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Joseph Conrad.

LORD JIM.

 

 

 

 

 

 

INDICE.

Nota dell'autore: pagina 5.

Capitolo 1: pagina 9.

Capitolo 2: pagina 20.

Capitolo 3: pagina 31.

Capitolo 4: pagina 46.

Capitolo 5: pagina 55.

Capitolo 6: pagina 87.

Capitolo 7: pagina 117.

Capitolo 8: pagina 135.

Capitolo 9: pagina 152.

Capitolo 10: pagina 167.

Capitolo 11: pagina 188.

Capitolo 12: pagina 195.

Capitolo 13: pagina 208.

Capitolo 14: pagina 226.

Capitolo 15: pagina 245.

Capitolo 16: pagina 252.

Capitolo 17: pagina 262.

Capitolo 18: pagina 268.

Capitolo 19: pagina 282.

Capitolo 20: pagina 292.

Capitolo 21: pagina 312.

Capitolo 22: pagina 324.

Capitolo 23: pagina 334.

Capitolo 24: pagina 347.

Capitolo 25: pagina 357.

Capitolo 26: pagina 371.

Capitolo 27: pagina 381.

Capitolo 28: pagina 391.

Capitolo 29: pagina 403.

Capitolo 30: pagina 412.

Capitolo 31: pagina 421.

Capitolo 32: pagina 432.

Capitolo 33: pagina 441.

Capitolo 34: pagina 456.

Capitolo 35: pagina 470.

Capitolo 36: pagina 480.

Capitolo 37: pagina 490.

Capitolo 38: pagina 502.

Capitolo 39: pagina 515.

Capitolo 40: pagina 527.

Capitolo 41: pagina 541.

Capitolo 42: pagina 550.

Capitolo 43: pagina 561.

Capitolo 44: pagina 572.

Capitolo 45: pagina 580.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

"E' certo che qualsiasi convinzione guadagna infinitamente non

appena vi aderisca un'altra anima".

A G. F. W. Hope ed a sua moglie con grato affetto dopo molti anni

di amicizia.

NOTA DELL'AUTORE.

Allorché questo romanzo apparve la prima volta in volumesi

cominciò a dire che mi ero lasciato prender la mano. Qualche

recensore sostenne che il lavoroiniziato come novellaera poi

sfuggito al controllo dell'autore. Di ciòun paio di critici

scoprirono alcune prove interne: il che parve divertirli molto.

Insistettero sui limiti della forma narrativa. E' assurdo

sostenneroche uno possa parlare tutto quel tempoe che altri

stiano ad ascoltarlo così a lungo. Non era molto credibile

dissero.

Ho avuto agio di ripensarci per circa sedici annima non sono

ancora tanto sicuro che avessero ragione. Si sa di uomini rimasti

in piedi metà della notte - tanto ai tropici che in zone temperate

- a "raccontarsi storie". E' vero che questa è una storia solama

vi ho pur inframezzato pause che danno una certa dose di sollievo;

equanto alla resistenza degli ascoltatoricerto bisognerà

accettare - assunto preliminare necessario - il postulato che il

racconto sia interessante davvero. Per parte mia se non l'avessi

trovato interessantenon avrei mai potuto mettermi a scriverlo.

In riguardo poi alla possibilità fisicaognun sa che certi

discorsi in Parlamento hanno avuto una durata più prossima alle

sei che alle tre ore; mentre tutta quella parte del libro che

corrisponde al racconto di Marlow si può leggerla ad alta voce

direiin meno di tre ore. E d'altronde sebbene io abbia

rigorosamente escluso dal libro tutti i dettagli del genere -

possiamo ben supporre che quella notte siano stati offerti dei

rinfreschi; e che un bicchiere d'una qualunque acqua minerale

abbia aiutato il narratore a tirare avanti. Mascherzi a parteè

effettivamente vero che la mia prima concezione fu d'una novella

ristretta al solo episodio della nave dei pellegrini: null'altro.

Dopo però averne buttate giù poche pagine ne restai scontento

chissà perché; e per un certo tempo le misi a dormire. Non tornai

a cavarle dal cassetto se non quando il povero William Blackwood

mi chiese qualcosa per la sua rivista.

Soltanto allora mi resi conto che la faccenda della nave dei

pellegrini era un buon spunto per un racconto da lasciarlo andar

libero dove volesse; e che tale episodio poteva opportunamente

prestarsi ad illuminar tutto intero il "senso dell'esistenza" in

un personaggio di temperamento semplice e sensibile. Ma tutti

questi stati d'animo e questi moti dello spiritoantecedenti

all'atto dello scriveremi rimasero lì per lì alquanto oscuri; e

non mi appaiono più chiari nemmeno oggidopo tanti anni.

Le poche pagine che avevo messo da parte ebbero il loro peso nella

scelta dell'argomento. Ma riscrissi deliberatamente ogni cosa.

Sapevoquando mi ci misi. che sarebbe stato un libro lungo; pur

non prevedendo che avrebbe finito con l'occupare tredici numeri

della "Maga".

Talora mi è stato domandato se dei miei libri non fosse Lord Jim

quello che preferivo. Sono un nemico dichiarato dei favoritismi

nella vita pubblicanella vita privatae perfino nei delicati

rapporti che corrono fra un autore e le sue opere. Per questione

di principio non voglio favoriti; ma non giungo al punto da

sentirmi addolorato ed urtato per la preferenza che certuni

accordano a questotra gli altri miei romanzi. Non dirò neppure

che "non arrivo a capire..." No! Ma una volta ebbi ragione di

restare interdetto e sorpreso.

Un mio amico di ritorno dall'Italia aveva parlato colà con una

signoraalla quale il libro non piaceva. La cosa mi rincrebbe

naturalmentema a stupirmi fu la causa della sua avversione. "E'

così malsano"aveva detto.

Su questo giudizio ebbi da meditare ansiosamente per un'ora. Alla

fine - debitamente riconosciuto che il tema è piuttosto estraneo

alla sensibilità femminile - giunsi alla conclusione che quella

signora non poteva essere italiana. Chissà anzi se era neanche

europea? Comunqueun temperamento latino non avrebbe mai trovato

nulla di morboso in un'acuta coscienza dell'onore perduto. Una

simile coscienza può essere erratapuò essere giustao venir

condannata come artificiosa; e forse Jim non è un tipo molto

comune. Ma posso accertare ai miei lettorisenza tema di

sbagliarmiche egli non è il prodotto di una riflessione fredda e

perversa. Non è nemmeno una creatura delle nebbie nordiche. Fu una

mattina di solenell'ambiente banale d'una strada di Orienteche

vidi passarecommovente e significativaravvolta in una nubela

sua figura perfettamente silenziosa. Come doveva essere. Toccava a

mecon tutta la comprensione di cui ero capacecercar le parole

adatte per esprimerne il significato. Era "uno dei nostri".

Giugno 1917.

 

 

CAPITOLO 1.

Per tre o forse cinque centimetri non arrivava a un metro e

ottanta. Di complessione robustavi veniva incontro a passi

sicuriun po' curvo nelle spallecon la testa protesa in avanti

e uno sguardo fisso di sotto in su che vi faceva pensare a un toro

sul punto di slanciarsi. La voce era profonda e sonora; nei modi

una sorta di sicurezza caparbiasenza nulla tuttavia di

aggressivoche pareva voluta per imporre a se stesso non meno che

agli altri. Nella persona meticolosamente curato: tutto di bianco

dalle scarpe al cappelloimmacolato. Nei diversi porti orientali

dove si guadagnava da vivere come commissionario marittimo era

favorevolmente conosciuto.

Un commissionario marittimo non ha bisogno di sottoporsi ad esami

di sortama certe capacità deve possederle in astratto e saperle

dimostrare in concreto. Il suo lavoro consiste nel gareggiare di

velocitàsia a vela che a vapore o a remicon altri

commissionari per essere il primo a raggiungere ogni nave in

procinto di dar fondo; nel salutarne festosamente il capitano

cacciandogli in mano a forza il listino delle varie mercanzie; e

non appena costui mette piede a terranel pilotarlo con energia

ma senza ostentazione fino ad un vasto magazzino che pare una

cavernacolmo non soltanto di tutte quelle cose che a bordo si

mangiano e si bevonoma dove si può anche procurarsi quanto rende

un bastimento atto alla navigazione e bello a vedersi: da un

assortimento di ganci per le cime d'ormeggio a un libretto d'oro

in foglia per gli intagli di poppa. Qui il capitano è ricevuto dal

proprietario dell'azienda come un fratellobenché lo veda allora

per la prima volta. V'è un fresco salottinopoltronebottiglie

sigaril'occorrente per scrivereuna copia del regolamento

portualee un'accoglienza così cordiale da scioglier nel cuore

d'un marinaio tutta la salsedine che vi hanno accumulato tre mesi

di navigazione. I rapporti così iniziati son mantenuti viviper

tutto il periodo che la nave rimane in portoattraverso le visite

giornaliere del commissionario marittimo. Egli si mostrerà fedele

al capitano come un amico e pieno d'attenzioni come un figlio;

avrà la pazienza di Giobbela dedizione altruistica d'una donna e

l'eterna allegria d'un buontempone. Più tardi arriverà anche il

conto. E' un mestiere bello e umano. Perciò un bravo

commissionario marittimo è raro. Se poi un commissionario

marittimoche possieda in astratto le volute capacitàha anche

il pregio d'essersi fatto le ossa sul mareegli merita da parte

del suo principale un bel po' di soldi e parecchia indulgenza. A

Jim toccavano sempre buoni salari e indulgenza quanta ne

basterebbe per render fedele un demonio. Eppurecon nera

ingratitudineogni tanto abbandonava sui due piedi l'impiegoe

se n'andava da qualche altra parte. Ai suoi principalile ragioni

che dava apparivano assolutamente insufficienti. "Maledetto

idiota!" esclamavanoappena aveva voltato le spalle: e questo era

tutto il commento che facevano sulla sua squisita sensibilità.

Per i bianchi che trafficavano nei commerci marittimi e per i

capitani delle naviegli era Jim: null'altro che Jim. Avevaben

s'intendeanche un altro nomema gli premeva che non fosse mai

pronunciato. Codesto suo incognitobucherellato d'altronde come

un setaccionon era tuttavia destinato a nascondere una

personalitàbensì un fatto. Quando il fatto sbucava fuori

dall'incognitoJim abbandonava all'improvviso il porto dove si

trovava in quel momentoe si trasferiva in un altro: di solito

sempre più verso oriente. Si teneva ai portiperché era un uomo

di mare in esilio dal maree perché possedeva quelle capacità

astratte che non servono in nessun mestieresalvo in quello di

commissionario marittimo. Si ritirava in buon ordine verso il sole

levantee il fatto gli teneva dietro a casoma senza scampo.

Cosìanno dietro annolo conobbero successivamente a Bombaya

Calcuttaa Rangoona Penanga Batavia: e in ciascuna di queste

tappe egli non era che Jimil commissionario marittimo. Più

tardiallorché la sua acuta percezione dell'intollerabile lo

distaccò per sempre dai porti di mare e dagli uomini bianchi

sospingendolo fin dentro le foreste verginii malesi di quel

villaggio nella giungla dove s'era deciso a nascondere la propria

deplorevole sensibilitàaggiunsero una paroletta al monosillabo

del suo incognito. Lo chiamarono Tuan Jimche è come dire: Lord

Jim.

Era nato in un presbiterio. Molti sono i comandanti di belle navi

mercantili che provengono da simili asili di devozione e di pace.

Il padre di Jim possedeva una così sicura conoscenza

dell'Inconoscibile da lasciar soddisfatta la rigidezza morale di

chi abitava in povere catapecchiesenza perciò turbare i sonni di

coloro ai quali una Provvidenza infallibile consentiva di vivere

in ricchi castelli. La chiesetta sulla collina aveva il color

grigio muschioso di una roccia irretita da un intrico di

vegetazione. Sorgeva là da secolima gli alberi onde era

circondata ricordavan probabilmente il giorno in cui ne fu posta

la prima pietra. Più in basso la rossa facciata del rettorato

brillava col suo tono caldo fra i praticellile aiuole e gli

abeti. Sul dietro si stendeva un fruttetoa sinistra il cortile

lastricato della scuderiae le vetrate in pendenza delle serre

lungo un muro di mattoni. La parrocchia apparteneva da generazioni

alla famiglia; ma Jim aveva quattro fratelli: e quandodopo una

serie di romanzi d'avventure letti durante le vacanzes'era

manifestata in lui la vocazione marinaralo mandarono subito su

una nave-scuola per allievi ufficiali della marina mercantile.

Qui imparò un po' di trigonometriae come si bracciano i pennoni

di velaccio. Tutti gli volevano bene. Per la navigazione si

guadagnò il terzo posto in graduatoria e fu fatto capovoga nella

prima lancia. Aveva una testa solida e un fisico eccellente che lo

servivano a dovere nelle manovre in cima agli alberi. Il suo posto

era sulla crocetta di trinchettoe di lassù spesso gettava un

occhiocon lo sprezzo dell'uomo destinato a rifulgere nei

pericolisulla pacifica moltitudine dei tetti tagliata in due

dalla torbida corrente del fiumementresparsi ai margini della

pianura circostantei comignoli delle fabbriche si drizzavano uno

per uno a perpendicolo contro il cielo sporco: sottili come

matiteeruttavan fumo al pari di vulcani. Vedeva grandi navi

partirechiatte panciute far la spola in continuazionebarchette

laggiù laggiù sotto ai suoi piediil fosco splendore del mare

verso l'orizzontee la speranza di una vita eccitante in un mondo

pieno d'avventure.

Sotto copertain una babele di duecento vocisi spogliava della

propria realtà presente per anticipar con l'immaginazione la vita

di mare quale la letteratura romanzesca glie l'aveva dipinta.

Vedeva se stesso in atto di salvare dei naufraghio di tagliar

con l'ascia le alberature nella furia d'un cicloneo di nuotare

contro il risucchio trascinando un gherlino. Oppure si vedeva

naufrago solitarioscalzo e in brandellivagare sui nudi scogli

in cerca di frutti di mare per sfamarsi. Altre volte affrontava i

selvaggi su spiagge tropicalisedava ammutinamenti in alto mare

in una barchetta sperduta nell'oceano rincuorava gli affranti

compagni: esempio costante di dedizione al dovereeroe a tutta

provacome un personaggio di romanzo.

"E' successo qualcosa. Vieni su!"

Balzò in piedi. Come una fiumana gli allievi facevan le scalette a

quattro a quattro. Si sentiva sul ponte un gran correre e gridare.

Quando fu sbucato dal boccaportoJim si fermò di botto allibito.

Era il crepuscolo di una giornata d'inverno. Il vento aveva

rinfrescato nel pomeriggiobloccando il traffico sul fiume; e ora

soffiava con la violenza d'un uraganoa raffiche capricciose che

rimbombavano come salve di grossi cannoni sull'oceano. La pioggia

veniva giù di traverso a scrosci interrottie nelle pause si

offriva a Jim la rapida e minacciosa visione dell'accavallarsi dei

marosidelle barche sballottate che si urtavano lungo la riva

dei fabbricati immobili nella bruma fuggentedelle chiatte

panciute che sgroppavano pesantemente tesando le cime

d'ancoraggiodei grandi pontoni che facevano l'altalena inondati

dagli spruzzi. La raffica che seguì parve spazzasse via tutto.

L'atmosfera era gonfia d'acqua portata dal vento. V'era come un

proposito di ferocia nella buferaun'intensità furibonda

nell'urlo del turbinein quel tumulto brutale della terra e del

cieloche pareva diretto proprio contro di luie che lo lasciò

senza fiatoimmobile e sgomento. Gli sembrava d'esser trascinato

in un vortice.

Qualcuno gli diede uno spintone. "Armate la lancia!" Ragazzi gli

passarono accanto correndo. Un battello guardacostementre filava

a ripararsi in portoera andato a sbattere contro una goletta

all'ormeggio: dell'infortunio era stato testimone uno degli

istruttori della nave-scuola. Una folla di allievi si arrampicò

sui bastingaggisi raggruppò intorno ai paranchi. "Una

collisione... Proprio davanti a noi... Il signor Symons ha visto

benissimo". Un urtone lo scaraventò fin contro all'albero di

mezzanadove si sostenne afferrandosi ad una cima. La vecchia

nave-scuola costretta dall'ormeggio vibrava tuttadando

dolcemente la prua al ventoe traverso la sua poca attrezzatura

mormorava con voce di basso profondo l'affannata canzone della sua

giovinezza sul mare. "Cala!" Vide la lanciacon l'equipaggio al

completoscender rapida al disotto dell'intraversata e si

precipitò da quella parte. Sentì un tonfo. "Molla; libera via!"Si

sporse. Il fiume ribolliva schiumoso lungo la murata. Si scorgeva

nell'oscurità crescente la lancia in balìa del risucchio e del

vento che la tennero per un attimo magicamente in loro potere a

sballottar sul fianco della nave. Una voce tonante gli giunse a

mala pena alle orecchie: "Remate d'accordocuccioli che non siete

altrose volete salvar qualcuno! Remate a tempo!" E

all'improvviso la lancia s'inalberò di pruae balzando a remi

alzati sopra un'ondataruppe il breve incantesimo in cui l'avevan

tenuta il vento e il risucchio.

Jim si sentì stringere una spalla con forza. "Troppo tardi

giovanotto". Il comandante della nave trattenne con la mano quel

ragazzo che pareva volesse buttarsi in maree Jim sollevò verso

di lui uno sguardo pieno di cosciente dolore per la disfatta

subita. Il comandante sorrise con simpatia. "Avrai più fortuna

un'altra volta. Questo t'insegnerà ad esser svelto".

Acute grida d'entusiasmo accolsero la lancia che tornava indietro

a balzellonimezza piena d'acqua e con due uomini esausti che

diguazzavano sui paglioli. A Jim il tumulto e la minaccia del

vento e del mare sembravano ormai assolutamente spregevoliciò

che accresceva il suo rammarico per essersi lasciato sgomentare

dal loro vano furore. Ora sapeva cosa pensarne. Era ben certo che

della bufera non glie ne importava più nulla. Sarebbe stato capace

di affrontare pericoli ben più grandi. Sicuro: un giorno li

avrebbe affrontatie meglio di chiunque altro. Non aveva più

neanche un briciolo di paura. Tuttavia se ne rimase la serata

intera in dispartepensieroso e aggrondatomentre il capovoga -

un ragazzo con un viso da femminuccia e certi grandi occhi grigi -

era festeggiato come un eroe nel ponte inferiore. Tutti gli si

stringevano attorno con le più appassionate domande. E lui

raccontava: "Non appena ho scorto la sua testa che scompariva e

riapparivasubito ho lanciato in acqua l'alighiero. Gli si è

agganciato ai calzoni e per poco non cascavo in marese non era

il vecchio Symons chelasciato andare il timonemi ha acciuffato

per le gambe. La lancia è andata a un pelo dal capovolgersi. Gran

brav'uomo quel vecchio Symons. Che m'importa se ogni tanto fa il

brontolone con noi? Tutto il tempo che mi ha tenuto per le gambe

non ha fatto che coprirmi d'improperima quello era il suo modo

di dirmi di non mollar l'alighiero. Certo che il vecchio Symons si

eccita con terribile facilitàvero? Nonon il biondino....

voglio dir l'altroquello grossocon la barba. Quando l'abbiamo

tirato a bordo gemeva: OHLA MIA GAMBA! OHLA MIA GAMBA! e

rovesciò gli occhi fino al bianco. Curiosoun tipo così grosso

che svenga come una ragazza. Voi sverreste per una botta di

alighiero? Io no sicuro. Gli s'era infilato nella gamba tanto

così" Esuscitando viva emozionemostrò in giro l'alighiero che

aveva portato apposta sotto coperta. "Ma nosciocco! Non era la

carne a reggerloerano i calzoni. Ma sanguinava anche molto

s'intende".

A Jim queste parevano penose esibizioni di vanita. La tempesta

aveva provocato un eroismo spurio quanto la sua minaccia era

falsa. Si sentiva irritato contro quel brutale tumulto della terra

e del cielo che l'aveva preso alla sprovvista soffocando a

tradimento il suo slancio generoso verso il rischio. Per il

rimanente era piuttosto soddisfatto di non essere andato con la

lanciavisto che alla bisogna era bastata un'iniziativa di

proporzioni così modeste. Aveva arricchito la propria esperienza

meglio dei materiali esecutori dell'impresa. Quando tutti gli

altri avessero indietreggiatoallora sì - ne era sicuro - lui

solo avrebbe saputo affrontare la falsa minaccia del vento e del

mare. Sapeva ormai cosa pensarne. Obbiettivamente vedutaera una

minaccia spregevole. Non riusciva a trovare in se stesso la minima

traccia di emozionee insomma l'effetto conclusivo di

quell'avvenimento eccezionale fu chedimenticato e solo in mezzo

alla chiassosa folla dei compagniJim esultò nella rinnovata

certezza del proprio spirito d'avventura e in un sentimento di

multiforme coraggio.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 2.

Dopo due anni di tirocinio prese imbarco; maaddentrandosi in

regioni tanto familiari alla sua fantasiadovette riconoscerle

stranamente povere di avventure. Fece molte traversate. Conobbe la

magica monotonia di un'esistenza fra cielo e mare; ebbe a subire

le critiche degli uominile esigenze del maree la prosaica

durezza del compito giornaliero da cui si ricava il panema

anchein compensol'amore per il proprio lavoro. Era un compenso

di cui non godeva: eppure non poteva tornare indietroperché non

v'è nulla al mondo che seducadeluda e renda schiavi come la vita

di mare. Senza contare che la carriera prometteva bene. Di modi

distinti e di buon naturaleprofondamente conscio dei propri

doveriera un tipo che ispirava fiducia; sì chegiovanissimo

ancorasi ritrovò primo ufficiale sopra una bella navesenza

esser mai stato messo a prova da quegli incidenti di navigazione

che dimostrano alla luce del giorno il valore intrinseco d'un

uomol'affilatura della sua temprala fibra della sua stoffa:

che rivelano il grado della sua resistenza e la segreta verità

delle sue apparenzenon solo agli occhi degli altrima ai

propri. Una volta sola in tutto quel periodo ebbe di nuovo il

sensoin una rapida visionedi quanto possa essere intensa la

rabbia del mare. E' una rabbia che si manifesta meno spesso di

quanto può creder la gente. Vi sono molte gradazioni di pericolo

nelle avventure e nei fortunali: solo ogni tanto appare sul volto

dei fatti la sinistra violenza di un'intenzione; quel quid

indefinibile che forza la mente e il cuore dell'uomo a convincersi

come quella concatenazione d'incidentio quella furia degli

elementi che lo assalgonoabbiano un preciso intento di perfidia

una forza al di là d'ogni controllouna crudeltà sfrenata che

vuol strappare all'animo speranza e timoretravaglio di

stanchezza e desiderio infinito di riposo; che vuol schiacciare

distruggereannientare tutto ciò che fino a quel momento egli ha

vistoconosciutoamatogodutooppure odiato; tutto ciò che è

necessario e senza prezzo: la luce del solele memorie

I'avvenire; che vuole spazzar via d'un colpo dai suoi occhi tutto

il mondo prezioso col solosemplice e spaventevole gesto di

togliergli la vita.

Ferito da un pennone che gli era caduto addosso al principio d'una

settimana di burrasca (della quale in seguito il capitanouno

scozzeseusava dire: "Ragazzi! per conto mio è un vero miracolo

se la nave l'ha scampata!")Jim passò lunghi giorni disteso sul

dorsocon la testa confusain un abbattimento senza speranza e

in un'agitazione tale come se avesse toccato il fondo d'un abisso

di irrequietezza. Di come sarebbe finito non gli importava; nei

momenti di lucidità si esagerava la propria indifferenza. Il

pericoloquando non lo vediamoha la stessa confusa imperfezione

del pensiero umano. La paura diventa vaga; e quella nemica

dell'uomo che è l'immaginazionemadre di tutti i terrorise non

è stimolata dai fatti si affloscia nel tedio dell'emozione

esausta. Jim non vedeva altro che il disordine della sua cabina

sballottata. Giaceva là prigioniero nel bel mezzo d'una piccola

devastazionesegretamente felice di non dover salire in coperta.

Ma di quando in quando un fiotto di incontenibile angoscia lo

sopraffaceva fisicamentelasciandolo senza fiato a contorcersi

sotto le lenzuola. Allora la stupida brutalità di un'esistenza

così atrocemente schiava di simili sensazioni gli dava un

desiderio disperato di fuggirne ad ogni costo. Poicol ritorno

del bel temponon ci pensò più.

Continuava tuttavia a zoppicaresì che quando la nave raggiunse

un porto in Oriente bisognò ricoverarlo all'ospedale. La

guarigione tardavae dovettero lasciarlo a terra.

Nella corsia dei bianchi vi erano altri due soli pazienti: il

commissario di bordo d'una cannoniera che si era rotto una gamba

cadendo in un boccaportoe una specie d'imprenditore di ferrovie

d'una provincia vicina. Costuiafflitto da una misteriosa

malattia tropicaleriteneva il dottore un vero ciucoe si

abbandonava a segrete orgie di specialità medicinali che il suo

servo Tamilo gli portava di nascosto con devozione instancabile.

Si raccontarono a vicenda la storia della loro vitagiocavano un

po' a carteoppure sbadigliando ciondolavano in pigiama dalla

mattina alla serasdraiati sulle poltrone senza scambiarsi una

parola. L'ospedale sorgeva sopra una collinae un'arietta

delicataentrando dalle vetrate sempre aperteportava nella

stanza disadorna la morbidezza del cieloil languore della terra

l'affascinante respiro delle acque orientali. Vi portava profumi

suggestioni d'infinito riposoil dono di sogni senza fine.

L'occhio di Jim spazzava ogni giorno di là dai boschetti dei

giardinisopra le terrazze della cittàoltre le fronde dei

palmizi che crescevano sulla spiaggiaper fermarsi sulla grande

via dell'Oriente: una via costellata d'isolette inghirlandate

illuminata dal sole delle grandi occasionicon le sue navi simili

a giocattolicol suo traffico brillante come una parata festiva

con in alto l'eterna serenità del cielo orientalee in basso la

sorridente pace dei mari orientalipadroni dello spazio fino

all'estremo orizzonte.

Non appena gli fu possibile camminare con un bastonescese in

città a informarsi d'un mezzo per ritornare in patria. Ma non

essendovi nulla in vista per il momentogli venne naturalmente

fattoper ingannare l'attesad'entrare in relazione con gli

uomini del suo mestiere che si trovavano in porto. Costoro erano

di due categorie. Alcunipochi e che si vedevano raramente

facevan vita misteriosaavevano conservato un'inalterabile

energia einsieme con una cert'aria da piratiocchi da

sognatori. Pareva vivessero in un pazzo labirinto di progettidi

speranzedi pericolid'impreseal di là della civiltànegli

oscuri ricetti del mare; la loro morte sembrava poter essere

l'unico avvenimento in qualche modo probabile di quelle

fantastiche esistenze. La maggioranza invece si componeva di

uomini checapitati là per casocome Jimvi eran rimasti come

ufficiali di cabotaggio locale. Ormai pensavano con orrore

all'idea di prestar servizio sui bastimenti dei bianchicon

quelle condizioni di vita tanto più durecon quella rigida

concezione del doverecol rischio delle traversate sugli oceani

bizzosi. S'erano intonati all'eterna pace del cielo e del mare

d'Oriente. Amavano i viaggi brevile buone sdraie di copertai

folti equipaggi indigenie il privilegio d'esser bianchi.

Rabbrividivano al pensiero di dover faticaree conducevano così

un'esistenza precaria ma comodasempre sul punto d'essere

licenziatisempre sul punto d'essere assunti; al servizio di

Cinesidi Arabidi meticci... Anche al soldo del diavolo si

sarebbero messi se ci fosse stato poco da fare. Discorrevano

eternamente di colpi di fortuna: come al Tal dei Tali era stato

affidato un bastimento che faceva un servizio comodo comodo lungo

le coste della Cina; come quell'altro aveva un'occupazione

piacevole in qualche parte del Giappone; come un terzo si faceva

d'oro nella marina siamese. E in tutto quanto dicevano - come

anche nelle azioninell'aspettonelle persone - si scopriva il

punto deboleil marcio: quel proposito ben determinato di

bighellonar senza rischio attraverso la vita.

A Jim codesta masnada di chiacchieronia considerarli come

marinaisembraron sulle prime irreali più che fantasmi. Ma finì

con lo scoprire un certo fascino in quegli uominiin quella loro

aria di passarsela a meraviglia con una razione così minuscola di

fatica e di rischio. Col tempoaccanto al suo iniziale disprezzo

crebbe lentamente in lui un altro sentimento; e all'improvviso

abbandonata l'idea di tornarsene in patriaprese imbarco sul

Patna come primo ufficiale.

Il Patna era un vapore locale vecchio come il mondosmilzo come

un levriero e divorato dalla ruggine peggio d'un serbatoio

abbandonato. Proprietà d'un Cineseera noleggiato da un Arabo e

lo comandava un rinnegato tedesco della Nuova Galles del Sudil

quale ci teneva moltissimo a maledire pubblicamente la propria

terra d'originema chetraendo forse esempio dalla trionfante

politica di Bismarcksi compiaceva di trattar brutalmente tutti

coloro del quali non aveva paurae aveva un'aria di "a ferro e

sangue" combinata con un naso violaceo e dei mustacchi rossi. Dopo

che la nave fu ridipinta all'esterno e imbiancata di dentroa un

dipresso ottocento pellegrini vi vennero imbarcatimentre stava

all'attracco con le caldaie accese lungo un molo di palafitte.

Al fiotti i pellegrini salivano a bordo per tre passerelle;

salivano a fiotti sospinti dalla fede e dalla speranza del

Paradiso; salivano a fiotti con un struscìo continuo di piedi

scalzisenza dire una parolasenza né mormorare né guardarsi

indietro: enon appena fuori dai guardamano che li obbligavano a

procedere incolonnatidilagarono d'ogni parte sul pontefluivano

verso prua e verso poppastraripavan giù per i boccaporti

spalancatiandavano a riempire i più lontani recessi della nave:

come l'acqua che colma una cisternacome l'acqua che filtra da

crepacci e fessurecome l'acqua che silenziosa cresce su su fino

all'orlo. Ottocento tra uomini e donnecon la loro fede e

speranzai loro affetti e ricordisi erano là riuniti provenendo

dal Nord e dal Sud e dai limiti estremi dell'Orientedopo aver

percorso i sentieri della giungladisceso i corsi dei fiumi

costeggiato in proe sui bassifonditraversato in piccole canoe da

un'isola all'altrasopportato disagi e patimentiincontrato

spettacoli strani e subìto l'assedio di strane paureun solo

anelito sostenendoli sempre. Venivano da capanne solitarie

abbandonate in lande deserteda accampamenti popolosida

villaggi in riva al mare. Al richiamo di un'idea avevano

abbandonato le loro forestele radurela protezione dei capila

prosperità e la miseriai luoghi della giovinezza e le tombe dei

padri. Arrivavano coperti di polveredi sudoredi sudiciumedi

stracci: gli uomini più forti a capo di gruppi di famigliei

vecchi scarni che si facevan strada nella calca senza speranza di

ritorno; ragazzi d'occhio ardito che si guardavano attorno con

curiositàbambine scontrose dai lunghi capelli arruffati; timide

donne imbacuccate che si stringevano al senoavvolti nei lembi

sciolti delle sporche pezzuole da testai loro marmocchi

addormentati; pellegrini inconsci di una ferrea credenza.

"Guardi un po' che mandria"fece il capitano tedesco al suo nuovo

primo ufficiale.

Per ultimo giunse il capo di quella pia carovanaun Arabo. Salì a

bordo lentamentebello e solenne nella sua tunica bianca e col

suo grande turbanteseguito da uno stuolo di servi carichi dei

suoi bagagli. Il Patna salpòstaccandosi dalla calata a macchina

indietro.

Dapprima diresse la prua verso un passaggio tra due isolettepoi

attraversò in senso obliquo lo spazio d'ancoraggio riservato ai

velieridescrisse un semicerchio all'ombra di una collinae

prese la via lungo una scogliera frangiata dalla spuma dei marosi.

Dritto a poppal'Arabo recitò ad alta voce la preghiera dei

naviganti. Invocò la protezione dell'Altissimo sul viaggione

implorò la benedizione sulle fatiche degli uomini e sulle segrete

mire dei loro cuori: il piroscafo intanto solcava pulsante nel

crepuscolo le calme acque dello Stretto e laggiù lontano lontano

a poppaviaun faro piantato da miscredenti sopra una secca

traditricesembrava gli strizzasse quel suo occhio di fiamma

quasi a deriderne la missione di fede.

Uscito fuor dagli stretti il bastimento superò la baia

proseguendo la sua rotta attraverso il passaggio detto del " Primo

Grado". Puntò direttamente sul Mar Rosso sotto un cielo sereno

sotto un cielo rovente e senza nubi ravvolto in un fulgore di sole

che annientava il pensieroopprimeva il cuorefaceva avvizzire

ogni impulso d'energia. E sotto al sinistro splendore di quel

cieloil mare azzurro e profondo restava immobilesenza un

fremitosenza un'increspaturasenza una ruga: vischioso

stagnantemorto. Il Patna trascorreva con un lieve sibilo su

quella pianura liscia e luminosasnodando un nastro di fumo nero

attraverso il cielolasciandosi dietro un nastro di spuma candida

che subito si sfaceva e scomparivacome il fantasma d'una scìa

tracciata su un mare senza vita dal fantasma d'una nave.

Tutte le mattine il solequasi volesse tener dietro con le sue

rivoluzioni alla marcia dei pellegriniemergeva dalle acque con

un silenzioso scoppio di lucesempre alla stessa distanza a poppa

della navela raggiungeva sul mezzogiornoversando il fuoco

concentrato dei suoi raggi sulle pie intenzioni degli uomini; le

scivolava dinanzi nella sua discesae sprofondava misteriosamente

nel mare una sera dopo l'altraconservando sempre la stessa

distanza dalla prua. I cinque bianchi di bordo vivevano a mezza

naveappartati da quel carico umano. Il tendone copriva il ponte

da prua a poppa come un tetto biancoe soltanto un debole

mormorìoun sussurrar di malinconiche voci rivelava la presenza

di una folla sulla distesa immensa e sfolgorante dell'oceano. Tali

erano le giornate immobiliafose e pesantiche scomparivano una

dopo l'altra nel passatoquasi cadessero nell'abisso

continuamente aperto dalla scìa; e la navesolitaria sotto un

fiocco di fumoproseguiva il suo cammino costantenera e

infuocata in un'immensità luminosacome arsa dalla fiamma che un

cielo senza pietà le saettava contro.

Le notti calavano su di essa come una benedizione.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 3.

Una placidità meravigliosa riempiva il mondoe pareva che le

stelle effondessero sulla terrainsieme ai loro raggi serenila

garanzia di un'eterna sicurezza. La falcata luna giovinetta che

splendeva bassa a ponenteera simile a un truciolo sottile

piallato da una sbarra d'oroe il mare Arabicoliscio e fresco

all'occhio come una lastra di ghiacciostendeva la sua superficie

perfettamente livellata fino al circolo perfetto dell'oscuro

orizzonte. L'elica girava senza intoppocome se il suo pulsare

rientrasse nello schema d'un universo privo di rischi; e sui

fianchi del Patna due profondi solchi d'acquascuri e

ininterrotti sullo scintillìo senza rughe del mareracchiudevano

entro i loro orli dritti e divergenticandidi vortici di schiuma

che si rompevano con un sibilo sommesso creando piccole onde

increspature leggerebrevi risucchi che un istante agitavano il

mare dopo il passaggio della naveper poi placarsi con un tenue

sciacquìo e finalmente dissolversi in quell'immobilità circolare

dell'acqua e del cielo che aveva eternamente per centro la macchia

nera del piroscafo in movimento.

Jimin piedi sul pontesi sentiva pervaso da una grande

certezza: la certezza di un'incolumità e di una pace senza confini

che si leggeva chiaramente nell'aspetto silenzioso della natura

così come la certezza d'esser protetti da un amore si legge nella

tenera calma del volto materno. Riparati dal tendone teso come una

tettoiaaffidati alla saggezza e al coraggio degli uomini

bianchialla potenza del loro scetticismo e al ferreo involucro

della nave col fuoco in corpoi pellegrini di una fede esigente

si abbandonavano al sonno su stuoiesu copertesulle nude tavole

dei pontiin ogni angolo buioravvolti in panni ritinti

imbacuccati in luridi cencicon la testa sui loro fagotti e il

volto contro le braccia ripiegate: uominidonnebambini; i

vecchi insieme ai giovanii decrepiti con i vigorosi - tutti

uguali davanti al sonnofratello della morte.

Una corrente d'aria provocata dalla corsa della nave attraversava

senza posa la lunga zona di penombra fra gli alti bastingaggi

spazzava le file dei corpi distesi. Poche lampade a globo di

debole fiamma erano appese qua e là con una breve catenella alle

capriate di sostegno del tendone; entro ai torbidi cerchi di luce

proiettati verso il bassoche tremavano appena per l'incessante

vibrazione della naveappariva qui un mento rivolto in su oppure

due palpebre chiuselà una mano scura con i suoi anelli d'argento

o una gamba scarna drappeggiata di stracci; qui una testa

ripiegata all'indietro o un piede scalzola una gola nuda e tesa

come si offrisse al coltello. I più agiaticon casse pesanti e

stuoie polverose avevan messo insieme dei ricoveri per le loro

famiglie; i poveri riposavano uno vicino all'altro tenendo sotto

al capo tutto ciò che possedevano al mondo avvolto in un cencio; i

vecchi solitari dormivano con le gambe rattratte sui loro tappeti

da preghieracon le mani sulle orecchie e un gomito per parte

all'altezza delle guance; un padrecon le spalle sollevate e la

fronte sulle ginocchiastava assopito con un'aria desolata

accanto a un ragazzo che dormiva supino coi capelli arruffati e il

braccio teso in un gesto imperioso; una donna chiusa dalla testa

ai piedicome un cadaverein un lenzuolo biancoteneva un

bambino ignudo nel cavo di ogni braccio; il bagaglio dell'Arabo

ammucchiato a poppa sulla destraera come una pesante montagna

dai contorni frastagliatisu cui ciondolava una lampada da stiva;

e più dietro s'intravedeva una gran confusione di forme

eterogenee: panciuti vasi d'ottone che lanciavan riflessi

l'appoggiapiedi d'una poltrona a sdraiole lame di certe lancie

il fodero dritto d'una vecchia sciabola appoggiato a un mucchio di

cusciniil beccuccio d'una caffettiera di latta. Il solcometro

automatico sul bastingaggio di poppa batteva periodicamente un

tocco argentino per ogni miglio superato da quella spedizione di

fedeli. Talora sopra la massa dei dormienti aleggiava un lieve e

paziente sospirol'esalazione d'un sogno agitato; erano altra

volta brevi colpi metallici che risonavano improvvisi nelle

profondità della nave: l'aspro raschiar di una palalo sbattere

violento del portello d'una caldaia scoppiavano brutalmentecome

se gli uomini che laggiù maneggiavano quelle cose misteriose

avessero l'animo pieno d'ira selvaggia. Intanto lo scafo alto e

snello del piroscafo proseguiva imperturbato il suo camminosenza

neanche un'oscillazione della spoglia alberaturafendendo

ininterrottamente la gran calma delle acque sotto l'inaccessibile

serenità del cielo.

Jim attraversò il pontee i suoi passi nel vasto silenzio parvero

fragorosi al suo stesso orecchioquasi li riecheggiassero le

stelle in agguato. Gli occhi gli andavan vagando lungo la linea

dell'orizzontecome a scrutare l'irraggiungibile con immensa

avidità. "I fatti imminenti si proiettan dinanzi la propria

ombra": ma egli non sapeva scorgerla. Una sola ombra si vedeva sul

marequella del fumo nero cheuscendo dalla ciminierasvolgeva

pesantemente la sua immensa codamentre l'aria ne dissolveva di

continuo l'estremità. Due Malesisilenziosi e quasi immobili

governavano ai due lati della ruota del timoneil cui orlo

d'ottone brillava or sì or no nell'ovale di luce irradiato dalla

chiesuola. Di quando in quando una manocon le dita nere che a

vicenda abbandonavano ed afferravano le caviglie rotantiappariva

nei punti illuminati; gli anelli della catena della ruota

strisciavano pesantemente entro le scanalature della botte. Jim

diede un'occhiata alla bussolaun'altra in giro verso l'orizzonte

irraggiungibilesi stiròal colmo del benesserefino a far

scricchiolare le giunture in un lento avvitarsi delle membra; e

quasi lo rendesse audace quell'aria circostante di calma

invincibilepensò che non gli importava nulla di quanto avrebbe

potuto accadergli fino alla fine dei suoi giorni. Di tanto in

tanto gettava un occhio indifferente su una carta nautica

appuntata con quattro cimici su un basso tavolino a tre gambe

dietro alla cassetta dell'apparato di governo. La cartadov'eran

segnate le profondità marinepresentava la sua superficie lucida

al chiarore dell'occhio di bue appeso a un braccio: una superficie

liscialivellata e luccicante come quella delle acque. Un regolo

parallelo e un paio di compassi vi stavan gettati sopra; la

posizione della nave al mezzodì del giorno innanzi era marcata con

una crocetta nera. La linea segnata a matita con mano sicura fino

a Perim figurava la rotta della nave: il sentiero delle anime

verso il Luogo Santola promessa di salvazioneil premio della

vita eterna. Con la punta aguzza che toccava la costa somalala

matita giaceva cilindrica e immobile come un nudo pennone

galleggiante sul placido specchio d'acqua d'una darsena. "Guarda

come fila a dovere"pensò Jim con meravigliaanzi con una sorta

di gratitudine per quella pace profonda del mare e del cielo. In

momenti simili i suoi pensieri eran pieni di gesta valorose: egli

amava infinitamente quei sogni e il successo che coronava le sue

imprese immaginarie. Erano la parte migliore della sua vitala

sua verità segretala sua nascosta realtà. Una magnifica forza

virile era in essie insieme il fascino delle cose vaghe; gli

sfilavano davanti a passo eroico: gli si portavan via il cuorelo

inebriavano col filtro divino di un'illimitata fiducia in se

stesso. Cosa non avrebbe saputo affrontare? Quest'idea gli piacque

tanto che sorrise tenendo gli occhi fissi distrattamente davanti a

sé; poiquando si volse indietrovide la linea bianca della scìa

tracciata sul mare con la stessa precisione della linea nera

disegnata con la matita sulla carta.

Nell'andar su e giù le secchie della cenere facevan fracasso

urtando contro i ventilatori delle caldaiee quello sbatacchìo di

latta lo avvertì che stava per terminare il suo turno di guardia.

Sospirò soddisfattoma anche leggermente rammaricato di dover

abbandonare quella serenità che eccitava l'avventuroso sbrigliarsi

dei suoi pensieri. Aveva anche un po' di sonnoe si sentiva un

piacevole languore diffuso per tutte le membracome se tutto il

sangue delle sue vene si fosse tramutato in buon latte tiepido.

Silenziosamente gli si era fatto vicino il capitano in pigiama

con la giacca da notte tutta sbottonata. Rosso in visoancora

mezzo addormentatocon l'occhio sinistro semichiuso e il destro

d'una fissità stupida e vitreacurvò la grossa testa sulla carta

grattandosi le costole con aria assonnata. V'era qualcosa di

osceno in quella sua carne nuda. Il petto scoperto luccicava

soffice e untocome se avesse trasudato grasso nel sonno. Buttò

là un'osservazione tecnica con voce aspra ed afonasimile al

suono rasposo d'una lima sullo spigolo di un'asse di legno. La

piega del doppio mento pendeva come un sacco sospeso alla cerniera

della mascella. Jim si riscossee rispose con voce piena di

deferenza; ma quella figura odiosa e flaccidaquasi la vedesse

allora per la prima volta in un attimo di luciditàgli si fissò

per sempre nella memoria come l'incarnazione di quanto si annida

di spregevole e basso nel mondo che amiamo: nei nostri stessi

cuori dai quali attendiamo salvezzanegli uomini che ci

attornianonegli spettacoli che ci sazian la vistanei suoni che

ci colmano le orecchie e nell'aria che ci riempie i polmoni.

L'esile truciolo d'oro della lunaavviandosi lentamente a

tramontaresi era smarrito sulle acque ormai buiee l'eternità

che è oltre il firmamento sembrava farsi più vicina alla terra

ora che più scintillavan le stelle e più profonde s'eran fatte le

tenebre sotto la sfolgorante cupola translucida da cui era

ricoperto il disco piatto del mare opaco. La nave avanzava così

liscia che il suo procedere restava impercettibile ai sensicome

fosse stata un affollato pianeta in corsa attraverso i cupi spazi

dell'etereal di là della miriade dei soliin quelle calme e

spaventose solitudini che attendono il soffio di creazioni future.

"Non c'è parola per dire quanto caldo fa sotto coperta"fece una

voce.

Jim sorrise senza voltarsi. Il capitano presentava l'immota

larghezza del dorso: era un vezzo di quel rinnegato mostrarsi

volutamente ignaro della vostra esistenzaa meno che non gli

piacesse gettare su di voi uno sguardo divorante prima di dar la

stura al torrente d'un gergo schiumoso e offensivo che prorompeva

dalla sua bocca come uno spurgo di fogna. Questa volta non emise

che un burbero grugnito; il secondo macchinistain cima alla

scaletta del ponte di comandocontinuò imperterritomentre

impastava tra le palme umide uno sporco asciugamani cenciosoa

sgranare il rosario delle sue lamentele. Quassù in coperta i

marinai se la passavano proprio bene; di che utilità fossero mai

al mondo costorosi sarebbe dannato l'anima per saperlo. Tanto

toccava sempre a quei poveri diavoli di macchinisti far camminare

la nave; avrebbero potuto benissimo far loro addirittura anche il

resto; i macchinistiperdinci...

"Silenzio!" ringhiò stolidamente il tedesco. "Già:silenzio... Ma

quando qualcosa non vase la rifà con noieh?" proseguì l'altro.

Si sentiva a un buon punto di cotturadisse: ma almeno non glie

ne importava più nienteoramaidei peccati che avrebbe commesso

perché negli ultimi tre giorni aveva superato un ottimo corso di

perfezionamento per quel posto dove vanno i cattivi ragazzi dopo

morti... perdincil'aveva superato sul serio... oltre ad essersi

mezzo assordato col frastuono del diavolo che c'era là sotto. Quel

maledetto mucchio d'immondizia marcio e rappezzatoquella vecchia

ferraglia d'una macchina a condensazione strepitava e sbatacchiava

laggiù come un argano decrepitoma peggio. Perché diavolo lui

rischiasse la vita ogni notte e ogni giorno che Dio fece in mezzo

a quella specie di rifiuto d'un cantiere da demolizione fatto

marciare pazzamente alla velocità di cinquantasette girinon

riusciva davvero a capirlo. Doveva esser nato pazzoperdinci.

Doveva... "Chi ti ha dato da bere?" chiese il tedescofuribondo

ma immobile nella luce della chiesuolasimile alla goffa effigie

d'un uomo scolpita in un blocco di grasso. Jim continuò a

sorridere: aveva il cuore pieno d'impulsi generosi; e se con

l'occhio guardava l'orizzonte fuggentecol pensiero contemplava

la propria superiorità. "Sìda bere!" ripeté il macchinista con

ironico spregio: si appoggiava con tutt'e due le mani al

bastingaggionebulosa figura dalle gambe flessibili. " Non da lei

certamentecapitano. Lei è troppo tirchioperdinci. Lascerebbe

morire uno piuttosto che dargli una goccia di schnaps. Questa voi

tedeschi la chiamate economia. Ma chi risparmia il soldo spreca la

lira". Poi diventò sentimentale. Il capo macchinista verso le

dieci gli aveva dato quattro dita di un certo liquorino... -

"quattro di numeroche Dio m'aiuti!" - quel brav'uomo d'un capo!

ma quanto a tirar fuori quel vecchio imbroglione dalla sua

cuccetta neppure con un paranco da cinque tonnellate ci si

riuscirebbe. Macché. Per questa notte no di sicuro. Dormiva

placido come un marmocchiocon una bottiglia di brandy di prima

qualità sotto al cuscino. Dalla gola adiposa del comandante del

Patna uscì un sordo borbottìosopra al quale il suono della

parola schwein svolazzava su e giù come una piuma capricciosa

presa in una leggera corrente d'aria. Lui e il capo macchinista

erano amici da parecchi anni: sempre al servizio del medesimo

Cinese astuto e giovialecon gli occhiali montati in corno e i

cordoncini di seta rossa intrecciati nei venerabili capelli grigi

del codino. L'opinione più diffusa sulle banchine del porto dove

il Patna figurava iscritto era che quei duesul capitolo del

peculato senza scrupoli "avevan fatto di comune accordo quasi

tutto il pensabile". Fisicamente erano male assortiti: l'uno con

gli occhi opachi pieni d'astiotutto curve molli e carnose:

l'altro asciutto e scavatocon una testa lunga e ossuta come

quella d'un vecchio cavallo: guance infossatetempie infossate

sguardo indifferente e vitreo negli occhi infossati. Aveva dato in

secco da qualche parte in Oriente: a Cantona Sciangaio forse a

Yokohama: probabilmente non ci teneva neanche lui a ricordarsi il

luogo esattoe la causa del suo naufragio. In considerazione

della giovane etàs'erano limitati a buttarlo fuori a calci

senza scandali. Questo era accaduto una ventina d'anni addietro o

forse più; e la cosa avrebbe potuto finire talmente peggioche

col tempo il ricordo dell'episodio aveva quasi perduto ai suoi

occhi il carattere d'un infortunio. Tuttaviasiccome la

navigazione a vapore andava ormai estendendosi in quei marie sul

principio la gente del mestiere era raracosì il macchinista

aveva potuto in un modo o nell'altro tirare avanti. Era ansioso

d'informare i forestiericon un cupo mormorìoche lui era

"vecchio di quei posti". A ogni mossa pareva che uno scheletro gli

si agitasse dentro ai panni troppo larghi; aveva un passo sempre

incertoe usava così andar girellando intorno al lucernario della

sala-macchinefumando senza gusto del tabacco drogato in una pipa

d'ottone dal cannuccio di ciliegio lungo un metrocon la stolida

solennità d'un pensatore che stesse ricavando un sistema

filosofico dalla nebulosa e fugace visione della verità. Per

solito si mostrava tutt'altro che generoso della sua provvista

personale di liquori: ma quella notte aveva fatto uno strappo

talché ii suo secondouno di Wapping con la testa debolefra la

sorpresa per il dono e la forza della bevandaera diventato

all'improvviso molto felicemolto impertinente e molto loquace.

Il Tedesco della Nuova Galles del Sud era fuor di sé dalla rabbia:

soffiava come un tubo di scappamento; ma Jimbenché si divertisse

blandamente alla scenanon vedeva l'ora di poter scendere

abbasso: quegli ultimi dieci minuti di guardia erano irritanti

come un cannone che ritarda lo sparo; e poi costoro non

appartenevano al suo mondo di eroiche avventureanche se non eran

cattivi ragazzi. Perfino il capitano... Gli venne la nausea alla

vista di quella massa di carne ansimante dalla quale uscivatra

borbottii e gargarismiun tortuoso rivolo di laide espressioni.

Ma si sentiva addosso un languore troppo piacevole per provare una

vera antipatia verso costui o chiunque altro. Che razza d'uomini

fossero poco gli importava; viveva spalla a spalla con loroma in

realtà non potevan toccarlo; respiravano la stessa ariama egli

era diverso... Il capitano le avrebbe suonate al macchinista?...

La vita era facilee lui troppo sicuro di sé - troppo sicuro di

sé per... La linea che divideva la sua meditazione da un subdolo

pisolino all'impiedi era più sottile del filo d'una ragnatela.

Per via di facili transizioni il macchinista in seconda stava

venendo a valutar lo stato delle proprie finanze e del proprio

coraggio.

"Chi è ubriaco? Io? Ah nonocapitano! Così non va. Oramai lo

dovrebbe sapereperdinciche il capo non è generoso neanche

tanto da fare diventar brillo un passerotto. A me nessun liquore

ha mai fatto effetto; l'hanno ancora da inventare quello capace di

far ubriacare me. Potrei bere fuoco mentre lei beve whiskytanti

bicchieri lei tanti iorestando fresco come una rosa. Se mi

accorgessi d'essere ubriaco mi butterei in mare; m'ammazzerei

perdinci. Proprio! Subito! E nonon voglio andar via dal ponte di

comando. Dove crede che potrei prender aria in una notte come

questasentiamo? Sotto coperta fra quei pidocchiosi? Probabile...

eh? E poi lei non mi fa paura".

Il Tedesco alzò verso il cielo due pugni pesantiagitandoli senza

dir nulla.

"Non so neanche che siala pauracontinuò il macchinista con

l'entusiasmo di un convincimento sincero. "Non mi spaventa neanche

tutto il maledetto lavoro di questa marcia carcassaperdinci! Eh

gran fortuna per lei che ci sia qualcuno al mondo che non ha paura

per la propria pelle: se no che ne sarebbe di lei... di lei e di

questa vecchia ciabattacon le sue lamiere che sembrano di carta

da involtare... carta da involtareche Dio m'aiuti? Per lei va

benissimo... lei ne ricava un mucchio di quattriniin un modo o

nell'altro; ma io?... che ci guadagno io? Una paga rognosa di

centocinquanta dollari al mese e mi dica un po' lei... glie lo

domando rispettosamente rispettosamentele faccio notare - chi

non butterebbe ai pesci un impiego maledetto come questo? Non c'è

sicurezzaDio m'aiuti! non c'è sicurezza. Fortuna che io sono uno

di quei tipi senza paura che..."

Si staccò dal bastingaggio facendo larghi gesti come per dimostrar

nello spazio la forma e l'estensione del proprio valore; la sua

vocetta esile rimbalzava con squittii prolungati sul mare;

oscillava avanti e indietro sulla punta dei piedi per dar più

enfasi al suo discorsoe d'un tratto ruzzolò a terra come se gli

avessero appioppato una mazzata sulla nuca. "Dannazione!" disse

mentre capitombolava; e seguì un attimo di silenzio. Jim e il

capitano barcollarono in avanti di comune accordo; poiripreso

l'equilibriorimasero rigidamente fermi a fissar con stupore la

superficie indisturbata del mare. Finalmente guardarono in su

verso le stelle.

Cos'era accaduto? Gli asmatici tonfi delle macchine continuavano.

Si era forse arrestata la terra nella sua corsa? Non riuscivano a

capire... e all'improvviso quel mare calmoquel cielo senza nubi

apparvero formidabilmente malsicuri nella loro immobilitàquasi

fossero in bilico sull'orlo d'un vortice di distruzione. Il

macchinista rimbalzò verticalmente quant'era lungoe ricadde in

un mucchio scomposto. Quel mucchio esclamava: "Cos'è successo?"

con accento velato di terribile angoscia. Un rombo lieve come di

tuonod'un tuono infinitamente remotoquasi meno d'un rumore

poco più d'una vibrazionetrascorse lentamente nell'ariae la

nave vibrò come se rispondessecome se quel tuono avesse

brontolato laggiù nella profondità dell'acqua. Gli occhi dei due

Malesi al timone scintillarono in direzione degli uomini bianchi

ma le loro mani scure rimasero ferme sulle caviglie. L'affilata

carenaprocedendo nel suo camminoparve via via sgroppare di

poche dita in tutta la sua lunghezzaquasi fosse diventata

pieghevole; poi si ripose rigidamente al suo lavoro di solcar la

liscia superficie del mare. S'interruppero le sue vibrazionie

anche quel lieve rombo di tuono cessò all'improvvisocome se la

nave avesse attraversato da parte a parte una sottile fascia di

acqua trepidante e d'aria sonora.

CAPITOLO 4.

Un mese o due doporispondendo a domande insidioseJim cercò di

essere onesto e franco circa l'accadutoquandoriferendosi alla

navedisse: "Passò sopra all'ostacoloquale che fossecon la

stessa facilità d'un serpente che striscia sopra un bastone ".

L'immagine era buona; ma le domande miravano a fatti concretie

l'inchiesta si svolgeva nel tribunale di polizia di un porto

d'Oriente. Jim stava lassù nel recinto dei testimoni; aveva le

guance infocatementre l'ambiente era fresco e alto di soffitto.

La grande intelaiatura dei punkah ondeggiava dolcemente avanti e

indietro sulla sua testae dal basso erano fissi su di lui molti

occhi piantati in volti di color scuroin volti bianchiin volti

rossiin volti attentiammaliaticome se tutta quella gente

seduta in file ben ordinate su strette panche fosse rimasta

soggiogata dal fascino della sua voce. Una voce fortissimada cui

restavano colpite le sue stesse orecchie: l'unico suonogli

parevache si potesse udire al mondoperché quelle domande

terribilmente nitide che gli strappavano una risposta dietro

l'altra sembravan nascere dall'angosciadalla sofferenza che

aveva in petto; giungevano a lui strazianti e silenziose come i

tremendi interrogativi della coscienza. Fuori del tribunale

sfolgorava il sole; dentroc'era il vento dei grandi punkah che

faceva rabbrividirela vergogna che bruciavaquegli sguardi

intenti che trafiggevano. La faccia glabra e impassibile del

Presidente che lo guardava gli parve pallidissimatra le facce

paonazze dei due assessori nautici. La luce di un'ampia finestra

sotto al soffitto pioveva dall'alto sulle teste e le spalle dei

tre uominiche apparivano crudelmente stagliati nella penombra

della vasta sala del tribunaledove il pubblico sembrava composto

di ombre con gli occhi fissi. Dei fattivolevano. Dei fatti!

Pretendevan dei fatti da luicome se i fatti potessero spiegare

qualcosa!

"Dopo che aveste l'impressione d'aver urtato contro una qualche

massa alla derivadiciamo contro un relitto così pieno d'acqua da

restar sommersoil capitano vi ordinò di correre a prua per

accertarvi di eventuali avarie. A voi sembrava probabile che ve ne

fosserodata la violenza dell'urto?" chiese l'assessore che

sedeva a sinistra. Costui aveva una corta barbetta a ferro di

cavallozigomi sporgentiecon i gomiti appoggiati sul banco

si teneva le mani rugose intrecciate dinanzi al visoguardando

Jim con pensosi occhi azzurri; l'altroun tipo grosso e

sprezzantegettato all'indietro sulla sediacol braccio sinistro

teso tamburellava delicatamente con la punta delle dita sopra un

foglio di cartasuga; nel mezzo il Presidentedritto nell'ampia

poltronacon la testa leggermente inclinata sulla spallateneva

le braccia conserte sul petto; in un vaso di vetro accanto al

calamaio c'era qualche fiore.

"Nonon mi sembrava probabile"rispose Jim. "Ebbi ordine dinon

far chiasso per evitare che nascesse un pànico. La precauzione mi

parve ragionevole. Presi una delle lampade appese sotto il tendone

e andai a prua. Aperto che ebbi il boccaporto della gavonasentii

uno sciabordìo. Calai giù la lampada quanto lo permetteva la

lunghezza della catenae constatai che la gavona era già più che

a mezzo invasa dall'acqua. Allora mi resi conto che doveva esservi

una grossa falla sotto alla linea di emersione". E s'interruppe.

"Già"fece il grosso assessore rivolgendo un sorriso distratto

alla cartasuga; le sue dita giocherellavano instancabilmente

battendo sul foglio senza rumore.

"Lì per lì non pensai al pericolo. Forse rimasi appena appena

sorpreso... Tutto s'era svolto così quietamente e all'improvviso!

Sapevo chenella navedi paratie stagne c'era soltanto quella

che divide la gavona dalla stiva di prua. Nel tornare indietro per

informare il capitanom'imbattei nel secondo macchinista: si

stava rialzando da terra ai piedi della scaletta del ponte di

comandoe sembrava intontito. Mi disse che credeva d'essersi

rotto un braccio: nello scendere era scivolato sul primo gradino

mentre io andavo a prua. 'Dio mio!' esclamò: 'marcia com'è la

paratia cederà in un minutoe questa maledetta carcassa andrà a

picco come un pezzo di piombo!' Col braccio destro mi spinse da

parte e si arrampicò su per la scaletta prima di megridando

qualcosa. Il sinistro gli pendeva lungo il fianco. Lo seguii in

tempo per vedere il capitano gettarglisi addosso econ un pugno

buttarlo lungo disteso per terra. Non lo colpì che una volta; poi

gli si curvò sopra parlando con tono furibondo ma a voce

bassissima. Credo gli domandasse perché diavolo non andava a

fermare le macchine invece di far tutto quel chiasso sul ponte.

Sentii che diceva: 'Alzati! CorriVola!' Né mancò qualche

bestemmia. Il macchinista scivolò giù per la scaletta di drittae

fece di corsa il giro del lucernario per raggiunger la scaletta

della sala-macchine che si trovava dalla parte opposta. Correndo

si lamentava... "

Parlava lentamente; i ricordi gli si presentavano rapidi e con

estrema chiarezza; avrebbe potuto imitare come un'eco i gemiti del

macchinistaper informarne con precisione quegli uomini che

esigevano "fatti". Dopo aver ceduto in un primo momento a un senso

di ribellioneJim era arrivato a concludere che soltanto se

avesse deposto con meticolosa esattezza sarebbe riuscito ad

esprimere tutto l'orrore che si nascondeva dietro l'aspetto non

più che impressionante dell'accaduto. I fatti che quegli uomini

tenevan tanto a sapereerano stati visibiliofferti ai sensi;

avevano occupato il loro posto nello spazio e nel tempo

richiedendo per manifestarsi un piroscafo di millequattrocento

tonnellate e ventisette minuti d'orologio; avevano determinato un

tutto che aveva una fisonomiadelle sfumature d'espressioneun

apparenza complessa di cui l'occhio poteva serbare il ricordo: ma

oltre a ciòanche qualcosa d'altro: qualcosa d'invisibileuno

spirito di perdizione che aveva mire ben precise e risiedeva

dentro ai fatti stessicome un'anima malefica dentro a un corpo

repulsivo. A Jim pareva importantissimo far risultare chiaramente

tutto ciò. Quella non era stata una faccenda qualunque: ogni

minimo incidente vi aveva avuto importanza estremae per fortuna

lui si ricordava di tutto. Voleva continuare a parlare per amor

della veritàe forse anche per amor di se stesso; ma mentre le

sue parole erano limpide e deciseil cervello vorticava entro

l'angusto cerchio dei fatti che gli si era serrato addosso per

tagliarlo fuori dal resto dei suoi simili. Era come un animale

chesentendosi rinchiuso in un'alta stecconatacorresse

disperatamente in cerchio nella notteimpazzitoalla ricerca

d'un punto deboled'una fessurad'un posto da poter scalare

d'un varco dove insinuarsi e fuggire. Questa assillante attività

mentale faceva sì che a tratti il suo discorso era un po`

incerto...

"Il capitano continuava ad andar qua e là sul ponte di comando;

sembrava abbastanza calmosolo che incespicò varie volte; e a un

certo puntobenché stessi parlando proprio a luivenne a

sbattermi contro come un cieco. Non rispose con precisione a

quanto gli dicevo; borbottava fra sé. Non afferrai che qualche

parola come: 'Maledetto vapore!' e 'Vapore del diavolo!' ...

qualcosa in riguardo al piroscafoinsomma. Mi parve... "

Stava divagando: una domanda precisa gli tagliò la parola in bocca

di nettocome uno spasimo subitaneoe ad un tratto si sentì

infinitamente scoraggiato e stanco. Stava proprio arrivandociera

lì lì per dirlo... e invecebrutalmente interrottodoveva

rispondere sì o no. Disse la veritàcon un secco "Sì". Bello in

voltoaitante della personagiovanili e malinconici gli occhi

si teneva drittocon le spalle ben squadratesul banco dei

testimonimentre l'animadentrogli si contorceva. Dovette

rispondere a un'altra domanda altrettanto precisa e altrettanto

inutilepoi rimase in attesa. Si sentiva la bocca arida e

insipida come se avesse mangiato polveree subito dopo salata e

amara come quando si è bevuto acqua di mare. Si asciugò la fronte

madidapassò la lingua sulle labbra aridesentì un brivido

scendergli giù per la schiena. Il grosso assessore aveva abbassato

le palpebree tamburellava con le dita senza far rumore

indifferente e lugubre; gli occhi dell'altroal di sopra delle

mani intrecciatebrune dl soleparevano brillar di bontà; il

Presidente si era curvato in avantidondolando il viso pallido

davanti ai fiori; poi si adagiò di fianco sul bracciolo della

poltronala tempia nel palmo della mano. L'ondeggiar dei punkha

agitava l'aria sopra le teste dei presentisugli indigeni di

pelle scura ravvolti nei loro voluminosi drappeggisugli Europei

accaldatiseduti tutti in gruppocoi loro abiti di cotone

aderenti come una seconda pelle e i rotondi cappelli di fibra

sulle ginocchiamentrescivolando lungo le paretii peoni di

servizioattillati nelle loro palandrane bianche di uscieri del

tribunalesvolazzavano svelti svelti qua e làcorrendo sulla

punta dei piedi nudicon la fusciacca rossa ai fianchi e il

turbante rosso in testasilenziosi come fantasmisempre all'erta

come cani da caccia.

Gli occhi di Jimvagando a caso per la salafra una risposta e

l'altrasi posarono sopra un bianco che se ne stava seduto

discosto dagli altristanco e rannuvolato in voltoma con quieti

occhi che guardavan dritto davanti a sélimpidi e pieni

d'interesse. Jim rispose a un'altra domanda ancorama aveva

voglia di gridare: "A che serve tutto questoa che serve?" Batté

leggermente un piede per terrasi morse il labbroe guardò

lontano sopra tutte quelle teste. Incontrò gli occhi del bianco.

Lo sguardo che questi volgeva verso di lui non aveva la fissità

allucinata degli altri. Rispondeva a un atto di volontàa un

comando dell'intelligenza. Jimfra due domandesi distrasse

tanto dall'interrogatorio da trovar tempo a riflettere. Quest'uomo

- diceva il suo pensiero - mi guarda come se scorgesse qualcuno o

qualcosa dietro alle mie spalle. Si era già imbattuto in costui...

forse per la strada. Era sicuro però di non avergli mai rivolto la

parola. Da giornida parecchi giorninon aveva parlato con anima

vivama intrattenuto se stesso con una conversazione silenziosa

incoerente e continuacome un prigioniero solitario nella sua

cella o un viandante sperduto in una landa deserta. Ora stava

rispondendosìa domande inutili benché dirette a uno scopo; ma

gli nasceva il dubbio se mai più in vita sua avrebbe parlato

veramente con qualcuno. Il suono delle sue dichiarazioni veritiere

confermava in lui la decisa opinione che la parola non gli avrebbe

mai più servito a nulla. Eccoquell'uomo laggiù pareva si

rendesse conto della difficoltà disperata in cui si dibatteva. Jim

lo guardòpoi volse altrove gli occhi risolutamentecome dopo un

distacco definitivo.

Molto spessopiù tardiin lontane parti del mondoMarlow si

compiaceva di raccontare per disteso o con molti dettagli i suoi

ricordi su Jim.

Ciò accadeva per esempio dopo cenasu una veranda inghirlandata

di immoto fogliame e coronata di fiorinel profondo crepuscolo

punteggiato dalle estremità incandescenti delle sigarette. La

sagoma bislunga d'ogni poltrona di vimini ospitava un ascoltatore

silenzioso. Di quando in quando un puntino di brace si spostava

all'improvviso eravvivandosiilluminava le dita di una mano

languidao parte d'un viso profondamente tranquillo; oppure

accendeva un lampo scarlatto su un paio d'occhi pensosi sotto

l'ombra d'un frammento di fronte senza nubi; e appena pronunciata

la prima parolail corpo di Marlowabbandonato in riposo sulla

poltronas'immobilizzava come se lo spirito ne fosse volato via

risalendo a ritroso nel tempoe attraverso le sue labbra parlasse

il lontano passato.

 

 

 

 

CAPITOLO 5.

"Ma sì. Seguii l'inchiesta"diceva"e ancora adesso midomando

perché vi andai. Eccomi pronto a credere che ognuno di noi abbia

un angelo custodese in cambio mi concedete che abbiamo anche un

demone familiare. Voglio che lo ammettiate perché non mi piace

sentirmi eccezionale in nessun modoe io so bene di averne uno:

un demone familiarevoglio dire. Non l'ho mai vedutos'intende

ma mi baso su prove circostanziali. Ce l'hoeccome! emaligno

com'èmi ficca sempre in questo genere di pasticci. Quali

pasticcidirete voi? Per esempio il pasticcio di un'inchiesta; il

pasticcio d'un certo cane giallo... non par credibilevero? che

sia lecito a un rognoso botolo indigeno di far inciampare la gente

sulla veranda d'un tribunale! insommaquel genere di pasticci che

mi trascina per vie tortuoseinaspettate e propriamente

diabolichea incontrarmi sempre con tipi che hanno qualche punto

deboleo qualche punto duroo qualche punto con la lebbra; e

chesanti numiscioglie loro la lingua appena mi vedono perché

mi facciano le loro maledette confidenze. Come seperbacconon

avessi abbastanza confidenze da fare a me stesso! Come seDio

m'aiutinon avessi tante informazioni confidenziali sul conto mio

da bastare a straziarmi l'anima fino alla fine dei giorni che mi

spettano. Che cos'ho fatto per esser favorito cosìvorrei proprio

saperlo. Per conto mio son già pieno di preoccupazioni come

chiunque altroe memoria ne ho quanta la media dei pellegrini di

questa valle di lagrime; dunque vedete che non sono

particolarmente adatto per far da ricettacolo alle confessioni

altrui. E allora perché? Non saprei... salvo che non sia per far

passare il tempo agli ospiti dopo cena. Carlettomio caroil tuo

pranzo era squisitoe per conseguenza anche una partitina

tranquilla questi amici la considerano un occupazione

faticosissima. Si beano nelle tue comode poltrone e pensano in

cuor loro:

'Al diavolo gli sforzi inutili. Discorra Marlowpiuttosto.'

Discorrere? E va bene. Del resto discorrere del signorino Jim è

abbastanza faciledopo un buon pranzoa sessanta metri sul

livello del marecon una scatola di sigari discreti a portata di

manoin una benedetta serata di frescura e di stelle che farebbe

dimenticare anche al migliore di noi che ci troviamo quaggiù

soltanto per la tolleranza di Qualcunoe dobbiamo trovar la

strada fra opposti segnali luminosibadando che ogni minuto può

esser preziosoe irrimediabile ogni passosperando di farcela

ancora a uscirne alla fine in un modo decente - ma senza esserne

molto sicuridopo tutto - e aspettandoci un aiuto maledettamente

insignificante da coloro coi quali viviamo a contatto di gomiti.

Benintesoesistono qua e là uomini che la vita intera la

considerano un dopo cena con un buon sigaro tra le labbra: facile

piacevolevuotamagari insaporita da qualche racconto di dure

lotte da dimenticarsi prima ancora d'averne sentita la

conclusione... prima d'averne sentita la conclusione... anche se

per caso una conclusione c'èall'ultimo.

I miei occhi s'incontraron coi suoi per la prima volta durante

quell'inchiesta. Dovete sapere che chiunque avesse qualcosa a che

fare col mare era presenteperché la faccenda faceva chiasso già

da parecchi giornifin da quando era arrivato da Aden quel

misterioso cablogramma a dar la stura alle nostre chiacchiere.

Dico misterioso perché in un certo qual senso lo erabenché si

limitasse ad esporre un nudo fatto; nudo e brutto quanto un fatto

può esserlo. Al porto non si parlava d'altro. Fin dalle prime ore

del mattinomentre mi vestivo nella mia cabinasentivo

attraverso il tramezzo il mio dubash ciarlare del Patna col

cambusierementre beveva in dispensa una tazza di tè gentilmente

offertagli. Appena a terrase incontravo qualche conoscentele

sue parole erano: 'Hai mai sentito una cosa simile?' esecondo il

tipoo sorrideva cinicamente o prendeva un'aria triste o tirava

giù un paio di bestemmie. Gente del tutto estranea si abbordava

familiarmentesolo per sfogarsi sull'argomento; ogni maledetto

fannullone della città rimediava un mucchio di bicchierini

entrando in discussione su quella faccenda; se ne sentiva

discorrere nella capitaneria di portonegli uffici degli armatori

e dei vostri agentida bianchida indigenida meticciperfino

dai barcaioli accucciati seminudi sui gradini di pietra

dell'imbarcaderoquando si scendeva a terra... santi numi! Chi

s'indignavachi scherza; le dispute sulla fine che poteva aver

fatto quella gente erano infinite. Si andò avanti così per un paio

di settimane e piùe già cominciava a prevaler l'opinione che la

faccenda avrebbe finito col mostrare anche un lato tragicoquando

una bella mattinamentre me ne stavo all'ombra vicino alle scale

della capitaneriavidi quattro uomini venirmi incontro lungo la

banchina. Mi domandai per un momento da dove potevano esser

saltati fuori quegli strani individui; ma tutto ad un trattose

posso esprimermi cosìgridai a me stesso: Sono loro!

Erano loro davvero: tre di normale complessionee uno assai più

largo di circonferenza che non sia lecito ad essere umano. Erano

appena sbarcaticon un'ottima colazione in corpoda un piroscafo

della Dale Line in viaggio d'andatagiunto in porto un'ora circa

dopo il far dell'alba. Impossibile sbagliarsi: riconobbi l'allegro

capitano del Patna alla prima occhiata: l'uomo più grasso che si

potesse incontrare entro quella benedetta cintura dei tropici che

circonda questo nostro caro vecchio globo. E poicirca nove mesi

primal'avevo veduto per caso a Samarang. Il suo piroscafo stava

caricando nelle Radee lui inveiva contro le istituzioni

tiranniche dell'impero germanico ingozzandosi di birra tutto il

giorno e tutti i giorni nel retrobottega di De Jonghfino a che

lo stesso De Jonghche pur gli faceva pagare un gulden a

bottiglia senza batter cigliomi prese da parte ecol suo

visetto di cuoio tutto corrugatomi dichiarò confidenzialmente:

'Gli affari sono affarima quest'uomocapitano mi fa troppo

schifo. Pfui!'

Lo osservavo dall'ombra in cui mi trovavo. Procedeva in fretta un

po' avanti agli altrie la luce del sole che lo investiva in

pieno dava alla sua mole un sorprendente risalto. Mi faceva

pensare a un piccolo elefante ammaestrato che camminasse sulle

zampe posteriori. Inoltre era vestito in modo pazzamente vistoso:

un lercio pigiama da notteverde vivo a gran righe verticali

color arancioneun paio di pantofole di paglia tutte sdrucite sui

piedi nudie un sudicissimo cappello di fibraevidentemente

smesso da qualcun altro perché gli andava di due misure troppo

piccololegato con un pezzo di corda di manilla in cima al suo

testone. Un uomo cosiffattocapiretenon ha l'ombra d'una

probabilità di trovar roba adattase gli tocca rivestirsi di

seconda mano. Benissimo. Veniva avanti di furiasenza guardare né

a destra né a sinistra; mi passò vicino a meno d'un metroe

nell'innocenza del suo cuore si precipitò su per le scale della

capitaneria di porto per andar a fare la sua deposizioneil suo

rapportoo come volete chiamarlo.

Pare che per prima cosa si rivolgesse all'ufficiale marittimo.

Archie Ruthvel era arrivato in ufficio da un momento appenaea

quanto mi raccontò poistava per iniziare la sua giornata di duro

lavoro con una lavata di testa al suo capo ufficio. Qualcuno di

voi costui deve averlo conosciuto... un piccolo meticcio

portogheseservizievolecon un misero collo allampanatosempre

in vedetta per farsi regalar dai comandanti delle navi qualcosa di

commestibile: un pezzo di maiale salatoun pacco di biscotti

delle patate o che so io. Al ritorno da un viaggiomi ricordo

gli diedi per mancia una pecora viva avanzata alle mie provviste;

non che avessi bisogno dei suoi servigi - era impossibile che mi

fosse utile in nullasi capisce - ma perché quella fede infantile

nel suo sacrosanto diritto alle regalìe mi toccò proprio il cuore.

Era così radicata da diventar quasi bella. La sua razza... anzi le

sue due razze... e il clima... Insommanon importa. So dove

posseggo un amico per la vita.

BastaRuthvel dice che gli stava facendo una gran strapazzata -

m'immagino sulla moralità che dovrebbe avere un pubblico ufficiale

- quando sentì dietro di sé una specie di rattenuta agitazionee

voltando la testavideper usare le sue parolequalcosa di

rotondo e di enorme che somigliava a una botte di zucchero da

duecentotrentotto avvolta in una flanellina a righe e lasciata in

piedi sul vasto spazio libero che v'era al centro dell'ufficio.

Rimase così stupefattodiceda non rendersi conto per un bel po'

che quell'oggetto era vivoe se ne restò lì seduto a domandarsi

per quale scopo e con quali mezzi glie l'avessero trasportato

davanti alla scrivania. L'arcata che dava sul vestibolo era

affollata di sventagliatori di punkahdi spazzinidi guardie

peone; v'era anche il comandante e l'equipaggio del rimorchiatore

destinato al servizio di portotutti a collo teso e quasi

arrampicati l'uno sulla schiena dell'altro. Una vera rivoluzione.

Ormai l'uomo era riuscitocon uno strappoa togliersi il

cappello di testae avanzava con piccoli inchini verso Ruthvel.

Era un'apparizione talmente sconcertante che questicome mi

disseper un po' non seppe far altro che stare ad ascoltarlo

incapace di capire quel che volesse. L'altro parlava con voce

aspra e lugubrema anche intrepidae a poco a poco Archie

incominciò a rendersi conto che si trattava d'un seguito del caso

Patna. Dice che appena comprese chi gli stava davanti si sentì

proprio rimescolare (Archie è tanto sensibile e facile a

scombussolarsi); ma subito si dominò gridando: 'Aspetti! La cosa

non riguarda me. Lei deve andare dall'ufficiale di servizio. Non

mi riguarda assolutamente. Il capitano Elliot è l'uomo che fa per

lei. Da questa parteda questa parte!' Balzò in piedifece di

corsa il giro di quel suo banco lunghissimotiròspinse: e

quellosorpreso ma remissivolo lasciava fare; finché sulla

porta dell'ufficio del capitano una sorta di istinto animale non

lo fece ritrarsi addietro sbuffando come un torello spaventato.

'Ma insomma! Che succede? Mi lasci andare! Guarda un po'!' Archie

spalancò la porta senza bussare. 'C'è il comandante del Patna!'

grida. 'Entri capitano!' Vide il vecchio alzar la testa dal foglio

su cui stava scrivendocon un gesto così brusco che gli caddero

gli occhiali dal naso. Allora Archie richiuse la porta con un

tonfoe tornò di corsa al proprio bancodove aveva certe carte

da firmare: ma dice che la bufera che si scatenò là dentro era

così spaventosa che non gli riusciva di concentrarsi neppur quel

tanto da ricordar l'ortografia del proprio nome. Archie è il più

sensibile primo capo marittimo dei due emisferi. Dice che si

sentiva come se avesse gettato un uomo in pasto a un leone

affamato. E certo il baccano doveva esser fortese arrivava a me

che stavo fuori; anzi ho ragione di credere che lo si sentisse

attraverso tutto il Piazzalefino al chiosco della banda. Il

vecchio papà Elliot aveva una riserva inesauribile di parole

sapeva urlare che era una bellezza... e non glie ne importava un

corno chi gli stesse di fronte quando urlava. Avrebbe urlato anche

col Viceré. Me lo diceva sempre: 'Sono arrivato all'apice della

carriera; la pensione è assicurata. Ho qualche sterlina da parte;

e se ai miei superiori non garba il mio modo di concepire il

doverepoco mi fa di andarmene a casa. Sono vecchioe ho sempre

detto quel che pensavo. Non m'importa d'altroormaiche di veder

accasate le mie figliole!' Era un po' fissato su questo punto. Le

sue tre figlie erano molto carinebenché gli rassomigliassero in

modo sorprendente; ma le mattine che gli capitava di svegliarsi

pessimista sulle loro prospettive matrimonialil'intero ufficio

glie lo leggeva negli occhi e si metteva a tremare: perché

dicevano'si poteva star sicuri che si sarebbe pappato qualche

impiegato per colazione.' Quella mattina tuttavia non divorò il

rinnegato; mase mi è lecito continuar la metaforase lo masticò

finché l'ebbe ridotto a pezzettiniper così diree... puah! lo

risputò subito.

Cosìdopo pochissimi minutividi quella mole mostruosa scendere

la scala a precipizio e fermarsi sull'ultimo gradinoproprio

accanto a me. Era chiaro che aveva bisogno di meditare

profondamente. Le enormi guance paonazze gli tremolavano; si

morsicava il pollice. Dopo un po' si accorse della mia presenzae

mi guardò seccato con la coda dell'occhio. Gli altri tre individui

che eran sbarcati con lui stavano un po' distanti ad attenderlo in

gruppo. L'uno era un meschino omiciattolo col viso giallo e un

braccio al collo; un tipo alto il secondocon una giacca di

flanella azzurraasciutto come il legno e magro come un manico di

scopacoi baffi grigi spioventi: si guardava attorno con un'aria

di pretensiosa imbecillità. Il terzo poiun giovane dritto della

personaspalle larghe e mani in tascavoltava la schiena agli

altri due che discutevano animatamente fra loro. Teneva gli occhi

fissi sul piazzale deserto. Un gharry sconquassatotutto polvere

e tendine di stuoiasi fermò bruscamente di fronte al gruppoe

il cocchiereaccavallando le gambe nudesi dedicò a un esame

critico delle dita del proprio piede destro. Senza un gestosenza

muovere nemmeno la testail giovinotto fissava la luce del sole.

Questa fu la mia prima visione di Jim. Appariva distaccato e

inabbordabile come soltanto i giovani sanno esserlo. Stava lì sano

di membrabello di voltosolidamente piantato: il ragazzo più

promettente su cui mai si posasse il sole; e nel guardarloio che

sapevo tutto quel che sapeva luie anche qualcosa di piùmi

sentii vincere dall'ira come se l'avessi colto a cercar

d'imbrogliarmi. Non aveva il dirittoeccodi sembrare così

valido. Pensai fra me: behse un tipo simile può andar fuori

strada in quel modo... E mi venne voglia di buttar per terra il

cappello e di ballarci sopra nient'altro che per sfogare la mia

mortificazionecome avevo visto fare una volta al capitano d'un

brigantino italiano quando quell'idiota del suo secondomentre

doveva dar fondo all'abbrivo in una rada piena di navitra la sua

e le altre ancore aveva combinato un pasticcio inestricabile. Al

vederlo lì con quell'aria così disinvoltami domandai: ... è

stupido? è insensibile? Sembrava sul punto di mettersi a

fischiettare. E notatedi come si comportavano gli altri due non

m'importava un fico. Le loro personein qualche modo

s'intonavano con i fatti che erano ormai di pubblico dominioe

che stavan per formare oggetto d'un'inchiesta ufficiale. 'Quel

vecchio matto di un briccone lassù mi ha dato del cane' disse il

capitano del Patna. Non so se mi avesse riconosciuto... direi di

sì; comunque i nostri sguardi s'incontrarono. Lui lanciava fiamme

dagli occhiio sorrisi: cane era l'epiteto più blando che mi

fosse giunto all'orecchio attraverso la finestra aperta.

'Davvero?' dissistranamente incapace di tener ferma la lingua.

Egli annuì col capotornò a morsicarsi il pollicecacciò una

soffocata bestemmia; poialzando la testa e guardandomi con

aggrondata e feroce impudenza: 'Bah! il Pacifico è grandeamico

mio. Voialtri maledetti Inglesi potete fare tutto quel che volete:

so dove c'è posto a sufficienza per uno come me. Mi conoscono bene

a Apiaa Honolulua...' S'interruppe pensosamentementre io

potevo raffigurarmi senza il minimo sforzo qual fosse il genere di

persone che lo 'conoscevano bene' in quei luoghi. Non voglio

nascondervi che ne avevo conosciuti parecchi anch'io. Ci son

situazioni che uno e meglio si comporti come se la vita fosse

egualmente dolce in qualsiasi compagnia. Situazioni simili ne son

capitate anche a me; e dirò di più: non voglio atteggiarmi a

vittima della necessitàperché buona parte di quei manigoldi

proprio per la loro mancanza di una.. di una... come dire? di

un'impostazione moraleerano il doppio più istruttivi e venti

volte più divertenti del solito rispettabile commerciante ladro

che voialtri invitate a pranzo senza necessità alcunama soltanto

per abitudineper vigliaccheriaper cordialità naturaleo per

altri cento motivi altrettanto inadeguati e meschini.

'Voialtri Inglesi siete tutti bricconi' riprese il mio patriota

australiano di Flensburgo di Stettino che fosse. Non ricordo

proprio quale onesto porticciolo delle sponde del Baltico si era

disonorato col dare un nido a quel prezioso uccello. 'Chi siete

voi per urlarmi contro? Eh? Si può sapere? Non valete più di me; e

quel vecchio furfante mi ha fatto una storia dell'altro mondo!'

La sua grossa carcassa tremava sulle gambe come su due pilastri:

tremava dalla testa ai piedi. 'Ecco cosa fate semprevoialtri

Inglesi: delle storie dell'altro mondoper qualunque piccolezza

perché non son nato nel vostro maledetto paese. Levatemi la mia

patente. Levatemela pure. Non ne ho bisognoiodella patente.

Uno come me non ne ha bisognod'una verfluchte patente! Ci sputo

sopraio!' E sputò. 'Io voglio cittadino americano diventare'

gridò agitandosi tuttosmaniando e battendo i piedi come per

liberarsi le caviglie da una qualche morsa misteriosa che lo

tenesse inchiodato in quel luogo. Si era scaldato tanto che quella

sua testa a palla gli si vedeva materialmente fumare. Non v'era

nulla di misteriosoinvecein quel che m'impediva di andarmene a

mia volta: la curiosità è il più naturale dei sentimentied era

la curiosità a farmi restar lì per vedere che effetto avrebbe

fatto la nuova rivelazione su quel giovanotto chemani in tasca e

schiena rivolta al marciapiediguardava al di là delle aiuole del

Piazzaleverso il portico color giallo dell'Albergo Malabarcon

l'aria di uno che aspetti gli amici per andare a passeggio

insieme. Ecco l'aria che aveva: un'aria odiosa. Mi trattenni per

vederlo sopraffattoannichilitoa divincolarsi come uno

scarafaggio infilzato da parte a parte... e nello stesso tempo

avevo quasi paura d'un simile spettacolo: non so se potete

capirmi. Non c'è nulla di più orribile che osservare un uomo

riconosciuto reonon d'un delittoma d'un atto di debolezza

peggio che delittuosa. Se la più elementare forza di volontà ci

impedisce di diventar delinquenti nei senso legale del termineè

da simili debolezzesconosciute a noi stessima di cui si ha

tuttavia qualche sospetto - come in certe parti di mondo vien da

sospettare che ogni cespuglio nasconda un rettile velenoso -è da

debolezze che giacciono nascoste in noisorvegliate o non

sorvegliatetenute lontane pregando Iddioo disprezzate con

animo virilerepresse o fors'anche ignorate per più di metà della

nostra vitache nessuno può mai sentirsi al sicuro. In certi casi

siamo trascinati ad azioni che ci fanno coprire di epiteti

ingiuriosi; ad azioni che ci portano magari al patibolo: e

tuttavia il nostro spirito sopravvive: sopravvive alla condanna

sopravvive anche al patiboloperdiana! E vi sono azioni invece -

sembrano così insignificantialle volte! dalle quali restiamo

totalmentecompletamente annientati. Osservavo quel ragazzo.

Aveva un'aria simpatica; conoscevo il genere: veniva dalla parte

giustaera dei nostri. Riassumeva in sé tutti gli ascendenti

della sua razza: uomini e donne tutt'altro che intelligenti o

pittoreschima ben piantati su una fede solida e sull'istinto del

coraggio. Non alludo al coraggio militare o a quello civilené a

qualunque altro genere particolare di coraggio. Intendo soltanto

la capacita innata di guardare in faccia le tentazioni; un tenersi

prontisa Dio con quanto scarso intervento del cervello ma senza

pose; una forza di resistenzacapite: sgraziatasia purema

impagabile; un irrigidirsi istintivo e benedetto di fronte a tutti

i terroriesterni ed interni; di fronte alla potenza della natura

e alla seducente corruzione degli uomini: sostenutotutto questo

da una fede invulnerabile nella forza dei fattinel contagio

dell'esempio nella sollecitazione delle idee. Al diavolo le idee!

Sono delle vagabondedelle zingare che bussano alla porta di

servizio della nostra mentee ognuna di esse vi ruba un po' della

vostra sostanzaognuna di esse si porta via qualche briciola di

quel vostro credere in poche e semplici nozioniche è un punto a

cui bisogna tenersi ben aggrappati se si vuol vivere con decenza e

morire con serenità.

Tutto questo non ha direttamente nulla a che vedere con Jim; solo

cheper l'aspetto esterioreegli rappresentava nel modo più

spiccato quel tipo umanobuono e stupidoda cui fa piacere di

sentirsi circondati nel cammino della vita; quel tipo umano che

non si lascia turbare dai vaneggiamenti dell'intelligenza e dalle

perversioni dei... dei nervidiciamo. Era il genere d'individuo

chesoltanto a guardarlogli avreste affidato la guardia del

pontesia in senso letterale che figurato. Per conto mioglie

l'avrei affidata: e sì che dovrei intendermene. A tempo mio ne ho

iniziati un bel po' di ragazzisotto l'insegna dello Straccio

Rossoal mestiere del mare! Un mestiere che tutto il suo segreto

si potrebbe condensarlo in una laconica frasettae che invece

ogni santo giorno bisogna tornarlo a ribadire in quei cervelli

adolescenti fino a che non sia diventato il lievito di ogni loro

pensiero da sveglie non occupiquando dormonotutti i loro

sogni giovanili! Con me il mare è stato galantuomo: ma quando

ripenso a tutti quei ragazzi che mi son passati per le mani

qualcuno ormai adultoqualche altro finito ai pescima tutti

trasformati in ottimo materiale per luinon mi pare d'averlo

trattato male neanch'io. Dovessi tornarmene in patria domaninon

sarebbero passati due giorniscommettoche qualche primo

ufficiale bruciato dal sole mi raggiungerebbe sul cancello di una

darsenae una voce giovanile e profonda risuonerebbe al disopra

del mio cappello: 'Non mi riconoscecapitano? Ma come! il piccolo

Tal-dei-Tali. Sulla nave Così-e-Così. Era la mia prima

traversata.' Allora mi tornerebbe in mente un ragazzuccio tutto

rimescolatoalto come lo schienale d'una seggiolaezitta zitta

sulla banchinauna madreo forse una sorella troppo sconvolta

per sventolare il fazzoletto verso la nave che scivola via

dolcemente tra i moli; oppure un bravo babbo di mezz'etàvenuto

di buon'ora col suo ragazzo per vederlo partiree che poi è

rimasto a bordo tutta la mattinata perchéguarda un po'l'argano

lo interessava enormemente; e così si attardato troppotanto che

all'ultimo deve precipitarsi a terra senza più tempo per far gli

addii. Il pilota di fondo basso mi grida con voce strascicata: 'La

tenga ferma un momento col cavo d'ormeggiocapitano. C'è un

signore che deve scendere... Suforzasignore. Quasi quasi

partiva anche lei per Talcahuanoeh? Ecco il momento giusto:

senza fretta... Bravissimo. Mollate di nuovo a prua.' I

rimorchiatori fumano come il baratro infernale e si mettono in

tiraresbattendo le acque del vecchio fiume fino a farlo diventar

furioso; il signore che è sceso a terra si spolvera i

ginocchielli; il benevolo dispensiere gli getta l'ombrello che ha

dimenticato a bordo. Tutto molto come si deve. Lui ha offerto il

suo piccolo sacrificio al maree ora può tornarsene a casa

fingendo di non darvi importanza; e la piccola vittima volontaria

avrà un terribile mal di mare prima che finisca la notte. Più

tardiquando avrà imparato tutti i piccoli misteri e l'unico

grande segreto del mestiereanche lui sarà degno di vivere o di

morirea seconda che il mare decreterà; e all'uomo che ha giocato

a quel giuoco da pazzi in cui il mare fa lui tutte le prese

piacerà un mondo sentirsi battere sulla spalla da una pesante mano

giovanilee udir la voce allegra d'un cucciolo di mare che

esclama: 'Mi riconoscesignore? Il piccolo Tal-dei-Tali.'

