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Un processo

di Giovanni Verga

All'Assise discutevasi una causa capitale. Si trattava di un facchinoche per gelosia aveva ucciso il suo rivalegiovane dabbene e padre difamiglia. La folla inferocita voleva far giustizia sommariadell'assassinopallido e lacero dalla lottache i carabinieri menavanoin prigione. La vedova dell'ucciso era venutacome Maria Maddalenaperchiedere giustizia a Dio e agli uominiin luttoscarmigliatacoi suoiorfani attaccati alla gonnellamentre l'usciere andava mostrando aisignori giurati l'arma con cui era stato commesso l'omicidio: uncoltelluccio da tascapoco più grande di un temperinodi quelli cheservono a sbucciare i fichidindiaancora nero di sangue sino al manico.Il presidente domandò:

- Con questo avete ucciso Rosario Testa? -

Tutti gli occhi si volsero alla gabbia dov'era rinchiuso l'imputatounvecchio alto e magrodal viso color di cenerecoi capelli irti e bianchisulla fronte rugosa. Egli ascoltava l'accusa senza dir verbocol dorsocurvo; e seguiva cogli occhi l'usciereil quale passava dinanzi al bancodei giurati col coltello in mano. Soltanto batteva le palpebrequasi lapoca luce che lasciavano entrare le persiane chiuse fosse ancora troppoviva per lui.

Alla domanda del presidente si rizzò in piedidirittocol berrettociondoloni fra le manie rispose:

- Sissignorecon quello -.

Corse un mormorio nell'uditorio. Era una giornata calda di luglioe isignori giurati si facevano vento col giornaleaccasciati dall'afa e dalbrontolio sonnolento delle formule criminali. Nell'aula c'era poca genteamici e parenti dell'uccisovenuti per curiosità. La vedovastralunatasi teneva sul viso il fazzoletto orlato di neroe faceva frequentementeun gesto macchinalecome per ravviare le folte trecce allentatecollemani bianchelevando in aria le braccia rotondecon un moto chesollevava il seno maternoorgoglio della sua bella giovinezza vedovata. Efissava sitibonda sull'uccisore gli occhi arsi di lagrime.

Costui non sapeva risponder altro che: - sissignore - a tutte ledomande del presidente che gli stringevano il capestro alla golaguardando inquieto i movimenti d'indignazione dei giuratinon avvezzialla severa impassibilità della togacon un'aria di bestia sospettosa.Incominciò la sfilata dei testimonitutti a carico. - Gli amici delmortoun buon diavolaccioincapace di far male ad una mosca- la vedovapiangeva. - I vicini che l'avevano visto barcollarecome preso dal vinoe cadere balbettando: - Mamma mia! - Quelli che avevano gridato: -All'assassino! - Il coraggioso che aveva afferrato pel petto l'omicidaprima che giungessero le guardienella brusca e feroce lotta per loscampo.

- Giustizia! giustizia! - gridava nella folla la vedovacolla voce delsangue che chiedeva sangueaccompagnata dal piagnisteo degli orfaniinteneriti dalla solennità.

Infine fu introdotto un testimonio sinistrol'amante che quei dueuomini si erano disputata a colpi di coltello: una creatura senza nomesenza etàquasi senza sessoaltaneramagramangiata dagli stenti edal vizioche solo le era rimasto vivo negli occhi arditi. - Destò unsenso di ripugnanza al solo vederla. - Il pubblico accusatore l'avevafatta venire appunto per ciò.

Ella si piantò tranquillamente in faccia al Cristoalla leggeatutti quei visi arcignicolla sicurezza di chi ha visto in maniche dicamicia gli sbirri e i doganierie giuròlevando la mano sudicia e neraverso il crocifisso d'avoriocome avrebbe fatto una vergine dinanziall'altarebaciando lo scapolare bisunto che trasse dal seno cascante.

- Come vi chiamate?

- La Malerba -.

E siccome l'uditorionell'attesa tragicas'era messo a riderequasiper ripigliar fiatoella soggiunse:

- Anche luigli dicevano Malannata -.

E indicò l'imputato nel banco.

- Di chi siete figlia?

- Di nessuno.

- Quanti anni avete?

- Non lo so.

- Che professione fate? -

«Essa parve cercare la parola.»

- Donna di mondo- disse infine.

Scoppiò un'altra risata nell'uditorio. Il presidente impose silenzioscam- panellando.

- Sìdonna di mondo- ribatté lei per spiegarsi meglio. - Ora conquestoe ora con quell'altro.

- Bastaabbiamo capito- interruppe il presidente.

- Conoscete da molto tempo l'imputato?

- Sissignore. Questo qui me l'ha fatto luitre anni sono -.

E indicò fieramente uno sfregio che le segnava la guanciadall'orecchio sinistro al labbro superiore.

- E non ve ne querelaste?

