fera
non curando di me né di mie pene
di sue vertuti e di mie spoglie altera.

Da l'altra partes'io discerno bene
questo signorche tutto 'l mondo sforza
teme di leiond'io son fuor di spene;

ch'a mia difesa non ho ardir né forza
e quello in ch'io sperava lei lusinga
che me e gli altri crudelmente scorza.

Costei non è chi tanto o quanto stringa
così selvaggia e rebellante suole
da le 'nsegne d'Amore andar solinga;

e veramente è fra le stelle un sole.
Un singular suo proprio portamento
suo risosuoi disdegni e sue parole

le chiome accolte in oro o sparse al vento
gli occhich'accesi d'un celeste lume
m'infiamman sì ch' i' son d'arder contento...!

Chi poria 'l mansueto alto costume
aguagliar mai parlandoe la vertute
ov'è 'l mio stil quasi al mar picciol fiume?

Nove cose e già mai più non vedute
né da veder già mai più d'una volta
ove tutte le lingue sarien mute.

Così preso mi trovoet ella è sciolta;
io prego giorno e notteo stella iniqua!
et ella a pena di mille uno ascolta.

Dura legge d'Amor! ma benché obliqua
servar convensiperò ch'ella aggiunge
di cielo in terrauniversaleantiqua.

Or so come da sé 'l cor si disgiunge
e come sa far paceguerra e tregua
e coprir suo dolor quand'altri il punge;

e so come in un punto si dilegua
e poi si sparge per le guance il sangue
se paura o vergogna aven che 'l segua;

so come sta tra' fiori ascoso l'angue
come sempre tra due si vegghia e dorme
come senza languir si more e langue;

so de la mia nemica cercar l'orme
e temer di trovarlae so in qual guisa
l'amante ne l'amato si trasforme;

so fra lunghi sospiri e brevi risa
statovogliacolor cangiare spesso;
viverstando dal cor l'alma divisa;

so mille volte il dì ingannar me stesso;
soseguendo 'l mio foco ovunque e' fugge
arder da lunge ed agghiacciar da presso;
so come Amor sovra la mente rugge
e come ogni ragione indi discaccia
e so in quante maniere il cor si strugge;

so di che poco canape s'allaccia
un'anima gentil quand'ella è sola
e non v'è chi per lei difesa faccia;

so com'Amor saetta e come vola
e so com'or minaccia et or percote
come ruba per forza e come invola

e come sono instabili sue rote
le mani armatee gli occhi avolti in fasce
sue promesse di fé come son vote

come nell'ossa il suo foco si pasce
e ne le vene vive occulta piaga
onde morte e palese incendio nasce.

Insomma so che cosa è l'alma vaga
rotto parlar con subito silenzio
che poco dolce molto amaro appaga

di che s'ha il mel temprato con l'assenzio


 

IV

 


Poscia che mia fortuna in forza altrui
m'ebbe sospintoe tutti incisi i nervi
di libertate ov'alcun tempo fui

ioch'era più salvatico che i cervi
ratto domesticato fui con tutti
i miei infelici e miseri conservi;

e le fatiche lor vidi e i lor frutti
per che torti sentieri e con qual arte
a l'amorosa greggia eran condutti.

Mentre io volgeva gli occhi in ogni parte
s' i' ne vedessi alcun di chiara fama
o per antiche o per moderne carte

vidi colui che sola Euridice ama
lei segue a l'inferno eper lei morto
con la lingua già fredda anco la chiama.

Alceo conobbia dir d'Amor sì scorto
PindaroAnacreonteche rimesse
ha le sue muse sol d'Amore in porto;

Virgilio vidie parmi ch'egli avesse
compagni d'alto ingegno e da trastullo
di quei che volentier già 'l mondo lesse:

l'uno era Ovidio e l'altro era Catullo
l'altro Properzioche d'amor cantaro
fervidamentee l'altro era Tibullo.

Una giovene Greca a paro a paro
coi nobili poeti iva cantando
et avea un suo stil soave e raro.

Cosìor quinci or quindi rimirando
vidi gente ir per una verde piaggia
pur d'amor volgarmente ragionando.

Ecco Dante e Beatriceecco Selvaggia
ecco Cin da PistoiaGuitton d'Arezzo
che di non esser primo par ch' ira aggia;

ecco i duo Guidi che già fur in prezzo
Onesto Bolognesee i Ciciliani
che fur già primi e quivi eran da sezzo

Sennuccio e Franceschinche fur sì umani
come ogni uom vide; e poi v'era un drappello
di portamenti e di volgari strani:

fra tutti il primo Arnaldo Danïello
gran maestro d'amorch'a la sua terra
ancor fa onor col suo dir strano e bello;

eranvi quei ch'Amor sì leve afferra
l'un Piero e l'altro e 'l men famoso Arnaldo
e quei che fur conquisi con più guerra:

i' dico l'uno e l'altro Raimbaldo
che cantò pur Beatrice e Monferrato
e 'l vecchio Pier d'Alvernia con Giraldo

Folcoque' ch'a Marsilia il nome ha dato
et a Genova toltoet a l'estremo
cangiò per miglior patria abito e stato

Giaufrè Rudelch'usò la vela e 'l remo
a cercar la sua mortee quel Guiglielmo
che per cantare ha 'l fior de' suoi dì scemo

AmerigoBernardoUgo e Gauselmo;
e molti altri ne vidi a cui la lingua
lancia e spada fu sempre e targia ed elmo.

E poi conven che 'l mio dolor distingua
volsimi a' nostrie vidi 'l buon Tomasso
ch'ornò Bologna et or Messina impingua.

O fugace dolcezza! o viver lasso!
Chi mi ti tolse sì tosto dinanzi
senza 'l qual non sapea mover un passo?

dove se' orche meco eri pur dianzi?
Ben è 'l viver mortalche sì n'aggrada
sogno d'infermi e fola di romanzi.

Poco era fuor de la comune strada
quando Socrate e Lelio vidi in prima:
con lor più lunga via conven ch'io vada.

O qual coppia d'amici! che né 'n rima
poria né 'n prosa ornar assai né 'n versi
secome deevirtù nuda si stima.

Con questi duo cercai monti diversi
andando tutti tre sempre ad un giogo;
a questi le mie piaghe tutte apersi;

da costor non mi pò tempo né luogo
divider maisiccome io spero e bramo
infino al cener del funereo rogo;

con costor colsi 'l glorïoso ramo
onde forse anzi tempo ornai le tempie
in memoria di quella ch'io tanto amo.

Ma pur di leiche 'l cor di pensier m'empie
non potei coglier mai ramo né foglia
sì fur le sue radici acerbe et empie;

onde benché talor doler mi soglia
com'uom ch'è offesoquel che con questi occhi
vidi m'è fren che mai più non mi doglia:

materia di coturni e non di socchi
veder preso colui ch'è fatto deo
da tardi ingegni rintuzzati e sciocchi:

ma prima vo' seguir che di noi feo
e poi dirò quel che d'altrui sostenne:
opra non miad'Omero ovver d'Orfeo.

Seguimmo il suon delle purpuree penne
de' volanti corsier per mille fosse
fin che nel regno di sua madre venne;

né rallentate le catene o scosse
ma straccati per selve e per montagne
tal che nessun sapea 'n qual mondo fosse.

Giace oltra ove l'Egeo sospira e piagne
un'isoletta delicata e molle
più d'altra che 'l sol scalde o che 'l mar bagne;

nel mezzo è un ombroso e chiuso colle
con sì soavi odorcon sì dolci acque
ch'ogni maschio pensier de l'alma tolle.

Questa è la terra che cotanto piacque
a Veneree 'n quel tempo a lei fu sagra
che 'l ver nascoso e sconosciuto giacque;

et anco è di valor sì nuda e magra
tanto ritien del suo primo esser vile
che par dolce a' cattivi et a' buoni agra.

Or quivi triunfò il signor gentile
di noi e degli altri tutti ch' ad un laccio
presi avea dal mar d'India a quel di Tile:

pensieri in grembo e vanitadi in braccio
diletti fuggitivi e ferma noia
rose di vernoa mezza state il ghiaccio

dubbia speme davanti e breve gioia
penitenzia e dolor dopo le spalle:
sallo il regno di Roma e quel di Troia.

