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IL MALMANTILE RACQUISTATO

 

di

 

PERLONE ZIPOLI (Lorenzo Lippi)

 

con gli Argomenti di Antonio Malatesti

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

FIRENZE

 

G. BARBÉRAEDITORE

______

 

1861.

 

 

AVVERTENZA.

 

Quando Salvator Rosa lamentava il traviamento degl'ingegnipoetici con quel suo celebre detto che le metafore avean consumato il solegli spiriti allegri dei veri begli umori toscani incominciavano a sentire nonpoco fastidio di certe svaporate piacevolezze e di un artifiziato modo di rideree voler far ridere che ancor prevaleva. Gli anagrammii bisticcii riboboliimonninila lingua jonadatticae la maccheronicache per qualche tempo aveanformato la delizia di molte menti volgarise eran cose non ancora cadute indiscreditoriconoscevansi tuttavia non esser la vera e natural fonte delridicolo e del burlesco. In questo tempo Lorenzo Lippi scriveva il suoMalmantilee dove pure avesse volutogli sarebbe stato impossibile tenere unavia affatto nuova in questo genere. Egli dunqueabbandonate le scimunitagginipatentiprese nel dettare il suo bizzarro poemadei modi proverbiali piùvulgati e più veramente ridevoli; ma non sì però che la sua lingua restasseaffatto immune di quelle maniere artifiziose e convenzionaliche se sonoaccettate per qualche temponon giungono mai ad esser parte e patrimonio dellafavella nazionale. Questo fece che il Malmantileper essere inteso in ogni suafrasenon dico già fuori di Toscanama fuori di Firenzee forse anche inFirenze stessoebbe bisogno di commentoappena uscito alla luce. Principalragione di ciò furono quei rimasugli (il nostro autore direbbe quei spiragli)di lingua jonadattica che il Poeta non seppe o non volle o non potè del tuttoevitare.

Molti non sanno (e in questo non deploriamo davvero la loroignoranza) che cosa sia questa lingua jonadattica. Ondeci è forza darne unaqualche ideaperchè siano più facilmente intese alcune espressioni di questocaro poemettole qual per buona ventura sono abbastanza rare. Consistevapertanto questa pretesa lingua jonadattica nell'adoperare le parole più straneo anche le comuniin un senso affatto diverso da quello che hannosenza checorra la minima analogia o attenenza tra l'idea espressa dalla parola adoperatae l'idea che si vuole esprimerepurchè però una o due sillabe della voce chesi adopra trovinsi anche nella parola che si dovrebbe adoprare se non siparlasse in lingua jonadattica. Citeremo un solo esempio che leggesi anche nelLippi. Per dire che un tale aveva finito tutto il suo averecercavasi unaparola che avesse la sillaba fie trovato Fillídesi diceva: Iltale ha fatto Fillide. Lunghe scritture o cicalatecome gli autoristessi le chiamavanoci restano ancora di queste scimunitagginile qualibenchè prestissimo cadessero in meritata dimenticanzalasciarono tuttavia nelcomune linguaggio una qualche orma di sè in certe locuzioni proverbialiuniversalmente accettatedel cui significato è impossibile rendersi unaragione. Tale è per esempioil modo anche oggi comunissimoUscir delseminato. Noi lo adoperiamo come equivalente di Uscir di tèma:in origine però esso valevacome può vedersi al c. I st. 28 Uscir disenno. E perchè mai aveva questo valore? Perchè seminato e sennocominciano con due lettere uguali. Men degna di derisione era certo lalingua furbesca o zerganella quale almeno fra la parola adoperata e la suacorrispondente in lingua comune correva una qualche analogia.

Il Malmantiledunquealtro di jonadattico noncontiene che queste poche frasi proverbiali. Ma e per queste e per molte altremaniere di linguache sono o furono solo toscanee alcune anche fiorentinesoltantoquesto graziosissimo poemetto non potrebbe essere inteso in ogni suaparte per tutta Italiase non fosse accompagnato di note e dichiarazioni.

È celebre forse quanto il Malmantileo almenoegualmente noto fra i letteratiil commento che ne fece il Minucciaccresciutoe talvolta rettificato dal Biscioni; e sparso qua e là di arguteosservazioncelle del Salvini. Questo commento considerato in sè stesso è unostupendo lavoro di arte filologicama considerato come dichiarazione del Malmantileè sproporzionato ed esuberante; è taleche fa rifuggire dalla lettura delpoema chiunque gli studi filologici non fa sua deliziaMossi da questopensieroabbiamo creduto di provvedere al comodo di moltiristringendo quantoera possibile il sullodato commento. Abbiamo seguíto quasi semprel'interpretazione di quei due celebri espositori e dove lo credevamo opportunoper ragioni che sarà facile intendere ad ogni luogoabbiamo citato i loronomispezialmente se riportavamo le loro stesse parole. Nel dichiarare voci emaniereci è parso meglio essere abbondanti che scarsi; ma dico abbondanti nelnumero non nella lunghezza delle dichiarazioni

A molti Toscani parrà strano che siansi spiegate certeparole e frasi che sono di uso comunissimo in Toscana: ma credo che mi bisogniappena di far considerare che ai non Toscani ho principalmente pensato di renderservigio «nel dichiarare(dirò colle modeste parole del Minucci) oppureconfondere ed intrigare quello che nella presente opera ho stimato pocointelligibile fuori della nostra città di Firenze.»

Precede al Poema la vita che scrisse del Lippi il Baldinucci;la quale sebbenesi diffonda in cose artistiche più che l'indole di questolibro non comportiha nondimenoabbondanti notizie sul Malmantileeritraemeglio di ogni altra la natura e l'ingegno del nostro Poeta; come quellache fu dettata da chi lo ebbe familiare amico.

 

 

ANTELMO SEVERINI

 

 

VITA

DI LORENZO LIPPI

SCRITTA

DA FILIPPO BALDINUCCI.

--

Nacque Lorenzo Lippipittore e cittadino fiorentinol'anno1606. Il padre suo fu Giovanni Lippie la madre Maria Bartolini. Attese ne'primi anni della fanciullezza alle lettere umane; ma poistimolato da una moltofervente inclinazione che egli aveva avuto dalla natura alle cose del disegnodeliberòsenza lasciar del tutto le letteredi darsi a quello studio: e perciò faresi accomodò appresso a Matteo Rossellipittore non solo di buonnomema altrettanto pratico nel suo mestieree caritativo nel comunicare a'giovani la propria virtùed insieme con esso ogni buon costume civile ecristiano. Era in questo tempo il giovanetto Lorenzo di spirito sì vivace efocosoche con esser egli applicato a vari divertimentitutti però virtuosi epropri di quell'etàcioè di schermasaltare a cavallo e ballareed anchealla frequenza dell'accademie di lettere; seppe contuttociò dare tanto di tempoal principale intento suoche fu il disegno e la pitturache in brevelasciatisi indietro tutti gli altri suoi condiscepoliarrivò a disegnar sìbene al naturaleche i disegniusciti di sua mano in quella etàstanno alparagone di molti de' principali maestri di quel tempo. In somma disegnava eglitanto beneche se e' non fosse stato in lui un amor fissoche egli ebbe sempreintorno alla semplice imitazione del naturalepoco o nulla cercando quel piùche anche senza scostarsi dal vero può l'ingegnoso artefice aggiugner di belloall'opera suaimitando solamente il più perfettocon vaghezza diabbigliamentivarietà e bizzarria d'invenzioneavrebbe egli senza fallo avutala gloria del primo artefice che avesse avuto ne' suoi tempi questa patriasiccome fu stimato il migliore nel disegnare dal naturale. A cagione dunque dital suo genio alla pura imitazione del veronon volle mai fare studio sopra leopere di molti gran maestristati avanti di luiche avessero tenuta manieradiversama un solo ne elessein tutto e per tutto conforme al suo cuore: equesto fu Santi di Titocelebre pittor fiorentinodisegnatore maraviglioso ebravo inventore; ma per ordinario tutto fermo ancora esso nella sola imitazionedel vero. Delle opere e disegni di costui fu il Lippi così innamoratoche finonell'ultima sua età si metteva a copiarne quanti ne poteva avere de' piùbelli: ed io lo soche più volte gli prestai per tale effetto certi bellissimiputtialcuno de' quali (così buon maestro come egli era) non ebbe difficultàdi porre in opera quasi interamentesenza punto mutarli. Ammirava il Rossellisuo maestro questo suo gran disegno accompagnato anche da un piacevole colorito:e frequentemente gli diceva alla presenza di altri: Lorenzotu disegni megliodi me. Gli facevacon sua invenzionedisegnarecominciaree talvolta finireaffatto di colorire alcune delle molte opereche gli erano tuttavia ordinate: efra quelleche uscirono fuori per fatte dal Rosselliche furono quasiinteramente di mano di lui con sola invenzione del maestrosi annoverano i duequadriche sono nella parte più alta di quella cappella de' Bonsi di SanMichele dagli Antinoriper la quale aveva fatto il Rosselli la bellissimatavola della Natività del Signore: e rappresentanouno il misterio dellaVisitazione di santa Lisabettae l'altro l'Annunziazione di Maria. Ma perchèuna pittura ottimamente disegnatae più che ragionevolmente coloritatuttochè manchevole di alcuna dell'altre belle qualitàfu sempremai in istimaappresso agl'intendenti; acquistò il Lippi tanto creditoche gli furono date afare molte opereche si veggono per le case di diversi gentiluomini ecittadini. Fra le altre una gran tavola di una Dalida e Sansone per AgnoloGalli: pel cavaliere Dragomannia concorrenza di Giovanni Bilivertdi OttavioVanninie di Fabrizio Boschitutti celebri pittorie allora maestri vecchifece un bel quadro da sala: uno pel marchese Vitelli: e pel marchese Riccardinel suo casino di Gualfondacolorì uno spazio di una volta d'una cameradisotto in su: e pel Porcellini speziale dipinse la favola d'Adoneucciso dalporco cignale: e fece anche altri quadri di storiee di mezze figureche lungacosa sarebbe il descrivere. Partitosi poi dal maestrocrebbe semprepiù il buonconcetto di luionde non mai gli mancò da operare. Per unoche faceva arte dilanafece un'Erodiade alla tavola di Erodeche fu stimata opera singolare: el'anno 1639per la cappella degli Eschini colorì la bella tavola delsant'Andrea in San Friano: e altri molti quadri e anche ritratti al naturale.

Era egli già pervenuto all'età di quaranta anni in circaquando si risolvè di accasarsi colla molto onesta e civile fanciullaElisabettafigliuola di Giovan Francesco Susinivalente scultore e gettatoredi metalli discepolo del Susini vecchioe di Lucrezia Marmicugina di Alfonsodi Giulio Parigiarchitetto e ingegnere del serenissimo Granduca Ferdinando II.Non era ancor passato un anno dopo il suo sposalizioche al nominato AlfonsoParigisuo nuovo parentefu inviata commissione d'Ispruck dalla gloriosamemoria della serenissima arciduchessa Claudiadi mandar colà al servizio diquell'Altezza un buon pittoreonde il Parigiconoscendo il valore di Lorenzodiede a lui tale occasione. Si pose egli in viaggio: e pervenutovi finalmenteericevuto con benigne dimostrazioni da quella amorevole principessasi mise adoperare in tutto ciò che gli fu ordinato: e fecevi molti ritratti di principidame e cavalieri di quella cortee altre pitture. E perchè Lorenzo nonsolamente per una certa sua acutezza nei mottie per alcune parole piacevoliche senza nè punto nè poco dar segno di risocon quel suo voltoper altro inapparenza serio e malinconicoprofferiva bene spesso all'occasioni.rendevaamenissima e desiderabile la conversazion sua: e anche perchè egli aveva giàdato principio alla composizione della bizzarra leggendadi cui appressoparleremointitolandola la Novella delle due Regineche poi ridusse adintero poemacol leggerla ch'ei faceva nell'ore del divertimento a quellaAltezza e con certo piacevole e insieme rispettoso modo suo proprio nelconversare co' grandiseppe guadagnarsi a gran segno la grazia di quellaprincipessaalla qualecosì volendo ella medesimala dedicòcolla letterache ci pose a principio di essache comincia: Ati figliuolo di Creso.Dimorò il Lippi in quelle parti circa sei mesie non diciottocome altriscrisse; ma essendo in quei medesimi tempi seguíta la morte della Principessaegli ben favorito e ricompensato se ne tornò alla patria: dove non lasciandomai di fare opere bellissime in pitturaseppe dare il suo luogo e 'l suo tempoalla continuazione del suo poema. La prima cagione di questo assunto suo fuquella che ora io sono per direper notizia avuta da lui medesimo.

Aveva il Lippifino dalla fanciullezzaavuto in dono dallanatura un'allegrama però onesta vivacità e bizzarriacon una singolareagilità di corpoderivata in lui non solo dal non essere soverchiamentecarnosoma dall'essersi indefessamente esercitato per molti anni nel ballareschermirenelle azioni comicheed in ogni altra operazionepropria di unospirito tutto fuococome era il suo; ma non lasciava per questo di quando inquando di esercitare il suo ingegno nella composizione di alcun bel sonetto ecanzone in istile piacevole. Coll'avanzarsi in lui l'etàe accrescersi lefatiche del pennelloinsieme col pensiero della casasi andarono anchediminuendo molto il tempo e l'abilità agli esercizi corporalima col cessar diquesti si andava sempre più augumentando in lui la curiosità de' pensieritutti intenti al ritrovamento di un buono e bello stile di vaga poesia. Avevaeglicome si è accennatonon solamente qualche parentelama ancora grandeamicizia e pratica col nominato Alfonso Parigiche possedeva una villa in sulpoggio di Santo Romolosette miglia lontano da Firenze sopra la strada pisanain luogo detto la Mazzettaposseduta oggi da Bernardino degli Albizzigentiluomo dotato di ottimi talenti e di graziosi costumi: la qual villa è nonpiù di un miglio lontana da quel castello di Malmantileche oggi per essere intutto e per tutto vòto di abitatori e di abitazionibenchè conservi intattele antiche muranon ha però di castello altro che il nome. Andava bene spessoil Lippi in villa del Parigi: e nel passare un giornoandando a spassoda quelcastellovennegli capricciocom'egli era solito a dirmidi comporre unapiccola leggenda in istile burlesco la quale dovesse esserecome sogliamo dirnoitutto il rovescio della medaglia della Gerusalemme Liberatabellissimopoema del Tasso: e dove il Tasso elettosi un alto e nobilissimo soggetto per losuo poemacercò di abbellirlo co' più sollevati concetti e nobili parolechegli potè suggerire l'eruditissima mente sua; il Lippi deliberò di mettere inrima certe novelledi quelle che le semplici donnicciuole hanno per uso diraccontare a' ragazzi: ed avendo fatta raccolta delle più basse similitudiniede' più volgari proverbi e idiotismi fiorentini; di essi tessè tutta l'operasuafuggendo al possibile quelle vocile quali altria guisa di quelrettorico atticista ripreso da Luciano ne' suoi piacevolissimi Dialoghiaffettando ad ogni proposito l'antichità della toscana favellava ne' suoiragionamenti senza scelta inserendo. Fu sua particolare intenzione il farconoscere la facilità del parlar nostro: e che ancora ad unoche non aveva(come esso) altra eloquenza che quella che gli dettò la naturanon eraimpossibile il parlar bene. Oraperchè spesso accadeche anche le grandissimecose da basso e talvolta minutissimo cominciamento traggono i loro principiiegliche da prima non avendo altro fineche dare alquanto di sfogo al suopoetico capriccioe passar con gusto le ore della vegliaaveva avutointenzione di imbrattar pochi foglide' quali anche già si era condotto quasial destinato segnofu necessitato partire per Germania al serviziocome abbiamdettodella serenissima arciduchessa: e con tale sua gita venne ad incontrarecongiuntura più adeguataper dilatare alquanto l'opera sua; perchèessendoegli colà forestiero e senza l'uso di quella linguae perciò non avendo conchi conversaretalvoltao stanco dal dipingereo attediato dalla lunghezzade' giorni o delle vegliesi serrava nella sua stanzae si applicava allaleggenda finchè la condusse a quel segno che gli pareva abbisognare perdedicarla alla serenissima sua signora siccome fece colla citata lettera.Tornatosene poi alla patriaed avendo fatto assaporare agli amici il suo belconcettogli furono tutti addosso con veementi e vive persuasioniacciocchèegli dovesse darle finenon di una breve leggenda come egli si era proposto madi uno intero e bene ordinato poema.

Uno di coloroche a ciò fare forte lo strinserofu ilmolto virtuoso Francesco Rovai; a persuasione del quale vi aggiunse la mostradell'armata di Baldone. Agli ufizi efficacissimi del Rovai si aggiunsero quellidi altri amicie particolarmente di Antonio Malatestiautore della Sfingee de' bei Sonettiche poi dopo la sua morte sono stati dati alle stampeintitolati: Brindis de' Ciclopi. Grandissimi furono ancora gli stimoliche egli ebbe a ciò fare da Salvator Rosanon meno rinomato pittorecheingegnoso poeta. Da questo ebbe il Lippi il librointitolato: Lo Cunto de liCuntiovvero Trattenemiento de li Piccerillecomposto al modo diparlare napolitanodal quale trasse alcune bellissime novelle: emessele inrimane adornò vagamente il suo poema. Chi queste cose scrisseil quale ebbecon lui intrinseca dimestichezzae in casa del quale il Lippi lesse più voltein conversazione d'amici quanto aveva finitoa gran segno l'importunò dellostesso: ed ebbe con lui sopra le materieche e' destinava di aggiungervimoltie lunghi ragionamenti; tantochè egli finalmente si risolvè di applicarvisi pordavvero. Ciò faceva la sera a veglia con suo grandissimo dilettosolito a direal nominato scrittoreche in tale occasione bene spesso toccava a lui il farela parte di chi compone e quella di chi legge; perchè nel sovvenirli iconcettie nell'adattare al vero i proverbinon poteva tener le risa. Everamente è degno il Lippi di molta lodein questo particolarmentedi aversaputoper dir cosìannestare a' suoi versi i proverbie gli idiotismi piùscuri: e quelli adattare a' fatti sì propriche può chicchessiaancorchènon pratico delle proprietà della nostra linguadal fatto medesimoe dalmodoe dalla occasione in che sono portatiintender chiaramente il verosignificato di molti di loro. E ciò sia dettooltr'a quanto si potrebbe direin sua lodee de' suoi componimenti. Per un giocondissimo divertimentoericreazionenell'ordinazione di cui non ischifò i concetti pure di chi talicose scrive: aggiunsevi molti episodi col canto dell'Inferno: e finalmente indodici cantari terminò il bel poema del Malmantile Racquistatoal qualevolle fare gli argomenti per ogni Cantare il già nominato Antonio Malatesti.

L'allegoria del suo Poema fuche Malmantile vuolsignificare in nostra lingua toscanauna cattiva tovaglia da tavola; echechi la sua vita mena fra l'allegria de' convitiper lo più si riduce amorire fra gli stenti. Nè è vero ciòche da altri fu dettoche egli perbeffa anagrammaticamente vi nominasse molti gentiluominied altri suoiconfidenti: perchè ciò fece egli per mera piacevolezzacon non ordinariogusto di tutti loroi quali con non poca avidità ascoltando dall'organo di luile proprie rimeoltre modo goderono di sentirsi leggiadramente percuotere da'graziosi colpi dell'ingegno suo. Chi vorrà sapere altri accidentioccorsi neltempo che il Lippi conduceva quest'operalegga quanto ha scritto il dottorPaolo Minucci nelle sue eruditissime Note fatte allo stesso Poemaper le qualiviene egliquanto altri immaginar si possaillustrato ed abbellito.

Non voglio però lasciar di dire in questo luogocome unsolo originale di quest'opera uscì dalla penna del Lippimesso al pulitochedopo sua morte restò appresso de' suoi eredi: ed una accuratissima copia delmedesimoriscontrata con ogni esattezza da esso originalefu appresso delcavaliere Alessandro Valorigentiluomo di quelle grandi qualità e dotidi chealtrove si è fatta menzione. Questo cavaliere era solito alcune volte fral'anno di starsene per più giorni in alcuna delle sue ville d'Empoli vecchiodella Lastrao altrain compagnia di altri nobilissimi gentiluominie delvirtuoso cavaliere Baccio suo fratellodove soleva anche frequentementecomparire Lionardo Giraldi proposto d'Empoliche all'integrità de' costumi eaffabilità nel conversareebbe fino da' primi anni congiunto un vivacissimospirito di poesia piacevolein stile bernescocome mostrano le molte ebellissime sue composizioni: ed a costoro fece sempre provare il Valorioltreil godimento di sua gioconda conversazioneeffetti di non ordinarialiberalitàcon un molto nobile trattamento di ogni cosacon cui possaevoglia un animo nobile e generosoonorare chichessia nella propria casa. Conquesti era bene spesso chiamato il Lippie non poche volte ancora lo scrittoredelle presenti notizieche in tale occasione volle sempre essere suo camerata.Veniva Lorenzo ben provvisto colla bizzarria del suo ingegno e col suo poema;con quella condiva il gusto del camminare a diportoil giuocoe l'allegriadella tavolamediante i suoi acutissimi motti: e con questo faceva passare iltempo della vegghia con tanto gustoche moltiche sono stati soliti di goderedi tale conversazioneed io non meno di essinon dubito di affermare di nonaver giammai per alcun tempo veduto giorni più belli.

Ma tornando al poemane son poi a lungo andare uscite fuorialtre moltissime copie di questa bell'operatutte piene di errori; laonde ilgià nominato dottor Paolo Minucci volterranosoggetto di quella erudizione cheè notae che ci ha dato saggio di essere uno de' più leggiadri ingegni delnostro tempoavendo trovato modo di averla tale quale uscì dalla pennadell'autoreha poi fattoche noi l'abbiamo finalmente veduta data alla luceededicata al serenissimo cardinale Francesco Maria di Toscanacoll'aggiuntadelle eruditissime Noteche egli vi ha fatte per commissione della gloriosamemoria del serenissimo cardinale Leopoldoacciocchè meglio si intendano fuoridi Toscana alcune paroledettifrasie proverbiche si trovano in essapocointesi altrove che in Firenze.

Non voglio per ultimo lasciar di notarequanto fu solitoraccontare l'abate canonico Lorenzo Panciatichicavaliere di quella erudizioneche a tutti è nota: e fuche con occasione di aver con altri cavalieriviaggiato a Parigifu ad inchinarsi alla maestà del Reil quale lo ricevècon queste formali parole: Signore abateio stavo leggendo il vostrograzioso Malmantile: e raccontava pure l'abate stessoche la maestà del Red'Inghilterra fu un giorno trovato con una mano posta sopra una copia di questolibroche era sopra una tavola: e tutto ciò seguì molti anni primach'e'fosse dal Minucci dato alle stampe.

Tornando ora a parlare di pitturemolte furono le operechefece il Lippi; il quale finalmente pervenuto all'età di cinquantotto anniperl'indefesso camminarech'e' fece un giornocom'era suo ordinario costumeanche nell'ore più caldee sotto la più rigorosa sferza del Soleparendogliuna tal cosa bisognevole alla sua sanitàavendo anche quella mattina preso uncerto medicamentoassalito da pleuritide con veemente febbrecon straordinariodolore degli amicie con segni di ottimo cristianocome egli era stato invitafinì il corso de' giorni suoi: e fu il suo corpo sepolto nella chiesa diSanta Maria Novella nella sepolturadi sua famiglia. Lasciò due figliuolimaschie tre femmine: il primo de' maschi si chiamò Giovan Francescochevestì l'abito della Religione Vallombrosanae Antonioche vive al presente ingiovanile età. Delle femminela prima ha professato nel convento di SanClemente di Firenze: la seconda vestì l'abito religioso nel Monte a San Savino:e l'altra fu maritata a Gio. Giacinto Paolicittadino Fiorentinoche premorìal marito senza figliuoli.

Fu il Lippi persona di ottimi costumi. amorevole ecaritativo; perlochè meritò di essere descritto nella venerabile Compagniadella Misericordiadetta volgarmente de' Neriche ha per istituto il consolaree aiutare i condannati alla morte: ed in essa fu molto fervoroso. Non fu avidodi robao interessato: ma se ne visse alla giornata col frutto delle suefatichee di quel poco che gli era restato di patrimonio. Ma perchè tale èl'umana miseriache a gran pena si trova alcunoper altro virtuosoche allapropria virtù non congiunga qualche difettopossiamo dire che il Lippipiù per una certa sua natural veemenza d'inclinazione che per altroin questosolo mancassee facesse anche danno a sè stessoin essere troppo tenace delproprio parere in ciò che spetta all'artecioè d'averne collocata laperfezione nella pura e semplice imitazione del verosenza punto cercar quellecoseche senza togliere alle pitture il buono e 'l veroaccrescono lorovaghezza e nobiltà: la qual cosa molto gli tolse di quel gran nomee dellericchezzeche egli avrebbe potuto acquistarese egli si fosse renduto inquesta parte alquanto più pieghevole all'altrui opinioni. In prova di cheoltre a quanto io ne so per certa scienzaper altri casi occorsiraccontommiun gentiluomo di mia patriache avendo avuto una volta dì oltre i monticommissione di far fare quattro tavole da altare a quattro de' più rinomatipittori d'Italia; egli una ne allogòse bene ho a menteal Passignanouna alGuercino da Centoed una ad altro celebre pittore di Lombardiache bene non misi ricordae una finalmente al Lippi: ed a questo la diede con pattoch'eglisi dovesse contentare di dipignerla secondo quella invenzione che egli gliavrebbe fatto fare da altro valoroso arteficesì quanto al numero eall'attitudine delle figurequanto al componimentoabbigliamentoarchitetture. e simili: e dissemi di più il gentiluomoche fatta che ful'invenzione in piccolo disegnoil Lippi si pose a operaree a quella in tuttoe per tutto si conformò con gli studi delle figure: e finalmente condusseun'operache riuscìa parere di ognunola più bella di tutte le altre.Potè tanto in Lorenzo quest'apprensione di voler poco abbigliare le sueinvenzioniche non diede mai orecchio ad alcuno che fosse stato di diversoparere: e al dottore Giovambatista Signicelebre medicoche avendogli fattofare una Juditta colla testa di Oloferne si doleva ch'e' l'avesse vestitapoveramente e poco l'avesse abbigliata; rispose doversi lui contentare ogniqualvolta egli per far quella figura più riccale aveva messo in mezzo alpetto un gioiello di sì grossi diamantiche sarebbero potuti valere trentamilascudi: ed esser quell'altro adornamento solo di pochi cenci e di quattrosvolazzi. Dirò piùche questo suo gusto tanto fermo nella prima imitazionefece sì che poco gli piacquero le pitture di ogni altro maestroche avessediversamente operatofussesi pure stato quanto si volesse eccellente: e siracconta di lui cosa che pare assolutamente incredibilema però altrettantoverae fa: che egli passando di Parma al suo ritorno d'Isprucknè meno sicurò di punto fermarsi per vedere la maravigliosa cupola e le altrediversissime pitture che sono in quella cittàdi mano del Coreggio. E sia ciòdetto per mostrar quanto sia vero che a quel professore di queste belle artiche intende di giugnere a maggiori segni della virtùdella stima e dell'averefa di mestieri talvoltaricredendo il proprio parereagli esempi di coloroaccostarsiche a giudizio universale de' più periti già hanno ottenuto ilpossesso di eccellenza sopra di ogni altro artefice.

 

 

 

PRIMO CANTARE

Argomento

Martesdegnato perchè il Mondo è in pace

corree dal letto fa levar la suora:

e in finto aspettoe con parlar mendace

mandala a svegliar l'ire in Celidora.

Fa la mostra de' suoi Baldone audace:

indi all'imbarco non frappon dimora:

e per via narra con che modo indegno

Bertinella occupato avea il suo Regno.

 

1

Canto lo stocco e 'l batticul di maglia

onde Baldon sotto guerriero arnese

movendo a Malmantile aspra battaglia

fece prove da scriverne al paese

per chiarir Bertinella e la canaglia

che fu seco al delitto in crimenlese

del fare a Celidora sua cugina

per cansarla del regnouna pedina.

2

O Musa che ti metti al Sol di state

sopra un palo a cantar con sì gran lena

che d'ogn'intorno assordi le brigate

e finalmente scoppi per la schiena;

se anch'iosopr'alle picche dell'armate

vòlto a Febocon te vengo in iscena

acciocch'io possa correr questa lancia

dammi la vocee grattami la pancia.

3

Alcun forse dirà ch'io non so cica

e ch'io farei il meglio a starmi zitto.

Suo danno; innanzi pur; chi vuol dir dica:

fo io per questo qualche gran delitto?

S'io dirò maleil Ciel la benedica;

a chi non piacemi rincari il fitto.

Non so s'e' se la sanno questi sciocchi

ch'ognun può far della sua pasta gnocchi.

4

Mi basta sol se Vostra Altezza accetta

d'onorarmi d'udir questa mia storia

scritta così come la penna getta

per fuggir l'ozioe non per cercar gloria:

se non le gustaquando l'avrà letta

tornerà bene il farne una baldoria;

chè le daranno almen qualche diletto

le monachine quando vanno a letto.

5

Offerta gliel'avea giàlo confesso;

ma sommene anche poi morse le mani

perchè il filo non va nè ben nè presso

e versi v'è che il Ciel ne scampi i cani.

Ma poi ch'ella la vuoleed io ho promesso

non vo' mandarla più d'oggi in domani;

chè chi promettee poi non la mantiene

si sal'anima sua non va mai bene.

6

Ma che? siccome ad un che sempre ingolla

del ben di Dioe trinca del migliore

il vin di Brozziun pane e una cipolla

talor per uno scherzo tocca il cuore;

così la vostra ideadi già satolla

di que' libron che van per la maggiore

forse potràsentendosi svogliata

far di quest'anche qualche corpacciata.

7

Già dalle guerre le provincie stanche

non sol più non venivano a battaglia;

ma fur banditi gli archi e l'armi bianche

ed eziam il portare un fil di paglia:

vedeansi i bravi acculattar le panche

e sol menar le man sulla tovaglia;

quando Marte dal ciel fa capolino

come il topo dall'orcio al marzolino:

8

chè d'averlo non v'è nè via nè modo

se dentr'ad un mar d'olio non si tuffa:

e reputa il padron degno d'un nodo

che lo lascia indurire e far la muffa

così Marteche vede l'armi a un chiodo

tutt'appiccatemalamente sbuffa

che metter non vi possa su le zampe

e che la ruggin v'abbia a far le stampe.

9

Sbircia di qua di là per le cittadi

nè altre guerre o gran campion discerne

che battaglie di giuoco a carte e a dadi

e stomachi d'Orlandi alle taverne.

Si voltae dà un'occhiata ne' contadi

che già nutrivan nimicizie eterne;

e non vede i villan far più quistione

in fuor che colla roba del padrone.

10

Ond'eiche in testa quell'umor si è fitto

che l'uom si crocchi pur giusta sua possa;

senza picchiar nè altrogiù sconfitto

l'uscio a Bellona manda in una scossa.

Niun fïata perciònon sente un zitto

perch'ella dormee appunto è in sulla grossa;

poichè la sera avea la buona donna

cenato fuora e preso un po' di nonna.

11

Le scale corre lesto come un gatto:

poi dal salotto in camera trapassa:

e vede sopra un letto malrifatto

ch'ell'è rinvolta in una materassa;

sta cheto chetoe con due man di piatto

batte la spada sopr'ad una cassa:

la qual s'aperseed eivistevi drento

robe maneschea tutte fece vento.

12

Ma non fa sì che la sorella sbuchi

di modo ch'ei la chiama e le fa fretta:

la solleticae dice: Ovvíafuor bruchi:

lo spedalingo vuol rifar le letta.

S'allunga e si rivolta come i ciuchi

ellache ancor del vino ha la spranghetta:

e fatto un chiocciolin sull'altro lato

le vien di nuovo l'asino legato.

13

Oh corna! disse il re degli smargiassi:

e intanto le coperte avendo preso

le ne tira lontan cinquanta passi;

ma in terra anch'egli si trovò disteso;

o che per la gran furia egli inciampassi;

o ch'elle fusson di soverchio peso;

basta ch'ei battè il ceffoe che gli torna

in testa la bestemmia delle corna.

14

Ella svegliata allora escì del nidio:

e dicendo che 'n ciò gli sta il dovere

e ch'ei non ha nè garbo nè mitidio

non si può dalle risa ritenere;

cosa ch'a Marte diede gran fastidio:

ma perch'ei non vuol darlo a divedere

si rizza e froda il colpo che gli duole:

poi dice che vuol dirle due parole.

15

Dì' purla dea rispondech'io t'ascolto:

hai tu finito ancora? ovvía dì' presto;

ma prima di quei panni fa' un rinvolto

e gettalo in sul lettoch'io mi vesto.

Quello non solma quanto aveva tolto

di quella cassaei rendee mette in sesto:

e postosi a seder su la predella

con gravità dipoi così favella.

16

Sirocchiamale nuove; poichè in terra

veggiam ch'all'armi più nessuno attende;

onde il nostro mestiereidest la guerra

che sta in sul taglionon fa più faccende.

Sai che la Morte ne molesta e serra

che la sua stregua anch'ella ne pretende;

e se non se le dà soddisfazione

la ci farà marcir 'n una prigione.

17

Bisogna qui pigliar qualche partito

se noi non vogliam ir nella malora:

ed un ce n'èch'è buono arcisquisito

qual èche si risvegli Celidora

c'ha dato un tuffo nello scimunito

mentre di Malmantil si trova fuora;

e passandola sempre in piagnistei

pigra si stacome non tocchi a lei.

18

Ma come quellapare a meche aspetta

che le piovano in bocca le lasagne

senza pensare un Jota alla vendetta

la sua disgrazia maledicee piagne.

Or mentre ch'ella in arme non si metta

per racquistar lo scettro e sue campagne

molto male per noi andrà il negozio

che muoiam di mattana e crepiam d'ozio.

19

Chi sa? forse costei se ne sta cheta

perch'ella vede esser legata corta;

che s'ell'avesse un dì gente e moneta

tu la vedresti uscir di gatta morta;

ma qui Baldon farà dall'A alla Zeta;

so quel ch'io dicoquando dico tórta:

ritrova tu costeista' seco in tuono;

chè quant'al restoanch'io farò di buono.

20

Vattene dunquee in abito di mago

dopo il formar gran circoli e figure

conchiudi e dille che tu se' presago

che presto finiran le sue sciagure:

e quel tuo corazzon pelle di drago

imbottito d'insulti e di bravure

mettile indosso; chè vedra'la poi

far lo spavaldo più che tu non vuoi.

21

Bellonache ha il medesimo capriccio

di far braciuoleva col sarrocchino

e col bordone e un bel barbon posticcio

sembrando un venerabil pellegrino:

e fatto di parole un gran piastriccio

esser dicendo astrologo e indovino

che vien di quel discosto più lontano

la ventura le fa sopr'alla mano.

22

Ove dopo mostrato ogni accidente

di tutta la sua vita pel passato

soggiunge che per via d'un suo parente

in breve tempo riavrà lo Stato;

però si metta in armechè un presente

le fa d'un panceroncheancorchè usato

ripara i colpi ben per eccellenza:

e poi piglia da lei grata licenza.

23

Già il termine di un anno era trascorso

che Celidora avea perduto il regno;

quando non pur le spiacque il caso occorso

ma volle un tratto ancor mostrarne segno.

Perciò richiesto ai convicin soccorso

che un piacer fatto non avrian col pegno

e tenevano il lor tanto in rispiarmo

ch'egli era giustocome leccar marmo;

24

fece spallucce a Calcinaia e a Signa;

ma la pania al suo solito non tenne

perchè terren non v'era da por vigna.

Calò nel pianoe ad Arno se ne venne

ove Baldon facea nella Sardigna

vele spiegare e inalberare antenne

fermato avendo lìcome buon sito

d'armati legni un numero infinito.

25

Costuiquando Bellona fu inviata

a Celidoracome già s'intese

da Marte avea avuto una fardata

che lo tenne balordo più d'un mese:

e gli messe una voglia sbardellata

di far battaglia e mille belle imprese;

ond'eglientrato in fregola sì fatta

fece toccar tamburo a spada tratta.

26

Poichè pedoni egli ebbe e gente in sella

tantache al fin si chiama soddisfatto;

render volendo il regno alla sorella

e farle far bandiera di ricatto

destinò muover guerra a Bertinella

che a lei già dato avea lo scacco matto:

così con quell'armata e quei disegni

in Arno messe i sopraddetti legni.

27

Ov'anco in breve Celidora arriva

con armi indossoed altre da far fette;

perchè una volta al fin fattasi viva

ha risoluto far le sue vendette;

chè l'usbergo incantato della diva

l'ha fatta diventar l'ammazzasette:

ed alle risse incitala talmente

ch'ella pizzica poi dell'insolente.

28

Non così tosto al campo si conduce

come la suora vuol del dio soldato

la Marfisa di nuovo posta in luce

ch'ell'esce affatto fuor del seminato:

e col brandoche tagliacom'ei cuce

da far proprio morire un disperato

vuol trucidar ognunognun vuol morto:

e guai a quello che la guarda torto.

29

Se guardaè dispettosa e impertinente:

e sempre vuol che stia la sua di sopra.

Talor affronta per la via la gente

cercando litiquasi franchi l'opra.

Ne vengadicepur chi vuol nïente;

perocchè chi mi dà che farmi sciopra.

Giuntain questain un campo pien di cavoli

n'affettò tantiche Beati Pavoli.

30

Così piena di fumie d'umor bravi

che te l'hanno cavata di calende

rivolge l'occhio al popol delle navi

là dove Brescia romoreggia e splende:

e va per infilarne sette ottavi;

ma nel pensar dipoichese gli offende

far non potrebbe lor se non mal giuoco

gli vuol lasciar campare un altro poco.

31

Alfindeposto un animo sì fiero

in genio cangia appoco appoco l'ira:

e come un orsacchin che appiè d'un pero

a bocca aperta i pomi suoi rimira;

fermaimpalata quivi come un cero

fissando in loro il sguardosviene e spira:

nè può vivere alfinse non domanda

ove l'armata vadae chi comanda.

32

S'abbocca appunto con Baldone stesso:

e sentendo ch'egli ha tai gente fatte

per rimettere in sesto ed in possesso

una cugina suach'è per le fratte;

ben ben lo squadrae dice: Egli è pur desso!

Orsùch'io casco in piècome le gatte:

ed esclama dipoi: Quest'è un'azione

che veramente è degna di Baldone.

33

Maravigliato allora il sir d'Ugnano;

e chi seidissetuche sai il mio nome?

Io ti conosco già di lunga mano

ella risposee acciò tu sappia il come

Celidora son io del re Floriano

fratello d'Amadigi di Belpome:

e con tutto che già sieno anni Domini

ch'io non ti viddiso come ti nomini.

34

S'ell'èdic'eicosìnoi siam cugini:

e subito si fan cento accoglienze:

ed ella a lui ne rende mill'inchini;

egli altrettante a lei fa riverenze.

Così fanno talor due fantoccini

al suon di cornamusa per Firenze;

che l'uno incontro all'altro andar si vede

mosso da un filche tien chi suonaal piede.

35

Poichè le fratellanze e i complimenti

furon finitia lei fece Baldone

quivi portar un po' di sciacquadenti

o volete chiamarla colazione.

Or mentre ch'ella scuffia a due palmenti

pigliando un pan di sedici a boccone

si muove il campoe sott'alla sua insegna

ciascun passa per ordine a rassegna.

36

E per il primo viensene in campagna

Pappoloneil marchese di Gubbiano:

colui che nel conflitto della Magna

estinse il Gallo e seppellì il Germano.

È la sua schiera numerosa e magna:

e perch'egli è soldato veterano

ha nell'insegna una tagliente spada

ch'è in pegno all'osteria di Mezzastrada.

37

Bieco de' Crepiduca d'Orbatello

mena il suo terzoche ha il veder nel tatto;

cioèperch'ei da un occhio sta a sportello

soldati ha preso c'hanno chiuso affatto.

Son l'armi loro il bossolo e il randello:

non tiran pagareggonsi d'accatto:

soffianoson di calcae borsaiuoli

e nimici mortal de' muricciuoli.

38

La strada i più si fanno col bastone;

altri la guida segue d'un suo cane;

chi canta a piè d'un uscio un'orazione

e fa scorci di bocca e voci strane;

chi suona il ribecchinchi il colascione;

così tutti si van buscando il pane.

Han per insegna il diavol de' Tarocchi

che vuol tentar un forno pien di gnocchi.

39

Dietro al Ducache ognun guarda a traverso

vanno cantando l'aria di Scappino:

ma non giunsero al fin del terzo verso

che venuto alla donna il moscherino

fatto a Bieco un rabbuffo a modo e a verso

gli disse: S'io v'alloggiodimmi Nino;

perch'io non veddi mai in vita mia

pigliare i ciechifuor che all'osteria.

40

Signorarispos'eglibenchè cieca

fu però sempre simil gente sgherra:

con quel batocchio zomba a mosca cieca

senza riguardocome dare in terra:

sott'ogni colpo intrepida s'arreca

che non vede i perigli della guerra:

è ciecaè ver; ma pure il pan pepato

è più fortese d'occhi egli è privato.

41

Ovviadiss'ellatira innanzi il cocchio

e se costoro a guerreggiar son atti

tienteli puree non mi stare a crocchio;

mentr'egli è tempo qui di far di fatti.

Va' dunqueo forte e invitto bercilocchio

chè i nemici da te saran disfatti;

perchè in veder la tua bella figura

cascan mortisenz'altrodi paura.

42

Ne segue intanto Romolo Carmari

cavalier di valore e di gran fama;

ma sfortunatoperchè co' danari

giocandoegli ha perduto anco la dama.

Colle pilloledate a' suoi erari

l'affetto evacuò l'Arpia ch'egli ama;

talchèsenz'un quattrinoammartellato

alla guerra ne va per disperato.

43

Dopo un'insegna nerache v'è drento

Cupido morto con i suoi piagnoni

marciar si vede un grosso reggimento

ch'egli ha d'innumerabili Tritoni:

al cui arrivo ognun per lo spavento

si rincantuccia ed empiesi i calzoni:

e da lontano infin dugento leghe

s'addoppiano i serrami alle botteghe.

44

Or comparisce Dorïan da Grilli

che nella guerra è così buon soggetto

che metterebbe gli Ettori e gli Achilli

e quanti son di loroin un calcetto.

Scrive sonetticanta ognor di Filli;

ebuon compagnopiacegli il vin pretto;

rubatoper insegnaha nel Casino

il quattro delle coppeche ha il Monnino.

45

Fra Ciro Serbatondiil sir di Gello

che in Pindo a Mona Clio sostiene il braccio;

Egeno de' Brodettie Sardonello

Vasari ch'è padron di Botinaccio

conducon tanta gentech'è un flagello

da far che le pagnotte abbiano spaccio:

di cui (perchè il mestar diletta a ognuno)

si pigliano il comando a un dì per uno.

46

Di foglio per impresaun bel cartone

insieme colla pasta egli hanno messo

dei lor fantoccii quali da Perlone

soglion copiareo disegnar dal gesso.

Nel mezzo v'han dipinto d'invenzione

l'impresa lornella quale hanno espresso

sulle tre ore il venticel rovaio

che ha spento il lanternone a un bruciataio.

47

Nanni Russa del Braccioed Alticardo

conducon quei di Brozzi e di Quaracchi

cheperchè bevon quel lor vin gagliardo

le strade allagan tutte co' sornacchi.

Hanno a comune un lor vecchio stendardo

da farne a' corvi tanti spauracchi:

e dentro per impresa v'hanno posto

gli spiragli del dì di Ferragosto.

48

Gustavo Falbicavalier di petto

con Doge Paol Corbi or n'incammina

gl'incurabili tuttie 'l lazzeretto

gente che uscía di far la quarantina.

Van molti a gruccein seggiolae nel letto;

perchè non son ancor netta farina

fan per impresa in un lenzuol che sventola

un pappino rampante ad una pentola.

49

Bel Masotto Ammirato anch'egli passa

lindo garzond'ogni virtù dotato:

che puòde' soldi avendo nella cassa

pisciare a lettoe dire: Io son sudato;

ma per l'ipocondria che lo tartassa

ei si dà a creder d'essere ammalato;

ma e' mangiabevee dorme il suo bisogno

(Ch'è sino a vespro) e poi si leva in sogno.

50

Collo scenario in mano e il mandafuora

va innanzi a' nobil suoi commilitoni;

PancrazioPedolino e Leonora

lo seguon con un nugol d'istrioni

c'hanno un'insegna non finita ancora;

perchè Anton Dei con tutti i suoi garzoni

in cambio di sbrigar quella faccenda

è ito al Ponte a Greve a una merenda.

51

Don Panfilo Piloti move il passo

chètracchè per usanza mai sta cheto

or ch'ei fa motofa sì gran fracasso

ch'io ne disgrado il diavol 'n un canneto.

Assorda il mondo più d'ogn'altro il grasso

Papirio Golach'appunto gli è dreto:

il qual vestì di lungoe fu guerriero;

perocchè poco gli fruttava il clero.

