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Vita di Giovambattista Vicoscritta da se medesimo

di

Vico Givambattista

 

Il signor Giambattista Vico egli è nato in Napoli l'anno 1670 daonesti parentii quali lasciarono assai buona fama di sé. Il padre fu diumore allegrola madre di tempra assai malinconica; e così entrambiconcorsero alla naturalezza di questo lor figliuolo. Imperciocchéfanciulloegli fu spiritosissimo e impaziente di riposo; ma in età disette anniessendo col capo in giù piombato da alto fuori d'una scalanel pianoonde rimase ben cinque ore senza moto e privo di sensoefiaccatagli la parte destra del cranio senza rompersi la cotennaquindidalla frattura cagionatogli uno sformato tumoreper gli cui molti eprofondi tagli il fanciullo si dissanguò; talché il cerusicoosservatorotto il cranio e considerando il lungo sfinimentone fe' tal presagio:che egli o ne morrebbe o arebbe sopravvivuto stolido. Però il giudizio inniuna delle due partila Dio mercési avverò; ma dal guarito maloreprovenne che indi in poi e' crescesse di una natura malinconica ed acrequal dee essere degli uomini ingegnosi e profondiche per l'ingegnobalenino in acutezzeper la riflessione non si dilettino dell'arguzie edel falso. Quindidopo lunga convalescenza di ben tre annirestituitosi alla scuola dellagramaticaperché egli speditamente eseguiva in casa ciò se gl'imponevadal maestrotale speditezza credendo il padre che fusse negligenzaungiorno domandò al maestro se 'l suo figliuolo facesse i doveri di buondiscepolo; ecolui affermandoglieloil priegò che raddoppiasse a lui lefatiche. Ma il maestro scusandosene perché il doveva regolare alla misuradegli altri suoi condiscepoliné poteva ordinare una classe di un solo el'altra era molto superiorealloraessendo a tal ragionamento presenteil fanciullocon grande animo priegò il maestro che permettesse a lui dipassare alla superior classeperché esso arebbe da sé supplito a ciòche gli restava in mezzo da impararsi. Il maestropiù per isperimentareciò che potesse un ingegno fanciullesco che avesse da riuscire in fattiglielo permisee con sua meraviglia sperimentò tra pochi giorni unfanciullo maestro di se medesimo.Mancato a lui questo primofu menato ad altromaestroappo 'l quale si trattenne poco tempoperché il padre fuconsigliato mandarlo da' padri gesuitida' quali fu ricevuto nella loroseconda scuola. Il cui maestroavendolo osservato di buon ingegnoildiede avversario successivamente a' tre più valorosi de' suoi scolaride' quali eglicon le "diligenze" che essi padri diconoosieno straordinarie fatiche scolasticheuno avvilìun altro fe' cadereinfermo per emularloil terzoperché ben visto dalla Compagniainnanzidi leggersi la "lista" che essi diconoper privilegiod'"approfittato" fu fatto passare alla prima scuola. Di checome di un'offesa fatta a essoluiil Giambattista risentitoe intendendoche nel secondo semestre si aveva a ripetere il già fatto nel primoeglisi uscì da quella scuola echiusosi in casada sé apprese sull'Alvarezciò che rimaneva da' padri a insegnarsi nella scuola prima e in quelladell'umanitàe passò l'ottobre seguente a studiare la logica. Nel qualtempoessendo di estàegli si poneva al tavolino la serae la buonamadrerisvegliatasi dal primo sonno e per pietà comandandogli cheandasse a dormirepiù volte il ritruovò aver lui studiato infino algiorno. Lo che era segno cheavvanzandosi in età tra gli studi dellelettereegli aveva fortemente a diffendere la sua stima da letterato.Ebbe egli in sorte per maestro il padre Antonio delBalzo gesuitafilosofo nominale; ed avendo nelle scuole udito che un buonsommolista fosse valente filosofo e che 'l migliore che di sommole avessescritto fosse Pietro ispanoegli si diede fortemente a studiarlo. Indifatto accorto dal suo maestro che Paolo veneto era il più acuto di tuttii sommolistiprese anche quello per profittarvi; ma l'ingegnoancordebole da reggere a quella spezie di logica crisippeapoco mancò che nonvi si perdesseonde con suo gran cordoglio il dovette abbandonare. Da sìfatta disperazione (tanto egli è pericoloso dare a' giovani a studiarscienze che sono sopra la lor età!) fatto disertore degli studinedivagò un anno e mezzo. Non fingerassi qui ciò che astutamente finseRenato Delle Carte d'intorno al metodo de' suoi studiper porre solamentesu la sua filosofia e mattematica ed atterrare tutti gli altri studi checompiono la divina ed umana erudizione; macon ingenuità dovuta daistoricosi narrerà fil filo e con ischiettezza la serie di tutti glistudi del Vicoperché si conoscano le propie e naturali cagioni dellasua tale e non altra riuscita di litterato.Errando egli così fuori del dritto corso di una benregolata prima giovanezzacome un generoso cavallo e molto e beneesercitato in guerra e lunga pezza poi lasciato in sua balìa a pascolareper le campagnese egli avviene che oda una tromba guerrierariscuotendosi in lui il militare appetito gestisce d'esser montato dalcavaliere e menato nella battaglia; così il Viconell'occasione di unacelebre accademia degl'Infuriatirestituita a capo di moltissimi anni inSan Lorenzodove valenti letterati uomini erano accomunati co' principaliavvocatisenatori e nobili della cittàegli dal suo genio fu scosso ariprendere l'abbandonato camminoe si rimise in istrada. Questobellissimo frutto rendono alle città le luminose accademieperché igiovanila cui età per lo buon sangue e per la poca sperienza è tuttafiducia e piena di alte speranzes'infiammino a studiare per la via dellalode e della gloriaaffinché poivenendo l'età del senno e che cura leutilitàesse le si proccurino per valore e per merito onestamente. Cosìil Vico si ricevette di bel nuovo alla filosofia sotto il padre GiuseppeRiccipur gesuitauomo di acutissimo ingegnoscotista di setta mazenonista nel fondoda cui egli sentiva molto piacere nell'intendere chele "sostanze astratte" avevano più di realità che i"modi" del Balzo nominale; il che era presagio che egli a suotempo si avesse a dilettare più di tutt'altre della platonica filosofiaalla quale delle scolastiche niuna più s'avvicina che la scotisticaeche egli poi avesse a ragionarecon altri sentimenti che con gli alteratidi Aristotilei "punti" di Zenonecome egli ha fatto nella suaMetafisica. Maad esso lui sembrando il Ricci troppo essersi trattenutonella spiegazione dell'ente e della sostanza per quanto si distingue pergli gradi metafisiciperché egli era avido di nuove cognizioni; edavendo udito che 'l padre Suarez nella sua Metafisica ragionava di tuttolo scibile in filosofia con una maniera eminentecome a metafisico siconvienee con uno stile sommamente chiaro e facilecome infatti egli vispicca con una incomparabil facondia; lasciò la scuola con miglior usoche l'altra voltae si chiuse un anno in casa a studiare sul Suarez.Frattanto una sola volta egli si portò nella regiauniversità degli studie dal suo buon genio fu menato entro la scuola didon Felice Aquadiesvaloroso lettor primario di leggisul punto che eglidava a' suoi discepoli tal giudizio di Ermanno Vulteio: che questi fosseil migliore di quanti mai scrissero sulle instituzioni civili; la qualparolariposta dal Vico in memoriafu una delle principali cagioni ditutto il miglior ordine de' suoi studi e di quello vi profittò. Perchéapplicato poi dal padre agli studi legalitra per la vicinanza e moltopiù per la celebrità del lettorefu mandato da don Francesco Verde -appo il quale trattenutosi due soli mesi in lezioni tutte ripiene di casidella pratica più minuta dell'uno e dell'altro fòro e de' quali ilgiovanetto non vedeva i princìpisiccome quello che dalla metafisicaaveva già incominciato a formare la mente universale e ragionar de'particolari per assiomi o sien massime- disse al padre che esso nonvoleva andarvi più ad imparareperché dal Verde esso sentiva di nullaapprendere; efacendo allora uso del detto dell'Aquadiesil priegò chechiedesse in prestanza una copia di Ermanno Vulteio ad un dottor di leggiper nome Nicolò Maria Gianattasiooscuro ne' tribunali ma assai dotto dibuona giurisprudenzail quale con lunga e molta diligenza aveva raccoltauna libreria di libri legali eruditi preziosissimaperché sopra di taleauttore esso da sé studierebbe l'instituzioni civili. Di che il padreingombro dalla volgar fama e grande del lettor Verdeforte maravigliossi:maperché egli era assai discretovolle in ciò compiacere alfigliuoloed al Nicolò Maria gliele domandòal quale il padre - mentreil figliuolo il richiedeva del Vulteioche era di assai difficile incettain Napoli- siccome quello che era libraiosi ricordò avergliene tempoindietro dato uno. Il Nicolò Maria volendo sapere dal figliuolo medesimola cagione della richiestaquesti dicendogliela - che sulle lezioni delVerde esso non faceva altro che esercitar la memoriae l'intellettopenava di starvi a spasso- al buon uomo e savio di tai cose piacquetanto il giudizio o più tosto senso dritto non punto giovanile delgiovanettochefacendo perciò al padre certo presagio della buonariuscita del figliuolonon che imprestòdonògli non solo il Vulteioma anche l'Instituzioni canoniche di Errigo Canisioperché questi a essoNicolò Maria sembrava il migliore che l'avesse scritte tra' canonisti. Esì il ben detto dell'Aquadies e 'l ben fatto di Nicolò Maria avviaronoil Vico per le buone strade dell'una e dell'altra ragione.Ornel rincontrare particolarmente i luoghi dellacivileegli sentiva un sommo piacere in due cose: una in riflettere nellesomme delle leggi dagli acuti interpetri astratti in massime generali digiusto i particolari motivi dell'equità ch'avevano i giureconsulti e gl'imperadoriavvertiti per la giustizia delle cause: la qual cosa l'affezionò agl'interpetriantichi che poi avvertì e giudicò essere i filosofi dell'equitànaturale; l'altra in osservare con quanta diligenza i giureconsultimedesimi esaminavano le parole delle leggide' decreti del senato e deglieditti de' pretori che interpetrano: la qual cosa il conciliò agl'interpetrieruditiche poi avvertì ed estimò essere puri storici del dritto civileromano. Ed entrambi questi due piaceri erano altrettanti segnil'uno ditutto lo studio che aveva egli da porre all'indagamento de' princìpi deldritto universalel'altro del profitto che egli aveva a fare nella lingualatinaparticolarmente negli usi della giurisprudenza romanala cui piùdifficil parte è il saper diffinire i nomi di legge.Studiato che egli ebbe le une ed altre instituzionisopra i testi della ragione così civile come canonicanulla curandoqueste che si dicon "materie" da insegnarsi dentro il cinquenniodell'erudizione legalevolle applicarsi ai tribunali; e dal signor donCarlo Antonio de Rosasenatore di somma probità e protettor di sua casafu condotto ad apprendere la pratica del fòro dal signor Fabrizio delVecchioavvocato onestissimoche poi vecchio morì dentro una sommapovertà. Eper fargli apprender meglio la tela giudiziariaportò lasorte che poco dipoi fu mossa lite a suo padre nel Sacro Consigliocommessa al signor don Geronimo Acquavivala quale egli in età di sedicianni da sé la condusse e poi la difese in ruotacon l'assistenza di essosignor Fabrizio del Vecchiocon riportarne la vittoria. La quale dopoaver ragionatane meritò lode dal signor Pier Antonio Ciavarridottissimo giureconsultoconsigliere di quella ruotae nell'uscire neriportò gli abbracci dal signor Francesco Antonio Aquilantevecchioavvocato di quel tribunaleche gli era stato avversario.Ma quindicome da assai molti simili argomentisipuò facilmente intendere che uomini in altre parti del sapere benavviatiin altre si raggirino in miserevoli errori per difetto che nonsono guidati e condotti da una sapienza intiera e che si corrisponda intutte le parti. Imperciocché egligià di mente metafisicatutto il cuilavoro è intendere il vero per generi econ esatte divisioni condottefil filo per le spezie de' generiravvisarlo nelle sue ultime differenzespampinava nelle maniere più corrotte del poetare modernoche con altronon diletta che coi trascorsi e col falso. Nella qual maniera più fuconfermato da ciò: chedal padre Giacomo Lubrano (gesuita d'infinitaerudizione e credito a que' tempi nell'eloquenza sacraquasi da per tuttocorrotta) portatosi il Vico un giorno per riportarne giudizio se essoaveva profittato in poesiali sottopose all'emenda una sua canzone soprala rosala quale sì piacque al padreper altro generoso e gentilechein età grave d'anni ed in somma riputazione salito di grande oratorsacroad un giovanetto che non mai aveva inanzi veduto non ebbe ritegnodi recitare vicendevolmente un suo idillio fatto sopra lo stesso soggetto.Ma il Vico aveva appreso una tal sorta di poesia per un eserciziod'ingegno in opere d'argutezzala quale unicamente diletta col falsomesso in comparsa stravagante che sorprenda la dritta espettazione degliuditori: ondecome farebbe dispiacenza alle gravi e severecosì cagionadiletto alle menti ancor deboli giovanili. Ed in vero sì fatto errorepotrebbe dirsi divertimento poco meno che necessario per gl'ingegni de'giovaniassottigliati di troppo e irrigiditi nello studio dellemetafisichequando dee l'ingegno dare in trascorsi per l'infocato vigordell'età perché non si assideri e si dissecchi affattoe con la moltaseverità del giudiziopropia dell'età maturaprocurata innanzi temponon ardisca appresso mai di far nulla.Andava egli frattanto a perdere la dilicatacomplessione in mal d'eticìaed eran a lui in troppe angustie ridotte lefamigliari fortuneed aveva un ardente desiderio di ozio per seguitare isuoi studie l'animo abborriva grandemente dallo strepito del fòroquando portò la buona occasione chedentro una libreriamonsignorGeronimo Rocca vescovo d'Ischiagiureconsulto chiarissimocome le sueopere il dimostranoebbe con essolui un ragionamento d'intorno al buonmetodo d'insegnare la giurisprudenza. Di che il monsignore restò cosìsoddisfatto che il tentò a volerla andare ad insegnare a' suoi nipoti inun castello del Cilento di bellissimo sito e di perfettissima ariailquale era in signoria di un suo fratellosignor don Domenico Rocca (chepoi sperimentò gentilissimo suo mecenate e che si dilettava parimentedella stessa maniera di poesia)perché l'arebbe dello in tutto pari a'suoi figliuoli trattato (come poi in effetto il trattò)ed ivi dallabuon'aria del paese sarebbe restituito in salute ed arebbe tutto l'agio distudiare. Cosìegli avvenneperché quivi avendo dimorato ben nove annifece il maggiorcorso degli studi suoiprofondando in quello delle leggi e de' canonialquale il portava la sua obbligazione. E in grazia della ragion canonicainoltratosi a studiar de' dogmisi ritruovò poi nel giusto mezzo delladottrina cattolica d'intorno alla materia della graziaparticolarmentecon la lezion del Ricardoteologo sorbonico (che per fortuna si avevaseco portato dalla libreria di suo padre)il quale con un metodogeometrico fa vedere la dottrina di sant'Agostino posta in mezzocome adue estremitra la calvinistica e la pelagiana e alle altre sentenze cheo all'una di queste due o all'altra si avvicinano. La qual disposizioneriuscì a lui efficace a meditar poi un principio di dritto natural dellegentiil quale e fosse comodo a spiegare le origini del dritto romano edogni altro civile gentilesco per quel che riguarda la storiae fosseconforme alla sana dottrina della grazia per quel che ne riguarda lamorale filosofia. Nel medesimo tempo Lorenzo Vallacon l'occasione che daquello sono ripresi in latina eleganza i romani giureconsultiil guidò acoltivare lo studio della lingua latinadandovi incominciamento dalleopere di Cicerone. Mavivendo egli ancora pregiudicato nel poetarefelicemente gli avvenne chein una libreria de' padri minori osservanti di quel castello si prese trale mani un libronel cui fine era una criticanon ben si ricordaoapologia di un epigramma di un valentuomocanonico di ordineMassacognominatodove si ragionava dei numeri poetici maravigliosispezialmente osservati in Virgilio; e fu sorpreso da tanta ammirazione ches'invogliò di studiare sui poeti latinida quel principe facendo capo.Quindicominciandogli a dispiacere la sua maniera di poetar modernasirivolse a coltivare la favella toscana sopra i di lei prìncipiBoccaccionella prosaDante e Petrarca nel verso; e per vicende di giornatestudiava Cicerone o Virgilio overo Orazioappetto il primo di Boccaccioil secondo di Danteil terzo di Petrarcasu questa curiosità di vedernecon integrità di giudizio le differenze. E ne apprese di quanto in tuttie tre la latina favella avvanzava l'italianaleggendo sempre i più coltiscrittori con questo ordine tre volte: la prima per comprenderne l'unitàdei componimentila seconda per veder gli attacchi e 'l séguito dellecosela terzapiù partitamenteper raccôrne le belle forme delconcepire e dello spiegarsile quali esso notava sui libri stessinonportava in luoghi comuni o frasari; la qual pratica stimava condurre assaiper bene usarle ai bisogniove le si ricordava né luoghi loro: che èl'unica ragione del ben concepire e del bene spiegarsi.Quindileggendo nell'Arte d'Orazio che lasuppellettile più doviziosa della poesia ella si proccura con la lezionde' morali filosofiseriosamente applicò alla morale degli antichigrecidandovi principio da quella di Aristotiledi cui più soventifiate su vari princìpi d'instituzioni civili ne aveva letto riferirsi leauttorità. E in sì fatto studio avvertì che la giurisprudenza romanaera un'arte di equità insegnata con innumerabili minuti precetti digiusto naturaleindagati da' giureconsulti dentro le ragioni delle leggie la volontà de' legislatori; ma la scienza del giusto che insegnano imorali filosofiella procede da poche verità eternedettate inmetafisica da una giustizia idealeche nel lavoro delle città tien luogod'architetta e comanda alle due giustizie particolaricommutativa edistributivacome a due fabre divine che misurino le utilità con duemisure eternearitmetica e geometricasì come quelle che sono dueproporzioni in mattematica dimostrate. Onde cominciò a conoscere quantomeno della metà si apprenda la disciplina legale con questo metodo distudi comunal che si osserva. Perciò si dovette esso di nuovo portarealla metafisica; manon soccorrendolo in ciò quella d'Aristotilecheaveva appresa nel Suarezné sapendone veder la cagioneguidato dallasola fama che Platone era il principe de' divini filosofisi condusse astudiarla da essolui; emolto dipoi che vi aveva profittatointese lacagione perché la metafisica d'Aristotile non lo aveva soccorso per glistudi della moralesiccome di nulla soccorse ad Averroeil cui Comentonon fe' più umani e civili gli arabi di quello che erano stati innanzi.Perché la metafisica d'Aristotile conduce a un principio fisicoil qualeè materia dalla quale si educono le forme particolari esìfa Iddio unvasellaio che lavori le cose fuori di sé. Ma la metafisica di Platoneconduce a un principio fisicoche è la idea eterna che da sé educe ecrea la materia medesimacome uno spirito seminale che esso stesso siformi l'uovo: in conformità di questa metafisicafonda una morale soprauna virtù o giustizia ideale o sia architettain conseguenza della qualesi diede a meditare una ideale repubblicaalla quale diede con le sueleggi un dritto pur ideale. Tanto che da quel tempo che il Vico non sisentì soddisfatto della metafisica d'Aristotile per bene intendere lamorale e si sperimentò addottrinare da quella di Platoneincominciò inluisenz'avvertirloa destarsi il pensiero di meditare un diritto idealeeterno che celebrassesi in una città universale nell'idea o disegno dellaprovidenzasopra la quale idea son poi fondate tutte le repubbliche ditutti i tempidi tutte le nazioni: che era quella