Vi dico che è bello; e la prova che una volta almeno nella vita

avete lavorato come si deve. M'è capitato di ricevernedi queste

botte sulla spalla! E ci ho fatto anche una smorfiaperché eran

pesanti; ma dopo mi son sentito contento tutto il giornoe

andando a letto mi pareva d'esser meno solo al mondograzie a

quella manata cordiale. Se riconosco il piccolo Tal-dei-Tali? A

regoladi fisonomie dovrei intendermene. E vi dico chedopo

un'occhiata appenaa quel giovanotto gli avrei affidato il ponte

poi sarei andato a dormire fra due guanciali: eperdiana! avrei

fatto una bella imprudenza. Ci sono abissi di orroredentro a

questo pensiero. Sembrava schietto come una sterlina di zeccama

nella lega del suo metallo v'era un elemento diabolicamente

impuro. In che quantità? Ohminima... la goccia più piccola

possibile d'un qualcosa di raro e di maledetto; la più piccola

delle gocce!... ma bastava per far nascere il dubbio - a vederlo

lì in piedi con quell'aria di menimpipo - a far nascere il dubbio

che potesse esser tutto d'un metallo non più prezioso dell'ottone.

Non riuscivo a capacitarmi. Vi giuro cheper l'onore del

mestiereavrei voluto vederlo divincolarsi. Gli altri due

individuiquelli senza importanzasi accorsero del capitanoe

lentamente si avviarono verso di noi. Venivano avanti pian piano

chiacchierandoe non m'importava nulla di lorocome non fossero

stati visibili. Ridevano... fors'anche scherzavanopuò darsi.

Vidi che uno dei due aveva un braccio rotto; mentre l'altroquel

tipo allampanato coi baffi grigiera un capo macchinista

abbastanza conosciuto per varie ragioni. Insommadue vere

nullità. Si avvicinarono. Il capitano stava come imbambolato a

guardarsi fra i piedi; si sarebbe detto che fino a quelle

dimensioni innaturali l'avesse gonfiato una qualche orribile

malattia o l'azione misteriosa d'un veleno sconosciuto. Alzò il

caposi vide dinanzi i due in attesaaprì ghignando la bocca con

uno straordinario contorcimento di quel viso incredibilmente

paffuto... e stavacredoper dir qualcosaquando parve che un

pensiero lo colpisse. Le grosse labbra violacee tornarono a

chiudersi senza emettere alcun suono; si diresse con passo molle

ma risoluto verso il gharrye cominciò a scuoterne la maniglia

con tale impaziente brutalità che mi aspettavo da un momento

all'altro di veder l'intera baracca rovesciarsi su un fianco

cavallino e tutto. Il cocchieredistolto dalla contemplazione

della pianta del proprio piedemanifestò subito segni del più

intenso terrore. Aggrappatosi al sedile con le due maniguardava

dall'alto quell'enorme carcassa decisa ad introdursi per forza

nella sua vettura. Il trabiccolo si agitava e rollava

tumultuosamente; la nuca paonazza di quel collo curvoi polpacci

tesi nello sforzol'immenso ansimare di quella miserabile schiena

a strisce verdi e arancionitutta la forza d'urto di quella massa

vistosa e sordida turbavano il senso della probabilità con un

effetto comico e pauroso ad un tempocome una di quelle visioni

insieme nitide e grottesche che spaventano e affascinano il

febbricitante. Ad un tratto scomparve. Mi aspettavo quasi che il

tetto della vettura si spaccasse in dueche quella scatoletta a

ruote scoppiasse come un baccello di cotone maturo... e invece si

limitò ad abbassarsi con un suono metallico di molle che cedonoe

di colpo una delle tendine di stuoia cadde giù srotolandosi

rumorosamente. Riapparverocompresse entro la piccola apertura

le spalle c'el giganteche cacciò fuori la testa tesa e

ballonzolante come un pallone frenatosudatafuriosain una

spruzzaglia di scaracchi. Agguantò il gharry-wallah con un gesto

rabbioso di quel suo pugno massicciorosso come un pezzo di carne

crudae gli muggì contro di camminaredi andarsene. Dove? Nel

Pacificoforse. Il cocchiere diede di frustail cavallino

sbuffòs'impennoe partì al galoppo. Per dove? Per Apia? per

Honolulu? C'erano seimila miglia di cintura tropicale dove

andarsene a zonzoe a me non riuscì d'afferrar l'indirizzo

preciso. Un cavallino sbuffante lo rapì in un baleno

nell''Ewigkeit' e non lo rividi mai più. Che dico? non conosco

persona al mondo che gli abbia messo gli occhi addosso da quando

si sottrasse alla mia vista in quel piccolo gharry sgangherato che

svoltava a precipizio entro una bianca nuvola di polvere. Partì

sparìsvanì; equel che è più assurdo ancorasi direbbe che

avesse portato via con sé anche il gharry perché mai più mi è

capitato d'imbattermi in quel cavallino sauro con l'orecchio

spaccato e in quel pigro cocchiere tamilo afflitto da un'ulcera al

piede. Il Pacifico è grande davvero; ma vi abbia trovato o no il

capitano un luogo adatto per mettere in valore le proprie doti

resta il fatto che scomparve nello spazio come una strega a

cavallo d'una scopa. L'ometto col braccio al collo si diede a

rincorrere la vettura belando: 'Capitano! Ehicapitano! Ehiii!'

ma dopo pochi passi si fermò di bottochinò la testae tornò

indietro pian piano. All'aspro stridìo delle ruoteil più giovane

s'era rapidamente girato sui tacchi. Ma poi non fece nessun altro

movimentonessun gestonessun segno: restò immobile col viso

rivolto nella direzione del gharryanche dopo che questo era già

sparito da un pezzo.

Tutto si svolse in assai minor tempo di quanto ora me ne occorra a

raccontarloperché io sto cercando di analizzare per voicon

lente parolel'effetto istantaneo di parecchie impressioni

visive. Subito dopo entrò in scena l'impiegato meticciomandato

da Archie a occuparsi un po' dei poveri naufraghi del Patna.

Costui sbucò fuori dall'edificio di corsaeccitato e senza nulla

in testaguardando a dritta e a mancatutto compreso

dall'importanza della propria missione. La quale era destinata

all'insuccesso per quanto riguarda il personaggio principale; ma

il portoghese si avvicinò agli altri tre con aria di affaccendata

importanzae quasi immediatamente si trovò coinvolto in un

violento alterco con l'individuo che aveva il braccio al collo e

pareva non chiedesse altro che di fare una bella leticata. Non

riceveva ordini da nessunoluinoperdinci! Ci voleva altro per

spaventarlo che un mucchio di bugie uscite di bocca a uno

sfacciato impiegatucolo meticcio! Non si lasciava maltrattare da

un 'coso del genere' anche se la storia che raccontava era

'quanto mai' vera! E gridò il suo desideriola sua aspirazione

la sua determinazione di mettersi a letto. 'Se tu non fossi un

Portoghese abbandonato da Dio' lo udii gridare'avresti bell'e

capito che l'ospedale è il posto che ci vuole per me.' Piantò il

pugno del braccio sano sotto al naso dell'impiegato; cominciava a

raccogliersi folla; il meticcioagitatoma facendo del suo

meglio per mostrarsi dignitosocercava di spiegar le proprie

intenzioni. Io me ne andai senza aspettare la fine della scena.

Ma per l'appunto in quei giorni avevo uno dei miei marinai

all'ospedaleenell'andare a prenderne notizie la vigilia

dell'inchiestanella corsia dei bianchi ritrovai l'omiciattolo

che smaniavadisteso sul dorsocol braccio ingessato e in preda

al delirio. Con mia grande sorpresa anche l'altro individuolo

spilungone coi baffi bianchi spioventiaveva trovato modo di

entrar là dentro. Ricordavo d'averlo veduto svignarsela durante il

litigiod'un passo metà disinvolto metà strascicatoe facendo un

gran sforzo per non apparir spaventato. In porto era conosciutoa

quanto pare; sì che oratrovandosi nei guaipensò di cercar

rifugio nel caffè con biliardi di Marianiaccanto al bazar.

Quell'indescrivibile vagabondo di un Marianiche lo conosceva per

aver provveduto ai suoi vizi in un paio di altri luoghibaciò la

terraper così diredavanti ai suoi piedie lo rinchiuse con

una provvista di bottiglie in una camera al primo piano del suo

infame bordello. Pare che il tipo si sentisse vagamente

preoccupato circa la propria sicurezza personalee desiderasse

rimaner nascosto. Mariani mi disse molto tempo dopo (un giorno che

salì a bordo a reclamare dal mio dispensiere il pagamento di certi

sigari) che lui per quell'uomo avrebbe fatto ben altrosenza

chiedergli nessuna spiegazionetanto gli era grato per qualche

spregevole favore ricevuto da lui molti anni primaa quanto mi

riuscì di capire. Si batté due volte il petto muscolosoroteando

gli enormi occhi bianchi e nerilucidi di lagrime. 'Antonio non

dimentica mai... Antonio non dimentica mai!' La precisa origine di

codesta immorale riconoscenza non venni mai a conoscerla; ma

quale che fossequell'individuo ebbe tutte le agevolazioni per

restarsene ben chiuso a chiavecon una sediaun tavoloun

materasso in un angoloe un mucchio di sudiciume sul pavimento

in preda a un irragionevole pànico che cercava di vincere con i

tonici di cui Mariani gli era generoso. La faccenda andò avanti

fino alla sera del terzo giornoquandodopo aver emesso alcuni

orribili urlifu costretto a cercar scampo nella fuga contro una

legione di millepiedi. Sfondò la portadiscese d'un unico salto

disperato la scaletta sghimbesciafinì di peso sul ventre di

Marianisi rialzòe fuggì via come un coniglio per la strada. La

polizia lo raccolse sopra un cumulo d'immondizie la mattina dopo

all'alba. A tutta prima pensò che volessero portarlo via per

impiccarloe lottò per la libertà come un eroe; ma quando io mi

sedetti sulla sponda del suo lettoera calmo da ormai due giorni.

La scarna testa abbronzatacon quei baffi bianchiavrebbe potuto

apparir bella e serena sul guanciale come la testa d'un soldato

che le battaglie avessero logoratoma rimasto fanciullescamente

candido nell'animonon fosse stato per un accenno di spettrale

paura cheannidata nel luccichìo dello sguardo atonofaceva

pensare a un'indistinta immagine del terrore appiattata in

silenzio dietro a un vetro. Era così incredibilmente calmoche mi

abbandonai all'assurda speranza di aver qualche spiegazione dal

suo punto di vista sulla famosa faccenda. Perché poi io provassi

tanto desiderio di frugare nei deplorevoli dettagli d'un

avvenimento chedopo tuttonon mi riguardava affatto se non come

membro d'un'oscura associazione di gente riunita insieme da una

comunanza di fatiche ingloriose e di fedeltà a una certa linea di

condottanon so proprio spiegarmelo. Chiamatela pure curiosità

morbosase volete; ma fatto sta che avevo bisogno di trovare

qualcosa. Forseinconsciamentesperavo di scoprire una qualche

giustificazione ripostal'ombra almeno di una scusante. Oggi vedo

bene che speravo l'impossibile. Speravo di veder sgominare il più

ostinato fantasma a cui l'uomo abbia mai dato forma: quel dubbio

febbrile che si diffonde come una nebbiache rode occulto come un

tarlopiù agghiacciante che la certezza della morte: il dubbio

che a dominare una certa linea di condotta sia un potere

dispotico. E' la cosa più dura contro cui si possa inciampare; è

la cosa che suscita il pànico urlante e le brave piccole

mascalzonate compiute in silenzio; è la vera ombra della calamità.

Credevo dunque in un miracolo? e perché lo desideravo così

ardentemente? Era egoismo quello che mi spingeva a cercar anche

l'ombra d'un'attenuante per quel giovanotto che non avevo mai

visto prima? Era bastato il suo solo aspetto per aggiungere una

sfumatura d'interesse personale ai pensieri che mi suggeriva il

convincimento della sua debolezzae per rendere questa debolezza

una cosa di mistero e di terrorequasi un accenno a un destino

d'annientamento in agguato dietro le spalle di tutti coloro la cui

giovinezza aveva somigliatoun tempoalla sua giovinezza? Ho

paura che il motivo segreto della mia curiosità fosse proprio

quello. Certo è che stavo cercando un miracolo. Oggidopo tanto

tempol'unica cosa che mi sembri miracolosa è l'enormità della

mia stupidaggine. Perché non c'è dubbio che qualche esorcismo

contro lo spettro del dubbio sperai di ottenerlo da quell'ammalato

losco e consunto. Dovevo esser davvero sulle spine sesenza

perdere tempodopo qualche frase indifferente e cordiale a cui

rispose con languida prontezzacome farebbe qualunque malato

rispettabiletirai subito fuori la parola Patna avvolta in una

delicata domanda come in una matassina di seta morbida. Per

egoismoero così delicato: non volevo spaventarlosemplicemente;

non che provassi la minima sollecitudine verso di lui. Non mi

faceva né rabbia né compassione; poco o nulla m'importava sapere

quale fosse stata la sua esperienza personale; l'eventualità d'una

sua redenzione mi riusciva del tutto indifferente. Era invecchiato

in mezzo ad iniquità di piccolo calibroe non poteva più ispirare

né pietà ne avversione. Ripeté: Patna in tono interrogativocome

se facesse un breve sforzo di memoriae poi disse: 'Già. Sono

vecchio di questi luoghiio. L'ho veduta affondare.' Mi disponevo

a dar libero corso al mio sdegno per una bugia così stupida

quand'egli soggiunse tranquillamente: 'Era piena di rettili.'

Queste parole mi trattennero. Che intendeva dire? Fu come se

l'ondeggiante fantasma del terrore appiattato dietro ai suoi occhi

vitrei si fermasse di colpo e guardasse malinconicamente nei miei.

'Mi cavaron fuori dalla cuccetta a metà guardia' proseguì in tono

pensoso. La voce gli si era fatta all'improvviso troppo fortee

io mi pentii della mia follia. Nessuna candida cuffia alata

d'infermiera in vistasvolazzante nella prospettiva della corsia;

v'era soltanto laggiùnel mezzo d'una lunga fila di letti di

ferro vuotiun infortunato di qualche nave delle Radeseduto

abbronzato e fantomaticocon una benda bianca di traverso sulla

fronte. Di scatto il mio interessante malato sfoderò un braccio

magro come un tentacoloafferrandomi per una spalla. 'Io solo

avevo occhi abbastanza buoni per vederla. Sono famosoioper la

vista. E forse fu proprio per questo che mi chiamarono. Nessuno di

loro fu tanto svelto da scorgerla mentre affondavama videro bene

quando fu scomparsae allora urlarono tutti insieme... così...'

Un ululato da lupo mi penetrò fin nei precordi. 'Ohlo faccia

star zitto' gemette l'infortunato con irritazione. 'Forse lei non

mi crede' continuò l'altro con un'ineffabile espressione di

vanità. 'Le dico che non ci sono occhi come i mieida questa

parte del Golfo Persico. Guardi sotto al letto.'

Naturalmente mi curvai subito. Vorrei sapere chi non avrebbe fatto

altrettanto. 'Che vede?' domandò. 'Nulla' risposi pieno di

vergogna. Mi scrutò in viso con un disprezzo così selvaggio da

annichilirmi. 'Già' fece'ma se guardassi iovedrei... Non

esistono occhi come i mieile dico.' Mi afferrò di nuovo

tirandomi a sénella sua ansia di liberarsi l'anima con una

confidenza. 'Milioni di rospi rosa. Non esistono occhi come i

miei. Milioni di rospi rosa. E' peggio che veder affondare una

nave. Potrei star tutto il giorno a guardare navi che affondano

senza smettere di fumar la pipa. Perché non mi rendono la mia

pipa? Potrei fare una fumatina guardando i rospi. Il piroscafo

n'era pieno zeppo. Bisogna tenerli d'occhiosa': e ammiccava

scherzosamente. Il sudore della mia fronte gli sgocciolava

addosso; la giacca di cotone mi s'incollava alla schiena bagnata;

la brezza pomeridiana trascorse impetuosa sulla fila di lettile

pieghe rigide delle tende si agitarono perpendicolarmente

stridendo sulle aste d'ottonele coperte dei letti vuoti

sventolarono senza rumore sul pavimento nudo della corsiae io

rabbrividii fino al midollo delle ossa. Il dolce vento dei tropici

giocherellava in quella sala spoglia come una malinconica bufera

invernale in un vecchio granaio inglese. 'Non gli lasci

ricominciare i suoi urlisignore' strillò da lontano

l'infortunato. Quella voce ansiosa e piena di rabbia giunse fino a

me risuonando fra le pareti come un grido fioco entro un tunnel.

La mano mi artigliava la spalla; l'uomo tornò a farmi l'occhietto

con aria d'intesa. 'Ne era piena zeppasae bisognò svignarsela

in un battibaleno' sussurrò a precipizio. 'Tutti rosa. Tutti

rosa... grossi come mastinicon un occhio in cima alla testa e

delle grinfie tutt'intorno alla loro bocca schifosa. Uh! Uh!'

Rapidi sussulti come di scosse elettriche rivelaronosotto le

copertela sagoma di due gambe magre e agitate. Lasciò andar la

mia spalla e cercò di afferrare qualcosa per aria; il corpo teso

gli tremava come una corda d'arpa appena abbandonata dal dito; e

mentre lo guardavol'orrore spettrale che era in lui tornò ad

affiorare nel suo sguardo vitreo. All'istante quella sua faccia da

vecchio soldatocosì nobile e calma di lineesi decompose

davanti ai miei occhi come corrotta da una furberia sotterranea

da una prudenza abominevole e da una paura disperata. Trattenne un

grido: ... 'Ssssh! cosa stanno facendo là sotto?' chiese additando

il pavimentocon nella voce e nei gesti certe fantastiche

precauzioni il cui significatoora che mi s'era rivelato d'un

lampo in tutta la sua luridezzami nauseò della mia intelligenza.

'Dormono tutti' risposi osservandolo attentamente. Ecco. Era

questo che voleva: erano proprio queste le parole che potevan

calmarlo. Tirò un lungo respiro. 'Ssssh! Zittipiano. Sono

vecchioiodi queste parti. Le conosco quelle bestiacce. Botte

in testa al primo che si muove. Troppi ce ne sonotroppi: non

potrà galleggiare più di dieci minuti.' Ansimò di nuovo. 'Presto!'

gridò a un tratto; e poitutto in un urlo: 'Sono tutti svegli!

Sono milioni! Mi pesticciano! Aspettate! Oh! aspettate! Li

spiaccicherò a mucchicome mosche. Aspettatemi! Aiuto! aiuto!'...

Un urlo tenutointerminabilecompletò la mia umiliante disfatta.

Vidi laggiù l'infortunato portarsi le mani alla testa bendata con

un gesto di disperazione; un infermierechiuso in un grembiale

che gli arrivava al mentoapparve in fondo alla prospettiva della

corsiacome guardato con un cannocchiale a rovescio. Mi confessai

vintoeinfilando senz'altro uno dei finestroni apertifuggii

nel corridoio esterno. L'urlo m'inseguì come una vendetta. Svoltai

in un pianerottolo desertoe all'improvviso tutto fu immobile e

silenzioso intorno a me. Scesi le lucide e nude scale in un

silenzio che mi consentì di raccogliere i miei pensieri sconvolti.

Al pianterreno incontrai uno dei medici interniche stava

attraversando il cortile e che mi fermò. 'E' stato a trovare il

suo marinaiocapitano? Credo che potremo lasciarlo uscire domani.

Questi idiotiperònon hanno proprio idea di cosa significhi

badare alla propria pelle! A propositosa che abbiamo qui il capo

macchinista di quella nave dei pellegrini? Delirium tremens della

peggior specie. Ha bevuto come una spugna per tre giorni di fila

nella bettola di quel Grecoo Italiano che sia. Che altro ci si

poteva aspettare? Quattro bottiglie di brandy al giornomi han

detto: e di quella qualità poi! Meravigliosose è vero. Ha da

esser foderato di lamiera da caldaie. La testaeh! la testasi

capisceè andata; ma lo strano è questoche nel suo divagare c'è

una specie di metodo: sto cercando d'individuarlo. Caso

eccezionalissimoun fil di logica in un delirium simile. Se

seguisse la tradizione dovrebbe veder serpenti; e invece non ne

vede affatto. Oggigiorno le buone vecchie tradizioni sono in

ribasso... Bahche vuol farci? Le... come dire?... le visioni di

costui sono di tipo batracico. Ah! ah!... Noparlando seriamente

non ricordo d'aver mai veduto un caso di sbronzatura così

interessante. E badi chedopo un simile esperimento di baldoria

sarebbe stato suo dovere andarsene all'altro mondo. Sì! è un tipo

duroquello. E con ventiquattro anni di tropici sulle spalle

come se non bastasse. Dovrebbe proprio dargli un'occhiata. Un

vecchio beone con un'aria molto nobile. Il tipo più straordinario

ch'io abbia incontrato mai... dal punto di vista medico

beninteso. Non vuol vederlo?' Fino allora avevo manifestato i

consueti segni di cortese interessamentoma a questo punto

assumendo un'espressione di rammaricomormorai che mi mancava il

tempoe gli strinsi in fretta la mano. 'Senta' mi gridò dietro

'quel tale non potrà mica venirciall'inchiesta. Crede che la sua

testimonianza possa essere importante?'

'Oh noniente affatto' risposi dalla soglia del cancello

d'ingresso".

 

 

 

 

 

CAPITOLO 6.

Evidentemente le autorità furono della mia stessa opinione.

L'inchiesta non venne rinviatae si svolse entro il termine

voluto dalla legge. Gran folla vi presenziòforse per l'interesse

umano che presentava. Dubbi circa i fatti non ne esistevano:

voglio dire in riguardo all'unico fatto materialmente assodato.

Come il Patna avesse subìto avarìa non era possibile accertarené

il tribunale contava che elementi nuovi in proposito risultassero

dal dibattimento. D'altrondeanche nel pubblico non v'era una

sola persona a cui interessasse questo problema. E sì checome vi

ho dettotutti i marinai del porto erano presentie il commercio

marittimo era rappresentato al completo. Se ne rendessero conto

oppur nol'interesse che attirava là quella gente era puramente

psicologico: l'attesa di qualche rivelazione fondamentale sulla

forzala potenzal'orrore cui possono giungere le emozioni

umane. Ma nulla di tutto questonaturalmentesarebbe stato

detto. L'interrogatorio dell'unica persona capace di stare a un

tema simile e disposta a confessarsisi andava futilmente

aggirando intorno a un fatto già ben notoe la schermaglia delle

domande in proposito era utile come battere con un martello su un

recipiente di ferroper scoprire cosa contiene. D'altra parte

un'inchiesta ufficiale non poteva essere diversa. Suo scopo non

era l'essenziale 'perché'ma il superficiale 'in che modo' della

faccenda.

Quel perché il giovanotto avrebbe saputo esporlo benissimo; ma

sebbene fosse proprio codesto il punto che interessava il

pubblicoil modo come le domande gli venivan rivolte lo

allontanava per forza da quella che a meper esempiosarebbe

parsa la sola verità degna d'essere conosciuta. Non si può

aspettarsi che le autorità costituite indaghino sulle condizioni

dell'anima di una persona... o meglio sarebbe dire su quelle del

suo fegato? A loro spettava di venire alle conseguenzee

francamenteda un magistrato di polizia noncurante e da due

assessori nautici non c'è da attendersi molto più di così. Non

intendo insinuare che costoro fossero degli stupidi. Il magistrato

era molto paziente; uno degli assessoricapitano di velieri

aveva una barba rossiccia e tendenze bigotte. L'altro era Brierly.

Il grosso Brierly. Qualcuno di voi deve aver sentito parlare del

grosso Brierly: il capitano della miglior nave della Blue Star

Line. Luisì.

Sembrava enormemente seccato dall'onore propinatogli. Mai in vita

sua aveva fatto uno sbagliomai gli era capitato un incidente

mai una disgraziamai un intoppo nella sua carriera sempre più

brillante: uno di quegli individui fortunati che non conoscono

l'indecisionee meno ancora la sfiducia in se stessi. A trentadue

anni aveva uno dei migliori comandi che esistano nelle linee

d'Orienteed era estremamente soddisfatto della propria

posizione. Secondo lui non ve n'era una come quella nel mondo

intero; e ho idea che se glie lo avessero chiesto di punto in

biancoavrebbe confessato chea suo giudizioal mondo non

esisteva nemmeno un capitano come lui. Insommaper quel posto

unicola scelta era caduta sull'uomo più adatto. Ai suoi occhi il

resto dell'umanitàesclusa dal comando del piroscafo d'acciaio

Ossavelocità sedici nodiera costituita da creature

assolutamente insignificanti. Aveva salvato delle vite sul mare

aveva soccorso navi pericolantipossedeva un cronometro d'oro

regalatogli da un gruppo di ammiratorie un binocolo con su

incise appropriate paroledono di qualche Governo stranieroin

riconoscimento dei suoi servigi. Valutava al giusto i propri

meriti e le ricompense avute. A me era abbastanza simpatico; ma

conosco qualcuno - gente mite e cordiale del resto - che non lo

poteva assolutamente soffrire. Non ho il minimo dubbio che si

stimassee di moltosuperiore a me: in effettianche a esser

stati Imperatori d'Oriente e d'Occidenteimpossibile non rendersi

conto della propria inferiorità in sua presenza; con tutto questo

non riuscivo a sentirmi veramente offeso. Difatti non mi

disprezzava per qualcosa che dipendesse da meo inerente alla mia

personacapite? Soltanto ero una quantità trascurabile

semplicemente perché non ero l'unico uomo davvero fortunato di

questo mondo: perché non ero Montague Brierly comandante

dell'Ossa; non ero il proprietario di un cronometro d'oro con

dedicané d'un binocolo montato in argento a testimonianza della

mia eccellenza nell'arte nautica e del mio indomabile ardire; non

sapevo rendermi esatto conto dei miei meriti e del valore delle

mie ricompense; e non potevo vantar l'amorela devozione d'un can

da caccia neroil più meraviglioso della razza dei retriever: mai

uomo pari a quello era stato parimenti amato da un cane pari a

quello. Sìcertotrovarsi costretti ad ammettere tutto questo

era abbastanza esasperante; mariflettendo che sì fatali

manchevolezze le condividevo con dodici milioni a dir poco di

essere umanisentivo di poter sopportare la mia porzione di

benevola e sprezzante pietà in riguardo a qualcosa d'indefinito e

di attraente che v'era in lui. Non ho mai chiarito a me stesso

qual genere d'attrazione fosse mai quelloma c'eran momenti in

cui arrivavo a individuarlo. Sul suo animo compiaciuto l'aculeo

della vita non poteva incidere più del graffio d'uno spillo sulla

superficie levigata di una roccia. E questo era invidiabile. Lo

guardavo a fianco del pallido e modesto magistrato che presiedeva

all'inchiesta: la sua soddisfazione di sé offriva a me e al mondo

una superficie dura come il granito. Pochissimo dopo si suicidò.

Era naturale che il caso di Jim lo annoiasse; e mentre io

riflettevocon un sentimento non molto lontano dalla paura

sull'immensità del suo disprezzo verso quel giovanotto sottoposto

all'interrogatorioegli stava invece probabilmente svolgendo una

ben diversa inchiesta sul proprio caso: e il verdetto dev'esser

stato di colpevolezza senza attenuantima il segreto delle prove

a carico se lo portò via con sé in quel suo salto nel mare. Se

sono capace di comprender qualcosa dell'animo umanola faccenda

senza dubbio era per lui di grandissimo momento: una di quelle

inezie che risveglian le ideedanno vita a pensieri coi quali un

uomonon avvezzo a compagnie del generetrova impossibile

vivere. Sono in grado di sapere che non si trattava né di danaro

né di vizio del beree neppur d'una donna. Si buttò in alto mare

poco più d'una settimana dopo la conclusione dell'inchiestameno

di tre giorni dopo aver lasciato il porto con la sua nave; come se

proprio in quel punto preciso dell'oceano avesse visto

all'improvviso le porte dell'altro mondo spalancarsi per

riceverlo.

Eppure non aveva obbedito a un impulso improvviso. Il suo secondo

un tipo coi capelli grigi e marinaio di prim'ordineaffabile

verso gli estranei ma il più arcigno ufficiale ch'io abbia mai

veduto nei suoi rapporti col comandanteraccontava la storia con

gli occhi pieni di lagrime. Sembra chequand'egli salì in coperta

la mattinaBrierly fosse chiuso a scrivere nella cabina delle

carte nautiche. 'Mancavano dieci minuti alle quattro' raccontava

'e quindi la guardia di notte non aveva ancora avuto il cambio.

Sentì la mia voce sul ponte di comando mentre stavo parlando al

secondo ufficialee mi chiamò. Non avevo voglia d'andarci

confesso la veritàcapitano Marlow: non lo potevo soffrireil

povero capitano Brierly. E lo dico a mia vergognaperché

purtroppo non si sa mai di che stoffa sia fatto un uomo. Troppe

promozioni aveva avuto passando sulla testa d'altra gentesenza

contar la mia; e aveva il maledetto vizio di farvi sentire piccini

piccinisoltanto da come vi diceva buongiorno. Non gli rivolgevo

mai la parolasignoretranne che per servizioe anche allora

dovevo fare uno sforzo per mostrarmi educato.' (In questo

s'illudeva. Mi ero chiesto spesso come Brierly avesse potuto

tollerar le sue maniere per più di una traversata). 'Ho moglie e

figliuoli' soggiunse'ed ero da dieci anni nella Compagnia

sempre ad aspettare che toccasse a me il primo comando vacante

stupido che ero. Lui mi diceproprio a questo modo: - Entri

signor Jones. - E io entrai. Facciamo il punto- dice curvandosi

sulla cartacon un paio di compassi in mano. Stando agli ordini

in vigoresarebbe toccato all'ufficiale che smontava di fare il

punto al termine della sua guardia. Tuttavia non dissi nullae

rimasi a guardarlo mentre segnava la posizione con una crocettina

e poi l'ora e la data. Lo vedo ancora tracciare quelle sue nitide

cifre: diciassetteottoquattro A. M. L'anno era scritto in

inchiostro rosso sul bordo superiore della carta. Non le usava mai

più d'un annoil capitano Brierly. Quell'ultimaora è rimasta a

me. Quando ebbe finito indugiò un po' a guardare il segno che

aveva fattosorridendo fra sé; poi alza gli occhi e mi guarda. -

Deve fare ancora trentadue miglia sempre in questa direzione-

dice; poi ne saremo fuorie lei potrà modificare la rotta di

venti gradi verso sud -. (Passavamo al nord della secca di Hector

in quel viaggio). Risposi: - Va benesignore -; e intanto mi

domandavo di cosa mai si stesse preoccupandovisto che in ogni

modo avrei dovuto chiamarlo prima di cambiar rotta. Proprio in

quel momento la campana di bordo batté il quarto: uscimmo sul

ponte di comandoe l'ufficiale in seconda prima di allontanarsi

butta lì nel solito modo: - Settantuno sul solcometro -. Il

capitano Brierly guarda prima la bussola e poi tutt'intorno a sé.

La notte era buia e pur limpida: si vedevano nitide tutte le

stellecome in certe notti di gelo nelle alte latitudini. Al un

tratto dice con una specie di piccolo sospiro: - Vado a poppa e le

metto io a zero il solcometroperché non vi siano errori.

Trentadue miglia ancora su questa rottae poi siamo al sicuro.

Vediamo un po'... Ia correzione sul solcometro è del sei per cento

addizionale; diciamo dunquetrenta da superare secondo il

quadrante; e poi può deviar subito di venti gradi a dritta.

Inutile allungare la strada... vero? - Non l'avevo mai sentito

parlar tanto di filaea mio giudiziocosì inutilmente. Non

dissi nulla. Scese la scalettae il caneche gli stava sempre

alle calcagna notte e giornolo seguì scivolando col naso avanti.

Sentii il ticchettare dei tacchi delle sue scarpe sul ponte di

poppa; poi si fermò a parlare al cane: - Torna addietroRover.

Sul ponte di comando! Va' viava'... Piglia! Poi grida a me

dall'oscurità: - Chiuda il cane nella cabina delle cartesignor

Jonesper favore.- Fu questa l'ultima volta che sentii la sua

vocecapitano Marlow. Queste sono le ultime parole che lui ha

pronunciato e che orecchio umano abbia uditesignore.'

A questo punto la voce del bravo vecchio s'incrinò. 'Aveva paura

che la povera bestia gli saltasse dietrocapisce?' riprese con un

tremito. 'Proprio cosìcapitano Marlow.' Regolò il solcometro per

me. Lo crederebbe? Ci mise dentro anche una goccia d'olio.

L'oliatore stava ancora dove lui l'aveva posatolì accanto. Alle

cinque e mezzo il secondo del nostromo andò a poppa con la sistola

per lavare il ponte; dopo un poco pianta lì il suo lavoroe corre

sul ponte di comando. - Scenda a poppaper favoresignor Jones

- dice. - C'è una cosa buffa. Non mi va di toccarla -. Era il

cronometro d'oro del capitano Brierly appeso con cura per la

catena al bastingaggio. Ci avevo appena posato su gli occhiche

capiisignore. Le gambe mi si piegarono sotto. Era come se

l'avessi veduto buttarsi giù: e sapevo anche con precisione di

quanto lo avevamo lasciato indietro. Il solcometro del coronamento

di poppa segnava diciotto miglia e tre quarti; e mancavano quattro

cavicchi di ferro intorno all'albero di maestra. Se li sarà messi

in tasca per aiutarsi ad andare a fondoimmagino: maDio mio

che differenza potevan fare quattro cavicchi a un uomo grosso come

il capitano Brierly? Forse la sua fiducia in se stesso in quegli

ultimi momenti era un po' scossa. E' l'unico segno d'agitazione

direi anziche abbia dato in vita sua; ma sono pronto a garantir

per lui cheuna volta fatto il saltonon ha tentato di dare

nemmeno una bracciataper quello stesso coraggio che l'avrebbe

fatto nuotare un giorno intero dietro a un filo di speranzase in

acqua ci fosse cascato accidentalmente. Sissignore. Non era

secondo a nessuno: e poco importa se era lui stesso a dichiararlo

come l'ho sentito una volta con queste orecchie. Durante la

guardia di notte aveva scritto due lettere: una alla Compagnia e

un'altra a me. Mi dava un mucchio di istruzioni circa la

traversata - a me che ero nel mestiere prima che lui venisse al

mondo - e un'infinità di consigli sul come condurmi con i nostri

principali di Shangai perché il comando dell'Ossa restasse a me.

Mi scriveva come farebbe un padre al figlio predilettocapitano

Marlowe io avevo venticinque anni più di luie avevo assaggiato

l'acqua salata quando a lui non avevano ancora messo le prime

brachette. Nella lettera agli armatori - l'aveva lasciata aperta

apposta perché io la leggessi - diceva di aver sempre fatto il suo

dovere verso di loro... fino a quel momento; e anche oradiceva

non veniva meno alla loro fiduciadacché lasciava la nave nelle

mani del marinaio più competente che ci fosse. Parlava di me

signoreparlava di me! Diceva chese l'ultimo gesto della sua

vita non gli aveva tolto ogni credito ai loro occhisperava

avrebbero apprezzato il mio fedele servizio e tenuto in conto la

sua calda raccomandazione quando si sarebbe trattato di

rimpiazzarlo. E molte altre cose del generesignore. Non potevo

credere ai miei occhi. 'Mi sentivo una curiosa sensazione dalla

testa ai piedi' soggiunse tutto turbato il bravo vecchio

schiacciandosi qualcosa nell'angolo dell'occhio con l'estremità

d'un pollice largo come una spatola. 'Si sarebbe dettosignore

che fosse saltato in mare soltanto per offrire a un uomo poco

fortunato un'ultima occasione di farsi strada. Un po' per

l'impressione d'averlo veduto scomparire in quella maniera

avventata e terribileun po' per l'idea che un avanzamento di

carriera l'avrei dovuto a un aiuto similerimasi fuor di me per

una settimana. Ma niente paura. Sull'Ossa fu trasferito il

capitano del Pelton (prese imbarco a Sciangai)... un piccolo

bellimbustosignorecon un abito grigio a quadretti e la

scriminatura in mezzo alla testa: Hem... io sono... hem... il suo

nuovo capitanosignor... signor... hem... Jones -. Era affogato

nel profumo... puzzava addiritturacapitano Marlow. Fu l'occhiata

che gli diedicredoa farlo balbettare. Borbottò qualcosa sulla

mia delusione: naturalissima... Era meglio sapessi subito che il

suo secondo era stato promosso capitano del Pelton... Lui non

c'entravas'intende... la Compagnia sapeva quel che faceva... era

spiacente... Io rispondo: - Non si preoccupi per il vecchio Jones

signore; c'è avvezzomaledetta l'anima sua -. Capii subito d'aver

scandalizzato le sue orecchie delicate. Poimentre si stava a

pranzo insieme per la prima voltacominciò a trovar da ridire in

modo poco simpatico su questa e quella cosa che aveva osservato a

bordo. Non ho mai sentito una voce di Pulcinella come la sua.

Strinsi i denti e fissai gli occhi sul piatto restandomene cheto

il più possibile; ma alla fine dovetti pur rispondere qualcosa;

lui salta suin punta di piediarruffando le sue belle pennucce

come un gallo in pieno combattimento. - Si accorgerà d'aver a che

fare con un tipo diverso dal defunto capitano Brierly -. - Me ne

sono già accorto- risposi io con grande malinconiama fingendo

d'essere impegnatissimo con la mia bistecca. - Lei è un vecchio

furfantesignor... hem... Jones; e le dirò anche che per tale è

conosciuto in sede -squittisce. Quei maledetti marinai del

servizio di mensa erano tutti lì impalati ad ascoltarecon le

bocche spalancate da un'orecchia all'altra.- Sarò anche un

delinquente incallito- dissi- ma non al punto da poter

sopportare di vederla seduto al posto del capitano Brierly -. E

con queste parole abbandono sulla tovaglia coltello e forchetta.-

Le piacerebbe di sedersi lei... ecco dove le duole il dente -

ribatté lui con aria beffarda. Me ne uscii dalla saletta da

pranzoraccolsi i miei cencie mi trovai sulla banchina con

tutto il mio bagaglio ai piedi quando ancora gli scaricatori di

porto non si erano rimessi al lavoro. Già. Alla deriva... a

terra... dopo dieci anni di servizio... e con una povera donna e

quattro bambini seimila miglia lontanoche ogni boccone che

mangiavano lo dovevano alla metà del mio stipendio. Sissignore!

Piantai tuttopiuttosto che sentir insolentire il capitano

Brierly. Mi aveva lasciato il suo telescopio notturno : eccolo

qua; e m'aveva pregato di prender cura del suo cane: eccolo qui

anche lui. OlàRovervecchio mio. Dov'è il capitanoRover?' Il

cane sollevò su di noi i malinconici occhi giallidiede in un

latrato di desolazioneabbaiò e strisciò sotto la tavola.

Questa scena accadevapiù di due anni dopoa bordo di quel

rudere nautico che era il Fire-Queendi cui Jones aveva avuto il

comandograzie a una curiosa combinazioneper il tramite di

Matherson.

Matherson il pazzolo chiamavan di solito: quello che bazzicava

sempre a Hai-phongsapeteprima dell'occupazione. Il vecchio

Jones proseguìcon quella sua voce nasale: 'Sissignorequi il

capitano Brierly sarà ricordatoanche se il resto del mondo

dovesse dimenticarlo. Scrissi a lungo a suo padrema non ebbi una

parola di risposta: né Grazie né Va' al diavolo! Niente! Forse

avrebbero preferito non sapere.'

La vista del vecchio Jones con gli occhi umidiche si asciugava

la testa calva con un fazzoletto di cotone rosso; il guaìto

malinconico del cane; lo squallore di quel quadrato pieno di

moscheormai unico santuario della memoria di Brierlygettavano

un velo inesprimibilmente umile e patetico sul ricordo dello

scomparso: postuma rivincita del fato per quella fiducia nel

proprio fulgore che dalla vita di lui aveva quasi eliminato i più

legittimi terrori. Quasi? Interamenteforse. Chi può dire di qual

splendore Brierly fosse riuscito a circonfondere dinanzi a se

stesso anche il proprio suicidio?

Giungendo le maniJones mi chiese: 'Perché maicapitano Marlow

crede lei che abbia commesso quel gesto inconsulto? Perché? Io non

arrivo a capirlo. Perché?' Si batté la fronte bassa e rugosa.

'Fosse stato poverovecchio e indebitato... senza mai un po' di

fortuna... oppure matto. Ma non era tipo da diventar mattolui.

Creda pure a me. Quello che un secondo ignora del proprio

capitanonon val la pena di essere conosciuto. Giovanesano

agiatosenza preoccupazioni... Qualche volta me ne sto seduto qui

a pensarea pensarefinché comincia a ronzarmi la testa. Una

ragione deve pur esserci stata!'

'Stia certocapitano Jones' risposi'che è una ragione che non

avrebbe turbato gran che nessuno di noi due' dissi. Alloracome

se una luce si fosse improvvisamente accesa nella confusione del

suo cervelloalla fine il povero vecchio Jones trovò una parola

di sorprendente profondità. Si soffiò il nasoannuendo

tristemente col capo. 'Giàgià! ma né lei né iosignoreabbiamo

mai avuto un'opinione così buona di noi stessi.'

Naturalmente il ricordo della mia ultima conversazione con Brierly

è influenzato dal fatto che ora so quanto da vicino lo seguì la

fine di lui. Gli parlai per l'ultima volta durante l'inchiesta. Fu

dopo la prima udienza; mi si avvicinò per istrada. Era in uno

stato d'irritazione che notai con sorpresa; di solito il suo

comportamentoquando accondiscendeva a conversar con qualcuno

era perfettamente calmocon un barlume di divertita degnazione

come se l'esistenza del suo interlocutore fosse uno scherzo

abbastanza spiritoso. 'Mi hanno accalappiato per questa inchiesta

ha veduto?' cominciò; e per un poco si profuse in lamentele sulla

noia di doversi recar tutti i giorni in tribunale. 'E sa Dio

quanto durerà ancora. Tre giorni m'immagino!' Lo ascoltavo in

silenzioche era un modo come un altrosecondo medi esprimere

la mia opinione. 'E a che serve poi? E' la cosa più stupida che si

possa immaginare' soggiunse con ira. Gli chiesi che altro si

sarebbe potuto fare. M'interruppe con una specie di violenza

trattenuta. 'Mi sento come un imbecille tutto il tempo

dell'udienza.' Lo guardai. Quellaper un Brierly che parlava di

Brierlyera già una frase fuor del comune. S'interruppe di colpo

eafferrandomi per il baveromi diede una piccola stratta.

'Perché mai stiamo tormentando quel giovanotto?' chiese. La

domanda era così all'unisono con i rintocchi di un certo mio

pensieroche - con negli occhi l'immagine del rinnegato

introvabile - risposi subito: 'Al diavolo se lo so; a meno che non

sia perché è lui che ve lo lascia fare.' Fui stupito di veder come

si schieravaper così diredalla parte d'una frase che avrebbe

dovuto sembrargli un indovinello. Disse irritato: 'Ma già. Non se

ne accorgedunqueche quel gaglioffo d'un capitano ha tagliato

la corda? Cosa si aspetta che possa succedere? Niente può

salvarlo. E' buscherato!' Facemmo qualche passo in silenzio.

'Perché mangiare tutto quel fango?' esclamò valendosi

d'un'energica espressione orientale (press'a poco l'unico genere

d'energia di cui si possa trovar traccia a oriente del

quindicesimo meridiano). In quel momento non riuscivo a immaginar

la direzione dei suoi pensieri; ma oggi ho fondato sospetto che

fossero perfettamente in carattere: ossia che il povero Brierly

stessein sostanzapensando a se medesimo. Gli feci osservare

che era notorio come il capitano del Patna avesse saputo

imbottirsi bene il nidocosì da potersi procurar quasi dovunque

il modo per mettersi al sicuro. Ma per Jim le cose stavano

diversamente. Intantoa ospitarlo era il Governonell'Asilo del

Marinaio: e con tutta probabilità non aveva in tasca il becco d'un

quattrino. Per scappare ci voglion soldi. 'Davvero? non sempre'

fece con una risata amara. E poiin risposta a qualche altra mia

osservazione: 'Behallorache si ficchi dieci metri sotto terra

e che ci rimanga! Perdio! Io al suo posto farei così.' Non so

perché il suo tono m'irritòe ribattei: 'C'è una specie di

coraggio anche nell'affrontar tutto questo come sta facendo lui:

tanto più sapendo benissimo chese fuggissenessuno si darebbe

la pena di corrergli dietro.' 'Al diavolo il coraggio!' brontolò

Brierly. 'Codesta specie di coraggio non serve a tenere un uomo

sulla strada buona; non darei un soldo per un coraggio simile.

Perché non dire invece che è una specie di vigliaccheria?... di

mollezza? Sa cosa le dico? Scommetto duecento rupie contro cento

che lei ci riescese s'impegna a farlo scappare domattina presto.

E' un gentiluomobenché faccia schifo... Capirà. Bisogna che

capisca! Questa maledetta pubblicità è troppo scandalosa; lui se

ne sta lìe intanto tutti quegli indigeni del diavoloserang

lascarquartiermastrofanno deposizioni da ridurre un uomo in

cenere dalla vergogna. E' abominevole. Ma non le pareMarlownon

sente anche lei che è abominevole? Lo dicasuda buon marinaio!

Se lui se ne andassetutto questo finirebbe subito!' Brierly

pronunciò queste parole con animazione insolitae fece l'atto di

tirar fuori il portafogli. Lo trattenni dichiarando freddamente

che la vigliaccheria di quei quattro individui non mi sembrava poi

cosa tanto importante. 'E lei si considera un marinaiovero?'

esclamò con ira. Risposi che infatti mi consideravo tale e speravo

anche di esserlo. Mi ascoltava con un atteggiamento del suo grosso

braccio che pareva mi volesse privare d'ogni personalità per

ricacciarmi nella folla. 'Il peggio è' soggiunse'che nessuno di

voialtri ha il senso della dignità; non pensate abbastanza a ciò

che siete idealmente.'

Avevamo camminato a lenti passichiacchierandoe ora ci fermammo

davanti alla capitaneria di portovicino al punto dove l'enorme

capitano del Patna era così totalmente scomparso come una piccola

piuma spazzata via dalla furia dell'uragano. Sorrisi. Brierly

riprese: 'E' una vergogna. Ce n'è di tutte le specie fra noi...

compreso qualche furfante della più bell'acqua; madiamine

dobbiamo pur serbare un certo decoro professionalealtrimenti Ci

riduciamo al livello dei vagabondi che girano per le campagne. La

gente ha fiducia in noi. Capisce?... Ha fiducia! A dirla franca

di tutti i pellegrini che mai siano usciti dall'Asia a me non

importa un ficoma un uomo con un minimo di dignità non si

sarebbe comportato così nemmeno con un carico di stracci vecchi.

Non siamo una classe organizzatanoie la sola cosa che ci tiene

insieme è proprio la fama di cui godiamo d'aver quella certa

dignità. Un processo come questo ci toglie la fiducia. Un marinaio

può passare l'intera vita senza che gli si presenti l'occasione di

mostrar del fegato. Ma quando il momento viene... Ah! se io...'

S'interruppee riprese con altro tono: 'Le darò subito duecento

rupieMarlowsemplicemente perché lei gli parli. Maledetto!

Magari non fosse mai capitato qui. Fatto è che qualcuno della mia

famiglia credo conosca i suoi parenti. Suo padre è un pastore

anglicanoe ora ricordo d'averlo incontrato una voltaquando ero

ospite di mio cugino nell'Essexl'anno scorso. Se non sbaglioil

vecchio sembrava avesse una predilezione per questo figlio

marinaio. Orribile. Io non posso farlo... ma lei...'

Cosìa proposito di Jimebbi una rapida visione del vero

Brierlypochi giorni prima ch'egli affidasse realtà e posa

insieme della sua natura alla custodia del mare. Naturalmente

rifiutai d'immischiarmi nella faccenda. Il tono di quell'ultimo

'ma lei' (povero Brierlynon aveva potuto trattenersi)in cui

era implicito ch'io non contavo più d'un insettomi fece

considerar la proposta con indignazione; efosse per questo o per

qualche altro motivomi convinsi che l'inchiesta stessa

rappresentava una punizione sufficiente per quel Jime che il

fatto di affrontarla (si può dire di sua libera volontà) era un

elemento purificatore nell'abbominevole faccenda. Finallora non ne

ero stato tanto sicuro. Brierly se ne andò tutto arrabbiato. Lì

per lì il suo stato d'animo mi restò più misterioso di quanto non

mi sembri adesso.

Il giorno dopo arrivai tardi in tribunalee mi sedetti da una

parte. Naturalmente non potevo dimenticare quella conversazione

con Brierlye adesso avevo entrambi gli uomini sotto gli occhi.

Il contegno dell'uno sembrava dimostrare una cupa insolenzae

quello dell'altro una noia sprezzante; eppure l'atteggiamento

dell'uno poteva non essere più schietto di quello del secondo; e

ormai sapevo che uno dei due non era sincero. Brierly non era

affatto annoiato... era esasperato; e dunque anche Jim poteva non

essere insolente davvero. Anzisecondo la mia teoria non lo era.

Pensai che fosse piuttosto senza speranza. Fu allora che i nostri

sguardi s'incontrarono. S'incontraronoe l'occhiata che mi diede

sarebbe bastata a togliermi ogni velleità di parlarglianche se

l'avessi avuta. Qualunque delle due ipotesi fosse la giusta -

insolenza o disperazione - sentii che non potevo essergli utile in

nulla. Quello era il secondo giorno del processo. Poco dopo il

nostro scambio d'occhiate l'inchiesta fu nuovamente rinviata

all'indomani. I bianchi cominciarono a sfollare subito in gruppo.

Jim aveva già avuto il permesso di lasciare il suo bancoe poté

quindi andarsene fra i primi. Vidi le sue spalle larghe e la sua

testa profilarsi nella luce della portae mentre mi avviavo

lentamente verso l'uscita chiacchierando - qualche estraneo che mi

aveva rivolto la parola per caso -lo scorgevo dalla sala del

tribunale con i gomiti appoggiati alla ringhiera della veranda e

la schiena rivolta verso la corrente della folla che discendeva i

pochi gradini fra un mormorio di voci e lo strascicare dei piedi.

Il processo seguente riguardava un'aggressione con vie di fatto ai

dannise ben ricordod'un usuraio; e il convenuto - un venerando

campagnolo con una barba bianca tagliata dritta stava seduto sopra

una stuoia subito fuori dell'uscio insieme ai figlialle figlie

ai generi con le loro mogliedireia metà del villaggio per

sovrappiùchi accovacciato per terra e chi in piedi vicino a lui.

Una donna bruna e slanciatacon parte della schiena e una spalla

nudee un sottile anello d'oro al nasocominciò a un tratto a

parlare con voce acuta e bisbetica. Quel tale che era con me alzò

gli occhi istintivamente a guardarla. Eravamo appena fuori

dell'uscioe stavamo passando dietro la poderosa schiena di Jim.

Se fossero stati quei contadini a portarsi dietro il cane giallo

non so. In ogni modo il cane c'erae si ficcava fra le gambe

della gente con quel fare silenzioso e furtivo che è dei cani

indigeni. Il mio compagno v'inciampò; il cane balzò via senza un

guaitoe l'uomoalzando un poco la vocedisse con una risatina

soffocata: 'Guardi là quel cane rognoso!' Subito dopo ci trovammo

separati da un gruppo di gente che si era spinta in mezzo a noi.

Io mi tirai addietro un momento contro il muro mentre lo

sconosciutoche aveva già finito di scendere i gradini

scomparve. Vidi Jim voltarsi di colpo. Fece un passo avanti e mi

tagliò la strada. Eravamo soli; mi guardava con occhi infuocati e

un'aria di cocciuta risolutezza. Mi resi conto d'esser nelle sue

maniper così direcome fossi stato in un bosco solitario. La

veranda ormai era vuotaogni rumore e movimento eran cessati

nella sala del tribunale: cadde un grande silenzio; mentre chissà

da doveda qualche remota stanza dell'edificiouna voce di

timbro orientale incominciava un abbietto piagnisteo. Il cane

proprio nell'atto che tentava di intrufolarsi nell'uscio

s'accucciò di colpo per cercarsi le pulci.

'Diceva a me?' domandò Jim a voce bassissimacurvandosi in avanti

non tanto verso di mese capite cosa voglio direquanto contro

di me. Risposi: 'No' immediatamente. Qualcosa nel suono di quella

voce pacata mi avvertì di tenermi in guardia. Lo osservai. Il

nostro era davvero come un incontro in un bosco: ma più incerto

nelle conseguenzeperché lui non voleva certamente la mia borsa

né la mia vita... nulla ch'io potessi consegnargli senz'altroo

difendere con la coscienza pulita. 'Giàdice di no' ribatté

torbido'ma io ho sentito.' 'Si sbaglia' protestainon

comprendendo assolutamente cosa volesse dire e senza levargli gli

occhi di dosso. Guardarlo in viso era come scrutare un cielo che

si annuvola prima d'un rombo di tuono. Impercettibilmente gli

calava addosso un'ombra dopo l'altrae l'oscurità si faceva

misteriosamente intensa in quella calma dove andava maturando lo

scoppio della violenza.

'Per quel che so non ho aperto bocca' affermai con assoluta

schiettezza. L'assurdità di quella discussione cominciava anche a

darmi un poco sui nervi. Mi colpisce il pensieroadessodi non

esser mai stato in vita mia così vicino a esser picchiato:

materialmente picchiatovoglio dire: a forza di pugni. Avevo però

un vago presentimentosuppongoche ci fosse in aria una simile

eventualità. Non che Jim mi minacciasse col gesto. Tutt'altro; era

stranamente inattivo... capite? ma si curvava in avanti ebenché

non fosse eccezionalmente grossopareva capacissimotutto

sommatodi demolire un muro. Il sintomo più rassicurante che

notai fu una specie di lenta e pesante esitazione che interpretai

come un tributo all'evidente sincerità delle mie maniere e del mio

tono. Ci guardammo in faccia. Nel tribunale si stava intanto

svolgendo il processo per aggressione. Afferrai le parole: 'Beh...

bufalo... bastone... fu tale la mia paura...'

'Cosa voleva dire quel tenermi gli occhi addosso tutta la

mattina?' disse Jim finalmente. Mi squadrò e poi riabbassò lo

sguardo. 'Si aspettava forse che si restasse tutti quanti a occhi

bassi per un riguardo alla sua suscettibilità?' ribattei

seccamente. Non avevo nessuna intenzione di menargli buone le sue

strampalerie. Alzò di nuovo gli occhie questa volta continuò a

guardarmi dritto in faccia. 'No. Questo è vero' dichiarò con

l'aria di aver vagliato fra sé la giustezza dell'asserzione. 'Su

questo non c'è nulla da dire; e lo sopporterò fino in fondo.

Soltanto' e qui prese un tono più concitato'non permetterò a

nessuno d'insolentirmi fuori del tribunale. C'era un tale con lei.

Lei gli ha parlato... Oh sì... lo so ; d'accordo: si rivolgeva a

lui; con l'intenzione però che sentissi anch'io... '

Lo assicurai che era vittima di uno straordinario equivoco. Non

avevo idea di come potesse esserci caduto. 'Lei credeva che non

avrei avuto il coraggio di risentirmi' soggiunse con appena una

punta di amarezza. Provavo abbastanza interesse alla scena per

cogliere anche le minime sfumature della sua espressione; tuttavia

non riuscivo ancora a capir nullabenché un qualcosa in quelle

paroleforse soltanto l'intonazione della frase m'inducesse

all'improvviso ad accordargli tutte le attenuanti possibili.

Quanto v'era d'inaspettato nella situazione cessò d'irritarmi.

Doveva sbagliarsi; era vittima di un equivoco; e intuivo che

quell'equivoco doveva essere di natura disgraziata e antipatica.

Ero ansioso di porre termine alla scena per ragioni di decoro

così come si è ansiosi di tagliar corto a una confidenza non

richiesta e vergognosa. Il più buffo era chein mezzo a tutte

queste considerazioni d'ordine superioremi accorgevo di provare

una certa trepidazione circa la possibilità- anzi la probabilità -

che lo scontro andasse a finire in una rissa volgaredi cui

sarebbe stato impossibile spiegare le ragioni e che mi avrebbe

fatto fare una figura ridicola. Non aspiravo affatto a tre giorni

di celebrità come colui che aveva avuto un occhio pesto o qualcosa

del genere dall'ufficiale in seconda del Patna. Con ogni

probabilità lui era pronto a tuttoe comunque si sarebbe sentito

pienamente giustificato ai propri occhi. Non c'era bisogno

d'essere indovini per capire che era straordinariamente arrabbiato

per qualche cosacon tutto che le sue maniere fossero tranquille

o addirittura torpide. Non nego che non avrei desiderato di meglio

che rappacificarlo a qualunque costoavessi saputo da che parte

rifarmi. Ma non lo sapevocome vi potete immaginar facilmente.

Brancolavo in una completa oscuritàsenza il minimo barlume.

Stavamo l'uno di fronte all'altro in silenzio. Lui sospese il

fuoco per circa quindici secondi; poi fece un passo avantie io

mi preparai a parare il colpopur senza muovere un muscolo

credo. 'Anche se fosse grosso come due uomini e forte come sei'

disse pian piano'le direi lo stesso cosa penso di lei. Lei...'

'Un momento!' esclamai; e ciò valse a trattenerlo per un secondo.

'Prima di dirmi cosa pensa di me' ripresi in fretta'vuol essere

tanto gentile da dirmi cos'ho detto o fatto di male?' Nella pausa

che seguì mi esaminò con indignazionementre io facevo sforzi

soprannaturali di memoriasforzi resi anche più ardui dal suono

della voce orientale che all'interno del tribunale protestava con

appassionata volubilità contro l'accusa di mendacio. Poi parlammo

quasi contemporaneamente. 'Le farò vedere ben presto che non sono

quello che ha detto' sbottò lui in un tono tale da lasciar

credere che si avvicinasse una crisi. 'Dichiaro di non saperne

nulla' esclamavo io con calore nello stesso momento. Cercò di

schiacciarmi con un'occhiata di sprezzo. 'Ora che vede che non ho

paura cerca di tirarsi indietro' disse. 'Chi di noi è un cane

rognoso adesso... eh?' Allorafinalmentecapii.

Mi stava scrutando in faccia come cercasse il posto più adatto per

piantarvi un pugno. 'Non permetterò a nessuno...' borbottò

minacciosamente. Era davvero un equivoco orribile: egli si era

tradito a fondo. Non so dirvi quanto rimasi male. Credo mi abbia

letto in viso qualche riflesso dei miei sentimentiperché mutò un

poco d'espressione. 'Buon Dio!' balbettai'non crederà mica che

io...' 'Sono sicuro d'aver sentito' insisté; e per la prima volta

dall'inizio di quella scena deplorevole aveva alzato la voce. Poi

con un'ombra di disprezzosoggiunse: 'Sicché non è stato lei?

Benissimo; non mi resta che trovare quell'altro.' 'Non faccia

l'imbecille!' gridai esasperato: 'si trattava di tutt'altro.' 'Ho

sentito benissimo' tornò a ripetere Jim con cupa e incrollabile

ostinazione.

Qualcuno forse avrebbe riso della sua insistenza. Ma io non risi.

Oh no! Mai uomo si era più spietatamente scoperto da séseguendo

l'impulso della propria natura. Era bastata una parola a

strappargli di dosso tutto il suo ritegno: quel ritegno più

necessario alla decenza del nostro io interno che gli abiti alla

decenza del nostro corpo. 'Non faccia l'imbecille!' ripetei.

'Però quell'altro l'ha dettoquesto non lo negavero?' disse

scandendo le parole e guardandomi negli occhi senza batter ciglio.

'Nonon lo nego' feci fissandolo a mia volta. Finalmente il suo

occhio seguì verso il basso la direzione che gli accennava il mio

indice teso. A tutta prima parve che non capissepoi che

rimanesse confusoe finalmente stupito e spaventato come se un

cane fosse un mostro e lui non ne avesse mai visto uno. 'Nessuno

si è sognato d'insultarla' conclusi.

Jim contemplò il disgraziato animaleche immobile come una statua

stava seduto con le orecchie dritte e il muso aguzzo rivolto verso

la porta. E improvvisamente diede un morso in aria per acciuffare

una moscacome se un meccanismo gli fosse scattato dentro.

Guardai il giovanotto. La sua abbronzata carnagione di biondo

s'incupì a un tratto sotto la peluria delle guanceil rossore gli

invase la frontesi estese fino alla radice dei capelli ricciuti.

Le orecchie gli diventarono d'un rosso accesoe perfino l'azzurro

chiaro dei suoi occhi si fece assai più scuro per l'afflusso

improvviso del sangue. Una smorfia gli alterò le labbra che

tremarono come fosse sul punto di scoppiare in lagrime. Mi resi

conto che l'estrema umiliazione gli impediva di pronunciare una

sola parola. Forse c'entrava anche un po' di delusione... chissà?

Può darsi che avesse pensato con gioia alle botte che mi avrebbe

dato per riabilitarsiper rimettersi in pace con se stesso. Chi

può dire qual sollievo credeva di poter trovare in una rissa

eventuale? Era abbastanza ingenuo per aspettarsi qualunque cosa; e

invece si era tradito senza motivo. Era stato franco con se stesso

con me poinon ne parliamo neanche - nella pazza speranza di

raggiunger così una confutazione efficace: invece le ironiche

stelle non gli erano state propizie. Dalla gola gli uscì un suono

tronco e profondocome a un uomo mezzo accoppato da un colpo sul

cranio. Era una cosa pietosa.

Non lo raggiunsi che quando era già uscito dal cancello. Alla fine

dovetti persino trottare un pocoma quando mi trovai sfiatato al

suo fianco accusandolo di voler scapparedisse: 'Mai!'

mettendosi subito sulla difensiva. Gli spiegai che non intendevo

dire che volesse sottrarsi a me. 'A nessuno... a nessuno al

mondo' affermò con un'espressione ostinata. Mi trattenni

dall'additargli quell'unica eccezione evidentedavanti alla quale

fuggirebbero anche i più coraggiosi; pensavo che l'avrebbe

scoperta prestissimo da sé. Mi guardò pazientemente mentre cercavo

qualcosa da dirgli: ma non trovai nulla lì per lìe lui riprese a

camminare. Io gli tenni dietroenell'ansia di non perderlogli

dissi in fretta che non potevo lasciarlo sotto la falsa

impressione del mio... del mio... Balbettavo. La stupidità delle

mie parole mi fece inorridire mentre tentavo di dar loro una

conclusione; ma l'efficacia di una frase non ha niente a che

vedere col suo significato o con la logica della sua costruzione.

Quel mio borbottìo idiota sembrò fargli piacere. Lo interruppe per

direcon una placidità cortese che dimostrava un'immensa forza di

controllo su se stessooppure una meravigliosa elasticità di

umore: 'L'errore è tutto mio.' Mi stupii moltissimo di

quest'espressioneche sarebbe stata tutt'al più adatta per un

incidente insignificante. Ma dunque non aveva capito il

significato deplorevole dell'episodio? 'Può ben scusarmi'

soggiunse; e riprese con aria cupa: 'In tribunaletutta quella

gente con gli occhi fissi mi sembrava talmente idiota che... che

sarebbe potuto accadere benissimo quello che mi era parso.'

Queste parole aprirono improvvisamente alla mia meraviglia un

nuovo orizzonte su di lui. Lo guardai con curiositàma gli occhi

che incontrai erano imperturbati e impenetrabili. 'Non posso

tollerare questo genere di cose' disse molto semplicemente'e

non intendo tollerarle. In tribunale è diverso: quello lo devo

sopportare - e lo possoanche.'

Non dico che lo comprendessi. Le brevi visioni che mi permetteva

d'aver di lui erano come quei lembi di paesaggio che appaiono tra

le smagliature della nebbia portata dal vento: frammenti di

dettagli vividi e subito scomparsiche non danno nessuna idea

logica dell'aspetto complessivo di un panorama. Alimentavano la

curiosità senza soddisfarla: non servivano a nulla per orientarsi.

Tutto sommato era un essere inafferrabile. Tali le mie conclusioni

a suo riguardo quando mi lasciò: il che fu a tarda sera. Io

alloggiavo all'Hôtel Malabar per qualche giorno ecedendo alle

mie insistenzeegli vi aveva pranzato in mia compagnia."

 

 

CAPITOLO 7.

"Un postale in viaggio d'andata era entrato in porto quel

pomeriggioe la grande sala da pranzo dell'albergo era più che a

metà piena di gente con in tasca biglietti per il giro del mondo

al prezzo di cento sterline. C'erano coppie di sposi novelli che a

mezzo viaggio avevano già un'aria d'abitudine e di noia reciproca;

c'erano gruppi piccoli e grandie individui solitari; chi

pranzava con solennità e chi faceva chiassose gozzovigliema

tutti pensavanoconversavanoscherzavano o erano di malumore

proprio come a casa lororeagendo alle nuove impressioni con la

medesima intelligenza dei bagagli depositati nelle loro camere.

D'ora innanzi avrebbero portato addossocome le loro valige

l'etichetta che dimostrava che eran passati per questo o per quel

luogo. Avrebbero tenuto cara una simile distinzioneconservando i

cartellini incollati sulle valige come documenti indiscutibili

come unica traccia permanente del vantaggio culturale ricavato

dalla loro impresa. I camerieri di pelle scura scivolavano

leggerisenza rumoresul vasto pavimento lucido; di quando in

quando si sentiva zampillare la risata di una giovinetta

innocente e vuota come il suo cervello; oppurein un'improvvisa

pausa dell'acciottolìo delle stovigliesi udivano poche parole

pronunciate con voce languida e affettata da qualche bello

spiritoche ricamavaper lo spasso d'una tavolata sogghignante

sull'ultimo pettegolezzo di bordo. Due vecchie zitelle nomadi

tutte in fronzoli per il miraggio d'una conquistastudiavano la

lista con sostenuta acrimonia: le labbra avvizzite si scambiavano

bisbiglii visi strani e legnosi le facevano simili a spauracchi

di lusso. Un po' di vino aprì il cuore di Jim e gli sciolse la

lingua. Notai anche che aveva buon appetito. Era come se avesse

seppellito chissà dove l'episodio inaugurale della nostra

conoscenza: pareva un argomento di cui non si sarebbe parlato mai

più in questo mondo. E tutto il tempo avevo di fronte a me quei

fanciulleschi occhi azzurriche guardavano dritto nei mieiquel

viso giovanequelle spalle poderosequella fronte aperta e

abbronzata con una linea bianca sotto la radice dei folti e

ricciuti capelli biondiquell'aspetto chefin dal primo momento

aveva attirato tutta la mia simpatia: una fisonomia schiettaun

sorriso sinceroquella serietà giovanile... Era del ceppo buono;

era uno dei nostri. Parlava pacatocon una specie di sobria

confidenza e con una tranquilla compostezza che potevano derivare

tanto da un autocontrollo virile come da un'impudenza o

incoscienza colossalequanto anche da una duplicità mostruosa.

Chi può dirlo? Dal tono della nostra conversazionesi sarebbe

potuto credere che parlassimo d'una terza personao d'una partita

a calcioo del tempo che faceva l'anno scorso. La mia mente si

perdeva in un mare di congetture: finché la piega della

conversazione non mi consentìsenza indiscrezione offensiva per

il mio interlocutoredi osservare chetutto sommato

quell'inchiesta doveva riuscirgli abbastanza penosa. Lanciò il

braccio attraverso la tovaglia eafferrando la mano che tenevo

accanto al piattomi fissò con occhi infuocati. Rimasi proprio

sbalestrato. 'Sìdev'essere terribilmente penoso' balbettai

tutto confuso da questa muta esplosione di sentimento.' '... è un

inferno' si lasciò sfuggire con voce rauca.

Quel gestoe le sue parolefecero alzar gli occhi con

inquietudine a due turisti elegantissimiche al tavolo vicino

stavano curvi sui loro dolci glassati. Mi alzaie passammo nella

grande galleria esterna per prendere il caffè e fumare un sigaro.

Sui tavolini ottagonali ardevano delle candele entro globi di

cristallo; ciuffi di piante dalle foglie rigide dividevano in

tanti gruppi le accoglienti poltrone di viminie fra le colonne

abbinatei cui fusti rossastri riflettevano in lunga fila la luce

dei finestronisembrava che la notte buia e scintillante pendesse

come un drappeggio sontuoso. I fanali di navigazione delle navi

occhieggiavano da lontano come stelle al tramontoe le colline al

di là della rada sembravan le rotonde masse di pece d'immobili

nuvole temporalesche.

'Non potevo svignarmela' cominciò Jim. 'Il capitano l'ha fatto...

affar suo. Io non potevo e non volevo. Tutti si sono arrangiati in

un modo o nell'altroma per me non era il caso.'

Ascoltavo con attenzione concentratanon osando muovermi sulla

sedia; volevo sapere... ma oggi ancora non so nullaposso

soltanto indovinare. Egli appariva tutt'insieme fiducioso e

depressocome se il convincimento di un'innata innocenza

ricacciasse indietro la verità che ad ogni passo gli si contorceva

dentro per saltar fuori. La prima cosa che dissecol tono d'un

uomo che si riconosca incapace di saltare un muro di sei metrifu

che ormai non sarebbe più tornato a casa: il che mi fece ricordare

di quanto mi aveva detto Brierly sul 'vecchio pastore dell'Essex

che pareva avesse un debole particolare per quel suo figliolone

marinaio.'

Non saprei dirvi se Jim avesse coscienza di quel 'debole

particolare'; ma il tono come accennava al 'mio babbo' voleva

certo dar l'impressione che mai uomo migliore di quel buon vecchio

decano campagnolo avesse sentito tutta la responsabilità d'una

famiglia numerosa. Questo convincimento Jim non lo manifestava

esplicitamentema nel suo sottintenderlo si leggeva l'ansia che

non sorgessero dubbi in proposito: un'ansia davvero piena di

sincerità e di graziama che in quel suo evocare esistenze

lontane aggiungeva un senso doloroso agli altri elementi della

storia. 'Ormai deve averlo letto in tutti i giornali inglesi'

fece Jim. 'Non potrò mai più guardare in faccia quel povero

vecchio.' Non osai alzar gli occhi fino a che non sentii che

soggiungeva: 'Non riuscirei mai a spiegargli la verità. Non

capirebbe.' Allora lo guardai: fumava con aria assorta; ma dopo un

momento si riscosse e riprese a parlare. Manifestò subito il

desiderio ch'io non lo confondessi con i suoi complici nel... nel

delittodiciamo così. Non era dei loroluima di tutt'altra

razza. Io non manifestai segno alcuno di dissenso. Non avevo la

più lontana intenzioneper amor della nuda veritàdi rubargli

neanche un atomo di grazia redentricese glie n'era toccata in

sorte. Non sapevo fino a qual punto credesse alle proprie parole

né a che mirasse (se pur mirava a qualcosa): ho idea che non lo

sapesse nemmeno luitanto sono convinto che nessuno si rende mai

ben conto delle proprie ingegnose gherminelle per sfuggire

all'ombra torva della conoscenza di se stesso. Mi guardai

dall'aprir bocca mentre egli si chiedeva 'cosa avrebbe potuto fare

una volta finita quella stupida inchiesta.'

Aveva l'aria di condividere il disprezzo di Brierly verso codesti

procedimenti voluti dalla legge. Non avrebbe saputo da che parte

voltarsiconfessò: e si vedeva chiaro chepiù che parlare con

mestava riflettendo ad alta voce. Perduta la patentespezzata

la carrierasenza danaro per andarsenecredeva che non avrebbe

più trovato lavoro di nessuna specie. In patria forse avrebbe

potuto rimediare un impieguccio: ma questo significava rivolgersi

ai suoi per aiutoe non voleva farlo. L'unica possibilità era un

imbarco come semplice marinaio... forse non gli avrebbero negato

un posto di quartiermastro su qualche piroscafo. Sìil

quartiermastro avrebbe potuto farlo... 'Lo crede proprio?'

domandai spietatamente. Si alzò di scatto eavvicinatosi alla

balaustra di pietrasi mise a scrutare la notte. Ma quasi subito

tornò indietro: dominava con l'alta statura su me sedutoil volto

giovanile ancora contratto nella sofferenza di un'emozione

contenuta. Aveva capito benissimo che non era della sua capacità a

governare una nave che dubitavo. Con voce leggermente tremante mi

chiese perché avevo detto così. Ero stato "tanto mai buono" con

lui.. Non avevo nemmeno riso di lui quando - e qui incominciò a

barbugliare - "quell'equivocosa... ho fatto una figura da

imbecille". L'interruppi per dire con un certo calore che a me in

un equivoco simile non pareva ci fosse nulla da ridere. Sedette e

bevve il suo caffè con aria decisavuotando la tazzina fino

all'ultima goccia. 'Questo non significa ch'io ammetta neppure per

un momento che quella definizione mi si adatti' dichiarò

nettamente. 'Davvero?' domandai. 'No' affermò con tranquilla

decisione. 'Lo sa cosa avrebbe fatto lei al mio posto? Lo sa? E sì

che lei non si crede un...' (parve che inghiottisse qualcosa) 'non

si crede un... un cane rognosovero?'

E così dicendo - parola d'onore! - mi guardava con aria

interrogativa. Era proprio una domanda: una domanda bona fide! Ma

non aspettò la risposta. Prima ch'io mi rimettessiguardando

fisso davanti a sé come se leggesse delle parole scritte sulla

carne della notteriprese: 'Tutto sta nell'esser pronti. E io non

lo ero... non lo ero ancorain quel momento. Non cerco scusanti:

ma vorrei spiegare... vorrei che qualcuno capisse... qualcuno...

una persona almeno! Lei! Perché non lei?'

Era una scena un po' solenne e anche un po' ridicolacome sempre

lo sono gli sforzi d'un uomo che tenti di salvar dal fuoco la

propria personalità eticaquale avrebbe dovuto essere nell'idea

ch'egli se ne è fatto: idea preziosa benché si tratti di pura

convenzionedi una fra le regole del gioco e nulla più; eppure

terribilmente efficaceper quel tanto di illimitato potere che ha

sugli istinti naturali e per il terribile prezzo che costano le

sue sconfitte. Egli incominciò il suo racconto con abbastanza

calma. A bordo di quel piroscafo della Dale Line che aveva

raccolto i quattro naufraghi da un battello alla deriva sul

semispento fulgore del mare al tramontofin dal secondo giorno si

erano messi a guardarli di traverso. L'enorme capitano tedesco

aveva raccontato non so che storiellaascoltata in silenzio da'

loro salvatoriche lì per lì glie la menarono buona. A nessuno

verrebbe in testa di sottoporre a interrogatorio dei poveri

naufraghi che si è avuto la fortuna di salvarese non da una

morte crudeleper lo meno da crudeli sofferenze. Dopo

ripensandoci suforse balenò alla mente degli ufficiali

dell'Avondale che nella faccenda potesse esserci qualcosa di

losco; ma naturalmente si tennero i loro dubbi per sé. Avevano

raccolto il capitanoil secondoe due macchinisti d'un vapore

affondato; eda persone beneducatenon domandavan di più. Non

interrogai Jim sulla natura dei suoi sentimenti durante i dieci

giorni che passò a bordo. Da come ne parlava mi era lecito dedurre

che fosse rimasto stordito dalla propria scoperta - la scoperta

del fondo di se stesso - e che facesse di tutto per cercar di

darne una spiegazione esauriente all'unico uomo capace di

valutarne la spaventosa enormità. Capitemi bene: non tentava in

nessun modo di attenuar l'importanza del fatto. Di questo sono

sicuro; e qui sta la sua attrattiva. Delle sue sensazioni quando

sceso a terravenne a conoscere l'inaspettata conclusione della

storia cui aveva preso parte in modo così pietoso non mi disse

nullaed è difficile immaginarsele. Chissà se si sentì mancare il

terreno sotto i piedi? Chissà? Ma certo riuscì a trovare ben

presto un nuovo punto di appoggio. Rimase a terra in attesa due

settimane interenella Casa del Marinaiodove in quel periodo

v'erano altri sei o sette ricoveratidai quali ebbi occasione di

sentir parlare un poco di lui. La loro languida opinione pareva

fosse questachea prescindere dagli altri suoi difettiJim era

un animale sempre ammusonito. Aveva trascorso quelle giornate

sepolto in una poltrona a sdraio della verandae usciva da quella

tomba soltanto nelle ore dei pasti o la sera tardiper girellare

sulle banchine tutto soloestraneo a quanto lo circondava

incerto e silenzioso come uno spettro a cui manchi una casa dove

aggirarsi. "Non credo d'aver rivolto tre parole ad anima viva

durante tutto quel periodo"disseispirandomi molta compassione;

e subito dopo soggiunse: 'Qualcuno di quei tipi si sarebbe certo

abbandonato a considerazioni che non avrei saputo tolleraree non

volevo scene. No! Allorano. Ero troppo... troppo... non mi

andavaecco.' 'Dunque quella paratìa ha resistitodopo tutto'

osservai allegramente. 'Già' mormorò'ha resistito. Eppure le

giuro che l'ho sentita incurvarsi sotto la mia mano.' 'E'

straordinariocerte voltea quali tensioni può reggere il ferro

vecchio' dissi. Gettato all'indietro sulla poltronacon le gambe

rigidamente allungate e le braccia penzoloniannuì leggermente

col capo a più riprese. Non si potrebbe immaginare spettacolo più

malinconico. A un tratto rialzò il capo e si drizzò a sedere

dandosi una manata sulla coscia. 'Ah! che occasione perduta! Mio

Dio! che occasione perduta!' esclamò con calore; e in quell'ultimo

'perduta' sentii come la vibrazione d'un grido che gli fosse

strappato da un dolore fisico.

Tornò silenziosoe nel suo sguardo fisso e lontano c'era una

voglia feroce di codesta gloria mancatamentre le narici gli si

dilatavano un attimo ad aspirare l'odore inebriante di

quell'occasione andata in fumo. Se credete che io fossi sorpreso o

scandalizzato mi fate proprio torto. Ahera un ragazzo pieno

d'immaginazionequello! Si sarebbe tradito; si sarebbe arreso.

Dentro a quel suo sguardo immerso nella notte scorgevo la sua più

segreta natura proiettata a capofitto nel regno fantasioso delle

aspirazioni temerariedegli eroismi inauditi. Non pensava nemmeno

pl a rimpiangere quel che aveva perdutotanto era completamente

assorbito dal miraggio di ciò che non era riuscito a raggiungere.

Era lontanissimo da meche lo osservavo da un metro di distanza.

Attimo per attimo stava penetrando più addentro nel mondo

impossibile delle gesta romantiche: e alla fine vi giunse proprio

nel cuore! Una strana espressione di beatitudine gli si diffuse in

voltoe gli occhi gli luccicarono alla luce della candela che

stava fra me e lui; arrivò addirittura a sorridere! Sìera

arrivato proprio nel cuore... nel più profondo cuore di quel

mondo! Un sorriso estaticoil suoche sui vostri visi non si

vedrà maie nemmeno sul miocari ragazzi. Lo ricondussi in un

attimo alla realtàdicendo: 'Se lei fosse rimasto sulla nave

eh?'

Volse verso di me due occhi improvvisamente sbigottiti e pieni di

doloreun volto confusointerdettosofferentecome se l'avessi

fatto piombar giù da una stella. Né voi né io avremo mai uno

sguardo simile. Rabbrividì profondamentecome se la punta d'un

dito di ghiaccio gli avesse toccato il cuore. In ultimo sospiro.

Io non mi sentivo d'umor compassionevole. Quelle sue

sfacciataggini contraddittorie m'irritavano. 'Peccato che non

l'abbia saputo prima!' dissicon le più malvagie intenzioni; ma

la mia perfida frecciata cadde senza ferire - gli cadde ai piedi

come uno strale esaustoper così direed egli non pensò neanche

a raccoglierla. Forse non l'aveva nemmeno veduta. Dopo un poco

sistemandosi più comodamente sulla sdraiafece: 'Al diavolo! Le

dico che si era incurvata. Andavo esplorando con la lampada il

ponte inferiore di stiva lungo lo spigolo di ferroquando una

falda di ruggine grande come il palmo della mano si staccò da sé

dalla lamiera.' Si passò la mano sulla fronte. 'La falda di

ruggine si mosse e saltò viamentre guardavocome una cosa

viva.' 'Dev'esser stata una brutta impressioneno?' osservai con

noncuranza. 'Ma lei crede forse' ribatté'che pensassi alla mia

pellecon centosessanta passeggeri dietro a me profondamente

addormentati in quel corridoio del ponte di pruae parecchi di

più a poppa; e altri ancora sopra coperta... addormentati... senza

sospettare di nulla.. il triplo di quanti potessero entrarcene

nelle scialuppeanche se ci fosse stato il tempo di calarle in

mare? Mi aspettavo di veder la piastra di ferro spaccarsi da un

momento all'altroe l'acqua precipitarsi su di lorodistesi

com'erano... Cosa potevo fare?... cosa?'

Non facevo fatica a figurarmelo nel buio cavernoso di quell'antro

stivato di corpi giacentidove la lampada a globo non rischiarava

che un breve tratto di quella paratìa che con l'altra faccia

sosteneva tutto il peso dell'oceanoed egli aveva nelle orecchie

il respiro di tutti quei dormienti ignari. Lo vedo che fissa la

parete di ferro con occhi infuocatiatterrito dalla ruggine che

si staccasopraffatto dalla certezza di una morte imminente.

Tutto questo accadevaa quanto capiila seconda volta che era

stato mandato a prua dal capitanosoprattutto per allontanarlo

pensodal ponte di comando. Mi disse che il suo primo impulso era

stato quello di gridarefacendo balzar su di colpo dal sonno

tutta quella gente terrorizzata; ma lo sopraffece tale un senso

della propria impotenza che non fu capace di articolare alcun

suono. Questo si deve voler esprimere quando si dice che la lingua

s'appiccica al palato. 'Troppo arida' disse concisamente Jim per

spiegare la sua sensazione. Cosìin silenziosi precipitò sopra

coperta dal boccaporto numero uno. Una manica a vento lì fuori gli

sbatté contro per casoe Jim si ricordava che il lieve tocco

della tela sul suo viso per poco non era bastato a farlo ruzzolare

giù per la scaletta.

Mi confessò che i ginocchi gli tremavano forte mentre s'era

fermato sul ponte di prua a guardare un'altra massa di dormienti.

Le macchine erano ormai ferme e gli ultimi sbuffi di vapore

uscivano dalla ciminiera con un muggito cupo che faceva vibrar la

notte come una corda di contrabbasso. La nave ne tremava tutta.

Vedeva qua e là una testa sollevarsi dalla stuoiauna forma vaga

drizzarsi a sederestare un momento in ascolto piena di sonnoe

poi risprofondarsi in quella montuosa confusione di bagagli

verricelli a vapore e ventilatori. Si rendeva conto che quella

gente era troppo all'oscuro di tutto per attribuire un significato

preciso a quel rumore anormale. La nave di ferrogli uomini dai

visi bianchitutto quel che si vedeva e si udiva a bordoogni

cosa per quella pia e ignorante moltitudine era egualmente strana

tanto degna di fiducia quanto incomprensibile. Gli venne fatto di

maledire codesta fiducia cieca: ma era un pensiero tremendo.

Dovete ricordarvi che era convinto - e chiunque altro lo sarebbe

stato al suo posto - che la nave sarebbe colata a picco da un

momento all'altro: le piastre rigonfiedivorate dalla ruggine

che trattenevano l'oceanodovevano cedere fatalmente tutto d'un

colpocome una diga minata dal di sotto che apra la via a

un'improvvisa e travolgente inondazione. Restava immobile a

guardare quei corpi distesicome un condannato cosciente del

proprio destino che contemplasse la compagnia silenziosa dei

morti. Perché eran già morti: nulla poteva salvarli! C'eran forse

scialuppe sufficienti per la metà di loroma in ogni modo non

c'era tempo. Non c'era tempo! non c'era tempo! Non valeva la pena

di aprir la boccadi muovere una mano o un piede. Prima che

avesse potuto urlar tre parole o muovere tre passistarebbe a

dibattersi in un mare reso orribilmente spumeggiante dagli sforzi

disperati di esseri umaniecheggiante delle loro angosciate grida

d'aiuto. Ma nessun aiuto era possibile. Immaginava perfettamente

quel che sarebbe accaduto; l'intera scena gli passò dinanzi agli

occhimentre se ne restava immobile vicino a quel boccaportocon

la lanterna in mano; l'intera scena gli passò dinanzi agli occhi

fino ai minimiai più atroci dettagli; e credo chementre mi

stava raccontando queste cose di cui non poteva parlare in

tribunalequella visione gli si ripresentasse ancora.

'Vidi chiaro come vedo lei adesso che non avrei potuto far nulla

e questo pensiero mi svuotava di vita le membra. Mi dissi che

tanto valeva rimanere addirittura dov'eroe aspettare. Non

credevo di avere ancora molti secondi a disposizione...' A un

tratto gli sbuffi di vapore cessarono. Quel frastuono faceva

impazzire; ma il silenzio diventò subito opprimente

intollerabile.

'Mi pareva che prima ancora d'affogare sarei morto soffocato'

disse.

Insisté che non pensò neppure a salvarsi. L'unico pensiero nitido

che si formavasvanivae tornava a formarsi nel suo cervello era

questo: ottocento passeggeri e sette scialuppe; ottocento

passeggeri e sette scialuppe.

'Qualcuno parlava a voce alta nella mia testa' feceun po fuori

di sé. 'Ottocento passeggerisette scialuppe... e non c'era

tempo! Pensi cosa significa.' Si curvò verso di me attraverso il

tavolinoe io cercai di evitare il suo sguardo fisso. 'Crede che

avessi paura di morire?' domandò a bassa vocecon una sorta di

ferocia. E lasciò cadere la mano aperta sul tavolo con un colpo

che fece traballare le tazzine da caffè.

'Sono pronto a giurare che non ne avevo... non ne avevo... per

Dio!... no!' Si raddrizzò sulla vita incrociando le braccia; il

mento gli cadde sul petto.

Un leggero acciottolìo di stoviglie giungeva attutito fino a noi

dai finestroni. Ci fu uno scoppio di vocie un gruppo di gente

allegra uscì nella galleria scambiandosi umoristiche reminiscenze

sui somarelli del Cairo. Un giovanotto pallido e con l'aria

inquieta che camminava senza rumore sulle lunghissime gambeera

preso in giro da un globe-trotter pettoruto e rubicondo a

proposito dei suoi acquisti al bazar. 'Novia... credi che mi sia

lasciato mettere in mezzo fino a questo punto?' domandò in tono

deciso e caloroso. La brigata si allontanòrovesciando due

seggiole al passaggio; fiammeggiarono dei ceriniilluminando per

un secondo dei volti completamente inespressivi e la lucida

superficie piatta degli sparati bianchi; il brusìo di molte

conversazioni animate dal calore del banchetto mi parve un suono

assurdo e infinitamente remoto.

'Qualche marinaio dormiva sul boccaporto numero unoa portata del

mio braccio' riprese Jim.

Dovete sapere che su quella nave si montava la guardia all'uso

Kalashee; la notte l'intero equipaggio dormivae non si faceva il

cambio che dei quartiermastri e delle vedette. Jim fu tentato di

afferrare e scuotere per la spalla il 'lascar' più vicinoma non

lo fece. Qualcosa gli tenne fermo il braccio lungo il fianco. Non

aveva paura... ohno! solo che non poteva... ecco tutto. Forse

infattinon aveva paura della mortema ve lo diro io di che

aveva paura: aveva paura del disastro. La sua maledetta

immaginazione gli aveva evocato tutti gli orrori di un panicoil

precipitarsi furiosole urla pietosele scialuppe stracariche

che imbarcavano acqua - tutti insomma gli atroci episodi d'un

disastro in marequali li conosceva da letture e racconti. Forse

a morire era rassegnato; ma suppongo che volesse morire senza

terrori in soprappiùsilenziosamentein una specie di coma

tranquillo. Una certa qual attitudine alla morte non è poi tanto

rarama raro è incontrar uomini la cui animachiusa

nell'impenetrabile e ferrea armatura della risolutezzasiano

pronti a combattere fino all'ultimo una battaglia perduta: il

desiderio di pace aumenta via via che la speranza svaniscefinché

giunge a superare il desiderio stesso di vivere. Chi di noi non ha

osservato questo fattoo non ha addirittura provato in se stesso

un po' di questo sentimento: un'estrema stanchezza delle emozioni

L'inanità dello sforzol'immenso desiderio di riposo? Coloro che

lottano contro forze brute lo conoscono bene: i naufraghi

abbandonati sulle scialuppei viaggiatori sperduti nei deserti

tutti gli uomini che combattono contro le potenze cieche della

natura o contro la stupida brutalità delle folle".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 8.

"Quanto tempo rimase immobile vicino al boccaportoaspettandosi

da un istante all'altro di sentir la nave sprofondarglisi sotto i

piedi e un fiotto d'acqua investirlo alle spallesballottarlo di

qua e di là come un fuscellonon lo saprei dire. Certo non

molto... forse due minuti. Un paio d'uomini che non riuscì a

distinguere cominciarono a discorrere con voce assonnatae gli

giunse all'orecchionon sapeva da doveuno strano scalpiccìo. Ma

sovrastante a codesti lievi rumori c'era quella calma terribile

che precede le catastrofiquel silenzio insostenibile che si fa

un attimo prima del crollo; allora gli balenò nella mente che

forse avrebbe avuto il tempo di precipitarsi a tagliar tutte le

cime dei paranchiin modo cheaffondando la navele scialuppe

si trovassero a galleggiare per conto loro.

Il Patna aveva un ponte di comando più lungo che per solito non

usie tutte le scialuppe si trovavano lassùquattro da una parte

e tre dall'altra; la più piccola era sospesa sulla sinistraquasi

di traverso all'apparato di governo. Jim mi assicuròcon evidente

ansia d'esser credutoche si era sempre preoccupato con ogni

diligenza di tenerle pronte per l'uso. Conosceva il suo dovere. E'

probabile cheda questo punto di vistafosse un bravo ufficiale.

'Mi è sempre parsa una buona cosa tenersi pronti al peggio'

soggiunse fissandomi inquieto. Annuii con aria di approvazionema

distogliendo gli occhi dallo spettacolo di quell'astuzia malfida.

Incominciò a correre con difficoltà. Dovette scavalcar delle

gambestare attento a non inciampare contro delle teste. Al un

tratto qualcuno lo afferrò per le falde della giaccamentre una

voce angosciata gli parlava di sotto al gomito. Il raggio della

lampada che teneva nella destra cadde sopra un viso rivolto in su

i cui occhi erano supplichevoli come la voce. Con quel poco che

Jim aveva imparato della lingua dei pellegrinicapì la parola

acqua ripetuta varie volte con insistenzain tono di preghiera

quasi di disperazione. Diede uno strattone per liberarsie sentì

che un braccio gli si avvinghiava a una gamba.

'Mi teneva stretto come quando uno sta affogando' disse con tono

mordente. 'Acquaacqua? Di che acqua voleva parlare? Cosa sapeva?