52

E n'ha fatto con esso de' rammanzi

che un po' di campanile non gli alloga:

e questa è la cagionche là tra' lanzi

da soldato n'andò 'n Oga Magoga:

nè quivi essendo men tirato innanzi

posò la spadae ripigliò la toga:

e per lo meglio si risolse alfine

tornare a casa a queste stiacciatine.

53

Al che tra molti commodi s'arroge

quel ber del vinch'è troppo cosa ghiotta.

Qua birrequa salcrautqua cervoge;

a casa mia diceadel vin s'imbotta;

però finianla: Cedant arma togæ:

io non la voglioin quanto a mepiù cotta:

guerreggi pur chi vuols'ammazzi ognuno

ch'io per me non ho stizza con nessuno.

54

Così rinunzia l'armi a Giovee stima

d'essere il più liet'uom che calchi terra:

pensa stato mutar cangiando clima;

ma trovata l'Italia tutta in guerra

è forzato ferrarsi più che prima:

«Ecco il giudizio uman come spess'erra!»

crede tornar tra genti quiete e gaie

e fugge l'acqua sotto le grondaie.

55

Tra Don Panfilo e lui uno squadrone

dal Pontadera aspettano e da Vico

che parte per la via vanno a Vignone

e parte fanno un sonno a piè d'un fico.

Costoro empion di rena un lor soffione;

e quando sono a fronte all'inimico

gliela schizzan nel viso; ed in quel mentre

gli piglian gli altri la misura al ventre.

56

L'insegna di costoro è un montambanco

che ha di già dato alli suoi vasi il prezzo;

e detto che son buoni al mal del fianco;

e strolagatoe chiacchierato un pezzo:

ma trovandosi al fin sudato e stanco

e non avendo ancor toccato un bezzo

si scandolezza ed entra in grande smania;

poi dice ch'e' si parte per Germania.

57

Uomini bravi quanto sia la Morte

Scandicci n'ha mandati e Marignolle;

gente che si può dir ch'abbia del forte

poich'ella ammazza gli agli e le cipolle.

Sue lance i pali sontarghe le sporte

archibusi le manle palle zolle:

va ben di mirae colpo colpo imbreccia

massime quand'altrui vuol dar la freccia.

58

Vien comandata da Strazzildo Nori

ch'è chimicopoeta e cavaliere:

ed è quei che in un quadro co' colori

fece quei fichi che divenner pere.

E perchè questo è il re de' bell'umori

per dimostrar quanto gli piaccia il bere

ha per impresa un Lanzo a due brachette

che il molle insegna trar dalle mezzette.

59

Morbido GattiEnrigo Vincifredi

a far venire innanzi ecco son pronti

i fanti che ne dà il Ponte a Rifredi

che mille sono annoverati e conti.

Han certi santambarchi fino a' piedi

che chiaman il zimbel di là da' monti

e paion con la spada in sulle polpe

un che faccia lo strascico alla volpe.

60

Nell'insegna han ritratto un uom canuto

che troppo avendo il crin (per esser vecchio)

fioccoso e lungoun fanciullino astuto

dietro gli grida: Gli abbrucia il pennecchio.

Da questa schiera qui s'è provveduto

gran cestepiene d'uova e di capecchio

con fascepezze e tasteaccomodate

per farsi alle ferite le chiarate.

61

È General di tutta questa mandra

Amostante Latonpoeta insigne;

canta improvviso come una calandra:

stampa gli enigmistrolaga e dipigne.

Lasciògran tempo fale polpe in Fiandra

mentre si dava il sacco a certe vigne.

Fortunache l'avea matto provato

volle ch'ei diventasse anche spolpato.

62

Passati tutti con baule e spada

serransi in barca come le sardelle.

Gli affretta il ducae chi lo tiene a bada

o ferma un passoguai alla sua pelle;

ch'ei lo bistrattacomechè ne vada

giù la vinaccia e il sangue a catinelle:

e benchè lesto ciaschedun rimiri

non gli dà tanto tempo ch'ei respiri.

63

Perciò imbarcati tutti in un momento

poichè Baldon facea così gran serra

si spiegaron l'insegne e vele al vento.

Quando le navi si spiccâr da terra

ed egli allora entrò in ragionamento

di quel che lo spingeva a far tal guerra;

ma per contarla più distesa e piana

incominciò così dalla lontana.

64

Risiede Malmantil sovra un poggetto:

e chiunque verso lui volta le ciglia

dice che i fondatori ebber concetto

di fabbricar l'ottava maraviglia.

L'ampio paese poiche egli ha soggetto

non si sa (vo' giuocare) a mille miglia:

v'è l'aria buonaazzurra oltramarina:

e non vi manca latte di gallina.

65

Il re di questo regnogiunto a morte

la mia cugina quiche fu sua Donna

(Non avendo figliuolio altri in Corte

propinqui più)lasciò donna e madonna;

ma come volle la sua trista sorte

un certo diavol d'una Mona Cionna

figliuola d'un guidone ignudo e scalzo

ne venne presto a farle dar lo sbalzo.

66

Gobba e zoppa è costeiorba e mancina

ha il gozzoe da due sfregi il viso guasto:

scorse in Firenze ognor la cavallina

ne' lupanaricon gran pompa e fasto:

e perchè ossequi avea sera e mattina

e il titol di Signora a tutto pasto

fatta arrogantealfine alzò il pensiero

a voler questi onori da dovero.

67

Così la mira ad alto avendo messa

a' suoi frustamattoni un dì ricorsa

bramar dice una graziae che in essa

non si tratta di scorporo di borsa

ma perchè aspira a farsi Principessa

desidera da loro esser soccorsa

col loro aiutovolendoe consiglio

provarse a Malmantil può dar di piglio.

68

Pronto è ciascunoe vuol tra mille stocchi

esporre il ventrecome un paladino;

chèper servire a dametali allocchi

cercan l'occasïon col fuscellino;

ma non si parli o tratti di baiocchi

perchè non hanno un becco d'un quattrino

e credonpromettendo Roma e Toma

di spacciar l'oro della bionda chioma.

69

Era tra' molti suoi più fidi amanti

un ciarlonche però detto è il Cornacchia:

ed è di quei pittor che i viandanti

collo stioppo dipingono alla macchia:

e perchè nella lingua ha il suo in contanti

molto si vantaassai presume e gracchia:

e finalmente colorisce e tratta

questo negozio come cosa fatta.

70

Scrive un viglietto poi segretamente

ad un compagno suo capobandito;

dicendoche veduta la presente

il suo bagaglio subito ammannito

di notte tempo meni la sua gente

a Rimaggioalla Svolta del Romito;

ma vada alla spezzata e pe' tragetti:

e senza pensar altro ivi l'aspetti.

71

Andò la carta: e quei ch'ebbe l'intesa

come quel che invitato era al suo giuoco

andonne e guidò seco a quell'impresa

cent'uomincolle lor bocche di fuoco.

Quivi il Cornacchia e quella buona spesa

di Bertinella giunsero fra poco

anch'eglino con grossa e folta schiera

d'una gente da bosco e da riviera.

72

Dopochè insieme tutti fur costoro

si fece de' più degni una semblea

del comediscorrendo fra di loro

sorprendere il castello si dovea;

onde il Cornacchiain mezzo al concistoro

rizzato in piècon gran prosopopea

ed una toccatina di cappello

in tal modo cavò fuora il limbello:

73

Io so che a un ignorantea un idiota

l'esser il primo a favellar non tocca;

ma perdonate a questa zucca vota

Signoris'io vi rompo l'uova in bocca.

Scricchiola sempre la più trista ruota;

così la lingua mia più rozza e sciocca

v'infastidisceè verma v'assicura

che Malmantile è nostro a dirittura.

74

Credete a me: ciascun si stia nascosto

in queste macchiein questi boschi intorno:

ed io da voi frattanto mi discosto

nè questa notte farò più ritorno.

Rivedrenci colà doman sul posto;

perchèvicino al tramontar del giorno

vi farò cenno; or voi ponete mente

e poi venite via allegramente.

75

Parte il Cornacchiae corre presto presto

da certi suoi amici contadini

da' quali le lor bestie piglia in presto

e carica più some di buon vini:

e di soppiattocome fante lesto

cavò di tasca certi cartoccini

pieni d'alloppio: e dentro al vin gli pone

quello impepando senza discrizione.

76

Così carreggia: e giunto a Malmantile

all'aprir della porta la mattina

scarica in piazza il vino: ed un barile

a regalar ne manda alla regina.

Poi vende il resto a prezzo tanto vile

che ognun ne compra: e infin chi n'ha in cantina

per rivenderlo altrui il fiasco attacca:

si cala al buon mercatoa quella macca.

77

Due o tre fiaschi davane a quattrino

ed a' poveri davalo a isonne;

talchè tutti tuffandosi a quel vino

s'imbriacaron come tante monne:

e subito dal grande al piccolino

tanto degli uominquanto delle donne

cascaro in sonnolenza sì gagliarda

che desti non gli avrebbe una bombarda.

78

Quando il Cornacchia vedde il suo disegno

già riuscitoandò sopr'alle mura

ed a' compagni fece il detto segno;

che bene avendo al tutto posto cura

saliro al poggio senz'alcun ritegno

senza sospetto aversenza paura:

dietro al Cornacchialor guidone e scorta

dentro al castello entraron per la porta.

79

E perchè ognun dormiva come un tasso

la donna fece farne una funata

e condursegli a' piedi a baciar basso

e renderle il tributo ognun pro rata.

A Celidora poi restata in Nasso

cioè da' suoi vassalli rinnegata

giacchè tutti voltato avean mantello

comandò che baciasse il chiavistello.

80

Ella ubbidìtemendo ancor di peggio:

e benchè fosse un pezzo in là di notte

il pigliarsene subito il puleggio

un zucchero le parve di tre cotte.

Così finito il solito corteggio

con due strambelli e un par di scarpe rotte

trista e strascina poiper la boccolica

un tozzo mendicava all'accattolica.

81

Intanto Bertinella del Reame

garbatamente fecesi padrona:

e de' villaggi e d'ogni suo bestiame

prese il possesso in petto ed in persona;

poi per letizia cavalieri e dame

regalò di confetti e di pattona:

e segue ogn'anno di mandarne attorno

«per la dolce memoria di quel giorno».

82

Tostochè v'ebbe fitto il capovolle

che ognun serrasse il traffico e il negozio

donando a ciascheduno entrate e zolle

acciò se la passasse da buon sozio

ed allegroa piè paried in panciolle

senza briga vivesse in pace e in ozio.

Ognun vi s'arrecò di buona gana;

chè la poca fatica a tutti è sana.

83

Così mai sempre in feste ed in convito

tirano innanzi questi spensierati:

nè moverebbonper far nullaun dito

bench'ei credesson d'essere impiccati.

Non teme della corte chi è fallito;

chè tutti i giorni a lor son ferïati:

non v'è giustizia nè il bargel va fuora

se non per gastigar chiunque lavora.

84

Mas'io non erroil tempo è già vicino

che n'ha a venir la piena de' disturbi;

mentre domanper fare un buon bottino

andremo a dar addosso a questi furbi.

Così panno sarà di Casentino:

nè si lamenti alcunoo si sconturbi;

chè chi nuoce al compagno in fatti o in detti

deve saper che chi la fal'aspetti.

85

Qui tacque il duca: e subito rattacca

col dire alla cugina in voce bassa

cheperch'egli ha la bocca asciutta e stracca

il soggiungere a lei qualcosa lassa.

Non ho che dirgli rispond'ellaun'acca;

oltrechè la sarebbe carne grassa.

Di' piuttosto in che mo' noi siam parenti

ch'io non paia a costor degl'Innocenti.

86

Ed ioche non ne ho gran cognizione

e sempre me ne sono stata a detta

(Chè tutta la mia gente andò al cassone

come tu saich'io ero fanciulletta)

t'udirò volentieri. Allor Baldone

soggiunse: Or or ti servo: e a tanta fretta

perchè non gli moría la lingua in bocca

ricominciò quest'altra filastrocca.

 

 

SECONDO CANTARE

Argomento

De' due gran figli del signor d'Ugnano

prodigioso il natal narra Baldone:

come s'acquista moglie Florïano

e vien dall'Orco poi fatto prigione:

come Amadigi libera il germano

e il mostro spaventoso a terra pone:

e dice al finche l'un di questi dui

fu padre a Celidorae l'altro a lui.

 

1

Era in Ugnano il duca Perïone

che sempre all'altarin fidecommisso

faceva notte e dì tanta orazione

e tante caritàch'era un subisso:

nè per altro era tutto bacchettone

che per un suo pensiero eterno e fisso

d'aver prole; perchè della sua schiatta

non v'eramorto luinè can nè gatta.

2

Così durò gran tempo: ma da zezzo

vedendo ch'ei non era esaudito

essendo omai con gli anni in là un pezzo

a mangiar cominciò del pan pentito:

e quant'ei far solea posto in disprezzo

senza voler più dar del profferito

gettatosi all'avaro ed al furfante

cambiò la dïadema in un turbante.

3

Di poi tutto diverso e mal disposto

in modo degli Dei faceasi beffe

che s'egli udia trattarneavria piuttosto

voluto sul mostaccio uno sberleffe.

La moglie un miglio si tenea discosto:

e dov'ei dava ai poveri a bizzeffe

quando picchiavan poidalla finestra

facea lor dare il pan colla balestra.

4

La plebei grandi ed ogni lor ministro

che il duca così buono avean provato

mentre fu scudo ad ogni lor sinistro

ed in lor pro sarebbesi sparato;

vedutolo così mutar registro

e diventare un Turco rinnegato

eran talmente d'animo cattivo

che l'avrebbon voluto ingoiar vivo.

5

Avvenneche già inteso un negromante

che un uomcom'era queisì giusto e magno

faceva novità sì stravagante

un atto volle far da buon compagno:

e per ridurlo all'opre buone e sante

non per speranza di verun guadagno

fintosi un baroa dargli andò l'assalto

un po' di ben chiedendo per Sant'Alto.

6

Rispose Perïone: Fratel mio

se tu te lo credessitu t'inganni:

tu vuoi ch'io doni per l'amor di Dio

nè sai ch'io piglierei per San Giovanni.

Se t'hai bisognoche posso far io?

che son Fra Fazioche rifaccia i danni?

e che pensiche qua ci sia la cava?

non è più tempo che Berta filava.

7

Signorsoggiunse il magomi sa male

di veder che un sì gran limosiniere

ed uom tanto benigno e liberale

caduto sia nel mal del miserere.

Or basta; chi del mio fa capitale

diss'eglifa la zuppa nel paniere:

però va' in pacetu co' tuoi bisogni

perchè per me tu mangerai dei sogni.

8

Comereplicò queise e' si cicala

che tu daresti via fin la gonnella;

vedendomi spedato e per la mala

potrai avere il granchio alla scarsella?

Poichè tu gratti il corpo alla cicala

disse il ducaio levai questa cannella

per quel ch'io ti dirò; perchè se già

donainon era tutta carità.

9

E' non batteva la mia fine altrove

che ad averprima ch'io serrassi gli occhi

in ricompensa un dìpiacendo a Giove

della mia donna quattro o sei marmocchi;

ma finalmentedopo mille prove

di dar il lustro a' marmi co' ginocchi

tenendo gli occhi in molle e il collo a vite

e le nocca col petto sempre in lite

10

io l'ebbi bianca a femmine ed a maschi;

ond'iosbraciar volendo a bel diletto

mi risolvei levar quel vin da' fiaschi

e non dar più quanto un puntal d'aghetto;

perchè po' poidiss'iogli è me' ch'io caschi

dalle finestre prima che dal tetto:

e il cavarmi di mano adesso un pelo

sarebbe un voler dare un pugno in cielo.

11

Che pagherestidisse lo stregone

se la tua moglie avesse il ventre pregno?

Se ciò fosserispose Perïone

ancorch'io non ne faccia alcun disegno

e tal voglia appiccata abbia all'arpione

io ti vorrei donar mezzo il mio regno.

Soggiunse quei: Non vo' pur una crazia

ma solamente la tua buona grazia.

12

Altro da te non aspettar ch'io chieda

nè che alcuno interesse mi predomini;

perchèquantunque abietto altri mi veda

io ho in cul la roba e schiavo son degli uomini.

Or basta: se tu brami d'aver reda

che il regno dopo te governi e domini

commetti al Moscaal Biondo e a Romolino

che un cuor ti portin d'asino marino.

13

Et ordina di poiche se ne cuoca

la terza parte in circa arrosto o lessa;

ch'in tutti i modi è buona; e danne un poca

in quel modo a mangiare alla duchessa.

Presa che l'hagli è fatto il becco all'oca;

chè subito ch'in corpo se l'è messa

senzachè tu più altro le apparecchi

dottela pregna infin sopr'agli orecchi.

14

Oh questadisse il ducaè veramente

da pigliar colle molle! che un somaro

possa col cuore ingravidar la gente!

vedinon ti son finto; io non la paro.

Orsù il provar non ha a costar nïente:

e quando mi costasse anco ben caro

vo' farlo per veder se ciò riesce;

però si mandi al mar per questo pesce.

15

Benchè fusse costui come una pina

tanto largoignorante e discortese;

per non balzare un tratto alla berlina

i pescatori vennero in paese:

così pescando lungo la marina

questo benedett'asino si prese:

e il cuor 'n un bel bacino inargentato

a suon di pive al duca fu portato.

16

Ed eglipreso il prelibato cuore

lo diede al cuoco: al qualmentre lo cosse

si fece una trippacciala maggiore

che a' dì de' nati mai veduta fosse.

Le robe e masserizie a quell'odore

anch'elle diventaron tutte grosse;

e in poco tempo a un'otta tutte quante

fecer d'accordo il pargoletto infante.

17

Allor vedesti partorire il letto

un tenero e vezzoso lettuccino;

di qua l'armadio fece uno stipetto;

la seggiola di là un seggiolino;

la tavola figliò un bel buffetto;

la cassa un vago e piccol cassettino;

e il destro un canteretto mandò fuore

che una bocchina avea tutta sapore.

18

Il cuoco anch'egli poi non fu minchione;

perchèbucar sentitosi in un fianco

si vedde prima uscirne uno stidione;

di poi un guatterin in grembiul bianco

che in far vivande saporite e buone

fu subito squisito e molto franco:

e in quel che 'l padre stette sopr'a parto

cucinò in corte a luial terzo e al quarto.

19

La duchessache 'l cuore avea inghiottito

cotto ch'ei fu con ogni circostanza

anch'ella con gran gusto del marito

stampò due bamboccioni d'importanza:

grazie e bellezze aveano in infinito

e così grande e tanta somiglianza

tanto eran fatti uguali ed a capello

che non si distinguea questo da quello.

20

Crebbero insiemeed all'adolescenza

pervenutimangiaro il pane affatto.

Nel far santànel far la riverenza

ebbero il corpo a maraviglia adatto.

Tra lor non fu mai lite o differenza;

ma d'accordo volevansi un ben matto.

L'Infante Florïano uno ebbe nome:

e qull'altro Amadigi di Belpome.

21

Arrivati che furono ambeduoi

a conoscere omai il pan da' sassi

e saper quante paia fan tre buoi;

sebben dal padre avevan degli spassi

vedendosi già grandi impiccatoi

ed a soldi tenuti bassi bassi

ostico gli pareva e molto strano;

ed in particolare a Florïano.

22

Dimodochè sdegnatocome ho detto

che il duca per la sua spilorceria

ognor viepiù tenevalo a stecchetto

un dì si risolvette d'andar via;

ma tacqueloper fare il giuoco netto

fuor che al fratelloal qual 'n una osteria

disse (veduto avendo a un fiasco il fondo)

volersene ramingo andar pel mondo.

23

Amadigi a distorlo tutto un giorno

s'arrabbiòs'aggirò come un paleo:

ma perchè quanto più gli stava intorno

egli era più ostinato d'un Ebreo;

tu vuoi irdisseè vero? o va' in un forno:

e dopo un grande e lungo piagnisteo

orsùvannediss'egliio me n'accordo;

ma lasciami di te qualche ricordo.

24

Allor per soddisfarlo Florïano

acciocchè più tener non l'abbia in ponte

con un baston fatatoch'avea in mano

toccò la terra e fece uscir un fonte.

E disse: quindi poibenchè lontano

vedrai s'io vivo o s'io sono a Caronte;

perchè quest'acqua ognor di punto in punto

in che grado io sarò diratti appunto.

25

Se al corso di quest'acqua porrai cura

tutto il corso vedrai di vita mia:

mentr'ella è chiaracristallina e pura

di' pur ch'io viva in festa ed allegria;

ed all'incontrose è torbida e scura

ch'ella mi va come dicea la Cia:

ma quand'ella del tutto ferma il corso

di' ch'io sia ito a veder ballar l'orso.

26

Ciò dettoin capo il berrettin si serra

mette manchiude gli occhi e stringe i denti:

e dà sì forte una imbroccata in terra

che 'l ferro entrovvi fino a' fornimenti.

In quel che i grilli e i bachi di sotterra

sgombrano tutti i loro alloggiamenti

pullula fuori un cesto di mortella

e di nuovo Florian così favella:

27

Fratel mio caroquesta pianta ancora

com'io la passiti darà ragguaglio:

cioèmentr'ell'è verdeanch'io allora

son vivofresco e verde come un aglio;

e quand'ella appassisce e si scolora

anch'io languisco od ho qualche travaglio:

in sommas'ella è seccaleva i moccoli

per farmi dire il requie scarpe e zoccoli.

28

Poichè queste parole ebbe finito

dal suo caro Amadigi si licenza:

il qual rimase tutto sbigottito

perocchè gli dolea la sua partenza;

quando in sella Florian di già salito

senza gran doble o lettre di credenza

andonne a benefizio di natura

con due servicercando la ventura.

29

E il primo giorno fece tanta via

che i suoi lacchèspedati e conci male

si rimaserol'uno all'osteria

e l'altro scarmanato allo spedale;

ond'ei più non avendo compagnia

sebbene accanto avea spada e pugnale

per non aver paura in andar solo

cantavach'e' pareva un rusignolo.

30

Così nuove canzoni ognor cantando

con una voce tremolante in quilio

e qualche trillettin di quando in quando

alle stelle n'andava e in visibilio:

onde a' timori al fin dato di bando

tirava innanzi il volontario esilio;

e giunto a Campilì fermar si volle

a beree far la zolfa per B molle.

31

A Campiora spiantato alla radice

dominava in quei tempi Stordilano;

sebben Turpino scriveed altri dice

ch'ei regnasse in un luogo più lontano.

Ebbe una figliadetta Doralice

che aveva un occhio che uccidea 'l cristiano:

ma quel che più tirava la brigata

è l'esser sola e ricca sfondolata.

32

Come io dissiFlorian nella cittade

entrò per rinfrescarsi e toccar bomba:

ma il gran frastuono che in quelle contrade

d'armidi bestie e d'uomini rimbomba;

il sentir su pe' canti delle strade

tutti a cavallo risuonar la tromba;

ed il voler saperne la cagione

lo fecero mutar d'opinïone.

33

Era già scavalcato ad una ostessa

per farsiccome ei feceun conticino:

nè altro ebbe che pane e capra lessa

che fitta anche gli fu per mannerino.

Bevve al pozzo una nuova manomessa;

perchè il vinaio avea finito il vino.

Fece contoe pagò ben volentieri:

poi chiese il fin di tanti strombettieri.

34

Ella rispose: e come? non lo sai?

se per Campi non è altro discorso

che avendo il re una figliach'oggimai

abbraccerebbe un uomprima che un orso:

e perchè reda ell'èbella e d'assai

di pretendenti avendo un gran concorso

bandire ha fattoacciò nessun si lagni

che in giostrachi la vuolse la guadagni.

35

Ma che occorre che in ciò più mi distenda

mentre la cosa è tanto divulgata?

però lasciami andarech'io ho faccenda

avendo sopra un'altra tavolata.

Dice Florian che a' suoi negozi attenda

scusandosi d'averla scioperata:

e rimessa la briglia al suo giannetto

come un pardo saltovvi su di netto.

36

Tocca di sproni e vannee giunge in piazza

dov'egli ha inteso che s'ha a far la giostra

che per veder il popol vi s'ammazza;

e appunto i cavalier facean la mostra.

Sedeva il represente la ragazza

che quanto adorna e bella si dimostra

tanto è confusaavendo a aver consorte

non a suo mo'ma qual vorrà la sorte.

37

Florian in contemplar faccia sì bella

dove quel crudo balestrier d'Amore

tira frecciate come la rovella

sentissi anch'esso traforare il cuore:

e com'uomo di marmo in su la sella

restò perplesso e pieno di stupore;

scorgendo Amorle Graziee in un raccolto

le Trombee il non plus ultra di un bel volto.

38

Poffardiceache bella creatura!

quell'ostessa davvero avea ragione;

perch'ella è bella fuor d'ogni misura:

per me non saprei darle eccezïone.

Capperi! può ben dir d'aver ventura

quello a cui tocca così buon boccone;

ma s'ella s'ha da vincer colla lancia

oggi è quando ci arrischio anch'io la pancia.

39

O per tutt'oggi beccomi su moglie

nobilericca e bella; o veramente

vi lascio l'ossa. S'ella cogliecoglie;

se noa patire: o Cesareo nïente.

Ciò dettosalta in campoe un'asta toglie;

intruppandosi là dov'ei già sente

che appunto il re sollecitae commette

che pe' primi si tirin le bruschette.

40

Come volontaroso Florïano

senza chieder licenza o cosa alcuna

si fece innanzi: e postovi la mano

di trarne la più lunga ebbe fortuna.

Poco dopo il Marchese di Soffiano

simile a quella anch'egli ne trasse una;

ond'essicome pria fu destinato

furono i primi a correr lo steccato.

41

Piglian del campoe al cenno del trombetta

si vanno incontro colla lancia in resta.

Il Marchese a Florian l'avea diretta

per chiapparlo nel mezzo della testa;

ma quei ch'è furboa un tempo fa civetta

e aggiusta luidicendo: assaggia questa.

Perchè gli diede sì spietata botta

ch'egli andò giù come una pera cotta.

42

In quanto a sposaomai questo è ascolto:

s'ei toccò terraancor la voglia sputi.

Così Florian dicea: nè stette molto

che il secondo ne viene a spron battuti

che mette lui per mortoanzi sepolto;

ma il giovaneche dà di quei saluti

gli mostrain avviarlo per le poste

l'error di chi fa i conti senza l'oste.

43

Comparso il terzo in testa della lizza

s'affronta secoe passalo fuor fuora:

soggiunge il quartoed egli te l'infizza;

sbudella il quintoe fredda il sesto ancora;

all'altro mondo il settimo indirizza;

l'ottavo e il nono appresso investe e fora:

e così a tutticon suo vanto e fama

cavò di testa il ruzzo della dama.

44

Il re si rallegrò con Florïano:

sceso di sedia poi colla figliuola

gli fece allor allor toccar la mano

come nel bando avea data parola;

ond'ogni altro ne fu mandato sano:

ed ei nelle dolcezze infino a gola

ben pasciutoservito e ringraziato

rimase quivi a godere il papato.

45

Tre dì suonaro a festa le campane:

ed altrettanti si bandì il lavoro:

e il suoceroche meglio era del pane

un uom discreto ed una coppa d'oro

faceva con gli sposi a Scaldamane

talora a Mona Lunae Guancial d'oro:

e fece a' Paggi recitare a mente

Rosanae la regina d'Orïente.

46

L'andareil giornoin piazza a' Burattini

ed agli Zannifuron le lor gite;

ogni sera facevansi festini

di giuocoe di ballar veglie bandite:

e chi non era in gambe nè in quattrini

da trinciarle e da fare ite e venite

dicea novelleo stavale a ascoltare

o facea al Mazzolino o alla Comare.

47

Altri più là vedevansi confondere

a quel gioco chiamato gli Spropositi;

che quei ch'esce di tèma nel rispondere

convien che 'l pegno subito depositi.

Ad altri piace più Capanniscondere;

hanno altri vari umorvari propositi

perchè ognuno ad un mo' non è composto;

però chi la vuol lessa e chi arrosto.

48

Chi fa le Merenducce in sul bavaglio;

chi coll'amico fa a Stacciaburatta;

chi all'Altalenae chi a Beccalaglio;

va quello a predellucceun s'acculatta.

Per tutti in somma sempre vi fu taglio

di star lieto così in barba di gatta:

e tra Florianoil re e la figliuola

non fu che dir 'n un anno una parola.

49

Non fu tra lor fin qui nulla di guasto;

se non che Florïan vòlto alle cacce

avendone più volte tocco un tasto

e sentendosi dar sempre cartacce

dispose alfin di non voler più pasto;

nè curando lor preghi nè minacce

fece invitar dai soliti bidelli

per l'altro dì i Piacevoli e i Piattelli.

50

Benchè il suocero allora e la consorte

maledicesser questo suo motivo

dicendogli che là fuor delle porte

un Orco v'è sì perfido e cattivo

che persèguita l'uomo insino a morte

e che l'ingoierebbe vivo vivo;

con genti ed armi uscì sull'aurora

gridando: andianneandianneeccola fuora.

51

Senza veder nè anche un animale

frugòbussògirò più di tre miglia:

pur vedde un tratto correre un cignale

ferocegrande e grosso a maraviglia;

ond'ei cheil dìdovea capitar male

si mosse a seguitarlo a tutta briglia;

non essendo informato che in quel porco

si trasformava quel ghiotton dell'Orco

52

che apposta presa avea quella sembianza:

e gli passòfuggendoallor d'avanti

per traviarlosol con isperanza

d'aver a far di lui più boccon santi.

Così guidollo fino alla sua stanza

dov'ei pensò di porgli addosso i guanti:

poi non gli parve tempo; perchè i cani

avrian piuttosto lui mandato a brani.

53

Peròvolendo andare sul sicuro

non a perdita più che manifesta;

perchè a roder toglieva un osso duro

mentre non lo chiappasse testa testa

gli sparì d'occhioe fece un tempo scuro

per incanto levarvento e tempesta

e gragnuola sì grossa comparire

che avrebbe infranto non so che mi dire.

54

Il cacciatorche quivi era in farsetto

e dal sudore omai tutto una broda;

avendo un vestituccio di dobretto

ed un cappel di brucioli alla moda;

per non pigliar al vento un mal di petto

o altroperchè il prete non ne goda

non trovando altra casa in quel salvatico

che quella grottainsáccavi da pratico.

55

A tal gragnuolaa venti così fieri

ch'ogni cosa mandavano in rovina

tal freddo fuche tutti quei quartieri

se n'andavano in diaccio e in gelatina:

ed eich'era vestito di leggieri

nè ma' meglio facea la furfantina

non più cercava capriuolo o damma

ma da fars'ei potevaun po' di fiamma.

56

Trovò fucile ed esca e legni vari

onde un buon fuoco in un cantone accese:

e in su due sassiposti per alari

sopra un altro sedendoi piè distese.

Così con tutti i comodi a cul pari

dopo una lietail crògiolo si prese:

essendosi a far quivi accomodato

metre piovevacome quei da Prato.

57

L'Orco frattanto con mille atti e scorci

affacciatosi all'uscioch'era aperto

pregò Florian con quel grugnin da porci

tutto quanto di fango ricoperto

cheperch'ella veniva giù co' gli orci

ricever lo volesse un po' al coperto;

ritrovandosi fuora scalzo e ignudo

a sì gran pioggia e a tempo così crudo.

58

Ebbe il giovane allora un gran contento

d'aver di nuovo quel bestion veduto:

e facendogli addosso assegnamento

quasi in un pugno già l'avesse avuto

rispose: volentieri: entrate drento;

veniteche voi siate il ben venuto;

chèdopo il fuggir voi l'umido e il gielo

fate a mech'ero solservizio a cielo.

59

Sìeh? soggiunse l'Orco; fate motto!

voler ch'io entri dove son due cani?

credi tu purch'io sia così merlotto?

se non gli cansici verrò domani.

S'altrodice il garzonnon ci è di rotto

due picche te gli vo' legar lontani.

E preso allora il suo guinzaglio in mano

legò in un canto Tebero e Giordano.

60

Poi disse: or via venite alla sicura.

Rispose l'Orco: io non verrò nè anco:

guarda la gamba! perch'io ho paura

di quella striscia ch'io ti veggo al fianco.

Allor Florian cavossi la cintura

ed impiattò la spada sotto un banco.

Disse l'Orcovedutala riporre:

io ti ringraziereima non occorre.

61

E lasciata la forma di quel verro

presa l'antica e mostruosa faccia

con due catene saltò là di ferro

e lo legò pel collo e per le braccia

dicendo: cacciatoretu hai pres'erro:

perchècredendo di far preda in caccia

alfin non hai fatt'altro che una vescia

mentre il tutto è seguito alla rovescia.

62

Rimasto ci sei tucome tu vedi

senza bisogno aver di testimoni:

e perchè con levrieri e cani e spiedi

far me volevi in pezzi ed in bocconi;

cosìperch'ella vadia pe' suoi piedi

farassi a tenè leva piùnè poni;

acciocchè procurando l'altrui danno

per te ritrovi il male ed il malanno.

63

Ed ioch'ebbi mai sempre un tale scopo

d'accarezzar ognunbenchè nimico

come la gatta quando ha preso il topo

chesebbene è tra lor quell'odio antico

scherza con esso alquantoe poco dopo

te lo sgranocchia come un beccafico;

cosìperchè più a filo tu mi metta

voglio far ioe poi darti la stretta.

64

Così spogliollo tutto ignudo nato:

e veduto ch'egli era una segrenna

idest asciutto e ben condizionato

snellolesto e leggier come una penna;

lo racchiusee lo tenne soggiornato

perch'ei facesse un po' miglior cotenna;

perocchè a guisa poi di mettiloro

voleva dar di zanna al suo lavoro.

65

Amadigiche andava per diporto

due volte il giorno almeno a rivedere

la fonte e la mortella che nell'orto

lasciò Florian per tante sue preghiere;

trovato il cesto spelacchiato e smorto

e l'acque bassepuzzolenti e nere

quidicefratel mionoi siam sul curro

d'andare a far un ballo in campo azzurro.

66

E piangendo diceva: o tato mio

se tu muori (che ver sarà pur troppo)

s'ha dire anche di mete lo dich'io

itibuscome disse Prete Pioppo.

Cosìsenza dir pure al padre addio

monta sovra un cavalloe di galoppo

uscì d'Ugnanomolto bene armato:

e seco un cane alano aveafatato.

67

E cavalcando colla guida e scorta

del suo fedele ed incantato alano

che innanzi gli facea per la più corta

la strada per lo monte e per lo piano;

a Campi giunsedove sulla porta

la morte si leggea di Florïano:

chèperchè fu creduta da ognuno

era la corte e tutto Campi a bruno.

68

L'apparir d'Amadigi agli abitanti

raddolcì l'agro de' lor mesti visi

cheper la somiglianzaa tutti quanti

parve il lor re creduto a' Campi Elisi;

perciòper buscar mance e paraguanti

andaron molti a darne al re gli avvisi

altri alla figlia: ed ambi a questi tali

perciò promesser mille bei regali.

69

Doralicebrillando a tai novelle

a rinfronzirsi andossene allo specchio;

si messe il grembiul bianco e le pianelle

il vezzo al collo e i ciondoli all'orecchio:

e non potendo star più nella pelle

saltò fuor di palazzo innanzi al vecchio;

ed incontro correndo al suo cognato:

ecco Floriandicearisuscitato.

70

Noi vi facevam morto: o giudicate

se la carota ci era stata fitta!

Pur noi ci rallegriamche voi tornate

a consolar la vostra gente afflitta.

Domandar non occorre come state

perchè vo' avete buona soprascritta:

e siete grasso e tondo come un porco

per le carezze fattevi dall'Orco.

71

M'immagino così; perch'io non v'ero:

tu sai com'ella andòche fosti in caso:

so ben che mi dirai che non fu vero;

ma la bugia ti corre su pel naso.

Or basta: tu ritorni sano e intero

(Chè a pezzi tu dovevi esser rimaso)

per la Dio graziae sua particolare

perchè te l'ha voluta risparmiare.

72

Dunques'ei fa cosìgli è necessario

ch'ei non sia là quel furbo che un lo tiene;

anzi tutto il rovescio ed il contrario

mentre egli tratta i forestier sì bene.

Ed ioche già l'avea sul calendario

gli voglioin quanto a metutto il mio bene

perch'ei non t'ingoiò; sebben da un lato

ti stava beneavendolo cercato.

73

Così nel mezzo a tutta la pancaccia

ch'è quivi corsa e forma un giro tondo

la sua caponeria gli butta in faccia

e quel ch'ei ne cavò po' poi in quel fondo:

giacchèdicevacoll'andare a caccia

a dispetto di tutto quanto il mondo

cavastisenza fare alcun guadagno

due occhi a teper trarne uno al compagno.

74

Mio padre te lo disse fuor de' denti

ed io pur te lo dissi a buona cera

non una voltama diciotto o venti

che l'Orco ti faria qualche billera;

ma tu volesti fare agli scredenti

perchè te ne struggei come la cera:

e quasi un rischio tal fosse una lappola

volesti andarvie desti nella trappola.

75

Amadigi alla donna mai rispose

e fece il sordo ad ogni suo quesito;

ma sibbene attingea da queste cose

quanto a Florian poteva esser seguito:

e venne immaginandosie s'appose

che ella fosse sua moglieei suo marito:

e ch'egliessendo tutto lui maniato

fosse pel suo fratel da ognun cambiato.

76

Ma perch'ei non credea veder mai l'ora

d'avere il suo fratello a salvamento

dà un ganghero a tuttie torna fuora

dietro al suo canveloce come il vento:

ned era un trar di mano andato ancora

a caccia all'Orcoch'ei vi dette drento

come il fratel vedendo un bel cignale;

ma non fu quanto lui dolce di sale.

77

Chè seguitollo anch'ei per quelle strade

donde ei conduce l'uomo alla sua tana:

ovementre diluvia e dal ciel cade

e broda e ceciil cristianello intana;

ed egli tanto poi lo persuade

ch'ei lega i canie posa Durlindana.

Avendo avuto innanzi la lezione

si stette sempre mai sodo al macchione.

78

E quando l'Orco poi venne anco a lui

a dar parole con quei tempi strani

ed all'uscio facea Pin da Montui

affinchè 'l cane e l'arme egli allontani

ei disse: su piccinpiglia colui:

e chiappata la spada con due mani

si lanciò fuorae quivi a più non posso

gli cominciò a menar le man pel dosso.

79

E mentre che or di punta ed or di taglio

di gran finestre fadi lunghe strisce

più presto che non va strale a berzaglio

il can s'avventa anch'eglie ribadisce;

talchè tutto forato come un vaglio

il pover'Orco al fin cadee basisce:

e lì tra quelle rupi e quelle macchie

rimase a far banchetto alle cornacchie.

80

Amadigi dipoi fece pulito;

perchètrovato avendo il suo fratello

con una barba lunga da romito

e più lordo e più unto d'un panello

lavatolo e rimessogli il vestito

ch'era ancor quivi tutto in un fardello

lo ricondusse a Campiove la moglie

di lui già pregnaappunto avea le doglie.

81

Corse la levatriceed in effetto

fra mille oimèse' soldie doglien'ora

partorìgli una bella piscialletto

che fusti tupoi detta Celidora:

e maritata al recome s'è detto

di Malmantildel qual tu sei signora:

ne seie ne saraiio lo raffibbio;

sebben non puoi per or dir come il nibbio.

82

Ma presto come luipotrai dir mio.

Or senti pur: basito Perïone

anco Amadigi subito tuo zio

venne a tôr donnae n'ebbe un bel garzone

che Baldo fu chiamato: e quel son io

che poi cresciuto detto son Baldone.

Or eccoti dal primo al terzo grado

narrato tutto il nostro parentado.

 

 

TERZO CANTARE

Argomento

Vengon d'Arno a seconda i legni Sardi:

sbarcan le gentie vanno a Malmantile;

ma per vari accidenti i più gagliardi

non fan quel tantoche di guerra è stile.

Arma i suoi Bertinellaalza stendardi

e mostra in debol corpo alma virile

nascon grandi scompigli in quella piazza

e ognun si fugge in veder Martinazza.

 

1

Un che sia avvezzo a starsene a sedere

senza far nulla colle mani in mano

e lautamente può mangiare e bere

e in festa e 'n giuoco viver lieto e sano;

se gli son rotte l'uova nel paniere

considerate se gli pare strano:

ed io lo credochè a un affronto tale

al certo ognun la 'ntenderebbe male.

2

E pur chi vivesta sempre soggetto

a ber qualche sciroppo che dispiace;

perchè al mondo non v'è nulla di netto

e non si può mangiar boccone in pace.

Or ne vedremo in Malmantil l'effetto;

che immerso ne' piacer vivendo a brace

non pensa che patir ne dee la pena

e che fra poco s'ha a mutare scena.

3

Era in quei tempi là quando i Geloni

tornano a chiuder l'osterie de' cani

e talun che si spaccia i milïoni

manda al presto il tabì pe' panni lani;

ed era appunto l'ora che i crocchioni

si calano all'assedio de' caldani

ed escon colle canne e co' randelli

i ragazzi a pigliare i pipistrelli.

4

Quando in terra l'armata colla scorta

del gran Baldone a Malmantil s'invia;

onde un famiglionel serrar la porta

sentì romoreggiar tanta genìa.

Un vecchio era quest'uom di vista corta

che l'erre ognor perdeva all'osteria;

talchè tra il bere e l'esser ben d'età

non ci vedeva più da terza in là.

5

Per questo mette mano alla scarsella

ov'ha più ciarpe assai d'un rigattiere;

perchè vi tiene infin la faverella

che la mattina mette sul brachiere.

Come suol far chi giuoca a cruscherella

due ore andò alla cerca intere intere:

e poi ne trasse in mezzo a due fagotti

un par d'occhiali affumicati e rotti.

6

I quali sopra il naso a petronciano

colla sua flemma pose a cavalcioni;

talchè meglio scoperse di lontano

esser di gente armata più squadroni.

Spaürito di ciòcala pian piano

per non dar nella scala i pedignoni:

e giunto a bassolagrima e singozza

gridando quanto mai n'ha nella strozza.

7

Dicendo forteperchè ognun l'intenda:

all'armi all'armisuonisi a martello:

si lasci il giuocoil ballo e la merenda

e serrinsi le porte a chiavistello;

perchè quaggiù nel piano è la tregenda

che ne viene alla volta del castello;

e se non ci serriamo o facciam testa

mentre balliamovuol sonare a festa.

8

In quel che costui fa questa stampita

e che ne' gusti ognun pur si balocca

l'armata finalmente è comparita

già presso a tiro all'alta biccicocca.

Quivi si vede una progenie ardita

che si confida nelle sante nocca:

e se ne viene all'erta lemme lemme

col Batti e 'l Tessi e tutto Biliemme.

9

Tra questi guitti ancora sono assai

(Oltre a marchesiprincipi e signori)

uomin di contoe grossi bottegai

banchierisetaiuoli e battilori;

v'è lanaiuoliorefici e merciai

notailegistimedici e dottori:

in somma quivi son gente e brigate

d'ogni sortachiedete e domandate.

10

Sul colle compartisce questa gente

Amostante con tutti gli ufiziali:

tra' quali un grasso v'è convalescente

ch'aveva preso il dì tre serviziali

e appunto al corpo far allor si sente

l'operazione e dar dolor bestiali;

talchè gridando senz'alcun conforto

in terra si buttò come per morto.

11

Il nome di costuidice Turpino

fu Paride Garani; e il legno prese

perch'ei voleva darne un rivellino

a un suo nimico traditor francese

che per condurlo a seguitar Calvino

lo tira pe' capelli al suo paese

e per fuggirne a' passi la gabella

lo bollamarchiae tutto lo suggella.

12

Disse Amostantevisto il caso strano

a Noferi di casa Scaccianoce:

per ser Lion Magin da Ravignano

che il venga a medicarcorri veloce;

io dico luiperchè ce n'è una mano

che infilza le ricette a occhio e croce

o fa sopr'all'infermo una bottega

e poi il più delle volte lo ripiega.

13

Gloria cerca Lion più che moneta;

perocch'ei bada al giuoco e fa progresso:

per l'acqua in Pindo va come poeta;

onde a' malati dà le pappe a lesso.

Gli è quel che attende a predicar dïeta

e farebbe a mangiar coll'interesso;

ma perchè già tu n'hai più d'uno indizio

va' viaperchè l'indugio piglia vizio.

14

Noferi vannee sente dir ch'egli era

con un compagno entrato in un fattoio

ov'egli ha per lanternaessendo sera

l'orinal fitto sopra a un schizzatoio

e di fogli distesa una gran fiera

ha bello e ritto quivi il suo scrittoio;

sicchè presto lo trovae in sull'entrata

dell'unto studio gli fa l'ambasciata.

15

Eiche alla cura esser chiamato intende

rispondeavere allora altro che fare;

perchè una sua commedia ivi distende

intitolata Il Console di Mare:

e che se l'opra sua colà s'attende

un buon suggetto è quivi suo scolare

di già sperimentato; ed in sua fece

avría mandato lui: e così fece.