repubblica ideale chein conseguenza della sua metafisicadoveva meditar Platonemaperl'ignoranza del primo uom cadutonol poté fare.Ad un medesimo tempo le opere filosofiche diCiceronedi Aristotile e di Platonetutte lavorate in ordine a benregolare l'uomo nella civile societàfecero che egli nulla o assai pocosi dilettasse della morale così degli stoici come degli epicureisiccomequelle che entrambe sono una morale di solitari: degli epicureiperchédi sfaccendati chiusi ne' loro orticellidegli stoiciperché dimeditanti che studiavano non sentir passione. E 'l saltoche egli avevadapprima fatto dalla logica alla metafisicafece che 'l Vico poco poicurasse la fisica d'Aristotiledi Epicuro ed ultimamente di Renato DelleCarte; onde si ritrovò disposto a compiacersi della fisica timaicaseguita da Platonela quale vuole il mondo fatto di numerie ad esserrattenuto di disprezzare la fisica stoicache vuole il mondo costar dipuntitralle quali due non è nulla di vario in sostanzacome poi siapplicò a ristabilirla nel libro De antiquissima italorum sapientia; efinalmente a non ricevere né per gioco né con serietà le fisichemeccaniche di Epicuro come di Renatoche sono entrambe di falsaposizione. Peròosservando il Vico così da Aristotile come da Platone usarsi assaisovente pruove mattematiche per dimostrare le cose che ragionano essi infilosofiaegli in ciò si vide difettoso a poter bene intendergli; ondevolle applicarsi alla geometria e inoltrarsi fino alla quinta proposizionedi Euclide. Eriflettendo che in quella dimostrazione si contenevainsomma una congruenza di triangoli esaminata partitamente per ciascunlato ed angolo di triangoloche si dimostra con egual distesa combaciarsicon ciascun lato ed angolo dell'altropruovava in se stesso cosa piùfacile l'intendere quelle minute verità tutte insiemecome in un generemetafisicodi quelle particolari quantità geometriche. E a suo costosperimentò che alle menti già dalla metafisica fatte universali nonriesce agevole quello studio propio degli ingegni minutie lasciò diseguitarlosiccome quello che poneva in ceppi ed angustie la sua mentegià avezza col molto studio di metafisica a spaziarsi nell'infinito de'generi; e con la spessa lezione di oratoridi storici e di poetidilettava l'ingegno di osservare tra lontanissime cose nodi che in qualcheragion comune le stringessero insiemeche sono i bei nastridell'eloquenza che fanno dilettevoli l'acutezze."Talché con ragione gli antichi stimaronostudio propio da applicarvisi i fanciulli quello della geometria e lagiudicarono una logica propia di quella tenera etàche quanto apprendebene i particolari e sa fil filo disporglitanto difficilmente comprendei generi delle cose; ed Aristotile medesimoquantunque esso dal metodousato dalla geometria avesse astratto l'arte sillogisticapur vi convieneove afferma che a' fanciulli debbano insegnarsi le linguel'istorie e lageometriacome materie più propie da esercitarvi la memoriala fantasiae l'ingegno. Quindi si può facilmente intendere con quanto guastoconche coltura della gioventùoggi da taluni nel metodo di studiare siusano due perniziosissime pratiche. La primache a fanciulli appenausciti dalla scuola della gramatica si apre la filosofia sulla logica chesi dice "di Arnaldo"tutta ripiena di severissimi giudizid'intorno a materie riposte di scienze superiori e tutte lontane dal comunsenso volgare; con che si vengono a convellere ne' giovinetti quelle dotidella mente giovanilele quali dovrebbero essere regolate e promosseciascuna da un'arte propiacome la memoria con lo studio delle linguelafantasia con la lezione de' poetistorici ed oratoril'ingegno con lageometria lineareche in un certo modo è una pittura la qualeinvigorisce la memoria col gran numero de' suoi elementiingentilisce lafantasia con le sue delicate figure come con tanti disegni descritti consottilissime lineee fa spedito l'ingegno in dover correrle tuttee tratutte raccoglier quelle che bisognano per dimostrare la grandezza che sidomanda; e tutto ciò per fruttarea tempo di maturo giudiziounasapienza ben parlanteviva ed acuta. Macon tai logichei giovinettitrasportati innanzi tempo alla criticache è tanto dire portati a bengiudicare innanzi di ben apprenderecontro il corso natural dell'ideeche prima apprendonopoi giudicanofinalmente ragionanone diviene lagioventù arida e secca nello spiegarsi esenza far mai nullavuolgiudicar d'ogni cosa. Al contrariose eglino nell'età dell'ingegnocheè la giovanezzas'impiegassero nella topicache è l'arte di ritrovareche è sol privilegio dell'ingegnosi (come il Vicofatto accorto daCiceronevi s'impiegò nella sua)essi apparecchierebbero la materia perpoi ben giudicarepoiché non si giudica bene se non si è conosciuto iltutto della cosae la topica è l'arte in ciascheduna cosa di ritrovaretutto quanto in quella è; e sì anderebbono dalla natura stessa i giovania formarsi e filosofi e ben parlanti. L'altra pratica è che si dànno a'giovanetti gli elementi della scienza delle grandezze col metodoalgebraicoil quale assidera tutto il più rigoglioso delle indoligiovanililor accieca la fantasiaspossa la memoriainfingardiscel'ingegnorallenta l'intendimentole quali quattro cose sononecessarissime per la coltura della miglior umanità: la prima per lapitturascolturaarchitetturamusicapoesia ed eloquenza; la secondaper l'erudizione delle lingue e dell'istorie; la terza per le invenzioni;la quarta per la prudenza. E cotesta algebra sembra un ritrovato arabicodi ridurre i segni naturali delle grandezze a certe cifre a placitoconforme gli arabi i segni de' numeriche appo i greci e latini furono leloro letterele quali appo entrambialmen le grandisono lineegeometriche regolariessi ridussero in dieci minutissime cifre. E sì conl'algebra si affligge l'ingegnoperché non vede se non quel solo che lista innanzi i piedi; sbalordisce la memoriaperchéritruovato ilsecondo segnonon bada più al primo; abbacina la fantasiaperché nonimmagina affatto nulla; distrugge l'intendimentoperché professad'indovinare: talché i giovaniche vi hanno speso molto temponell'usopoi della vita civilecon lor sommo rammarico e pentimentovi siritruovano meno atti. Ondeperché recasse alcuna utilità e non facesseniuno di sì gran dannil'algebra si dovrebbe apprendere per poco temponel fine del corso mattematico ed usarla come facevano i romani de'numeriche nelle immense somme li descrivevano per punti; cosìdoveper ritrovare le grandezze che si domandanosi avesse a durare unadisperata fatica col nostro umano intendimento per la sinteticaalloracorressimo all'oracolo dell'analitica. Perchéper quanto appartiene aben ragionare con questa spezie di metodomeglio è farne l'abito conl'analitica metafisicae in ogni quistione si vada a prendere il veronell'infinito dell'enteindi per gli generi della sostanza gradatamentesi vada rimovendo ciò che la cosa non è per tutte le spezie de' generifinché si giunga all'ultima differenzache costituisca l'essenza dellacosa che si desidera di sapere."Oraricevendoci al proposito - scoverto che egliebbe tutto l'arcano del metodo geometrico contenersi in ciò: di primadiffinire le voci con le quali s'abbia a ragionare; dipoi stabilire alcunemassime comuninelle quali colui con chi si ragiona vi convenga;finalmentese bisognadimandare discretamente cosa che per natura sipossa concedereaffin di poter uscire i ragionamentiche senza unaqualche posizione non verrebbero a capo; e con questi princìpi da veritàpiù semplici dimostrate procedere fil filo alle più compostee lecomposte non affermare se non prima si esaminino partitamente le parti chele compongono- stimò soltanto utile aver conosciuto come procedano ne'loro ragionamenti i geometriperchése mai a lui bisognasse alcunavolta quella maniera di ragionareil sapesse; come poi severamente l'usònell'opera De universi iuris uno principiola quale il signor GiovanClerico ha giudicato "esser tessuta con uno stretto metodomattematico"come a suo luogo si narrerà.Orper sapere ordinatamente i progressi del Viconelle filosofiefa qui bisogno ritornare alquanto indietro: cheneltempo nel quale egli partì da Napolisi era cominciata a coltivare lafilosofia d'Epicuro sopra Pier Gassendie due anni doppo ebbe novella chela gioventù a tutta voga si era data a celebrarla; onde in lui si destòvoglia d'intenderla sopra Lucrezio. Nella cui lezione conobbe che Epicuroperché niegava la mente esser d'altro genere di sostanza che 'l corpoper difetto di buona metafisica rimasto di mente limitatadovette porreprincipio di filosofia il corpo già formato e diviso in parti moltiformiultime composte di altre partile qualiper difetto di vuotointerspersovifìnselesi indivisibili: ch'è una filosofia da soddisfarele menti corte de' fanciulli e le deboli delle donnicciuole. E quantunqueegli non sapesse né meno di geometriacon tutto ciò con un buonoordinato séguito di conseguenze vi fabbrica sopra una fisica meccanicauna metafisica tutta del sensoquale sarebbe appunto quella di GiovanniLockee una morale del piacerebuona per uomini che debbon vivere insolitudinecome in effetto egli ordinò a coloro che professassero la suasetta; eper fargli il suo meritocon quanto diletto il Vico vedevaspiegarsi da quello le forme della natura corporeacon altrettanto o risoo compatimento il vedeva posto nella dura necessità di dare in milleinezie e sciocchezze per ispiegare le guise come operi la mente umana.Onde questo solo servì a lui di gran motivo di confermarsi vie più ne'dogmi di Platoneil quale da essa forma della nostra mente umanasenzaipotesi alcunastabilisce per principio delle cose tutte l'idea eternasulla scienza e coscienza che abbiamo di noi medesimi. Ché nella nostramente sono certe eterne verità che non possiamo sconoscere o riniegareein conseguenza che non sono da noi; ma del rimanente sentiamo in noi unalibertà di fareintendendotutte le cose che han dipendenza dal corpoe perciò le facciamo in tempocioè quando vogliamo applicarvie tuttein conoscendo le facciamoe tutte le conteniamo dentro di noi: come leimmagini con la fantasia; le reminiscenze con la memoria; con l'appetitole passioni; gli odorii saporii colorii suonii tatti co' sensi; etutte queste cose le conteniamo dentro di noi. Ma per le verità eterneche non sono da noi e non hanno dipendenza dal corpo nostrodobbiamointendere essere principio delle cose tutte una idea eterna tutta sceverada corpoche nella sua cognizioneove vogliacrea tutte le cose intempo e le contiene dentro di sé e contenendolele sostiene. Dal qualprincipio di filosofia stabiliscein metafisicale sostanze astratteaver più di realità che le corpolente; ne deriva una morale tutta bendisposta per la civiltàonde la scuola di Socratee per sé e per glisuoi successoridiede i maggiori lumi della Grecia in entrambe le artidella pace e della guerrae applaudisce alla fisica timaicacioè diPitagorache vuole il mondo costar di numeriche sono in un certo modopiù astratti de' punti metafisicine' quali diede Zenone per ispiegarvisopra le cose della naturacome poi il Vico nella sua Metafisica ildimostraper quel che appresso se ne dirà.A capo di altro poco tempo seppe egli ch'era salitain pregio la fisica sperimentaleper cui si gridava da per tutto RobertoBoyle; la quale quanto egli giudicava esser profittevole per la medicina eper la spargiricatanto esso la volle da sé lontanatra perché nullaconferiva alla filosofia dell'uomo e perché si doveva spiegare conmaniere barbareed egli principalmente attendeva allo studio delle leggiromanei cui principali fondamenti sono la filosofia degli umani costumie la scienza della lingua e del governo romanoche unicamente si apprendesui latini scrittori. Versoil fine della sua solitudineche ben nove anni duròebbe notizia averoscurato la fama di tutte le passate la fisica di Renato Delle Cartetalché s'infiammò di averne contezza; quando per un grazioso ingannoegli ne aveva avute di già le notizieperché esso dalla libreria di suopadre tra gli altri libri ne portò via seco la Filosofia naturale diErrico Regiosotto la cui maschera il Cartesio l'aveva incominciata apubblicare in Utrecht. E dopo il Lucrezio avendo preso il Regio astudiarefilosofo di profession medicoche mostrava non aver altraerudizione che di mattematicail credette uomo non meno ignaro dimetafisica di quello ch'era stato Epicuroche di mattematica non vollegià mai sapere. Poiché egli pone in natura un principio pur di falsaposizione - il corpo già formato- che soltanto differisce da quel diEpicuroche quello ferma la divisibilità del corpo negli atomiquestofa i suoi tre elementi divisibili all'infinito; quello pone il moto nelvanoquesto nel pieno; quello incomincia a formare i suoi infiniti mondida una casuale declinazion di atomi dal moto allo ingiù del propio lorpeso e gravitàquesto incomincia a formare i suoi indefiniti vortici daun impeto impresso a un pezzo di materia inerte e quindi non divisaancorala quale con l'impresso moto la divida in quadrellieimpeditadalla sua molemetta in necessità di sforzarsi a muovere a moto rettoenon potendo per lo suo pienoincomincine' suoi quadrelli divisaamuoversi circa il suo centro di ciascun quadrello. Ondecome dallacasuale declinazione de' suoi atomi Epicuro permette il mondo alladiscrezione del casocosìdalla necessità di sforzarsi al moto retto iprimi corpicelli di Renatoal Vico sembrava che tal sistema sarebbecomodo a coloro che soggettano il mondo al fato. E di tal suo giudizioegli si rallegrò in tempo appressochericevutosi in Napolie risaputoche la fisica del Regio era di Renatosi erano cominciate a coltivare leMeditazioni metafisiche del medesimo. Perché Renatoambiziosissimo digloriasì come - con la sua fisica machinata sopra un disegno simile aquella di Epicurofatta comparire la prima volta sulle cattedre di unacelebratissima università di Europaqual è quella di Utrechtda unfisico medico - affettò farsi celebre tra professori di medicina; cosìpoi disegnò alquante prime linee di metafisica alla maniera di Platone -ove s'industria di stabilire due generi di sostanzeuna distesaaltraintelligenteper dimostrare un agente sopra la materia che materia nonsiaqual egli è 'l "dio" di Platone - per avere un giorno ilregno anche tra i chiostrine' quali era stata introdotta fin dal secoloundecimo la metafisica d'Aristotile. Chéquantunqueper quello chequesto filosofo vi conferì del suoella avesse servito innanzi agli empiaverroistiperòessendone la pianta quella di Platonefacilmente lareligion cristiana la piegò a' sensi pii del di lui Maestroondecomeella resse da principio con la platonica sino all'undecimo secolocosìindi in poi ha retto con la metafisica aristotelica. Einfattisulmaggior fervore che si celebrava la fisica cartesianail Vicoricevutosiin Napoliudillo spesse volte dire dal signor Gregorio Calopresogranfilosofo renatistaa cui il Vico fu molto caro. Manell'unità delle suepartidi nulla costa in un sistema la filosofia di Renatoperché allasua fisica converrebbe una metafisica che stabilisse un solo genere disostanza corporeaoperantecome si è dettoper necessitàcome aquella di Epicuro un sol genere di sostanza corporeaoperante a caso;siccome in ciò ben conviene Renato con Epicuroche tutte le infinitevarie forme de' corpi sono modificazioni della sostanza corporeache insostanza son nulla. Né la sua metafisica fruttò punto alcuna moralecomoda alla cristiana religioneperchénon solo non la compongono lepoche cose che egli sparsamente ne ha scrittoe 'l trattato dellePassioni più serve alla medicina che alla morale; ma neanche il padreMalebranche vi seppe lavorare sopra un sistema di moral cristianaed iPensieri del Pascale sono pur lumi sparsi. Né dalla sua metafisica esceuna logica propiaperché Arnaldo lavora la sua sulla pianta di quella diAristotile. Né meno serve alla stessa medicinaperché l'uom di Renatodagli anatomici non si ritruova in naturatanto chea petto di quella diRenatopiù regge in un sistema la filosofia d'Epicuroche non seppenulla di mattematica. Per queste ragioni tuttele quali avvertì il Vicoegli appresso molto godeva con esso seco che quanto con la lezion diLucrezio si fe' più dalla parte della metafisica platonicatanto conquella del Regio più vi si confermò.Queste fisiche erano al Vico come divertimenti dallemeditazioni severe sopra i metafisici platonici e servivangli perispaziarvi la fantasia negli usi di poetarein che si esercitava soventecon lavorar canzonidurando ancora il primo abito di comporre in italianafavellama sull'avvedimento di derivarvi idee luminose latine con lacondotta de' migliori poeti toscani. Come sul panegirico tessuto a PompeoMagno da Cicerone nell'orazion della legge Maniliadella quale non vi hain tal genere orazione più grave in tutta la lingua latinaegliadimitazione delle "tre sorelle" del Petrarcaordì unpanegiricodiviso in tre canzoniIn lode dell'elettor Massimiliano diBavierale quali vanno nella Scelta de' poeti italiani del signor Lippistampata in Lucca l'anno 1709. Ed in quella del signor Acampora de' Poetinapoletanistampata in Napoli l'anno 1701va un'altra canzone nellenozze della signora donna Ippolita Cantelmi de' duchi di Popoli con donVincenzo Carafa duca di Bruzzano ed or principe di Roccella; la quale essocompose sul confronto del leggiadrissimo carme di Catullo Vesper adestilquale poi leggé aver imitato innanzi Torquato Tasso con una pur canzonein simigliante subiettoe 'l Vico godé non averne prima avuto contezzatra per la riverenza di un tale e tanto poetae perchéove avessesaputo che era stato già prevenutonon arebbe osato né goduto dilavorarla. Oltre a questesull'idea dell'"anno massimo" diPlatonesopra la quale aveva steso Virgilio la dottissima eclogaSicelides musaecompose il Vico un'altra canzone nelle nozze del signorduca di Baviera con Teresa real di Poloniala quale va nel primo tomodella Scelta de' poeti napoletani del signor Albanostampata in Napolil'anno 1723. Conquesta dottrina e con questa erudizione il Vico si ricevé in Napoli comeforestiero nella sua patriae vi ritruovò sul più bello celebrarsidagli uomini letterati di conto la fisica di Renato. Quella di Aristotilee per sé e molto più per le alterazioni eccessive degli scolasticieragià divenuta una favola. La metafisica - che nel Cinquecento avevaallogato nell'ordine più sublime della letteratura i Marsili FiciniiPici della Mirandolaamendue gli Augustini e Nifo e Steuchioi GiacopiMazzonigli Alessandri Piccolominii Mattei Acquavivii FranceschiPatrizied avea tanto conferito alla poesiaalla storiaall'eloquenzache tutta Grecianel tempo che fu più dotta e ben parlantesembravaessere in Italia risurta - era ella riputata degna da star racchiusa ne'chiostri; e di Platone soltanto si arrecava alcun luogo in uso dellapoesiao per ostentare un'erudizion da memoria. Si condannava la logicascolasticae si appruovava riporsi in di lei luogo gli Elementi diEuclide. La medicinaper le spesse mutazioni de' sistemi di fisicaeradecaduta nello scetticismoed i medici avevano incominciato a stare sull'acatalepsiao sia incomprendevolità del vero circa la natura dei morbie sospendersisull'epoca o sia sostentazion dell'assenso a darne i giudizi e adoperarviefficaci rimedi; e la galenicala qualecoltivata innanzi con lafilosofia greca e con la greca linguaaveva dato tanti mediciincomparabiliper la grande ignoranza dei suoi seguaci di questi tempiera andata in un sommo disprezzo. Gl'interpetri antichi della ragioncivile erano caduti dall'alta loro riputazione nell'accademiae salitivigli eruditi moderni con molto danno del fòro; perché quanto questi sononecessari per la critica delle leggi romanealtrettanto quelli bisognanoper