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Pietro Gibellini

 

Tre coltellate per compare Turiddu.

 

Lettura antropologica di Cavalleria rusticana

 

 

 

 

- E tre! questa è per la casa che tu m’haiadornato. Ora tua madre lascierà stare le galline.

 

 

 

Qual è l’ultima parola di compare Turiddue di Cavalleriarusticana?

 

Turiddu annaspò un pezzo di qua e di là fra ifichidindia e poi cadde come un masso. Il sangue gli gorgogliavaspumeggiando nella golae non poté profferire nemmeno: - Ah! mammamia!

 

Più che a un’esclamazione strozzata in golapotremmopensare a un’espressione asemanticaall’equivalente fraseologico di un ameno di un bifper esprimere la repentinità del trapasso. Ma l’abbozzoautografo ci documenta che l’ultimo pensiero del moribondo era davvero per lavecchia madre:

 

- Ah! la mia povera vecchiaesclamò [poi correttoin gemette].

 

Quell’esclamazione detta dall’autoree mancata dalpersonaggio che entra in un solo istante nel regno eterno del silenzioera giàrisuonatanel duetto fra Turiddu e Santa:

 

Come il babbo mise Turiddu fuori dell’usciolafigliuola gli aprì la finestrae stava a chiacchierare con lui tutta laserache tutto il vicinato non parlava d’altro.

- Per te impazziscodiceva Turiddue perdo il sonno el’appetito.

- Chiacchiere.

- Vorrei essere il figlio di Vittorio Emanuele persposarti!

- Chiacchiere.

- Per la Madonna che ti mangerei come il pane!

- Chiacchiere!

- Ah! sull’onor mio!

- Ah! mamma mia!

 

Insinuata quasi con noncuranzala battuta chiudeva a mo’di esempio brevecome un “eccetera”il fraseggio di Santa e Turiddudavanti al “coro” del vicinato. Ma la sua collocazione in clausolae laperfetta simmetria con la battuta che la precede («Ahsull’onor mio!»)ciporta fuori dallo spazio veristico come dalla mera significazione letterale. Ciporta entro uno spazio tragico in cui vengono a irriducibile conflitto la leggedegli uomini e la legge degli dei: la legge dell’«onore» contro la leggedelle Madri. Moderna Antigonela protagonista della Lupa anteponeva lalegge della sua passione alle norme del villaggio: a costo della vita. Ma non simodella su di un analogo statuto tragico anche Cavalleria rusticana?

I lettori più accorti non hanno mancato di rilevare lateatralità virtuale di Cavalleria. È una teatralità latente nellaforma novellisticaben prima (e forse ben più) che nella tarda riscritturascenica. La prima parte della novella ha la cadenza di un drammache contemplaanche scene da commediacome accade nel brioso dialogo di corteggiamento fraTuriddu e Santavero duetto fra tenore e soprano. Ma nella seconda parte iltono è quello della tragediao dell’epos tragico: e la lettura (che nonsapremmo immaginare se non ad alta voce) esige un drastico rallentamentonecessario a temperare il bruciante avvicinamento di sequenze operato dallascrittura verghiana che omette i segmenti diegetici di connessione. Come quandoad esempiol’autore associacon una tecnica da dissolvenza incrociataildialogo fra Lola e Turiddu prima della confessione e il monologo vendicativo diSanta in chiesa come battute di un unico dialogoo quando collega i due addii -quello di Turiddu alla madre la seraquello di Alfio a Lola all’alba - “condensandoli”in una sorta di fraseggio ininterrottoentro una sola unità spazio-temporale.

Punto di svolta fra commedia e tragedia è l’invito di Lolaa Turiddurovescio penitenziale del primo mancato saluto al reduce. AlloraLolaincontrando Turiddu dopo la lunga assenza dal villaggionon s’era fatta«né bianca né rossa quasi non fosse stato fatto suo». Oraspiando dallafinestradietro il vaso di basilicoil fraseggio amoroso di Turiddu e diSantasi fa «pallida e rossa»:

 

Lola che ascoltava ogni seranascosta dietro il vasodi basilicoe si faceva pallida e rossaun giorno chiamòTuriddu.

- E cosìcompare Turiddugli amici vecchi non sisalutano più?

