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Vagabondaggio

di Giovanni Verga

Nanni Lascada ragazzonon si rammentava altro: suo padrecompareCosimoche tirava la fune della chiattasul Simetocon MangialerbaVentura e l'Orbo; e lui a stendere la mano per riscuotere il pedaggio.Passavano carripassavano vetturalipassava gente a piedi e a cavallod'ogni paesee se ne andavano pel mondodi qua e di là del fiume.

Prima compare Cosimo aveva fatto il lettighiere. E Nanni avevaaccompagnato il babbo nei suoi viaggiper strade e sentierisemprecoll'allegro scampanellìo delle mule negli orecchi. Ma una voltalavigilia di Natale - giorno segnalato - tornato a Licodia colla lettigavuotacompare Cosimo trovò al Biviere la notizia che sua moglie stavaper partorire. - Comare Menica stavolta vi fa una bella bambina- glidicevano tutti all'osteria. E luicontento come una Pasquasi affrettavaad attaccare i muli per arrivare a casa prima di sera. Il baiobirbanteche lo guardava di mal'occhioper certe perticate che se l'era legate alditocome lo vide spensieratoche si chinava ad affibiargli ilsottopancia canterellandoaffilò le orecchie a tradimento - jjj! - e gliassestò un calcio secco.

Nanni era rimasto nella stallaa scopare quel po' d'orzo rimasto infondo alla mangiatoia. Al vedere il babbo lungo disteso nell'aiache siteneva il ginocchio colle due manie aveva la faccia bianca come unmortovolle mettersi a strillare. Ma compare Cosimo balbettava: - Va' apigliare dell'acqua frescapiuttosto. Va' a chiamare lo zio Carminechemi aiuti -. Accorse il ragazzo dell'osteria col fiato ai denti.

- O ch'è statocompare Cosimo? - NienteMisciu. Ho paura di aver lagamba rotta. Va' a chiamare il tuo padrone piuttostoche mi aiuti -.

Lo zio Carmine andava in bestia ogni volta che lo chiamavano: - Chec'è? Cos'è successo? Non mi lasciano stare un momentosanto diavolone!- Finalmente comparve sulla portasbadigliandocol cappuccio sino agliocchi.- Cos'è stato? Ora che volete? Laciate fare a mecompare Cosimo -.

Il poveraccio lasciava farecolla gamba ciondolonicome se non fossestata più roba sua. - Questa è roba della Gagliana- conchiuse lo zioCarmineposandolo di nuovo in terra adagio adagio. Allora compare Cosimosbigottìe si abbandonò sul ciglionestralunato.

- Sta' zittomalannaggia! che gli fai la jettaturaa tuo padre! -esclamò lo zio Carmineseccato dal piagnucolare che faceva Nannisedutosulle calcagna.

Cadeva la serasmortain un gran silenzio. Poi si udirono lontano lechiese di Francofonteche scampanavano.

- La bella vigilia di Natale che mi mandò Domeneddio! - balbettòcompare Cosimocolla lingua grossa dallo spasimo.

- Sentiteamico mio- disse infine lo zio Carmineche sentival'umidità del Biviere penetrargli nelle ossa. - Qui non possiamo farvinulla. Per muovervi di come siete adessoci vorrebbe un paio di buoi.

- Che mi lasciate cosìin mezzo alla strada? - si mise a lamentarsicompare Cosimo.

- Nonosiamo cristianicompare Cosimo. Bisogna aspettare lo zioMommu per darci una mano. Intanto vi manderò un fascio di fienoe anchela coperta della mulase volete. Il fresco della sera è traditorequinel lagoamico mio. Tredici anni che compro medicine!

- Ha la malaria nella testa il padrone- disse poi Misciuil ragazzodella stallatornando col fieno e la coperta. - Non fa altro che dormiretutto il giorno -.

Intanto sopra i monti spuntava la prima stella; poi un'altrapoiun'altra. Compare Cosimosudando freddocol naso in ariale contava aduna ad unae tornava a lamentarsi:

- Che non giunge mai compare Mommu? Che mi lasciate qui stanottecristiani?

- Torneràtornerànon dubitate- rispondeva Misciu accoccolato sudi un sassocol mento nelle mani.

- È andato a caccia pel Biviere. Alle volte passano mesi e settimanesenza che lo veda anima viva. Ma ora ch'è Natale deve venire per prenderela sua roba -.

E il ragazzomentre ciaramellavas'andava appisolando anche luicolmento sulle maniraggomitolato nei suoi cenci.

- Viene di notteviene di giornosecondo va la caccia. Quando simette alla posta delle anatrelo zio Carmine gli lascia la chiave sottol'uscio. Poi dorme di giornoo va a vendere la selvaggina di qua e dilà; ma la sua roba l'ha sempre quinella stallaappesa al capezzale: ilcavicchio pel fucileil cavicchio per la carnieraogni cosa al suoposto. Tanti anni che sta qui. Lo zio Carmine dice ch'era ancoragiovane... -

Quando compare Cosimo tornava a lamentarsiil ragazzo trasalivaquasilo svegliasseroe poi tornava a borbottarecome in sogno. Nannistancodi singhiozzaresbarrava gli occhi nel buio. Tutt'a un tratto scappò unagallinellaschiamazzando.

- O zio Mommu! - si mise a chiamare Nanni ad alta voce. Dopo sispandeva un gran silenzionella notte.

- Sono io! - disse infine Misciu. - Non risponde per non spaventar leanatre. Poi ci ha fatta l'abitudinea quella vitae non parla mai -.

Però si udiva già il fruscìo dei giunchi secchie il tonfo degliscarponi dello zio Mommuche sfangava nel greto.

- Quazio Mommu! C'è compare Cosimo che gli è successo un accidente-.

Lo zio Mommu stava a guardareal barlume che faceva la lanterna dicompare Carminetutto intirizzito e battendo le palpebrecon quel naso abecco di jettatore. Poi sollevarono il lettighiere al modo che diceva lozio Carmineuno sotto le ascelle e l'altro pei piedi.

- Cristo! come vi pesano le ossacompare Cosimo! - sbuffava l'osteper fargli animo con qualche barzelletta. E lo zio Mommumingherlinobarellava davvero come un ubbriacosotto quel peso.

- Ahche vigilia di Natale mi ha mandato Domeneddio! - tornava a direcompare Cosimosteso alfine nello strapunto come un morto.

- Non ci pensatecompare Cosimoche ora la Gagliana vi guarisce in unbatter d'occhio. Bisogna andare a chiamarlacompare Mommunel tempostesso che andate a Lentini per vendere la vostra roba -.

Il vecchietto acconsentì con un cenno del capoe mentre si preparavaa partirelegandosi in testa il fazzolettoe assettandosi la bisaccia inspallal'oste continuava:

- È meglio di un cerusico la Gagliana! Vedrete che vi guarirà in menodi dire un'avemaria. State allegrocompare Cosimo; e se non avete bisognod'altrovado a far la vigilia di Natale anch'io con quei quattromaccheroni.