la topica legale nelle cause di dubbia equità. Il dottissimo signordon Carlo Buragna aveva riportata la maniera lodevole del poetare; mal'aveva ristretta in troppe angustie dentro l'imitazione di Giovanni dellaCasanon derivando nulla o di delicato o di robusto da' fonti greci olatini o da' limpidi ruscelli delle rime del Petrarca o da' gran torrentidelle canzoni di Dante. L'eruditissimo signor Lionardo da Capova avevarimessa la buona favella toscana in prosavestita tutta di grazia e dileggiadria; ma con queste virtù non udivasi orazione o animata dallasapienza greca nel maneggiare i costumi o invigorita dalla grandezzaromana in commuover gli affetti. Efinalmenteil latinissimo signorTomaso Cornelio co' suoi purissimi Proginnasmi aveva più tosto sbigottitigl'ingegni de' giovani che avvalorati a coltivar la lingua latina inappresso. Talchéper tutte queste coseil Vico benedisse non aver luiavuto maestro nelle cui parole avesse egli giuratoe ringraziò quelleselvefralle qualidal suo buon genio guidatoaveva fatto il maggiorcorso dei suoi studi senza niun affetto di settae non nella cittànella qualecome moda di vestisi cangiava ogni due o tre anni gusto dilettere. E dal comune traccuramento della buona prosa latina si determinòa maggiormente coltivarla. Ed avendo saputo che 'l Cornelio non era valutoin lingua grecané curato aveva la toscana e nulla o pochissimo si eradilettato di critica - forse perché avvertito aveva che i poliglottiperla moltiplicità delle lingue che sannonon ne usano mai unaperfettamentee i critici non consieguono le virtù delle lingueperchésempre mai si trattengono a notare i difetti sopra gli scrittori - il Vicodeliberò abbandonare la grecain cui si era avvanzato dai Rudimenti delGresseroche aveva appreso nella seconda de' gesuitie la toscanafavella (per la qual ragione non volle mai pur sapere la francesa)etutto confermarsi nella latina. Ed avendo egli osservato altresì che conuscire alla luce i lessici e i comenti la lingua latina andò indecadenzasi risolvé non prender mai più tal sorta di libri tra lemaniriserbandosi il solo Nomenclatore di Giunio per l'intelligenza dellevoci delle artie leggere gli auttori latini schietti di notecon unacritica filosofica entrando nel di loro spiritosiccome avevan fatto gliscrittori latini del Cinquecentotra' quali ammirava il Giovio per lafacondia e 'l Naugero per la delicatezzada quel poco che ne lasciò eper lo di lui gusto troppo elegantene fa sospirare la gran perdita chesi è fatta della sua Storia.Per queste ragioni il Vico non solo viveva dastraniero nella sua patriama anche sconosciuto. Non per tanto ch'egliera di questi sensidi queste pratiche solitarienon venerava da lontanocome numi della sapienza gli uomini vecchi accreditati in iscienza dilettere e ne invidiava con onesto cruccio ad altri giovani la ventura diconversarvi. Econ questa disposizioneche è necessaria alla gioventùper più profittaree non sul detto de' maestri o maliziosi o ignorantirestare per tutta la vita soddisfatti di un sapere a gusto ed a misura dialtruivenne egli primieramente in notizia a due uomini di conto. Ilprimo fu il padre don Gaetano di Andrea teatinoche poi morì santissimovescovofratello de' signori Francesco e Gennaioentrambi di immortalnome; il quale in un ragionamento che dentro una libreria con essoluitenne il Vico di storia di collezioni di canonili domandò se essoavesse menato moglie. Erispondendogli il Vico che noquello soggiunse:se egli si volesse far teatino; a cui questo rispondendo che esso nonaveva natali nobiliquello replicò che ciò nulla importerebbeperchéesso ne arebbe ottenuta dispensa da Roma. Quivedendosi il Vico obbligatoda tanta onoranza del padreuscì colà che aveva parenti poveri evecchiprivi di ogni altra speranza; e pure replicando il padre che gliuomini di lettere erano piuttosto di peso che di utilità alle famiglieil Vico conchiuse che forse in esso avverrebbe il contrario. Allora ilpadre finì con dire: - Non è questa la vostra vocazione -. L'altro fu ilsignor don Giuseppe Lucinauomo di una immensa erudizione grecalatina etoscana in tutte le spezie del sapere umano e divinoil qualeavendosperimentato il giovine quanto valessesi doleva gentilmente che non sene facesse alcun buon uso nella cittàquando a lui si offerse una bellaoccasione di promuoverlo: che 'l signor don Niccolò Caravitaperacutezza d'ingegnoper severità di giudizio e per purità di toscanostile avvocato primario de' tribunali e gran favoreggiatore de' letterativolle fare una raccolta di componimenti in lode del signor conte diSantostefanoviceré di Napolinella di lui dipartenzala quale fu laprima che uscì in Napoli nella nostra memoriae dentro le angustie dipochi giorni doveva ella essere già stampata. Qui il Lucinail quale eraappo tutti di somma autoritàproposegli il Vico per l'orazione chebisognava andare innanzi agli altri componimentiericevuto da quellol'impiegoil portò a essoluimostrandogli l'opportunità di venire congrado in cognizion di un protettor delle letterecome esso lo sperimentògrandissimo suodella qual cosa era esso giovane per se stessodesiderosissimo. E sìperché aveva rinnonziato alle cose toscanelavorò per quella raccolta una orazion latina sulle stampe medesime diGiuseppe Rosellil'anno 1696. Quindi egli cominciò a salire in grido diletteratoe tra gli altri il signor Gregorio Calopresosopra da noi cononor mentovatocome fu detto di Epicuroil soleva chiamare l'"autodidascalo"o sia il maestro di se medesimo. Dipoi nelle Pompe funerali di donnaCaterina d'Aragonamadre del signor duca di Medinaceliviceré diNapolinelle quali l'eruditissimo signor Carlo Rossi la grecadonEmmanuel Cicatellicelebre orator sacrola italianail Vico scrisse l'orazionlatinache va con gli altri componimenti in un libro in foglio stampatol'anno 1697. Pocodopoiessendo vacata la cattedra della rettorica per morte delprofessoredi rendita non più che di cento scudi annuicon l'aggiuntadi altra minor incerta somma che si ritragge dai diritti delle fedi con lequali tal professore abilita gli studenti allo studio legale; detto dalsignor Caravita che egli illico vi concorresseed esso ricusando perchéun'altra pretenzioneche pochi mesi innanzi esso aveva fattadisegretario della cittàgli era infelicemente riuscita; il signor donNicolòavendolo gentilmente ripreso come uomo di poco spirito (sì comeinfatti lo è d'intorno alle cose che riguardano le utilità)li disseche egli attendesse solamente a farvi la lezioneperché esso ne farebbela pretenzione. Così il Vico vi concorse con una lezione di un'ora soprale prime righe di Fabio Quintiliano nel lunghissimo capo De statibuscaussarum contenendosi dentro l'etimologia e la distinzion dello"stato"ripiena di greca e latina erudizione e critica; per laquale meritò ottenerla con un numero abbondante di voti.Frattanto il signor duca di Medinaceli viceré avevarestituito in Napoli il lustro delle buone letterenon mai più vedutofin da' tempi di Alfonso di Aragonacon un'accademia per sua erudizionedel fior fiore de' letterati propostagli da don Federico Pappacodacavalliere napoletano di buon gusto di lettere e grande estimatore de'letteratie da don Nicolò Caravita; ondeperché era cominciata asalire appo l'ordine de' nobili in somma riputazione la più coltaletteraturail Vicospintovi di più dall'onore di essere stato tra taliaccademici annoveratotutto applicossi a professare umane lettere.Quindi è che la fortuna si dice esser amica de'giovaniperché eleggono la lor sorta della vita sopra quelle arti oprofessioni che fioriscono nella loro gioventù; mail mondo di suanatura d'anni in anni cangiando gustisi ritruovan poivecchivalorosidi quel sapere che non più piace e 'n conseguenza non frutta più.Imperciocché ad un tratto si fa un gran rivolgimento di cose letterariein Napolichequando si credevano dovervisi per lunga età ristabiliretutte le lettere migliori del Cinquecentocon la dipartenza del ducaviceré vi surse un altro ordine di cose da mandarle tutte in brievissimotempo in rovina contro ogni aspettazione; ché que' valenti letteratiiquali due o tre anni avanti dicevano che le metafisiche dovevano starchiuse ne' chiostripresero essi a tutta voga a coltivarlenon giàsopra i Platoni e i Plotini coi Marsilionde nel Cinquecento fruttaronotanti gran letteratima sopra le Meditazioni di Renato Delle Cartedellequali è séguito il suo libro Del metodoin cui egli disappruova glistudi delle linguedegli oratoridegli storici e de' poetie ponendo susolamente la sua metafisicafisica e mattematicariduce la letteraturaal sapere degli arabii quali in tutte e tre queste parti n'ebberodottissimicome gli Averroi in metafisica e tanti famosi astronomi emedici che ne hanno nell'una e nell'altra scienza lasciate anche le vocinecessarie a spiegarvisi. Quindi ai quantunque dotti e grandi ingegniperché si eran prima tutti e lungo tempo occupati in fisichecorpuscolariin esperienze ed in macchinedovettero le Meditazioni diRenato sembrar astrusissimeperché potessero ritrar da' sensi le mentiper meditarvi; onde l'elogio di gran filosofo era: - Costui intende leMeditazioni di Renato. - E in questi tempipraticando spesso il Vico e 'lsignor don Paolo Doria dal signor Caravitala cui casa era ridotto diuomini di letterequesto egualmente gran cavalliere e filosofo fu ilprimo con cui il Vico poté cominciare a ragionar di metafisica; e ciòche il Doria ammirava di sublimegrande e nuovo in Renatoil Vicoavvertiva che era vecchio e volgar tra' platonici. Ma da' ragionamenti delDoria egli vi osservava una mente che spesso balenava lumi sfolgoranti diplatonica divinitàonde da quel tempo restaron congionti in una fida esignorile amicizia. Finoa questi tempi il Vico ammirava due soli sopra tutti gli altri dottichefurono Platone e Tacito; perché con una mente metafisica incomparabileTacito contempla l'uomo qual èPlatone qual dee essere; e come Platonecon quella scienza universale si diffonde in tutte le parti dell'onestàche compiono l'uom sapiente d'ideacosì Tacito discende a tutti iconsigli dell'utilitàperché tra gl'infiniti irregolari eventi dellamalizia e della fortuna si conduca a bene l'uom sapiente di pratica. El'ammirazione con tal aspetto di questi due grandi auttori era nel Vico unabbozzo di quel disegno sul quale egli poi lavorò una storia idealeeterna sulla quale corresse la storia universale di tutti i tempiconducendovisopra certe eterne propietà delle cose civilisurgimentistatidecadenze di tutte le nazionionde se ne formasse il sapienteinsieme e di sapienza ripostaqual è quel di Platonee di sapienzavolgarequal è quello di Tacito. Quando finalmente venne a lui innotizia Francesco Bacone signor di Verulamiouomo ugualmented'incomparabile sapienza e volgare e ripostasiccome quello che fuinsieme insieme un uomo universale in dottrina ed in praticacome rarofilosofo e gran ministro di stato dell'Inghilterra. Elasciando da partestare gli altri suoi librinelle cui materie ebbe forse pari e miglioriin quelli De augumentis scientiarum l'apprese tanto checome Platone èil principe del sapere de' greci e un Tacito non hanno i grecicosì unBacone manca ed a' latini ed a' greci; che un sol uom vedesse quanto vimanchi nel mondo delle lettere che si dovrebbe ritruovare e promuovereedin ciò che vi hadi quanti e quali difetti sia egli necessarioemendarsi; né per affezione o di particolar professione o di propiasettaa riserva di poche cose che offendono la cattolica religionefaccia a tutte le scienze giustiziae a tutte col consiglio che ciascunaconferisca del suo nella somma che costitovisce l'universal repubblicadelle lettere. Epropostisi il Vico questi tre singolari auttori dasempre avergli avanti gli occhi nel meditare e nello scriverecosì andòdirozzando i suoi lavori d'ingegnoche poi portarono l'ultima opera Deuniversi iuris uno principioecc.Imperciocché egli nelle sue orazioni fattenell'aperture degli studi nella regia università usò sempre la praticadi proporre universali argomentiscesi dalla metafisica in uso dellacivile; e con questo aspetto trattò o de' fini degli studicome nelleprime seio del metodo di studiarecome nella seconda parte della sestae nell'intiera settima. Le prime tre trattano principalmente de' finiconvenevoli alla natura umanale due altre principalmente de' finipoliticila sesta del fine cristiano.La primarecitata li diciotto di ottobre 1699propone che coltiviamo la forza della nostra mente divina in tutte le suefacoltàsu questo argomento: Suam ipsius cognitionem ad omnemdoctrinarum orbem brevi absolvendum maximo cuique esse incitamento. Epruova la mente umana in via di proporzione esser il dio dell'uomocomeIddio è la mente del tutto; dimostra le meraviglie della facoltà dellamente partitamenteo sieno sensi o fantasia o memoria o ingegno oraziociniocome operino con divine forze di speditezzafacilità edefficacia e ad un medesimo tempo diversissime cose e moltissime; che ifanciullivacui di pravi affetti e di vizidi tre o quattro annitrastullando si ritruovano aver già appresi gl'intieri lessici delle lorolingue native; che Socrate non tanto richiamò la morale filosofia dalcieloquanto esso v'innalzò l'animo nostroe coloro i quali con leinvenzioni furono sollevati in ciel tra gli dèiquelli sono l'ingegno diciascuno di noi; che sia meraviglia esservi tanti ignorantiquandocomeil fumo agli occhila puzza al nasocosì sia contrario alla mente ilnon saperel'esser ingannatoil prender erroreonde sia da sommamentevituperarsi la negligenza; che non siamo dottissimi in tuttounicamenteperché non vogliamo esserloquandocol sol volere efficacetrasportatida estrofacciamo cose chedopo fattel'ammiriamo come non da noi mafatte da un dio. Eperciò conchiude chese in pochi anni un giovanetto non ha corso tuttol'orbe delle scienzesia egli avvenuto o perché egli non ha volutoose ha volutosia provvenuto per difetto de' maestri o di buon ordine distudiare o di fine degli studialtrove collocato che di coltivare unaspecie di divinità dell'animo nostro. La seconda orazionerecitatal'anno 1700contiene che informiamo l'animo delle virtù in conseguenzadelle verità della mentesopra questo argomento: Hostem hostiinfensiorem infestioremque quam stultum sibi esse neminem. E fa vederequesto universo una gran cittànella quale con una legge eterna Iddiocondanna gli stolti a fare una guerra contro di se medesimicosìconcepita: "Eius legis tot sunt digito omnipotenti perscripta capitaquot sunt rerum omnium naturae. Caput de homine recitemus. Homo mortalicorporeaeterno animo esto. Ad duas resverum honestumquesive adeomihi uninascitor. Mens verum falsumque dignoscito. Sensus menti neimponunto. Ratio vitae auspiciumductum imperiumque habeto. Cupiditatesrationi parento... Bonis animi artibus laudem sibi parato. Virtute etconstantia humanam felicitatem indipiscitor. Si quis stultussive permalam malitiam sive per luxum sive per ignaviam sive adeo per imprudentiamsecus faxitperduellionis reus ipse secum bellum gerito"e videscrive tragicamente la guerra. Dal qual luogo si vede apertamente cheegli agitava fin da questo tempo nell'animo l'argomentoche poi trattòdel Diritto universale. L'orazionterzarecitata l'anno 1701è una come appendice pratica delle dueinnanzisopra questo argomento: A litteraria societate omnem malamfraudem abesse oporteresi vos vera non simulatasolida non vanaeruditione ornari studeatis. E dimostra che nella repubblica letterariabisogna vivere con giustiziae si condannano i critici a compiacenzacheesiggono con iniquità i tributi di questo erariogli ostinati dellesètteche impediscono accrescersi l'erariogl'impostoriche fraudanole loro contribuzioni all'erario delle lettere.La quarta orazionerecitata l'anno 1704proponequesto argomento: Si quis ex litterarum studiis maximas utilitates easquesemper cum honestate coniunctas percipere velitis gloriae sive communibono erudiatur. Ella è contra i falsi dotti che studiano per la solautilitàper la quale proccurano più di parere che di esser talieconseguita l'utilità propostasis'infingardiscono ed usano pessime artiper durare in oppinione di dotti. Aveva il Vico già recitata la metà diquesto ragionamentoquando venne il signor don Felice Lanzina Ulloapresidente del Sacro Consiglioil Catone de' ministri spagnuoliin onordi cui egli con molto spirito diede altro torno e più brieve al giàdetto e attaccollo con ciò che restava a dire. Per una cui simile vivezzad'ingegnoche usò in lingua italiana Clemente undecimoquando egli eraabatenell'accademia degli Umoristi in onore del cardinale d'Etrésuoprotettorecominciò appo Innocenzo decimosecondo le sue fortuneche ilportarono al sommo ponteficato.Nella quinta orazionerecitata l'anno 1705proponsi: Respublicas tum maxime belli gloria inclytas et rerum imperiopotentesquum maxime litteris floruerunt. E si pruova vigorosamente conbuone ragionie poi si conferma con questa perpetua successione diesempli. Nell'Assiria sursero i caldeiprimi dotti del mondoe vi sistabilì la prima gran monarchia. Quando sfoggiò la Grecia più che intutti i tempi innanzi in saperela monarchia di Persia si rovesciò daAlessandro. Roma stabilì l'imperio del mondo sulle rovine di Cartaginesotto Scipioneche seppe tanto di filosofiadi eloquenza e di poesiaquanto il dimostrano le inimitabili commedie di Terenziole quali egliinsiem col suo amico Lelio lavoròestimandole indegne di uscire sottoil suo gran nomele fece pubblicare sotto quel di cui vannoche vidovette alcuna cosa contribuire del suo. Certamente la monarchia romana sifermò sotto Augustonel cui tempo risplendé in Roma tutta la sapienzadi Grecia con lo splendore della lingua romana. Il più luminoso regnod'Italia sfolgorò sotto Teodorico col consiglio de' Cassiodori. In CarloMagno risurse l'imperio romano in Germaniaperché le letteregiàaffatto morte nelle corti reali d'Occidentericominciarono a surgerenella sua con gli Alcuini. Omero fece Alessandroil quale tutto ardeva diconformarsi in valore all'essemplo di Achillee Giulio Cesare si destòalle grandi imprese sull'essemplo di esso Alessandro; talché questi duegran capitanide' quali niuno ardì diffinire la maggioranzasonoscolari d'un eroe d'Omero. Due cardinalientrambi grandissimi filosofi eteologied unodi piùgrande orator sacroSimenes e Riscegliùquello descrisse la pianta della monarchia di Spagnaquesto quella diFrancia. Il Turco ha fondato un grand'imperio sulla barbariema colconsiglio di un Sergiodotto ed empio monaco cristianoche allo stupidoMaometto diede la legge sopra la quale il fondasse; ementre i grecidall'Asia incominciando e poi dapertuttoerano andati nella barbariegliarabi coltivarono le metafisichele mattematichele astronomielemedicinee con questo sapere di dottiquantunque non della più coltaumanitàdestarono a una somma gloria di conquiste gli Almanzorri tuttibarbari e fierie servirono a stabilire al Turco un imperio nel qualefossero vietate tutte le lettere; il quale peròse non fosse per gliperfidi cristiani prima greci e poi latiniche han loro somministrato ditempo in tempo le arti e i consigli della guerrasarebbe il loro vastoimperio da se medesimo rovinato.Nella orazion sestarecitata l'anno 1707trattaquest'argomento mescolato di fine degli studi e di ordine di studiare:Corruptae hominum naturae cognitio ad universum ingenuarum artiumscientiarumque absolvendum orbem invitat incitatqueac rectumfacilem acperpetuum in iis perdiscendis ordinem proponit exponitque. Qui egli faentrar gli uditori in una meditazion di se medesimiche l'uomo in penadel peccato è diviso dall'uomo con la linguacon la mente e col cuore:con la linguache spesso non soccorre e spesso tradisce l'idee per