Con quanta calma poteigli ordinai di lasciarmi. Mi tratteneva

il tempo stringevaaltra gente cominciava ad agitarsi: avevo

bisogno di tempo... di tempo per sciogliere le scialuppe. Poi mi

afferrò la manoe capii che stava per mettersi a gridare. Mi

balenò alla mente che sarebbe bastato questo per provocare un

panicoe allora col braccio libero gli sbattei il lume sulla

faccia. Il vetro tintinnòla fiamma si spensema il colpo gli

fece lasciar presae io corsi via... Volevo raggiungere le

scialuppe; volevo raggiungere le scialuppe. Quegli mi saltò

addosso alle spalle. Mi voltai. Non voleva smetterla; cercò di

gridare; e prima di capire cosa volesse l'avevo già mezzo

strangolato. Dell'acquavoleva... acqua da bere! Perché deve

sapere che eran tenuti strettamente a razionee quello aveva con

sé un ragazzetto che avevo notato varie volte. Ora il bambino era

malato... aveva sete. Egli mi aveva visto passaree mi supplicava

di dargli un po' d'acqua. Ecco tutto. Eravamo sotto al ponte di

comandonel buio. Continuava a stringermi i polsi: non c'era modo

di liberarsene. Mi precipitai nella mia cabinaafferrai la

borraccia e glie la misi in mano. Scomparve. Non mi ero accorto

fino allora quanto bisogno avessi anch'io di bere.' Si appoggiò a

un gomito con una mano sugli occhi.

Una specie di brivido mi corse giù per la schiena; c'era qualcosa

di stranoin tutto questo... Le dita che gli nascondevan la

fronte tremavano leggermente. Ruppe il breve silenzio.

'Cose come queste succedono una volta sola nella vita d'un uomo

e... Bene: allorché raggiunsi finalmente il ponte dl comandoquei

mascalzoni stavano calando una scialuppa giù dai paranchi. Una

scialuppa! Io correvo su per la scaletta quando un colpo pesante

passandomi a un pelo dalla testami cadde sulla spalla. Ma non

bastò a fermarmi; e il capo macchinista - erano riusciti a tirarlo

fuori dalla sua cuccetta - alzò di nuovo su di me il poggiapiedi

della scialuppa. Non so perchéma non mi sorprendevo più di

nulla. Mi sembrava tutto naturale... e orribile... orribile.

Scansai quel miserabile pazzopoi saltandogli addosso lo sollevai

su dal ponte come fosse stato un bambinoe lui cominciò a

sussurrarmimentre lo tenevo così in braccio: - No! mi lasci!

Credevo fosse un di quei negri -. Lo scaraventai lontano:

ruzzolando lungo il ponte andò a finir tra le gambe di quell'altro

omettinoil secondo macchinistae lo fece cadere a sua volta. Il

capitanoche si dava da fare intorno alla scialuppasi voltò e

mi venne contro a testa bassagrugnendo come un animale

selvatico. Io rimasi immobile come una roccia. Ero durolì in

piediduro quanto questo': e batté leggermente con le nocche sul

muro vicino alla sua poltrona. 'Mi pareva d'aver già sentitogià

vistogià vissuto tutto questo venti volte. Non avevo paura di

loro. Tirai indietro il pugno pronto a colpiree lui si fermò di

colpoborbottando:

- Ahè lei. Mi dia una manopresto! -. Ecco cosa disse: PRESTO!

Come se si fosse potuto fare abbastanza presto! - Sicché lei non

ha intenzione di far qualcosa? - domandai. - Sì. Di squagliarmela

-sogghignò senza voltarsi.

Non credo d'aver capito lì per lì cosa intendesse dire. Gli altri

due si erano ormai rimessi in piedie si precipitavano insieme

sulla scialuppa. Pestavano i piediansavanofacevan forza di

spallemaledicevano la scialuppala navesi maledicevano a

vicenda... e maledicevano me. Tutto a bassa voce. Io non mi

muovevonon dicevo nulla. Tenevo d'occhio la pendenza del

piroscafo. Stava immobile come lo sostenessero i puntelli in

bacino di carenaggio... soltanto che stava così.' Alzò una mano

col palmo verso il bassoinclinando la punta delle dita. 'Così'

ripeté. 'Davanti a me vedevochiara come un tocco di campanala

linea dell'orizzonteal disopra della ruota di prua; vedevo

laggiù l'acqua nera e lucentequieta... quieta come uno stagno

mortalmente quietapiù di quanto fosse mai stata... più di quanto

potessi sopportar di vederla. Ha mai vistoleiun piroscafo con

la prua in giùche non va a picco perché una piastra di ferro

vecchio regge ancora... reggema e troppo marcia perché si possa

puntellarla? L'hai mai visto? Ehgiàpuntellarla! Ci pensai...

pensai tutto quello che si può pensare; ma è possibile puntellare

una paratìa in cinque minuti?... o anche in cinquantadel resto?

Dove avrei trovato gli uomini da far scendere nella stiva? E il

legname... il legname? Avrebbe avuto il coraggioleidi dare il

primo colpo di martellodopo aver veduto quella paratìa? Non mi

dica di sì; lei non l'ha veduta; nessuno avrebbe avuto il

coraggio. Al diavolo!... per fare una cosa similesi sarebbe

dovuto credere a una possibilità: almeno a una su mille; all'ombra

di una possibilità: e neanche lei ci avrebbe creduto. Nessuno ci

avrebbe creduto. Lei mi giudica un cane rognoso perché sono

rimasto lì senza far nientema cosa avrebbe fatto lei? Cosa? Non

si sa... nessuno può saperlo. Bisogna avere almeno il tempo di

guardarsi intorno. Cosa vuole che facessi? Bell'atto di bontà

sarebbe stato far impazzire di paura tutta quella gente che da

solo non potevo salvare... che nulla poteva salvare! Senta: come è

vero che son seduto su questa poltrona...'

Ogni due o tre parole ansimava lanciandomi rapide occhiatecome

senella sua angosciavolesse leggermi in viso l'effetto che

produceva. Non stava parlando a me; parlava soltanto davanti a me

alle prese con una personalità invisibilecon un antagonista

ormai inseparabile dalla sua esistenza: con un altro padrone

dell'anima sua. Queste erano quistioni che esulavano dalla

competenza d'un tribunale; era una controversia grave e sottile

sulla più vera essenza della vitae non richiedeva un giudice.

Egli aveva bisogno d'un alleatod'un aiutanted'un complice. Mi

rendevo conto che stavo correndo il rischio di lasciarmi circuìre

acciecareprendere in trappolaforse obbligare con la violenza

ad assumere una parte precisa in quella disputache non aveva

conclusione possibile se si voleva esser giusti verso tutti gli

elementi in campo: sia verso i diritti dell'onesto quanto verso le

esigenze dell'essere abbietto che è in noi. Non posso spiegarea

voi che non avete conosciuto Jim e che sentite le sue parole

soltanto dalla mia boccail contrasto dei miei sentimenti. Era

come se mi si obbligasse a comprendere l'Inconcepibile - e non

conosco disagio paragonabile a quello d'una sensazione simile. Mi

si obbligava a contemplar quanto di convenzionale si annida in

ogni verità e la fondamentale sincerità della menzogna. Si faceva

appello in una volta sola a tutti i lati della mia coscienza... al

lato che sta perpetuamente rivolto verso la luce del solee a

quel lato di noi checome l'altro emisfero della lunaesiste

segretamente in un'oscurità perennee i cui orli soltanto sono

sfiorati a momenti da una spaventosa luce cinerea. Egli mi

dominava: lo confessolo confesso. Il fatto in sé era oscuro

insignificante... quei che volete: un giovane finito maleuno fra

un milione di suoi simili... ma era uno dei nostri! L'incidente

era privo d'importanza come un formicaio allagato: e tuttavia il

mistero dell'atteggiamento di Jim s'impossessò di me come se egli

fosse stato in prima fila fra i suoi paricome se l'oscura verità

della sua condotta avesse un tal peso da influire sul concetto che

di se stessa può farsi l'umanità..."

Marlow s'interruppe per riaccendere il sigaro morente. Per un

istante parve aver completamente dimenticato quel che stava

dicendo; poi all'improvviso riprese:

"La colpa era miasi capisce. Non bisognerebbe mai interessarsi

davvero alle cose. E' una mia debolezza. La sua invece era d'un

altro genere. La mia debolezza consiste nel non avere occhio

critico per tutto ciò che è accidentaleesteriore: nessuna

capacità di distinguere tra la cesta del cenciaiolo e la

biancheria fine del mio prossimo. Il mio prossimo... dico bene. Ho

incontrato tanti uomini!" soggiunse Marlow con una passeggera

sfumatura di malinconia..."li ho incontrati anche con una

certa... una certa... violenzadiciamo; come quel ragazzo lìper

esempio... e ogni volta non ho saputo vedere in essi che l'essere

umano. Un maledetto modo democratico di vedereche varrà anche

più della cecità totalepuò darsima non mi è stato mai di

nessun vantaggio... ve lo posso assicurare. Gli uomini si

aspettano che si faccia gran conto della loro biancheria fine; io

invece non sono mai riuscito a entusiasmarmi per queste faccende.

Oh! è un difettolo so: è un difetto; poi capita una serata

soaveun gruppo di amici troppo indolenti per giuocare a whist...

e un racconto..."

S'interruppe di nuovoforse per aspettare una riflessione

incoraggiante: ma nessuno aprì bocca. Soltanto il padrone di casa

quasi adempisse contro voglia a un doveremormorò...

"Sei così cavillosoMarlow!"

"Chiio?" replicò Marlow a bassa voce. "Oh no! ma 'lui' sìche lo

era; e benché faccia di tutto per portare a buon fine questa

storiami sto lasciando sfuggire una quantità di sfumature...

troppo sottilitroppo difficili da rendere in parole scolorite.

Perché complicava le cosea furia d'essere così semplicelui...

il più semplice dei poveri diavoli!... Perdiana! Era stupefacente.

Se ne stava lì seduto dinanzi a me dicendomi checosì come lo

vedevonon avrebbe avuto paura di affrontar nulla al mondo... e

sono sicuro che ci credeva. Vi dico che era una cosa di

un'innocenza favolosaed anche enormeenorme! Lo tenevo d'occhio

senza parereproprio come se lo sospettassi intenzionato a farmi

un brutto colpo. 'Se il gioco è leale' affermava con sicurezza

'ma leale davvero;' intendiamocinon c'era nulla che lo potesse

spaventare. Fin da quando era 'alto così' - un ragazzinoproprio

- si era preparato a tutto quel che può capitare in terra e per

mare. Era orgoglioso di questa specie di previdenza. Si era

rappresentato ogni sorta di pericoli e tutti i modi di pararli

aspettandosi sempre il peggio e sempre di sé dando il meglio.

Dev'esser statala sual'esistenza di un esaltato. Ve

l'immaginate? Una sequela di avventureuno splendore di gloria

una marcia continuamente vittoriosa; e ogni giorno della sua vita

interiore trionfalmente dominato dal sentimento profondo della

propria sagacia. In quel momento era del tutto fuori dalla realtà;

gli luccicavano gli occhi; e ad ogni sua parola il mio cuore

sempre più penetrato dalla luce della sua mentalità assurdami si

faceva più pesante nel petto. Non avevo voglia di ridere; e

tuttaviaper paura di sorrideremi diedi un'espressione stolida.

Jim incominciò ad irritarsi.

'E' sempre l'inaspettato a succedere' osservai in tono

propiziatorio.

La mia ottusità lo fece uscire in un 'puah!' sprezzante.

Probabilmente voleva dire che l'inaspettato non poteva toccarlo;

nel suo stato di preparazione perfettasoltanto l'inconcepibile

poteva aver la meglio su di lui. Era stato preso alla

sprovvista... e mormorò fra i denti una maledizione contro le

acque e il firmamentocontro la navecontro gli uomini. Tutto lo

aveva tradito! Con l'inganno era stato ridotto a quella specie di

altera rassegnazione che gli impedì di muovere anche un dito

mentre quegli altriche al contrario si rendevano chiarissimo

conto delle necessità impellentisi montavano addossosudavano

si arrabbattavano da disperati intorno alla scialuppa. Qualcosa si

era guastato proprio all'ultimo momento. Sembra chenella furia

fossero riusciti in qualche misteriosa maniera a bloccar la

chiavarda scorrevole d'uno dei paranchi della prima scialuppae

cosìdavanti a quella catastrofeavevan finito di perdere quel

po' di testa che ancora avevano. Doveva essere un bello

spettacolosulla nave immobilegalleggiante in pace nel silenzio

d'un mondo addormentatoil dimenarsi indiavolato di quei

miserabili che si agitavano per far presto a liberare la

scialuppasi trascinavano a quattro zampee si rialzavano in

piedi disperatitiravanospingevanosi scambiavano ringhiando

insulti velenosipronti a uccideresul punto di scoppiare in

piantoe che dal prendersi l'un l'altro alla gola tratteneva

soltanto la paura della mortesilenziosa alle loro spalle come un

sorvegliante inflessibilecon gli occhi di ghiaccio. Oh sì

doveva essere un bello spettacolo! Jim l'aveva vedutoe poteva

parlarne con disprezzo e amarezza; ne aveva afferrato i minimi

dettagli per mezzo d'un sesto sensodireiperché mi giurò che si

era tenuto da parte senza gettare un'occhiata né sugli uomini né

sulla scialuppa... neanche un'occhiata. E ci credo. Doveva esser

troppo occupato a osservare l'inclinazione minacciosa della nave

quella sospesa minaccia rivelatasi nel bel mezzo della più

perfetta sicurezza; troppo affascinato dalla spada che pendeva per

un filo sulla sua testa immaginosa. Nulla al mondo che si muovesse

dinanzi ai suoi occhi; nulla che gli impedisse di rappresentarsi

l'improvviso balzo all'insù dell'orizzonte buioil subitaneo

impennarsi della vasta pianura del mareil rapidosilenzioso

sollevamentolo schianto brutalela stretta dell'abissola

lotta senza speranzala luce delle stelle che gli si sarebbe

rinchiusa per sempre sul capo come la pietra d'un sepolcrola

ribellione della sua giovane vitala fine nera. Sapeva

figurarselo benissimo. Perdiana! E chi non avrebbe saputo? Dovete

anche ricordarvi che su quel particolare terreno era un artista

compiutoun povero diavolo dotato di un'antiveggenza fulminea. Le

visioni suscitategli da codesta facoltà davanti agli occhi della

fantasia l'avevan mutato dalla pianta dei piedi alla nuca in una

gelida pietra; ma nella sua testa c'era una danza infuocata

d'ideeun turbine d'idee zoppeciechemute... una ridda di

ripugnanti mutilati. Non vi ho detto che si confessava a me come

se io avessi avuto il potere di legare e di sciogliere? Si scavava

profondo nel cuoresperando in una assoluzioneche non gli

sarebbe servita a nulla. Il suo era uno di quei casi che nessuna

solenne menzogna avrebbe potuto placare; a cui nessuno può prestar

rimedi; uno di quei casi in cui lo stesso Creatore sembra

abbandonare il peccatore alle proprie risorse.

Stava sulla dritta del pontelontano il più possibile da quegli

uomini curvi sulla scialuppaaccaniti al fatto loro con

un'agitazione da forsennati e una cautela da cospiratori. I due

Malesi non avevano mollato la barra. Immaginatevi gli attori di

quel dramma del maredi quell'episodio unicograzie a Dio!... i

quattro uomini esausti di sforziselvaggi e furtivie gli altri

tre che li guardavano immobili come statue davanti ai tendoni che

coprivano la profonda inconsapevolezza di centinaia di esseri

umaniaddormentati nella loro stanchezzanei loro sogni

trattenuti da una mano invisibile sull'orlo dell'abisso. Che

fossero proprio sull'orlo dell'abissodate le condizioni della

naveper me è assolutamente fuori dubbio; nessuna avaria avrebbe

potuto esserle altrettanto fatale. Quei disgraziati intorno alla

scialuppa avevano tutte le ragioni di perder la testa dal terrore.

Francamentemi ci fossi trovatonon avrei dato un soldo per

l'eventualità che la nave restasse a galla fino al seguente minuto

secondo. Eppure galleggiava! Quei pellegrini addormentati erano

destinati a seguitare il loro pellegrinaggio fino all'amarezza di

un'altra fine. Si sarebbe detto che l'onnipotenza da cui

invocavano misericordia avesse bisogno per qualche momento ancora

della loro umile testimonianza su questa terrae avesse chinato

gli occhi sull'oceano con un gesto di comando: 'Non voglio!' La

loro sopravvivenza mi colpirebbe come un miracolo inesplicabile

se non sapessi quanta resistenza possano avere i ferri vecchi

resistenza analoga a quella di certe carcasse umane incontrate qua

e làridotte a un'ombrae che pure sopportano ancora tutto il

peso della vita. Non è per me la sorpresa minore di quei venti

minuti il comportamento dei due timonieri. Facevano parte di quel

gregge variopinto di indigeni menato da Aden per venire a

testimoniare all'inchiesta. Uno di essigiovanissimolottava

contro un'estrema timidezzae la sua faccia glabragiallastra e

giovialelo faceva ancora più giovane di quel che fosse. Ricordo

perfettamente che Brierly gli fece domandare dall'interprete che

cosa avesse pensato in quel momenti; e l'interpretedopo un breve

colloquiovolgendosi alla Corte con aria importante: 'Dice che

non pensava niente.' L'altrocon i suoi occhi remissivi che

sbatteva continuamentecol suo fazzoletto di cotone azzurro

scolorito dai molti lavaggi e annodato con arte su una massa di

ciocche grigieaveva un viso scavato da dure pieghee una pelle

bruna che faceva sembrare più scura una rete di rughe; aveva

coscienza che una sciagura si era abbattuta sulla nave: ma non

aveva ricevuto ordini: per lo meno non se ne ricordava: perché

avrebbe dovuto lasciar la barra? Di fronte a più precise domande

gettò indietro le magre spallee dichiarò che non lo aveva

neanche sfiorato l'idea che gli uomini bianchi potessero aver

abbandonato la nave per paura della morte. Non ci credeva ancora.

Potevano aver avuto ragioni segrete. Scuoteva la vecchia testa con

l'aria di chi la sa lunga. Certo! ragioni segrete... Era uomo

d'esperienzae voleva far capire a quel Tuan lì - si volse verso

Brierlyche non alzava il capo - che lui ne aveva imparate tante

in tanti anni al servizio di uomini bianchi sul mare; e

improvvisamentecon agitazione febbrilescaricò sulla nostra

attenzione ansiosa un fiotto di nomi che suonavano straninomi di

capitani scomparsinomi dalle consonanze familiari e storpiate e

velieri dimenticaticome se la mano del tempo vi avesse gravato

sopra da secoli. Finirono col farlo tacere. Il silenzio cadde sul

tribunale - un silenzio totale che durò oltre un minuto prima di

risolversi in un mormorio profondo. L'episodio fu l'avvenimento

sensazionale della seconda udienza e scosse tutto il pubblico

tutti fuorché Jimil quale sedeva aggrondato all'estremità del

primo bancoe non alzò mai gli occhi su quel testimone strano e

terribile che sembrava seguire un suo misterioso metodo di difesa.

Così quei due lascar erano dunque rimasti alla barra della nave

senza governoe ve li avrebbe trovati la mortese tale fosse

stato il loro destino. I bianchi non li degnarono nemmeno di uno

sguardo; probabilmente si erano dimenticati della loro esistenza.

Jim non se ne ricordava certamente più. Ricordava soltanto di non

poter far nullaora che era solo. Altro non rimaneva che

scomparire con la nave. A che scopo far del chiasso? A che scopo?

Aspettava in piedisenza una parolairrigidito in un'attitudine

di eroico riserbo. Il capo macchinista gli corse incontro in punta

di piedi attraverso il ponte di comando e lo tirò per la manica.

'Venga a aiutarci! Per amor di Dio venga a aiutarci!'

Corse di nuovo verso la scialuppa in punta di piedima poi tornò

subito indietro a tirarlo per la manicasupplicando e

bestemmiando.

'Credo che mi avrebbe baciato le mani' diceva Jimviolento'e

subito dopocominciò a schiumare di rabbiabestemmiandomi in

faccia: - Se avessi tempo sarei felice di spaccarle la testa.- Lo

respinsi. A un tratto mi afferrò per il collo. Maledetto! Lo

colpii. Lo colpii senza guardare. - Allora non vuol salvarsi la

vitalei... maledetto vigliacco! singhiozzava. Vigliacco! Mi

chiamò maledetto vigliacco! Ah! ah! ah! ah! mi chiamò... ah! ah!

ah!...'

Si era rovesciato indietroin un convulso di riso. Non avevo mai

udito in vita mia un riso così amaro. Cadeva come un vento

malefico sopra l'allegria delle chiacchiere sugli asinellisulle

piramidisui bazare tutto il resto. Nella penombra della lunga

galleria le voci tacquerole macchie pallide dei visi si volsero

tutte insieme verso di noi e si fece un così profondo silenzio che

il tintinnìo di un cucchiaino caduto sul pavimento della veranda

lo riempì di un piccolo rumore argentino.

'Non rida cosìcon tutta questa gente intorno' protestai con

aria di rimprovero. 'Fa un brutto effettosa.'

Da principio parve non aver sentito; ma fissò un attimo sul vuoto

uno sguardo chesenza vedermicontemplava una visione orribile

e borbottò con noncuranza: 'Ohcrederanno che sono ubriaco.'

Edopoa guardarlosi sarebbe pensato che non avrebbe più detto

una parola. Ma... neanche per sogno! Non poteva smettere di

parlareorapiù di quanto non avrebbe potuto smettere di vivere

per pura forza di volontà".

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 9.

"'Io dicevo tra me: - E va' a fondo... maledetta! Va' a fondo! -'

Con queste parole riprese il discorso. Non desiderava se non che

fosse finita. Gli altri con disprezzo lo avevano lasciato da

parteed egli nella sua testa lanciava questa apostrofe alla nave

in tono di invocazione e d'imprecazionementree nello stesso

tempogustava il privilegio di esser testimonio di scene- a mio

parere - di bassa commedia. Quelli continuavano ad arrabattarsi

intorno alla chiavarda. Il capitano dava ordini. 'Buttatevi là

sotto e cercate di sollevarla;' e gli altri naturalmente si

schermivano. Capirete che trovarsi appiattiti sotto la chiglia di

una scialuppa non è una posizione idealecon una nave che può

affondare da un momento all'altro. 'Perché non ci va lei... lei -

il più forte?' guaì il piccolo macchinista. 'Gott-for dam! Sono

troppo grosso' borbottò il capitano disperato. Era buffo da far

piangere gli angeli. Rimasero lì immobili un momentoe poi a un

tratto il capo macchinista si buttò contro Jim.

'Venga a aiutarelei! E' matto a voler gettare via l'unica sua

speranza? Venga a aiutarelei! lei! Guardi... guardi!'

E finalmente Jim guardò verso poppa dove l'altro indicava con

insistenza di maniaco. Vide un silenzioso tendone nero che s'era

già mangiato un terzo del cielo. Sapete come vengono su quei nembi

da quelle partiin quella stagione. Prima si vede oscurarsi

appena appena l'orizzonte - niente altro; poi si alza una nuvola

opaca come un muro. Un orlo diritto di vapore sfrangiato da

luccicori lividi e giallastri monta da sudovestingoiandosi le

stelle a intere costellazioni; la sua ombra vola sulle acquee

confonde mare e cielo in un unico abisso di oscurità. E tutto è

calmo. Né tuoni né vento né rumori; non un bagliore di lampi. Poi

nella tenebrosa immensità appare una cappa livida; una o due onde

lunghequasi il fiatare della stessa oscuritàpassano velocie

improvvisamente vento e pioggia si abbattono insieme con

particolare impetuositàcome se avessero sfondato un ostacolo

solido. Una di codeste nuvole s'era levata senza che ci avessero

fatto caso. Ora la scorserosi resero esattamente conto chese

nella calma assoluta c'era qualche possibilità che la nave

restasse a galla ancora qualche minutonon appena il mare si

fosse mosso le avrebbe dato subito il colpo di grazia. Il suo

primo sbandamento avanti il rompersi di uno di quei nembi sarebbe

stato anche l'ultimosi sarebbe risolto in un tuffosi sarebbe

per così direprolungato in un lungo inabissarsigiù giùfino

in fondo. Donde quei loro scossoni di pauraquei nuovi gesti

buffoneschi con cui dimostravano che non eran disposti a morire.

'Era neranera' continuava Jim con una calma tetra. 'Ci era

venuto susornione sornione alle spallequel dannato! In fondo

al cervello mi doveva essere rimasta un'ombra di speranza. Non so.

Ma ormai era finita. Mi esasperava di trovarmi preso così. Ero

furibondo di sentirmi in trappola. E c'ero in trappola! Mi ricordo

che la notte era caldamolto: non un soffio d'aria.'

Se ne ricordava così benecheansimando sulla sua poltrona

sembrava sudare e soffocare davanti ai miei occhi. Certo che il

nembo lo aveva esasperato: lo aveva messo a terra una seconda

voltaper modo di dire - ma gli aveva anche fatto tornare in

mente lo scopo importante che lo aveva spinto a precipizio sul

ponte e che lì poi gli era svanito subito dalla mente. Voleva

liberare le scialuppe di salvataggio. Tirò fuori il coltello e si

mise a dar di taglio come se non avesse veduto nullaudito nulla

e non conoscesse nessuno a bordo. Gli altri pensarono che gli

avesse dato di volta il cervello e che fosse matto senza rimedio

ma non osarono protestare a voce alta contro quell'inutile perdita

di tempo. Quando ebbe terminatotornò nel punto preciso da cui si

era mosso. Il capo macchinista era lìpronto ad afferrarlo e a

sussurrarglicon la testa vicino alla suarabbiosamentecome se

volesse mordergli l'orecchio...

'Imbecille! E lei crede di avere un'ombra di probabilità di

salvarsi quando quel branco di bestie saranno nell'acqua? La

prenderanno a colpi in testa da codeste scialuppe.'

E si torceva le maniaccanto a Jim che non gli badava

menomanente. Il capitano continuava a battere i piedi borbottando:

'Martello! Martello! Mein Gott! andate a prendere un martello '

Il piccolo macchinista piagnucolava come un bambinomacon tutto

il suo braccio rottosi dimostrò meno vigliacco degli altri

pare; perché in realtà trovò tanto coraggio da correre

ubbidientemente nella sala macchine. Non è cosa da pocoa voler

esser giusti con luiquesta. Jim mi disse che lanciava occhiate

di disperazione come uno messo alle stretteaveva dato soltanto

un gemito sordoe era corso via. Tornò immediatamente

incespicandocol martello in manoe senza fermarsi si gettò

sulla chiavarda. Gli altri abbandonarono subito Jim e corsero ad

aiutarlo. Jim udì i colpi del martelloe il rumore della zeppa

che cadeva. La scialuppa era libera. Soltanto allora si voltò a

guardare - soltanto allora. Ma mantenne le distanze... mantenne le

distanze. Desiderava farmi capire che manteneva le distanze; che

non c'era nulla in comune fra lui e quegli uomini... quelli del

martello. Assolutamente nulla. Molto probabilmente si sentiva

separato da loro da uno spazio insuperabileda un abisso senza

fondo. Si teneva alla massima distanza da loro... l'intera

larghezza della nave.

Teneva i piedi abbarbicati in quel punto isolato e gli occhi fissi

sul gruppo indistinto di quegli uomini curvi che avevano strani

ondeggiamenti nell'angoscia collettiva della paura. Una lampada

portatile appesa a un sostegno sopra un tavolino messo sul ponte

di comando - il Patna non aveva una cabina di guardia a mezza nave

- gettava un po' di luce sulle loro spalle tese nello sforzo

sull'oscillare delle loro schiene arcuate. Spingevano la scialuppa

da pruala spingevano avanti nella notte; spingevanoe non si

curavano più di lui. Lo avevano lasciato perdere come se veramente

fosse stato tanto lontano e senza rimedio separato da loroda non

meritare neanche un richiamouno sguardoun cenno. Non avevano

tempo di voltarsi a osservare il suo eroismo passivodi sentire

l'aculeo della sua astensione. La scialuppa era pesante; la

spingevano da prua senza che avanzasse fiato per una parola

d'incitamento; ma l'orgasmo di terrore che aveva disperso il loro

coraggio come pula al ventotrasformava i loro sforzi disperati

in una specie di farsa. Una vera farsa da pagliacci in un circo.

Spingevano con le manicon la testaspingevano disperatamente

con tutto il peso del corpospingevano con tutta la forza della

loro anima - se non cheappena riuscivano con la prua a

oltrepassare la grusmettevano tutti come un sol uomosi

arrampicavano per gettarsi come matti nella barca. La scialuppa

manco a dirlotornava indietro di colporigettandoli a terra

senza rimedioe ammucchiandoli uno contro l'altro. Per un poco

rimanevano lì intontitiscambiandosi in un feroce brontolìo gli

epiteti più infamanti che venivano loro alla boccae poi

riprendevano da capo. Per tre volte si ripeté la scena. Jim me la

descriveva con una tetra precisione. Non un gesto gli era sfuggito

di quella scena comica. 'Li odiavo. Li aborrivo. E ho dovuto

vedere tutto questo' disse senza enfasivolgendosi verso di me

con uno sguardo cupo e sospettoso. 'Ci fu mai nessuno messo a più

vergognosa prova?'

Si prese la testa fra le mani per un momentocome uno uscito di

senno per qualche indicibile offesa. Queste cose non poteva

spiegarle al tribunale - e nemmeno a me; ma sarei stato poco degno

di ricevere le sue confidenze se non avessi saputo ogni tanto

capire anche le pause tra le parole. In questo assalto contro la

sua forza d'animo c'era l'intenzione beffarda di una vendetta vile

e maligna; c'era qualcosa di buffonesco nella prova a cui era

sottoposto... qualcosa di degradante nelle comiche smorfie che

accompagnavano l'avvicinarsi della morte o del disonore.

Mi riferì fatti che non ho dimenticatima a tanta distanza di

tempo non potrei rammentarmi le sue precise parole; ricordo

soltanto che riuscì magnificamente col nudo racconto degli

avvenimenti a manifestare il rancore che covava nell'animo. Due

voltemi disseaveva chiuso gli occhi nella certezza che fosse

scoccata la sua ultima orae due volte ebbe a riaprirli. Ogni

volta notò più oscurità nella grande calma. L'ombra della nuvola

silenziosache cadeva ormai a perpendìcolo sulla navesembrava

aver estinto ogni suono in quella sua vita formicolante. Non si

sentiva più una voce sotto i tendoni. Mi disse che ogni qual volta

aveva chiuso gli occhi un lampo di pensiero gli aveva mostrato

chiaro come il solequella folla di corpi distesipronti per la

morte. Quando li riaprivavedeva la lotta confusa e caparbia dei

quattro uomini che si accanivano come matti intorno alla barca. Di

quando in quando arretravanoe si mettevano a inveire uno contro

l'altroper poi precipitarsi avanti di nuovo tutti in una

volta... 'C'era da morir dal ridere' commentò a occhi bassi: poi

alzandomeli in viso un momento con un sorriso malinconico: 'Dovrei

avere un avvenire allegroperchéper Dio! quel buffo spettacolo

lo avrò davanti agli occhi un bel po' di volte prima di morire.'

Abbassò gli occhi di nuovo. 'Negli occhi e nelle orecchie... negli

occhi e nelle orecchie...' disse due voltecon un lungo

intervallo pieno di uno sguardo assorto.

Si riscosse.

'Mi ero imposto di tener gli occhi chiusi' riprese'ma non mi

riuscì. Non mi riuscìe non m'importa che si sappia. Si provino a

passare per certe esperienzeprima di parlare. Si provi... e a

far meglio:... ecco tutto. La seconda volta le palpebre mi si

aprirono di colpoe anche la bocca. Avevo sentito muover la nave.

S'era abbassata un poco di prua - per risollevarsi pian piano -

lenta... lenta un'eternità e appena appena. Da giorni e giorni non

faceva così. La nuvola era trascorsae questa prima onda lunga

sembrava avanzare su un mare di piombo. Non c'era vita in quel

movimento. Eppure bastò a sconvolgere qualcosa nella mia testa.

Che avrebbe fatto lei? E' sicuro di séno? Ma che farebbe se

sentisse orasul momentomuoversi la casaquimuoversi appena

d'un tantinosotto la sua poltrona? Un salto! Un salto -

perdiana! - da qui dove è seduto fino a quel gruppo di cespugli

laggiù.'

Tese il braccio verso la notte oltre la balaustra di pietra.

Tacqui. Mi guardava con occhi fermiseveri. Non c'era dubbiomi

trovavo iooraa mal punto e mi conveniva non dar segno né con

un gesto né con una parola che mi mettesse a rischio di venir

trascinato a qualche fatale ammissione in rapporto con quella

faccenda. Non ero affatto disposto a correre un rischio del

genere. Non dimenticate che Jim io me lo trovavo di frontee che

realmenteera troppo dei nostri per non riuscire pericoloso. Non

ho vergogna a dirvi - se volete saperlo - che con un rapido

sguardo scandagliai la distanza che mi separava da quella massa

d'ombra più densa che spiccava nel mezzo dell'aiuoladavanti alla

veranda. Aveva esagerato. Con un salto non sarei mai arrivato

tanto lontano... ed è l'unica cosa di cui sono piuttosto sicuro.

Il momento estremo era giunto - pensava - ma non si mosse. I piedi

gli rimanevano abbarbicati al piancitoè i pensieri gli

turbinavano nella testa. In quel momento vide uno degli uomini

intorno alla scialuppa arretrare improvvisamente di un passo

batter l'aria con le braccia alzatebarcollare e accasciarsi.

Non proprio cadutoma scivolato dolcemente a sederetutto

raggomitolatoe con le spalle appoggiate al fianco del lucernario

della sala macchine. 'Era il fuochista. Un tipo macilento

pallidocon baffi ispidi. Fungeva da terzo macchinista' spiegò.

'Morto' dissi. Ne avevamo sentito accennare in tribunale.

'Così dicono' pronunciò con cupa indifferenza. 'In verità non

l'ho capito allora. Malato di cuore. Si lamentavada qualche

tempodi non sentirsi molto in gamba. L'eccitazione. Lo sforzo.

Lo sa il diavolo. Ah! ah! ah! Si vedeva bene che neanche lui

voleva morire. Buffono? Che io possa morire ammazzato se non

l'avevano trascinato ad uccidersi! Trascinato... né più né meno.

Trascinatoperdiana! Proprio come me... Ah! Se non si fosse

mosso! se avesse detto a quei tre di andare all'inferno quando

erano corsi a strapparlo dalla cuccetta perché la nave stava

affondando! Se si fosse tenuto da parte con le mani in tasca e

glie ne avesse dette quattro!'

Si alzòagitò il pugnomi guardò con occhi di fuocoe si rimise

a sedere.

'Un'occasione perdutaeh?' mormorai.

'Perché non ride?' fece. 'Uno scherzo combinato nell'inferno.

Debolezza di cuore!... Qualche volta vorrei averla avuta anch'io

la debolezza di cuore!'

Questo mi irritò. 'Davvero?' esclamai con profonda ironia. 'Sì!

Non lo capisce?'gridò. 'Non so che altro avrebbe potuto

desiderarelei' ribattei con ira. Mi guardò con aria di assoluta

incomprensione. Anche questa freccia non era andata a segnoed

egli non era tipo da preoccuparsi di frecce sperdute. Parola mia

era troppo poco sospettoso; non era un giuoco leale. Fui contento

di avere sprecato il mio dardo... che lui non avesse udito nemmeno

la vibrazione dell'arco.

Di certoalloranon poteva sapere che quell'uomo era morto. Il

minuto seguente - il suo ultimo a bordo - fu pieno d'un tumulto di

casi e di sensazioni che gli si rovesciarono addosso come il mare

su uno scoglio. Adopro di proposito questo paragone perché dal suo

racconto debbo credere che abbia mantenuto per tutto lo svolgersi

di questi avvenimenti una strana illusione di passivitàcome se

non fosse stato lui l'agentema uno strumento nelle mani di

potenze infernali che lo avevano scelto a vittima del loro scherzo

diabolico. La prima cosa di cui riebbe coscienza fu lo stridore

delle pesanti gru che si misero finalmente in moto oscillando...

uno stridore pungente che parve propagarglisi in corpo dal ponte

attraverso le piante dei piedie su su lungo la spina dorsale

fino alla sommità del capo. Alloranell'imminenza del nembo ora

vicinissimoun'onda più alta sollevò lo scafo inerte a una

altezza paurosa che gli tolse il respiromentre grida di terrore

come pugnalate gli passavano cuore e cervello. 'Molla! per amor di

Diomolla! Molla! Va giù.' Subito dopo le cime di sostegno

scorsero nei bozzelli e molti uomini sotto i tendoni si diedero a

parlare con voce spaventata. 'Quegli sciaguratiperduto ogni

ritegnocominciarono a strillare che avrebbero svegliato un

morto' disse. Poidopo il colpo e lo sciacquìo della scialuppa

messa di peso in acquasentì rumori sordi e lo scalpiccìo di

quelli che si buttavano nella scialuppain una confusione di

grida: 'Scoccia! Scoccia! Spingi! Scoccia! Spingi per amor di Dio!

Eccoil nembo ci viene addosso!...' Udìalto sopra il suo capo

il lieve sussurro del vento; esotto i piediun grido di dolore.

Una voce sperduta da sottobordo si alzò a bestemmiare contro una

gaffa. La nave cominciò a ronzare da poppa a prua come un'arnia

infastidita; econ la stessa calma con cui mi aveva raccontato

tutto questo perché in quel momento era calmo nell'atteggiamento

nel voltonella voce - Jim soggiunseper così diresenza

preavviso: 'Inciampai nelle sue gambe.'

Era il primo accenno al fatto di essersi mosso. Non potei

trattenere un segno di sorpresa. Qualcosa lo aveva finalmente

fatto muoverema quando esattamentee per qual motivo si fosse

distolto dalla sua immobilitàegli non sapeva più di quanto un

albero sradicato ne sappia del vento che lo ha buttato a terra. Ai

suoi sensi erano arrivati i suonile immaginiI'urto contro le

gambe del morto... perdiana! Lo scherzo diabolico gli era stato

ficcato in gola da una potenza infernalema - badate non avrebbe

mai ammesso di aver consentitoluicon un pur minimo movimento

di deglutizione. E' straordinario come riusciva a trascinarvi

nella sua illusione. Lo ascoltavo come si ascolta una storia di

magìa nera operata su un cadavere.

'Cadde piano piano di fianco; e questa è l'ultima cosa che mi

rammento di aver veduta a bordo' continuò. 'Di quel che facesse

non mi curavo. Sembrava volesse tirarsi sue mi parve naturale.

Mi aspettavo di vedermelo correre davanti a buttarsi di là dai

bastingagginella scialuppadietro agli altri che sentivo

urtarsi di qua e di làlì sottoe una voce che sembrava venire

dal fondo di un pozzo chiamò: - Giorgio! - Poi tre voci urlarono

contemporaneamente. Ma mi arrivarono ben distinte: un belatouno

strilloun guaìto. Puah!'

Ebbe un brividoe lo vidi alzarsi lentamente in piedicome se

una mano ferrea lo avesse tirato su dalla poltrona per i capelli.

Sulento - quanto era alto; e quando le ginocchia si furono tese

quella mano lo lasciòed egli vacillò un poco. C'era un tal senso

di paurosa immobilità nel suo voltonei suoi movimentiperfino

nella sua voce quando disse 'urlarono' che involontariamente tesi

le orecchie per ascoltare il fantasma di quel grido che tra poco

avrei certamente udito in quell'effetto di illusorio silenzio.

'C'erano ottocento persone sulla nave' disse Jiminchiodandomi

contro lo schienale della poltrona col suo terribile sguardo

vuoto. 'Ottocento persone vive: e loro urlavano a quell'unico

morto di buttarsi giù e di salvarsi. SaltaGiorgio! Salta! Oh!

Salta! - Io stavo lìcon la mano sulla gru. Ero molto calmo.

S'era fatto buio come la pece. Non si vedeva né cielo né mare. Per

un momento non udii più che la scialuppa sbatteresbattere

sottobordocontro lo scafomentre la nave sotto di me era piena

di brusìo. A un tratto il capitano urlò: - Mein Gott! Il nembo! il

nembo! Tiriamoci fuori! - Col primo fischio di pioggia e la prima

raffica di vento gridarono: SaltaGiorgio! Ti prendiamo noi!

Salta! - La nave beccheggiò lentamente; la pioggia la spazzava

come colpi di mareil berretto mi volò via; il vento mi

ricacciava in gola il respiro. Come dall'alto di una torre udii un

ultimo grido selvaggio: Giooorgio! Ohsalta! - La nave stava

affondandoaffondando sotto i miei piedi... a cominciar dalla

prua.'

Si portò deliberatamente una mano al visomuovendo le dita come

per togliersi delle ragnatele che gli dessero fastidio; poi si

guardò per un attimo la palma aperta prima di sputar fuori le

parole:

'Mi ero buttato giù...' S'interruppevolse gli occhi... 'Pare'

soggiunse.

I suoi occhi celesti si volsero verso di me con uno sguardo

penosoe vedendolo lìin piedi davanti a meconfuso e accorato

mi sentii oppresso da un senso triste di rassegnata saggezza

misto alla pietà distaccata e profonda di un vecchioimpotente

davanti al malestro fatto da un bambino.

'Giàsembrerebbe' borbottai.

"Non me ne accorsi finché non guardai in su"spiegò in fretta. E

anche questo è possibile. Bisognava starlo a sentirecome un

ragazzetto nei guai. Non se n'era accorto. La cosa era andata

così... ma non sarebbe mai più successo. Era cascato quasi addosso

a unodi traversosu un banco. Ebbe l'impressione di essersi

sfondato tutto il costato sinistro: poi rotolòe vide

confusamente sopra di lui la nave che aveva abbandonatacon il

fanale rosso di fianco che nella pioggia sembrava più grandecome

un fuoco in cima a una collina visto attraverso la nebbia.

'Sembrava più alta di un muro; dominava la scialuppa come una

rupe... Desiderai di morire' gridò. 'Non c'era modo di tornare

indietro. Era come se mi fossi buttato in un pozzo... in un buco

fondo senza fine.'".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 10.

"Intrecciò le ditapoi le disciolse con uno strappo. Non c'era

nulla di più vero: era saltato proprio in un buco fondo senza

fine. Era caduto da un'altezza che mai più avrebbe potuto scalare.

Frattanto la scialuppa alla deriva aveva sorpassato la prua. Era

troppo buio in quel momento perché potessero vedersi i quattro

uominiaccecatiper di piùe mezzo affogati dalla pioggia. Mi

disse che era come se fossero stati trascinati da un'inondazione

attraverso una caverna. Voltavano le spalle al nembo; il capitano

pareaveva messo fuori un remo da poppa per mantenere la barca

prua a ventoe per due o tre minuti fu un finimondo con quel

diluvio in un'oscurità di pece. Il mare fischiava 'come ventimila

pentole.' Il paragone è suonon mio. Immagino non ci fosse più

molto ventodopo quella prima raffica; e lui stesso aveva

ammessoall'inchiestache il mare non era cresciuto gran che

durante la notte. Si accoccolò a prua guatandosi alle spalle. Vide

un'unica luce gialla: quella del fanale a riva dell'albero

maestroalto e incerto come un'ultima stella sul punto di

spegnersi. 'Mi fece drizzare i capellia vederlo ancora lì'

disse. Questo disse. Ciò che lo empì di terrore fu l'idea che la

nave non fosse ancora affondata. Senza dubbio desiderava che

quell'abominio fosse finito al più presto possibile. Nessuno

fiatava nella scialuppa. Nell'oscurità la barca sembrava volare

ma naturalmente non doveva far molta strada. Poi l'acquazzone

passò oltreveloce; e il vasto sibilo che li ossessionava la

seguì allontanandosie si spense. Non si udiva altro che un

leggero sciabordare lungo i fianchi della barca. Uno batteva forte

i denti. Una mano toccò la schiena di Jim. Una voce fioca disse:

'Ci sei?' Un'altratremulaesclamò: 'Se n'è andata!' e tutti

insieme si alzarono in piedi a guardare verso poppa. Non si vedeva

più il fanale. Tutto buio. Una pioggerella fredda e sottile

batteva le facce. La barca rollò leggermente. I denti batterono

più in frettapoi più nullapoi ricominciarono due volte a

battere prima che l'uomo riuscisse a dominare il proprio tremito

tanto da dire: 'G... g... g... Giusto in t... t... t... tempo...

Brrr.' Jim riconobbe la voce del primo macchinista che diceva in

tono burbero: 'L'ho vista affondare. Mi sono voltato per caso.' Il

vento era caduto quasi del tutto.

Scrutavano l'oscurità stando rivolti contro ventocome in attesa

di udire delle grida. Da principio si sentì grato alla notte di

avergli nascosto alla vista la scena; ma poi il fatto che tutto

era accaduto senza che egli avesse visto né udito nulla gli parve

in qualche modo il punto saliente di un'orribile disgrazia.

'Stranovero?' mormoròinterrompendosi nella sua saltuaria

narrazione.

A me non parve tanto strano. Doveva aver avuto una inconsapevole

convinzione che la realtà non avrebbe potuto essere neanche

lontanamente bruttaangosciosaspaventosa e crudele quanto il

terrore creato dalla sua immaginazione. Sono sicuro chein quel

primo momentoil suo cuore dovette essere dilaniato da tutta

intera la sofferenzala sua anima aver assaporato il cumulo di

pauradi orroredi disperazione di quegli ottocento esseri umani

afferrati in piena notte da una morte subitanea e violenta; se no

perché avrebbe detto: 'Mi pareva di dover saltar giù da quella

maledetta barcaper tornar indietro a nuoto a vedere... Un mezzo

miglio... di più... qualunque distanza... fino al punto

preciso...?' Perché questo impulso? Ne capite il significato?

Perché indietronel punto preciso? Perché non affogarsi lì vicino

alla barca - se intendeva affogarsi - perché tornare nel punto

precisoa vedere... come se la sua immaginazione avesse avuto

bisogno di placarsi nella certezza che tutto era finito prima di

cercare una liberazione nella morte? Sfido chiunque di voi a

trovare un'altra spiegazione. Eraattraverso la nebbiauno di

quei bizzarri e commoventi barlumi che vi ho detto. Una

rivelazione straordinaria: egli la buttò fuori come la cosa più

naturale del mondo. Aveva soffocato quell'impulso; poi si rese

conto del silenzio intorno. Me ne accennò. Silenzio del maredel

cielofusi in una unica immensità indefinibileferma come la

morteintorno a quelle vite salvepalpitanti. 'Si sarebbe

sentito cadere uno spilloin quella barca' disse con una strana

contrazione delle labbracome un uomo che si sforzi di dominare

la propria sensibilità mentre racconta un fatto di una estrema

commozione. Il silenzio! Soltanto Iddioche aveva voluto Jim così

com'erasapeva che cosa significava quel silenzio per il suo

cuore. 'Non credevo che al mondo ci fosse un luogo così cheto'

disse. 'Non si distingueva il mare dal cielo: non si vedevanon

si sentiva nulla. Non una lucenon una formanon un suono. Si

sarebbe detto che la terraferma fosse sprofondata tutta fino

all'ultima zolla; che tutti gli uomini della terraeccetto quei

tali della scialuppa e iofossero affogati.' Si curvò sulla

tavola con le nocche delle mani puntate tra le tazzine da caffèi

bicchierini da liquorele cicche di sigarette. 'Mi pareva di

crederlo davvero. Tutto scomparsoe... tutto finito...' sospirò

profondamente... 'per me.'".

Marlow si drizzò di colpo sulla sediae gettò via con forza il

sigaro che seguì una traiettoria rossacome un razzo da bambini

lanciato attraverso il drappeggio dei rampicanti. Nessuno si

mosse.

"Ehiche ve ne pare?" esclamò con improvvisa vivacità. "Erain

linea con se stessono? La sua vita salvata era perduta perché

gli mancava la terra sotto i piedigli mancava la vista per gli

occhigli mancavano voci per le sue orecchie. Annichilimento..

ehi! E sempre soltanto il cielo torbidola bonaccia senza

frangentie un'aria senza moto. Nient'altro che la notte;

nient'altro che il silenzio.

"Così durò per un poco; poi improvvisamente gli altri tre si

misero a schiamazzare sul loro salvataggio. 'Lo sapevo fin dal

primo momento che sarebbe andata giù.' 'In tempo in tempo.'

'Scampati proprio per un peloporca miseria!' Lui non disse

nullama la brezza che era caduta ripreseuna bava di vento

venne rinfrescando gradatamentee il mare unì il suo mormorio a

quello schiamazzo di reazione dopo i primi istanti di muto

spavento. Sparita! Sparita! Non c'era dubbio. Nessuno avrebbe

potuto farci niente. Ripetevano le medesime parolesempre quelle

come se non potessero farne a meno. Non avevano mai dubitato che

sarebbe andata giù. I fanali erano scomparsi. Non c'era da

sbagliare. I fanali erano scomparsi. Non c'era da aspettarsi

altro. Doveva andar giù per forza... Notò che parlavano come se si

fossero lasciati dietro una nave vuota. Conclusero che doveva

averci messo pocouna volta che aveva cominciato ad affondare.

Ciò sembrava procurar loro una specie di soddisfazione. Si

rassicuravano l'uno con l'altro: doveva averci messo poco...

'Calata giù come un ferro da stiro.' Il primo macchinista dichiarò

che il fanale a riva dell'albero maestroal momento d'affondare

era precipitato 'come a buttar via un fiammifero acceso.' A queste

paroleil secondo macchinista scoppiò in una risata isterica.

'Sono c-c-contentosono c-c-contento.' I suoi denti continuavano

a battere 'come una raganella' disse Jim'e tutto a un tratto si

mise a piangere. Piangeva e frignava come un bambinotirando il

fiato e singhiozzando: - OhDio! Oh Dio! Oh Dio! - Si

interrompeva per un po'e poi ricominciava tutto a un tratto: -

Oh il mio povero braccio! Ohil mio povero bra-a-accio -. Lo

avrei picchiato. Qualcuno sedeva sul cordame di poppa. Potevo

appena intravvedere le loro ombre. Mi arrivavano vociborbottii

mugoliigrugniti. Tutto questo era difficile da sopportarsi.

Avevo anche freddo. E non potevo far nulla. Mi pareva che se mi

fossi mosso avrei finito col gettarmi in acqua e...'

Poiché con la mano brancicava a casovenne a contatto con un

bicchierino da liquoree la ritrasse di colpocome se avesse

toccato un carbone acceso. Gli avvicinai un poco la bottiglia.

'Non ne vuole un altro po'?' domandai. Mi lanciò un'occhiata

rabbiosa. 'Crede che io non possa dirle quello che c'è da dire

senza farmi ubriacare?' domandò. Il gruppo di globe-trotters era

andato a letto.

Eravamo rimasti soli; c'era soltanto un'incerta forma bianca

dritta nell'ombrachequando si sentì guardatasi sporse in

avantiesitòe si allontanò in silenzio. Si faceva tardima non

diedi fretta al mio ospite.

Nella sua desolazione sentì i compagni inveire contro qualcuno.

'Che aspettavi a saltar giùpezzo di scemo?' gridò una voce

aspra. Il primo macchinista scese dal cordame di poppa e avanzò

incespicando come mosso da intenzioni ostili contro "il più grande

imbecille del mondo". Il capitanodal suo posto dove era seduto

reggendo il remocon voce raucasforzatalanciava insulti. Jim

a questo berciare alzò la testa e sentì chiamare: 'Giorgio!'

mentre una mano nel buio lo colpiva al petto. 'Avanti! Che hai da

direstupido?' domandò qualcunocon una rabbia che ricordava

quella della virtù offesa. 'Ce l'avevano con me' disse. 'Mi

insultavano - mi insultavano - continuando a chiamarmi Giorgio.'

S'interruppe per fissare il vuotocercò di sorriderevolse gli

occhi e riprese: 'Quel mezz'uomo del sotto capo macchinista ecco

che mi mette la testa sotto al naso. - Ma è quel maledetto

ufficiale in seconda! - Come? - urla il capitano dall'altra

estremità della scialuppa. - Ma no! - grida il capo. E anche lui

si chinò per guardarmi in faccia.'

Il vento s'era improvvisamente calmato. Ricominciò a pioveree si

udì nella notte tutto intorno il suono dolceininterrottoun

poco misterioso dell'acquazzone sul mare. 'Lì per lì non dissero

altro tanto erano sbalorditi' proseguì con voce ferma; 'e io che

potevo dire?' La voce gli mancò un momento; poicon uno sforzo

riprese a dire: 'Mi ricopersero degli insulti più ignominiosi.' La

sua voceche s'era venuta spegnendoa tratti si riaccendeva

all'improvvisoindurita dalla violenza del suo disprezzocome se

stesse svelando qualche segreto abominio. 'Non mi facevano niente

con i loro improperi' disse a muso duro. 'Si sentiva l'odio nelle

loro parole. Per fortuna. Non potevano perdonarmi di essere lì in

quella barca. L'idea li rivoltava; eran furibondi...' Ebbe un

breve riso... 'Ma fu proprio questo a trattenermi da... Guardi!

Sedevo a braccia conserte sul bordo!...' Si sedette addirittura

sull'orlo del tavolinoa braccia conserte... 'Così... vede? Una

spintina e sarei andato... a raggiungere gli altri. Una

spintina... da niente... appena appena...' Aggrottò le

sopraccigliae battendosi in fronte la punta del medio: 'C'era da

un pezzoqui' disse in tono solenne. 'Da un pezzo - quel

pensiero. E la pioggia... freddafittafredda come neve

sciolta... più fredda... sui miei vestiti leggeri di cotone... non

avrò mai più tanto freddo in vita mialo so. E il cielo era

nero...tutto nero. Non una stellanon una luce da nessuna

parte. Nulla fuorché quella maledetta barca e quei due che mi

abbaiavano addosso come una coppia di botoli ringhiosi che

incalzano un ladro. Bau! Bau! Che fai qui? Bel genere! Troppo

delicato il signore per dare una mano. E s'è svegliatoeh? Per

intrufolarsi qua con noi! Vero? Bau! Bau! Non è degno di stare al

mondo! Bau! Bau! Due alla voltae cercando di abbaiare uno più

forte dell'altro. E il terzo latrava da poppa attraverso la

pioggia... non potevo capire le sue sudicie parolacce. Uà! uà!

Bauau-au-au-au. Uà! uà! Bau! Bau! Era un dolce sentire; mi legava

alla vita... le dico. Ci si misero d'impegnocome se volessero

gettarmi in mare a forza di berci!... Mi meraviglio che abbia

avuto il fegato di buttarsi di sotto. Non ce lo vogliamo qui. Se

avessi saputo che era leil'avrei scaraventato fuori bordo...

coniglio che non è altro! Che ne ha fatto del nostro compagno?

Dove ha trovato tanto fegato da buttarsi di sotto?... vigliacco!

Chi c'impedisce a noi tre di cacciarla in mare? Non avevan più

fiato; l'acquazzone dileguò sul mare. Poi più nulla. Nulla intorno

alla barcanemmeno un rumore. Avrebbero voluto vedermi in mare

eh? Perdio! Credo che il loro desiderio sarebbe stato soddisfatto

senz'altrose fossero rimasti tranquilli. Gettarmi fuori bordo!

Davvero? - Provatecidissi. - Per due soldi lo faccio -. -Troppo

per lei! urlarono tutti insieme. Era così buio che soltanto quando

l'uno o l'altro si muoveva ero proprio sicuro di vederlo.

Perdiana! Magari ci avessero provato!'

Non potei trattenermi dall'esclamare: 'Straordinario!'

'Non c'è male... eh?' disse con una cert'aria stupita. 'Fecero

finta di credere che quel fuochistaper qualche motivol'avessi

levato di mezzo. Perché lo avrei fatto? E come diavolo potevo

sapere? Non c'ero comunque arrivato in quella barca? in quella

barca... io...' I muscoli della bocca gli si contrassero in una

smorfia involontaria sotto la maschera della sua espressione

abituale... un segno violentoistantaneorivelatore come il zig-

zag d'un lampo che apra all'occhio per un attimo la segreta

geografia di una nuvola. 'C'ero: c'ero evidentemente lì con

loro... no? Non è terribile che un uomo possa essere trascinato a

fare una cosa in quel modo... e ne debba poi rispondere? Che ne

sapevo di quel Giorgio di cui stavano berciando? Ricordavo di

averlo veduto sul ponte raggomitolato su se stesso. - Vigliacco

assassino! - continuava a gridarmi il capo-macchinista. Sembrava

incapace di ricordare altre parole che quelle due. Non me

n'importava nientea mema il baccano che facevaquello sì

cominciava a seccarmi. - Falla finita! - dissi. Allora raccolse

tutte le sue forze per urlare da maledetto: - Lei l'ha ucciso! Lei

l'ha ucciso! - No! gridaima ammazzerò te se séguiti -. Balzai in

piedie lui cadde riverso sul banco con un tonfo pauroso. Non so

come. Troppo buio. Forsenel tentativo di tirarsi indietro.

Cercai di guardar bene da poppavia dove quel mezzo uomo del

secondo macchinista si sentiva ora piagnucolare: - Avrebbe il

coraggioleidi mettersi con un disgraziato che ha un braccio

rotto... e poi dice di essere un gentiluomo...- Sentii un passo

pesante... uno... due... e un gorgoglio asmatico. Era l'altro

bestioneche mi serrava addossosbattendo il suo remo sulla

poppa. Lo vidi venire avantigrandegrande... come si vede un

uomo nella nebbiao in sogno.- Fatti avanti -gridai. Gli sarei

piombato addosso come una valanga. Si fermòbrontolò qualche

cosae tornò indietro. Forse aveva sentito il vento. Io no. Fu

l'ultima raffica greve che ci investì. E fece ritorno al suo remo.

Peccato! Mi sarebbe piaciuto di... di...'.

Aprì e richiuse le dita adunche; le sue mani ebbero un fremito

d'impazienza feroce. 'Calmacalma' mormorai.

'Eh? Come? Sono calmo" protestòterribilmente offeso; e con uno

scatto convulso del gomito rovesciò la bottiglia del cognac. Feci

un balzotirandomi dietro la poltrona. Scattò giù dal tavolo come

se una mina gli fosse esplosa alle spalleefatto un mezzo giro

prima di toccar terrarestò accoccolato sul pavimento con occhi

atterriti e un orlo di pallore intorno alle narici. Poi ebbe uno

sguardo d'intenso fastidio. "Sono mortificatissimo. Che sventato!'

borbottò tutto indispettitomentre nella purafresca oscurità

della notte l'odore pungente dell'alcool spanto ci avviluppò

tutt'a un tratto in una avvinazzata atmosfera da bettola. Nella

sala da pranzo erano state spente le luci; la nostra candela

ardeva solitaria per tutta la lunghezza della galleriae le

colonne s'erano fatte nere dal basamento al capitello. Contro le

stelle vividelo spigolo superiore della Capitaneria di Porto

spiccava distintamente di là dal piazzalecome se quella massa

oscura fosse scivolata avantiavvicinandosi a noi per meglio

vederci e ascoltarci.

Affettò un'aria d'indifferenza.

'Oserei dire di esser meno calmo adesso che allora. Ero pronto a

tutto. Quelle mi sembravano piccolezze...'

'Lei se la deve essere spassata in quella scialuppa'osservai.

'Ero pronto' ripeté. 'Scomparsi i fanali del piroscafoqualunque

cosa sarebbe potuta succedere nella barca - qualunque cosa al

mondo - che nessuno ne avrebbe mai saputo niente. Questo lo

sentivoe mi faceva piacere. C'era anche un discreto buio.

Eravamo come uomini murati alla rinfusa in una tomba capace.

Nessun rapporto con nessuna cosa al mondo. Tutto senza importanza'

Per la terza volta nel corso di quella conversazione rise amaro

ma non c'era nessuno lì in giro che potesse crederlo ubriaco. 'Né

paurené legginé rumoriné sguardi - nemmeno i nostri... fino

almeno alla levata del sole.'

Fui colpito dalla suggestione di verità che nasceva dalle sue

parole. Una barchetta in mezzo al mare immenso dà una sua

particolare sensazione. Sulle vite sottratte all'ombra della morte

sembra incombere l'ombra della pazzia. Perdendo la vostra navevi

sembra di perdere tutto il vostro mondo: il mondo che vi ha fatti

vi ha tenuti a frenoche si è preso cura di voi. Come se le anime

degli uominia galla sull'abisso e in contatto con l'immensità

fossero libere di oltrepassare ogni limite di eroismodi

assurditào di abominio. Naturalmenteanche per i naufragicome

per la fedeper il pensierol'amorel'odiole convinzioni e

perfino per l'aspetto visibile delle cose materialitanti sono i

casi quanti sono i tipi di uomini; e in questo qui c'era qualcosa

d'abietto che rendeva più completo l'isolamento; c'era nelle sue

contingenze una bruttura che tagliava fuori nel modo più preciso

quegli uomini da tutta quella parte di umanitàil cui ideale del

costume non era mai stato sottoposto alla prova di uno scherzo

così diabolico e spaventoso. Erano esasperati contro di lui che

ritenevano uno scroccone vile; e lui li gratificava d'un odio

globaleper tutta quella faccenda: avrebbe voluto trar su di loro

una vendetta esemplare per l'odiosa occasione che gli avevano

fornito. Servitevi di una barca in alto mare per far emergere

l'Irrazionale che si annida in fondo a ogni nostro pensieroe

sentimentoe sensazione o emozione. Fu ancora un segno della

meschinità buffonesca insita in quel particolare sinistro nautico

il fatto che i naufragi non arrivarono a scazzottarsi. Tutto si

limitò a minaccea una finzione terribilmente efficace; una

commedia dal principio alla finepreparata dal supremo scherno

delle Potenze Oscure i cui terrori realisempre sull'orlo del

trionforestano perpetuamente smontati dalla costanza degli

uomini. Domandaidopo una breve pausa d'attesa: 'Behche

accadde?' Futile domanda. Troppe già ne sapevo per poter sperare

la grazia che tutto avesse a riscattarsi con un sol tocco:

l'attenuante di un sospetto di pazziadi un'ombra di orrore.

'Nulla' disse. 'Io facevo sul serioma loro facevano solo per

chiasso. Non accadde nulla.'

E l'alba lo trovò esattamente come quando era saltato sulla prua

della scialuppa: pronto in attesa. Che costanza! Se n'era stato

tutta la notte con in mano la barra del timone. Il timone l'avevan

perso in mare nel tentativo di gettarlo a bordoeprobabilmente

un calcio aveva buttato la barra verso prua mentre correvano su e

giù per la scialuppa cercando di far mille cose in una volta nella

fretta di allontanarsi dalla nave. Era un pezzo di legno duro

lungo e pesante: deve esserselo tenuto stretto in pugno per circa

sei ore. Se non si chiama questo essere pronti! Ve lo figurate?

Taciturnoin piedi per metà della nottefaccia alle raffiche di

pioggiafissi gli occhi su quelle forme d'ombraattento a ogni

cenno di movimentocon le orecchie tese per afferrare i mormorii

sommessi che venivano dalla poppa! Saldezza di coraggioo sforzo

di paura? Che vi pare? Innegabilmenteanche capacità di

sopportazione. Sei ore più o meno sulla difensiva; sei ore di

immobilità guardingamentre la barca o avanzava lenta o fluttuava

immobile a capriccio del vento; mentre il mareora in bonaccia

finalmentedormiva sorvolato dalla nuvolaglia; mentre il cielo da

un'immensità di opaco e di nero si delimitava in una volta scura e

traslucida cosparsa di un più lucente scintillìosfumava verso

levantesbiadita allo zenith; e quelle ombre oscureche là da

poppa nascondevano alla vista le stelle basseprendendo a poco a

poco rilievo e contornodiventavano spalletestefacce

fattezze; là di fronte a luicon sguardi fissi e tetri; capelli

scompostiabiti strappatile palpebre arrossate e inquiete nel

pallore dell'alba. 'Sembrava gente che avesse sguazzato per le

pozzanghere della stradain un'ubriachezza di sette giorni'

disse con un'immagine visiva; e poi borbottando ricordò quella

levata di sole come una di quelle che annunciano una bella

giornata. Conoscete l'abitudine dei marinai di riferirsi al tempo

che fa a proposito di tutto. E a me bastarono quelle poche parole

smozzicate a mostrarmi al vivo l'orlo inferiore del disco solare

staccarsi dalla linea dell'orizzontee il fremito di una larga

increspatura scorrere a vista d'occhio su tutta la stesa del mare

come se le acque avessero rabbrividito nel partorire il globo di

lucementre l'ultimo soffio di brezza moveva I'aria in un sospiro

di sollievo.

'Stavano seduti a poppaspalla contro spallacol capitano nel

mezzocome tre brutti gufie mi fissavano' disse con un accento

d'odio che versava un tossico erosivo in quelle parole banali

come versare una goccia di potente veleno in un bicchier d'acqua;

ma il mio pensiero si era fermato su quella levata di sole.

Immaginavo sotto la vacuità pellucida del cielo quei quattro

uomini prigionieri della solitudine di quel mareil sole

ascendere solitarioincurante di quell'atomo di vitasu per

l'arco limpido del cielo come per voglia di contemplare da più

alto il proprio splendore riflesso nello specchio immobile

dell'oceano. 'Da poppaalzando la vocemi parlarono' disse Jim

'come se fossimo stati amiconi. Li udivo. Mi pregavano di essere

savio e di lasciare quel PEZZO DI LEGNO DEL DIAVOLO. Perché mai

volevo prenderla su questo tono? Non mi avevano fatto niente di

maleno? Male a nessuno... Niente di male!'

Avvampò come se non riuscisse a tirare il fiato. 'Niente di male!'

esclamò. 'Giudichi leiche può capire. Vero? Che potevano fare di

peggio? Ah sìlo so benissimo... sono saltato giù... Certo. Sono

saltato giù! Glie l'ho detto da me che sono saltato giù; però

anche le dico che quelli erano troppo forti per chiunque. Erano

stati loro; chiaro solare; come se mi avessero tirato giù con un

raffio. Non capisce? Eppure deve capirlo. Suparli... cuore in

mano!'

I suoi occhi turbati si fermarono sui mieicon aria di

interrogazionedi preghieradi spaventodi implorazione. Non

potei trattenermi dal mormorare: 'Certolei è stato messo a dura

prova.' 'Più del dovere' ribatté pronto. 'C'era poco da

sceglierecon una cricca simile. E ora trattavano da amici...

così maledettamente da amici! Cameraticompagni di mare. Tutti

nello stesso guaio. Prendiamola per il meglio. Con me non ci

avevano proprio niente. Di Giorgio non glie ne importava un fico.

Giorgio era tornato in cabina a prender qualcosa all'ultimo

momentoe era rimasto in trappola. Quell'uomo era un fior

d'imbecille. Certo la cosa non era molto allegra... Avevano gli

occhi su di me. Muovevano le labbrascuotevano la testa

all'altra estremità della barca; mi facevano cenni... a me. Perché

no? Non m'ero buttato di sotto? Non dissi nulla. Non ci sono

parole per esprimere cose del genere di quelle che volevo dire. Se

avessi aperto bocca in quel momento avrei urlato come una bestia.

Mi domandavo quando mi sarei svegliato. Mi invitarono con

insistenzaad alta vocea portarmi a poppa per sentire con calma

quel che il capitano aveva da dirmi. Ci avrebbero ricuperati senza

dubbio prima di sera - eravamo proprio sulla rotta di tutto il

traffico del Canale; già si vedeva del fumo a nord-ovest.

'Ebbi un colpo al cuore alla vista di quella vagatenue macchia;

quella traccia bassa di nebbia color marrone che lasciava

trasparire la linea di demarcazione tra mare e cielo. Gridai loro

che li sentivo benissimo da dove mi trovavo. Il capitano si mise a

bestemmiarepiù rauco d'una cornacchia. Non intendeva sgolarsi

per far comodo a me. - Ha paura che lo sentano da terra? -

domandai. Roteò gli occhi come se avesse avuto voglia di sbranarmi

con le unghie. Il primo macchinista gli consigliò di lasciar

perdere. Disse che non ero ancora tornato del tutto in me. L'altro

si alzò in piedida poppae si mise a parlare - a parlare...'

Jim s'interruppesoprappensiero. 'Ebbene?' dissi. 'Cosa m'importa

che storiella s'eran combinati fra loro?' gridò eccitato.

'Potevano dire tutto quello che gli andava a genio. Affar loro. La

storia verala sapevo io. Nulla di quanto sarebbero riusciti a

far credere alla gente avrebbe potuto cambiare la mia verità. Lo

lasciai parlareargomentare... parlareargomentare. E avanti-

avanti-avanti... A un tratto mi sentii cedere le gambe. Ero

nauseatostanco... stanco... da morire. Lasciai cadere la barra

voltai le spalle ai tree sedetti sul banco più vicino. Ne avevo

abbastanza. Mi gridarono se avevo capito - non eraparola per

parolala verità? Perdiose era la verità! Non voltai la testa.

Li sentii che tenevan conciliabolo. - Quel pezzo d'asino non dirà

niente -. - Ohcapisce benissimo! - Lo lasci stare; funzionerà a

dovere -. Tantoche cosa può fare? - Che potevo fare? Non eravamo

tutti nello stesso guaio? Cercai di restar sordo. Il fumo era

scomparso in direzione Nord. C era una bonaccia marcia. Bevvero al

barile e bevvi un sorso anch'io. Dopo si diedero un gran da fare a

stendere la vela sul carabottino. Mi domandarono se mi sarei

prestato a far da vedetta. Si infilarono sottoche non li vedevo

grazie a Dio! Mi sentivo stanco mortoesaustocome se non avessi

dormito un'ora dal giorno ch'ero nato. L'acqua non si scorgeva

tanto il barbaglio del sole. Di quando in quando uno di loro

veniva fuori carponisi alzava in piedi per dare un'occhiata in

giroe poi si rinfilava sotto. Sentivo russare a tratti di sotto

la vela. Dunque qualcuno riusciva a dormire. Uno almeno. Io no!

Tutto era lucelucee la barca sembrava vi sprofondasse

attraverso. Ogni tanto provavo una vera sorpresa a ritrovarmi lì

su un banco...'

Cominciò a far su e giù a passi misurati davanti alla mia

poltronacon una mano nella tasca dei calzonila testa china.

pensierososollevando ogni tanto il braccio destro come a toglier

di mezzo un invisibile intruso.

'Lei penserà che diventavo matto?' riprese con tono diverso. 'E

non avrebbe tortose si ricorda che avevo perduto il berretto. Il

sole mi batté per tutto intero il suo arco da est a ovest sul capo

nudoma si vede che quel giorno là non mi poteva succedere nulla.

Il sole non riuscì a farmi diventar matto... Col braccio destro

respinsi l'idea della pazzia... Né a uccidermi...' Di nuovo

ricacciò un'ombra col braccio... 'Questo dipendeva da me.'

'Davvero?' esclamaiprofondamente stupito a questa svolta

inattesae guardandolo con l'espressione che sarebbe stata

naturale se Jimfatta una piroettami fosse riapparso col viso

d'un altro.

'Non mi presi un'insolazionee nemmeno cascai morto' proseguì.

'Non mi scomposi affatto per tutto quel sole che mi batteva sulla

testa. Riflettevo con la stessa calma di uno cheseduto

all'ombrasegua i suoi pensieri. Quel bestione sugnoso del

capitano spinse fuori il suo testone rasato di sotto la tela e

fissò su di me i suoi occhi di pesce. - Donnerwetter! Lei si

piglia un accidente -brontolòritraendosi nel guscio come una

tartaruga. Lo avevo veduto. Lo avevo udito. Ma non mi mossi. Stavo

concludendoproprio in quel momentoche non sarei morto.'

Cercò di sondare i miei pensieri lanciandomi un'occhiata

penetrante nel passarmi davanti. 'Lei vuol dire che stava

decidendo in se stessose morire o no?' domandaicol tono più

impenetrabile che mi riuscì di assumere. Annuì col capo senza

fermarsi. 'Sìc'ero arrivato mentre stavo seduto làda solo'

disse. Fece qualche passo fino al limite immaginario della sua

marciae quando si voltò di scatto per tornare indietros'era

ficcato tutt'e due le mani in tasca fino in fondo. Si fermò di

colpo davanti alla mia poltrona e mi guardò dall'alto in basso:

'Non mi crede?' domandò con tesa curiosità. E mi sentii portato a

dichiarare solennemente d'esser pronto a credere implicitamente a

tutto ciò che gli fosse piaciuto di raccontarmi".

 

CAPITOLO 11.

"Mi stava a sentire con la testa inclinata da una partee fu per

me un'altra schiaritacome uno squarcio nella nebbia entro a cui

si muoveva la sua sostanza viva. Lo vedevo appenaalla luce

debole di una candela che sfrigolava nel suo globo di vetro;

dietro di lui la notte buia con le limpide stelleil cui

scintillìo remoto attirava l'occhio attraverso una successione di

piani di tenebra sempre più fitta; e tuttavia una luce misteriosa

sembrava scoprirmi la sua testa di ragazzocome se in quel

momento la gioventù che era in lui si fosse effusa in un attimo di

chiarore subito spento. 'E' proprio buonoleiad ascoltarmi

così' disse. 'Mi fa bene. Non può sapere che significhi per me.

Lei non...' Parve non trovare le parole. Questa volta in un netto

chiarore vidi che era un giovanotto del tipo di quelli che ci

vediamo volentieri d'attorno; del tipo a cui ci piace immaginare

di aver somigliato un tempo; del tipo il cui aspetto richiama per

affinità illusioni che credevamo perduteestintefreddee che

quasi riaccese dall'accostarsi di un'altra fiammadanno ancora un

guizzo in qualche punto laggiùlaggiù... dal profondo; un guizzo

di luce... di calore!... Sìebbi una illuminazione di lui in quel

momento... e non fu l'ultima... 'Non può immaginare che significhi

per uno nella mia situazione essere creduto... poter raccontare

tutto a un più anziano. E' così difficile... così terribilmente

iniquo... così duro da capire.'

La nebbia si riaddensava. Non so quanto gli sembrassi vecchio... o

quanto saggio. Assai meno vecchio di quanto mi sentivo io in quel

momento; e assai meno saggio (di una saggezza inutile) di quanto

mi conoscevo. Certoin nessun altro mestiere quanto nel

marittimoil cuore di chi è già varatoper naufragare o per

restar a galla che siasi sente più vicino ai giovani che guardan

dall'orlo con occhi accesi lo scintillare della vasta superficie

che altro non è se non il riflesso dei loro sguardi infuocati. C'è

una così magnifica indeterminatezza nelle speranze che hanno

spinto ognuno di noi verso il mareuna così meravigliosa

indefinitezzauna così bella sete di avventure che hanno soltanto

in se stesse la loro ricompensa! Con che costrutto poi - beh

lasciamo andare - ma esiste chi tra noi riuscirà a trattenere un

sorriso? In nessun altro genere di vita l'illusione è così lontana

dalla realtà... in nessun altro l'esordio è così tutto

illusione... e la delusione così pronta... così completo

l'asservimento. Non avevamo cominciato tutti con le stesse

aspirazionifinito con la stessa esperienzaportato il ricordo

dello stesso incantesimo lungo le nostre giornate sordide

d'imprecazioni? Che meravigliadunquesequando capita addosso

qualche grossa tegolaci si accorge che il legame resiste; che

oltre al senso di consorteria e di mestiere c'è la forza di un più

profondo sentimento... il sentimento che unisce un adulto a un

bambino. Era lìdavanti a mefiducioso che l'età e la saggezza

possano trovare un rimedio contro lo squallore della verità e mi

rivelava in luidi colpoun giovanotto che si è messo in un

guaio che è l'anima dei guaiuno di quei guai davanti ai quali i

barbogi scuotono il capo solenninascondendo un sorriso. Dunque

tra séaveva pensato alla morte... maledetto! Aveva trovato

questo bell'argomento da meditareperché gli pareva di essersela

salvata la vitadopo aver perduto tutta la sua aureola - quella

notte - insieme alla nave. Che c'era di più naturale? Piuttosto

tragico e buffoin coscienzaquel chiedere a gran voce

compassione. Valevo io forse più degli altri per rifiutargli la

mia pietà? E già mentre ancora lo stavo guardandola nebbia

riavvolse lo squarcioe non udii più che la sua voce:

'Ero così spersocapisce. Era una di quelle cose che uno non se

l'aspetta mai. Non come una battagliaper esempio.'

'Infatti' annuii. Sembrava cambiatocome se si fosse maturato

tutt'a un tratto.

'Non si poteva essere sicuri' borbottò.

'Ah! Lei non era sicuro' feciplacato però dall'alito di un

lieve sospiro che passò fra di noi come il fruscìo di un'ala nella

notte.

'Non ero sicuro' ripeté deciso. 'Come quella storia meschina che

avevano inventato quei tre. Che non era una menzogna... ma non era

nemmeno la verità. Era una certa cosa... Una menzogna vera e

propria si riconosce. C'è meno d'un capello tra il bene e il male

in questa faccenda.'

'Che voleva di piùlei?' chiesi; ma credo di averlo detto così

piano chenon afferrò le mie parole. Aveva sostenuto la sua tesi

come se la vita fosse un intreccio di sentieri separati da abissi.

La sua voce aveva un tono di convinzione.

'Mettiamo che io non avessi... insommamettiamo che io fossi

rimasto sulla nave. Bene. Per quanto tempo ancora? Diciamo un

minuto - mezzo minuto. Ecco. Dopo trenta secondicome allora

sembrava certomi sarei trovato in acqua; e crede lei che non mi

sarei afferrato alla prima cosa che mi fosse capitata sottomano...

un remoun salvagenteun pagliolo... qualunque cosa. Non lo

crede?' 'E si sarebbe salvato' feci.

'Avrei cercato di salvarmi' ribatté. 'E questo è più di quanto

intendevo fare quando...' rabbrividì come chi ingoia una droga

nauseabonda... 'quando mi buttai di sotto' disse con uno sforzo

convulso chequasi si propagasse in onde d'ariami fece

trasalire sulla poltrona. Mi fissò con occhi cupi. 'Non mi crede?'

esclamò. 'Lo giuro!... Accidenti! Mi ha fatto venir qui a parlare

e... Lei deve! Deve credermi!... Lei ha detto che mi avrebbe

creduto.' 'Certo che le credo' risposi con un tono naturale che

ebbe un effetto calmante. 'Mi scusi' fece. 'Naturalmente non le

avrei parlato di tutto questo se lei non fosse un gentiluomo.

Avrei dovuto capire... Sono... sono... un gentiluomo anch'io...'

'Sìsì' dissi subito. Mi guardò dritto in facciapoi lentamente

distolse lo sguardo. 'Ora capisce perchédopo tuttonon... non

ho seguito la mia prima idea. Non volevo aver paura di quel che

avevo fatto. Ein ogni modose fossi rimasto sulla nave avrei

cercato con ogni mezzo di salvarmi. Si sa di gente che è rimasta a

galla per delle ore... in alto mare... e fu ricuperata in

condizioni abbastanza buone. Io avrei potuto resistere meglio di

tanti altri. Io il cuore ce l'ho sano.' Si tolse di tasca il pugno

destroe il colpo che si diede sul petto risuonò nel buio come

una detonazione sorda.

'Già' dissi. Meditavacon le gambe leggermente divaricate e il

mento sul petto. 'Un filo di rasoio' borbottò. 'Un filo di

rasoiofra questo e quello. E lì per lì...'

'E' difficile vedere un filo di rasoio a mezzanotte' commentai

con un po' di velenoforse. Lo capite che intendo io per

solidarietà di mestiere? Ero irritato contro di lui come se avesse

rubato a me... a me personalmente!... una splendida occasione per

confermare le illusioni dei miei primi tempi; come se avesse tolto

alla nostra vita comune l'ultima scintilla del suo splendore. 'E

così lei se n'è andato... subito.'

'Saltato di sotto' corresse con tono deciso. 'Saltato... badi!'

ripetée io mi stupii dell'evidentema oscurosottinteso.

'Ebbenesì! Forse non ci ho visto chiarosul momento. Ma poi

ebbi tanto tempo per schiarirmi bene le idee in quella scialuppa.

E per riflettereanche. Nessuno ne avrebbe saputo nulla

naturalmentema questo non migliorava la mia condizione. Lei deve

credermi anche in questo. Io non avevo in mente di far tutte

queste chiacchiere... No... Sì... non voglio mentire... Ne avevo

bisogno; era la cosa che desideravo di più... laggiù. Crede che

lei o chiunque altro avrebbe potuto obbligarmi se io... Non ho...

non ho paura di parlare. Come non avevo paura di riflettere. Ho

guardato bene le cose in faccia. Non intendevo scappare. Da

principio... durante la nottenon fosse stato per quegli uomini

forse avrei... No! perdio! Non intendevo dar loro quella

soddisfazione. Si erano già spinti anche troppo. Avevano inventato

una storiaeper quanto ne soci credevano. Ma io conoscevo la

verità egiorno per giornocon le mie sole forzesarei riuscito

a sgretolarla ed a vincerla. Non intendevo cedere a una così

bestiale ingiustizia. Cosa provavadopo tutto? Ero maledettamente

giù. Nauseato della vita... a dirle la verità; ma a cosa sarebbe

servito di sfuggirle in... in... quella maniera? Non era quella la

buona via. Credo... credo che non avrebbe... non avrebbe messo

fine... a nulla.'

Andava in su e in giùma a quest'ultima parola si volse di scatto

verso di me.

'Che ne pensalei?' domandò con violenza. Seguì una pausae a un

tratto mi sentii carico di una stanchezza profonda e disperata

come se la sua voce mi avesse strappato fuori da un vagarein

sognofra gli spazi vuoti di una immensità che mi torturava

l'anima e mi estenuava il corpo.

'... non avrebbe messo fine a nulla' insisté dopo un poco

borbottandodominandomi con la persona. 'No! Non c'era altro da

fare che affrontar tutto questo... da me solo... aspettare

un'altra occasione... scoprire...'".

 

 

 

CAPITOLO 12.

"Intornotutto era silenzio fin dove si arrivava coll'udito. La

nebbia dei sentimenti di Jim che stagnava tra noioracome se

l'avessero agitata gli sforzi di luisi fransee negli squarci

di quel velo immaterialeegli apparve ai miei occhi fissi netto

nei suoi contorni e carico di un fascino vagocome una figura

simbolica in un quadro. Il rigore della notte mi pesava addosso

come una lastra di marmo.

'Capisco' mormoraipiù che altro per provare a me stesso che ero

in grado di rompere quel mio stato di torpore.

'L'Avondale ci raccolse poco prima del tramonto' osservò con aria

imbronciata. 'Filò dritto su di noi. Non avemmo che da star ad

aspettarloseduti.'

Dopo un lungo intervallosoggiunse: 'Gli altri raccontarono la

loro storiella.' Seguì un altro silenzio opprimente. 'Soltanto

allora capii la portata della mia decisione' fece poi.

'Lei non disse nulla' mormorai.

'Che potevo dire?' domandòanche a lui a bassa voce... 'Urto

leggero. Fermata la nave. Accertato il danno. Prese le misure

necessarie per mettere in mare le scialuppe senza creare panico.

Mentre si calava la primala navepresa in un nemboandò giù.

Affondò come piombo... Che poteva esserci di più chiaro...'

abbassò il capo... 'e di più orribile?' Gli tremarono le labbra

mentre mi fissava dritto negli occhi. 'Mi ero buttato giù... non è

vero?' domandòsgomento. 'Ecco cosa dovevo scancellare con la mia

vita. La storiella non contava...' Giunse le mani un attimo

gettando uno sguardo a destra e a sinistra nel buio. 'Era come

ingannare i morti' balbettò.

'E morti non ce n'erano' feci.

A queste parole svanì. Non posso altrimenti dare un'idea del suo

movimento. Vidi a un tratto la sua schiena contro la balaustra.

Rimase un poco lìquasi ammirasse quella purezza e quella pace

della notte. Qualche cespo fioritodal giardino di sottoesalava

il suo profumo potente nell'aria umida. Tornò dietro a passi

affrettati.

'E neanche questo contava niente' dissetestardo come un mulo.

'Può darsi' ammisi. Cominciavo a dubitare se non fosse lui più

forte di me. Dopo tuttoche ne sapevo?

'Morti o non mortinon potevo cavarmela così' disse. 'Dovevo pur

continuare a vivereno?'

'Behsì... se la prende da questo lato' mormorai.

'Naturalmente fui ben contento' gettò lì con indifferenzacon la

mente fissa altrove... 'della chiarificazione' soggiunse

lentamente; e alzò il capo. 'Sa lei quale fu il mio primo pensiero

quando seppi? Un senso di sollievo. Di sollievo nel sapere che

quelle grida... le ho detto che avevo udito delle grida? No? Beh

le avevo udite. Grida di aiuto... portate dal vento con la

pioggia. Immaginazionesuppongo. Eppuremi sarebbe difficile...

Che stupidaggine... Gli altri non le avevano udite. Glie lo

domandaidopo. Dissero tutti di no. No? E io le udivo ancora!

Avrei dovuto capire... ma non facevo riflessioni... ascoltavo

soltanto. Fievolissime grida... giorno per giorno. Poi quel

piccolo meticcio mi si avvicinò e mi parlò.- Il Patna... una

cannoniera francese... riuscita a rimorchiarlo fino a Aden...

Indagine... Capitaneria di porto... Casa del Marinaio... Tutto

sistemato. Vitto e alloggio! - Lo seguiicontento del silenzio

finalmente. Dunque non c'erano state grida. Immaginazione.

Bisognava credergli. Non udivo più nulla. Mi domandavo per quanto

tempo avrei potuto reggerci. Di male in peggio... sìvoglio dire

sempre più forti...'

Si immerse nei suoi pensieri.

'E invece non avevo udito nulla! Bene. E sia. Ma i fanali? I

fanali erano scomparsi! Non li abbiamo visti più. Se li avessimo

visti ancorasarei tornato indietro fino alla nave a gridare. Li

avrei scongiurati di riprendermi a bordo... Avrei riavuto una

possibilità di salvezza... Lo mette in dubbio?... Come può sapere

quello che sentivo io? Che diritto ha di dubitare?... Anche così

fui sul punto di farlo... capisce?' Poia voce più bassa: 'Non

c'era nemmeno una luce... neppur l'ombra...' protestò lugubre.

'Non capisce che se ci fosse stato anche un barlume leiadesso

non mi vedrebbe qui? Mi vede qui... e dubita?'

Negai col capo. Quella faccenda dei fanali scomparsi alla vista

quando la scialuppa non poteva essere a più d'un quarto di miglio

dalla naveoffriva molta materia di discussione. Jim si teneva

fermo alla versione che non si era visto più niente dopo il primo

acquazzone; e gli altri avevano confermato la cosa davanti agli

ufficiali dell'Avondale. Naturalmente la gente scuoteva il capo e

sorrideva. Un vecchio capitano seduto vicino a me in tribunale mi

fece il solletico nell'orecchio con la sua barba bianca per

mormorare: 'E' naturale che mentiscano.' In realtà non avevano

mentito affatto; nemmeno il capo macchinista con la sua storia del

fanale che aveva fatto una traiettoria come un fiammifero buttato

via. Per lo menonon aveva mentito in mala fede. Un uomo col

fegato in quello stato può benissimo aver veduto una luminella

all'angolo dell'occhio nel volgere una rapida occhiata alle sue

spalle. Non videro luci di nessun genere pur essendo tanto vicini;

e non se lo seppero spiegare che in un modo solo: la nave era

affondata. Era consolante certezza. E la immediatezza onde la loro

previsione si era avverata aveva giustificato la loro

precipitazione. Naturale che non si fossero indugiati in cerca di

altre ipotesi. Eppure la vera era la più semplicee appena

Brierly l'ebbe accennata alla Cortecessò ogni discussione su

quel punto. Se ricordatela nave era fermacon la prua sulla

rotta seguìta fino a quel momentocon la poppa sollevata e la

prua ingavonata per l'allagamento del quadrato prodiero. Essendo

così in pannaquando il nembo la investì da poppavirò

rapidamente prua a vento come se fosse stata all'àncora. Questo

giro di posizione nascose in un batter d'occhio tutti i fanali

dalla vista della scialuppadi sottovento. Può darsi benissimo

chese fossero stati visibiliquei fanali avrebbero avuto

l'effetto di una muta invocazione - la loro luce solitariacontro

l'oscurità della nuvolagliaavrebbe forse avuto il misterioso

potere di uno sguardo umanocapace di risvegliare il senso del

rimorso e della pietà. Avrebbe detto: 'Sono qui - ancora qui...' e

cosa può dire di più l'occhio del più abbandonato essere umano? Ma

la nave voltò le spalle come per disprezzo della loro sorte: aveva

virato di bordocol suo peso d'acquaa contemplare ostinatamente

con sguardi accesi sul mare aperto il pericolo a cui doveva

sopravvivere in un modo così impensatoper terminare i suoi

giorni in un cantiere di demolizionecome se fosse stato

stabilito dal destino che dovesse fare una morte oscura sotto i

colpi di tanti martelli. Quale fine avesse riservato la sorte ai

pellegrininon sono in grado di dirlo io; ma il loro immediato

avvenire portò sul luogoalle nove circa del mattino dopouna

cannoniera francese che rimpatriavaproveniente da Réunion. Il

rapporto del suo comandante era di dominio pubblico. Aveva

dirottato alquanto per vedere cosa fosse successo a quel piroscafo

che navigava paurosamente appruato su un fosco mare in bonaccia.

C'era una bandiera nazionale capovolta che sventolava sul suo

picco di maestra (il serang aveva avuto il buon senso di metter

questo segnale di pericolo appena giorno); ma i cuochi stavano

preparando come al solito il cibo nelle cassette di cottura a

prua. I ponti erano gremiti come stazzi di pecore; c'era gente

arrampicata su tutti i bastingaggistipata sul ponte di comando

in massa compatta; centinaia d'occhi fissavano la cannonierae

non si udì una voce mentre questa si dirigeva sul Patnacome se

quel mucchio di labbra fosse stato sigillato da un incantesimo.

Il comandante chiamòe non avendo ricevuto risposta

intelligibiledopo essersi accertato col binocolo che la folla

sul ponte non aveva l'aria di essere appestatadecise di mandare

una scialuppa. Due ufficiali salirono a bordoascoltarono il

serangtentarono di parlar con l'Araboma non riuscirono a

levare un ragno dal buco; comunquela natura del pericolo era

abbastanza evidente. I Francesi rimasero anche molto colpiti nel

vedere un bianco mortotranquillamente raggomitolato sul ponte di

comando. 'Fort intrigués par ce cadavre' come mi disse molto

tempo dopo un tenente anziano che incontrai a Sidneyper uno

stranissimo casoin una specie di caffèe che si ricordava

benissimo dell'incidente. In realtà quella faccendadetto tra

parentesiaveva una straordinaria potenza per sfidare la brevità

della memoria e la lunghezza del tempo: sembrava persistere con

una sorta di vitalità dispettosa nella mente e sulla lingua degli

uomini. Ho avuto il dubbio piacere di risentirla spessoanni più

tardia migliaia di miglia di distanzaemergere dai discorsi

meno attinentiportata alla superficie dalle allusioni più

lontane. Non è forse venuta a galla anche stasera fra noi? E io

sono il solo uomo di marequi. Sono il solo per il quale questa

storia rappresenti un ricordo. Eppure ha trovato la via per saltar

fuori! Se due uomini al corrente della faccendama all'insaputa

uno dell'altrosi fossero incontrati per puro caso in un punto

qualunque della terraera immancabile come il destino che questa

cosaprima di separarsivenisse in ballo tra loro. Non avevo mai

conosciuto quel Francesee un'ora dopo avevamo già chiuso i

nostri rapporti per tutta la vita: non sembrava nemmeno molto

comunicativo: era anzi un tipo tranquillomassicciocon la

divisa ciancicatasedutosonnacchiosodavanti a un mezzo

bicchiere di un liquido scuro. Aveva le controspalline un po'

opacheguance ben rasate larghe e pallidicce: sembrava un tipo da

fiutar tabacco - sapete? Non dico che ne fiutasse davvero: ma che

a un tipo così quell'abitudine sarebbe stata in carattere.