 

La svolta è impressae la parola-chiave che la rimarca èproprio «saluto»amaro rovesciamento di uno stilema amoroso e spirituale;quel saluto dal balconeanziché configurarsi nel gesto salutifero di unaBeatrice stilnovistaschiude l’ingresso all’abisso dell’adulterio e dellarovina. (Con analogo ribaltamento idealenei Malavoglia la Provvidenzasi degrada a nome di una barca colata a picco con un carico di lupini delmalaugurio: legume maledetto per l’immaginario popolaresecondo un’ipotesifolklorica cui la critica verghiana non sembra aver prestato adeguataattenzione):

 

- E cosìcompare Turiddugli amici vecchi non si salutanopiù?

- Ma! sospirò il giovinottobeato chi può salutarvi!

- Se avete intenzione di salutarmilo sapetedove stò di casa! - rispose Lola.

Turiddu tornò a salutarla così spesso cheSanta se ne avvide…

 

Lola s’è fatta pallida e rossa. Come un sapientericamatoreVerganel suo dettato scabro e concentratissimoriprende iparticolari a distanza: e dettagli che sembravano meri tocchi esornativi -sparsi con vigile avarizia in una scrittura programmaticamente povera - appaionoparti di un assieme costruito per simmetrie. E acquistano il valore di segnirivelatori. Il primo e il secondo colloquio fra Lola e Turiddu sono collegatioltre che dalla tecnica interlocutoria di lui («Beato chi si vede» là«…beatochi può salutarvi» qui)dal colorito del volto di lei. Cosìil colore diLola viene posto a contrasto con il rossore di Santa corteggiata da Turiddu:

 

Ellaper non farsi rossagli tirò un ceppoche aveva sottomanoe non lo colse per miracolo.

 

Pochi tratti concede il narratore all’illustrazione deisentimenti dei personaggi: li concreta in gestili fisicizza (tanto diversaanche nella giovanile fase di più smaccata imitazione verghianal’attitudinedel D’Annunzio novelliere). Maripigliando il sintagma bianco-rossoperrovesciarlo dal negativo al positivo (dall’assenza di colore comeindifferenzaal cambiamento di colore)Verga introduce una variazionerilevante: «pallida» al posto di «bianca». Si avvertein quel palloreunatremenda intensitàuna forza quasi etimologica che calamita per alone ilnucleo semantico della morte. Dal mutato colore di Lolae dall’adulterio chene conseguevelato dal Verga con il pudore d’un antico tragediografoscaturirà la catastrofe. Con sobrietà essenzialeVerga insinua coi due colorila tensione della tragedia: il rosso della passione e il bianco della morte;rossa è Santainnamoratabianco-rossa Lolaportatrice di passione e dirovina; solo bianco sembra essere Alfiol’omicida.

Pallido dev’essere infatti il colorito assunto da compareAlfioquando ascolta la delazione di Santanonostante Verga si limiti a dirciche il carrettiere «cambiò di colore»:

 

Compare Alfio era di quei carrettieri che portano ilberretto sull’orecchioe a sentir parlare in tal modo di sua moglie cambiòdi colore come se l’avessero accoltellato.

 

Colore d’iracolore di spaventoil pallore è comunquecolor mortale: «come se l’avessero accoltellato». Seguendo un’anticatecnica epico-tragicaVerga annuncia per tempo la catastrofe; alla suspensepreferisce il presentimentoinsinua una profezia: e il coltello balena qui permetaforacome poi nello sguardo di Alfio all’osteria (quando «pianta» gliocchi su Turiddu)ben prima che le lame vere s’incrocino presso i fichidindiadella Canziria. Sapienti ricamiaccorti richiamipropri di una scritturasimbolicarituale. Le prime sillabe che Alfio pronunciaalla spiata di Santa(«santo diavolone!»)fanno eco speculare alla prima reazione di Turiddufatta propria dall’auctor con la tecnica dell’indiretto libero:

 

Dapprima Turiddu come lo seppesanto diavolone! volevatrargli fuori le budella dalla panciavoleva…

 