16

Era quest'uomo un certo medicastro

che al dottorato suo fe piover fieno:

e perch'ei vi patì spesa e disastro

è stato sempre grosso con Galeno.

E giunto là: vo' fardisseun impiastro;

ondese il mal venisse da veleno

presto vedremo: intanto egli si spogli

e siami dato calamaio e fogli.

17

Mentre è spogliatoper la pestilenza

ch'egli esalasi vede ognun fuggire:

pervenne una zaffata a Sua Eccellenza

che fu per farlo quasichè svenire:

confermata però la sua credenza

rivolto a' circostanti prese a dire:

questo è velenoe ben di quel profondo:

sentite voi ch'egli avvelena il mondo?

18

Rispose il General commosso a sdegno:

come veleno? oh corpo di mia vita!

e dove è il vostro naso e il vostro ingegno?

lo vedrebbe il mio bue ch'egli ha l'uscita.

A ciò soggiunse il medico: buon segno:

segnoche la natura invigorita

a' morbi repugnanteadesso questo

a' nostri nasi manda sì molesto.

19

Vedendo poiche il flusso raccappella

come quello che ha in zucca poco sale

comincia a gridar: guardiala padella

e (quasi fosse quivi uno spedale)

chiama gli astantigl'infermieri appella

il cerusico chiede e lo speziale:

e venuto l'inchiostroal fin si mette

a scrivere una risma di ricette.

20

Dove diceva (dopo milïoni

di scropolidi dramme e libbre tante)

chegiacchè questo mal par che cagioni

stemperamento forteumor piccante

per temperarloRecipe in bocconi

collagommamèlchiara e diagrante.

Quindici libbre in una volta sola

di sangue se gli tragga dalla gola.

21

Acciocchè tiri per canal diverso

l'umorche tende al centrout omne grave;

chè se durasse troppo a far tal verso

dir potrebbe l'infermo: addiofave.

Poi tengasi due dì capo riverso

legato ben pe' piedi ad una trave:

se questo non facesse giovamento

composto gli faremo un argomento.

22

Però presto bollir farete a sodo

un agnelloo caprettoin un pignatto:

'N un altro vasonello stesso modo

un lupoper insin che sia disfatto;

poi fate un servizial col primo brodo

e col secondo un altro ne sia fatto:

farà questa ricetta operazione

senz'alcun dubbioed ecco la ragione:

23

questi animali essendo per natura

nimici come i ladri del bargello

ritrovandosi quivi per ventura

il lupo correrà dietro all'agnello;

l'agnelloche del lupo avrà paura

ritirando s'andrà su pel budello:

così va in su la roba e si rassoda

e i due contrari fan che 'l terzo goda.

24

Ciò dettorivoltossi al mormorío

di quelle ambretteove a mestar si pose;

eperch'elle sapean di stantío

teneva al naso un mazzolin di rose.

Soggiunse poi: costui vuol dirci addio;

chè queste flemme putride e viscose

mostranche benaffetto agli ortolani

ei vuol ire a 'ngrassare i petronciani.

25

In quel che questo capo d'assiuolo

ne dice ognor dell'altra una più bella

Tosello Gianniil quale è un buon figliuolo

mosso a pietàcon una sua coltella

tagliate avea le rame d'un querciuolo;

sopr'alle quali a foggia di barella

fu Paride da certi contadini

portato a' suoi poder quivi vicini.

26

Fu del Garani ascritto successore

Puccio Lamonianch'ei grande ingegnere

bravissimo guerriersaggio dottore

cortigianomercantee taverniere.

Dicon ch'ei nacque al tempo delle more

perch'egli è di pel bruno e membra nere;

or qua di Cartagena eletto duce

il fior de' mammagnuccoli conduce.

27

L'armata avea tra gli altri un cappellano

dottorma il suo saper fu buccia buccia;

perocch'egli studiò col fiasco in mano

ed era più buffon d'una bertuccia.

Faceva da pittoreda Tiziano;

ma quanto fece main'andava a gruccia:

ebbe una chiesae quivi a bisca aperta

si giuocò fino i soldi dell'offerta.

28

Franconio si domanda Ingannavini:

e fu pregatocome il più valente

perch'egli sapea leggere i Latini

a far quattro parole a quella gente.

Egliche aveva in casa il Coltellini

già fatta una lezione e salla a mente

subito accettae siede in alto solio

senza mettervi su nè sal nè olio.

29

Sale in bigoncia con due torce a vento

acciò lo vegga ognun pro tribunali:

ovemostrar volendo il suo talento

fece un discorso e disse cose tali

che ben si scorse in lui quel fondamento

che diede alla sua casa Giorgio Scali:

e piacque sìche tutti di concordia

si messero a gridar misericordia.

30

Il tèma fu di questa sua lezione

quand'Eneagià fuor del suo pollaio

faceva andare in fregola Didone

come una gatta bigia di gennaio:

e che se i Greciascosi in quel ronzone

in Troia fuoco diedero al pagliaio

e in man d'Enea posero il lembuccio

ond'ei fuggì col padre a cavalluccio;

31

cosìdiceala vostra e mia regina

qui viva e sanae della buona voglia

cacciata fu dall'empia concubina

tre dita anch'ella fuor di quella soglia;

peròse un tanto ardire e tal rapina

parvi che adesso gastigar si voglia

v'avete il modosenza ch'io lo dica.

Io ho finito: il ciel vi benedica.

32

Poichè da esso inanimite furo

le schieresi portarono a' lor posti:

e già sdraiato ognunlassoe maturo

in grembo al sonno gli occhi aveva posti;

quando a un tratto le trombe ed il tamburo

roppe i riposi e i sonni appena imposti;

ma svanì presto così gran fracasso

chè 'l fiato al trombettier scappò da basso.

33

E questo cagionòche incollorito

il Generale di cotanta fretta

con occhi torvi minacciò col dito

mostrando voler farne aspra vendetta.

Seguìche un ufizial suo favorito

che più d'ogn'altro meno se lo aspetta

toccò la corda con i suoi intermedi

de' tamburini e trombettieri a' piedi.

34

Alla corda così vuol che s'attacchi

perchè d'arbitrio e senza consigliarsi

facea venir all'armiallorchè stracchi

bisogno avevan più di riposarsi:

ed eran mezzi mortie come bracchi

givano ansando inordinati e sparsi:

e con un fior di lingue e orrenda vista

soffiavanch'i'ho stoppato un alchimista.

35

Amostante non solo era sdegnato

che di suo capo e propria cortesia

senza lasciar che l'uom riabbia il fiato

ei volesse attaccar la batteria;

ma perchè seco aveva concertato

ch'egli stessoche sa d'astrologia

vuolprima che 'l nimico si tambussi

veder che in Cielo sien benigni influssi.

36

Omai la famache riporta a volo

d'ogni intorno le nuove e le gazzette

sparge per Malmantilche armato stuolo

vien per tagliare a tutti le calzette.

Già molti impauriti e in preda al duolo

non più co' nastri legan le scarpette

ma con buone e saldissime minuge

perchè stien forti ad un rumores fuge.

37

In tal confusïonein quel vilume

all'udir quei lamenti e quegli affanni

a molti ch'eran già dentro alle piume

lo sbucar fuori parve allor mill'anni:

chi per vestirsi riaccende il lume

perocch'al buio non ritrova i panni;

chi nudo scappa fuorie non fa stima

che dietro gli sia fatto lima lima.

38

Perchè s'egli ha camicia o brache o vesta

non bada che gli facciano il baccano;

bensì del tristo avviso afflitto resta

onde più d'un poi giuoca di lontano:

chi torna indietro a fasciarsi la testa

e chi si tinge con il zafferano;

chi dice che una doglia gli s'è presa

per non avere a ire a far difesa.

39

Altriche fugge anch'ei simil burrasca

finge l'infermoe vanne allo spedale:

e benchè sano ei sia com'una lasca

col medico s'intende o col speziale;

perchè all'uno ed all'altro empie la tasca

acciò gli faccian fede ch'egli ha male:

ed essi questo e quel scrivon malato:

e chi più dàlo fan di già spacciato.

40

Sicchè con queste finte e con quest'arte

costorche usan la tazza e non la targa

servir volendo a Bacco e non a Marte

che non fa sanguema vuol che si sparga

d'uno stesso voler la maggior parte

trovan la via di starsene alla larga;

ed il restantenon sì astuto e scaltro

comparisceperch'ei non può far altro.

41

Mentre in piazza si fa nobil comparsa

anche in palazzo armata la regina

con una treccia avvoltae l'altra sparsa

corre alla malmantilica rovina;

benchè ne' passi poi vada più scarsa

perchè all'uscio da via mai s'avvicina.

Da sette volte in su già s'è condotta

fino alla sogliama quel sasso scotta.

42

Viltà l'arretraonor di poi la 'nvita

a cimentar la sua bravura in guerra:

l'esorta l'una a conservar la vita

l'altro a difender quanto può la terra.

Purfatto conto di morir vestita

voltossi a bere; e divenuta sgherra

(Perocchè Bacco ogni timor dilegua)

dice: o de' mieichi mi vuol ben mi segua.

43

Dietro a' suoi passi mettesi in cammino

Maria Ciliegiaillustre damigella:

tutto lieto la segue il Ballerino

che canta il titutrendo falalella;

va Meo col paggio; zoppica Masino

corre il Massellie il capitan Santella;

molti e molt'altri amici la seguiro

e più mercantic'hanno avuto il giro.

44

La segue Piaccianteo suo servo ed aio

che in gola tutto quanto il suo si caccia:

le cacchiatelle mangia col cucchiaio

ed è la distruzion della vernaccia.

Già misurò le doppie collo staio;

finita poiche fu quella bonaccia

pel contagio portò fin la barella:

ed ora in corte serve a Bertinella.

45

Comanda la padrona ch'egli scenda

e stia giù fuori con gli orecchi attenti

fra quelle schierefinch'ei non intenda

a che fine son là cotante genti;

ma queglial qual non piace tal faccenda

se la trimpella e passa in complimenti:

e perchè a' fichi il corpo serbar vuole

prorompe in queste o simili parole:

46

Alta Reginaperchè d'obbedire

più d'ogni altro a' tuoi cenni mi do vanto

colà n'andrò; macome si suol dire

come la serpe quando va all'incanto:

non ch'io fugga il pericol di morire

perch'io fo buon per una volta tanto

ma perchès'io mi partonon ti resta

un uomche sappia dov'egli ha la testa.

47

Non ti sdegnar s'io dico il mio pensiero;

chè possibil non è ch'io taccia o finga:

es'e' n'andasse il collosempre il vero

son per dirtie chi l'ha per malsi cinga.

Ti servirò di cor vero e sincero

senza interesse d'un puntal di stringa

e non come in tua corte sono alcuni

adulatorche fanno Meo Raguni.

48

Io dunqueche non voglio esser de' loro

ma tengo l'adular pessimo vizio

soggiungoe dicoper ridurla a oro

che mal distribuito è questo ufizio

e che non può passar con tuo decoro;

poichèmostrando non aver giudizio

un tuo aio ne mandi a far la spia

quasi d'uomin tu avessi carestia.

49

Manda manda a spiar qualche arfasatto

o un di quei che piscian nel cortile:

questo farà il mestier come va fatto

senza sospetto dar nel campo ostile;

ostile dicomentre costa in fatto

che cinto ha d'armi tutto Malmantile.

Tal gente si può dire a noi contraria

perchè non vien quassù per pigliar aria.

50

E perch'ei non vorrebbe uscir del covo

soggiunge dopo queste altre ragioni;

ma quellache conosce il pel nell'uovo

s'accorge ben che son tutte invenzioni;

peròsenza più dirglielo di nuovo

lo manda fuori a furia di spintoni;

e mentre ei pur volea 'mbrogliar la Spagna

gli fa l'uscio serrar sulle calcagna.

51

Sperante resta alla Regina intorno

spianator di pantondo riformato:

gridan le spalle sue remo e Livorno

ed ha un culo che pare un vicinato:

la pala nella destra tien del forno

nella sinistra un bel teglion marmato

in cambio di rotellache gli guarda

da' colpi il magazin della mostarda.

52

De' Rovinati anch'ei passò la barca;

perchè la golail giuocoe il ben vestire

gli aveano il panela farina e l'arca

in fumo fatto andar come elisire;

talchè cantando poicome il Petrarca

«Amoreio falloe veggo il mio fallire»

al giuoco del Barone e alla Bassetta

giuocavaapparecchiando alla Crocetta.

53

Fu dalle dame amato in generale

(Io dico dalle prime della pezza);

poi Bertinella stavane sì male

ch'ella fece per lui del ben bellezza;

perchèspesa la robae concia male

fatta più bolsa d'una pera mezza

potea di nottequanto a mezzo giorno

andar sicura per la fava al forno.

54

Ma poivenuta quasi per suo mezzo

a porsi sopr'al capo la corona

e lasciati di già gli stenti e il lezzo

profumata si sta nella pasciona;

ne 'mpazza affattoe non lo vede a mezzo:

e pospostane leich'è la padrona

e Martinazzach'è la salamistra

Sperante sempre va in capo di listra.

55

Or perch'egli è di nidio e navicello

e forte e sodo come un torrione

gli dà l'ufizio e titol di Bargello

colla solita sua provvisïone;

perchèse in questo caso alcun ribello

si scuoprefacil sia farlo prigione;

acciò sul letto poi di Balocchino

se gli faccia serrare il nottolino.

56

Fa in tanto nel castel toccar la cassa

e inalberar la 'nsegna del carroccio;

e comandante elegge della massa

il nobil cavalier Maso di Coccio

che 'n fretta alla rassegna se ne passa

colle schiere però fatte a babboccio;

che ad una ad una accomoda e dispone

sotto sua guida e sotto suo campione.

57

Il primo è il Furbanobile stradiere

che non giuoca alla buona e meno a' goffi;

a' noccioli bensì si fa valere

perch'ei dà bene i buffie meglio i soffi.

Il secondo è il Vecchinail gran barbiere

che vuol che ognor si trinchi e si sbasoffi;

e dove a mensa metter può la mano

si fa la festa di San Gimignano.

58

Dalle fredde acque il Mula i fanti approda

a spiaggia militar fra fronde e frasche:

ha nobil bardatura tinta in broda

di cedri e di ciriege d'amarasche.

Co' pescatori al Mula ora s'accoda

Dommeotreccon de' ghiozzi e delle lasche.

Pericol Pallerino anch'ei ne mette

dugento suoiarmati di racchette.

59

Melicchecuocoall'ordine s'appresta;

per giannettina ha in mano uno stidione

ed un pasticio per visiera in testa

con pennacchio di penne di cappone;

un candido grembiul per sopravvesta

gli adorna il culo e l'uno e l'altro arnione;

una zana è il suo scudo; e nell'armata

conduce tutta Norcia e la vallata.

60

L'unto Sgaruglia con frittelle a josa

alla squadra de' cuochi ora soggiugne

quella de' battilani assai famosa

genteche a bere è peggio delle spugne:

a cui battiemdicevala calcosa

ch'affeddeddieci làdove si giugne

noi non abbiamo a scardassar più lana

ma s'ha far sempre la Lunediana.

61

Conchino di Melone ecco s'affaccia

chel'osteria tenendo degli Allori

col fine e saldo d'un buon pro vi faccia

ha dato un frego a tutt'i debitori;

che tutti allegri e rubicondi in faccia

cantando una canzone a quattro cori

di gran coltelli e di taglieri armati

si son per amor suo fatti soldati.

62

Scarnecchiache di guerra è un ver compendio

l'eroe degli arcibravie dico poco

a cui dovrebbe dar piatto e stipendio

chiunque governa in qualsivoglia loco

perchèquando seguisse qualche incendio

ei fa il rimedio per guarir dal fuoco

mena gente avanzata a mitre e a gogne

da vender fiabechiacchiere e menzogne.

63

Rosaccio con altissime parole

movendo il pièracconta che a pigione

fa per quel mese dar la casa al sole

e nel Zodiaco alloga lo Scorpione:

così sballando simil ciance e fole

si tira dietro un nugol di persone.

Fa per impresain mezzo all'intervallo

di due sue cornaun globo di cristallo.

64

Sopra un letto ricchissimo fiorito

portar Pippo si fa del Castiglione

ove coperto sta tutto vestito

chè in tal modo lo scalda al suo padrone;

e purse in arme ei non fu gran perito

guerrier comodo è almen nel padiglione.

Questo impera dal morbido piumaccio

a quelli del mestier di Michelaccio.

65

A gire a Batistone adesso tocca

gran gigante da Cigolidi quelli

che vanno a côrre i ceci colla brocca

e batton colle pertiche i baccelli:

per sue bellezze Amore ha sempre in cocca

per ferir damei dardi ed i quadrelli;

fa il cavaliere nelle cavalcate

e va spesso furiero alle nerbate.

66

Cento suggetti egli ha della sua classe

anch'eglino pigmei distorti e brutti;

fantiche nacquer nelle Magne basse;

ma sebben son piccinie' vi son tutti.

Mangian spinaciarruffan le matasse

ed ha più vizi ognun di sei Margutti:

cosa è questache va pel suo diritto

chè non è in corpo storto animo dritto.

67

Piena di sudiciume e di strambelli

gran gente mena qua Palamidone

che il giorno vanne a Carpi ed a Borselli

e la notte al Bergel porta il lancione:

maestro de' bianti e de' monelli

e' veste la corazza da bastone;

perch'egliquanto ogni altro suo allievo

è tutto il dì figura di rilievo.

68

Comparisce frattanto un carro in piazza

da Farfarel tirato e Barbariccia

ubbidïenti al cenno della mazza

sodanocchiutaruvida e massiccia

con che la formidabil Martinazza

a lorch'è ch'èle costole stropiccia.

E quei demòni in forma di camozza

van tirando a battuta la carrozza.

69

Costei è quella strega maliarda

che manda i cavallucci a Tentennino

ed egli un punto a comparir non tarda

quand'ella fa lo staccio o il pentolino;

come quand'ella s'unge e s'inzavarda

tutta ignuda nel canto del cammino

per andar sul barbuto sotto il mento

colla granata accesa a Benevento.

70

Ove la notte al Noce eran concorse

tutte le streghe anch'esse sul caprone

i diavoli e col bau le bilïorse

a ballare e cantare e far tempone;

ma quando presso al dì l'ora trascorse

fa di mestieri battere il taccone:

come a costeiche or viensene di punta

e in su quel carro nel castello è giunta.

71

E la cagion si èch'ella ne vada

adesso a casa tutta in caccia e in furia

l'aver veduto dentro alla guastada

un segnoche le ha data cattiv'uria;

perchè vi scorse una sanguigna spada

che alla sua patria minacciava ingiuria;

perciòse nulla fosse di quel regno

ne viene anch'essa a dare il suo disegno.

72

Fuggì tutta la gente spaventata

all'apparir dell'orrido spettacolo;

la piazza fu in un attimo spazzata

pur un non vi rimase per miracolo.

Così correndo ognuno all'impazzata

si fa l'un l'altro alla carriera ostacolo;

chi dà un urtonquell'altro dà un tracollo

chi batte il capoe chi si rompe il collo.

73

Figuriamci vedere un sacco pieno

di zucche o di popon sopra un giumento

cherottasi la cordain un baleno

ruzzolan tutti fuor sul pavimento

e nell'urtarsi batton sul terreno;

chi si percuotee chi s'infrange drento

chi si sbuccia in un sassoe chi s'intride

ed un altro in due parti si divide.

74

Così fa quella razza di coniglio;

chenel fuggir la vista di quel cocchio

chi si rompe la bocca o fende un ciglio

e chi si torce un piede e chi un ginocchio;

a talchènel veder quello scompiglio

io ho ben presodicequi lo scrocchio

mentre a costor così comparir volli:

sapeva pur chi erano i miei polli.

75

Scese dal carro poiper impedire

così gran fuga e rovinosa fola;

ma quei viepiù si studiano a fuggire

e mostra ognun se rotte ha in piè le suola;

chè finalmentecome si suol dire

chi corre correma chi fugge vola;

ond'ellabenchè adopri ogni potere

vede che farà tordo a rimanere.

76

Perciò si ferma strambasciata e stracca;

ritorna in dietroed un de' suoi caproni

dalla carretta subito distacca

e gli si lancia addosso a cavalcioni;

così correndotutta si rinsacca

perchè quel diavol vanne balzelloni.

Pur dicendo: arri làcarne cattiva

lo fruga sìche al fin la ciurma arriva.

 

 

QUARTO CANTARE

Argomento

I guerrier di Baldon son mal disposti

perchè la fame in campo gli travaglia.

Il Fendesie Perlon lasciano i posti

non vedendo arrivar la vettovaglia.

Psiche non tiene i suoi pensieri ascosti

a Calagrillocavalier di vaglia

che promette aiutar la damigella

e poscia ascolta una gentil novella.

 

1

Omnia vincit Amordice un testo;

e un altro dissee diede più nel segno:

Fames Amorem superat; e questo

è certoe approva ognun c'ha un po' d'ingegno;

perchèquantunque Amor sia sì molesto

che tutt'i martorelli del suo regno

dicano ognora: ahi lasso! io moroio pèro;

e' non si trova mai che ciò sia vero.

2

Non ha che far nïente colla Fame

che fa da veropurch'ella ci arrivi;

posson gli amanti star senza le dame

i mesi e gli annie mantenersi vivi;

ma se due dì del consueto strame

i poveracci mai rimangon privi

e' basta; chè de fatto andar gli vedi

a porre il capo dove il nonno ha i piedi.

3

Talchè si vien da questi effetti in chiaro

che d'Amore la Fame è più potente;

ond'è che ognun di lui più questa ha caro

e quando alle sue ore ei non la sente

lamentasie gli pare ostico e amaro.

Perciò riceve torto dalla gente

mentre ciascun la cerca e la desia

e s'ella vienevuol mandarla via.

4

Anzi la scacciacome un animale

sul buon del desinare e della cena:

per questo ella talorche l'ha per male

più non gli torna; ovver per maggior pena

in corpo gli entra in modo e nel canale

che non l'empierebb'Arno colla piena;

come vedremo che a Perlone ha fatto

che a questo conto grida come un matto.

5

Desta l'Aurora omai dal letto scappa

e cava fuor le pezze di bucato;

poi batte il fuocoe cuocer fa la pappa

pel suo giorno bambin ch'allora è nato.

E Feboch'è il compargià colla cappa

e con un bel vestito di broccato

che a nolo egli ha pigliato dall'Ebreo

tutto splendente viensene al corteo.

6

Nè per ancora le Ugnanesi genti

hanno veduto comparire in scena

la materia che dà il portante a' denti

e rende al corpo nutrimento e lena;

perciò molti ne stanno malcontenti

che son usi a tener la pancia piena:

e ben si scorge a una mestizia tale

che la mastican tutti più che male.

7

È tra costoro un certo girellaio

che per l'asciutto va su i fuscellini

male in arnesee indosso porta un saio

che fu sin del Romito de' Pulcini.

Ci è chi vuol dir ch'ei dorma in un granaio

perc'ha il mazzocchio pien di farfallini:

è matto in somma; pur potrebbe ancora

un dì guarirneperchè il mal dà in fuora.

8

E perch'ei non avea tutt'i suoi mesi

fu il primo ad esclamare e far marina

forte gridando: oimè! ch'io vado a Scesi

pel mal che viene in bocca alla gallina.

Onde Eravano e don Andrea Fendesi

che abbruciavano insieme una fascina

e per cibare i lor ventri di struzzoli

cercavan per le tasche de' minuzzoli

9

mentre di gagnolar giammai non resta

costui ch'è senza numero ne' rulli

anzi rinforza col gridare a testa

lasciano il fuoco e i vani lor trastulli:

e per vedere il fin di questa festa

se ne van discorrendo grulli grulli

del bisogno ch'essi han che 'l vitto giunga

perchè sentono omai sonar la lunga.

10

Così domandan chi sia quei ch'esclama

e mette grida ed urli sì bestiali.

Gli è detto: questo è un tale che si chiama

Perlonedipintor de' miei stivali;

un uomche al mondo acquistasi gran fama

nel far de' ceffautti pe' boccali:

e con gl'industri e dotti suoi pennelli

suo nome eterno fa negli sgabelli.

11

Si trova in basso statoanzi meschino;

ma benchè il furbo ne maneggi pochi

giuocherebbe in su' pettini da lino

chè un'ora non può viver ch'ei non giuochi.

Ma s'ei vincesse un dì pur un quattrino

in vero si potrebbon fare i fuochi;

perchègiuocando sempre giorno e notte

farebbe a perder colle tasche rotte.

12

Giuocossi un suo fratel già la sua parte

suo padre fu del giuco anch'egli amico;

però natura qui n'incaca l'arte

avendo ereditato il genio antico.

Costui teneva in man prima le carte

che legato gli fosse anche il bellico;

e pria che mammababbopappa e poppe

chiamò spadebastondanari e coppe.

13

Ma perchè voi sappiate il personaggio

che ciò raccontaè il Franco Vicerosa

cavalierodel qual non è il più saggio

scrittor sublime in verso quanto in prosa;

dipingenè può farsi da vantaggio

generalmente in qualsivoglia cosa;

vince nel canto i musici più rari

e nel portare occhiali non ha pari.

14

È suo amicoed è pur seco adesso

Salvo Rosataun uom della sua tacca;

perocchè anch'ei si abbevera in Permesso

e pittorpassa chiunque tele imbiacca;

tratta d'ogni scienza ut ex professo

e in palco fa sì ben Coviel Patacca

chesempre ch'ei si muove o ch'ei favella

fa proprio sgangherarti le mascella.

15

Or perchè Franco ed egli ogni maniera

proccuran sempre di piacere altrui

di Perlone dan contoe dove egli era

di conserva n'andâr con gli altri due;

là dove minchionando un po' la fiera

il Franco disse lor: questo è colui

che in zucca non ha punto; anzi ragionasi

d'appiccargli alla testa un appigionasi.

16

Spiacque il suo male ad ambi tanto tanto:

e mentre ei piange ch'e' si getta via

il pietoso Eravan pianse al suo pianto

verbigraziaper fargli compagnia.

Poi tutto lieto postosegli accanto

per cavarlo di quella frenesia

di quelle strida e pianto sì dirotto

che fa per nulla il bietolon mal cotto

17

se forsedicetu sei stato offeso

che fai tu della spadail mio piloto?

A che tenere al fianco questo peso

per startene a man giunte come un boto?

Se al corpo alcun dolor t'avesse preso

gli è qua chi vende l'olio dello Scoto:

se t'hai bisogno d'oroio ti fo fede

che qualsivoglia banca te lo crede.

18

Dopo Eravano poi nessun fu muto;

chè ognun gli volle fare il suo discorso

offerendo di dargli ancora aiuto

mentre dicesse quanto gli era occorso;

ond'eiche avrebbe caro esser tenuto

d'aver piuttosto col cervello scorso

alzando il visoin loro gli occhi affisa

e sospirando parla in questa guisa:

19

Non v'è rimedioamicialla mia sorte:

il tutto è vanogiacchè la sentenza

è stabilita in ciel della mia morte

che vuol ch'io muoiae muoia in mia presenza.

Già l'alma stivalata in sulle porte

omai dimostra d'esser di partenza;

e già col corpo tutt'i sentimenti

le cirimonie fanno e i complimenti.

20

Mutar devo mestierse avvien ch'io muoia

di soldato cioè nel ciabattino;

perocchè mi convien tirar le cuoia

per gir con esse a rincalzare il pino.

Un'altra cosa ancor mi dà gran noia:

ed èche sotto son come un cammino;

e che innanzi a Minòs e agli altri giudici

rappresentar mi debba co' piè sudici.

21

Ma ecco omai l'ora fatale è giunta

ch'io lasci il mio terrestre cordovano;

già già la Morte correche par unta

verso di me colla gran falce in mano;

spinge ella il ferro nel bel sen di punta

ond'io mancar mi sento a mano a mano;

però lo spirto e il corpo in un fardello

tiro fuor della vita e vo all'avello.

22

Ormai di vita son uscitoe pure

non trovo al mio penar quiete e conforto.

O cieloo mondoo Gioveo creature

ditese udiste mai così gran torto?

Se Morte è fin di tutte le sciagure

come allupar mi sentoancorchè morto?

E comedove ognuno esce di guai

mi s'aguzza il mulino piucchè mai?

23

Va' a dir che qua si trovi pane o vino

o altro da insegnar ballare al mento:

se non si fa la cena di Salvino

quanto a mangiaree' non c'è assegnamento.

O ser Isaco Abramoo Iacodino

quando v'avete a ire al monumento

voi l'intendeteche nel cataletto

con voi portate il pane ed il fiaschetto.

24

Orbècompagniolà dal cimitero

se 'l ciel danari e sanità vi dia

empiete il buzzo a un morto forestiero

o insegnategli almeno un'osteria.

Sebben voi fate qui sempre di nero

perchè di carne avete carestia

è tale l'appetito che mi scanna

che un diavol cotto ancor mi parrà manna.

25

Sebben non c'è da far cantare un cieco

di questa spada all'oste fo un presente

che ad ogni mo'da poi ch'ella sta meco

mai battè colpo o volle far nïente.

Per una zuppa dolla ancor di greco.

Ma che gracch'io? qui nessun mi sente.

Che fo? se i morti son di pietà privi

meglio sarà ch'io torni a star tra' vivi.

26

Qui tacquee per fuggir la via si prese

facendo sempre il Nanni ed il corrivo;

perch'egli è un di que' matti alla sanese

c'han sempre mescolato del cattivo.

Per aver campo a scorrere il paese

ne fece poi di quelle coll'ulivo

mostrando ognor più dar nelle girelle;

e tutto fece per salvar la pelle.

27

Perch'unoche il soldato a far s'è messo

mentre dal campo fugge e si travia

sendo trovatovien senza processo

caldo caldo mandato in Piccardia.

Però s'ei partenon vuol far lo stesso

ma che lo scusi e salvi la pazzia;

onde minchion minchionfacendo il matto

se ne scantona che non par suo fatto.

28

Il Fendesi a scappare anch'ei fu lesto

con gli altri tre correndo a rompicollo;

volendo risicar prima un capresto

e morir collo stomaco satollo

che restar quivi a menarsi l'agresto

ed allungare a quella foggia il collo.

Il danno certo è sempre da fuggire;

s'egli avvien peggio poinon c'è che dire.

29

Lasciam costoroe vadan pure avanti

cercando il vitto lì per quel contorno;

che se fame gli cacciae' son poi fanti

da battersi ben ben seco in un forno;

perchè d'un gran guerrier convien ch'io canti

mezzo impaniatoperch'egli ha d'intorno

una donna straniera in veste bruna

che s'affligge e si duol della fortuna.

30

Calagrillo è il guerrieroe via pian piano

cavalcando ne va con festa e gioia

ognor tenendo il chitarrino in mano

perchè il viaggio non gli venga a noia.

È bravo sìma poi buon pastricciano;

e' farebbe servizio infino al boia:

venga chi vuola tutti dà orecchio

sebben e' fosse il Bratti Ferravecchio.

31

Poichè bella è colei che si dispera

sempre piangendo senz'alcun ritegno

e vannecome io dissiin cioppa nera

per dimostrar di sua mestizia il segno

perciò con viso arcigno e brutta cera

par un Ebreo ch'abbia perduto il pegno;

e di quanto l'affligge e la travaglia

Calagrillo il campion quivi ragguaglia.

32

Signoreincominciòdevi sapere

ch'io ebbi un bel marito; ma perch'io

dissi chi egli era contro al suo volere

già per sett'anni n'ho pagato il fio;

perch'egli allorper farmela vedere

stizzato meco se n'andò con Dio

in luogoche a volerlo ritrovare

la carta vi volea da navicare.

33

E quando poi io l'ho bell'e trovato

Martinazzach'è sempre lo scompiglia

fa sìche pur di nuovo m'è scappato

ed in mia vece all'amor suo s'appiglia.

Tal ch'io rimango cacciator sgraziato:

scuopro la lepree un altro poi la piglia.

Ti dico questoperchè avrei voluto

che tu mi dessi a raccattarlo aiuto.

34

Ei le promette e giura che 'l marito

le renderà; però non si sgomenti:

e se non basterà quel c'ha smarrito

quattro e seibisognandoe dieci e venti.

Ed ella lo ringraziae del seguito

di tante sue fatiche e patimenti

(Fatta più lieta per le sue promesse)

così da capo a raccontar si messe:

35

Cupido è la mia cara compagnia

ricco garzonsebben la carne ha ignuda;

anzi non è: t'ho detto una bugia;

perch'ei non mi vuol più cotta nè cruda.

Ma senti puree nota in cortesia:

quando la madre suach'era la druda

del fiero Marteidest la Dea d'Amore

gravida fu di questo traditore

36

perch'una trippa aveache conveniva

che dalle cigne omai le fosse retta

cagionche in Cipro mai di casa usciva

se non con due braccieri ed in seggetta;

pur sempre con gran gente e comitiva

com'a Reginacom'ell'ès'aspetta;

i paggi addietro e gli staffier dinanzi

e dagl'inlati due filar di Lanzi;

37

essendo così fuori una mattina

per suoi negozi e pubbliche faccende

urtò per caso una vacca trentina

e tocca appenain terra la distende;

ond'elladopo un'alta rammanzina

perch'una lingua ell'ha che taglia e fende:

va'che tu facciaquando ne sia otta

un figliuoldicein forma d'una botta.

38

E così fu; chè in vece d'un bel figlio

di suo gusto e di tutt'i terrazzani

un rospo fece come un pan di miglio

che avrebbe fatto stomacare i cani;

che poicresciutofecesi consiglio

di dargli un po' di moglie; ma i mezzani

non trovaron mai donna nè fanciulla

che saper ne volesse o sentir nulla.

39

Se non che i miei maggiori finalmente

mio padre che 'l bisogno ne lo scanna

con un mio zio ch'andava pezïente

e un mio fratello anch'ei povero in canna

sperando tutti e tre d'ungere il dente

e dire: o corpo miofátti capanna

e riparare ad ogni lor disastro

me gli offeriroe fecesi l'impiastro.

40

Fu volentier la scritta stabilita;

io dico sol da lorche fan pensiero

di non aver a dimenar le dita

ma ben di diventar lupo cerviero.

E perchè e' son bugiardi per la vita

dimostrano a me poi 'l bianco pel nero;

dicendomiche m'hanno fatta sposa

d'un giovanettoch'è sì bella cosa.

41

Soggiunsero di lui mill'altre bozze;

ma quando da me poi lo veddi in faccia

con quella forma e membra così sozze

pensate voi se mi cascò le braccia:

anzi nel giorno proprio delle nozze

che a darmi ognun venia il buon pro vi faccia

ogni voltacon mio maggior dolore

sentivo darmi una stoccata al cuore.

42

Non lo volevo; pur mi v'arrecai

veduto avendo ogni partito vinto;

ma perchè non è il diavol sempre mai

cotanto brutto com'egli è dipinto

quand'io più credo a gola esser ne' guai

ecco al mio cuore ogni travaglio estinto;

vedendo ch'ei lasciòsendo a quattr'occhi

la forma delle botte e de' ranocchi.

43

E molto ben divenne un bel garzone

che m'accolse con molta cortesia;

ma subito mi fa commissïone

ch'io non ne parli mai a chicchessia

perch'io saròparlandonecagione

ch'ei si lavi le man de' fatti mia

e per nemmen sentirmi nominare

si vada vivo vivo a sotterrare.

44

E perchè quivi ancora avrà paura

ch'io non vada a sturbargli il suo riposo

avrà sopr'ad un monte sepoltura

che mai si vedde il più precipitoso

ed alto poi così fuor di misura

che non v'andrebbe il Bartoli ingegnoso;

oltrechè innanzi ch'io vi possa giugnere

ci vuol del buonoe ci sarà da ugnere.

45

Poichè una strada troverò nel piano

che veder non si può giammai la peggio;

poigiunta a piè del monte alpestre e strano

con due uncini arrampicar mi deggio

menando all'erta or l'una or l'altra mano

come colui che nuota di spasseggio;

ed anche andar con flemma e con giudizio

s'io non me ne vogl'ire in precipizio.

46

Scosceso è il montein sommae dirupato;

e 'l viaggio lunghissimo e diserto.

Così disse Cupido smascherato

dopo cioè ch'ei mi si fu scoperto;

ond'io promessi di non dir mai fiato

e che prima la morte avria sofferto

che trasgredir d'un punto in fatti o in detti

i suoi gustii suoi cennii suoi precetti.

47

Nè tal cosa a persona avrei scoperta;

ma perchè tuttavia la gente sciocca

ridea del rospo e davami la berta

ed io che quand'ella mi viene in cocca

non so tenere un cocomero all'erta

mi lasciai finalmente uscir di bocca

che quel non era un rospoma in effetto

un grazïoso e vago giovanetto.

48

E chese lo vedesson poi la notte

quando in camera meco s'è serrato

e getta via la scorza delle botte

ch'un Sole proprio par pretto sputato

le male lingue forse starian chiotte

che sì de' fatti altrui si danno piato;

perocchè non si può tirare un peto

che il comento non voglian fargli dreto.

49

Le ciglia inarca e tien la bocca stretta

chiunque da me tal maraviglia ascolta;

ma quel che importaa sordo non fu detta;

chè Vener che ogni cosa avea ricolta

per veder s'ella è vera o barzelletta

poichè a dormire ognun se l'era colta

entra in camera e vien pian piano al letto

e trova il tutto appunto come ho detto.

50

E nel vedere in terra quella spoglia

che per celarsi al mondo il giorno adopra

di levargliela via le venne voglia

acciò con essa più non si ricuopra;

così la prendee poi fuor della soglia

fa un gran fuoco e ve la getta sopra:

nè mai di lì si volle partir Venere

insinchè non la vedde fatta cenere.

51

Fu questa la cagion d'ogni mio male;

perchè quando Cupido poi si desta

si stropiccia un po' gli occhi e dal guanciale

per levarsi dal letto alza la testa

e va per rivestirsi da animale

nè trovando la solita sua vesta

si volta verso mesi morde il dito

e nello stesso tempo fu sparito.

52

Non ti vo' dir com'io restassi allora

che mi sovvenne subito di quando

il primo dì mi si svelòche ancora

mi fece l'espressissimo comando

che in alcun tempo io non la dessi fuora;

ed io son itascioccaa fare un bando:

e poi mi pare strano e mi scontorco

s'egli è in valigia ed ha comprato il porco.

53

Sospesa per un pezzo me ne stetti

ch'io aspettava pur ch'ei ritornasse;

a cercarne per casa poi mi detti

per le stanze di sopra e per le basse.

Guardo su pel cammingiro in su i tetti

apro gli armari e fo scostar le casse;

nè trovandolo maial fin mi muovo

per non fermarmi finch'io non lo trovo.

54

Scappo di casae via vo sola sola;

nè son lontana ancora una giornata

ch'io sento dire: aspettami figliuola.

Mi voltoe dietro veggomi una Fata;

e perch'ella mi diede una nocciuòla

quest'è megliodiss'iod'una sassata.

Di ciò ridendoun'altra sua compagna

mi pose in mano anch'ella una castagna.

55

Ed ioche allora avrei mangiato i sassi

m'accomodai per darvi su di morso;

ma fummi detto ch'io non la stiacciassi

se un gran bisogno non mi fosse occorso.

Vergognata di ciòcon gli occhi bassi

il termine aspettai del lor discorso;

poifatte le mie scuse e rese ad ambe

mille graziele lascioe dolla a gambe.

56

Ripongo la nocciuòla e la castagna

e rimetto le gambe in sul lavoro

per una lunga e sterile campagna

disabitata più che lo Smannoro.

Dopo cinqu'anni giunta a una montagna

mi si fe' innanzi un grande e orribil toro

che ha le corna e i piè tutti d'acciaio

e tirache correbbe nel danaio.

57

E come cavalier che al saracino

corre per carnovale o altra festa

verso di me ne viene a capo chino

colla sua lancia biforcata in testa.

Io già colle budella in un catino

addiodicevo al mondoaddio chi resta;

addio Cupídodove tu ti sia

a rivederci ormai in pellicceria.

58

O mamma miache pena e che spavento

ebbe allor questa mezza donnicciuola!

Tremavo giusto come un giunco al vento;

chè quivi mi trovavo inerme e sola.

Purcome volle il cieloio mi rammento

del dono delle Fate; e la nocciuòla

presa per casopresto sur un sasso

la scaglio; ella si rompee n'esce un masso.

59

Tal pietra per di fuori è calamita

e ripiena di fuoco artifiziato.

Ormai arriva il toroed alla vita

con un lancio mi ven tutto infuriato:

ma perchè dietro al masso ero fuggita

il ribaldo riman quivi scaciato;

chè in esso dando la ferrata testa

in quella calamita affisso resta.

60

Sfavilla il masso al batter dell'acciaro

e dà fuoco al rigiro ch'è nascosto;

ed eglia' razzi ch'allor ne scapparo

un colpo fatto aver vede a suo costo

perchè non vi fu scampo nè riparo

ch'ei tra le fiamme non si muoia arrosto.

Ed ioscansato il fuoco e ogni altro affronto

lieta mi parto e tiro innanzi il conto.

61

Più là ritrovo un grand'uccel grifone

e topi assai che giran come pazzi

perch'eglientrato in lor conversazione

gli beccagraffia e ne fa mille strazzi.

Di lor mi venne gran compassïone

e vo per ovviar ch'ei non gli ammazzi;

ma quei mi sente al motoe in piè si rizza

e per cavarsi vien con me la stizza.

62

Questo animale ha il busto di cavallo

di bue la codae in sulle spalle ha l'ale;

il capo e il collo giusto come il gallo

e i piè di nibbio vero e naturale;

gli artigli di fortissimo metallo

grandigrossi e adunchi in modo tale

che non vedestiquando leggi o scrivi

mai de' tuo' dì i più bei interrogativi.

63

Son appuntati poiche a far più acuto

un ago altrui darebbe delle brighe;

talchèse al viso fossemi venuto

con essi mi lasciava assai più righe

d'un libro di maestro di liuto

e d'una stamperia di falsarighe

con farmi a liste come le gratelle

da cuocervi le triglie e le sardelle.

64

Or per tornare: in quel ch'io ho timore

che 'l mio grifo sia scherzo del grifone

la castagnach'i'ho in tascacaccio fuore

la rompoe n'esce subito un lione

che mi scemò non poco il batticuore;

perch'egli in mia difesa a lui s'oppone

e mostrògli or coll'ugna ed or co' denti

in che mo' si gastigan gl'insolenti.

65

L'uccello anch'egliche non ha paura

gli rende molto ben tre pan per coppia;

ma quelche aver del suo nulla si cura

il contraccambio subito raddoppia;

e ben ch'ei voglia star seco alla dura

l'afferra e stringe tantoch'egli scoppia;

di poi garbatamente gli riseca

gli stinchi su' nodelli e me gli reca.

66

Metto uno stridoe mi ritiro in dreto

ioc'ho paura allorch'ei non m'ingoi;

ma queglich'è un lione il più discreto

che mai vedesse il mondo o prima o poi

ciò conoscendotutto mansueto

gli lascia in terrae va pe' fatti suoi.

Ed io gli prendo alloraessendo certa

d'averne aver bisogno in sì grand'erta;

67

là dove non si può tenere i piedi

ma bisogna che l'uom vada carponi.

Perciò con quegli uncini poi mi diedi

a costeggiar il monte brancoloni:

e convenne talor farsi da piedi

battendo giù di grandi stramazzoni

perchè non v'è dove fermare il passo;

cagionche spesso mi trovai da basso.

68

Tutti quei topi via ne vengon ratti

e furon per mangiarmi dalla festa;

perocchè dalle granfie io gli ho sottratti

di quella bestia a lor tanto molesta.

Così vo rampicando come i gatti

sull'aspro monte dietro alla lor pesta

sopportando fatichestenti e guai

e fame e sete quanto si può mai.

69

Pur finalmente in capo a due altr'anni

giungemmo al luogo tanto desiato.

Ma non finiron qui mica gli affanni

perchè di muro il tutto è circondato;

e qui s'aggiunge ancor male a malanni

ch'io trovo l'uscioma 'l trovo diacciato.

pensa se allor mi venne la rapina

e s'io dicevo della violina.

70

Ora tu sentiraiche 'l dare aiuto

a tutti quanti sempre si conviene;

perchè giammai quel tempo s'è perduto

che s'è impiegato in far altrui del bene.

Non dico sol all'uomoma anche a un bruto

che forse immondo e inutile si tiene

e che tu non lo stimi anche una chiosa;

perocch'ognuno è buono a qualche cosa.

71

Se tu giovi al compagnoallor tu fai

(Quasi gli presti roba) un capitale;

anzi talorper poco che gli dài

ti rende più sei volte che non vale.

Ma non si dee ciò pretender mai

perch'ell'è cosa che starebbe male;

questo è un censoil quale a chi lo prende

richieder non si puòs'ei non lo rende.

72

Guarda s'ell'è così: ioper la mia

pietà di prender di quei topi cura

da lor vinta restai di cortesia

e n'ebbi la pariglia coll'usura;

perocchè in questa zezza ricadía

ch'io ho d'aver trovata clausura

eglino tutti sul cancel saliro

e si fermaroove è la toppain giro.