- E tu che non vuoi mangiare un boccone? - chiese il lettighierevoltandosi al suo ragazzo che non si moveva di lìsmortocolle mani intascae il viso sudicio dal piangere che aveva fatto.

- No- rispose Nanni. - Nonon ho più fame -.

- Povero figlio mio! che vigilia di Natale è venuta anche per te! -.

La Gagliana venne a giorno fattoche lo zio Cosimo aveva il visoacceso e la gamba gonfia come un otretalché bisognò tagliargli lebrache per cavarglielementre la Gaglianaper modestiasi voltavadall'altra partecogli occhi bassipreparando intanto ogni cosa lestalesta: bendesteccheempiastricon certe erbe miracolose che sapevalei. Poi si mise a tirare la gamba come un boia. Da principio compareCosimo non diceva nullasudando a grosse goccee ansimando quasi facesseuna gran fatica. Ma poitutt'un trattogli scappò un grande urlochefece drizzare a tutti i capelli in testa.

- Lasciatelo gridareche gli fa bene! -

Compare Cosimo faceva proprio come una bestia quando le si dà ilfuoco. Talché lo zio Carmine s'era alzato per vedere anche lui coi suoiocchioni assonnati. E Nanni strillava che pareva l'ammazzassero.

- Sembrate un ragazzocompare Cosimo- gli diceva l'oste. - Non vihanno detto di star tranquillo? Foste in mano di qualche cerusicopazienza!

- Stava frescoDio liberi! - saltò su la vecchiacome se l'avesseropunta. - Per lo meno gli avrebbero tagliata la gamba a questo poveretto.Io non ho mai tagliato neppure un pelo in vita miagrazie a Dio! Tuttagrazia che mi dà il Signore! Ora state tranquillocompare Cosimochenon avete più bisogno di nulla -.

Ella sputava sul ginocchio enfiato l'empiastro che andava masticando;metteva le stecche e stringeva forte le bendesenza badare agli - ohi! -ciarlando sempre come una gazza. E quand'ebbe terminato si nettò le maninella criniera ispida e grigiache le faceva come una cuffia sporca sullatesta.

- Sembra un diavolo quella strega! - ammiccava l'oste allo zio Mommuil quale stava a guardare col naso malinconicoseduto sullo strapuntolegambe penzolonie sgretolando a poco a poco il suo pane nero.

Lo zio Cosimo s'era lasciato andare di nuovo supinocol visostralunato e lucente di sudoreaccarezzando colla mano il suo ragazzoebalbettando che non era nulla.

- Ora chi mi paga? - domandò infine la Gagliana.

- Non dubitateche sarete pagata- rispose il poveraccio più mortoche vivo. - Venderò il mulose così vorrà Dioe vi pagheròsorellamia! -

Com'era un bel giorno di Natalecol sole che veniva fin dentro lastallae le galline purea beccare qualche briciola di panela genteche era stata a sentir messa a Primosole si fermava a bere un sorso ametà stradavedendo compare Cosimo sul pagliericcio dello stallaticovolevano sapere il come ed il perché. Poi davano un'occhiata ai muli infondo alla stalla. L'oste li faceva vederefiutando la senseria:

- Belle e buone bestie! Quiete come il pane! Un affare d'oro per chi lecomprase compare CosimoDio liberirimane storpio -.

Il baio voltava indietro il capo come se capissecolla sua boccata difieno in aria.

- Nonoancora non sono in questo stato! - lagnavasi compare Cosimodal fondo del suo giaciglio.

- Diciamo così per direcompare Cosimostate tranquillo. Nessuno vivuol toccare la roba vostrase non volete voi. Qui c'è paglia e fienoper i vostri mulie potete tenerceli cent'anni -.

Lo sventurato pensava a quello che si sarebbero mangiati i mulidifieno e di stallaggioe lamentavasi:

- Stavolta non gliela faccio più la dote per la mia bambina che mi ènata adesso!

- Ora gli si manda la notiziaa vostra moglie. La prima volta che lozio Mommu andrà a Licodia per vendere la sua roba -.

Così lo zio Mommu portò la brutta notizia alla moglie di compareCosimomasticando le parolee dondolandosi ora su di una gamba e orasull'altrache alla prima non si capiva nullanella casa piena divicinementre si aspettava il marito pel battesimo. Comare Menicapoverettanella prima furia voleva balzare dal lettoin camicia com'erae correre al Bivierese non era il medico che si mise a sgridarla:

- Come le bestievoialtri villani! Non sapete cosa vuol dire unafebbre puerperale!

- Signore don Battista! Come posso fare a lasciare quel poverettofuoriviain mano altruiora ch'è in quello stato?...

- E voi non vi movete! - appoggiava comare Stefana. - Vostro maritoandrete a trovarlo poi. Temete che scappi?

- Date retta al medico- aggiunse la Cilona. - Compare Cosimo è inmano di cristiani. Lo vedete quiquesto poverettoche è venuto apposta?-

E lo zio Mommu accennava di sì con il caporitto dinanzi al lettobattendo gli occhinon sapendo come fare per voltare le spalle edandarsene per le sue faccende.

Indi la convalescenzail baliaticoil bisogno dei figliuoli; e iltempo era passato. Compare Cosimoquando infine la Gagliana gli avevadetto di alzarsiera rimasto su di una sediaalla porta dellostallaticocon una gamba più corta dell'altra.

- Così com'è non ve la lasciavano neppurese eravate in mano delcerusico! - gli disse la Gagliana per consolarlo.

I muli stessi se li mangiò metà lei e metà la stalla. Quando ilpovero zoppoalla porta dell'osteriavide Nunzio della Rossa che siportava via la sua lettigasi mise a sospirare: - Queste campanelle nonle udrò più! -

E lo zio Carmine anche lui disse:

- Che diavolo rimpiangete! Quel baio birbante che vi azzoppò a quelmodo? -

Intanto bisognava pensare a buscarsi da viverelui e il suo ragazzo; eadesso ch'era conciato a quel modo per le festevoleva essere un mestierefaciledi quelli poco pane e poca fatica. «Se hai un guaiodillo atutti». Lo zio Carminech'era un buon diavolaccione parlava con questoe con quelloe come seppe che uno della chiattalì vicinoera morto dimalariadisse subito a compare Cosimo:

- Questo è quello che fa per voi -.

E tanto disse e tanto feceper mezzo anche dello zio Antoniol'ostedi Primosolelì accanto al Simetoche il capoccia della chiatta chinòil capo e disse di sì anche lui. D'allora in poi compare Cosimo rimase atirar la funesu e giù pel fiume; e con ogni conoscente che passavamandava sempre a dire a sua moglie che sarebbe andato a vederlaun giornoo l'altroe la bambina pure. - Verrò a Pasqua. Verrò a Natale -.Mandava sempre a dire la stessa cosa; tanto che comare Menica ormai non cicredeva più; e Nanniogni voltaguardava il babbo negli occhipervedere se dicesse davvero.