lequali l'uomo vorrebbe e non può unirsi con l'uomo; con la menteper lavarietà delle opinioni nate dalla diversità de' gusti de' sensine'quali uom non conviene con altr'uomo; e finalmente col cuoreper loqualecorrottonemmeno l'uniformità de' vizi concilia l'uomo conl'uomo. Onde pruova che la pena della nostra corruzione si debba emendarecon la virtùcon la scienzacon l'eloquenzaper le quali tre coseunicamente l'uomo sente lo stesso che altr'uomo. E ciòper quellos'attiene al fine degli studi. Per quello riguarda l'ordine di studiarepruova chesiccome le lingue furono il più potente mezzo di fermarel'umana societàcosì dalle lingue deono incominciarsi gli studipoiché elle tutte s'attengono alla memorianella quale vale mirabilmentela fanciullezza. L'età de' fanciullidebole di raziocinionon con altrosi regola che con gli essempliche devono apprendersi con vivezza difantasia per commuoverenella quale la fanciullezza è meravigliosa;quindi i fanciulli si devono trattenere nella lezion della storia cosìfavolosa come vera. È ragionevole la età de' fanciullima non hamateria di ragionare: s'addestrino all'arte del buon raziocinio nellescienze delle misureche vogliono memoria e fantasia einsieme insiemespossan loro la corpolenta facoltà dell'immaginativacherobustaè lamadre di tutti i nostri errori e miserie. Nella prima gioventùprevagliono i sensi e ne trascinano la mente pura: si applichino allefisicheche portano alla contemplazione dell'universo de' corpi ed hanbisogno delle mattematiche per la scienza del sistema mondano. Quindidalle vaste idee corpolente fisiche e dalle delicate delle linee e de'numeri si dispongano ad intendere l'infinito astratto in metafisica con lascienza dell'ente e dell'unonella quale conoscendo i giovani la lormentesi dispongano a ravvisare il loro animoe in séguito di eterneverità il vedan corrottoper potersi disporre ad emendarlo naturalmentecon la morale in età che già han fatto alcuna sperienza quanto malconducano le passionile quali sono in fanciullezza violentissime. Ed oveconoscano che naturalmente la morale pagana non basti perché ammansisca edomi la filautia o sia l'amor propioed avendo in metafisica sperimentatointender essi più certo l'infinito che il finitola mente che 'l corpoIddio che l'uomoil quale non sa le guise come esso si muovacome sentacome conoscasi dispongano con l'intelletto umiliato a ricevere larivelata teologiain conseguenza di cui discendano alla cristiana moraleecosì purgatisi portino finalmente alla cristiana giurisprudenza.Fin dal tempo della prima orazione che si èrapportatae per quella e per tutte l'altre seguentie più di tutte perquest'ultimaapertamente si vede che 'l Vico agitava un qualche argomentoe nuovo e grande nell'animoche in un principio unisse egli tutto ilsapere umano e divino; ma tutti questi da lui trattati n'eran troppolontani. Ond'egli godé non aver dato alla luce queste orazioniperchéstimò non doversi gravare di più libri la repubblica delle letterelaquale per la tanta lor mole non reggee solamente dovervi portare inmezzo libri d'importanti discoverte e di utilissimi ritrovati. Manell'anno 1708avendo la regia università determinato fare un'aperturadi studi pubblica solenne e dedicarla al re con un'orazione da dirsi allapresenza del cardinal Grimani viceré di Napolie che perciò si dovevadare alle stampevenne felicemente fatto al Vico di meditare un argomentoche portasse alcuna nuova scoverta ed utile al mondo delle letterechesarebbe stato un desiderio degno da esser noverato tra gli altri delBacone nel suo Nuovo organo delle scienze. Egli si raggira d'intorno a'vantaggi e disvantaggi della maniera di studiare nostramessa alconfronto di quella degli antichi in tutte le spezie del saperee qualisvantaggi della nostra e con quali ragioni si potessero schivaree quelliche schivar non si possono con quai vantaggi degli antichi si potesserocompensaretanto che un'intiera università di oggidì fosseperessemploun solo Platone con tutto il dì più che noi godemo sopra gliantichi; perché tutto il sapere umano e divino reggesse dapertutto conuno spirito e costasse in tutte le parti suesì che si dassero lescienze l'un'all'altra la manoné alcuna fusse d'impedimento a nessuna.La dissertazione uscì l'istesso anno in dodicesimo dalle stampe di FeliceMosca. Il quale argomentoin fattiè un abbozzo dell'opera che poilavorò: De universi iuris uno principio ecc.di cui è appendice l'altraDe constantia iurisprudentis.E perché egli il Vico sempre aveva la mira a farsimerito con l'università nella giurisprudenza per altra via che dileggerla a giovinettivi trattò molto dell'arcano delle leggi degliantichi giurisprudenti romanie diede un saggio di un sistema digiurisprudenza d'interpretare le leggiquantunque privatecon l'aspettodella ragione del governo romano. Circa la qual parte monsignor VincenzoVidaniaprefetto de' regi studiuomo dottissimo delle antichità romanespecialmente intorno alle leggiche in quei tempi era in Barcellonaconuna onorevolissima dissertazione gli oppose in ciò che il Vico avevafermo: che i giureconsulti romani antichi fossero stati tutti patrizi;alla quale il Vico allora privatamente rispose e poi soddisfecepubblicamente con l'opera De universi iuris ecc.a' cui piedi si legge ladissertazione dell'illustrissimo Vidania con le risposte del Vico. Ma ilsignor Errico Brenckmandottissimo giureconsulto olandesemolto sicompiacque delle cose dal Vico meditate circa la giurisprudenza; ementredimorava in Firenze a rileggere i Pandetti fiorentinine tenne onorevoliragionamenti col signor Antonio di Rinaldoda Napoli colà portato apatrocinarvi una causa di un napoletano magnate. Questa dissertazioneuscita alla luceaccresciuta di ciò che non si poté dire alla presenzadel cardinal viceré per non abusarsi del tempoche molto bisogna a'principifu ella cagione che 'l signor Domenico d'Aulisiolettorprimario vespertino di leggiuomo universale delle lingue e delle scienze(il quale fino a quell'ora aveva mal visto il Vico nell'universitànongià per suo meritoma perché egli era amico di que' letterati i qualierano stati del partito del Capova contro di lui in una gran contesalitterariala quale molto innanzi aveva brucciato in Napoliche qui nonfa uopo di riferire)un giorno di pubblica funzione di concorsi dicattedrea sé chiamò il Vicoinvitandolo a sedere presso lui; a cuidisse aver esso letto "quel libricciuolo" (perché eglipercontesa di precedenza col lettor primario de' canoninon intervenivanelle aperture)"e lo stimava di uomo che non voltava indici e delquale ogni pagina potrebbe dare altrui motivo di lavorare ampivolumi". Il qual atto sì cortese e giudizio così benigno di uomoper altro nel costume anzi aspro che no ed assai parco di lodiappruovòal Vico una singolar grandezza d'animo di quello verso di lui; dal qualgiorno vi contrasse una strettissima amiciziala quale egli continovòfin che visse questo gran letterato. Frattanto il Vicocon la lezione delpiù ingegnoso e dotto che vero trattato di Bacone da Verulamio Desapientia veterumsi destò a ricercarne più in là i princìpi chenelle favole de' poetimuovendolo a far ciò l'auttorità di Platonech'era andato nel Cratilo ad investigargli dentro le origini della linguagreca; epromuovendolo la disposizionenella quale era già entratochel'incominciavano a dispiacere l'etimologie de' gramaticis'applicò arintracciargli dentro le origini delle voci latinequando certamente ilsapere della setta italica fiorì assai innanzinella scuola di Pittagorapiù profondo di quello che poi cominciò nella medesima Grecia. E dallavoce "coelum"che significa egualmente il "bolino" e'l "gran corpo dell'aria"congetturava non forse gli egizidacui Pittagora aveva appresoavessero oppinato che l'istromentocon cuila natura lavora tuttoegli sia il cuneoe che ciò vollero significaregli egizi con le loro piramidi. E i latini la "natura" dissero"ingenium"di cui è principal propietà l'acutezza; sì che lanatura formi e sformi ogni forma col bolino dell'aria; e che formileggiermente incavandola materia; la sformiprofondandovi il suo bolinocol quale l'aria depreda tutto; e la mano che muova questo istrumento sial'eterela cui mente fu creduta da tutti Giove. E i latinil'"aria" dissero "anima"come principio ondel'universo abbia il moto e la vitasopra cuicome femminaoperi comemaschio l'eterecheinsinuato nell'animaleda' latini fu detto"animus"; onde è quella volgar differenza di latine propietà:"anima vivimusanimo sentimus"; talché l'animao l'ariainsinuata nel sangue sia nell'uomo principio della vital'etere insinuatone' nervi sia principio del senso; ed a quella proporzione che l'etere èpiù attivo dell'ariacosì gli spiriti animali sieno più mobili epresti che i vitali; e come sopra l'anima opera l'animocosì sopral'animo operi quella che da' latini si dice "mens"che tantovale quanto "pensiero"onde restò a' latini detta "mensanimi"e che 'l pensiero o mente sia agli uomini mandato da Gioveche è la mente dell'etere. Ché se egli fosse cosìil principiooperante di tutte le cose in natura dovrebbero essere corpicelli di figurapiramidali; e certamente l'etere unito è fuoco. E su tali princìpi ungiornoin casa del signor don Lucio di Sangroil Vico ne tenneragionamento col signor Doria: che forse quello che i fisici ammiranostrani effetti nella calamitaeglino non si riflettono che sono assaivolgari nel fuoco; de' fenomeni della calamita tre essere i piùmeravigliosil'attrazione del ferrola comunicazione al ferro dellavirtù magnetica e l'addrizzamento al polo; e niuna cosa essere piùvolgare che 'l fomento in proporzionata distanza concepisce il foco einarruotarsila fiammache ci comunica il lumee che la fiamma s'addrizzaal vertice del suo cielo: tanto chese la calamita fosse rada come lafiamma e la fiamma spessa come la calamitaquesta non si addrizzarebbe alpolo ma al suo zenite la fiamma si addrizzarebbe al polonon al suovertice: che sarebbe se la calamita per ciò si addrizzi al polo perchéquella sia la più alta parte del cielo verso cui ella possa sforzarsi?Come apertamente si osserva nelle calamite poste in punte ad aghi alquantolunghechementre s'addrizzano al poloelleno apertamente si vedonosforzarsi d'ergere verso il zenit; talché forse la calamita osservata conquesto aspettodeterminata da viaggiatori in qualche luogo dove ella piùche altrove si ergessepotrebbe dare la misura certa delle larghezzedelle terreche cotanto si va cercando per portare alla sua perfezione lageografia. Questopensiero piacque sommamente al signor Doriaonde il Vico si diede aportarlo più inoltre in uso della medicinaperché de' medesimi egiziiquali significarono la natura con la piramidefu particolar medicinameccanica quella del lasco e dello strettoche 'l dottissimo ProsperoAlpino con somma dottrina ed erudizione adornò. E vedendo altresì ilVico che niun medico aveva fatto uso del caldo e del freddo quali lidiffinisce il Cartesio: - che 'l freddo sia moto da fuori in dentroilcaldoa roversciomoto da dentro in fuori- fu mosso a fondarvi sopraun sistema di medicina: non forse le febbri ardenti sieno d'aria nellevene dal centro del cuore alla periferiache più di quel che conviene astar bene dilarghi i diametri de' vasi sanguigni turati dalla parteopposta al di fuori; ed al contrario le febbri maligne sieno moto d'ariane' vasi sanguigni da fuori in dentroche ne dilarghi oltre di quel checonviene a star bene i diametri de' vasi turati nella parte opposta al didentro; ondemancando al cuorech'è 'l centro del corpo animatol'ariache bisogna tanto muoverlo quanto convenga a star beneinfievolendosi ilmoto del cuorese ne rappigli il sanguein che principalmente le febbriacute consistono; e questo sia quello "quid divini" cheIppocrate diceva cagionare tai febbri. Vi concorrono da tutta la naturaragionevoli congettureperché egualmente il freddo e 'l caldoconferiscono alla generazion delle cose: il freddo a germogliare lesemenze delle biade e ne' cadaveri alla ingenerazione de' verminine'luoghi umidi e oscuri a quella d'altri animalie l'eccessivo freddoegualmente che 'l foco cagiona delle gangrene ed in Isvezia le gangrene sicuran col ghiaccio; vi concorrono i segninelle malignedel tatto freddoe de' sudori colliquativiche dànno a divedere un gran dilargamento de'vasi escretòri; nelle ardentiil tatto infocato ed asproche conl'asprezza significa troppo al di fuori essersi i vari corrugati estretti. Che sarebbe se quindi restò a' latiniche riducessero tutti imorbi a questo sommo genere: "ruptum"che vi fosse stata unaantica medicina in Italiache stimasse tutti i mali cominciassero davizio di solidi e che portino finalmente a quello che dicono i medesimilatini "corruptum"?Quindiper le ragioni arrecate in quel libricciuoloche poi ne diede alla luces'innalzò il Vico a stabilire questa fisicasopra una metafisica propia; e con la stessa condotta delle origini de'latini favellari ripurgò i punti di Zenone dagli alterati rapporti diAristotilee mostrò che i punti zenonistici sieno l'unica ipotesi dascendere dalle cose astratte alle corpolentesiccome la geometria èl'unica via da portarsi con iscienza dalle cose corpolente alle coseastrattedi che costano i corpi; - ediffinito il punto quello che nonha parti (che è tanto dire quanto fondare un principio infinitodell'estensione astratta)come il puntoche non è distesocon unescorso faccia l'estension della lineacosì vi sia una sostanza infinitache con un suo come escorsoche sarebbe la generazionedia forma allecose finite; - e come Pittagorache vuole per ciò il mondo costar dinumeriche sono in un certo modo delle linee più astrattiperché l'unonon è numero e genera il numero ed in ogni numero dissuguale vi stadentro indivisibilmente (onde Aristotile disse l'essenze essereindivisibili siccome i numerich'è tanto dividergli quantodistruggergli)così il puntoche sta egualmente sotto linee disteseineguali (onde la diagonale con la laterale del quadratoper essemploche sono altrimente linee incommensurabilisi tagliano ne' medesimipunti)sia egli un'ipotesi di una sostanza inestensache sotto corpidisuguali vi stia egualmente sotto ed egualmente li sostenga. Alla qualmetafisica anderebbero di séguito così la logica degli stoicinellaquale s'addottrinavano a ragionare col soriteche era una lor propiamaniera di argomentare quasi con un metodo geometrico; come la fisicalaquale ponga per principio di tutte le forme corporee il cuneoin quellaguisa che la prima figura compostache s'ingenera in geometriaè 'ltriangolosiccome la prima semplice è 'l cerchiosimbolo delperfettissimo Dio. E così ne uscirebbe comodamente la fisica degli egiziche intesero la natura una piramideche è un solido di quattro faccetriangolarie vi si accomoderebbe la medicina egiziana del lasco e dellostretto. Della quale egli un libro di pochi fogli col titolo Deaequilibrio corporis animantis ne scrisse al signor Domenico d'Aulisiodottissimo quant'altri mai delle cose di medicina; e ne tenne altresìspessi ragionamenti col signor Lucantonio Porzioonde si conciliò appoquesti un sommo credito congionto ad una stretta amiciziala qualecoltivò egli infino alla morte di questo ultimo filosofo italiano dellascuola di Galileoil quale soleva dir spesso con gli amici che le cosemeditate dal Vicoper usare il suo dettoil ponevano in soggezione. Mala Metafisica sola fu stampata in Napoli in dodicesimo l'anno 1710 pressoFelice Moscaindrizzata al signor don Paolo Doriaper primo libro del Deantiquissima italorum sapientia ex linguae latinae originibus eruenda. Evi si attaccò la contesa tra' signori giornalisti di Vinegia e l'auttoredi cui ne vanno stampate in Napoli in dodicesimo pur dal Mosca unaRisposta l'anno 1711 e una Replica l'anno 1712; la qual contesa da ambe leparti e onorevolmente si trattòe con molta buona grazia si compose. Mail dispiacimento delle etimologie gramaticheche era incominciato a farsisentire nel Vicoera un indizio di ciò onde poinelle opere ultimeritruovò le origini delle lingue tratte da un principio di natura comunea tuttesopra il quale stabilisce i princìpi di un etimologicouniversale da dar l'origini a tutte le lingue morte e viventi. E 'l pococompiacimento del libro del Verulamioove si dà a rintracciare lasapienza degli antichi dalle favole de' poetifu un altro segno di quelloonde il Vicopur nell'ultime sue opereritruovò altri princìpi dellapoesia di quelli che i greci e i latini e gli altri dopoi hanno finorcredutosopra cui ne stabilisce altri di mitologiaco' quali le favoleunicamente portarono significati storici delle prime antichissimerepubbliche grechee ne spiega tutta la storia favolosa delle repubblicheeroiche. Pocodopoifu onorevolmente richiesto dal signor don Adriano Caraffa duca diTraettonella cui erudizione era stato molti anni impiegatoche egliscrivesse la vita del maresciallo Antonio Caraffa suo zio; e 'l Vicocheaveva formato l'animo veracericevé il comando perché ébbene prontadal duca una sformata copia di buone e sincere notizieche 'l duca neconservava. E dal tempo degli esercizi diurni rimanevagli la sola notteper lavorarlae vi spese due anniuno a disporne da quelle molto sparsee confuse notizie i comentariun altro a tesserne l'istoriain tutto ilqual tempo fu travagliato da crudelissimi spasimi ippocondriaci nelbraccio sinistro. Ecome poteva ogniun vederlola seraper tutto iltempo che la scrisse non ebbe giammai altro innanzi sul tavolino che icomentaricome se scrivesse in lingua nativaed in mezzo agli strepitidomestici e spesso in conversazion degli amici; e sì lavorolla tempratadi onore del subbiettodi riverenza verso i prìncipi e di giustizia chesi dee aver per la verità. L'opera uscì magnifica dalle stampe di FeliceMosca in quarto foglio in un giusto volume l'anno 1716e fu il primolibro che con gusto di quelle di Olanda uscì dalle stampe di Napoli; emandata dal duca al sommo pontefice Clemente undecimoin un brieveconcui la gradìmeritò l'elogio di "storia immortale"e di piùconciliò al Vico la stima e l'amicizia di un chiarissimo letteratod'Italiasignor Gianvincenzo Gravinacol quale coltivò strettacorrispondenza infino che egli morì (1718).Nell'apparecchiarsi a scrivere questa vitail Vicosi vide in obbligo di leggere Ugon GrozioDe iure belli et pacis. E quivide il quarto auttore da aggiugnersi agli tre altri che egli si avevaproposti. Perché Platone adorna più tosto che ferma la sua sapienzariposta con la volgare di Omero; Tacito sparge la sua metafisicamorale epolitica per gli fatticome da' tempi ad essolui vengono innanzi sparsi econfusi senza sistema; Bacone vede tutto il saper umano e divinoche vieradoversi supplire in ciò che non ha ed emendare in ciò che hamaintorno alle leggiegli co' suoi canoni non s'innalzò troppoall'universo delle città ed alla scorsa di tutti i tempi né alla distesadi tutte le nazioni. Ma Ugon Grozio pone in sistema di un drittouniversale tutta la filosofia e la filologia in entrambe le parti diquesta ultimasì della storia delle cose o favolosa o certasì dellastoria delle tre lingueebreagreca e latinache sono le tre linguedotte antiche che ci son pervenute per mano della cristiana religione. Edegli molto più poi si fe' addentro in quest'opera del Grozioquandoavendosi ella a ristamparefu richiesto che vi scrivesse alcune noteche'l Vico cominciò a scriverepiù che al Grozioin riprensione di quelleche vi aveva scritte il Gronovioil quale le vi appiccò più percompiacere a' governi liberi che per far merito alla giustizia; e già neaveva scorso il primo libro e la metà del secondodelle quali poi sirimasesulla riflessione che non conveniva ad uom cattolico di religioneadornare di note