- No. Era segno che mi voleva bene.

- Foste presente all'uccisione di Rosario Testa?

- Sissignore. Fu alla Marina: il giorno di tutti i Santi.

- E ne sapete il motivo?

- Il motivo fu che Malannata era geloso...

- Geloso di Testa?

- Sissignore.

- E a ragione?

- Sissignore -.

Allora la vedova si celò il viso fra le mani.

- Com'è possibile che Rosario Testagiovanemarito di una belladonnagli desse ragione d'essere geloso... per voi?

- Com'è vero Dioquesta è la verità- rispose la Malerba.

- Va benecontinuate.

- Avevo conosciuto quel poveretto... il mortoprima di quest'altrocristianomolto tempo primaprima ancora che si maritasse. Allora michiamavano la Mora dei CanaliRosario Testa faceva il fruttaiuololìalla Peschiera. Era un libertinobuon'anima. Le lavandaie dei Canalileserve che venivano a far la spesacon quella sua galanteria di farregalise le pigliava tutte. Ma per me specialmente ci aveva il deboleché una volta alla festa dell'Ognina gli ruppero la testa per via di unmarinaio ubriaco che mi voleva. Poi seppi che si maritava e mutava vita.Andò a stare a San Placido col suo banchetto. Né visto né salutato. Iomi misi con Malannatasìch'erano i giorni del colèra.

Buon uomo anche luibuono come il panee se lo levava di boccaquelpoco che guadagnavaper darlo a me. Ma geloso come il Gran Turco: «Dovesei stata? Cosa hai fatto?» E poi si picchiava la testa con un sassopentito delle botte che mi dava. Quell'annata del colèrache tuttiscappavano via e si moriva di fame davveroegli voleva anche mettersi abeccamortoper non farmi fare la mala vitacol castigo di Dio che siaveva addosso. Si lasciava morire di fame piuttosto che mangiare del mioguadagno.

Sìglielo dico in facciaora che l'avete a condannareperche questaè la verità dinanzi a Dio. Mi dicevapoveretto: «Nonon me neimporta. È che penso al come lo guadagniquesto panee non possomandarlo giù». Ma io che potevo farci? Poi lui lo sapeva che cosa ioero. «Non importa»tornava a dire: «almeno non ci voglio pensare». Maaveva i suoi capricci anche luicome una donnae certuni non me livoleva attorno. Allora diventava come un pazzo; si strappava i capelli esi rosicava le maniperché non era più giovane. Quando mi vedevainsieme al doganiere del moloche era un bell'uomocolla montura lucidami diceva: «Vedi questo quattrino arrotatoche io tengo in tascaapposta? con questo ti taglierò la facciae dopo m'ammazzo io». E lofece davvero. Io gli dissi: «Che serve? Ora che m'avete sfregiata nessunomi vorràe non sarete più geloso» -.

S'interruppecon un orribile sorriso di trionfoguardandosfrontatamente in giro il presidentei giuratii carabiniericinghiatidi biancoincrociando sul petto il vecchio sciallecon un gesto vago.

- Ma non fu cosìsignor presidente. Mi volevano ancoraper sua ontà.Già gli uominisono come i gatti...

- E anche Rosario Testa? -

Ella chinò il capoassentendodue o tre voltecon quel sorriso.

- Sissignoreanche lui! -

La vedova adesso la guardava cogli occhi ardenti e ferocile labbrapallide come le guance.

- V'ho detto ch'era un discolobuon'anima. E anch'ioal rivederlomisentivo tutta fiaccacome m'avesse fatto bere. Dicevo di noperchéMalannata era lì vicinoa scaricar zolfo nel magazzino dietro la Villae tante volte mi aveva detto lui pure: «Bada che se torni con Rosariovifaccio la festa a tutti e due». Ma l'amore antico non si scorda piùvossignoria!

- Basta. Dite come avvenne l'omicidio.

- Cosìcome ve lo dico adessosignor presidentecol coltello deifichidindiaquello lì.

- Testa era armato?

- Lui? povero ragazzo! Mi aveva invitato a' fichidindiauna galanteriadelle suelìal banco di Pocarobache ce li ha di quelli di Paternòsino a Natale. Pocaroba dice: «Badate che Malannata è in sospetto. L'hovisto che si affaccia ogni momento alla porta del magazzinoe tiend'occhio compare Rosario». E Testa: «Lasciatelo guardarecomparePocarobache me ne rido di Malannata e del suo santo». Allora lasciaistare i fichidindiae cercavo di condurmi via l'altro; quand'ecco quelcristiano lì correre dall'arco della ferroviatutto bianco di zolfoecogli occhi come uno che ha bevutoe in due salti ci fu addosso; afferròil coltellodal banco dei fichidindiaprima di dire Gesù e Maria...

- Accusatoavete qualche cosa da aggiungere?

- Nullasignor presidente. Questa è la verità sacrosanta -.