Ma succedeva che a Pasqua e a Natale s'aveva sempre una gran folla datragittare; talché quando il fiume era grosso c'erano più di cinquantavetture che aspettavano all'osteria di Primosole. Il capoccia dellachiatta bestemmiava contro lo scirocco e levante che gli toglieva il pandi boccae la sua gente si riposava: Mangialerbabocconidormendo sullebraccia in croce; Venturaall'osteria; e l'Orbo cantava tutto il giornoritto sull'uscio della capannaa veder piovereguardando il cielo cogliocchi bianchi.

Comare Menica avrebbe voluto andarvi leia Primosolealmeno pervedere suo marito e portargli la bambinaché il padre non la conoscevaneppurequasi non l'avesse fatta lui.

- Andrò appena avrò presi i denari del filato- diceva essa pure. -Andrò dopo la raccolta delle ulivese mi avanza qualche soldo -.

Così passava il tempo. Intanto comare Menica fece una malattiamortaledi quelle che don Battistail medicose ne lavava le mani comePilato.

- Vostra moglie è malata malatissima- venivano a dirgli lo zio Chelicompare Lanzaretutti quelli che arrivavano da Licodia; e compare Cosimostavolta voleva correre davveroa piedicome poteva.

- Prestatemi due lire per la spesa del viaggiopadron Mariano -.

Ma il capoccia rispondeva:

- Aspettate prima se vi portano un buona notizia. Alle volteintantoche voi siete per viavostra moglie guariscee voi ci perdete la spesadel viaggio -. L'Orbo invece consigliava di far dire una messa allaMadonna di Primosolech'è miracolosa. Finché giunse la notizia che dacomare Menica c'era il prete.

- Vedete se avevo ragione? - esclamò padron Mariano. - Cosa andavate afarese non c'era più aiuto? -

La bambina se l'era tolta in casa comare Stefanaper carità; ecompare Cosimo era rimasto a Primosole col sul ragazzo. Tantol'Orbo glidiceva checoll'aiuto di Diopoteva vivere e morire alla chiatta al paridi luiche vi mangiava pane da cinquant'anni. E ne aveva vista passaretanta della gente! Passavano conoscentipassavano viandanti che nessunosapeva donde venisseroa piedia cavallod'ogni nazionese ne andavanopel mondodi qua e di là del fiume. - Come l'acqua del fiume stesso chese ne andava al marema lì pareva sempre la medesimafra le due ripesgretolate: a destra le collinette nude di Valsavoiaa sinistra il tettorosso di Primosole; e allorché piovevaper giorni e settimanenon sivedeva altro che quel tetto tristo nella nebbia. Poi tornava il bel tempoe spuntava del verde qua e làfra le rocce di Valsavoiasul cigliodelle viottolenella pianurafin dove arrivava l'occhio. Infine venival'estatee si mangiava ogni cosail verde dei seminatii fiori deicampil'acqua del fiumegli oleandri che intristivano sulle rivecoperti di polvere.

La domenicacambiava. Lo zio Antonioche teneva l'osteria diPrimosolefaceva venire il prete per la messae mandava Filomenala suafigliuolaa scopare la chiesettae a raccattare i soldi che i devoti vibuttavano dentro dal finestrinoper le anime del Purgatorio. Accorrevanodai dintornia piedia cavalloe l'osteria si riempiva di gente. Allevolte arrivava anche il Zannoche guariva di ogni malecolle suescarabattole; o don Tinuil merciaiuolocon un grande ombrellone rossoe schierava la sua mercanzia sugli scalini della chiesaforbicitemperininastri e refe d'ogni colore. Nanni si affollava insieme aglialtri ragazzi per vedere. Ma suo padre gli diceva sempre: - Nofigliuolomioquesta roba è per chi ha denari da spendere -.

Gli altri invece comperavano: bottonitabacchiere di legnopettini diossoe Filomena frugava dappertutto colle mani sudicesenza che nessunole dicesse nullaperché era la figliuola dell'oste. Anzi un giorno donTinu le regalò un bel fazzoletto giallo e rossoche passò di mano inmano. - Sfacciata! - dicevano le comari. - Fa l'occhio a questo e a quelloper amor dei regali! - Un giorno Nanni li vide tutti e due dietro ilpollaioche si tenevano abbracciati. Filomenache stava all'erta pertimore del babbosi accorse subito di quegli occhietti che si ficcavanonella siepee gli saltò addosso colla ciabatta in mano. - Cosa vieni afare quispione? se stai a raccontare quel che hai vistoguai a teveh!- Ma don Tinu la calmava con belle maniere: - Non lo strapazzate quelragazzocomare Menaché gli fate pensare al male -.

Però Nanni non poteva levarsi dagli occhi il viso rosso di Filomenaele manacce di don Tinu che brancicavano. Quando lo mandavano a comperareil vino all'osteriasi piantava dinanzi al banco della ragazzacheglielo mesceva colla faccia tostae lo sgridava: - Guardate quacristiani! Non gli spuntano ancora i peli al mentoquel mocciosoe hagià negli occhi la malizia! -

Nanni voleva far lo stesso colla Graziala servetta dell'osteriaquando andavano insieme a raccoglier l'erbe per la minestralungo ilfiume. Ma la fanciulla rispondeva:

- No. Tu non mi dai mai niente -.

Essa invece gli portavanascoste in senodelle croste di formaggioche gli avventori avevano lasciato cadere sotto la tavolao un pezzettodi pane duro rubato alle galline.

Accendevano un focherello fra due sassie giocavano a far la merenda.Ma Nanni finiva sempre il giuoco col buttar le mani sulla robae darselaa gambe. La ragazzetta allora rimaneva a bocca apertagrattandosi ilcapo. E alla sera si buscava pure gli scapaccioni di Filomenache lavedeva tornare spesso colle mani vuote. Nanniper risparmiarsi la faticale arraffava anche la sua parte di cicoria o di finocchi selvatici.

Poiil giorno dopogiurava colle mani in croce che non l'avrebbefatto più. E la poverina ci tornava sempreappena lo vedeva da lontanocoi capelli rossi in mezzo alle stoppie gialle; si accostava quattaquattae gli si metteva alle calcagna come un cane. Quand'essa arrivavapiagnucolando ancora per le busse che s'era buscate all'osteriaNanni perconsolarla le diceva:

- E tu perché non scappie te ne vai a casa tua? -

Egli raccontava che aveva la sua casa anche luilaggiù al paesee iparenti e ogni cosa: di là da quelle montagne turchine; ci voleva unagiornata buona di camminoe un giorno o l'altro ci sarebbe andato.