In Dalfinonella novella in cui D’Annunzio ricalcapiù da presso Cavalleria rusticanacontaminandola con altri testi di Vitadei campil’esclamazione è mimatama resa più ortodossa: «Per sanFrancesco protettore!». Desunta che sia dalla strada o coniata dall’autorel’imprecazioneeufemistica «santo diavolone» sembra il segno di una religiosità “trasversale”pagano-cristiana o gnostico-dionisiacache corre dentro il mondo arcaico di Cavalleria.(Acuta ma semplificatoriala riscrittura dannunziana degli Idolatricoglieva d’istinto un nodo verghiano - quello della persistenza dell’antichitàpagana sotto la pàtina cristiana - alla cui radice sta la non abbastanzavalutata lezione del Bellicoi suoi popolani che tengono in tasca il coltelloarrotato e la corona del rosarioe duellano come antichi gladiatori). Unapersistente idolatria resiste sotto la superficie cristiana dei gesti e dellinguaggio di Lola: nel suo pellegrinaggio alla Madonna del Pericolo o nelmodulo fraseologico con cui risponde alla domanda di Turiddu:

 

- A me mi hanno detto delle altre cose ancora! -rispose lui. - Che è vero che vi maritate con compare Alfio ilcarrettiere?

- Se c’è la volontà di Dio! - rispose Lolatirandosi sul mento le due cocche del fazzoletto.

 

È una risposta affermativavelata da un modo di convenienzarispettosaa fondo apotropaico. Non sta all’uomo ipotecare il futuro:irriterebbe il cielo con la sua presunzionesecondo una religiosità arcaicache sopravvive nella mentalità popolare e nelle civiltà tradizionaliimpregnandone il linguaggio quotidiano: si pensi ai tic verbali o alle formuledi saluto dei trasteverini di quel Belli della cui opera Verga fu precoce eavido lettore («Dimanis’er Ziggnore sce dà vita…»)o all’intercalaredella donna libica che tanto incantava Cristina Camponelle lettere a un amicolontano («Insciallah…»). Anche Santa vi ricorrecon cautela scaramantica:

 

- Se fossi riccovorrei cercarmi una moglie come voignà Santa.

- Io non sposerò un re di corona come la gnà Lolamala mia dote ce l’ho anch’ioquando il Signore mi manderàqualcheduno.

 

Anche quidietro il velo di una religiosità apparentementeconciliabile con l’ortodossia cattolicaresiste un credo ancestrale cheimmagina gli uomini tutelati da loro dèi protettori (divenuti i santiprotettori). Una sorta di sopravvissuto politeismo omericopalese nella Guerradi Ponte di Verga (e ancor più nella violenta riscrittura dannunziana di SanPantaleone)contempla la guerra terrena fra gli uomini come parallelo orisvolto della guerra chenello spazio elevato del theologhéioncombattono gli dèi o gli idoli. Anche in Cavalleria ne affiorano tracce;dice Turiddu a Santa:

 

- Voi ne valete cento delle Lolee conosco uno che nonguarderebbe la gnà Lolané il suo santo quando ci siete voi

 

E poco oltrenella replica di Santa:

 

- Avete paura che vi mangi?

- Paura non ho né di voiné del vostro Dio.

 

Sembrano ineziema la figlia di massaro Cola dice «Dio»eTuriddu invece «santo». Con DioTuriddu ci va piano. Anziegli ha avuto ilcoraggio di negare che Lola onori davvero Diose ritiene che la volontà divinasi adatti ai suoi capriccie lo invoca invece come testimone della suasofferenza. Ricordate?

 

- Se c’è la volontà di Dio! - rispose Lolatirandosi sul mento le due cocche del fazzoletto.

- La volontà di Dio la fate col tira e mollacome vi torna conto! E la volontà di Dio fu che dovevo tornare datanto lontano per trovare ste belle notiziegnà Lola!

[…]

Passò quel tempo che Berta filavae voi non cipensate più al tempo in cui ci parlavamo dalla finestra sul cortilee miregalaste quel fazzolettoprima d’andarmeneche Dio sa quantelagrime ci ho pianto dentro nell’andar via lontano tanto che si perdevapersino il nome del nostro paese. Ora addiognà Lola…

 