73

E gli denti appiccando a quel legname

come se 'n bocca avessero un trapáno

presto presto vi fecero un forame

da porre il fiasco e vendere il trebbiano;

talchèin terra cascando ogni serrame

spalanco l'uscio di mia propria mano

e passo dentroe resto pur confusa

perch'ancor quivi è un'altra porta chiusa.

74

Ma parve giusto come bere un uovo

a' topi farvi il consueto foro.

E dopo questa a un'altrae poi di nuovo

infino a sette fanno quel lavoro;

quando fra verdi mirti mi ritrovo

che fan corona a una cassa d'oro

ch'è a piè d'un tempio ch'è dipinto a graffio

e a prima faccia tien quest'epitaffio:

75

Cupído Amorche tanti ha sbolzonato

bersaglio qui si giace della morte:

eich'era fuocoil naso ora ha gelato

se i cuor legòprigione è in queste porte.

Hallo trafittomorto e sotterrato

quella cicala della sua consorte;

nè sorgeràse pria colma di pianto

non sarà l'urna che gli è qui da canto.

76

Non ti vo' dire adessose in quel caso

mi diventaron gli occhi due fontane

e feci come chi s'è rotto il naso

che versa il sangue e corre al lavamane.

Così cors'io a piangere a quel vaso

durando a lagrimar sei settimane;

e per aver quel più voglia di piagnere

mi diedi pugna sìch'io m'ebbi a infragnere.

77

Quando veddi ch'egli era poco meno

in su che all'orlo ed esser a buon porto

volliinnanzi ch'e' fosse affatto pieno

e che 'l marito mio fosse risorto

lavarmi il viso e rassettarmi il seno

acciò sì lorda non m'avesse scorto.

Perciò mi partoe cerco se in quel monte

per avventura fosse qualche fonte.

78

In quel ch'io m'allontanocom'io dico

Martinazzache era in Stregheria

passò di là portata dal nimico

chè non potette star per altra via;

e perchè sempre fu suo modo antico

di far per tutto a alcun qualche angherìa

lesse il pitaffiosquadrò l'urnae tenne

che lì fosse da farne una solenne.

79

Se quadice fra sèCupído dorme

vo' risvegliarloper veder un tratto

s'egli è come si dicee se conforme

a quel che da' pittori vien ritratto;

sebben chi lo fa belloe chi deforme:

basta; mi chiarirò com'egli è fatto.

Per questo ad empier mettesi quel vaso

a cui poco mancava ad esser raso.

80

Coll'animo di piagner vi s'arreca;

ma ponza ponzalagrima non getta:

si prova a far cipiglio e bocca bieca

nè men questa è però buona ricetta.

Al fin si pone a un fumo che l'accieca

sicchè per forza a piangere è costretta;

onde la pila in mezzo quarto d'ora

restò colmae Cupído scappò fuora.

81

Quand'ella verso lui voltò le ciglia

e vedde quella sua bella figura

disposta e grazïosa a maraviglia

che più non si può far 'n una pittura

gli s'avventa di subito e lo piglia;

e senza ricercar della cattura

da' suo' staffieri tenebrosi e bui

portar se ne fa via con esso lui.

82

Fermossi a Malmantilee per marito

lo vollee già le nozze han celebrate.

Come sai tudiraitutto il seguìto?

Lo sochè me lo dissero le Fate

quelle che mi donâr quel ch'hai sentito;

che in due aquile essendo trasformate

perchè lassù i' facea degli sbavigli

m'han trasportata qua ne' loro artigli.

 

 

QUINTO CANTARE

Argomento

Vuol con gl'incanti dar la Maga aita

in Malmantile al popolo assediato;

ma dagli spirti è così mal servita

che tra' nimici è il suo saper beffato.

Vien Calagrilloe a duellar la 'nvita:

e lo 'nvito è da lei tosto accettato.

Il Fendesie altri duecom'è usanza

sparir di Piaccianteo fan la pietanza.

 

1

E' si trova talun che è sì capone

che ad una cosa che si tocca e vede

e che di più l'afferman le persone

vuol essere ostinato e non la crede;

un altro è poi sì tondo e sì minchione

che se le beve tutte e a ognun dà fede;

e ci son uomin tanto babbuassi

che crederebbon ch'un asin volassi.

2

Gli estremi non fur mai degni di lode:

ci vuol la via di mezzo; e chi ha cervello

se vere o false novitadi egli ode

a crederle al compagno va bel bello:

le credes'elle son fondate e sode;

ma s'elle star non possono a martello

non le gabella mica di leggieri

come fa il Duca a certi messaggieri.

3

Ma perchè chi m'ascolta intenda bene

tornare a Martinazza mi bisogna:

la qual dianzi lasciaise vi sovviene

che in sul Caprinfernalpigra carogna

quel popolaccio ha aggiunto e lo ritiene

dal fuggir via con tanta sua vergogna;

perchèquando per lei la raffigura

rallenta il corso e piscia la paura.

4

E quivicoll'affanno in sulla pena

tutto lamenticondoglienze e strida

tremando forte come una vermena

la pregaperchè in lei molto confida

e perchè addosso giunta gli è la piena

e lì tra lor non è capo nè guida

a far in mo'se si può far di manco

ch'ei non s'abbia a cacciar la spada al fianco.

5

Ella risponde allorch'è di parere

che il pigliar l'arme faccia di mestiero;

che per la patria par che sia dovere

il farsi bravoe diventar guerriero;

sebben fra tanto vuole un po' vedere

s'ella con Gambastorta e Baconero

trovar potesse il modo che costoro

vadano a far il bravo a casa loro.

6

Ciò dettobalza in casae colà drento

per ugnersi dispogliasi in capelli;

e cacciatasi addosso quant'unguento

aveva ne' suoi fetidi alberelli

un gran circolo fa nel pavimento

e con un vaso in manscritti e cartelli

borbottando parole tuttavia

che nè men si direbbono in Turchia

7

fa un salto a piè pari in mezzo al segno;

e quivi avendo all'ordine ogni cosa

per mandare ad effetto il suo disegno

grida così con voce strepitosa:

O colaggiù dal sotterraneo regno

cornuti mostri e gente spaventosa

filigginosi abitator di Dite

badate a mele mie parole udite.

8

Vi pregovi scongiuro e vi comando

per la forza e virtù di questi incanti;

per quest'acqua che a gocce in terra spando

dagli occhi distillata degli amanti;

per questa cartaov'è stampato il bando

di quella porcheria de' guardinfanti

che di portar le donne han per costume

ricettacol di pulci e sudiciume;

9

per gl'imbrogli vi chiamo e l'invenzioni

che ritrova il legista ed il notaio

quando per pelar meglio i buon pippioni

gli aggirache nè anche un arcolaio:

orsùpezzi di sacchi di carboni

per quei ladri del sarto e del mugnaio

che ti voglion rubare a tuo dispetto

uscite fuorvenite al mio cospetto.

10

Tutto l'Inferno a così gran parole

vien sibilando e intorno le saltella

come dall'alba al tramontar del sole

fa quel ch'è morso dalla tarantella.

Domandale Pluton quel ch'ella vuole

chè stridendo ogni dì lo dicervella;

e luich'or mai ha dato nelle vecchie

fa ire in giù e in su come le secchie;

11

ed a far ch'ei si pigli quella stracca

senza cagiongli par ch'ell'abbia il torto;

perchè dalla profonda sua baracca

a Malmantil non è la via dell'orto.

Corpo!... (dic'ellaed al celon l'attacca)

a venire insin qui tu sarai morto!

Ma sentiil mio Plutonnon t'adirare

chè venir non t'ho fatto sine quare;

12

ma perchè tu mi voglia far piacere

di darmi Baconero e Gambastorta

perch'io mi vo' dell'opra lor valere

in cosa che mi preme e che m'importa.

Plutone allor quei due fa rimanere

e la strada si piglia della porta

seguìto da' suoi sudditiche tutti

posson fondar la Compagnia de' Brutti.

13

Lascian Plutone e corron dalla druda

i due spirtiaspettando il suo decreto:

ed ella allorche fa da Cecco Suda

per far sì che Baldon dia volta a dreto

ed anchese si puòch'ei vada a Buda

gli prega che le dian qualche segreto

di farsenz'altre guerre ovver contese

che quelle genti sfrattino il paese.

14

Io hodice un di lorbell'e trovato

un'invenzionche ci verrà ben fatto;

perchè il duca Baldone è innamorato

della Geva di cortee ne va matto:

ma la furba lo tiene ammartellato

e due tavole dar vorrebbe a un tratto

tenendo il piè in due staffeamando lui

e parimente il duca di Montui.

15

Peròse noi finghiam ch'ella gli scriva

che 'l suo rivale (adesso ch'egli ha inteso

ch'ei s'è partito) colla gente arriva

per volergliela su levar di peso;

e che se proprio è ver che per lei viva

com'ei spesso giuròd'amore acceso;

e se gli è cara; lo dimostrie prenda

ed armi e bravie corra e la difenda.

16

Vedrai che 'l duca torna allotta allotta

correndo a casa come un saettone

con quanta ciurma ch'egli ha qua condotta

per voler ammazzar bestie e persone.

Or dunque tuche sei saputa e dotta

che non la cedi manco a Cicerone

scrivi la carta; chè tu sai che noi

siam tutti un monte d'asini e di buoi.

17

Non ti do controrispond'ellaa questo

ed ho gusto che voi vi conoschiate.

Orsùdice il demonioscrivi presto

due parole in tal genere aggiustate.

Sìdic'ella; ma vediio mi protesto

ch'io non portai mai lettere o imbasciate.

Scrivi soggiunge quei; chèquanto al porta

eccomi lesto qui con Gambastorta.

18

E per dare al negozio più colore

in forma voglio ir io d'una comare

della sua Gevadetta Mona Fiore

confidente del duca in ogni affare.

Gambastorta verrà da servitore

che mostri di venirmi a accompagnare;

e già per questo ho fatte far di cera

due palleuna ch'è biancae l'altra nera.

19

Quand'un tien questa nera in una branca

di subito d'un uom prende figura;

e s'ei vi chiude quell'altra ch'è bianca

in femmina si muta e trasfigura.

Sicchè riguarda ben s'altro ci manca

e distendi mai più questa scrittura;

chè 'l mio compagno ed io qua per viaggio

ci muterem l'effigie e il personaggio.

20

La nera a lui daròch'altrui lo faccia

parere un uom di venerando aspetto;

la bianca terrò ioche membra e braccia

della donna mi dia che già t'ho detto.

La strega qui gli dice ch'ei si taccia

perch'ella scrivee guasto le ha un concetto;

ma lo scancellae mettelo in postilla:

così piega la carta e la sigilla.

21

Le fa la soprascritta e poi finisce

a piè d'un ghirigoroin propria mano;

e con essa quel diavolo spedisce

alla volta del principe d'Ugnano:

là dove l'un e l'altro comparisce

con una delle dette palle in mano

credendo l'un rappresentar la Fiore

e l'altro il servo; ma sono in errore.

22

Chè Baconeroil quale è un avventato

nel dar la palla all'altro di nascosto

senza guardarla primaavea scambiato

e preso un granchio e fatto un grand'arrosto.

Perciò quand'a Baldone egli è arrivato

dice cose dal ver troppo discosto;

mentr'egli afferma d'esser donnae sembra

uomo alla barbaall'abito e alle membra.

23

E Gambastortaanch'ei balordo e stolto

mentr'apparir si crede un uom dabbene

alla favellaalla presenza e al volto

per una fasservizi ognun la tiene.

Il foglio intanto il Duca avea lor tolto;

e veduto lo scritto e quel contiene

resta certo di quanto era indovino

che i furbi vorrian farlo Calandrino.

24

E poichè gli hanno detto che la Geva

a lui gli manda con quel foglio apposta

ma prima che da loro ei lo riceva

hann'ordine d'averne la risposta;

e soggiuntoche mentr'ella scriveva

gettava gocciolon di questa posta

per il trambusto grande ch'ella ha avuto

come potrà sentir dal contenuto;

25

egli èdic'egliun gran parabolano

chi dice ch'ella ha scritto la presente;

quand'ella non pigliò mai penna in mano

e so di certo ch'ella n'è innocente.

Che poi tu sia la Fioreche in Ugnano

a me fu molto nota e confidente

e tu sia uoma dirla in coscïenza

a me non paree nego conseguenza.

26

I buon compagni a una risposta tale

guardansi in viso; e in quel sendosi accorti

ch'egli hanno equivocato e fatto male

restan quivi allibbiti e mezzi morti;

ed alle gambe avendo messo l'ale

fuggonch'e' par che 'l diavol se gli porti

con una solennissima fischiata

di Baldone e di tutta la brigata.

27

Adesso a Calagrillo me ne torno

che va marciando al suon del suo strumento

colla dolente Psiche ognor d'attorno

ch'ad ogni quattro passi fa un lamento.

Ha camminato tutto quanto il giorno

e domandato cento volte e cento

la via di Malmantilee similmente

di Martinazzae se v'è di presente.

28

Dà in unch'al fin la mette per la via

con dirle che quest'orrida befana

che già d'un tozzo aveva carestia

e stava come l'erba porcellana

in oggi ha di gran soldi in sua balía

ed ha una casa come una dogana;

e nella corte è in gradoe giunta a segno

ch'ell'è il totum continens del regno.

29

Che la padrona il tutto le comparte

come se in Malmantil sien due regine;

anzi il bando si manda da sua parte

perch'ella soffia il naso alle galline.

Cosìpoich'ebbe dato libro e carte

entra nell'un vie unche non ha fine

costuiche quivi s'è posto a bottega

a legger sopra il libro della strega.

30

Quest'altroche non cerca da costui

di questi cinque soldiavendo fretta

poich'egli ha inteso quel che fa per lui

sprona il cavallo tutto a un tempo e sbietta.

La donnache trovare il suo colui

di giorno in giorno per tal mezzo aspetta

per non lo perder d'occhio e ch'ei le manchi

segue la starna e le va sempre ai fianchi.

31

Quando al castello al fin sono arrivati

là dove altrui assordano l'orecchie

gli strepiti dell'armi e de' soldati

che d'ogn' intorno son più delle pecchie

domandan soldo; ed a Baldon guidati

che avendo del guerrier notizie vecchie

gli va incontrol'accoglie e riverisce

ed egli a lui coll'armi s'offerisce.

32

Ma piacciatisoggiunsech'io ti preghi

per questa donna rimaner servito

che questo ferro pria per lei s'impieghi

per conto qua d'un certo suo marito.

A tanto cavalier nulla si nieghi

risponde a ciò Baldon tutto compìto.

Tu se' padronefa' ciò che tu vuoi

non ci van cirimonie fra di noi.

33

Ti servirò di scriverti alla banca;

e in tanto per adesso ti consegno

il gonfalon di questa ciarpa bianca

chè tra le schiere è il nostro contrassegno;

talchè libero il passo e scala franca

avraiper dar effetto al tuo disegno

che non so qual si sia nè lo domando;

però va' purch'io resto al tuo comando.

34

Ei lo ringrazia; e gito più da presso

ove sta chiuso di Psiche il bel Sole

ad essa dice: in quanto al tuo interesso

fin qui non ti ho servitoe me ne duole;

chè tu non pensiavendoti promesso

ch'io faccia fango delle mie parole;

e che il mio indugio e il non risolver nulla

sia stato un voler darti erba trastulla.

35

Ovver ch'io me la metta in sul liuto

o ti voglia tener l'oche in pastura

come quel che ci vada ritenuto

per mancanza di cuore o per paura;

perchèsiccome avrai da te veduto

non ho sin qui trovata congiuntura

di chi m'indirizzasse qua al castello

per poterne cavar cappa o mantello.

36

Risponde Psiche a questa diceria:

Io non entrosignorein questi meriti.

Non ho parlato mainè che tu sia

tardoo speditoovver che tu ti periti.

Quel che tu faitutt'è tua cortesia;

per tal l'accettoe 'l Ciel te lo rimeriti

con darti in vita onorfama e ricchezza

sanità dopo morte ed allegrezza.

37

Sta' quietale dic'eglie ti conforta

ch'io voglio adesso dar fuoco al vespaio.

Cosìcol cornoil quale al collo porta

chiama la guardiaovvero il portinaio.

Non è sì presto il gatto in sulla porta

quand'ei sente la voce del beccaio

quanto veloce a questo suon la ronda

sopr'alle mura accostasi alla sponda.

38

Un par d'occhiacciorlati di savore

così addosso ad un tratto gli squaderna

che par quando il Faina alle sei ore

in faccia mi spalanca la lanterna;

e medïante un certo pizzicore

ch'ei sente al colloi pizzicotti alterna

ond'alle dita egli ha fatti i ditali

d'intorno a innumerabili mortali.

39

Non tanto s'abburatta per la rogna

e pe' bruscol che vanno alla goletta

quanto che dir non può quel che bisogna

ch'ei tartaglia e scilingua anche a bacchetta.

Qual il quartuccio le bruciate fogna

nè senza quattro scosse altrui le getta

tal si dibattee a vite fa la gola

ogni volta ch'ei manda fuor parola.

40

Bu bu bu bucominciachè 'l buon giorno

vorrebbe dar al cavalierch'ei tiene

il corriermedïante il suon del corno

del popol d'Israel ch'or va or viene.

Van le parole a balzi e per istorno

prima ch'al segno voglian colpir bene:

pur pinse tantoche gli venne detto:

Buon dìcorrier: che nuova c'è di Ghetto?

41

Rispose l'altrotal parola udita:

D'esser corriere già negar non posso

perch'io l'ho corsa a far questa salita;

ma quanto al Ghetto io non la voglio addosso.

Non ho che far con gente Israelita:

ben ti farà il mio brando il cappel rosso

e col darti sul viso un soprammano

d'Ebreo farà mutarti in Siciliano.

42

Ma che vo il tempo qui buttando via

in disputar con matti e con buffoni?

Il trattar tecocredomi che sia

come a' birri contar le sue ragioni;

nè dissi malperch'hai fisionomia

d'un di color che ciuffan pe' calzoni:

e l'esser tu costìpar ch'ella quadri

chè i birri sempre van dove son ladri.

43

Ben che voi siate come cani e gatti

ch'essi non han con voi gran simpatia

perchè peggio de' diavol sete fatti

usando nel pigliar più tirannia.

Dell'alma sola quei son soddisfatti;

ma voi col corpo la portate via.

Or bastase tra voi tant'odio corre

meglio a' lor danni ti potrò disporre.

44

Or dunque tuche sei così pietoso

che pigli i ladriacciò Mastro Bastiano

sul letto a tre colonne almo riposo

dia lor del tanto lavorar di mano;

perch'a qualunque ladro il più famoso

Martinazza in rubar non cede un grano

che non uccella a pispolema toglie

Cupído a questa donnach'è sua moglie;

45

lo stesso devi oprar che a lei sia fatto

mentr'a costei non renda il suo consorte

a cui (perch'ei consente in tal baratto)

questa potrebbe far le fusa torte;

ed ei si cerca esser mandato un tratto

sull'asin con due rócche dalla Corte.

Sicchèse tu nol saiti rappresento

che un disordine qui ne può far cento.

46

Però se voi adessoa cui s'aspetta

costà non impiccate questa troia

io stesso vo' pigliarmi questa detta

e farle il birroe in sulle forche il boia

mentre però Cupído non rimetta;

ma se lo rendenon vi do più noia.

Va' dunquee narra a lei quanto t'ho detto

ch'io qui t'attendo e la risposta aspetto.

47

La rondache far lite non si cura

e vuol riguardar l'armi dalle tacche

quantunque ad alto sia sopr'alle mura

molto lontana e già in salvummeffacche

non vuol tenersi mai tanto sicura

che rilevar non possa delle pacche.

Peròveduto avendo il ciel turbato

tacech'ei pare un porcellin grattato.

48

Lascia la sentinellae caracolla

giù pel castellodando questa nuova;

e benchè il maggioringo della bolla

gli abbia promessomentre ch'ei si mova

di fargli porre a' piedi la cipolla

cercando della morte in bella prova

vuol avvisar di ciò Mona Cosoffiola

ch'è per basire a questa battisoffiola.

49

Ella insieme le schiere ha già ridotte

di gentiche non vagliono un pistacchio;

cioè di quelle a cui fece la notte

col suo carro sì grande spauracchio.

Ed or quivi pararee dar le botte

insegna lorche non ne san biracchio;

ma quand'innanzi a lei costui si ferma

così tremantela cavò di scherma.

50

Mentre del fatto poi le dà contezza

con quella ambascia e lingua di frullone

fa (perchè nulla mai si raccapezza)

chi lo sente morir di passïone;

ma quellach'a sentirlo è forse avvezza

lo 'ntende un po' così per discrezione;

e qui finiscon le lezion di guerra

perch'ella non dà più nè in ciel nè in terra.

51

Tutto in un tempo vedesi cambiare

l'amante ingelosita Martinazza;

or ora è biancacome il mio collare

or bigiaor giallaor rossaor paonazza;

or più rossa del c... d'uno scolare

dopoch'egli ha toccata una spogliazza.

In somma ella ha sul viso più colori

che in bottega non han cento pittori.

52

Rabbiosa il capo verso il ciel tentenna

quasi col piede il pavimento sfonda;

or si gratta le chiappeor la cotenna

or dice al messaggero che risponda

or lo richiamamentr'egli è in Chiarenna:

gridae minacciae par che si confonda;

mille disegni entro al pensier racchiude

i enne innee nulla mai conchiude.

53

Il guardo al fine in terra avendo fiso

'N un vasto mare ondeggia di pensieri

e lagrime diluvia sopra il viso

grosse come sonagli da sparvieri

che lavandole il collo lordo e intriso

laghi formano in sen di pozzi neri;

al fin tornata in sècolla gonnella

s'asciugae al messagger così favella:

54

Tornae rispondi a questo scalzagatto

che si crede ingoiar colle parole

ch'io non so quel ch'ei dice; e s'egli è matto

non ci posso far altroe me ne duole.

Poicirca alla domanda ch'egli ha fatto:

che gli darò Cupídoe ciò ch'e' vuole

se colla spada in mano ovver coll'asta

prima di guadagnarlo il cor gli basta.

55

Peròse in questo mentre umor non varia

domani al far del dì facciami motto;

e s'io gli farò dar le gambe all'aria

quella sua landra ha da pagar lo scotto;

ma se la sorteforse a me contraria

vuol ch'a me tocchi andar col capo rotto

prenda Cupído allorch'io gli prometto

lasciarglielo segnato e benedetto.

56

Ciò dettoparte: e queich'era uomo esperto

(Essendo stato cavallaroe messo)

al cavaliere ad unguem fa il referto

di quel che Martinazza gli ha commesso.

Ed in viso vedendolo scoperto

quest'ha bisognodiced'un buon lesso;

perch'egli è duroe non punto pupillo:

lo conosco bensìgli è Calagrillo.

57

Ma qui la dama e Calagrillo resti;

quest'altro giorno rivedremgli poi.

Il passo meco ora ciascuno appresti

per giungere il Fendesi e gli altri duoi

che seguitaroncome voi intendesti

Perlon che se n'andò pe' fatti suoi;

chè troveremglise venir volete

più presto assai di quel che vi credete.

58

Chè giò giò se ne vanno giù nel piano

sbattuticom'io dissidalla fame:

ma non son iti ancora un trar di mano

che senton razzolar tra certo strame;

perciò coll'armi subito alla mano

corron dicendo: qui c'è del bestiame;

sicchè quando crediamo di trar minze

il corpo forse caverem di grinze.

59

Curiosi quel che fosse di vedere

dentr'a una stalla inabitata entraro.

E vedderch'era un uom posto a giacere

sopr'alla paglia a guisa di somaro;

accanto aveva da mangiare e bere

e gli occhi distillava in pianto amaro;

e tra i disgusti e il vinch'era squisito

pareva in viso un gambero arrostito.

60

Questo è quel Piaccianteo già sublimato

al grado onoratissimo di spia:

quel cheper soddisfar tanto al palato

ha fatto in quattro dì Fillide mia;

e lì colla sua spada s'è impiattato

dell'onor della quale ha gelosia;

chè avendola fanciulla mantenuta

non gli par ben che ignuda sia tenuta.

61

Ma perchè un uom più vil mai fe natura

si pente esser entrato in tal capanna;

perocchè a starvi solo egli ha paura

che non lo porti via la Trentancanna:

e perchè tutto il giorno quant'e' dura

egli ha il mal della lupa che lo scanna

non va mai fuors'a cintola non porta

l'asciolver col suo fiasco nella sporta.

62

Ovunque egli èd'untumi fa un bagordo

ch'ognor la gola gli fa lappe lappe;

strega le bottidi lor sangue ingordo

e le sustanze usurpa delle pappe;

aggira il beccaficoe pela il tordo

e a' poveri cappon ruba le cappe;

e prega il ciel che faccia che gli agnelli

quanti le melagrane abbian granelli.

63

Vedendo quivi comparir repente

l'insolite armisbigottisce il ghiotto;

e dal timor ch'egli ha di tanta gente

trema da capo a pièsi piscia sotto.

Con tutto ciò digruma allegramente

e spesso spesso bacia il suo barlotto;

e acciò stremata non gli sia la vita

non dice pur: degnateo a ber gl'invita.

64

Ma i cavalier famosi a quel plebeo

che non profferì lor della rovella

furon per insegnare il galateo

con battergli giù in terra una mascella.

Chi sei? diss'un di loro: e Piaccianteo

ch'è un pover uom risponde; e in quella cella

molt'anni in astinenza ha consumati

per penitenza de' suoi gran peccati.

65

E quei soggiunge: mi rallegroe godo

che voi facciate benee vi son schiavo:

ma se 'l patire è fatto a questo modo

penitente di voi non è più bravo;

tal ch'io per me vi mando a corpo sodo

non nel settimo cielma nell'ottavo;

donde a' mondanie a meche sono il capo

pisciar potrete a vostra posta in capo.

66

Ma perch'al certo Vostra Reverenza

ch'è stenuata come un carnovale

avrà fatta fin or tant'astinenza

che basti a soddisfare a ogni gran male;

or può lasciar a noi tal penitenza

acciò baciam la terra del boccale

per più mondi accostarci a questi avanzi

delle reliquie ch'ell'ha qui dinanzi.

67

Qual madre che ripara il suo figliuolo

ch'è sopraggiunto da mordaci cani

ei cuopre tutto col suo ferraiuolo;

ed eglino gli danno in sulle mani

e col lazzo del Piccaro Spagnuolo

che dalla mensa vuol tutti lontani

acciò poi a tal cosa non arrivi

con due calci lo fan levar di quivi.

68

Così fan carità di più rigaglie

oltr'ad un'oca grossa arciraggiunta;

ma vedendo più in là fra quelle paglie

d'un pezzo d'arme luccicar la punta

e del giaco scappare alcune maglie

da quella sua casacca unta e bisunta

insospettironcom'un'altra volta

potrà sentir chi volentier m'ascolta.

 

 

SESTO CANTARE

Argomento

Nel tenebroso centro della terra

ove regna Plutoneentra la strega:

e vuolche secoper finir la guerra

di Malmantileentri l'Inferno in lega:

fanno concilio i mostri di sotterra

ove ciascun buone ragioni allega:

certa al fin le promette l'assistenza:

rend'ella graziee fa di lì partenza.

 

1

Miser chi mal oprando si confida

far alla peggioe ch'ella ben gli vada;

perchè chi piglia il vizio per sua guida

va contrappelo alla diritta strada;

e benchè qualche tempo ei sguazzi e rida

col vento in poppa in quel che più gli aggrada

e' vien poi l'ora ch'ei n'ha a render conto

e far del tuttodondolach'io sconto.

2

Di chi credilettortu qui ch'io tratti?

Tratto di Martinazzainiqua strega

c'ha più peccati che non è de' fatti

e pel demonio ogni ben far rinnega.

Di darsi a lui già seco ha fatto i patti

acciò ne' suoi bagordi la protega;

ma state purperchè tardi o per tempo

lo sconterà: da ultimo è buon tempo.

3

Non si pensi d'averne a uscir netta:

s'intrighi pur col diavolch'io le dico

se forse aver da lui gran cose aspetta

che nulla dar le può; ch'egli è mendico:

e quand'ei possanon se lo prometta;

perch'eiche sempre fu nostro nimico

nè può di ben verun vederci ricchi

una fune daralle che l'impicchi.

4

Orsù tiriamo innanzich'io ho finito

perch'a questi discorsi le persone

non mi dicesser: questo scimunito

vuol farci qualche predica o sermone.

Attenti dunque. Già v'avete udito

l'incantoch'ella fece a petizione

di quei del luogoch'ebbero concetto

scacciarne il duca; ma svanì l'effetto.

5

Ellach'in tanto avuto avea sentore

che quei due spirti sciocchi ed inesperti

avean dinanzi a lui fatto l'errore

sicchè da esso furono scoperti

se la digrumache ne va il suo onore

mentre gli accordi fatti ed i concerti

riusciti alla fin tutte panzane

con un palmo di naso ne rimane.

6

Ma non si sbigottisce già per questo

chè vuol cansar quell'armi dalle mura.

A' diavolida' quali ebbe il suo resto

e che gliel'hanno fatta di figura

vuoldopo il far che rompano un capresto

squartaree poi ridurre in limatura;

perchè non fu mai can che la mordesse

che del suo pelo un tratto non volesse.

7

Bastach'ella se l'è legata al dito

e l'ha presa co' dentie se n'affanna;

talch'andarsene in Dite ha stabilito

perchè ne vuol veder quanto la canna

ed oprar che Baldon resti chiarito

ch'ambisce in Malmantil sedere a scranna.

Or mentre a questa volta s'indirizzi

potrà fare un viaggio e due servizzi.

8

Giù da Mammone andar vuole in persona

chè più non è doverch'ella pretenda

che sua bravicornissima corona

salga a suo conto a ogni pocoe scenda.

Chieder grazie e dar brighe non consuona

e chi ha bisognosi suol dirs'arrenda;

per questo a lei tocca a pigliar la strada

perch'alla fin convien che chi vuol vada.

9

Perciò s'acconciae va tutta pulita

col drappo in capo e col ventaglio in mano

a cercar chi la 'nformi della gita;

nè meglio sache Giulio Padovano

che l'ha su per le punte delle dita

e più di Dantee più del Mantovano;

perch'eglino vi furon di passaggio

e questo ogni tre dì vi fa un viaggio.

10

Onde a trovarlo andata via di vela

dimanda (perchè in Dite andar presume)

che luoghi v'èche gente e che loquela;

ed ei di tutto le dà conto e lume.

E poi per abbondare in cautela

volendola servire insino al fiume

le porge un fardellin piccolo e poco

di robeche laggiù le faran giuoco.

11

Così la maga se ne va con esso

che l'introduce in una bella via

tutta fiorita sìche al primo ingresso

par proprio un paradisoun'allegria;

ma non più presto l'uomo il piè v'ha messo

ch'ella diventa un'altra mercanzia

per i gran morsi e le punture acerbe

che fanno i serpiascosi tra quell'erbe.

12

Entravi Martinazzae sente un tratto

due e tre morsi a' pièdove calpesta;

perciò bestemmiache non par suo fatto

e dice: o Giulio mioche cosa è questa?

Ed eiridendo allora come un matto:

non è nullarisposevien pur lesta

che pensi tuch'io sia privilegiato?

anch'io mi sento morderee non fiato.

13

Questa è la viache mena a Casa calda

perch'ella è allegrao almeno ella ci pare;

perchè a martello poi non istà salda

la scorre ognor gente di male affare:

le serpi sono ogni opera ribalda

ch'ella ci fale quali a lungo andare

di quanto ha fattoscavallatoe scorso

ci fa sentire al cuor qualche rimorso.

14

Ma se ravvista un tratto del suo fallo

bada a tirar innanzi alla balorda

perch'il vizio rifiglia e mette il tallo

vien sempre più a aggravarsi in sulla corda.

Il male invecchia al fine e vi fa il callo;

sicchè venga un serpente puree morda

ch'ella non sente nè meno un ribrezzo:

così peggio che mai la dà pel mezzo.

15

Nella neve si fa lo stesso giuoco;

chè l'uom sul primo diacciasi le dita

poi quel gran gelo par che manchi un pco

e sempre più nell'agitar la vita;

al fine ei si riscalda come un fuoco

sicchè non la farebbe mai finita;

nè gli darebbe punto di spavento

quand'ei v'avesse ancora a dormir drento.

16

Or tu m'hai inteso: rasserena il volto;

chè tu vedraitirando innanzi il conto

(Perchè di qui a poco non ci è molto)

che delle serpi non farai più conto.

Ma dimmiche ha' tu fatto del rinvolto?

L'ho quidic'ellasempre lesto e pronto.

Sta bensoggiunge Giulioadunque corri

perchè qui non è tempo da por porri.

17

Restadic'ellaomai; ch'io ti ringrazio

dell'instruzionch'appunto andrò seguendo;

promissio boni viri est obligatio

dic'egli: t'ho promessoe però intendo

ancor seguirti questo po' di spazio;

e quivi con un tibi me commendo

all'in qua ripigliando il mio cammino

ti lasciocom'io dissial colonnino.

18

Ed essa allora abbassa il capoe tocca

sebben de' serpi ell'ha qualche paura;

pur via zampettae fatto del cor ròcca

va calcando la strada alla sicura;

sicch'ella non si sente aprir la bocca

perchè non è più morsao non lo cura.

Giunti alla fine al gran fiume infernale

restò la donnaed ei le disse: Vale.

19

Questo è il famoso fiume d'Acheronte

ove s'imbarca ognun che quivi arriva.

S'affaccia anch'essa; ma il nocchier Caronte

da poi che tratto ognuno ebbe da riva

sta' indietro (grida a lei con torva fronte)

chè qua non passa mai anima viva;

ond'ellamessi fuor certi baiocchi

gli getta un po' di polvere negli occhi.

20

Ed egliche da essa ebbe il sapone

e che si trovò lì come il ranocchio

preso dalla medesima al boccone

mentr'ella saltò in barcachiuse l'occhio.

La strega fra quell'anime si pone:

quai colle brache son fino al ginocchio

dovendo a' soprassindaci di Dite

presentar de' lor libri le partite.

21

Piangendocome quando uno ha partito

le cipolle fortissime malige

passan quel fiumee poi quel di Cocito

ultimamente la palude Stige

che a Dite inonda tutto il circuito

e in sè racchiude furbi e anime bige;

ove Caronte al fin sendo arrivato

sbarcò tutti: ed ognun fu licenziato.

22

Ch'entrar dovendo in Ditee salta e gira

che par quando mi barbera la trottola;

andar non vi vorrebbe e si ritira

grattandosi belando la collottola;

pur finalmente forza ve lo tira

come fa il peso al grillo una pallottola;

così ne van quell'anime nefande

chi dal piccin tiratae chi dal grande.

23

Per la gran calca nel passar le porte

convenne a ognuno andarne colla piena;

ma la strega non ebbe tanta sorte

chè tienla il can che quivi sta in catena.

E perchè per tre bocche abbaia forte

ella dice: ti dia la Maddalena.

E intanto trova il pane e in pezzi il taglia

e in tre golech'egli apregliene scaglia.

24

Il mostroche mangiato avria Salerno

chè quanto a masticar quei ser saccenti

voglion (perch'egli è guardia dell'Inferno)

tenerlo sobrioacciò non s'addormenti;

ond'è ridotto per il mal governo

sì struttoche e' tien l'anima co' denti;

perch'egli è ossa e pellee così spento

ch'ei par proprio il ritratto dello stento.

25

Sicchèquand'ei si sente il tozzo in bocca

perchè la fame quivi ne lo scanna

l'ingozzache nè manco non gli tocca

nè di qua nè di là giù per la canna;

ma subito gli venne il sonno in cocca

ond'ei s'allunga in terra a far la nanna;

chè il papavero e il loglioch'è in quel pane

farìa dormir un orsonon ch'un cane.

26

Or mentre fa il sonnifero il suo corso

la donnache più là facea la scorta

(Perocchè avea timor di qualche morso)

vedendo che la bestia come morta

sdraiata dormee russa com'un orso

legno da botte fa verso la porta;

e poibench'ella fosse alquanto stracca

dà una corsae in Dite anch'ella insacca.

27

Perchè d'alloro ha sotto alcune rame

vien fatta a' gabellier la marachella;

tal ch'un di lorch'arrabbia dalla fame

fermatediceolà: che roba è quella?

Ti gratteraidic'ellanel forame

perch'io non ho qui roba da gabella

se non un po' d'allòrch'a Proserpina

portoperch'ella fa la gelatina.

28

S'ell'ècome voi ditea questo modo

ei le rispondeandate purmadonna;

perch'altrimenti c'entrerebbe il frodo

e voi stareste in gogna alla colonna.

Orsù correte pria che freddi il brodo

chè la regina poi sarebbe donna

da farci per la stizza e pel rovello

buttar a piè la forma del cappello.

29

La maga senza dir più da vantaggio

mentr'egli aspetta un po' di mancia e intuona

ripiglia prontamente il suo viaggio

e incontra Nepo già da Galatrona

ch'avendo dato là di sè buon saggio

in oggi è favorito e per la buona;

perchè Breusse in oltre a' premi e lode

l'ha di più fatto diavolo a due code.

30

Or che gli arriva all'improvviso addosso

il venir della magach'è il suo cuore

lui magopur tagliatole a suo dosso

le spedisce per suo trattenitore.

Mentr'il petardo col cannon più grosso

sentesi fargli strepitoso onore

cavalier Nepocom'io dissi dianzi

col riverirla se gli affaccia innanzi.

31

E perchè a Benevento essa di lui

com'ei di leiavuto avea notizia

non prima si riveggonch'ambedui

rifanno il parentado e l'amicizia.

Tra' diavoli poi van ne' regni bui;

e perchè Martinazza v'è novizia

e non intende il gracidar ch'e' fanno

l'interpetre fa egli e il torcimanno.

32

Per via l'informa e le dà molti avvisi

d'usanze e luoghie intanto di buon trotto

la guida a' fortunati campi Elisi

dove si mangia e beve a bertolotto;

e tra quei rosolacci e fioralisi

si passa il tempo in far di quattro e d'otto:

chi un balocco e chi un altro elegge

chè lì non è un negozio per la legge.

33

Quivi si vede un pratoch'è un'occhiata

pien di mucchietti d'un'allegra gente;

che vada pure il mondo in carbonata

non si piglia un fastidio di nïente;

macom'io dicotutta spensierata

ballonzacantae beve allegramente

come suol far la plebe agli Strozzini

o sul prato del Puccio del Gerini.

34

Quivi si fa al pallone e alla pillotta:

parte ne giuoca al sussi e alle murelle:

colle carte a primiera un'altra frotta

i confortini giuoca e le ciambelle:

altri fanno a civettaaltri alla lotta:

chi dice indovinellie chi novelle:

chi coglie fiorie un altro un ramo a un faggio

ha tagliatoe con esso canta maggio.

35

Più là un branco ha messo l'oste a sacco

sicchè tutti dal vin già mezzi brilli

mentre la girafan brindisi a Bacco:

altri giuoca a te te con paglie o spilli:

altri piglia o dispensa del tabacco:

altri piglia le moscheun altro grilli:

e tutti quanti in quei trastulli immersi

si tengono il tenorsi vanno a' versi.

36

La donna resta lì trasecolata

vedendo quanto bene ognun si spassa;

e perchè Nepo l'ha di già informata

non ragiona di lorma guarda e passa.

Per tutta la città vien salutata

e infin le stanghe e ogni forcon s'abbassa;

ed ellaor qua or là voltando inchini

pare una banderuola da cammini.

37

Perocchè tutti quanti quei demòni

per vederla n'uscian di quelle grotte

ronzando com'un branco di moscioni

che s'aggirin d'attorno a una botte;

saltellan per le strade e su' balconi

com'al piover d'agosto fan le botte:

e fanvedendo sue sembianze belle

«voci altee fiochee suon di man con elle».

38

Così fra quel diabolico rombazzo

la strega se ne va collo stregone;

sicch'alla fine arrivano al palazzo

là dove s'abboccaron con Plutone.

Ma perchè tra di loro entrò nel mazzo

scioccamente il Mandragora buffone

che in quel colloquio fe sì gran frastuono

che finalmente ognuno uscì di tuono

39

perciò passano in casae colà drento

tirato colla strega il re da banda

le dà la benvenutae poiche vento

l'ha spinta in quelle parti le domanda.

Ellaper conseguir ogni suo intento

gli dice il tuttoe se gli raccomanda

ch'ei voglia a Malmantilch'omai traballa

far grazia anch'ei di dare un po' di spalla.

40

Sta' purdic'eicoll'animo posato

ch'a servirti mo mo vo' dar di piglio.

Io giàcome tu saiaveo imprunato;

ma il tutto è andato poi in iscompiglio.

Orsùfra poco adunerò il senato

e sopra questo si farà consiglio;

acciò batta Baldon la ritirata

e tu resti contenta e consolata.

41

Io ti ringrazio sìma non mi placo

perciògli rispond'elladi maniera

ch'io non voglia pigliar la spada e 'l giaco

chè in bugnola son più di quel ch'io m'era.

Così con quei due spirti avendo il baco

soggiungeperch'a lor vuol far la pera

io l'ho con quei bricconfurfanti indegni

c'hanno sturbato tutt'i miei disegni.

42

Dico di Gambastortail tuo vassallo

e di quel pallerin di Baconero

che fa nel giuoco con due palle fallo

scambiando il color bianco per lo nero:

errorche nol farebbe anch'un cavallo.

Ma e' vien ch'egli strapazzano il mestiero;

che s'egli andasse un po' la frusta in volta

imparerebbon per un'altra volta.

43

Risponde il re: facciam quanto ti piace;

ma ti verranno a chieder perdonanza

sicchè tu puoi con essi far la pace;

però t'acquietae vanne alla tua stanza.

Non penso di restar già contumace

s'io non ti servoperch'io fo a fidanza.

Dunque ti lascioe sono al tuo piacere

fatti servir da questo cavaliere.

44

Nepo la mena allora alle sue stanze

che i paramenti avean di cuoi umani

ricamati di fignoli e di stianze

e sapevan di via de' Pelacani:

ove gli orsifacendo alcune danze

dan la vivanda e da lavar le mani:

volati al cibo alfincome gli astori

sembrano a solo a sol due toccatori.

45

Fiorita è la tovaglia e le salviette

di verdi pugnitopi e di stoppioni

saldate con la pecee in piega strette

infra le chiappe state de' demòni.

Nepo frattanto a macinar si mette

e cheto cheto fa di gran bocconi

osservando Catonch'intese il giuoco

quando disse: in convito parla poco.

46

Fa Martinazza un bel menar di mani;

ma più che il ventregli occhi al fin si pasce;

e quel pro fàlleche fa l'erba a' cani

chè il pan le buca e sloga le ganasce;

perchè reste vi son come trapàni

nè manco se ne può levar coll'asce;

crudo è il carnaggioe sì tirante e duro

che non viene a puntare i piedi al muro.

47

Talchè s'a casa altrui suol far lo spiano

e caseo barca e pan Bartolommeo

fremechè lì non può staccarne brano;

pur si rallegra al giunger d'un cibreo

fatto d'interïora di magnano

e di ventrigli e strigoli d'Ebreo;

e quivi s'empie infino al gorgozzule

e poi si volta e dice: acqua alle mule.

48.

 

Prezïosi liquori ecco ne sono

Portati ciascheduno in sua guastada

Essendovi acqua fortee inchiostro buono

Di quel proprio ch'adopera lo Spada.

Ellache quivi star voleva in tuono

E non cambiarpartendosila strada

Perchè i gran vini al cerebro le danno

Ben ben l'annacqua con agresto e ranno.

 

 

49.

E fatte due tirate da Tedesco

La tazza butta via subito in terra

Perocch'ell'è di morto un teschio fresco

Che suonae tre dì fa n'andò sotterra.

Nepoche mai alzò viso da desco

Che intorno ai buon boccon tirato ha a terra

Anch'egli al finedato a tutto il guasto

«La bocca sollevò dal fiero pasto.»

 

 

50

Lasciati i bicchier voti e i piatti scemi

Vanno al giardino pieno di semente

Di berlinedi mitere e di remi

E di strumenti da castrar la gente.

Risiede in mezzo il paretaio del Nemi

D'un pergolatoil quale a ogni corrente

Sostiencon quattro braccia di cavezza

Penzoloniche sono una bellezza.

 

 

51.

Spargon le rame in varia architettura

Scheretri bianchie rosse anatomie;

Gli abortii mostri e i gobbi in sulle mura

Forman spalliere in luogo di lumie;

D'ugnadi denti e simile ossatura

Inseliciate son tutte le vie;

'N un bel sepolcro a nicchia il fonte butta

Del continuo morchia e colla strutta.

 

 

52.

Le statue sono abbrustolite e scure

Mummiedal mar venute della rena;

Che intorno intorno in varie positure

In quei tramezzi fan leggiadra scena.

Su' dadi i torsinobili sculture

(Perché in rovina il tutto il tempo mena)

Ristaurati sonoe risarciti

Da vere e fresche teste di banditi.