- Pianta i tuoi padroni e l'osteriae te ne scappi a casa tua -.

La ragazzetta ascoltava a bocca apertacolle gambe penzoloni sul gretoasciuttoguardando attonita là dove Nanni le faceva vedere tante bellecoseoltre i monti turchini. Infine si grattava il capoe rispondeva:

- Non so. Io non ci ho nessuno -.

Egli intanto si divertiva a tirar sassi sull'acqua; o cercava di farscivolare Grazia giù dalla spondafacendole il solletico. Poi si mettevaa correreed egli la inseguiva a zollate. Andavano pure a scovare igrilli dalle tanecon uno sterpolino; o a caccia di lucertole. Nannisapeva coglierle con un nodo scorsoio fatto in cima a un filo di giuncosottile; dentro al cerchietto che formava il nodo spuntava una bellacampanella lucentee le povere bestiolineassetate in quell'arsurasilasciavano adescare.

In mezzo alla gran pianura riarsa il fiume s'insaccava come un burroneenormefra le rive slabbrate. - Mostrava le ossa- brontolavano quellidella chiatta. Talché anche i poveri diavoli ci si arrischiavano a guadoqualche miglio più in su. Tanti baiocchi levati di bocca a quegli altripoveri diavoli che stavano colla fune in mano tutto il giornosotto ilsolleone. E litigavano fra di loroa digiuno. Nanni allora per un nullasi buscava delle pedate anche da suo padresciancato com'era.

Di tanto in tanto passava una frotta di mietitoriche tornavano almarebianchi di polveree si calavano nel gretouomini e donnecollegambe nuderaccomandandosi ai loro santinel dialetto forestiero. Poinell'afa della stradadiritta dirittasi vedeva venire da lontano ilpolverone che accompagnava qualche carroo spuntava dall'altra parte lasonagliera mezza addormentata di un mulattiere. L'Orboche non avevanessuno al mondoe se l'era girato tuttodiceva: - Quello lì viene daCataniaquest'altro da Siracusa -. E sempre cuor contentoluiraccontava agli uomini stesi bocconi le meraviglie che aveva vistolaggiùlontano lontano. E Nanni ascoltava intentocome aveva fatto laGrazia ai racconti che lui sballavacon delle allucinazioni divagabondaggio negli occhi stanchi di vedere eternamente l'osteria dellozio Antonioche fumava tutta solanella tristezza del tramonto.

Ma chi gli mise davvero la pulce nell'orecchio fu il Zannouna voltache lo chiamarono per lo zio Carmine al Biviere. Fin da Pasqua di Roseiviandanti che venivano a passar la notte allo stallaticoe non lovedevanocome al solitoa portar la paglia dal fienile o a riscuotere lostallaggiodicevano: - E compare Carmine? - Zio Mommu lo mostrava con uncenno del capolungo disteso nel pagliericciosotto un mucchio dibisacce; e Misciucol cappuccio in capomangiato dalle febbri anche luisoggiungeva: - Ha la terzana -. Alle voltequando alla voce riconoscevaun conoscentelo zio Carmine rispondeva con un grugnito: - Son qua. Sonoancora qua -.

Erano quasi sempre le stesse facce stanche che si vedevano passaredinanzi al lumicino moribondo appeso al travicelloe tiravano fuori dallabisaccia la scarsa merendaaccoccolati su di un bastomasticando adagioadagio. Lo zio Carmine non brontolava piùnon si moveva più dalla suacucciazitto e cheto. Soltanto quando udiva fermarsi alla porta unavetturarizzava il capo come potevaper amor del guadagnoe chiamava:

- O Misciu! -

Però non potevano lasciarlo morire a quel modocome un cane. VenturaMangialerbae spesso anche compare Cosimotirandosi dietro la gambastorpiavenivano apposta da Primosolee stavano a guardare compareCarmine lungo distesocon la faccia color di terracome un mortoaddirittura. Infine risolvettero di chiamargli la Gaglianaquellavecchietta che faceva miracolia venti miglia in giro.

- Vedrete che la Gagliana vi guarirà in un batter d'occhio- andavanodicendo a lui pure. - È meglio di un dottore quel diavolo di donna. Cosane ditecompare Carmine? -

Compare Carmine non diceva né sì né nopensando al denaro che sisarebbe mangiato la Gagliana. Però nel forte della febbre tornava apiagnucolare:

- Chiamatemi pure la Gaglianasenza badare a spesa. Non mi lasciatemorire senza aiutosignori miei! -

La Gagliana la battezzò febbre pericolosadi quelle che è megliomandare pel prete addirittura. Giusto era sabatoe passava gente chetornava al paese. Tutto ciò gli rimase fitto in mentea Nanni ch'eraandato a vedere anche lui: i curiosi che dall'uscio allungavano il colloverso il moribondo; la Gagliana che cercava nelle tasche il rimedio fattoappostabrontolando; e il malato che guardava tutti ad uno ad unocogliocchi spaventati. L'Orboa canzonare la Gagliana che non sapeva trovareil rimediole domandava:

- Cosa ci vuole per farmi tornare la vista? -

Lo zio Carmine morì la notte istessa. Peccato! perché la domenica poisi trovò a passare il Zannoil quale ci aveva il tocca e sana per ognimale! nelle sue scarabattole. Lo menarono appunto a vedere il morto. Eigli toccò il ventreil polsola linguae conchiuse: - Se c'ero iolozio Carmine non moriva! -

Raccontava pure molte cose dei miracoli che aveva fattotale e qualecome la Gaglianadei paesi che aveva vistie come Nanni ascoltava abocca apertagli piacque quel ragazzettoe gli disseaccarezzandogli icapelli rossi:

- Vuoi venire con me? Mi porterai la balla e ti farai uomo.

- Egli ha tutt'altra balla da portare! - sospirò compare Cosimo; epensava nel tempo stesso che se gli succedeva una disgraziacome quelladi compare Carmineil suo ragazzo restava in mezzo a una strada.

C'era anche l'oste di Primosoleil quale maritava Filomena con Lanziseuomo dabbene che non sapeva nullae tornavano tutti da Lentini pelcontrattogli sposicompare Antonio ed altra gente. Lanzise era uno checi aveva il fatto suoterrabuoie un pezzo di vigna lì vicino allaSavonadicevano.

Il matrimonio fece chiasso. Talché venne anche don Tinu a vender robapel corredo. La sera mangiava all'osteria come al solito. Non si sa comea motivo di un conto sbagliatoattaccarono lite collo zio Antonioe donTinu gli disse: - becco! -

Compare Antonio era un omettino cieco d'un occhioche al vederlo nonl'avreste pagato un soldo. Però si diceva che avesse più di un omicidiosulla sua coscienzae a venti miglia in giro gli portavano rispetto. Alsentirsi dire quella mala parola sul mostaccio da don Tinuil quale avevauna faccia di minchioneandò a staccare lo schioppo dal capezzaleperspifferar le sue ragioni anche luimentre la moglieche la malariainchiodava in fondo a un letto da anni ed annirizzatasi a sedere incamiciastrillava:

- Aiuto che s'ammazzanosanti cristiani! -

E Filomenaper dividerlibuttava piatti e bicchieri addosso a donTinugridando:

- Birbante! ladro! scomunicato!