Turiddu ha raccolto un modo fraseologico e l’ha trasformatoin problema teologico; di un Dio lessicalizzato ha fatto un Dio etico: e ne haincorporata la presenza nel suo linguaggioquasi come un tic. Agli dèi delvillaggioinsommaTuriddu non crede più. Sìè veroinizialmente ha avutoun moto congruo all’ethos collettivo; ha bisbigliato «santo diavolone»meditando di cavar le viscere al rivale (e lìa quel puntola tribù avrebbeconsentito probabilmente la vendettapoiché l’onore leso era quello delbersagliere). Ma poi Turiddu lascia cadere il propositopoichése di un piùalto e altro Dio ha solo il sospetto - non la fedes’intende - è certo chenell’idolo non crede più. (E la tribù bolla con la derisione la mancatavendetta di Turidduche si limita allo sfogo “debole” e comunque ritualedelle «canzoni di sdegno» e gironzola come una «passera solitaria»). Con iLariil bersagliere ha perso la fede nei totem nativi; da questo puntodi vistaegli si oppone alla devozione neo-pagana di Lolache s’immaginacomune a chi ha custodito intatta la religione del villaggio; di Lola che vapellegrina alla Madonna del Pericoloche andrà a confessarsi dopo aver sognatol’uva nera (per far «bucato» dei peccati o per sciogliere un enigmainquietante?)che pregherà Alfio di non uscire sussurrando «Gesummaria»stringendo sulle labbra «il rosario che le aveva portato fra Bernardino daiLuoghi Santi» e recitando «tutte le avemarie che potevano capirvi». Sradicatodai LariTuriddu haa suo modotrovato un Dio più astratto e universalecheapre un mondo essenzialmente sconosciuto alla dinamica affettiva della tribù:quello del sentimentoconfessato prima nelle «lagrime» sparse sul fazzolettopoi nella finale decisione di evitare il «pianto» della vecchia madre.

Il viaggio di Turiddu per la coscrizione militare harappresentato una rottura irreparabile. Come può rientrare nella tribù chi haconosciuto altri dèi o altri idoli? La pipa scolpita non è solo un particolarebozzettistico: reca l’effigie di un idolo ignotoe quel gesto da cow-boycon cui si accende il tabacco come un incenso su una piccola aranon appartieneai rituali conosciuti:

 

Egli aveva portato anche una pipa col re a cavalloche pareva vivoe accendeva gli zolfanelli sul dietro dei calzonilevando la gambacome se desse una pedata.

 

Quel re a cavallo prende nomenel fraseggio con Santae sioppone al «re di corona» del linguaggio tradizionale:

 

- Vorrei essere il figlio di Vittorio Emanueleper sposarti!

 

La “diversità” della divisa segnala che fin dall’inizioTuriddu è fuori dal villaggioben prima di porsi lui stesso contro la leggedell’onorecontro il codice della tribù. (È da sottolineare checollocandol’azione nell’entroterra siculo-orientale e arretrandola di oltre undecennioVerga sembra acuire l’arcaicità di quella cultura: arcaicitàcomplessacolta con l’attitudine di uno scrittore-antropologoben diverso dauno scrittore-etologo come D’Annunzioche inventerà un primitivo biologiconella «terra vergine» abruzzese). Uscito dal cerchio magico del villaggioilfigliuolo della gnà Nunzia ha rotto una nicchia antropologica e culturale entrocui non è più possibile rientrare. Paradossalmentela sua divisa variopintalo esclude dall’“uniforme” invisibile che i compaesani ancora portano. L’otticanarrativa dell’auctor che tende a inglobare quella del coroequiparaTuriddu all’uomo «della buona ventura»cioè all’esponente di una culturadella diversitàquella dei giostrai e degli indovini nomadiche attraversanola comunità nel tempo carnevalesco e circoscritto della «fiera»; e attraversola voce dei viciniVerga qualifica Turiddu con l’appellativo di «passerasolitaria»carico di risonanze salmistico-letterarie (oltre che folcloriche).La parola-chiave del destino di Turiddu è la lontananza:

 

E la volontà di Dio fu che dovevo tornare da tantolontano per trovare ste belle notiziegnà Lola!

 

La lontananzaper chi è cresciuto entro il cerchio delvillaggioè un non-luogo (anche Luca Malavoglia va a morire a Lissacombattendo contro nemici «che nessuno sapeva nemmeno chi fossero»). Il paesedove Turiddu è andato non ha nomema basta quell’esilio a far perdere ancheil nome del propriodella sua piccola patria:

 

… che Dio sa quante lagrime ci ho pianto dentro nell’andarvia lontano tanto che si perdeva persino il nome del nostro paese.