E rimbombava tutta quella valle
d'acque e d'augelliet eran le sue rive
biancheverdivermiglieperse e gialle;

rivi correnti di fontane vive
al caldo tempo su per l'erba fresca
e l'ombra spessae l'aure dolci estive;

poiquand'è 'l verno e l'aer si rinfresca
tepidi solie giuochie cibiet ozio
lentoche i semplicetti cori invesca.

Era ne la stagion che l'equinozio
fa vincitor il giornoe Progne riede
con la sorella al suo dolce negozio.

O di nostre fortune instabil fede!
In quel loco e 'n quel tempo et in quell'ora
che più largo tributo agli occhi chiede

triunfar volse que' che 'l vulgo adora:
e vidi a qual servaggio et a qual morte
a quale strazio va chi s'innamora.

Errori e sogni et imagini smorte
eran d'intorno a l'arco triunfale
e false opinïoni in su le porte

e lubrico sperar su per le scale
e dannoso guadagnoed util danno
e gradi ove più scende chi più sale;

stanco riposo e riposato affanno
chiaro disnore e gloria oscura e nigra
perfida lealtate e fido inganno

sollicito furor e ragion pigra:
carcer ove si ven per strade aperte
onde per strette a gran pena si migra;

ratte scese a l'entrarea l'uscir erte;
dentroconfusïon turbida e mischia
di certe doglie e d'allegrezze incerte.

Non bollì mai VulcanLipari od Ischia
Strongoli o Mongibello in tanta rabbia:
poco ama sé chi 'n tal gioco s'arrischia.

In così tenebrosa e stretta gabbia
rinchiusi fummoove le penne usate
mutai per tempo e la mia prima labbia;

e 'ntantopur sognando libertate
l'almache 'l gran desio fea pronta e leve
consolai col veder le cose andate.

Rimirando er'io fatto al sol di neve
tanti spirti e sì chiari in carcer tetro
quasi lunga pittura in tempo breve

che 'l più va inanzie l'occhio torna a dietro


TRIUMPHUS PUDICITIE

 

Trionfo della Pudicizia

 


Quando ad un giogo ed in un tempo quivi
dòmita l'alterezza degli dèi
e degli uomini vidi al mondo divi

i' presi esempio de' lor stati rei
facendo mio profitto l'altrui male
in consolar i casi e i dolor mei;

ché s'io veggio d'un arco e d'uno strale
Febo percosso e 'l giovene d'Abido
l'un detto deol'altro uom puro mortale

e veggio ad un lacciuol Giunone e Dido
ch'amor pio del suo sposo a morte spinse
non quel d'Enea com'è 'l publico grido

non mi debb'io doler s'altri mi vinse
gioveneincautodisarmato e solo.
E se la mia nemica Amor non strinse

non è ancor giusta assai cagion di duolo
ché in abito il rividi ch'io ne piansi
sì tolte gli eran l'ali e 'l gire a volo.

Non con altro romor di petto dansi
duo leon ferio duo folgori ardenti
che cielo e terra e mar dar loco fansi

ch'i' vidi Amor con tutti suo' argomenti
mover contra colei di ch'io ragiono
e lei presta assai più che fiamme o venti.

Non fan sì grande e sì terribil sòno
Etna qualor da Encelado è più scossa
Scilla e Caribdi quando irate sono

che via maggiore in su la prima mossa
non fosse del dubbioso e grave assalto
ch'i' non cre' che ridir sappia né possa.

Ciascun per sé si ritraeva in alto
per veder meglioe l'orror de l'impresa
i cori e gli occhi avea fatti di smalto.

Quel vincitor che primo era a l'offesa
da man dritta lo stralda l'altra l'arco
e la corda a l'orecchia avea già stesa.

Non corse mai sì levemente al varco
d'una fugace cerva un leopardo
libero in selva o di catene scarco

che non fosse stato ivi lento e tardo;
tanto Amor pronto venne a lei ferire
ch'al volto à le faville ond'io tutto ardo.

Combattea in me co la pietà il desire
ché dolce m'era sì fatta compagna
duro a vederla in tal modo perire.

Ma vertù che da' buon non si scompagna
mostrò a quel punto ben come a gran torto
chi abbandona lei d'altrui si lagna

ché già mai schermidor non fu sì accorto
a schifar colponé nocchier sì presto
a volger nave dagli scogli in porto

come uno schermo intrepido et onesto
subito ricoverse quel bel viso
dal colpoa chi l'attendeagro e funesto.

Io era al fin cogli occhi e col cor fiso
sperando la vittoria ond'esser sòle
e di non esser più da lei diviso.

Come chi smisuratamente vole
ch'ha scritteinanzi ch'a parlar cominci
negli occhi e ne la fronte le parole

volea dir io: – Signor miose tu vinci
legami con costeis'io ne son degno;
né temer che già mai mi scioglia quinci! –

quand'io 'l vidi pien d'ira e di disdegno
sì gravech'a ridirlo sarien vinti
tutti i maggiornon che 'l mio basso ingegno;

ché già in fredda onestate erano estinti
i dorati suoi strali accesi in fiamma
d'amorosa beltate e 'n piacer tinti.

Non ebbe mai di vero valor dramma
Camilla e l'altre andar use in battaglia
con la sinistra sola intera mamma

non fu sì ardente Cesare in Farsaglia
contra 'l genero suocom'ella fue
contra colui ch'ogni lorica smaglia.

Armate eran con lei tutte le sue
chiare Virtuti (o gloriosa schiera!)
e teneansi per mano a due a due.

Onestate e Vergogna a la fronte era
nobile par de le vertù divine
che fan costei sopra le donne altera;

Senno e Modestia a l'altre due confine
Abito con Diletto in mezzo 'l core
Perseveranza e Gloria in su la fine;

Bella AccoglienzaAccorgimento fore
Cortesia intorno intorno e Puritate
Timor d'infamia e Desio sol d'onore

Penser canuti in giovenile etate
ela concordia ch'è sì rara al mondo
v'era con Castità somma Beltate.

Tal venia contr’Amore e 'n sì secondo
favor del cielo e de le ben nate alme
che de la vista e' non sofferse il pondo.

Mille e mille famose e care salme
torre gli vidie scuotergli di mano
mille vittorïose e chiare palme.

Non fu 'l cader di subito sì strano
dopo tante vittorie ad Aniballe
vinto a la fin dal giovine Romano;

non giacque sì smarrito ne la valle
di Terebinto quel gran Filisteo
a cui tutto Israel dava le spalle

al primo sasso del garzon ebreo;
né Ciro in Sciziaove la vedova orba
la gran vendetta e memorabil feo.

Com'uom ch'è sano e 'n un momento ammorba
che sbigottisce e duolsio colto in atto
che vergogna con man dagli occhi forba

cotale era eglie tanto a peggior patto
che paura e dolorvergogna et ira
eran nel volto suo tutte ad un tratto.

Non freme così 'l mar quando s'adira
non Inarime allor che Tifeo piagne
non Mongibel s'Encelado sospira.

Passo qui cose glorïose e magne
ch'io vidi e dir non oso: a la mia donna
vengo et a l'altre sue minor compagne.

Ell'avea in dossoil dìcandida gonna
lo scudo in man che mal vide Medusa.
D'un bel dïaspro er' ivi una colonna

a la qual d'una in mezzo Lete infusa
catena di diamante e di topazio
che s'usò fra le donneoggi non s'usa

legarlo vidie farne quello strazio
che bastò ben a mille altre vendette;
ed io per me ne fui contento e sazio.

I' non poria le sacre e benedette
vergini ch'ivi fur chiudere in rima
non Calliope e Clio con l'altre sette;

ma d'alquante dirò che 'n su la cima
son di vera onestate; infra le quali
Lucrezia da man destra era la prima

l'altra Penelopè: queste gli strali
avean spezzato e la faretra a lato
a quel protervoe spennachiato l'ali.

Verginia appresso e 'l fero padre armato
di disdegno e di ferro e di pietate
ch'a sua figlia et a Roma cangiò stato

l'una e l'altra ponendo in libertate;
poi le Tedesche che con aspra morte
servaron lor barbarica onestate;

Judith ebreala saggiacasta e forte
e quella Greca che saltò nel mare
per morir netta e fuggir dura sorte.