- Che vi pare azione d'uomo cotestacompare Antonio? - rispose donTinu più giallo del solito. - Io non ho altro addosso che questo po' ditemperino.

- Avete ragione- disse lo zio Antonio. - Vi risponderò colla stessalingua che avete in bocca voi -. E andò a posare lo schioppo senzaaggiunger altro.

Più tardi Nanni andava all'osteria per il vinoquando vide venirsiincontro don Tinu tutto stralunatoche si guardava attorno sospettoso.

- Te' due soldi- gli fece- e và a dire a compare Antonio chel'aspetto quiper quella faccenda che sa lui. Ma che nessuno ti vedaveh! -

La sera trovarono compar Antonio lungo disteso dietro una macchia difichidindiacol suo cane accanto che gli leccava la ferita. - Che èstatocompare Antonio? Chi vi ha dato la coltellata? -

Compare Antonio non volle dirlo. - Portatemi sul mio lettoper ora. Sepoi campo ci penso io; se muoio ci pensa Dio.

- Questo fu don Tino che me l'ammazzò! - strillava la moglie. - L'hamandato a chiamare con Nanni dello zoppo! -

E Filomena badava a ripetere:

- Birbante! ladro! scomunicato! -

Compare Cosimoche aveva una gran paura della giustiziase la preseanche lui col suo ragazzoil quale si ficcava in quegli imbrogli.

- Se ti metto le mani addosso voglio romperti le ossa! - andavagridando.

E Nanni perciò se ne stava alla largadall'altra parte del fiumecolventre vuotocome una bestia inselvatichita. Grazia lo vide da lontanocoi capelli rossidietro l'abbeveratoio a seccoe corse a raggiungerlo.

- Ora me ne vado col Zanno- disse lui- e alla chiatta non ci tornopiù -.

Posciarassicurato a poco a pocovedendo che dietro il muro nonspuntava lo zio Cosimo col bastonesi mise a sgretolare la spondadell'abbeveratoiotutta fessa e scalcinataun sasso dopo l'altroe dopoli tirava lontano; mentre la ragazzetta stava a guardare. Tutt'a un trattos'accorsero che il sole era tramontatoe la nebbia sorgeva tutt'intornodal fiume e dalla pianura.

- Senti! - disse Grazia. - Lo zio Cosimo che chiama! -

Nanni se la diede a gambe senza risponderee lei s'affannava acorrergli dietrocolla vesticciuola tutta sbrindellata che svolazzavasulle gambette nude. Camminarono un bel pezzoe infine si trovarono solinella campagna buiacol cuore che batteva fortelontano lontano dallacapanna delle chiattedove si udiva ancora cantare l'Orbo. Era una bellanotte piena di stellee dappertutto i grilli facevano cri-cri nellestoppie. Come Nanni si fermòvide Grazia che gli veniva dietro.

- E tu dove vai? - le disse.

Essa non rispose. E tornarono a udirsi i grilli tutt'intorno. Non siudiva altro. Solo il fruscìo del grano in spiga al loro passaggio; eappena si fermavano ad ascoltare cadeva un gran silenzioquasi il buio sistringesse loro ai panni. Di tanto in tanto correva una folata di ponentecaldocome un'ombrasull'onda del seminato. Allora Grazia si mise apiangere.

Passava un vetturale coi suoi muli; e la piccina a piagnucolare:

- Portateci al paesevossignoriaper carità! -

Il mulattiereciondoloni sul bastoborbottò qualche parola mezzoaddormentatoe tirò di lungo. E i due fanciulli dietro. Arrivarono a unostallaticoe si accoccolarono dietro il muro ad aspettare il giorno.

Quando Dio volle spuntò l'albae un gallo si mise a cantared'allegria sul mucchio di concime. Da un sentierolo fra due siepi sbucòun vecchiettocon una bisaccia piena in spalla. Aveva la faccia buonaeGrazia gli domandò:

- Per andare al paesevossignoriada che parte si va? -

Lo zio Mommu accennò di sì col capoe seguitò per la sua viacolnaso a terra. Si misero dietro a luiche andava a vendere la sua roba alpaesee arrivarono sulla piazza che era giorno chiaro. C'era già unadonnicciuola imbacuccata in una mantellina biancala quale vendevaverdura e fichidindia. Delle altre donne entravano in chiesa. Davanti lostallatico salassavano un mulo; e dei contadini freddolosi stavano aguardarecol fazzoletto in testa e le mani in tasca. In altonelcampanile già tutto pieno di solela campana sonava a messa.

Essi andarono a sedere tristamente sul marciapiedeaccanto alvecchietto con cui erano venutie che s'era messo a vender anatre egallinelle che nessuno compravaaspettando il Zanno che non veniva neppurlui. Il tempo passavae passava anche della gente che veniva a comprarela verdura dalla donnicciuola colla mantellinapesandola colle mani. Dauna stradicciuola spuntarono due signoricol cappello altopasseggiandoadagio adagioe si fermarono a contrattare lungamentetoccando la robacolla punta del bastonesenza comprar nulla. Poi venne la serva dellalocanda a prendere una grembialata di pomodori. Sulla piazza facevanopasseggiare innanzi e indietro il mulo salassato. Infine lo spezialechiuse la bottegamentre sonava mezzogiorno.

Allora lo zio Mommu tirò dalla bisaccia un pane neroe si mise amangiarlo adagio adagio con un pezzo di cipolla. Vedendo i due ragazzi cheguardavano affamatigliene tagliò una gran fetta per ciascunosenza dirnulla. Infine raccolse la sua mercanziae se ne andò a capo chinocom'era venuto.

Ora rimanevano soli e sconsolati. Si presero per mano e arrivarono sinoalla fontana ch'era in fondo al paesetto. Per la strada che scendeva a zigzag nella pianura arrivava gente a ogni momento. Donne che venivano adattinger acquavetturali che abbeveravano i mulie coppie di contadiniche tornavano dai campichiacchierando a voce altacolle bisacce vuoteavvolte al manico della zappa. Poi una mandra di pecorein mezzo a unnuvolo di polvere. Un frate cappuccinoche tornava dalla cercasaltò aterra da una bella mula baiaschiacciata sotto il caricoe si chinò abere alla cannellatutto rossosguazzando nell'acqua la barbonapolverosa. Quando non passava alcunovenivano delle cutrettole asaltellare sui sassiin mezzo alla fanghigliabattendo la coda. Lontanosi udiva la cantilena dei trebbiatori nell'aiaperduta in mezzo allapianura che non finiva maie cominciava a velarsi nelle caligini dellasera. E in fondocome un pezzetto di specchio appannatoil Biviere.