 

Un tratto essenziale del pensiero primitivo e magico è cheil possesso del nome è condizione per il possesso della cosa. Andando lontanoTuriddu ha perduto per sempre la sua patriasenza trovarne una nuova. E con lapatrial’identità: c’è già molto di Mattia Pascalin Turiddu Maccadella gnà Nunzia. Quando saluta la madreegli torna a richiamare la partenzaper il servizio militarein vista di una nuova partenzaallusiva di un Altrovedefinitivo:

 

- Mammale disse Turidduvi rammentate quando sonoandato soldatoche credevate non avessi a tornar più? Datemi un belbacio come alloraperché domattina andrò lontano.

 

Rimasto dentro il villaggiocompare Alfio si congeda in benaltro modo da Lola:

 

- Oh? Gesummaria! dove andate con quella furia? -piagnucolava Lola sgomentamentre suo marito stava per uscire.

- Vado qui vicino- rispose compar Alfio - maper te sarebbe meglio che io non tornassi più.

 

Alfio contempla la possibilità di non tornare più; marimasto protetto entro l’universo mentale del villaggioegli sa di andare«vicino»ai fichidindia della Canziriaper compiere il rito previsto dallalegge dell’onorel’ordalìa. E il “vicinato”vero coro della tragediadetta il codice della tribùe ne sorveglia le infrazioni:

 

- Che non ha nulla da fare Turiddu della gnà Nunzia-dicevano i vicini - che passa le notti a cantare come una passerasolitaria?

[…]

Come il babbo mise Turiddu fuori dell’usciolafigliuola gli aprì la finestrae stava a chiacchierare con lui tutta laserache tutto il vicinato non parlava d’altro

[…]

I vicini se lo mostravano con un sorrisoo conun moto del capoquando passava il bersagliere.

 

Il «lontano» cui allude Turiddu nell’addio alla madreindicas’intendeun Altrove senza ritorno. Siamo pienamente dentro la faseepico-tragica cui accennavamosicché i presagi di morte vengono disseminatisapientementefino al crescendo finalequando Turiddu accecato grida «sonmorto» prima d’essere ammazzato. Gli amici hanno accompagnato in silenzioTuriddu a casalasciando la salsiccia sul banco dell’osteria. Il baciochiesto da Turiddu alla madre è senza dubbio quello di un commiato definitivo.

I segni di un “tempo sacro” si sono andati infittendocol procedere della narrazione. In che periododel restosi svolge la nostravicenda?

 

Turidduadesso che era tornato il gattonon bazzicavapiù di giorno per la stradicciuolae smaltiva l’uggia all’osteriacon gli amici; e la vigilia di Pasqua avevano sul desco un piattodi salsiccia.

 

Che la Pasqua si stesse avvicinandol’avevamo appreso daLola:

 

- Domenica voglio andare a confessarmiché stanotteho sognato dell’uva nera - disse Lola.

- Lascia stare! lascia stare! - supplicava Turiddu.

- Noora che s’avvicina la Pasquamio maritolo vorrebbe sapere il perché non sono andata a confessarmi.

 

Ma assieme alla menzione del calendario liturgicoVergaaveva insinuato progressivamente simboli e presagi di un esito sacrificale. Lacatena dionisiaco-cristiana dell’uva con la sua complessa simbologia(eros/rigenerazionesangue/espiazione)era stata introdotta nel rifacimentogalante della favola esopianaassociata qui all’idea pur ancipite del pane(mensa amorosa e profanao sacra communio con il vino?):

 

- La volpe quando all’uva non ci poté arrivare...

- Disse: come sei bellaracinedda mia!

[…]

- Uh! che vi mangerei cogli occhi!

- Mangiatemi pure cogli occhiche briciole non nefaremo…

 

L’uva nera era tornata fuori nel sogno di Lolainnescandol’oscuro presagio di Turiddula sua vana supplica di non confessarsi. Senzacontare la vigna venduta dalla madre di Turiddu e quella di massaro ColadoveTuriddu entra camparo. Orain quell’ultima cena consumata all’osteria daTuriddu e dai suoi amicitorna l’uvafatta vino. Anzifatta presagio disanguecome mostra il gesto rituale con cui Alfio scansa il bicchiere che gliera stato porto:

 

Turiddu da prima gli aveva presentato il bicchierema compare Alfio lo scansò colla mano. Allora Turiddu si alzò e glidisse:

- Son quicompar Alfio.