Con queste e con certe altre anime chiare
triunfar vidi di colui che pria
veduto avea del mondo triunfare.

Fra l'altre la vestal vergine pia
che baldanzosamente corse al Tibro
e per purgarsi d'ogni fama ria

portò del fiume al tempio acqua col cribro;
poi vidi Ersilia con le sue Sabine
schiera che del suo nome empie ogni libro;

poi vidifra le donne pellegrine
quella che per lo suo diletto e fido
sposonon per Eneavolse ire al fine

(taccia 'l vulgo ignorante); io dico Dido
cui studio d'onestate a morte spinse
non vano amor com'è 'l publico grido.

Al fin vidi una che si chiuse e strinse
sovra Arno per servarsi; e non le valse
ché forza altrui il suo bel penser vinse.

Era 'l trionfo dove l'onde salse
percoton Baiach'al tepido verno
giuns'e a man destra in terra ferma salse.

Indifra monte Barbaro et Averno
l'antichissimo albergo di Sibilla
lassandose n'andar dritto a Literno.

In così angusta e solitaria villa
era il grand'uom che d'Affrica s'appella
perché prima col ferro al vivo aprilla.

Qui de l'ostile onor l'alta novella
non scemato cogli occhia tutti piacque
e la più casta v'era la più bella.

Né 'l trionfo non suo seguire spiacque
a lui chese credenza non è vana
sol per trionfi e per imperi nacque.

Così giugnemmo alla città sovrana
nel tempio pria che dedicò Sulpizia
per spegner ne la mente fiamma insana.

Passammo al tempio poi di Pudicizia
ch'accende in cor gentil oneste voglie
non di gente plebeia ma di patrizia.

Ivi spiegò le glorïose spoglie
la bella vincitriceivi depose
le sue vittorïose e sacre foglie;

e 'l giovene Toscan che non ascose
le belle piaghe che 'l fer non sospetto
del comune nemico in guardia pose

con parecchi altri (e fummi 'l nome detto
d'alcun di lorcome mia scorta seppe)
ch'avean fatto ad Amor chiaro disdetto:

fra gli altri vidi Ippolito e Joseppe.


TRIUMPHUS MORTIS

 

Trionfo della Morte

 

I

 


Quella leggiadra e glorïosa donna
ch'è oggi ignudo spirto e poca terra
e fu già di valor alta colonna

tornava con onor da la sua guerra
allegraavendo vinto il gran nemico
che con suo' ingegni tutto 'l mondo atterra

non con altr'arme che col cor pudico
e d'un bel viso e de' pensieri schivi
d'un parlar saggio e d'onestate amico.

Era miracol novo a veder ivi
rotte l'arme d'Amorearco e saette
e tal morti da luital presi e vivi.

La bella donna e le compagne elette
tornando da la nobile vittoria
in un bel drappelletto ivan ristrette.

Poche eranperché rara è vera gloria;
ma ciascuna per sé parea ben degna
di poema chiarissimo e d'istoria.

Era la lor vittorïosa insegna
in campo verde un candido ermellino
ch'oro fino e topazi al collo tegna.

Non uman veramentema divino
lor andar era e lor sante parole:
beato s'è qual nasce a tal destino.

Stelle chiare pareano; in mezzoun sole
che tutte ornava e non togliea lor vista;
di rose incoronate e di viole.

E come gentil cor onore acquista
così venia quella brigata allegra
quando vidi un'insegna oscura e trista:

et una donna involta in veste negra
con un furor qual io non so se mai
al tempo de' giganti fusse a Flegra

si mosse e disse: – O tudonnache vai
di gioventute e di bellezze altera
e di tua vita il termine non sai

io son colei che sì importuna e fera
chiamata son da voie sorda e cieca
gente a cui si fa notte inanzi sera.

Io ho condotto al fin la gente greca
e la troianaa l'ultimo i Romani
con la mia spada la qual punge e seca

e popoli altri barbareschi e strani;
e giugnendo quand'altri non m'aspetta
ho interrotti mille penser vani.

Or a voiquando il viver più diletta
drizzo il mio corso inanzi che Fortuna
nel vostro dolce qualche amaro metta. –

– In costor non hai tu ragione alcuna
ed in me poca; solo in questa spoglia
(rispose quella che fu nel mondo una).

Altri so che n'avrà più di me doglia
la cui salute dal mio viver pende;
a me fia grazia che di qui mi scioglia. –

Qual è chi 'n cosa nova gli occhi intende
e vede ond'al principio non s'accorse
di ch'or si meraviglia e si riprende

tal si fe' quella ferae poi che 'n forse
fu stata un poco: – Ben le riconosco–
disse – e so quando 'l mio dente le morse. –

Poi col ciglio men torbido e men fosco
disse: – Tu che la bella schiera guidi
pur non sentisti mai del mio tosco.

Se del consiglio mio punto ti fidi
ché sforzar possoegli è pur il migliore
fuggir vecchiezza e' suoi molti fastidi.

I' son disposta a farti un tal onore
qual altrui far non soglioe che tu passi
senza paura e senz'alcun dolore. –

– Come piace al Signor che 'n cielo stassi
et indi regge e tempra l'universo
farai di me quel che degli altri fassi. –

Così rispose: ed ecco da traverso
piena di morti tutta la campagna
che comprender nol pò prosa né verso;

da Indiadal CataioMarrocco e Spagna
el mezzo avea già pieno e le pendici
per molti tempi quella turba magna.

Ivi eran quei che fur detti felici
ponteficiregnantiimperadori;
or sono ignudimiseri e mendici.

U' sono or le ricchezze? u' son gli onori
e le gemme e gli scettri e le corone
e le mitre e i purpurei colori?

Miser chi speme in cosa mortal pone
(ma chi non ve la pone?)e se si trova
a la fine ingannato è ben ragione.

O ciechiel tanto affaticar che giova?
Tutti tornate a la gran madre antica
e 'l vostro nome a pena si ritrova.

Pur de le mill' è un'utile fatica
che non sian tutte vanità palesi?
Chi intende a' vostri studii sì mel dica.

Che vale a soggiogar gli altrui paesi
e tributarie far le genti strane
cogli animi al suo danno sempre accesi?

Dopo l'imprese perigliose e vane
e col sangue acquistar terre e tesoro
vie più dolce si trova l'acqua e 'l pane

e 'l legno e 'l vetro che le gemme e l'oro.
Ma per non seguir più sì lungo tema
tempo è ch'io torni al mio primo lavoro.

I' dico che giunta era l'ora estrema
di quella breve vita glorïosa
e 'l dubbio passo di che 'l mondo trema

et a vederla un'altra valorosa
schiera di donne non dal corpo sciolta
per saper s'esser pò Morte pietosa.

Quella bella compagna era ivi accolta
pure a vedere e contemplare il fine
che far convensie non più d'una volta:

tutte sue amiche e tutte eran vicine.
Allor di quella bionda testa svelse
Morte co la sua mano un aureo crine:

così del mondo il più bel fiore scelse
non già per odioma per dimostrarsi
più chiaramente ne le cose eccelse.

Quanti lamenti lagrimosi sparsi
fur iviessendo que' belli occhi asciutti
per ch'io lunga stagion cantai et arsi!

E fra tanti sospiri e tanti lutti
tacita e sola lieta si sedea
del suo ben viver già cogliendo i frutti.

– Vattene in paceo vera mortal dea! –
diceano; e tal fu benma non le valse
contra la Morte in sua ragion sì rea.

Che fia de l'altrese questa arse et alse
in poche notti e sì cangiò più volte?
O umane speranze cieche e false!

Se la terra bagnar lagrime molte
per la pietà di quella alma gentile
chi 'l vide il sa; tu 'l pensa che l'ascolte.

L'ora prima erail dì sesto d'aprile
che già mi strinseet orlassomi sciolse:
come Fortuna va cangiando stile!

Nessun di servitù giammai si dolse
né di mortequant'io di libertate
e de la vita ch'altri non mi tolse.

Debito al mondo e debito a l'etate
cacciar me innanzi ch'ero giunto in prima
né a lui torre ancor sua dignitate.