- Guarda com'è lontano! - disse Nanni col cuore stretto.

Il sole era già tramontato; ma non sapevano dove andaree rimanevanoaspettandol'uno accanto all'altra seduti sul muricciuolonel buio.Infine si presero per mano e tornarono verso l'abitato. Nelle caseluccicava ancora qualche finestra; però i cani si mettevano a latrareappena i due ragazzi si fermavano presso a un uscioe il padroneminaccioso gridava: - Chi è là? -

La fanciulletta scoraggiata buttò le braccia al collo di Nanni.

- No! No! - piagnucolava lui- lasciami stare -.

Trovarono una tettoia addossata a un casolaree vi passarono la nottetenendosi abbracciati per scaldarsi. Li svegliò lo scampanìo del paesein festache il sole era già alto. Mentre andavano per viaguardando lagente che usciva vestita in galascorsero in piazza don Tinu ilmerciaiuolocolle sue scarabattole di già in mostrasotto l'ombrellonerosso.

- Signore don Tinu- gli disse Grazia tutta contenta. - Benvenuto avossignoria! -

Don Tinu si accigliò e rispose:

- O tu chi sei? Io non ti conosco -.

La fanciulletta si allontanò mogia mogia. Ma don Tinu vide ilragazzettoche guardava da lontano timorosoe gli disse:

- Tu sei quello dell'osteria del Pantanolo so.

- Sissignoredon Tinu- rispose Nanni col sorriso d'accattone.

E tutto il giorno gli ronzò intornoaffannatosul marciapiede.Quando vide che don Tinu raccoglieva la sua mercanziae stava perandarsenesi fece animoe gli disse:

- Se mi volete con voivossignoriaio vi porterò la roba.

- Va bene- rispose don Tinu. - Ma la tua compagna lasciala stare peifatti suoiché non ho pane per tutti e due -.

Grazia scoratasi allontanò passo passocolle mani sotto ilgrembiulee poi si mise a guardare tristamente dall'altra cantonatamentre Nanni se ne andava dietro al merciaiuolocurvo sotto il carico.

Un buon diavolaccioquel don Tinu. Sempre allegroanche quando glilasciava andare una pedata o uno scapaccione. In viaggio gli raccontavadelle barzellette per smaliziarlo e ingannare la noia della strada apiedi. Oppure gli insegnava a tirar di coltelloin qualche prato fuorimano. - Così ti farai uomo- gli diceva.

Giravano pei villaggida per tutto dov'era la fiera. Schieravano inpiazza la mercanziasu di una panchettae vociavano nella folla. C'eranotrecconibestiamegente vestita da festa; e il Zanno che faceva veder l'Ecceomoe si sbracciava a vendere empiastri e medaglie benedettea strapparedentie a dire la buona venturaritto su un trespoloin un mare disudore. I curiosi facevano ressa intornoa bocca apertasotto il solecocente. Poi veniva il santo colla bandae lo portavano in processione.Dopotutta la giornatale donne stavano sugli uscicariche d'orisbadigliando. La sera accendevano la luminaria e facevano il passaggio.

Don Tinu ripeteva:

- Se restavi alla chiattacon tuo padrele vedevi tutte queste cosedi'? -

Capitarono anche una volta al paese di Nanniil quale non ci siraccapezzava piùdopo tanto tempoe passando davanti alla sua casa videun ballatoio che non ci era primae della gente che non conoscevae vistava pei fatti suoi. Cercò anche dei parenti. Il fratelloPierantonioera lontanocamparo alle Madonìelaggiù verso la marina; e la sorellaBenedettas'era maritataun buon partito che le aveva procurato comareStefanadotandola coi suoi denarie facevano tutti una famigliain unabella casa nuovacol terrazzino e il letto col cortinaggioche quasi nonvolevano lasciarvi entrare quel vagabondo.

Pure donna Stefanaper politicacome seppe chi era e donde venivagli fece dar da colazionepane vino e companaticoin un angolo dellatavolache egli subito disse grazieperché le due donne sembrava chegli contassero i bocconisua sorella ritta sull'uscio colle mani sulventre e l'orecchio teso per sentire se capitava il maritoguardando disottocchio donna Stefana come fosse sulle spine. - No e sì - sì e no. -Le parole cascavano di boccae il pane e il companatico pure. Toccaronoappena del babbo e del fratello che erano lontaniuno di qua e l'altro dilàe tacquero subito perché poco avevano da diredopo tanto che non sierano visti. Benedetta anzi non aveva neppure conosciuto il babbocomefosse figlia del peccato.

- Questa povera orfanella- disse forte donna Stefana- non ha avutonessuno al mondoné amici né parenti. Dillo tu stessafigliuola mia.Se non ero iocome ti trovavi? -

Benedetta disse di sìcon un'occhiata riconoscente. Poi guardò ilfratelloe chinò gli occhi. Infine gli chiese se contava di fermarsimoltoin paesedandogli del voisempre cogli occhi bassi. Donna Stefanainvece gli ficcava addosso i suoiquasi volesse frugarlo sotto i pannicon certe occhiate sospettose che covavano le posate. Appena fuoridell'uscio si sentì dar tanto di catenaccio dietro le spalle.

- Queste son cose che succedono- disse poi don Tinuquando seppecom'era andata la visita alla sorella. - Il mondo è grandee ciascunopei fatti suoi -.

Andavano pel mondodi qua e di làper fiere e per villaggisemprecolla roba in collosicché infine una volta capitarono a Primosoledopotanto tempo. - Ora ti faccio vedere tuo padres'è ancora al mondo-disse don Tinu. Nanni non volevafra la vergogna e la paura; ma ilmerciaio soggiunse:

- Lascia fare a meche le cose le so fare -.

E andò avanti a prevenire compare Cosimo ch'era sempre lìallachiattasu di un piede come le gru. - Ecco vostro figlio NannicomparCosimoche è venuto apposta per baciarvi le mani -.

Lo zio Cosimo aveva la terzanae stava lìal soleapoggiato allafunecol fazzoletto in testaaspettando la febbre. - Che il Signoret'accompagnifigliuol mioe ti aiuti sempre -.

Adesso ch'era stremo di forzagli venivano i lucciconi agli occhivedendo che bel pezzo di ragazzo s'era fatto il suo Nanni. Costui narravapure di Benedetta e del fratelloch'era stato a cercarli; e il padretutto contentoscrollavatentennava il capocolla faccia sciocca. Unamiseriain quella chiatta: Ventura partito per cercar fortuna altrove;Mangialerba più che mai sotto i piedi della sua donnacciabecco ebastonatoe l'Orbo sempre lo stessoattaccato alla fune come un'ostricae allegro come un uccelloche cantava nel silenzio della malariaguardando il cielo cogli occhi bianchi.