Cominciò così: lui mi porse attraverso il tavolino di marmo un

numero del Home News che non m'interessava affatto. Dissi:

'Merci.' Scambiammo qualche frase apparentemente senza importanza

e a un trattoprima di poter sapere com'era successoeravamo

entrati in pieno nella faccenda del Patnae quegli mi stava

raccontando come 'erano rimasti perplessi di fronte a quel

cadavere.' Risultò che lui era uno degli ufficiali saliti a bordo.

In quel locale c'era una gran varietà di bibite straniereper gli

ufficiali di marina di passaggioe il mio compagno bevve un sorso

di quella roba scuradall'aspetto medicinaleche probabilmente

era un innocente cassis à l'eau; poigettando con un occhio solo

uno sguardo nel bicchierescosse leggermente la testa.

'Impossible à comprendre - vous concevez' dissecon una strana

mistura di indifferenza e di riflessione. Potevo agevolmente

rendermi conto di come fosse stato impossibile per loro capire.

Nessuno sulla cannoniera sapeva tanto l'inglese da seguir la

storia raccontataa modo suodal serang. E si faceva anche un

gran baccano attorno ai due ufficiali. 'Molti li avevamo tra i

piedi; altri stavano in cerchio intorno al morto (autour de ce

mort)' raccontò. 'C'era da badare a cose più urgenti. Quella gente

cominciava ad agitarsi... Parbleu! Una folla così... capisce?'

esclamò con filosofica indulgenza. Quanto alla paratìalui aveva

detto al comandante che la cosa migliore era di lasciarla stare

tanto aveva un'aria malsicura. Portarono immediatamente (en toute

hâte) a bordo due gherlinie presero il Patna a rimorchio - per

la poppa! - il chedata la situazionenon era poi una

sciocchezzaché il timoneun bel po' fuori dell'acquanon

poteva servire gran che a governaree questa manovra alleggeriva

lo sforzo della paratìail cui statocome mi spiegò con

loquacità volubilevoleva le massime precauzioni (exigeait les

plus grands ménagements). Non potevo fare a meno di pensare che la

mia nuova conoscenza doveva aver avuto una parte consultiva in

quasi tutte codeste operazioni: sembrava un ufficiale degno di

fiducianon più molto agilema d'aspetto in certo modo assai

marinarescobenchémentre sedeva lìcon le grosse dita

intrecciate sul ventrefacesse venire in mente uno di quei preti

di campagna tabaccosi e tranquillinelle cui orecchie si

riversano peccatisofferenzerimorsi di generazioni di

contadinie la cui espressione placida e semplice è come un velo

gettato sul mistero di tanti dolori e miserie. Avrebbe dovuto

indossare una soutane nera e consuntalisciaabbottonata fino

all'ampio mentoinvece della finanziera con le controspalline e i

bottoni d'ottone. Il suo largo petto si sollevava regolarmente

mentre seguitava a raccontarmi che era stato un lavoro del

diavolocome certamente (sans doute) potevo figurarminella mia

qualità d'uomo di mare (en vôtre qualité de marin). Alla fine

della frase curvò appena il corpo verso di meespingendo un

poco in fuori le labbra rasatecacciò una specie di sibilo. 'Per

fortuna' soggiunse'il mare era liscio come questa tavola e non

c'era più vento che qui...' In realtà il locale sapeva di chiuso

in un modo intollerabile; faceva molto caldo; il viso mi bruciava

come se fossi stato tanto giovane da arrossire di imbarazzo.

Avevano fatto rottacontinuòverso il porto inglese più vicino

'naturellement' dove si scaricarono di quella responsabilità

'Dieu merci...' Gonfiò un poco le guance piatte... 'Perchébadi

(notez bien) durante tutta l'operazione due quartiermastri

rimasero piazzati con delle ascie vicino ai gherlinipronti a

liberarci dal rimorchio nel caso che...' Abbassò lentamente le

palpebre pesantirendendo di piena evidenza il proprio

pensiero... 'Che vuole! Si fa quel che si può (on fait ce qu'on

peut)' e per un momento riusci a permeare di un'aria di

rassegnazione la sua poderosa immobilità. 'Due quartiermastri per

trenta ore - sempre lì. Due!' ripetéalzando un poco la destra e

mostrando due dita. Era il primo gesto che gli vedevo faree mi

fornì l'occasione di osservare una cicatrice a stella sul dorso

della mano - prodotta evidentemente da pallottola di fucile; e

come se mi si fosse acuita la vista per questa scopertami

accorsi anche della sutura di una vecchia feritache partendo da

un po' sotto la tempia andava a perdersi tra i corti capelli grigi

da un lato della testa - il solco di una lancia o il taglio di una

sciabola. Di nuovo intrecciò le mani sul ventre. 'Rimasi a bordo

di queldi quel... la mia memoria se ne va (s'en va). Ah! Patt-

nà. C'est bien ça. Patt-nà. Merci. E' buffo come svanisce la

memoria. Rimasi a bordo trenta ore...'

'Davvero!' esclamai. Sempre guardandosi le manistrinse un poco

le labbra ma senza fischiarestavolta. 'Parve opportuno' disse

sollevando pacato le sopracciglia'che uno degli ufficiali

rimanesse lì a tener d'occhio (pour ouvrir l'oeil...)' sospirò a

caso... 'e per i segnali di collegamento con la cannoniera...

capisce... E anch'io ero d'accordo. Mettemmo le nostre scialuppe

in posizione di ammaraggio... e anch'io su quel piroscafo avevo

preso le opportune misure... Enfin! Si è fatto il possibile. Era

una posizione delicata. Trenta ore. Mi prepararono da mangiare.

Quanto al vino... col binocolo!... nemmeno una goccia.' Io non so

per che straordinaria manierasenza nessun percettibile mutamento

nel suo aspetto inerte e nella placida espressione del suo volto

riuscì a dare l'idea di un profondo disgusto. 'Io... sa... quando

si tratta di mangiare senza il mio bicchiere di vino... non mi ci

ritrovo.'

Temevo che l'avrebbe fatta lunga sul tema di quel torto patito;

perchépur senza muovere membro né batter ciglioriusciva a

manifestare l'alto grado di irritazione che gli suscitava quel

ripensamento. Ma poi sembrò dimenticarsene del tutto. Consegnarono

il loro ricupero alle 'autorità portuali' come disse lui. Era

rimasto colpito dalla calma con cui lo ricevettero. 'Si sarebbe

detto che di questi buffi oggetti rinvenuti (drôle de trouvaille)

ne ricevessero in consegna uno tutti i giorni. Siete straordinari

- voialtri' commentòcon la schiena appoggiata al muro

mostrando a sua volta l'aspetto di un essere incapace di reazioni

emotive quanto un sacco di farina. C'era per caso una nave da

guerra e un piroscafo della marina indiana in porto in quel

momentoe il Francese non nascose la sua ammirazione per la

sveltezza onde le scialuppe delle due navi liberarono il Patna dei

suoi passeggeri. In veritàcon quel suo aspetto torpido non

lasciava nulla inespresso: aveva quei potere misteriosoquasi

miracolosodi raggiungere effetti impressionanti con mezzi

impercettibili; che è il non plus ultra della grande arte.

'Venticinque minuti - orologio alla mano - venticinquenon

più...' Aprì e intrecciò di nuovo le dita senza togliere le mani

di sul ventrearrivando a un effetto molto più efficace che se

avesse alzato le braccia al cielo in gesto di stupore... 'Tutta

quella gente (tout ce monde) a terra... con le loro carabattole...

a bordo soltanto una squadra di marinai (marins de l'Etat) e

quell'interessante cadavere (cet intéressant cadavre)...

Venticinque minuti...' Con gli occhi bassi e la testa un tantino

piegata da una partesembrava assaporarsi da conoscitoretra

lingua e palatouna fettina di quella brillante operazione. Dava

la persuasione in tale modosenz'altro segnoche il suo

gradimento era di gran pesoeriassumendo quella sua immobilità

che non aveva quasi mai interrottoriprese a parlare per

informarmi cheavendo ricevuto l'ordine di recarsi a Tolone al

più prestoripartirono meno di due ore dopo'talché (de sorte

que) molte cose in questo episodio della mia vita (dans cet

épisode de ma vie) mi sono poi rimaste oscure.'".

CAPITOLO 13.

"Dopo queste parolee senza mutar posizioneegliper così dire

si sottomise a uno stato di silenzio passivo. Gli tenni compagnia;

e ad un trattoma non in modo bruscocome se fosse giunto il

momento prestabilito per far uscire dal chiuso la sua voce calma e

rocaesclamò: 'Mon Dieu! come passa il tempo!' Nulla poteva

essere più banale di questa osservazione; ma venne a sorprendermi

in un momento di visione. E' straordinario: noi passiamo

attraverso la vita con gli occhi semichiusicon le orecchie

ovattatecol pensiero addormentato. Forse è meglio così; e può

darsi che sia proprio questo attutimento dei sensi a far la vita

sopportabile e gradita alla stragrande maggioranza della gente.

Tuttaviaben pochi di noi non avranno mai vissuto uno di quei

rari momenti di risveglioquando viviamo ascoltiamo

comprendiamo tante cose - tutte - in un lampo prima di ricadere

nella nostra dolce sonnolenza. A quelle sue parole alzai gli occhi

e lo vidi come per la prima volta. Vidi il suo mento abbassato sul

pettole goffe pieghe della sua giaccale sue mani giuntela

sua immobilità che dava la stranissima idea di un oggetto

abbandonato lì. Ne era passato davvero tantodel tempo: e lo

aveva raggiunto e sorpassatolasciandoselo irrimediabilmente alle

spallecon pochipoveri doni: i capelli grigio-ferrola pesante

stanchezza del viso abbronzatodue cicatriciun paio di

controspalline che avevano perso il lustro; uno di quegli uomini

solididi fiduciache sono la materia prima delle grandi

reputazioni; una di quelle vite che non si calcolanoche si

seppelliscono senza tamburi né trombe sotto le fondamenta dei

successi monumentali. 'Ora sono capitano di corvetta sulla

Victorieuse' (era l'ammiraglia della squadra francese del

Pacifico in quel periodo)dissestaccando di cinque centimetri

le spalle dal muro per presentarsi. M'inchinai leggermente dalla

mia parte del tavolodicendogli che comandavo una nave mercantile

ancorata in quel momento nella Rushcutters' Bay. L'aveva

'rimarcata': un bel bastimentino. Pur nella sua impassibilitàsu

questo argomento fu molto gentile con me. Mi pare che arrivasse

perfino a muovere la testa per complimentomentre ripeteva a

bassissima voce 'Ah sì. Un bastimentino verniciato di nero...

molto carino... molto carino (très coquet)'. Dopo un po' fece una

lenta conversione per volgersi alla porta a vetri sulla nostra

destra. 'Città malinconica (Triste ville)' osservòfissando la

strada. Era una giornata luminosa; faceva vento di scirocco:

vedevamo i passantiuomini e donneschiaffeggiati dalla buriana

lungo i marciapiedie le facciate solatìe delle case di fronte

seminascoste dagli alti mulinelli di polvere. 'Ero sceso a terra'

disse'per sgranchirmi un po' le gambema...' S'interruppee

ricadde nelle profondità del suo riposo. 'Mi dica un po'scusi'

ripreserisalendo faticosamente alla superficie. 'Che c'era

precisamente (au juste) in fondo a quella faccenda? Curiosa cosa!

Quel cadavereper esempio... e tutto quanto.'

'E i vivi' risposi. 'Qualcunoanche molto più strano del morto.'

'Senza dubbiosenza dubbio' annuì come un soffio; poiquasi

dopo matura riflessionemormorò: 'Evidentemente.' Non ebbi

difficoltà a comunicargli quel che più mi aveva colpito nella

faccenda. Mi sembrava che avesse il diritto di saperlo: non aveva

passato trenta ore sul Patna - non ne avevaper così dire

raccolto l'ereditànon aveva fatto 'il possibile?' Mi ascoltò

con un aspetto più sacerdotale che mai e con un'aria probabilmente

per via di quei suoi occhi bassi - di devoto raccoglimento. Una o

due volte sollevò le sopracciglia (ma senza alzare le palpebre)

come uno che dicesse 'Diavolo!' Una volta esclamò con calma: 'Ah

bah!' sottovocee quando ebbi terminato spinse le labbra in fuori

con decisione emettendo un leggero sibilo di pena.

In qualunque altra persona questo avrebbe significato uno stato di

noiaun segno d'indifferenza; ma luicol suo metodo misterioso

riuscì a dare alla sua immobilità un profondo senso di risposta

piena di pensieri importanti come un uovo è pieno di sostanza. Ciò

che disse alla fine non fu che un 'molto interessante' pronunciato

con cortesiae poco più forte di un sussurro. Prima che mi fossi

rimesso dalla mia delusionesoggiunsecome parlando fra sé:

'Già. Proprio così.' Il mento sembrò sprofondarglisi ancor più nel

pettoil suo corpo pesare ancor più sulla sedia. Stavo per

domandargli che intendesse direquando una specie di tremito

preparatorio lo trascorse per tutta la personacome quella

leggera increspatura che si scorge sulle acque di uno stagno prima

che si metta il vento. 'E così quel povero giovanotto se ne scappò

con gli altri' dissecon pacata severità.

Non so che cosa mi fece sorridere: è l'unico mio sorriso sincero

che ricordi in tutta questa storia di Jim. Comunqueanche questa

semplice dichiarazione suonava buffain francese... 'S'est enfui

avec les autres' aveva detto il tenente. E a un tratto cominciai

ad ammirare la prontezza di quell'uomoche aveva colto subito il

punto della questione; aveva afferrato subito l'unica cosa per me

importante. Mi parve di essere a consulto da un avvocato. La sua

maturità calma e imperturbabile era quella di un esperto in

possesso dei fattiper il quale le perplessità altrui non sono

che giochi di bambini. 'Ah! la gioventùla gioventù' disse con

indulgenza. 'E dopo tuttodi questo non si muore.' 'Di che cosa

non si muore?' domandai subito. 'Di paura.' Chiarito il suo

pensierobuttò giù un sorso della sua bibita.

Mi accorsi che il mediol'anulare e il mignolo della sua mano

ferita erano rigidi e senza facoltà di movimento autonomosicché

teneva il bicchiere in modo un po' sgraziato. 'Si ha sempre paura.

Si può discorrere quanto si vuolema...' Posò il bicchiere... 'La

paurala paura... badi... è sempre qui...' Si toccò il petto

vicino a uno dei bottoni di metalloproprio nel punto dove Jim si

era dato una manata quando aveva dichiarato che il suo cuore era

sanissimo. Mi sfuggì forse un moto di dissensoperché insistette:

'Sì! Sì! Si discorresi discorre; va tutto benissimoma alla

resa dei conti uno non è più intelligente di un altro... e nemmeno

più coraggioso. Coraggioso! Questo resta sempre da vedersi. Ho

viaggiato un mucchio (roulé ma bosse)' disseusando quel termine

del gergo con imperturbabile serietà in tutte le parti del mondo;

'ho conosciuto uomini coraggiosi - alcuni celebri addirittura.

Allez!...' Bevve con aria indifferente... 'Coraggiosi... lei lo

capisce... in servizio... bisogna esserlo... lo richiede il

mestiere (le métier veut ça). No?' Si volse a me in tono calmo.

'Eh bien! Ognuno di loro - dico ognuno di lorose fosse stato

sincero - bien entendu - avrebbe confessato che c'è un punto c'è

un punto - per il più in gamba di noi - c'è più in qua o più in là

il punto che si lascia andare ogni cosa (vous lâchez tout). E

bisogna vivere con questa certezza... Capisce? In certe date

coincidenze di casila paura non può mancare. Una fifa terribile

(un trac épouvantable). E anche per coloro che non credono a

questa veritàla paura c'è ugualmente... la paura di se stessi.

Non si scappa. Creda a me. Sì. Sì... Alla mia età si parla a

ragion veduta... que diable!...' Aveva scodellato tutto ciò nella

sua immobilitàcome un portavoce della saggezza astratta; ma a

questo punto accrebbe quel senso di distacco mettendosi a girare

lentamente i pollici. 'E' chiaro... parbleu!' riprese; 'perchéha

voglia uno di essersi preparato l'animobasta un semplice mal di

capo o una indisposizione di stomaco (un dérangement d'estomac)

a... Guardi meper esempio... io ne ho passate abbastanza... Eh

bien! Io che le parlouna volta...'

Scolò il bicchieree poi riprese a far girare i pollici. 'Nono;

non si muore di questo' dichiarò con aria conclusiva; e quando

capii che non intendeva continuare il racconto del suo fatto

personale rimasi estremamente deluso; tanto più che eravamo in un

campo chesi sanon è mai il caso di spingere la gente a

confidarsi. Rimasi in silenzioe anche lui; come se niente

potesse riuscirgli più gradito. Erano fermiadessoperfino i

suoi pollici. A un tratto cominciò a muovere le labbra. 'E' così'

ripreseplacidamente. 'L'uomo nasce vigliacco (L'homme est né

poltron). E' una difficoltà parbleu! Altrimenti sarebbe troppo

facile. Ma l'abitudine... la necessità... capisce?... l'occhio

degli altri... voilà. Ci si vince. E poi l'esempio degli altri

che non valgono più di noieppure si tengono su...'. Tacque.

'Quel giovane - lei lo avrà notato - non aveva di questi

stimolanti... almeno in quel momento' osservai.

Alzò le sopracciglia con aria benevola. 'Non diconon dico. Il

giovanotto in questione poteva avere le migliori qualità - le

migliori' ripeté ansando un poco.

'Sono contento di vedere che lei considera la cosa con tanta

indulgenza"dissi. "I sentimenti di quel giovanein materia

erano... ah!... ottimistie...'

Lo stropiccìo dei suoi piedi sotto la tavola m'interruppe. Tirò su

le palpebre pesanti. Tirò sudico - nessun'altra espressione

potrebbe descrivere la calma decisa dell'atto - e finalmente mi si

rivelò del tutto. Mi stavano addosso due cerchietti grigi

stretticome due minuscoli anelli di acciaio intorno al nero

carico delle pupille. Quello sguardo acutoda quel corpo

massicciodava un senso di estrema potenzacome un'affilatura di

rasoio su un'ascia da battaglia. 'Domando scusadisse con un po'

di pedanteria. Alzò la mano destra e si piegò in avanti. 'Mi

permetta... Sostenevo che si può vivere sapendo benissimo che il

coraggio non viene da sé (ne vient pas tout seul). In questo non

c'è nulla di male. Una verità di più non sarà quella che rende la

vita impossibile... Ma l'onore - l'onoremonsieur!.. . L'onore...

quella è una realtà. .. quella! E che valore può aver la vita

quando'... si alzò in piedi con pesante impetocome un bue

spaventato si tira su dall'erba... 'quando l'onore se n'è andato -

ah! ça par exemple - non posso esprimere una opinione. Non posso

esprimere un'opinione... perché... monsieur - non ne so nulla.'

Mi ero alzato in piedi anch'ioesforzandoci di manifestare la

più gran cortesia con i nostri atteggiamenti restammo l'uno di

fronte all'altromuticome due cani di porcellana su un

caminetto. Al diavolo anche quello lì! Aveva bucato la bolla di

sapone. Il demone della futilità che tende l'agguato ai discorsi

degli uomini era piombato in mezzo alla nostra conversazione

riducendola a una vuota discussione di suoni. 'Benissimo' dissi

con un sorriso impacciato. 'Ma forse basterebbe non essere

scoperti?' Fece il gesto di ribattere subitoma quando parlò

aveva cambiato idea. 'Questomonsieurè troppo sottile per me -

mi supera di molto - non ci voglio pensare.' S'inchinò

profondamentetenendo il suo berretto davanti a séper la punta

fra il pollice e l'indice dalla mano ferita. Mi inchinai anch'io.

Ci inchinammo insieme uno di fronte all'altro con gran strusciar

di piedi e salamelecchisotto gli occhi d'una specie di cameriere

bisunto che ci osservava con aria di criticocome se avesse

pagato il biglietto per quello spettacolo. 'Serviteur' disse il

Francese. Un'altra strisciatina di piedi. 'Monsieur...'

'Monsieur...' La porta a vetri si richiuse dietro alla sua schiena

voluminosa. Vidi la sciroccata investirlo e portarselo via col

vento in poppauna mano sulla testale spalle squadratee le

falde della giacca appiccicate alle gambe.

Tornai a sedermisolo e scoraggiato - scoraggiato per il caso di

Jim. Non vi meravigliate che dopo più di tre anni la faccenda

fosse ancora presente al mio spirito. Jimio lo avevo riveduto

poco prima. Venivo dritto da Samarang dove avevo fatto carico per

Sydney: un affare privo assolutamente di interesse - una di quelle

cose che Carlettoquichiamerebbe una delle mie transazioni

razionali: e a Samarang avevo visto Jim. Lavorava allora per De

Jonghsu mia raccomandazione. Commissionario marittimo. 'Il mio

commesso galleggiante' lo chiamava De Jongh. Non potete

immaginare vita più povera di consolazionicon meno possibilità

di rallegrarsi per una scintilla di bellezza. Soltanto quella di

un agente di assicurazioni è peggiore. Il piccolo Bob Stanton -

Carlettoquilo conosceva bene - ci è passato. Parlo di quel Bob

che annegò nel tentativo di salvare una cameriera nel naufragio

del Sephora: quel caso di collisione- ve lo ricorderete certo -

una mattina di nebbia lungo la costa spagnola. Tutti i passeggeri

erano stati sistemati a dovere nelle scialuppe e spinti lontano

dalla navequando Bob tornò ancora sottobordo e si arrampicò sul

ponte a riprendere quella ragazza. Come mai l'avessero

dimenticatanon so capacitarmene; comunqueera impazzita: non

voleva abbandonare la nave - si reggeva al bastingaggio con tutte

le sue forze. Dalle scialuppe questa lotta si vedeva benissimo; ma

il povero Bob era il più basso di statura degli ufficiali in prima

di tutta la marina mercantile: e la donnaalta un metro e

settantacinquepare che fosse robusta come un accidente. Così

tira di quae tira di là; e quella disgraziata che urlava senza

treguae Bob che ogni tanto dava uno strillo per raccomandare

alla scialuppa di tenersi lontana dalla nave. Uno dei marinai mi

raccontòsorridendo al ricordo: 'Sembrava propriosignoreun

bambino cattivo alle prese con la mamma.' Aggiunse: 'Alla fine

vedemmo che il signor Stanton aveva rinunciato all'idea di staccar

la donna dal bastingaggioe si teneva semplicemente vicino a lei

come in osservazione. Pensammo poi che doveva aver fatto calcolo

sulla forza del mareche forsedopol'avrebbe strappata di lì

dandogli modo di salvarla. Avvicinarci noi sottobordoneanche a

dirlo: difattipoco dopola vecchia navedopo una sbandata a

drittaandò giù di colpo: plop! Il risucchio fu una cosa

terribile. Non vedemmo tornar a galla niente: né vivo né morto.'

Il periodo di vita a terra del povero Bob fucredoun episodio

d'un suo affare di cuore. Sperava seriamente di averla finita per

sempre col maree gli pareva di toccare il cielo con le ditama

alla fine dovette acconciarsi a un lavoro duro. Il posto glie

l'aveva trovato un suo cugino di Liverpool. Ci raccontava sempre

quanto aveva tribolato a far quel mestiere. Ci faceva ridere fino

alle lagrime eincoraggiato dal successopiccolo com'era e

barbuto fino alla cintura come uno gnomosi alzava sulla punta

dei piedi in mezzo a noie diceva: 'Ridete purevoialtrima la

mia anima immortale si riduceva alle proporzioni di un pisello

seccodopo una settimana di quel lavoro.' Non so come si

adattasse la natura di Jim alle sue nuove condizioni di vita -

avevo già dovuto sudar sangue per trovargli un'occupazione che gli

conservasse l'anima in corpo ma sono convinto che la sua fantasia

avventurosa ha dovuto soffrire tutte le pene dell'inedia non

avendo certamente di che nutrirsi nel suo nuovo impiego. Faceva

pena vederlo lavorarebenché ci si mettesse con una serena

pertinacia degna di ogni rispetto. Tenevo d'occhio la sua costanza

in quel noioso lavoroche mi pareva una forma di punizione per le

fanfaronate della sua fantasia - un castigo per la sua aspirazione

a una bellezza per la quale non gli sarebbero bastate le forze.

Gli era troppo piaciuto immaginarsi come un magnifico cavallo da

corsa; e ora era condannato a faticar senza gloria come il ciuco

d'un erbivendolo. Era bravissimo. Si chiudeva in se stesso

abbassava la testae non diceva mai una parola. Bene; benissimo -

eccetto quando tornava disgraziatamente a galla l'insopprimibile

storia del Patnaché allora scoppiavano scenate fantastiche e

violente. Per sua sventuraquello scandalo dei mari d'Oriente era

duro a morire. E perciò non avevo mai la sensazione di averla

finita con Jim.

Rimasi seduto pensando a lui dopo che l'ufficiale francese se ne

fu andato; però non lo rivedevo nel retrobottega fresco e

malinconico di De Jonghdove ci eravamo stretti la mano qualche

tempo primama come tre anni faagli ultimi guizzi della

candelanella lunga galleria dell'Hôtel Malabarcol freddoil

buio della notte alle spalle. La rispettabile spada della patria

Legge gli pendeva sospesa sul capo. Domani - o oggi? (la

mezzanotte era scivolata via molto prima che ci separassimo) il

magistrato faccia di marmodopo aver distribuito multe e prigione

nel processo di aggressione con vie di fattoavrebbe impugnato la

sua terribile armae lo avrebbe colpito sul collo proteso. Il

nostro colloquio durante quella notte era stato incredibilmente

simile all'ultima veglia di un condannato. Anche lui era

colpevole. Era colpevole - me l'ero ripetuto tante volte;

colpevole e finito; e tuttavia desideravo risparmiargli i

particolari di un'esecuzione formale.

Non mi proverò a spiegare le ragioni di quella mia disposizione

d'animo - non credo che potrei; ma se non siete arrivati ormai a

farvene un'ideaallora devo esser stato assai poco chiaro nel mio

raccontooppure avete troppo sonno per afferrare il significato

delle mie parole. Io non difendo la mia moralità. Non c'era una

questione di moralità nell'impulso che mi spinse a offrirgli il

piano d'evasione di Brierly - se così posso chiamarlo - in tutta

la sua semplicità primitiva. Le rupie c'erano - le avevo in tasca

assolutamente pronte per luia sua disposizione. Oh! non era che

un prestito; un prestitosi capisce - e se una presentazione a un

tale (a Rangoon) che poteva trovargli qualche lavoro... Ma col

massimo piacere! Avevo pennainchiostro e carta in cameraal

primo piano. E già mentre parlavo ero impaziente di cominciare la

lettera: giornomeseannoore 2.30 antimeridiane... in nome

della nostra vecchia amicizia ti prego di trovare un'occupazione

per il signor Giacomo Tal dei Talinel qualeecc. ecc.... Per

lui ero pronto perfino a scrivere in quel tono. Se non si era

conquistato la mia simpatiaper sé aveva fatto di più - era

penetrato fino alla sorgente e alla radice di quel sentimento

aveva toccato la segreta sensibilità del mio egoismo. Non vi

nascondo nullaperché se lo facessi il mio atto apparirebbe più

inspiegabile di quanto sia lecito a qualsiasi atto umano; senza

contare che domani avrete dimenticato la mia sincerità come tutte

le altre lezioni del passato. In questa faccendaa parlar chiaro

I'uomo irreprensibile ero io; ma le raffinate intenzioni della mia

immoralità furono vinte dalla semplicità morale del colpevole.

Aveva anche luisenza dubbiola sua parte d'egoismoma di

un'origine più altae per uno scopo più elevato. Mi accorsi che

qualunque cosa io dicessilui era ansioso di presentarsi alla

cerimonia dell'esecuzione; né dissi gran cheperché sentivo che

in una discussione tra noi la sua gioventù avrebbe avuto buon

giuoco contro di me: egli credeva ancora in ciò su cui da un pezzo

io avevo cessato d'illudermi. C'era una certa bellezza nella

follia della sua inespressaquasi non formulata speranza.

'Svignarmela! Non ci penso nemmeno' fecescuotendo il capo. 'Le

faccio una offerta per la quale non pretendo né mi aspetto neanche

l'ombra della gratitudine' dissi; 'mi restituirà il danaro a suo

comodoe...' 'Lei è molto buono' borbottò senza alzare gli

occhi. Lo osservai a fondo; l'avvenire doveva sembrargli

orribilmente incerto; ma non esitò un attimocome se davvero nel

suo cuore non ci fosse stato nulla di men che buono. Mi sentii

irritato non era la prima voltain quella sera. 'Tutta questa

disgraziata faccenda' dissi'è già abbastanza duradireiper

un uomo come lei...' 'Infattiinfatti' mormorò due voltecon

gli occhi fissi sul pavimento. Spezzava il cuore. Era lì dritto

alto sopra il lumee vedevo la peluria della sua guanciail

colorito caldo sotto la pelle liscia del suo viso. Credetemi o no

vi dico che faceva spezzare il cuore. Mi sentii spinto alla

brutalità. 'Sì' feci; 'e mi permetta di confessarle la mia

impossibilità assoluta di vedere che vantaggio c'è a voler

arrivare così fino alla feccia.' 'Vantaggio!' mormorò senza un

gesto. 'Dio mi dànni se ce lo vedo' ribatteifuribondo. 'Per

farle capire che cosa c'è sotto...' seguitò lentamentecome

preparasse un argomento inconfutabile. 'Madopo tuttoè un guaio

mio personale.' Aprii la bocca per ribatterema mi accorsi d'un

tratto di aver perduto ogni fiducia in me stesso; e mi parve che

anche lui mi avesse tolta la sua stimaperché borbottò come uno

che riflette a mezza voce: 'Chi scappato - chi all'ospedale...

Nessuno di loro ha voluto affrontare... Loro!...' Agitò lievemente

la mano in segno di spregio. 'Ma io ho da superare questa prova

senza sottrarmi a nullaaltrimenti...' Tacque. Fissava il vuoto

come allucinato. La sua faccia inconsapevole rifletteva il

susseguirsi di varie espressioni: disprezzodisperazione

risolutezza - le rifletteva a turnocome in uno specchio magico

il passaggio labile di forme ultraterrene. Viveva in un cerchio di

spettri fallacidi ombre austere. 'Ohsciocchezzeragazzo'

cominciai. Ebbe un moto d'impazienza. 'Sembra che non mi abbia

inteso bene' fece con tono incisivo; poiguardandomi senza

batter palpebra: 'Mi son buttato giùè veroma non sono uno che

scappa.' 'Non intendevo offenderla' dissi; poi soggiunsi come uno

stupido: 'Uomini meglio di lei hanno trovato opportunotalvolta

di scappare.' Arrossì tuttomentre io per poco non soffocavo

dalla mortificazione. 'Forse è così' disse alla fine. 'Io non

valgo abbastanza: non posso permettermi questo lusso. Debbo

lottare contro questo... Sto lottando anche adesso.' Mi alzai

dalla poltronae mi sentii tutto irrigidito. Il silenzio era

penosoe per finirla non seppi trovar nulla di meglio che

osservare con disinvoltura: 'Non credevo fosse così tardi...' 'Lei

ne ha abbastanza - credo - di questa storia' disse bruscamente:

'eper dire la verità' - cominciò a cercar con gli occhi il suo

berretto - 'anch'io.'

Bene! Aveva rifiutato quella straordinaria offerta. Aveva respinto

la mia mano tesa ad aiutarlo; ora era pronto ad andarsenee al di

là della balaustra la notte sembrava aspettarlo immobilecome la

vittima designata. Udii la sua voce. 'Ah! eccolo qui.' Aveva

trovato il berretto. Per pochi secondi rimanemmo sospesi. 'Che

farà quando... quando...' domandai a voce bassissima. 'Andrò al

diavolomolto probabilmente' rispose in un borbottio roco. Mi

ero un po' ripresoe mi parve meglio prender la cosa alla

leggera. 'La prego di ricordarsi' dissi'che sarei molto lieto

di rivederla prima della sua partenza.' 'Perché no? Questa

maledetta storia non mi renderà mica invisibile.' replicò con

intensa amarezza... 'Magari!' Alloraal momento di congedarsifu

una serie di balbettiidi gesti incertidi tremende esitazioni.

Dio gli perdonia lui... e anche a me! Si era ficcato in quella

sua testa fantastica che forse avrei avuto difficolta a

stringergli la mano. Una cosa tremenda! Credo che gli gridai

qualcosa a un trattocome si urlerebbe a un uomo sul punto di

metter piede sopra un burrone; ricordo che alzammo la vocee

ricordo l'apparire sul suo volto di un povero sorrisouna stretta

di mano da stritolarmelae la sua risatina nervosa. La candela si

spense sfrigolandoe la cosa finìse Dio vuolecon un gemito

che mi giunse per l'aria nel buio. In qualche modo riuscì ad

allontanarsi. La notte ne inghiottì la sagoma. Era uno spaventoso

pasticcione. Spaventoso. Sentii lo scricchiolìo della ghiaia sotto

le sue scarpe. Se n'andava di corsa; proprio di corsasenza un

posto al mondo dove andare. E non aveva ancora ventiquattr'anni".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 14.

"Dormii pocomangiai un boccone in fretta e decisidopo un

attimo di titubanzadi saltare la visita mattutina alla mia nave.

Facevo uno strappo grave perché il mio primo ufficiale di bordo

sebbene fosse in tutto e per tutto un eccellente uomoera

soggetto a così nere fantasie chese non riceveva una lettera

dalla moglie nel termine stabilitodiventava addirittura matto di

rabbia e di gelosia; lasciava perdere il suo lavorolitigava con

tutti i marinaie se non si ritirava a piangere in cabina

s'inaspriva al punto di portar l'equipaggio sull'orlo della

rivolta. Questa faccenda non l'avevo mai capita: erano sposati da

tredici anni: lei l'avevo vista di sfuggita una volta e in

coscienza non si arriva a immaginare un donnaiolo di così buon

palato da cadere in tentazione per quello straccetto. Non so se ho

fatto male a non aprir gli occhi in proposito al povero Selvin

quando quel disgraziato si creava un inferno in terra chedi

contraccolpoinvestiva anche me; ma una certaindubbiamente

falsadelicatezza mi trattenne. I rapporti coniugali dei marinai

sarebbero un interessante argomento; io potrei raccontarvi

episodi... Ma ciò sarebbe fuor di tempo e di luogo: qui noi ci

stiamo occupando di Jim - che era celibe. Qualora per il suo

carattere estroso o il suo orgoglioovvero per tutte quelle

fantasmagorie e ombre austere di cui ebbe le calamitose

visitazioni in gioventùnon fosse riuscito a sfuggire al ceppo

io chenaturalmentenon ho mai ricevuto visitazioni simili

neanche il sospettoero spinto da una forza irresistibile ad

assistere alla sua decapitazione. Presi la via del tribunale. Non

pensavo affatto di rimanere molto colpito o edificatoo eccitato

e nemmeno impauritosebbene un bello spavento ogni tanto sia

disciplina salutare finché uno ha vita da vivere. Ma non mi

aspettavo nemmeno che la faccenda mi avrebbe così terribilmente

depresso. L'amarezza del suo castigo era tutta in quell'atmosfera

gelida e meschina. La vera essenza del delitto sta nel mancar di

fede al consorzio umano; da questo punto di vista Jim non era un

traditore da pocoma la sua esecuzione fu una cerimonia pietosa.

Né la solennità del patiboloné i drappi rossi (si usavano i

drappi rossi a Tower Hill? Avrebbero dovuto esserci) né

moltitudini esterrefatte dall'orrore del delittoe commosse fino

alle lacrime per la fine del reo - né l'aspetto d'una cupa

giustizia punitrice. Splendevasui miei passiun limpido sole

troppo vivo per riuscir consolantele strade piene d'un

guazzabuglio di note di colorecome in un caleidoscopio rotto:

gialloverdeazzurrobianco da levar gli occhi; la nudità

scoperta di una spalla abbronzataun carro di buoi con un

baldacchino rossouna compagnia di fanteria indigena in un blocco

color nocciola opaco punteggiato di teste nereche marciava con

gambaletti coperti di polverone; un agente indigeno in uniforme

scura di taglio striminzitocon cintura di cuoio lucidoche mi

guardò con occhi d'un'accoratezza orientalecome se il suo

spirito trasmigratore soffrisse troppo di quell'imprevista come si

chiama?... avatar... incarnazione. All'ombra di un albero

solitario nel cortilei contadini implicati nel processo

d'aggressionein gruppo pittorescosedutisembravano la

cromolitografia di un accampamento per un libro di viaggi in

Oriente. Veniva fatto di cercare l'immancabile fil di fumo in

primo piano e le bestie da soma a brucare in libertà. Più alto

dietro l'albero si levava un liscio muro giallo e rifletteva il

bagliore del sole. L'aula del tribunalecosì buiasembrava più

grande. Lassù nella zona in penombra i punkahs oscillavano avanti

e indietroavanti e indietro. Qua e là una figura drappeggiata

rimpicciolita dalla nudità delle paretistava immobile in mezzo

alle file di banchi vuoticome assorta in pia meditazione. Il

querelantequello che era stato bastonatoun obeso color

cioccolato con la testa rapatacol petto oleoso scoperto e un

segno di casta di un giallo brillante sopra la radice del naso

sedeva in pomposa immobilitàrotando nell'ombra gli occhi

scintillantie dilatando nel respiro e riabbassando le narici con

energia. Brierly si abbandonò sulla sedia e pareva esaustocome

se avesse passato la notte a correre su una pista di cenere. Il

pio capitano di veliero sembrava eccitato e aveva scatti nervosi

come se trattenesse a stento l'impulso di balzare in piedi per

esortarci solennemente alla preghiera e al pentimento. La testa

del magistratodi uno squisito pallore sotto le chiome ravviate

con curasembrava la testa d'un malato incurabile cheben lavato

e pettinatoavessero messo a sedere sul lettosollevato sui

cuscini. Spostò il vaso da fiori - un mazzo di corolle purpuree su

gambi lunghicon qualche punteggiatura di rosa - poisollevato a

due mani un foglio di carta azzurrinalo scorse con gli occhi

appoggiò gli avambracci sull'orlo della scrivaniae cominciò a

leggere ad alta voce in tono ugualenitido e assente "Perdiana!

Con tutte le mie sciocchezze a proposito di patibolie di teste

tagliate - io vi assicuro che fu infinitamente peggio di una

decapitazione. Un grave senso di ineluttabilità incombevasenza

neanche il sollievo di quella speranza di riposo e di sicurezza

che segue il cadere della mannaia. Questo giudizio legale aveva la

freddezza vendicativa di una sentenza di morteaveva la crudeltà

di un bando di esilio. Così per lo meno mi parve quella mattina -

e ancora adesso mi sembra di riconoscere un innegabile fondo di

verità in quella mia valutazione eccessiva d'un fatto di cronaca.

Potete dunque farvi un'idea dell'intensità dei miei sentimenti in

quel giorno. Per questoforsenon riuscivo a persuadermi che il

giudizio fosse definitivo. La questioneper merestava aperta;

ero ancora ansioso di rimetterlo in discussionecome se non fosse

già esaurita - suffragandola di pareri individuali - di opinioni

internazionalimagari. Per esempioquella del Francese. E costui

aveva emesso il giudizio di tutto il suo Paese con la fraseologia

spassionata e precisa di una macchinase le macchine sapessero

parlare. La testa del magistrato restava mezzo nascosta dal

fogliola sua fronte sembrava d'alabastro.

Vari quesiti vennero sottoposti alla Corte. Primose la nave era

sotto ogni punto di vistain efficienza e in condizione di

reggere il mare. La Corte rispose: no. Il secondo quesito

ricordoera se fino al momento dell'incidente il Patna avesse

navigato con le debite e specifiche norme nautiche. A questo

risposero: sì - Dio sa perché - e poi dichiararono che non era

emerso alcun elemento probatorio sulle precise cause del sinistro.

Probabilmente un relitto vagante. Mi ricordavo di un tre alberi

norvegeseche faceva rotta con un carico di pino americano e fu

dato disperso verso quell'epoca: giusto il tipo di nave da

scuffiare sotto un fortunale e seguitar poi a galleggiarechiglia

in super dei mesi - una specie di versiera marinaalla ricerca

di preda nell'oscurità. Tali cadaveri vaganti sono piuttosto

comuni nell'Atlantico settentrionaleinfestato com'è da tutti i

terrori del mare nebbieicebergscarcasse di navi all'agguatoe

la maledizione di burrasche insistentiche ti si attaccano

addosso come vampirie non mollano finché non hanno succhiato

tutte le forzetutto il coraggioe perfino la speranzae ti

riducono un uomo a un guscio vuoto. Ma lì - in quei mari - il caso

era tanto raro da sembrare piuttosto il personale proposito di una

provvidenza maligna: la qualetranne non si fosse proposta come

scopo preciso la morte d'un fuochista e peggio della morte per

Jimappariva un gioco diabolico assolutamente gratuito. Queste

considerazioni che mi spuntavano in mentemi sviarono

l'attenzione. Per un certo tempo la voce del magistrato non la

sentii più che come puro suono; ma improvvisamente riprese a

scandirsi in parole definite... 'con assoluta noncuranza del loro

preciso dovere' diceva. La frase successivanon so comemi

sfuggì. E poi... 'abbandonando nel momento del pericolo le vite e

la roba a loro affidate...' continuò la voce in tono monotonoe

quindi si tacque. Due pupille sotto a una fronte bianca gettarono

un cupo sguardo di sopra il margine del foglio. Cercai subito Jim

con gli occhicome se mi aspettassi di non trovarlo più li. Era

fermo immobile - ma c'erasedutobiondoroseoraccolto. 'Per

questi motivi...' riprese la voceenfatica. Jim con gli occhi

fissi e la bocca semiapertapendeva dalle parole di quell'uomo di

là dalla scrivania: cadevano esse nel silenzio intornolibrandosi

sul vento mosso dai punkahs: e ioche badavo al loro effetto su

Jimnon afferravo che a frammenti quella terminologia

ufficiale... 'La Corte... Gustavo Tal-dei-Talicapitano... nato

in Germania... Giacomo Tal-dei-Tali... primo ufficiale... radiati

dall'albo.' Seguì in silenzio. Il magistrato aveva lasciato cadere

il foglioechinandosi di traverso su un bracciolo della

poltronasi mise a parlare tranquillamente con Brierly. La gente

si avviava all'uscita; altri cercavano di entrareio mi avviai

alla porta. Fuorimi fermai; e quando Jim mi passò vicino

diretto al cancellolo presi per un braccio. L'occhiata che mi

diede mi turbò come se fossi stato responsabile della sua

situazione: mi guardò come se fossi ioin carne e ossail male

della vita. 'E' finita' balbettai. 'Già' ribatté con voce afona.

'E orache nessuno...' con uno strappo si liberò il braccio dalla

mia strettae lo vedevo di schiena allontanarsi. La strada

correva dritta ed egli mi rimase in vista per un pezzo. Camminava

piuttosto adagiocon le gambe un po' apertecome se gli

riuscisse difficile seguire una linea retta. Poco prima di

perderlo d'occhiomi parve di vedere che barcollava un po'.

'Un uomo in mare' disse una voce profonda dietro di me.

Voltandomividi un tipo che conoscevo appenaun Australiano

dell'Ovest: un tal Chester. Anche lui l'aveva accompagnato con gli

occhi. Era un uomo con un torace immensoun viso scabroraso

color moganoe due ciuffetti di peli grigio ferrofoltiduri

sul labbro superiore. Era stato pescatore di perlerecuperatore

di relitticommerciante e anche pescatore di balenecredo;

secondo quanto diceva lui stessoaveva fatto tutto ciò che un

uomo può fare in mareeccetto il pirata. Il Pacifico del Nord e

del Sud era la sua bandita di caccia; ma adesso era arrivato fino

a quel porto in cerca di un piroscafo da comprare a buon mercato.

Recentemente aveva scoperto in qualche parte - a sentir lui -

un'isola di guanoma c'era un approdo pericoloso e l'ancoraggio

allo stato delle cosesi presentava innegabilmentea dir poco

malsicuro. 'Vale una miniera d'oro' esclamava. 'Proprio in mezzo

alle scogliere di Walpolee anche se non si trovamagaridove

dar fondo a meno di quaranta bracciache importa? E ci sarà

magari qualche ciclone. Però è un affare di prim'ordine. Vale una

miniera d'oro... di più! Eppure non ce n'è unodi questi

imbecilliche se ne renda conto. Non mi riesce di trovare un

capitano o un armatore che ci si voglia accostare. Così ho deciso

di caricarla da me quella grazia di Dio...' Ecco perché cercava un

piroscafoe sapevo che proprio allora stava trattando con grande

entusiasmo con una ditta Parsi per un vecchio anacronismo

attrezzato a brigantinodella forza di novanta cavalli. Ci

eravamo incontrati varie voltee avevamo fatto quattro

chiacchiere insieme. Ora guardava Jim allontanarsie con aria di

chi è al correntedomandò con sarcasmo: 'E quello se la prende

eh?' 'Moltissimo' risposi. 'Allora è un buono da niente'

concluse. 'Tante storie per uno straccio di pergamena: roba che

non è mai servita a fare un uomo! Bisogna vedere le cose come sono

- altrimenti meglio piantarlache tanto non si farà mai nulla in

questo mondo. Guardi me. Mi sono fatto una regola di non

pigliarmela mai di nulla.' 'Già' feci. 'Vede le cose come sono

lei.' 'Vorrei veder arrivare il mio socioecco cosa vorrei

vedere' disse. 'Lo conosce lei il mio socio? Il vecchio Robinson.

Già: il Robinson. Non lo conoscelei? Il famoso Robinson. L'uomo

più in gamba al mondo per contrabbandare l'oppio e sgraffignar

foche. Dicono che costumava arrembare gli schooner dei cacciatori

di foche su verso l'Alaska quando la nebbia era così fitta che

Domeneddio solo poteva riconoscere un uomo da un altro. Robinson

il Terrore di Dio. Ecco chi è il mio socioin quell'affare di

guano. La migliore occasione che gli sia capitata in vita sua.'

Avvicinò le labbra al mio orecchio. 'Cannibale? - behlo

chiamavano così tanti e tanti anni fa. Si ricorda della storia? Un

naufragio sulla costa occidentale dell'isola Stewart; appunto;

arrivati a toccar terra in settepare che non andassero gran che

d'accordo. C'è sempre il fegatoso che niente gli va bene e piglia

tutto per traverso che non vede le cose come stanno - ma proprio

come stannocaro mio! E allora come va a finire? E' chiaro! Guai

guai! e la bona in testasi sapoi ci scappae meritata

magari. Quei tipi li fan più comodo morti. Vuol la leggenda che

una scialuppa della Regia Nave Wolverine lo trovò inginocchiato

sulle alghenudo brucoche cantava qualcosa come un salmosotto

un nevischio leggero. Aspettò che la barca fosse a un remo dalla

rivapoi si rialzòe via. Gli diedero la caccia per un'ora su e

giù per la scoglierae alla fine un marinaio gli tirò un sasso

che lo pigliò provvidenzialmente dietro l'orecchio e lo stese in

terra svenuto. Solo? Si capisce. Ma è come quell'altra storia

degli schooner dei cacciatori di focheche Dio solo sa il vero e

il falso di quella faccenda. Quelli della scialuppa non andarono a

cercar tanto in là. Lo avvilupparono in una incerata e se lo

portarono via in frettache già faceva buioil tempo minacciava

e la nave sparava colpi d'appello ogni cinque minuti. Tre

settimane dopo era più in gamba che mai. Non si curò né tanto né

poco delle storie che mettevano in giro a terra; strinse forte le

labbrae che la gente cantasse pure. Era già un guaio grosso aver

perduto nave e ogni cosasenza dover anche far attenzione agli

insulti della gente. Ecco l'uomo che fa per me.' Alzò un braccio

per far cenno a qualcuno in fondo alla strada. 'Ha un po' di

quattrinie così ho dovuto metterlo a parte dell'affare. Per

forza! Sarebbe stato un delitto buttar a mare una simile scoperta!

E io ero a secco. Mi piangeva il cuorema a guardar la faccenda

esattamente com'eranon potevo far a meno di dividere l'impresa

con qualcuno - e allorapensai- viva la faccia di Robinson. L'ho

lasciato che faceva colazione in albergoperché son voluto venire

in tribunaleper via di una certa idea... Ah! buongiorno capitano

Robinson... Un mio amicoil capitano Robinson.'

Un emaciato patriarcacon un vestito di cotonina biancaun casco

orlato di verde sul capo tremulo di vecchiaiaci raggiunse dopo

aver attraversato la strada con un trottellerino strascicato; e si

fermòcon le due mani appoggiate sul manico dell'ombrello. Una

barba bianca striata d'ambra gli scendeva a bioccoli fino alla

vita. Sbatté le palpebre rugose guardandomi con aria sperduta.

'Come sta? come sta?' cinguettò amabilmentee barcollò. 'Un po'

sordo' mi confidò Chester. 'E lei se lo è strascinato dietro per

seimila miglia per comprare un piroscafo a buon mercato?'

domandai. 'Gli avrei fatto fare due volte il giro del mondo

soltanto perché ci desse un'occhiata' rispose Chester con una

straordinaria energia. 'Quel vapore sarà la nostra fortunacaro

mio. E' forse colpa mia se tutti i capitani e armatori della mia

benedetta Australasia non sono che dei maledetti imbecilli? Una

volta ci persi tre ore a parlare con uno a Auckland. - Mandi una

nave -gli dissi- mandi una nave. Le do metà del primo carico

gratis et amore Dei... per nienteregalo: solo per cominciare. -

Dice lui: - Ma neanche se non avessi altro posto al mondo da

mandarci una nave. - Quell'asino calzato e vestitocapisce?

Scoglicorrentiniente baie riparateroccia a strapiombo nel

punto di ancoraggionessuna compagnia d'assicurazione che voglia

correre un rischio similenon vedeva come si sarebbe potuto fare

il carico in meno di tre anni... Asino. Quasi quasi mi ci

inginocchiavo davanti. - Ma guardi la cosa esattamente com'è -

dissi. - Macché scogli e cicloni del diavolo. La guardi com'è. C'è

guano laggiùroba che i piantatori di zucchero del Queensland ci

farebbero a botte... a botte sulla banchinaglie lo dico io... -

Che si può combinare con un imbecille?... - Questo è uno dei suoi

scherzettiChester- dice... Scherzetti! Mi sarei messo a

piangere. Lo domandi al capitano Robinsonqui... E c'era un altro

tipo di armatore - un grassone in panciotto biancoa Wellington

che pareva avesse paura di esser magari messo in mezzo. - Non so

che genere d'imbecille lei stia cercandodicema in questo

momento ho da fare. Arrivederla. - Avevo una voglia matta di

prenderlo a due mani e buttarlo fuori per la finestra del suo

ufficio. Ma non lo feci. Mi tenni dolce come un sagrestano. - Ci

pensi- dico. - Ci pensila prego. Ripasso domani. - Grugnì che

sarebbe stato 'fuori tutto il giorno'. Scendendo le scale avrei

battuto la testa contro il muro dalla rabbia. Il capitano

Robinsonquiglie lo può dire. Era una disperazione pensare a

tutto quel ben di Diofermoinutilizzatosotto al sole - roba

da mandar le canne da zucchero a bucare il cielo. La fortuna del

Queensland! La fortuna del Queensland! E a Brisbanedove andai

per un ultimo tentativomi diedero del matto. Imbecilli! L'unica

persona di buon senso capitatami fu il vetturino che mi portò in

giro. Doveva essere un pezzo grosso decaduto - positivo! Ehi!

Capitano Robinson! Si ricorda quello che le ho detto del mio

vetturino di Brisbane - eh? Quello aveva un occhio straordinario

per le cose. Vide l'affare di colpo. Era un piacere parlare con

lui. Una seradopo una giornata infernale tra gli armatorimi

sentii così a mal partito chedico: - Qui o prendo una sbornia o

impazzisco. - Ci sto - dice lui. - E subito. - Non so cos'avrei

fatto senza di lui. Ehi! Capitano Robinson!'.

Ficcò un dito nelle costole del suo socio. " Eh! eh! eh!" rise

quell'Antico guardando giù per la strada con occhio svagatoe poi

dandomi un'occhiata dubbiosa con le sue pupille tristi e opache...

'Eh! eh! eh!'... Si appoggiò con più forza sull'ombrello e abbassò

gli occhi a terra. Io - neanche a dirlo - avevo cercato varie

volte di andarmenema Chester aveva sventato ogni mio tentativo

semplicemente afferrandomi per la falda della giacca. 'Un minuto.

Ho un'idea.' 'Che è questa maledetta idea?' gridai alla fine. 'Se

crede di trascinarmici dentro...' 'Nonocaro. Troppo tardi

anche se ne morisse di voglia. Abbiamo il piroscafoormai!'

'Avete un fantasma di piroscafofeci. 'Per cominciarebasta...

non abbiamo sciocche pretesenoi. Verocapitano Robinson?' 'No!

no! no!' gracchiò il vecchio senza alzare gli occhima con tanta

risolutezza che il tremito della sua testa divenne quasi

spasmodico. 'So che lei conosce quel giovanotto' disse Chester

accennando col capo verso la strada per la quale era scomparso Jim

un bel po' prima. 'Ha mangiato con lei al Malabar ieri sera - me

l'hanno detto!'

Risposi che era vero; e quegli mi confidò che anche a lui piaceva

viver bene e con eleganzama cheper il momentodoveva spellare

il centesimo; 'non ce n'è mai abbastanzaper il nostro affare!

Verocapitano Robinson?' Poi drizzo le spallee si lisciò i

baffettimentre il famoso Robinsonal suo fianconei colpi di

tosse si attaccava più che mai al manico del suo ombrelloe

sembrava sul punto di dissolversi insensibilmente in un mucchietto

di vecchie ossa lì a terra. 'Capisceè il vecchio che ci mette i

quattrini' mormorò Chester confidenzialmente. 'Io sono rimasto a

secco nel tentativo di riparare quella maledetta caffettiera. Ma

aspetti un po'aspetti e vedrà! Si avvicina il momento buono.'

D'un tratto sembrò stupirsi dei miei segni d'impazienza. 'Oh!

canchero!' esclamò'io gli parlo dell'affare più grandioso che si

sia mai vistoe lui...' 'Ho un appuntamento' dichiarai con aria

di umile preghiera. 'E che importa?' domandò con schietta

sorpresa. 'Li faccia aspettare.' 'E': proprio quello che sto

facendo' osservai. 'Non farebbe più presto a dirmi che vuole?'

'Arrivare a comprare venti alberghi come quello' brontolò fra sé

'e anche tutti i buffoni che ci abitano... comprarli venti volte.'

Alzò la testa di scatto. 'Mi occorre quel giovanotto.' 'Non

capisco' feci. 'E' un buon da nientevero?' disse Chester con

vivacità. 'Non ne so nulla' protestai. 'Ma se me l'ha detto

proprio lei che se la prendeva tanto per quel suo guaio 'ribatté

Chester. 'Behsecondo meun tipo che... In ogni casodi scarso

valore certo; d'altra partesto cercando gentee ho per

l'appunto un lavoro adatto per lui: un impiego sulla mia isola.' E

fece col capo un cenno significativo. 'Ci sgnacco un quaranta

coolies - dovessi rapirli. Qualcuno ci ha pur da lavorare a quella

roba. Oh! intendo far le cose a modo: baracca di legnotetto di

lamieraconosco un tale a Hobart che mi accetta un effetto a sei

mesi per i materiali. Davvero. Giuro. Poi c'è la riserva d'acqua.

Devo mettermi in giro presto per trovare qualcuno che mi fornisca

su parola una dozzina di serbatoi di seconda mano. Per captare la

pioggiacapito? A lui la direzione. Lo faccio direttore generale

dei coolies. Buon'ideano? Che ne dicelei?' 'Passano anni

interi senza che caschi una goccia d'acqua a Walpole' risposi

troppo stupito per poter ridere. Si morse il labbro e parve

perplesso. 'Ohbehmi arrangerò in qualche modo- magari ci porto

una provvista d'acqua - accidenti! Non è questo il problema.'

Non risposi. Vidi come in un lampo Jim arrampicarsi per una

sassaia bruciataimmerso nel guano fino alle ginocchiacon le

orecchie intronate dagli strilli dei gabbianie la palla

incandescente del sole sopra la testa; il cielo deserto e l'oceano

deserto a perdita d'occhiofrementi di una stessa tensione

torrida. 'Neanche al mio peggior nemico...' cominciai. '"Che va

cercando?' gridò Chester; 'intendo dargli un ottimo stipendio -

voglio direappena la cosa sia ben avviatasi sa. Un incarico

facile come lasciarsi cadere da un ramo. Assolutamente niente da

fare; due pistole a sei colpi nella cintura... Non avrà mica

pauraquellodi ciò che possono fare quaranta coolies...

disarmatie lui con due pistole. Molto meglio che non sembri a

prima vista. Lei mi deve aiutare a convincerlo.' 'No!' gridai. Il

vecchio Robinson alzò un attimo la malinconia dei suoi occhi

cisposi; Chester mi guardò con un supremo disprezzo. 'Dunque lei

non glie lo vuol proporre?' disse lentamente. 'No certo' risposi

indignato come se mi avesse chiesto di aiutarlo ad assassinare

qualcuno. 'E poi sono sicuro che lui non accetterebbe. E' molto

avvilitoma non è mattoch'io sappia.' 'Non può più fare niente

al mondo' ribatté Chester ad alta voce. 'Mi andava proprio bene.

Se lei sapesse veder le cose come sonocapirebbe che è proprio

quello che fa per lui. E poi... Ma come! Ma se è l'occasione più

rarala più sicura...' Ed'un trattofuribondo: 'Ho bisogno di

un uomo. Ecco!...' Batté un piede in terracon un sorriso

antipatico. 'Comunquela mia isola garantisco che non gli si

affonderebbe sotto i piedi... e mi pare che questa sia una

circostanza di particolare valore per lui.' 'Buongiorno' dissi io

secco secco. Mi guardò come se fossi stato un assurdo imbecille...

'Bisognerà levar l'àncoracapitano Robinson' urlò a un tratto

nell'orecchio del vecchio. 'Questi citrulli di Parsee ci stanno

aspettando per concluder l'affare.' Con una stretta energica

afferrò il socio per un bracciogli fece fare un mezzo giro su se

stessoeimprovvisamentesi voltò lanciandomi un'occhiata

furbesca di sopra le sue spalle. 'Intendevo di fargli un piacere'

asserìcon un'espressione e un tono di voce che mi rimescolarono

il sangue. 'Le pare - grazie per lui' ribattei. 'Ohlei ha un

punto più del diavolo' disse a scherno; 'ma è anche lei come

tutti gli altri. Troppo nelle nuvole. Vedremo che ne saprà fare

leidi quell'individuo.' 'Non credo di volerne far nulla.'

'Davvero?' Sputacchiò; dalla rabbia gli si drizzarono i baffi

grigimentre il famoso Robinson puntellato dall'ombrello gli

stava al fianco volgendomi le spallepaziente immobile come un

esausto brocco di carrozzella. 'Io non ho trovato isole di guano'

feci. 'Sono convinto che lei non saprebbe trovarnequando anche

ce lo portassero per mano' ribatté sùbito. 'E in questo mondo

bisogna prima vederla una cosaper poterla mettere a partito.

Bisogna vederla da parte a partené più né meno.' 'E persuadere

anche gli altri a vederla' insinuai con un'occhiata alla schiena

curva che gli stava vicino. Chester grugnì. 'Gli occhi ce l'ha

buoni abbastanza... non abbia paura. Non è mica un cucciolo.' 'Oh

mai più!' dissi. 'Venga viacapitano Robinson' urlòcon una

specie di deferenza dispoticasotto alla falda del cappello del

capitano; il Terrore di Dio fece un salterello remissivo. Un

fantasma di piroscafo li aspettava; come pure la Fortuna su

quell'isola bella! Formavano una curiosa coppia di Argonauti.

Chester a passi lentiben costruitomaestoso e in aspetto di

dominatore - l'altroallampanatosmuntocadenteattaccato al

suo bracciotrascinava in affannosa fretta le cianche vizze".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 15.

"Non andai sùbito in cerca di Jim perché avevo davvero un

appuntamento a cui non potevo mancare. Poi accadde che

nell'ufficio del mio agentefossi bloccato da uno arrivato di

fresco dal Madagascar con uno schema di progetto per un affare

mirabolante. Si trattava di bestiamedi cartucce e di un tal

principe Ravonalo; ma il perno dell'intera faccenda era la

stupidità di un ammiraglio - l'Ammiraglio Pierremi pare. Tutto

convergeva lìe quel tipo non riusciva a trovare parole

abbastanza efficaci ad esprimere tutta la sua fiducia. Aveva due

occhi a globo che gli uscivano dalle orbitecon una rifrazione da

pesceforti bozze frontali e capelli lunghi tirati indietro senza

scriminatura. Aveva una sua frase favorita che ripeteva

trionfalmente: 'Il minimo rischio col massimo profitto è il mio

motto. Eh?' Mi diede il mal di capomi rovinò la colazionema mi

sfruttò a suo piacere; e appena me lo fui levato dai piedimi

diressi al mare. Trovai Jim appoggiato al parapetto della

banchina. Vicino a lui tre barcaioli indigeni che litigavano per

cinque anni facevano un baccano del diavolo. Non mi sentì

arrivarema quando lo toccai si voltò di colpo come se il lieve

contatto del mio dito avesse fatto scattare una molla. 'Guardavo'

balbettò. Non ricordo che dissicerto poche parolema si lasciò

condurre all'albergo senza difficoltà.

Mi seguì con la docilità d'un bambinettoe un'aria ubbidiente

senz'ombra di reazionequasi fosse stato lì ad aspettare ch'io

venissi a prenderlo e condurlo via. Non avrei dovuto rimanere così

sorpreso della sua docilità. In tutta la sfera del mondoche a

qualcuno sembra così grande e che altri fan mostra di considerare

alquanto più piccola di un seme di mostardaper lui non esisteva

un luogo dove avrebbe potuto - come dire? - dove avrebbe potuto

rifugiarsi. Ecco! Rifugiarsi - essere solo con la propria

solitudine. Mi camminava al fiancomolto calmoguardando un po'

qua e un po' làe una volta girò il capo per seguire con lo

sguardo un pompiere Sidiboy dalla giacca a coda di rondine e i

calzoni giallinicon un volto nero dai riflessi di seta come un

pezzo d'antracite. Stimo però che non vedesse nullain realtàe

che neppur si accorgesse sempre neanche della mia esistenza

perché se non lo avessi ora spinto un po` a sinistraora tirato

un po' a destracredo che avrebbe proseguito dritto davanti a sé

in qualsiasi direzionefinché non lo avesse fermato un muro o

qualche altro ostacolo. Lo portai in camera miae mi misi subito

a sedere per scrivere delle lettere. Era l'unico posto al mondo

(oltreforsele scogliere di Walpole: ma quelle non erano così

sotto mano) dove potesse concentrarsi in se stesso senza esser

disturbato dal resto dell'universo. Quella maledetta faccenda -

l'aveva detto lui stesso - non lo aveva reso invisibilema io mi

comportavo proprio come se lo fosse. Appena messomi a sederemi

chinai subito sul mio tavolinocome uno scriba medioevalee

tranne il movimento della pennarimasi in una ansiosa immobilità.

Non che avessi paura; ma è certo che mi tenni immobile come se

nella stanza ci fosse una presenza pericolosapronta a balzarmi

addosso al primo accenno di movimento da parte mia. Non c'era gran

che nella stanza: sapete come sono combinate le camere d'albergo -

una specie di letto a colonne sotto a una zanzarieradue o tre

sedieil tavolo al quale sedevoun pavimento nudo. Una porta a

vetri dava su una verandae Jim se ne stava in piedi di fronte a

quellain un isolamento assolutoalle prese col proprio dramma.

Calò il crepuscolo; accesi una candela con la massima parsimonia

di movimentiguardingo come se fosse un atto clandestino. Non c'è

dubbio che fosse per lui un momento difficilee anche per me

tanto chelo confessoarrivai in cuor mio a mandarlo

all'infernoo almeno alle scogliere di Walpole. Una o anche due

volte mi venne fatto di pensare chedopo tuttoChester poteva

essere davvero l'uomo adattoprovvidenzialein un disastro

simile. Quel curioso tipo d'idealista aveva trovato subito il lato

pratico della questionediciamo così. Tanto da farmi supporre

cheforselui fosse in grado sul serio di vedere il vero aspetto

di cose chea persone di minore immaginazioneapparivano

misteriose e del tutto disperate. Scrivevoscrivevo; sbrigai

tutta la corrispondenza arretrata e poi mi misi a scrivere a gente

che non aveva nessun motivo di aspettarsi da me una lettera di

chiacchiere a vuoto. Ogni tanto lo sbirciavo con la coda

dell'occhio. Ci pareva radicatolìma si vedeva che brividi

convulsi gli correvano per la schiena; a tratti scuoteva le

spalledi colpo. Lottavalottava... più che altroo almeno in

apparenzaper tirare il respiro. Le ombre massicceproiettate

tutte da una parte dalla fiamma diritta della candelasembravano

possedute da una cupa consapevolezza; il mobilio immobile pareva

al mio occhio furtivo in sospensione attenta. Mi si accendeva la

fantasia in quei miei laboriosi scarabocchi; e sebbenequando

s'interrompeva un momento lo stridore della mia pennanella

stanza succedesse un silenzio pieno e un'immobilità assoluta

tuttavia provavo quella penosa confusione mentale e quel profondo

turbamento provocati normalmente da un fragore violento e pauroso

- per esempio da una grossa burrasca in mare. Qualcuno di voi

forsesa cosa intendo dire: quel misto di ansiadi penadi

irritazione e quel filo di vigliaccheria che vi s'insinua dentro;

chepiuttosto difficile da confessaredà tuttavia un valore

speciale alla nostra forza d'animo. Non voglio farmi un merito per

aver resistito alla tensione emotiva di Jim; avevonelle mie

lettereuna diversione; potevo anche scrivere a degli

sconosciutise volevo. A un trattomentre prendevo un altro

foglio di cartasentii come un gemito sommesso: il primo suono

cheda quando eravamo chiusi insiememi fosse giunto

all'orecchio nella silenziosa penombra della stanza. Restai a capo

chinocon la mano sospesa. Chi ha mai vegliato vicino al letto di

un infermo sa che cosa sono questi suoni leggeri nel silenzio

delle ore notturnestrappati dalla sofferenza del corpodalla

stanchezza dell'anima. Spinse la porta con tanta forzache ne

rintronarono tutti i vetri: lo ascoltai uscire trattenendo il

respiro e tendendo le orecchie senza sapere che altro mi

aspettassi. Davvero se la prendeva troppo per una vuota formalità

che al rigoroso senso critico di Chester appariva di nessun peso

per chi vede le cose come sono. Una vuota formalità: un pezzo di

pergamena. Giàgià. Quell'inaccessibile banco di guanoinvece

era tutt'un'altra storia. Di questo si potevanon senza ragione

farsi una spina al cuore. Una sorda folata di voci mescolate a un

tintinnìo d'argenterie e di cristalli salì dalla sala da pranzo.

Attraverso la porta aperta l'estremo orlo di luce della mia

candela batteva fioco sulla schiena di Jim; di làera tutto buio.

Stava sul margine di una vasta oscuritàcome una figura solitaria

sulla spiaggia di un oceano disperatamente buio. In quell'oceano

c'era la scogliera di Walpole - questo sì - un puntino nella vuota

oscuritàuna festuca per un uomo che affoga. La mia compassione

per lui si concretò in questo pensiero: non avrei voluto che la

sua gente lo vedesse in quel momento. Era già una pena per me.

L'ansito non gli scuoteva più la schiena: stava lì in piedi

dritto come una frecciaappena visibile e fermo; e il significato

di quell'immobilità mi scese in fondo all'animo come piombo

nell'acquae con tanto peso che per un attimo mi augurai di tutto

cuore mi restasse un'unica cosa da fare: pagargli il funerale.

Ormai neppure la legge aveva più nulla da spartire con lui.

Seppellirlo sarebbe stato un atto di bontà così facilee così in

accordo con la saggezza della vitala quale vuole che

scancelliamo in noi ogni rievocazione delle nostre folliedelle

nostre debolezzedella nostra natura mortale: tutto ciò che può

diminuire il nostro rendimento - il ricordo dei nostri mancamenti

l'incubo dei nostri timori sempre vivii cadaveri dei nostri

amici morti. Forse davvero se la prendeva troppo. E in tal caso...

l'offerta di Chester... A questo punto presi un foglio bianco e mi

misi a scrivererisoluto. Non c'ero che io fra lui e il buio

oceano. Sentii tutta la mia responsabilità. Se avessi parlato

quel giovane lì fermoin penanon avrebbe forse fatto un salto

nel buio... per afferrarsi a una festuca? Capii come può essere

difficile talvolta uscir dal silenzio. C'è un potere magico nella

parola detta. E perché noche diavolo! Me lo domandavo con

insistenza mentre seguitavo faticosamente a scrivere. Tutto a un

tratto mi si insinuarono di sorpresa sul foglio biancoproprio

sotto la punta della pennale due figure di Chester e del suo

vetusto socionitidissime e completecol loro passo e i loro

gesticome riprodotte sullo schermo d'un qualche giocattolo

ottico. Le osservai un attimo. No! Erano troppo spettrali e

stravaganti per influire sul destino di un uomo. E una parola può

portare lontano... molto lontano... portare col tempo la

distruzionecome una pallottola nella sua traiettoria. Non dissi

nulla; e Jim era in piedilì fuoricon le spalle alla lucecome

incatenato e imbavagliato da tutti i nemici invisibili dell'uomo

senza un gesto né una parola".

 

 

 

 

CAPITOLO 16.

Giorno sarebbe venuto nel quale l'avrei visto amatostimato

ammirato; il suo nome aureolato da una leggenda di forza e di

ardimentocome se fosse stato della stoffa degli eroi. E' proprio

vero... ve lo assicuro: com'è vero che io sono qui seduto a

parlare di lui senza costrutto. Jimda parte suaaveva quel dono

di scoprireal minimo accennoil volto del suo desiderio e la

forma del suo sognodono senza il quale non ci sarebbe al mondo

né un amante ne un avventuriero. Si acquistò molto onore e una

felicità arcadica (dell'innocenza non parlo) nel "bush"e ciò

valeva per lui quanto l'onore e la felicità arcadica che altri

uomini trovano nelle strade delle città. La felicitàla

felicità... come dire?... si attinge da una tazza d'oro sotto

qualunque latitudine: il gusto ne è in noi... solo in noiche lo

possiamo rendere inebriante a volontà. Lui era tipo da berne a

fondocome potete intuire da quello che ho detto finora. Lo

ritrovaise non proprio ubriacoalquanto acceso dalle reiterate

libagioni di quell'elixir. Non lo aveva però scoperto subito.

Aveva avutocome sapeteun periodo di tirocinio in mezzo a quei

diavoli di fornitori marittimie in quel tempo aveva sofferto e

io mi ero molto preoccupato per... per - come dire? - per il mio

pupillo... Né posso dire di sentirmi tranquillo del tutto neanche

adessodopo averlo veduto in tutto il suo splendore: è proprio

questo l'ultimo ricordo rimastomi di lui: radiosodominatore

eppure in perfetto accordo col suo mondo: con la vita della

foresta e con la vita degli uomini. Confesso di esser rimasto

colpito lì per lìma devo anche confessare a me stesso che dopo

tutto quella non fu un'impressione durevole. Era protetto dal suo

isolamentoesemplare unico di una razza superiorea stretto

contatto con la naturache tiene fede con tanta liberalità a chi

l'ama. Ma non riesco a fissare davanti agli occhi l'immagine di

lui già salvo. Lo ricorderò sempre come lo vidi attraverso la

porta aperta della mia cameraquando se la prendeva tantoe

forse troppoper le naturali conseguenze della sua mancanza. Sono

contentosi capisceche un po' di bene - e anche un certo

splendore - sia risultato dai miei sforzi; ma a volte mi pare che

sarebbe stato meglioper la tranquillità del mio spiritodi non

essermi trovato tra lui e quell'offerta maledettamente generosa di

Chester. Chissà che ne avrebbe fatto la sua immaginazione

esuberantedi quell'isoletta delle Walpole - il briciolo di terra

più disperatamente abbandonato sulla faccia delle acque!

Probabilmente non ne avrei saputo mai più nullaperchévi dirò

Chesterdopo essersi fermato in un porto australiano per far

rabberciare quel suo anacronismo marittimo attrezzato a

brigantinopartì verso il Pacifico con un equipaggio di ventidue

uomini in tutto; e la sola notizia che forse poteva collegarsi al

mistero del suo destino fu di un uragano che circa un mese dopo

avrebbe investito le secche delle Walpole. Degli Argonauti mai più

neanche il segno; non una voce uscì da quel nulla. Finis! Il

Pacifico è il più discreto fra gli oceani di temperamento

turbolento; anche il gelido Antartico sa serbare un segretoma

piuttosto come lo serba una tomba.

"C'è un senso di finalità divina in tale discrezioneche noi

tutti più o meno sinceramente siamo pronti a riconoscere;

cos'altro c'è infatti di così adatto a rendere accettabile l'idea

della morte? La fine! Finis! Quella parola potente di esorcismo

che scaccia dalla casa della vita lo spettro incombente del fato.

Ecco - nonostante la testimonianza dei miei occhie le sue stesse

affermazioni calorose - quel che mi manca quando considero il

successo di Jim. Finché c'è vita c'è speranzaè vero; ma c'è

anche paura. Non che io rimpianga il mio atto; non che io voglia

far credere che ciò mi tolga il sonno la notte! ma mi si presenta

insistente l'idea che lui facesse troppo caso al suo disonore

mentre quello che importa è soltanto la colpa. Egli per me aveva

perduto - per così dire la sua limpidità. Ai miei occhi non era

limpido. E c'è da credere che non fosse limpido neanche ai suoi.

Rimanevano certe sue raffinate sensibilitài suoi raffinati

sentimentile sue aspirazioni raffinate - una specie di

sublimatodi idealizzato egoismo. Era - lasciatemelo dire - molto

raffinato; molto raffinato - e molto disgraziato. Una natura un

po' più grezza non avrebbe retto a quella tensione; sarebbe venuta

a patti con se stessa - con un sospiroun grugnito o magari con

una risata; una natura ancora più grezza sarebbe rimasta immersa

in un'ignoranza invulnerabile e del tutto priva d'interesse per

me.

Ma lui era troppo interessante o troppo disgraziato per esser

buttato ai canio anche a Chester. Me ne resi conto mentre ero

seduto col viso sul foglio e lui lottava ansimando e cercando di

riprender fiato in quel suo modo di pena segretain camera mia;

me ne resi conto vedendolo precipitarsi in veranda come per

buttarsi di sotto - ma non si buttò; me ne resi conto sempre più e

meglio tutto il tempo che rimase là fuoririschiarato appena

sullo sfondo della nottecome sul margine di un mare buio senza

speranza.

Un grave rombo improvviso mi fece alzare il capo. Sembrò rotolar

via; un subito bagliore penetrante e violento accese il volto

cieco della notte. Il barbaglio sostenuto e abbacinante sembrò

durare per un tempo infinito. Il brontolìo del tuono cresceva

mentre guardavo Jimnitido e neropiantato solido sulla riva di

un oceano di luce. Al momento di più intenso baglioresuccesse

una più fonda oscurità nell'acme del tuono; ed egli mi sparve

tutto dalla vista abbacinata come mi si fosse dissolto in atomi in

quel fragore. Passò nell'aria un fiato strepitoso; mani furibonde

sembrarono strappare arbustiagitare cime d'alberi sotto la

finestrasbattere porterompere vetri lungo tutta la facciata

dell'edificio. Jim rientròchiudendosi l'uscio alle spallee mi

trovò sempre curvo sul mio tavolo; mi prese una grandissima ansia

improvvisa per ciò che avrebbe dettoun'ansia assai vicina alla

paura. 'Posso prendere una sigaretta?' domandò. Gli spinsi la

scatola senza alzare il capo. 'Ho bisogno... ho bisogno di

fumare' borbottò. Mi sentii tutto sollevato. 'Un momento'

mormorai con cortesia. Fece un po' su e giù per la stanza. 'E'

passata' lo sentii dire. Un lontano tuono isolato arrivò dal mare

come una cannonata d'allarme. 'Il monsone ha rotto per tempo

quest'anno' osservò in tono di conversazioneda un punto alle

mie spalle. Questo mi persuase a voltarmiappena messo

l'indirizzo sull'ultima busta. Fumava avidamentenel mezzo della

stanza; e nonostante il rumore che feci muovendomicontinuò a

volgermi le spalle per un bel po'.

'Beh - me la son cavata abbastanza bene' fecegirando tutt'a un

tratto sui tacchi. 'Un po' l'ho pagata - ma non tanto. Chissà che

altro mi succederà.' Non mostrava nessuna emozione in visosolo

sembrava un po' più scuro e tesocome se avesse trattenuto il

respiro. Sorrisesi direbbedi controvogliae mentre lo

guardavo in silenzio soggiunse: '... Grazieperò... la sua

stanza... una bella comodità... per uno... a mal partito...'. La

pioggia tamburellava e scrosciava nel giardino; una grondaia

(doveva esserci un buco) faceva proprio davanti alla finestra la

parodia di un dirotto pianto con ridicoli singhiozzi e

lamentazioni gorgoglioseinterrotti da strappi di silenzio

spasmodico... 'Una specie di ricovero...' mormoròe tacque.

Il bagliore smorzato di un lampo dardeggiò attraverso la cornice

nera della finestrae svanì senza rumore. Studiavo il modo di

avvicinarmi a lui (non volevo esser respinto malamente un'altra

volta) quando abbozzò una risatina. 'Né più né meno che un

vagabondo adesso...' la cicca della sigaretta gli finiva di

bruciare tra le dita... 'senza neanche un... un...' disse

lentamente; 'eppure...'. S'interruppela pioggia cadeva con

raddoppiata violenza. 'Ha da capitareun giorno o l'altroper

forzal'occasione di recuperare ogni cosa. Per forza!' mormorò

bene scandito e con gli occhi fissi sulle mie scarpe.

Non arrivavo a capire cosa desiderava tanto di recuperare; che

cosa avesse perduto così tragicamente. Forse era cosa tanto

importante che a lui riusciva difficile anche parlarne. Uno

straccio di diploma in pergamenasecondo Chester... Alzò su di me

uno sguardo interrogativo. 'Può darsi. Se le basterà la vita'

borbottai fra i denti con un'irritazione senza motivo. 'Non ci

conti troppo.'

'Perdiana! Ho idea che ormai niente mi può far più niente' fece

in tono di cupa convinzione. 'Se questa storia non ce l'ha fatta a

mettermi a terranon c'è pericolo che ora mi manchi il tempo

per... per arrampicarmie...' Guardò per aria.

Mi balenò l'idea che è tra individui simili che si recluta il

grande esercito dei vagabondi e dei reiettil'esercito in marcia

sempre più giùsempre più giù per tutti i pantani del mondo.

Appena lasciata la mia stanzaquella 'specie di ricovero'

avrebbe preso posto nei ranghiiniziando la sua marcia verso

l'abisso senza fondo. Ioper lo menonon mi facevo illusioni; ma

ero pur sempre io checosì sicuro fino a un momento prima della

potenza delle paroleora avevo paura di parlarecosì come non si

osa muoversi per tema di perdere una presa vacillante. Proprio

quando ci troviamo di fronte alle esigenze più intime del nostro

prossimoallora ci appare chiaro quanto indecifrabilicangianti

e nebulosi siano gli esseri compartecipi con noi dello spetta olo

delle stelle e del calore solare. E' come se la solitudine fosse

una dura e assoluta condizione d'esistenza; l'involucro di carne e

sangue su cui fermiamo lo sguardo sfugge di sotto la mano tesae

rimane soltanto il capricciosoinconsolabile ed elusivo spirito

che l'occhio non può seguireche la mano non afferra. Era il

timore di perderloquello che mi teneva in silenzioperché ebbi

la sensazione immediata e stranamente precisa che se lo avessi

lasciato scivolar via nella notte non me lo sarei perdonato mai

più.

'Beh - grazie... ancora una volta. E' stato... hem...

straordinariamente... proprio non ci sono parole per...

Straordinariamente. Davvero non so perché... Temo di non riuscire

a dimostrarmi tanto grato quanto potrei se tutta questa faccenda

non mi fosse piovuta addosso in un modo così brutale. Perché in

fondo... anche lei...'. Balbettava.

'Può darsi' risposi. Aggrottò le sopracciglia.

'Siamomalgrado tuttodegli esseri responsabili.' Mi fissava

come un falco.

'E anche questo è vero' dissi.

'Beh. Ho sopportato fino in fondoe non intendo che nessuno venga

a rivedermi le bucce senza... senza... averla da fare con me.'

Strinse i pugni.

'Ha sempre da vedersela con se stesso' ribattei con un sorriso -

Dio sa se poco allegro - ma bastò perché mi guardasse con cipiglio

minaccioso.

'Questo è affar mio' disse. Un'aria di risolutezza indomita gli

si accese sul visosubito spenta come un'ombra vana e passeggera.

Un attimo dopo tornò il bambino crucciato di prima. Gettò via la

sigaretta. 'Addio' disse con l'improvvisa furia di chi si è

indugiato troppo da un lavoro urgente che lo aspetta; ma per un

paio di secondi rimase lì senza il minimo movimento. L'acquazzone

cadeva con lo scroscio pesante e continuo della corrente impetuosa

di un fiume in pienacon un fragore furibondoprepotente e senza

ritegnoche richiamava alla mente immagini di ponti crollatidi

alberi sradicatidi montagne sconvolte. Nessun uomo avrebbe

potuto affrontare il flutto colossale e turbinoso che sembrava

infrangersi e mulinare contro l'isola di pacata penombra in cui

stavamoprecariamente riparati. La grondaia forata gorgogliava

rantolavasputava e sciaguattava; odiosa parodia di nuotatore che

lotta per la vita. 'Piove' avvertii'e io...' 'Piova o splenda

il sole' cominciò deciso; ma s'interruppe e si avvicinò alla

finestra. 'Un vero diluvio' borbottò dopo un poco; appoggiò la

fronte al vetro. 'E poi è buio.'

'Sì. Molto' feci.

Girò sui tacchiattraversò la stanzaeprima che io fossi

balzato dalla seggiolina aveva già aperto la porta che dava sul

corridoio. 'Aspetti' gridai. 'Voglio che lei...'. 'Non posso mica

cenare con lei un'altra volta questa sera' esclamò con un piede

già fuori della porta. 'Non ho la più lontana intenzione di

invitarla' risposi. Allora ritrasse il piedema rimanendo con

aria sospettosa sulla soglia. Lo pregai senz'altro e con

insistenza di non fare assurdità; di tornar dentro e chiudere la

porta".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 17.

"Finalmente rientrò; ma credo che fu soprattutto per via della

pioggia; stava diluviando in quel momento con una violenza

rabbiosa che venne poi calmandosi a poco a poco mentre

discorrevamo. Si portava in modo calmo e deciso;

nell'atteggiamento di un uomo naturalmente taciturno e dominato da

un pensiero fisso. Ioprospettandogli il lato materiale della sua

situazionecon l'unico scopo di salvarlo dall'abbrutimentodalla

rovina e dalla disperazione che fanno così prestolaggiùa

riversarsi sull'uomo senza amici e senza casalo supplicai di

accettare il mio aiuto; gli portai argomenti solidi; ma ogni volta

che alzavo gli occhi su quel volto assorto e lisciocosì giovane

e serioprovavo il disagio di essergli non di aiuto ma piuttosto

di ostacoloper non so quale misteriosainesplicabile

impalpabile reazione del suo spirito ferito.

'Immagino che intenda mangiarebere e dormire sotto un tetto come

tutti' ricordo di aver detto con irritazione. 'Lei dice di non

voler neanche toccare il danaro che le è dovuto...' Fece il più

vivo gesto d'orrore di cui sia capace un individuo del suo tipo.

(Gli venivanodi pagatre settimane e cinque giorni come primo

ufficiale del Patna). 'Behcomunque è troppo poco per

occuparsene; ma che farà domani? Dove si rivolgerà? Deve pur

vivere...' 'Non è questo' commentò tra i denti. Feci finta di non

averlo uditoe continuai confutando quelli che supponevo fossero

gli scrupoli di una eccessiva delicatezza. 'Lei deve comunque

permettermi d'aiutarla' conclusi. 'Non si può' rispose con molta

semplicità e dolcezzaseguendo una sua idea profondache potevo

intravvedere come uno specchio d'acqua nel buioma senza speranza

di poter mai tanto avvicinarmi ad esso da riuscire a sondarne la

profondità. Considerai la sua ben proporzionata struttura. 'Ad

ogni modo' feci'posso aiutarla per quel che di lei è

l'esteriore. Non pretendo arrivare più in là.' Scosse il capo

senza guardarmiincredulo. Mi sentii le fiamme al viso. 'Posso!

posso!' insistei. 'E posso fare forse anche di più. Già lo sto

facendo. Io le faccio credito...' 'I quattrini...' cominciò a

dire. 'Parola miameriterebbe che io la mandassi al diavolo'

esclamaisforzandomi di apparire molto indignato. Sorrise

perplesso; io cercai di sfruttare quel vantaggio iniziale. 'Non si

tratta di quattrini. Affatto! Lei è troppo superficiale' dissi (e

pensavo tra me: Piglia su! chein fondoè forse proprio così).

'Guardi: questa è una lettera che voglio consegnarle. Ho scritto a

una persona a cui non ho mai chiesto un favore; e ho parlato di

lei in termini che non si osa adoperare se non scrivendo di un

amico molto intimo. Mi assumo a suo riguardo tutte le

responsabilità; senza riserve. Ecco che sto facendo io per lei. E

in realtàse lei volesse riflettere un momento sul significato di

questo mio atto...'

Alzò il capo. L'acquazzone era passato; solo dalla grondaia

seguitava uno stillicidio di lagrime ridicole lìfuori della

finestra. Nella stanza tutto era tranquillocon quelle zone

d'ombra addensata negli angolilontano dalla fiamma della candela

dritta e ferma come un pugnale; e il suo voltoa poco a poco

apparve soffuso d'un tenue riflesso di pallida lucecome se fosse

già spuntata l'alba.

'Perdiana!' sospirò. 'Un gesto veramente nobile il suo...'

Se mi avesse lì per lì mostrato a scherno la linguanon mi sarei

sentito più mortificato. Pensai fra me: mi sta bene a fare il

moralista a collotorto... Mi fissava in faccia con occhi accesi

ma non d'ironia. Poitutto a un trattosi riscossepreso da una

improvvisa agitazione spasmodicacome una marionetta mossa dai

suoi fili. Alzò le bracciapoi le riabbassò con rumore. Divenne

un altr'uomo. 'E non l'avevo capito' gridòmordendosi il labbro

e aggrottando le sopracciglia. 'Che asino sono stato' aggiunse

lento e sbigottito. 'Lei è un asso!' gridò con voce rotta: e mi

afferrò la mano come se l'avesse scoperto allora allorae subito

me la lasciò. 'Ma come! se proprio questo io... lei... io...'

balbettò; poitornando al suo primo atteggiamento stolidovorrei

dire mulescoriprese a stento: 'Ma ora sarei una bestia se...'

Qui parve gli si spezzasse la voce. 'Sìsì; va bene' dissi. Mi

aveva un po' scombussolato questa piena di sentimentida cui

traspariva uno strano giubilo. Involontariamente avevoper così

diretirato i fili giustisenza conoscere la meccanica del

giocattolo. 'Ora devo andare' disse. 'Perdio! Lei mi ha aiutato

sul serio! Non sto più nei panni. Proprio quello che...'

Proprio quello - sicuro! questo era il punto. Dieci contro uno

che l'avevo salvato da morir di fame - quella particolare sorta di

fame che quasi invariabilmente si associa all'ubriachezza. Ecco

tutto. Non faceva ombra di dubbio in proposito; maosservandolo

mi permisi di domandare a me stesso che sorta di miraggio fosse

quello che negli ultimi tre minuti gli si era evidentemente creato

dentro. Lo avevo costretto ad accettare un piano per tirare

avanticon qualche decenzain quella cosa seria che e la vita;

per procurarsi anche lui da mangiare e da bere e un asilo come

tutti; mentre il suo spirito feritocome un uccello con un'ala

rottasi sarebbe infrattato a salti e sbalzi in qualche buco a

morir d'inediain silenzio. Quel che l'aveva spinto ad accettare

erain ultima analisiuna cosa da nulla: e invecemiracolo! per

il modo come l'aveva accettataora essa ci dominavanella

incerta luce della candelacome un'ombra enormeindistinta e

forse minacciosa. 'Non faccia caso se non so trovare le parole

adatte' esclamò. 'Ma non ci sono parole che bastino. Già ieri

sera lei mi ha fatto un bene incalcolabile standomi a sentire...

capisce? Le do la mia parola che ho sentito più di una volta

scoppiarmi il cervello...' Si slanciò - proprio si slanciò - da un

punto all'altro della stanza; si infilò le mani in tasca d'un

trattoe le tirò di nuovo fuori; si buttò il berretto in testa.

Non riuscivo a immaginare che avesse in corpo da essere così

arioso e vivace. Dava l'idea di una foglia secca presa in un

mulinelloe intanto un'apprensione misteriosaun gravame di

oscuri dubbi mi inchiodava sulla sedia. Rimase fermo impietrito

come folgorato da una sùbita illuminazione. 'Lei mi ha ridato

fiducia' dichiarò senza enfasi. 'Ohper amor di Diofigliolo...

basta così!' lo supplicaicome se mi avesse offeso. 'Va bene: non

dirò più niente - né ora né mai. Però lei non può impedirmi di

pensare... che... Non fa niente!... Vedrà... vedrà...' Corse alla

portasostò un attimo a testa bassatornò indietro con passo

risoluto. 'Ho sempre pensato se un uomo non potrebbe ricominciare

da capoa pagina bianca... e ora lei... fino a un certo punto...

sì... pagina bianca.' Gli feci un saluto con la manoe lui uscì

senza voltarsi; il suono dei suoi passi a poco a poco si spense di

là dalla porta chiusa - il passo sicuro di un uomo che procede

nella luce piena del sole.

Ma iorimasto solo con la mia candela solitariaio mi trovavo

per contro in pieno buio. Non ero più tanto giovane da scoprire a

ogni svolta il magnifico splendore che guida i nostri passi

perduti verso il bene o il male. Sorrisi al pensiero chedopo

tuttodi noi dueera lui che possedeva la luce. E mi sentii

triste. Una pagina bianca aveva dettoeh? Come se la parola

iniziale nel destino di ciascuno di noi non fosse incisa a lettere

indelebili sul vivo di una roccia!".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 18.

"Sei mesi dopo ricevetti una lettera dal mio amico. Era costui uno

scapolo su per giù di mezza etàcinicoin fama d'eccentrico

proprietario di un mulino da riso. Dal calore della mia

raccomandazioneaveva stimato che la cosa mi stesse a cuoree

perciò nello scrivermi si diffuse alquanto sulle dotipacatema

efficacidi Jim. 'Non essendo riuscito a trovarmi in cuore più

che una rassegnata sopportazione di fronte a tutti gli altri

esemplari della razza umanaho vissuto finora solitario in una

casa che anche in questo clima torrido potrebbe considerarsi

troppo grande per una persona sola. Me lo sono preso in casa tempo

fa: ea quanto parenon è stato uno sbaglio.' Mi domandavo

leggendo questa letterase il mio amico si fosse scovato in

cuoremeglio che un sentimento di tolleranza verso Jimil

preannuncio di una vera simpatia. E si esprimeva in un modo tutto

personale. Punto primoJim si conservava fresco in quel clima.