 

La prima redazione sembra conservare più stretta la memorianon so quanto involontariadell’«amaro» calice e dell’«ultima» cenaevangelica (peraltro meglio precisata cronologicamente nella redazionedefinitivache colloca l’incontro alla «vigilia di Pasqua»):

 

… bazzicava nelle osterie per smaltir l’amaro e il giorno dipasqua [sic] era a tavolacon amicia mangiar l’ultimasalsiccia.

… e smaltiva l’uggia all’osteriacogli amici; e la vigilia diPasqua avevano sul desco un piatto di salsiccia.

 

È un’ultima cena imperfetta e rovesciatas’intende. Lacenaintrapresa con gli amici non senza un’ombra malinconica (per smaltire«l’uggia»)viene consumata a metà; la communio è respinta dalgesto di Alfio che allontana il bicchieree il bacio di Giuda si converte nelbacio rituale della sfida. Quella che si consumerà all’alba (come nellanarrazione evangelicail giorno di Pasqua comincia di buon mattino) non è unaPasqua di resurrezionema una Pasqua di morte. Anche il vero nome di TuridduSalvatoreassume l’amaro valore di un omen rovesciato. (Del restolalegge della tribùmossa da una spietata logica di vendettae sostanzialmenteidolatricaè ben lontana da un’assimilata visione cristiana; e anche l’incertacondizione di Turiddue la sua finale adesione alla legge delle madriobbedisce a un credo naturale-biologico o universale-ancestralenon cristiano).

La sera che segue l’ultima cenaTuriddu sembra disposto abere il suo calice di amarezza: in quel «lontano»infattinon c’è solo ilpresagio di un esito mortalec’è - come dirà lui stesso camminando concompare Alfio verso il luogo del duello - la disponibilità a morirea espiareciò che appare una hybrisper l’etica della tribùper la “leggedell’onore”:

 

- Compare Alfio- cominciò Turiddu dopo che ebbefatto un pezzo di strada accanto al suo compagnoil quale stava zittoecol berretto sugli occhi. - Come è vero Iddio so che ho torto e milascerei ammazzare. Ma prima di venir qui ho visto la mia vecchia chesi era alzata per vedermi partirecol pretesto di governare il pollaioquasi il cuore le parlassee quant’è vero Iddio vi ammazzerò come uncane per non far piangere la mia vecchierella.

 

L’apparizione della vecchia madre sconvolge le certezze diTuriddul’unico personaggio “non intero”l’unico in cui la legge delvillaggiola legge dell’onoreentra in conflitto con un’altra legge.Turidduinizialmenteha cercato di reimmettersi nella tribù. Ne ha rispettatoa malincuore i riticonstatando che una frattura si era prodotta: haacconsentito a troncare la conversazione con Lolaper non far chiacchierare lagente; ha sancito con la sacralità del proverbio lo scioglimento del vincolocon Lolaora legata da un vincolo più forte - la promessa - a quel diLicodìa; e l’ha sancita usando un dialetto che equivale a una lingualiturgica:

 

Ora addiognà Lolafacemu cuntu ca chioppi escampaue la nostra amicizia finìu.

 

Ha anche dato sfogo legittimo al suo rancoresecondo ilcodice ammessocantando «tutte le canzoni di sdegno che sapeva sotto lafinestra della bella»il rovescio insomma della serenata. (Sfugge a D’Annunzioil carattere codificato dei canti popolariquando trasforma in «canzoniselvagge» i canti amorosi di Dalfino per Zarra). Turiddu non solo conosce illinguaggio cifrato imposto dal ritoanche nel corteggiamento di Santamainizialmente convoglia il suo rancore entro l’ottica del villaggio (entro lalegge degli uomini) che associa l’onore alla roba (così come Lolache stasul ballatoio a far mostra degli anelli donati da compare Alfio). La primaevocazione della madrenelle parole di Turiddu a Lolaavviene all’insegnadella roba:

 

- È giusto; - rispose Turiddu - ora che sposatecompare Alfioche ci ha quattro muli in stallanon bisogna farlachiacchierare la gente. Mia madre invecepoverettala dovette venderela nostra mula baiae quel pezzetto di vigna sullo stradoneneltempo ch’ero soldato.