- Con me vostro figlio girerà il mondoe si farà uomo. - ripetevadon Tinu. Anche lo zio Antoniopoverettonon era più quello di primaestava lìsull'uscio dell'osteriainchiodato dalla paralisi sullascrannaa salutar la gente che passavacolla faccia da minchionepertirare gli avventori.

- Benedicitevossignoria. Che non mi riconoscete piùzio Antonio? -gli disse il merciaiuolo fermandosi a salutarlo. Lo zio Antonio accennavadi sì col capocome pulcinella. Allora don Tinu trasse fuori un belsigaro e glielo mise nelle mani che tremavano continuamenteposate sulleginocchia.

Ma l'altro scosse il capoaccennando di noche non poteva. Don Tinuper cortesiagli chiese infine di sua mogliee di comare Filomenachenon si vedevanonell'osteria deserta; e il vecchiocolle mani tremantiaccennò di qua e di làlontanoverso il camposanto e verso la città.Per bere un sorsodovettero sgolarsi a chiamare un ragazzaccio checompare Antonio s'era tirato in casaonde fare andare l'osteriaearrivò dall'orticello abbandonatotutto sonnacchiosofregandosi gliocchiinsaccato in un giubbone vecchio dello zio Antonio che gli arrivavaalle calcagna.

- Abbiamo fatto un'opera di carità- osservò don Tinu nel pagare ilvino bevuto. - Statevi benecompare Antonio -.

Così era fatto don Tinucolle mani sempre apertequando ne avevaeil cuore più aperto ancora. Gli piaceva ridere e divertirsie avevaamici e conoscenti in ogni luogo. Spesso lasciava Nanni al negoziodicevaluie correva a godersi la festa di qua e di là colle comari (avevacomari da per tutto). Appena arrivava in un paese lo mandavano a chiamaredi nascostoe gli facevano trovare il desco apparecchiato dietro l'usciomentre il marito era alla processione colla testa nel sacco. Finché unevoltaper la festa del Cristoa Spaccafornoportarono don Tinu a casasu di una scalacome un Ecceomo davvero.

Era stata Grazia che era venuta a chiamarlo: - Signore don Tinuviaspettano dove sapete vossignoria -.

Don Tinu esitavagrattandosi la barba. Non che avesse paurano. Maquella ragazza allampanata gli portava la jettaturac'era da scommettere.Lei intanto rimaneva sull'uscio della bottegasorridendo timidamentecolviso nella mantellina rattoppata. Nanni che da un pezzo non la vedevaledisse:

- O tu come sei qui?

- Son venuta a piedi- rispose Graziatutta contenta che le avesseparlato. - Son venuta a piedi da Scordia e Carlentiniperché laggiùmorivo di fame. Ora fo i servizi a chi mi chiama -.

S'era fatta grandetanto che la vesticciuola sbrindellata non arrivavaa coprirle del tutto le gambe magre; colla faccia seria e pallida di donnafatta che ha provato la fame: e due pèsche fonde e nere sotto gli occhi.

Nanni che stava leccando col pane il piatto di don Tinu le disse:

- Te'; ne vuoi? - Ma Grazia si vergognava a dir di sì.

- Io sto con don Tinue faccio il merciaiuolo- aggiunse Nanni.

Ad un tratto egli si fece serioguardandola fiso.

- Entra! -

La ragazza esitavaintimidita da quegli occhi. Nanni ripeté:

- Entrati dico! sciocca! -

E la tirò pel braccio chiudendo l'uscio. Ella obbediva tutta tremante.Poi gli buttò le braccia al collo.

- Tanto tempo che ti volevo bene! -

E ricominciò a narrar la storia del suo misero vagabondaggio: la fameil freddole notti senza ricoverogli stenti e le brutalità che avevasofferto; seduta sulla balla della mercanziacolla schiena curvalebraccia abbandonate sulle ginocchiama gli occhi lucenti di contentezzaadessoe una gran gioia che le si spandeva infine sul viso sbattuto escarno.

- Saitanto tempo che ti volevo bene! Ti rammenti? quando s'andava tued io per l'erbe della minestra a Primosole? e l'isolotto che lasciava ilfiume quando era magra? e quella notte che abbiamo dormito insieme dietroun murosulla strada di Francofonte? Poiquando tu te ne sei andato condon Tinue non sapevo che farené dove andare... Quella donna chevendeva i fichidindiavedendomi ogni giorno a frugare nel mondezzaiofrale bucce e i torsi di lattugami dava ora una crosta di pane ed oraqualche cucchiaiata di minestra. Ma essa pure dovette andarsenequandofinì il tempo dei fichidindiaed io partii con quello che faceva genteper la raccolta delle ulivelaggiù al Leone. Presi le febbri e mimandarono all'ospedale. Dopo non mi vollero più perché dicevano che mimangiavo il pane a tradimento. Sono stata anche a dissodaredov'hannofatto quella gran piantagione di vigneal Boschitello; e ho lavorato allostradonee ci sarei tuttora a mangiar panese non fosse stato pelsoprastante... -

S'interruppefacendosi rossae guardò Nanni timorosa. Ma a costuinon gliene importava nulla. Le disse solo:

- Vattene oraché sta per tornare il mio padrone -.

La poveretta si lasciava spingere verso l'usciocol capo chino sottola mantellina rattoppatabalbettando:

- Non ci ho colpati giuroper la Madonna Addolorata! Cosa potevofare? Egli era il soprastante... Tu non c'eri più!... Non sapevo dov'erinemmeno...

- Sìsìva bene. Adesso vatteneché sta per venire don Tinu-ripeteva lui allungando il collo fuori dell'usciodi qua e di là dellastraducciacome un ladro. Infine la ragazza se ne andò adagio adagiorasente al muro.

Poco dopo portarono a casa il merciaiuolo colle ossa rotte; ché lo zioCheliper combinazionetornando prima del solitoaveva trovato don Tinuche gli faceva il pulcinella in casa.

Il Zanno nel medicare il merciaiuolo andava predicando:

- Coi villani ci vuole prudenzadon Tinu caro! ché son peggio dellebestie. Vetturali poiDio liberi!... -

Ogni voltaquando gli capitava maledon Tinu si sfogava dopo colragazzoa calci e scapaccioni; tanto che agli strilli accorrevano l'ostee i viandantie il Zanno gli diceva:

- Non gli dar rettafigliuol mioperché il tuo padrone dev'essereubriaco -.