'Se fosse una ragazza' scriveva il mio amico'si potrebbe dire

che fiorisce - fiorisce quieto quieto come una violettanon come

uno dei nostri roboanti fiori tropicali.' Da sei settimane abitava

in casa suae non si era ancora spinto a dargli una manata sulla

schienao a chiamarlo 'vecchio mio' o a dargli la sensazione di

considerarlo un annoso fossile. Non aveva il vizio di

chiacchierareproprio dei giovani. Era di buon caratteredi

poche parolenon troppo intelligente 'se Dio vuole' - scriveva il

mio amico. Abbastanza peròda apprezzare tranquillamente le

arguzie dell'ospite che a sua volta era molto rallegrato

dall'ingenuità del ragazzo. 'Ha ancora addosso la rugiadae da

quando ho avuto la buona idea di dargli una stanza in casa mia e

tenermelo a tavola mi par di rinverdire. L'altro giorno si è messo

in testa di attraversare tutta la stanza solo per aprirmi una

porta; e questo mi ha fatto sentire in accordo con l'umanità; che

da anni non mi capitava. Buffono? Non mi sfugge che qualche

mistero sotto ci ha da essere; qualche brutto piccolo guaio - di

cui tu sei al corrente - ma se anche si tratta di cosa

riprovevolecon un po' di buona volontà credo che si possa

passarci sopra. Per parte miaconfesso che non riesco a

immaginarlo reo se nontutt'al piùdi aver rubato della frutta

in un orto. Si tratta davvero di cosa molto più grave? Me ne

avresti forse dovuto parlare: ma da tanto tempo siamo diventati

santinoi dueche devi esserti scordato che i nostri peccatial

tempo nostroli abbiamo fatti anche noi. Può darsi che un giorno

te lo abbia da chiederee allora bisognerà che tu mi risponda.

Non voglio interrogarlo io direttamente finché non ho almeno

un'idea di quel che si tratta. E poiè ancora troppo presto.

Lasciamolo aprirmi la porta qualche altra volta...' Così il mio

amico. Ero soddisfatto per tre ragioni per la buona riuscita di

Jimper il tono della letteraper la mia perspicacia.

Evidentemente avevo agito con criterio; avevo studiato a fondo i

caratteri delle persone; e così via. E se ne fosse venuto fuori

qualche risultato inatteso e meraviglioso? Quella serasteso su

una sdraia all'ombra del mio tendone di poppa (ero nel porto di

Hong-Kong)posai in onore di Jim la prima pietra d'un castello in

aria.

In seguitodi ritorno da un viaggetto nel nordtrovai tra la

posta in giacenza un'altra lettera del mio amico. L'apersi per

prima: 'Posate non ne mancanoa quanto pare' diceva la prima

riga; 'e non mi son curato di farne la verificaperché non mi

importa molto. Se n'è andatolasciandomi sulla tavola da pranzo

un bigliettino di scuse convenzionaliche denota o stupidità o

mancanza di cuore. Probabilmente tutt'e due le cose insiemeper

me è lo stesso. Permettimi di dirticasomai tu avessi in serbo

qualche altro giovinotto misteriosoche ho chiuso bottega

definitivamente e per sempre. Sarà stata la mia ultima

eccentricità. Non devi credere che me ne importi un fico secco; ma

ha lasciato molti rimpianti sui campi di tennisenel mio stesso

interesseho dovuto raccontare una storia plausibile al

circolo...'. Misi la lettera da parte e mi posi a frugare fra le

altre ammucchiate sul mio tavolinofinché mi capitò sott'occhio

la calligrafia di Jim. Lo credereste? Un caso su cento! Ma è

sempre quel centesimo caso che càpita! Il secondo macchinista del

Patnaquel mezz'uomoera saltato fuori in condizioni più o meno

disperateed aveva ottenuto l'incarico temporaneo di sorvegliante

al macchinario del mulino. 'Non potevo sopportare la confidenza

che si pigliava quell'animale' scriveva Jim da un porto di mare a

settecento miglia più a sud del luogo dove avrebbe dovuto essere a

far vita da re. 'Per il momento lavoro da Egström e Blake

fornitori marittimicome... ecco... galoppinoa dirla com'è. Per

le referenzeho dato il suo nomeche naturalmente conoscono; e

se lei volesse mettere una buona parolail mio impiego potrebbe

diventare stabile.' Ero rimasto schiacciato sotto le rovine del

mio castello manaturalmentescrissi quanto mi veniva richiesto.

Prima della fine dell'annoil mio nuovo ingaggio mi portò da

quelle partie così ebbi occasione di vederlo.

Lavorava ancora per Egström e Blakee c'incontrammo nel

'salottino' come chiamavano una stanzetta che dava sul magazzino.

Tornava da una nave appena attraccatae mi affrontò a fronte

bassapronto a battagliare. 'Che ha da dire a sua difesa?'

cominciaiappena ci fummo stretti la mano. 'Quello che le ho

scrittoniente di più' dissein tono scontroso. 'Quello ha

chiacchierato... o che cosa?' domandai. Alzò gli occhi

guardandomicon un sorriso turbato. 'Oh no! chiacchierato no. Ma

ne aveva fatto una specie di legame confidenziale tra noi.

Prendeva una maledetta aria di mistero ogni volta che io andavo al

mulino; mi strizzava l'occhio molto compuntocome per dire: NOI

SAPPIAMO QUEL CHE SAPPIAMO. E poisempre con un maledetto

servilismo e una familiarità... ecceteraeccetera.' Si lasciò

andare su una seggiola con lo sguardo fisso sulle sue gambe. 'Un

giorno ci capitò di ritrovarci solie quell'individuo ebbe la

faccia di dirmi: - Behsignor Giacomo - (lì mi chiamavano tutti

signor Giacomocome fossi il figlio del padrone) - eccoci un

altra volta insieme. Meglio qui che su quel ferrovecchiono? Non

era orribile? Lo guardaie lui prese un'aria furba. Niente

paurasignor Giacomo- dice. - Riconosco un gentiluomo a colpo

d'occhioe so come un gentiluomo la intende. Speroquindiche

lei mi terrà a questo posto. L'ho passata brutta anch'io per via

di quella vecchia maledetta storia del Patna. Perdiana! era

spaventoso. Non so che avrei detto o fatto se in quel momento non

avessi sentito dal corridoio la voce del signor Denver che mi

chiamava. Era ora di pranzo; attraversammo insieme il cortile e il

giardino per entrare nel bungalow. Cominciò a stuzzicarmicol suo

modo così pieno di bontà... credo che mi volesse bene...'

Jim rimase un po' in silenzio.

'Lo so che mi voleva bene: e proprio per questo mi sentivo tanto a

disagio. Un uomo così straordinario!... Quella mattina mi prese

sotto braccio... Anche lui mi trattava con familiarità.' Scoppiò

in una risata secca e piegò il mento sul petto. 'Bah! Ricordavo le

parole e il modo di quello schifoso vermiciattolo' riprese a un

tratto con voce tesa'e mi ribellai all'idea che io... Lei lo

sa...' Annuii col capo. 'Più che un padre' esclamò; poi abbassò

la voce. 'Dovevo dirgli tutto. Così non si poteva seguitareno?'

'Beh?' mormoraidopo un momento di attesa. 'Ho preferito

andarmene' rispose lento; 'questa faccenda bisogna seppellirla.'

Sentivamo Blake in negozio scaricare una volata d'improperi contro

Egström con grandi strilli e berci. Erano soci da molti anni. E

ogni giornodall'apertura del negozio fino all'ultimo minuto

prima della chiusurasi sentiva Blakeun omino dai capelli lisci

liscinerissimie due occhietti tondiscontentistrapazzare

cosìsenza posail suo sociocon una specie di furia astiosa e

lagnosa. Il frastuono di quelle eterne scenate faceva parte

dell'ambiente con tutto il resto della mobilia; i forestieri

imparavano anche loro molto presto a non farci più caso e si

limitavano a borbottare qualche volta: 'Accidenti!' o ad alzarsi

di colpo dalla sedia per chiudere la porta del 'salottino'.

Intanto Egströmuno scandinavo massicciodalle ossa a fior di

pellee due immensi scopettoni biondiseguitava indaffarato a

dar ordini ai suoi dipendentia registrar pacchia preparar

conti o a scrivere lettere su un alto bancone in negozio

comportandosi insomma in mezzo a quell'ira di Dio come se fosse

sordo spaccato. A trattie per scarico di coscienzalanciava un

'Sshh!' che non producevané intendeva produrreil minimo

effetto. 'Mi trattano molto benequi' fece Jim. 'Blake è una

canagliettama Egström è in gamba.' Balzò in piedie

avvicinandosi al treppiede che sosteneva il telescopio puntato

alla finestra verso la baiavi applicò un occhio. 'Ecco la nave

rimasta in panne stamani al largo e che ha trovato alla fine una

bava di vento per entrare' osservò tranquillamente. 'Devo andare

a bordo.' Ci stringemmo la mano in silenzioe si avviò per

uscire. 'Jim!' esclamai. Si volse con la mano sulla maniglia.

'Lei... lei ha buttato via qualcosa come una fortuna.'

Riattraversò tutta la stanza e mi si avvicinò. 'Un così

straordinario vecchio...' fece. 'Come potevo? Come potevo?' Gli

tremavano le labbra. 'Quinon ha importanza.' 'Oh! che... che...'

cercavo la parola adattama prima che arrivassi a rendermi conto

che non c'era un epiteto confacenteJim se n'era andato. Udii da

fuori la voce profonda e dolce di Egström che diceva allegramente:

'E' il Sara W. GrangerJimmy. Devi far di tutto per trovarti a

bordo prima di tutti' e subito interloquì Blakestrillando come

un pappagallo infuriato. 'Di' al capitano che abbiamo posta per

luiqui. Vedrai che viene subito. Capitosignor Come-ti-chiami?'

E la risposta di Jim a Egström con un che di fanciullesco nel

tono. 'Va bene. Si va in regata!' Sembrava consolarsi della

miseria di quel mestiere prendendolo dal lato marinaresco.

Non lo vidi più in quel mio viaggioma durante il seguente (avevo

un contratto di sei mesi) tornai all'emporio. A dieci metri

dall'ingresso mi arrivò all'orecchio il blaterare di Blakeil

qualequando fui entratomi lanciò un'occhiata piena di uno

scoramento totale; Egströmtutto sorrisiavanzòtendendomi una

grande mano ossuta. 'Molto lieto di vederlacapitano... Sshh...

Lo dicevo io che doveva esser in via di ricapitare da queste

parti. Come dicesignore?... Sshh... Ah! quello lì! Se n'è

andato. Si accomodi in salottino.'... Richiuso l'usciola voce

stridula di Blake arrivò alquanto smorzatacome di uno che

facesse sfoghi disperati in mezzo al deserto... 'Ci ha messo in un

grosso impiccioanche. Si è comportato male con noise l'ho da

dire...' 'Dov'è andato? Lo sa?' domandai. 'No. A lui era inutile

chiederlo' rispose Egströmrimasto in piedi davanti a mecon i

suoi scopettoniservizievolele braccia goffe lungo i fianchie

l'esile catenina d'argento dell'orologio attaccata molto in basso

su un panciotto di lana blu tutto ciancicato. 'Un uomo così non ha

mai una particolare direzione.' La notizia mi rattristava troppo

per lasciarmi la voglia di farmi spiegare questa sua teoria; egli

proseguì: 'E' partito... vediamo un poco... proprio il giorno che

riparò qui in porto un piroscafo con dei pellegrini di ritorno dal

Mar Rossoche aveva perso due pale dell'elica. Giusto tre

settimane oggi.' 'Non si parlòper casodella faccenda del

Patna?' domandaitemendo il peggio. Trasalì e mi guardò come se

fossi un mago. 'Ma sì! Come fa a saperlo? Se ne parlò proprio qui:

un paio di capitaniil direttore dell'officina Vanlo al porto

altri due o tre e io. C'era anche Jimche faceva colazione con

panini imbottiti e un bicchiere di birra; quando abbiamo molto da

fare - capiscecapitano - non c'è tempo per un vero pasto.

Mangiava in piedi a questo tavolinoe noialtri intorno al

telescopio a guardar entrare il piroscafo. Dopo un po' il

direttore della Vanlo cominciò a parlare del capo macchinista del

Patna; gli aveva fatto certe riparazioni una volta; da questo

passò a raccontarci di quella naveche era una vecchia carcassa

e quanto danaro ne avevan ricavato. Gli capitò d'accennare al suo

ultimo viaggioe allora interloquimmo tutti. Chi disse una cosa

chi un'altra - non gran che - cose che lei o chiunque altro

potrebbe dire; e ci fu qualche risata. Il capitano O'Brien del

Sara W. Grangerun vecchio grossorumorosocol bastone - che

ascoltava seduto su questa poltrona quitutto a un tratto batte

col bastone per terra e ruggisce: Vigliacconi!... - Ci fece

sobbalzare tutti. Il direttore della Vanlo ci fa l'occhietto e

chiede: - Che succedecapitano O'Brien? - Che succede? Che

succede? - cominciò a gridare il vecchio; - che c'è da ridere

pezzi di pellirossa? Non c'è niente da ridere. E' una vergogna per

il genere umanoecco cos'è. Mi vergognerei di farmi vedere nella

stessa stanza con uno di quegli uomini. Sissignore! - Pareva

avesse preso di mira proprio mee dovetti rispondere per

educazione: Vigliacconi! dissi- certocapitano O'Brien: e

neanch'io li riceverei qui dentro: dunque leiquipuò star

tranquillocapitano O'Brien. Prenda una bibita fresca -. - Al

diavolo le sue bibiteEgströmdisse sbattendo le palpebre-

quando mi va di bere qualcosaso gridare da me che me la portino.

Vi pianto. Ci puzza qua dentroadesso -. A queste parole tutti

scoppiarono a rideree se ne andarono dietro al vecchio. E

allorasignorequel dannato di Jim posò il panino che aveva in

mano e fece il giro del tavolino per appressarsi a me; e lasciò lì

il suo bicchiere di birra ancora pieno fino all'orlo. - Me ne

vadodice... cosìpreciso. - Non è ancora l'una e mezzo-

faccio io; - puoi farti una fumatinaprima. - Credevo dicesse che

era l'ora di andare al lavoro. Quando capii la sua vera

intenzionemi caddero le braccia... così! Non si trova tutti i

giorni un uomo come quellosasignore; un vero diavolo per

portare una barca a vela; pronto a far miglia e miglia di mare con

qualunque tempo per andare incontro alle navi. Più d'una volta è

successo che qualche capitano mi entrasse qui pieno di meraviglia

e la prima cosa che diceva era: - Un bel matto quel suo

commissionario di bordoEgström. Stavo cercando la rotta per il

portoapprofittando dell'ultima luce del giornoe interzarolato

strettoquando mi sbuca dalla nebbia come una frecciapropria

sulla mia rotta di pruauna barca mezza abboccata d'acquacon

gli schizzi che le arrivavano a riva dell'alberodue negri

spaventatissimi sui pagliolie un diavolo al timone che urla:

Ehi! Ehi! Ohè della nave! Ohè! Capitano! Ehi! Ehi! Quil'uomo di

Egström e Blake: il primo a passarvi parola! Ehi! Ehi! Egström e

Blake! Olà! Ehi! - Via! un calcio ai negri - molla i terzaroli -

arriva una raffica - ci fila davanti urlando e berciando di

mollare a vento che mi avrebbe pilotato lui fino in porto - un

demonio più che un uomo. Non ho mai visto in vita mia portare una

barca così. E non aveva mica bevutovero? Un ragazzo così

tranquillo quando fu a bordoeducatocapace di arrossire come

una ragazza... - Le dicocapitano Marlowche nessuno poteva

vincerci con le navi in arrivoquando in mare c'era Jim. Gli

altri fornitori marittimi era bazza se riuscivano a conservarsi i

vecchi clientie...'

Egström parve sopraffatto dall'emozione.

'Behsignore - non ci avrebbe pensato né poco né tanto a farsi

cento miglia al largo su una scarpa vecchia per guadagnare una

nave alla nostra ditta. Se si fosse trattato di un commercio suo

ancora tutto da impiantaresotto questo riguardo non avrebbe

potuto fare di più. E ora... tutto a un tratto... ecco! Penso io

tra me: Oho!... un piccolo aumento - sta qui la questione eh?

Benissimo - dico- inutile far tante storie con meJimmy. Basta

la cifra. Di' tu... Qualunque sommase di ragione.- Mi guarda

come se cercasse d'ingoiare qualcosa rimastagli in gola. Devo

andarmene da qui -. - Che scherzo stupido è questo? domando.

Scosse il capogli si leggeva negli occhi che se n'era già bell'e

andatosignore. Allora lo presi di petto e glie ne dissi di cotte

e di crude. - Che cosa ti fa scappar via? domando. Chi ti ha fatto

torto? Chi ti ha minacciato? Non hai più cervello di un topo:

quellida una nave buona non se ne vanno. Dove credi di trovare

un posto migliore?... pezzo di questo e di quest'altro. - Lo

ridussi come un cencioglie lo dico io. - La nostra ditta non

andrà a fondo lo stesso- dico. Fece un gran salto. - Addio-

dicesalutandomi con un cenno del capocome un gran signore; -

Lei è un buon uomoEgström. E io le do la mia parola che se

conoscesse la mia condizionenon avrebbe più tanta voglia di

trattenermi -. - Questa è la più grossa bugia che tu abbia mai

detto- dico io. - So io che pensare. - Mi aveva talmente fatto

andare in bestiache dovetti mettermi a ridere. - Non puoi

davvero fermarti nemmeno tanto da finirti questo bicchiere di

birradisgraziato? - Non so co sa gli successe; sembrava che non

riuscisse più a trovare la porta; una cosa buffale assicuro

capitano. La birra me la bevvi io. Behse hai tanta furiabevo

io alla tua buona fortunadico; solosenti a mese continui di

questo passoti accorgerai presto che il mondo non è abbastanza

grande per contenertiecco. - Mi diede un'occhiata torvae

scappò con una faccia da far paura ai bambini.'

Egström sbuffò con amarezzalisciandosi uno dei basettoni

rossiccicon le dita nodose. 'Non mi è mai più riuscitodopodi

trovare un uomo che valesse un soldo. Tutto a rotoliqui. Ma lei

se è lecitodove l'ha conosciutocapitano?'

'Era secondo sul Patna durante quella famosa traversata' risposi

sentendo che gli dovevo una spiegazione. Egström rimase un po'

immobilecon le dita immerse nel pelame degli scopettoni; poi

esplose. 'E che diavolo può importare questo? A chi?' 'Forse a

nessuno' cominciai... 'E chi diavolo crede di esserequello

comunqueper prendersela in questo modo?' A un tratto si ficcò in

bocca il basettone sinistro e prese un'aria stupita. 'Perdiana!'

esclamò. 'Glie l'ho ben detto che la terra non sarebbe bastata

alle sue giravolte!'".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 19.

"Vi ho raccontato per esteso questi due soli episodiche mostrano

lo stato d'animo di lui in quel periodo della sua vita: ma ce ne

furono molti altri del genere; quanti ne potrei contare sulle dita

delle mani e anche più; tutti con lo stesso segno di un così alto

scrupolo morale da rendere profonda e commovente anche la loro

futilità. Gettare via il proprio pane quotidiano per aver mano

libera nella lotta contro un fantasma sarà magari un atto di

eroismo banale. Altri l'hanno fatto prima di lui (ma noi sappiamo

troppo bene - noi che abbiamo vissuto - come non sia l'ossessione

spiritualema la fame fisica a creare i proscritti): sempre

applaudita la loro meritoria pazzia dagli uomini che mangianoe

intendono continuare a mangiare ogni giorno. Davvero disgraziato

il povero Jimchecon tutta la sua temerarietà non riusciva a

liberarsi da quell'ombra: sul suo coraggio persisteva sempre un

dubbio. La verità èforseche non ci si libera dallo spettro di

un fatto materiale. Lo si può affrontare o sfuggire - e mi è

capitato d'incontrare un tipo o due che sapevano dare

eventualmente una strizzatina d'occhio al loro fantasma familiare.

Jim non era davvero tipo da fargli l'occhietto; io però non sono

mai riuscito a decifrare se si comportava così con l intenzione di

fuggire il suo spettro o d'affrontarlo.

Tutti i miei sforzi di perspicacia mi portavano soltanto alla

conclusione checome sempre nella complessità delle nostre

azionil'ombra di differenza era troppo sfumata per riuscire a

coglierla. Quella di Jim poteva essere una fuga come poteva essere

una maniera di combattere. Il volgo vedeva Jim come l'immagine di

un sasso che seguita a rotolar giù; cioè dal suo lato più buffo:

dopo un certo tempo divenne infatti notissimoaddirittura famoso

nel cerchio dei suoi vagabondaggi (che aveva un diametro di

mettiamotremila miglia) allo stesso modo come un tipo strambo è

conosciuto nel suo circondario. Per esempio a Bangkokdove trovò

lavoro presso i fratelli Yuckeenoleggiatori e mercanti di teck

era quasi commovente vederlo andare in giro lungo il fiume sotto

la canicolatenendosi stretto dentro il suo segretoconosciuto

ormai fino alle più lontane capanne del retroterra. Schombergil

direttore dell'albergo dove alloggiavaun irsuto Alsaziano che

con quell'aria virile era un inesauribile divulgatore di tutte le

chiacchiere e scandali localipropinava regolarmentegomiti sul

tavolinouna versione infiorettata della storia di Jim a tutti i

clienti propensi ad ingerire un po' di notizie insieme ai liquori

più costosi. 'Ebadiil più simpatico ragazzo che si possa

incontrare' concludeva generosamente; 'proprio un uomo

superiore.' E' tutto a favore della folla eterogenea di clienti

dello stabilimento di Schombergil fatto che Jim riuscisse a

reggere a Bankok per sei mesi buoni. Notai che la gentesenza

conoscerlo affattogli si affezionava come a un caro bambino.

Nonostante i suoi modi riservatiil suo aspetto fisicoi suoi

capellii suoi occhiil suo sorrisogli creavano amicizie

dovunque capitasse. E poi non era affatto uno sciocco. Udii

Siegmund Yucker (oriundo svizzero: un mite uomoconsumato da una

feroce dispepsiazoppo sconciatoche la testa gli tracciava un

quarto di cerchio a ogni passo) dichiarare con ammirazione che

per essere così giovaneera 'di grande gabacità' come se fosse un

caso di semplice capienza cubica. 'Perché non mandarlo

nell'interno?' suggerii con ansiasapendo che i fratelli Yucker

possedevano certe concessioni e foreste nel retroterra. 'Se ha

capacitàcome lei dicefarà presto a impratichirsi. Ha un fisico

molto robustouna salute di ferro.' 'Ah! E' una gran cosa in

questo paese non soffrire di tispepsia' sospirò il povero Yucker

con invidiadandosi un'occhiata di sfuggita alla cavità dello

stomaco. Lo lasciai lìassorto a tamburellare sulla scrivania

borbottando: 'Es ist eine Idee. Es ist eine Idee.'

Disgraziatamenteproprio quella sera accadde nell'albergo una

scena incresciosa.

Non per farne troppo un carico a Jimma fu senz'altro un caso

molto sgradevole: una delle solite squallide risse da bar; e

l'avversario era un Danese strabicoche nel biglietto da visita

sotto un nome bastardosi spacciava per 'primo tenente della

Regia Marina Siamese.' Costui era una vera schiappa al biliardo

ma naturalmentedi perdere non l'intendeva. Aveva la sbornia

cattivasicché alla sesta partita perse le staffe e si permise

qualche frase di scherno contro Jim. I più dei presenti non lo

avevano udito; quei pochi che avevano inteso se lo scordarono in

fretta per lo spavento di quel che ne seguì immediatamente. Fu una

fortuna per il Danese quella di saper nuotareperché il locale

dava su una veranda a picco sul Menam che scorreva di sotto

larghissimo e nero. Una barca di Cinesidiretti molto

probabilmente a qualche impresa ladrescaripescò l'ufficiale del

Re del Siame Jim mi arrivò a bordo verso mezzanotte senza

cappello. 'Sembrava che lo sapessero tuttinel locale' disse

quasi ansimando ancora per la baruffa. In via di principio era

piuttosto pentito dell'accadutobenchénella speciesecondo

luinon rimaneva altro da fare. Soprattutto lo aveva atterrito la

scoperta che era noto a tutti il segreto che gli pesava addosso

come se lo fosse portato in giro sempre bene in vista.

Naturalmenteora doveva andarsene anche di lì. Tutti lo

accusarono di violenza brutalecosì poco opportuna per un uomo

nella sua situazione delicata; alcuni sostenevano che in quel

momento era ubriaco fradicio; altri gli rinfacciavano la sua

mancanza di tatto. Perfino Schomberg ne fu molto seccato. 'E' un

giovanotto molto simpatico' mi disse con una punta di polemica

'ma anche il tenente è un tipo di prim'ordine. Cena ogni sera alla

mia table d'hôtesa. E mi hanno rotto una stecca di biliardo.

Queste cose non le posso permettere. La mattina dopo sono andato

per tempo a far le mie scuse al tenentee per parte mia credo

d'aver appianato le cose; ma pensi un po'capitanose tutti si

mettessero a fare di questi giochetti! E se quell'altro affogava?

Senza contare che qui non si tratta mica di fare un salto nella

strada accanto per ricomprarmi una stecca nuova. Devo ordinarla in

Europa. Nono! Un carattere simile non va!...' L'argomento gli

bruciava forte.

Questo fu l'incidente più grave di tutta la sua... la sua

ritirata. Nessuno più di me era nel caso di rammaricarsene;

perchése qualcuno nel sentirlo nominare aveva potuto dire: 'Ah

sì! lo conosco. E' venuto a sbatter la testa anche da queste parti

per un bel po'' - egli era tuttavia riuscito fino a quel momento a

tirar avanti senza troppe botte e ammaccature. Quest'ultima

faccendainvecemi seccò sul serioperché se la sua squisita

suscettibilità arrivava al punto di trascinarlo a risse da

bettolaallora avrebbe perduto quella sua nomèa di baggiano

innocuoanche se un po' pesanteacquistandosi quella di un

fannullone qualunque. Con tutta la mia fiducia in luinon potevo

tenermi dal pensare che in certi casi dalla parola al fatto il

passo è breve. Capiretemi figuroche oramai non potevo pl

pensare a lavarmene le mani. Me lo portai via da Bankok sulla mia

nave; la traversata fu piuttosto lunga. Faceva pena vederlo

ritirarsi così in se stesso. Un marinaioanche da semplice

passeggeroprende interesse alla navee osserva la vita

marinaresca intorno a lui col godimento valutativo di un pittore

mettiamoche osservi l'opera di un collega. Egli è "sul ponte" in

tutto il senso della parola. Il nostro Jiminvecestava per lo

più da bassotutto aggrondatocome un passeggero clandestino. Me

l'attaccò anche a me; tanto che mi astenevo dal parlargli di

questioni professionalicome sarebbe naturale tra due marinai

durante una traversata. Restavamo senza scambiarci una parola per

intere giornate; e mi riusciva estremamente difficile anche dare

ordini ai miei ufficiali in sua presenza. Spessotrovandoci

insieme soli sul ponte o in cabinanon sapevamo dove posare gli

occhi.

Lo misi da De Jonghcome sapeteben lieto di sistemarlo in

qualche modoma convinto che la sua situazione diventava

intollerabile. Aveva perduto un poco di quella elasticità che gli

aveva permesso altre volte di tornare a galla intatto dopo ogni

rovescio. Un giornosbarcandolo trovai in piedi sulla banchina;

l'acqua della baia e il mare aperto formavano un piano liscio e

ascendente; i bastimenti all'àncoralontanisembravano navigare

immobili nel cielo. Stava aspettando che finissero di caricare una

barcasotto ai nostri piedicon pacchi di minute provviste per

qualche nave lesta a salpare. Ci salutammo e restammo in silenzio

uno vicino all'altro. 'Perdiana!' disse a un tratto. 'E' un lavoro

che ammazza.'

Mi sorrise; devo dire che in genere fino a un sorriso ci arrivava.

Non risposi. Sapevo benissimo che non alludeva alla fatica: aveva

la vita facile con De Jongh. Tuttaviaa quelle sue parolemi

convinsi in pieno che veramente quel lavoro lo ammazzava. Senza

guardarlo: 'Le piacerebbe' dissi'abbandonare definitivamente

questa parte di mondo; provare in California o sulla Costa

occidentale? Vedrò se è possibile...' M'interruppe alquanto

sdegnato: 'Che differenza c'è...' Capii subito che aveva ragione.

Non c'era differenza; non cercava un riposolui; mi parve di

intuire vagamente che gli occorreva eper così direstava

aspettandoqualcosa difficilmente definibile qualcosa come

un'occasione. Glie ne avevo fornite diversema di quelle buone

soltanto a procurargli il pane. Eppure che si poteva fare di più?

Il caso mi parve disperatoe mi sovvenivano le parole di Brierly:

'Che si scavi una buca sei metri fonda e ci rimanga.' Meglio

questopensaiche codesto stare a fior di terra ad aspettar

l'impossibile. Eppurenon si poteva esser sicuri neanche di ciò.

Lì per lìe prima che la sua barca si fosse staccata di tre remi

dalla banchinadecisi di andare subito. in serata. a consultare

Stein.

Questo Stein era un mercante ricco e stimato. La sua ditta (perché

era proprio una dittaStein e Company: esisteva anche una specie

di socio chea sentire Stein 'si occupava delle Molucche') aveva

un'estesa rete di commerci interinsularie molte agenzie nei

luoghi più remoti per la raccolta dei prodotti. Non erano tuttavia

né la sua ricchezzané la sua autorità quelle che mi spingevano

così urgentemente a chiedergli i suoi pareri. Avevo bisogno di

confidargli la mia apprensione perché era uno degli uomini più

degni di fiducia che io abbia mai conosciuto. Una bella aureola di

bontà sempliceper così dire instancabilee intelligente gli

illuminava il viso lungo e glabro dalle profonde rughe verticali

e pallido come il viso di una persona accostumata ad una vita

sedentaria - chein realtà non era mai stata la sua. Aveva

capelli radispazzolati all'indietro sulla fronte massiccia e

spaziosa. Veniva fatto di pensare che a vent'anni doveva essere

stato molto simile a orache ne aveva sessanta. Era il viso di

uno studioso; soltanto le sopraccigliaquasi completamente

bianchefolte e a cespugliedi sotto a quellelo sguardo che

ne scaturiva risoluto e penetrantecontrastavano col suo aspetto

direidi scienziato. Era alto e dinoccolato; la schiena

leggermente curvae il sorriso innocente lo facevano apparire

pronto a prestarvi benevola attenzione; le lunghe braccia con le

grandi mani pallide avevano radi gesti decisi per indicare o

dimostrare. Se mi indugio a parlar di lui è perchédietro a

questo aspetto esterioree in accordo con una natura diritta e

indulgentequest'uomo possedeva un'intrepidità di spirito e un

coraggio fisico che poteva passare per temerarietà se non fosse

stata una funzione naturale del suo corpo - come la buona

digestioneper esempio - e del tutto inconsapevole. Si dice

talvolta che la vita l'abbiamo nelle nostre mani. Codesto modo di

dire non sarebbe valso per lui: durante la prima parte della sua

esistenza in Oriente ci aveva giocato addirittura a pallacon la

sua vita. Tutto questo apparteneva ormai al passatoma io

conoscevo la sua storia e l'origine della sua ricchezza. Era anche

un naturalista di un certo valoreopiù esattamenteun dotto

collezionista. L'entomologia era la sua particolare passione. La

sua collezione di Buprestidae e Longicornuae tutti scarabei -

orribili mostri in miniaturadall'aspetto nemico anche

nell'immobilità della mortee la sua vetrina di farfallebelle e

frementi nelle loro ali senza vita sotto al vetro delle scatole

avevano portato lontano la sua fama nel mondo. Il nome di questo

mercante avventurieroconsiglierein passatodi un sultano

malese (e non lo chiamava altrimenti che 'il mio povero Mohammed

Bonso') era notoin Europain virtù di poche staia di insetti

mortia scienziati che non potevano farsi neanche l'ideae certo

non si sarebbero curati di farseladella sua vita e del suo

carattere. A meche ero al correnteparve persona adattissima a

ricevere le mie confidenze sulle difficoltà di Jim: e sulle mie

proprie...".

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 20.

"La sera sul tardi entrai nel suo studiodopo aver attraversato

una sala da pranzo imponentema vuotae scarsamente illuminata.

La casa era silenziosa. Mi precedeva un servo giavaneseanziano e

severocon una specie di livrea formata da una giacca bianca e da

un sarong giallo; costuidopo aver spalancato la portaesclamò a

bassa voce: 'Oh padrone!' efacendosi da partesparì in certa

sua misteriosa manieracome un fantasma che avesse preso corpo

solo un attimo per quel particolare servizio. Stein si voltò

girando la poltronae sembrò che lo stesso movimento gli

sollevasse gli occhiali sulla fronte. Mi diede il benvenuto con la

sua voce pacata e gioviale. Soltanto un angolo dell'ampia camera

l'angolo dove si trovava la sua scrivaniaera fortemente

illuminato da una lampada da tavolinocon paralume; il resto del

vasto ambiente si fondeva con l'oscurità informecome di una

caverna. Stretti scaffali pieni di scatole scureuguali di forma

e di colorecoprivano le pareti tutt'intornonon dal pavimento

al soffittoma in una scura zona di circa un metro e venti

d'altezza: catacombe di scarabei. Tavolette di legno vi pendevano

a intervalli irregolari. La luceraggiungendo una di queste

tavolettefaceva scintillare misteriosa nella vasta penombra la

parola Coleoptera scrittavi a lettere d'oro. Le cassette di vetro

della collezione di farfalle erano allineate in tre lunghe file su

certi tavolini di gambe sottili. Una di queste cassettetolta dal

suo postoera posata sulla scrivania cosparsa di striscie di

carta rigate da una minuscola calligrafia.

'Così mi trova... così' disse. La sua mano rimase sospesa sulla

cassetta in cui una farfallagrandiosa nel suo isolamento

stendeva le ali d'un color bronzo scurolarghe un diciassette

centimetri o piùcon squisite venature bianchee una sontuosa

orlatura di puntini gialli. 'Esiste un solo esemplare così nella

SUA Londra: uno e basta. Alla mia cittadina natìa io questa mia

collezione lascerò. Qualcosa di me. Il meglio.'

Si chinò in avanti sulla poltrona osservando intensamentecol

mento sulla cassetta. Io gli stavo dietro in piedi. 'Meravigliosa

mormoròe sembrò aver dimenticato che io ero lì. Strana storia

la sua. Nato in Bavieraa ventidue anni aveva preso parte attiva

al movimento rivoluzionario del 1848. Gravemente compromesso

riuscì a mettersi in salvoe da principio trovò un rifugio presso

un povero orologiaio repubblicano di Trieste. Da lì arrivò a

Tripoli con un blocco di orologi a buon mercato da smerciare:

esordio non proprio magnificoma che si risolse poi in una

fortuna per luiperché là conobbe un esploratore olandese - uomo

piuttosto famosocredoma di cui non ricordo il nome. Fu questo

naturalista a prenderselo con sé come una specie di aiutantee a

portarselo in Oriente. Viaggiarono per l'Arcipelago insieme e

separatifacendo collezione d'insetti e d'uccelliper oltre

quattr'anni. Poi il naturalista tornò in patriae Steinnon

avendo una patria dove tornarerimase laggiù con un vecchio

mercante che aveva conosciuto durante i suoi viaggi nell'interno

delle Celebes - se si può dire che le Celebes abbiano un interno.

Questo vecchio Scozzeseunico bianco che avesse allora permesso

di residenza nel paesegodeva le preferenze del più potente

monarca degli Stati del Wajo: che era una donna. Ho sentito spesso

raccontare da Stein che quello Scozzeseaffetto da leggera

paralisi lateralelo aveva presentato alla Corte indigena poco

prima che un nuovo colpo apoplettico se lo portasse via. Era un

uomo tanto fattodalla bianca barba patriarcale e di statura

imponente. Arrivò nella sala del Consiglio dove tutti i rajah

pangerani e capi tribù erano raccolti intorno alla reginauna

donna grassa e grinzosa (molto spregiudicata nel parlarediceva

Stein) distesa su un alto divano sotto un baldacchino.

Strascicando la gamba egli batteva col bastone sul pavimento:

afferrò il braccio di Stein e lo portò dritto dritto presso il

divano. 'Guardaoh Reginae voi rajahquesti è mio figlio'

proclamò con voce stentorea. 'Ho commerciato con i vostri padrie

quando io morrò lui commercerà con voi e coi vostri figli.'

Per effetto di questa semplice cerimoniaStein ereditò la

situazione privilegiata dello Scozzeseinsieme con tutta la sua

merce in blocco e a una casa fortificata sulle rive dell'unico

fiume navigabile del paese. Poco dopola vecchia reginatanto

spregiudicata nel parlaremorì; e il paese fu turbato dalle lotte

tra i vari pretendenti al trono. Stein si unì al partito del

figlio minorequello che trent'anni dopo non ricordava se non

chiamandolo 'il mio povero Mohammed Bonso.' Insieme divennero i

protagonisti di innumerevoli imprese; ebbero avventure

meravigliosee una volta sostennero un assedio di un mese nella

casa dello Scozzesecon appena una ventina di seguaci contro un

intero esercito. Credo che di quella guerra gli indigeni seguitino

a parlare ancora oggi. E nel frattempo sembra che Stein non

tralasciasse mai di far tesoro di tutte le farfalle o scarabei che

gli capitavano sotto mano. Dopo circa otto anni di guerredi

negoziatidi falsi armistizid'improvvise riprese d'ostilità e

di riconciliazionidi tradimentie via di seguitoproprio

quando sembrava che la pace fosse definitivamente e stabilmente

conchiusail suo 'povero Mohammed Bonso' fu assassinato sul

cancello della residenza regale mentre scendeva da cavalloin

stato di alta euforiadi ritorno da una riuscitissima caccia al

cervo. Per questo avvenimento Stein si ritrovò in una posizione

estremamente malsicurama lui sarebbe forse rimasto lì lo stesso

se poco tempo dopo non avesse perduto anche la sorella di Mohammed

('la mia cara mogliela principessa' soleva dire solennemente)

dalla quale aveva avuto una bambina: madre e figlia erano morte a

tre giorni di distanzaper non so quale febbre infettiva. Stein

abbandonò il paeseche questi gravi lutti gli avevano reso

insopportabile; e così terminò la prima partequella avventurosa

della sua esistenza. Ciò che seguì fu così diversochese non

fosse stata la realtà del dolore che era rimasto sempre vivo in

luiquel suo strano passato gli sarebbe parso un sogno. Aveva un

po' di danaro; ricominciò la sua vita da capoe nel corso degli

anni mise insieme una fortuna considerevole. Da principio viaggiò

molto da un'isola all'altrama col sopraggiungere a poco a poco

dell'etàda ultimo raramente gli accadeva di allontanarsi dalla

sua vasta casa a tre miglia dalla cittàcon una bella stesa di

giardinoe in mezzo a una corona di stalleufficie casette di

bambù per i servi e i dipendenti che aveva in gran numero. Col suo

carrozzino scoperto si recava ogni mattina in cittàdove aveva un

ufficio con impiegati bianchi e cinesi. Possedeva una piccola

flotta di schooner e d'imbarcazioni indigenee commerciava su

larga scala prodotti delle isole. Del restoviveva solitarioma

non misantropocon i suoi libri e la sua collezione

classificando e sistemando esemplaricorrispondendo con

entomologi europeipreparando un catalogo descrittivo dei suoi

tesori. Tale era la storia di colui che ero venuto a consultare

sul caso di Jimsenza una precisa speranza. Mi sarebbe già

riuscito di sollievo ascoltare semplicemente ciò che mi avrebbe

detto. Ero molto in ansiama rispettai la concentrazione intensa

quasi appassionatacon cui Stein osservava la farfallacome se

nella lucentezza bronzea di quelle fragilissime ali dai candidi

disegni e dalle splendide macchieegli vedesse altre cose:

l'immagine di qualche cosa altrettanto fragile e indistruttibile

quanto quei tessuti delicati e senza vita che mostravano una

sontuosità non alterata dalla morte.

'Meraviglioso!' ripetéalzando gli occhi. 'Guardi! La bellezza...

ma questo è nulla... guardi la finitural'armonia. E' così

fragile! E così robusto! E così esatto! Questa è Natura -

equilibrio di forze colossali. Ogni stella così... ogni filo

d'erba lìcosì... e il potente Kosmos in perfetto equilibrio

produce... questo. Questo miracolo; questo capolavoro di Natura...

la grande artista.'

'Non ho mai sentito un entomologo parlare così' osservai

allegramente. 'Capolavoro! E l'uomoallora?'

'L'uomo è stupefacentema non è un capolavoro' dissetenendo

gli occhi fissi sulla cassetta di vetro. 'Forse l'artista era un

po' fuori squadra. Eh? Che glie ne pare? Qualche volta sembra che

l'uomo sia capitato dove nessuno lo aspettavadove non c'è posto

per lui; ché altrimenti come vorrebbe tutto per sé? Perché

correrebbe qua e là facendo tanto strepito intorno a se stesso

chiacchierando delle stellecalpestando i fili d'erba?...'

'Acchiappando farfalle' interloquii.

Sorrisesi gettò all'indietro sulla poltrona e stese le gambe.

'Si accomodi' fece. 'Questo raro esemplare l'ho preso proprio io

in una mattinata bellissima. Provai una profonda emozione. Lei non

immagina che significhi per un collezionista catturare un

esemplare così raro. Non può immaginarlo.'

Seduto comodamente nella mia poltrona a dondolosorrisi. I suoi

occhi sembravano guardare molto oltre la parete che stava

fissando; e narrò comeuna seraera arrivato un messo del suo

'povero Mohammed' che lo chiamava alla 'residenza' - come diceva

Stein - distante un nove o dieci migliaa prendere la mulattiera

che attraversava una piana coltivatarotta qua e là da plaghe

boscose. La mattina presto partì dalla sua casa fortificatadopo

aver baciato la sua piccola Emmatrasferendo il comando alla

'principessa' sua moglie. Raccontò come essa lo aveva accompagnato

fino al cancellocamminandogli a fianco con una mano sul collo

del cavallo; con una giacchetta biancae spilloni d'oro nei

capellie sulla spalla sinistra una bandoliera di cuoio marrone

con una rivoltella. 'Parlava come parlano le donne' fece

'dicendomi di far attenzionedi procurare di esser di ritorno

prima di nottee chiamandomi brutto cattivo che andavo solo.

Eravamo in guerrae il paese non era sicuro; i miei uomini

stavano adattando alle finestre della casa certe imposte a prova

di pallottolae tenevano i fucili carichima mi scongiurò di non

star in pena per lei. Poteva difendere la casa contro chiunque

fino al mio ritorno. Ridevo di contentezza. Mi piaceva vederla

così coraggiosa e giovane e forte. Anch'io ero giovane allora. Al

cancello mi afferrò una manomi diede una stretta e si ritirò.

Rimasi fermo sul cavallodi fuorifinché non ebbi sentito

richiudersi le sbarre del cancello alle mie spalle. C'era un mio

grande nemicoun gran nobile - e anche un gran furfante - che

batteva i dintorni con una sua banda. Per quattro o cinque miglia

mi tenni al galoppo; aveva piovuto durante la nottema la nebbia

era salitasu su - e la faccia della terraadessotutta linda

mi sorrideva fresca e innocentecome una fanciullina. Ad un

tratto una sparatoria - una ventina di colpimi parve. Mi sentii

fischiare le pallottole all'orecchioe il cappello mi salta sulla

nuca. Un'imboscatacapisce. Avevano brigato per farmi chiamare

dal mio povero Mohammede poi avevano preparato l'insidia.

Capisco tutto in un balenoe penso: QUI BISOGNA FAR MENTE LOCALE.

Il mio cavallino sbuffasaltae si impennae io mi piego

lentamente in avanti con la testa sulla sua criniera. Si rimette

in camminoe con la coda dell'occhio scorgo al disopra del suo

collo una nuvoletta di fumo davanti a un ciuffo di bambù sulla mia

sinistra. Penso: AHA! AMICI BELLIAVETE AVUTO TROPPA FURIA A

SPARARE. ANCORA NON MI AVETE GELUNGEM. Oh no! afferro la mia

rivoltella con la destra... piano... piano. Dopo tutto non erano

che settequelle canaglie. Si alzano da terra e si mettono a

correre in avanti con i loro sarong tirati suagitando le lance

sopra la testa e urlandosi l'un con l'altro di badare a non

lasciarsi scappare il cavalloperché io ero spacciato. Li lasciai

avvicinare fino alla distanza di quella porta lìe poi bumbum

bum - prendendo ogni volta anche la mira. Sparo l'ultimo colpo

alla schiena di unoma lo sbaglio. Era già troppo lontano. E

allora resto solo sul mio cavallola terra linda che mi sorride e

tre uomini stesi al suolo. Uno s'era accercinato come un caneun

altroa pancia all'ariateneva un braccio sugli occhi come per

ripararsi dal solee il terzo tira su lento lento una gamba e poi

la stende di nuovo con un calcio. Lo osservo molto attentamente

dall'alto del mio cavalloma non succede altro - bleibt ganz

ruhig rimane fermo lì. E mentre gli cerco in viso un segno di

vitaosservo come un'ombra passargli sulla fronte. Era l'ombra di

questa farfalla. Guardi la forma dell'ala. Questa specie vola in

alto con un volo resistente. Alzai gli occhi e la vidi svolar via.

Penso... E' mai possibile? Poi la persi di vista. Sceso a terra

avanzavo piano pianoguidando il cavallo per la brigliae

stringendo la rivoltella mentre scrutavo in girosu e giùa

destra e a sinistra e dappertutto! Finalmente la vidi su un

mucchio di letame a tre metri di distanza. Cominciò a battermi

forte il cuore. Lascio andare il cavallotenendo sempre la

rivoltella in manoe con l'altra mi tolgo di testa il cappello

floscio. Un passo. Attenzione. Un altro passo. Flop! Presa! Quando

mi alzai tremavo come una foglia dall'emozione. Ma quando le

apersi le belle ali e mi avvidi della rarità e della straordinaria

perfezione dell'esemplare che avevo trovatomi girò addirittura

la testa e mi si fiaccarono talmente le gambe dall'agitazione che

dovetti mettermi a sedere per terra. Avevo desiderato molto di

possedere anch'io un esemplare di quella speciequando lavoravo

col Professore. Avevo proprio fatto lunghi girie molti

sacrifici: me l'ero sognata la notte; ed ecco che a un tratto

l'avevo fra le dita - tutta per me! Dirò col poeta (pronunciava

BOETA):

So halt' ich's endlich denn in meinen Händen

Und nenn'es in gewissem Sinne mein.'

Diede enfasi all'ultima parola con un improvviso abbassamento di

vocee mi distolse lentamente lo sguardo dal viso. Cominciò a

caricare con cura e in silenzio una pipa di lunga cannucciapoi

soffermandosi col pollice sulla bocca del fornellomi rivolse

ancora uno sguardo d'intesa.

'Sìmio buon amico. Quel giorno non avevo più nulla da

desiderare: avevo dato un serio dispiacere al mio principale

nemico; ero giovaneforte; avevo un amico; avevo l'amore di una

donna (pronunciava TONNA) e una bambinaavevo: tanto dunque da

colmarmi il cuore - e adesso perfino ciò che avevo sognato nel

sonnome lo trovavo tra le mani!'

Scriccò un fiammiferoche diede una fiamma viva; vidi rabbuiarsi

il suo viso placido e pensoso.

'Amicomogliebambina' disse lentamenteguardando la piccola

fiammella. 'Pfu!' E con un soffio spense il fiammifero. Sospiròe

di nuovo si volse verso la cassetta di vetro. Le ali fragili e

bellissime tremolarono appena come se il suo fiato avesse per un

momento richiamato in vita quel superbo oggetto dei suoi sogni.

'Il mio lavoro' riprese a un trattoindicando le strisciole di

carta sparpagliatee col suo tono dolce e allegro'procede a

gran passi. Ho di descrivere questo raro esemplare finito!... Na!

Leiche buone nuove mi porta?' 'A dir la veritàStein' risposi

con uno sforzo che mi stupì'sono venuto anch'io a descrivere un

esemplare...'

'Una farfalla?' domandò con calore incredulo e scherzoso.

'Nulla di così perfetto' replicaisentendomi improvvisamente

disarmato e pieno di ogni sorta di dubbi. 'Un uomo!'

'Ach so!' mormoròvolgendosi a mee la sua fisonomia di

sorridente si fece seria. Poidopo aver mi osservato un po'

disse adagio adagio: 'Beh... anch'io sono uomo.'

Qui era tutto lui; l'uomo che sapeva riuscire incoraggiante con

tanta generosità da indurre una persona scrupolosa a esitare al

limite di una confidenza; e io esitaima per poco.

Mi ascoltò fino alla finesedutocon le gambe accavallate.

Qualche volta che la testa gli spariva completamente in una grande

eruzione di fumoda quella nuvola usciva un sussurro di

comprensione. Quando ebbi finitotolse la gamba di sopra

all'altraposò la pipasi protese serio serio verso di me

appoggiando i gomiti sui braccioli della poltronae unendo le

punte delle dita.

'Capisco benissimo. E' un romantico.'

Mi aveva bell'e fatto la diagnosi del casoe da principio mi

stupii molto che fosse così semplice; il nostro colloquio

somigliava preciso a un consulto medico: Steincon quel suo

aspetto di dottoreseduto in poltrona davanti alla scrivaniaio

seduto in un'altra poltrona di fronte a luiun poco di lato in

ansiosa attesa del responso. Mi sembrò perfino naturale di

chiedere:

'E che rimedio mi consiglia?'

Levò un lungo indice.

'L'unico! C'è un solo modo per guarirci dall'essere noi stessi!'

L'indice piombò sulla scrivania con un colpo secco. Il casodi

cui dianzi egli aveva saputo rivelarmi tutta la semplicità

apparve se possibile ancora più semplice - e assolutamente

disperato. Seguì una pausa. 'Già' dissi'a rigor di terminiil

problema non è guarirema esistere.'

Approvò col capoun po' tristemi parve. 'Ja! Ja! Insommacon

le parole del vostro grande poeta: That is the question...'

seguitava ad affermare del capocon comprensione... 'Esistere!

Ach! Esistere.'

Si alzò in piedi poggiando le punte delle dita sulla scrivania.

'Noi vogliamo in tanti modi diversi esistere' riprese. 'Questa

magnifica farfalla trova un mucchietto di fimoe vi si ferma su;

ma l'uomo non si vuol mai sul suo mucchio di fimo fermare. Vuole

esistere cosìe dopo vuole invece esistere così...' Girò la palma

in alto e poi in basso... 'Vuol essere un santoe vuol essere un

diavolo... e ogni volta che chiude gli occhi vede se stesso come

una rara meraviglia... così rara come non potrà mai essere... In

sogno...'

Abbassò il coperchio di vetrola cui serratura automatica scattò

con un rumore seccoepresa la cassetta a due manila riportò

religiosamente al suo postopassando dal cerchio di piena luce

della lampada in un anello di luce più tenue... e alla fine

nell'ombra informe. Era un effetto strano... come se quei pochi

passi lo avessero portato fuori da questo mondo concreto e pieno

di perplessità. La sua alta figuraquasi vuotata dalla sua

sostanzafluttuava senza rumore su oggetti invisibilicon

movimenti obliqui e indefiniti; la sua voceda quella remota

lontananzadove lo intravvedeva misteriosamente occupato in atti

immaterialinon era più così incisivama sembrava snodarsi

voluminosa e grave-smorzata dalla distanza.

'E dal fatto che non si possono tenere gli occhi sempre chiusi

nasce il male - la pena del cuore - la pena del mondo. Le dico

amico mioche non è un vantaggio scoprire che non si possono

tradurre in realtà i nostri sogni unicamente perché non si è forti

abbastanzané abbastanza intelligenti - Ja!... E frattanto si è

pur sempre gente in gamba! Wie? Was? Gott in Himmel! Come va

questa storia? Ah! ah! ah!...'

L'ombra vagolante tra le tombe delle farfalle rideva forte.

'Già! Molto buffa questa terribile cosa. Ogni uomo nascendo cade

in un sogno come si casca in mare. Se si arrabatta per tirarsi

fuori come chi non è praticoannega... nicht wahr?... No! Le

dirò! Il segreto è di adattarsi all'elemento distruttivoe con

sforzi di mani e di piedi nell'acqua costringere il profondo

profondo mare a tenerci su. Così se mi domanda: come esistere?...'

La sua voce arrivava straordinariamente fortequasi laggiù nella

penombra lo ispirasse uno spirito di saggezza. '... le rispondo:

Anche per questo c'è un solo modo!'

In un frettoloso stropiccìo di pantofole sul pavimento si delineò

di nuovo nel cerchio di luce più tenuee a un tratto comparve nel

campo di luce piena della lampadacon la mano tesa in direzione

del mio petto come una pistola; i suoi occhi infossati sembravano

passarmi da parte a partema dalle labbra tremanti non usciva più

una parolae gli si spense nel volto l'austera esaltazione di

quella certezza che si era manifestata nella penombra. Lasciò

ricadere la mano puntata sul mio pettoe dopo un po'

avvicinandosi d'un passome la posò lieve su una spalla. Ci sono

cosedisse con una punta di tristezzache forse non bisognerebbe

mai direma lui viveva tanto solo che qualche volta si lasciava

andare... si lasciava andare... La luce aveva distrutto la

certezza che lo aveva esaltato nell'ombra remota. Sedettee coi

gomiti sulla scrivaniasi stropicciò la fronte. 'Eppure è vero...

è vero. Nell'elemento distruttivo immersi...' Parlava in tono

sommessosenza guardarmicol viso tra le palme. 'Ecco il

segreto. Seguire il sognosempre seguire il sogno... e così...

ewig... usque ad finem...' La voce sommessa della sua convinzione

sembrava aprire davanti a me una distesa vasta e malsicura come di

una landa a stesa d'orizzonte nel crepuscolo dell'alba... o era

forse il calare della notte? Chi poteva dire? Non si osava

definirla: ma era una luce di ingannevole fascinoche diffondeva

l'impalpabile poesia della sua penombra su baratri - tombe. La sua

vita era cominciata con aspirazioni al sacrificiocon entusiasmi

per ogni idea generosa; era andato molto lontanoper varie

stradesu strani sentieri; in ogni nuova impresa si era buttato

senza esitazionee quindi senza vergogna e senza rimpianti. Fin

qui aveva ragione lui. E questa era senza dubbio la via buona.

Eppurenonostante tuttola grande pianura dove gli uomini vagano

fra tombe e baratri rimaneva molto desolata sotto l'impalpabile

poesia della sua luce crepuscolareprigione dell'ombra nel

centroe circondata da un alone luminoso come se si trovasse al

mezzo di un abisso pieno di fiamme. Finalmente ruppi il silenzio

per esprimere l'opinione che nessuno poteva essere più romantico

di lui.

Scosse il capo lentamente e poi mi guardò con occhi pazienti e

interrogativi. 'E' una vergogna' disse. 'Eccoci qui a

chiacchierare come due ragazzi invece di metterci di buona lena a

cercare un rimedio pratico - un rimedio - per il male... per il

grave male' ripetécon un sorriso arguto e indulgente. E

tuttaviala nostra conversazione non volse affatto al positivo.

Evitammo di pronunciare il nome di Jim come per lasciare fuori

discussione la sua persona di sangue e di carnequasi si

trattasse soltanto d'uno spirito in preda all'erroreun'ombra

senza pace e senza nome. 'Na!' disse Steinalzandosi. 'Stanotte

lei dormirà quie domattina faremo qualcosa di pratico...

pratico...' Accese un candeliere a due bracci e mi fece strada.

Attraversammo stanze buie e vuoteguidati dal chiarore della

candela che portava Stein. Le luci slittavano lungo i pavimenti a

ceracorrevano qua e là sulla superficie lucida di un tavolino

lambivano lo spigolo d'un mobile o si accendevano in diretti

riflessi negli specchi lontanimentre si vedevano passare nella

profonda cavità del cristallo le forme di due uomini e il

palpitare di due fiammelle. Stein procedeva lentoun passo avanti

a mecon deferente cortesia; aveva in viso la profonda quiete di

chi sta in ascolto; le lunghe ciocche bionde sparse di fili

bianchi cadevano rade e in disordine sul collo un po' piegato.

'E' un romantico... un romantico' ripeté. 'E questo è un gran

male... un gran male... ma anche un gran bene' soggiunse.

'Davvero?' domandai.

'Gewiss' dissee si fermòreggendo alzato il candelabroma

senza guardarmi. 'Evidente! Che altro mai lo porterebbe

attraverso una pena interiorea conoscere se stesso? Che altro

per lei e per melo fa... ESISTERE?'

Era difficilein quel momentocredere all'esistenza di Jim

partito ragazzo da una parrocchia di campagnaavvolto dalla

moltitudine degli uomini come da una nuvola di polvereammutolito

dallo strepitoso contrasto della vita e della morte in un mondo

tutto materiale: eppure la sua realtà indistruttibile mi si

presentò davanti con una forza convincente e perentoria! La scorsi

vividacome sedurante il passaggio; attraverso le alte stanze

silenziose fra i labili raggi di luce e le improvvise immagini di

figure umane che avanzavano furtive con vacillanti fiammelle a

profondità insondabili e translucideci fossimo avvicinati alla

Verità assoluta; checome la stessa Bellezzafluttua elusiva

oscurasemisommersasulle acque silenziose e ferme del mistero.

'Romanticopuò darsi' ammisi con un riso leggeroche risuonò

con forza così imprevista da farmi abbassar subito la voce: 'ma

anche lei di certo.' Con la testa piegata sul petto e reggendo in

alto il candeliereStein riprese a camminare. 'Beh... anch'io

esisto' disse.

Mi precedette. Seguivo con gli occhi ogni suo movimento; e non

vedevo pl in lui il capo di una dittaI'ospite gradito dei

ricevimenti pomeridianiil corrispondente di dotte società

l'anfitrione dei naturalisti di passaggio: vedevo soltanto la

realtà del suo destinoche egli aveva saputo seguire con passo

sicuroquella sua vita partita da un'umile originericca di

slanci generosiper l'amicizial'amorela guerra - per tutti

gli elementi esaltati del romanticismo. Sulla porta della mia

stanza si voltò. 'Sì' dissicome continuando una discussione

'anche lei chetra l'altrosognava candidamente di una certa

farfalla; però quandoin una bella mattinatail suo sogno le

apparve davantivivo e tangibilelei non si è mica perduto

quella magnifica occasione. No? Mentre lui...' Stein alzò una

mano. 'E lo sa lei quante occasioni mi son perduto io; quanti

sogni mi son lasciato scappareche mi erano venuti davantivivi

e tangibili?' Scosse la testa in tono di rimpianto. 'Ho idea che

qualcuno di quei sogni sarebbe riuscito molto bello... se lo

avessi saputo tradurre in realtà. Lo sa quanti? Forse non lo so

nemmeno io.' 'Fossero belli o no quelli di Jim' dissi'uno egli

sa con sicurezza che gli è sfuggito.' 'Tutti sappiamo di uno o due

così' ribatté Stein; 'e questo è il guaio... il grosso guaio...'

Mi strinse la mano lì sulla sogliadando un'occhiata alla mia

camera di sotto al braccio alzato. 'Dorma bene. Domani bisogna che

facciamo qualcosa di pratico... di pratico...'

Benché la sua camera fosse più avanti lo vidi rifare la strada

percorsa venendo. Tornava alle sue farfalle".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 21.

"Non credo che nessuno di voi abbia mai sentito parlare del

Patusan"riprese Marlowdopo un silenzio colmato dalla rituale

accensione di un sigaro. "Non fa niente: esistono tanti corpi

celestiin quel comizio affollato che ci si svolge ogni notte

sulla testadi cui la gente non ha mai sentito parlareperché

sono fuori dalla nostra sfera d'azione e non hanno importanza per

nessuno al mondoeccetto che per gli astronomii quali sono

pagati per far dotti discorsi sulla loro composizionesul peso

sull'orbitasui loro capriccisulle anomalie della loro luce;

una specie di pettegolezzo scientificoinsomma. Così si può dire

del Patusan. Vi si accennava con aria d'intesa nei circoli

governativi di Bataviaspecialmente per quel che riguarda le sue

irregolarità e anomaliee pochipochissimi tra la gente di

commercio lo conoscevano neanche di nome. Nessunocomunquec'era

mai statoe nessuno - ho idea - desiderava andarci di persona

proprio come nessun astronomocredosenza opporre obbiezionisi

lascerebbe portare in un lontano corpo celeste doveseparato dai

suoi emolumenti terrestririmarrebbe a bocca aperta alla vista di

cieli inusuali. Comunquené i corpi celesti né gli astronomi

hanno nulla a che vedere col Patusandove andò a finire Jim.

Volevo solo farvi intendere che se Stein si fosse invece adoperato

per spedirlo in una stella di quinta grandezza non avrebbe

determinato una più radicale trasformazione. Lasciatesi dietro le

sue colpe terrenee quella certa fama che s'era fattaJim si

trovò in una serie di situazioni interamente nuovesu cui

esercitare le facoltà della sua fantasia. In tutto e per tutto

nuovee notevoli. E dal canto suoin modo notevole ne profittò.

Stein era l'uomo che la sapeva più lunga di qualunque altrosul

Patusan. Più di quanto se ne sapesse negli ambienti governativi

direi. Non c'è dubbio che c'era andatosia ai tempi delle sue

caccie alle farfallesia più tardiquandoseguendo la sua mania

inguaribilecercò di condire con un pizzico di romanticismo le

troppo sostanziose vivande della sua cucina commerciale. Erano

pochissimi i luoghi dell'Arcipelago che non avesse visitati nel

loro stato di naturaprima che vi avessero portato la luce (e

perfino la luce elettrica) per l'incremento della moralità e...

e... behanche dei materiali profitti. Fu durante la prima

colazionela mattina seguente alla nostra conversazione a

proposito di Jim: e Stein accennò a quel luogoquando gli ebbi

ripetuta la frase del povero Brierly: 'Che si scavi una fossa sei

metri sotto terra e ci rimanga.' Mi guardò con attento interesse

come fossi stato un raro coleottero. 'Sarebbe una soluzione'

osservòsorseggiando il suo caffè. 'Una forma di sepoltura'

spiegai. 'Non è una cosa molto piacevole da farecertoma

sarebbe la soluzione miglioreconsiderando quello che è Jim.'

'Già; è giovane' fece Stein con aria assorta. 'La più giovane

creatura umana che sia oggi in vita' affermai. 'Schön. C'è il

Patusan' riprese nello stesso tono. '... E la donna ormai è

morta' soggiunse. Io non capivo.

Non sono a giornonaturalmentedi questa storia; posso soltanto

intuire che già una volta il Patusan ha da aver servito da tomba a

qualche peccatotrasgressione o sfortuna. E' assurdo sospettare

di Stein. La sola donna al mondoper luiera quella ragazza

malese che chiamava 'mia moglie la principessa' opiù raramente

in momenti di espansione: 'la madre della mia Emma.' Chi era la

donna che aveva ricordato a proposito del Patusan? Non saprei

dirlo; ma dalle sue allusioni compresi che si trattava di una

ragazza fiammingo-malesecolta e bellissimacon una tragicao

forse anche soltanto pietosa storiadi cui il più doloroso

capitolo fu senza dubbio quello del suo matrimonio con un

Portoghese della Malacca impiegato in una ditta commerciale nelle

colonie olandesi. A quanto potei capire dalle parole di Stein

quest'uomo era persona malfida sotto vari punti di vistaperò

semprepoco più poco menoloschi ed indefinibili. Soltanto per

un riguardo verso la moglie Stein lo aveva messo a capo

dell'agenzia Stein e Company a Patusan; ma dal punto di vista

commerciale era stato un disastroalmeno per la dittae ora che

la donna era mortaStein era disposto a ritentare la prova

mandando laggiù un altro agente. Il Portogheseche si chiamava

Corneliussi considerava un uomo di gran valoresebbene molto

misconosciutoe degno pertantoper i suoi talentidi un

trattamento molto più alto. Questo l'individuo che Jim avrebbe

dovuto sostituire. 'Non credo però che se n'andrà di lì' osservò

Stein'ma questo non mi riguarda. Soltanto per la donna io...

Siccome però credo che abbia lasciato una figliase vuol rimanere

gli per metterò di tenersi la vecchia casa.'

Il Patusan è la regione remota di uno stato governato da indigeni

e la sua capitale porta lo stesso nome. Sul fiumein un punto a

circa quaranta miglia dal maredove si scoprono le prime case

emergono sopra la zona delle foreste i cocuzzoli di due colline

scoscese molto vicine l'una all'altrae separate da una specie di

profondo spacco; come il solco di una potente sciabolata. In

realtàla valle tra le due alture non è che uno stretto burrone:

viste dall'abitato sembrano piuttosto una collina unica a cono

irregolare diviso in duee con le due metà leggermente

divergenti. Al terzo giorno di pleniluniola lunavista dallo

spiazzo davanti alla casa di Jim (aveva una bellissima casa in

stile indigenoquando lo andai a trovare io) sorgeva esattamente

da dietro le due collinedando a tutta primacon la sua luce

diffusaun intenso rilievo alla loro massa scura; poi il disco

quasi perfettotutto acceso di luce rossastraappariva

scivolava salendo tra i due bordi della spaccaturafinché

compariva a galla sopra le cimein un dolce trionfo di

resurrezione sulla sua tomba aperta. 'Un effetto meraviglioso'

disse Jim vicino a me. 'Val la pena di vederlono?'

E me lo domandava con una nota di compiacimento personale che mi

fece sorridere; come se avesse collaborato a mettere insieme

questo spettacolo unico. Aveva messo insieme tante cose a Patusan!

Cose che potevano sembrare fuori dalla sua sfera d'influenza

quanto i movimenti della luna e delle stelle.

Incredibile! Proprio questa era la nota distintiva dell'attività a

cui Stein ed io lo avevamo spinto senza saperlocon l'unico

pensiero di aiutarlo a sbrigarsela; a sbrigarsi di se stesso

beninteso. Questo era stato il nostro primo scopobenchélo

confessoper me ci avesse concorso anche un altro motivo

determinante. Ero sul punto di tornare in patria per un po' di

tempo; e può darsi che desiderassipiù di quanto non me ne

rendessi conto io stessodi sistemarlo - sistemarlocapite prima

di partire. Io stavo per tornare in patriae da lì lui mi era

arrivatocon i suoi poveri guai e i suoi oscuri diritticome un

uomo ansante sotto un pesonella nebbia. Non posso dire di averlo

mai capito bene - nemmeno adesso che l'ho veduto per l'ultima

volta; ma mi sembrava chemeno lo capivopiù mi sentivo legato a

lui in nome di quel dubbio che è parte inseparabile di ogni nostra

conoscenza. Non capivo molto più nemmeno di me stesso. E poi

ripetostavo per tornare in patria- quella patria abbastanza

lontana perché tutti i suoi focolari mi sembrassero un solo

focolaredavanti al quale il più umile di noi ha il diritto di

mettersi a sedere. A migliaia andiamo vagando sulla faccia della

terraillustri ed oscuriin cercadi là dai maridi fama

danaro e anche soltanto di una crosta di pane; ma mi sembra che

per ognuno di noi tornare in patria sia come un andare a render

conto. Torniamo per presentarci ai nostri superioriai nostri

congiuntiai nostri amici - per obbedienza o per affetto; ma

anche coloro che non hanno legami né di obbedienza né di affetto

gli assolutamente liberisolisenza responsabilità e senza

vincoli - coloro per i quali la patria non significa né un viso

caroné una voce nota - anche questi hanno da ritrovare lo

spirito che abita nella loro terrasotto a quel cieloin

quell'ariain quelle vallatee su quelle alturein quei campi

in quelle acque e in quegli alberi- amico mutogiudicee

ispiratore. Dite quel che voletema per goderne le gioieper

respirarne la paceper affrontarne la veritàdi quello spirito

bisogna tornare con la coscienza netta. Tutto ciò può sembrare

mero sentimentalismo; e veramente pochissimi di noi possiedono la

volontà o la facoltà di guardare con coscienza sotto la scorza

degli affetti più familiari. Esistono le fanciulle che amiamogli

uomini che ammiriamole tenerezzele amiciziele occasionii

piaceri! Ma il fatto sta che bisogna ricevere questo premio con

mani pulitese no vi si cambia in foglie morte o spine. I

solitarii senza focolarei senza richiami d'affetticoloro che

non tornano a una casama a un paesecredo che siano proprio

loro a incontrarne l'incorporeoeterno ed immutabile spirito; a

comprenderne meglio la severitàil potere di redenzione e la

grazia del suo secolare diritto alla nostra fedeltà e obbedienza.

Sì! pochi di noi lo capisconoma lo sentiamo tutti però; e dico

tutti senza eccezioneperché quelli che non lo sentono non

contano. Ogni filo d'erba ha il suo punto della terra da cui trae

vita e forza; e così l'uomo è radicato alla patria dalla quale

trae vita e fede. Non so quanto ne capisse Jim; ma so che sentiva

sentiva confuso ma potente il bisogno di simile verità o illusione

- non m'importa come la vogliate chiamare: c'è tanto poca

differenzae la differenza conta tanto poco. Fatto sta che

proprio in virtù di questo suo sentimento Jim contava qualche

cosa. Non sarebbe più tornato in patria ormai. Lui no. Mai. Se

fosse stato capace di fantasie pittoresche avrebbe rabbrividito al

pensieroe avrebbe fatto rabbrividire anche voi. Ma non era di

questa temprabenchéa modo suosapesse riuscire abbastanza

espressivo. All'idea di tornare in patria si sarebbe irrigidito in

una immobilità disperatamento sul petto e labbra in fuoricon

quei suoi ingenui occhi azzurri che luccicavano torvi sotto alle

sopracciglia aggrottatecome alla vista di qualcosa

d'insopportabiledi disgustoso. C'era la sua parte di

immaginazione in quel suo cranio tosto sul quale i capelli folti e

ricci calzavano come un berretto. Quanto a menon ho

immaginazione (andrei più a colpo sicuro nel giudicarlooggise

ne avessi) e non vi voglio dar da intendere che mi figurassi di

vedere lo spirito della patria sorgere sui bianchi strapiombi di

Dover per chiedere a me - che tornavoper così diresenza un

osso rotto - che ne avevo fatto di quel mio molto giovane

fratello. Non potrei cascare in un simile equivoco. Sapevo

benissimo che Jim era di quelli su cui nessuno avrebbe fatto

domande. Avevo veduto uomini migliori di lui svanireeliminati

scomparire del tuttosenza provocare una voce di curiosità o di

rimpianto. Lo spirito della patriasecondo un costume che si

addice ai grandi capiè indifferente alla sorte di innumerevoli

vite. Guai ai dispersi! Esistiamo soltanto per adesione reciproca.

Lui si era in certo modo sperduto; non aveva aderito abbastanza;

ma ne era consapevole in modo così intenso da muovere a pietà;

come avviene che la maggiore intensità di vita rende la morte di

un uomo più commovente della morte di un albero. Era capitato a me

di trovarmi proprio lìe capitò a me di commuovermi; ecco tutto.

Mi stava a cuore sapere come sarebbe andata a finire. Mi avrebbe

fatto maleper esempiose mi avessero detto che si era dato al

bere. La terra è così piccola che temevo dì esser fermato un bel

giorno da un vagabondo lerciodagli occhi cisposidal viso

gonfiocon le scarpe di tela scalcagnatebrandelli al vento sui

gomitiil qualein nome della nostra vecchia amiciziami

chiedesse in prestito cinque dollari. La conosciamo tutti la

spaventosa improntitudine di questi spaventapasseri che ci vengono

incontro da un passato decorosocon la loro voce di raspa

amorfae lo sguardo sfacciatoobliquo- incontri più duri per

un uomo il quale creda alla solidarietà umana che per un prete la

vista di un reprobo sul suo letto di morte. Quelloa dirvi la

veritàera l'unico pericolo che riuscissi a immaginare per lui e

per me; ma temevo la mia scarsità d'immaginazione. Poteva accadere

di peggioin un qualsiasi modo che la mia fantasia non era in

grado di prevedere. Non arrivavo a dimenticarmi che Jim era dotato

di una certa immaginazione; e chi è dotato d'immaginazione va

sempre a finire più lontano degli altri su qualunque strada; come

se possedessero una cima più lunga per il non agevole ancoraggio

della vita. Proprio così. E si danno anche al bere. Forse gli

faccio torto con questa mia supposizione. Che ne posso sapereio?

Perfino Stein aveva dovuto limitarsi a chiamarlo un romantico e

basta. Io sapevo soltanto che era uno di noi. E che c'entrava

luiad essere romantico? Mi diffondo a parlare dei miei

sentimenti istintivi e delle mie ponderate riflessioni perché di

lui rimane ben poco da dire. Esisteva per mee dopo tutto è

soltanto attraverso me che esiste per voi. Me lo son preso per

mano e l'ho fatto uscire davanti a voi. Erano ingiuste le mie

banali preoccupazioni? Non saprei dirlo... nemmeno adesso. Forse

potete giudicarne meglio voisecome dice il proverbiosono gli

spettatori a seguire meglio la partita. Comunquele mie

preoccupazioni risultarono gratuite. Non andò a finir male

affatto; anzine uscì brillantementene uscì dritto come un fuso

e in ottima forma; dimostrando di esser capace tanto di reggere

alla distanza che di partire in velocità. Dovrei rallegrarmene

perché è una vittoria alla quale ho dato mano: eppure non mi sento

contento come mi sarei aspettato. Mi domando se gli abbia giovato

tirarsi fuori cosìdi slancioda quella nebbia che lo rendeva

nella sua modestiaassai interessantea contorni fluidi - un

dispersocon la desolata nostalgia per il suo umile posto nei

ranghi. E poi non è detta l'ultima parola... probabilmente non

esiste ultima parola. Troppo corta è la nostra vitaper bastare a

condurre a termine quel discorso cheattraverso i nostri

balbettamentiè pur sempre la nostra unica e stabile aspirazione.

Ho lasciato ogni speranza di arrivare a sentire l"' ultima parola"

chedettascuoterebbe il cielo e la terra. Non c'è mai tempo

abbastanza per arrivare all'ultima parola l'ultima parola del

nostro amoredel nostro desideriodella nostra federimorso

sottomissionerivolta. Credo che il cielo e la terra non la

intendano di lasciarsi scuotere - almeno non da noi che sappiamo

tante verità su questa e su quello. Le mie ultime parole su Jim

saranno poche. Affermo che aveva raggiunto una sua grandezza; ma

la cosa s'immiserisce a dirlae più a sentirla dire. Francamente

non delle mie parole diffidoma dei vostri cervelli. Potrei

essere eloquentese non sospettassi che voialtri abbiate ridotto

alla fame le vostre immaginazioni per rimpinzarvi la pancia. Non

intendo offendere nessuno: non avere illusioni è cosa rispettabile

- sicura - proficua - e triste. Dovrete pur aver conosciuto anche

voiuna voltal'intensità della vitalo sfavillìo che

scaturisce dall'urto delle ineziemeraviglioso come lo sfavillìo

prodotto da un colpo su una pietra dura - e ahimè! altrettanto

effimero".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 22.

"La conquista dell'amoredell'onoredella fiducia degli uomini -

l'orgoglio che ne nascela potenza che ne risultasarebbero

materia di racconto eroico; se la nostra mente non fosse colpita

per lo più dal puro aspetto esteriore del successo. Orai

successi di Jim non erano affatto appariscenti. Trenta miglia di

foreste li nascondevano alla vista di un mondo indifferentee il

rumore delle schiume bianche lungo la costa soffocava la voce

della fama. La corrente della civiltàquasi divisa in due corsi

da un promontorio un cento miglia a nord di Patusansi dirama

verso est e sud-esttrascurando e lasciando circoscritte quelle

pianurequelle valliquei vecchi alberi e quella antica umanità

come un insignificante isolotto in erosione tra i due rami di un

fiume potente e divoratore. Il nome del paese ricorre abbastanza

spesso nei resoconti dei vecchi viaggi. I mercanti del

diciassettesimo secolo vi si recavano in cerca di pepegiacché la

passione per il pepe sembrava ardere come una fiamma d'amore nel

petto degli avventurieri olandesi e inglesi del tempo di Giacomo

Dove non sarebbero andati costoro pur di procurarsi del pepe! Per

un sacchetto di pepe si sarebbero scannati a vicenda senza

pensarci sue si sarebbero giuocata l'animadella quale in

genere avevano tanta cura; quella bizzarra ostinata bramosia li

portava a sfidare la morte in mille varie forme: mari sconosciuti

orribili e strane malattie; feriteprigioniafamepestilenza e

disperazione. Li faceva grandi! Perbacco! li rendeva eroici; e ne

faceva delle figure romantiche in quella loro sete di commerci

con la morte lì sul capo che esigeva inflessibile il suo tributo

di giovani e vecchi. Sembra impossibile credere che soltanto

l'avidità arrivasse a dotare gli uomini di tanta pertinacia di

propositie tanta persistenza cieca nello sforzo e nel

sacrificio. E veramente coloro che mettevano così allo sbaraglio

persona e vita rischiavano tutto il loro avere per un molto scarso

guadagno. Andavano a lasciare le loro bianche ossa sui remoti

lidiper far affluire l'oro nelle borse dei vivi rimasti a casa.

Ai nostri occhi di successori messi a meno dure proveappaiono

gloriosinon come pionieri del commercioma come strumenti di un

destino segnatoin via verso l'ignoto per ubbidire a una voce

interiorea un impulso del sanguea un miraggio del futuro.

Erano prodigiosi; e bisogna riconoscere che erano preparati al

prodigioso. Lo ritrovavano con compiacenza nelle loro sofferenze

nell'aspetto dei marinei costumi di nazioni stranierenella

gloria di Capi magnifici.

Nel Patusan avevano trovato pepe a bizzeffeed erano rimasti

colpiti dalla magnificenza e dalla saggezza del Sultano; manon

si sa comedopo un secolo di scambi saltuariquella regione

parve restare a poco a poco esclusa dal commercio. Forse il pepe

era esaurito. Comunqueoggi nessuno sembra più occuparsene; è

spenta la sua gloriail Sultano è un giovane deficiente che ha la

mano sinistra con due pollici e una rendita incerta e scarsa che

egli estorce a un popolo in miseria e che gli vien poi rubata dai

suoi molti zii.

Tutto questonaturalmentel'ho saputo da Stein. Mi diede lui il

nome di costorocon un breve riassunto della vita e del carattere

di ognuno. Era pieno di dati sugli Stati indigenicome un

rapporto ufficialema infinitamente più spassoso. Aveva l'obbligo

di sapere. Trafficava con un'infinità di paesiin qualcuno dei

quali - come per esempio al Patusan - la sua ditta era l'unica a

possedere un'agenzia con licenza speciale delle autorità olandesi.

Il Governo si fidava della sua discrezione; i rischi peròtutti a

suo carico: era inteso. Gli uomini che lavoravano da Stein si

regolavano di conseguenzamaevidentementelui sapeva fare in

modo che ci trovassero il loro tornaconto. Fu pienamente sincero

con me quella mattinadurante la prima colazione. Per quanto ne

sapeva lui (le ultime notizie risalivano a tredici mesi prima:

data precisa) laggiù era cosa normale il massimo rischio della

vita e dei possedimenti. Vi erano al Patusan varie forze

contrastanti; una delle quali era rappresentata dal peggiore tra

gli zii del Sultano che aveva governo sulla zona del fiume: il

Rajah Allangche a forza di estorsioni e ruberie spremeva fino

all'osso i Malesi nativi del paese; i qualicompletamente privi

di ogni difesanon avevano nemmeno la risorsa di emigrare -

'giacché' osservava Stein'come e dove potevano andarsene?'

Senza dubbio non riuscivano più neanche a desiderarlo. Il loro

mondo (che è circoscritto da alte montagne insormontabili) è stato

affidato alle mani di chi è di alta nascitae quel Rajah lì lo

conoscevano bene: apparteneva a casa reale. Ebbi il piacere più

tardi di conoscere codesto gentiluomo. Era un vecchietto sudicio

consuntodagli occhi cattivi e la bocca flaccida; che ingoiava

una pillola d'oppio ogni due oreein spregio alla più

elementare decenzaportava i capelli scoperti e cadenti in

ciocche sottili come spaghi intorno al viso sporco e risecchito.

Per dare udienza si arrampicava su una specie di stretto

palcoscenico eretto in una sala che sembrava un granaio in rovina

col pavimento di bambù marciochetra una fessura e l'altra

lasciava scorgereun tre o quattro metri al disottomucchi di

rifiuti e d'immondizie d'ogni genere ammonticchiati sotto casa. In

tal modo e luogo ci ricevette quandoaccompagnato da Jimandai a

fargli la visita di etichetta. C'erano una quarantina di persone

dentro la stanzae forse il triplo nel grande cortile di sotto.

Sentivamo dietro le nostre spalle un continuo movimento di flusso

e riflusso; spinte e mormorii. Qualche raro giovanotto vestito di

sete sgargianti ci fissava da lontano con occhi vivi; la

maggioranzaschiavi e umili dipendentierano mezzo nudiavvolti

in sarong a brandellisporchi di cenere e di pillacchere. Non

avevo mai veduto Jim così seriocosì padrone di sécosì

impenetrabile e imponente. In mezzo a quegli uomini di colorela

sua alta figura vestita di biancole ciocche dei suoi capelli

biondo lucidosembravano raccogliere tutta la luce del sole che

penetrava a stento attraverso le fessure delle persiane chiusein

quella sala semibuiadalle pareti di stuoia e dal tetto di

paglia. Sembrava una creatura non solo di un'altra razzama di

un'altra sostanza. Se non lo avessero veduto arrivare in una canoa

avrebbero potuto credere che fosse disceso dalle nuvole. Ma era

giunto in un barchetto quasi in pezziseduto (fermo immobile con

le ginocchia uniteper la paura di farlo scuffiare) - seduto su

una scatola di latta - che gli avevo prestato io - tenendo

amorosamente sulle ginocchia una rivoltella da marina- che gli

avevo dato come regalo d'addioe chegrazie all'intervento della

Provvidenzao per qualche assurda fissazione dello stesso Jim

che spesso ne avevao forse per una semplice sagacia istintiva

egli s'era deciso a tenere scarica. Così Jim aveva risalito il

fiume di Patusan. Niente avrebbe potuto essere più prosaico e più

malsicuropiù a casacciopiù strampalato e più solitario. Strana

fatalità che persisteva a dare a tutte le sue azioni aspetto di

fugadi diserzione impulsiva e istintiva - di salto nel buio.

E' proprio codesto senso di casualità in tutte queste cose quello

che più colpisce. Né Stein né io avevamo un'idea precisa di ciò

che ci fosse dall'altra parte quandoper usare una metaforalo

afferrammo per lanciarlo pari pari oltre il muro. Lì per lì io

desideravo soltanto di farlo sparire; Steinsempre in carattere

aveva invece un motivo sentimentale: l'idea di ripagare (in

naturaimmagino) quel suo vecchio debito morale che non aveva mai

dimenticato. In realtàtutta la vita egli si era mostrato

particolarmente cordiale con chiunque venisse dalle isole

britanniche. Il suo antico benefattoreveramenteera scozzese -

fino al punto di chiamarsi Alessandro Mac Neil - e Jim proveniva

da un bel po' a sud della Tweed; ma alla distanza di sei o

settemila miglia la Gran Bretagnapur senza mai diminuire di

staturaappare anche ai suoi figli un po' di scorciosicché

certi dettagli restano senza importanza. Stein era dunque

scusabilee certe sue intenzioni appena accennate mi parvero così

generose che lo pregai molto vivamente di tenerle segrete per un

po' di tempo. Sentivo che non bisognava lasciar influire su Jim

considerazioni di vantaggio personale; che bisognava evitarne

anche il più lontano rischio. Qui eravamo di fronte a un altro

genere di realtà: a lui occorreva un rifugio e noi glie ne

offrivamo unomagari pericoloso: e niente altro.

Su tutti gli altri punti fui nettamente sincero con luie perfino

esagerai i pericoli dell'impresa (così almeno mi era parso allora.

In realtà non li avevo valutati abbastanza). Mancò poco che il suo

primo giorno a Patusan non fosse anche il suo ultimo - anzi lo

sarebbe stato senz'altro se Jimmeno temerario o meno fermo nel

suo propositosi fosse deciso a caricare la rivoltella. Ricordo

mentre gli comunicavo il nostro magnifico progetto di un suo

ritiro in quell'eremola sua rassegnazione ancora testardama

stancacome andò trasformandosi via via in sorpresainteresse

stupore e entusiasmo infantile. Questa era l'occasione che aveva

sognata. Non capiva come aveva fatto a meritarsi che io... Potesse

scoppiare se riusciva a spiegarsi a che doveva... Ed era Stein

Stein il mercante che... ma naturalmente a me egli doveva... Lo

interruppi. Balbettava e la sua gratitudine chi sa perché mi

metteva a disagio. Gli dissi chese verso qualcuno doveva

sentirsi in debito per l'offertaquesti era un vecchio Scozzese

del quale non aveva mai sentito parlaremorto da molti annie di

cui poco si sapeva ormaise non che possedeva una voce stentorea

e una specie di rozza onestà. Non c'era proprio nessuno che

meritasse i suoi ringraziamenti. Stein non faceva che passare a un

giovane l'aiuto ricevuto in gioventùe io non avevo fatto altro

che suggerirgli il nome di Jim. A tali parole arrossìe

cincischiando un pezzetto di carta tra le ditadisse timidamente

che io avevo avuto sempre fiducia in lui.

Ammisi che questo era verosoggiungendo dopo una pausa che si

provasse a fare altrettanto. 'Crede che non lo faccia?' domandò

impacciatoe aggiunse balbettando che però prima avrebbe dovuto

dar prova di meritarselo; poirischiaratosi in voltoprotestò a

gran voce che non mi avrebbe dato motivo di pentirmi della mia

fiduciala quale... la quale...

'Non equivochiamo' precisai. 'Non è in suo potere di farmi

rimpiangere nulla.' Certo ne sarebbero mancati i motivi: manel

casosarebbe affar mio: di me solo; e d'altra parte desideravo

fargli chiaramente intendere che il buon esito di questo progetto

di questo... questo... esperimentodipendeva unicamente da lui

che ne rispondeva in modo pieno ed esclusivo. 'Ecco! Ecco!'

balbettò'proprio quello che io...'. Lo pregai di nuovo di non

far lo stupidoe allora sembrò più perplesso che mai. Era sulla

buona strada per rendersi la vita intollerabile... 'Le pare?'

domandòturbato; ma subito dopo soggiunsecon fiducia: 'Eppure

stavo facendo progressino?' Era impossibile prendersela con uno

così; non seppi trattenere un sorrisoe gli dissi che anticamente

le persone che compivano simili progressi finivano coll'andare a

far gli eremiti nel deserto. 'Alla forca gli eremiti!' commentò

Jim con simpatico impulso. Ma il deserto non gli dispiaceva

naturalmente... 'Meno male' dissi. Proprio in un deserto stava

per andare... Potevo tuttavia promettergli che l'avrebbe trovato

piuttosto movimentato. 'Sìsì' fece con entusiasmo. Era tuttavia

un chiudersi definitivamente la porta alle spalle... 'Davvero?'

interruppe in uno strano accesso di malinconia che parve

avvolgerlo dalla testa ai piedi come l'ombra di una nuvola

passeggera. In fondo era straordinariamente espressivo.

Straordinariamente! 'Davvero?' ripeté amaro. 'Non si può dire che

io abbia fatto troppe storie. E sono anche capace di tenere il mio

punto... Solo chediavolo! lei mi deve indicare la porta...'.

'Benissimo. Si accomodi' ribadii. Ero in grado di dargli la più

netta assicurazione che quella porta gli sarebbe stata sbattuta

dietro con tutto lo slancio. Il suo destinoqualunque fosse

sarebbe rimasto ignoratoperché il paesesebbene in pieno

decadimentonon pareva ancora maturo per una presa di possesso

europea. Una volta arrivato laggiùper il mondo era come se lui

non fosse mai esistito. Non avrebbe posseduto che le piante dei

piedi per stare rittoe anche per questo gli sarebbe toccato

cercar prima il terreno su cui posarle. 'Mai esistito... quel che

ci vuoleperdiana!' mormorò fra sé. Gli occhifissi sulle mie

labbragli ardevano. Se aveva capito a fondo i miei suggerimenti

conclusiavrebbe fatto bene a saltare sul primo gharry che gli

capitasse e andare da Stein a ricevere le ultime istruzioni. Si

precipitò fuori della stanza prima ancora che avessi finito di

parlare".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 23.

"Non tornò che la mattina dopo. Era stato trattenuto a cena e a

dormire. Non era mai esistito un uomo straordinario come il signor

Stein. Jim aveva in tasca una lettera per Cornelius ("quello che

sta per far fagotto"spiegòe per un momento si spense la sua

euforia) e tirò fuori di slancio un anello d'argentodi quelli

che usano gli indigenireso molto sottile dall'uso e con lievi

tracce d'incisioni.

Questa era la presentazione per un vecchio chiamato Doramin uno

dei personaggi più importanti di laggiù - un pezzo grosso che era

stato amico del signor Stein nel paese dove aveva avuto tutte

quelle avventure. Il signor Stein lo chiamava il suo 'compagno

d'armi'... 'Bello: COMPAGNO D'ARMIno? E l'inglese? come lo parla

bene il signor Stein! Dice di averlo imparato a Celebespensi un

po'! Buffissimono? Veramente lo parla con un accento... una

sfumatura...' l'avevo notato? Glie lo aveva dato Doramin

quell'anello. Si erano scambiati un regaloquando si lasciarono

l'ultima volta. Una specie di patto d'eterna amicizia. Una cosa

bellano? Avevano dovuto prendere un fugone per salvarsi la pelle

quando quel Mohammed... Mohammed... coso... era stato ucciso. La

conoscevonoquella storia?... Fu un gran peccatono?...

Chiacchierava cosìdimenticandosi il piatto che aveva davanti

col coltello e la forchetta in mano (mi aveva trovato a far

colazione)un po' rosso in visoe con gli occhi assai più scuri

del solito: che in lui era segno di esaltazione. L'anello

sostituiva le credenziali ('E' una cosa come se ne leggono nei

libri' gettò lì con ammirazione) - e Doramin avrebbe fatto di

tutto per aiutarlo. Il signor Stein aveva salvato la vita a

quell'individuouna volta; per puro casoaveva aggiunto il

signor Steinma luiJimaveva la sua opinione in proposito. Il

signor Stein era tipo da crearselo un caso del genere. Non fa

niente. Caso o volontàveniva giusto giusto a proposito. Voglia

Iddiopiuttostoche quel bravo vecchierello non abbia tirato le

cuoia nel frattempo. Il signor Stein non avrebbe saputo dirlo. Non

aveva sue notizie da più di un anno; e laggiù c'erano state

sparatorie dell'altro mondo tra una parte e l'altrae il fiume

era sbarrato. Bella sorpresaquestama niente paura; lui avrebbe

trovato una fessura da infiltrarcisi.

Mi colpìquasi mi spaventòquel suo chiacchiericcio esaltato.