 

 

53.

In terra sono i quadri di cipolle

Ove spuntano i fior fra foglie e natiche;

Sonvi i ciccionii fignoli e le bolle

Le postemela tigna e le volatiche;

V'è il mal francese entrante alle midolle

Ch'è seminato dalle male pratiche:

I cancherile rabbie e gli altri mali

Che vi mandano gli osti e i vetturali.

 

 

54.

Pesche in su gli occhi sonvi azzurre e gialle;

Gli sfregifior per chi gli porta pari;

I marchiche fiorir debbon le spalle

Al tagliaborse e ladri ancor scolari;

Le piaghe a massei peterecci a balle;

Spine ventosee gonghe in più filari;

V'è il fior di rosolíae più rosoni

D'orteficavaiuolo e pedignoni.

 

 

55.

Si maravigliasi stupisce e spanta

Martinazza in veder sì vaghi fiori;

E rimirando or questa or quella pianta

Non sol pasce la vista in quei colori

Ma confortar si sente tutta quanta

Alla fragranza di sì grati odori.

E di non côrne non può far di meno

Un bel mazzettoche le adorni il seno.

 

 

56.

Alla ragnaia al fin si son condotti

Di stili da toccar la margherita;

Ove de' tordi cala e de' merlotti

Alla ritrosa quantità infinita

Che son poi da Biagin pelati e cotti

Sgozzando de'più frolli una partita;

Altra ne squarta; e quella ch'è più fresca

Nello stidione infilza alla turchesca.

 

 

57.

Veduto il tuttoNepo la conduce

Al bagnoov'ogni schiavo e galeotto

Opra qualcosa: un fa le calzeun cuce;

Altri vende acquavitealtri il biscotto;

Chi per la pizzicatache produce

Il luogo fa tragedie in sul cappotto;

Un mangiaun soffia nella vetriuola;

Un trema in sentir dir: fuor camiciuola.

 

 

58.

Vanno più innanzi a' gridi ed a' romori

Che fanno i rei legati alla catena

Ove a ciascunsecondo i suoi errori

Dato è il gastigo e la dovuta pena.

A' primiche son due proccuratori

Cavar si vede il sangue d'ogni vena;

E questo lor avvienperchè ambidui

Furon mignatte delle borse altrui.

 

 

59.

Si vede un nudoche si vaglia e duole

Perocchè molta gente egli ha alle spalle

Come sarebbe a dir tonchi e tignuole

Punteruolimosciontarli e farfalle;

Talchè pe' morsi egli è tutto cocciuole

E addosso ha sbrani e buche come valle;

Ed è poi fiagellato per ristoro

Con un zimbello pien di scudi d'oro.

 

 

60.

Queidice Nepoè il re degli usurai

Che pel guadagno scorticò il pidocchio

Un servizio ad alcun non fece mai

Se non col pegnoe dandoli lo scrocchio;

Il gran se gli marcì dentro a' granai

Chè nol vendease non valea un occhio;

Così fece del vinoed or per questo

Gl'intarla il dosso e da' suoi soldi è pesto.

 

 

61.

Un altro ad un balcon balla e corvetta

Chè un diavol colla sferza a cento corde

Che un grand'occhio di bue ciascuna ha in vetta

Prima gli dà cento picchiate sorde;

Con una spinta a basso poi lo getta

In cert'acque bituminose e lorde

Che n'esce poich'io ne disgrado gli orci

O peggio d'un norcinmula de' porci.

 

 

62.

Dice la maga: questa è un po'ariosa

Quand'ella vedde simìl precipizio;

Costui ha fatto qualche mala cosa;

Pur non so nullae non vo' far giudizio.

Domanda a Nepofattane curiosa

Tal pena a chi si debbaed a qual vizio.

Ed eiche per servirla è quivi apposta

Prontamente così le dà risposta:

 

 

63.

Quei fu zerbinoe d'amoroso dardo

Mostrando il cuor ferito e manomesso;

Credeva il mio fantoccío con un sguardo

Di sbriciolar tutto il femmineo sesso;

Ma dell'occhiate sue ben più gagliardo

Or sentene il riverbero e il riflesso;

E com'e' già pensò far alle dame

Dalla finestra è tratto in quel litame.

 

 

64.

Si vede un ch'è legatoe che gli è posto

In capo un berrettin basso a tagliere;

E il diavolcolpo colpo da discosto

Con la balestra gliene fa cadere.

Il misero sta quivi immoto e tosto

Battendo gli occhi a' colpi dell'arciere;

Che s'e' si muove punto o china o rizza

Per tutto v'è un cultello che l'infizza.

 

65.

Qui Nepo scopre la di lui magagna

Mostrando ch'e' fu nobile e ben nato

E sempre ebbe il pedante alle calcagna;

Contuttociò voll'esser mal creato

Perchèse e' fosse stato il re di Spagna

Il cappello a nessun mai s'è cavato:

Peròs'e' fu villanoora il maestro

Gl'insegna le creanze col balestro.

 

 

66.

In oggi questa par comune usanza

Martinazza risponde al Galatrona;

Stanno i fanciulli un po' con osservanza

Mentre il maestro o il padre gli bastona.

Se e' saltan la granataaddio creanza;

Par ch'e' sien nati nella Falterona;

Ma per la loro asinità superba

Son poi fuggiti più che la mal'erba.

 

 

67.

Ma chi è quel c'ha i denti di cignale

E lingua cosi lunga e mostruosa?

Si vede che son fuor del naturale;

A me paion radicio simil cosa.

Nepo rispose: quello è un sensale

Che si chiamò il Parola; ma la glosa

Uom di fandonie dice e di bugie

Perchè in esse fondò le senserie.

 

 

68.

Oraper queste sue finzioni eterne

Ch'egli ebbe sempre nella mercatura

Lucciole dando a creder per lanterne

Sbarbata gli han la lingua e dentatura

Ma in bocca avendo poi di gran caverne

Perchè non datur vacuum in natura

Gli hanno a misterio in quelle stanze vote

Composto denti e lingua di carote.

 

 

69.

Quell'altro ch'all'ingiù volta ha la faccia

E un diavol legnaiuolo in sul groppone

Gli ascia il legname sega ed impiallaccia

Facendolo servir per suo pancone;

Un di coloro fuch'alla pancaccia

Taglian le legne addosso alle persone:

Sicchè del non tener la lingua in briglia

Così si sente render la pariglia.

 

 

70.

Vedi colui ch'al collo ha un orinale

Ciecorattrattolacero e piagato?

Ei fu governator d'uno spedale

Ov'ei non volle mai pur un malato.

Oraper penaogni dolore e male

Che gl'infermi v'avrebbono portato

Mentr'alla barba lor pappò sì bene

Sopr'al suo corpo tutto quanto viene

 

 

71.

Chi è costui ch'abbiamo a dirimpetto

Dice la donnaa cui quegli animali

Sbarban colle tanaglie il cuor del petto?

Nepo risponde: questo è un di quei tali

Che non ne pagò mai un maladetto.

Tenne gran postofe spese bestiali;

Ma poi per soddisfare ei non avría

Voluto men trovargli per la via.

 

 

72.

Coluic'ha il viso pesto e il capo rotto

Da quei due spirti in feminili spoglie

Uom vile fuma biscaiuolo e ghiotto

Che si volle cavar tutte le voglie;

Ogni sera tornava a casa cotto

E dava col baston cena alla moglie.

Orfinti quella stessaquei demoni

Sopra di lui fan trionfar bastoni.

 

 

73.

Riserra il muroche c'è qui davanti

Donneche feron giàper ambizione

D'apparir gioiellate e luccicanti

Dar il cul al marito in sul lastrone;

Or le superbe pietre e i diamanti

Alla lor libertà fanno il mattone

Perocchè tanto grandi e tanti furo

C'han fatto per lor carcere quel muro.

 

 

74.

Ma sta' in orecchichè mi par ch'e' suoni

Il nostro tabellaccio del Senato

Sicchè e' mi fa mestier ch'io t'abbandoni

Perocch'io non voglio essere appuntato.

A veder ci restavano i lioni

Ma non posso venirch'io son chiamato:

Ed ecco appunto i diavoli co' lucchi;

Però lascia ch'io corra e m'imbacucchi.

 

 

75.

Dice la maga: vo' venire anch'io

Perch'il veder più altro non m'importa

Ed in questa città così a bacío

A dirlami par d'esser mezza morta.

Voglio trattar col re d'un fatto mio

Ed andarmene poi per la più corta.

Ed ei le dice in burla: se tu parti

Va' via in un'orae torna poi in tre quarti.

 

 

76.

Tu vuoigli rispos'ellasempre il chiasso.

Nel consiglio così ne va con esso

Ove ciascun l'onora e dàlle il passo

Sbirciandola un po' meglio e più da presso.

Ella baciando il manto a Satanasso

Lo prega ad osservar quanto ha promesso;

Ei gliel confermae perchè stia sicura

Per la palude Stige glielo giura.

 

 

77.

Ed ellaper offerta così magna

Ringraziamenti fattigli a barella

Dice ch'ormai sbrattar vuol la campagna.

E tornar a dar nuove a Bertinella.

Pluton le dà licenzae l'accompagna

Fino alla portae lì se ne sgabella;

Ond'ella in Dite a un vetturin s'accosta

Che la rimeni a casa per la posta.

 

 

78.

Il refatta con lei la dipartenza

Al salon del Consiglio se ne torna;

Onde ciascuno alla real presenza

Alza il civilee abbassa giù le corna.

Salito alla sua sbieca residenza

Di stracci e ragni a drappelloni adorna

Voltando in qua e in là l'occhio porcino

Si spurgae butta fuora un ciabattino.

 

 

79.

Spiegar volendo poi quanto gli occorre

Comincia il suo proemio in tal maniera:

Voiche di sopra al Sole in queste forre

Cadesti meco all'aria oscura e nera

Onde noi siam quaggiù 'n fondo di torre

«Gentea cui si fa notte avanti sera;»

Voich'in maliziain ogni frode e inganno

«Siete i maestri di color che sanno;»

 

 

80

Sebben foste una man di babbuassi

Minchioni e tondi piucchè l'O di Giotto;

Ma poi nel bazzicar taverne e chiassi

S'è fatto ognun di voi sì bravo e dotto

Che in oggi è più cattivo di tre assi

E viepiù tristo d'un famiglio d'Otto;

Voi dunquebenchè pazzi cittadini

Nel vitupero ingegni peregrini;

 

 

81

Siete pregati tutti in cortesia

Da Martinazzanostra confidente

Poichè Baldone ancor cerca ogni via

D'entrar in Malmantil con tanta gente

Ad oprarch'egli sbandi e trucchi via;

Però ciascun di voi liberamente

Potrà dir sopra questo il suo parere

Del modo che e' ci fosse da tenere.

 

 

82.

Cominci il primo: diteMalebranche

Quel ch'e' vi par che qui v'andasse fatto.

Levato il tòccoe sollevate l'anche

Allor quel diavol'n un medesmo tratto

Un capitombol fa sopr'alle panche

Beppe andava e veniva dalla casa alla stalla. Suo figlioToninoun ragazzo quindicennestrigliava il cavallorientrava con un fasciodi sarmentiportava l'erba per i conigli.

Le figliole che dormivano in camera con noinel lettoaccanto al nostrodi giorno erano sempre nei campi. Si sentivano chiamare echiamarsi di lontano.

- Rosa-anna! Marti-ina! Lu-ci-ia!

Erano trea scala: diciottosediciquattordici anni.

Molto spesso ce ne partivamo a esplorare i dintorni delMolino.

Si passava il ponticello sull'acqua: al di là si biforcavanodue viottoli; uno si inerpicava su in altol'altro si perdeva scendendo fral'erba umida.

Io sceglievo il viottolo in salitaanche se era stretto esassoso e ad ogni passo i rovi e gli arbusti ci impedivano il cammino.

Qualche volta Lia si ribellava:

- Ma Isa! Dove mi porti? - diceva- mostrandomi un ginocchiosgraffiato o un dito punto da un rovoche sanguinava.

Ma io sentivo un'ansia di arrampicarmi sempre più in alto.Non guardavo quello che mi circondavagodevo a respirare quell'aria fineasentire accelerarsi i battiti del cuore. Era il gusto di sentirsi ancora vivaliberacome gli uccelli che ci volteggiavano sul capo. Volevo assaporarlo finoin fondocon l'avidità quasi dolorosa dell'affamato che teme di vedersi portarvia all'improvviso il piatto che ha davanti.

Mia sorella forse non mi capiva. A volte diceva sorridendo: -Sono un po' stancaIsa! Mi pare che per oggi abbiamo scavallato abbastanza.

Eppure non era ancora abbastanza per mema rientravo anch'ioper compiacerla.

La casa era silenziosa in quelle ore pomeridiane. Sulpavimento appena lavatoi mattoni imbevuti d'umido si asciugavano lentamentele brocche di rame lucevano nella penombra.

Tutti erano fuori per i campi.

Nella nostra stanzaLia sedeva al tavolino con un librodinanzi e leggeva. Dalla lentezza con cui voltava le paginecapivo che spessoil suo pensiero vagava lontanoma appariva quietain pace. A volte coglievo unsorriso sulle sue labbra dischiusecome se dialogasse con qualcuno insegreto... Rimaneva là per delle orefinché veniva sera. L'ombra invadeva lastanzama lei non dava segno di accorgersene.

Allora iosenza far rumorescappavo fuori da sola. Nonpotevo più restare chiusa là dentroun'ansia irresistibile mi spingeva aduscire.

Respiravo l'odore dell'erbapiù frescopiù intenso.

La casa spariva nell'oscuritàsolo un filo di fumo dalcamino si levava nel cielo di un azzurro spento.

Il silenzio della sera era appena interrotto da qualche voceche chiamava di lontano:

- Ohe! Rosanna!

- In do' sei Martina?

Sulla via dell'alberaiagli uccelli si posavano a mezzastrada sui rami nudi dei pioppi: di là volavano al cipresso. Il loro cinguettiocresceva d'intensità ed era tutto un balenare di ali che s'infrascavanofino ache cessava lo svolazzareil cinguettio si faceva man mano più sommessos'illanguidiva in un pispiglio fievolee taceva.

Si sentiva solo in lontananza il canto monotono del chiù.

Una sera io seguitavo a vagare fra le ombre: sul mio capocorrevano le nuvolevelando e svelando una sottile falce di luna.

Chiù... chiù... chiù...

Provavo uno struggimentomisto quasi a pauracome se ilchiù mi invitasse a inoltrarmi per la campagna solitaria. Un'ansiaquasi unbisogno di tentare l'ignotoN="JUSTIFY">A acconsentire a un atto perentorio.

 

 

 

88.

Perchè sempre de jure pria si cita

L'altra parte a dedur la sua ragione;

Poi s'ella è in moraviensi a un'inibita

E non giovandoalla comminazione

Che in pena caschi delle forche a vita.

E se la parte innova lesïone

Allor può condennarsiavendo osato

Di farcausa pendenteun attentato.

 

 

89.

Sommelo anch'ioche in altro tribunale

Si tiendice Plutoncotesto stile;

Ma quidove s'attende al criminale

S'esclude ogni atto e ogni ragion civile.

Ma sia com'ella vuoleo bene o male

Io vo' levar quest'uom da Malmantile;

Però chetiamcie dica il Calcabrina:

E quei si rizzae verso il re s'inchina.

 

 

90.

E poic'ha fatte riverenze in chiocca

Co' suoi piè lindi a pianta di pattona

Si soffia il nasoe spazzasi la bocca

E posta in equilibrio la persona

Come quel che si pensa dare in brocca

Tutto sfrontato dice: alta Corona

Circa l'ordingopur si metta in opra;

Perch'io concorro e affermo quanto sopra.

 

 

91.

 

Ma in vece di quel cappio da beltresca

Ch'è il tossico de' ladrisi provvegga

Una bilancia o rete per la pesca

Con una lunga fune che la regga.

E perchè 'l fatto meglio ci riesca

Si tinga tuttaacciocchè non si vegga;

E in terraquanto ell'apreivi si spanda

Fino che'l porco vengane alla ghianda.

 

 

 

92.

Perchès'e' muovon l'armidi ragione

Se dal capo l'esercito è condotto

Innanzi a tutti marcerà Baldone.

E quand'ei giunga ed ha la rete sotto

Fate che leste allor sien più persone

A farla tirar su coll'avannotto

Operando in maniera ch'egli insacchi

In luogoove si vede il sole a scacchi.

 

 

93.

Questodice Plutoneha più disegno.

Ma il cancellier di nuovo s'attraversa

Con dire: o laccio o rete abbia quel legno

È tutta favaet idem per diversa;

Perchè manco il Cipolla a questo segno

Concede il molestar la parte avversa.

Se poi comandianch'io non me ne parto

Lodando il suspendatur collo squarto.

 

 

94.

Quidice il resi dà sempre in budella

Sicchè mi cascan le braccia e l'ovaia;

Mentre costui a ogni cosa appella

E co' suoi punti mena il can per l'aia.

Gli ha sempre più ritorte che fastella;

Ma e' non lo credes'ei non va a Legnaia.

Orsù dite costà voiCappelluccio:

Ed ei si rizzae cavasi il cappuccio.

 

 

95.

E disse: io dicoche direio sire

Poichè da te ch'io dica mi vien detto;

Ma dir non osoch'io non ho che dire

Se non dir quanto qui quest'altro ha detto;

Perch'ei l'ha detto con sì terso dire

Ch'io sto per dir che mai s'udì tal detto:

Però dico ch'a dir non mi dà il cuore

E lascio dire a un altro dicitore.

 

 

96.

Anch'io l'ho detto che tu sei un buffone

Risponde il re; e intanto Libicocco

Tagliare ad Arno l'argine propone

Acciò nel campo l'acqua abbia lo sbocco.

E come vuoirisponde allor Plutone

Mandar Arno all'insùviso di sciocco?

E poi dal fiume d'Arno a Malmantile

V'è un ghiandellino. Dica Baciapile.

 

97.

Questoche fa il baséoma è tristo e accorto

E perch'egli è auditor d'ipocrisia

Veste cilizioe con un viso smorto

Canta sempre laldotti per la via

Risponde a occhi bassi e collo torto:

Fate motto di là in cancelleria.

E qui va in mezzobacia terrae in fine

Tornando al luogopiovon discipline.

 

 

98.

Vòltatidice il respropositato!

S'alcuna cosa qui non hai proposta

Come vuoi tubuaccioche 'l Senato

Vada in cancelleria per la risposta?

Pur sentorispond'eich'in magistrato

Così dir s'usaed io l'ho detto apposta;

Ma s'io vi scandolezzo e alcun m'incolpa

D'errore in questoio me ne rendo in colpa.

 

 

99.

Non occorre brunir co' labbri i sassi

Dice Plutoneossaccia senza polpe

E fare il torcicolloeovunque passi

Seminar discipline e dir tue colpe;

Ch'io soche chi per lepre ti comprassi

Avrebbe almen tre quarti della volpe;

Però va' a siedie segua il Tiritera.

E quei s'assetta e parla in tal maniera:

 

 

100.

Ioche sono un insano e ignaro ognora;

Perchè saper supir non voglio o vaglio

Dico: ch'al ducaperchè a' muri ei mora

Tosto in testa si dia pel meglio un maglio

Finchè lo spirto sporti al foro fora

Dond'ei fa i petie pute d'oglio e d'aglio;

Acciò l'accia sull'aspo doppo addoppi

La Parcae il porco colla stoppa stoppi.

 

 

101.

Ben tu puzzi di Pazzo ch'è un pezzo

Disse Plutonbestiacciaper bisticcio:

Perch'io per me non so nè raccapezzo

Quel che tu voglia dir nel tuo capriccio;

Ma non son res'io non te ne divezzo:

E perchè tu non temi grattaticcio

Mentre stima non fai delle bravate

Quest'altra volta le saran pecciate.

 

 

102.

Or via seguite. Qui lo Scamonea

Si rizza in viso tutto insanguinato

Perch'eich'è un fastidiosoappunto avea

Fatto a' graffi con un che gli era allato;

Però colla bisunta sua giornea

La qual traluce come ciel stellato

Sicch'ella un Argo par fatto alla macchia

Si nettaal Re s'inchina e così gracchia:

 

 

103.

Io non sose Baldon sogna o frenetica

Perchès'ei vuol sturbar la nostra pratica

Fa male i contie colla sua aritmetica

Nel zero l'ho fra l'una e l'altra natica

Poichèse un bacchio il capo a lui solletica

Sbrattar l'armata non sarà in gramatica

Che tutta a brache pieneancorchè stitica

Tremando andranne come paralitica.

 

 

104.

Olàdove siam noi? (dice Plutone)

E che sìscorrettaccioch'io ti zombo.

Darò ben io sul capo a te il forcone

Sicchè alle stelle n'anderà il rimbombo.

Guarda quel che tu di'porco barone

E va' più lesto e col calzar dei piombo;

Sta' ne' terminie parla con giudizio

Chè per mia fè ti privo dell'ufizio.

 

 

105.

S'alza Scorpione allorae vien da esso

D'Astolfo il corno orribile proposto

Che gli esercitidicein fuga ha messo

Conforme scrive e accerta l'Ariosto.

Si rallegra Plutonee dice: adesso

Non ci sarà dal cancelliere opposto

Perchè ci calza bene; e certo questa

Cosa del corno a me va per la testa.

 

 

106.

Risponde sogghignando Ciappelletto

(Ch'in tal modo si chiama il cancelliere):

Voi già m'avete per dottore eletto

E non ch'io serva qua per candelliere

Per mio debito dunque io son costretto

A dire all'occorrenze il mio parere.

Sudice il redottor de' miei stivali

Metti anche il corno in termini legali.

 

 

107

Vuoi forse darci qualche eccezïone?

Stiamo in decretis; di' peto vestito;

Va benrisponde il serech'ei propone

Cosache non deprava ordine o rito.

Sonate un doppiodisse allor Mammone

Ch'ei la passò; facciam dunque il partito

Perch'ella segua di comun consenso

E ognun favorirà siccome io penso.

 

 

108.

Vanno le fave attorno ed i lupini

E sentesi stuonato e fuor di chiave

Alle panchegridartavolaccini;

Raccogliete pel numeroe le fave

Pigliate in man; chè questi cittadini

Che in simil luogo star dovrian sul grave

Rendonoil capo avendo pien di baie

Male i partiti e mangian le civaie.

 

 

109.

Vanno i donzelliognun dalla sua banda;

Ma perchè ne ricevon mille scherzi

Che più nessuno ardisca il re comanda

Se non vuol che a pien popolo si sferzi.

Di nuovo attorno i bossoli si manda

Da vincersi il partito pe' due terzi;

E cercate alla fin tutte le panche

Fu vintonon ostante cento bianche.

 

 

SETTIMO CANTARE.

 

ARGOMENTO.

 

Paridedopo aver molto bevuto

Entra d'andar al campo in frenesia;

E come il sonno avea pel ber perduto

Perde nel gir di notte anche la via.

Cade in un fossoonde a donargli aiuto

Corron le Fatee gli usan cortesia;

Vien condotto in un antroe per diporto

La storia gli è narrata di Magorto.

 

 

1

Vino tempera tedisse Catone

Perchè si dee berne a modo e a verso;

E non come colà qualche trincone

Che giorno e notte sempre fa un verso;

Ond'ei si cuocee perchè ci va a Girone

La favola divien dell'universo:

E vede poimorendo in tempo breve

Ch'è verche chi più bevemanco beve.

 

 

2.

Se il troppo vino fa che l'uom soggiace

A tal error di tanto pregiudizio

Chi non ne bevee quello a cui non piace

A questo conto dunque ha un gran giudizio;

Anzichè nosia detto con sua pace

Perch'ogni estremo finalmente è vizio;

E se di biasmo è degno l'uno e l'altro

Questo ha il vantaggioal mio parersenz'altro.

 

 

3

Perchè se quel s'ammazza e non c'invecchia

Ed è burlato il tempo di sua vita

Almen sente il sapor di quei ch'ei pecchia

E tien la faccia rossa e colorita.

Burlar anche si fa chi va alla secchia

E insacca senza gusto acqua scipita

Che lo tien sempre bolso e in man del fisico

Il qual l'aiuta a far morir di tisico.

 

 

4.

Però sia chi si vuoleegli è un dappoco

Chi 'mbotta al pozzo come gli animali;

S'avvezzi a ber del vino appoco appoco

Ch'ei sache l'acqua fa marcire i pali;

Macom'io dicosi vuol berne poco:

Basta ogni volta cinque o sei boccali:

Perch'egli è poi nocivo il trincar tanto

Com'udirete adesso in questo Canto.

 

 

5.

Omai serra gli ordinghi e le ciabatte

Chiunque lavora e vive in sul travaglio

E difilato a cena se ha batte

A casao dove più gli viene il taglio.

Chi dal compagno a ufo il dente sbatte;

Tanti ne va a tavernach'è un barbaglio;

Parte alla busca; e infinpurchè si roda

Per tutto è buona stanzaov'altri goda.

 

 

6.

E Paridech'anch'egli si ritrova

A corpo voto in quelle catapecchie

D'Amor chiarito figlio d'una lova

Che svaligiar gli ha fatto le busecchie

Dice al villan: Va' a comprarmi dell'uova

Ecco sei giulitônne ben parecchie;

Piglia del panee sopra tutto arreca

Buon vinosai! non qualche cerboneca.

 

 

7.

E se t'avanza poi qualche quattrino

Spendilo in cacio; non mi portar resto.

Messer sinerispose il contadino

Io torròs'io ne trovoancor cotesto.

E partendo gli ride l'occhiolino

Sperando aver a far un po' d'agresto;

Ma facendo i suoi conti per la via

S'accorge ch'e' non v'è da far calía.

 

 

8.

All'oste se ne va per la più corta

E l'uovail panee 'l cacioe 'l vin procaccia

E fatto un guazzabuglio nella sporta

Le quattro lire slazzera e si spaccia.

L'altro l'aspetta a gloriae in sulla porta

Per veder s'egli arrivaognor s'affaccia;

E per anticipareil fuoco accende

Lava i bicchieri e fa l'altre faccende.

 

 

9.

Perch'egli è tardi ed ha voglia di cena

Poích'ogni cosa ha bell'e preparato

Si strugge e si consuma per la pena

Che lì non torna il messo nè il mandato;

Ma quand'ei vedde colla sporta piena

Giunger al fine il suo gatto frugato.

Oh ringraziatodicesia Minosse

Ch'una volta le furon buone mosse.

 

 

10.

Chiappa le robee mentre ch'ei balocca

In cuocer l'uovae il cacio ch'è stupendo

Sente venirsi l'acquolina in bocca

E far la gola come un saliscendo.

Sbocconcellando intantoil fiasco sbocca

E con due man alzatolobevendo

Dice al villanche nominato è Meo

Orsù ti fo bricconeaddioio beo.

 

 

11.

Così per celia cominciando a bere

Dagliene un sorso e dagliene il secondo

Fe sìche dal vedere e non vedere

Ei diede al vino totalmente fondo.

A tavola dipoi messo a sedere

Lasciato il fiasco voto sopra il tondo

Voltossi a' dieci pan da Meo provvisti

E in un momento fece repulisti.

 

 

12.

Dieci pan d'ottoe un giulio di formaggio

Non gli toccaron l'ugola: e s'inghiotte

Due par di serque d'uova e da vantaggio;

Poi dice: o Meospilla quella botte

Che t'hai per l'opree dammi il vino assaggío;

Io vo' stasera anch'io far le mie lotte

Bench'io stia benesia ripieno e sventri

Perchè mi par ch'una lattata c'entri.

 

 

13.

Il rusticoche dar del suo non usa

Non saperdice dove sia il succhiello;

Che per casa non v'è stoppa nè fusa

E che quel non è vinma acquerello.

Ci vuolrisponde Paride altra scusa.

E rittosidi canna fa un cannello;

E in sulla botte posto a capo chino

Con esso pel cocchiume succia il vino.

 

 

14.

E perch'è buonoe non di quello il quale

È nato in sulla schiena de' ranocchi

A Meoche piuttosto a carnovale

Che per l'opre lo serbaesce degli occhi

E bada a dire: ovvia! vi farà male;

Ma quegliche non vuol ch'ei lo 'nfinocchi

Ed è la parte sua furbo e cattivo

Gli risponde: oh tu sei caritativo!

 

15.

Non sose tu minchioni la mattea

Lasciami berch'io ho la bocca asciutta;

Che diavol pensi tu poi ch'io ne bea?

Io poppo poppoma il cannel non butta.

Risponde Meo: poffar la nostra Dea

Che s'ei buttassela beresti tutta;

Oh discrezione! s'e' ce n'è minuzzolo.

Paride bevee poi gli dà lo spruzzolo.

 

 

16.

Non vi so dir se Meo allor tarocca.

Ma l'altroche del vin fu sempre ghiotto

Di nuovo appicca al suo cannel la bocca

E lascia brontolare. e tira sotto;

Ma tanto esclamapregae dàglie tocca

Ch'ei lascia al fin di bergià mezzo cotto;

Dicendoch'ei non vuoi che il vin lo cuoca;

Ma che chi lo trovò non era un'oca.

 

 

17.

Poichè dal cibo e da quel vin che smaglia

Si sente tutto quanto ingazzullito

Risolve ritornare alla battaglia

Donde innocentemente s'è partito

Chè scusa non gli pare aver che vaglia

Che non gli sia a viltade attribuito.

Così ribeve un colpettinoe incambio

D'andare a lettos'arma e piglia l'ambio.

 

 

18.

Senza lume nè luce via spulezza

E corre al buioche nè anche il vento:

Non ha paura mica della brezza

Perch'egli ha in corpo chi lavora drento;

Per la mota sibben si scandolezza

Chèdando il cul in terra ogni momento

Quanto più casca e nella memma pesca

Tanto più sente ch'ell'è molle e fresca.

 

 

19.

Dopoch'ei fu cascato e ricascato

Per non sentir quel molle e fresco ancora

Chè'l vinoe quanto dianzi avea ingubbiato

Opra di dentro sì ma non di fuora

Giunto al mulindal mezz'in giù sbracciato

Si sciaguatta i calzoni in quella gora

Per dopo nella casa di quel loco

Farsegli tutti rasciugare al foco.

 

 

20.

Mentre si chinadando il culo a leva

E' fece un capitombolo nell'acqua;

Ond'avvien ch'una volta ei l'acqua beva

Sopra del vinche mai per altro annacqua.

Quanto di buon si èche s'ei voleva

Lavare i panniil corpo anche risciacqua:

E divien l'acqua sì fetente e gialla

Che i pesci vengon tutti quanti a galla.

 

 

21.

Le regole ben tutte a lui son note

Che insegnòper nuotar beneil Romano:

Distende il corpogonfie fa le gote.

Molto annaspa col piede e colla mano.

Intanto si conduce fra le ruote

Che fan girando macinare il grano;

Ben se n'avvedee già mette a entrata

Di macinarsie fare una stiacciata.

 

 

22.

In questo che il meschin già si presume

D'andar a far la cena alle ranocchie

Aprir vede una portae in chiaro lume

Sventolar drappi e campeggiar conocchie;

Chè le Naiadi ninfe di quel fiume

Coronate di giunchi e di pannocchie

Corrono ad aiutarloinfin ch'a riva.

Là dove il dì riluce in salvo arriva.

 

 

23.

E vede all'ombra di salcignefrasche

Fra le più brave musiche acquaiuole

Parte di loro al suon di bergamasche

Quinte e seste tagliar le capriuole.

Chi tien che queste ninfe sien le lasche

Chi le sirene ed altri le cazzuole.

Io non so chi di lor dia più nel buono

E le lascio nel grado ch'elle sono.

 

 

24.

Ognun si tenga pure il suo parere;

O quelle o altrea me non fa farina.

Bastivi per adesso di sapere

Che queste non son bestie da dozzina;

E s'ella non m'è stata data a bere

Elle son Fate c'han virtù divina;

E che sia il verofede ve ne faccia

Il Garani scampato dalla stiaccia.

 

 

25.

Il quale così molle e sbraculato

Il cadavero par di mona Checca

Ch'essendo stato allor disotterrato

Abbia fatto alla morte una cilecca.

Si scuote e trema sìch'io ho stoppato

Per San Giovanni il carro della Zecca;

E mentr'ei si dibatte e il capo serolla

Il pavimento e i circostanti ammolla.

 

 

26.

Ma le Fateche specie son di pesce

Ed hanno il corpo a star nell'acqua avezzo

Più che l'esser bagnate a lor rincresce

Il vederlo così fradicio mezzo;

Perciò lo spoglian; ma perchè riesce

Quando un vuol far più prestostare un pezzo

Per trattenerlomentr'or questa or quella

L'asciugauna contò questa novella.

 

 

27.

Furo un tratto una dama e un cavaliero

Moglie e maritoin buono e ricco stato

Che fatti vecchi contro ogni pensiero

Dopo d'aver qualche anno litigato

La grinza pelle con un cimitero

Convenne loro al fin perdere il piato

E senza appello aver a far proposito

Di dar per sicurtà l'ossa in deposito.

 

 

28.

Lasciaron due figliuolii più compiti

Che 'l mondo avesse mai sulle sue scene;

Perch'essi avevan tutt'i requisiti

Dovuti a un galantuomo e a un uom dabbene;

Aggiunto che di soldi eran gremiti

(Chè questo in somma è quel che vale e tiene);

Stavan d'accordo in pace ed in amore.

Ed eran pane e cacioanima e cuore.

 

 

29.

Cosa che fare in oggi non si suole

perchè i fratelli s'han piuttosto a noia:

E se lor han due cenci o terre al sole

All'un mill'anni par che l'altro muoia.

E questo è il ben ch'al prossimi si vuole!

E siam di così perfida cottoia

Che sebben fosser anche al lumicino

E' non si sovverrebbon d'un lupino.

 

 

30.

Perch'e' sono una man di mozzorecchi;

Al contrario costordi chi io favello

I quai di cortesia furon due specchi

E trattavan ciascun da buon fratello

S'avrebbon portat'acqua per gli orecchi.

E si servian di coppa e di coltello:

E per cercar dell'uno il bene stare

L'altro voluto avrebbe indovinare.

 

 

31.

Essendo un giorno insieme ad un convito.

Quand'appunto aguzzato hanno il mulino

E mangian con bonissimo appetito

Non so comeil maggior detto Nardino.

Nell'affettar il pan tagliossi un dito

Sicch'egli insanguinò il tovagliuolino;

E parvegli sì bello a quel mo intriso

Ch'ei si pose a guardarlo fiso fiso.

 

32.

E resta a seder lì tutto insensato

Ch'ei par di legno anch'ei come la sedia;

Può fartanto nel viso è dilavato

Colla tovaglia i simili in commedia.

E mirando quel panno insanguinato

Ormai tant'allegria muta in tragedia;

Mentre nel più bel suon delle scodelle

Si vede ognun riposar le mascelle.

 

 

33.

E tutti quei che seggon quivi a mensa

i servii circostanti ed ogni gente

Corrongli addossochè ciascun si pensa

Che venuto gli sia qualch'accidente;

Nè sanno che il suo male è in quella rensa

Com'appunto fra l'erba sta il serpente;

Rensa non giàma lensaonde il suo cuore

Preso al lamo col sangue aveali Amore.

 

 

34.

Che gli par di vedermentre in quel telo

Contempla in campo bianco i fior vermigli

Un carnato di qualche Dea di cielo

Composta colassù di rose e gigli.

E sì gli piacee tanto gli va a pelo.

Che finalmentementrech'ei non pigli

Una moglie d'un tal componimento.

Non sarà de' suoi di mai più contento.

 

 

35.

E già se la figura nel pensiero

E bianca e fresca e rubiconda e bella

Co' suoi capelli d'oro e l'occhio nero

Che più nè men la mattutina stella

E come ch'ei la vegga daddovero

Divoto se le inchina e le favella

E le promettes'egli avrà moneta

Di pagarle la Fiera all'Improneta.

 

 

36.

E vuol mandarle il cuore in un pasticcio

Perch'ella se ne serva a colazione;

E gli s'interna sì cotal capriccio

E tanto se ne va in contemplazione

Che il matto s'innamora come un miccio

D'un amor che non ha conclusïone

Ma ch'è fondatocome uditein aria

D'una bellezza finta e immaginaria.

 

 

37.

Così a credenza insacca nel frugnuòlo

Ma da un canto egli ha ragion da vendere;

Che s' egli è ver ch'Amor vuol esser solo

Rivale non è qui con chi contendere.

Ma Brunetto il fratel che n'ha gran duolo

Poichè 'l suo male alcun non può comprendere

Tien per la prima un'ottima ricetta

Per rimandarlo a casauna seggetta.

 

 

38.

Ove condotto e messolo in sul letto

Il medico ne venne e lo speziale

Chiamati a visitarlo; ma in effetto

Anch'essi non conobbero il suo male.

Disperato alla fin di ciò Brunetto

Col gomito appoggiato in sul guanciale

A cald'occhi piangendo più che mai:

Io vo saperdiceaquel che tu hai.

 

 

39.

Ei che vagheggia sotto alle lenzuola

Il gentil volto e le dorate chiome

Ne anche gli risponde una parola

Non che gli voglia dir nè che nè come.

Replica quello e seccassi la gola;

Lo frugatira e chiamalo per nome:

Ed ei pianta una vigna e nulla sente;

Pur tanto l'altro fach'ei si risente.

 

 

40.

Dicendo: fratel miose tu mi vuoi

Quel ben che tu dicei volermi a sacca

Non mi dar noiava' pe' fatti tuoi

Perchè il mio mal non è male da biacca;

Al quale ad ogni mo' trovar non puoi

Un rimedio che vaglia una patacca;

Perch'egli è stravagante ed alla moda

Chè non se ne rinvien capo nè coda.

 

 

41.

Vedisoggiunse l'altroo ch'io m'adiro

O pur fa' conto ch'io lo vo' sapere;

Hai tu quistione? hai tu qualche rigiro?

Tu me l'hai a dire in tutte le maniere.

Nardin risposedopo un gran sospiro:

Tu sei importuno poi più del dovere;

Ma da che devo dirloeccomi pronto.

Così quivi di tutto fa un racconto.

 

 

42.

Brunettoudito il caso e quanto e' sia

Il suo cordoglioanch'ei dolente resta

Sebbenper fargli cuormostra allegria

Macome io dicodentro è chi la pesta;

Perch'in veder sì gran malinconia

Ed un umor sì fisso nella testa

In quanto a lui gli par che la succhielli

Per terminare il giuoco a' Pazzerelli.

 

 

43.

E conoscendoch'a ridurlo in sesto

Ci vuol altro che 'l medico o 'l barbiere

Vi si spenda la vita e vada il resto

Vuol rimediarvi in tutte le maniere.

E quivi si risolve presto presto

D'andar girando il mondoper vedere

Di trovargli una moglie di suo gusto

Com'ei gliel'ha dipinta giusto giusto.

 

 

44.

Perciò d'abiti e soldi si provvede

E dà buone speranze al suo Nardino;

E preso un buon cavallo e un uomo a piede

Esce di casae mettesi in cammino

Sbirciando sempre in qua e in là se vede

Donna di viso bianco e chermisino;

E se ne incontra mai di quella tinta

Vuol poi chiarirsi s'ella è vera o finta.

 

 

45.

Perch'oggidì non ne va una in fallo

Che non si minii o si lustri le cuoia.

E dov'ell'ha un mostaccio infrigno e giallo

Ch'ella pare il ritratto dell'Ancroia

Ogni mattina innanzi a un suo cristallo

Quattro dita vi lascia su di loia;

E tanto s' inverniciaimpiastra e stucca

Ch'ella par proprio un angiolin di Lucca.

 

 

46.

Di modo ch'ei non vuol restarvi còlto

Ma starvi lesto e rivederla bene;

E per questo una spugna seco ha tolto

E sempre in molle accanto se la tiene

Con che passando ad esse sopra il volto

Vedrà s' il color regge o se rinviene;

Ma gira girain fatti ei non ritrova

Suggetto che gli occorra farne prova.

 

 

47.

Dopo che tanto a ricercare è ito

Che i calli al culo ha fatto in sulla sella.

Giunse una sera al luogo d'un romito

Che a restar l'invitò nella sua cella;

A lui parve toccar il ciel col dito

Per non aver a star fuori alla stella

Il passar dentro ed egli e il servitore

Ringraziando il buon uom di tal favore.

 

 

48.

Vestia di bigio il vecchio macilente

Facendo penitenza per Macone;

E perch'ei fu nell'accattar frequente

Per nome si chiamò fra Pigolone.

Costuicom'io dicevaallegramente

In cella raccettò le lor persone;

Spogliò il cavallogli tritò la paglia

Sul desco poi distese la tovaglia.

 

 

49.

E gli trovò buon pane e buon formaggio

Tutto accattatoed erbe crude e cotte

E del vino fiorito quanto un maggio

Ch'egli è di quel delle centuna botte;

Di che spesso ciascun pigliando a saggio

Stettero a crocchio insieme tutta notte.

E perchè per proverbio dir si suole:

La lingua batte dove il dente duole

 

 

50.

Brunettoche teneva il campanello

Dice chi siae che di casa egli esce

Non per suo contoma d'un suo fratello

Del quale infino all'anima gl'incresce

Perchè gli pare uscito di cervello;

Non si sa s'ei si sia più carne o pesce.

Così piangendo in far di ciò memoria

Per la minuta contagli la storia.

 

 

51.

Sta Pigolone attento a collo torto

Ad ascoltarloe poich'egli ha finito:

Figliuolrisponde a luidátti conforto

E sappi che tu sei nato vestito;

Chè qui è l'uom salvatico Magorto

Ch'è un bestioneun diavol travestito;

Chese tu lo vedessiuh egli è pur brutto!

Bastaa suo tempo conterotti il tutto.

 

 

52.

Egli ha un giardino posto in un bel piano

Ch'è ognor fiorito e verde tutto quanto;

Giardiniero non v'è nè ortolano

Chè d'entrarvi nessun può darsi vanto.

Da per sè lo lavora di sua mano

E da sè lo fondò per via d'incanto

Con una casa bella di stupore

Che vi potrebbe star l'Imperadore.

 

 

53.

Ma io ti vo' dar adesso un'abbozzata

Qui presto presto della sua figura:

Ei nacque d'un Folletto e d'una Fata

A Fiesol 'n una buca delle mura

Ed è sì brutto poiche la brigata

Solo al suo nome crepa di paura.

Oh questo è il caso a por fra i Nocentini

E far mangiar la pappa a quei bambini.

 

 

54.

Oltrech'ei pute come una carogna

Ed è più nero della mezzanotte

Ha il ceffo d'orso e il collo di cicogna

Ed una pancia come una gran botte.

Va in su i balestri ed ha bocca di fogna

Da dar ripiego a un tin di méle cotte;

Zanne ha di porcoe naso di civetta

Che piscia in bocca e del continuo getta.

 

 

55.

Gli copron gli occhi i peli delle ciglia

Ed ha cert'ugna lunghe mezzo braccio;

Gli uomini mangiae quando alcun ne piglía

Per lui si fa quel giorno un Berlingaccio

Con ogni pappalecco e gozzoviglia;

Ch'ei fa prima coi sangue il suo migliaccio

La carne assetta in vari e buon bocconi

E della pelle ne fa maccheroni.

 

 

56.

Dell'ossa poi ne fa stuzzicadenti

Niente in somma v'è che vada male;

SicchèBrunetto figliuol miotu senti

Ch'egli è un cattivo ed orrido animale.

Ora torniamo a' suoi scompartimenti

Ove son frutte buone quanto il sale

Vaghe piantebei fiori ed altre cose

Com'io ti potrei dirmaravigliose

 

57.

Ma lasciando per or l'altre da parte

Cocomeri vi son dì certa razza

Che chi ne può aver uno e poi lo parte

Vi trova una bellissima ragazza;

Cheper esser astuta la sua parte

Diratti che tu gli empia una sua tazza

A un di quei fonti lì sì chiari e freddi

Ma se la servia Lucca ti riveddi.

 

 

58.

Tu puoi far conto allor d'averla vista

Perchè mentr'ella beve un'acqua tale

Ti fuggirà in un subito di vista

E tu resterai quivi uno stivale.

Se tu non l'ubbidisciellach'è trista

Vedendo che il pregare e il dir non vale

Intorno ti farà per questo fine

Un milion di forche e di moine

 

 

59.

E se di compiacerla poi ricusi

Dirà che tu buon cavalier non sia

Mentre conforme all'obbligo non usi

Servitù colle dame e cortesia;

Ma lascia dire e tien gli orecchi chiusi

Non ti piccar di ciòsta' pure al quia;

Gracchi a sua posta; tu non le dar bere

Acciò non fuggae poi ti stia il dovere.

 

 

60.

Con questache sarà fatta a pennello

Come tu cerchileverai dal cuore

Ogni doglia ogni affanno al tuo fratello

Ed io te n'entro già mallevadore;

Vientene dunque meco e sta' in cervello

Cammina pianoe fa' poco romore;

Che se e' ci sente a sorte o scuopre il cane

Non occor'altronoi abbiam fatto il pane.

 

 

61.

Zitti dunquenessun parli o risponda;

Andiamoch'e' s'ha a ir poco lontano.