opera di auttore eretico.Con questi studicon queste cognizionicon questiquattro auttori che egli ammirava sopra tutt'altricon desiderio dipiegargli in uso della cattolica religionefinalmente il Vico intese nonesservi ancora nel mondo delle lettere un sistemain cui accordasse lamiglior filosofiaqual è la platonica subordinata alla cristianareligionecon una filologia che portasse necessità di scienza inentrambe le sue partiche sono le due storieuna delle linguel'altradelle cose; e dalla storia delle cose si accertasse quella delle linguedi tal condotta che sì fatto sistema componesse amichevolmente e lemassime de' sapienti dell'accademie e le pratiche de' sapienti dellerepubbliche. Ed in questo intendimento egli tutto spiccossi dalla mentedel Vico quello che egli era ito nella mente cercando nelle prime orazioniaugurali ed aveva dirozzato pur grossolanamente nella dissertazione Denostri temporis studiorum ratione econ un poco più di affinamentonella Metafisica. Ed in un'apertura di studi pubblica solenne dell'anno1719 propose questo argomento: Omnis divinae atque humanae eruditioniselementa tria: nossevelleposse; quorum principium unum menscuiusoculus ratiocui aeterni veri lumen praebet Deus. E partì l'argomentocosì: "Nunc haec tria elementaquae tam existere et nostra essequam nos vivere certo scimusuna ilia re de qua omnino dubitare nonpossumusnimirum cogitationeexplicemus. Quod quo facilius faciamushanc tractationem universam divido in partes tres: in quarum prima omniascientiarum principia a Deo esse; in secundadivinum lumen sive aeternumverum per haec tria quae proposuimus elementaomnes scientias permeareeasque omnes una arctissima complexione colligatas alias in alias dirigereet cunctas ad Deumipsarum principiumrevocare; in tertiaquicquidusquam de divinae ac humanae eruditionis principiis scriptum dictumve sitquod cum his principiis congrueritverum; quod dissenseritfalsum essedemonstremus. Atque adeo de divinarum atque humanarum rerum notitia haecagam tria: de originede circulode constantia; et ostendam originesomnes a Deo provenirecirculo ad Deum redire omnesconstantia omnesconstare in Deo omnesque eas ipsas praeter Deum tenebras esse et errores".E vi ragionò sopra da un'ora e più.Sembrò a taluni l'argomentoparticolarmente per laterza partepiù magnifico che efficacedicendo che non di tanto si eracompromesso Pico della Mirandola quando propose sostenere "conclusionesde omni scibili"perché ne lasciò la grande e maggior parte dellafilologiala qualeintorno a innumerabili cose delle religionilingueleggicostumidomìnicommerziimperigoverniordini ed altreène' suoi incominciamenti mozzaoscurairragionevoleincredibile edisperata affatto da potersi ridurre a princìpi di scienza. Onde il Vicoper darne innanzi tempo un'idea che dimostrasse poter un tal sistemauscire all'effettone diede fuora un saggio l'anno 1720che corse per lemani de' letterati d'Italia e d'oltremontisopra il quale alcuni diederogiudizi svantaggiosi; perònon gli avendo poi sostenuti quando l'operauscì adornata di giudizi molto onorevoli di uomini letterati dottissimico' quali efficacemente la lodarononon sono costoro da essere quimentovati. Il signor Anton Salvinigran pregio dell'Italiadegnossifargli contro alcune difficoltà filologiche (le quali fece a lui giugnereper lettera scritta al signor Francesco Vallettauomo dottissimo e degnoerede della celebre biblioteca vallettiana lasciata dal signor Gioseppesuo avo)alle quali gentilmente rispose il Vico nella Constanza dellafilologia; altre filosofiche del signor Ulrico Ubero e del signorCristiano Tomasiouomini di rinomata letteratura della Germaniaglieneportò il signor Luigi barone di Ghemminghenalle quali egli siritruovava già aver soddisfatto con l'opera istessacome si può vederenel fine del libro De constantia iurisprudentis.Uscito il primo libro col titolo De uno universiiuris principio et fine uno l'istesso anno 1720dalle stampe pur diFelice Mosca in quarto foglionel quale pruova la prima e la secondaparte della dissertazionegiunsero all'orecchio dell'auttore obbiezionifatte a voce da sconosciuti ed altre da alcuno fatte pure privatamentedelle quali niuna convelleva il sistemama intorno a leggieri particolaricosee la maggior parte in conseguenza delle vecchie oppinioni contro lequali si era meditato il sistema. A' quali opponitoriper non sembrare ilVico che esso s'infingesse i nemici per poi ferirglirisponde senzanominargli nel libro che diede appresso: De constantia iurisprudentisaccioché così sconosciutise mai avessero in mano l'operatutti soli esecreti intendessero esser loro stato risposto. Uscì poi dalle medesimestampe del Moscapur in quarto fogliol'anno appresso 1721l'altrovolume col titolo: De constantia iurisprudentisnella quale più a minutosi pruova la terza parte della dissertazionela quale in questo libro sidivide in due partiuna De constantia philosophiaealtra De constantiaphilologiae; e in questa seconda parte dispiacendo a taluni un capitolocosì concepito: Nova scientia tentaturdonde s'incomincia la filologia aridurre a princìpi di scienzae ritruovando infatti che la promessafatta dal Vico nella terza parte della dissertazione non era punto vananon solo per la parte della filosofiamaquel che era piùné meno perquella della filologiaanzi di più che sopra tal sistema vi si facevanomolte ed importanti scoverte di cose tutte nuove e tutte lontane dall'oppinionedi tutti i dotti di tutti i tempinon udì l'opera altra accusa: che ellanon s'intendeva. Ma attestarono al mondo che ella s'intendesse benissimouomini dottissimi della cittài quali l'approvarono pubblicamente e lalodarono con gravità e con efficaciai cui elogi si leggono nell'operamedesima. Traqueste cose una lettera dal signor Giovan Clerico fu scritta all'auttoredel tenore che siegue: "Accepivir clarissimeante perpaucos dies ab ephoro illustrissimi comitisWildenstein opus tuum de origine iuris et philologiaquodcum essemUltraiectivix leviter evolvere potui. Coactus enim negotiis quibusdamAmstelodamum redirenon satis mihi fuit temporis ut tam limpido fonte meproluere possem. Festinante tamen oculo vidi multa et egregiatumphilosophica tum etiam philologicaquae mihi occasionem praebebuntostendendi nostris septentrionalibus eruditis acumen atque eruditionem nonminus apud italos inveniri quam apud ipsos; imo vero doctiora et acutioradici ab italis quam quae a frigidiorum orarum incolis expectari queant.Cras vero Ultraiectum rediturus sumut illic perpaucas hebdomadas morerutque me opere tuo satiem in illo secessuin quo minus quam Amstelodamiinterpellor. Cum mentem tuam probe adsequutus fuerotum vero in voluminisXVIII "Bibliotecae antiquae et hodiernae" parte altera ostendamquanti sit faciendum. Valevir clarissimemeque inter egregiae tuaeeruditionis iustos aestimatores numerato. Dabamfestinanti manuAmstelodamiad diem VIII septembris MDCCXXII."Quanto questa lettera rallegrò i valenti uomini cheavevano giudicato a pro dell'opera del Vicoaltrettanto dispiacque acoloro che ne avevano sentito il contrario. Quindi si lusingavano chequesto era un privato complimento del Clericomaquando egli ne darebbeil giudizio pubblico nella Bibliotecaallora ne giudicherebbe conforme aessoloro pareva di giustizia; dicendo esser impossibile che conl'occasione di quest'opera del Vico volesse il Clerico cantare lapalinodia di quello che eglipresso a cinquant'anniha sempre detto: chein Italia non si lavoravano opere le quali per ingegno e per dottrinapotessero stare a petto di quelle che uscivano da oltramonti. E 'l Vicofrattantoper appruovare al mondo che esso amava sì la stima degliuomini eccellentima non già la faceva fine e mèta de' suoi travaglilesse tutti e due i poemi d'Omero con l'aspetto de' suoi princìpi difilologiaeper certi canoni mitologici che ne aveva concepitili favedere in altra comparsa di quello con la quale sono stati finoraosservatie divinamente esser tessuti sopra due subbietti due gruppi digreche istorie dei tempi oscuro ed eroico secondo la division di Varrone.Le quali lezioni omericheinsieme con essi canonidiede fuori pur dallestampe del Mosca in quarto foglio l'anno seguente 1722con questo titolo:Iohannis Baptistae Vici Notae in duos librosalterum De universi iurisprincipioalterum De constantia iurisprudentis.Poco dipoi vacò la cattedra primaria mattutina dileggiminor della vespertinacon salario di scudi seicento l'anno; e 'lVicodestato in isperanza di conseguirla da questi meriti che si sononarrati particolarmente in materia di giurisprudenzali quali egli siaveva perciò apparecchiati inverso la sua universitànella quale essoè il più anziano di tutti per ragione di possesso di cattedreperchéesso solo possiede la sua per intestazione di Carlo secondoe tutti glialtri le possiedono per intestazioni più fresche; ed affidato nella vitache aveva menato nella sua patriadove con le sue opere d'ingegno avevaonorato tuttigiovato a molti e nociuto a nessuno; il giorno avanticomeegli è usoaperto il Digesto vecchiosopra del quale dovevan sortirequella volta le leggiegli ebbe in sorte queste tre: una sotto il titoloDe rei vindicationeun'altra sotto il titolo De peculioe la terza fu lalegge prima sotto il titolo De praescriptis verbis. E perché tutti e treerano testi abbondantiil Vicoper mostrare a monsignor Vidaniaprefetto degli studiuna pronta facoltà di fare quel saggioquantunquegiammai avesse professato giurisprudenzail priegò che avessegli fattol'onore di determinargli l'un de' tre luoghi ove a capo le ventiquattroore doveva fare la lezione. Ma il prefetto scusandoseneesso si elessel'ultima leggedicendo il perché quella era di Papinianogiureconsultosopra tutt'altri di altissimi sensied era in materia di diffinizioni dinomi di leggiche è la più difficile impresa da ben condursi ingiurisprudenza; prevedendo che sarebbe stato audace ignorante colui chel'avesse avuto a calonniare perché si avesse eletto tal leggeperchétanto sarebbe stato quanto riprenderlo perché egli si avesse elettomateria cotanto difficile; talché Cuiacioove egli diffinisce nomi dilegges'insuperbisce con merito e dice che vengan tutti ad impararlo daluicome fa ne' Paratitli de' Digesti (De codicillis)e non per altro eiriputa Papiniano principe de' giureconsulti romani che perché niunomeglio di lui diffinisca e niuno ne abbia portato in maggior copiamigliori diffinizioni in giurisprudenza.Avevano i competitori poste in quattro cose lorosperanzenelle quali come scogli il Vico dovesse rompere. Tuttimenatidalla interna stima che ne avevanocredevan certamente che egli avesse afare una magnifica e lunga prefazion de' suoi meriti inversol'università. Pochii quali intendevano ciò che egli arebbe potutoauguravano che egli ragionerebbe sul testo per gli suoi Princìpi deldritto universaleonde con fremito dell'udienza arebbe rotte le leggistabilite di concorrere in giurisprudenza. Gli piùche stimano solamentemaestri della facoltà coloro che l'insegnano a' giovanisi lusingavano ocheella essendo una legge dove Ottomano aveva detto di molta erudizioneegli con Ottomano vi facesse tutta la sua comparsao chesu questa leggeavendo Fabbro attaccato tutti i primi lumi degl'interpetri e non essendovistato alcuno appresso che avesse al Fabbro rispostoil Vico arebbeempiuta la lezione di Fabbro e non l'arebbe attaccato. Ma la lezione delVico riuscì tutta fuori della loro aspettazioneperché egli vi entròcon una brievegrave e toccante invocazione; recitò immediatamente ilprincipio della leggesul quale e non negli altri suoi paragrafirestrinse la sua lezione; edopo ridotta in somma e partitaimmediatamente in una maniera quanto nuova ad udirsi in sì fatti saggicotanto usata da' romani giureconsultiche da per tutto risuonano: "Aitlex""Ait senatusconsultum""Ait praetor"consomigliante formola "Ait iurisconsultus" interpetrò le paroledella legge una per una partitamenteper ovviare a quell'accusa chespesse volte in tai concorsi si odeche egli avesse punto dal testodivagatoperché sarebbe stato affatto ignorante maligno alcuno cheavesse voluto scemarne il pregio perché egli l'avesse potuto fare sopraun principio di titoloperché non sono già le leggi ne' Pandettidisposte con alcun metodo scolastico d'instituzioniecome egli fu inquel principio allogato Papinianopoteva ben altro giureconsultoallogarsiche con altre parole ed altri sentimenti avesse data ladiffinizione dell'azione che ivi si tratta. Indi dalla interpretazionedelle parole tragge il sentimento della diffinizione papinianeal'illustra con Cuiacioindi la fa vedere conforme a quella degl'interpetrigreci. Immediatamente appresso si fa incontro al Fabbroe dimostra conquanto leggiere o cavillose o vane ragioni egli riprende AccursioindiPaolo di Castropoi gl'interpetri oltramontani antichiappresso AndreaAlciato; ed avendo dinanzinell'ordine de' ripresi da FabbroprepostoOttomano a Cuiacionel seguirlo si dimenticò di Ottomano edopo Alciatoprese Cuiacio a difendere; di che avvertitotrappose queste parole:"Sed memoria lapsus Cuiacium Othmano praeverti; at moxCuiacioabsolutoHotmanum a Fabro vindicabimus". Tanto egli aveva postesperanze di fare con Ottomano il concorso! Finalmentesul punto cheveniva alla difesa di Ottomanol'ora della lezione finì.Egli la pensò fino alle cinque ore della notteantecedentein ragionando con amici e tra lo strepito de' suoi figliuolicome ha uso di sempre o leggere o scrivere o meditare. Ridusse la lezionein sommi capiche si chiudevano in una paginae la porse con tantafacilità come se non altro avesse professato tutta la vitacon tantacopia di dire che altri v'arebbe aringato due orecol fior fioredell'eleganze legali della giurisprudenza più colta e co' terminidell'arte anche grecied ove ne abbisognava alcuno scolasticopiù tostoil disse greco che barbaro. Una sol voltaper la difficoltà della voceproghegramménonegli si fermò alquanto; ma poi soggiunse: "Nemiremini me substitisseipsa enim verbi antitupía me remorata est";tanto che parve a molti fatto a bella posta quel momentaneo sbalordimentoperché con un'altra voce greca sì propia ed elegante esso si fosserimesso. Poi il giorno appresso la stese quale l'aveva recitata e ne diedeessemplarifra gli altrial signor don Domenico Caravitaavvocatoprimario di questi suppremi tribunalidegnissimo figliuolo del signor donNicolòil quale non vi poté intervenire.Stimò soltanto il Vico portare a questa pretensionei suoi meriti e 'l saggio della lezioneper lo cui universal applauso erastato posto in isperanza di certamente conseguire la cattedra; quandoeglifatto accorto dell'infelice eventoqual in fatti riuscì anche inpersona di coloro che erano immediatamente per tal cattedra graduatiperché non sembrasse delicato o superbo di non andar attornodi nonpriegare e fare gli altri doveri onesti de' pretensoricol consiglio edauttorità di esso signor don Domenico Caravitasapiente uomo ebenvoglientissimo suoche gli appruovò che a esso conveniva tirarsenecon grandezza di animo andò a professare che si ritraeva dal pretenderla.Questa dissavventura del Vicoper la quale disperòper l'avvenire aver mai più degno luogo nella sua patriafu ellaconsolata dal giudizio del signor Giovan Clericoil qualecome se avesseudite le accuse fatte da taluni alla di lui operacosì nella secondaparte del volume XVIII della Biblioteca antica e modernaall'articoloVIIIcon queste parolepuntualmente dal francese tradotteper coloroche dicevano non intendersigiudica generalmente: che l'opera è"ripiena di materie reconditedi considerazioni assai variescrittain istile molto serrato"; che infiniti luoghi avrebbono bisogno diben lunghi estratti; è ordita con "metodo mattematico"che"da pochi princìpi tragge infinità di conseguenze"; chebisogna leggersi con attenzionesenza interrompimentoda capo a piedied avvezzarsi alle sue idee ed al suo stile; cosìcol meditarvi sopraileggitori "vi truoveranno di piùcol maggiormente innoltrarsimolte scoverte e curiose osservazioni fuor di loro aspettativa". Perquello onde fe' tanto romore la terza parte della dissertazioneperquanto riguarda la filosofia dice così: "Tutto ciò che altre volteè stato detto de' princìpi della divina ed umana erudizioneche sitruova uniforme a quanto è stato scritto nel libro precedenteegli è dinecessità vero". Per quanto riguarda alla filologiaegli così negiudica: "Egli ci dà in accorcio le principali epoche dopo ildiluvio infino al tempo che Annibale portò la guerra in Italia; perchéegli discorre in tutto il corpo del libro sopra diverse cose che seguironoin questo spazio di tempoe fa molte osservazioni di filologia sopra ungran numero di materieemendando quantità di errori vulgaria' qualiuomini intendentissimi non hanno punto badato". E finalmenteconchiude per tutti: "Vi si vede una mescolanza perpetua di materiefilosofichegiuridiche e filologichepoiché il signor Vico si èparticolarmente applicato a queste tre scienze e le ha ben meditatecometutti coloro che leggeranno le sue opere converranno in ciò. Tra questetre scienze vi ha un sì forte ligame che non può uom vantarsi di avernepenetrata e conosciuta una in tutta la sua distesa senza averne altresìgrandissima cognizione dell'altre. Quindi è che alla fine del volume visi veggono gli elogi che i savi italiani han dato a quest'operaper cuisi può comprendere che riguardano l'auttore come intendentissimo dellametafisicadella legge e della filologiae la di lui opera come unoriginale pieno d'importanti discoverte".Ma non altronde si può intendere apertamente che 'lVico è nato per la gloria della patria e in conseguenza dell'Italiaperché quivi nato e non in Marocco esso riuscì letteratoche da questocolpo di avversa fortunaonde altri arebbe rinunziato a tutte le letterese non pentito di averle mai coltivateegli non si ritrasse punto dilavorare altre opere. Come in effetto ne aveva già lavorata una divisa indue librich'arebbono occupato due giusti volumi in quarto: nel primo de'quali andava a ritrovare i princìpi del diritto naturale delle gentidentro quegli dell'umanità delle nazioniper via d'inverisimiglianzesconcezze ed impossibilità di tutto ciò che ne avevano gli altri inanzipiù immaginato che raggionato; in conseguenza del qualenel secondoegli spiegava la generazione de' costumi umani con una certa cronologiaraggionata di tempi oscuro e favoloso de' grecida' quali abbiamo tuttociò ch'abbiamo delle antichità gentilesche. E già l'opera era statariveduta dal signor don Giulio Tornodottissimo teologo della chiesanapoletanaquando esso - riflettendo che tal maniera negativa didimostrare quanto fa di strepito nella fantasia tanto è insuaveall'intendimentopoiché con essa nulla più si spiega la mente umana; edaltronde per un colpo di avversa fortunaessendo stato messo in unanecessità di non poterla dare alle stampee perché pur troppo obbligatodal propio punto di darla fuoriritrovandosi aver promesso di pubblicarla- ristrinse tutto il suo spirito in un'aspra meditazione per ritrovarne unmetodo positivoe sì più stretto e quindi più ancora efficace.E nel fine dell'anno 1725 diede fuori in Napolidalle stampe di Felice Moscaun libro in dodicesimo di dodeci foglinonpiùin carattere di testinocon titolo: Princìpi di una Scienza nuovad'intorno alla natura delle nazioniper li quali si ritruovano altriprincìpi del diritto naturale delle gentie con uno elogio l'indirizzaalle università dell'Europa. In quest'opera egli ritruova finalmentetutto spiegato quel principioch'esso ancor confusamente e non con tuttadistinzione aveva inteso nelle sue opere antecedenti. Imperciocché egliappruova una indispensabile necessitàanche umanadi ripetere le primeorigini