Il Zanno invece se voleva ubriacarsi si chiudeva nella sua stanzettafaccia a faccia colla bottiglia. Non gridavanon picchiava nessunosempre con quel risolino furbo sulla faccia magra; e le donne venivano acercarlo a casa sua di soppiattoverso seraimbacuccate sino al nasoechiudeva a catenaccio. Tutto il giorno sempre allegroa strappar dentisenza dolorevendere empiastri e intascar soldi. Nanniallorché loincontrava per le piazzenelle bettoleandando di qua e di là per fieree per paesigli ripeteva:

- Vi rammentatevossignoriaquando mi diceste se volevo venire convoi a fare il Zannoquella volta che morì lo zio Carmineallostallatico del Biviere? -

Il Zanno fingeva di non capireperché non voleva aver questioni condon Tinu; ma infinemesso alle strettesi lasciò scappare:

- Be'se il tuo padrone ti manda viaio non ci ho difficoltà apigliarti con me -.

Nanni se la legò al ditoe la prima volta che il merciaio si sciolsela cinghia per menargli la solfa addossogli disse brusco:

- Don Tinulasciamo stare la cinghiavossignoriaché se no stavoltafinisce male.

- Ahcarogna! e rispondi anche! Ti farò vedere io come finisce!...

- Lasciate stare la cinghiadon Tinuo finisce malevi ho detto -.

E mise la mano in tasca.

Don Tinu ch'era stato il suo maestro e gli vide la faccia pallidamutò subito registro:

- Ahcosì rispondi al tuo padrone? Ora ti lascio morir di fame.Pigliati la tua robae via di qua -.

Nanni raccolse i quattro cenci nel fazzoletto e conchiuse:

- Benedicite a vossignoria -.

E se ne andò a trovare il Zanno.

- Bada che qui si guarda e non si vede: si ode e non si sente: si habocca e non si parla - gli disse il Zanno per prima cosa. - Se haigiudizio starai bene; se hai la lingua lunga andrai a darla ai canicomequel re che aveva le orecchie lunghe e non poteva tenere una cosa sullostomaco. Io non faccio chiacchiere né chiassi come don Tinubada!Marciatorna e sparisci! E bravo chi ti trova! -

Menavano una vita allegrama sempre coll'orecchio teso e un piede inaria. Di nottese picchiavano all'uscioera un lungo tramestìounciangottare dietro l'uscioun andare e venire prima di tirare ilcatenaccio. Poi Nanni udiva il suo padrone che parlava con qualcunosottovoce nell'altra stanzae pestare nel mortaio; oppure erano strilli epianti soffocati. Una notteche non poteva chiudere occhiovide dal bucodella serratura il Zanno che intascava dei soldie una che gli parveGraziabianca come la cera verginela quale se ne andava barcollando.

Ma il Zannoappena gli chiese se era davvero Graziamontò in furiacome una bestia.

- Tu sei troppo curiosofigliuol mioe un giorno o l'altro ti finiscemale -.

E gli finì male davveroper un altro motivo. Un giornoper la festadell'Immacolataappena rizzarono il trespolo sulla piazza di Spaccafornovennero gli sbirri e li acciuffarono tutti e duecogli unguenti e glielisirie li portarono al Criminaleaccusati d'infanticidio. Maallorché il Zanno vide Grazia sullo scannoaccusata insieme a lorosimise a giurare e spergiurare colle mani in croce che non l'aveva mai vistané conosciutacom'è vero Iddio!

Ma c'erano testimoni che avevano visto quella ragazza con Nanni tempofaquando egli era passato un'altra volta da Spaccaforno con don Tinu ilmerciaionella settimana santaanzi egli aveva chiuso l'uscio. Graziapiù morta che vivabalbettava:

- Signor giudicefatemi tagliare la testaché sono una scellerata!Prima feci il peccato e poi non seppi far la penitenza -.

Era stato per la disperazionedacché tutti la scacciavano come uncane malato... e per la vergogna anche... Sìperché no? dopo che Nannil'aveva mandata viae cominciava a capire il male che aveva fatto... Fuuna nottenel casolare abbandonato dietro il ponticelloche primaserviva pei lavoranti della strada... Una notte che pioveva... e le parevadi morirelìsola e abbandonata... E non sapeva come farecon quellacreaturina abbandonata al par di lei... Poiquando non l'udì piùvagiree la vide tutta biancasi strascinò sino al burronelànellacava delle pietree l'avvolse nel grembiuleprimapovere carni tenered'innocente! Ma Nanni non sapeva nullacom'è vero Dio. Non s'erano piùvisti... Potevano andare loro stessia vedere lì nella cava dellepietrevicino al casolaregiù dal ponticello...

Così Grazia andò in galerama loro se la cavarono colla sola pauradella forcail Zanno e l'aiutante. Però il Zanno fece voto a Dio e alCristo di Spaccaforno che giovani non ne voleva più alla cintolacom'èvero Gesù Sacramentato!

Nanni girò ancora un po' di qua e di làfinché spinto dalla fametornò a Primosoledove almeno ci aveva qualcuno. Trovò che suo padreera sotto terrae l'Orbo guidava lui la chiattaasciutto come un osso.

Giusto c'era Filomenache cominciava a farsi vecchiae nessuno lavoleva per quella storia di don Tinu e gli altri sdruccioloni che si eranoscoperti dopo; la Filomena adesso gli diceva ogni volta:

- Io ci ho la mia robagrazie a Dioe il marito che volessi prenderestarebbe come un principe -.

L'Orboche faceva da mezzano per un bicchier di vinoaiutava:

- L'ho vista io con questi occhi.

- Per me- rispose alfine Nanni- se voi siete contentasonocontento io pure -.

E si fece il nido come un gufo. Di correre il mondo ne aveva abbastanzaorae badava a mangiare e bere colla moglie e gli avventoriche tenevanoallegra la casa e lasciavano dei soldi nel cassetto. Ogni tanto gliportavano la notizia:

- Sapetezio Giovanni? vostro fratello gli è successo un accidente -.Oppure:

- Gnà Benedettavostra sorellaha avuto un altro maschio -.

Tale e quale come suo padreche aveva messo radici a Primosoledopoche era rimasto zoppoe venivano a dirgli sin lì quel che succedeva almondo di qua e di là.

Un giornodopo anni e anniin mezzo a una torma di mietitorividepassare anche una vecchia che neppure il diavolo l'avrebbe piùriconosciutamangiata com'era dalla fame e dagli strapazzila quale glidisse:

- Che non mi riconoscete piùcompare Nanni? Sono Graziavirammentate? -

Ma egli la mandò subito via per paura di Filomena che ascoltava dallettocome aveva fatto l'altra volta per paura del padrone che stava pervenire. Ora voleva godersi tranquillamente la sua pace e la provvidenzache il Cielo mandavainsieme alla moglie che gli aveva dato Dio. E se sitrovavano a passare il Zanno oppure don Tinuche ora gli portavanorispettoe lasciavano anche loro bei soldi all'osteriasoleva dire conla moglieo con chi c'era:

- Poveri diavoli! Costoro vanno ancora pel mondo a buscarsi il pane! -