Così va innanzi e l'altro lo seconda

E il servitor gli segue anch'ei pian pìano;

Ma quel demonio che va sempre in ronda

Gli sente e gli vuol vincer della mano;

Perchè gli aspettae il vecchio ch'alla siepe

Vien primochiappa su come di' pepe.

 

 

62.

A casa lo strascina e te lo ficca

'N un sacco e colla corda ve lo serra;

E fatto questoa un canapo l'appicca

Che vien dal palco giù vicino a terra;

E per pigliar il resto della cricca

Esce poi fuora; ma nel fatto egli erra

Chèquand'ei prese quellogli altri due

Ad aspettarlo avuto avrian del bue.

 

 

63.

Ed oggimai si trovano in franchigia;

Sicchè Magorto quivi ne rimane

Un bel minchionee n'è tanto in valigia

Che nè manco daria la pace a un cane.

Sfogarsi intende e a quella veste bigia

Vuole un po' meglio scardassar le lane;

Perciò su verso il bosco col pennato

A tagliar un querciuol va difilato.

 

 

64.

Brunettoche l'osserva di nascosto

Vedutolo partireentra nell'orto

E corre a casadi veder disposto

Quel ch'é del vecchios'egli è vivo o morto.

Così chiuso in quel sacco il trova posto

Chè 'l poverintrovandosi a mal porto

E tremae stridee par che giù pel gozzo

Egli abbia una carrucola da pozzo.

 

 

65.

Ed ei le corde al sacco a un tratto sciolte

E fatto quel meschino uscirne fuore

Che lo ringrazia e bacia mille volte

E fa un salto poi per quell'amore

Vi mette il can che guarda le ricolte

Dandogli aiuto ed egli e il servitore.

E poi con piatti e più vasi di terra

Due fiaschi di vin rossoe lo riserra.

 

 

66.

E l'attacca alla fune in quella guisa

Ch'egli era primae poi di quivi sfratta;

E del fatto crepando delle risa

Di nuovo con quegli altri si rimpiatta;

Quando Magortoin giù viene a ricisa

Con una stanga in man cotanto fatta;

Perchè gli par mill'anni con quel tronco

Di far vedere altrui ch'ei non è monco.

 

 

67.

Arriva in casae sbracciasie si mette

Serrato l'usciocon quel suo randello

Sopr'a quel sacco a far le sue vendette

Suonandoquant'ei può sodo a martello.

Il Romito che stava alle velette

Perchè l'uscio ha di fuora il chiavistello

Andòbenchè tremandoe con spavento

Che avea di lui; e ve lo serrò drento.

 

 

68.

Ed ei ch'è in sulle furienon vi bada

Chè insin ch'ei non si sfoga non ha posa.

Sta intanto il vecchio all'uscio fermo in strada

Ad origliare per udir qualcosa;

E sente dire: o leccapeverada

Carne stantiabarba piattolosa

Ribaldosantinfizza e gabbadei

Ch'a quel d'altri pon cinque e levi sei!

 

 

69.

Guardate qui la gatta di Masino

Che riprendeva il vizio ed il peccato

Se il monello ha le man fatte a oncino

Per gire a sgraffignar poi vicinato!

Ma quel c'hai tolto a meladro assassino

Non dubitarti costerà salato;

Chè tante volte al pozzo va la secchia

Ch'ella vi lascia il manico o l'orecchia.

 

 

70.

Poi sente ch'eglidopo una gran bibbia

D'ingiurie dà nel sacco una percossa

Che tutte le stoviglie spezza e tribbia

E ch'ei diceva: orsùgli ho rotto l'ossa;

E che di nuovo un'altra ne raffíbbia

E chefacendo il via la terra rossa

Soggiunge: oh quanto sangue ha nelle vene!

Questo ghiottone a mebeeva bene!

 

 

71.

Bench'ei creda finita aver la festa

Tira di nuovo e dà vicino al fondo.

Ed il suo cane acchiappa in sulla testa

Che fa urti che van nell'altro mondo;

Ond'egli stupefatto assai ne resta

Dicendo: qui è quando io mi confondo;

Se tutt'il sangue egli ha di già versato

Come a gridar può egli aver più fiato?

 

 

72.

Brunetto in questo mentre col suo fante

Avea di giàscorrendo pel giardino

Il luogo ritrovato e quelle piante

Ov'è colei che chiede il suo Nardino.

E già l'ha tratta fuor bell'e galante

Che non si vedde mai il più bel sennino;

E con un suo bocchin da sciorre aghetti

Chiede da ber; ma non già se l'aspetti.

 

 

73.

Perch'ei del certo in quanto a contentarla

Non ci ha nè meno un minimo pensiero;

E però quante volle ella ne parla

Muta discorso e la riduce al zero;

Ma perch'ella è mozzinae colla ciarla

Le monache trarría del monastero

Vede che s'ella bada troppo a dìre

Si lascerebbe forse convertire;

 

 

74.

Però per non cadere in questo errore

La piglia a un tratto e se la porta in strada;

Ed al vecchio fa dir pel servitore

Che più tempo non è di stare a bada

E ch'ei ne vengach'ei l'aspetta fuore

Acciò con essi anch'egli se ne vada;

Che lì non vuoi lasciarlo nelle peste

Ma condurlo al paese alle lor feste.

 

75.

Così di là poi tutti fer partita

Ma più d'ogn'altro allegra la fanciulla;

Perchè non prima fu dell'orto uscita

Ch'ogni incanto ogni voglia in lei s'annulla.

Anzi a' lor preghi in sul caval salita

Senza più ragionar di ber nè nulla

Va sempre innanzi agli altri un trar di mano

Fiera e bizzarra come un capitano.

 

 

76.

Brunetto si ridea di Pigolone

Perch'ei parea nel viso un fico vieto

E menava a due gambe di spadone

Come egli avesse avuto i birri dreto.

E la donna diceva: Giambracone

Che la duri! ed il vecchio mansueto

Che si vedeva fatto il lor zimbello:

Dagli purrispondeach'egli è sassello.

 

 

77.

Così scherzandocom'io dicoin briglia

Ne vanno senza mai sentirsi stanchi;

E sempre ognun più calda se la piglia

Perchè il timor gli spinge e sprona i fianchi

Perciòdopo aver fatte molte miglia.

E che lor parve un tratto d'esser franchi

Tutti affannati per sì lunga via

D'accordo si fermaro a un'osteria.

 

78.

Dove il padronche intende fare a pasto

Trova gran roba per parer garbato;

Ch'ei tien che a far non abbian troppo guasto

Ma e' non sa ch'e' non hanno desinato.

Ben se n'accorge alfin ch'ei v'è rimasto

Quando in sul desco poi non restò fiato

E che quella per lui è una ricetta

Che il guadagno va dietro alla cassetta.

 

 

79.

Magorto intantofinalmente stracco

Di menar il randello a quel partito

Sciolto ed aperto avendo omai quel sacco

Per cucinar la carne del romito

Ed in quel cambio vistovi il suo bracco

Tra cocci e vetri macolo e basito

Resta maravigliato in una forma

Ch'einon sa s'ei sia desto o s'ei si dorma.

 

 

80.

S'io percossì quel vecchio mariuolo

Com'ho io fattodisseun canicidio?

So ch'io lo presi e lo serrai qua solo

Chè gnun potea vedermi o dar fastidio;

Non so s'io sono il Grasso Legnaiuolo

A queste metamorfosi d'Ovidio

Che sono in ver meravigliose e strane

Poichè un romito mi diventa un cane.

 

81.

Cane infelicepovero Melampo

Che netto qua tenei quanto si scerne!

Chi più farà la guardia al mio bel campo

Adesso che t'hai chiuse le lanterne?

Io ho una rabbia addosso ch'io avvampo

Con quel vecchiaccio barba d'Oloferne

Che al certo fatto m'ha così bel giuoco;

Che dubbio? metterei le man nel fuoco.

 

 

82.

Oimè! le mie stoviglie e il vin di Chianti

Ch'io tolsi in dar la caccia a un vetturale

A cagion di quel tristo graffiasanti

In un tempo e versato e ito male.

Giuro al ciel ch'io non vo' ch'ei se ne vanti;

E s'ei non volapuò far capitale

Ch'io voglia ritrovarlo; e s'ei c'incappa

Che mi venga la rabbia s'ei mi scappa.

 

 

83.

Lo troverò bensìperch'io vo' ire

Qua intorno per veder s'io lo rintraccio.

Così corre alla porta per uscire

Ma ei non può farlo perch'e' v'è il chiavaccio.

Lo squote e sbatte per voler aprire

Ed or v'attacca l'uno or l'altro braccio.

Noiato alfine vanne e corre ad alto

E da' balconi in strada fa un salto.

 

 

84.

Ma perchè ei vede quivi le pedate

Volte al giardino e poi verso la via

Che Brunetto e quegli altri avean lasciate

Quando v'entraro e quando andaron via

Insospettito lascia andare il frate

Ed entra nel giardinoe a quella via

Scorge quel suo cocomero diviso

Ch'è stato il fargli un fregio sopr'al viso.

 

 

85.

Poichè levata gli han quella figliuola

Che in essocom' io ho dettosi trovava

Per la stizza non può formar parola;

Si sgraffiabatte i denti e fa la bava;

E spalancando poi tanto di gola

Urlabestemmia il cielminaccia e brava

Dicendo: o Macometto e tu comporti

Che si facciano al mondo questi torti?

 

 

86.

In quanto a techi ti pisciasse addosso

So ben che tu non ne faresti caso;

Ma io che da miei dì mai bevvi grosso

E le mosche levar mi so dal naso

Saprò ben io a costor fare il cul rosso:

Credilo pur; perchè s'e' si dà il caso

Che si darà senz'altroch'io gli arrivi

Io me gli vo' di posta ingoiar vivi.

 

 

87.

Ma dove col cervel son io trascorso?

Più bue di me non è sotto le stelle;

Perch'innanzi ch'io abbia preso l'orso

Vo'come si suol dirvender la pelle.

Fatti ci voglion quiperchè il discorso

Fuorchè a i sensalinon fruttò covelle;

E mal per chi ha tempo e tempo aspetta:

Chè mentre piscia il canla lepre sbietta.

 

 

88.

E però prima che a viola a gamba

Una fuga mi suonin di concerto

A casa Pigolon vogl'ir di gamba

Che vi sarà co' complici del certo.

Così conchiusocorre ch'ei si sgamba.

E come un bracco va per quel deserto

Tutti quanti quei luoghi a uno a uno

Cercandos'ei vi scopre o sente alcuno.

 

 

89.

Quel della cella del romito è il primo

Ove trovando il passo e porto franco

Intana drento e non vi scorge nimo

Fruga e rifruga in qua e in lànè anco;

Sgomina ciò che v'è da sommo a imo

Ma tutto invano; ond'egli al fine stanco

Se n'esce colle man piene di vento

Ma dieci volte più di mal talento.

 

 

90.

Entrò nel bosco e ogni contrada scorse

E in somma ne cercò per mari e monti;

E vedde senza metterla più in forse

Il pigiato esser lui al far de' conti;

Onde nel fine all'arti sue ricorse

Chè pur vuol vendicar sì grandi affronti

Così v'arriverò po' poi in quel fondo

Se voi fostediceadi là dal mondo.

 

 

91.

E poichè fatti egli ha certi suoi incanti

Che gli riescon bene e vanno a vanga

Andatediceo stummia di furfanti

Poich'a pianger volete ch'io rimanga.

Che sieno in casa vostra eterni pianti

Tal che ciascuno e fino al gatto pianga.

E così poi di quanto aveva detto

Nè più nè manco ne seguì l'effetto.

 

 

92.

Poichè Brunetto e le sue camerate

Pagaron l'oste (il quale assai contese

Perchè le gole lor disabitate

Gli eran parute care per le spese)

Partirone poi dopo altre fermate

Ei le condusse salve al suo paese;

E giunto a casaringraziando il cielo

Entra in salae di posta fa un belo.

 

 

93.

Entra la donna col romito appresso

Ecominciaro a piangere ambedui;

Entra il famiglio e anch'egli fa lo stesso

Senza saper perchènè men per chi.

Trovan Nardino ancor di male oppresso

E sbietolar lo veggono ancor lui;

L'astante che porgevagli l'orzata

Pur ne faceva la sua quattrinata.

 

 

94.

Nardin vede colei bell'e vezzosa

Com'appunto l'aveva nel pensiero.

E dice: benvenuta la mia sposa;

Voi mi piacete a fè da cavaliero;

Ma voi piangete? ditemi una cosa

Voi ci venite a malincorpoè e' vero?

Non vogliate risponder ch'e' non sia

Perchè voi mi diresti una bugia.

 

 

95.

Mettete pur così le mani innanzi

Rispond'ellasignorper non cadere;

Mentre temendo ch'io non mi ci stanzi

Specorate sì bench'egli è un piacere:

Ch'io mi vi leviditemidinanzi

Chè voi non mi potete più vedere

Senza darmi la burlach'io m'acquieto

E senza replicar do volta a dreto.

 

96.

Nè sossopra la man non volterei

Chè l'andare e lo starmi son tutt'una;

E bench'al mondo io sia come gli Ebrei

Che non han terra ferma o patria alcuna

Andrò pensando intanto a' fatti miei

Per veder di trovar miglior fortuna;

Perchècome dìceva Mona Berta

Chi non mi vuolsegn'è che non mi merta.

 

97.

Ed ei risponde: oimè! Signora mia!

Non vi levate in barca così presto;

S'io non v'ho detto o fatto villanía

Perchè venite voi a dirmi questo?

Abbiate un po' più flemma in cortesia

Ch'ogni cosa andrà bene in quanto al resto;

Voi siete bella ed anco di più sposa

Però non vogliat'esser dispettosa.

 

98.

Ella soggiungeed egli ribadisce:

Ella non cedeed ei risponde a tuono:

Pur gli acquieta Brunettoe al fin gli unisce

Sicchè l'un l'altro chiedesi perdono;

Ma non per questo il lagrimar finisce

Ch'ognora in casa e fuora e ovunque sono

Perchè sempre si smoccica e si cola

Hanno a tenere agli occhi la pezzuola.

 

99.

Vivono in somma in un continuo pianto;

Piangono i servi e piangon gli animali;

Onde il guazzo per terra è tale e tanto

Che e' portan tutti quanti gli stivali.

Ma torniamo a Magortoche frattanto

Per saper quel che sia di questi tali

E dove la sua figlia si ritrovi

Ha fatto al consueto incanti nuovi.

 

100.

E veduto ch'ell'è tra buona gente

Moglie d'un ricco e nobil baccalare

E che giammai le può mancar nïente

Perch'ella è in una casa come un mare

Non vi so dir s'ei gongola e ne sente

Contento grande e gusto singolare;

Di modo ch'ei si penteaffligge e duole

Di quanto ha fattoe risarcir lo vuole.

 

101.

Perciòper un suo cogno se ne corre

E nell'orto lo porta dove è un frutto

C'ha i pomi d'oroe ne comincia a corre

Durando fin che l'ebbe pieno tutto.

E poichè dentro più non ne può porre

Sapendo che 'l suo aspetto è molto brutto

Si lavaripulisce e raffazzona

E rimbellisce tutta la persona.

 

102.

E presa addosso poi quella sua cassa

Ch'è tanto grave ch'ei vi crepa sotto

Si mette in viae presto se ne passa

Ov'è la figlia e il flebile raddotto

Che al suo venire ogni mestizia lassa

Mutando in riso il pianto sì dirotto;

E versa i pomi in mezzo della stanza

Poi si sberretta in termin di creanza.

 

103.

E dice ch'egli è il padre della sposa

E che di lui non abbiano spavento;

Perch'egli omai scordato d'ogni cosa

L'antico sdegno totalmente ha spento.

Anzicome persona generosa

Vuol dare agli sponsali il compimento

Ch'è quello che la sposa abbia la dote

E che non vadia a marito a man vote.

 

104.

E perchè qualsivoglia donnicciuola

Porta la dote ed il corredo appresso

Acciocch'in quella casa la figliuola

Possa mostrar d'aver qualche regresso

Nè che gli abbian a aver quel calcio in gola

Che un picciolo nè anche v'abbia messo

La vuol dotar conforme al grado loro

Con quel gran monte di bei pomi d'oro.

 

105.

Gli sposi allor brillando con Brunetto

Gli rendon grazie e fan grata accoglienza;

Ed ordinato un grande e bel banchetto

Reiterâr le nozze in sua presenza.

Ed egli poi al fin con ogni affetto

Riverì tutti e volle far partenza

Lodandosi del furto del romito

Che sì grand'allegrezza ha partorito.

 

 

 

 

 

OTTAVO CANTARE.

 

 

ARGOMENTO.

 

Dalle sue Fate Paride vestito

Vede la galleria di quell'albergo:

D'un'avventura grande è poi avvertito

E appresso ha un libro che non parla in gergo

Con una spada d'un acciar forbito;

Ond'ei piglia licenzae volta il tergo.

Vien Piaccianteo condotto al generale

Che non gli volle far nè ben nè male.

 

1.

Vorrei che mi dicesse un di costoro

Che giostrantutta notte per le vie

Che gusto v'è; perchèa ridurla a oro

Non v'è guadagno e son tutte pazzie;

Poichèlasciando ch'e' non è decoro

L'aria cagiona cento malattie.

Mille disgrazie possono accadere

Mille malannidiavoli e versiere.

 

2

Sapete ch'e' s'inciampa e ch'e' si casca

Si può in cambio d'un altro esser offeso;

O dar in unse t'hai moneta in tasca

Ch'alleggerir ti voglia di quel peso;

Manca in qual mo' si può correr burrasca:

Però vi giuroch'io non ho mai inteso

La fin di questi talie tengo a mente

Quel ch'un tratto mi disse un uom valente.

 

3.

La nottedisseè un vaso di Pandora

Che versa affrontirisichi e tracolli;

Perocchè nel suo tempo sbucan fuora

Tutti i ribaldiladri e rompicolli;

Onde sia ben riporsi di buon'ora:

E deve esempio l'uom pigliar da' polli

Che l'un di loro al più vale un testone

E pria che 'l Sol tramontisi ripone.

 

4.

Ed egli che d'un mondo assai più vale

Sta fuori tutta notteo diacci o piova

E gira al buio come un animale

Cercando di Frignuccio in bella prova;

Nè fia gran fatto poi se gli avvien male

Chè ben sapesti che chi cerca trova.

Ed eccovene in Paride il riscontro

In modo che non v'è da dargli contro.

 

5.

Perchè le son tutte cose provate

E vereche non v'è spina nè osso;

E non si trovan poi sempre le Fate

Chè vengano a levarti il mal da dosso;

Come al Garaniquand'a gambe alzate

Andato era la notte giù nel fosso

Chementre conteggiava colla morte

Da esse ebbe un favor di quella sorte.

 

6.

Or questi vuol che pur di lui discorra

Onde di nuovo a' atti suoi ritorno.

Le ninfeche 'l vedean batter la borra

Tutte li son co' panni caldi attorno

E già tra loro par che si concorra

Di fargli dare una scaldata in forno;

Ma perchè questo in danno suo risulta

Dir volle il suo parere anch'ei in consulta.

 

7.

Che terminò di non farn'altro; ond'esse

Lo feron rivestire a spese loro;

Una camicia nuova una gli messe

C'ha dal collo e da man trina e lavoro;

L'altra il giubboneun'altra le brachesse

Tutto di un ricco e nobil quoio d'oro;

Un'altra gli ravvia la capelliera

E gli metteil benduccio e la montiera.

 

8.

A spasso poi lo menan per la mano

A veder la lor bella abitazione

Ma poi più buonabenchè sia in pantano

Perchè a pagar non hanno la pigione;

La quale è un negozio odioso e strano

Quando quell'insolente del padrone

Ti picchia a casa e con sì poca grazia

Chiede il semestrech'e' non vè una crazia.

 

9.

Circa questopensiero elle non hanno.

Nè di fare altre spesecome accade

Ad ogni galantuomo a capo d'anno

D'acconci tasse e lastrichi di strade.

Il ventoe il freddo non può far lor danno

Perch'il tettoche scorre e mai non cade

L'inverno su i pilastri di corallo

Si ferma e forma un palco di cristallo

 

10.

Di state il Sole giù ne' lor quartieri

Non può col frugnolone aver l'ingresso;

Tal ch'elle stanno bene e volentieri.

E godonoun pacifico possesso.

Paride intanto infra tazze e bicchieri

E di più sorte vini e frutte appresso

Con esse ritrovandosi in cantina

Volle provarne almeno una trentina.

 

11

Nè per questo alterato egli ne resta;

O venga ch'egli è avvezzo in Alemagna

O che quel vin faccia a salvar la testa

Ed in quel cambio dia nelle calcagna;

Ragion che quadra bene e quella e questa

Perch'ei non urta mai chi l'accompagna

Ma sempre in tuonoe dritto com'un fuso

Con esse per le scale torna suso.

 

12.

Ov'egli entrato in una bella sala

Ch'ella sia l'accademia si figura;

Perchè vi son l'aratolo e la pala

Strumenti da studiar l'agricoltura:

Di lì poi salgon sopr'a un'altra scala

Di baston congegnati infra due mura.

Dondearpicando come fan le gatte

Vanno a passar per certe cateratte.

 

13.

Ma qui la Musa vuol ch'io mi dichiari.

Circa al descriver queste loro stanze;

Chè s'io vi pongo addobbi un po' ordinari

Non son per dir bugie nè stravaganze;

Perchè le ninfe han solo i necessari

Nè voglion pompe nè moderne usanze

Per insegnare a noi ch'abbiam le borie

Di quadrie letti d'oroe tante storie.

 

14.

Ch'ognun vuol far il principe al dì d'oggi;

Sebben chi la volesse rivedere

Molti si veggon far grandezze e sfoggi

Che sono a specchio poi col rigattiere.

Il lusso è grande e già regna in su i poggi

E son nelle capanne le portiere.

E tra cannelli insin qualsivoglia unto

Ha i suoi stipetti e seggiole di punto.

 

15.

Orsùperch'ío non caschi nella pena

De' cinque soldiecco ritorno a bomba

A brache d'orche nel salire arrena

Per quella scala che va su per tromba

Perchèsebbene ci fa il Mangia da Siena

Gli è disadatto e pesa ch'egli spiomba;

E colle ninfe a correr non può porsi

Massime lìche v'è un salir da orsi.

 

16.

Elle di giàcom'io diceva adesso

Uscite son di sopra a stanze nuove

Aspettando che faccia anch'ei l'istesso

Ch'appunto com'il gambero si muove;

Onde convien poi loro andar per esso.

Ed aiutarlo fin che piacque a Giove

Che quasi manganato e per strettoio

Passasse ad alto il cavalier di quoio

 

17.

'N un dormitorio grandema diverso

Ove ciascuna in proprio ha la sua cella

Che stacom'io diròper questo verso

Se non erra Turpin che ne favella

Una stanga a mezz'aria evvi a traverso

Dov'ella tien le calze e la gonnella

Il penzol delle sorbe e del trebbiano

E quel che più le par di mano in mano.

 

18.

Più giù da banda un tavolin si vede

Che su i trespoli fa la ninna nanna

E fa spalliera al muroove si vede

Una stoia di giunchi e sottil canna.

Evvi una madia zoppa da un piede

E il filatoio colla sua ciscranna;

Non v'è lettise non un per migliaio

Chè tutte quante dormono al pagliaio.

 

19.

Paride guarda e par che gliene goda;

Chè la gente alla buona e positiva

Sempre gli piacquee la commenda e loda.

In questo mentre a un'altra porta arriva

E nel sentir un certo odor di broda

Che tutto lo conforta e lo ravviva

Entra di puntaperchè s'indovina

Che quella sia senz' altro la cucina.

 

20.

Dal che sentitosi allegare i denti

Sì pensa che vi sien grand'apparecchi;

Ma trova in ozio tutti gli strumenti

E i piatti ripuliti come specchi:

Teglie e padelleinutili ornamenti

Star appiccate al muro per gli orecchi;

Ed anche son per starvi più d'un poco

Perchè il gatto a dormir vede in sul fuoco.

 

21.

Ond'egli offeso molto se ne tiene

Ch'una mentita per la gola tocca;

Ma quelle che s'avveggon molto bene

Ch'egli ha l'arme di Siena impressa in bocca

Gli accennan ch'ei vedrà se il corpo tiene;

Ed ei ghignando allor più non balocca

E con esse ne va di compagnia

Per ultimo a veder la galleria.

 

22.

Di maiolica nobil di Faenza

Ivi le soglie sono e i frontespizi;

Quivi son quadri di gran conseguenza

Di principi ritratti e di patrizi

Originali fatti già in Fiorenza

Da quel che gli vendea sotto gli Ufizi;

Ed evvi dello stesso una sibilla

Ed una bella cittadina in villa.

 

23.

Di cartapesta mensole e sgabelli

Intorno intorno innalzansopra al piano

Statue eccellenti di quei Prassitelli

Ch'a i sassi danno il moto in Settignano;

Cedano i Buonarruoti e i Donatelli

A quel basso rilievo di lor mano

Ch'a' Padri Scalzi pur si vede ancora

Sull'arco della porta per di fuora.

 

24.

Sicchè quest'opre che non hanno pari

Quanto i suddetti quadri c'han del vago

Non si posson pagar mai con danari

Perchè son gioie che non hanno pago.

Uno scaffale v'è di libri vari

Ch'eran la libreria di Simon Mago

Ch'abbellita. di storie e di romanzi

Fu poi venduta lor dal Pocavanzi.

 

25.

Evvi un tomo fra gli altri scritto a penna

Ch'a me par bello e piace sine fine

Ove si legge in carta di cotenna

Tradotte le libréttine in sestine;

E che Galeno e il medico Avicenna

In musica mettean le medicine;

Peròse il corpo sempre a chi le piglia.

Gorgheggia e canta non è meraviglia.

 

26.

Un ve n'è in rima che La Sfinge è detto

Scelta d'enigmi che non hanno uguali;

Perch'ognuno è distinto in un sonetto

Che il poeta ha ripien tutto di sali:

Perch'eiche sa che è saleebbe concetto

Acciocchè i versi suoi sieno immortali

E i vermi dell'obblio non dien lor noia

Porgli fra sale e inchiostro in salamoia.

 

27.

Altri poemi poi vi sono ancora

Ed hanno caparrato alla Condotta

Grilloil GiambardaIpolito e Dianora

I sette Dormientie Donna Isotta

E un certo Malmantilche s'e' va fuora

Ecco subito bell'e messe in rotta

Le Dee col Bambiche l'ha chiestoe vuole.

Farne all'acciughe tante camiciuole.

 

28.

Evvi anch'un libro di segretiil quale

Giova a chi legge e insegna di bei tratti

E infra gli altria far che le cicale

Cantinsenza che 'l corpo se le gratti;

E a far che i tordi magricoll'occhiale

Guardandoglidivengan tanto fatti.

Descrive poi moltissimi rimedi

Per chi patisce de' calli de'piedi.

 

29.

S'io vi narrassi tutto il continente

Costuidirestiha i lucidi intervalli;

Pur vo' contarven'una solamente

Ch'è veranè crediate ch'io sfarfalli

Racconta d'una tal parturïente

Che una carrozza fece a sei cavalli

E ch'una voglia fu che avea avuta;

Ed io lo crederò senza disputa.

 

30.

Perchè la donnacome altera e vana

Sopr'agli sfoggi ognor pensa e vaneggia;

E bench'ell'abbia un ceffo di befana

Pomposa e ricca vuol che ognun la veggia:

Perciò colei ebbe la voglia strana

Della grandezza dell'aver la treggia

Ancorchè tutteperchè il cervel gira

Le girelle vorrianchè 'l sangue tira.

 

31.

Ma basti circa i libri quanto ho detto;

Perch'ioche negli studi non m'imbroglio

E questi mai nè altri non ho letto

Chè forse i fatti lor saper non voglio

A qualche error non voglio star soggetto

Chè pur troppi n'ho fatti sopr'al foglio;

E poi perchè son tanti e tanti i tomi

Che né anco so dir d'un terzo i nomi.

 

32.

Però seguiam con Paride le Dee

A veder cose belle e stravaganti

E prima troverem di gran miscee:

Corpi di mummie ed ossa di giganti:

Essere in corpo a un pesce due galee

Impietrite con tutt'i naviganti

Legnili quali esse han per tradizione

Che fur fatti del giuggiol di Nerone.

 

33.

Chiuse in un vaso poi vedrem le gotte

Ch'ebbe quel vecchio chioccia di Sileno;

E l'asta che fudicondi Nembrotte

Con che volle infilzar l'arcobaleno;

Benchè si creda più di Don Chisciotte:

E veramente non può far di meno

Perchè in vettanel mezzo della lama

V'è scritto Dulcinea ch'era sua dama.

 

34.

Pende dal palco un secco gran serpente

Che quasi al coccodrillo s'assomiglia;

E dicon che la coda solamente

Per la lunghezza arriva a cinque miglia;

Ma quel che più curioso di nïente

È certoè una grandissima conchiglia

Ove fra minuta alga e poca rena

Sta congelato un uovo di balena.

 

35.

Evvi un manticeil qual per via d'ingegni

Soffiando fa girare uno strumento

D'un arcolaio a ventiquattro legni

Invenzion nuova d'orivolo a vento;

Perch'ogni stecca ha i suoi numeri e segni

Che mostran l'oree' quarti e ogni momento.

Chi vi dipana sa quant'ei lavora

Ch'al fin d'ogni gomitol suona l'ora.

 

36.

Una sfera bellissima si vede

Ch'è sopr'a un ben tornito piedistallo

Che per giustezza tutte l'altre eccede

O sien fatte di legno o di metallo;

Vada pure e sotterrisi Archimede

Con quella sua ch'ei fece di cristallo

Ch'e' bisogna guardarla e starsi addietro

Perchè si rompe giusto come il vetro.

 

37.

Chè questache con ogni diligenza

Di purgate vesciche fu commessa

Se per disgrazia o per inavvertenza

Perquote o cadeell'è sempre la stessa.

E se 'l cristallo ha in sè la trasparenza

La vescica al diafano s'appressa;

Ed è un corpo che giammai non varia

E quel si cangia ognor secondo l'aria.

 

38.

Se in Grecia fatta fu la cristallina

E questa di vesciche vien da Troia

Che a Fiesol fa portata a Catilina

La notte ch'ei fuggì verso Pistoia;

Ch'ei non giunse nè anco alla mattina

Ch'il poveraccio vi tirò le quoia;

Sicchè due capitan sue camerate

La preseroe la diedero alle Fate.

 

39.

Mentre s'ammira così bel lavoro

E vi si fanno su cento argomenti

Paride guardae vede una di loro

Cavarsi un occhiola parrucca e i denti

E dargli a un'altraperchè in tutto il coro

Delle naiadi ch'ivi son presenti

O fuorachè pur anche son parecchi

Han sol quei dentiun occhio e due cernecchi.

 

40.

Peroch'elle son cieche e vecchie tutte

E loro i denti son di bocca usciti;

Ma non per questo ell'appariscon brutte

Ch'ell'hanno volti belli e coloriti;

E se mangiar non posson carne e frutte

Elle s'aiutan con de' panbolliti

Perchè quei denticome l'occhio e i ricci

Non hanno più virtùch'e' son posticci.

 

41.

Gli portan per bellezza solamente

Una per voltaacciocchè per la via

S'ell'ha ir fuora a vista della gente

Asconda ogni difetto e mascalcía;

Ma il tenergli la legge non consente

Se non un'orae poi a quella via

A riportargli a casa vien costretta

Acciocch'un'altra dopo se gli metta.

 

42.

Così per osservar le lor vicende

Questa ch'io dico se gli cava adesso

Già ritornata dalle sue faccende

Perch' il portargli più non l'è permesso

Ond'a quell'altra gli consegna e rende

Cedendo ogni ragion e ogni regresso

Perchè in quest'ora a ornarsi ad essa tocca

La fronte e il capoe riferrar la bocca.

 

43.

Piena di cibi intanto una credenza

Vien pari pari aperta spalancata.

E fatta da vicin la riverenza

Parole pronunziò di questa data:

Cavalierse tu vuoi far penitenza

E in parte a noi piacere e cosa grata

Ho munizion da caricar la canna

E poi da bere un vino ch'è una manna.

 

44.

Credilo a me ch'egli è del glorïoso;

Però qua dentroviadistendi il braccio

Chè troverai del buono e del gustoso

Se tu volessi ben del castagnaccio.

Paride fece un po' del vergognoso;

Ma nel veder le bombole nel ghiaccio

Mandò presto da banda la vergogna

E fece come i ciechi da Bologna.

 

45.

Levatagli poi via la calamita

Di quel buon vino e massime del bianco

Gli fataron le Dee tutta la vita

Dalla basetta infuor del lato manco;

Sicchèin quanto ad aver taglio o ferita

In altra parteera sicuro e franco:

Poi dangli un brando colla sua cintura

E del trattarlo l'intavolatura.

 

46.

E perchè il tempo ormai era trascorso

Che inviarlo dovean di quivi altrove

Prima in sua lode fatto un bel discorso

Che l'agguagliava a Marteal Sole e a Giove

Figliuol disseroquanto t'è occorso

Fin qui stanottee il come e il quando e il dove

A noi palese è tutto per appunto

Anzi sei qui per opra nostra giunto.

 

47.

Acciò tu vada incontro a un'avventura

pro d'unpover uomo questa notte.

Questo è un talcognominato il Tura

Ch'in Parïon gonfiava le pillotte.

Era in bellezze un mostro di natura

sicchè tutte le donne n'eran cotte;

E lasciando i rocchetti ed i cannelli.

Per luich'è ch'èfacevano a' capelli

 

48.

Non ch'ei ne desse loro occasïone

Come qualche Narciso inzibettato

Ch'una cuffia ch'e' vegga a un verone

Di posta corre a far lo spasimato;

Anzi è un di quei ch'al mondo sta a pigione

A bioscio nel vestire e sciamannato;

Ch'addosso i panni ognor tutti minestra

Tirati gli parean dalla finestra.

 

49.

Ed esse eran capone; ma chiarite

Alfin lasciando quel suo cuor di smalto

Fecer come la volpe a quella vite

Ch'aveva sì bell'uva e tanto ad alto

Che dopo mille proveanzi infinite

Arrivar non potendovi col salto

Gli ème'dissech'io cerchi altra pastura

Chè questa ad ogni mo' non è matura.

 

50.

Così non la saldò già Martinazza;

La qual non vi trovando anch'ella attacco

Poichè gran tempo andata ne fu pazza.

Avendo il terzo e quarto e ognuno stracco

Condurre un giorno fecelo alla mazza;

E per via d'un che le teneva il sacco

Avvezzo a tosar pecore ed agnelli

Mentr'ei dormivagli tagliò i capelli.

 

51.

Quei capellich'un tempo avea chiamati

Del suo fascio mortal funi e ritorte

Le bionde chiomeo Dio! quei crini aurati

Che ricoprivan tante piazze morte

Onde scoperti furo i trincerati

Ove il nimico si facea sì forte;

Perchèper quanto un autore accenna

Lo rimondaron fino alla cotenna.

 

52.

E così Martinazza ebbe il suo fine

Volendo vendicarsi per tal via;

Perocchè buona parte di quel crine.

Ch'alcun non se n'avveddeleppò via;

E fabbriconne al Tura le rovine

Con una potentissima malía

Che registrata in Dite al protocollo

In un lupo rapace trasformollo.

 

53.

E questo lupo raggirar si vede

Intorno a un montuoso casamento

D'una genteche mentre move il piede

Sopra alla terra v'è rinvolta drento.

Di questa cosa il tempo non richiede

Così per ora fartene un comento;

Perch'egli è tardie pria che tu l'intenda

Spedir devi lassù questa faccenda.

 

54.

Or dunque vannee perchè tu non faccia

Qualche marron ma venga a arar dritto

Acciò tal magistero si disfaccia

Perchè scattando un pel tu avresti fritto

In questo libro qui faccia per faccia

L'ordine e il modo si ritrova scritto;

Portalo tecoe acciocchè tu discerna

Perch'egli è buioto' questa lanterna.

 

55.

Egli la prende con il libro insieme

Dicendo che varrassi dell'avviso:

E che d'incanti e diavoli non teme

Perch'egli è uom che sa mostrare il viso.

Si partee perchè al campo andar gli preme

In due parti vorrebbe esser diviso:

Pur vuol servírleperch'ei si figura

Che non ci vada gran manifattura.

 

56.

Considerando poi nel suo cervello

Che s'a quel luogo a bambera s'invia

Potrebbe andar a Roma per Mugello

Perch'ei non si rinvien dov'ei si sia

Ricerca nel suo mastro scartabello

Di quei paesi la geografia;

Ma quelper quanto noi potrem comprendere

Non si vorria da lui lasciare intendere.

 

57.

Fu Paride persona letterata

Che già studiato avea più d'un saltero;

Ma poi non ne volendo più sonata

Alla scuola studiò di Prete Pero;

Peròs'ei non ne intende boccicata

È da scusarlo; e poiper dire il vero

Lettere ed armi van di rado unite

Perc'han di precedenza eterna lite.

 

58.

Ma benchè la lettura sia fantastica

A un che si può dir non sa nïente

E ch'altro di vìrtù non ha scolastica

Che pelle pelle l'alfabeto a mente

Tanto la biasciastrologa e rimastica

Ch'a cómpito leggendofinalmente

Il sunto apprendee fra l'altre sue ciarpe

Ripone il libroe sprona poi le scarpe.

 

59.

Così camminae a quel castello arriva;

Passa dentrolo gira e si stupisce

Che quivi non si vede anima viva

Perch'a quell'ora in casa ognun poltrisce.

Ma perchè non è tempo ch'io descriva

Quanto col Tura a Paride sortisce

Con buona grazia vostra farem pausa

Per diffinir di Piaccianteo la causa.

 

60.

Che da quei tristicom'io dissi dianzi

Fattomentre pappavaassegnamento

D'insaccarsi per lor quei pochi avanzi

Toccò de' piè nell'arsenal del vento.

Di poi gli stessi sel cacciaro innanzi

Giusto come il villano il suo giumento.

Pungolandolo come un animale

Finchè lo spinser dove è il generale.

 

61.

Appunto il generale a far s'è posto

Alle minchiateed è cosa ridicola

Il vederlo ingrugnato e maldisposto

Perchè gli è stata morta una verzicola.

Le carte ha dato malnon ha risposto

E poi di non contareanco pericola

Sendo scoperto aver di più una carta

Perchè di radoquando rubascarta.

 

62.

Costoro alfine se gli fanno avanti

Per dirgli del prigion c'hanno condotto;

Ma e' posson predicar ben tutti quanti

Perch'eglich'è nel giuoco un uomo rotto

E perde una gran mano di sessanti

E gliene duole e non ci può star sotto

Lor non dà rettae a gagnolare intento

Pietosamente fa questo lamento:

 

63.

Che t'ho io fatto maifortuna ria

Che t'hai con me sì grande inimicizia

Mentre tu mi fai perder tuttavia

Che e' non mi tocca pure a dir Galizia?

Questo non si farebbe anche in Turchia

L'è proprio un'impietade un'ingiustizia.

Vedinon lo negarche tu l'hai meco;

E poi se n'avvedrebbe Nanni cieco.

 

64.

Ma se volubil sei quanto sdegnosa

Facciam la pacemanda via lo sdegno;

E se tu sei de' miseri pietosa

Danne col farmi vincer qualche segno.

«Fu il vincer sempre mai lodevol cosa

«Vincasi per fortuna o per ingegno;»

Perciò de' danni miei restando sazia

La fortuna mi sianon la disgrazia.

 

65.

Ma che gracch'io? forse che tai preghiere

Mi farandopo così gran disdetta

Vincer la posta o porre a cavaliere?

Sìsì; ma basta poi non aver fretta.

O baccellaccio! l'orso sogna pere

L'è bell'e vintaovvia tientela stretta.

Capitale! sai tu quel che tu hai a fare?

Se tu non vuoi più perdernon giocare.

 

66.

E cosi finiran tanti schiamazzi

Di chiamar la fortuna e i giuochi ingiusti;

Chèmentre vi ti ficchi e vi t'ammazzi

Tu spendi e paghi il boia che ti frusti.

Gli è ver; ma il libriccin del Paonazzi

Ov'io ritrovo ognor tutt'i miei gusti

Per forza al giuoco mi richiama e invita

Appunto come il ferro a calamita.

 

67.

E sarà ver ch'io abbia a star soggetto

Ad una cosa che mi dà tormento?

Come tormento? oibò! s'io v'ho diletto!

Sì; ma intanto per lui vivo scontento.

Oh perfido giocaccio! oh maladetto

Chi t'ha trovato e me che ti frequento!

Tu non ci hai colpa tu; a me il gastigo

Si dee darpoichè con te m'intrigo.

 

68.

Datemi dunque un mazzo in sulla testa:

Vedete! eccomi qui ch'io non mi muovo;

Nè voi farete cosa men che onesta

Se dal giocarmorendoio mi rimuovo:

So ch'ogni dì sarebbe questa festa

Ch'altro diletto che giocar non provo;

Ed a giocare omai son tanto avvezzo

Che'l pentirmi non giovami da zezzo.

 

69.

L'usare ogni sapereogni mia possa

Non vale a farmi contro al giuoco schermo;

Imperocch'io l'ho fitto sì nell'ossa

Ch'amo il mio mal qual assetato infermo

E forse giocherò dentro alla fossa.

Che forse! diciam pur: tengo per fermo;

E se trovar le carte ivi non posso

Faròpurch'e'si giuochiall'aliosso.

 

70.

Van co' libri alla fossa i gran dottori

I bravi colla spada e col pugnale:

Con libro ed armi anch'io da giocatori

Sarò portato morto al funerale

Grillandato di fiori; e a picche e cuori

Trapunta avrò la vestee per guanciale

Quattro mattoni; e poichè pien di vermini

I quarti avròvo' fare un quarto a' Germini.

 

71.

Volea seguir; ma tutti della stanza

Gli dieron su la vocecon il dire

Che il perdere è comunee star usanza;

E perde una miseria di tre lire;

Però si quieti pure e abbia speranza

Chè un giorno la disdetta ha da finire;

Perocchè i tempi variabili sono

E dopo il tristo n'ha a venire il buono.

 

72.

Intanto gli mostraron il prigione

Che sott'il manto dell'ipocrisia

In caritàdicendoin divozione

Faceva lo scultoreidest la spia;

Peròperch'in effetto egli è un guidone

L'impicchis'ei vuol fare opera pia:

Serragli purdiceanla gola; e poi

S'ei ridice più nullaapponlo a noi.

 

73.

Amostantech'è uom di buona pasta

E poi dabbeneancorch'egli abbia il vizio

Di questo suo giocar dov'ei si guasta

Fa liberarlo senz'alcun supplizio

Dicendo ch'a impiccarlo non gli basta

L'aver semplicemente un po' d'indizio;

Ma quand'anch'egli avesse ciò commesso

Del far la spia non se ne fa processo

 

74.

Ed al prigion preterito imperfetto

Rivolto colle carte in manl'invita

Già fattoselo porre a dirimpetto

A giocar d'una crazia la partita

Ovver si metta fuor in sul buffetto

Un testoncinoe sia guerra finita;

Così lo pregalo scongiura e in parte

Bada pur sempre a mescolar le carte.

 

75.

Quegliche compiacerlo non gli costa

E vede averla avuta a buon mercato

L'invito tiene e regge a ogni posta

Bench'ei non abbia un bagattino allato;

E dice: al più faremo una batosta

Quand'ei mi vinca e voglia esser pagato;

Di rapa sangue non si può cavare

Nè far due cose: perdere e pagare.

 

76.

Duraro a battagliar forse tre ore

Poi la levaron quasi che del pari;

Se non ch'il general fu vincitore

Di certa po' di somma di danari.

E perchè gli domanda e fa scalpore

Queiche gli spese in cene e in desinari

Non averdicemanco assegnamento;

Talchè Amostante resta al fallimento

 

 

 

NONO CANTARE

 

Argomento

 

Giunti i rinfreschi e invigorito il campo

Corre all'assaltoe segue aspra baruffa.

Malmantil quasi è presoond'al suo scampo

Chiama all'accordoe termina la zuffa;

Chi tratta più di guerra or trova inciampo

Perchè nell'allegrezze ognun si tuffa:

Fassi in corte il convitoe poidal vino

Riscaldati quei principiil festino.

 

1.

La guerra che in latino è detta bello

Par brutta a me in volgar per sei befane;

Non ch'altros'e' comincia quel bordello

Di quell'artiglierie che son mal sane

E ch'e' non v'è da mettere in castello

E stenti poi per altro com'un cane

Senz'un quattrìno e pien di vitupero;

Ditelo voi se questo è un bel mestiero.

 

2.

E pur la gente corree vi s'accampa

Ognunper farsi un uomo e acquistar gradi

Quasi degli uomin colà sia la stampa

Mentr'il cavarne l'ossa avviene a radi.

Là gli uomin si disfannoe chi ne scampa

Ha tirato diciotto con tre dadi;

E pria ch'ei giunga a esser caporale

Mangerà certo più d'un staio di sale.