Allora sorse il pubblico accusatoretogato e solennea malgrado dellanota mondana dell'alto colletto inamidato che gli usciva dal nero dellatoga; e fulminò il reo colla sua implacabile requisitoriafacendoinorridire i giurati col quadro del vizio abbietto che vive nel fango deibassi strati socialiper dar l'orrido fiore del delittosenza neppure lafebbre della giovinezzadella passione o dell'onoresenza nemmeno lascusa della tentazione o della gelosia. - Il vizio che vive del disonoreed osa ribellarvisi col delitto -. E stendeva verso quel grigio capoavvilito l'indice minacciosodall'unghia rosea e lucente.

Le signoreche dovevano alla sua galanteria i posti riservatidell'aularianimavano la loro indignazione col profumo della boccetta disale inglesesoffocate dall'afa; e i larghi ventagli si agitavanovivamente a scacciare il lezzo immondo della colpacome farfallegigantesche. Poscia il magistrato si assise tranquillamenteringraziandocon un impercettibile sorrisoall'applauso discreto di quei ventagli ches'inchinavanoponendosi sul viso il fazzoletto di battista. Solol'imputato non aveva caldoseduto sulla sua panchettacol dorso curvoil viso color di terra rivolto verso tutte quelle infamie che glirinfacciavano.

A sua volta prese a parlare l'avvocato. Era un giovane di bellesperanzedelegato d'ufficio dal presidente a quella difesa senzacompenso. Egli sfoderò gratuitamente tutte le sue brillanti qualitàoratorie. Esaminò lo stato psicologico e morale degli attori del lugubredramma; sciorinò le teorie più nove sul grado di responsabilità umana;argomentò sottilmente intorno alle circostanze di fattoper farnerisultare tutto ciò che occorreva a dimostrare la provocazione grave el'ingiuria. Qui veniva a taglio una pittura commoventissima di quellamorbosa gelosia senileche doveva avere tutti gli strazi e le collerefuribonde dell'umiliazione e dell'abbandono. Sìegli lo sapevanonerano le coscienze di uomini onestivissuti nel culto della famigliaresi più sensibili dagli agiche avrebbero potuto scendere negli abissidi quei cuori tenebrosi e di quelle infime esistenze per scoprire ilmovente di certe delittuose follie. Forse soltanto il sentimento piùdelicato e immaginoso di quelle dame elegantiavrebbe potuto sorprendereil tenue filo per cui si legano i fatti più mostruosi al sentimento piùnobile in quegli animi rozzi. Egli seguì cotesta fatale concatenazioneche c'è fra tutti i sentimenti e le azioni umane con una analisi cosìacutache più di un onesto padre di famiglia sentì turbata la suadigestione dallo smarrimento della colpamentre era lìseduto agiudicarepensando al ricolto del podereo al fresco del terrazzino dovelo stava aspettando la famigliuola. Per poco non si udirono degli applausialla perorazione dell'avvocato. Lo stesso presidente gli fece velatamentei mirallegro.

- Accusatoavete nulla da dire a vostra discolpa? - conchiuse ilpresidente.

L'accusato si alzò di nuovocolle braccia penzolonilungo la suastecchita personae un gesto vago dell'indicecome d'uomo persuaso diquel che dice.

- Signor presidenteho ucciso Rosario Testadevo andare a morteanch'iocom'è scritto nella leggee va bene. La Malerbapoverettaèquella che èe anche ciò va bene. Ma quando me la lasciavano sullapanchina del molo come una scarpa vecchiachi andava a dirle una buonaparola ero io; e a chi ella diceva una buona parola quando aveva il cuoregrossoero io pure. Gli altripazienzaoggi questodomani quell'altro;le buttavano dei soldi e delle male paroleed essa non ci pensava più.Ma Testanossignore! Essa quando era stata con luimi ritornava a casatutta sossopracogli occhi che pareva ci avesse la luminaria dentro. Ioglielo aveva detto a Testa: «Guarda che a te non te ne importa. Tu ci haimoglie e figliuoli; ma io non ho che questa quiTesta!» -

Poi tornò a sedersiaccennando ancora del capomentre la Corte siritirava per deliberare. E rimase immobilenell'ombraaspettando il suodestino. Era venuta la sera. La folla s'era diradatae nella salaaccendevano il gas. Infine squillò di nuovo un campanelloe comparverodi nuovo le stesse toghe nerele stesse facce pallide e stanche cheguardavano l'imputato. Egli non capiva nulla delle frasi che borbottavanoin mezzo a quella follanell'ombra. Intese solo il presidente chepronunziava la condanna: - A vita! -

E si alzò un'ultima voltabarcollando sulle gambeaccennando semprecoll'indice quel gesto vago ch'era tutta la sua eloquenzae balbettò:

- Io glielo avevo detto a coluisignor presidente -.