di tal Scienza da' princìpi della storia sacraeper unadisperazione dimostrata così da' filosofi come da' filologi di ritrovarnei progressi ne' primi auttori delle nazioni gentiliesso - facendo piùampioanzi un vasto uso di uno de' giudizi che 'l signor Giovanni Clericoavea dato dell'opera antecedenteche ivi egli "per le principaliepoche ivi date in accorcio dal diluvio universale fino alla secondaguerra di Cartaginediscorrendo sopra diverse cose che seguirono inquesto spazio di tempofa molte osservazioni di filologia sopra un grannumero di materieemendando quantità di errori volgaria' quali uominiintendentissimi non hanno punto badato" - discuopre questa nuovaScienza in forza di una nuova arte critica da giudicare il vero negliauttori delle nazioni medesime dentro le tradizioni volgari delle nazioniche essi fondaronoappresso i quali doppo migliaia d'anni vennero gliscrittorisopra i quali si ravvoglie questa critica usata; econ lafiaccola di tal nuova arte criticascuopre tutt'altre da quelle che sonostate immaginate finora le origini di quasi tutte le disciplinesienoscienze o artiche abbisognano per raggionare con idee schiarite e conparlari propi del diritto naturale delle nazioni. Quindi egli neripartisce i princìpi in due partiuna delle ideeun'altra dellelingue. E per quella dell'ideescuopre altri princìpi storici dicronologia e geografiache sono i due occhi della storiae quindi iprincìpi della storia universalec'han mancato finora. Scuopre altriprincìpi storici della filosofiae primieramente una metafisica delgenere umanocioè una teologia naturale di tutte le nazionicon laquale ciascun popolo naturalmente si finse da se stesso i suoi propri dèiper un certo istinto naturale che ha l'uomo della divinitàcol cuitimore i primi auttori delle nazioni si andarono ad unire con certe donnein perpetua compagnia di vitache fu la prima umana società de'matrimoni; e sì scuopre essere stato lo stesso il gran principio dellateologia de' gentili e quello della poesia de' poeti teologiche furono iprimi nel mondo e quelli di tutta l'umanità gentilesca. Da cotalmetafisica scuopre una morale e quindi una politica commune alle nazionisopra le quali fonda la giurisprudenza del genere umano variante per certesette de' tempisì come esse nazioni vanno tuttavia più spiegandol'idee della loro naturain conseguenza delle quali più spiegate vannovariando i governil'ultima forma de' quali dimostra essere la monarchianella quale vanno finalmente per natura a riposare le nazioni. Cosìsupplisce il gran vuoto che ne' suoi princìpi ne ha lasciato la storiauniversalela quale incomincia in Nino dalla monarchia degli assiri. Perla parte delle linguescuopre altri princìpi della poesia e del canto ede' versie dimostra essere quella e questi nati per necessità di naturauniforme in tutte le prime nazioni. In seguito di tai princìpi scuoprealtre origini dell'imprese eroicheche fu un parlar mutolo di tutte leprime nazioni in tempi diformati di favelle articolate. Quindi scuoprealtri princìpi della scienza del blasoneche ritruova esser gli stessiche quegli della scienza delle medagliedove osserva eroiche diquattromill'anni di continuata sovranità le origini delle due cased'Austria e di Francia. Fra gli effetti della discoverta delle originidelle lingue ritruova certi princìpi communi a tuttee per un saggioscuopre le vere cagioni della lingua latinae al di lei essemplo lasciaagli eruditi a farlo delle altre tutte; dà un'idea di un etimologicocommune a tutte le lingue natieun'altra di altro etimologico delle vocidi origine stranieraper ispiegare finalmente un'idea d'un etimologicouniversale per la scienza della lingua necessaria a raggionare conpropietà del diritto naturale delle genti. Con sì fatti princìpi sìd'idee come di lingueche vuol dire con tal filosofia e filologia delgener umanospiega una storia ideale eterna sull'idea della providenzadalla quale per tutta l'opera dimostra il diritto naturale delle gentiordinato; sulla quale storia eterna corrono in tempo tutte le storieparticolari delle nazioni ne' loro sorgimentiprogressistatidecadenzee fini. Sì che esso dagli egiziche motteggiavano i greci che nonsapessero di antichitàcon dir loro che erano sempre fanciulliprende efa uso di due gran rottami di antichità: unoche tutti i tempi scorsiloro dinanzi essi divisero in tre epocheuna dell'età degli dèil'altra dell'età degli eroila terza di quella degli uomini; l'altro checon questo stesso ordine e numero di parti in altrettanta distesa disecoli si parlarono inanziad essoloro tre lingue: una divinamutapergeroglifici o sieno caratteri sacri; un'altra simbolica o sia permetaforequal è la favella eroica; la terza epistolica per parlariconvenuti negli usi presenti della vita. Quindi dimostra la prima epoca elingua essere state nel tempo delle famiglieche certamente furono appotutte le nazioni inanzi delle città e sopra le quali ognun confessa chesorsero le cittàle quali famiglie i padri da sovrani prìncipireggevano sotto il governo degli dèiordinando tutte le cose umane congli auspici divinie con una somma naturalezza e semplicità ne spiega lastoria dentro le favole divine de' greci. Quivi osservando che gli dèid'Orienteche poi da' caldei furono innalzati alle stelleportati da'fenici in Grecia (lo che dimostra esser avvenuto dopo i tempi d'Omero)viritruovarono acconci i nomi dei dèi greci a riceverglisì come poiportati nel Laziovi ritruovarono acconci i nomi dei dèi latini. Quindidimostra cotale stato di cosequantunque in altri dopo altriesserecorso egualmente tra latinigreci ed asiani. Appresso dimostra la secondaepoca con la seconda lingua simbolica essere state nel tempo de' primigoverni civiliche dimostra essere stati di certi regni eroici o siad'ordini regnanti de' nobiliche gli antichissimi greci dissero"razze erculee"riputate di origine divina sopra le primeplebitenute da quelli di origine bestiale; la cui storia egli spiega consomma facilità descrittaci da' greci tutta nel carattere del loro Ercoletebanoche certamente fu il massimo de' greci eroidella cui razzafurono certamente gli Eraclidida' quali sotto due re si governava ilregno spartanoche senza contrasto fu aristocratico. Ed avendo egualmentegli egizi e greci osservato in ogni nazione un Ercolecome de' latini benquaranta ne giunse a numerare Varronedimostra dopo degli dèi averregnato gli eroi da per tutte le nazioni gentili eper un gran frantumedi greca antichitàche i cureti uscirono di Grecia in CretainSaturniao sia Italiaed in Asia; scuopre questi essere stati i quiritilatinidi cui furono una spezie i quiriti romanicioè uomini armatid'aste in adunanza; onde il diritto de' quiriti fu il diritto di tutte legenti eroiche. E dimostra la vanità della favola della legge delle XIItavole venuta da Atenescuopre che sopra tre diritti nativi delle gentieroiche del Laziointrodotti ed osservati in Roma e poi fissi nelletavolereggono le cagioni del governovirtù e giustizia romana in pacecon le leggi e in guerra con le conquiste; altrimenti la romana storiaanticaletta con l'idee presentiella sia più incredibile di essafavolosa de' greci; co' quali lumi spiega i veri princìpi dellagiurisprudenza romana. Finalmente dimostra la terza epoca dell'età degliuomini e delle lingue volgari essere nei tempi dell'idee della naturaumana tutta spiegata e ravisata quindi uniforme in tutti; onde tal naturasi trasse dietro forme di governi umaniche pruova essere il popolare e'l monarchicodella qual setta de' tempi furono i giureconsulti romanisotto gl'imperadori. Tanto che viene a dimostrare le monarchie essere gliultimi governi in che si ferman finalmente le nazioni; e che sullafantasia che i primi re fussero stati monarchi quali sono i presentinonabbiano affatto potuto incominciare le repubbliche; anzi con la froda econ la forzacome si è finora immaginatonon abbiano potuto affattocominciare le nazioni. Con queste ed altre discoverte minorifatte ingran numeroegli raggiona del diritto naturale delle gentidimostrando aquali certi tempi e con quali determinate guise nacquero la prima volta icostumi che forniscono tutta l'iconomia di cotal dirittoche sonoreligionilinguedomìnicommerziordiniimperileggiarmigiudizipeneguerrepacialleanzee da tali tempi e guise ne spiegal'eterne propietà che appruovano tale e non altra essere la loro natura osia guisa e tempo di nascere; osservandovi sempre essenziali differenzetra gli ebrei e gentili: che quelli da principio sorsero e stieron fermisopra pratiche di un giusto eternoma le pagane nazioniconducendoleassolutamente la providenza divinavi sieno ite variando con costanteuniformità per tre spezie di diritticorrispondenti alle tre epoche elingue degli egizi: il primodivinosotto il governo del vero Dio appogli ebrei e di falsi dèi tra' gentili; il secondoeroicoo propio deglieroiposti in mezzo agli dèi e gli uomini; il terzoumanoo dellanatura umana tutta spiegata e riconosciuta eguale in tuttidal qualeultimo diritto possono unicamente provenire nelle nazioni i filosofiiquali sappiano compierlo per raziocini sopra le massime di un giustoeterno. Nello che hanno errato di concerto GrozioSeldeno e Pufendorfioi quali per difetto di un'arte critica sopra gli auttori delle nazionimedesimecredendogli sapienti di sapienza ripostanon videro che a'gentili la providenza fu la divina maestra della sapienza volgaredallaquale tra loroa capo di secoli uscì la sapienza riposta; onde hanconfuso il diritto naturale delle nazioniuscito coi costumi dellemedesimecol diritto naturale de' filosofiche quello hanno inteso perforza de' raziocinisenza distinguervi con un qualche privilegio unpopolo eletto da Dio per lo suo vero cultoda tutte le altre nazioniperduto. Il qual difetto della stessa arte critica aveva trattoinanzigl'interpetri eruditi della romana ragione che sulla favola delle leggivenute di Atene intruserocontro il di lei genionella giurisprudenzaromana le sètte de' filosofie spezialmente degli stoici ed epicureide' cui princìpi non vi è cosa più contraria a quellinon che di essagiurisprudenzadi tutta la civiltà; e non seppero trattarla per le dilei sètte propieche furono quelle de' tempicome apertamenteprofessano averla trattata essi romani giureconsulti.Con la qual opera il Vicocon gloria dellacattolica religioneproduce il vantaggio alla nostra Italia di noninvidiare all'Olandal'Inghilterra e la Germania protestante i loro trepríncipi di questa scienzae che in questa nostra età nel grembo dellavera Chiesa si scuoprissero i princìpi di tutta l'umana e divinaerudizione gentilesca. Per tutto ciò ha avuto il libro la fortuna dimeritare dall'eminentissimo cardinale Lorenzo Corsinia cui sta dedicatoil gradimento con questa non ultima lode: "Operaal certoche perantichità di lingua e per solidezza di dottrina basta a far conoscere chevive anche oggi negl'italiani spiriti non meno la nativa particolarissimaattitudine alla toscana eloquenza che il robusto felice ardimento a nuoveproduzioni nelle più difficili discipline; onde io me ne congratulo concotesta sua ornatissima patria".Aggiunta fatta dal Vico alla sua Autobiografia(1734) Uscitaalla luce la Scienza nuovatra gli altri ebbe cura l'autore di mandarlaal signor Giovanni Clerico ed eleggé via più sicura per Livornoovel'inviòcon lettera a quello indirittain un pacchetto al signorGiuseppe Attiascon cui aveva contratto amicizia qui in Napoliil piùdotto riputato tra gli ebrei di questa età nella scienza della linguasantacome il dimostra il Testamento vecchio con la di lui lezionestampato in Amsterdamopera fatta celebre nella repubblica delle lettere.Il quale con la seguente risposta ne ricevé gentilmente l'impiego:"Non saprei esprimere il piacere da me provatonel ricevere l'amorevolissima lettera di V.S. illustrissima del 3novembrela quale mi ha rinovato la rimembranza del mio felice soggiornoin cotesta amenissima città: basta dire che costà mi trovai sempre colmodi favori e di grazie compartitemi da quei celebri letteratieparticolarmente dalla gentilissima sua personache mi ha onorato dellesue eccellenti e sublimi opere; vanto ch'io mi son dato con gli amicidella mia conversazione e letterati che doppo ho praticato ne' miei viaggid'Italia e Francia. Manderò il pacchetto e lettera del signor Clericoper fargliele recapitare in mano propria da un mio amico di Amsterdam; edallora averò adempito i miei doveri ed eseguito i pregiati comandi diVostra Signoria illustrissimaalla di cui gentilezza rendo infinitegrazie per l'essemplare mi donail quale si è letto nella nostraconversazionee ammirato la sublimità della materia e copia di nuovipensierichecome dice il signor Clerico [che doveva egli aver lettonell'accennata "Biblioteca"]oltre il diletto e proffitto chese ne ricava da tutte le sue opere lette attentamentedà motivo dipensare a molte cose per rarità e sublimità peregrine e grandi. Chiudopregandola a portar i miei ossequiosi saluti al padre Sostegni."Ma neppure di questa il Vico ebbe alcuno riscontroforse perché il signor Clerico o fusse morto o per la vecchiezza avesserinnonziato alle lettere ed alle corrispondenze letterarie.Tra questi studi severi non mancarono al Vico delleoccasioni di esercitarsi anco negli ameni; comevenuto in Napoli il reFilippo quintoebbe egli ordine dal signor duca d'Ascalonach'alloragovernava il Regno di Napoliportatogli dal signor Serafino Biscardiinnanzi sublime avvocatoallora regente di cancellariach'essocomeregio lettore d'eloquenzascrivesse una orazione nella venuta del re; el'ebbe appena otto giorni avanti di dipartirsitalché dovettela scriveresulle stampeche va in dodicesimo col titolo: Panegyricus Philippo VHispaniarum regi inscriptus. Appressoricevutosi questo Reame al dominio austriacodal signor conte Wirrigo diDaunallora governatore dell'armi cesaree in questo Regnocon questaonorevolissima lettera ebbe il seguente ordine:"Molto magnifico signor Giovan Battista diVicocatedratico ne' reali Studi di Napoli. - Avendomi ordinato S.M.cattolica (Dio guardi) di far celebrare i funerali alli signori donGiuseppe Capece e don Carlo di Sangro con pompa proporzionata alla suareale magnificenza ed al sommo valore de' cavalieri defontisi ècommesso al padre don Benedetto Laudatipriore benedettinoche vicomponesse l'orazione funebree dovendosi fare gli altri componimenti perle iscrizionipersuaso dello stile pregiato di Vostra Signoriahopensato di commettere al suo approvato ingegno tale materiaassicurandolacheoltre l'onore sarà per conseguire in sì degna operami resteràviva la memoria delle sue nobili fatiche. E desiderando d'essergli utilein qualche suo vantaggiogli auguro dal cielo tutto il bene. Di VostraSignoriamolto magnifico signoreDa questo Palazzo in Napolia 11 ottobre 1707 (dipropia mano) affezionatoservidore CONTEDI DAUN" Cosìesso vi fece l'iscrizionigli emblemi e motti sentenziosi e la relazionedi que' funeralie 'l padre prior Laudatiuomo d'aurei costumi e moltodotto di teologia e di canonivi recitò l'orazioneche vanno in unlibro figurato in fogliomagnificamente stampato a spese del real erariocol titolo: Acta funeris Caroli Sangrii et Iosephi Capycii.Non passò lungo tempo cheper onorato comando delsignor conte Carlo Borromeo viceréfece l'iscrizioni ne' funerali chenella real cappella si celebrarono per la morte di Giuseppe imperadore.Quindi l'avversa fortuna volle ferirlo nella stimadi letterato; maperché non era cosa di sua ragionetal avversitàfruttògli un onoreil qual nemmeno è lecito desiderarsi da sudditosotto la monarchia. Dal signor cardinale Wolfango di Scrotembacviceréne' funerali dell'imperadrice Elionora fu comandato di fare le seguentiiscrizionile quali esso concepì con tal condotta chesceverateognunavi reggesse da sé etutte insiemevi componessero una orazion funerale.Quella che doveva venire sopra la Porta della real cappellaal di fuoricontiene il proemio: Helionoræaugustæ - e ducum Neoburgensium domo - Leopoldi cæs. uxori lectissimæ -Carolus VI Austrius roman. imperator Hispan. et Neap. rex - parentioptimæ - iusta persolvit - reip. hilaritas princeps - luget - huc -publici luctus officia conferte - cives.La prima delle quattro ch'avevano da fissarsi soprai quattro archi della cappellacontiene le lodi:Qui oculis hunc tumulum inanem spectas - rem menteinanem cogita - namque inter regiæ fortunae delicias fluxae voluptatisfuga - in fastigio muliebris dignitatis sui ad imam usque conditionemdemissio - inter generis humani mortales cultus aeternarum rerumdiligentia - quae - Helionora augusta defuncta - ubique in terris iacent -heic - supremis honoribus cumulantur.La seconda spiega la grandezza della perdita:Si digni in terris reges - qui exemplis magis quamlegibus - populorum ac gentium corruptos emendant mores - et rebuspp.civilem conservant felicitatem - Helionora - ut augusti coniugii sorte itavirtute - foemina in orbe terrarum vere primaria - quae uxor materquecæsarum - vitæ sanctimonia imperii christiani beatitudini - pro muliebriparte quamplurimum contulit - animitus eheu dolenda optimo cuique iactura!La terza desta il dolore:Qui summam - ex Carolo caesare principe optimo -capitis voluptatem - cives - ex Helionora eius augusta matre defuncta -aeque tantum capiatis dolorem - quae felici foecunditate - quod eratoptandum - ex Austria domo vobis principem dedit - et raris ac praeclarisregiarum virtutum exemplis - quod erat maxime optandum - vobis optimumdedit. Laquarta ed ultima porge la consolazione:Cum lachrymis - nuncupate conceptissima vota - cives- ut - helionorae - recepta coelo mens - qualem ex se dedit Leopoldo -talem ex Elisabetha augusta Carolo imp. - a summo Numine - impetretsobolem - ne sui desiderium perpetuo amarissimum - christiano terrarumorbi - relinquat. Sìfatte iscrizioni poi non si alzarono. Peròappena era passato il primogiorno de' funeraliche il signor don Niccolò d'Afflittogentilissimocavaliere napoletanoprima facondo avvocato ed allora auditordell'esercito (e privava appo 'l signor cardinalela quale granconfidenzacon le grandi fatigheportògli appresso la morteche fu datutti i buoni compianta)egli volle in ogni conto dal Vico che la sera sifacesse ritruovare in casa per fargli esso una visitanella quale glidisse queste parole: - Io ho lasciato di trattare col signor viceré unaffare gravissimo per venir quaed or quindi ritornerò in Palazzo perriattaccarlo; - e tra 'l ragionareche durò molto pocodissegli: - Ilsignor cardinale mi ha detto che grandemente gli dispiaceva questadisgrazia che vi è immeritevolmente accaduta -. Allo che questi risposeche rendeva infinite grazie al signor cardinale di tanta altezza d'animopropia di grandeusata inverso d'un sudditola cui maggior gloria èl'ossequio verso del principe.Tra queste molte occasioni luttuose vennegli unalieta nelle nozze del signor don Giambattista Filomarinocavalliere dipietàdi generositàdi gravi costumi e di senno ornatissimocon donnaMaria Vittoria Caracciolo de' marchesi di Sant'Eramo; e nella raccolta de'Componimenti per ciò fattistampata in quartovi compose un epitalamiodi nuova ideach'è d'un poema dramatico monodico col titolo di Giunonein danzanel quale la sola Giunonedea delle nozzeparla ed invita glialtri dèi maggiori a danzaree a proposito del subbietto ragiona suiprincìpi della mitologia istorica che si è tutta nella Scienza nuovaspiegata. Suimedesimi princìpi tessé una canzone pindaricaperò in verso scioltodell'Istoria della poesiada che nacque infino a' dì nostriindirizzataalla valorosa e saggia donna Marina Della Torrenobile genoveseduchessadi Carignano. Equi lo studio de' buoni scrittori volgari ch'aveva fatto giovinequantunque