 

E nell’ottica della robadel rancore competitivonasce ilproposito di Turiddu:

 

… ma dentro ci si rodeva che il marito di Lola avessetutto quell’oro e che ella fingesse di non accorgersi di lui quandopassava.

 

Turiddu conserva ancora in parte l’ottica del villaggiolastessa di compare Alfioche colma di doni Lola e se ne congeda con una minacciache nulla sembra concedere al sentimento feritodettata com’è dal rancoreper la privazione dell’onore-roba. Incrinato dalla lontananzadalla perditadegli dèi LariTuriddu aveva confessato un sentimentochiamando in causa Dio(«quel fazzolettoprima d’andarmeneche Dio sa quante lagrime ci hopianto»). Personaggio intieroAlfio è invece immerso nel codice ancestralenella sua forma adamantinaper cui un misfatto grave andrà espiato non solodalla colpevolema da tutta la sua stirpe. Ricordate la delazione di Santa?

 

- Santo diavolone! - esclamò - se non avete vistobenenon vi lascierò gli occhi per piangere! a voi e a tutto ilvostro parentado!

- Non son usa a piangere! - rispose Santa - non hopianto nemmeno quando ho visto con questi occhi Turiddu della gnà Nunziaentrare di notte in casa di vostra moglie.

- Va benerispose compare Alfio - grazie tante.

 

Accomunati dalla fedeltàné Alfio né Santa (che ha unamadre di Licodìae che ha anch’essa dunque il «sangue rissoso») sonotoccati dall’esperienza del «pianto»cui Turiddu affidava il senso del suolegame con Lolacui affiderà il senso del legame con la madre («vi ammazzeròcome un cane per non far piangere la mia vecchierella»). Dalla minacciadi vendetta trasversale nel caso che la delatrice abbia mentitoAlfio passa alsincero ringraziamentodopo che Santa ha aggiunto al primo messaggio («…mentre voi siete via vostra moglie vi adorna la casa») il nome e lecircostanze. In quel ringraziamento c’è il riconoscimento di un pattolaconferma di una regola del gioco comune a entrambi. Fra le molle del suo agirenon trova posto né l’amore népropriamentela gelosia. (La mente correpur con debita prudenzaalle recenti interpretazioni che intendono ilcostituirsi della mafia storicacon i suoi valori di «onore» e di «roba»quale reazione di stampo patriarcale-maschile a un più arcaico e sempreincombente potere matriarcaledi base mediterranea; certo è chenellanovellaTuriddu è il solo personaggio designato in via matrilinearecome«figlio della gnà Nunzia»; e la gnà Nunzia è l’unica madre della novelladopo che cadde nell’abbozzo la menzione alla «mamma» di Lola).

Ma orala seconda e decisiva evocazione della madrefaderagliare il proposito di Turiddu. La sera era disposto a morire. Ora è decisoad ammazzare Alfio. Rileggiamo il passosottolineando altri particolari:

- Compare Alfio- cominciò Turiddu dopo che ebbefatto un pezzo di strada accanto al suo compagnoil quale stava zittoecol berretto sugli occhi. - Come è vero Iddio so che ho torto e milascerei ammazzare. Ma prima di venir qui ho visto la mia vecchia che siera alzata per vedermi partirecol pretesto di governare il pollaioquasiil cuore le parlassee quant’è vero Iddio vi ammazzeròcome un cane per non far piangere la mia vecchierella.

Turiddu non invoca la legge della roba; egli non devebattersi per la povertà della vecchierellache s’è dovuta vendere la mulabaia e quel pezzetto di vigna. E a rigoreneppure per non lasciarla solacomealtri ha giudicato. Egli ora guarda a un’altra leggecome si è vistoechiama in causa due volte Iddiosotto il velo dell’inciso fraseologico. Unalegge chenella tragedia anticaveniva dagli dèi e parlava dentro il cuoredell’uomo («come il cuore le parlasse»); una legge che anteponeal codicedella tribùla forza biologica della vital’imperativo universale degliaffetti: «per non farla piangere». Perciò egli torna a invocaresia pur perinciso fraseologicoquel Dio che Alfio non nomina mai (se non in una primastesura opportunamente ritoccata).

Conviene leggere allora per intiero l’epilogo della novella:

… per non far piangere la mia vecchierella.