Era loquace come un ragazzo alla vigilia di una lunga vacanza in

vista di gioconde avventure; un simile stato d'animo in un adulto

e in simile frangente aveva in sé del fenomenaledel pazzesco

del pericolosodel malsicuro. Ero sul punto di invitarlo a

prendere le cose sul serioquando lasciò cadere coltello e

forchetta (aveva cominciato a mangiareo meglio a ingoiar cibo

per così direinconsciamente)e si mise a cercare tutt'intorno

al piatto. L'anello! L'anello! Dove diavolo... Ah! Eccolo... Lo

strinse nella sua grande manoficcandoselo in una tasca dopo

l'altra. Perdiana! Non bisognava perderloper carità. Restò

meditabondoguardandosi tutto assorto il pugno chiuso. Ecco! Se

lo sarebbe appeso al collo quel gingillo. E si diede subito da

fare tirando fuori uno spago (che sembrava un pezzetto di stringa

di cotone). Ora sì! Ora funziona! Vedremo ora se... Per la prima

volta mi alzò un poco gli occhi in visoe questo gli rese un

certo equilibrio. Forse non mi rendevo contodisse con serietà

ingenuadell'importanza di quel pegno per lui. Voleva dire un

amico; ed è una bella cosa trovare un amico. Ne sapeva qualcosa

lui. Mi fece un cenno d'intesa col capoma prima ch'io potessi

fare un gesto di protesta chinò la testa sulla manoe rimase un

po' in silenziogiocherellando con le briciole sulla tovaglia

assente... "Sbattersi la porta alle spalle... proprio ben detto"

esclamòebalzando in piedicominciò a misurare la stanza a

grandi passie mi fece ricordarecon la quadratura delle spalle

ii portamento del capoil passo rapido e sconnessoquella sera

che aveva camminato cosìconfessandospiegando - come volete ma

in ultima analisivivo - vivo davanti a mechiuso nella sua

nuvoletta personalecon tutti quegli involontari cavilli per

cercare una consolazione nella fonte stessa del dolore. Era sempre

lo stesso umore; lo stessoma diversocome un compagno volubile

chedopo averci guidato oggi sulla via giustacol medesimo

sguardoil medesimo gesto e il medesimo impulso domani ci porta

irrimediabilmente fuori strada. Si muoveva con passo sicuro; i

suoi occhi mobilirabbuiatisembravano frugare per la stanza in

cerca di qualche cosa. Un passoogni tantofaceva più rumore

degli altri - derivava probabilmente dalle sue scarpe- dando la

strana impressione che zoppicasse. Si era ficcata una mano in

fondo alla tasca dei calzonie l'altratutto a un trattose la

agitò sopra alla testa. 'Sbatta pure l'uscio!' gridò. 'Non

aspettavo altro. Farò vedere iofarò... io... sono pronto a ogni

cimento... Era il mio sogno... Perdiana! Uscir di qui. Perdiana!

E' la fortuna finalmente... Aspetti un pocoe... vedrà se io...'.

Scosse il capo con un gesto spavaldo: confesso che per la prima e

l'ultima volta da quando lo conoscevo mi accadde di accorgermi a

un tratto di non poterne proprio più di lui. A che pro' codeste

spacconate? Camminava per la stanza agitando il braccio in un modo

ridicoloe tastandosi a tratti l'anello sotto gli abiti. Che

senso poteva avere una simile esaltazione in un uomo assunto come

agente commerciale in un luogooltre tuttodove il commercio non

esiste? A che scopo questa sfida all'universo? Non era uno stato

d'animo da accingersi a una impresa qualsiasi; uno stato d'animo

che non si addiceva non solo a luidissima a nessuno. Si fermò

davanti a me. 'Ahcosì?' domandòtutto spentoe con un sorriso

in cui mi parve di scoprire a un tratto una punta d'insolenza. Ma

io sono di vent'anni più vecchio di lui. La gioventù è sempre

insolente: è il suo diritto - la sua legge; ha da affermarsi; e

ogni affermazionein questo mondo di dubbiè una sfida

un'insolenza. Arrivò fino all'angolo opposto etornando indietro

si misea dirla sotto metaforaa dilaniarmi. Parlavo così perché

io - perfino ioche ero stato di una infinita bontà con lui -

perfino io ricordavo... ricordavo... a sua vergogna... quello...

quello... che era successo. E gli altri allora?... il... mondo.

Che c'era di strano se desiderava uscirnese intendeva uscirne

se intendeva restarne fuori... perdio! E io parlavo di stato

d'animo inadatto?

'Non sono né io ne il mondo a ricordare' gridai. 'E' lei... lei!'

Non batté ciglioe continuò con calore: 'Dimenticarsi di tutto

di tutti... di tutti...' abbassò la voce. 'Fuorché di lei'

soggiunse.

'Sì... anche di me... se questo può aiutarla' ribattei abbassando

la voce a mia volta. Dopo di che rimanemmo silenziosi e abbattuti

per un po'come esausti. Quindi Jim riprese a parlarepacato

dicendomi che il signor Stein gli aveva detto di aspettare un mese

circaper accertarsi che gli fosse possibile rimanereprima di

cominciare a costruirsi una casa ed evitare una 'vana spesa.'

Adopera certe espressioni buffequello Stein. 'Vana spesa!' Buona

davvero! Rimanere? Ma certo! Ci si sarebbe radicato. Bastava

arrivare fin là - ecco tutto; ci sarebbe rimasto; garantito! Per

sempre. Rimanere era piuttosto facile.

'Non sia troppo avventato' dissiturbato dal suo tono

pericoloso. 'Se vivrà abbastanzafinirà che avrà voglia di

tornare.'

"Tornare dove?" domandò assentecon gli occhi fissi sul quadrante

di un orologio alla parete.

Tacqui per un momento. 'Dunqueper sempre?' dissi. 'Per sempre'

ripeté con aria assorta senza guardarmi; poi si lasciò andare

improvvisamente a un'irrequietezza frenetica. 'Perdiana! Le duee

si salpa alle quattro!'

Era vero. Un brigantino di Stein partiva per l'occidente nel

pomeriggioa lui era stato detto di imbarcarsima la nave non

aveva avuto ordine di rimandar la partenza. Forse Stein se n'era

dimenticato. Jim corse a prendere la sua roba mentre io andavo a

bordo della mia navedove promise di passarmi a salutare nel

raggiungere la rada esterna. Infatti comparve a bordo in gran

frettacon una valigetta di pelle in mano. Era insufficiente per

quel viaggio: gli regalai un mio vecchio baule di zinco

impermeabile all'acquao almeno capace di preservar dall'umidità.

Effettuò il travaso da un collo all'altro rovesciando senz'altro

il contenuto della valigia come si vuota un sacco di grano.

Intravidi tre libri precipitare col resto; due più piccoli con le

copertine scuree uno grosso legato in verde e oro - uno

Shakespeare completo in un'edizione da mezza corona. 'Lo legge

lei?' gli chiesi. 'Sì. Ottima roba per tirar su il morale'

rispose in fretta. Fui colpito da questa rispostama non c'era

tempo per una discussione scespiriana. Sul tavolino della cabina

c'era una pesante rivoltella e due scatolette di cartucce. 'Li

prendala prego' dissi. 'Possono servirle a rimanere laggiù.'

Capiiappena detteche queste parole potevan acquistare un

significato macabro. 'Possono servirle per penetrare nel paese'

corressipieno di rimorsi. Ma Jim non si lasciava turbare da

significati nascosti; mi ringraziò con effusionee scappò via

gridandomi 'Arrivederci' senza voltarsi. Udii la sua voce dalla

murata della nave incitare i suoi barcaioli a dar di remoe

affacciatomi al portello di poppavidi la barca francare la

volta. Jim sedutopiegato in avantispronava i suoi uomini con

la voce e col gesto; e siccome aveva sempre la rivoltella in mano

- puntatasembravain direzione delle loro teste - non

dimenticherò mai le facce spaurite dei quattro Giavanesi né lo

slancio frenetico dei loro remiche mi sottrassero alla vista

quello spettacolo. Poivoltandomila prima cosa che notai furono

le due scatole di cartucce sul tavolo della cabina. S'era

dimenticato di prenderle.

Ordinai subito che si armasse la mia saettìa; ma i rematori di

Jimvogando sotto l'impressione che la loro vita fosse appesa a

un filo finché avessero a bordo quel pazzoarrancavano a ritmo di

regata; e io non ero ancora a mezzo cammino tra i due bastimenti

che lo vidi arrampicarsi sul bastingaggio; mentre issavano a bordo

il suo bagaglio. Il brigantino aveva già sciolto tutte le vele: la

maestra era a puntoe già l'argano dell'àncora cominciava a

stridere quando misi piede a bordo; il capitanoun piccolo

meticcio di una quarantina d'annivispo e atticciatovestito di

flanella blucon occhi vivaciil viso tondo color limonee due

baffettini neri e sottili che gli scendevano dai due angoli delle

labbra grosse e scuremi venne incontro tutto gestroso.

Nonostante il suo aspetto soddisfatto e gaiorisultò poi di

carattere pessimista. In risposta a una mia osservazione (mentre

Jim era sceso un momento)disse: 'Ahgià. Patusan.' Avrebbe

condotto quel signore fino alla foce del fiumema non lo avrebbe

"mai asceso". Il suo inglese disinvolto sembrava attinto al

dizionario di un pazzo. Se il signor Stein gli avesse chiesto di

'ascendere' gli avrebbe 'riverenzialmente' (credo volesse dire

rispettosamentema lo sa il diavolo) - 'riverenzialmente fatto

obbietti per la sicurezza delle sostanze.' Se il signor Stein

avesse insistitogli avrebbe presentato 'la rassegnazione delle

dimissioni.' L'ultimo viaggio da quelle parti lo aveva fatto

dodici mesi primae benché il signor Cornelius avesse 'propiziato

molti offertori' al signor Rajah Allang e alle 'principali

popolazioni' a patti tali da rendere il commercio 'un'insidia e

cenere in bocca' tuttavia la sua nave era stata bersaglio di armi

da fuocodai boschi lungo tutto il corso del fiumeper opera di

'partiti irresponsivi;' il cheobbligando il suo equipaggio 'per

l'esposizione delle membraa rimaner silenzioso in nascondiglio'

il brigantino si era quasi insabbiato alla focedove 'sarebbe

stato distruggibile al di là delle forze dell'uomo.' Il disgusto e

l'ira che lo invadevano al ricordoe l'orgoglio della propria

loquelaalla quale prestava un attentissimo orecchiolottavano

per il possesso del suo largo e semplice viso. Mi guardava

cipiglioso e insieme sorridenteosservando con soddisfazione

l'effetto immancabile della sua fraseologia. Oscuri fremiti

sfioravano veloci la superficie calma del maree il brigantino

con la vela di parrocchetto a riva e la randa della maestra a

mezzanavesembrava perplesso tra le réfole. Il capitano mi disse

anchedigrignando i dentiche il Rajah era una 'iena ridicolosa'

(non so immaginare come avesse trovato la parola iena); mentre un

altro individuo era di gran tratto più falso delle 'armi di un

coccodrillo.' Con un occhio fisso a prua sulla manovra

dell'equipaggiodiede libero sfogo alla propria loquacità

paragonando quel paese a una "gabbia di bestie feroci invoracite

da una lunga impenitenza". Credo intendesse dire impunità. Non

aveva intenzioneesclamòdi 'esibirsi per esser assalito

appositamente a una ruberia.' La lunga cantilena ritmica degli

uomini che salpavano l'àncora si tacque; e il capitano abbassò la

voce. 'Ne ho molto troppo abbastanza del Patusan' concluse

energicamente.

Seppi in seguito che laggiù si era portato così male da meritarsi

di esser legato per il collo con un capestro di canapa a un palo

piantato in mezzo a una buca da immondizie davanti alla residenza

del Rajah. Passò gran parte del giorno e un'intera notte in quella

scomoda posizionema c'era serio motivo per credere che si

trattasse di una specie di scherzo. Dovette rimasticarsi un po'

quell'orribile ricordoperché poi affrontò con aria litigiosa il

marinaio che si stava avviando a poppa verso la barra del timone.

Quando si rivolse di nuovo a me fu in tono riflessivopacato.

Avrebbe condotto quel signore fino alla foce del fiume a Batu-

Kring (la città di Patusan essendo 'collocata interiormente'

osservò'a trenta miglia'). Ma ai suoi occhi - soggiunse con una

espressione di noia e di stanchezza che andava sostituendosi alla

sua loquacità di prima - era già 'una similitudine di un

cadavere.' 'Come? Che dice?' esclamai. Assunse un aspetto di

ferocia impressionantee imitò alla perfezione l'atto di

pugnalare qualcuno alle spalle. 'Giàcome il corpo di uno che è

deportato' spiegò con l'aria insopportabilmente vanesia delle

persone del suo genere quando si mettono in mente di fare sfoggio

d'intelligenza. Alle sue spalle scorsi Jimche sorridendomi in

silenzio mi fermò con la mano alzata l'esclamazione che mi saliva

alle labbra.

Alloramentre il meticciogonfio d'importanzagridava i

comandie mentre i pennoni oscillavano cigolando e la pesante

randa piegava palpitando verso di noiJim ed ioin certo modo

soli di sottovento alla vela maestraci stringemmo la mano

scambiandoci in fretta le parole di commiato. Il mio cuore si era

liberato di quel vago risentimento che era stato finora in me

insieme all'interesse per il suo destino. L'assurdo vaniloquio del

meticcio era riuscito a dar corpo ai pericoli che Jim avrebbe

incontrato sul suo cammino più di quanto non fosse riuscito a

Stein con le sue descrizioni precise. In quel momento quella

specie di ritegno mondano che era stato sempre nei nostri colloqui

svanì del tutto. Credo di averlo chiamato 'caro ragazzo' e lui unì

le parole 'vecchio mio' a qualche smozzicata espressione di

gratitudinecome se i suoi rischibilanciati con i miei annici

avessero parificati di età e di sentimento. Vi fu un attimo di

vera e profonda intimitàinaspettata e passeggera come un colpo

d'occhio a qualche verità eterna e redentrice. S'ingegnò di

rendermi la tranquillità come se fosse stato lui il più maturo di

noi. 'Va beneva bene' disse rapidamente e con sentimento. 'Le

prometto di esser prudente. Sì; non correrò rischi inutili.

Neanche uno. Ma certo. Intendo di starcilaggiù. Non abbia paura;

perdiana! mi pare che nulla mi potrà intaccare. Ma come! la

fortuna comincia con la parola Partenza. Non vorrei mai perdere

una così splendida occasione!...' Un'occasione splendida! Beh

risultò magnifica davveroma le occasioni sono quali le fanno gli

uominie come potevo io sapere? Come aveva detto Jimperfino

io... perfino io ero contro di lui... io che ricordavo la sua...

la sua disgrazia. Era vero. E la miglior cosa che potesse fare era

di partire.

La mia saettìa rimase indietro sulla scìa del brigantinoe lo

vidi a poppa stagliato nella luce del tramontosollevare il

berretto alto sul capo. Udii un grido indistinto: 'Avrà notizie di

me.' Di me o da menon so benema credo fosse 'di me.' I miei

occhi erano troppo abbacinati dal barbaglio del mare che

scintillava sotto i suoi piedi perché potessi vederlo chiaro; è

mio destino di non vederlo mai chiaro; ma vi assicuro che nessuno

poteva apparire meno di lui 'in similitudine di cadavere' come si

era espresso quel corbaccio di meticcio di cui vedevo la faccia di

canagliettaforma e colore di zucca maturaaffacciarsi di sotto

al gomito di Jim. Anche lui alzò il braccioma nel gesto di una

pugnalata dall'alto in basso. Absit omen!".

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 24.

"La costa del Patusan (la vidi circa due anni dopo) è dritta e

scurain faccia all'oceano nebbioso. Tracce rosse scendono come

cataratte di ruggine sotto il fogliame verde scuro dei cespugli e

dei rampicanti che vestono la rupe poco elevata. Una bassura

paludosa si stende intorno alla foce del fiumee mostra un

panorama frastagliato di picchi azzurri di là dalle vaste foreste.

Al largouna catena di isole spiccanella nebbia eterna

illuminata dal solecon le sue forme buie e sgretolate come i

resti di un muro scalzato dal mare.

C'è un villaggio di pescatori sulla foce di uno dei rami

dell'estuario: Batu-Kring. Il fiumeche da tanto tempo era

rimasto chiuso al trafficoera stato riapertoe il piccolo

schooner di Steinsu cui ero imbarcatorisalì la corrente con

l'aiuto di tre maree successive senza esser preso a fucilate da

'partiti irresponsivi.' Questo pericolodel restodoveva già

appartenere alla storia anticasecondo quanto diceva il vecchio

capo del villaggio di pescatoriil quale venne a bordo a fare in

certo modo da pilota. Mi parlò con tranquilla fiducia. Ero il

secondo uomo bianco che avesse mai veduto: e l'argomento

principale dei suoi discorsi fu il primo uomo bianco che avesse

mai veduto. Lo chiamava Tuan Jime me ne parlò con un tono in cui

risaltava una strana mistura di familiarità e di reverenza. Lì

nel villaggioerano sotto la speciale protezione di quel Signore

il che mostra che Jim non serbava rancori. Quando mi preannunciò

che io avrei avuto sue notizieaveva detto la verità: queste che

ricevevo erano notizie sue. Cominciava già la leggenda: di una

marea alzatasi due ore prima del solito per agevolargli il viaggio

su per il fiume. E proprio luiil vecchio ciarlierolui in

persona aveva tenuto il timone della canoaquella volta: e a quel

fenomeno era rimasto a bocca aperta. Inoltre la luce di

quell'episodio si riversava tutta sulla sua famiglia. Ai remi

stavano suo figlio e suo genero: ma quellidue giovanotti senza

esperienzanon si fecero accorti che la canoa agguantava in modo

insolitofinché non aveva attirato lui la loro attenzione su tal

fatto strabiliante.

L'arrivo di Jim in quel villaggio di pescatori era stato una

benedizionema anche per lorocome per molti di noila

benedizione giunse preannunciata da terrori. Tante generazioni si

erano susseguite da quando l'ultimo bianco era approdato sul

fiumeche se n'era persa perfino la tradizione. La comparsa di

quell'essere chesceso tra loropretese con volontà inflessibile

di essere portato a Patusanera una cosa da scombussolare la

gente; la sua insistenza dava apprensione; la sua generosità era

peggio che sospetta. Era una pretesa inauditala sua. Senza

precedenti. Che ne avrebbe detto il Rajah? E a loroche avrebbe

fatto? Passarono la maggior parte della notte a dibattere il caso;

ma il furore di quell'uomo ignoto sembrò tale e così immediato

rischioche finalmente si rassegnarono ad apprestargli uno

straccio di piroga. A vederla partirele donne urlarono

d'angoscia: una vecchia strega scagliò una intrepida maledizione

sullo straniero.

Jim stava sedutocome vi ho dettosul suo bauletto di zinco

tenendosi teneramente poggiata sulle ginocchia la sua rivoltella

scarica. Sedeva con cautela - una fatica del diavoloquesta! e

così penetrò nel paese che egli era destinato a riempire della

fama delle sue virtùdai picchi azzurri dell'interno fino al

candido nastro di schiume che segue la costa. Alla prima curva

perdette di vista il marecol lavorio delle sue onde nell'eterno

travaglio di sollevarsiriabbassarsiscomparirerisollevarsi -

precisa immagine dell'umano travaglio - e fu di fronte alle

immense foresteprofondamente radicate alla terratese alla luce

del soleeternenella loro tradizione di potenza e d'ombra come

la vita stessa. Gli sedeva al fiancovelatal'occasionecome

una sposa orientale in attesa che la sciolga dai veli la mano del

suo padrone. Anche lui era l'erede di una tradizione di potenza e

d'ombra! A me confessò peraltroche mai in vita sua si era

sentito stanco e depresso come in quella canoa. Il solo movimento

che osava permettersi era quello di stender la manoquasi di

soppiattoverso un mezzo guscio di noce di cocco che gli

galleggiava fra i piediper aggottare un po' d'acqua con gesti

accuratamente trattenuti. Seppe quanto può essere duro il

coperchio di un bauletto di zinco a starci seduti su. Aveva una

salute eroica; eppure varie voltedurante quel viaggioebbe dei

giramenti di capoe da una volta all'altracome in un

dormivegliasi domandava che dimensioni poteva aver raggiunto la

vescica che il sole gli andava formando sulla schiena. Per

distrarsi si mise a guardare davanti a sécercando di stabilire

se quelle cose melmose che vedeva stese al margine dell'acqua

fossero un tronco d'albero o un alligatore. Ma si stufò presto.

Non c'era sugo. Sempre alligatori. Uno si lasciò cadere

nell'acquache per poco non rovescio la canoa. E anche

quest'emozione passò subito. Poidurante una tratta che non

finiva maifu molto grato a un gruppo turbolento e irriverente di

scimmie che scesero fino sulla riva con un baccano del diavolo e

un bailamme d'insulti al suo passaggio. Così si avvicinava egli

alla più genuina grandezza che uomo abbia mai raggiunto. Agognava

soprattuttoal tramonto; e intanto i tre pagaiatori stavano

preparandosi a mettere in esecuzione il loro piano di consegnarlo

al Rajah.

'Dovevo essere istupidito di faticao forse ero rimasto un po'

addirittura assopito' disse. Ad un tratto si accorse che la canoa

stava per toccare la riva. Immediatamente si rese conto che si

erano lasciati indietro la foresta; vide le prime case un po' più

in suuno steccato alla sua sinistrae i tre barcaioli saltare

tutti insieme in un punto di terra bassa e darsela a gambe.

Istintivamente saltò giù anche lui. Dapprincipio pensò di essere

stato abbandonato per qualche misteriosa ragionema poi udì grida

esaltatevide spalancare un cancelloe una frotta di gente

riversarsi fuoriverso di lui. Nel medesimo tempo una barca piena

d'armati apparve sul fiume e si pose a fianco della canoa vuota

tagliandogli la ritirata.

'Preso così alla sprovvista non potevo serbare il mio sangue

freddo - capisce? Se quella rivoltella fosse stata caricaavrei

ammazzato qualcuno - forse duetre uominie sarebbe stata la mia

rovina. Ma era scarica...' 'E perché?' 'Behnon potevo mica

combattere contro tutto un paese; e non a sarei venuto se avessi

avuto paura per la mia pelle' fececon un'occhiata in cui

ritrovai una sfumatura della sua vecchiacupa cocciutaggine. Mi

trattenni dal fargli notare che gli indigeni non potevano sapere

se la rivoltella era carica o scarica. Meglio lasciargli le sue

idee... 'Comunqueera scarica' rispose bonario'e mi fermai

domandando cosa succedeva. Ammutolirono stupiti. Vidi qualcuno di

quei ladri portarsi via la mia cassetta. Quel vecchio gambalunga

di Kassimun furfanteche le farò conoscere domanivenne fuori

a raccontarmi con un sacco di storie che il Rajah voleva vedermi.

Dissi: VA BENE. Anch'io volevo vedere il Rajah; così non ho avuto

che da varcare il cancello e... e... eccomi qua.' Rise; poi con

enfasi improvvisa: 'E sa il più bello?' domandò. 'Glie lo dico io.

E' che ero sicurose mi avessero levato di mezzoche a

rimetterci sarebbero stati loro.'

Questo mi disse davanti alla sua casa la sera che sapete - dopo

aver contemplato insieme la luna salire di sopra al crepaccio fra

i due collicome uno spirito asceso dalla tomba; col suo chiarore

soffuso e pallido e freddo come il fantasma di un sole morto. C'è

un sapore spettrale nella luce della luna; tutta la frigidità di

un'anima senza corpo e un poco del suo inspiegabile mistero. In

confronto della nostra luce solare che - si dica quel che si vuole

- è l'unica cosa che possediamo per vivereè come l'eco per il

suono: fallace e svianteironico o triste che ne sia il tono.

Toglie consistenza alle forme materiali - chedopo tuttosono il

nostro regno - e presta una realtà soltanto alle ombre: sinistra.

Le ombre apparivano molto concrete intorno a noi; ma Jim al mio

fianco restava alto e solidocome se nulla ai miei occhi -

nemmeno la forza occulta della luna - potesse privarlo della sua

realtà. Forse veramente nulla poteva toccarlodacché aveva

sopravvissuto all'assalto di forze tenebrose. Tutto era pace e

silenzio; perfino sul fiume i raggi della luna sonnecchiavano come

su uno stagno. Era il momento dell'alta mareaun momento di

immobilità che accentuava il totale isolamento di quest'angolo

perduto della terra. Le case affollate lungo la vasta ansa immersa

in un lago di luce senza né increspature né barbaglinella loro

discesa in fila verso l'acquacon un sovrapporsi di forme vaghe

grigieargenteemiste a masse nere d'ombrasembravano una

mandria spettrale di labili creature che si spingessero avanti per

bere a un fiume anch'esso spettrale e senza vita. Qua e là un

rosso chiarore occhieggiava tra le pareti di bambùcaldocome

una scintilla di vitasimbolo di affetti umanidi buon rifugio

di riposo.

Mi confessò di aver spesso osservato quei punti di luce sparire

uno dopo l'altroe che gli piaceva vedere la gente

addormentarglisi sotto gli occhifiduciosa nella sicurezza del

domani. 'Che pacequieh?' domandò. Non era eloquentema nelle

parole che seguirono c'era un significato profondo. 'Guardi queste

case: non ce n'è una in cui si diffidi di me. Perdiana! Glie lo

avevo detto che avrei resistito. Domandi a chi vuole: uomodonna

o bambino...' S'interruppe. 'Behiocomunquesono un

galantuomo.'

Gli risposi subito che era ora che se ne fosse accorto! E che io

ne ero sempre stato sicuro. Scosse il capo: 'Davvero?' Mi strinse

leggermente il braccio sopra al gomito. 'Ebbeneallora... Lei

aveva ragione.'

C'era un senso di esultanza e d'orgoglioc'era quasi un sacro

panico in quell'esclamazione a bassa voce. 'Perdiana!' esclamò

'pensi cosa significa questo per me.' Mi strinse di nuovo il

braccio. 'E mi ha chiesto se pensavo a scappar via! Santo Dio! Io

via di qua! Specialmente adessodopo quello che mi ha detto del

signor Stein... Andarmene! Ma se era quello che temevo di più!

Sarebbe stato... sarebbe stato peggio della morte. Sì... parola

mia. Non rida. Ho bisogno di sentire... ogni giornoogni volta

che apro gli occhi... che la gente si fida di me... che nessuno ha

il diritto... capisce? Andarmene! Dove? A che scopo? In cerca di

che?'

Gli avevo detto (anzi era stato questo il movente principale della

visita) che Stein aveva l'intenzione di fargli dono immediato

della casa e dello stock di mercecon qualche lieve condizione

tanto per rendere la transazione del tutto regolare e valida. Da

principio cominciò a sbuffare e a impennarsi. 'Al diavolo la sua

delicatezza!' gridai. 'Stein non c'entra niente. Le dà soltanto

quello che lei si è creato da sé. E in ogni modo risparmi le sue

proteste per Mac Neil - quando lo incontrerà all'altro mondo. E

speriamo non sia tanto presto...' Dovette cedere ai miei

argomentiperché tutte le sue conquistefiduciafamaamicizia

amore - tutte queste cose che gli avevano dato un senso di

padronanzalo avevano anche ridotto in schiavitù. Guardava con

occhio di padrone la seratail fiumele casela vita imperitura

delle forestela vita della vecchia umanitài segreti della

terral'orgoglio del suo cuore; ma eran quelli a possederlo e a

impadronirsi di lui in pienofino al suo pensiero più intimoal

più lieve moto del suo sanguefino al suo ultimo respiro.

C'era da andarne orgogliosi. Anch'io ero orgoglioso di luipur

non sentendomi sicuro come Jim della favolosa bontà dell'affare.

Era meraviglioso. Ma non al suo coraggio pensavo io. Strano! Gli

davo pochissimo peso: come se fosse una cosa troppo convenzionale

per avere una consistenza effettiva. No. Mi colpiva di più la

rivelazione di altre sue doti. Aveva spiegato grande adattabilità

a situazioni insoliteagilità d'intelletto in quel certo campo

del pensiero. E la sua prontezza! Straordinaria. E tutto questo

gli era venuto come il buon fiuto a un bravo cane da caccia. Non

era eloquentema c'era una certa dignità nella sua naturale

reticenzac'era una profonda serietà nel suo balbettare. Aveva

conservato il vecchio vizio di arrossire di caparbia. Ogni tanto

perògli sfuggiva una parolauna fraseche mostrava quanto a

fondoe con quanta solennità considerava quel compito che gli

aveva procurato la certezza della sua riabilitazione. Ecco perché

sembrava amare quella terra e quella gente con una specie di

feroce egoismo con una sdegnosa tenerezza".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 25.

"'Qui sono stato prigioniero tre giorni' mi sussurrò (il giorno

della nostra visita al Rajah)mentre attraversavamo lentamente il

cortile di Tunku Allangtra una folla di servi sbalorditi. 'Che

schifoeh? E non mi davano niente da mangiare se non facevo

baccano; e anche allora mi passavano appena un piattino di riso e

un'ombra di pesce fritto... Maledetti! Perdiana! Ne ho patita di

famein questo cortile fetidoa far su e giùcon qualcuno di

questi vagabondi che mi ficcava il muso fin sotto al naso. Avevo

consegnato alla prima richiesta quella sua famosa rivoltellaben

contento di liberarmi di quell'arnese infernale. Facevo una figura

da imbecille a girar con una canna da fuoco scarica in mano.' In

quel momento giungemmo alla real presenzae Jim si fece

rigidamente solenne e complimentoso col suo ex-nemico. Oh! era

magnifico! Mi vien da ridere quando ci penso. Quel vecchio

mascalzone di Tunku Allang non riusciva a dissimulare la sua gran

paura (non era un eroenonostante tutte le storie che andava

raccontando intorno alla sua bollente gioventù)mentre sfoggiava

una patetica fiducia nel modo di comportarsi verso il suo ex-

prigioniero. Vedete? Anche quelli che più lo odiavano avevano

fiducia in lui. Jim - per quel che potevo capire dalla piega del

colloquio - approfittava dell'occasione per fargli una predica.

Certi poveracci del villaggio erano stati fermati e rapinati

mentre si recavano da Doramin con un po' di gomma e di cera

d'apiario da scambiare con riso. 'E' Doramin il ladro' scoppiò a

dire il Rajah. La fragile carcassa era in preda a un tremito

furibondo. Si contorceva tutto sulla stuoiagesticolando con le

mani e coi piediagitando gli spaghi scompigliati della sua

zazzera: incarnazione della rabbia impotente. Tutt'in giro occhi

sgranati e bocche aperte intorno a noi. Jim cominciò a parlare.

Risolutamentefreddamente e a lungo sostenne che a nessuno si

deve impedire di procurarsi onestamente il cibo per sé e per i

figli. L'altro stava seduto come un sarto al suo tavolinocon le

palme sulle ginocchiaa testa bassae fissando Jim attraverso i

capelli grigi che gli cadevano fin sugli occhi. Alle ultime parole

di Jim seguì un gran silenzio. Pareva che nessuno fiatasse più;

nessuno diceva una parola; finalmente il vecchio Rajahdopo un

sospiro leggeroalzando gli occhicon una scossa del capodisse

in fretta: 'Hai sentitopopolo mio? Basta con questi scherzetti.'

Questa ordinanza cadde in un profondo silenzio. Un uomo piuttosto

grossoevidentemente investito di autoritàocchi intelligenti

viso ossutoscurissimomodi gioviali e alla mano (seppi poi che

era il boia) ci offrì due tazze di caffè su un vassoio d'ottone

tolto dalle mani d'un suo sottoposto. 'Non è necessario che lei

beva' disse Jim in fretta e tra i denti. Non afferrai subito il

significato delle sue parole e mi limitai a guardarlo. Ma egli

bevve un lungo sorsopoi restò correttamente sedutotenendo il

piattino nella mano sinistra. Lì per lì rimasi seccatissimo. 'Che

diavolo!' mormoraisorridendogli amabilmente'perché mi ha

esposto a un rischio così sciocco?' Bevvinaturalmentenon c'era

altro da faresenza che Jim battesse ciglio; e dopoquasi

subitoci congedammo. Mentre stavamo attraversando il cortile

diretti alla nostra barcasotto la scorta dell'allegro e

intelligente carneficeJim mi dichiarò di essere molto

mortificato. In fondole probabilità di rischio erano minime. Lui

al veleno non ci aveva neanche pensato: una lontanissima

eventualità. Mi assicurò di essere considerato infinitamente più

utile che pericolosoe quindi... 'Ma il Rajah ha una paura matta

di lei. Lo si vede a colpo d'occhio' ribatteilo confessocon

una certa acredinesempre in attesa dei primi sintomi di una

possibile colica tremenda. Ero di pessimo umore. 'Se voglio

riuscire a qualche risultatoquie conservar la mia posizione'

disse Jim prendendo posto vicino a me nella barca'devo correre

dei rischi: questo lo corro almeno due volte al mese. Molta gente

si affida a me - perché io lo affronti per il loro bene. Paura di

me? Appunto. Probabilmente ha paura di me perché io non ho paura

del suo caffè.' Poiindicandomi un punto sul lato settentrionale

dello steccato dove c'erano diversi pali con la punta spezzata:

'Eccodi qui sono saltato il terzo giorno della mia venuta a

Patusan. Non ci hanno ancora rimesso i pali nuovi. Un bel salto

no?' Poco dopo passammo davanti allo sbocco di un ruscello

melmoso. 'Qui ho fatto il secondo salto. Presi un po' di rincorsa

e spiccai il balzo di volatama non ce la feci. Credevo di

lasciarci la pelle. Ci ho perso le scarpe nel tramestio per

tirarmi fuori. E dopo ho ripensato sempre che bel costrutto ci

sarebbe stato a pigliarmi nella schiena un colpo di quelle

maledette lancie lunghementre ero così invischiato nel fango.

Ricordo lo schifo a sguazzare in quella melma. Una vera nausea -

dico - proprio come se mi fossi messo sotto i denti una cosa

marcia.'

Ecco com'era andata - e l'Occasione correva al suo fianco

saltando con lui gli steccati rottisguazzando con lui nella

melma... sempre velata. La sorpresa al momento del suo arrivo fu

l'unica cosacapiteche lo salvò dall'essere immediatamente

spacciato con un colpo di kris e buttato nel fiume. Lo avevano fra

le manima era come voler stringere un'apparizioneun fantasma

uno spirito maligno. Che poteva significare? Che se ne doveva

fare? Non era troppo tardi per conciliarselo? Non era meglio

ucciderlo senza indugio? Ma dopoche cosa sarebbe successo? Quel

povero vecchio Allang ci aveva quasi perso il cervelloper

l'orgasmo e per la difficoltà di prendere una risoluzione. Varie

volteinterrompendo i lavori del Consiglioi partecipanti si

erano precipitati alla rinfusa verso la porta e di lì sulla

veranda. Uno di essi - a quel che si racconta fece perfino un

salto dall'altezza di un quattro metri e mezzo e si ruppe una

gamba. Il regio governatore di Patusan aveva delle strane

fissazioni; come quella d'introdurre nel corso di ardue

discussionicerte sue rapsodie millantatorienelle quali veniva

a mano a mano esaltandosifinchébrandendo il suo krisfiniva

col saltar giù dalla piattaforma dove stava appollaiato. Maa

parte tali interruzionile dispute sul destino di Jim seguitarono

notte e giorno.

Intanto lui vagava per il cortilee qualcuno lo scansavaaltri

lo fissavano con sguardi accesie tutti lo osservavano; e lui lì

si può dire alla mercè del primo cialtrone che capitasse con un

trinciante. Per dormire aveva preso possesso di una piccola

tettoia mezzo crollata; ma gli effluvi d'immondizie e di roba in

putrefazione gli davano allo stomaco; l'appetito invece pare che

non l'avesse perduto perché - mi disse - per tutto quel tempo

aveva avuto sempre fame. Ogni tanto 'qualche asino in gran

faccenda' in deputazione dalla sala del Consigliogli si

avvicinava di corsa e in tono mellifluo gli infliggeva

stupefacenti interrogatori. 'Era vero che gli Olandesi sarebbero

venuti a prendersi il paese? Gradirebbe l'uomo bianco ridiscendere

il fiume? Con quali intenzioni era egli venuto in un paese così

poverello? Il Rajah desiderava sapere se l'uomo bianco sapeva

riparare un orologio.' Gli portarono davvero una sveglia di nichel

fabbricata nella Nuova Inghilterra; e luipur di vincere il

tormento della noiasi era dato a tutt'uomo a tentar di rimettere

in efficienza la suoneria. E proprio mentresotto la sua tettoia

era così occupato alla bisognapare che gli si affacciasse alla

mente la precisa percezione dell'estremo pericolo in cui versava.

Lasciò cadere l'orologio - dice - 'come una patata bollente' e

uscì in frettasenza la minima idea di quel che avrebbe volutoo

meglio potutofare. Sapeva soltanto che in quelle condizioni non

ci poteva durare. Passava senza scopo davanti a una specie di

piccolo fatiscente granaio su palafitteallorché gli caddero gli

occhi sui pali spezzati dello steccato; e allora - dice - di

colpoquasi senza un vero procedimento mentalesenza slancio

emotivosi decise alla fuga come se da un mese ne avesse maturato

il piano. Si allontanò come se niente fosse per avvantaggiarsi di

una buona rincorsaquandovoltandosisi vide al fianco un

dignitario scortato da due portatori di lancieche si preparava a

rivolgergli una delle solite domande. Gli spiccò la corsa 'proprio

sotto il naso' volò oltre l'ostacolo 'come un uccello' e cadde

dall'altra parte con un tonfo che gli sconquassò le ossa e parve

spaccargli il cranio. Si rialzò immediatamente. Non pensò a nulla

lì per lì: non ricordava altro - disse - che un grande urlo; le

prime case di Patusan gli stavano di fronte a quattrocento metri

di distanza; vide il ruscelloe quasi automaticamente accelerò la

corsa. La terra sembrava volargli indietro sotto i piedi. Prese lo

slancio dall'estremo punto di terra asciuttasi sentì volare per

ariae si trovò senza il minimo urto ficcato in piedi in un banco

di poltiglia molliccia e vischiosa. Soltanto quando provò a

muovere le gambe e si accorse che non ce la facevaalloraa

dirla con le sue parole'tornò in sé.' Cominciò a pensare a

'quelle maledette lancie lunghe.' In realtàconsiderando che la

gente da dentro lo steccato doveva correre al cancellopoi

scendere all'imbarcaderomettersi in barca e fare il giro di un

promontorioJim aveva più vantaggio di quanto immaginasse.

Inoltreessendo bassa mareail ruscello era senz'acqua - non si

poteva dire asciutto - e all'atto pratico non c'era altro rischio

per il momento che quelloforsedi un tiro di lunghissima

tratta. La terra ferma si trovava a due metri scarsi davanti a

luipiù in alto. 'Ho creduto tuttavia che lì ci sarei morto'

disse. Allungò le mani nel tentativo disperato di afferrarsi a

qualche cosa e riuscì soltanto a tirarsi contro il pettoquasi

fino al mentoun gran mucchio di melma fredda e lucida

ripugnante. Gli parve di seppellirsi vivo da sée allora si mise

a sbatacchiar le braccia come un pazzogettando il fango qua e là

a pugni. Glie ne arrivò sul caposul visonegli occhiin bocca.

Mi disse che si era ricordato a un tratto del cortilecome si

ricorda un luogo dove si è stati un tempo molto felici. Agognava -

disse proprio così - ad esser lì di nuovoa riparare quella

sveglia. Riparare la sveglia - era la sua idea fissa. Faceva

sforziterribili sforzi tra singhiozzi e ànsiti; sforzi che

sembrava gli dovessero far scoppiare gli occhi dalle orbite

lasciandolo lìcieco; sforzi che culminarono in un energico

tentativo supremonel buiodi spaccare in due la terradi

liberarsene le membra - e allora sentì che stava arrampicandosi

piano piano per la proda. Arrivato alla terra fermavi giacque a

lungo distesoe rivide la luceil cielo. Alloracome una felice

trovatagli sorse l'idea di mettersi a dormire. Lui ama dire che

dormì davvero; che dormì - forse un minutoforse venti secondi

forse un secondo soloma ricorda benissimo il sobbalzo convulso e

violento del risveglio. Restò un po' steso così immobilepoi si

alzò lercio di melma dalla testa ai piedie rimase lì a

considerare che era il solo della sua razza per un raggio di

centinaia di miglia; solosenza speranza di aiutoné di

comprensionené di pietà da nessunocome un animale braccato. Le

prime case erano adesso a non più di venti metri da lui; e furono

gli strilli disperati di una donna a riscuoterlochespaventata

cercava di trascinarsi via un bambino. Riprese a correre in avanti

con i soli calzini ai piedicosì imbrattato di quel bitume da non

aver più sembianza umana. Attraversò in lunghezza più di metà

della colonia. Le donnepiù agilifuggivano a destra e a

sinistragli uominipiù lentilasciavan cadere tutto quello che

avevano in manoe restavan lìpietrificatia bocca aperta. Era

il terrore volante. Dice di aver veduto dei bimbettiche nella

furia di scappare cascavano pancia a terra e scalciavano. Svoltò

tra due casesu per un'ertascavalcò alla disperata uno

sbarramento di tronchi d'albero (non passava settimana senza

qualche battaglia a Patusanin quell'epoca) e poi giùa

precipizioirruppe attraverso un recinto in un campo di

granturcodove un ragazzo spaventato gli scagliò un bastone;

raggiunse un sentiero a casoe andò dritto a finire in mezzo a un

gruppetto di uomini sbalorditi. Gli bastò appena il fiato di

boccheggiare: 'Doramin! Doramin!' Ricorda di esser stato mezzo

portatomezzo spinto in cima all'erta in un vasto recinto con

palme e alberi da fruttae condotto di corsa davanti a un pezzo

d'uomo massiccio seduto su una poltrona in mezzo a una folla in

preda a grandissima agitazione ed orgasmo. Si frugò fango e stoffa

per tirar fuori l'anelloetrovatosi a un tratto a pancia

all'aria si domandò chi lo aveva buttato a terra. Lo avevano

semplicemente mollato capite? - non si reggeva più in piedi. Dal

fondo del declivio si sentiva sparacchiare a casaccioe disopra

ai tetti della colonia si levò un sordo brontolio di

sbigottimento. Ma lui era in salvo. Gli uomini di Doramin stavano

barricando il cancello e versandogli acqua in gola; la vecchia

moglie di Doramintutta affaccendata e premurosacon voce

stridulaimpartiva ordini alle sue serve. 'Quella vecchia' disse

dolcemente'si faceva in quattro per me come se fossi suo figlio.

Mi misero in un letto immenso - il suo letto di gala - e lei

correva dentro e fuori dalla camera asciugandosi gli occhi e

battendomi cordialmente sulla schiena. Dovevo fare pietà. Rimasi

lì come un pezzo di legno per non so quanto tempo.'

Mostrava una gran simpatia per la vecchia moglie di Doramin. Lei

dal canto suol'aveva preso a benvolere come una madre: con quel

suo viso largotondomorbidocolor nocetutto grinze sottili e

labbra grosse di un rosso lucido (masticava betel continuamente)

e occhi semichiusibenevoli con gran batter di palpebre. Era

sempre in motosempre a dare ordini e lavate di capo a una

schiera di femmine dal viso limpido color marrone e grandi occhi

seri; sue figlie o sue serveo sue schiave. Sapete come va in

quelle famiglie: in genere è impossibile cogliere certe

differenze. Era magrolinae anche il suo ampio mantellochiuso

davanti con fibbie di pietre preziosedava non so come un senso

di miseria. I piedi nudi e bruni teneva infilati in pantofole

cinesi di paglia. L'ho vista coi miei occhi sfaccendare di qua e

di là con quel suo bosco fitto di capellilunghi e grigigiù per

le spalle. Parlava a proverbi arguti e casalinghinasceva di

nobile stirpeera eccentrica e arbitraria. Nel pomeriggio sedeva

in una poltrona enormedi fronte al maritosenza mai staccar gli

occhi da una larga apertura nella paretedonde si scorgeva una

vasta zona della città e del fiume.

Invariabilmente lei sedeva a gambe ripiegate; il vecchio Doramin

invecerigidoimponente come una montagna sopra la pianura. Lui

apparteneva alla classe nakhoda ossia dei mercantima la sua

autorità e la sua dignità di portamento facevano piuttosto colpo.

Era il capo del secondo potere in Patusan. Gli emigranti di

Celebes (circa sessanta famiglie checoi sottoposti e il resto

erano in grado di mettere insieme un paio di centinaia di uomini

'portatori di kris') lo avevano eletto molti anni prima loro capo.

Gli uomini di quella razza lì sono intelligentiintraprendenti

vendicativie di un coraggio più risoluto degli altri Malesi;

insofferenti di servaggio. Formavano il partito d'opposizione

contro il Rajah. Naturalmentei litigi sorgevano sempre per via

dei commercicausa prima delle lotte di partedei sommovimenti

che riempivano tutto a un tratto di fumodi fiammedi sparatorie

e di grida questo o quel punto del paese. Villaggi bruciati

uomini trascinati dentro il recinto del Rajahper pagar con la

vita o la tortura il delitto di aver fatto commercio con altri e

non con lui. Un giorno o due prima dell'arrivo di Jim erano stati

buttati in mare dall'alto della costada un gruppo di lancieri

del Rajahvari capi famiglia proprio di quel villaggio di

pescatori che passò più tardi sotto la sua speciale protezione; e

c'erano stati buttati perché sospetti di aver fatto raccolta di

nidi commestibili di uccelli per un mercante di Celebes. Il Rajah

Allan pretendeva essere l'unico mercante del paese; ogni

violazione di questo monopolio era punita con la morte; ma la sua

idea del commercio non era in fondo molto lontana dalla comune

forma del furto. La sua crudeltà e rapacità non era limitata che

dalla sua vigliaccheria; e paura ne avevadella forza organizzata

degli uomini di Celebesse non che - fino alla venuta di Jim -

non tanta che bastasse a frenarlo. Colpiva quella gente per mano

dei suoi sudditi e pensava in buona fede di essere nel suo

diritto. A complicare le cose contribuiva la presenza di un

forestiero erranteun mezzosangue araboil qualeper ragioni

credopuramente religioseaveva incitato le tribù dell'interno

(gli uomini della macchiali chiamava Jim) a sollevarsie si era

stabilito in un campo trincerato sul culmine di una delle due

colline gemelle. Stava lìlevato sulla città di Patusan come un

falco su un cortile di fattoriae intanto devastava l'aperta

campagna. Interi villaggiabbandonatimarcivano sulle loro

palafitte annerite in riva ai limpidi fiumimentre cadevano a

pezzi nelle acque l'erba delle paretile foglie dei tetticon

uno strano effetto di disfacimento naturalecome una vegetazione

colpita da morbo fino alle radici. I due partiti di Patusan non

sapevano quale esattamente di loro quel partigiano avesse maggior

desiderio di saccheggiare. Il Rajah propendeva a complottare con

lui. Qualcuno della colonia Bugistufo di quella vita senza mai

sicurezzaaveva una mezza voglia di chiamarsi l'arabo in casa. I

più giovanischerzandoconsigliavano di 'unirsi allo Sceriffo

Alì e ai suoi selvatici seguaci per buttar fuori dal paese il

Rajah Allang.' Doramin durava fatica a tenerli. Invecchiavae

benché la sua autorità non fosse affatto diminuitatuttavia la

situazione cominciava a soverchiarlo. Tale era lo stato delle cose

quando Jimfuggendo dalla palizzata del Rajahmostrò l'anello e

venne accoltoper così direnel cuore stesso della comunità".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 26.

"Doramin era uno degli uomini più notevoli che io abbia mai

vedutodella sua razza. La sua era una corporatura enormeper un

Malesema non sembrava soltanto grasso: appariva imponente

monumentale. Quel corpo immobileravvolto in ricche stoffesete

coloratericami d'oro; quel testone cinto d'un gran fazzoletto

rosso e oro; quel faccione rotondorugososolcatocon le sue

due profonde pieghe semicircolari chepartendo dai due lati delle

narici larghe e ferocichiudevano come in una parentesi la bocca

dalle labbra carnose; quella gola da boro; quell'ampia fronte

corrugataaffacciata sugli occhi orgogliosi e fermi - formavano

un tutto chevisto una voltanon si dimenticava più. Il suo

impassibile stato di riposo (una volta seduto non muoveva un dito)

era come una mostra di dignità. Nessuno lo sentì mai alzar la

voceche restava un mormorio basso e potenteun tantino velato

come dalla lontananza. Quando camminavadue giovanotti bassi e

tarchiatinudi fino alla cintolain sarong bianchi e con

zuccotti scuri piantati sulla nucalo reggevano per i gomiti: lo

aiutavano a sedersie rimanevano dietro la sua poltrona finché

non desiderava rialzarsi; nel qual caso volgeva lentamente il

capoquasi con difficoltàprima a destra e poi a sinistra: e

allora quei due lo afferravano sotto le ascelle e lo tiravano su.

Con tutto ciòegli non aveva niente in sé del paralitico; anzi

tutti i suoi movimenti ben ponderati apparivano come espressioni

di una potente risolutezza. Era convinzione di tuttiin giroche

consultasse sua moglie sulle pubbliche faccende; ma nessunoch'io

sappiali aveva mai sentiti scambiarsi una parola. Quando si

sedevano in tutta la loro maestà vicino alla finestra spalancata

intorno regnava il silenzio. Vedevanosotto di loronella luce

digradantela vasta spianata della campagna boscosail cupo mare

assopito in una ondulazione verde carico che si perdeva lontano

fino alla catena delle montagne porpora e viola; la lucida

sinuosità del fiumecome un'immensa lettera S d'argento battuto;

il nastro bruno delle case che segnava la curva delle due sponde

dominate dalle due colline gemellecime emergenti sulle vette

degli alberi più vicini. Che profondo contrasto tra i due! Lei

leggeradelicatasottilesveltaun po' stregae con un'ombra

di preoccupazione materna anche durante il riposo; luidi fronte

enorme e massiccio come una statua rozzamente scolpita nel sasso

con un misto di magnanimo e di barbarico nella sua immobilità. Il

figlio di questi due vecchi era un giovane di rara distinzione.

Lo avevano avuto tardi. Forse non era poi così giovane come

sembrava. Ventiquattro o venticinque anni non sono tanto pochi per

un uomo che a diciott'anni è già padre di famiglia. Entrando nella

grande sala di belle stuoie alle pareti e sul pavimentosotto

l'alto soffitto di tela bianca dove la coppia sedeva solenne in

mezzo alla sua deferentissima corteandava dritto verso Doramin a

baciargli la mano - che quegli gli abbandonava con maestà; poi

attraversava la stanza e si fermava in piedi vicino alla poltrona

della madre. Potrei forse dire che quei due lo adoravanoanche se

non ho mai colto in loro una aperta occhiata a quel figliolo. Vero

è che quelle erano cerimonie ufficiali e la salaper lo più

affollatissima. La solenne formalità delle accoglienze e dei

congedi; il profondo rispetto espresso dai gestidalle fisonomie

dai sussurri sommessi è semplicemente inenarrabile. 'Valeva la

pena di vederlino?' mi diceva Jimnell'attraversare il fiume

per tornarcene a casa. 'Sono come personaggi di un libronon è

vero?' disse con aria trionfale. 'E Dain Waris - il loro figlio -

èa parte leiil miglior amico che ho mai avuto. Quello che il

signor Stein chiamerebbe un buon COMPAGNO D'ARMI! Ho avuto

fortunaperdiana! Ho avuto fortuna ad arrivare coll'ultimo fiato

in mezzo a quella gente.' Chinò il capoassorto: poi

riscuotendosisoggiunse:

'Naturalmente non ci ho dormito suma...' S'interruppe di nuovo.

'M'è venuto cosìtutt'a un tratto' mormoro'di vedere quel che

avevo da fare...'

Senza dubbio gli era venuto cosìtutt'a un tratto; e gli era

venuto attraverso la guerranaturalmentegiacché questa forza

sopravvenutagli come per un miracolo era la forza di portare la

pace. Soltanto in questo senso la potestà è talvolta un bene. Non

è da credere che egli avesse trovato subito la sua via. Quando

arrivòla comunità Bugi era in una condizione molto critica.

'Avevano tutti paura' mi disse'e ognuno aveva paura per sé; e

intanto io lo vedevo chiaro come l'aria che avrebbero dovuto

subito muoversise non volevano restar schiacciati l'uno dopo

l'altro tra il Rajah da una parte e quel vagabondo di sceriffo

dall'altra.' Ma averlo capito non voleva dir niente. Bisognava

escogitare un piano. Compresa l'idea si trattò di farla entrare in

testa a gente refrattaria e corazzata di paura e di egoismo. Ci

arrivò alla finema non era ancora niente. Doveva escogitare i

mezzi. Li trovò: fece un piano audace e non era ancora che a metà.

Gli restava da infondere la sua stessa fede a una quantità di

gente che aveva assurdi e coperti motivi di tenersi indietro

doveva conciliare stolte gelosie e battere in breccia le più

insensate diffidenze. Senza il peso d'autorità di Doramin e il

focoso entusiasmo del figlioavrebbe fatto fiasco. Dain Waris

quel giovane così distintofu il primo ad accordargli fede; la

loro fu una di quelle straneprofonde e rare amicizie fra un uomo

di colore e un biancoin cui sembra che sia proprio la differenza

di razza ad avvicinare due esseri umani in virtù di qualche arcano

elemento di simpatia. Di Dain Warisla sua gente diceva con

orgoglio che combatteva come un bianco. Era vero; con quel tipo di

coraggio che si potrebbe chiamare coraggio allo scoperto

possedeva anche un cervello europeo. Se n'incontrano a voltedi

fatti cosìe ci si sorprende allora di scoprire in loro

inaspettatamenteun giro di pensieri familiariuna visione

mentale non ottenebratatenacia di propositiun principio di

altruismo. Piccolo di staturaperò mirabilmente proporzionato

Dain Waris aveva un portamento dignitoso e schivoun tratto

educato e disinvoltoun temperamento come una chiara fiamma. Il

suo viso scurocon quei due grandi occhi neriera espressivo

nell'azioneenel riposocogitabondo. Di carattere silenzioso;

il suo sguardo fermoil suo sorriso ironico e la sua cortese

sicurezza di modi sembravano dar segno di grandi riserve di

intelligenza e di forza. Tali creature scoprono agli occhi degli

occidentaliche volentieri restano alla superficie delle cosele

arcane possibilità di razze e di paesi su cui sta il mistero di

evi immemorabili. Non solo egli aveva fede in Jimmane sono

fermamente convintolo capiva. Parlo di lui perché ne ero rimasto

preso. La sua - vorrei chiamarla - caustica placidità eal tempo

stessola sua intelligente comprensione dei disegni di Jimmi

attraevano. Mi pareva di essere arrivato a scoprire le origini di

quell'amicizia. Se Jim aveva preso il comandol'altro aveva

conquistato il proprio capo. In realtàJimil capoera

prigioniero in tutti i sensi. Il paesela gentel'amicizia

l'amore erano come tante severe guardie del corpo; e ogni giorno

aggiungeva un anello alla catena di quella strana libertà. Me ne

convincevo sempre piùvia via chedi giorno in giornovenivo a

conoscere altri fatti della sua storia.

La sua storia! Non l'ho sentitala sua storia; L'ho sentita in

marciaall'accampamento (Jim mi faceva battere tutta la campagna

a caccia di selvaggina introvabile); ne ho sentita una buona parte

sulla vetta di una delle due cime gemelledopo aver fatto

l'ultima trentina di metri a quattro zamperampicando. La nostra

scorta (dei volontari cioè che ci seguivano da un villaggio

all'altro) si era accampata su un piccolo ripiano a mezza costa; e

nel silenzio della serasenza un alitoci arrivava da lì giù

l'odore del fumo di legna con l'acuta squisitezza di un profumo di

marca. Anche le voci arrivavano meravigliosamente chiare

distinteimmateriali. Jim si era messo a sedere su un tronco

d'albero abbattutoetirata fuori la pipacominciò a fumare.

Una nuova messe d'erba e di cespugli stava germogliando: sotto un

groviglio di stecchi spinosi si scoprivano ancora le tracce di uno

sterro. 'Tutto è partito di qui' fecedopo una lunga pausa di

silenzio assorto. Sull'altra collinaun duecento metri sopra

l'ombra di un burronevidi una fila di pali altianneriti

guasti qua e là come rovine: i resti del campo inespugnabile dello

sceriffo Alì.

Però lo avevano espugnato. Lui: con questa trovata: aveva fatto

portare la vecchia artiglieria di Doramin lì in vetta alla

collina: due rugginosi obici di ferro da sette libbreuna

quantità di cannoncini di bronzo - di quelli che servono da

moneta. Oggi servonosìper trasformarli in moneta: ma se

bravamente caricati fino alla boccapossono anche mandare un buon

colpo a una certa distanza. Il problema era di portarli fin lassù.

Mi mostrò dove aveva assicurato le funispiegò come aveva

improvvisato un rozzo argano con un tronco scavato che girava su

un palo appuntitomi indicò col fornello della pipa il profilo

dello sterro. Gli ultimi trenta metri di ascesa erano stati i più

duri. Si era presoin cuor suola responsabilità della riuscita.

Aveva indotto il partito della guerra a lavorare sodo tutta la

notte. Ardevano grandi fuochi accesi a intervalli lungo tutta la

salita'ma quassù' spiegò'la squadra di trazione doveva

sbrigarsela al buio.' Dall'alto vedeva gli uomini muoversi lungo

il pendìo della collina come formiche affaccendate. Lui stesso

quella nottenon aveva fatto altro che salire e scenderecome

uno scoiattolodirigendoincoraggiandotutto tenendo d'occhio

lungo la fila degli uomini. Il vecchio Doramin si era fatto

portare su per la collina in poltrona. Lo deposero sul ripiano a

mezza costae sedette lànella luce di uno dei grandi fuochi

'straordinario vecchio - un vero capo come nell'antichità' fece

Jim'con i suoi occhietti feroci - e un paio di enormi pistole a

pietra focaia sulle ginocchia. Oggetti magnificidi ebano

montati in argentocon bellissime piastre e un calibro da vecchio

trombone. Un regalo di Steinpare - in cambiosadi

quell'anello. Avevano appartenuto al buon vecchio O'Neil. Dio sa

a luicome gli erano capitate. Stava lì sedutosenza muovere un

ditocon una fiammata di sarmenti dietro la schienaeintorno

un mucchio di gente che correva qua e làurlando e tirando: la

figura più solenne e imponente che si possa immaginare. Poca

possibilità di scampo ci sarebbe stata per lui se lo sceriffo Alì

avesse sguinzagliato la sua banda di demonie fatto polpette dei

miei uomini - no? Comunquese andava malelassù dov'era venuto

ci moriva. Di certo. Perdiana! Mi empiva d'entusiasmo a vederlo lì

- come una roccia. Ma lo sceriffo deve averci presi per matti;

perché non si diede neanche la pena di venir a ficcare il naso nei

fatti nostri. Nessuno pensava che facessimo sul serio. Macché!

Credo che perfino quelli che tiravano e spingevano e sudavano

all'opera non credessero possibile la cosa. Proprio in parola-

direi di no...'

Stava dritto in piedi stringendo in mano la pipa accesacol

sorriso sulle labbra e un fuoco vivo negli occhi infantili. Io

sedevo su un tronco d'albero ai suoi piedi e sotto a noi si

stendeva il paesegrande distesa di forestebuia sotto al sole

ondosa come il mare; la chiarità dei fiumi sinuosile macchie

grigie dei villaggie - qua e là - una raduracome un isolotto

di luce in mezzo alle onde scure di quel mare di cime d'alberi.

Una cupa malinconia incombeva su quel paesaggio vasto e monotono;

la luce vi cadeva come in un abisso. La terra si divorava i raggi

del sole; soltanto in lontananzalungo la costail vuoto oceano

liscio e lucido in un velo di nebbia sembrava alzarsi nel cielo

come un muro d'acciaio.

E io ero lìcon lui alto nel sole sulla cima di quella sua

collina storica. Dominava la forestala malinconia secolarela

vecchia umanità. Era come una figura messa su un piedestalloa

rappresentare nella sua giovinezza persistente la forzae forse

le virtùdi razze che non invecchianoche sono sfuggite al buio.

Perché mi sia sempre dovuto apparire come un simboloio non so;

ma è forse questa la ragione del mio interesse per la sua sorte.

Non so se era bello verso di lui il ricordarmi dell'incidente che

aveva dato un nuovo orientamento alla sua vita ma proprio in

quell'attimo preciso mi tornò nitidissimo alla memoria. E fu come

un'ombra nella luce".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 27.

"Giàla leggenda gli prestava virtù soprannaturali. Sìdiceva la

gentec'erano state tutte quelle corde disposte con accorgimento

e quello strano marchingegno che girava con lo sforzo riunito di

molti uominisicché ogni cannone era salito facendosi strada

lentamenteattraverso i cespuglicome un cinghiale che si

grùfola la via nell'intrico del sottoboscoma... i più saggi

scuotevano il capo. Lì sotto c'era senza dubbio qualche magìa;

perché che è mai la forza delle corde e delle braccia umane? C'è

nelle cose un'anima ribellante che bisogna vincere con potenti

esorcismi ed incantesimi. Così il vecchio Sura - un

rispettabilissimo capo famiglia di Patusan col quale feci una

placida chiacchierata una sera. Suraperòera altresì mago di

professionesoprintendente alle semine e mietiture del riso per

un raggio di molte migliacon la funzione appunto di soggiogare

l'anima proterva delle cose. Pare che questa sua mansione gli

riuscisse piuttosto arduae forse l'anima delle cose è veramente

più proterva dell'anima umana. La gente semplice dei villaggi

lontani credeva e diceva (come la cosa più naturale del mondo) che

Jim avesse portato sulla schiena i cannoni in cima alla collina -

a due alla volta.

Questo faceva battere per la rabbia i piedi a Jimche esclamava

seccatissimocon un risolino esasperato: 'Che si può fare con

degli sciocchi simili? Sono capaci di star su metà della notte a

raccontarsi le loro maledette fandonie; e più grande è la bugia

più sembra gradita.' Si intravvedeva la sottile influenza

dell'ambiente in questa sua irritazione. Faceva parte dei suoi

legami. Buffo come si scaldava a negare. 'Ma mio caro' dissi alla

fine'non penserà mica che ci creda io...' Mi guardò tutto

sorpreso. 'Eh no - no che non lo penso' fece; e scoppiò in una

risata omerica. 'Behcomunque i cannoni arrivarono sue

spararono tutti insieme all'alba. Perdiana! Lei doveva vedere che

volata di scheggie!' esclamò. Al suo fianco Dain Warisascoltando

con un sorriso tranquilloabbassò le palpebre e strisciò un poco

i piedi. La buona riuscita di quell'idea di portar su i cannoni

pareva aver procurato alla gente di Jim un gran senso di fiducia;

sicché egli si decise di affidare la batteria a due Bugi anziani

che avevano visto al tempo loro più di una battagliaper andare a

raggiungere Dain Waris e il gruppo d'assalto nascosto nel burrone.

Nelle ore piccole avevano cominciato ad arrampicarsie quando

furono a due terzi della salita si distesero nell'erba umida ad

aspettar la levata del soleche era il segnale convenuto. Mi

disse con che impaziente e angosciata emozione aveva seguìto il

rapido avvicinarsi dell'alba; comeaccalorato qual era dal lavoro

e dalla scalatagli era penetrato nelle ossa fino al midollo il

freddo della rugiada; e la sua gran paura di mettersi a tremare

come una foglia e a sentirsi addosso i brividi al momento

dell'avanzata. 'Fu la mezz'ora più lenta della mia vita'

dichiarò. A poco a poco la palizzata cominciò a spiccare contro il

cielo sopra di luisilenziosa. Gli uomini sparpagliati sull'erba

erano accovacciati tra i sassi scuri e i cespugli roridi. Dain

Waris era steso bocconi al suo fianco. 'Ci guardammo' fece Jim

dolcemente posando una mano sulla spalla del suo amico. 'Mi

sorriseallegro come una pasquama io non osai aprir bocca per

paura di un attacco di brividi. Parola miache è proprio così!

Lei deve pensare che si colava di sudore quando ci stendemmo

sull'erba - e perciò può immaginare...' Mi dichiaròe gli credo

di non aver avuto dubbi sul risultato dell'impresa. L'unica sua

preoccupazione era quella di riuscire a reprimere quei brividi.

Del successo non si dava pensiero. Era sicuro di raggiungere la

vetta di quella collina e di rimanercia tutti i costi. Indietro

lui non ci sarebbe tornato. Quella gente si era messa nelle mani

di lui; implicitamente. Di lui. Di lui solo! Una sua semplice

parola...

Ricordo comea questo puntos'interruppe con gli occhi fissi nei

miei. 'Per quanto mi risulta non hanno mai avuto l'occasione di

pentirsene - fino a oggi' fece. 'Mai.' E sperava con tutta

l'anima che neanche in seguito... Intanto - disgraziatamente!

avevano preso l'abitudine di ricorrere a lui in tutto e per tutto.

Non se ne poteva avere una idea!... Ma sì!... Anche l'altro giorno

un vecchio imbecille che non aveva mai veduto in vita suaera

venuto da un villaggio lontano miglia e miglia per sapere se

doveva divorziare dalla moglie. Proprio così! Parola d'onore. Ecco

che genere di cose... Non si sarebbe mai creduto. Vero? Quel

vecchio si mise a sedere lì per terra sulla veranda masticando

noce di betelsospirando e sputando da tutte le parti per più di

un'oramalinconico come un impiegato delle pompe funebrifinché

se ne venne fuori con quel suo maledetto quesito. E non è tanto

buffo quanto sembraquesto genere di cose. Che gli si poteva

rispondere? - Buona moglie? - Sìbuona moglie... ma vecchia... -

Cominciò una lunga storia dell'accidentea proposito di certe

pignatte di rame. Vivevano insieme da quindici anni - vent'anni -

chi se ne ricorda? Tantotanto tempo. Buona moglie. L'aveva

picchiataqualche po' - non molto - solo un po'quando lei era

giovane. Per forza - per onor di firma. Tutt'a un trattoora che

era vecchiava a prestare tre pignatte di rame alla moglie del

figlio di sua sorellae comincia a insolentire lui ogni giorno e

si fa anche sentire dagli altri. I suoi nemici lo schernivano.

Mette su una faccia da funerale. Le pignatteperdute per sempre.

Per sempre. E luiavvilito morto. 'Impossibile capirci un'acca

in una storia simile; gli dissi di tornarsene a casapromettendo

che sarei andato io a sistemargli la faccenda. Lei fa presto a

riderema è stata una seccatura dell'altro mondo! Una giornata di

cammino attraverso la forestaun'altra persa a persuadere un

branco di stupidi contadini per arrivar a capo della questione.

C'era da scatenare una serie di liti a sangue. Il primo venuto di

quegli imbecilli del diavolo prendeva le parti di una famiglia o

dell'altrae meta del villaggio era pronta a buttarsi sull'altra

metà con tutto quel che capitasse sotto mano. Parola d'onore!

Senza scherzi!... Invece di badare ai loro maledetti raccolti.'

Naturalmente gli aveva fatto restituire quelle pignatte del

diavolo - e messo tutti in pace. Senza nessuna fatica

naturalmente. Lui poteva far finire qualunque litigio solo

piegando un mignolo. Il difficile era di arrivare alla verità

nelle cose. Non era sicuroa tutt'oggidi essere stato giusto

con tutti. E questo lo preoccupava. E le chiacchiere! Perdiana!

Senza capo né coda. Meglio andare tutti i giorni all'assalto di

una vecchia palizzata alta sei metri! Molto meglio! Un gioco da

bambini in confronto. E poi più spiccio. Behsì; tutto sommato

in fondouna faccenda ridicola- quell'imbecille pareva tanto

vecchio da potergli essere nonno. Ma da un altro punto di vista

non era uno scherzo; perché la sua parola poteva essere sempre

decisiva - da quando aveva sbaragliato lo sceriffo Alì. Una

terribile responsabilitàripeté. 'Nodavvero... a parte gli

scherzisi fosse trattato di tre vite umane invece che di quelle

tre sporche pignatte di ramesarebbe stato lo stesso...'

Così m'illustrava l'effetto morale della sua vittoria di guerra.

Un effetto davvero immensoche l'aveva portato dal combattimento

alla pacee attraverso la morte l'aveva immerso nella vita più

intima di quel popolo; e tuttavia la tetraggine di quella terra in

pieno sole conservava il suo carattere di arcanosecolare

assopimento. La sua fresca voce giovanile (è straordinario quanto

scarsi erano in lui i segni di usura) si levava leggera e passava

sopra la faccia impassibile delle forestecome il rombo dei

grossi cannoni in quel freddo mattino rugiadosoquando egli non

aveva altra preoccupazione al mondo che impedirsi di rabbrividire.

Appena coi primi raggi obliqui il sole sfiorò le cime immobili

degli alberila vetta di una delle colline rimase avvolta con

grandi boati in bianche nuvole di fumoe sull'altra scoppiò un

fragore incredibile di urligrida di guerraimprecazioni di

rabbiadi sorpresadi sgomento. Jim e Dain Waris furono i primi

a metter la mano sugli stecconi della palizzata. La leggenda

popolare narrò subito di Jimche col semplice tocco d'un dito

aveva rovesciato il cancello. Egli eranaturalmenteansioso di

confutare questa diceria. La intera palizzata - si affannava a

spiegare a tutti - non era che una modesta faccenda (lo sceriffo

Alì si affidava soprattutto al vantaggio della posizione); e

comunquei pali già in pezzi per le cannonate stavano in piedi

per miracolo. Ci aveva dato una spallata storditamenteed era

finito dentro a gambe all'aria. Perdiana! Se non c'era Dain Waris

un certo vagabondo butterato e tatuatocon la sua lancia lo

avrebbe inchiodato a un tronco d'albero come uno degli scarabei di

Stein. Il terzo a entrare fu - pare - Tamb'Itamil servo di Jim.

Era costui un Malese del norduno straniero capitato per caso a

Patusane trattenuto per forza dal Rajah Allang come pagaiatore

di una delle sue imbarcazioni di gala. Se l'era svignata alla

prima occasioneetrovato un rifugio precario (e pochissimo da

mangiare) fra i coloni Bugisi era posto al servizio di Jim. Era

di carnagione scurissimaaveva il viso schiacciatogli occhi

prominenti e iniettati di bile. C'era una punta di esagerazione

quasi di fanatismonel suo attaccamento al 'Signore bianco.' Era

inseparabile da Jimcome un'ombra malinconica. Nelle grandi

occasionicamminava alle calcagna del suo padrone ekris alla

manoteneva a distanza la gente bassa con le sue occhiate torve e

truculente. Jim lo aveva fatto suo maggiordomoe tutta Patusan lo

rispettava e lo corteggiava come persona molto influente. Alla

presa della palizzata si era molto distinto per la ferocia

melodica del suo modo di combattere. La squadra d'assalto era

piombata dentro così fulminea - disse Jim - cheanche in mezzo al

panico della guarnigioneci furono 'cinque minuti caldi di corpo

a corpo di là dalla palizzata; ma poi un asinaccio diede fuoco ai

ripari di rami e d'erba seccae dovemmo tutti tagliar la corda

per salvare la pelle.'

Pare che la rotta sia stata completa. Doraminimmobile nella sua

poltrona a mezza costacol fumo dei cannoni che si stendeva

lentamente sulla sua testa enormericevette la notizia con un

profondo brontolio. Quando seppe che il figlio era salvo e si era

gettato all'inseguimentoluisenza una parolafece un immenso

sforzo per alzarsi; i suoi servi si precipitarono in suo aiutoed

eglirispettosamente sorrettosi avviòstrascicando i piedi

verso un po' d'ombra dove si stese e si mise a dormirecoperto da

capo a piedi d'una tela bianca. A Patusan c'era un intenso

fermento. Jim mi disse che dalla collinavolgendo le spalle alla

palizzata che era tutta un bracierealla sua cenere nera e ai

suoi cadaveri semicarbonizzativide a più riprese gli spiazzi fra

le casesulle due sponde del fiumeriempirsi a folate di una

marea tumultuosa di gentee rivuotarsi in un attimo. Alle sue

orecchie arrivava attenuatoda laggiù sottoil terribile

strepito dei gong e dei tamburile grida selvagge della folla lo

raggiungevano in volate di muggiti smorzati dalla distanza. Una

quantità di bandierine mettevano come un palpito d'ali d'uccelli

bianchirossigialli tra gli orli bruni dei tetti. 'Dev'essere

stata una grande gioia per lei' mormoraiin uno slancio di

simpatetica emozione.

'Ohsì... Una cosa immensa! Immensa!' esclamò fortespalancando

le braccia. Quel movimento improvviso mi spaventò come se lo

avessi veduto denudare i segreti del suo cuore davanti al sole

alle cupe foresteal mare d'acciaio. Sotto di noila città

posava in pigre curve sulle rive del fiumeche sembrava assopito.

'Immensa!' ripeté una terza volta tra i dentisolo per sé.

Immensa! Immensa indubbiamente; il successo venuto a suggellar le

sue paroleil territorio conquistato da posarvi i suoi piedi

la cieca fiducia degli uominila fede in se stesso strappata al

fuocola solitudine della vittoria. Tutto questo ve l'ho detto -

si rimpicciolisce a raccontarlo. Non possocon le sole parole

comunicarvi il senso del suo isolamento assoluto e totale. So

naturalmenteche della sua razzalaggiùerain tutta

l'estensione del terminesolo; ma insospettate doti di carattere

lo avevano portato a così stretto contatto con l'ambiente che il

suo isolamento sembrava effetto della sua potenza soltanto. La sua

solitudine lo accresceva di statura. Non c'era nulla sott'occhi

con cui poterlo commisurarecome se fosse stato uno di quegli

uomini eccezionali che si devono ragguagliare soltanto alla misura

della loro fama; e la sua famaricordateloera la più grande

cosa del paesein un àmbito di molti giorni di viaggio. Si doveva

remaremetter velao aprirsi un lungo e faticoso cammino nella

giungla per giungere oltre la portata di quella voce. Una voce che

non era come lo strombettare di quella dea spregevole che tutti

conosciamo - né roboante - né sfacciata. Prendeva il suo tono dal

silenzio triste di un paese senza passatodove la sua parola era

l'unica ferma verità di ogni transitoria giornata. Partecipava un

po' del carattere di quel silenzio attraverso il quale essa vi

guidava a profondità inesploratesempre viva al vostro fianco

penetrantee di lunga portata - sussurro di meraviglia e di

mistero sulle labbra degli uomini".

 

 

 

CAPITOLO 28.

"Lo sconfitto sceriffo fuggì a gambe levate dal paese; e quando i

poveri contadini perseguitati cominciarono a far capolino fuor

dalla giungla per tornare finalmente alle loro casupole

imputriditefu Jim ad eleggere i capi del paesedopo essersi

consigliato con Dain Waris. Così egli diventò virtualmente il

sovrano: Quanto al vecchio Tunku Allangla sua paura lì per lì

non conobbe limiti. Si racconta chealla notizia dell'assalto

vittorioso della collinasi buttasse bocconi sul pavimento di

bambù nella sala delle udienzee vi restasse così tutta la notte

e tutto il giorno dopoimmobilecon gemiti soffocati tanto

paurosiche nessuno osava avvicinarsi a quel prostrato a meno di

una lunghezza di lancia. Già si vedevacacciato da Patusan con

ignominiaandar ramingo e solospogliosenza oppiosenza le

sue donne e senza scortafacile preda del primo che volesse

ammazzarlo. Dopo lo sceriffo Alìadesso era il suo turno: chi

poteva resistere all'assalto di un diavolo simile? In realtà

dovette la vitaa quel po' di prestigio che conservava ancora al

momento della mia visitaall'idea chedella giustizia puraJim

si era fatta. I Bugi erano prontissimi a regolare i conti col

passatoe il vecchio Doraminnella sua impassibilitànutriva la

speranza di vedere un giorno suo figlio sovrano del Patusan.

Durante una delle nostre interviste mi lasciò di proposito

intravvedere la sua segreta ambizione. Non si poteva immaginare

cosa a suo modo più elegante della dignitosa prudenza delle sue

allusioni. Cominciò col dire che lui la sua forzain gioventù

non se l'era risparmiatama adesso era vecchio e stanco. Con la

sua mole imponente e certi sguardi sagaci dei suoi occhietti

orgogliosirichiamava irresistibilmente al pensiero la furberia

d'un vecchio elefante; il lento respiro del suo vasto petto era

continuopotente e regolare come il buleggiume di un mare in

bonaccia. Asserì d'avere anche lui una fiducia illimitata nella

saggezza di Tuan Jim. Ah - poter avere appena una promessa;

bastava una parola!... Le pause di calmo respiroil rombo

sommesso della sua voce ricordavano gli ultimi brontolii in coda

al temporale.

Tentai di lasciar cadere l'argomento. Non era facileperché Jim

era ormai indiscutibilmente una potenza; e nella sua nuova

situazione pareva non esserci nulla ch'egli non avesse facoltà di

concedere o negare. Ma questadiròera un'inezia appetto

all'idea che mi balenòmentre facevo finta di ascoltare il

vecchio: che Jim pareva ormai arrivare al possesso del proprio

destino. Doramin era in ansia per l'avvenire del paesee restai

colpito dal giro che diede all'argomento: 'Il paese rimane dove

Dio l'ha messoma i bianchi' disse'loro vengono qui e dopo

poco tempo se ne vanno. Vanno via. Quelli che restanoquinon

possono prevedere se e quando faranno ritorno. Se ne vanno al loro

paesetra la gente loroe così farà anche quel bianco'... Non so

che cosa m'indusse a compromettermi fino al punto di ribattere con

un vigoroso: 'Nono.' Misurai tutta la portata della mia

indiscrezionequando Doraminalzandomi in faccia tutto il suo

visoinalterato in quella sua espressionefissata da profonde

rughe scabre come un'enorme maschera brunastraprima disse

cogitabondo che questa era una veramente buona notiziae poi

volle sapere perché.

Quella streghetta dall'aria materna di sua moglieseduta

dall'altro mio latocol capo coperto e i piedi raccolti sotto di

séteneva lo sguardo fisso oltre l'apertura delle persiane.

Vedevo soltanto un riccioletto grigio ribelleuno zigomo altoun

leggero movimento masticatorio del mento aguzzo. Senza distogliere

gli occhi dal vasto panorama delle foreste che si stendeva fino

alle collinemi domandò con voce piena di carità come mai uno

così giovane aveva abbandonato la sua casa per venire fin quaggiù

in mezzo a tanti pericoli. Non aveva una famiglianessun parente

là nel suo paese? Non aveva una vecchia madre che ne avrebbe

sempre ricordato il viso?...

A questo ero del tutto impreparato. Riuscii appena a borbottare

non so che scuotendo il capo. Ma dopo - me ne rendo conto - devo

aver fatto una meschina figura nel tentativo di tirarmi fuori da

questo impiccio. Da quel momentoperòil vecchio nakhoda divenne

taciturno. Non era molto soddisfattoho paura; era chiaro che

dovevo avergli dato materia di riflessione. E' piuttosto strano

chela sera di quello stesso giorno (l'ultimo che dovevo passare

a Patusan)mi trovassi di nuovo di fronte alla stessa domandaa

quel perché senza risposta sul destino di Jim. E questo mi porta

alla storia del suo amore.

Voi penserete magari che sia una storia che sareste capaci di

immaginare da soli. Ne abbiamo sentite tantee la maggior parte

di noi non le crede affatto vere storie d'amore. Quasi sempre le

consideriamo storie d'incontri fortuiti; tutt'al più episodi di

passioneo forse soltanto trascorsi di giovinezzatentazioni;

votati a una definitiva dimenticanzaanche se comportano una

certa tenerezzauna realtà nostalgica di rimpianto. Questo punto

di vistaspessissimo esattolo è forse anche in questo caso...

Eppure non so: raccontare questa storia non è affatto così facile

come se ci si potesse mettere dal solito punto di vista.

Apparentementeè una storia come tante altre: ma io ci vedo

nello sfondola figura malinconica di una donnal'ombra di una

spietata saggezza sepolta in una tomba solitariauno sguardo

triste e desolatoa labbra suggellate. La tomba stessache

scopersi per caso durante una passeggiata mattutinaera un

mucchio di terra scura piuttosto informe conalla baseuna linda

bordura di pezzi di corallo bianco confitti nel terrenocinto

d'una staccionata circolare fatta di arboscelli spaccati per il

lungo con la corteccia e tutto. Una ghirlanda di foglie e di fiori

correva per tutto il cerchio in cima ai picchetti - e i fiori

erano freschi.

Cosìsia o no quell'ombra frutto della mia immaginazioneposso

comunque segnalarvi il fatto rilevante di una tomba non

dimenticata. Quando poi vi diro che Jim con le sue mani aveva

costruito quel rustico recintocoglierete subito l'elemento

differenzianteil lato individuale della storia. Codesta adozione

della memoria e dell'affetto di un'altra creatura umana era tipica

della serietà della sua natura. Aveva una sua coscienza; ed era

una coscienza romantica. In tutta la sua vita la moglie

dell'innominabile Cornelius non aveva avuto altra compagna

confidente o amica fuori che sua figlia. Come mai la poveretta

avesse avuto l'idea di sposare quell'orribile Malaccoportoghese -

dopo essersi separata dal padre della sua bambina - e se tale

separazione fosse avvenuta per la morteche a volte sa mostrarsi

anche pietosao per le meno pietose convenzioni socialiquesto

resta per me un mistero. Da quel poco che Stein (che sapeva tante

storie) si era lasciato sfuggire con memi sono convinto che non

si trattava di una donna comune. Suo padre era un bianco; alto

funzionario; un uomo di brillanti qualità: uno di quelli cheper

non essere abbastanza stupidi da covarsi il successofiniscono la

carriera nell'ombra. Immagino che anche a lei mancasse quella

provvidenziale stupidità - e la sua carriera finì nell'ombra a

Patusan. Il nostro comune destino... perché dov'è quell'uomo

intendo il vero uomo dotato di sentimento - che non abbia il vago

ricordo di esser stato abbandonatonella pienezza del possesso

da qualche cosa o da qualcuno più prezioso della vita?... il

nostro comune destino infierisce sulla donna con particolare

ferocia. Non castiga come un padronema infligge una lenta

torturacome per sfogare un dispetto segretoimplacabile. Si

crederebbe checostretto a regnare sul mondocerchi di rivalersi

proprio su quegli esseri che sono i più prossimi a superare le

pastoie delle umane cautele; perché soltanto le donne riescono

talvolta a mettere nel loro amore un elemento tangibile appena

quanto basti a sbigottirci: una punta di ultra-terreno. Mi domando

talvolta... come apparirà ad esse il mondo? avrà la stessa forma e

sostanza che noi gli conosciamonella stessa aria che noi

respiriamo? Qualche volta immagino che ci debba essere una regione

di illogiche sublimità mosse dallo slancio di quelle loro anime

avventuroseilluminate dalla gloria di tutti i rischidi tutte

le rinuncie. Temo peraltro che esistano poche vere donne al mondo

benché naturalmente mi renda conto che l'umanità consiste di

moltitudinie che i sensi - dal punto di vista numerico - si

equivalgono. Ma sono sicuro che la madre aveva in sé tanto di

donna quanto pareva averne la figlia. Non posso far a meno di

immaginarmele tutt'e due; prima l'una donna giovane e l'altra

bambinapoi l'una vecchia e l'altra ragazza la terribile

monotonia del tempo nel suo rapido passarela barriera della

forestala solitudine e il tumulto intorno a quelle due vite

solitariee il carico di tristezza che portava ogni parola

pronunciata. Si saranno scambiate le loro confidenzenon tanto

sui fattisuppongoquanto sui sentimenti più intimi: paure

rimpianti - e senza dubbio avvertimenti; che la più giovane non

comprese del tutto finché non fu morta l'anziana - e apparve Jim.

Quel giorno sono sicuro che molto comprese - non tutto - e

specialmentedireila paura. Jim la chiamava con un nome che

voleva dire preziosonel senso di una pietra preziosa: gioiello.

Graziosovero? Lui era capace di tutto. Era all'altezza della

propria fortunacome - dopo tutto - era stato all'altezza della

propria disgrazia. Gioiellola chiamava; e lo diceva come avrebbe

potuto dire 'Giannina' sapetecon un accento coniugale

casalingosereno. Sentii quel nome per la prima volta dieci

minuti dopo essere entrato nel suo cortilequandodopo avermi

quasi slogato un braccio nel darmi la manosi slanciò su per la

scalae si mise come un ragazzo a fare un allegro fracasso

davanti all'usciosotto alle sue pesanti grondaie. 'Gioiello!

Oho! Gioiello! Presto! E' arrivato un amico!...' e a un tratto

guardandomi di sottecchi nella penombra della verandamormoro con

voce profonda: 'Sa... questa... Niente sciocchezze... niente

maledette storie... non le so dire quanto devo a quella ragazza...

e così... capisce... io... è proprio come se...' L'ansioso

incalzare dei suoi balbettamenti fu interrotto di colpo

dall'improvviso passaggio di una forma bianca dentro la casauna

leggera esclamazioneun visino infantile ma energico dai tratti

delicati e uno sguardo attento e profondo che si mossero dal buio

dell'interno.come un uccello dal fondo di un nido. Rimasi

colpito dal nomesi capisce; ma dovette passar un bel tratto di

tempo per farmelo ricollegare con una stravagante diceria che

avevo sentito durante il viaggioin un angolo della costa a 230

miglia a sud del fiume Patusan. Lo schooner di Steindove ero

imbarcatosostò làper caricare un po' di robae ioscendendo

a terraebbi la grande sorpresa di trovare che quell'angolo di

miseria poteva gloriarsi di avere un vice-segretario di residenza

di terza classe; un tipo grossograssobisuntostrizzalocchio

meticcio lucido-labbruto. Lo trovai sdraiato a pancia all'aria in

un divano di viminiindecorosamente sbottonatocon una grande

foglia di chissà che pianta appoggiata sul capo fumigantee

un'altra in mano che adopravapigroa modo di ventaglio...

Diretto a Patusan? Ahsì. Società Commerciale Stein. Conosceva.

Con autorizzazione? Non era affar suo. Le cose andavano un po'

meno peggio laggiùosservò con indifferenzae soggiunse con voce

strascicata: 'C'è arrivato una specie di vagabondo bianco

dicono... Eh? Come? Un amico suo? Davvero?... Allora era vero che

c'era laggiù uno di questi VORDAMTE. Che gli era mai saltato in

mente? Aveva trovato la stradail briccone! Eh? Mi pareva

impossibile. Patusan... laggiù tagliano la gola non è affar mio.'

S'interruppe con un gemito. 'Pfui! Onnipotente! Che caldo! Che

caldo! Behallorapoteva esserci del vero anche in quell'altra

storiadopo tuttoe...' Chiuse uno dei suoi orribili occhi

vitrei (la palpebra continuò a tremolare) mentre con l'altro mi

ammiccava sinistro. 'Senta un po'' fece con aria di mistero'se

- capisce? - se realmente ha messo le mani su qualcosa che valga -

non uno dei soliti pezzetti di vetro verde - capisce? - io sono

funzionario governativo - dica a quel furfante - Eh? Come? Amico

suo?...' Continuava a star stravaccato tranquillamente sulla

poltrona... 'Me l'ha detto lei; appunto; e sono contento di

metterla sull'avviso. Anche a leisuppongopiacerebbe di cavarne

fuori qualcosa. Non m'interrompa. Lei gli dica soltanto che ho

saputo la storiama al mio governo io non ho fatto rapporto. Non

ancora. Capito? Perché fare un rapporto? Eh? Gli dica di venire da

me se lo lasciano uscire vivo da quel paese. Farà bene a

salvaguardarsi le spalle. Eh? Prometto di non fargli domande.

Discrezione - capito? E penseremo anche a lei. Una piccola

commissione per il disturbo. Non m'interrompa. Sono un funzionario

governativo e non farò rapporti. Gli affari sono affari. Capito?

Conosco della brava gente pronta a comprar qualunque cosa che

valga la pena e che può dargli più quattrini di quanti quel

farabutto ne abbia mai veduti in vita sua. Conosco i miei polli.'

Mi fissava con tanto d'occhi - ora tutti e due aperti - mentre gli

stavo davanti in piedi sbalorditoe mi domandavo se era matto o

ubriaco. Sudava sbuffavalamentandosi tra i denti e grattandosi

con una tranquillità così ributtante che non riuscii a sopportarne

la vistané ebbi la forza di domandargli schiarimenti. Il giorno

dopoparlando a caso con la gente della piccola Corte indigena

venni a sapere che lungo la costa si andava diffondendo la storia

di un misterioso bianco che a Patusan era venuto in possesso di

una gemma straordinaria - uno smeraldo di enormi dimensionie

assolutamente senza prezzo. Lo smeraldo sembra far colpo sulla

immaginazione orientale più di qualsiasi altra pietra preziosa. Il

bianco se l'era procuratomi disseroun po' con l'uso della sua

forza meravigliosaun po' con l'astuziadal monarca di un paese

lontanodi dove era fuggito immediatamentegiungendo a Patusan

in condizioni pietosema sempre in grado di ispirar terrore al

popolo con la sua estrema ferociache nulla sembra poter

ammansare. I più tra i miei informatori erano d'opinione che la

pietra desse il malocchio - come la famosa gemma del Sultano di

Succadana che aveva portato anticamente in quella contrada

infinite guerre e calamità. Forse era il medesimo gioiello - non

si sa mai. In realtà la storia di uno smeraldo di dimensioni

favolose risale ai tempi dell'arrivo dei primi bianchi

nell'Arcipelago; ed è credenza così persistente che ancora un

quarant'anni fa fu condotta un'inchiesta ufficiale in proposito da

parte del Governo olandese. Un simile gioiello - mi spiegò un

vecchio dal quale mi era stato riferito questo straordinario mito

Jimmiano - una specie di scriba del poverissimo piccolo Rajah

locale - un gioiello similedissealzando verso di me i suoi

poveri occhi mezzo acciecati (stava seduto per terra nella capanna

in segno di rispetto)si conserva meglio nascondendolo addosso a

una donna. Però non tutte le donne sono adatte. Devono essere

giovani - e trasse un profondo sospiro - e insensibili alle

seduzioni dell'amore. Scosse il capo incredulo. Eppure una donna

simile sembra che ci sia.

Davvero. Gli avevano parlato di una ragazza alta che l'uomo bianco

trattava con molto rispetto e attenzionie che non usciva mai di

casa senza scorta. La gente diceva che il bianco si faceva vedere

in sua compagnia quasi ogni giorno: passeggiavano insieme in

faccia a tuttie lui se la portava in giro col braccio sotto al

suostretta stretta al fianco cosìin un modo proprio strambo.

Questo poteva anche non esser vero - lo concedeva - perché

veramente era un comportamento fin troppo bizzarro. Ma che

portasse lei nascosto in petto il gioiello dell'uomo bianco non si

poteva mettere in dubbio".

 

 

 

 

 

CAPITOLO 29.

"Così si interpretavano le maritali passeggiate di Jim alla sera.

Più di una volta avevo fatto il terzo incomodo in queste

passeggiatesempre consapevole della sgradita presenza di

Cornelius checovando in cuore una punta di paterno sdegnoci

pedinava furtivo con la bocca contrattacome sempre sul punto di

digrignare i denti. Avete mai notato comea trecento miglia

dall'ultimo palo telegrafico e dall'approdo dei postalile

meschine bugie utilitarie della nostra civiltà avvizziscano e

muoianosostituite da puri giuochi di fantasiache hanno la

leggerezza e spesso il fascino e qualche volta la profonda verità

intima di un'opera d'arte? Il romanticismo aveva eletto Jim al

proprio servizio - e la parte romantica era l'unica autentica di

quella storiache per il resto era tutta una fandonia. Non lo

nascondevaluiil suo gioiello. In realtàne era immensamente

orgoglioso.