Or qual fusse il dolor qui non si stima
ch'a pena oso pensarnenon ch'io sia
ardito di parlarne in versi o 'n rima.

– Virtù morebellezza e leggiadria! –
le belle donne intorno al casto letto
triste diceano – Omai di noi che fia?

chi vedrà mai in donna atto perfetto?
chi udirà il parlar di saver pieno
e 'l canto pien d'angelico diletto? –

Lo spirtoper partir di quel bel seno
con tutte sue virtutiin sé romito
fatto avea in quella parte il ciel sereno.

Nessun degli avversari fu sì ardito
ch'apparisse già mai con vista oscura
fin che Morte il suo assalto ebbe fornito.

Poi che deposto il pianto e la paura
pur al bel volto era ciascuna intenta
per desperazïon fatta sicura

non come fiamma che per forza è spenta
ma che per sé medesma si consume
se n'andò in pace l'anima contenta

a guisa d'un soave e chiaro lume
cui nutrimento a poco a poco manca
tenendo al fine il suo caro costume.

Pallida noma più che neve bianca
che senza venti in un bel colle fiocchi
parea posar come persona stanca.

Quasi un dolce dormir ne' suo' belli occhi
sendo lo spirto già da lei diviso
era quel che morir chiaman gli sciocchi:

Morte bella parea nel suo bel viso.


La notte che seguì l'orribil caso
che spense il soleanzi 'l ripose in cielo
di ch'io son qui come uom cieco rimaso

spargea per l'aere il dolce estivo gelo
che con la bianca amica di Titone
suol da' sogni confusi torre il velo

quando donna sembiante a la stagione
di gemme orïentali incoronata
mosse ver me da mille altre corone;

e quella man già tanto desiata
a me parlando e sospirando porse
onde eterna dolcezza al cor m'è nata:

– Riconosci colei che 'n prima torse
i passi tuoi dal publico viaggio? –
Come 'l cor giovenil di lei s'accorse

cosìpensosain atto umile e saggio
s'assisee seder femmi in una riva
la qual ombrava un bel lauro ed un faggio.

– Come non conosco io l'alma mia diva? –
risposi in guisa d'uom che parla e plora
– Dimmi purpregos' tu se' morta o viva. –

– Viva son ioe tu se' morto ancora–
diss'ella – e sarai sempreinfin che giunga
per levarti di terra l'ultima ora.

Ma 'l tempo è breve e nostra voglia è lunga;
però t'avvisae 'l tuo dir stringi e frena
anzi che 'l giornogià vicinn'aggiunga. –

Et io: – Al fin di questa altra serena
ch'ha nome vitache per prova il sai
dehdimmi se 'l morir è sì gran pena. –

Rispose: – Mentre al vulgo dietro vai
et a la opinïon sua cieca e dura
esser felice non puoi tu già mai.

La morte è fin d'una pregione oscura
a l'anime gentili; a l'altre è noia
ch'hanno posto nel fango ogni lor cura.

Et ora il morir mioche sì t’annoia
ti farebbe allegrarse tu sentissi
la millesima parte di mia gioia. –

Così parlavae gli occhi avea al ciel fissi
devotamente; poi mosse in silenzio
quelle labbra rosate infin ch'i' dissi:

– SillaMarioNeronGaio e Mezenzio
fianchistomachi e febri ardenti fanno
parer la morte amara più ch'assenzio. –

– Negar – disse – non posso che l'affanno
che va inanzi al morir non doglia forte
e più la tema de l'eterno danno:

ma pur che l'alma in Dio si riconforte
e 'l cor che 'n sé medesmo forse è lasso
che altro ch'un sospir breve è la morte?

Io aveva già vicin l'ultimo passo
la carne infermae l'anima ancor pronta
quando udi' dir in un son tristo e basso:

«O misero colui che' giorni conta
e pargli l'un mille anni! Indarno vive
ché seco in terra mai non si raffronta;

e cerca 'l mare e tutte le sue rive
e sempre un stilovunque fussetenne:
sol di lei pensao di lei parla o scrive».

Allora in quella parte onde 'l suon venne
gli occhi languidi volgoe veggio quella
che amò noime sospinse e te ritenne.

Riconobbila al volto e a la favella
che spesso ha già 'l mio cor racconsolato
or grave e saggiaallor onesta e bella.

E quando io fui nel mio più bello stato
ne l'età mia pia verdea te più cara
ch'a dire et a pensare a molti ha dato

mi fu la vita poco men ch'amara
a rispetto di quella mansueta
e dolce morte ch'a' mortali è rara;

ché 'n tutto quel mio passo er'io più lieta
che qual d'esilio al dolce albergo riede;
se non che mi stringea di te sol pieta. –

– Dehmadonna– diss'io – per quella fede
che vi fucredoal tempo manifesta
or più nel volto di chi tutto vede

creovvi Amor pensier mai ne la testa
d'aver pietà del mio lungo martire
non lasciando vostr’alta impresa onesta?

che' vostri dolci sdegni e le dolci ire
le dolci paci ne' belli occhi scritte
tenner molti anni in dubbio il mio desire. –

A pena ebb'io queste parole ditte
ch'io vidi lampeggiar quel dolce riso
ch'un sol fu già di mie virtuti afflitte.

Poi disse sospirando: – Mai diviso
da te non fu 'l mio corné già mai fia;
ma temprai la tua fiamma col mio viso

perché a salvar te e me null'altra via
era e la nostra giovenetta fama;
né per ferza è però madre men pia.

Quante volte diss'io meco: «Questi ama
anzi arde: or si conven ch'a ciò provveggia
e mal pò provveder chi teme o brama.

Quel di fuor mirie quel dentro non veggia».
Questo fu quel che ti rivolse e strinse
spessocome caval frenche vaneggia.

Più di mille fïate ira dipinse
il volto mio ch'Amor ardeva il core;
ma voglia in me ragion già mai non vinse.

Poi se vinto ti vidi dal dolore
drizzai in te gli occhi allor soavemente
salvando la tua vita e 'l nostro onore;

e se fu passïon troppo possente
e la fronte e la voce a salutarti
mossiet or timorosa et or dolente.

Questi fur teco miei ingegni e mie arti:
or benigne accoglienze et ora sdegni
(tu 'l sai che n'hai cantato in molte parti)

ch'i' vidi gli occhi tuoi talor sì pregni
di lagrimech' i' dissi: «Questi è corso
chi non l'aitasì 'l conosco ai segni»:

allor provvidi d'onesto soccorso;
talor ti vidi tali sproni al fianco
ch' i' dissi: «Qui conven più duro morso».

Cosìcaldovermigliofreddo e bianco
or tristoor lietoinfin qui t'ho condutto
salvoond'io mi rallegrobenché stanco. –

Et io: – Madonnaassai fora gran frutto
questo d'ogni mia fépur ch' i' 'l credessi –
dissi tremando e non col viso asciutto.

– Di poca fede! Or iose nol sapessi
se non fosse ben verperché 'l direi? –
risposee 'n vista parve s'accendessi.

– S'al mondo tu piacesti agli occhi miei
questo mi taccio; pur quel dolce nodo
mi piacque assai che intorno al cor avei;

e piacemi il bel nomese vero odo
che lunge e presso col tuo dir m'acquisti;
né mai in tuo amor richiesi altro che 'l modo.

Quel mancò solo; e mentre in atti tristi
volei mostrarmi quel ch' i' vedea sempre
il tuo cor chiuso a tutto 'l mondo apristi.

Quinci il mio geloonde ancor ti distempre;
ché concordia era tal de l'altre cose
qual giunge Amorpur ch'onestate il tempre.

Fur quasi eguali in noi fiamme amorose
almen poi ch' i' m'avvidi del tuo foco;
ma l'un le palesòl'altro l'ascose.

Tu eri di mercé chiamar già roco
quando taceaperché vergogna e tema
facean molto desir parer sì poco.

Non è minor il duol perch'altri il prema
né maggior per andarsi lamentando;
per fizïon non cresce il ver né scema.

Ma non si ruppe almen ogni velquando
soli i tuo' dettite presenteaccolsi
Dir più non osa il nostro amor cantando?

Teco era il corea me gli occhi raccolsi;
di ciòcome d'iniqua parteduolti
se 'l meglio e 'l più ti diedie 'l men ti tolsi!

né pensi cheperché ti fossin tolti
ben mille voltee più di mille e mille
renduti e con pietate a te fur volti.