- Così va bene- rispose compare Alfiospogliandosidel farsetto - e picchieremo sodo tutt’e due.

Entrambi erano bravi tiratori; Turiddu toccò la primabottae fu a tempo a prenderla nel braccio; come la resela rese buona etirò all’anguinaia.

- Ah! compare Turiddu! avete proprio intenzione diammazzarmi!

- Sìve l’ho detto; ora che ho visto la mia vecchianel pollaio mi pare di averla sempre dinanzi agli occhi.

- Apriteli benegli occhi! - gli gridò compar Alfio- che sto per rendervi la buona misura.

Come egli stava in guardia tutto raccolto per tenersila sinistra sulla feritache gli dolevae quasi strisciava per terra colgomitoacchiappò rapidamente una manata di polvere e la gettò negliocchi dell’avversario.

- Ah! - urlò Turiddu accecato - son morto.

Ei cercava di salvarsi facendo salti disperati all’indietro;ma compar Alfio lo raggiunse con un’altra botta nello stomaco e unaterza nella gola.

- E tre! questa è per la casa che tu m’hai adornato.Ora tua madre lascierà stare le galline.

Turiddu annaspò un pezzo di qua e di là fra ifichidindia e poi cadde come un masso. Il sangue gli gorgogliavaspumeggiando nella golae non poté profferire nemmeno: - Ah! mamma mia!

Turiddu ribadisce la ragione della sua decisionelagiustificazione del suo battersi: egli non obbedisce alla legge dell’onoremaalla superiore legge delle Madrinon vuol far piangere la sua vecchierellacheora ha sempre davanti agli occhi come gli è apparsa nel pollaio (cioè nelmomento della rivelazionein un tacito contro-addio che nega quello rassegnatodella sera innanzi). E siamoripetonella sfera più profonda degli affettidove la roba non c’entra più. E non è forse casuale che il gesto con cuiAlfio neutralizza l’avversario preparandone la morte sia carico di significatimiticil’accecamento (e Verga ebbe cura di aggiungerenell’interlineal’aggettivo«accecato»con un preciso atto di volontà). Egli ha davanti Turiddu con ilfantasma della madre impresso nella rètinae una ripresa da cobla capfinidafa degli occhi una cerniera nella narrazione e nella riflessione: «… Ora cheho visto la mia vecchia nel pollaio mi pare di averla sempre dinanzi agli occhi.- Apriteli benegli occhi!».

Narrazione e riflessioneazione e parola. Il finaleepico-tragico prevedesia pure con la grande sobrietà della dicituraverghianache i duellanti si scambino le paroleoltre ai colpi. Se contiamo lecoltellate che toccano a compare Turiddunotiamo che sono tre (un numerocanonico). La primanel braccioprovoca una ferita lieve che non impedisce aTuriddu di rendere un colpo all’inguine. La secondaallo stomacoè piùgravela terzaalla golaè mortale.

Alle tre coltellate corrispondonoda parte di compare Alfiotre distinti commenti; al crescendo dei colpiuna gradatio dellemotivazioni ideali. Il primo colpo è preparato dal motto ritualerealisticamente concentrato sull’imminente duello: «E picchieremo sodo tuttie due» (quasi un “vinca il migliore”). Alfio serba l’ottica realistica dichi sa di essere «vicino» al villaggio per battersi in un duello previsto dalcodice d’onoreed enuncia il fatto nel suo “grado zero”resistendovolutamente alla motivazione ideale invocata da Turiddu. Ma la seconda e laterza coltellataravvicinateriguardano le leggie gli dèiin nome deiquali i due contendono; «questa è per la casa che tu m’hai adornato»diceAlfioe sancisce il ristabilimento dell’onorela punizione della hybrisenunciata con lo stesso termine con cui gli era stata rivelata («vostra moglievi adorna la casa»). Ma Alfio aggiunge sùbito (ed è un acquisto voluto):«Ora tua madre lascierà stare le galline». Potrebbe sembrare una zeppauninutile incrudelirese non fosse invececom’èl’oltraggio alla Leggedelle Madri: Alfio non si limita a uccidere il rivale e a vendicare l’onore:nega e dissacra l’Anti-legge cui Turiddusenza più tribùs’eraaggrappato e votato.

Pietro Gibellini