Mi accorgo ora chetutto sommatoquella ragazza io l'avevo vista

ben poco. Quello che ricordo meglio è il pallore unitoolivastro

della sua carnagionei vivi riflessi metallici dei suoi capelli

neriche fluivano abbondanti di sotto a un berretto scarlatto

tenuto molto indietro sulla testa ben modellata. Sciolta e sicura

nei movimentiarrossiva talvolta d'un rosso intenso. Mentre Jim e

io si discorrevaella andava e veniva dandoci qualche occhiata

fuggitiva e lasciandosi dietrosul suo passaggioun ricordo di

grazia e di fascino e un netto sottinteso di attenta vigilanza. I

suoi modi denotavano una strana combinazione di timidezza e di

audacia. Ogni suo bel sorrisocome disperso dal ricordo d'un

incombente pericoloera seguìto subito da uno sguardo d'ansia

taciturna e repressa. A volte sedeva con noiecon le nocche

della sua mano piccolina infossate nella morbida guancia

ascoltava la nostra conversazione; i suoi grandi occhi chiari si

fissavano sulle nostre labbracome se ogni nostra parola fosse

pronunciata in forma visibile. Sua madre le aveva insegnato a

leggere e a scrivere; aveva imparato un bel po' di inglese con

Jime lo parlava che era uno spasso con la stessa intonazione e

le stesse abbreviazioni fanciullesche di lui. La sua tenerezza si

librava su di lui come un palpito d'ali. Viveva così pienamente

nella contemplazione di luiche aveva perfino acquistato un po'

del suo aspetto esteriorequalcosa che lo ricordava nei

movimentinel modo di stendere un bracciodi girare il capodi

volgere lo sguardo. Il suo vigile affetto aveva un'intensità tale

da renderlo quasi percettibile ai sensi; sembrava esistere

concretamente nella sostanza dello spazioavvolgendolo come di

una fragranza particolareeffondersi nel sole come una nota

tremulasommessa e appassionata. Credo che prenderete anche me

per un romantico: ma non è vero. Vi riferisco la pura impressione

di un frammento di giovinezza; di uno strano travagliato romanzo

che mi è capitato sottocchi. Notai con interesse il lavorìo della

sua - diciamo - fortuna. Era amato d'un amore geloso; ma perché

poi lei dovesse essere gelosae di chenon sapevo. La terrala

gentele foreste erano ora complici in accordo vigile per

tenerselo d'occhio con un'aria di segregazionedi misterodi

possesso esclusivo. Per lui non c'eraper così direvia

d'appello; era prigioniero della libertà stessa della propria

potenzae leipur essendo pronta a mettergli il capo sotto i

piedia sgabellosi custodiva inesorabilmente la sua conquista -

come se temesse di non potersela conservare. Lo stesso Tamb'Itam

marciando alle calcagna del suo Signore biancodurante le nostre

uscitetesta indietrotruculento e tuttarmi come un giannizzero

con krisaccetta e lancia (oltre al fucile che Jim gli dava da

portare); lo stesso Tamb'Itam si permetteva di darsi delle arie di

custode incorruttibile come un carceriere arcigno e devoto pronto

a dare la vita per il proprio prigioniero. La seraquando eravamo

alzati fino a tardila sua sagoma silenziosaindistintapassava

e ripassava sotto la verandaa passi felpatie talvoltaalzando

la testalo coglievo a sua insaputa dritto in piediimpalato

nell'ombra. Di regola scompariva dopo un po' senza rumore; ma

quando ci si alzavadi balzo ci era vicino come se fosse uscito

di sottoterrapronto a qualunque ordine di Jim. Neanche la

ragazzacredosi addormentava mai finché non ci eravamo dati la

buonanotte. Più di una voltadalla finestra della mia camerala

vidi uscire con Jim piano pianoappoggiarsi alla rozza balaustra

- due figure bianche strette l'una all'altralui col braccio

cingendole la vitalei col capo reclinato sulla spalla di lui. Mi

giungeva il loro sussurro sommessopenetranteteneronota calma

e triste nel silenzio della nottecome un monologo internosu

due voci. Più tardirigirandomi sul letto sotto la zanzariera

avrei giurato di sentire leggeri scricchioliiun tenue respiro

uno schiarirsi cauto della golae voleva dire che Tamb'Itam era

ancora lìdi ronda. Benché avesse (per la munificenza del Signore

bianco) una casa di sua proprietà dentro la cintae avesse 'preso

una moglie' e ricevuto recentemente la benedizione di un bambino

tuttavia sono convinto chealmeno durante il mio soggiorno

dormiva sulla veranda ogni notte. Era molto difficile far parlare

quell'armigero arcigno e fedele. Neanche Jim riusciva a tirargli

fuori più che risposte secche e a strappiquasi in tono di

protesta: come volesse dar da intendere che il parlare non era

affar suo. Il discorso più lungo formulato di sua iniziativa glie

lo sentii fare una mattinaquandostendendo a un tratto la mano

verso il cortileindicò Cornelius e disse: 'Ecco qua il

Nazzareno.' Non credo che parlasse con meper quanto gli stessi a

fianco; il suo discorso sembrava piuttosto diretto a risvegliare

l'attenzione e lo sdegno dell'universo intero. Certi borbottamenti

allusivi che seguironoa proposito di cani e odor d'arrostomi

parvero singolarmente appropriati. L'ampio quadrato del cortile

era tutto una vampa torrida di soleeavvolto in quella luce

intensaCornelius veniva avanti lento lentobene in vistae

tuttavia con un'aria ineffabilmente furtivadi oscuro e coperto

segretosgattaiolando. Faceva pensare a quanto ci può essere di

più stomachevole. Il suo passo lentolaboriosoricordava il

movimento dello scarafaggio schifoso: dava lo stesso ribrezzo

vedergli muovere sole le gambee fermo tutto il resto del corpo.

Camminavasenza dubbiodritto per la sua direzioneeppurecon

quella spalla in avantipareva andare obliquo. Lo si vedeva

spesso aggirarsi lento tra le tettoie come fiutando una pista;

passare davanti alla veranda dando una sbirciata furtiva all'insù;

sparire adagio dietro l'angolo di una capanna. Che costui potesse

circolare liberamente là dentroaccusava una assurda negligenza

da parte di Jimoppure un supremo disprezzoperché Cornelius

aveva avuto una parte assai dubbia (a dir poco) in un certo

episodio che a Jim avrebbe potuto riuscire fatale. All'atto

pratico quell'episodio era tornato a sua maggior gloria. Ma tutto

riusciva ormai a sua gloria; ed era questa l'ironia della sua

buona fortuna attuale: che per essere stato una volta troppo

attaccato alla propria vitaora la sua vita sembrava protetta da

un sortilegio.

Dovete sapere che aveva lasciato la casa di Doramin poco dopo il

suo arrivo - un po' troppo prestoin realtàper la sua

sicurezzaenaturalmentemolto prima della guerra. A questo lo

aveva spinto il senso del dovere: doveva attendere agli affari di

Steinno? - mi disse. A tal finecon assoluto disprezzo del

pericoloaveva attraversato il fiume andando a stare da

Cornelius. Come avesse fatto costui a campare in tempi così

agitatiio non lo so. Quale agente di Steindopo tuttodoveva

aver usufruito in certo senso della protezione di Doramin; certo è

chein un modo o nell'altroera riuscito a cavarsela attraverso

a tutte quelle gravi complicazionie non dubito che la sua

condottaqualunque linea sia stato costretto a seguiredebba

aver portato il segno di quell'abiezione che era come lo stampo di

quell'uomo abietto di dentro e di fuoricome altri è d'aspetto

riconoscibilmente generosodistinto o venerando. A questo suo

elemento costitutivo si informava ogni suo attopassione o moto

dell'animo; si arrabbiava abiettosorrideva abiettos'attristava

abietto; parimenti abiette in lui cortesia e villania. Non c'è

dubbio che l'amorein luisarebbe stato il più abietto dei

sentimenti: ma come immaginare l'amore in un insetto schifoso?

Perché anche la sua schifezza era abiettatalché una persona non

più che disgustosa sarebbe apparsa nobile al confronto. Costui non

è figura né di sfondo né di primo piano in questa storia: lo si

vede soltanto ai margini aggirarsi enigmatico e sporcoa

corromperne l'ingenuità e la fragranza di giovinezza.

La sua condizionein ogni casonon poteva essere che

estremamente bassa; ma può darsi benissimo che lui ne traesse

qualche vantaggio. Jim mi disse di esser stato accolto da

principio con un'abietta ostentazione dei più amichevoli

sentimenti. 'Sembrava che quell'individuo non riuscisse a

contenere la propria gioia' fece Jim con aria disgustata.

'Correva da me ogni mattina a stringermi tutt'e due le mani - il

maledetto! - ma non sapevo mai se poi sarei andato a colazione. Se

arrivavo a mangiare tre volte in due giorni mi consideravo

fortunato; eppure mi faceva firmare un buono di dieci dollari alla

settimana. Diceva d'esser sicuro che il signor Stein non intendeva

che mi mantenesse per niente. Beh... mi manteneva quasi con

niente. Ne incolpava lo stato di disordine del paesee fingeva di

strapparsi i capellichiedendomi perdono venti volte al giorno

tanto che dovetti alla fine supplicarlo di non angustiarsi così.

Mi dava la nausea. Metà del tetto era crollato e tutta la casa

aveva un aspetto squallidocon dei ciuffetti d'erba secca che

spuntavano fuori qua e làe penzolanti da ogni parete gli orli

sfilaccicati delle stuoie. Fece del suo meglio per far risultare

che il signor Stein gli doveva dei soldi sugli affari degli ultimi

tre annima i suoi libri mastri erano tutti strappati e qualcuno

mancava addirittura. Cercò di accennare che la colpa era della

buonanima di sua moglie. Mascalzone schifoso! Alla fine dovetti

proibirgli perfino di nominarlasua moglieper non far piangere

Gioiello. Non arrivai a scoprire dove era andata a finire tutta la

merce; nel magazzino vuoto c'erano rimasti soltanto i topi che

avevan trovato la cuccagna in mezzo a quella baraonda di carta

color marrone e di sacchi vecchi. Da tutte le parti mi

assicuravano che aveva un mucchio di quattrini sepolti chissà mai

dove; ma naturalmente da lui non c'era da cavar fuori nulla.

Passai in quella casa del diavolo i giorni più disgraziati della

mia vita. Cercai di far il mio dovere verso Steinma avevo anche

altro da pensare. Quando mi rifugiai in casa di Doraminil

vecchio Tunku Allang si spaventò e mi restituì la mia roba: tutto

per vie oblique e con un'infinità di misteriattraverso un Cinese

che ha qui un negozietto; ma appena lasciai il quartiere dei Bugi

per andar a stare da Cornelius si cominciò a dire apertamente che

il Rajah aveva deciso di farmi ammazzare al più presto. Un bel

fattono? E non vedevo che cosa avrebbe potuto impedirglielose

veramente ne avesse avuto l'idea. Il peggio era che dovevo

necessariamente riconoscere di non far niente di utile né per

Stein né per me stesso. Oh! furono davvero un inferno quelle sei

lunghe settimane...'".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 30.

"Mi disseseguitandodi non sapere che cosa lo avesse trattenuto

lì - ma non ci vorrà molto a intuirlo. Provava una profonda pietà

per quella ragazza inermealla mercé di quello 'straccio di

mascalzone vigliacco.' Pare che Cornelius le facesse una vita

d'infernoanche se non arrivava a metterlema sol per mancanza

di coraggiole mani addosso. Pretendeva perfino che lo chiamasse

babbo - 'e con rispetto anche - con rispetto' urlavaagitandole

davanti alla faccia un pugno giallorinsecchito. 'Sono un uomo

rispettabileioe tu che cosa sei? Avanti! che cosa sei? Credi

che io la intenda di tirar su la figlia d'un altro e non farmi

rispettare? Ringrazia Iddio ch'io ti permetta di chiamarmi così!

Avanti! - di': Sìbabbo... ah no?... Aspetta un po'!' E allora si

metteva a ingiuriare la morta finché la ragazza non se ne scappava

con le mani nei capelli. La rincorrevaprecipitandosi dentro e

fuori e intorno alla casae in mezzo alle tettoie; finché non la

rincantucciava in qualche angolodove lei cadeva in ginocchio

tappandosi le orecchiee allorada lontanoper delle mezze ore

seguitava a scaricarle contro una sfilza di sudicie ingiurie. 'Tua

madre era un demonio - un demonio di falsità. E anche tu sei un

demonio!' urlava come sparata finaleraccogliendo un po' di terra

secca o una manciata di fango (fango ce n'era quanto se ne voleva

intorno alla casa) e glie la buttava nei capelli. Qualche volta

peròlei gli teneva testaaccesa di rabbiaguardandolo fisso in

silenzioa faccia dura e contrattalasciando cadere una parola

ogni tantoma così tagliente che lo facevan saltare convulso.

Scene spaventosemi disse Jim. Cose davvero inauditelì in mezzo

al deserto. Un tale stato di raffinata cattiveriapensate un po'

che tormento doveva essere pensare che non sarebbe finito mai. Il

rispettabile Cornelius (Inci' Nelyuslo chiamavano i Malesicon

una smorfia che voleva dir molte cose) era un uomo profondamente

scontento. Non so che cose si fosse aspettato in conseguenza del

suo matrimonio: maevidentementeil privilegio di poter rubare a

man salvae incamerare per molti anni e come meglio gli talentava

le merci della Società Commerciale di Stein (Stein soleva

reintegrargli puntualmente il deposito tutte le volte che poteva

mandare i suoi capitani a portargli la roba) non gli pareva

sufficiente compenso al sacrificio del suo rispettabile nome. Jim

avrebbe toccato il cielo con le dita a poter dare un tal sacco di

legnate a Cornelius da ridurlo a un filo dalla morte; ma d'altra

parte quelle scene erano così penosecosì ributtantiche il suo

impulso era piuttosto di allontanarsidove non si sentissero più

quelle vociin modo da risparmiare la sensibilità della ragazza.

Quelle scenate la lasciavano tutta agitata e taciturna a

dilaniarsi il pettoe col viso impietrito dalla disperazione.

Allora Jimcosì senza parerele si avvicinava con aria sgomenta:

'Su... andiamo... davvero... a che serve... provi a mangiare

qualcosa' o qualche altra parola di simpatia. Cornelius sgusciava

da una porta all'altra attraversando la veranda per poi tornare

sui propri passimuto come un pescee sogguardando malevolo

sospettosodi sottecchi: 'Glie la faccio finire io...' le disse

Jim una volta. 'Mi dica una sola parola.' E sapete che rispose

lei? Disse - Jim me lo riferì con aria solenne - che se non fosse

stata sicura che Cornelius era tanto infelice anche luiavrebbe

trovato il coraggio di ammazzarlo con le proprie mani. 'Pensi un

po'! Quella povera diavola di ragazzaquasi una bambina

trascinata a parlare in questo modo!'esclamò con orrore.

Sembrava impossibile salvarlanon dalle grinfie di quel brutto

furfantema anche da se stessa! Non che gli facesse soltanto

compassionemi assicurò; era più che pietà; era come se avesse un

peso sulla coscienza finché fosse durata quella vita. Abbandonare

la casa sarebbe parsa una vile diserzione. Aveva capito alla fine

che non c'era nulla da aspettarsi da una più lunga permanenza: né

rendicontiné denaroné verità di nessun genere; eppure restava

esasperando Cornelius fino all'orlo non dico della pazziama

quasi del coraggio. Intanto sentiva ogni sorta di pericoli

accumularglisi oscuramente intorno. Doramin gli aveva mandato due

volte un suo uomo di fiducia a dirgli che davvero non avrebbe

potuto far niente per la sua sicurezza se non ripassava il fiume

per tornare tra i Bugicome prima. Gente di ogni condizione

veniva a trovarlospesso nel cuore della notteper rivelargli

complotti di gente che voleva assassinarlo. Lo volevano

avvelenare. Lo volevano pugnalarenello stabilimento dei bagni.

Si stavano prendendo accordi per fargli sparare addosso da una

barca sul fiume. Ognuno di questi informatori si professava suo

grande amico.

Ce n'era abbastanza - mi disse - per togliere la pace per sempre a

un disgraziato. Una cosa del genere era estremamente plausibile -

anzi probabilissima - e quegli avvertimentianche se bugiardi

gli davano la sensazione di complotti di morte che gli si andavano

tramando intorno da tutte le partinel buio. Nulla di più

indovinato per scuotere i più solidi nervi. Finalmenteuna notte

Cornelius in personacon grande sfoggio di orgasmo e di mistero

gli rivelo con voce untuosa e solenne un progettinocome

qualmente per cento dollari - o anche per ottanta: diciamo ottanta

- luiCorneliusavrebbe procurato un uomo di fiducia per portare

di soppiatto Jimsano e salvofino alla foce del fiume. Non

c'era altro da fareormai - se Jim faceva il minimo conto della

sua vita. Che sono ottanta dollari? Un'inezia. Una somma

insignificante. E intanto luiCorneliussarebbe rimasto lìa

sfidare senz'altro la morte pur di dare questa prova di

attaccamento al giovane amico del signor Stein. Era difficile - mi

disse Jim - di reggere alla vista delle sue abiette smancerie; si

tirava i capellisi batteva il pettosi dondolava con le mani

compresse sul ventree finse perfino di spargere una lagrima. 'Il

tuo sangue ricada sul tuo capo!' squittì finalmentee scappò via.

Sarebbe interessante sapere fino a che punto Cornelius era sincero

in questa commedia. Jim mi confessò di non aver chiuso occhio dopo

che quell'individuo se ne fu andato. Rimase supino sopra la stuoia

sottile sul piancito di bambùa contare le travi nude del

soffittoe ad ascoltare il fruscìo nelle sconnessure della paglia

di copertura. Una stella brillò a un tratto attraverso un buco del

tetto. Il cervello gli turbinava; eppure proprio in quella notte

maturò il suo piano per dare addosso allo sceriffo Alì. Era stato

il suo pensiero fisso nei rari momenti liberi dalle vane indagini

intorno agli affari di Steinma la soluzione - dice gli balenò in

mente allora tutto a un tratto. Videper così direi cannoni

piazzati sulla vetta della collina. Rimase lì distesoma tutto

accalorato ed eccitato: di dormireneanche a dirlonon se ne

parlava più. Balzò in piedie scalzo se ne uscì in veranda senza

far rumore. S'imbatté nella ragazzaferma contro il murocome di

vedetta. Nello stato in cui si trovavanon si sorprese di

trovarla alzatae nemmeno che gli domandasse in ansiasottovoce

dove poteva essere Cornelius. Rispose semplicemente che non lo

sapeva. L'altra ebbe un gemito sommessofrugando con gli occhi

nel campong. Tutto era tranquillissimo. Jimossessionato e

invasato dalla sua ideanon poté astenersi dal comunicarla subito

alla ragazza. Questa ascoltòbatté le mani senza far rumore

espresse la propria ammirazione a voce bassama senza cessare di

tenersi visibilmente all'erta. Pare che Jim ne avesse fatto la sua

confidente fin dal primo giorno: - che leidal canto suofosse

al caso di fornirglie gli fornisse in realtàutili ragguagli

sulle cose di Patusan non c'è dubbio. Jim mi assicurò più di una

volta di non aver mai avuto da dolersi dei suoi consigli.

Comunqueera lì lì per accingersi a spiegarle dettagliatamente il

suo pianoquando la ragazza gli diede una stretta al braccioe

svanì dal suo fianco. Allora apparve Corneliuschissà da doveil

qualescorgendo Jimfece uno scarto di latocome se gli

avessero sparato addossoe si tenne poi fermo immobile nel buio.

Alla fine avanzò guardingocome un gatto sospettoso. 'Sono venuti

dei pescatori - con del pesce' disse con voce incerta. 'A vendere

il pesce - capisci'... Dovevano essere le due del mattino: proprio

l'ora più adatta per portare il pesce in giro nelle case!

Jim lasciò passare la frase senza farci mente locale: neanche per

un attimo. Altri pensieri gli occupavano il cervelloe poi non

aveva visto niente. Si accontentò di lasciar cadere un 'Oh!'

distratto; bevve un sorso d'acqua da una brocca che era lìe

lasciando Cornelius in preda a un'emozione inesplicabile (che gli

fece afferrare a due braccia la ringhiera tutta tarlata dalla

veranda come se gli cedessero le gambe) rientrò e si distese sulla

sua stuoia a riflettere. Dopo un po' udì dei passi furtivi: poi

più. Una voce in tremito sussurrò attraverso la parete: 'Dormi?'

'No! Che c'è?' rispose Jim allegramente; poi un movimento brusco

di fuorie poi silenziocome se chi aveva mormorato quelle

parole avesse preso spavento. Estremamente seccatoJim uscì fuori

d'impetoe Corneliuscon un grido soffocatofuggì per tutta la

veranda fino ai gradini d'accessodove restò attaccato alla

balaustra rotta. Molto sorpresoJim gli domandò da lontano che

diavolo gli era preso. 'Hai riflettuto a quello che ti ho detto?'

domandò Corneliusspiccicando le parole a faticacome in preda a

un attacco di febbre fredda. 'No!' gridò Jimfuori di sé. 'Non ci

ho riflettutoe non ci rifletterò mai. Voglio vivere quia

Patusan.' 'Tu ci m-m-morraiqui' ribatté Corneliussempre

scosso forte dal tremitocon una voce da moribondo. Tutta questa

scena era così assurda e irritante che Jim non sapeva bene se

divertirsi o arrabbiarsi. 'Non prima di vederti messo a posto a

dovereci puoi contare' gridò a sua voltaesasperatoe sul

punto di ridere. Mezzo sul serio (eccitato com'era dai propri

pensiericapite) continuò a urlare: 'Nulla mi può far nullaa

me! Quand'anche tu buttassi all'aria il mondo ". In certo modo

quel Cornelius in ombra laggiù in fondo sembrava l'odiosa

incarnazione di tutte le noie e le difficoltà che aveva incontrato

sul suo cammino. Si lasciò andare - aveva i nervi tesi da parecchi

giorni - e lo investì coi più lusinghieri epiteti: imbroglione

bugiardobrutto mascalzone; insommafece un baccano d'inferno.

Ammise poi di aver passato tutti i limiti della creanza - ché era

proprio fuori di sé - sfidando Patusan intera a costringerlo a

scappar per paurae dichiarando che ce l'aveva lui la musica da

farli ballar tutti; e così viain tono minaccioso e fanfarone. Un

comportamento assolutamente ridicolo e burbanzosomi disse.

Sentiva le orecchie bruciargli solo a ripensarci. Doveva aver

perso la tramontanain certo modo... La ragazzaseduta con noi

mi fece un rapido gesto d'assenso con la sua testinaaggrottando

un poco le sopraccigliae disse: 'Io ho sentito tutto' con

solennità infantile. Jim rise e arrossì. Ciò che lo fece smettere

dissefu il silenzioil profondo silenziocome di mortedella

figura indistinta che stava laggiù in fondoe sembrava pendere

tutta svuotatapiegata in duesulla balaustrain una macabra

immobilità. Tornato in sétacque subito e si meravigliò molto di

se stesso. Osservò l'altro per un po'. Non un gestonon un suono.

'Proprio come se colui fosse morto mentre facevo tutto quel

putiferio' disse. Si vergognava tanto che rientrò in fretta

senza aggiungere verboe si gettò di nuovo sulla stuoia. La

sparata sembra gli avesse fatto beneperòperché dormì per tutto

il resto della notte come un bambino. Erano settimane che non

dormiva così. 'Ma io non dormii' disse la ragazza col gomito

sulla tavolae la guancia sulla mano. 'Io montai la guardia.'

Girò un poco lo sguardo e mi fissò coi suoi grandi occhi

scintillanti".

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 31.

"Potete immaginare con quanto interesse tenni dietro a questo

discorso. Il significato di questi particolari si rivelò

ventiquattr'ore dopo. La mattinaCornelius non fece alcuna

allusione agli avvenimenti della notte. 'Immagino che tornerai

nella mia povera casa' borbottò con aria arcignaobliquando su

Jim che si preparava a salire in canoa per recarsi al campong di

Doramin. Il giovanotto si limitò ad annuire col caposenza

guardarlo. 'Ti ci divertituè chiaro' borbottò l'altro in tono

acido. Jim passò la giornata col vecchio nakhodaa propugnare la

necessità di un'azione vigorosadavanti agli uomini più eminenti

della comunità Bugiche erano stati convocati a gran parlamento.

Ricordava con piacere di essere stato molto eloquente e

persuasivo. 'Son riuscito a rinforzare la loro spina dorsale

positivo' mi disse. L'ultima spedizione dello sceriffo Alì aveva

raggiunto la periferia della coloniae alcune donne del borgo

erano state portate dentro la sua palizzata. Il giorno prima gli

emissari dello sceriffo s'erano fatti vedere sulla piazza del

mercato a pavoneggiarsi altezzosi nei loro mantelli bianchia

vantar l'amicizia del Rajah per il loro padrone. Uno si era fatto

avantiall'ombra di un alberoeappoggiato alla lunga canna del

fucileaveva esortato il popolo alla preghiera e al pentimento

consigliando ad ammazzare tutti i forestieri che s'erano

intrufolati nel paesefra i qualidissecerti infedeli -

peggio! figli di Satanacamuffati da Mussulmani. Si raccontava

che parecchi di parte del Rajah avessero gridato la loro

approvazione. Il popolino era atterrito. Jimsoddisfattissìmo

dell'opera svolta in quel giornoripassò il fiume prima del

tramonto.

Essendo riuscito a ottenere dai Bugi un impegno inderogabile per

l'azioneed avendo preso su di sé tutta la responsabilità del

successosi sentiva così feliceche nella sua leggerezza di

cuore fece di tutto per mostrarsi cortese verso Cornelius. Ma

questidi rimandogli rispose con una giovialità pazzesca

sicché a lui non bastò l'animomi disse Jimdi sopportare quel

suo squittire e rider falsoquei suoi contorcircimenti e

quell'ammiccaree afferrarsi a un tratto il mento e restar lì

curvo sulla tavola con lo sguardo fisso dell'invasato. La ragazza

non si fece vederee Jim si ritirò presto. Al momento in cui si

alzò per congedarsiCornelius balzò surovesciò la sedia e

scomparve come per raccattar qualcosa che aveva lasciato cadere.

La sua buonanotte arrivò roca di sotto al tavolino. Jim stupì di

vederlo riemergere a bocca aperta e con occhi vuotispalancati

di spavento. Si teneva afferrato al margine del tavolino. 'Che

succede? Ti senti male?' domandò Jim. 'Sìsìsì. Un mal di

pancia tremendo' fece l'altro; e secondo Jim doveva essere

proprio vero. In tal casodata l'azione che andava premeditando

era il segnoseppure abiettodi una incompleta intossicazione di

cinismo della quale converrà dargli atto.

Comunqueturbò i sonni di Jim un sogno di cieli bronzeitonanti

con voce terribile: 'Svegliati! Svegliati!' così alto che

nonostante la sua disperata volontà di continuar a dormire

dovette pur svegliarsi. Lo colpì il bagliore di un incendio rosso

tutto scoppia mezz'aria. Spire di un fumo denso e nero

avvolgevano la testa di un'apparizioneun essere sovrumanotutto

vestito di biancocon un viso severoteso e ansioso. Dopo un

attimo di perplessitàriconobbe la ragazza. Teneva levata a

braccio teso una torciaalta sul capoe ripeteva con insistenza

monotona d'incitamento: 'Alzati! Alzati!'

A un tratto Jim balzò in piedie subito lei gli mise in mano una

rivoltellala rivoltella di Jimche stava appesa a un chiodoe

stavoltacarica. La afferrò in silenziostupefattobattendo gli

occhi abbacinati. Si domandò che cosa ella potesse volere.

La ragazza gli chiese presto in un soffio: 'Puoi affrontare

quattro uomini con questa?' Jim rideva nel raccontarmi questo

episodioal pensiero della cortese prontezza della propria

risposta: e pare che sul momento gli premesse molto di farla

rilevare: 'Certamente... si capisce... certamente... agli ordini!'

Non era ben sveglioma aveva la sensazione di condursi in modo

gentilissimoin così straordinaria contingenzadimostrandosi di

tanto incondizionata e immediata devozione. Ella uscì dalla

stanzae lui la seguì; passando per il corridoio disturbarono una

vecchia megera chequando le capitavafaceva un po' di cucina

ma era così decrepita da non riuscir quasi più a capire il

linguaggio umano. Costei si alzò e li seguì arrancando e

borbottando qualcosa tra le gengive. Sulla veranda un'amaca di

tela di saccoche era di Corneliusa una gomitata di Jim oscillò

un poco: era vuota.

Il fondaco di Patusancome tutti i depositi della Società

Commerciale Steinconsisteva in origine di quattro edifici. Due

erano ormai ridotti a un mucchio di stecchiframmenti di bambù e

paglia marciasu cui si levavano quattro pilastri d'angolodi

legno durotristi e sbilenchi; si reggeva ancora in piedi il

magazzino principaledi fronte alla casa del rappresentante. Era

una capanna oblungadi fango e argilla; a un'estremità aveva una

larga porta di tavole robuste non ancora sgangheratae in una

delle pareti laterali un'apertura quadrauna specie di finestra

con tre sbarre di legno. Prima di scendere i pochi gradini

d'accessola ragazza volse il capo e disse presto presto:

'Volevan saltarti addosso nel sonno.' Jim mi confessò di aver

provato un senso di delusione. Sempre la solita storia. Non ne

poteva più di attentati alla sua vita. Ne aveva fin sopra i

capelli di falsi allarmi. Era stufo. Mi assicurò che si era

arrabbiato contro la ragazza che l'aveva ingannato. L'aveva

seguita perché persuaso che fosse lei ad aver bisogno di aiutoe

ora per il dispetto quasi quasi si sentiva una mezza voglia di

voltare i tacchi e tornarsene a dormire. 'Lo sa?' mi disse a

commento e con aria solenne. 'Credo proprio di non esser stato del

tutto in me per intere settimane in quell'epoca.' 'Ma sì. Era

perfettamente in sé' non potei trattenermi dal contraddirlo.

La ragazza proseguì a passo sveltoe Jim la seguì nel cortile.

Tutte le staccionate erano cadute da un pezzo; i bufali dei vicini

ogni mattina entravano liberamente nel recinto aperto traendo dal

profondo lunghi sbuffi senza scomporsi; era già la vera e propria

invasione della giungla. Jim e la ragazza si fermarono nell'erba

folta. La luce che li avvolgeva creava intorno una più densa

oscurità; soltanto sopra al loro capo brillava uno scintillìo

opulento di stelle. Mi disse che era una bella notte - fresca

fresca con un fiato di brezza dal fiume. A Jim non sfuggìpare

questa amorosa bellezza. Ricordatevi che è una storia d'amore

quella che vi sto raccontando adesso. Una notte soave che sembrava

alitare su di loro una leggera carezza. La fiamma della torcia

ruscellava a volta a volta con un fruscìo come di bandierae per

un certo tempo non si sentì altro. 'Sono nel magazzino in attesa'

mormorò la ragazza. 'Aspettano il segnale.' 'Da chi?' domandò Jim.

L'altra scosse la torciache dopo aver spanto una pioggia di

scintille fiammeggiò più alta. 'Ma tu dormivi tanto agitato!'

riprese la fanciulla sottovoce. 'Io ho vegliato anche sul tuo

sonno.' 'Tu!' esclamò il giovaneallungando il collo per

guardarsi intorno. 'Credi che sia la prima notte che monto la

guardia?' disse l'altra dopo una pausa di cupa indignazione.

Jim dice che gli parve di ricevere un colpo in pieno petto. Rimase

senza fiato. Pensò di essersi condotto come una brutta bestiae

si sentì pieno di rimorsicommossofeliceesultante. Questa

permettete che ve lo ricordi ancoraè una storia d'amore: lo si

riconosce dalla sua imbecillità; non un'imbecillità odiosama

l'esaltata imbecillità di ogni suo episodiocome questa sosta a

torcia accesaquasi che fossero venuti lì proprio apposta per

farsi le loro confessionia maggior edificazione degli assassini

in agguato. Se gli emissari dello sceriffo Alì avessero posseduto

- come osservò Jim - un briciolo di fegatoquesto era per loro il

momento di saltar fuori. Gli batteva il cuore - non di paura - ma

perché gli era sembrato di sentir frusciare l'erba; e fece un

subito scarto fuori dalla zona di luce. Un'ombra nera vista e non

vista svanì di corsa. Jim chiamò con voce sonora: 'Cornelius! oh!

Cornelius!' Seguì un profondo silenzio; parve che la sua voce non

avesse avuto più di dieci passi di portata. Di nuovo la ragazza fu

al suo fianco. 'Fuggi!' disse. La vecchia si avvicinava; la sua

figura sbilenca entrò a balzelli paralitici sul margine della

luce; la udirono borbottareed emettere un lieve sospiro

doloroso. 'Fuggi!' ripeté la fanciullaeccitata. 'Ora che sono

spaventati... questa luce... le voci. Hanno capito che tu sei

sveglio adesso - sanno che tu sei grandefortee hai

coraggio...' 'Ma se io sono tutto questo' cominciò a dire; ma la

ragazza lo interruppe. 'Sì - stanotte! Ma domani notte? E

dopodomani? E le notti appresso?... tantetante notti? Posso star

sempre di guardiaio?' Le tagliò il fiato un singhiozzo che lo

commosse oltre ogni possibilità di parola.

Mi disse di non essersi mai sentito così piccolocosì niente e

anche il coraggioa che serviva? pensò. Era così scosso che anche

la fuga gli sembrò inutile; benché la ragazzacon insistenza

febbrile seguitasse a mormorargli: 'Va' da Doraminva' da

Doramin.' Egli si rese conto che da quella solitudine in cui si

centuplicavano tutti i pericolinon gli restava altro scampo che

in lei. 'Pensai oscuramente' mi disse'che se la lasciavo era la

fine di tutto.' Però siccome non potevano restare all'infinito

fermi lì in mezzo al cortiledecise di andare a dar un'occhiata

nel magazzino. Lasciòsenza neanche protestarech'ella lo

seguissecome fossero stati indissolubilmente uniti. 'Ho coraggio

ehio?' borbotto fra i denti. La ragazza lo afferrò per un

braccio. 'Aspetta finché non sentirai la mia voce' dissee con

la torcia in mano sparì leggera dietro l'angolo. Egli rimase solo

nel buiocol viso verso la porta; non un suononon un respiro di

là dentro. Da chi sa dove alle sue spallela vecchia megera dette

un lugubre lamento. Udì un richiamo acutoquasi un grido della

ragazza. 'Adesso! Spingi!' Diede una spinta violenta e la porta si

spalancò con un cigolìo e un tonfoe agli occhi stupefatti di Jim

apparve un basso interno di prigionerischiarato da una miseria

di luce incerta. Un turbine di fumo andava a morirecalandosu

una gerla vuota in mezzo al pavimento; nella corrente d'aria un

mucchietto di cenci e di paglia parve volersi sollevarema fu

appena smosso. La fanciulla aveva ficcato la fiaccola attraverso

le sbarre della finestra. Jim vide il braccio rotondo di lei

steso e rigidotener la fiaccola con la saldezza di un torciere

di ferro. Non c'era che un cono di vecchie stuoie sdruscite in un

angoloalto fin quasi al soffittoe nient'altro.

Jim mi spiegò che ne era rimasto amaramente deluso. La sua

resistenza era stata provata da tanti avvertimenti; per settimane

e settimane era stato circondato da tante minacce di pericoloche

sentiva il bisogno d'affrontare finalmente un po' di realtà

concreta e tangibile. 'Avrebbe schiarito l'aria almeno per un paio

d'orenon so se rendo l'idea' mi disse. 'Perdiana! Erano giorni

e giorni che vivevo con una pietra sullo stomaco.' Finalmente

aveva creduto di afferrare qualche cosae invece... niente! Né

una tracciané un segno: nessuno. Aveva sollevato l'arma mentre

la porta si spalancavama aveva lasciato ricadere il braccio.

'Spara! Difenditi' gridò la ragazza di fuori con accento

disperato. Essalìal buiocol braccio infilato fino alla

spalla nello stretto passaggionon poteva vedere quel che

succedevae non osava ormai ritirare la torcia e rifare il giro.

'Non c'è nessuno!' urlò Jim furioso: ma la risata di dispetto e di

esasperazione che stava per scoppiargli istintiva gli si strozzò

in gola. Proprio nell'atto di voltarsi aveva avvertito di tra il

mucchio delle stuoie uno sguardo che si incrociava col suo. Vide

muoversi il bianco di quegli occhi: 'Vieni fuori!' gridò

furibondoancora in dubbio: e una faccia abbronzatauna testa

senza corposi delineò fra le immondizie: una testa stranamente

spiccata dal bustoche lo fissava torvo. Poidi colpotutto il

mucchio si agitòe con un sordo grugnito l'uomo si levò di balzo

contro Jim. Di sulla sua schiena le stuoie parvero saltare e volar

via: teneva alto il braccio destro col gomito piegatomentre una

lama opaca di kris gli spuntava dal pugnoun po' più su del capo.

La fascia stretta intorno ai fianchi sembrava d'un bianco

abbagliante contro la pelle di bronzo del suo corpo nudolucido

come fosse bagnato.

Jim notò tutto questomi dissecon un senso ineffabile di

sollievouna esultanza di vendetta. Trattenne il colpodissedi

proposito. Lo trattenne per un attimo: il tempo che l'altro mise a

far tre passi avanti - un tempo incalcolabile. Lo trattenne per il

piacere di dire a se stesso: E' bell'e morto! Era assolutamente

sicuro e certo. Lo lasciò avvicinareche tanto era lo stesso.

Tanto era bell'e morto. Notò le sue narici dilatategli occhi

sbarratil'intensa avida immobilità del visoe poi sparò.

L'esplosionein quello spazio ristrettofu assordante. Jim

indietreggiò di un passo. Vide l'uomo sollevar la testa di scatto

lanciar le braccia avantie lasciar cadere il kris. Dopo si

accorse di averlo colpito alla boccaun poco dal sotto in su

sicché la pallottola gli era uscita dalla nucain alto. Portato

dall'impeto del suo slanciol'uomo seguitò a venire in avanti

col viso a un tratto sfiguratole mani aperte davanti a sé in

atto di arrancarecome un ciecoe cadde picchiando orrendamente

con la fronte a pochi centimetri dai piedi nudi di Jim. Mi disse

poi che di tutto questo non si era perduto il minimo particolare.

Si ritrovò calmopacificatosenza rancoresenza disagiocome

se la morte di quell'uomo avesse riequilibrato ogni cosa. Il luogo

si andava riempiendo del fumo fuligginoso della torciadi cui la

fiamma immobile ardeva unita e sanguigna. Avanzò risoluto

scavalcando il cadaveree puntò la rivoltella contro un'altra

figura nuda che si delineava appena all'estremità opposta della

stanza. Mentre stava per far partire il colpol'uomo scagliò

lontano da sé una lancia corta e pesante e si lasciò cadere sui

calcagni con aria di sottomissionela schiena contro la parete e

le mani giunte fra le gambe. 'Vuoi salva la vita?' fece Jim.

L'altro non fiatò. 'Quanti altri siete?' domandò ancora Jim.

'Altri dueTuan' rispose l'uomo con molta dolcezzafissando con

grandi occhi affascinati la bocca della rivoltella. Sùbitodue

altri uomini uscirono carponi di sotto le stuoiesollevando ben

visibilmente le mani vuote".

 

 

CAPITOLO 32.

"Jim si mise in posizione di vantaggio e li spinse attraverso la

porta in gruppocome pecore: durante tutto questo tempo la

piccola mano aveva tenuto verticale la torciastretta senza un

tremito. I tre uomini gli ubbidirono zitti zitti procedendo come

automi. Li fece mettere in riga. 'Datevi il braccio!' ordinò.

Quelli eseguirono. 'Il primo che lascia il braccio o volta la

testa è un uomo morto' disse. 'Marsch!' Si mossero insieme

rigidi: seguiti da Jim; al suo fianco la ragazza in una veste

bianca lunga fino a terra e coi capelli neri sciolti fino alla

vitaportava la fiaccola. Eretta e snella sembrava scivolar via

senza toccar terra; senz'altro rumore che il fruscìo di seta

dell'erba alta che stormiva. 'Alt!' gridò Jim.

Dalla proda ripida del fiume saliva una grande frescura; la luce

cadeva sul filo dell'acqua liscia e buia che ribolliva senza

increspature; a destra e a sinistra le sagome parallele delle case

si stendevano seguendo la netta allineatura dei tetti. 'Portate i

miei saluti allo sceriffo Alì - che poi vengo io' fece Jim.

Nessuna delle tre teste si mosse. 'In acqua!' tuonò. Tre tonfi

come un tonfo soloun grande schizzo d'acquae le tre teste

nereemerse e risommerse in movimenti convulsiscomparvero; ma

per un bel pezzo continuò un gran soffiare e sputacchiaresempre

più lontanoperché s'ingegnavano a nuotare sott'acquatemendo

molto una salva d'addio. Jim si volse alla ragazzatestimone

attenta e silenziosae gli parve a un tratto che il cuore gli si

fosse fatto troppo grande nel pettoe gli chiudesse la gola

mozzandogli il respiro. Forse per questo si tenne in silenzio a

lungo: e la ragazzascambiato uno sguardo con luilanciò la

torcia accesa nel fiume con un ampio gesto del braccio. La luce

rossa della fiammafatto un lungo volo nel buiosprofondò con

uno stridore malignoe la dolce calma luce delle stelle discese

su loro incontrastata.

Non mi riferì ciò che disse quando finalmente riprese voce. Non

credo che possa essere stato molto eloquente. Il mondo era

immobilela notte alitava su di loro; una di quelle notti che

sembrano create per aprirsi alla tenerezza; in quei momenti in cui

le nostre animequasi disciolte dal loro buio involucroardono

con una sensibilità squisita che rende certi silenzi più lucidi

delle parole. Della ragazzami disse: 'Ebbe un momento di crisi.

L'eccitazione... capisce. La reazione. Doveva essere stanca

morta... e tutta questa specie di cose. E... accidenti... mi

voleva benecapisce.. Anch'io... non lo sapevonaturalmente...

non mi era mai passato per la testa...'

Qui si alzò e cominciò a far su e giù piuttosto agitato. 'Io... io

l'amo con tutta l'anima. Più che io non possa dire. Naturalmente

queste cose non si possono mai dire. Si considerano le proprie

azioni con altri occhi quando si viene a capirequando vi fanno

capire che la vostra vita è necessaria intende? assolutamente

necessaria - a un'altra persona. Io sono costretto a capire

questo. Meraviglioso. Ma cerchi un po' lei di farsi un concetto di

quel che era stata la sua vita. Roba da matti! Spaventoso! No? E

io che la trovo quicosì... come seuscendo per far quattro

passi ci s'imbattesse a un tratto in qualcuno che affoga in un

sito desertodi notte. Perbacco! Non c'è tempo da perdere. Behè

anche una responsabilità... Ma credo di essere all'altezza.'

Devo dirvi che la ragazza da un po' di tempo ci aveva lasciati

soli. Si batté il petto. 'Sì! Mi rendo conto di questoma sono

convinto di essere all'altezza di tutta la mia fortuna!' Aveva la

virtù di trovare un particolare senso in tutto quello che gli

accadeva. E la sua storia d'amore l'aveva presa per questo verso.

Un punto di vista idillicoun poco solennee anche autentico

perché la sua convinzione aveva tutta la incrollabile serietà

della giovinezza. Qualche tempo dopoin un altro colloquiomi

disse: 'Sono qui da due anni appenaeppureparola mianon so

concepire come si possa vivere altrove. Il solo pensiero del mondo

fuorivia mi fa spavento; perché si capisce' soggiunseseguendo a

occhi bassi i movimenti della propria scarpa molto seriamente

impegnata a spiaccicare a regola d'arte un pezzetto di fango secco

(passeggiavamo lungo la sponda del fiume) '... che non ho mica

dimenticato la ragione che mi ha condotto qui. Non ancora!'

Mi astenni dal guardarloma direi di aver sentito un breve

sospiro; facemmo qualche passo in silenzio. 'Sull'anima mia e in

coscienza' riprese'se si può dimenticare una cosa simile

allora credo di avere il diritto anch'io di sradicarmela dalla

mente. Domandi a chi vuolequi...' La sua voce mutò. 'Non è

strano' soggiunse in tono dolcequasi supplichevole'che tutta

questa gentetutta questa gente che per me si butterebbe nel

fuoconon possa mai far tanto di capire? Mai! Se lei non credesse

in meio non potrei chiamarli a testimonianza. Sembra ingiusto.

Sono stupidovero? Che potrei desiderare di più? Se lei domanda a

chiunque di loro chi è coraggioso - chi è fedele chi è giusto -

chi è quello a cui affiderebbero la loro vita direbberoTuan Jim.

Eppure non potranno mai sapere la veritàla verità vera...'

Questo mi disse l'ultimo giorno che passai con lui. Mi guardai

bene dall'insistere sul tema; sentii che avrebbe potuto seguitare

a parlare ancorama non si sarebbe avvicinato di un'oncia alla

radice della questione. Il soleche con la sua luce concentrata

riduce la terra a un briciolo di fango inquietoera calato dietro

la forestae la luce diffusa da un cielo opalino sembrava versare

su un mondo senza ombre e senza lucentezza l'illusione di una

calma e pensosa grandezza. Non so perchéascoltando luimi sia

accaduto di notare con tanta precisione il graduale oscurarsi del

fiume dell'aria: il lavorìo lento e inoppugnabile della notte che

si stende in silenzio su tutte le forme visibilicancellando i

contorniseppellendo le parvenze sempre più a fondocome per la

caduta costante di un'impalpabile sostanza nera.

'Perdiana!' cominciò a un tratto'ci sono dei giorni che uno è

davvero troppo assurdo; ma so che a lei posso dire tutto. Dico

sempre di non pensarci più a quella maledetta faccenda... e sempre

l'ho in fondo al cervello... Dimenticare!... Dio mi punisca se io

so... Però mi riesce di pensarci con calma. Dopo tuttoche cosa

provava? Nulla. Immagino che lei non la pensi così...' Feci un

accenno di protesta.

'Non fa niente' disse. 'Sono soddisfatto... quasi. Mi basta

guardare in viso il primo che incontro qui per riacquistare la

fiducia in me stesso. Non si può portarli a capirequesta gente

quel che succede in me. E con questo? Andiamoche non me la sono

cavata tanto male.'

'Non tanto male' feci.

'Eppuretutto sommatolei a bordo della sua nave non mi ci

vorrebbe: no?'

'Vada al diavolo!' esclamai. 'La smetta...'.

'Aha! Lo vede?' ribattécon ariaper così diredi placido

trionfo. 'Soltanto' soggiunse'provi a dirlo a chi vuole

quaggiù: la prenderanno per mattobugiardo o peggio. E io resisto

qui. Ho pur fatto qualche cosa per loroma questo è quanto hanno

fatto loro per me.'

'Mio caro ragazzo' esclamai'per loro lei sarà sempre un mistero

insolubile.' E qui restammo un po' in silenzio.

'Un mistero' ripetéprima di alzare gli occhi. 'E allora resto

qui per sempre.'

Dopo il tramonto del soleil buio sembrò venirci addossoportato

da ogni alito di brezza. Nel mezzo di un sentiero costeggiato da

siepi vidi la figura di Tamb'Itam immobileallampanatovigile

che pareva reggersi su una gamba sola; e oltre una zona di

penombrascorsi una cosa bianca muoversi avanti e indietrodi là

dai sostegni del tetto. Appena Jim con Tamb'Itam alle calcagna se

ne fu partito per la sua ronda serale iorimasto solomi avviavo

verso casaquandoinaspettatamentemi vidi tagliare la strada

dalla ragazza che evidentemente aspettava quest'occasione.

E' un po' difficile dirvi che cosa esattamente volesse estorcermi.

Senza dubbio qualche cosa di semplice - la più semplice

impossibilità del mondo; comeper esempiol'esatta descrizione

della forma di una nuvola. Un'assicurazioneuna dichiarazione

una promessauna spiegazione - non so come chiamarla; una cosa

senza nome. Faceva buio sotto l'ala del tettoe non potevo veder

altro che le mobili linee della sua vesteil pallido ovale della

sua faccia piccolinail lampo bianco dei suoi dentierivolte a

mele grandi orbite scure dei suoi occhidove sembrava annidarsi

una leggera agitazionequale possiamo immaginar di scorgere

spingendo lo sguardo in un pozzo di smisurata profondità. Che c'è

laggiù che si muove? Ci si domanda. E' un mostro ciecoo soltanto

una luce perduta dell'universo? Mi venne in mente - non ridete -

che a parte tutte le differenzeera più indecifrabile lei nella

sua ignoranza infantileche la sfinge coi suoi enigmi infantili

proposti al passeggero. Era stata portata a Patusan prima di

aprire gli occhi. Era cresciuta lì; senza vedere mai nullasapere

nullafarsi un concetto di nulla. Mi domando se aveva neanche

l'idea che esistesse qualche altra cosa. Non riesco a figurarmi

quali immagini si fosse fatta del mondo lontano: tutto quel che

conosceva dei suoi abitanti era una donna tradita e un pagliaccio

sinistro. Anche il suo innamorato veniva da quel mondocon un

dono di seduzioni invincibili; ma che sarebbe stato di leise

fosse tornato in quelle regioni inconoscibili che sembravano

reclamare sempre a sé i propri figli? Sua madre l'aveva avvertita

di questopiangendoprima di morire...

Mi aveva afferrato forte per un braccioe appena mi ero fermato

aveva subito ritirata la mano. Era audace e ritrosa. Non aveva

paura di nullama era trattenuta da una profonda titubanza e da

un estremo disagio - una creatura coraggiosa brancolante nel buio.

Io appartenevo a quell'Inconoscibile che avrebbe potuto reclamare

Jimda un momento all'altroper sé. Eroper così direnei

segreti della sua natura e delle sue intenzioni... partecipe di un

mistero pieno di minaccia... forsearmato del suo stesso potere!

Doveva pensare - credo - che io con una parola avrei potuto

strapparglielo proprio di fra le bracciail suo Jim. Sono alla

lettera persuaso chedurante le mie lunghe conversazioni con lui

la poveretta doveva aver passato agonie d'apprensione; e

un'angoscia così autentica e intollerabile da portarla fino a

preparare la mia morte se avesse avuto una ferocia naturale pari

allo sconvolgimento della sua fantasia. E' soltanto una mia

impressione; di più non posso offrirvi; tutto questo mi si rivelò

per gradie via via che la cosa mi si faceva più chiara ero preso

di crescente stupore incredulo. Mi obbligò a crederlema non c'è

parola che sulle mie labbra possa dare l'effetto di quel suo

mormorìo serrato e veementedi quei toni caldiappassionatidi

quelle improvvise pause affannate e del gesto d'implorazione di

quelle braccia bianche sollevate d'impeto. Le braccia le

ricadderola figura evanescente oscillò come un albero sottile al

ventoil pallido ovale del viso le si abbassò triste; era

impossibile distinguerne i trattio sondarne l'ombra degli occhi;

due ampie maniche si levarono nel buio come l'aprirsi di due ali

ed ella restò cosìin silenziocol capo tra le mani ".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 33.

"Ero infinitamente commosso; la sua giovinezzala sua ingenuità

la sua graziosa bellezza che aveva il semplice fascino e il vigore

delicato di un fiore selvaticoil suo accorato supplicarequella

sua vita indifesasuscitavano in me una tenerezza profonda quanto

la sua paura assurda e naturale. Aveva paura dell'ignoto come noi

tuttima la sua ingenuità le figurava l'ignoto di vastità

infinita. L'Inconoscibileper leiera costituito da me

personalmente e in rappresentanza di tutti voidi tutti quelli ai

quali in realtà non importava niente di Jim e che non avevano

alcun bisogno di lui. Sarei stato più che pronto a garantire

i'indifferenza di questo mondo affollatissimose non mi avesse

trattenuto il pensiero che anche Jim apparteneva a quel misterioso

ignoto creato dai timori di leie cheper quante garanzie

potessi darenon potevo garantire per lui. Questo mi tenne

incerto. Un suo sospiro di desolata tristezza mi dissigillò le

labbra. Cominciai col ribadire che per lo meno io ero lungi da

ogni intenzione di portar via Jim.

'E allora perché ero venuto?' - disse la ragazza; e subito riprese

la sua immobilità come una statua di marmo nel buio. Cercai di

spiegare in poche parole: motivi di amiciziaaffari; se una cosa

desideravo erase maiche Jim rimanesse... 'Sempre ci lasciano'

mormorò. Questo soffio di triste saggezza venuto da una tomba che

la sua pietà inghirlandava di fiori sembrò trasvolare come un

sospiro leggero... Nullarisposiavrebbe potuto separare Jim da

lei.

E ne sono fermamente convinto oggi come ne ero fermamente convinto

allora; era l'unica conclusione possibile allo stato delle cose.

Né concorsero a persuadermi le parole ch'ella mi sussurrò come

parlando tra sé: 'Me lo ha giurato.' 'Perchélei glie lo ha

chiesto?' domandai.

Mi si avvicinò di un passo. 'No. Mai.' Gli aveva chiesto soltanto

di andarsene: quella notte sulla riva del fiume dopo che Jim ebbe

ucciso quel sicario - dopo che lei aveva gettato la torcia

nell'acqua perché lui la guardava in quel modo. C'era troppa luce

e il pericolo era passato... per un poco... per un poco. Jim disse

che non l'avrebbe lasciata alle mani di Cornelius. Lei aveva

insistito. Voleva che la lasciasse. Lui replicò che non poteva...

che era impossibile: e tremava dicendo così. Lo aveva sentito

tremare... Non occorre molta fantasia per immaginarsi la scena

fin quasi a udirne il sussurro. Aveva anche paura per lui. Credo

che allora non vedesse in lui che la vittima designatae credesse

di accorgersi dei pericoli meglio di lui. Sebbene con la sola sua

presenza Jim le avesse preso il cuorele avesse riempito di sé

tutti i pensierisi fosse impadronito di tutto il suo affetto

tuttavia la ragazza sottovalutava le probabilità di riuscita di

lui. E' evidente che in quell'epoca tutti erano portati a

sottovalutare queste probabilità. A rigor di termininon ne

aveva. So che questo era anche il punto di vista di Cornelius. Me

lo confessò lui per attenuare la gravità dell'azione sospetta che

aveva svolto nel complotto dello sceriffo Alì per toglier di mezzo

l'infedele. Perfino lo stesso sceriffo Alìcome ormai sembra

certoaveva un'opinione piuttosto modesta sull'uomo bianco. Jim

doveva essere assassinato soprattutto per motivi di religione

credo. Come semplice atto di fedealtamente meritoriomaper

altri rispettidi scarsa importanza. Su quest'ultima parte

Cornelius era d'accordo. 'Eccellenza' osservòsempre abietto

l'unica volta che riuscì a parlarmi da solo a solo. 'Eccellenza

come facevo a indovinare? Chi era lui? Come poteva persuadere la

gente ad accordargli fiducia? Cosa intendeva il signor Stein

mandando un ragazzo come quello a far la voce grossa con un

vecchio impiegato come me? Ero pronto a salvarlo per ottanta

dollari. Ottanta dollari appena. Perché non se n'è andato

quell'imbecille? Dovevo farmi pugnalare per i begli occhi di un

estraneo?' Si rivoltolavamoralmentenel fango davanti a mecol

corpo piegato in duein atto servile e agitando le mani intorno

alle ginocchiacome se volesse abbracciarmi le gambe. 'Cosa sono

ottanta dollari? Una somma insignificante da dare a un vecchio

inermerovinato per sempre da quella defunta del diavolo.' Qui si

mise a piangere. Ma sto anticipando i tempi. Quella notte non mi

incontrai con Cornelius se non dopo aver terminato il colloquio

con la ragazza.

Era stato un tratto generoso da parte di lei esortare Jim a

lasciarla; anzi a lasciare il paese. Sua prima preoccupazione era

il pericolo che correva luisebbene cercasse anchenel medesimo

tempoe magari inconsciamentedi salvare se stessa; ma pensate

agli avvertimentialla lezione che aveva potuto trarre da ogni

minuto di quella vita finita da poco e in cui si accentravano

tutti i suoi ricordi. Gli cadde ai piedi - così mi disse lei - là

vicino al fiumenella luce discreta delle stelle che dava solo

risalto a grandi masse d'ombre silenziosespazi vuoti

indefinitie che col riflesso del loro debole tremolio sul largo

corso d'acquacreavano l'illusione d'una vastità marina. L'aveva

rialzata da terra. L'aveva rialzata e lei non aveva più voluto

lottare. No. Più. Braccia fortivoce dolcespalla robusta su cui

appoggiare la sua povera testolina solitaria: il bisogno... il

bisogno infinito di tutto questo per il cuore dolentelo spirito

smarritogli stimoli della gioventùla necessità del momento!

Che volete farci? Si capisce- a meno di esser incapaci di capire

qualsiasi cosa sotto il sole. E perciò le piacque di essere tirata

su e tenuta stretta. 'Sa... perdiana! è una cosa seria... niente

sciocchezze!' mi aveva sussurrato Jim in fretta sulla soglia di

casa suaserio e turbato. Non m'intendo molto di sciocchezzema

certo non era una cosa a cuor leggero il loro idillio; si erano

incontrati all'ombra del crollo di una vitacome un cavaliere

antico e una donzella s'incontravano a scambiarsi i loro

giuramenti tra le rovine popolate di fantasime. Per la loro

vicenda bastava la luce delle stelleuna luce lieve e lontana che

non riusciva a dar forma alle ombrené a scoprire alla vista

l'altra sponda del fiume. Anch'io guardai il fiume quella nottee

dallo stesso punto: scorreva silenzioso e più nero dello Stige:

partii il giorno dopoma difficilmente dimenticherò a quale

pericolo voleva sfuggire la ragazza quando supplicava Jim di

andarsene finché era in tempo. Me lo disse leiqual'era questo

pericoloallorché si fu calmata; e nel suo impeto tutto

passionale era ormai lontana da un semplice eccitamento: con una

voce che parve lievenel buiocome la sua figura bianca quasi

evanescentemi disse: 'Non volevo morire piangendo'. Credetti di

non aver capito bene.

'Lei non voleva morire piangendo?' ripetei. 'Come mia madre'

soggiunse pronta. Il profilo della sua sagoma candida restò

assolutamente immobile. 'Mia madre pianse amaro prima di morire'

spiegò. Una calma indicibile sembrava essere intorno a noisalita

quasi impercettibilmentecome di notte la insidiosa piena di un

fiumea cancellar i termini delle sensazioni familiari. Come se

mi fosse mancato il piede nel bel mezzo di un guadomi sentii

addosso un terrore improvviso - il terrore di una profondità

sconosciuta. La fanciulla continuò a raccontare che durante gli

ultimi momenti di sua madretrovandosi sola con leidovette

allontanarsi dal giaciglio per mettersi con la schiena contro la

porta e tenerla chiusaché Cornelius voleva venir dentroe

seguitava a picchiare con tutt'e due i pugniinterrompendosi solo

per urlare con voce rauca: 'Aprimi! Aprimi! Aprimi!' In un angolo

lontanosu poche stuoiela moribondagià senza parolae

incapace di sollevare un bracciovolgeva il capo di qua e di là

e con un debole gesto della mano sembrava ordinare: No! No! mentre

la figlia non le toglieva gli occhi di dossopuntando a tutta

forza le spalle contro la porta. 'Le caddero due lagrime giù dagli

occhi - e poi morì' concluse la ragazza con un'imperturbabile

monotoniache più di tutto il resto - più dell'immobilità

statuaria della personapiù delle stesse parole - riusciva a

turbar profondamente con la rievocazione di quella scena di orrore

passivoineluttabile. Quella voce aveva il potere di strapparmi

fuori dal mio concetto della vitadal riparo che ognuno di noi si

costruisce per infilarcisi dentro nei momenti di pericolocome

una tartaruga nel suo guscio. Per un istante ebbi davanti agli

occhi la visione di un mondo in aspetto di vasto e desolato

disordinementre in realtàgrazie ai nostri sforzi instancabili

esso rappresenta il più luminoso sistema di piccoli espedienti

pratici che mente umana possa concepire. Ma fu un attimo; tornai

subito nel mio guscio. BISOGNA tornarci - non è vero? - sebbene a

me sembrasse anche di aver perduto tutte le mie parole nel caos di

cupi pensieri che avevo contemplato per uno o due secondi di là

dalla frontiera. Ma mi tornarono ben presto anche le parole

perché anch'esse appartengono al concetto di luce e d'ordine che è

il nostro rifugio di protezione. Me le trovai a disposizione prima

ancora di sentirla mormorare dolcemente: 'Mi ha giurato di non

lasciarmi maiquando eravamo lìsoli! Me lo ha giurato!...' 'Ed

è possibile che lei... lei! non gli creda?' domandaicon tono di

sincero rimproveroché veramente mi sentivo urtato. Perché non

poteva credergli? A che scopo tutta quella smania d'inquietudine

quell'attaccarsi a tutte le paurecome se l'inquietudine e la

paura fossero la salvaguardia del suo amore? Era mostruoso.

Avrebbe dovuto farsidi quell'onesto affettoun rifugio di pace

inespugnabile. Ma forse mancava dell'esperienza... o forse della

capacità necessaria. Ci aveva sorpresi la notte; si era fatto buio

presto intorno a noisicché la ragazza era insensibilmente

svanita come la forma impalpabile di uno spirito inquieto e

dispettoso. E a un tratto la sentii di nuovo mormorare calma:

'Altri uomini bianchi hanno fatto gli stessi giuramenti.' Era come

il commento interiore a un pensiero pieno di tristezza e di

terrore. E soggiunseancora più pianose possibile: 'Anche mio

padre.' S'interruppe per trarre un impercettibile sospiro. 'Anche

il padre di mia madre...' Queste cose sapeva! Subito dissi: 'Ah!

ma lui non è così!' Su questo punto sembrava non voler discutere;

ma dopo un poco mi tornò all'orecchio il calmo strano mormorio che

passava come in sogno nell'aria: 'In che è diverso? E' migliore

lui? E'...' 'Credo di sì' interruppi. 'Sulla mia parola d'onore.'

Abbassammo la vocein tono di mistero. In mezzo alle capannetra

gli operai di Jim (in gran parte schiavi liberati dalla palizzata

dello sceriffo)qualcuno attaccò un canto acuto e strascicato.

Oltre il fiume un grande fuoco (in casa di Doramincredo) formava

una palla di luce isolata nella notte. 'E' più leale?' mormorò

lei. 'Sì' risposi.

'Più leale di tutti gli altri uomini?'ripetéscandendo la

frase. 'Nessuno qui' feci'si sognerebbe di dubitare della

parola di lui... nessuno oserebbe... tranne lei.'

Qui mi parve di vederle fare un gesto. 'Più coraggio' proseguì

con altra voce. 'Non sarà mai la pauraè sicuroa farlo

allontanare da lei' replicai un po' inquieto. Il canto

s'interruppe su una nota acutaa cui seguirono varie voci in

lontananza. Anche quella di Jim. Mi stupì il silenzio di lei. 'Che

le ha detto? Le ha detto qualche cosa?' domandai. Nessuna

risposta. 'Che le ha detto?' insistei.

'E come faccio a dirglielo? Che ne posso sapereio? Che ne

capisco?' esclamò alla fine. Colsi appena un movimento. Credo che

stesse torcendosi le mani. 'C'è qualche cosa che lui non potrà mai

dimenticare.'

'Tanto meglio per lei' ribattei cupamente.

'Che cos'è? Che cos'è?' Dette una straordinaria forza di

invocazione al tono supplichevole della sua voce. 'Dice che ha

avuto paura. Come posso crederlo? Sono mattaioda crederlo?

Siete tutti pieni di ricordi di laggiùvoialtri. Ci tornate

tuttilaggiùa ritrovarli. Che cos'è? Me lo dica lei! Che è

questa cosa? E' una cosa viva?... è una cosa morta? Una cosa che

odioperché è senza pietà. Ha forse una faccia e una voce...

questa sciagura? La vedrà lui? la sentirà? Forse nel sonnoquando

non può vedermi... e allora si alzerà e se n'andrà. Ah! non gli

perdonerò mai. Mia madre aveva perdonato... ma io nomai! Ci sarà

un segno... un richiamo?...'

Era un fatto straordinario. Dubitava perfino del sonno

dell'amato... e credeva che io le potessi spiegare il perché! Così

un povero mortalesotto il fascino di un fantasmapotrebbe

cercar di strappare a un altro spettro il tremendo segreto

dell'attrazione dell'al di là su un'anima incorporeavagante tra

le passioni di questa terra. La terra stessasu cui poggiavo

sembrava dissolversi sotto i miei piedi. Eppureera così

semplice: ma se gli spiriti evocati dalle nostre paure e dalla

nostra inquietudine hanno mai dovuto garantire l'uno per l'altro

la loro costanza di fronte a quei maghi derelitti che siamo noi

io in quel momentoio solo tra i rivestiti di carnefui

costretto a rabbrividire per il gelo disperato di un simile

compito. Un segnoun richiamo! Si esprimeva in termini così

efficacila sua ignoranza! Poche parole! Come le avesse imparate

e come facesse a formularlenon riesco a immaginarmelo. Le donne

traggono ispirazione dalla stretta di momenti che a noi appaiono

soltanto spaventosiassurdio futili. La semplice scoperta che

aveva una voce bastava a far tremare il cuore. Se una pietra

calpestata avesse gridato di dolore non sarebbe stata una cosa più

grande né più pietosa. Quei pochi sussurri nel buio mi scopersero

alla mente la tragedia delle loro due vite ottenebrate. Era

impossibile farle capire. Mi irritai tra di me di essere un buono

a nulla. E anche Jim... povero diavolo! Chi poteva aver bisogno di

lui? ricordarlo? Aveva quel che voleva: ché ormai tutti si erano

forse dimenticati della sua stessa esistenza. Avevano entrambi

soggiogato i loro destini. Erano nella tragedia.

Ella stava immobile al mio fianco evidentemente in attesae ora

sarebbe stato mio compito parlare in favore di quel mio fratello

richiamato dal regno delle ombre in oblio. Ero profondamente

scosso per la mia responsabilità e per la sua pena. Avrei pagato

qualunque cosa per riuscire a calmare la sua anima così fragile e

che si dibatteva nella sua ineluttabile ignoranzacome un

uccellino contro le sorde sbarre della gabbia. Niente di più

facile che dire: Non temere! Niente di più difficile. Chi sa come

si farà a uccidere la paura? Come si fa a colpire al cuore uno

spettro con una fucilataa tagliargli la testa di spettro con un

fendentead afferrarlo per la sua gola di spettro? E' un'impresa

a cui ci si butta nei sognie che si è ben contenti quando se ne

esce fuori con i capelli madidi e tutte le membra in tremore.

Quella pallottola non è ancora stata fusaquella lama non ancora

forgiatae ancora non è nato quell'uomo; perfino le parole alate

della verità cadono ai nostri piedi come pezzi di piombo. Occorre

per uno scontro così disperato una freccia incantata e avvelenata

intinta in una menzogna tanto sottile come non ce n'è sulla terra.

Un'impresa di sognosignori miei!

Cominciai il mio esorcismo con un peso al cuoree anche una

specie di rabbia sorda. Giungeva da oltre il cortile la voce di

Jimlevatasi a un tratto severaa rimproverare qualcuno che

doveva avere commesso qualche sciocca mancanza. Nulla cominciai

con parole sommessema nette - non ci poteva esser nulla in quel

mondo sconosciutoche lei immaginava tanto impaziente di rubarle

la sua felicità: nulla c'era né vivo né mortonon un visoné una

vocené una forza capaci di strapparle dal fianco il suo Jim.

Ripresi fiatoe lei mormorò dolcemente: 'Me l'ha detto.' '"Le ha

detto la verità' replicai. 'Nulla' sospirò; e a un tratto mi si

rivolse con voce quasi impercettibile. 'Perché è venuto tra noi da

laggiùlei? Jim parla troppo spesso di lei. Lei mi fa paura.

Lei... ha bisogno di Jim?' Una specie di ferocia segreta si era

infiltrata nel nostro mormorio concitato. 'Ioquinon ci tornerò

mai più' dissi con amarezza. 'E non ho bisogno di Jim. Nessuno ha

bisogno di lui.' 'Nessuno' ripeté non convinta. 'Nessuno'

affermaiin preda a una strana emozione. 'Lei lo crede forte

saggiocoraggiosogrande... perché non crederlo anche sincero?

Io partirò domani - e cosìtutto finito; lei non sarà mai più

turbata da nessuna voce di laggiù. Quel mondo che lei non conosce

è troppo grande per accorgersi della mancanza di Jim. Capisce?

Troppo grande. Lei ha nelle sue mani il cuore di Jim. Deve

rendersi conto di questo. Deve saperlo.' 'Sìlo so' fece in un

soffioduro e fermocome potrebbe essere quello di una statua.

Sentii di non esser riuscito a niente. Ma a che cosa volevo

riuscire? Oggi non lo so più bene. Ero allora animato da una

inesplicabile ardenzacome davanti a un compito grande e

necessario - era l'influsso del momento sul mio stato mentale ed

emotivo. Nella vita di tutti noi ci sono momenti simili a tali

influssiper così diredal di fuori; irresistibili

incomprensibili - quasi creati da misteriose congiunzioni di

pianeti. Quella ragazza possedevacome avevo detto a leiil

cuore di Jim. Possedeva quello e tutto il resto - qualora fosse

riuscita a crederci. Io le avevo detto semplicemente che nessuno

al mondo avrebbe mai avuto bisogno del cuoredel cervellodella

mano di lui. E' la condizione comune: eppuredetta d'un singolo

sembrava una cosa orrenda. Mi ascoltò senza aprir bocca; il suo

silenzio era adesso come la reazione di una insuperabile

incredulità. Che glie ne doveva importarea leidel mondo al di

là di quelle foreste? - domandai. Dalla varia moltitudine che

popolava la vastità di quel mondo ignotopotevo affermarle che

non sarebbe mai venutovita durantené un richiamo né un segno

per Jim. Mai. Ero lanciato: Mai! Mai! Ricordo con meraviglia la

mia spietata insistenza. Avevo l'illusione di aver finalmente

afferrato lo spettro per la gola. Veramentela realtà di quel

colloquio mi ha lasciato in tutti i suoi particolari lo stupore di

un sogno. Che aveva da temere? Sapeva che egli era fortesincero

saviocoraggioso: tutto questo era. Certo. Era di più. Era

grande... invincibile... e il mondo non aveva bisogno di luilo

aveva dimenticatonon lo riconoscerebbe nemmeno.

M'interruppi; il silenzio su Patusan era profondo; e il lieve

rumore di una pagaia contro il fianco di una canoa in un punto in

mezzo al fiume sembrava riprenderlo all'infinito. 'Perché?'

mormorò. Provai quella specie di rabbia che si prova durante una

lotta accanita. Lo spettro tentava di scivolar via dalla mia

stretta. 'Perché?' ripeté più forte; 'me lo dica!' E siccome

indugiavo perplessobatté un piede per terra come un bambino

capriccioso. 'Perché? Parli.' 'Vuole saperlo?' domandai furibondo.

'Sì!' esclamò. 'Perché non vale abbastanza' ribattei con

brutalità. Nel breve silenzio che seguì vidi il fuoco sull'altra

sponda crescere tutto a un tratto d'intensitàdilatando il suo

cerchio di luce come un occhio per stuporee subito contrarsi in

una rossa punta di spillo. Mi accorsi di quanto la ragazza mi era

vicina soltanto quando sentii la stretta delle sue dita sul mio

avambraccio. Mise nella sua voce trattenuta un'infinità di rovente

disprezzodi amarezza e di disperazione.

'E' proprio quello che ha detto lui... Lei mente.'

Le ultime due parole me le gridò nel suo dialetto indigeno. 'Mi

ascolti!' supplicai; ebbe un tremito di singultoe mi lasciò il

braccio. 'Nessunonessuno vale abbastanza' cominciai col più

grande impeto. Udivo il suo faticoso ansimare rotto da singhiozzi

e paurosamente concitato. Abbassai il capo. A che pro? Sentivo

avvicinarsi dei passi; scivolai via senza aggiungere parola...".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 34.

Marlow allungò le gambebalzò in piedie barcollò un pococome

se avesse atterrato dopo un salto attraverso lo spazio. Appoggiò

la schiena contro la balaustradi fronte alla scomposta fila

delle poltrone di vimini. Il suo movimento parve riscuotere dal

loro torpore i corpi che vi stavano adagiati. Un paio si

drizzarono a sederetrasalendo; qua e là ardeva ancora qualche

sigaro; Marlow li guardò a uno a uno con gli occhi di chi torna

dall'infinita lontananza di un sogno. Uno si schiarì la gola; una

voce calma parve incitarema senza interesse: "E poi?"

"E poi niente"rispose Marlowriscosso appena. 'Glie lo aveva

detto' ecco tutto. E lei non gli aveva creduto - e niente altro.

Quanto a menon so se è giustoconvenienteda persona a modo

che io me ne rallegri o me ne rammarichi. Per parte mianon

saprei che ne pensassi allora - e in realtà non lo so neanche

adessoed è probabile che non lo saprò mai. Ma quel povero

diavolo che pensava? La verità deve trionfare - sapete? Magna est

veritas et... Sìquando ce la fa. C'è una legge senza dubbio -

come c'è una legge che regola la sorte ai dadi. Non è la

Giustiziaserva degli uominima sono l'accidenteil casoe la

Fortuna - alleata del Tempo paziente - a reggere quella bilancia

equilibrata e scrupolosa. Tutti e due le avevamo detto la stessa

identica cosa. Ma avevamo detto tutti e due la verità?- o uno solo

- o nessuno?..."

Marlow s'interruppeincrociò le braccia sul pettoe poicon

altro tono:

"Lei disse che noi eravamo bugiardi. Poveretta. Beh... lasciamo la

decisione al casoche ha per alleato il Tempoil quale non si

può acceleraree per nemica la Morteche non si può ritardare.

Avevo battuto in ritirata - un po' avvilitolo confesso. Avevo

tentato di lottare con la paura in persona - e ero stato messo a

terra ionaturalmente. Ero riuscito soltanto ad aggiungere

all'angoscia della ragazza il sospetto di qualche segreta

combuttadi una cospirazione complicata e misteriosa per tenerla

allo scuro per sempre. E tutto questo cosìsenza sforzo

naturalmenteineluttabilmenteper opera di luidi lei stessa!

Era come se mi fosse stato rivelato il meccanismo dell'implacabile

destino di cui siamo le vittime - e gli strumenti. Era spaventoso

pensare a quella ragazza che avevo lasciato lìnella sua

immobilità; i passi di Jim avevano un suono di fatalità mentre

senza vedermisi avvicinava con le sue pesanti scarpe allacciate.

'Come! Al buio?' disse a voce altasorpreso. 'Che state facendo

al buio - voi due?' Subito dopo dovette scoprire lei. 'Ciao

ragazza!' esclamò allegramente. 'Ciaoragazzo!' rispose l'altra

di rimandocon mirabile forza d'animo.

Era il loro saluto abitualee quel tanto di spacconeria che lei

metteva nella sua voce piuttosto acutama dolcefaceva un

effetto molto buffograzioso e infantile; e piaceva tanto a Jim.

Questa fu l'ultima volta che li udii scambiarsi quel saluto

familiaree mi gelò il cuore. Era la solita voce acuta e dolce

la solita graziosa sforzaturala solita spacconeria; ma tutto

sembrò troppo presto spentoe il giocondo richiamo suonò

piuttosto come un gemito. Era maledettamente triste. 'Che ne hai

fatto di Marlow?' chiedeva Jim; e poi: 'E' sceso - sì? Strano che

non l'ho veduto... E' lìleiMarlow?'

Non risposi. Non volevo intervenire... non ancora per lo meno.

Proprio non potevo. Mentre mi chiamava io badavo a svignarmela

attraverso un cancelletto che metteva a un terreno aperto sboscato

di fresco. No; non avevo ancora il coraggio di trovarmi faccia a

faccia con loro. Camminavo a passo sveltotesta bassalungo una

traccia di sentiero. Il terreno era in leggera salitai pochi

alberi grandi erano stati abbattutiil sottobosco tagliato e

l'erba bruciata. Jim aveva in progetto di tentare una piantagione

di caffè. La grande collinaerta la doppia vettanera come il

carbone contro il giallino della luna nascentesembrava gettar la

sua ombra sullo scasso preparato per l'esperimento. Jim intendeva

farne tanti altridi esperimenti; avevo ammirato la sua energia

il suo spirito d'iniziativala sua sagacia. Niente al mondo

sembrava meno realeadessodei suoi pianidella sua energia e

del suo entusiasmo; alzando gli occhividi uno spicchio di luna

scintillare attraverso i cespugli dietro lo spacco della collina.

Per un momento si sarebbe detto che quel disco lisciocadendo in

terra dal suo luogo nel cielosi fosse sprofondato nel

precipizio; la sua ascensioneun rimbalzo a rilento; si liberò da

un intrico di ramoscelli; il ramo nudo e contorto di un albero le

attraversò la facciona d'un taglio nero. Irradiava lo spazio a

fasci paralleli come di fondo a una cavernae in questa

malinconica luce da eclissi i ceppi degli alberi tagliati

mettevano macchie d'uno scuro intensoe le loro ombre compatte mi

raggiungevano da ogni lato: ai miei piedi la mia ombra mobilee

quella della tomba solitaria perpetuamente inghirlandata di fiori

che mi attraversava il sentiero. Nella luce attenuata della luna

le corolle della ghirlanda assumevano forme non presenti alla

memoria e colori non definibili all'occhiocome di fiori non

raccolti da mani umanecresciuti non sulla terrae destinati

soltanto ai morti. Il loro profumo acuto aleggiando nell'aria

caldala rendeva densa e greve come i fumi dell'incenso. Le

pietre di corallo bianco spiccavano intorno alla zona d'ombra come

un rosario di crani rinsecchiti; così profondo era il silenzio

intornoche quando mi fermai parvero spenti ogni suono e ogni

movimento del mondo.

Era una gran pacecome se la terra fosse stata tutta una tombae

per un poco rimasi làcol pensiero fisso alle creature vive che

sepolte in luoghi remotifuori anche dalla conoscenza

dell'umanitàsono condannate dal destino a condividerne le

tragiche o grottesche miserie. E anchechi sa? le sue lotte

generose. Il cuore umano è tanto vasto da contenere tutto il

mondo; tanto valente da sopportarne il peso; ma chi avrebbepoi

il coraggio di liberarsene?

Dovevo essermi lasciato prendere dall'umore sentimentaleforse;

so soltanto che mi indugiai lì tanto quanto bastò a che quel senso

di solitudine assoluta si impadronisse di mee così a fondo da

farmi credere che tutto ciò che dianzi avevo veduto e udito

compresa la stessa parlata umanafosse trasmigrato fuori dalla

nostra esistenzaaffidato ancora solo per un poco alla mia

memoriacome se fossi stato l'ultimo abitante della terra. Era

una illusione strana e malinconicasviluppatasi nel subcosciente

come tutte le nostre illusionile quali mi sta in mente altro non

siano se non visioni di una verità remota e irraggiungibile

appena intravista. Quello era senza dubbio uno dei luoghi persi

dimenticatisconosciuti della terra; me l'ero studiato fin sotto

la sua superficie oscura; era chiaro che domaniquando l'avessi

lasciato per sempresarebbe scivolato fuori dell'esistenzaper

vivere soltanto nella mia memoria finché non fossi finito in

dimenticanza anch'io. Pure adesso mi produce quella sensazione:

alla quale si deve forse se mi sono indotto a raccontarvi questa

storiaa tentar di trasmettervi la suaper così direautentica

consistenzala sua realtà - la verità sbocciata da una momentanea

illusione.

Venne ad interromperla Cornelius. Uscì fuoricome un verme

dall'erba alta che cresceva in un avvallamento del terreno. Doveva

esser lì vicino quel marciume della sua casache io non avevo mai

vistanon essendomi allontanato mai tanto in quei paraggi. Mi

corse incontro sul sentiero; gli vedevo spiccare contro il terreno

buio i piedi calzati di scarpe bianco sporco; si drizzò e cominciò

ad adularmi piagnucolando sotto il suo copricapo a tubo di stufa.

La sua piccola carcassa rinsecchita era tutta sepoltaingoiata da

un abito di panno nero. Era vestito da festada cerimoniae

questo mi ricordò che era domenica: la quarta che passavo a

Patusan. Durante tutta la mia permanenza mi ero vagamente accorto

del suo desiderio di confidarsi con meappena fosse riuscito ad

avermi tutto per lui. Mi ciondolava intorno con un'espressione

avida e avvilita in tutta la sua faccetta acida e gialla; ma lo

tratteneva sia la timidezza quanto la mia naturale riluttanza a

trattare con un individuo così antipatico. Ci sarebbe arrivato

comunquese fosse stato meno pronto a sgattaiolare non appena gli

si mettevano gli occhi addosso. Sgattaiolava sotto lo sguardo

severo di Jimsotto il mioche pur mi sforzavo di conservare

indifferente; perfino sotto le occhiate dall'alto in basso

arcignedi Tamb'Itam. Sgattaiolava via in continuazione; ogni

volta che si vedeva guardatomuovendo obliquola testa inclinata

sulla spallao con un ghigno di malfidanzao con un aspetto

desolatopietosochiuso; ma sotto nessun atteggiamento riusciva

a nascondere l'innatairrimediabile abiezione del suo carattere

più di quanto un abito di sapiente confezione non riesca a

dissimulare una mostruosa difformità del corpo.

Non so se per lo scoraggiamento della completa sconfitta di meno

di un'ora fanel mio scontro con lo spettro della pauraio mi

lasciai accalappiare da lui senz'ombra di resistenza. Ero

destinato a fare il ricettacolo delle confidenzee a trovarmi

alle prese con domande per le quali non c'è risposta. Era una

seccatura; ma il disprezzola ripugnanza gratuita per l'aspetto

di quell'individuo facilitava la cosa e aiutava a sopportarla. Non

aveva importanza. Nulla aveva importanzadacché m'ero persuaso

che Jimil solo che mi premesseaveva finalmente dominato ii

proprio destino. Mi aveva detto di essere soddisfatto... quasi. E'

andar più oltre di quanto non osino i più di noi. Io - che ho il

diritto di considerarmi abbastanza a posto - non oserei. E nessuno

di voiquinon è vero?..."

Marlow s'interruppequasi attendesse una risposta. Nessuno fiatò.

"Benissimo"riprese. "Che non lo sappia anima viva. Laverità può

esserci estorta solamente da qualche piccola catastrofe tremenda e

dolorosa. Ma lui è dei nostrie ha potuto dire di essere

soddisfatto - quasi. Pensate un po'! Quasi soddisfatto. C'era da

invidiargli la sua catastrofe. Quasi soddisfatto. Dopo questo

niente conta più niente. Non conta chi avesse sospettato di lui

chi si fosse fidato di luichi gli volesse benechi gli volesse

male... tanto più se a volergli male era Cornelius.

Eppuredopo tuttoanche questo era una specie di riconoscimento.

Si può giudicare un uomo dai suoi nemici quanto dai suoi amicie

questo nemico di Jim era taleche nessun uomo per bene si

vergognerebbe di averlo controanche senza prenderlo troppo sul

serio. Questo era il punto di vista di Jimche condividevo; ma

Jim lo disprezzava per considerazioni d'indole generale. 'Mio caro

Marlow' fece; 'sento che se io vado drittoniente mi può

toccare. Io vado dritto. Ora lei è stato qui abbastanza per

essersi reso conto di come stanno le cose: efrancamentenon le

pare che sono del tutto al sicuro? Non dipende che da mee

perdiana! io ho un bel po' di fiducia in me stesso. Il peggio che

potrebbe farmi costui è di uccidermidirei. Ma non credo affatto

che lo farebbe. Non gli basta l'animosa... nemmeno se il fucile

glie lo dessi iocarico; e poi mi mettessi col viso al muro.

Ecco: è fatto così... E anche se lo facesse... se ne avesse il

coraggio? Beh... e allora? Non sono scappato qui per salvarmi la

vita... non è vero? Sono venuto per mettermi le spalle al muroe

ci sto...'

'Finché sarà soddisfatto... del tutto' interruppi.

Stavamo seduti in quel momento sotto al carabottino di poppa della

sua barca; venti pagaie balenavano come una soladieci per parte

battendo l'acqua con unico tonfo; dietro di noi Tamb'Itam

affondava senza rumore il suo remo a destra o a sinistraper

mantenere la lunga canoa sul filo della corrente. Jim chinò il

capoe lì sembro spegnersi davvero la nostra ultima

conversazione. Mi accompagnava fino alla foce del fiume. Lo

schooner era partito il giorno primaarrancando sul riflussoe

io avevo prolungato di una notte il mio soggiorno. Ora veniva ad

accompagnarmi.

Jim s'era preso un po' a male che io gli avessi anche soltanto

nominato Cornelius. In fondonon avevo poi detto gran che. Troppo

insignificantequello lìper essere pericolosobenché fosse

pieno di odio da scoppiare. Mi dava di 'eccellenza' ogni due

frasivenendomi piagnucoloso a fianco a fianco in tutto il tratto

dalla tomba della sua 'defunta moglie' fino al cancello del

recinto di Jim. Giurava di essere il più infelice degli uomini

una vittimaschiacciata come un verme; e che io lo guardassi

supplicò. Io non ci pensai neanche e non voltai il capo; ma vedevo

con la coda dell'occhio la sua ombra ossequiosa strisciare vicino

alla miamentre la lunasospesa sulla nostra destrasembrava

godersi lo spettacolo in santa pace. Cercò di spiegarmi - come vi

ho detto - la parte che aveva avuto negli avvenimenti di quella

notte memorabile. Si trattava di fare il doppio giuoco. Come

poteva sapere chi avrebbe preso il sopravvento? 'Lo avrei salvato

eccellenza! Lo avrei salvato per ottanta dollari' protestò in

tono dulcorosotenendosi di un passo dietro a me. 'Si è salvato

da sé' ribattei; 'e le ha perdonato.' Udii una risatinaed

essendomi voltato di scatto lo credetti sul punto di darsela a

gambe. 'Che ci ha da ridere?' domandaifermandomi. 'Non ci creda

saeccellenza!' strillòperdendo evidentemente il controllo sui

propri sentimenti. 'Luisalvarsi! Non sa nullaeccellenza! -

nulla di nulla. Chi è? Che ci fa qui? Che vuole quel... pezzo di

ladrone? Che vuole qui? Dar la polvere negli occhi a tutti; anche

a leieccellenza; ma a me nosa: non ce la fa. E' un grande

imbecilleeccellenza.' Risi con ripugnanzaegirando sui

tacchiripresi la strada. Si mise a trotterellare al mio fianco

mormorando con insistenza: 'Non vale più di un bambinoqui... di

un bambinetto... un bambinetto.' Va da sé che non l'ascoltai

nemmeno; e vedendo che il tempo stringevaperché ci stavamo

avvicinando alla palizzata di bambù che spiccava sul terreno scuro

della raduravenne al punto. Cominciò con un abietto lacrimare.

Le gran disgrazie gli avevano toccato il cervello. Sperava che

avrei avuto la bontà di scordarmi tutto quel che mi diceva

indotto soltanto dai suoi guai. Non mica per niente; ma Sua

Eccellenza non poteva immaginar che significhi esser rovinato

distruttocalpestato. Dopo questo preambolosi accostò

all'argomento che lo toccava più da vicino; ma in modo così

fumicosotortuoso e abiettoche stentai a capire dove volesse

andare a parare. Voleva ch'io mi adoprassi in suo favore presso

Jim. Pareva che ci fosse di mezzo una questione di danaro. Sentii

a più riprese le parole 'Una modesta provvigione... un adeguato

presente.' Pareva reclamasse un compenso di qualche cosae arrivò

al punto di proclamare con un certo calore che non valeva la pena

di vivere per vedersi derubato di tutto. Non fiatai naturalmente

ma neanche mi turai le orecchie. Il nocciolo della faccendache

via via mi si chiarìera questo: che si considerava in diritto di

ricevere del danaro in cambio della ragazza. Se l'era tirata su.

La figlia d'un altro. Gran pena e disturbo - un vecchio ormai

adeguato presente. Se Sua Eccellenza volesse mettere una

parolina... Mi fermai per guardarmelo un po' benema luitemendo

che lo considerassisuppongotroppo esigentesi affrettò subito

a fare una concessione: in cambio di un 'adeguato presente'

subito e per una volta tantosi dichiarò pronto a riassumersi

l'onere della ragazza 'senz'altro compensoal momento del

rimpatrio di quel signore.' La sua faccetta giallaavvizzita come

un limone strizzatoera tutta tesa di avara ingordigia.

Piagnucolava carezzevole: 'E poi più niente da pensare... naturale

tutela... una somma di danaro...'

Io stavo lìpieno di stupore. Evidentemente per questo genere di

cose ci aveva una vocazione. Scoprii ad un tratto sotto al suo

fare scivoloso una sorta di certezzacome se nella certezza

avesse sguazzato per tutta la vita. Dovette credere che io stessi

considerando spassionatamente la sua propostaperché si fece

dolce come il miele. 'Tutti i signori lasciano una provvigione al

momento del rimpatrio' cominciò con tono insinuante. Sbattei il

cancelletto. 'Nel caso presentesignor Cornelius' dissi'quel

momento non verrà mai.' Gli ci volle qualche secondo per assorbire

la notizia. 'Cosa?' strillò. 'E che' ribatteidall'altra parte

del cancello' non l'ha sentito dire anche da luiproprio dalla

sua bocca? Non tornerà mai in patria.' 'Oh! questo è troppo!'

gridò. Non mi chiamava più 'eccellenza.' Rimase un po' in

silenzioe poisenza più ombra di umiltàcominciò a voce bassa:

'Non tornerà mai... eh? Lui... lui... lui vienesa il diavolo da

dove viene... viene qui... sa il diavolo perché... per calpestarmi

fino alla mia morte... ah... calpestarmi' (batté piano i piedi

per terrauno dopo l'altro) 'calpestarmi così... sa il diavolo

perché... fino alla mia morte...' La sua voce si spense del tutto;

fu preso da un colpo di tossetta; si avvicinò alla staccionata per

dirmiin tono miserevole e confidenzialeche non si sarebbe

lasciato mettere sotto i piedi. 'Pazienza... pazienza' borbottò

battendosi il petto. Avevo smesso di farmi beffe di luima fu lui

a colpirmi con una improvvisa risata convulsa: 'Ah! ah! ah! La

vedremo! La vedremo! Come? Rubare a me? Portarmi via tutto! Tutto!

Tutto!' La testa gli ricadde su una spallale mani gli pendevano

davanti intrecciate. Si poteva credere che quella ragazza gli

fosse più cara del suo respiro e che gli si fosse spezzata anima e

cuore per la più crudele delle spoliazioni. A un tratto rialzo la

testa e sbottò in una invettiva oltraggiosa: 'Come sua madre - è

come quella bugiarda di sua madre. Tale quale. Anche di faccia. Di

faccia. Demonio!' Appoggiò la fronte alla staccionatae in quella

posizione sputò minacce e orribili bestemmie in portoghese con

sorde interiezionimiste a miserevoli gemiti e lamentiemessi

con certi scossoni di spalle che facevan pensare a un terribile

insulto di vomito. Uno spettacolo inenarrabilmente basso e

grottescoe me ne allontanai in fretta. Cercò di gridarmi dietro

qualcosa. Un insulto per Jimcredo... non troppo forteperò

perché eravamo vicini alla casa. Ben chiaro mi arrivò soltanto:

'Non più che un bambinetto... un bambinetto...'".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 35.

"Ma la mattina dopoalla prima curva del fiume che mi nascose le

case di Patusantutto questo mi cadde in blocco dagli occhi

coloredisegno e sensocome un quadro fissato dalla fantasia

sulla telae al qualedopo averlo a lungo contemplatosi

voltano le spalle per sempre. Rimane però nella memoria immobile

col suo colorefermato nella sua vita in una luce immutabile.

Ambizionipaureodiosperanzemi sono presenti nel ricordo

proprio come le vidi allora - intense e direi sospese per sempre

nella loro espressione. Avevo voltato le spalle al quadroe

tornavo nel mondo degli avvenimenti mobilidegli uomini mutevoli

dove la luce vibrala vita scorre in limpida correntenon

importa se sul fango o sui sassi. Non intendevo tuffarmici dentro

avrei avuto abbastanza da fare per tener fuori la testa. Quanto a

quello che mi lasciavo alle spallenon so immaginarmelo mutato in

nessun modo. L'immenso e magnanimo Doramin e quella materna

streghetta di sua moglie a contemplare insieme le campagne

nutrendo in segreto le loro ambizioni per il figliolo; Tunku

Allangrinsecchito e sempre in gran perplessità: Dain Waris

intelligente e coraggiosocon la sua fede in Jimil suo sguardo

fermo e la sua cordialità ironica; la ragazza in una adorazione

piena di orgasmo e di sospetto; Tamb'Itamarcigno e fedele;

Corneliuscon la fronte appoggiata alla staccionata sotto la luna

- li sento immancabili. Come sotto una bacchetta magica. Ma la

figura intorno alla quale si raggruppano tutti costoro - quella

sola vivema non così precisa. Nessuna bacchetta magica può

fermarla ai miei occhi. E' dei nostri.