 

3.

Sícchè e' mi par ben tondo ed un corrivo

Chi può star bene in casa allegro e sano

E lascia il proprio per l'appellativo

Cercando miglior pan che quel di grano.

Ce n'è un'altra ancor ch'io non arrivo

Ch'è quell'assalir un coll'armi in mano

Che non sol non m'ha fatto villania

Ma che mai viddi in viso in vita mia.

 

4.

Orsùcerchi chi vuol battaglia e risse

E si chiarisca e provi un po' le chiare;

Che s'io credessi farmi un altro Ulisse

L'armi perciò non m'hanno a inzampognare.

Ognuno ha il suo capricciocome disse

Quel lanzo che volea farsi impiccare;

Però mi quietoma perch'ora bramo

Mostrarvi il veroattenti e cominciamo.

 

5.

Sorge l'aurorae come diligente

Spazza le stelle in cielo e fa pulito;

Poi fassi alla finestra d'orïente

E vòta l'orinal del suo marito;

Ma perchè il carretton ricco e lucente

Già muove il Sole ed ella l'ha sentito

Acciocch'ei non la vegga sconcia e sciatta

Manda giù l'impannata e si rimpiatta.

 

6.

Quando il vitto comparve ed il rinfresco

Sicchè chi avea col masticar divieto

Appoggiò lietamente il corpo al desco

Ecome si suol dirriebbe il peto.

E il generalche tutta notte al fresco

Andò coll'astrolabio innanzi e indreto

Battendo la dïana in sul lunario

Avea fatto di stelle un calendario.

 

7.

Lasciato s'era anch'egli rivedere

Tutto quanto aggrezzato al pappalecco

Dove per aver meglio il suo dovere

Fece in principio un bel murare a secco.

Quand'ei fu pienoalfin chiese da bere

E poich'egli ebbe in molle posto il becco

Figliuolidisseomai venuta è l'ora

Ch'e' si tratta d'averla a cavar fuora.

 

8.

Se a mensa ognun di voi tanto s'affolta

Mangia per quattro e beve poi per sette

Che par proprio ch'e'sia giunto a ricolta

Anzi ch'egli abbia a far le sue vendette;

Tal ch'io pensai vedervi anco una volta

La tovaglia ingoiar e le salviette:

Ed ebbi un tratto anche di me paura;

Per una spalla dávola sicura.

 

9.

Redeamus ad rem: secome ho detto

Qua foste al bere infermi e al mangìar sani

E co' coltelli in man standovi a petto

Riusciste sì bravi sparapani

In battaglia vedervi ancora aspetto

Colla spada così menar le mani

Onde il nimico vinto ed abbattuto

Ne siacome stanotte ho preveduto.

 

10.

Chè quasi fui per dar nelle girelle;

Perchèdopochè i punti della Luna

Ebbi descrittie che tutte le stelle

Avevo rassegnate ad una ad una

Trovo smarrite aver le Gallinelle;

Ma dopo è ch'io mi davo alla fortuna

Che fra le stelle fisse e fra l'erranti

Non vedevo nè anche i Mercatanti.

 

11.

Ma dissi poi da me che poco importa

Se quel branco di polli non si trova;

Anzi che questo a noi risparmio apporta

Perocchè mangian molto e non fann'uova.

E se nè anche alcuna stella ho scorta

De' Mercatantiqui creder mi giova

Ch'e' sieno in fieraovvero al lor viaggio

Per la Via Lattea a mercantar formaggio.

 

12.

Ma perchè in armi boti son costoro

Chefuor che a' tribunalinon fan lite

Nè altro scudo impugnan che quel d'oro

Nè danse non di pennale ferite

Ogn'altro poi nel resto dee dar loro

Come a' lor libri piantan le partite;

Senza lor dunque andiamchè avrem vittoria:

Essi cerchin la robae noi la gloria.

 

13.

Non prima stabilì l'andare in guerra

Che vedestipiù presto ch'io nol dico

Un leva leva a un trattoun serra serra

Ed ir correndo contr'all'inimico:

Com'un branco d'uccelli il quale in terra

Sia calato a beccar grano o panico

Un che si muovabasta; chè quel solo

Fa subito pigliare a tutti il volo.

 

14.

I coraggiosial primo che si mosse

Gli altrigià sendo meglio su' picciuoli

Non poterono stare più alle mosse

Ma corsero ancor lor come terzuoli.

Giunti di Malmantile in sulle fosse

Drizzate al muro assai scale a piuoli

Il salirvi tenevano una baia

Com'andar pe' piccioni in colombaia.

 

15.

Ma quei di sopra fecero parerli

Ben presto un altro suon; perchè isso fatto

Cominciaro a tirar non solo i merli

Ch'avrebbon le testuggini disfatto

Maquasi fosse quivi un Bastian Serli

O quanti architetture hanno mai fatto

A stampar capitelli e frontespizi

Per aria diluviavan gli edifizi.

 

16.

Gli stipitile soglie e gli architravi

A questo effetto essendo già smurati

Per via di currid'argani e di travi

Gli avevan sulle mura strascinati;

E benchè molto disadatti e gravi

In tal maniera posti e bilicati

Che ad ogni po' di spinta botto botto

Faceano un venga addosso a chi era sotto.

 

17.

Le donne anch'esse corron co' figliuoli

E ciò che trovan gettan dalle mura;

Chi colla conca o vaso da viuoli

Pigha a qualcun del capo la misura:

Profuma il piscio i panni e i ferraiuoli

Nè guardan s'e' v'è pena il far bruttura

Chi tira già un lastrone alle cervella

Che s'e' v'è grilli serva per murella.

 

18.

Chiperchè giù non piglin l'imbeccata

Cuopre i capi con tegoli e mattoni:

Chi versa giù bollente la rannata.

Che pela i visi e porta via i bordoni:

Nell'olio un'altra intigne la granata

E fa l'asperges sopra i morïoni:

Altre buttan le casseacciò i soldati

Partir si debban poichè son cassati.

 

19.

Un'altra con un gatto vuol la berta:

Legato il cala; ond'ei fra quei d'Ugnano

Sguaina l'ugna e colla bocca aperta

Grida inasprito in suo parlar soriano:

Ed il primo ch'ei trovaegli diserta

Chè dov'ei chiappavuol levarne il brano:

Così l'alz'ella e abbassa colla corda

Acciocch'or questo or quello ei graffi e morda.

 

20.

Miagola e soffia il gatto e s'arronciglia

Ed essa gode ed utile ne strappa;

Perchè quel che tra l'ugna un tratto piglia

Egli è miracol poi se più gli scappa;

Ond'ella spessoche lo tiene in briglia

Lo tira su con qualche bella cappa

Con qualche ciarpa o qualche pennacchiera.

Ecosì gli riesce di far fiera.

 

21.

Quand'una volta lascialo calare

Dinanzi al busto di Grazian Molletto

Che fu dì posta per ispiritare

Quel pelliccion vedendo intorno al petto

La bestia intanto saltae dal collare

Tutto prima gli straccia un bel giglietto;

Di poi si lancia e al capo se gli serra

Sicchè il cappello gli mandò per terra.

 

22.

Non sa Grazianche diavol si sia quello;

Pur tanto fach'al fine ei se ne sbriga

Ed alza il viso per farne un macello.

Ma vedendo il rigiro e ch'ei s'intriga

Con damevuol cavarsi di cappello;

Ma perch'il micio gli ha tolto la briga

La dama accivettataanzi civetta

Lo burla che gli è corsa la berretta

 

23.

Ed ei che da colei punger si sente

Onde al naso lo stronzolo gli sale

Perde il rispetto e quivi si risente

Con dirgli mona Merda e ogni male.

Va in questo all'aria un gran romor di gente

Che a terra scende a masse dalle scale

Fiaccate e rotte anch'esse dagli spruzzoli

Di pietre che ancor grattano i cocuzzoli.

 

24.

Chi bocconchi per banda e chi supino

Giù se ne viene e fa certe cascate

Che manco le farebbe un Arlecchino

Quand'in commedia fa le sue scalate.

Sicchèse innanzi fecero il fantino

Le brache in fatti gli eran poi cascate;

E infranti e pesti andando giù nel fosso

Hann'oltre a questo nuove scale addosso.

 

25.

Quantunque il campo annaffi tal rugiada

Come le zuccheinarpican le scale;

Onde più d'uno in giù verso la strada

Fa pur di nuovo un bel salto mortale:

Ma benchè a monti ne trabocchi e cada

Sardonello sta forte e in alto sale;

E tra i nimici affinea lor mal grado

Mette su il piede e agli altri rompe il guado.

 

26.

Chi vidde in un pollaio ove si trova

Un numero di polli senza fine

Tra lor cascar qualche pollastra nuova

Che tost'addoss'ell'ha galli e galline

Ciascun per far di lei l'ultima prova;

E se e' non fosse la padrona alfine

Che la difende e da beccar le porta

Stroppiata rimarrebbe e forse morta:

 

27.

Non altrimenti il numeroso stuolo

Vedendo Sardonel c'ha fatto il passo.

Concorre tutto quanto contro a un solo

Per mandarlo in minuzzoli a Patrasso;

E gli facean tirar presto l'aiuolo

O col ferirlo o col tirarlo a basso;

Ma Eravanche debito lo scorge

Aiuto a un tempo ed animo gli porge.

 

28.

Chiunque è 'n castello allor pien di paura

Corre per far ch'avanti ei più non vada

E mentre il vuol rispinger dalle mura

Ch'altri più la s'arrampica non bada.

Purd'ovviare anco di qua proccura.

Ma in sette luoghi è già fatta la strada.

E d'ogn'intorno tanto il popol cresce.

Che ogni riparo invalido riesce.

 

29.

Avviene a lor nè più nè meno un iota

Com'a' fanciulliquando per la via

Fan la tura al rigagnol colla mota

E l'acqua ne comincia a portar via

Che mentre assodan quivi ov'ella è vota.

Essa distende altrove la corsia;

E se riparan làpiù qua fracassa

Talch'ella rompe e a lor dispetto passa.

 

30.

Già tutti son di sopr'alla muraglia

Che la circonda un lungo terrapieno;

Già si fiorisce in sì crudel battaglia

Di sanguinacci la gran madre il seno;

Celidora a due man ferisce e taglia

Che nè anche un villan che seghi il fieno

Tanti fil d'erba col falcion ricide

Quant'uomini costei squarta ed uccide.

 

31.

Il principe d'Ugnano ed Amostante

Da toccatori fan col brandistocco

Perocchè della morte almen cessante

Se non prigionsi fa chi è da lor tocco.

All'incontro ritrovasi Sperante

Che famenando la sua palail fiocco:

E se già le sustanze ha dissipate

Or manda male gli uomini a palate.

 

32.

Maso di Coccio a questo e quel comanda

Ed all'un donne e a un altro ne promette;

La compagnia del Furba innanzi manda;

Che resti a' fianchi a Batiston commette

Con Pippoil quale sta dall'altra banda.

Ma egli in retroguardia poi si mette;

E mentr'ognun s'avanza a gloria intento

Ei siede a gambe larghe e si fa vento.

 

33.

Amostante all'incontro un nuovo Marte

Sempra fra tutti avanti alla testata;

Lo segue Paol Corbi da una parte

E da quell'altra Egeno alla fiancata.

Vengonsi intanto a mescolar le carte

E vien spade e baston per ogni armata;

E chi dà in picche e a giuocar non è lesto

Vi perde la figura e fa del resto.

 

34.

Vedendo i terrazzan che stanno in fiori

Che il nimico dà spade e giuoca ardito

Per non far monte in su' mattonda' cuori

Ritiransi e non tengon più l'invito;

Ma speran benmostrando a'giuocatori

Denari e coppeindurgli a far partito;

Perciò nel campo un saggio ambasciadore

Spedisconche parlò in questo tenore:

 

35.

Spidasignoril'armi ognun sospenda.

A che far questa guerra aspra e mortale?

Fermiper graziapiù non si contenda

Perch'altrimenti vi farete male;

Fate che la cagione almen s'intenda

Chè a chetichelli a questo mo' non vale;

E chi pretendevenga colle buone

Chè data gli sarà soddisfazione.

 

36.

Con quei che dona per amornon s'usa

In tal modo la forza e la rapina;

Chiedete; imperciocchè giammai ricusa

Il giusto ed il dover la mia regina.

Non entraron mai mosche in bocca chiusa

E con chi tacequa non s'indovina.

Puoss'egli accomodarla con danari?

Dunque parlatee vengasi a' ripari.

 

37.

A questo il general c'ha un po' d'ingegno

Ritiene il colpo e indietro si discosta.

Che si fermino i suoi dipoi fa segno

Passa parola e manda gente a posta:

Né badò molto a fargli stare a segno

Chè la materia si trovò disposta.

Ciascun d'ambe le parti stette saldo

Ch'ognun cerca fuggire il ranno caldo.

 

38.

Chi della pelle ha punto punto cura

Cioè che non vorrebbe essere ucciso

Sempre le sciarre di fuggir proccura

E se mai v'entraha caro esser diviso.

E bench'ei mostri non aver paura

Se in quel cimento lo guardate in viso.

Lisciato le vedrete d'un belletto

Composto di giuncate e di brodetto.

 

39.

Sien due gran bravisien due masnadieri

Se mai vengono a quel tirarla fuore

Credete che e' lo fan malvolentieri

Perocch'a tutti viene il batticuore;

E ch'e' la passerebbon di leggieri

Se lo potesser far con loro onore

Attenendosi a quella opinïone

Di veder quanto viver sa un poltrone.

 

40.

E questi che badavansi a zombare

In Malmantils'accorsero ben presto

Che quel non è mestier da abborracciare;

Però si contentaron dell'onesto.

Già i tagli alcuno impiastra colle chiare

Altri rimette braccia e gambe in sesto.

Altri da capo a piedi si son unti

E chi si fa sul ceffo dar de' punti.

 

41.

Baldone in questoper la più sicura

Due gran dottori a' trattamenti invia:

L'un Fiesolan Branducciche proccura

D'avers'ei non può in Pisa o in Pavia

Almeno in refettorio una lettura;

L'altro è Mein Forcon da Scarperia

Che se l'uom vive per mangiarvi giuro

Ch'ei vuol campar mill'anni del sicuro.

 

42.

Cassandro casa Cheleri frattanto

Del duca allora il primo segretario

Per far loro un disteso di quel tanto

Dovevan dire al popolo avversario

Cacciatosi Giovan Boccaccio accanto

E scorso tutto il suo vocabolario

Scrisse in maniera e fece un tale spoglio

Ch'ei messe un mar di crusca in mezzo foglio.

 

43.

Et essi andaron colla lor patente

Di poter dire e fare e alto e basso:

Lor camerata futra l'altra gente

Che gli seguíacurioso per suo spasso

Baldino Filippucci lor parente

Uom che piuttosto canta ben di basso;

Crescer voleva come gli altri appunto

«Ma si pentì quand'a mezzo fu giunto.»

 

44.

Son alti gli altri due fuor di misura

Ond'ei nel mezzo camminando ad essi

Resta aduggiato sìche di statura

Nè men può crescer piùquand'ei volessi.

Giunti alla fin colà dentro alle mura

E a Bertinella che gli aspetta ammessi

Un bel riverenzon fecerche prese

Di territorio un miglio di paese.

 

45.

Ed ella pure a lor quivi s'inchina

Dando a ciascuno i suoi debiti titoli;

E con essi fermò l'altra mattina

Il discorreree far patti e capitoli

Purchè il nome conservi di regina

Quando per l'avvenire altra s'intitoli;

Che questo non le nieghin chiede almanco

Nel resto poi dà loro il foglio bianco.

 

46.

E perchè l'ore già finian del giorno

Si consultò che fosse fatta sera;

Perciò tutti alle stanze fer ritorno

Com'un sacco di gatti fuor di schiera.

I cittadini stavan d'ogn'intorno

Nelle stradesu i canti e alla frontiera

Acciocch'ognunsecondo il suo potere

A' forestieri in casa dia quartiere.

 

47.

Giunta a palazzo Bertinella intanto

In Amostante e in Celidora incappa;

E vuol chegli odii omai posti da canto

Stien seco; ma ciascun ricusa e scappa.

Pur finalmentene li prega tanto

Ch'e' non si fanno poi stracciar la cappa.

Va innanzi il general dentro al palagio:

Chi dà spesadic'einon dia disagio.

 

48.

Del principe d'Ugnan poi si domanda:

E perchè la labarda anch'egli appoggi

Staffieri attorno a ricercar si manda

Chi l'abbia raccettato e chi l'alloggi.

Ed ei che in una camera locanda

S'era acculatovolle mille stoggi

Pria ch'ei n'uscisse: pur col suo codazzo

N'andò per alloggiar anch'ei in palazzo.

 

49.

A cenaperchè il giorno in questo loco

Ebber altra faccenda le brigate

Che stare a cucinare intorno al foco

Si fece una gran furia di frittate

Che si fan presto sìma duran poco

Chè appena fatte ell'eran già ingoiate;

Perchè la gente a tavola era molta

E ne mangiavan due e tre per volta.

 

50.

In cambio di guarir dell'appetito

Faceano il collo come una giraffa;

Se vien frittateognun stava accivito.

Chè per aria chi può se la scaraffa.

Si ridussero in breve a tal partito

Ch'ogni volta faceano a ruffa raffa;

In ultimo seguendo Bertinella

L'andavano a cavar della padella.

 

51.

Stanchi già di mangiar non sazi ancora.

Tal musica finì po' poi in quel fondo;

Ma perchè dopo cena il vin lavora

Facean pazzïe le maggior del mondo.

Fra l'altre Bertinella e Celidora

Cominciaron per burla un ballo tondo;

E appoco appoco entrovvi altra brigata

Talchè si fece poi veglia formata.

 

52.

Accender fanno ancorcom'è l'usanza

Molte candele intorno alla muraglia

Lo splendor delle quali in quella stanza

È tale e tantoche la gente abbaglia;

Sicchè distinto si vedeva in danza

Chi meglio capriole intreccia e taglia.

Nannaccio intanto sopr'alla spinetta

S'era messo a zappar la spagnoletta.

 

53.

Un gobbo suo compagnoun tal delfino

Ch'alle borsepiuttosto che nel mare

Tempesta induceprese un violino

Che sonando parea pien di zanzare.

Intanto un ben dipinto mestolino

Si porge in mano a quei c'ha da invitare;

E l'Ugnaneseal quale il ballo tocca

Sciorina a Bertinella in sulle nocca.

 

54.

È grave il colpo e giugne in modo tale

Che quanto piglia tanta pelle sbuccia;

La donnabenchè sentasi far male

Senz'alterarsi in burla se la succia.

Non vuol parerma in sè l'ha poi per male;

E dice l'orazion della bertuccia:

Sorridema nel fin par che riesca

In un rider piuttosto alla tedesca.

 

55.

Al duca veramente pare strano

Ch'ell'abbia a far sì grande storcimento

Perchè gli par d'averle dato piano

Anzi d'averla tocca a malo stento;

Ma quando sanguinar vedde la mano

Io mi disdicodissee me ne pento;

Finalmente io ho il diavol nelle braccia

E sono e sarò sempre una bestiaccia.

 

56.

Per curargliene pensa e ghiribizza

Ma non sa come; al fin gli tocca il ticchio

Di tôr del sale e ve lo spolverizza

Come il villano quando fa il radicchio;

Ed ellachè la man perciò le frizza

E di quel tiro stiaccia come un picchio

Ritiratasi in camera in sul letto

Manda giù Trivigante e Macometto.

 

57.

Il principea quel grido a quel guaire

Quale a soqquadro il vicinato mette

Si sente tutto quanto imbietolire

Ch'amore in lui vuol far le sue vendette.

Comincia impietosito a maledire

Il mestolino e quei che glie lo dette;

E per mostrare or quant'ei lo disprezzi

Lo getta in terra in cento mila pezzi.

 

58.

E pensa poi la bestia scimunita

Che se un canescarpione o ragnatelo

Ci morde in qualche parte della vita

E che se il corpo loro ovvero il pelo

S'applica presto sopr'alla ferita

Va via il dolore ed è la man del cielo;

Quel mestolino ancoraessendo messo

Dov'egli ha rottodebba far lo stesso

 

59.

Ravvia quei legniond'egli forse spera

Cessare il duoloi pìanti e le querele;

E perchè per le fasce ivi non era

Comodità di panni nè di tele

La camicia dappiè fregiata e nera

Da' venti che portavan via le méle

Squaderna fuorae tagliane un buon brano;

Così alla donna medica la mano.

 

60.

Gridò la donna allor come una bestia

E dopo il dirgli manco che messere

Per levarsi d'attorno tal molestia

Volle co' calci fargli il suo dovere;

Ma trattenuta poi dalla modestia

Di non mostrar intanto Belvedere

Getta nel muso al medico da succiole

L'unguento che le fa veder le lucciole.

 

61.

Non dimostra la faccia così mesta

Quel ragazzo scolarquel cavezzuola

Allorchè molti giorni è stato festa

E che finita poi quella vignuola

Il maladetto tempo ecco s'appresta

Ch'e' s'ha di nuovo a tornar alla scuola;

Nè si guasta belando sì la bocca

Quand'il maestro col baston lo chiocca;

 

62.

Quanto cambiato in viso e mal contento

Adesso pare il povero Baldone

Che ha una stizza ch'ei si rode drento

Per non aver cervel nè discrizione;

Chè bench'altrui la morte dia spavento

S'e' non fosse che e' c'è condennagione

A chi s'ammazza pena della vita

Con una fune avrebbela finita.

 

63.

S'impiccherebbe; ma dall'altro canto

Ei va poi renitentee circospetto

Stimando che l'indugio tanto o quanto

Sia sempre ben per ogni buon rispetto.

Fatto al morir un soprattieni intanto

Vuol ch'ella stessa che è per lui nel letto

Con quella man ch'a lei di sangue ha tinta

Gli vada in sulle forche a dar la spinta.

 

64.

Poichè 'l condotto delle pappardelle

S'ha da serrardic'egliella sia il boia;

Perchè s'ìo levo alle sue man la pelle

A lei s'aspetta il farmi trar le quoia;

Ch'è ben doverse membra così belle

Con legno offendoche in tre legni io muoia

E mentr'io quivi i calci all'aria avvento

Mostri ch'io sono un ballerino a vento.

 

65.

In tal maniera per uscir d'affanni

Entro sè stesso di morir divisa;

Ed ella più colà facendo il nanni

Il tutto osserva e scoppia dalle risa;

Nè può per l'allegrezza star ne' panni

Perchèmentre ch'e' l'amiella s'avvisa

Ch'omai la guerra e ogni sparere e lite

Se n'abbia a ire in fumo d'acquavite.

 

66.

Mentre Baldon qual semplicetto uccello

Così d'intorno alla civetta armeggia

A tutti quivi serve per zimbello

Senza che mai vi badi o se n'avveggia

Ognun lo burla e dice: Vèllovèllo!

Ciascun dice la suaciascun motteggia;

Beato chi più bella te la stianta;

E noi levansi crosci dell'ottanta

 

67.

Ma ridan pure e faccian cicalecci

Perch'ei vuol fare orecchi di mercante;

Lo burlino le gentiAmor lo frecci

Ch'ad ogni mo' sarà fido e costante.

Come talor s'abbrucia i costerecci

Il gatto al fuoco e stavvi non ostante

Baldon già sente il fuoco e non lo fugge

Ma com'un pan di burro ivi si strugge.

 

68.

E così vaperchè a principio Amore

Par bella cosae sembra giusto giusto

Una pera cotognail cui colore

Odorsapor diletta e piace al gusto;

Ma nel gettarlaallor dà gran dolore

Perchè ristringe e rende il ventre adusto:

E così Amoreal primo è un certo imbroglio

Ch'alletta e piacema nel fin ti voglio.

 

69.

Ed eglich'è impaniato e a qualche segno

Crede il suo amor da lei esser gradito

Altero vannee stima d'esser degno

D'invidia piùche d'esser mostro a dito.

Ma lasciamlo per orch'io fo disegno

Che questo canto resti qui finito;

Perchè disse un dottor da Palestrina;

Brevis oratio penetra in cantina.

 

 

 

 

DECIMO CANTARE

 

Argomento

 

Per far la maga col rival quistione

Vama in vederlo poi le spalle volta

E con lui dietro fugge nel salone

Ove è la gente per ballare accolta.

Del lupo in traccia Paride si pone:

Il trovae 'l prende con industria molta:

E ucciso queldà fine all'avventura

Ed in tal guisa è liberato il Tura.

 

 

 

1.

Quanti ci son che vestono armatura

Dottor di scherme e ingoiator di scuole

Fantonacci che fanno altrui paura

Tremar la terra e spaventare il Sole;

E raccontando ognor qualche bravura

Ammazzan sempre ognun colle parole;

Se si dà il caso di venire all'ergo

Zitti com'olio poi voltano il tergo!

 

2.

Ma e' son da compatir s'e'fanno errore

Benchè non sembri mancamento questo;

Se chi a menar la man non gli dà il cuore

In quel cambio a menare i piedi è lesto.

Ohmi diretevanne del tuo onore;

Sì; ma un po' di vergogna passa presto:

Meglio è dire: un poltron qui si fuggì

Che: qui fermossi un bravo e si mori.

 

3.

Dunque appien mostra in zucca aver del sale:

Chè il savio sempre fugge la quistione;

Anzi veder facendo quanto ei vale

Nel giocare al bisogno di spadone

E che chi a nessun vorria far male

Sa ritirarsi dall'occasïone

E senza pagar taste o chi lo medichi

Dà campo che di lui sempre si predichi.

 

4.

Ma voi che di question fate bottega

Credendo immortalarvi; e che vi giova

Far la spada ogni dì com'una sega

E porvi a' rischi e fare ogni gran prova

Se quando poi la morte vi ripiega

«Il vostro nome appena si ritrova?»

Or imparate un po' da Martinazza

Ch'ella v'insegnera corne s'ammazza.

 

5.

Colei c'ha fatto buioe che fallita

Paga di sogni i debiti a ciascuno

Quella chedianzi tolse al dì la vita

Cagion che tutto il mondo porta bruno;

Perch'ella teme d'esserne inquisita

Benchè si chiugga gli occhi per ognuno

Per fuggir l'alba c'ha le calze gialle

Comincia a ragionar di far le balle.

 

6.

E Martinazzache di quei balletti

Sarebbe in corte tutto il condimento

Perchè in un tempo soloco' calcetti

Ballandosuona al par d'ogni strumento;

Dopo cena per degni suoi rispetti

Prese dagli altri un canto in pagamento

E sopra un pagliericcio angusto e sodo

Fino ad ora s'è cotta nel suo brodo.

 

7.

Perocchènel pensar che la mattina

Entrare in campo dee alla tenzone

Fa giusto come quella nocentina

Ch'a giorno andar dovendo a processione

Occhio non chiudee tuttavia mulina

Tantochè'l capo ell'ha come un cestone;

Così la strega in cella solitaria

Attende a far mille castelli in aria.

 

8.

Infastidita poi da tanti e strani

Suoi mulinellisorge dalla paglia:

E data una scossetta come i cani

La lancia chiedebrandopiastra e maglia

Perchè il nimico all'alba de' tafani

Vuol trucidare in singolar battaglia;

Ed a fargli servizio e più che vezzi

Vuol che gli orecchi sieno i maggior pezzi.

 

9.

Dimostra cuore intrepido e sicuro

E spaccia il Baiardino e il Rodomonte;

Chi la stringesse poi fra l'uscio e il muro

Pagherebbe qualcosa a farne monte;

Ma tutto questo finge e in sè tien duro

Fa faccia tosta e va con lieta fronte

Sperando ognor che venga un accidente

Ch' e' non se n'abbia a far poi più niente.

 

10.

Spada e lancia frattanto un servo appresta;

Col petto a botta in man l'altro galoppa

Un altro l'elmo da coprir la testa

Da difenderun altroe braccia e groppa:

Di che coperta in ricca sopravvesta

Par un pulcin rinvolto nella stoppa;

Ed allestita in sul cantar del gallo

Altro quivi non resta che il cavallo.

 

11.

Perciò fa comandare a' barbereschi

Che lo menin 'n un campo di gramigna

Acciocch'ei pasca un poco e si rinfreschi

Perchè per altro il poverin digrigna.

La marca ebbe del Regnoe i guidaleschi

Gli hanno rifatta quella di Sardigna:

Maglie e reti ha negli occhionde per cena

Vanne a pescar nel lago di Bolsena.

 

12.

Or mentre pasce il misero animale

E ch'e' si fa la cerca della sella

Giunge un diavol più nero del caviale

Con un martello in mano e una rotella

Ed un liquor bollente in un pitale

Ed inchinato a lei così favella:

Il re dell'infernal diavolería

Con queste trescherelle a te m'invìa.

 

13.

E ti saluta e ti si raccomanda

E perc'ha inteso che tu fai duello

Un rotellon di sughero ti manda;

Spada non giàma ben questo martello

Con una potentissima bevanda

Ch'io ti presento entr'a quest'alberello

Bell'e calducciacome la mattina

Allo spedal si dà la medicina.

 

14.

Or sentichè qui batte il fondamento:

Quand'il nimico ti verrà a ferire

Va' pure innanzie non aver spavento

Al ferro questa targa a offerire;

E tosto ch'ei la passa per di drento

Sii presta col martello a ribadire;

Ma lasciagliene subito alla spada

Perch'egli a sè tirandotu non cada.

 

15.

Facc'egli poi con essa quanto vuole

Chè più di punta non può farti offesa:

Di taglio manco; essendochè una mole

Sì fatta a maneggiar pur troppo pesa:

Portila dunque per ombrello al sole

Perch'alla testa non gli muova scesa;

E digligiacchè quella non è il caso

Che s'egli ti vuot dar ti dia di naso.

 

16.

Ma se per non aver buon corridore

Quivi a cansarti tu non fossi lesta

O per altra disgrazia o per errore

E t'appoggiasse qualche colpo in testa

Voglio che tu per sicurtà maggiore

Or per allora ti tracanni questa

Qual'è una bevanda sì squisita

Che chi l'ha in corpo non può uscir di vita.

 

17.

Così le fa ingoiar tanto di micca

D'una colla tenace di tal sorte

Che dove per fortuna ella si ficca

Al mondo non è presa la più forte:

Questadic'egli l'anima t'appicca

Ben ben col corpoe s'altro non è morte

Ch'una separazion di questi duoi

Oggi timor non hai de' fatti suoi.

 

18.

Quando la maga vede un tal presente

C'ha in sè tanta virtùtanto valore

Da morte a vita riaver si sente

Si ringalluzza e fa tanto di cuore;

E dove sarebb'ita un po' a rilente

Nel far con Calagrillo il bell'umore

Or c'ha la barca assicurata in porto

Per sette volte almanco lo vuol morto.

 

19.

Le stelle omai si son ite a riporre

Han prese l'ombre già tacita fuga

E già dell'aria i campi azzurri scorre

Quel che i bucati in su i terrazzi asciuga;

Perciò fatta al ronzin la sella porre

Vi monta sopra e poi lo zomba e fruga

Perch'adesso ch'egli ha rotto il digiuno

Camminerebbe pìú in tre dì che in uno.

 

20.

Perch'ei bada a studiar declinazioni

Più non sì può farlo levare a panca;

Le polizze non puòporta i frasconi

E colle spalle s'è giocato un'anca;

Purgrazia del martello e degli sproni

Tentenna tantozoppica ed arranca

Ch'ei vien dove n'ha a irnon dico a once

Ma a catinelle il sangue ed a bigonce.

 

21.

Quando il nimico ch'ivi sta a disagio

A tal pigriziagrida ad alta voce:

Vieni asinacciamoviti Sant'Agio

Ch'io son qui pronto a caricarti a noce.

Ella risponde: a noce? adagioBiagio!

Fate un po' pianbarbierche 'l ranno cuoce;

S'altro viso non haivàllo a procura

Perchè codesto non mi fa paura.

 

22.

Se tu sapessicome tu non sai

Ch'armi son questee poi del beveraggio

Faresti forse il bravo manco assai

O parleresti almen d'altro linguaggio.

Ma giacchè tu venisti al tuo' ma' guai

A' vermini a tua posta manda il saggio;

Mentr'io che mai non volli portar basto

Coll'ammazzarti farotti lor pasto.

 

23.

Orsùdic'egli all'armi t'apparecchia

E vedrem se farai tante cotenne.

A questo suono allor mona Pennecchia

Dice fra sè: nononon tanto ammenne

Sarà meglio qui far da lepre vecchia.

E senza star a dir pur al cui vienne

Fa provagià discesa dal destriero

Se le gambe le dicon meglio il vero.

 

24.

Le guarda dietro Calagrillo e grida:

M'avessi detto almen salamelecche!

Volta facciavigliaccach'io t'uccida

E ch'io t' insegni farmi le cilecche;

Così tuche intimasti la disfida

Mi lasci a prima giunta in sulle secche?

Ma fa' pur quanto saich' io ho teco il tarlo

E ti vo'se tu fossi in grembo a Carlo.

 

25.

Se al cimentodic'elladel duello

A furia corsior fuggolo qual peste;

Però va benche chi non ha cervello

Abbia gambe; e così mena le seste

E intana di ritorno nel castello

Perocchè dopo il muro salvus este.

Gridi egli quanto vuolla va in istampa

Chè per le grida il lupo se ne scampa.

 

26.

Poich'egli vede in somma che costei

Altrimenti non tornafa i suoi conti

Che sarà ben ch'ei vada a trovar lei

Come faceva Macometto a' monti;

E perch'ell'ha due gambe ed egli sei

Mentre però di sella ei non ismonti

L'arriverà; nè prima il destrier punge

Ch'all'entrar di palazzo ei te la giunge.

 

27.

Martinazza che teme del suo male

Vedendo che 'l nemico se le accosta

Tre scaglion c'ha la porta a un tempo sale

E gli dà nel mostaccio dell'imposta;

Dipoi dandola a gambe per le scale

Senza dar tempo al tempo o pigliar sosta

Insacca nel salon là dove èil ballo

Ed ei la seguesceso da cavallo.

 

28.

Appunto era seguíto in sul festino

Come interviene in tresche di tal sorte

Che due di quei che fanno da zerbino

S'eran per donne disfidati a morte;

L'un forestieroe smenticò pel vino

L'armi la seraanch'ei cenando in corte;

Ha spada accanto il cortigianch'è l'altro

Ma più per ornamento che per altro.

 

29.

Tutta l'architettura e prospettiva

Questi a vestirsi mette di Vitruvio;

Or mentre che più gonfio d'una piva

Tirar crede ogni dama in un vesuvio

Spesso riguarda se 'l nimico arriva

Perocch'egli ha paura del diluvio

Che in un tempo estinguendo il fuoco al cuore

Alle spalle non susciti il bruciore.

 

30.

In quel ch'ei morde i guanti e fa quei giuochi

Che van de plano all'arte del Mirtillo

E ch'egli ha sempr'all'uscio gli occhi a' mochi

Dietro alla strega giunge Calagrillo

Che lui non solma spaventò quei pochi;

Ond'egliche più cuor non ha d'un grillo

Fecestimando quello il suo rivale

Più de' piè che del ferro capitale.

 

31.

Tosto tornando l'amicizia in parte

Si viene all'armichè ciascuna armata

Ciò tien dell'altra un segno fatto ad arte

Per darle a tradimento la pietrata.

Di qui si viene a mescolar le carte

Tal ch'in vederla tanto scompigliata

Ritirandosia dir badan le dame:

Bastabastanon piùdentro le lame.

 

32.

Prima che tra costoro altro ci nasca

E che la rabbia affatto entri fra' cani

E' mi convien saltar di palo in frasca

E ripigliar la storia del Garani

Ch'è dietro a far che 'l Tura ci rinasca;

Acciò tornato poi come i cristiani

Ad onta della strega ogni mattina

Ritorni a visitar la Regolina.

 

33.

Paride giunto in mezzo a' casolari

Ove messer Morfeo a un tempo solo

Fa dir di sì a molti in Pian Giullari

Strepitandofuggir lo fece a volo

Sì ch'ognun desto vanne a' suoi affari

Ed ei che star non vuol quivi a piuolo

Anzi dare al negozio spedizione

Dimanda di quel lupo informazione.

 

34.

Un gran villanoun nom d'età matura

De' quarantotti lì di quel contado

Che perchè ei non ha troppa sessitura

Ed è presontuoso al quinto grado

Innanzi se gli fece a dirittura

E con certi suoi inchin da Fraccurrado:

Benvengadissevostra signoria

E le buone calende il ciel vi dia.

 

35.

In quanto al lupoegli è un animale;

Ma che animal dich'io bue di panno?

Un fistol di quei veriun facimale

C'ha fatto per ingenito gran danno:

E già con i forconi e colle pale

I popoli assiliti tutto uguanno

Quin'oltre gli enno stati tutti rieto

Per levar questo morbo da tappeto.

 

36.

Ma gli è un setanasso scatenato

Che non teme legami né percosse.

S'è carpito più volte ed ammagliato

Ed ha reciso funi tanto grosse;

Le bastonate non gli fanno fiato

Ch'e' non l'ha a briga tocchech'e' l'ha scosse.

D'ammazzarlo co' ferri non c'è via

Ch'egli è come frucar'n una macía.

 

37.

Là entro in quella selva ei si rimpiatta

Perch'ella è grandedirupata e fitta

Acciocchè nimo un tratto lo combatta

Quand'egli ha dato a' socci la sconfitta;

Chè tutti gli animali ch'ei raccatta

Ciuffandogli strascina liviritta.

E chi guatar potesseio fo pensiero

Ch'e' v'abbia fatto d'ossa un cimitero.

 

38.

Sta Paride a sentirlo molto attento;

Ma poivedendo quanto ci si prolunga

Fra sè dice: costui v' ha dato drento

Come quel che vuol farmela ben lunga:

Gli è me' troncargli qui il ragionamento

Acciò prima che il dì mi sopraggiunga.

Io possa lasciar l'opera compita

Però gli dice: ovviafàlla finita.

 

39.

Poich' egli ha inteso dov'ei possa battere

A un dipresso a rinvergare il Tura

Dell'esser folto il boscoe d'altre tattere

Che gli narra costuisaper non cura.

La lanterna apre e il libroonde al carattere

Possavedendodare una lettura;

Così leggendosente darsi norma

Di quanto debba fare in questa forma.

 

40.

Vicino al boschereccio scannatoio

Mentre fuoco di stipa vi riluca

Pallon grossobracciali e schizzatoio

Co'giocatori a palleggiar conduca:

Al rimbombar del suo diletto cuoio

Tosto vedrà che 'l gocciolone sbuca

Quei ricchi arnesi vago di mirare

Che già in Firenze lo facean gonfiare

 

41.

Paride in questo subito ubbidisce;

Accender fa le scopee intorno al fuoco

Già questi e quel si spoglia ed allestisce

Col suo braccialee si comincia il giuoco;

Al suon del qual l'amico comparisce

Ma è ritenuto perch'ei vede il fuoco:

Elementoche vien dall'animale

Fuggito per instinto naturale.

 

42.

Il Garaniche stava alle velette

Vedendo che 'l compar viene alla cesta

Che le scope si spengano commette

Ed in un tempo a' giocator dà festa.

'N un batter d'occhio il giuoco si dismette

La stipa si sparpaglia e si calpesta;

Talchè sicuro l'animal ridotto

Va Paride pian piano e fa fagotto.

 

43.

Ciò ch'è in giuoco in un fascio egli ravvia

E tra gambe la strada poi si caccia

Il tutto strascicando per la via

Con una fune d'otto o dieci braccia.

Spinto dal genio a quella ghiottornia

Da lunge il Tura séguita la traccia

Come fa il gatto dietro alle vivande

E il porco a' beveroni ed alle ghiande.

 

44.

Vagheggiatos'allungazappa e mugola;

Talor s'appressa e colle zampe il tocca;

Or mostra sbavigliando aperta l'ugola;

Or per leccarlo appoggiavi la bocca

Tutto lo fiutalo rovistia e frugola;

Così mentre il suo cuor gioia trabocca

Eiche non tocca per letizia terra

Entra nel borgo e in gabbia si riserra.

 

45.

Perchè Paride fa serrar le porte

E poi comanda a un branco di famigli

Che quivi fatti avea venir di corte

Che di lor mano l'animal si pigli;

Ma i birriche buscar temean la morte

Non voglion accettar simil consigli;

E fan contosebben'ei fa lor cuore

Ch'ei passi tuttavia l'Imperadore.

 

46.

Poichè gran pezzo a' porri ha predicato

E che fan conto tuttavia ch'ei canti

Perocchè da' ribaldi gli vien dato

L'udïenza che dà il papa a' furfanti

Senza più star a buttar via il fiato

Tolti di mano al caporale i guanti

Bisognadicecon questa canaglia

Far come il podestà di Sinigaglia.

 

47.

E quei guanti che san di caporale

Legando ad una delle sue legacce

Uno per testaaddosso all'animale

Mette attraverso a uso di bisacce;

Al fragor di tal concia di caviale

La bestia fece subito due facce

Ch'una di lupoed una d'uomosembra;

E di sua specie ognuna ha le sue membra.

 

48.

Si resta il lupoe 'l Tura uomo diviene

Ma non però che libero ne sia

Ch'ambi sono appiccati per le rene

Formando un mostro qual'è la bugia.

Dice Turpinoe par ch'ei dica bene

Ch'essendo questa sì crudel malía

Non erano a disfarla mai bastanti

Gli odor birreschi semplici de' guanti.

 

49.

E che se tanto oprò tal masserizia

Avrebbon molto più fatto le mani;

Perchè gl'incanti in man della Giustizia

Come i fichi alla nebbiavengon vani.

E Paride che già n'ebbe notizia.

Da quel suo librosi dà quivi a' cani;

Perchè più oltre il libro non ispiega

Ond'ei fa conto al fin di tôr la sega.

 

50.

Perciò fatti venir due marangoni

Con tutto quell'ordingo che s'adopra

A segare i legnami ed i panconi

A divider il mostro mette in opra.

Mentre la sega in mezzo a'duoi gropponi

Scorre cosìva il mondo sottosopra

Mediante il rumor de'due pazienti

Che l'un fa d'urlie l'altro di lamenti.

 

51.

Pur senza ch'intaccato ell'abbia un osso

La sega insino all'ultimo discese

Lasciando il Tura liberoma rosso

Dietro di sanguecom'un Genovese

La bestia gli volea tornare addosso;

Ma Paride che subito l'intese

Presa la spadala tagliò pel mezzo

Pensando di mandarla un tratto al rezzo.

 

52.

E morta te la dà per cosa certa;

Ma quel demonio insieme si rappicca

E qual porco ferito a gola aperta

Per divorarlo sotto se gli ficca.

Ed egli ch'all'incontro stava all'erta

In sulla testa un sopramman gli appicca

Che in due parti divisela di netto

Com'una testicciuola di capretto.

 

53.

Ma ritornato a penna e a calamaio

Pur questo stesso a Paride si volta;

Che per veder il findi quel moscaio

Se e'fosse mai possibile una volta

Mena le man chee' pare un berrettaio

Ed a chius'occhi pur suona a raccolta

E dágli e picchiarisuona e martella;

Ma forbice! l'è sempre quella bella.

 

54.

Talch'ei si scosta nove o dieci passi

E piglia fiatoperch'ei provar vuole

Se la virtude a sorte gli giovassi

C'hanno l'erbele pietre e le parole;

Perciò gli avventa il libro e poi de' sassi

Con una man di malve e petacciuole;

E parve giusto il medico indovino

Già detto mastro Grillo contadino.

 

55.

Perchè 'l demonioo si recasse a scorno

Che un uomo uso alle giostre e alle quintane

Con tal chiappolerie gli vada intorno

E lo tratti co' sassi come un cane;

Ovver ch'e' fosse l'apparir del giorno

Che scaccia l'ombreil bau e le befane;

Sparisce affatto e più non si rivede:

Ma Paride per questo non gli crede.

 

56.

Resta in paratamolto gira il guardo

Prima ch'un piè nè anche egli abbia mosso

Mercè ch'ei sa che 'l diavolo è bugiardo

E quanto ci sia sottile e fili grosso;

Perciò si mette un pezzo a Bellosguardo

Credendo ognor che gli saltasse addosso;

Ma poich'ei vedde omai d'esser sicuro

Andò all'oste e cavollo di pan duro.

 

 

 

 

UNDECIMO CANTARE

 

Argomento

 

Cangia le danze in rissa un accidente

Fuggonsi Bertinella e Martinazza.

Vien fuor Bianconee fa morir gran gente;

Ma gli orbi a lui fan poi sentir la mazza.

Da Celidora e da Baldon possente

Mezza destrutta è quella trista razza:

Tagliansi a pezzi in quelle squadre e in queste

E così in Malmantil fansi le feste

 

 

1.

Chi mi darà la voce e le parole

Bastanti a dir la guerra indiavolata

Ond'oggimai darà le barbe al Sole

Bertinella con tutta la sua armata?

Che al ciel gagliarde alzando e capriole

Farà verso Volterra la calata;

E se d'amor cantò con cetra in mano

Dirà col ferro il vespro siciliano.

 

2.