E state foran lor luci tranquille
sempre ver tese non ch'ebbi temenza
de le pericolose tue faville.

Più ti vo' dir per non lasciarti senza
una conclusïon che a te fia grata
forse d'udir in su questa partenza:

in tutte l'altre cose assai beata;
in una sola a me stessa dispiacqui
che 'n troppo umil terren mi trovai nata.

Duolmi ancor veramente ch' i' non nacqui
almen più presso al tuo fiorito nido;
ma assai fu bel paese ond'io ti piacqui

ché potea il cor del qual sol io mi fido
volgersi altrovea te essendo ignota
ond'io fora men chiara e di men grido. –

– Questo no – rispos'io – perché la rota
terza del ciel m'alzava a tanto amore
ovunque fussestabile et immota! –

– Or così sia – diss'ella. – I' n'ebbi onore
ch'ancor mi segue; ma per tuo diletto
tu non t'accorgi del fuggir de l'ore.

Vedi l'Aurora de l'aurato letto
rimenar ai mortali il giornoe 'l sole
già fuor de l'oceano infin al petto.

Questa vien per partirneonde mi dole.
S'a dir hai altrostudia d'esser breve
e col tempo dispensa le parole. –

– Quant’io soffersi maisoave e leve –
dissi – m'ha fatto il parlar dolce e pio;
ma 'l viver senza voi m'è duro e greve.

Però saper vorreimadonnas'io
son per tardi seguirvio se per tempo. –
Ellagià mossadisse: – Al creder mio

tu starai in terra senza me gran tempo.



TRIUMPHUSFAME

 

Trionfo della Fama

 

I

 


Da poi che Morte triunfò nel volto
che di me stesso triunfar solea
e fu del nostro mondo il suo sol tolto

partissi quella dispietata e rea
pallida in vistaorribile e superba
che 'l lume di beltate spento avea:

quandomirando intorno su per l'erba
vidi da l'altra parte giugner quella
che trae l'uom del sepolcro e 'n vita il serba.

Quale in sul giorno un'amorosa stella
suol venir d'orïente inanzi al sole
che s'accompagna volentier con ella

cotal venia; et oh! di quali scole
verrà 'l maestro che descriva a pieno
quel ch'io vo' dir in semplici parole?

Era d'intorno il ciel tanto sereno
che per tutto 'l desir ch'ardea nel core
l'occhio mio non potea non venir meno.

Scolpito per le fronti era il valore
de l'onorata gentedov'io scorsi
molti di quei che legar vidi Amore.

Da man destraove gli occhi in prima porsi
la bella donna avea Cesare e Scipio
ma qual più presso a gran pena m'accorsi:

l'un di vertutee non d'Amor mancipio
l'altro d'entrambi. E poi mi fu mostrata
dopo sì glorïoso e bel principio

gente di ferro e di valore armata;
siccome in Campidoglio al tempo antico
talora o per Via Sacra o per Via Lata

venian tutti in quell'ordine ch'i' dico
e leggeasi a ciascuno intorno al ciglio
il nome al mondo più di gloria amico.

Io era intento al nobile pispiglio
ai voltiagli atti: ed eccoi primi due
l'un seguiva il nipote e l'altro il figlio

che sol senz'alcun pari al mondo fue;
e quei che volser a' nemici armati
chiudere il passo co le membra sue

duo padri da tre figli accompagnati:
l'un giva inanzi e due venian dopo
e l'ultimo era il primo fra' laudati.

Poi fiammeggiava a guisa d'un piropo
colui che col consiglio e co la mano
a tutta Italia giunse al maggior uopo:

di Claudio dicoche notturno e piano
come il Metauro videa purgar venne
di ria semenza il buon campo romano.

Egli ebbe occhi a vederea volar penne;
et un gran vecchio il secondava appresso
che con arte Anibàle a bada tenne.

Duo altri Fabii e duo Caton con esso
duo Pauliduo Bruti e duo Marcelli
un Regol ch'amò Roma e non se stesso

un Curio ed un Fabrizioassai più belli
con la lor povertà che Mida o Crasso
con l'oro onde a virtù furon rebelli;

Cincinnato e Serranche solo un passo
senza costor non vannoe 'l gran Camillo
di viver prima che di ben far lasso

perch'a sì alto grado il ciel sortillo
che sua virtute chiara il ricondusse
onde altrui cieca rabbia dipartillo.

Poi quel Torquato che 'l figliuol percusse
e viver orbo per amor sofferse
de la milizia perché orba non fusse;

l'un Decio e l'altroche col petto aperse
le schiere de' nemici: o fiero voto
che 'l padre e 'l figlio ad una morte offerse!

Curzio venia con lornon men devoto
che di sé e de l'arme empié lo speco
in mezzo il Foro orribilmente voto;

MummioLevinoAttilio; et era seco
Tito Flamminio che con forza vinse
ma vie più con pietateil popol greco.

Eravi quei che 'l re di Siria cinse
d'un magnanimo cerchioe co la fronte
e co la lingua a sua voglia lo strinse;

e quel ch'armatosoldifese un monte
onde poi fu sospinto; e quel che solo
contra tutta Toscana tenne un ponte;

e quel che in mezzo del nemico stuolo
mosse la mano indarnoe poscia l'arse
sì seco irato che non sentì il duolo;

e chi 'n mar prima vincitor apparse
contra' Cartaginesie chi lor navi
fra Cicilia e Sardigna ruppe e sparse.

Appio conobbi agli occhie' suoiche gravi
furon sempre e molesti a l'umil plebe.
Poi vidi un grande con atti soavi

e se non che 'l suo lume a lo stremo ebe
forse era il primoe certo fu fra noi
qual BaccoAlcid'e Epaminonda a Tebe;

ma 'l peggio è viver troppo. E vidi poi
quel che da l'esser suo destro e leggero
ebbe nomee fu 'l fior degli anni suoi;

e quanto in arme fu crudo e severo
tanto quei che 'l seguiaCorvobenigno
non so se miglior duce o cavaliero.

Poi venia que' che livido maligno
tumor di sanguebene oprandooppresse
nobil Volumnio e d'alta laude digno;

Cosso e FilonRutilioe da le spesse
luci in disparte tre soli ir vedeva
rotti i membri e smagliate l'arme e fesse:

Lucio Dentato e Marco Sergio e Sceva
que' tre folgori e tre scogli di guerra
ma l'un rio successor di fama leva;

Mario poiche Jugurta e' Cimbri atterra
e 'l tedesco furoree Fulvio Flacco
ch'a l'ingrati troncar a bel studio erra

et il più nobil Fulvioe solo un Gracco
di quel gran nido garrulo inquïeto
che fe' il popol roman più volte stracco

e quel che parve altrui beato e lieto
non dico fuché non chiaro si vede
un chiuso cor profondo in suo secreto:

Metello dicoe suo padree suo' rede
che già di Macedonia e de' Numidi
e di Creta e di Spagna addusser prede.

Poscia Vespasïan col figlio vidi
il buono e bellonon già il bello e rio
e 'l buon Nervae Traianprincipi fidi

Elio Adriano e 'l suo Antonin Pio
bella successïone infino a Marco
ché bono a buono ha natural desio.

Mentre che vago oltre cogli occhi varco
vidi il gran fondatore e i regi cinque;
l'altro era in terra di mal peso carco

come adiven a chi virtù relinque.


 

 

II

 


Pien d'infinita e nobil meraviglia
presa a mirar il buon popol di Marte
ch'al mondo non fu mai simil famiglia

giungea la vista con l'antiche carte
ove son gli alti nomi e' sommi pregi
e sentiv' al mio dir mancar gran parte;

ma disviarmi i pellegrini egregi
Anibal primoe quel cantato in versi
Achilleche di fama ebbe gran fregi

i duo chiari Troiani e' duo gran Persi
Filippo e 'l figlioche da Pella agl'lndi
correndo vinse paesi diversi.