per tanti anni interrottogli diede la facultàessendovecchioin tal lingua come di lavorare queste poesie così di tessere dueorazionie quindi di scrivere con isplendore di tal favella la Scienzanuova. Delle orazioni la prima fu nella morte di Anna d'Aspromontecontessa di Althanmadre del signor cardinale d'Althanallora viceré;la quale egli scrisse per esser grato ad un beneficio che avevagli fattoil signor don Francesco Santoroallora segretario del Regno. Il qualessendo giudice di Vicaria civile e commessario d'una causa d'un suogeneroche vi si trattò a ruote giunteovedue giorni di mercordìl'uno immediato all'altro (ne' quali la Vicaria criminale si porta nelregio Collateral Consiglio a riferire le cause)il signor don AntonioCaracciolo marchese dell'Amorosaallor regente di Vicaria (il cui governodella città per la di lui interezza e prudenza piacque a ben quattrosignori viceré)per favorire il Vicoa bella posta vi si portò; a cuiil signor Santoro la riferì talmente pienachiara ed esattache glirisparmiò l'appuramento de' fattiper lo quale sarebbesi di moltoprolungata e strappata dall'avversario la causa. La qual esso Vicoragionò a braccio con tanta copiache contro un istrumento di notaiovivente vi ritruovò ben trentasette congetture di falsitàle qualidovette ridurre a certi capi per ragionarla con ordine ein forzadell'ordineritenerle tutte a memoria. E la porse così tinta dipassioneche tutti quei signori giudicanti per loro somma bontà non solonon aprirono bocca per tutto il tempo ch'egli ragionava la causama nonsi guardarono in faccia l'uno con l'altro; e nel fine il signor regentesentissi così commuovere chetemprando l'affetto con la gravità propiadi sì gran maestratodiede un segno degnamente mescolato e dicompassione inverso il reo e di disdegno contro l'attore: laonde laVicariala qual è alquanto ristretta in render ragionesenza essersipruovata criminalmente la falsitàassolvette il convenuto.Per tal cagione il Vico scrisse la orazione sudettache va nella raccolta de' Componimenti che ne fece esso signor Santorostampata in quarto foglio. Dovecon l'occasione di due signori figliuolidi sì santa principessa i quali s'impiegarono nella guerra fatta per lasuccessione della monarchia di Spagnavi fa una digressione con uno stilemezzo tra quello della prosa e quello del verso (qual dee essere lo stileistoricosecondo l'avviso di Cicerone nella brieve e succosa idea che dàdi scriver la storiache deve ella adoperare "verba ferme poetarum"forse per mantenersi gli storici nell'antichissima loro possessionelaquale si è pienamente nella Scienza nuova dimostratache i primi storicidelle nazioni furono i poeti); e la vi comprende tutta nelle sue cagioniconsiglioccasionifatti e conseguenzee per tutte queste parti la ponead esatto confronto della guerra cartaginese secondach'è stata la piùgrande fatta mai nella memoria de' secolie la dimostra essere statamaggiore. Della qual digressione il principe signor don GiuseppeCaracciolo de' marchesi di Sant'Eramocavaliero di gravi costumi esaviezza e di buon gusto di letterecon molta grazia diceva voler essochiuderla in un gran volume di carta biancaintitolato al di fuori:Istoria della guerra fatta per la monarchia di Spagna.L'altra orazione fu scritta nella morte di donnaAngiola Cimini marchesana della Petrellala qual valorosa e saggia donnanelle conversazioni che 'n quella casa sono onestissime e 'n buona partedi dotti uominicosì negli atti come ne' ragionamenti insensibilmentespirava ed ispirava gravissime virtù morali e civili; onde coloro che viconversavano eranosenz'avvederseneportati naturalmente a riverirla conamore ed amarla con riverenza. Laondeper trattare con verità e degnitàinsieme tal privato argomento: "ch'ella con la sua vita insegnò ilsoave-austero della virtù"il Vico vi volle fare sperienza quantola dilicatezza de' sensi greci potesse comportare in grandedell'espressioni romanee dell'una e dell'altro fusse capace l'italianafavella. Va in una raccolta in quarto foglio ingegnosamente magnificadove le prime lettere di ciascun autore sono figurate in ramecon emblemiritruovati dal Vico ch'alludono al subietto. Vi scrisse l'introduzione ilpadre don Roberto Sostegnicanonico lateranense fiorentinouomo che eper le migliori lettere e per gli amabilissimi costumi fu la delizia diquesta città; nel quale peccando di troppo l'umor della collera (chefecegli spesso mortali infermitàe finalmente d'un ascesso fattogli nelfianco destro cagionògli la mortecon dolore universale di tutti chel'avevano conosciuto)egli l'emendava talmente con la sapienza chesembrava naturalmente esser mansuetissimo. Egli dal chiarissimo abateAnton Maria Salvinidi cui era stato scolaresapeva di lingue orientalidella greca e molto valeva nella latinaparticolarmente ne' versi; nellatoscana componeva con uno stile assai robusto alla maniera del Casaedelle lingue viventioltre alla franceseora fatta quasi comuneerainteso dell'inghilesetedesca ed anche alquanto della turchesca; nellaprosa era assai raziocinativo ed elegante. Portossi in Napoli conl'occasionecome pubblicamente per sua bontà il professavad'aver lettoIl Diritto universaleche 'l Vico aveva mandato al Salvini; onde conobbech'in Napoli si coltiva una profonda e severa letteraturae 'l Vico fu ilprimo che volle esso conoscerecon cui contrasse una strettacorrispondenzaper la quale or esso l'ha onorato di quest'elogio.Circa questi tempi il signor conte Gianartico diPorcìafratello del signor cardinale Leandro di Porcìachiaro uomo eper letteratura e per nobiltàavendo disegnato una via da indirizzarvicon più sicurezza la gioventù nel corso degli studisulla vitaletteraria di uomini celebri in erudizione e dottrina; egli tra'napoletani che ne stimò degnich'erano al numero di otto (i quali non sinominano per non offender altri trallasciati dottissimii quali forse nonerano venuti alla di lui cognizione)degnò d'annoverare il Vicoe conorrevolissima lettera scrittagli da Vinegiatenendo la via di Roma per losignor abate Giuseppe Luigi Espertimandò al signor Lorenzo Ciccarellil'incombenza di proccurarlagli. Il Vicotra per la sua modestia e per lasua fortunapiù volte niegò di volerla scrivere; ma alle replicategentil'istanze del signor Ciccarelli finalmente vi si dispose. Ecome sivedescrissela da filosofo; imperocché meditò nelle cagioni cosìnaturali come morali e nell'occasioni della fortuna; meditò nelle suech'ebbe fin da fanciulloo inclinazioni o avversioni più ad altre speziedi studi ch'ad altre; meditò nell'opportunitadi o nelle travversie ondefece o ritardò i suoi progressi; meditòfinalmentein certi suoisforzi di alcuni suoi sensi dirittii quali poi avevangli a fruttare leriflessioni sulle quali lavorò l'ultima sua opera della Scienza nuovalaqual appruovasse tale e non altra aver dovuto essere la sua vitaletteraria. Frattantola Scienza nuova si era già fatta celebre per l'Italiae particolarmentein Veneziail cui signor residente in Napoli di quel tempo avevasiritirato tutti gli esemplari ch'erano rimasti a Felice Moscache l'avevastampatacon ingiognergli che quanti ne potesse più averetutti gliportasse da essoluiper le molte richieste che ne aveva da quella cittàlaonde in tre anni era divenuta sì rada che un libretto di dodici fogliin dodicesimo fu comperato da molti due scudi e ancor di vantaggio; quandofinalmente il Vico riseppe che nella postala qual non solea frequentareerano lettere a lui indiritte. Di queste una fu del padre Carlo Lodoli de'Minori osservantiteologo della serenissima repubblica di Veneziachegli avea scritto in data de' 15 di gennaio 1728la qual si era nellaposta trattenuta presso a sette ordinari.Con tal lettera egli lo invitava alla ristampa dicotal libro in Venezia nel seguente tenore:"Qui in Venezia con indicibil applauso correper le mani de' valentuomini il di lei profondissimo libro de' Princìpidi una Scienza nuova d'intorno alla natura delle nazionie più che 'lvan leggendopiù entrano in ammirazione e stima della vostra mente chel'ha composto. Con le lodi e col discorso andandosi sempre piùdiffondendo la famaviene più ricercatoenon trovandosene per cittàse ne fa venire da Napoli qualch'esemplare; mariuscendo ciò troppoincomodo per la lontananzason entrati in deliberazione alcuni di farlaristampar in Venezia. Concorrendo ancor io con tal pareremi è parsoproprio di prenderne innanzi lingua da Vostra Signoriache è l'autoreprima per sapere se questo le fosse a gradopoi per veder ancora seavesse alcuna cosa da aggiungere o da mutaree se compiacer si volessebenignamente comunicarmelo."Avvalorò il padre cotal sua richiesta con altraacclusa alla sua del signor abate Antonio Conti nobile venetogranmetafisico e mattematicoricco di riposta erudizione e per gli viaggiletterari salito in alta stima di letteratura appo il Newtonil Leibnizioed altri primi dotti della nostra etàe per la sua tragedia del Cesarefamoso nell'Italianella Francianell'Inghilterra. Il qualeconcortesia eguale a cotanta nobiltàdottrina ed erudizionein data degli3 di gennaio 1728 così gli scrisse:"Non poteva Vostra Signoria illustrissimaritrovare un corrispondente più versato in ogni genere di studi e piùautorevole co' librari di quel che sia il reverendissimo padre Lodolichele offre di far stampare il libro dei Princìpi di una Scienza nuova. Sonio stato un de' primi a leggerloa gustarlo e a farlo gustare agli amicimieii quali concordemente convengono che dell'italiana favella nonabbiamo un libro che contenga più cose erudite e filosofichee questetutte originali della spezie loro. Io ne ho mandato un picciolo estrattoin Francia per far conoscere a' francesi che molto può aggiungersi omolto correggersi sull'idee della cronologia e mitologianon meno chedella morale e della iurisprudenzasulla quale hanno tanto studiato.Gl'inglesi saranno obligati a confessare lo stesso quando vedranno illibro; ma bisogna renderlo più universale con la stampa e con lacomodità del carattere. Vostra Signoria illustrissima è a tempo diaggiungervi tutto quello stima più a propositosia per accrescerel'erudizione e la dottrinasia per isviluppare certe ideecompendiosamente accennate. Io consiglierei a mettere alla testa del librouna prefazione ch'esponesse i vari princìpi delle varie materie chetratta e 'l sistema armonico che da essi risultasino ad estendersi allecose futureche tutte dipendono dalle leggi di quell'istoria eternadella qual è così sublime e così feconda l'idea che ne haassegnata." L'altraletterache giaceva pur alla postaera del signor conte Gian Artico diPorcìa da noi sopra lodatoche da' 14 dicembre 1727 li aveva cosìscritto: "Miassicura il padre Lodoli (che col signor abate Conti riverisce VostraSignoria e l'un l'altro l'accertano della stima ben grande che fanno delladi lei virtù) che ritroverà chi stampi la di lei ammirabile opera de'Princìpi della Scienza nuova. Se Vostra Signoria volesse aggiungerviqualche cosaè in pienissima libertà di farlo. Insomma Vostra Signoriaha ora un campo di poter dilatarsi in tal libroin cui gli uominiscienziati affermano di capire da esso molto più di quello si vedeespresso e 'l considerano come capo d'opera. Io me ne congratulo conVostra Signoriae l'assicuro che ne ho un piacer infinitovedendo chefinalmente produzioni di spirito del nerbo e del fondo di che sono le suevengon a qualche ora conosciutee che ad esse non manca fortuna quandonon mancano leggitori di discernimento e di mente."A' gentil inviti ed autorevoli conforti di tali etanti uomini si credette obbligato di acconsentir a cotal ristampa e discrivervi l'annotazioni ed aggiunte. E dentro il tempo stesso chegiugnessero in Venezia le prime risposte del Vicoperchéper la cagionsopra dettaavevano di troppo tardatoil signor abate Antonio Contiperuna particolar affezione inverso del Vico e le sue cosel'onorò diquest'altra lettera in data de' 10 marzo 1728."Scrissi due mesi fa una lettera a VostraSignoria illustrissimache le sarà capitataunita ad un'altra delreverendissimo padre Lodoli. Non avendo veduto alcuna rispostaardiscod'incomodarla di nuovopremendomi solamente che Vostra Signoriaillustrissima sappia quanto io l'amiro e desidero di profittare de' lumiche Ella abbondantemente sparse nel suo Principio d'una Nuova Scienza.Appena ritornato di Franciaio lo lessi con sommo piaceree miriuscirono le scoperte criticheistoriche e morali non meno nuove cheistruttive. Alcuni vogliono intraprendere la ristampa del medesimo libroed imprimerlo con carattere più commodo ed in forma più acconcia. Ilpadre Lodoli aveva questo disegnoe mi disse d'averne a Vostra Signoriaillustrissima scritto per suplicarla ad aggiungervi altre disertazioni sula stessa materia o illustrazione de' capitoli del libro stessose peraventura ne avesse fatte. Il signor conte di Porcìa mandò allo stessopadre Lodoli la Vita che Ella di se stessa composee contiene varieerudizioni spettanti al progresso del sistema istorico e critico stabilitonegli altri suoi libri. Quest'edizione è molto desideratae moltifrancesia' quali ho dato una compendiosa idea del libro istessolachiedono con premura." Quindiil Vico tanto più si sentì stimolato a scrivere delle note e commenti aquest'opera. E nel tempo che vi travagliavache durò presso a due anniprima avvenne che il signor conte di Porcìain una occasione la qual nonfa qui mestieri narraregli scrisse ch'esso voleva stampar un suoProgetto a' signori letterati d'Italia più distinti o per l'opere datealla luce delle stampe o più chiari per rinomea d'erudizione e dottrinacome si è sopra pur dettodi scriver essi le loro Vite letterarie soprauna tal sua idea con la quale se ne promuovesse un altro metodo piùaccertato e più efficace da profittare nel corso de' suoi studi lagioventùe di volervi aggiugnere la sua per saggioche egli aveva digià mandataperchédelle molte che già glien'eran pervenute inpoterequesta sembravagli come di getto caduta sulla forma del suodisegno. Quindi il Vicoil qual aveva creduto ch'esso la stampasse con leVite di tutti ed in mandandogliela aveva professato che si recava a sommoonore d'esser l'ultimo di tutti in sì gloriosa raccoltasi diede a tuttopotere a scongiurarlo che nol facesse a niun patto del mondoperché néesso conseguirebbe il suo fine ed il Vico senza sua colpa sarebbe oppressodall'invidia. Macon tutto ciòessendosi il signor conte fermo in talsuo proponimentoil Vicooltre di essersene protestato da Roma per unavia del signor abate Giuseppe Luigi Espertise ne protestò altresì daVenezia per altra di esso padre Lodoliil qual aveva egli saputo da essosignor conte che vi promoveva la stampa e del di lui Progetto e della Vitadi esso Vico; come il padre Calogeràche l'ha stampato nel primo tomodella sua Raccolta degli opuscoli eruditil'ha pubblicato al mondo in unalettera al signor Vallisnieriche vi tien luogo di prefazione; il qualequanto in ciò ha favorito il Vicotanto dispiacer gli ha fatto lostampatoreil quale con tanti errori anco ne' luoghi sostanziali n'hastrappazzato la stampa. Or nel fine del catalogo delle opere del Vicocheva in piedi di essa Vitasi è con le stampe pubblicato: "Princìpid'una Scienza nuova d'intorno alla natura delle nazioniche si ristampanocon l'Annotazioni dell'autore in Venezia".Di piùdentro il medesimo tempo avvenne ched'intorno alla Scienza nuova gli fu fatta una vile imposturala quale staricevuta tra le Novelle letterarie degli Atti di Lipsia del mese di agostodell'anno 1727. La qual tace il titolo del libroch'è il principaldovere de' novellieri letterari (perocché dice solamente "Scienzanuova"né spiega dintorno a qual materia); falsa la forma dellibroche dice esser in ottavo (la qual è in dodicesimo); mentiscel'autore e dice che un lor amico italiano gli accerta che sia un"abate" di casa Vico (il qual è padre e per figliuoli efigliuole ancor avolo); narra che vi tratta un sistema o piuttosto"favole" del diritto naturale (né distingue quel delle gentiche ivi ragionada quel de' filosofi che ragionano i nostri moraliteologie come se questa fusse la materia della Scienza nuovaquandoegli n'è un corollario); ragguaglia dedursi da princìpi altri da quellida' quali han soluto finor i filosofi (nello chenon volendoconfessa laveritàperché non sarebbe "scienza nuova" quella dalla qualesi deducono tai princìpi); il nota che sia acconcia al gusto della Chiesacatolica romana (come se l'esser fondato sulla provvedenza divina nonfusse di tutta la religion cristianaanzi di ogni religione: nello che edegli si accusa o epicureo o spinosistae'n vece d'un'accusadà lapiù bella lodech'è quella d'esser pioall'autore); osserva che moltovi si travaglia ad impugnare le dottrine di Grozio e di Pufendorfio (etace il Seldenoche fu il terzo principe di tal dottrinaforseperch'egli era dotto di lingua ebrea); giudica che compiaccia piùall'ingegno che alla verità (quivi il Vico fa una digressioneove trattadegli più profondi princìpi dell'ingegnodel riso e de' detti acuti edarguti: che l'ingegno sempre si ravvolge dintorno al vero ed è 'l padrede' detti acutie che la fantasia debole è la madre dell'argutezzeepruova che la natura dei derisori siapiù che umanadi bestia);racconta che l'autore manca sotto la lunga mole delle sue congetture (enello stesso tempo confessa esser lunga la mole delle di lui congetture)e che vi lavora con la sua nuova arte critica sopra gli autori dellenazioni (tralle quali appena dopo un mille anni provenendovi gliscrittorinon può ella usarne l'autorità); finalmente conchiude che daessi italiani più con tedio che con applausi era ricevuta quell'opera (laqual dentro tre anni della sua stampa si era fatta rarissima per l'Italiaese alcuna se ne ritruovavacomperavasi a carissimo prezzocome si èsopra narrato; ed un italiano con empia bugia informò i signori letteratiprotestanti di Lipsia che a tutta la sua nazione dispiaceva un libro checontiene dottrina catolica!). Il Vico con un libricciuolo in dodicesimointitolato: Notae in Acta lipsiensiavi dovette rispondere nel tempo cheper un'ulcera gangrenosa fattagli nella gola (perché in tal tempo n'ebbela notizia)egliessendo vecchio di sessant'annifu costretto dalsignor Domenico Vitolodottissimo e costumatissimo medicod'abbandonarsial pericoloso rimedio de' fumi del cinabroil qual anco a' giovaniseper disgrazia tocca i nerviporta l'apoplesia. Per molti e rilevantiriguardichiama l'orditore di tale impostura "vagabondosconosciuto". Penetra nel fondo di tal laida calonnia e pruova luiaverla così tramata per cinque fini: il primo per far cosa chedispiacesse all'autore; il secondo per rendere i letterati lipsiensineghittosi di ricercare un libro vanofalsocatolicod'un autorsconosciuto; il terzose ne venisse lor il talentocol tacere e falsareil titolola forma e la condizion dell'autoredifficilmente il potesseroritruovare; il quartose pur mai il truovasseroda tante altrecircostanze vere la stimassero opera d'altro autore; il quinto perseguitare d'esser creduto buon amico da que' signori tedeschi. Tratta isignori giornalisti di Lipsia con civiltàcome si dee con un ordine diletterati uomini d'un'intiera famosa nazionee gli ammonisce che siguardino per l'avvenire di un tal amicoche rovina coloro co' qualicelebra l'amicizia e gli ha messi dentro due pessime circostanze: unadiaccusarsi che mettono ne' loro Atti i rapporti e i giudizi de' libri senzavedergli; l'altradi giudicare d'un'opera medesima con giudizi tra loroaffatto contrari. Fa una grave esortazione a costuichepoiché peggiotratta con gli amici che co' nimici ed è falso infamatore della nazionsua e vil traditore delle nazioni straniereesca dal mondo degli uomini