Qui ci vorria chi scortica l'agnello

O se al mondo è persona più inumana

A descriver la strage ed il flagello

Che seguir si vedrà di carne umana

Ch'io già mi sentomentre ne favello

Il tremito venir della quartana;

E n'ho sì gran terrorch'io vi confesso

Che mai più de' miei dì sarò quel desso.

 

3.

Sbandiva il gallo apportator del giorno

La notte nera più d'un calabrone

E il suo buio e quant'ombre ell'ha dintorno

D'ogni e qualunque grado e condizione

Acciò sicuri omai faccian ritorno

Gli uccei cantando il lor falso bordone

Incontr'al Sol; che in questa parte e in quella

Fa pel lor gozzo nascer le granella;

 

4.

Quand'infra dame e cavalieri erranti

Ch'al trescone in palazzo erano intenti

Comparsi un dietro all'altro i duellanti

Armati tutti due come sergenti

Si sballò il balloandâr da canto i canti

E le chitarre e i musici strumenti

A' propri sonatori e a' ballerini

Divenner tante cuffie e berrettini.

 

5.

Perchè ciascun che quivi si ritrova

Vedendo entrar quell'armi colà drento

Subito disse: qui gatta ci cova:

Questa è trama di qualche tradimento.

Si fa però bisbiglioe si rinnova

L'odio fra le fazion già quasi spento

Che tirando a' rispetti giù la buffa

Ruppe la tregua e rappiccò la zuffa.

 

6.

Baldone mette man da buon soldato

E nimico ritorna a Bertinella;

Alla quale in quel punto cascò il fiato

Il fegatola milza e le budella

Vedendoquando men l'avria pensato

Uscire i pesci fuor della padella

Mentre la fa venir Marte vigliacco

Col suo Baldone alle peggio del sacco.

 

7.

Ma perch' un certo vento non le gusta

Che fan le spade e ognor per l'aria fischia

E già vedendo che la morte aggiusta

Chi più vuol far del bravo e più s'arrischia

Bel bello svignae vanne alla rifrusta

D'un luogo da salvarsi da tal mischia:

Mischia che non le par di poter credere;

Perciò sospira e non si può discredere.

 

8.

Mentre se alcun l'osserva ella pon mente

Per cansarsi e non esser appostata

Ecco in un tratto vedesi presente

Martinazza la sua confederata

Che poco dianzi anch'ella similmente

Di man di Calagrillo è scapolata;

E seco vanne in luoghi occulti e scuri

A fare incanti e i soliti scongiuri.

 

9.

Ne' quali aiuto ella chiede a Plutone

Ed ei comparso quivi in uno istante

Dice c'ha fatto a lor riquisizione

Già spedire un lacchè per un gigante:

Qual è quel famosissimo Biancone

Che col battaglioch'era di Morgante

Verrà quivi tra poco ìn lor soccorso

A dar picchiate c'hanno a pelar l'orso.

 

10.

Ed eccolosoggiunseoh ve' battaglio!

Io ti so dir che al primo ch'egli accoppa

Tutta l'armata a irsene in sbaraglio

Che la barba pensò farvi di stoppa;

E s'avvedrà ch'al fin pisciò nel vaglio

E che pigliar un regno non è loppa;

Così scaciata abbasserà la cresta

Li veder che de' suoi non campa testa.

 

11.

Qui tacque il diavolperch'è fatto roco

E perchè l'aria al capo gli è maligna

Essendo avvezzo a star sempre nel foco

Volta alle donne il dietro a casa e svigna

E lasciavi il gigante nel suo loco;

Che dovendo a Baldon grattar la tigna

Sull'uscio del salon già pervenuto

Alzò il battaglio e questo fu il saluto.

 

12.

Sei braccia era il battaglio alto e di passo

E n'infragneva almen diciotto o venti;

Ma dando su nel palcomandò a basso

Una trave intarlata e tre correnti:

E fece tal frastuono e tal fracasso

Che sbalordì a un tratto i combattenti;

E per pauraa chi non fu percosso

Non rimase in quel punto sangue addosso.

 

13.

Ed infra gli altri Piaccianteoil quale

S'era schermito bene insino allora

Vedendo un fantoccion sì badiale

Dopo il terror di tante spade fuora

Di quel detto farebbe capitale:

«Che un bel fuggir salva la vita ancora;»

Ma perchè in qua e in là v'è mal riscontro

Vede aver viso di sentenza contro.

 

14.

Poichè non sa trovar modo nè via

Per nessun verso da scampar la guerra

E ch'egli è forzache chi v'è vi stia

Fintosi mortogettasi giù in terra;

E ritrovando la bottiglieria

Apre l'armadio e dentro vi si serra

Con pensiero di starvi sempre occulto

Finchè si quieti così gran tumulto.

 

15.

Col battagliodi nuovoagile e presto

Tira il gigante e dà nella lumiera;

La qual cadendo fece del suo resto

Perchè si spensee roppe ciò che v'era;

Or s'egli è in bestia dicavelo questo

Mentre ch'ei dà ne' lumi in tal maniera

E dice che 'l demonio lo staffila

Poichè gli fa fallir due colpi in fila.

 

16.

E giacch'egli non può per quella stanza

Armeggiar col battaglio a suo talento

Perocchè il luogo non ha gran distanza

Cagion ch'ei trova sempre impedimento

Lascialo andaravendo più fidanza

Nelle sue man che in simile strumento

E piglia quella ciurma abbietta e sbricia

A manatecom'anici in camicia.

 

17.

Così tutto arrabbiato come un cane

Piglia un pel collo e scaglialo nel muro

Di sortache disfatto ei ne rimane

Com'un ficaccio piattolo maturo

Talchè 'l meschin non mangera più pane

Perciò gli amici suoi a' quai par duro

Nè voglion che il ribaldo se ne vanti

Gli andaron alla vita tutti quanti.

 

18.

Paion costoro un branco di galletti

Quando la state a tempo di ricolta

Intorno a qualche bica uniti e stretti

ognun di loro a bezzicar s'affolta.

Però il gigante fa certi scambietti

Che te ne svisa quattro o sei per volta;

Infastidito alfin da quel baccano

Si china ed aggavignane un per mano.

 

19.

E come la mia serva quand'in fretta

Dee fare il pesce d'uovoe che si caccia

Tra man due uovae insieme le picchietta

Sicchè in un tempo tutte due le schiaccia;

Eiche dall'ira è spinto alla vendetta

Sostien quei duee s'apre nelle braccia

Poi ciacche! batte insieme quello e questo

Sicchè e' diventan più che pollo pesto.

 

20.

Allor Bieco non ha più sofferenza

E giura che di questo il bacchillone

Non andrà al prete per la penitenza

Perch'ei vuol ch'e' la faccia col bastone;

E i suoiche di tal'arme han la licenza

Gliene daran d'una santa ragìone.

Così guida i suoi ciechi ov'è il colosso

Acciò gli caccin le mosche da dosso.

 

21.

Eglino tutti quivi fermi a tiro

Presso a Bianconea un fischio co' bastoni

Senza tramezzo alcunsenza respiro

Ne diedero un carpiccio di quei buoni.

Ed egli con un piede alzato in giro

Fa lor sentir s'egli ha sodi i talloni;

E mentre questo passa e quel rientra

Con quel pedino te gli chiappa e sventra.

 

22.

Quand'ecco il vecchio Paolino il cieco

Il qual fa più canzon che il Testi o 'l Ciampoli

Eperch'egli è bizzarroavendo seco

Condotticom'ei suoleun par di trampoli

Ov'è salito a petizion di Bieco

Va col mantel ch'egli ha di cento scampoli

Tastando ov'è il gigantee all'improvviso

Per dalle schiene gl'imbacucca il viso.

 

23.

Ei con Macone allor si scandolezza

E dice: oh traditorche cosa è questa?

Che temich'e' mi porti via la brezza

Che tu m'hai posto il pappafico in testa?

Ma porco! oibò! questo cenciaccio allezza

E sa di refe azzurro ch'egli appesta;

Io vo' pagarti colla tua moneta

E darti anch'io l'incenso colle peta.

 

24.

Fatto legare intanto avea Perlone

La trave dal gigante rovinata.

Al canapo ancor quivi ciondolone

Che la lumiera già tenea legata;

Ed a foggia d'arïete o montone

Tiranla addietro e dannole l'andata

Verso quel torrïonche si distese

Col sì più volte in bocca del Franzese.

 

25.

Or è quandoperch'egli sbalordito

E tutto intenebrato in terra giace

i ciechi più che mai fanno pulito

Ed egli se la piglia in santa pace:

E fra le mazze involto a quel partito

Un sacco divenuto par di brace;

E ben quel panno al viso gli è dovuto

Dovendosi il cappuccio a un battuto.

 

26.

Mentre gli rompon l'ossa e poi gli fanno

Così l'incannucciata co' randelli

E talor non vedendo ov'essi danno

Si tamburan fra lor come vitelli

Gli altri soldati a gambe se la danno

Ed ognun dice: alla largasgabelli.

Fuggee la parte amica e la contraria

Perchè quivi non è troppo buon'aria.

 

27.

Ma restin pare a rinfrescarlo gli orbi

Con quell'insalatina di mazzocchi;

Ed ei riposi all'ombra dì quei sorbi

Che gli grattan la rogna co' lor nocchi

Mentre quiviper far dispetto a' corbi

Sotto quel cencio tien coperti gli occhi.

Chè se ognun parteed io mi parto ancora

Per tornare a Baldone e a Celidora.

 

28.

Che là nel mezzo a' suoi nemici zomba

Di modo ch'essi sceman per bollire;

Chè dove i colpi ella indirizza e piomba

Te gli manda in un subito a dormire

Che nè meno col suon della sua tromba

Camprïan gli farebbe risentire:

E quanto bravasimilimente accorta

A combattere i suoi così conforta:

 

29.

Su viafigliuoli: sottobuon piccini;

Facciam di questi furbi un tratto ciccioli:

Non temete di questi spadaccini

Ch'al cimento non vaglion poi tre piccioli:

E se in vista vi paion paladini

Han facce di leoni e cuor di scriccioli:

E se 'l gridare e il bravar lor v'assorda

Il can ch'abbaia raro avvien che morda.

 

30.

In quel ch'ella da ritto e da rovescio

Così dicendova sonando a doppio

Dà sul viso al Cornacchia un manrovescio

Che un miglio si sentì lontan lo scoppio;

Di modo ch'ei cascò caporovescio

Pigliando anch'egli un sempiterno alloppio;

Ma il sapor non gustò già de' buon vini

Come chi prese il suo de' cartoccini.

 

31.

Sperante per di là gran colpi tira

Con quell'infornapan della sua pala;

Ne batte in terrasempre ch'ei la gira

Otto o dieci sbasiti per la sala;

Talchè ciascuno indietro si ritira

O per fianco schifandolo fa ala;

E chi l'aspettacome avete inteso

Hacome si suol dirfinito il peso.

 

32.

Amostanteche vede tal flagello

D'un'arme non usata più in battaglia

Alza la spadae quando vede il bello

Tira un fendente e in mezzo gliela taglia.

Riman brutto Sperantee per rovello

Il resto che gli avanza all'aria scaglia;

Vola il tronconee il diavol fa ch'ei caschi

Sulla bottiglieria tra vetri e fiaschi.

 

33.

Dalle diacciate bombole e guastade

Il vino sprigionato bianco e rosso

Fugge per l'assee da un fesso cade

Giù dov' è Piaccianteoe dàgli addosso.

Ei che nel capo ha sempre stocchi e spade

A quel fresco di subito riscosso

Pensando sia qualche spada o coltello

Si lancia fuorae viasarpafratello.

 

34.

Ma il fuggir questa volta non gli vale

Perch'Alticardoch'al passo l'attende

Il gozzo gli trafora col pugnale

E te lo manda a far le sue faccende;

Così dal gozzo venne ogni suo male

Per lui fallìper lui la vita spende;

E vanne al diavolche di nuovo piantalo

A ustolare a mensa appiè di Tantalo.

 

35.

Era sua camerata un tal Guglielmo

C'ha la labarda e i suoi calzoni a strisce;

Un bigonciuolo ha in capo in vece d'elmo

E tutto il resto armato a stocchefisce;

Alemanno è costui berneiter scelmo

E con quel dir che brava ed atterrisce

Sbruffi fetenti scaricando e rutti

In un tempo spaventa e ammorba tutti.

 

36.

Costuiche a quel ghiottone a tutte l'ore

Fu buon compagno a ber la malvagía

Per non cadere adesso in qualche errore

E fare un torto alla cavalleria

Pur anco gli vuol far mentre ch'ei muore

Con farsi dar due crocchiecompagnia

E non durò molta fatica in questo

Ch'ei trovò chi spedillo e bene e presto.

 

37.

Perchè voltando il ferro della cappa

Verso Alticardo a vendicar l'amico

Quei gliele scansae gli entra sotto e 'l chiappa

Colla spada nel mezzo del bellico;

Onde il vin pretto in maggior copia scappa

Che non mesce in tre dì l'Inferno e il Fico;

Ma non va malperch'ei caduto allotta

Mentre boccheggiatutto lo rimbotta.

 

38.

Gira Sperante peggio d'un mulino

Perch'arme alcuna in man più non gli resta;

Pur trova un tratto un piè d'un tavolino

E Ciro incontra e gli vuol far la festa;

Ma quei preso di quivi un sbaraglino

Una casa con esso a lui fa in testa;

Perchè passando l'osso oltr'alla pelle

Nel capo gli raddoppia le girelle.

 

39.

Ritrasse già Perlone un certo matto

Ch'aveva il naso da fiutar poponi;

E perch'ei nol pagò mai del ritratto

Però fa seco adesso agli sgrugnoni;

E dieglien'un sì forteche in quell'atto

Gli si stiantò la stringa de' calzoni

Che qual tenda calando alle calcagna

Scoprì scena di bosco e di campagna.

 

40.

Toselloche in fierezza ad uom non cede

Riesce adesso qui tutto garbato;

Perch' ei risana un zoppo da un piede

Ch'ognor su quella parte andò sciancato;

Mentre di taglio un sopramman gli diede

In quel che sano avea dall'altro lato

Che pareggiollo; ond'ei fu poi di quei

Che dicon: qui è mioe qua vorrei.

 

41.

Grazian di sangue in terra ha fatto un bagno

Ond'egli è forza a chi va giù che nuoti:

Affetta un salta e un birro col compagno

E stroppia un tal che fa le gruccie a' boti

Che vien da un trombettier di Carlo Magno

Quando le mosse dar fece a' tremoti;

Toglie ad un l'asta il qual fa il paladino;

Sebben con essa fu spazzacammino.

 

42.

Tutto tinto ne va Puccio Lamoni

Stoccheggiando nel mezzo della zuffa;

E in Pippo un tratto dà del Castiglioni

Che mascherato ancor tira di buffa:

Ed ei che nel sentir quei farfalloni

Venir piuttosto sentesi la muffa

Passandolo pel petto banda banda

A far rider le piattole lo manda.

 

43.

Nanni Russa ha più là pien di ferite

Pericolo che fu scopamestieri;

Fu pallaiosensaleattor di lite

Stette bargello ed abbacò di zeri

Prese l'appalto alfin dell'acquavite

Ma con essa svaniro i suoi pensieri

Non più il vino stillando ma il cervello

Per mettervi poi il mosto e l'acquerello.

 

44.

Con Dorïano il Furba ecco alle mani

Di ferro da stradieri impugna un fuso;

E l'altro una paletta da caldani

E con essa a lui cerca e sbracia il muso

Ma perchè quei le scuote come i cani

Gli scarica il suo solito archibuso

Ch'egli ha a' monninie vanne un sì terribile

Che lo flagella e mandalo in visibile.

 

45.

Maso di Coccia avria colla squarcina

Fatto d'ognun polpette e cervellata

Se a tanto mal non fea la medicina

Col dar sul grifo a lui Salvo Rosata

Che sapendo ch'ei fa la contadina

Vuol ch'e' faccia però la tombolata;

Ch'essendo presso all'uscio della sala

Lo spinge fuori a tombolar la scala.

 

46.

Palamidone intanto colla mano

In tasca a Belmasotto andava in volta

Per tirarne la borsa in su pian piano

Per carità che non gli fosse tolta;

Ma il buon pensier ch'egli ha riesce vano

Perch'egli col pugnal se gli rivolta

E fa per caritade anch'ei che muoia

Acciò la vita non gli tolga il boia.

 

47.

Quasi di viver Batistone stufo

Egeno affronta con un punteruolo;

E perchè quei l'uccella come un gufo

Salta ch'ei pare un galletto marzuolo.

E tanto fach'Egeno il mal tartufo

Manda con un buffetto a far querciuolo;

E poi lo pigliae in tasca se l'impiatta

Per darlo per un topo a una gatta.

 

48.

Romolo infilza per lo mezzo al busto

Sgarugliache in un canto era fuggiasco

Ed ei ne muor con molto suo disgusto

Perch'egli aveva a essere a un fiasco.

Tira in un tempo stesso a un bell'imbusto

E passagli un vestito di dommasco;

E quei gli duolchè 'l rinnovò quell'anno

E se e' si muorvuol che gli paghi il danno.

 

49.

L'armi Papirio ad un Fiandron guadagna

Che fa il Tagliacantoni e lo Smillanta:

Ma se a parole egli è Spaccamontagna

All'ergo poi riesce Spadasanta:

Perch'eifattegli al ciel dar le calcagna

Non una volta dice ma cinquanta:

Sta' suchè in terra i pari miei non danno

Ed ei risponde: s'io sto sumio danno!

 

50.

Da Enrico il Mula e l'oste degli Allori

Son mandati per sempre a far un sonno;

Miccio e 'l Baggina da Strazzildo Nori

Sono inviati dove andò il lor nonno;

E nelle parti giù posterïori

Panfilo aggiusta Meo che vende il tonno

Talchè se allor putivaor chi s'accosta

Sente che raddoppiata egli ha la posta.

 

51.

In abito Scarnecchia da Coviello

Tinta ha di brace l'una e l'altra guancia

E per sua spada sfodera un fuscello

C'ha 'l pome d'una bella melarancia;

Rivolto con quest'armi a Sardonello

Ferma! gli dice: guárdati la pancia!

Ed ei risponde: questo è pensier mio;

E dàgli un colpo e te lo manda a Scio.

 

52.

Gustavo Falbi con un soprammano

Di netto il capo smoccola a Santella

Scaramuccia si muor sotto Eravano

Ch'ammazza anche Gaban da Berzighella

E sventra quel birbon dell'Ortolano

Che fa il minchion per non pagar gabella;

Ma colto poi vi resta ad ogni modo

Mentre adesso gli va la vita in frodo.

 

53.

Armato a privilegi omai Rosaccio

Marte sguaina e Venere influente;

Ma presto Sardonello sul mostaccio

Gli fece colla spada un ascendente

Che piove al collo e privalo d'un braccio

Ond'ei in quel punto andando all'occidente

Vede le stelle e l'una e l'altra sfera

Nel viso eclissa e dice: buona sera.

 

54.

Mein per fianco sentesi percosso

Dallo stidion del cucinier Melicche

Parasitaccioporco grande e grosso

Perchè il ghiotto si fa di buone micche.

Si rivolta Meinoe dà al colosso

Nella gola che ha piena di pasticche;

Talchè morendo dolcemente il guitto:

Addio cucinadicech'io ho fritto.

 

55.

Già per la stanza il sangue era a tal segno

Ch'andar vi si potea co' navicelli;

Istrïon Vespitutto furia e sdegno

Rinvolto ha quivi il povero Masselli;

E col coltel da Pedrolin di legno

Su pel capo gli squotola i capelli

Acciòtrattane poi la lisca e il loto

Più bella faccian la conocchia a Cloto.

 

56.

Il Gatti e Paol Corbi inveleniti

Quasi villan che i tronchi ed i rampolli

Taglin di Marzo a' frutti ed alle viti

Potan da' busti bracciagambe e colli;

A tal ch'ai paesani sbigottiti

E dal disagio sconquassati e frolli

Oltre che a pochi il numero è ridotto

Cominciaron le gambe a tremar sotto.

 

 

 

DUODECIMO CANTARE

 

Argomento.

 

A Montelupo dà Paride il nome

Poi gastigar la Maga e Biancon vede:

Rimessa in trono è Celidorae come

Marito al general dà la sua fede.

Baldonche la fortuna ha per le chiome

Con Calagrillo a Ugnan rivolge il piede.

E al suo bel regno con Amor va Psiche

A côrre il frutto delle sue fatiche.

 

 

1.

Stanco già di vangar tutta mattina

Il contadino affin la va a risolvere

In fermar l'opre ed in chiamar la Tina

Col mezzo quarto e il pentol dell'asciolvere;

Quand'in castello ancor non si rifina

Fra quei matti di scuotersi la polvere;

Onde Baldon quei popoli disperde

Talchè a soldati Malmantile è al verde.

 

2.

E ben gli staperchè potevan dianzi

Quando vedean col peggio andar sicuro

Cedere il campo e non tirare innanzi

Senza star a voler cozzar col muro;

E così vache questi son gli avanzi

Che fa sempre colui c'ha il capo duro

Che dentro a sè si reputa un oracolo

Nè crede al Santo se non fa miracolo.

 

3.

Chè sono staticom'io dissi sopra

Nella maga affidatisiaspettando

Da' diavoli in lor pro veder qualch'opra:

Ma chi vive a speranza muor cacando;

Perch'in Dite son tutti sottosopra

Per non saper dovecomenè quando

Lasciasse il corno Astolfoch'alle schiere

Esser tromba dovea nelle carriere.

 

4.

Di modo che Plutoneomai scornato

Poichè quel corno più non si ritrova

Pel Proconsolo dice aver pescato

Però convien pensare a invenzion nuova;

Ma innanzi ch'ei risolva col senato

E che 'l soccorso a Malmantil si muova

Ch'egli abbia a esser proprio poi s'avvisa

Di Messina il soccorso o quel di Pisa.

 

5.

Qui per alquanto a Paride ritorno

Ch' ènell'oste alla quarta sboccatura;

E perchè dal paese egli ha in quel giorno

Tolta ogni noialiberando il Tura

La gente quivi corre d'ogni intorno

A rallegrarsi della sua bravura;

Ne lo ringraziae a regalarlo intenta

Chi gli dà chi gli dona e chi gli avventa.

 

6.

Ma queglich'obbligarsi non intende

Non vuol pur quanto un capo di spilletto;

E subito ogni cosa indietro rende

Ringraziando ciascun del buon affetto.

E diceche da lor nulla pretende

E se di soddisfarlo hanno concetto

Per tal memoria gli sarà più grato

Che il luogo Montelupo sia chiamato.

 

7.

Sìsìch'egli è dover; da tutti quanti

Gli fu risposto: ed in un tempo stesso

L'editto pel castello su pe' canti

Per memoria de' popoli fu messo

Che divulgato poi di lì avanti

Fu osservato sìche fino adesso

Questo nome conservan quelle mura

E 'l manterrannofinchè 'l mondo dura.

 

8.

Se Paride riman quivi contento

Di tal prontezzanon si può mai dire;

Ma non volle aspettarne poi l'evento

Perchè gli venne il grillo di partire:

Ch'egli ebbe sempre quello struggimento

D'andare al campoed or ne vuol guarire;

Perciò ne va per ritornare in schiera

E trova che sparito è ciò che v'era.

 

9.

E che fuor del castello il popol piove

Che ognor ne scappa qualche sfucinata

Per lo più gente che a pietà commove

Cotanto è rifinita e maltrattata.

E' s'avvicina. e dice: olàche nuove?

Ed un risponde e dice: o camerata

Cattivedolorose; e se tu vai

Qui punto innanzitu le sentirai.

 

10.

Paride passae ne riscontra un branco

Nel qual chi è ferito e chi percosso;

Chi dietro strascicar si vede un fianco

E chi ha un altro guidalesco addosso

Mostrando anch'eglisenza andare al banco

O al sabato aspettarch'egli ha riscosso;

Ciascuno ha il suo fardel di quelle tresche

Che pigliarsi ha potuto più manesche.

 

11.

Chi ha scatolechi sacchi e chi involture

Di gioiedi misceedi biancheria:

Un altro ha una zanata di scritture

Ch'egli ha d'un piato nella Mercanzia:

E piange ch'ei le vede mal sicure

Perocchè 'l vento gliele porta via;

Un altrodopo aver mille imbarazzi

Port'addosso una gerla di ragazzi.

 

12.

Un altro imbacuccato stretto stretto

Va soloe spesso spesso si trattiene

Perch'egli ha certe doppie in un sacchetto

E le riscontra s'elle stanno bene.

Le donne agli occhi han tutte il fazzoletto

E sgombrano aspirócche e pergamene;

Chi'l suo vestito buono e chi uno straccio

Chi porta il gatto o la canina in braccio.

 

13.

Entra Paride alfin dentro alla porta

Ove gli par d'entrare in un macello;

Ch'ad ogni passo trova gente morta

O per lo men che sta per far fardello.

Ma quel che maraviglia più gli apporta

Si è il veder in piazza un capannello

Di scope e di fascinee poi fra poco

Strascinarvi una donna e dargli fuoco.

 

14.

Curioso vanneed arrivato in piazza

Per chidomandaè sì gran fuoco acceso?

E gli è risposto: egli è per Martinazza

Che già v'è drento e scrive: lato preso;

E le sta benperch'una simil razza

C'ha fatto sempre d'ogni lana un peso

E' si vorrebbeDio me lo perdoni

Gastigare a misura di carboni.

 

15.

In questo ch'ognun parla della strega

Si sente dire: a voilargosignori!

E un omaccion più lungo d'una lega

Dal palazzo si vede condur fuori;

Poi sopra al carro ove Birreno il lega

E cintocome già gl'Imperadori

Di alloro in veced'un carton la chioma

Va trionfante al remonon a Roma.

 

16.

Questo infelice è il povero Biancone

Che tra queì pochi là della sua schiera

Che restan viviè fatto anch'ei prigione

Per esser vogavanti di galera;

Chè tal fu d'Amostante l'intenzione

Ma perch'eglí è un uomo un po' a bandiera

Sentenziato l'aveasenza pensare

Che Malmantil non ha legni nè mare

 

17.

Perciòmentre che tutto ignudo nato

Se non ch'egli ha due frasche per brachetta.

Sì bel trofeo si muoveed è tirato

Da quattro cavallacci da carretta

La Consulta il decreto ha revocato

Sicchè di lui nuov'ordine s'aspetta;

Ed è stato spedito un cancelliere

Con più famigli a farlo trattenere.

 

18.

I ragazzi frattanto che son tristi

A veder ciò che fosse essendo corsi

E poi ch'egli è un prigion si sono avvisti

E ch'egli è ben legato e non può sciorsi.

Unitamentein un balen provvisti

Di buccedi meluzzerape e torsi

Cominciarono a fare a chi più tira

Ed anche non tiravan fuor di mira.

 

19.

E perch'ei non ha indosso alcuna vesta

Lo segnan colpo colpo in modo tale

Che innanzi ch'e' finiscan quella festa

Ne lo svisaron e conciaron male;

E al miteronche a torre aveva in testa

Benchè giammai spuntate avesse l'ale

Con quei suoi merli che non han le penne

Pigliar il volo all'aria alfin convenne.

 

20.

Paolin ciecoil qual non ha suoi pari

Nel fare in piazza giocolare i cani

E vende l'operette ed i lunari

E proprio ha genio a star co' ciarlatani

Pensato ch'ei farebbe gran denari

Se quel bestion venisse alle sue mani

Perch'avrebbe a mostrarsi quel gigante

Più calca che non ebbe l'elefante;

 

21.

Così presa fra sè risoluzione

Va in corte a Bieco e lo conduce fuora:

Gli dice il suo pensiero e lo dispone

A chieder il gigante a Celidora;

E Bieco andato a ritrovar Baldone

Tanto l'insipíllòch'allora allora

Ei corre alla cugina e gliene chiede

Ed ella volentier glielo concede.

 

22.

Ed ei lo dona a Bieco e a Paolino

Col carro e tutte l'altre appartenenze;

Ed eglino con tutto quel traíno

Fatte col duca già le dipartenze

Si messero di subito in cammino

Indrizzati alla volta di Firenze;

Poi giuntì là di buona compagnia

Fermansi in piazza della Signoria.

 

23.

Subito quiví Paolino scende

Per trovar qualche stanza che sia buona

Avendolo serrato fra due tende

Acciò non sia veduto da persona.

Bieco a tenerlo con due altri attende

Ese lo vede muoverlo bastona;

Ma egli ha fortunaperch'è così grande

Ch'e' non gli arriva manco alle mutande.

 

24.

Piange Bíancone e chiede altrui mercede

E mentre il fato e la fortuna accusa

Fuor delle tende il guardo girae vede

Perseo c'ha in man la testa di Medusa

E immoto resta lì da capo a piede;

Né più sì duolma tien la bocca chiusa

Perchè col carro e tutta la sua muta

De' cavallacciin marmo si tramuta.

 

25.

Quei trech'ognor come cuciti a' fianchi

Gli stavan quivi acciocch'ei non scappassi

Privi di senso allorae freddie bianchi

Anch'eglino si fanno immobil sassi.

Ma perchè 'l prolungarmi non vì stanchi

Gli è me' ch'a Malmantile io me ne passi

Ove gli amici Paride ritrova

E sente ch'ogni cosa si rinnova.

 

26.

Poichè Baldone Malmantile ha preso

E tutte quelle povere brigate

Salvo però chi non si fosse arreso

Ormai se non son ite a gambe alzate;

Sicchè da questo avendo al fin compreso

Poi Bertinellach'ella l'ha infilate

Per ammazzarsi sfodera un pugnale;

Ma queich'è buononon le vuol far male.

 

27.

Chè non so come gli esce fra le dita

E salta in stradachè le gambe ha destre:

Ov'ella a ripigliarlo è poi spedita

Da chi dopo di lei fa le minestre;

E perch'ell'abbia a raccorciar la gita

Le fa pigliar la via dalle finestre;

Ella va sìma poco poi le importa

Trovar chi ammazza se vi giunge morta.

 

28.

Così cercando le grandezze e gli agi

A spese d'altrior sconta il suo peccato;

Onde tornata Celidorail Lagi

De' popoli padrona e dello Stato

Temendo ancor de' tristi e de' malvagi

Nuovi ministri fanuovo senato;

Sebben de' primi poco ha da temere

Chè tutti han ripiegate le bandiere.

 

29.

E per estinguer la memoria affatto

Di Bertinella in ogni gente e loco

Si levan le sue armie il suo ritratto

Tagliato in croce si condanna al fuoco.

Un bando va di poich'a verun patto

Nessun ne parli più punto nè poco

Sotto pena di star in sulla fune

Quattro mesi al palazzo dél Comune.

 

30.

Un oratore intanto de' più bravi

A Celidora Malmantile invia

Che del castello ad essa dà le chiavi

E rende omaggio colla dicería;

Ed ella in detti maestosi e gravi

Pronta risponde a tant'ambasceria;

Indi le chiavi pigliae un altro mazzo

Di quelle delle stanze del palazzo.

 

31.

E perch'egli è un pezzo ch'ell'ha voglia

Di riveder come d'arnesi è pieno

Del manto e d'altri addobbi si dispoglia

E comincia a girarlo dal terreno.

I guardarobi aspetta ad ogni soglia

Ch'ad aprir gli usci paiono il baleno.

E subito poi lesto uno staffiere

Quand'ella passale alza le portiere.

 

32.

Ed ella se ne va sicura e franca

Sapendo ogni traforo a menadito;

Perchè troppo non è ch'ella ne manca

E l'abitò fin quando avea marito.

Scesegiròsalìnè mai fu stanca

Sinchè non ebbe di veder finito;

All'ultimo si fece in guardaroba

Aprir gli armadie cavar fuor la roba.

 

33.

Spiegasi prima sopr'a un tavolotto

Un abito mavì di mezza lana

Che in su' fianchi appiccato ha per di sotto

Un lindo guardinfante alla romana;

Poi viene un verde e nuovo camiciotto

Con bianche imbastiture alla balzana;

E poi due trincerate camiciuole

Che fanno piazza d'arme alle tignuole.

 

34.

Una zimarra pur di saia nera

Per dove si fa a' sassi arcisquisita;

Perchè gli aliotti e il bavero a spalliera

Paran la testa e in giù mezza la vita;

Portandola alle nozze o a una fiera

Tôrre e comprar si può roba infinita

Ch'ell'ha due manicon sì badïali

Ch'e' tengon per quattordici arsenali.

 

35.

Una cappa tanèbella e pulita

Di cotonesebben resta indeciso

S'ella è di drappo o pur ringiovanita

Perchè non se le vede pelo in viso;

Evvi d'abiti pur copia infinita

Ma chi tintochi rotto e chi riciso

Chè 'l tempo guasta il tuttoe per natura

Cosa bella quaggiù passa e non dura.

 

36.

Bastase v'è qualcosa un po' cattiva

Che Celidora ha quivi abiti e panni

Che al certotuttavolta ch'ella viva

Può francamente andar in là con gli anni;

Ma perchè al suo cuor magno non s'arriva

Di certe toppescampoli e soppanni

Tôrsi d'impaccio vollee a quella gente

Ch'ell'ha dintornofarne un bel presente.

 

37.

Due altri armadi poi fur visitati

Che l'uno è tutto pien di biancheria

l'altro di paramenti ricamati

D'oro netto con nobil maestria;

E un altro di più tresche e arnesi usati

E calzee scarpee simil mercanzia

Che a vedersi per ultimo è rimasa;

V'è poi la masserizia della casa.

 

38.

Di qui si parteed apre uno stipetto.

D'intagli e d'arabeschi ornato e ricco

E trova due cassette di belletto

Cert'altre dì pezzette e d'orichicco

Una di biaccae in una un bel vasetto

Che dà l'acqua da rogna per lambicco;

'N un'altrach'elle furon fino a dieci

Ellera a mazzi e un bel tascon di ceci.

 

39.

Ad un casson di ferro va da zezzo

E quivi trova il morto ma da vero;

Chè i diamanti e le gioie di gran prezzo

Non v'hanno che far nulla e sono un zero;

Perchè si tratta ch' e' vi fosse un vezzo

Di perleche sebben pendeano in nero

Eran sì grosseche si parsevoce

Ch'ell'eran poco manco d'una noce.

 

40.

D'anelli e d'orecchini v'è il marame

Tanti gioielli poi che è un fracasso:

Di medaglie dorate o vuoi di rame

Un moggio ne misurano e di passo;

Ma quella è spazzatura ed un litame

Rispetto alle monete che più basso

Le più belle comparsero del mondo;

Chè in fatti i pesci grossi stanno al fondo.

 

41.

Tutte in sacchetti co' lor polizzini

Che dicon la moneta che v' è drento;

Le piastre sono in unoin un fiorini

In un gli scudi d'oroin un d'argento

Lire in ungiuli in questoin quel carlini;

Poi dopo un ordinato spartimento

Di craziesoldi e più danar minuti

Sonvi i quattrinii piccioli e i battuti.

 

42.

Poi ne venivan gli occhi di civette;

Ma il proseguir più oltre fu interrotto

Perchè alla donna venner più staffette

A dir che'l duca le volea far motto;

Ond'ella il tutto nel casson rimette:

E riserratoscende giù di sotto

Ove Baldon l'aspetta in istivali

E per partir di quivi sta in sull'ali.

 

43.

Perch'aggiustate omai tutte le cose

Che più desiderar non si potea

Eglich'era per far come le spose

La ritornataidestalla Ducea

In punto a questo fine allor si pose;

E in quelche il camerier della chinea

La puliva per metterle la sella

Licenziossi così dalla sorella.

 

44.

Omai è tempocara Celidora

Che inverso li miei sudditi m'appressi;

Chè 'l trattenermi di vantaggio fuora

Pregiudicar potrebbe a' miei interessi.

Però qui resta tu co' tuoi in buon'ora

E fátti amare e rispettar da essi;

Ed in ordine a questo si conviene

Fare anche un'altra cosa per tuo bene.

 

45.

Perchè s'io parto poicugina mia

Non so se tu ci avrai tutti i tuoi gusti;

Chè qui non è nessun che per te sia

Mentre sorgesser poi nuovi disgusti

Ma voglia il ciel ch'io dica la bugia;

Ad ogni modo io vo' che tu t'aggiusti

Per sicurtà con un compagno il quale

S'accasi teco: e questo è il Generale.

 

46.

I tuoi Stati difender si dà vanto

Chè tu vediegli è bravo quant'un Marte;

E se fin or per noi ha fatto tanto

Pensa quel ch'ei farà s'egli entra a parte.

Orsù dágli la mancava su il guanto;

E voi non ve ne state più in disparte:

Casa Latonio Amostante nostro

Fatevi innanzidite il fatto vostro.

 

47.

Ovvia passate qua da mia cugina

Ch'avete voi paura che vi morda?

Guardate se vi piace la pannina;

Ditenon ci tenete in sulla corda

Bisogna domandarne alla Regina

Rispose il Generals'ella s'accorda

Chè quanto a megiá son bell'e accordato

Anzi terrei d'averne di beato.

 

48.

Sì egli è dover sentir l'altra campana

Baldon soggiunse voi parlate bene

Già soquesto va in forma e per la piana

Ed altrimenti far non si conviene.

Così alla donna dice: ovvia sutrana

Rispondi prestocavaci di pene

Vuo'l tu? parla: or oltre dàlla fuore

Di' mai più sìe daccela in favore.

 

49.

Ed ella nel sentir com'ei l'astringe

A dar pronta risposta a tal domanda

D'un modesto rossor tutta si tinge

Perchè morir volea colla grillanda;

Pur alfin nelle spalle si ristringe

E dice che farà quanto comanda.

O garbato! rispose allor Baldone

Oh così presto e malee conclusione!

 

50.

Dagli dunque la mano in mia presenza.

E voio Generaldatela a lei;

Ch'io voglio prima della mia partenza

Veder solennizzar questi imenei.

Ma per non recar tedio all'udïenza

Idest a chi ascolta i versi miei

Col trattar sempre d'una stessa cosa

Lasciamglie andiamo incontro a un'altra sposa.

 

51.

Seguito col suo eroe già Psiche avea

La strega che da lui fuggiasi ratta;

Quand'ei l'incorse colla cinquadea

Perch'al duello non volle la gatta

E per questa rival nuova Medea

Che rovinata l'ha intrafinefatta

Adesso è tribolata al maggior grado

E s'allor pianseor qui tira per dado.

 

52.

Perchè dopo d'aver cercato tanto

Amordi chi fu sempre ansiosa e vaga

Sel trova chiuso in un luogo d'incanto

Per opra pur di questa crudel maga.

La quale in quei frangenti fatto il pianto

Di patria e benidi morir presaga

E che in suo onor doveansi fra poco

Alzar capanne e far cose di fuoco;

 

53.

Più non potendo aver Cupido sposo

Perocch'Amor da' morti sta lontano

Non vuols'ei muorcosì n'ha il cuor geloso

Che pur veduto sia da corpo umano;

Perciò con incantesmi l'ha nascoso

Facendo come il can dell'ortolano

Ch'all'insalata non vuoi metter bocca

E non può comportar s'altri la tocca.

 

54.

GiàCalagrillo e Psiche ebbero avviso

Di tutto quello ch'è seguíto in corte;

Ma il luogo appunto non si sa preciso

Però si fanno aprir tutte le porte;

Intanto crosciar sentesi un gran riso

E quel ch'è peggio poi suonarma forte

Bastonate di peso traboccanti

Senza conoscer chi recò contanti.

 

55.

Giù per le scale ognun presto addirizza

Chè dal timor glì s'arricciano i peli;

Ma Calagrillo altiero e pien di stizza

Colla sua striscia fa colpi crudeli;

Va per la stanzae fendetaglia e infizza

Ma non chiappase non de' ragnateli;

Paride giunge col suo libro intanto

E il diavol caccia e manda via l'incanto.

 

56.

Così dopo gli affanni e le fatiche

Sofferti per tant'anni e lustri interi

Ritrovatosi Amoreed eglie Psiche

Rappatumati fur da' cavalieri;

Onde scordati dell'ingiurie antiche

E riuniti più che volentieri

Ai regi sposi fero i baciabassi

Restando a parte di lor feste e spassi.

 

57.

Giunti i cialdoni poi e fatto il ballo

Il duca diede affin l'ultimo addio;

E subito con ogni suo vassallo

In verso Ugnano si pigliò il pendío.

E Calagrillo in groppa al suo cavallo

Preso con Psiche il faretrato Dio

Anch'ei partìe inteso il lor disegno

Gli ricondusse all'amoroso regno.

 

58.

Finito è il nostro scherzo: or facciam festa

Perchè la storia mia non va più avanti;

Sicchè da fare adesso altro non resta

Se non ch'io reverisca gli ascoltanti.

Ond'io perciò cavandomi di testa

Mi v'inchinoe ringrazio tutti quanti.

Stretta la foglia sialarga la via:

Dite la vostrach'i' ho detto la mia.

 

 

INDICE

 

DELLE PERSONE NOMINATE NEL POEMA

 

COLLO SCIOGLIMENTO DEGLI ANAGRAMMI.

 

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Alticardo

Carlo DatiI47; XI54.

Amostante Latoni

Antonio MalatestiI61; III10; VIII2664;IX631 3747; XI 32; XII 1645.

Antonio Dei

I50.

  

Baggina (il)

XI50.

Baldino Filippucci

Filippo Baldinucci IX43.

Ballerino (Il)

III43.

Bambi

VIII27.

Batistone

III65; IX32; XI47.

Belmasotto Ammirati

Mattias BartolommeiI49; IX46.

Bieco da Crepi

Piero de' BecciI37; XI 90; XII21.

  

Calagrillo

Carlo Galli IV30; V27; X 21; XI8; XII51.

Cassandro Cheleri

Alessandro Cerchi IX42.

Conchino di Melone

III61; XI50.

Cornacchia (il)

I69; XI30.

  

Doge Paol Corbi

Iacopo del Borgo I48; IX33; XI56.

Don Andrea Fendesi

Ferdinando Mendes IV8; V57.

Don Meo

III58; XI43.

Don Panfilo Piloti

Ippolito Pandolfini I51; XI50.

Dorian da' Grilli

Lionardo GiraldiI44; XI44.

  

Egeno de' Brodetti

Benedetto GoriI 45; IX33; XI47.

Enrigo Vincifedi

Vincenzio FederighiI59; XI50.

Eravano

Averano (Seminetti)IV8; V57; XI52.

  

Faina (il)

V38.

Fiesolano Branducci

Francesco Baldovini IX41.

Fra Ciro Serbatondi

Cristofano Berardi I45; XI38.

Franconio Ingannavini

Giovanni Antonio FranciniIII28.

Franco Vincerosa

Francesco Rovai IV13; V57.

Furba (il)

III57; IX32; XI44.

  

Gabban da Berzighella

XI52.

Grazian Molletto

Lorenzo Magalotti IX21; XI41.

Guglielmo Lanzo

XI35.

Gustavo Falbi

Balì Ugo StufaI48; XI52.

  

Istrion Vespi

Pietro SusiniXI55.

  

Leon Magin da Ravignano

Giovanni Andrea MonigliaIII12.

  

Maria Ciliegia

III43.

Mandragora

VI38.

Masino

III43

Maso di Coccio

III56; IX32; XI45.

Masselli

III43; XI55.

Melicche

III59; XI54.

Meino Forconi da Scarperia

Pier Francesco MainardiIX41.

Meo

III45.

Miccio

XI50.

Morbido Gatti

Migiotto BardiI59; XI56.

Mula (il)

III58; IX50.

  

Nannaccio

IX52.

Nanni Russa del Braccio

Alessandro Brunaccini I47; XI45.

Nepo da Galatrona

VI29.

Noferi Scaccianoce

Francesco CionacciIII12.

  

Ortolano (l')

XI52.

  

Palamidone

III67; XI46.

Paolino cieco

XI22; XII20.

Papirio Gola

Paolo ParigiI51; XII49.

Pappolone

Paolo PepiI36.

Paride Garani

Andrea ParigiIII11; VII6; VIII5; X32; XII52555.

Pericolo

III58XI43.

Perlone Zipoli

Lorenzo LippiI46; IV15; V57; VIII27; XI2439.

Piaccianteo

III44; V60; VIII59; XI1333.

Pippo del Castiglione

III64; IX32; XI42.

Pocavanzi

VIII24.

Puccio Lamoni

Paolo MinucciIII26; XI42.

  

Romolo Carmari

Carlo Mormorai I42; XI48.

Rosaccio

III63; XI53.

  

Santella

III43; XI52.

Salvino

IV23.

Salvo Rosata

Salvator Rosa IV14; V57; XI45.

Sardonello Vasari

Alessandro Valori I45; IX2527; XI5153.

Scaramuccia

XI52.

Scarnecchia

III62; XI51.

Sgaruglia

III60; XI48.

Sperante

III51; IX31; XI3138.

Strazzildo Nori

Rinaldo StrozziI58; XI50.

  

Tosello Gianni

Agostino NelliIII25; XI40.

Tosino

XI54.

Tura (il)

VIII47; X32; XII5.

Turpino

II31; III11.

  

Vecchina (il)

III57.