Vidi l'altro Alessandro non lunge indi
non già correr cosìch'ebbe altro intoppo
(quanto del vero onorFortunascindi!);

i tre Teban ch' i' dissiin un bel groppo;
ne l'altroAiaceDiomede e Ulisse
che desiò del mondo veder troppo;

Nestor che tanto seppe e tanto visse;
Agamenón e Menelaoche 'n spose
poco felici al mondo fer gran risse;

Leonidach' a' suoi lieto propose
un duro prandiouna terribil cena
e 'n poca piazza fe' mirabil cose;

et Alcibiadeche sì spesso Atena
come fu suo piacer volse e rivolse
con dolce lingua e con fronte serena;

Milziade che 'l gran gioco a Grecia tolse
e 'l buon figliuol che con pietà perfetta
legò sé vivo e 'l padre morto sciolse;

TeseoTemistoclès con questa setta
Aristidès che fu un greco Fabrizio:
a tutti fu crudelmente interdetta

la patria sepolturae l'altrui vizio
illustra lorché nulla meglio scopre
contrari due com 'piccolo interstizio.

Focïon va con questi tre di sopre
che di sua terra fu scacciato morto;
molto diverso il guidardon da l'opre!

Com'io mi volsiil buon Pirro ebbi scorto
e 'l buon re Massinissae gli era avviso
d'esser senza i Roman ricever torto.

Con luimirando quinci e quindi fiso
Jero siracusan conobbie 'l crudo
Amilcare da lor molto diviso.

Vidiqual uscì già del focoignudo
il re di Lidiamanifesto esempio
che poco val contra Fortuna scudo.

Vidi Siface pari a simil scempio;
Brennosotto cui cadde gente molta
e poi cadde ei sotto il delfico tempio.

In abito diversain popol folta
fu quella schiera; e mentre gli occhi alti ergo
vidi una parte tutta in sé raccolta

e quel che volse a Dio far grande albergo
per abitar fra gli uominiera il primo;
ma chi fe' l'opra gli venia da tergo:

a lui fu destinatoonde da imo
produsse al sommo l'edificio santo
non tal dentro architettocom'io stimo.

Poi quel ch'a Dio familïar fu tanto
in graziaa parlar seco a faccia a faccia
che nessun altro se ne può dar vanto;

e quel checome un animal s'allaccia
co la lingua possente legò 'l sole
per giugner de' nemici suoi la traccia.

O fidanza gentil! chi Dio ben cole
quanto Dio ha creato aver suggetto
e 'l ciel tener con semplici parole!

Poi vidi 'l padre nostroa cui fu detto
ch'uscisse di sua terra e gisse al loco
ch'a l'umana salute era già eletto;

seco il figlio e 'l nipotea cui fu il gioco
fatto de le due spose; e 'l saggio e casto
Joseph dal padre lontanarsi un poco.

Poi stendendo la vista quant’io basto
colui vidi oltra il qual occhio non varca
la cui inobedienza ha il mondo guasto.

Di qua da luichi fece la grande arca
e quei che cominciò poi la gran torre
che fu sì di peccato e d'error carca;

poi quel buon Juda a cui nessun può torre
le sue leggi paterneinvitto e franco
com'uom che per giustizia a morte corre.

Già era il mio desio presso che stanco
quando mi fece una leggiadra vista
più vago di mirar ch'i' ne fossi anco.

I' vidi alquante donne ad una lista:
Antiope ed Oritia armata e bella
Ippolita del figlio afflitta e trista

e Menalippee ciascuna sì snella
che vincerle fu gloria al grande Alcide:
e' l'una ebbee Teseo l'altra sorella;

la vedova che sì secura vide
morto 'l figlioloe tal vendetta feo
ch'uccise Ciro et or sua fama uccide

però cheudendo ancora il suo fin reo
par che di novo a sua gran colpa moia
tanto quel dì del suo nome perdeo.

Poi vidi quella che mal vide Troia
e fra queste una vergine latina
ch'in Italia a' Troian fe' molta noia.

Poi vidi la magnanima reina:
con una treccia avolta e l'altra sparsa
corse alla babilonica rapina;

poi Cleopatrae l'un'e l'altra er' arsa
d'indegno foco; e vidi in quella tresca
Zenobia del suo onor assai più scarsa.

Bella erae ne l'età fiorita e fresca;
quanto in più gioventute e 'n più bellezza
tanto par ch'onestà sua laude accresca;

nel cor femineo fu sì gran fermezza
che col bel viso e co l'armata coma
fece temer chi per natura sprezza:

io parlo de l'imperio alto di Roma
che con arme assalìo; ben ch'a l'estremo
fusse al nostro trionfo ricca soma.

Fra' nomi che in dir breve ascondo e premo
non fia Judithla vedovetta ardita
che fe' il folle amador del capo scemo.

Ma Nino ond'ogni istoria umana è ordita
dove lasc'io e 'l suo gran successore
che superbia condusse a bestial vita?

Belo dove rimanfonte d'errore
non per sua colpa? Dov'è Zoroastro
che fu de l'arti magiche inventore?

E chi de' nostri dogi che 'n duro astro
passar l'Eufrate fece il mal governo
a l'italiche doglie fiero impiastro?

Ov'è 'l gran Mitridatequello eterno
nemico de' Roman che sì ramingo
fuggì dinanzi a lor la state e 'l verno?

Molte gran cose in picciol fascio stringo:
ov'è un re Arturoe tre Cesari Augusti
un d'Affricaun di Spagnaun Lottoringo?

Cingean costu' i suoi dodici robusti;
poi venia solo il buon duce Goffrido
che fe' l'impresa santa e' passi giusti.

Questodi ch'io mi sdegno e 'ndarno grido
fece in Jerusalem co le sue mani
il mal guardato e già negletto nido.

Gite superbio miseri Cristiani
consumando l'un l'altroe non vi caglia
che 'l sepolcro di Cristo è in man de' cani!

Raro o nessun che 'n alta fama saglia
vidi dopo costuis'io non m'inganno
o per arte di pace o di battaglia.

Purcome uomini eletti ultimi vanno
vidi verso la fine il Saracino
che fece a' nostri assai vergogna e danno;

quel di Lurìa seguiva il Saladino
poi il duca di Lancastroche pur dianzi
era al regno de' Franchi aspro vicino.

Mirocome uom che volentier s'avanzi
s'alcuno ivi vedessi qual egli era
altrove agli occhi miei veduto inanzi;

e vidi duo che si partir iersera
di questa nostra etate e del paese;
costor chiudean quella onorata schiera:

il buon re cicilian che 'n alto intese
e lunge vide e fu veramente Argo;
da l'altra parte il mio gran Colonnese

magnanimogentilconstante e largo.


 

 

III

 


Io non sapea da tal vista levarme
quand'io udi': – Pon mente a l'altro lato
ché s'acquista ben pregio altro che d'arme. –

Volsimi da man mancae vidi Plato
che 'n quella schiera andò più presso al segno
al qual aggiunge cui dal Cielo è dato

Aristotele poipien d'alto ingegno
Pitagora che primo umilemente
filosofia chiamò per nome degno

Socrate e Senofontee quello ardente
vecchio a cui fur le Muse tanto amiche
ch'Argo e Micena e Troia se ne sente;

questo cantò gli errori e le fatiche
del figliuol di Laerte e d'una diva
primo pintor delle memorie antiche.

A man a man con lui cantando giva
il Mantovan che di par seco giostra
ed un al cui passar l'erba fioriva:

questo è quel Marco Tullio in cui si mostra
chiaro quanti eloquenzia ha frutti e fiori;
questi son gli occhi de la lingua nostra.

Dopo venia Demostene che fori
è di speranza omai del primo loco
non ben contento de' secondi onori;

un gran folgór parea tutto di foco:
Eschine il dica che 'l poteo sentire
quando presso al suo tuon parve già fioco.

Io non posso per ordine ridire
questo o quel dove mi vedessi o quando
e qual andare inanzi e qual seguire;

chécose innumerabili pensando
e mirando la turba tale e tanta
1'occhio e 'l pensier m'andava disviando.

Vidi Solondi cui fu l'util pianta
chese mal colta èmal frutto produce
cogli altri sei di che Grecia si vanta.

Qui vid'io nostra gente aver per duce
Varroneil terzo gran lume romano
che quando il miri più tanto più luce;

Crispo Sallustioe seco a mano a mano
un che già l'ebbe a schifo e 'l vide torto
cioè 'l gran Tito Livio padovano.