evada a vivere tralle fiere ne' diserti dell'Affrica. Aveva destinatomandare in Lipsia un esemplare con la seguente lettera al signor BurcardoMenckeniocapo di quella assembleaprimo ministro del presente re diPolonia: "Praeclarissimoeruditorum lipsiensium collegio eiusque praefecto excellentissimo viroBURCARDO MENCKENIOIOHANNES BAPTISTA VICUS s.d.Satis graviter quidem indolui quod mea infelicitasvos quoqueclarissimi viriin eam adversam fortunam pertraxissetut avestro simulato amico italo decepti omnia vanafalsainiqua de me meoquelibro cui titulus Princìpi d'una Scienza nuova dintorno all'umanitàdelle nazioniin vestra eruditorum Acta referretis; sed dolorem ea mihiconsolatio lenivit quod sua naturae sponte ita res nasceretur ut pervestram ipsorum innocentiammagnanimitatem et bonam fidemistiusmalitiaminvidiam perfidiamque punirem; et hic perexiguus liberquem advos mittouna opera et illius delicta et poenas et ipsas vestras civilesvirtutes earumque laudes complecteretur. Cum itaque has Notas bonamagnaque ex parte vestra eruditi nominis caussa evulgaverimeas nedumnullius offensionis sed multae mihi vobiscum ineundae gratiae occasionemesse daturas sperotecumque in primisexcellentissime Burcarde Menckeniqui praestantissimae eruditionis merito in isto praeclarissimo eruditorumcollegio principem locum obtines. Bene agite plurimum. Dabam NeapoliXIVkal. novembris anno MDCCXXIX."La qual letteraquantunquecome si vedefussecondotta con tutta onorevolezzaperòriflettendo che pur così avrebbecome di faccia a faccia ripreso que' letterati di grandi mancanze nel lorufizioe che essii quali attendono a far incetta de' libri ch'escononell'Europa tuttodì dalle stampedevono sapere principalmente quelli chelor appartengonoper propia gentilezza si ristò di mandare.Orper ritornare onde uscì tal ragionamentodovendo il Vico risponder a' signori giornalisti lipsianiperché nellarisposta gli bisognava far menzione della ristampa che si promoveva di talsuo libro in Veneziane scrisse al padre Lodoli per averne il permesso(com'infatti nel riportò); onde nella sua risposta di nuovo con le stampesi pubblicò che i Princìpi della Scienza nuova con le annotazioni diesso autore erano ristampati in Venezia.E quivi stampatori veneziani sotto maschere diletteratiper lo Gessari e 'l Moscal'uno libraiol'altro stampatorenapoletanigli avevano fatto richiedere di tutte l'opere suee stampatee ineditedescritte in cotal catalogodi che volevan adornare i loromuseicom'essi dicevanoma in fatti per istamparle in un corpocon lasperanza che la Scienza nuova l'arebbe dato facile smaltimento. A' qualiper far loro vedere che gli conosceva quali essi eranoil Vico feceintendere che di tutte le deboli opere del suo affannato ingegno arebbevoluto che sola fusse restata al mondo la Scienza nuovach'essi potevanosapere che si ristampava in Venezia. Anziper una sua generositàvolendo assicurare anco dopo la sua morte lo stampatore di cotal ristampaofferì al padre Lodoli un suo manoscritto di presso a cinquecento foglinel qual era il Vico andato cercando questi Princìpi per via negativadal quale se n'arebbe potuto di molto accrescere il libro della Scienzanuovache 'l signor don Giulio Tornocanonico e dottissimo teologo diquesta chiesa napoletanaper una sua altezza d'animo con cui guarda lecose del Vicovoleva far qui stampare con alquanti associatima lostesso Vico priegandolo nel rimosseavendo di già truovati questiPrincìpi per la via positiva.Finalmente dentro il mese d'ottobre dell'anno 1729pervenne in Veneziaricapitato al padre Lodoliil compimento dellecorrezioni al libro stampato e dell'annotazioni e commentiche fanno unmanoscritto di presso a trecento fogli.Orritruovandosi pubblicato con le stampe ben duevolte che la Scienza nuova si ristampava con l'aggiunte in Veneziaedessendo colà pervenuto tutto il manoscrittocolui che faceva lamercatanzia di cotal ristampa uscì a trattar col Vico come con uomo chedovesse necessariamente farla ivi stampare. Per la qual cosaentrato ilVico in un punto di propia stimarichiamò indietro tutto il suo ch'aveacolà mandato; la qual restituzione fu fatta finalmente dopo sei mesich'era già stampato più della mettà di quest'opera. E perchéper letestè narrate cagionil'opera non ritruovava stampatore né qui inNapoli né altrove che la stampasse a sue speseil Vico si die' ameditarne un'altra condottala qual è forse la propia che doveva ellaavereche senza questa necessità non arebbe altrimente pensatochecolconfronto del libro innanzi stampatoapertamente si scorge esserdall'altra che aveva tenutoa tutto cielo diversa. Ed in questa tuttociò che nell'Annotazioniper seguire il filo di quell'operadistrattoleggevasi e dissipatoora con assai molto di nuovo aggiunto si osservacon uno spirito comporsi e reggere con uno spiritocon tal forza diordine (il qualeoltre all'altra ch'è la propietà dello spiegarsièuna principal cagione della brevità) che 'l libro di già stampato e 'lmanoscritto non vi sono cresciuti che soli tre altri fogli di più. Delloche si può far sperienzacomeper cagion d'esemplosulle propietà deldiritto natural delle gentidelle quali col primo metodo nel capo I§VII ragionò presso a sei foglied in questa ne discorre con pochi versi.Ma fu dal Vico lasciato intiero il libro primastampato per tre luoghi de' quali si truovò pienamente soddisfattopergli quali tre luoghi principalmente è necessario il libro della Scienzanuova la prima volta stampatodel quale intende parlare allorché cita la"Scienza nuova" o pure "l'opera con l'Annotazioni"adifferenza di quando cita "altra opera sua"che intende per glitre libri del Diritto universale. Laonde o essa Scienza nuova primaovesi faccia altra ristampa della secondadeve stamparlesi appressooalmenoper non fargli disiderarevi si devono stampare detti tre luoghi.Anziacciocché nemmeno si disiderassero i libri del Diritto universalede' quali assai meno della Scienza nuova primasiccome d'un abbozzo diquellail Vico era contentoe gli stimava solamente necessari per glidue luoghi: - uno della favola d'intorno alla legge delle XII Tavolevenuta d'Atenel'altro d'intorno alla favola della Legge regia diTriboniano- anco li rapportò in due Ragionamenticon più unità emaggior nerbo trattati. I quali due sono di quelli errori che 'l signorGiovanni Clericonella Biblioteca antica e modernain rapportando que'libridice che "in un gran numero di materie vi si emendanoquantità d'errori volgaria' quali uomini intendentissimi non hannopunto avvertito". Négià questo dee sembrar fasto a taluni: che il Viconon contento de'vantaggiosi giudizi da tali uomini dati alle sue operedopo ledisappruovi e ne faccia rifiutoperché questo è argomento della sommavenerazione e stima che egli fa di tali uomini anzi che no. Imperciocchéi rozzi ed orgogliosi scrittori sostengono le lor opere anche contro legiuste accuse e ragionevoli ammende d'altrui; altri cheper avventurasono di cuor picciolos'empiono de' favorevoli giudizi dati alle loro eper quelli stessinon più s'avvanzano a perfezionarle. Ma al Vico lelodi degli uomini grandi ingrandirono l'animo di correggeresupplire edanco in miglior forma di cangiar questa sua. Così condanna leAnnotazionile quali per la via niegativa andavano truovando questiPrincìpiperocché quella fa le sue pruove per isconcezzeassurdiimpossibilitàle qualico' loro brutti aspettiamareggiano piuttostoche pascono l'intendimentoal quale la via positiva si fa sentire soaveché gli rappresenta l'acconcioil convenevolel'uniformeche fanno labellezza del verodel quale unicamente si diletta e pasce la mente umana.Gli dispiacciono i libri del Diritto universaleperché in quelli dallamente di Platone ed altri chiari filosofi tentava di scendere nelle mentibalorde e scempie degli autori della gentilitàquando doveva tener ilcammino tutto contrario; onde ivi prese errore in alquante materie. NellaScienza nuova primase non nelle materieerrò certamente nell'ordineperché trattò de' princìpi dell'idee divisamente da' princìpi dellelinguech'erano per natura tra lor unitie pur divisamente dagli uni edagli altri ragionò del metodo con cui si conducessero le materie diquesta Scienzale qualicon altro metododovevano fil filo uscire daentrambi i detti princìpi: onde vi avvennero molti errori nell'ordine.Tutto ciò fu nella Scienza nuova seconda emendato.Ma il brevissimo tempodentro il qual il Vico fu costretto di meditar escriverequasi sotto il torchioquest'operacon un estro quasi fataleil quale lo strascinò a sì prestamente meditarla ed a scriverechel'incominciò la mattina del santo Natale e finì ad ore ventuna delladomenica di Pasqua di Resurrezione; - e puredopo essersi stampato piùdella mettà di quest'operaun ultimo emergenteanco natogli da Venezialo costrinse di cangiare quarantatre fogli dello stampatoche contenevanouna Novella letteraria (dove intiere e fil filo si rapportavano tutte lelettere e del padre Lodoli e sue d'intorno a cotal affare con leriflessioni che vi convenivano)e'n suo luogoproporre la dipintura alfrontispizio di quei librie della di lei Spiegazione scriverealtrettanti fogli ch'empiessero il vuoto di quel picciol volume; - dipiùun lungo grave malorecontratto dall'epidemia del catarroch'allora scorse tutta l'Italia; - e finalmente la solitudine nella qualeil Vico vive: - tutte queste cagioni non gli permisero d'usare ladiligenzala qual dee perdersi nel lavorare d'intorno ad argomentic'hanno della grandezzaperocch'ella è una minuta eperché minutaanco tarda virtù. Per tutto ciò non poté avvertire ad alcuneespressioni che dovevano oturbateordinarsi oabbozzatepolirsi ocortepiù dilungarsi; né ad una gran folla di numeri poeticiche sideon schifar nella prosané finalmente ad alquanti trasporti di memoriai quali però non sono stati ch'errori di vocaboliche di nulla hannuociuto all'intendimento. Quindi nel fine di quei libricon leAnnotazioni primeinsieme con le correzioni degli errori anco dellastampa (cheper le suddette cagionidovettero accadervi moltissimi)die' con le lettere M ed A i miglioramenti e l'aggiunte; e sieguitò afarlo con le Annotazioni secondele qualipochi giorni dopo esser uscitaalla luce quell'operavi scrisse con l'occasione che 'l signor donFrancesco Spinelli principale di Scaleasublime filosofo e di coltaerudizione particolarmente greca adornatolo aveva fatto accorto di treerrorii quali aveva osservato nello scorrere in tre dì tutta l'opera.Del qual benigno avviso il Vico gli professò generosamente le grazienella seguente lettera stampataivi aggiuntacon cui tacitamente invitòaltri dotti uomini a far il medesimoperché arebbe con grado ricevuto lelor ammende: "Iodebbo infinite grazie a Vostra Eccellenzaperocchéappena dopo tregiorni che le feci per un mio figliuolo presentar umilmente un esemplaredella Scienza nuova ultimamente stampataEllatolto il tempo chepreziosamente spende o in sublimi meditazioni filosofiche o in lezioni digravissimi scrittori particolarmente grecil'aveva già tutta letta: cheper maravigliosa acutezza del vostro ingegno e per l'alta comprensione delvostro intendimentotanto egli è stato averla quasi ad un fiato scorsaquanto averla fin al midollo penetrata e 'n tutta la sua estensionecompresa. Epassando sotto un modesto silenzio i vantaggiosi giudizich'Ella ne diede per un'altezza d'animo propia del vostro alto statoiomi professo sommamente dalla vostra bontà favoritoperocché Ella sidegnò anco di mostrarmene i seguenti luoghine' quali aveva osservatoalcuni errori che Vostra Eccellenza mi consolava essere stati trascorsi dimemoriai quali di nulla nuocevano al proposito delle materie che sitrattanoove son essi avvenuti.Il primo è a p. 313v. 19ove io fo Briseidepropia d'Agamennone e Criseide d'Achillee che quegli avesse comandatorestituirsi la Criseide a Crise di lei padresacerdote di Apollocheperciò faceva scempio del greco esercito con la pestee che questi nonavesse voluto ubidire; il qual fatto da Omero si narra tutto contrario. Macotal error da noi preso era in fattisenz'avvederceneun'emenda d'Omeronella parte importantissima del costume: che anzi Achille non avessevoluto ubidiree che Agamennone per la salvezza dell'esercito l'avessecomandato. Ma Omero in ciò veramente serbò il decorochequale l'avevafatto saggiotale finse il suo capitano anco fortecheavendo rendutoCriseide come per forza fattagli da Achillee stimando esserglici andatodel punto suoper rimettersi in onore tolse ingiustamente ad Achille lasua Briseidecol qual fatto andò a rovinare un'altra gran parte de'greci: talché egli nell'Iliade vien a cantare uno stoltissimo capitanolaonde cotal nostro errore ci nuoceva veramente in ciò: che non ci avevafatto vedere quest'altra gran pruova della sapienza del finora credutoche ci confermava la discoverta del vero Omero. Né pertanto AchillecheOmero con l'aggiunto perpetuo d'"irreprensibile" canta a' popolidella Grecia in essemplo dell'eroica virtùegli entra nell'ideadell'eroe quale 'l diffiniscono i dottiperché quantunque fusse giustoil dolor d'Achilleperò - dipartendosi con le sue genti dal campo e conle sue navi dalla comun'armatafa quell'empio voto: ch'Ettore disfacesseil resto de' greci ch'erano dalla peste campatie gode esaudirsi(siccomenel ragionando insieme di queste coseVostra Eccellenza misoggiunge quel luogo dove Achille con Patroclo desidera che morisserotutti i greci e troiani ed essi soli sopravivessero a quella guerra) - erala vendetta scelleratissima. "Ilsecondo errore è a pag. 314v. 38e pag. 315v. 1ove mi avvertisceche 'l Manlioil qual serbò la ròcca del Campidoglio da' Gallifu ilCapitolinodopo cui venne l'altro che si cognominò Torquatoil qualfece decapitar il figliuolo; e che non questi ma quegliper aver volutointrodurre conto nuovo a pro della povera plebevenuto in sospetto de'nobili che col favor popolare volesse farsi tiranno di Romacondennatofunne fatto precipitare dal monte Tarpeo. Il qual trasporto di memoria sìche ci nuoceva in ciò: che ci aveva tolto questa vigorosa pruovadell'uniformità dello stato aristocratico di Roma antica e di Spartaoveil valoroso e magnanimo re Agidequal Manlio Capitolino di Lacedemoneper una stessa legge di conto nuovonon già per alcuna legge agrariaeper un'altra testamentariafu fatto impiccare dagli efori."Il terzo errore è nel fine del libro quintop. 445v. 37ove deve dir "numantini" (ché tali sono quivi daesso ragionamento circoscritti).Per gli quali vostri benigni avvisi mi son dato arileggere l'operae vi ho scritto le correzionimiglioramenti edaggiunte seconde." Lequali annotazioni prime e secondecon altre poche ma importantissimech'è ito scrivendo interrottamente come di tempo in tempo ragionaval'opera con amicipotranno incorporarlesi ne' luoghi ove sono chiamatequando si ristampi la terza volta.Mentre il Vico scriveva e stampava la Scienza nuovasecondafu promosso al sommo pontificato il signor cardinal Corsinialqual era stata la primaessendo cardinalededicatae sì dovette a SuaSantità anco questa dedicarsi. Il qualeessendogli stata presentatavollecome gli venne scrittoche 'l signor cardinale Neri Corsini suonipotequando ringraziava l'autore dell'esemplare che questisenzaaccompagnarlo con letteragli aveva mandatogli rispondesse in suo nomecon la seguente: "Moltoillustre signore "L'operadi Vostra Signoria de' Princìpi di una Nuova Scienza aveva già esattotutta la lode nella prima sua edizione da Nostro Signoreessendo alloracardinale; ed ora tornata alle stampeaccresciuta di maggiori lumi ederudizione dal di lei chiaro ingegnoha incontrato nel clementissimoanimo di Sua Santità tutto il gradimento. Ho voluto dar a lei laconsolazione di questa notizia nell'atto istesso che mi muovo aringraziarla del libro fattomene presentaredel quale ho tutta laconsiderazione che meritaed esibendole in ogni congiontura di suoservizio tutta la mia parzialitàprego Dio che la prosperi."Roma6 gennaio 1731.Di Vostra Signoria affez. sempreN. CARD. CORSINI"Colmato il Vico di tanto onorenon ebbe cosa almondo più da sperare; onde per l'avvanzata etàlogora da tante fatigheafflitta da tante domestiche cure e tormentata da spasimosi dolori nellecosce e nelle gambe e da uno stravagante male che gli ha divorato quasitutto ciò ch'è al di dentro tra l'osso inferiore della testa e 'lpalatorinnonziò affatto agli studi. Ed al padre Domenico Lodoviciincomparabile latin poeta elegiaco e di candidissimi costumidonò ilmanoscritto delle annotazioni scritte alla Scienza nuova prima con laseguente iscrizione: AlTibullo cristiano - padre Domenico Lodovici - questi - dell'infeliceScienza Nuova - miseri - e per terra e per mare sbattuti - avvanzi - dallacontinova tempestosa fortuna - aggitato ed afflitto - come ad ultimosicuro porto - Giambattista Vico - lacero e stanco - finalmente ritragge.Egli nel professare la sua facultà fuinteressatissimo del profitto de' giovanieper disingannargli o nonfargli cadere negl'inganni de' falsi dottorinulla curò di contrarrel'inimicizie de' dotti di professione. Non ragionò mai delle cosedell'eloquenza se non in séguito della sapienzadicendo che l'eloquenzaaltro non è che la sapienza che parlae perciò la sua cattedra esserquella che doveva indirizzare gl'ingegni e fargli universalie chel'altre attendevano alle partiquesta doveva insegnare l'intiero sapereper cui le parti ben si corrispondan tra loro e ben s'intendan nel tutto.Onde d'ogni particolar materia dintorno al ben parlare discorreva talmentech'ella fusse animatacome da uno spiritoda tutte quelle scienze ch'avevancon quella rapporto: ch'era ciò ch'aveva scritto nel libro De rationestudiorumch'un Platoneper cagion di chiarissimo essemploappo gliantichi era una nostra intiera università di studi tutta in un sistemaaccordata. Talché ogni giorno ragionava con tal splendore e profonditàdi varia erudizione e dottrinacome se si fussero portati nella suascuola chiari letterati stranieri ad udirlo. Egli peccò nella colleradella quale guardossi a tutto poter nello scrivere; ed in ciò confessavapubblicamente esser difettuoso: che con maniere troppo risentite inveivacontro o gli errori d'ingegno o di dottrina o 'l mal costume de' letteratisuoi emoliche doveva con cristiana carità e da vero filosofo odissimulare o compatirgli. Però quanto fu acre contro coloro i qualiproccuravano di scemarglieletanto fu ossequioso inverso quelli che diesso e delle sue opere facevano giusta stimai quali sempre furono imigliori e gli più dotti della città. De' mezzi o falsie gli uni e glialtri perché cattivi dottila parte più perduta il chiamava pazzoocon vocaboli alquanto più civiliil dicevano essere stravagante e diidee singolari od oscuro. La parte più maliziosa l'oppresse con questelodi: altri dicevano che 'l Vico era buono ad insegnar a' giovani dopoaver fatto tutto il corso de' loro studi cioè quando erano stati da essigià resi appagati del loro saperecome se fusse falso quel voto diQuintilianoil qual desiderava ch'i figliuoli de' grandicome AlessandroMagnoda bambini fussero messi in grembo agli Aristotili; altri s'avvanzavanoad una lode quanto più grande tanto più rovinosa: ch'egli valeva a darbuoni indirizzi ad essi maestri. Ma egli tutte queste avversitàbenediceva come occasioni per le quali essocome a sua alta inespugnabilroccasi ritirava al tavolino per meditar e scriver altre operele qualichiamava "generose vendette de' suoi detrattori"; le qualifinalmente il condussero a ritruovare la Scienza nuova. Dopo la qualegodendo vitalibertà ed onoresi teneva per più fortunato di Socratedel qualefaccendo menzione il buon Fedrofece quel magnanimo voto:cuius non fugio mortemsi famam assequaret cedo invidiaedummodo absolvar cinis.