Mentr'io 'l miravasubito ebbi scorto
quel Plinio veronese suo vicino
a scriver moltoa morir poco accorto.

Poi vidi il gran platonico Plotino
checredendosi in ozio viver salvo
prevento fu dal suo fero destino

il qual seco venia dal materno alvo
e però providenzia ivi non valse;
poi CrassoAntonioOrtensioGalbae Calvo

con Pollïonche 'n tal superbia salse
che contra quel d'Arpino armar le lingue
cercando ambeduo fame indegne e false.

Tucidide vid'ioche ben distingue
i tempi e 'luoghi e l'opere leggiadre
e di che sangue qual campo s'impingue;

Erodoto di greca istoria padre
vidie dipinto il nobil geometra
di triangoli e tondi e forme quadre;

e quel che 'nver di noi divenne petra
Porfirioche d'acuti silogismi
empié la dïalettica faretra

facendo contra 'l vero arme i sofismi;
e quel di Coo che fe' vie miglior l'opra
se bene intesi fusser gli aforismi.

Apollo et Esculapio gli son sopra
chiusi ch'a pena il viso gli comprende
sì par che i nomi il tempo limi e copra.

Un di Pergamo il seguee in lui pende
l'arte guasta fra noiallor non vile
ma breve e 'scura; e' la dichiara e stende.

Vidi Anasarco intrepido e virile
e Senocrate più saldo ch'un sasso
che nulla forza volse ad atto vile;

vidi Archimede star col viso basso
e Democrito andar tutto pensoso
per suo voler di lume e d'oro casso;

vidi Ippiail vecchiarel che già fu oso
dir: – Io so tutto– e poi di nulla certo
ma d'ogni cosa Archesilao dubbioso;

vidi in suoi detti Eraclito coverto
e Dïogene cinico in suo' fatti
assai più che non vuol vergognaaperto;

e quel che lieto i suoi campi disfatti
vide e desertid'altre merci carco
credendo averne invidïosi patti.

Ivi era il curïoso Dicearco
ed in suo' magisteri assai dispari
Quintilïano e Seneca e Plutarco.

Vidivi alquanti ch'han turbati i mari
con venti avversi e con ingegni vaghi
non per saver ma per contender chiari

urtar come leonie come draghi
colle code avvinghiarsi. Or che è questo
ch'ognun del suo saver par che s'appaghi?

Carneade vidi in suo' studi sì desto
cheparlando egliil vero e 'l falso a pena
si discerneacosì nel dir fu presto;

la lunga vita e la sua larga vena
d'ingegno pose in accordar le parti
che 'l furor litterato a guerra mena;

né 'l poteo farché come crebber l'arti
crebbe l'invidiae col savere inseme
ne' cori enfiati i suo' veneni ha sparti.

Contra 'l buon Siroche l'umana speme
alzò ponendo l'anima immortale
s'armò Epicuroonde sua fama geme

ardito a dir ch'ella non fusse tale;
così al lume fu fumoso e lippo
co la brigata al suo maestro eguale:

di Metrodoro parlo e d'Aristippo.
Poi con gran subbio e con mirabil fuso
vidi tela sottil ordir Crisippo.

Degli Stoici 'l padrealzato in suso
per far chiaro suo dirvidiZenone
mostrar la palma aperta e 'l pugno chiuso;

e per fermar sua bella intenzïone
[la sua tela gentil tesser Cleante]
che tira al ver la vaga opinïone.

[Qui lascioe più di lor non dico avante.]



 

TRIUMPHUS TEMPORIS

 

Trionfo del Tempo

 


De l'aureo albergo co l'aurora inanzi
sì ratto usciva 'l sol cinto di raggi
che detto avresti: – e' si corcò pur dianzi. –

Alzato un pococome fanno i saggi
guardoss'intornoet a se stesso disse:
– Che pensi? omai convien che più cura aggi.

Eccos'un che famoso in terra visse
de la sua fama per morir non esce
che sarà de la legge che 'l Ciel fisse?

E se fama mortal morendo cresce
che spegner si devea in breveveggio
nostra eccellenzia al fine; onde m'incresce.

Che più s'aspetta? o che puote esser peggio?
che più nel ciel ho io che 'n terra un uomo
a cui esser egual per grazia cheggio?

Quattro cavai con quanto studio como
pasco nell'oceano e sprono e sferzo
e pur la fama d'un mortal non domo!

Ingiuria da corruccio e non da scherzo
avenir questo a mes' i' fossi in cielo
non dirò primoma secondoo terzo!

Or conven che s'accenda ogni mio zelo
sì ch'al mio volo l'ira addoppi i vanni
ch'io porto invidia agli uominie nol celo;

de' quali io veggio alcun dopo mille anni
e mille e millepiù chiari che 'n vita
et io m'avanzo di perpetui affanni.

Tal son qual era anzi che stabilita
fusse la terradì e notte rotando
per la strada ritonda ch'è infinita. –

Poi che questo ebbe dettodisdegnando
riprese il corso più veloce assai
che falcon d'alto a sua preda volando:

piùdico; né pensier poria già mai
seguir suo volonon che lingua o stile
tal che con gran paura il rimirai.

Allor tenn'io il viver nostro a vile
per la mirabil sua velocitate
vie più che inanzi nol tenea gentile;

e parvemi terribil vanitate
fermare in cose il cor che 'l Tempo preme
chementre più le stringison passate.

Però chi di suo stato cura o teme
proveggia benmentr'è l'arbitrio intero
fondare in loco stabile sua speme;

ché quant'io vidi il Tempo andar leggero
dopo la guida sua che mai non posa
io nol diròperché poter non spero.

I' vidi il ghiaccioe lì stesso la rosa
quasi in un punto il gran freddo e 'l gran caldo
che pur udendo par mirabil cosa.

Ma chi ben mira col giudizio saldo
vedrà esser così; ché nol vid' io?
di che contra me stesso or mi riscaldo.

Segui' già le speranze e 'l van desio;
or ho dinanzi agli occhi un chiaro specchio
ov'io veggio me stesso e 'l fallir mio;

e quanto posso al fine m'apparecchio
pensando al breve viver mionel quale
stamani era un fanciullo et or son vecchio.

Che più d'un giorno è la vita mortale?
Nubil'e brev' e freddo e pien di noia
che pò bella parer ma nulla vale.

Qui l'umana speranza e qui la gioia
qui' miseri mortali alzan la testa
e nessun sa quanto si viva o moia.

Veggio or la fuga del mio viver presta
anzi di tuttie nel fuggir del sole
la ruina del mondo manifesta.

Or vi riconfortate in vostre fole
giovenie misurate il tempo largo!
Ma piaga antiveduta assai men dole.

Forse che 'ndarno mie parole spargo;
ma io v'annunzio che voi sete offesi
da un grave e mortifero letargo

ché volan l'oree' giornie gli annie' mesi;
insiemecon brevissimo intervallo
tutti avemo a cercar altri paesi.

Non fate contra 'l vero al core un callo
come sete usianzi volgete gli occhi
mentre emendar si pote il vostro fallo;

non aspettate che la morte scocchi
come fa la più parteché per certo
infinita è la schiera degli sciocchi.

Poi ch' i' ebbi veduto e veggio aperto
il volar e 'l fuggir del gran pianeta
ond'io ho danni et inganni assai sofferto

vidi una gente andarsen queta queta
senza temer di Tempo o di sua rabbia
ché gli avea in guardia istorico o poeta.

Di lor par che più d'altri invidia s'abbia
che per se stessi son levati a volo
uscendo for della comune gabbia.

Contra costor colui che splende solo
s'apparecchiava con maggiore sforzo
e riprendeva un più spedito volo;

a' suoi corsier radoppiato era l'orzo;
e la reina di ch'io sopra dissi
d'alcun de' suoi già volea far divorzo.

Udi' dirnon so a chima 'l detto scrissi:
– In questi umania dir proprioligustri
di cieca oblivïon che 'scuri abissi!

Volgerà il sol non pure anni ma lustri
e secolivittor d'ogni cerebro
e vedrà il vaneggiar di questi illustri.

Quanti fur chiari tra Peneo ed Ebro
che son venuti e verran tosto meno!
quanti sul Xanto e quanti in val di Tebro!

Un dubbioibernoinstabile sereno
è vostra famae poca nebbia il rompe;
e 'l gran tempo a' gran nomi è gran veneno.

Passan vostre grandezze e vostre pompe
passan le signoriepassano i regni;
ogni cosa mortal Tempo interrompe

e ritolta a' men buonnon dà a' più degni;
e non pur quel di fuori il Tempo solve
ma le vostre eloquenzie e' vostri ingegni.

Così fuggendo il mondo seco volve
né mai si posa né s'arresta o torna
finché v'ha ricondotti in poca polve.

Orperché umana gloria ha tante corna
non è mirabil cosa s'a fiaccarle
alquanto oltra l'usanza si soggiorna;

ma quantunque si pensi il vulgo o parle
se 'l viver vostro non fusse sì breve
tosto vedresti in fumo ritornarle. –

Udito questoperché al ver si deve
non contrastar ma dar perfetta fede
vidi ogni nostra gloria al sol di neve;

e vidi il Tempo rimenar tal prede
de' nostri nomich'io gli ebbi per nulla
benché la gente ciò non sa né crede:

ciecache sempre al vento si trastulla
e pur di false opinïon si pasce
lodando più il morir vecchio che 'n culla.

Quanti son già felici morti in fasce!
Quanti miseri in ultima vecchiezza!
Alcun dice: – Beato chi non nasce. –

Ma per la turba a' grandi errori avezza
dopo la lunga età sia 'l nome chiaro:
che è questo però che sì s'apprezza?

Tutto vince e ritoglie il Tempo avaro;
chiamasi Famaet è morir secondo;
né più che contra 'l primo è alcun riparo.

Così 'l Tempo triunfa i nomi e 'l mondo.



 

TRIUMPHUS ETERNITATIS

 

Trionfo dell'Eternità


Da poi che sotto 'l ciel cosa non vidi
stabile e fermatutto sbigottito
mi volsi al cor e dissi: – In che ti fidi? –

Rispose: – Nel Signorche mai fallito
non ha promessa a chi si fida in lui;
ma ben veggio che 'l mondo m'ha schernito

e sento quel ch'i' sono e quel ch'i' fui
e veggio andaranzi volare il tempo
e doler mi vorreiné so di cui;

ché la colpa è pur miache più per tempo
deve' aprir gli occhie non tardar al fine
ch'a dir il vero omai troppo m'attempo.

Ma tarde non fur mai grazie divine:
in quelle spero che 'n me ancor faranno
alte operazïoni e pellegrine. –

Così detto e risposto: orse non stanno
queste cose che 'l ciel volge e governa
dopo molto voltar che fine avranno?

Questo pensava; e mentre più s'interna
la mente miaveder mi parve un mondo
novoin etate immobile ed eterna

e 'l sole e tutto 'l ciel disfar a tondo
con le sue stelleancor la terra e 'l mare
e rifarne un più bello e più giocondo.

Qual meraviglia ebb'ioquando ristare
vidi in un punto quel che mai non stette
ma discorrendo suol tutto cangiare!

E le tre parti sue vidi ristrette
ad una solae quella una esser ferma
sì checome soleapiù non s'affrette

e quasi in terra d'erbe ignuda et erma
né «fia» né «fu» né «mai» né «inanzi» o «'ndietro»
ch'umana vita fanno varia e 'nferma.

Passa il penser sì come sole in vetro
anzi più assaiperò che nulla il tene:
o qual grazia mi fiase mai l'impetro

ch'i' veggia ivi presente il sommo bene
non alcun malche solo il tempo mesce
e con lui si diparte e con lui vene!

Non avrà albergo il sol Tauro né Pesce
per lo cui varïar nostro lavoro
or nasceor moreet or scemaor cresce.

Beat'i spirti che nel sommo coro
si troveranno o trovano in tal grado
che sia in memoria eterna il nome loro!

O felice colui che trova il guado
di questo alpestro e rapido torrente
ch'ha nome vita et a molti è sì a grado!

Misera la volgare e cieca gente
che pon qui sue speranze in cose tali
che 'l tempo le ne porta sì repente!

O veramente sordiignudi e frali
poveri d'argomenti e di consiglio
egri del tutto e miseri mortali!

Quei che governa il ciel solo col ciglio
che conturba et acqueta gli elementi
al cui saver non pur io non m'appiglio

ma li angeli ne son lieti e contenti
di veder de le mille parti l'una
et in ciò stanno desïosi e 'ntenti....

O mente vagaal fin sempre digiuna
a che tanti penseri? Un'ora sgombra
quanto in molt'anni a pena si raguna.

Quel che l'anima nostra preme e 'ngombra
dianziadessoierdimanmattino e sera
tutti in un punto passeran com'ombra;

non avrà loco «fu» «sarà» ned «era»
ma «è» soloin presenteet «ora» et «oggi»
e sola eternità raccolta e 'ntera.

Quasi spianati dietro e 'nanzi i poggi
ch'occupavan la vistanon fia in cui
vostro sperare e rimembrar s'appoggi;

la qual varïetà fa spesso altrui
vaneggiar sì che 'l viver par un gioco
pensando pur: – che sarò io? che fui? –

Non sarà più diviso a poco a poco
ma tutto insieme; e non più state o verno
ma morto il tempo e varïato il loco;

e non avranno in man li anni il governo
de le fame mortalianzi chi fia
chiaro una volta fia chiaro in eterno.

O felici quelle anime che 'n via
sono o seranno di venire al fine
di ch'io ragionoquandunque e' si sia!

E tra l'altre leggiadre e pellegrine
beatissima lei che Morte occise
assai di qua del natural confine!

Parranno allor l'angeliche divise
e l'oneste parolee i pensier casti
che nel cor giovenil Natura mise.

Tanti voltiche Morte e 'l Tempo ha guasti
torneranno al suo più fiorito stato;
e vedrassi oveAmortu mi legasti

ond'io a dito ne sarò mostrato:
– Ecco chi pianse sempree nel suo pianto
sovra 'l riso d'ogni altro fu beato! –

E quella di ch'ancor piangendo canto
avrà gran maraviglia di se stessa
vedendosi fra tutte dar il vanto.

Quando ciò fianol so; se fu soppressa
tanta credenza a' più fidi compagni
a sì alto segreto chi s'appressa?

Credo io che s'avicinie de' guadagni
veri e de' falsi si farà ragione
ché tutti fien allor opre d'aragni.

Vedrassi quanto in van cura si pone
e quanto indarno s'affatica e suda
come sono ingannate le persone;

nessun segreto fia chi copra o chiuda;
fia ogni conscïenzao chiara o fosca
dinanzi a tutto 'l mondo aperta e nuda;

e fia chi ragion giudichi e conosca.
Ciascun poi vedrem prender suo viaggio
come fiera scacciata che s'imbosca;

e vedrassi quel poco di paraggio
che vi fa ir superbie oroe terreno
esservi stato danno e non vantaggio;

e 'n disparte color che sotto 'l freno
di modesta fortuna ebbero in uso
senz'altra pompadi godersi in seno.

Questi trionfii cinque in terra giuso
avem vedutoet a la fine il sesto
Dio permettentevederem lassuso;

e 'l Tempoa disfar tutto così presto
e Morte in sua ragion cotanto avara
morti inseme seranno e quella e questo.

E quei che Fama meritaron chiara
che 'l Tempo spensee i be' visi leggiadri
che 'mpallidir fe' 'l Tempo e Morte amara

l'obblivïongli aspetti oscuri et adri
più che mai bei tornandolasceranno
a Morte impetuosaa' giorni ladri;

ne l'età più fiorita e verde avranno
con immortal bellezza eterna fama.
Ma inanzi a tutte ch'a rifar si vanno

è quella che piangendo il mondo chiama
co la mia lingua e co la stanca penna;
ma 'l ciel pur di vederla intera brama.

A riva un fiume che nasce in Gebenna
Amor mi diè per lei sì lunga guerra
che la memoria ancora il cor accenna.

Felice sasso che 'l bel viso serra!
chépoi ch'avrà ripreso il suo bel velo
se fu beato chi la vide in terra

or che fia dunque a rivederla in cielo?