Jimcome vi ho dettomi accompagnò nella prima tappa di ritorno

verso il mondo al quale aveva rinunciatoe il nostro cammino

pareva a volte condurci proprio nel cuore della foresta vergine. I

tratti liberi del fiume scintillavano sotto al sole a picco; tra

gli alti muri di vegetazione la caldura sonnecchiava sull'acqua e

la barcaspinta vigorosamentesi tagliava la via attraverso

un'aria che pareva essersi messa a riparodensa e calda

nell'àmbito di smisurati alberi.

L'ombra della separazione imminente aveva già posto uno spazio

immenso fra noi e dovevamo fare uno sforzo per parlarecome se

avessimo dovuto forzar le nostre voci troppo basse per vincere una

distanza sempre più vasta e crescente. La barca volava

addirittura; uno vicino all'altrosoffocavamo in quell'atmosfera

stagnante e arroventata; l'odore di fangodi paludel'odore

primigenio della terra feconda sembrava pungerci la faccia; finché

a un trattoa una curvafu come se una grande mano da una

perduta lontananza avesse sollevato una tenda pesante. La luce

stessa ne sembrò ravvivatasi allargò il cielo sulle nostre

testeun mormorio remoto ci giunse alle orecchieci avviluppò

una frescura che ci riempì i polmonici accelerò sanguepensieri

e nostalgie - edritto di fronte a noile foreste si

appiattirono contro l'orlo azzurro cupo del mare.

Tirai un profondo respirorisollevato dalla vastità

dell'orizzonte apertonella mutata atmosfera che sembrò vibrare

di un travaglio di vitadell'energia di un mondo impeccabile. Mi

si apriva questo cielo e questo mare. Aveva ragione la ragazza:

veniva di là un segnoun richiamo - qualche cosa a cui rispondevo

con ogni mia fibra. Lasciai spaziare i miei occhicome chi

liberato da una catenasi sgranchisce le membracorresaltasi

abbandona all'ebbrezza istintiva della libertà. 'Splendido!'

esclamai; poi guardai il peccatore che mi stava a fianco. Sedeva

con la testa affondata sul pettoe disse 'Sì' senza alzar gli

occhiquasi temesse di vedere scritto in grandesul cielo

limpido oltre la foceil rimprovero della sua coscienza

romantica.

Ricordo i minimi particolari di quel pomeriggio. Approdammo su un

piccolo tratto di spiaggia biancachiusa da una bassa scogliera

boscosa in vettarivestita di rampicanti proprio fino alla base.

Sotto a noila piana del maredi un inteso e sereno azzurro

sembrava salire quasi insensibilmente fino al filo dell'orizzonte

teso all'altezza dei nostri occhi. Grandi ondate scintillanti

scorrevano leggere sulla solcata superficie caricarapide come

piume incalzate dalla brezza. Si stendevadi fronte all'estuario

apertouna catena di isolerotte e massiccieorlate da una zona

d'acqua vitrea che ne disegnava puntualmente i contorni. Alto

nella luce falba del soleun uccello solitariotutto nerosi

teneva sospeso nel cielocalando e risollevandosi sempre allo

stesso punto con un lieve palpito d'ali. Un gruppo di capanne di

stuoiasquallide e sporche di nerofumosi levava sulla propria

immagine rovesciatasopra una quantità di alti pali contorti

color d'ebano. Se ne staccò una minuscola canoa neracon due

minuscoli uominitutti neriche facevano sforzi sovrumani a dar

di remo nell'acqua pallida; e la canoa sembrava slittare a fatica

su uno specchio. Quel gruppo di squallide capanne formava quel

villaggio di pescatori che godeva la particolare protezione del

Signore biancoe i due uomini che arrancavano erano il vecchio

capo e suo genero. Approdaronoe ci vennero incontro sulla rena

biancamagricolor marrone caricocome pesci affumicaticon

macchie cinerine sul nudo delle spalle e del petto. Portavano

legati intorno alla testa fazzoletti sudicima attorti con cura

e il vecchio cominciò subito a esporre una sua lagnanzavolubile

tendendo il suo braccio magrosbirciando Jim dal basso con i suoi

vecchi occhi cisposi e fiduciosi. La gente del Rajah non li

lasciava in pace; c'era stata una storia per una certa quantità di

uova di tartaruga che i suoi avevano raccolto su quelle isolette -

e appoggiandosi a braccio teso sulla pagaiaindicò il mare con

una mano magra color marrone. Jim ascoltò un poco senza alzare gli

occhie alla finecon dolcezzagli disse di aspettare. Gli

avrebbe dato retta più tardi. I due si ritirarono obbedienti un

po' distantiseduti sui talloni e con le pagaie posate davanti a

loro sulla rena: lo seintillìo argenteo dei loro occhi seguiva

pazientemente i nostri movimenti; e l'immensa apertura di mare

l'immobilità della costa che si stendeva a nord e a sud a perdita

d'occhioformavano una Presenza colossale che osservava quei

quattro naniisolati su una striscia di sabbia scintillante.

'Il guaio è' osservò Jim immusonito'che per generazioni i

pescatori di questo villaggiopoveraccisono stati considerati

schiavi personali del Rajah... e quel vecchio citrullo non si vuol

mettere in testa che...'

L'interruppi. 'Che lei ha cambiato ogni cosa' interloquii.

'Già. Ho cambiato ogni cosa' ripeté con voce sorda.

'Ha avuto la sua Occasione' ripresi.

'Io?' replicò. 'Behsì. Forse. Sìho ripreso fiducia in me

stesso - una buona fama - eppure a volte preferirei... No! Mi

contento di quello che ho. Non posso pretendere altro.' Levò a un

tratto il braccio verso il mare. 'Comunquenon di là.' Batté il

piede sulla sabbia. 'Qui è il mio confineperché di meno non mi

contento.'

Continuammo a passeggiare sulla spiaggia. 'Sìho cambiato ogni

cosa' ripresecon un'occhiata di traverso ai due pescatori

pazientemente accoccolati per terra'ma cerchi un po' di

figurarsi che accadrebbe se io me ne andassi. Perdiana! Se

l'immagina? Si scatena l'inferno. No! domani andrò a tutto mio

rischio a prendere il caffè da quello stupido vecchio di Tunku

Allange farò un sacco di storie per quelle uova di tartaruga.

No. Non posso dire: basta. Mai. Devo andare avantiavanti sempre

tenendo sempre presente il mio scopoper sentire con sicurezza

che niente può toccarmi. Devo appoggiarmi alla loro fiducia in me

per sentirmi sicuro e per... per...' Si guardò intorno per cercar

la parola giustaparve cercarla sul mare... 'per sentirmi in

contatto con...' A un tratto abbassò la voce che divenne un

sussurro: '...con coloro cheforsenon vedrò mai più. Con - con

- leiper esempio.'

A queste parole mi sentii profondamente umiliato. 'Per amor di

Dio' dissi'non mi metta così in altomio caro; pensi soltanto

a sé.' Sentivo gratitudineaffettoper quel povero disperso che

mi aveva scoperto con un'occhiata e tirato fuori da una insulsa

moltitudineche era il mio mondo: e non c'era poi da menarne gran

vantiin fin dei conti. Distolsi il viso che mi scottava; sotto

il sole bassodi una luce già smortae scarlatto come un tizzo

tolto dal fuocola distesa del mare offriva la sua sconfinata

immobilità alla imminente discesa del globo infocato. Due volte

stette per parlarema si frenò; finalmentequand'ebbe trovato la

formula:

'Terrò fede' dissecon voce tranquilla. 'Terrò fede' ripeté

senza guardarmima lasciando per la prima volta vagar lo sguardo

sulle acqueche da azzurre si erano tinte dl un rosso cupo sotto

le fiamme del tramonto. Ah! era romanticoromantico. Ricordai le

parole di Stein... 'Nell'elemento distruttivo immersi!;.. Seguire

il sognosempre seguire il sogno.. e così... sempre... usque ad

finem.' Era romanticoma non meno sincero per questo. Chi può

dire quali formequali visioniche faccequali pedoni vedeva

lui nel fulgore del ponente. Una lanciastaccatasi dallo

schooneravanzava lentacol ritmo regolare dei due remi verso la

sabbia della nostra riva per venirmi a prendere. 'E poi c'è

Gioiello' soggiunse in quel gran silenzio della terradel cielo

e del mare: i quali mi avevano così profondamente occupato i più

reconditi pensieri che la sua voce mi fece trasalire. 'Già'

mormorai. 'Non ho bisogno di dirle quello che essa è per me'

disse. 'Lo ha ben visto. Col tempo finirà col capire...' 'Lo

spero' interruppi. 'Anche Gioiello si fida di me' disse con aria

pensosa; poi cambiò tono. 'Chissà quando ci rivedremo?' disse.

'Mai... a meno che lei non venga via' risposievitando il suo

sguardo. Non sembrò sorpreso; rimase un momento immobile.

'E allora addio' disse dopo una pausa. 'Meglio cosìforse.'

Ci stringemmo la manoe mi avviai alla lancia che aspettava con

la poppa sulla spiaggia. Lo schoonercon la maestra issata e un

fiocco controventofaceva gran riverenze al mare di porpora; le

vele avevano una tinta rosa. 'Tornerà subito in patria?' domandò

Jimmentre io già scavalcavo il bordo. 'Fra un anno circase

sarò vivo' risposi. La chiglia grattò sul fondola barca prese

il marei remi bagnati si tuffarono una voltadue volte.

Sull'orlo dell'acquaJim alzò la voce: 'Dica a quelli laggiù...'

cominciò. Feci cenno agli uomini di alzare i remie aspettai

profondamente sorpreso. Dire a chi? Il solegià immerso per metà

gli stava di fronte; vedevo il suo riflesso rosso negli occhi di

Jim che mi seguiva con uno sguardo vuoto... 'No - niente' disse

e con un lieve gesto della mano accennò alla barca di

allontanarsi. Io non mi volsi più verso terra finché non mi fui

arrampicato a bordo dello schooner.

Frattanto il sole era tramontato. Il crepuscolo si stendeva da

levantee la costatutta opacaallungava all'infinito un muro

di oscurità che sembrava il baluardo della nottementre da

ponente l'orizzonte era tutto un riflesso d'oro e di scarlattoe

vi stava sopra una grande nuvola isolataspenta e immobile

spandendo un'ombra color lavagna sull'acqua sottostante; vidi Jim

sulla spiaggia che osservava lo schooner puggiare e mettersi alla

via.

I due pescatori seminudiappena andato via iosi erano alzati in

piedi; senza dubbio avevano ripreso a versare i crucci della loro

vita meschina di oppressi nelle orecchie del Signore biancoil

quale senza dubbio li ascoltava come in causa propria: non era

forse questa una parte della sua fortuna - la fortuna 'cominciata

dalla parola Partenza' - la fortuna di cui mi aveva detto di

sentirsi all'altezza? Una fortunadireianche per loro; di cui

anche lorosono certoerano all'altezzain virtù della loro

insistenza. Persi di vista i loro corpi di pelle scura che si

fusero nello sfondo di oscurità molto prima di quello del loro

protettore. Era bianco dalla testa ai piedie seguitò ad essere

bene in vistacon il bastione della notte alle spalleil mare ai

piedie al suo fianco l'Occasione - sempre velata. Che dite? Era

sempre velata? Non so. Per mequella figura bianca

nell'immobilità silenziosa della costa e del mare mi sembrava nel

cuore di un enigma smisurato. Sul suo capo il crepuscolo si

ritirava rapidamente dal cielola striscia di sabbia gli si era

già sommersa sotto ai piedilui stesso non sembrava più alto di

un bambino... poi un punto soltantoun minuscolo punto bianco

che sembrò prendersi tutta la luce rimasta in un mondo

ottenebrato... E a un trattonon lo vidi più...".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 36.

Con queste parole Marlow aveva terminato il suo raccontoe i suoi

ascoltatori si erano subito sparpagliati mentre egli era rimasto

con lo sguardo assenteassorto. Gli uomini uscirono dalla veranda

soli o a coppie senza indugiarsisenza perdersi in osservazioni

come se l'ultima immagine di quella storia incompiuta e la sua

stessa incompiutezzae il tono stesso dello storicoavessero

eliminato ogni discussioneogni possibile commento. Ognuno di

loro sembrava portarsi via con sé come un segreto la propria

opinione su quella storia; ma ce n'era uno che un giorno doveva

apprenderne l'ultima parola. Gli giunse in casapiù di due anni

dopodentro un grosso pacco con l'indirizzo tracciato dalla

scrittura dritta e angolosa di Marlow.

Il privilegiato aprì il paccoci guardò dentroeposatolosi

avvicinò alla finestra. Il suo appartamento era all'ultimo piano

di un edificio altissimodonde si poteva spingersi lontano con lo

sguardo oltre i vetri limpidi della finestracome a guardare

dalla lanterna di un faro. Gli spioventi dei tetti spiccavano

separati da interstizi d'ombra che si susseguivano come onde buie

e senza schiuma; e dal profondo della cittàsotto i suoi piedi

saliva un confuso e continuo brusìo. I campanili delle chiese

numerosi e sparpagliati a casosi levavano come fari su un

labirinto di secche senza canali; il battere della pioggia si

mescolava al calar del crepuscolo nella sera invernalee il

rintoccar del grande orologio che da una torre batteva le ore

passò ronzando con tonfi di suono voluminosi e austericonal

centrouna vibrazione più acuta. L'uomo chiuse le tende pesanti.

La lampada del tavolinocol suo paralumesonnecchiava come uno

stagno riparato dai venti; non risuonava il suo passo sul tappeto

i suoi giorni di vagabondaggio erano finiti. Non più orizzonti

sconfinati come speranze; non più crepuscoli nelle foreste solenni

come templinell'ardente ricerca del Paese Inesploratodi là

dalla collinaoltre il fiumeal di là dell'onda. Battevano le

ore. Non più! Non più!... ma il pacco aperto sotto la lampada gli

riportava con suoni e visioni il sapore stesso del passato - una

moltitudine di visi sfocatiun tumulto di voci lontaneche si

spegnevano sulle sponde di mari remoti sotto a un sole

inconsolatamente appassionato. Sospiròe si sedette per leggere.

Dapprima vide tre plichi separati: un bel po' di pagine fitte e

tenute insieme da uno spillo; un foglio unicoquadratodi carta

grigiastra con poche parole scritte in una calligrafia che non

aveva mai veduta; e una lettera d'accompagno di Marlow; di tra i

fogli della quale un'altra ne caddeingiallita dal tempo e tutta

spiegazzata. La raccolseemessala da parteprese il messaggio

di Marlowdiede subito una rapida scorsa alle righe inizialima

poifrenandosisi mise a leggere in tutta calmacome uno che si

avvicini attento e a lenti passi a un paese inesploratoche ha

appena allora intravisto.

"... non credo che tu abbia dimenticatodiceva la lettera. Tu

solo hai dimostrato per lui un interesse che è sopravvissuto al

racconto della sua storiabenché - me lo ricordo bene - neanche

tu volevi ammettere che egli fosse arrivato a dominare il suo

destino. Tu prevedevi per lui la tragedia di trovarsi un giorno

stanco e disgustato degli onori acquistatidel compito impostosi

dell'amore nato dalla pietà e dalla giovinezza. Dicesti di

conoscere troppo bene 'questo genere di cose' le loro

soddisfazioni illusoriela inevitabile delusione. Dicesti anche -

ricordo - che 'dare la propria vita per loro' (e loro voleva dire

tutta l'umanità di colore: brunigialli o neri) 'era come buttar

l'anima ai cani.' Sostenevi che 'una cosa così' è sopportabile e

duratura solo se sorretta da una convinzione della verità di

alcune idee razzialmente nostrein nome delle quali si stabilisce

l'ordine e la moralità di un progresso etico. 'Abbiamo bisogno di

questa forza alle spalle...' avevi detto. 'Abbiamo bisogno di

credere nella sua necessità e nella sua giustizia per fare un

degno e cosciente sacrificio della nostra vita. Senza di che il

sacrificio non è che smemoratezzala via all'offerta non è

migliore della via alla perdizione.' In altre paroleper teo

combattere nei propri ranghio perdersi la vita per niente. Può

darsi! Tu dovresti saperlo - sia detto senza malizia - tu che ti

sei gettato da solo in un qualche frangentetirandotene fuori con

abilitàsenza bruciacchiarti le ali. La questione ècomunque

chedi tutta l'umanitàJim era l'unico a non dover rispondere

che a se stesso; bisognerà vedere se alla fine non abbia

professato una fede più alta che le leggi dell'ordine e del

progresso.

Non affermo nulla. Potrai forse giudicarea lettera finita. C'è

molto di vero - dopo tutto - nel modo di dire: 'come dentro una

nuvola.' E' impossibile farsene un'idea chiara specialmente quando

dobbiamo limitarci a vederlo un'ultima volta attraverso gli occhi

degli altri. Non ho nessuna difficoltà a riferirti quanto io so

dell'ultimo episodio checome soleva dire Jim'era venuto a

lui.' Ci si domanda se non fu quella forse l'Occasione estremala

prova ultima e decisiva che ho sempre sospettato egli stesse

aspettando per formulare finalmente il suo messaggio

all'impeccabile mondo. Tu ricorderai che sul punto di lasciarci

l'ultima volta egli mi domandò se sarei tornato subito in patria

e mi gridò a un tratto: 'Dica a quelli laggiù!...' E dopo aver

atteso - con curiositàlo confessoe anche con speranza - non lo

sentii aggiungere che un: 'No... niente.' E fu tuttoallora - e

non ci sarà mai niente di più; e neanche un messaggiose non quel

tanto che ciascuno di noi potrà ricavare interpretando per proprio

conto il linguaggio dei fattiche sono spesso più enigmatici dei

più scaltriti giri di parola. Feceè veroancora un tentativo

per liberarsi; ma vano anche questocome vedrai se dai

un'occhiata al foglio di carta grigiastra qui accluso. Aveva

tentato di scrivere; avrai notato la calligrafia molto comune. E'

intestata: 'La FortezzaPatusan.' Immagino che abbia attuato il

suo progetto di trasformare la sua casa in un fortilizio

difensivo. Il progetto era ottimo: un profondo fossatoun

terrapieno sormontato da una palizzatae agli angoli cannoni

montati su piattaforme per dominare tutti i fronti del quadrato.

Doramin si era indotto a cedergli i cannoni; e sicché ogni suo

uomo avrebbe saputo dove trovare uno scampo e ogni fido partigiano

dove accorrere in caso di pericolo improvviso. Tutto questo

dimostrava la sua giudiziosa previdenzala sua fede nel futuro.

Quelli che chiamava 'i miei propri uomini' - i prigionieri dello

Sceriffo liberati - dovevano formare un quartiere a parte a

Patusancon le loro capanne e quelle quattro dita di terreno

sotto le mura della fortezza. Dentroluida solo: un esercito

invincibile. 'La FortezzaPatusan.' Nessuna datacome vedi. Che

significa un numero o un nome per un giorno tra tanti giorni? E'

anche impossibile dire a chi volesse indirizzarsi quando prese la

penna in mano: Stein - me - il mondo in blocco... O non fu che il

grido vanosbigottitodi un uomo solitario di fronte al suo

destino? 'E' successo un fatto tremendo' scrisseprima di

lasciar cadere la penna una prima volta: guarda quella macchia che

sembra la punta di una frecciasotto quelle parole. Dopo un po'

ci si era provato di nuovoscarabocchiando con mano pesantedi

piomboun'altra riga: 'Ora devo subito...' La penna gli aveva

fatto uno scartoe questa volta ci rinunciò. E niente più: si era

trovato di fronte a un immenso abisso a perdita d'occhio e di

voce. Posso capirlo: era stato sopraffatto dall'inesplicabile;

sopraffatto dalla sua stessa personalità... il dono di quel

destino che aveva fatto di tutto per dominare.

Ti mando anche una vecchia - vecchissima - letteratrovata

riposta con cura nei suoi incartamenti. E' di suo padree dalla

data vedrai che la dovette ricevere pochi giorni prima di

imbarcarsi sul Patna. Dunque dev'essere l'ultima che ha ricevuto

da casa. L'aveva custodita come un tesoro tutti questi anni. Il

buon vecchio pastore prediligeva il figlio marinaio. Ho letto

qualche frase qua e là. E tutta affettoe basta. Dice al suo

'caro Giacomo' che l'ultima sua lunga lettera era molto 'proba e

dilettevole.' Gli raccomanda di non 'giudicare il prossimo in

fretta e con severità.' Sono quattro pagine di morale alla manoe

notizie di famiglia. Tom aveva 'preso gli Ordini.' Il marito di

Carrie aveva avuto 'rovesci finanziari.' Il buon vecchio prosegue

esortandolo a fidare sia nella Provvidenza sia nell'ordine

stabilito dell'universoche ha certo i suoi piccoli pericoli come

le sue piccole ricompense. Par quasi di vederlobrizzolato e

serenonel rifugio inviolabile del suo studio foderato di libri

scolorito e comododove per quarant'anni si era sempre girato e

rigirato coscienziosamente intorno alle sue ristrette idee sulla

fede e la virtùsulla condotta nella vita e sulla sola maniera

pulita di morire; dove aveva scritto tante predichedove si era

tante volte seduto a ragionare col suo ragazzo da lì all'altro

capo del mondo. Ma che è la distanza? La virtù una in tutto il

mondoe una la fedeuna la buona condotta di vitaunico il modo

di morire pulitamente. Spera che il suo 'caro Giacomo' non

dimentichi mai che 'colui che una volta apre le porte alla

tentazionearrischia in quell'attimo la totale depravazionee la

perdizione eterna.' Quindi risolversi fermissimamente a non mai

per nessun motivo al mondofar cosa che si reputi malvagia. Ci

sono anche notizie di un cane assai diletto; e quel poney 'che

calvacate tutti voialtri ragazzi' era diventato cieco di

vecchiaia e si era dovuto ucciderlo. Il bravo vecchio invoca la

benedizione del cielo; la mamma e le ragazze allora in casa

mandano i loro saluti affettuosi... Nonon c'è gran che in quella

lettera gialla e sciupatasfuggita dopo tanti anni all'affettuosa

custodia. Non aveva mai avuto rispostama chi può dire quali

colloqui egli avrà allacciato con tutte quelle immagini placide e

scolorite di uomini e donne che popolavano quel tranquillo angolo

del mondolibero dal pericolo e dalla lotta quanto una tombae

abituato a respirare in pieno equilibrio un'aria di indisturbata

rettitudine. Sembra incredibile che fosse questo il suo mondodi

lui al quale erano 'venute' tante cose. A lorolìnon 'veniva'

mai nulla; mai non erano presi alla sprovvistamai chiamati a

cimento col destinoEccoli tutti quievocati dal mite

chiacchiericcio paternotutti questi fratelli e sorelleossa

delle sue ossa e carne della sua carneche guardano con occhi

chiariinconsapevolimentre a me pare di vedere luitornato

finalmentenon più un semplice punto bianco nel cuore di un

immenso misteroma dritto di tutta la sua staturanegletto in

mezzo alle loro immagini imperturbatecon aria severa e

romanticama sempre mutooscuro - dentro una nuvola.

La storia degli ultimi avvenimenti la troverai nelle poche pagine

accluse. Devi ammettere che è più romantica dei più strampalati

sogni della sua adolescenza; eppure secondo me c'è dentro una

specie di logica profonda e spaventosacome se la nostra

immaginazione avesse il potere da sola di scatenarci addosso la

violenza di un destino soverchiatore. L'imprudenza dei nostri

pensieri ricade sul nostro capo; chi scherza con la spada di spada

perirà. Quest'avventura stupefacentedi cui il lato più

stupefacente è che è autenticaci si presenta come una

conseguenza ineluttabile. Qualcosa del genere doveva accadere. Ce

lo ripetiamo dentro di noimentre ci meravigliamo che una cosa

sìmile sia potuta accadere nell'anno di grazia ultimo scorso. Ma è

successo - e non c'è da star a discuterne la logica.

Te la riferisco come se ne fossi stato testimonio ocularesu

informazioni frammentarie; io però ho messo insieme i vari

frammentie mi par che ce ne sia abbastanza per cavarne fuori un

quadro intelligibile. Chissà come l'avrebbe raccontata lui. Si è

confidato tanto spesso con meche mi sembra debba entrare qui da

un momento all'altro a contarmela tutta a modo suocon la sua

voce indifferente e pure piena di sentimentocon i suoi modi

sbrigativi; un po' perplessoun po' seccatoun po' offesoma

ogni tanto capace di rivelarti con una parola o una frase uno di

quei lampi della sua vera personalità che non servivano affatto ad

orientarti. E' difficile credere che non tornerà più. Non sentire

mai più la sua vocené vedere il suo viso lisciod'un color rosa

abbronzatocon un orlo bianco sulla frontee gli occhi giovanili

che nei momenti di eccitazione diventavano di un cupo insondabile

azzurro fondo".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 37.

"Origine di tutto è la notevole impresa di un tale Brownche si

rubò pari pari uno shooner spagnolo da una piccola baia vicino a

Zamboanga. Finché non ebbi scoperto quell'individuole mie

informazioni restarono incomplete; ma mi capitò sottomano nel modo

più inaspettato poche ore prima che rendesse l'anima proterva.

Fortunatamente in voglia e in grado di parlarenonostante gli

attacchi d'asma che gli tagliavano ogni tanto il respiroil suo

corpo martoriato si torceva di maligna esultanza al solo pensiero

di Jim. Esultava all'idea di aver 'dato la paga a quel vanesio

alla fine.' Era raggiante di quella sua azione. Dovetti sopportare

lo sguardo affocato dei suoi occhi feroci coronati di rugheper

venir a sapere quel che m'importava: e così lo sopportai

riflettendo quanto siano vicine alla pazzia certe forme di

cattiveriaoriginate da un potente egoismoattizzate dalla

proterviache frantumano l'animae danno al corpo un illusorio

vigore. Il racconto rivela anche una insospettata profondità di

astuzia in quel disgraziato di Corneliusil cui odio abietto ed

intensocome una sottile ispirazionelo mise sulla dritta via

della vendetta.

'Mi accorsi a colpo d'occhio con che razza di imbecille l'avevo da

fare' ansimò il moribondo Brown. 'Un uomo quello lì? Accidenti!

Una canna vuotaera. Non poteva dir subito: - Giù le mani dal mio

bottino! -che Dio lo stramaledica? Questo sarebbe stato agire da

uomo! Dio gli imputridisca quella sua anima di lusso! Mi aveva in

mano laggiù - ma non ce la faceva con me: ci voleva un punto più

del diavolo. Macché! Un tanghero come quello lasciarmi perdere

come se non meritassi neanche un calcio!...' Brown ansimava

disperatamente per riprender fiato... 'Mascalzoni!... lasciarmi

perdere... E così alla fine glie l'ho fatta vedere ioa lui...'

Gli mancò di nuovo il respiro. 'Questo malanno mi ammazzerà di

certoma adesso muoio contento... Lei... lei... non so il suo

nome - le regalerei un biglietto da cinque sterline se... se lo

avessi... per questa notizia - quanto è vero che mi chiamo

Brown...' Ebbe un orrendo ghigno... 'Il gentiluomo Brown.'

Disse tutte queste cose ansando fortefissandomi con quei suoi

occhi gialli fuori da quella faccia lungascuradevastata; agitò

il braccio sinistro; con quella barba pepe e sale tutta arruffata

che gli arrivava quasi alla cintura; e quella coperta sudicia e

ruvida che gli copriva le gambe. L'avevo scoperto a Bangkok per

mezzo di quel maneggione di Schombergl'albergatoreche mi aveva

suggerito in confidenza dove scovarlo. Pare che una specie di

vagabondo sfaticato e ubriacone- un bianco insabbiato fra gli

indigeniche viveva con una donna siamese - avesse ascritto a suo

grande onore di dar ricovero nei suoi ultimi giorni al famoso

Gentiluomo Brown. Mentre costui parlava con me in quello squallido

tuguriotenendosi può direla vita coi denti minuto per

minutola donna siamesegrosse gambe nude e faccia stupida e

volgaresedeva in un angolo buio masticando betel con stolidità

bestiale. Di quando in quando si alzava per cacciare fuori dalla

porta un pollastroe tutta la capanna tremava sotto i suoi passi.

Un brutto bambino giallonudo e con la pancia rigonfia come un

piccolo budda stava ai piedi del giacigliocol dito in bocca

immerso in una profonda e calma contemplazione del moribondo.

Questi parlava febbrilmentecon una ferocia piena di gioia e di

folle e implacabile disprezzo verso il povero Jim; ma a voltea

metà di una parolauna mano invisibile lo afferrava alla gola e

lui restava con gli occhi imbambolaticol petto ansante e

un'espressione di timore e d'angoscia. Si vedevano le sue labbra

volgari farsi violacee dietro ai baffi cascanti e ispidi. Pareva

temere che iostanco di aspettar la fine del suo accessome ne

andassilasciandolo a metà del suo diresenza poter sfogare

tutta la sua esultanza. Nulla di più lontano dai miei pensieri;

temevo anzi che la mortesospesa su di luigli piombasse addosso

a un trattosventando il mio desiderio di sapere. Morì durante la

nottecredoma ormai non aveva altro da dirmi.

La storia la conoscevo giàsi capisce; lui non fece che chiarirmi

un punto oscurobenché il nero profondo del suo atto non si possa

diradare in nessun modo.

E di Brownper il momentobasta.

Otto mesi primaarrivando a Samarangandai come al solito a

trovare Stein. Dal lato della casa che dava sul giardinodi sulla

veranda mi accolse con un timido saluto un Maleseche mi

ricordavo di aver visto a Patusan nella casa di Jimfra altri

Bugi che venivano la sera a fare interminabili rievocazioni dei

loro ricordi di guerra o a discutere affari di Stato. Jim me lo

aveva segnalato una volta come un modesto e rispettabile mercante

proprietario di una imbarcazione indigena di lungo cabotaggioe

che si era mostrato 'uno dei migliori all'assalto della

palizzata.' Non rimasi troppo sorpreso nel vederloperché mi

parve naturale che un mercante di Patusanavventuratosi fino a

Samarangprendesse la via di casa Stein. Risposi al suo saluto e

passai oltre. Ma sulla porta di Stein m'imbattei in un altro

Malese che riconobbi per Tamb'Itam.

Gli domandai subito che cosa faceva lì; pensai che Jim ci fosse

venuto in visita. Confesso che al pensiero mi sentii contento e

ravvivato. Sembrava che Tamb'Itam non sapesse che dire. 'C'è Tuan

Jim?' domandai con impazienza. 'No' mormoro confusoabbassando

un momento il capo; poi con improvviso vigore: 'Non ha voluto

combattere. Non ha voluto combattere' ripeté. Siccome pareva non

sapesse dir altrolo spinsi da parte ed entrai.

Steinalto e curvoera soloin piediin mezzo alla stanzafra

le file delle cassette di farfalle. 'Ach! E' leiamico mio? disse

accoratoscrutandomi attraverso gli occhiali. Una sdruscita

giacca a sacco di alpaga gli cadeva aperta fino alle ginocchia.

Aveva in testa un panamae le guance pallide solcate da rughe

profonde. 'Che c'è di nuovo?' domandai con inquietudine. 'C'è

Tamb'Itam di fuori...' 'Venga a vedere la ragazza. Venga a vedere

la ragazza. E' qui' fececon una falsa mostra di energia. Cercai

di trattenerloma con dolce ostinazione si rifiutò di rispondere

alle mie domande ansiose. 'E' quiè qui' ripeté tutto

agitazione. 'Sono venuti due giorni fa. Un estraneoe un vecchio

come me... sehen Sie - non può far molto... Venga di qua... I

cuori dei giovani sono implacabili...' Vedevo che era in grande

angoscia... 'La forza della vitain loro; la spietata forza della

vita...' borbottavaconducendomi in giro per la casa; lo seguii

perso in congetture piene di desolazione e di collera. Sulla porta

del salotto mi sbarrò la strada. 'Lui la amava assai' fece

interrogativamentee io mi limitai ad annuire col capo

sentendomi così amaramente deluso che non mi fidavo a parlare.

'Molto spaventoso' mormorò. 'Quella non può capirmi. Sono

soltanto un vecchio sconosciuto. Forse lei... la conosce. Le

parli. Non possiamo lasciarla così. Le dica di perdonargli. E'

stato molto spaventoso.' 'Certo' feciesasperato di essere

all'oscuro di tutto. 'Ma leiSteinlei gli ha perdonato?' Mi

guardò in un modo curioso. 'Sentirà' disseeaprendo la porta

mi cacciò - addirittura - nel salotto.

Tu conosci la grande casa di Steine le due immense sale da

ricevimentodisabitate e inabitabilipulitepiene di solitudine

e di un brillìo di cose che paiono non essere state mai sfiorate

da uno sguardo umano? Sono fredde nelle giornate più torridee vi

si entra come in una caverna sotterranea dal pavimento

accuratamente scopato. Ne attraversai unae nell'altra vidi la

ragazza seduta all'estremità di un tavolone di moganosu cui

appoggiava la testacol viso nascosto tra le braccia. Il

pavimento a cera ne rifletteva vagamente l'immagine come una

lastra d'acqua gelata. Gli stoini di giunco erano calati; forti

raffiche di vento entravano attraverso la strana penombra

verdastra degli alberi di fuoriagitando i lunghi tendaggi delle

finestre e delle porte. La sua figura bianca sembrava plasmata

nella neve; i cristalli penduli del lampadario tintinnavano sul

suo capo come ghiaccioli trasparenti. Sentendomi avvicinare alzò

gli occhi e mi fissò in volto. Ero raggelato come se quelle vaste

sale fossero state la fredda dimora della disperazione.

Mi riconobbe subito e appena mi fui fermato a guardarla di sopra

in giù: 'Mi ha lasciata' disse calma; 'ci lasciate sempre... per

i vostri disegni.' Non batteva ciglio. Pareva che tutto il calore

di vita si fosse raccolto in qualche punto inaccessibile del suo

petto. 'Sarebbe stato facile morire con lui' continuòe fece un

leggerostanco gesto come di chi si arrende all'imperscrutabile.

'Non ha voluto! Era come cieco: ed ero io che gli stavo parlando;

ero io che gli stavo davanti agli occhi; ero io quella che lui

guardò per tutto il tempo! Ah! siete cattivitraditori; senza

veritàsenza compassione. Che cosa vi fa così malvagi? Oppure

siete tutti pazzi.'

Le presi la manoche rimase inertee ricadde quando la lasciai

fin quasi a sfiorare il pavimento. Quell'indifferenzapiù

tremenda di un piantodi un urlodi una rampognasembrava

sfidare il tempo e la consolazione. Si sentiva che non si sarebbe

mai esauritae che mai una parola avrebbe raggiunto la sede di

quel dolore torpido e fermo.

Stein mi aveva detto 'Sentirà...' E sentiiinfatti. Tutto. Seguii

con stuporecon orrorela voce della sua stanchezza

irrimediabile. Non arrivavo ad afferrare il vero senso di quello

che mi andava raccontando con un rancore che mi riempiva di pietà

per lei... e anche per lui. Rimasi inchiodato là anche dopo che

ella ebbe finito. Appoggiata sui gomititeneva i suoi occhi duri

fissi nel vuoto; e passava il vento a raffichee i cristalli

continuavano a tintinnare nella penombra verdastra. Seguitò a

mormorare tra sé: 'Eppure mi stava guardando! Vedeva il mio viso

sentiva la mia vocee la mia pena! Quando mi sedevo ai suoi

piedicon la guancia sul suo ginocchio e la sua mano sul capola

maledizione della cattiveria e della pazzia era già in luie

aspettava il giorno. E il giorno è venuto!... e prima del

tramontar del sole non mi vide più... s'era fatto cieco e sordo e

spietatocome siete tutti. Non piangerò per lui. Maimai. Non

una lagrima. No. Mai. E' scappato via da me peggio che se fossi la

morte. E' scappato come se fosse inseguito dalla maledizione di

qualche cosa che aveva udita o veduta nel sonno...'

I suoi occhi fermi sembravano inseguire l'immagine di un uomo

strappato alle sue braccia dalla forza di un sogno. Non rispose

neanche d'un cenno al mio inchino silenzioso. Fu per me una

liberazione andar via.

La rividi nello stesso pomeriggio. Lasciata leiero andato in

cerca di Steine non lo trovai in casa; e uscii in giardino

tormentato da pensieri tristi; in quel famoso giardino di Stein

dove si trovano tutte le piante e tutti gli alberi dei bassopiani

tropicali. Seguii un corso d'acqua incanalatoe sedetti a lungo

su una banchina ombreggiata vicino a uno stagno ornamentaledove

qualche anatra con le ali mozzate si tuffava e starnazzava

rumorosa. I rami degli alberi di casuarina alle mie spalle

ondeggiavano appenacostantementee mi ricordavano il fruscìo

degli abetial mio paese.

Questo suono malinconico e inquieto era l'accompagnamento adatto

alle mie riflessioni. La ragazza aveva detto che lui le era stato

strappato da un sognoe non c'era niente da ribattere non pareva

potesse esservi perdono per una così mala azione. Eppure non è

l'umanità stessa a mettersi ciecamente in camminoincalzata da

sogni di grandezza e di potenza sui sentieri tenebrosi di una

eccessiva crudeltà o di un'eccessiva dedizione? E che è la ricerca

della verità... dopo tutto?

Quando mi alzai per tornare a casa intravidi la giacca lisa di

Stein attraverso una breccia tra il fogliamee prestoa una

svolta del sentieroincontrai lui con la ragazza. La piccola mano

di lei poggiava sul suo avambraccioesotto la falda larga e

piatta del suo panamaStein si curvava su di leicanuto

paternocon deferenza pietosa e cavalleresca. Io mi feci da

partema loro si fermarono di fronte a me. Il vecchio aveva

chinato lo sguardo a terraai suoi piedi; la ragazzadritta e

sottile al suo bracciofissava un punto oltre le mie spalle

cupacon i suoi occhi grandichiariimmoti. 'Schrecklich'

mormorò Stein. 'Terribileterribile. Che si può fare?' Sembrava

supplicarmi ma la gioventù di leii lunghi giorni sospesi sul suo

capo mi supplicavano molto di più; e a un trattoproprio mentre

mi rendevo conto che non c'era nulla da diremi trovai a perorare

la causa di Jim per pietà di lei. 'Deve perdonargli' conclusie

la mia voce suonava soffocata alle mie stesse orecchiepersa in

una immensità sorda e senza risposta. 'Tutti abbiamo bisogno di

perdono' soggiunsi dopo una pausa di silenzio.

'Che torti ho io?' domandò ella a fior di labbra.

'Di non aver mai avuto fede in lui' risposi. 'Era come gli

altri' disse lentamente.

'Non come gli altri' protestaima ella continuò con voce

monotonasenza calore...

'Era un traditore.' E subito intervenne Stein. 'No! No! No! Mia

povera bambina!...'

Le diede qualche colpetto sulla mano abbandonata inerte sulla sua

manica. 'No! No! Non traditore! Fedele! Fedele! Fedele!' Cercò di

penetrare quel suo viso di sasso. 'Lei non capisce... Ach! Perché

non capisce?... Terribile' disse a me. 'Un giorno DOVRA' capire.'

'Glie lo spiegherà lei?' gli chiesiguardandolo fisso. Ripresero

a camminare.

Li seguii con lo sguardo. La sua gonna strusciava sul sentieroi

suoi capelli neri cadevano sciolti. Camminava dritta e leggera a

fianco di quell'alto uomo dalla giacca lunga e sformata che gli

scendeva in pieghe perpendicolari dalle spalle curvee che

procedeva a passi lenti. Scomparvero dietro quel boschetto (forse

te lo ricordi) dove crescono sedici qualità diverse di bambù tutte

riconoscibili all'occhio dello studioso. Per parte miaio ero

affascinato dalla grazia squisita e dalla bellezza di quel

boschetto di flauti incoronati da foglie puntute e da sommoli di

piumedalla leggerezzadal vigoredal fascinochiaro come una

vocedi quella vita lussureggiante e risoluta. Ricordo che rimasi

a guardarlo a lungocome uno che si indugi nel campo sonoro di un

mormorìo consolatore. Il cielo era color di perla. Era una di

quelle giornate coperte così rare ai tropiciin cui le memorie si

affollano dentromemorie di altre spondedi altri visi.

Tornai in città nel medesimo pomeriggioportando con me Tamb'Itam

e l'altro Maleseche aveva fornito l'imbarcazione per la fuga al

momento del disastronel primo sbigottimento di paura e di pena.

Il colpo sembrava aver mutato il carattere a tutti. Aveva

impietrito la passione della ragazzae reso quasi loquace

l'aggrondato e taciturno Tamb'Itam. Anche il suo tono arcigno era

ridotto a perplessa umiltàcome se avesse assistito al fallimento

di un gran mito in un momento supremo. Il mercante Bugiun uomo

timido e titubantefu molto preciso per quel poco che ebbe da

dire. Tutti e due erano sopraffatti evidentemente da un senso di

meraviglia profonda e inesprimibiledal tocco di un mistero

imperscrutabile".

Quicon la firma di Marlowterminava la lettera. Il privilegiato

destinatario rattizzò la sua lampadaesolitario tra il

mareggiare dei tetti della cittàcome il guardiano di un faro

alto sul maresi avvio alla lettura del racconto.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 38.

"Tutto ebbe iniziocome ti ho dettoda quel Brown"cominciava

la prima frase del racconto di Marlow. "Tu che hai bazzicato per

il Pacifico occidentale devi averne sentito qualche cosa. Era il

furfante più tipico della costa australiananon perché si facesse

vedere spesso in quei paraggima perché era sempre in ballo in

tutte le storie sui fuori legge che si ammanniscono ai viaggiatori

in arrivo dalla madre patria; e la più blanda delle imprese che di

lui si raccontavano da Capo York a Eden Bay sarebbe stata più che

sufficiente a far impiccare un uomose fosse stata raccontata

altrove. Non mancava mai il particolare che egli fosse figlio di

un baronetto. Sia un po' come siaè certo che aveva disertato da

una nave inglese nei primi tempi della caccia all'oroe in pochi

anni fece parlare largamente di sé come del terrore di questo o di

quel gruppo di isole della Polinesia. Rapiva indigenispogliava

qualche solitario mercante bianco fino del pigiama che aveva

addossoedopo aver saccheggiato quel povero diavoloera capace

di sfidarlo come niente a un duello alla doppietta sulla spiaggia;

cosa neanche tanto slealedi questi tempise l'altro non fosse

stato già mezzo morto dalla paura. Brown era un pirata in ritardo

uno sciagurato al pari dei più celebri prototipi; ma ciò che lo

distingueva dalla confraternita dei furfanti suoi contemporanei

come Bully Hayes o il mellifluo Peaseo quel mascalzone

profumatoquell'elegantone dagli scopettoni alla Dundreary

conosciuto col nome di Dick il Lercioera il carattere arrogante

dei suoi misfatti e il suo disprezzo veemente per l'umanità in

genere e per le sue vittime in ispecie. Gli altri non erano che

dei bruti volgari e avidima lui sembrava mosso da più complesse

intenzioni. Rubava a un uomo quasi soltanto per dimostrargli la

sua scarsa stimae metteva nell'uccidere o nel mutilare qualche

pacifico e innocuo sconosciuto una intensità di vendetta così

selvaggia da terrorizzare il più temerario dei filibustieri. Nei

giorni del suo massimo splendore possedeva un tre-alberi armato

con una ciurma mista di Kanaka e di balenieri evasie si vantava

non so con quanta veritàdi esser finanziato di sottomano dalla

più stimata ditta di mercanti di copra. In seguito scappò - dicono

- con la moglie di un missionariola quale aveva sposato in un

momento di esaltazione quel poveraccio mitedai piedi piattie

trapiantata subito nella Melanesia vi aveva in certo modo perso la

bussola. Fu una storia triste. Era malata al tempo che Brown se la

portò viae gli morì a bordo. Si racconta - come la cosa più

straordinaria che sul suo cadavere egli si abbandonasse a uno

scoppio di dolore cupo e violento. Poco dopo lo abbandonava anche

la sua buona fortuna. Perse la nave su certi scogli al largo di

Malaitae scomparve per qualche tempo come se fosse andato a

fondo anche lui. Se ne sentì riparlare per la prima volta a Nuka-

Hiva dove comprò dalla Francia un vecchio schooner fuori servizio.

Quale impresa meritoria potesse avere in vista quando fece

quell'acquisto non saprei direma è evidente che fra Alti

Commissariconsolinavi da guerra e controlli internazionalii

mari del Sud stavano diventando troppo caldi per un galantuomo del

suo stampo. E' chiaro che doveva aver spostato verso occidente il

suo teatro d'operazioniperché un anno dopo egli ha una parte

d'incredibile audaciase non proprio di gran profittoin una

faccenda tragicomica nella Baia di Manilladi cui sono

protagonisti un governatore reo di peculato e un tesoriere

latitante; da allora sembra si sia attaccato alle Filippine col

suo schooner marcitosempre alle prese con l'avversa fortuna

finchéun giornoseguendo la sua via segnataentrò a vele

spiegate nella storia di Jimcomplice cieco delle Potenze Oscure.

A sentir luiquando fu catturato da un cutter spagnuolo di

perlustrazionenon aveva fatto altro che un tentativo di passare

ai ribelli qualche fucile. In tal caso non so che ci facesse al

largo della costa meridionale di Mindanao. E' mia convinzione

inveceche stesse taglieggiando i villaggi indigeni lungo la

costa. Fatto sta che il cutterimbarcata una pattuglia sullo

schoonerlo obbligò a navigare di conserva verso Zamboanga.

Strada facendoper una ragione o per l'altrale due navi

dovettero dar fondo davanti a uno di quei nuovi possedimenti

spagnoli - che in definitiva non servirono mai a nulla - dove non

esisteva a riva che un solo funzionario civile in caricama c'era

lì nella calancaall'àncoraun bello e robusto schooner da

piccolo cabotaggio; e quel barcomigliore del suo sotto ogni

punto di vistaBrown decise di rubarselo.

Gli andavaalloraa rotta di collo - come mi disse lui stesso.

L'aver bistrattato il mondo per venti anni con disprezzo feroce e

aggressivo non gli aveva procurato altrodal punto di vista dei

vantaggi materialiche una borsetta di dollari d'argento nascosta

così bene nella sua cabina che 'il diavolo stesso non l'avrebbe

potuta fiutare.' E nient'altro - assolutamente nient'altro. Era

stanco della sua esistenzae non aveva paura della morte. Ma

quest'uomoche si sarebbe giocata la vita per un capriccio con

amara e sarcastica baldanzaaveva una paura gialla della

prigione: una specie di assurdo terroresudafreddoscuotinervi

sanguinacquaal solo immaginare l'eventualità d'esser messo in

gattabuia: quella sorta di terrore che proverebbe un pauroso dei

morti all'idea di poter essere abbracciato da uno spettro. Così è

che il funzionario civile salito a bordo per svolgere un'indagine

preliminare sulla catturain questa investigazione faticosa ci

spese tutto il giornoe non scese a terra che a buioavvolto nel

mantello e molto badando a non far tintinnare la borsa di dollari

di Brown. Dopoessendo uomo di parolaprovvidefin dalla sera

seguentea rispedire il cutter governativo in perlustrazione

urgentissima. Siccome il comandante del cutter non aveva uomini da

poter lasciare di guardiasi accontentò di portar via tutte le

vele di Brown fino all'ultima striscia di telae si prodigò a

rimorchiarne le due scialuppe sul secco della spiaggia a un paio

di miglia più in là.

Ma fra l'equipaggio di Brown c'era un isolano delle Salomone

rapito in gioventù e devotissimo a Brownil quale era il meglio

pezzo della banda. Costui si portò a nuoto fino alla nave

spagnuola - un cinquecento metri - l'estremità di una corda fatta

con tutti i pezzi di cima da manovra corrente annodati insieme per

la bisogna. Il mare era come l'olioe nella calanca faceva buio

'come dentro la pancia di una vacca' secondo l'espressione di

Brown. L'isolano delle Salomone si arrampicò sui bastingaggicon

l'estremità della fune fra i denti. L'equipaggio della nave

costiera - tutti Tagal - era a terra a far bisboccia nel villaggio

indigeno. I due guardiani di bordo si svegliarono di soprassalto e

videro il diavolo. Aveva occhi scintillanti e saltò sul ponte come

un lampo. Caddero in ginocchioparalizzati di paura; e fattisi il

segno della croce cominciarono a masticar preghiere. Con un

coltello che trovò nella cambusal'isolanosenza interrompere le

loro orazioni li pugnalò uno dopo l'altro; con lo stesso coltello

si mise a segare pazientemente la cima d'ormeggio finché non si

spezzò tutta in un colpo sotto la lamaschizzando nell'acqua.

Alloranel silenzio della calancail Salomonese lanciò un cauto

gridoe la banda di Brownche intanto se n'era stata con gli

occhi fitti e le orecchie dritte in attesacominciò a tirare pian

piano dall'altra estremità della fune. In meno di cinque minuti i

due schooner si toccarono dì murata con un leggero urto e uno

scricchiolìo del fasciame.

Senza perdere un attimo la gente di Brown trasbordòportando con

sé le armi e una larga provvista di munizioni. Erano sedici in

tutto: due marinai scappati da un piroscafo ingleseuno

spilungone disertore da una nave da guerra Yankeeun paio di

Scandinavi biondi e innocentiuna specie di mulattoun placido

Cinese che faceva il cuoco - e il restoindefinibile minutaglia

dei mari del Sud. Nessuno di loro disse niente; Brown li piegava

al suo voleree adesso Brownindifferente all'idea della forca

scappava dallo spettro di una prigione spagnuola. Egli non diede

loro neppur l'agio di trasbordare sufficienti provviste; il tempo

era calmol'aria carica di guazzae quando salparono gli ormeggi

e si misero alla vela con una leggera brezza di terra non ebbero

un palpito le vele umide: il vecchio schooner sembrò staccarsi lui

dolcemente dalla nave rubata e scivolare via in silenzioinsieme

alla massa nera della costanella notte.

Se la cavarono in pieno. Brown mi riferì i particolari del loro

passaggio per gli Stretti di Macassar. E' una storia di una

disperazione ossessionante. Erano scarsi di cibo e d'acqua;

abbordarono parecchie imbarcazioni indigene e presero un po' di

roba da tutte. Con una nave rubata Brown non osava certo di

entrare nei porti. Non aveva soldi da comprar nullanon aveva

documenti da mostraree neanche bugie plausibili per cavarsi

d'impaccio. Un brigantino arabobattente bandiera olandese

sorpreso una notte all'àncora al largo di Poulo Laut cedette un po

di riso sporcoun grappolo di bananee una bariletta d'acqua;

tre giorni di burrasca con nebbia e vento da nord-est

scaraventarono lo schooner attraverso al mare di Giava. Ondate

giallefangoseinzupparono quella serqua di furfanti affamati.

Avvistarono i postali che facevano rotta fissa; incrociarono navi

inglesiben rifornite nei fianchi di ferro arrugginito

all'àncora nei bassi fondi ad aspettare il cambiamento del tempo o

il flusso della marea; un giorno una cannoniera inglesebianca e

lindacon due alberi sottilitagliò loro la rotta da lontano; e

un'altra volta una corvetta olandesenera e carica di vele

comparve minacciosa da poppalentissima e fumigante nella nebbia.

Sgattaiolarono in mezzo a tuttinon visti e non curatibanda di

ultra-fuorilegge macilentifacce gialledivorati dalla fame e

incalzati dalla paura. Era progetto di Brown di puntare verso il

Madagascardove si aspettavanon senza fondata ragionedi

vendere lo schooner a Tamatavesenza interrogatorio forse di

ottenere dei documenti di navigazione più o meno falsificati. Ma

prima di affrontare la lunga traversata dell'Oceano Indiano

cibarie occorrevanoe acquaanche

Forse aveva sentito parlare di Patusan - o forse gli capitò magari

di trovare scritto in piccolo sulla carta quel nome probabilmente

di un villaggio alquanto grandesu un fiumea una certa distanza

dalla focein uno Stato indigenodel tutto ìndifesofuori dalle

vie battute del mare e dai cavi sottomarini. Aveva fatto già cose

del genere - in cerca di guadagno; ma quella d'ora era un'assoluta

necessitàuna questione di vita o di morte - o meglio di libertà.

Libertà! Era certo di trovarvi provviste - bovini - riso - patate

dolci. Quell'equipaggio morto di fame si leccava le dita. Forse si

sarebbe potuto rimediare anche un carico di merce per il barco e

chissà? - anche qualche po' di buona moneta sonante! Qualche volta

quei capi e maggiorenti di villaggi ci si arriva a portarli a

generose offerte. Mi disse chea costo di arrostirlia bocca

asciutta non ci sarebbe restato. Gli credo. Anche i suoi uomini

gli credettero. Non scoppiarono in applausi rumorosi perché erano

un branco piuttosto taciturnoma arrotarono i denti come lupi.

In quanto al tempo la fortuna lo servì bene. Pochi giorni di

bonaccia avrebbero scatenato orrori innominabili a bordo di quello

schoonerma con l'aiuto del vento di terra e di marein meno di

una settimanadopo aver passato gli Stretti della Sondadiedero

fondo alla focea Batu Kringa meno di un tiro di schioppo dal

villaggio di pescatori.

Quattordici di loro si ammassarono nella scialuppa dello schooner

(che era grandetanto che aveva già servito da barca da carico) e

si avviarono su per il fiumeavendo lasciato due di guardia a

bordocon viveri sufficienti a tener a bada la fame per dieci

giorni. La marea e il vento erano in favoree nelle prime ore di

un pomeriggio la grande scialuppa biancacon una vela malandata

e buon vento di mare in poppaarrivò a Patusancol suo

equipaggio di quattordici scelti spauracchi che spingevano avanti

certi loro sguardi vogliosi e affamatile dita ai grilletti dei

loro vecchi fucili. Brown aveva calcolato su una terrificante

sorpresa al suo apparire. Giunsero con l'estrema spinta della

marea; la palizzata del Rajah non diede segno di vita; le prime

case dai due lati del fiume sembravano deserte. Qualche canoa in

piena fuga si vedeva in fondo al tratto diritto del fiume. Brown

rimase stupefatto della grandezza del villaggio. Regnava un

profondo silenzio. Tra le case il vento cadde; misero due remie

seguitarono a risalire il fiumecon l'idea di accamparsi al

centro della città prima che gli abitanti potessero pensare a una

resistenza.

Sembra però che il capo del villaggio a Batu Kring avesse pensato

a mandare in tempo un messaggio d'allarme. Quando la scialuppa

arrivò all'altezza della moschea (costruita da Doramin: un

edificio con comignoli e pinnacoli di corallo lavorato) lo spiazzo

di fronte era tutto pieno di gente. Risuonò un gridoseguito dal

fragore dei gong lungo tutto il fiume. Da un punto elevato

partirono due colpi di cannoncino da sei libbree i bronzei

proietti raggiunsero il tratto dritto e libero del fiume

sollevando getti d'acqua scintillanti nel sole. Davanti alla

moschea una massa d'uomini cominciò urlando una sparatoria che

frustava per traverso la corrente del fiume; dalle due rive la

barca fu presa in mezzo a un fuoco di fucileria irregolare e

continuoe gli uomini di Brown risposero con un fuoco nutrito e

selvaggio: intanto avevano ritirato i remi in barca.

Il flusso dell'alta marea si ritrae velocementein quel fiumee

la barca in mezzo alla correntequasi nascosta dal fumocominciò

a retrocedere di poppa. Anche lungo le due rive il fumo si

addensavastendendosi sotto ai tetti in una striscia orizzontale

come a volte si vedono certi strappi di nuvole allungarsi

tagliando il pendìo di una montagna. Un tumulto di grida di

guerrail clamore vibratorio dei gongil ronfare profondo dei

tamburigli urli di rabbiagli scoppi di fucileria facevano un

chiasso infernalee Brownin mezzo a questo bailammestupefatto

ma fermoal timonesi rodeva l'animain preda a una crescente

ondata di odio e di rabbia contro quella gente che osava

difendersi. Gli rimasero feriti due dei suoi uomini; poi si vide

tagliare la ritirata a valle della città da alcune barche uscite

dalla palizzata di Tunku Allang. Erano seicariche d'uomini.

Mentre era minacciato cosìscorse l'imbocco del ruscello (quello

stesso che Jim aveva saltato a bassa marea). In quel momento era

pieno fino all'orlo: vi diresse la scialuppasbarcaronoea

farla brevesi stabilirono su una piccola alturaa novecento

metri circa dalla palizzatache venivano cosìin fattoa

dominare da quel punto. La collinetta era spoglia sui fianchima

sulla vetta aveva qualche albero. Si diedero a buttarli giù per

farsene un parapetto di difesae avanti buio si trovavano

trincerati abbastanza bene; mentre le barche del Rajahgiù nel

fiumesi tenevano neutrali chissà perché. Tramontato il solei

bagliori di molti fuochi di stoppie illuminarono le rive del

fiumee tra la doppia fila di case sulla sponda più elevata

diedero un nero rilievo ai tettiai gruppi di palme sottiliai

densi agglomerati di alberi da frutto. Brown ordinò di bruciare

tutta l'erba intorno al fortino; un anello di fiamme radenti sotto

al fumo che saliva lento serpeggiò rapido lungo il pendìo

dell'altura; qua e là un cespuglio secco prendeva fuoco con un

muggito forte e maligno. Il fuoco formò un campo libero di tiro ai

fucili della piccola pattugliae morì rosseggiando all'orlo della

foresta e lungo la riva fangosa del ruscello. Una striscia di

giungla lussureggiante nel fosso profondo tra la collinetta e la

palizzata del Rajah fermò il fuoco da quella parte con grandi

schianti e botti dei fusti di bambù che scoppiavano. Il cielo

buiovellutatobrulicava di stelle. Il terreno annerito fumava

tranquillocon qualche ultimo guizzo e pennacchietto qua e là

finchélevatasi una brezzolina leggerasoffiò via ogni cosa.

Brown si aspettava un assalto appena la marea fosse risalita di

quel tanto da permettere alle barche da guerrache gli avevano

tagliato la ritiratadi penetrare nel ruscello. Era comunque

sicuro che ci sarebbe stato un tentativo di portargli via la

scialuppacheferma ai piedi della collinettaformava un

ammasso alto nel buio sul debole appoggio di un piano di fango

umido. Ma le barche sul fiume non si mossero per nulla. Al disopra

della palizzata e degli edifici del RajahBrown vedeva i loro

lumi: sembravano ancorate in mezzo alla corrente. Luci vaganti si

muovevano nel tratto diritto del fiumein continuo movimento da

una sponda all'altra. Delle luci occhieggiavano immobili sui

lunghi muri delle case lungo la rivafino all'ansa del fiume

altre più in là; altre ancora nel retroterra. Il bagliore di

grandi fuochi scopriva edificitettipilastri neri a perdita

d'occhio. Era un villaggio che non finiva più. I quattordici

invasori pronti a tuttolunghi distesi dietro agli alberi

abbattutialzarono il mento per osservare il tumulto della città

che sembrava estendersi per miglia e miglia lungo il fiumee

brulicare di migliaia d'uomini furibondi. Non si scambiavano

parola. Ogni tanto arrivava un grido o uno sparo isolato molto da

lontanochissà dove. Ma intorno alla loro trincea tutto era

immobilebuiosilenzioso. Sembravano dimenticati lìcome se

l'orgasmo che teneva sveglia quella popolazione non avesse nessun

rapporto con lorocome se fossero già morti".

CAPITOLO 39.

"Tutti gli avvenimenti di quella notte hanno una grande

importanzagiacché portarono a una situazione rimasta poi

inalterata fino al ritorno di Jim. Costui da più di una settimana

si trovava nell'internoed era stato Dain Waris a organizzare la

prima difesa. Quel giovane coraggioso e intelligente ('che sapeva

combattere alla maniera dei bianchi') avrebbe voluto sistemar la

faccenda lì per lìma non gli dettero retta: non aveva il

prestigio razziale di Jimné la reputazione di un potere

invincibilesoprannaturale. Non era l'incarnazione visibile

tangibiledella immancabile verità e della immancabile vittoria.

Amatostimato ed ammirato quanto si vuolerestava pur sempre UNO

DI LORO mentre Jim era UNO DI NOI. Inoltrel'uomo biancotorre

di potenza di per se stessoera invulnerabilementre Dain Waris

poteva essere ucciso. Furono questi pensieri impliciti a guidare

l'opinione dei capi della città; i quali stabilirono per

deliberare sul caso d'emergenza di raccogliersi nella fortezza di

Jimquasi per trarre forza e saggezzain assenza dell'uomo

biancodal luogo della sua dimora. Il loro umore era spietato.

Soprattutto i Bugi si sentivano esasperati. Il fuoco dei pirati di

Brown era stato così ben aggiustato o fortunatoche c'era una

mezza dozzina di caduti fra i difensori. I feritistesi sulla

verandavenivano curati dalle loro donne. Le donne e i bambini

della città bassa erano stati raccolti nel forte al primo allarme.

Lì il comando lo aveva Gioiellomolto pratica ed energica

obbedita dalla 'gente propria di Jim' venuta a far da guarnigione

al fortedopo aver abbandonato in blocco la piccola colonia sotto

la palizzata. I rifugiati le si affollavano intorno; e durante

l'intera vicendafino alla sua disastrosissima finela fanciulla

mostrò uno straordinario spirito combattivo. Da lei era corso Dain

Waris subito al primo sentore del pericolo; perché devi sapere che

Jim era il solo in Patusan a possedere una provvista di polvere da

sparo. Steincol quale egli si era tenuto a stretto contatto per

letteras'era fatto rilasciare dal Governo olandese la speciale

autorizzazione di esportarne a Patusan cinquecento barili. Il

magazzino delle polveri era una capannuccia di pali grezzi

interamente coperta di terra; la chiavein assenza di Jimla

teneva la ragazza. Durante il Consiglioche si riunì alle undici

di sera nella stanza da pranzo di Jimessa sostenne l'opinione di

Dain Waris per un'azione immediata e a fondo. Dritta in piedi - mi

han detto vicino alla sedia vuota di Jimal capo estremo del

lungo tavolotenne un discorso di foga così battagliera che lì

per lì strappò mormorii di approvazione da quel concilio di capi.

Il vecchio Doraminche da oltre un anno non rimetteva il naso

fuori dal suo cancellos'era fatto portare a gran fatica.

Naturalmente era lui il personaggio più importante. L'umore del

Consiglio era di non dar quartieree la parola del vecchio

avrebbe potuto essere decisiva; masecondo melui che conosceva

bene l'impetuoso ardimento del figlioquella parola non osò

pronunciarla. Prevalsero i suggerimenti dilatori. Un certo Haji

Saman dimostrò con un lungo discorso che 'quegli uomini tirannici

e feroci erano esposti a una morte sicura in ogni caso: se

restavan fermi sulla loro collinasarebbero morti di fame; se

avessero cercato di raggiungere la barcasarebbero stati uccisi

da tiratori imboscati di là dal ruscello; se avessero spezzato

l'assedio fuggendo nella forestavi sarebbero periti a uno a

uno.' Sostenne che usando opportuni stratagemmi si potevano

annientare i forestieri senza correre il rischio di una battaglia;

e le sue parole furono di gran pesospecialmente per i Patusanesi

del borgoì quali erano molto turbati dal fatto che era mancata

l'azione delle barche del Rajah al momento decisivo. A

rappresentare il Rajah era venuto il diplomatico Kassim. Parlava

pocoascoltava sorridendomolto cordiale e impenetrabile.

Durante la sedutamessaggeri arrivavanosi può direogni due o

tre minuticol resoconto delle mosse degli invasori. Si

spargevano rapidamente le voci più esagerate ed assurde: alla foce

del fiume c'era una grande nave con grossi cannoni e molti altri

uomini... alcuni bianchialtri di pelle nera e d'aspetto

sanguinario. Si erano mossi con molte barche per venire a

sterminare ogni essere vivente. La sensazione di un'oscura

imminenza teneva il popolo in agitazione. A un dato momento si

sparse il panico tra le donne in cortile; strilligran pigia

pigia; bambini che piangevano... Haji Saman uscì a calmarle. Poi

una sentinella sparò contro qualcosa che aveva visto muovere sul

fiumee per poco non ammazzò uno del villaggio che aveva caricato

in una canoa le sue donnei suoi utensili migliori e una dozzina

di pollie veniva a portar ogni cosa nel forte. Questo portò

nuova confusione. Intanto dentro alla casa di Jim seguitavano a

concionare alla presenza della ragazza. Doramin sedutopesante

colla faccia feroceguardava gli oratori uno dopo l'altro e

traeva lunghe soffiate come un toro. Non parlò che all'ultimo

quando Kassim ebbe dichiarato che il Rajah avrebbe ritirato le sue

barcheessendo gli uomini necessari per la difesa alla palizzata

del suo padrone. Dain Warisin presenza del padrenon volle

prendere la parolabenché la ragazza lo supplicasse in nome di

Jim di parlare. Nella sua ansia di veder cacciare subito gli

intrusiella offrì 'la gente propria di Jim.' Ma il giovane

scosse il capo dopo avere una o due volte scambiato un'occhiata

con Doramin. Finalmentequando il Consiglio si sciolseera stato

deciso di far occupare in forza le case più vicine al ruscello per

avere il controllo sulla barca del nemicosenza però toccare la

barca medesimaaffinché i banditi della collina si sentissero

invogliati a imbarcarsinel qual caso una ben aggiustata

fucileria avrebbe senza dubbio fatto strage dei più. Per tagliare

la via di scampo agli eventuali superstiti e impedire ad altri di

venire in rincalzoDain Waris ebbe ordine da Doramin di condurre

un gruppo di Bugi armati lungo il fiume fino a un quindici miglia

a valle di Patusane lì mettere il campo sulla riva bloccando il

fiume con le canoe. Non credo neanche per ombra che Doramin

temesse l'arrivo di rinforzi. Secondo me la sua condotta fu

determinata soltanto dal suo desiderio di tenere il figlio lontano

dal pericolo. Per impedire un irruzione dentro il borgo fu decisa

la costruzione di una palizzata da iniziarsi all'albain capo

alla stradasulla riva sinistra. Il vecchio nakhoda dichiarò di

volerne assumere il comando di persona. Ebbe luogo immediatamente

una distribuzione di polverepallottolee capsule a percussione

sotto la sorveglianza della ragazza. Furono spediti a Jim parecchi

messaggeri in direzioni varienon sapendosi dove precisamente si

trovasse. Queste staffette partirono all'albama ormai Kassim era

riuscito a mettersi in comunicazione con l'assediato Brown.

Quel matricolato diplomatico e confidente del Rajah

nell'abbandonare il forte per tornare dal suo padroneimbattutosi

in Cornelius che se la sgattaiolava zitto zitto tra la gente del

cortilese lo portò in barca con sé. Kassim aveva un progettino

tutto di sua invenzionee pensò di portarsi Cornelius come

interprete. Così accadde che la mattina Brownmentre rifletteva

sulla propria disperata situazioneudì di tra la fitta

vegetazione del fosso paludoso una voce amichevoletremolante

chiocciache gridando in inglese chiedeva con la garanzia

dell'incolumità personale il permesso di salireper

un'importantissima missione. Brown toccò il cielo con le dita. Se

qualcuno gli rivolgeva la parola voleva dire che non gli si dava

più la caccia come a una bestia feroce. Quelle parole amichevoli

lo sollevarono subito dalla terribile tensione di quella

spasmodica vigilanza di ciechi che si aspettano il colpo di grazia

senza veder da che parte può arrivare. Finse una grande titubanza.

La voce si dichiarò 'un uomo bianco. Un povero vecchio rovinato

che viveva lì da anni.' Una nebbia umida e fredda copriva il

pendìo della collinae dopo qualche altro scambio di parole Brown

gridò: 'Vieni suavanti! ma da solobada!' In via di fatto - mi

dissestorcendosi di rabbia al ricordo della sua impotenza - in

fondo era poi lo stesso. Non ci vedevano un metro più in là del

loro nasoe la loro situazione era tale che nessun tradimento

avrebbe potuto peggiorarla. Dopo un po' videro Corneliuscol suo

vestito di tutti i giornifatto d'una camicia e di un paio di

pantaloni strappati e sudicia piedi nudicon in testa un

cappello di fibra dalla tesa tutta smozzicatache si avvicinava

di sbieco alla trinceaesitando e fermandosi in ascoltoquasi

guatando. 'Vieni su! Non c'è pericolo' urlo Brownmentre i suoi

uomini eran lì a occhi sbarrati. Tutte le loro speranze di vita

convergevano su quello straccio meschino e miserabile di nuovo

venutoil qualenel più profondo silenzioscavalcava goffamente

un tronco d'albero abbattutoerabbrividendocol suo viso

acidodiffidentesogguardava quel gruppo di banditi barbuti

ansiosiinsonniche gli facevano corona.

Una mezz'oretta di conversazione amichevole con Cornelius bastò

per aprire gli occhi a Brown sulla situazione interna di Patusan

e a fargli drizzare le orecchie. Possibilità ce n'erano-

moltissime; prima però di prendere in esame le proposte di

Cornelius volle che sulla collina fossero mandati viveri a

garanzia di buona fede. Cornelius se ne andò pian piano e a

ciondolonigiù per la costadalla parte della dimora del Rajah

e dopo un breve intervallo qualcuno degli uomini di Tunku Allang

venne su a portare un po' di riso'chilli' e pesce secco. Poco

ma infinitamente meglio che niente. Più tardi Cornelius ritornò

in compagnia di Kassimche se ne venne avanti con una cera

gioviale e pienamente fiduciosain sandalie avvolto dal collo

alle caviglie in un lenzuolo bianco. Strinse con discrezione la

mano a Browne i tre uomini si appartarono per conferire. Quelli

di Brownripreso animosi davano gran manate sulla schienacon

occhiate d'intesa al loro capitanomentre si eran dati a

tutt'uomo a preparare il rancio.

Kassim non poteva soffrire né Doramin ne i suoi Bugie meno

ancora il nuovo ordine di cose. Si era messo in mente che questi

bianchiinsieme ai seguaci del Rajahavrebbero potuto attaccare

e sbaragliare i Bugi prima del ritorno di Jim. Poine inferiva

sarebbe seguita immediatamente una defezione generale e il regno

dell'uomo bianco paladino della povera gente sarebbe crollato.

Doposi poteva regolare la faccenda coi nuovi alleatiche non

avevano amici. Kassim era pienamente in grado di rilevare certe

differenze di caratterie ne sapeva abbastanza sui bianchi per

capire che questi nuovi venuti erano dei reiettiuomini senza

patria. Brown conservava un contegno duro e imperscrutabile. La

voce di Corneliusa tutta primaquando domandò di esser lasciato

saliregli aveva acceso dentro appena una lieve speranza - di

riuscire a scapparsene da una maglia rotta. In meno di un'ora

nuovi pensieri gli misero la testa in ebollizione. Spinto da

un'estrema necessitàera venuto lì a rubare un po' di viveri

forse qualche tonnellata di gomma o di caucciùo una manciata di

dollari; e si era trovato in un pantano di pericoli mortali. Ora

in conseguenza di quelle profferte di Kassimcominciò a pensare

di rubarsi tutto il paese. Un dannato individuo sembrava che

avesse già fatto qualcosa del genere - e da solo. Ma non ci doveva

esser riuscito proprio a dovere. Forse avrebbero potuto

collaborare: spremere tutta questa roba fino all'ossoe poi

andarsene tranquillamente per i fatti loro. Nel corso dei

negoziati con Kassim gli risultò che la gente lo credeva padrone

di una grande nave e molti uomini in rada. Kassim lo pregò

caldamente di far subito risalire il fiume a questa nave con i

suoi molti cannoni e uominiper metterla al servizio del Rajah.

Brown si dichiarò pronto a farloe su questa base si svolsero i

negoziati con reciproca sfiducia. Tre volte durante la mattinata

il cerimonioso e attivo Kassim scese a consultarsi col Rajah

sempre tornando su con aria affaccendata a gran passi. Brown

durante queste trattativeprovava una specie di acre allegria

pensando al suo schooner scalcinato con nella stiva un mucchio di

immondizie e niente altrodiventato tutto a un tratto un

bastimento armato; e al Cinese e allo zoppoex-ladro di naufragi

raccolto morto di fame sulla spiaggia di Levukache

rappresentavano tutti quei suoi molti uomini. Nel pomeriggio

ottenne un'altra distribuzione di viverila promessa di un po' di

danaroe una provvista di stuoie da farsene dei ripari per i suoi

uomini. Questi si distesero a terra e si misero a russare

protetti dal sole cocente; ma Brownseduto bene allo scoperto su

uno degli alberi abbattutisi rallegrò la vista con lo spettacolo

della borgata e del fiume. C'era molta grazia di Dio laggiù.

Corneliusche si sentiva ormai a casa sua nell'accampamento

standogli a fiancogli parlava e gli segnava a dito le varie

localitàgli dava consiglie la propria interpretazione della

personalità di Jimcommentando a modo suo gli avvenimenti degli

ultimi tre anni. Brownin apparenza distratto e con gli occhi

sempre altroveascoltava però con attenzione senza perdersi una

parola; ma non riusciva a veder chiaro che razza d'uomo potesse

essere questo Jim. 'Come si chiama? Jim! Jim! Un po' poco per un

nome d'uomo.' 'Qui lo chiamano' fece Cornelius con sarcasmo

'Tuan Jimossia Lord Jimcome direste voialtri.' 'Chi è? Di dove

esce?' domandò Brown. 'Che tipo d'uomo è? E' inglese?' ' Sìsìè

inglese. Anch'io sono inglese. Di Malacca. E' uno stupido. Non hai

che da ammazzarlo e qui sarai tu il re. Qui è tutto suo' spiegò

Cornelius. 'Mi sa che tra non molto dovrà rassegnarsi a dividere

il suo con qualcun altro' commentò Brown a mezza voce. 'Nono.

La cosa da fare è di ammazzarlo alla prima occasioneche allora

puoi fare quello che ti paredopo' insisteva Cornelius con

calore. 'Vivo qui da molti annie ti do un consiglio da amico.'

In tali conversazionie nel compiacimento della vista di Patusan

che aveva deciso in cuor suo di far sua predaBrown passò gran

parte del pomeriggio mentre i suoi uomini riposavano. Quel giorno

la flotta di canoe di Dain Warisscivolando a una alla volta

lungo la sponda opposta al ruscelloscese a chiudere il fiume per

tagliargli la ritirata. Di questo Brown non si rese contoe

Kassimsalito alla collina un'ora prima del tramontosi guardò

bene dal metterlo al corrente. Desiderava che la nave dell'uomo

bianco risalisse il fiume; e temeva che queste notizie lo

avrebbero trattenuto dall'impresa. Insistette molto con Brown

perché mandasse l''ordine' offrendoglinel medesimo tempouna

staffetta di fiducia cheper maggior segretezza (spiegò)avrebbe

preso la via di terra per la foce del fiumea consegnare

1''ordine' a bordo. Dopo una breve riflessioneBrown trovò più

spiccio strappare un foglio dal suo taccuino e scriverci su queste

semplici parole: 'Andiamo bene. Grosso affare. Trattenete l'uomo.'

Lo stolido giovane scelto da Kassim per far da staffetta eseguì

fedelmente la missionee venne ricompensato subito con un bel

volo a testa avanti nella stiva vuotache gli fecero fare l'ex

vagabondo e il Cinesei quali si affrettarono a chiudere i

boccaporti. Come gli andò a finireBrown non me lo disse".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 40.

"Scopo di Brown era di guadagnar tempo trastullandosi con la

diplomazia di Kassim. Per far un colpo sul serio non poteva

esimersi dal pensare che bisognava senz'altro lavorarsi l'uomo

bianco. Non poteva immaginare che un tipo simile (che doveva

essere maledettamente abiledopo tuttoper tenere in mano a tal

punto gli indigeni) rifiutasse un'alleanza che gli avrebbe

eliminata la necessità di quei lenti raggiricauti e rischiosia

che costringe l'unica linea di condotta possibile per un uomo

solo. LuiBrowngli avrebbe apportato la forza. Impossibile

esitare. Tutto stava arrivare a un'intesa chiara. Naturalmente

avrebbero poi fatto a mezzo. L'idea che ci fosselìun forte

prontoa portata di mano - un vero forte con la sua artiglieria

(glie l'aveva detto Cornelius) lo eccitava. Bastava far il primo

passoche poi... Avrebbe imposto condizioni modeste. Non troppo

però. Quello - a quanto pareva - non era un imbecille. Avrebbero

lavorato da buoni fratellifinché... finché non fosse venuto al

momento opportuno un litigio e una fucilata a sistemare tutti i

conti. Nella sua spasmodica impazienza di saccheggioavrebbe

voluto già trovarsi a colloquio con quell'uomo. Quella terra gli

sembrava già suada farla a pezzistrizzarlae buttarla via.

Intantobisognava tenersi buono Kassimprima di tutto per via

dei viveri - e poi avere un rinforzo. L'essenzialeper oraera

di aver da mangiare giorno per giorno. D'altra parte era anche

disposto a combattere per il Rajahpur di dare una lezione a

quella gente che l'aveva ricevuto a colpi d'arma da fuoco. Lo

spirito di battaglia era in lui.

Mi rincresce non saperti riferire questo brano della vicenda che

naturalmenteho saputo per la maggior parte da Brown - con le sue

stesse parole. C'era nel fraseggiare rottoviolento di

quell'uomoche metteva a nudo dinanzi a me i suoi pensieri con la

Morte alla golauna sfrenata crudeltà di propositiuno strano

atteggiamento di vendetta contro il proprio passatoe una cieca

fede nel buon diritto della sua volontà contro l'umanità intera;

un sentimento molto vicino a quello che poté permettere al capo di

un'orda di tagliagole vaganti di chiamarsi con orgoglio il

Flagello di Dio. Senza dubbio la naturale ferocia insensata che è

al fondo di simili caratteri si esasperava in lui per

l'insuccessol'avversa fortuna e le recenti privazioninon meno

che per la condizione disperata in cui Brown si trovava; ma la

cosa più straordinaria era chementre progettava false alleanze e

aveva già deciso in cuor suo il destino dell'uomo biancoe

complottava con aria di superiore degnazione con Kassim

risultasse così chiaroquasi suo malgradoil suo vero desiderio:

che era quello di mettere a ferro e fuoco quel borgo della giungla

che lo aveva sfidato e di vederlo disseminato di cadaveri e

avvolto nelle fiamme. Ascoltando la sua voce spietata e affannosa

potevo figurarmi come se lo contemplava dall'alto della collina

popolandolo d'immagini di strage e di rapina. Il quartiere più

prossimo al fiume pareva deserto alla vistabenché in realtà ogni

casa nascondesse qualche uomo armato e all'erta. A un tratto

molto di là della vasta piana incoltacosparsa di ciuffi di bassa

e fitta vegetazionedi buchedi mucchi di rifiutie tagliata da

sentieriun uomo solitarioche pareva piccolo piccolose ne

uscì tranquillamente all'aperto per la strada deserta tra le

costruzioni chiusebuiesenza vitain capo al paese. Forse uno

degli abitantifuggito all'altra sponda del fiumee tornato a

prendere qualche oggetto d'uso domestico. Evidentemente si

riteneva del tutto sicuro a quella distanza dalla collina

dall'altra parte del ruscello. Una debole palizzatatirata su in

frettasi ergeva lì vicinoallo svolto della stradapopolata

dai suoi amici. Si muoveva a suo agio. Brown lo videe chiamò

immediatamente il disertore yankee che fungeva in certo modo da

sottocomandante. Questo spilungone dinoccolato si avvicinòcon la

sua faccia di legnotrascinandosi dietro svogliato il suo fucile.

Quando capì che cosa si voleva da luicon ghigno omicida e

vanesio scoprì i dentimentre due rughe profonde gli solcarono le

guancie giallastre e coriacee. Si vantava di essere un tiratore

infallibile. Piegato un ginocchioe mirando con la canna

appoggiata solidamente ai rami ancora frondosi di un albero

abbattutosparòe subito si alzò a guardare. L'uomo laggiù volse

il capo al rumorefece ancora un passosembrò esitaree di

colpo cadde sulle ginocchia e sulle mani. Nel silenzio che seguì

al colpo secco del fucileil tiratore infallibiletenendo gli

occhi fissi sulla predaosservò che 'la salute di quel tanghero

lì non avrebbe più dato dispiaceri ai suoi amici.' Si vedevano gli

arti della vittima agitarsi sotto il suo corpo nel tentativo di

avanzare carponi. In quello spazio vuoto sali un grido collettivo

di sgomento e di sorpresa. L'uomo cadde distesobocconie non si

mosse più. 'Per far vedere a quella gente cosa potevamo fare noi'

mi disse Brown. 'E mettergli in corpo la paura della morte

improvvisa. Questo ci occorreva. Erano duecento contro unoed

ecco che davamo loro un argomento da ripensarci su la notte.

Primanessuno di essi aveva mai avuto neanche l'idea di un tiro

così lungo. Quello straccione dell'uomo del Rajah scappò giù per

la collina con gli occhi fuori della testa.'

Mentre mi parlava cosìcercò di tergersi con mano tremante un po'

di schiumetta di sulle labbra violaceeche si contorcevano.

'Duecento contro uno. Duecento contro uno... metterli in

terrore... terrore; terroreglie lo dico io...' Anche a lui gli

occhi strabuzzavano fuori dell'orbita. Ricadde all'indietro

annaspando l'aria con dita nodosesi tirò su di nuovocurvo e

irsutoe mi squadrò di traverso con occhi infocaticome l'orco

delle favolecon la bocca aperta nella sua agonia orribile e

miserandaprima di poter riprendere la parola dopo quell'attacco.

Certi spettacoli uno non se li scorda più.

Inoltreper attirare il fuoco avversario e individuare le

pattuglie che potevano nascondersi nei cespugli lungo il ruscello

Brown ordinò all'isolano delle Salomone di scendere fino alla

barca e di portar su un remocome si ordina a un cane di

riportare un bastone gettato in acqua. La manovra fallì e l'uomo

tornò senza che da nessuna parte gli avessero sparato un colpo.

'Non c'è anima viva' concluse qualcuno. 'E' assurdo' osservò lo

Yankee. In realtàKassim se n'era andato un po' scosso e un po'

contentoma anche inquieto. Fedele alla sua politica tortuosa

aveva mandato un messaggio a Dain Warisavvertendolo di tener

d'occhio il barco degli uomini bianchi che- secondo le sue

informazioni - era sulle mosse per risalire il fiume. Ne

sottovalutò la potenza ed esortò Waris ad impedirgli il passaggio.

Questo doppio giuoco rispondeva al suo scopo che era quello di

tener divise le forze Bugi e di indebolirle col combattimento.

D'altra partenel corso della giornataaveva passato parola ai

capi Bugi adunati in paeseassicurandoli che stava tentando di

indurre gli invasori a ritirarsi; e intanto con messaggi al forte

chiedeva insistentemente polvere per gli uomini del Rajah. Era

passato molto tempo da quando Tunku Allang aveva ricevuto le

ultime munizioni per quella ventina di vecchi moschetti che si

arrugginivano nelle rastrelliere della sala delle udienze. I

palesi rapporti fra la collina e il palazzo turbavano gli spiriti.

Si cominciava a dire che era tempo che gli uomini prendessero

partito. Presto ci sarebbe stato molto spargimento di sanguee

quindi gran dolore per molta gente. La tela sociale di vita

ordinatapacificain cui ogni uomo era sicuro del domani

l'edificio che Jim aveva costruito con le proprie manisembrava

quella sera sul punto di crollare in rovina e nel sangue. I più

poveri già si davano alla macchia o fuggivano su per il fiume. Un

buon numero di quelli delle classi più elevate si credettero in

dovere di andar a fare la corte al Rajah. Ma i giovanotti al

servizio del Rajah li presero rudemente a spintoni. Il vecchio

Tunku Allangquasi fuori di sé dalla paura e dall'indecisioneo

li accolse in silenzioimmusonitoo li insolentì violentemente

perché avevano osato venire a mani vuote; sicché quelli se ne

andarono spaventatissimi. Soltanto il vecchio Doramin teneva in

pugnocompattii suoi compaesani e seguiva inflessibile la sua

tattica. Seduto maestosamente in una grande poltrona dietro la

palizzata improvvisataimpartiva i suoi ordini con un boato roco

e profondo; impassibile come se fosse stato sordotra quel

fluttuar dl notizie.

Calò il crepuscolo e nascose prima il corpo del mortoche era

stato lasciato lì disteso con le braccia apertequasi inchiodato

al terreno; poi la sfera volvente della nottenel suo dolce moto

pèndula sopra la Patusanversò sulla terra lo scintillio di

innumerevoli mondi. Di nuovonella parte scoperta del borgo

fiammeggiarono grandi fuochilungo l'unica stradae spiccarono a

intervallinei bagliorile linee rette dei tetti a spiovente

confusi frammenti di murie qualche capanna qua e là tutta intera

contro luce sulle dritte linee nere di un gruppo di pali altie

tutta una striscia di abitazionisvelata a trattisembrava

palpitar con la luce delle fiamme lungo la linea tortuosa del

fiume fino alla zona di buio nel cuore dei paese. Un grande

silenzioin cui ardeva silenziosa la fila dei fuochisi stendeva

nelle tenebre ai piedi della collina; ma dall'altra riva del

fiumetutta buia con un'unica fiamma solitaria sulla sponda

prospiciente il fortiliziogiungeva per l'aria un crescente

brulichìocome lo scalpicciare di una moltitudineil sussurro di

molte vocio il rumore di una cascata lontanissima. Fu quello il

momentomi confessò Brownin cuistando seduto a guardare tutto

ciòcon le spalle voltate ai suoi uomininonostante il suo

disprezzo per gli altri e la sua fede assoluta in se stessoebbe

viva la sensazione di aver sbattuto alla fine la testa contro un

muro di pietra. Se la sua barca in quel momento non fosse stata in

seccoavrebbe tentato probabilmente di svignarselaaffrontando

il rischio di un lungo inseguimento sul fiume e di una lunga fame

per mare. Non è gran che sicuro se ce l'avrebbe fatta a scappare.

Comunquenon ci provò neanche. Un momento dopo gli balenò l'idea

di tentare un assalto di sorpresa contro il borgoma si rese

subito conto che alla fine si sarebbe trovato nella strada

illuminatae dalle case li avrebbero ammazzati tutti come cani.

Erano duecento contro uno - pensò - mentre i suoi uomini

accoccolati intorno a due mucchi di brage semispentabiascicavano

le ultime banane e arrostivano quelle poche patate che aveva loro

procurato la diplomazia di Kassim. Cornelius sedeva fra loro

sonnecchiandoscontento.

Allora uno dei bianchi si ricordò che era rimasto un po' di

tabacco nella barcaespinto dall'esempio fortunato dell'isolano

delle Salomonedisse che sarebbe andato a prenderlo. A quell'idea

tutti si riscossero dalla loro malinconia. Brownquando si sentì

chiedere il permessorispose sprezzante: 'Va'e Dio ti...' Non

pensava ci potesse esser pericolo a scendere al ruscello di notte.

L'uomo scavalcò un tronco e scomparve. Un attimo dopo lo sentirono

arrampicarsi sulla barca e uscirne. 'Trovato!' gridò. Un lampo e

un colpo proprio ai piedi della collina. 'Mi hanno pizzicato'

urlò l'uomo. 'Attentiattenti... mi hanno ferito' e

immediatamente partì una scarica di tutti i fucili. La collina

rovesciò fuoco e fragore nella notte come un vulcano in miniatura

e quando Brown e lo Yankee a furia di bestemmie e di pugni furon

riusciti a fermare quella sparatoria della pauraun gemito stanco

e profondo salì dal ruscelloseguìto da un lamento di una così

accorata desolazione che raggelava il sangue nelle vene come un

veleno. Poi una voce forte pronunciò alcune parole distinte e

incomprensibili da un punto oltre il ruscello. 'Nessuno spari'

gridò Brown. 'Che cosa dice?'... 'Voi della collinami sentite?

Mi sentite? Mi sentite?' ripeté la voce tre volte. Cornelius

tradussee poi suggerì la risposta. 'Parla' gridò Brown. 'Ti

sentiamo.' Allora la vocedeclamando col tono turgido e roboante

di un araldoe spostandosi continuamente sull'orlo della

brughiera invisibileproclamò che tra gli uomini di razza Bugi di

Patusan e gli uomini bianchi sulla collina e loro partitanti non

poteva esserci né fede né pietà né discorsi né pace. Un fruscìo in

un cespuglioe partì una fucilata a casaccio. 'Maledetta

stupidità' borbottò lo Yankeebattendo seccato il calcio del

fucile in terra. Cornelius tradusse. Il feritoai piedi della

collinadopo aver gridato due volte: 'Venitemi a prendere -

venitemi a prendere' continuò a gemere e lamentarsi. Finché si

era tenuto sul terreno buio del pendìoe poi accoccolato nella

barcaera rimasto abbastanza al sicuro. Ma pare che nella sua

gioia di aver ritrovato il tabacco si fosse lasciato andare

saltando fuori dalla barca dalla parteper così direesterna. La

scialuppa biancaalta così tutta in seccofece spiccare netto il

suo profilo; il ruscello non era largo più di sette metri in quel

puntoe capitò che in un cespuglio sull'altra sponda ci si fosse

appostato un uomo.

Era un Bugi di Tondanovenuto da poco a Patusane parente

dell'uomo ucciso nel pomeriggio. Quel famoso tiro a lunga portata

aveva davvero sgomentato i presenti. Quel disgraziatoche se ne

stava così sicurocolpito davanti agli occhi dei suoi amicicon

ancora sulle labbra una parola di scherzoe l'atrocità

particolare che gli indigeni vedevano in quell'omicidioaveva

suscitato tra loro un profondo rancore. Quel parente del mortoun

certo Si-Lapasi trovava in quel momento a pochi metri da lui

con Doramindentro la palizzata. Tu che conosci quei tipi devi

ammettere che quel Si-Lapa mostrò un ardire non comune quando si

offerse di portare il messaggio da solodi notte. Trascinandosi

carponi attraverso il terreno scopertoaveva deviato a sinistra e

s'era trovato di fronte alla barca. Spaventato dal grido dell'uomo

di Brownsi mise a sedere col fucile appoggiato alla spallae

quando l'altro saltò fuori allo scoperto fece scattare il

grilletto e piazzò di punto in bianco tre pallettoni nella pancia

di quel disgraziato. Poisteso a terra bocconifece il morto

quando quella grandinata di piombo gli tagliuzzò e frustò i

cespugli a due dita da luisulla destra. Poi lanciò il suo

proclama gridandopiegato in duee tenendosi costantemente al

coperto. Detta l'ultima parola fece uno scarto di fiancose ne

stette un po' lì chiotto chiottoe quindi se ne tornò sano e

salvo tra le caseessendosi acquistato in quella notte una

rinomanza che i suoi figli non lasceranno tanto facilmente

dimenticare.

Intanto sulla collina quella banda di derelitticol capo tra le

maniaveva lasciato spegnersi i due mucchietti di brage. Sedevano

tristissimi per terraa labbra compresse e occhi bassi

ascoltando i lamenti del loro compagno lì disotto. Era un uomo

robusto e stentò a morirecon gemiti ora alti ora abbassati fino

a un curioso tono di sofferenze confidate in un sussurro. Qualche

volta urlavapoidi nuovodopo un intervallo di silenziolo si

sentiva borbottare una lamentela lunga e inintelligibilein

delirio. Non smetteva un momento.

'A che serve?' aveva detto Brownimpassibilevedendo lo Yankee

il quale aveva bestemmiato fino allora sottovoceprepararsi a

scendere. 'Difatti' assentì il disertorerinunciando a

malincuore. 'Non c'è niente per i feriti quassù. Soltantoquesta

lagna può mettere in capo agli altri troppi pensieri dell'al di

làcapitano.' 'Acqua!' gridò il ferito con voce

straordinariamente chiara e vigorosae poi riprese a lamentarsi

fioco. 'Sìacqua. L'acqua ti sistemerà' borbottò tra i denti

l'Americano con aria rassegnata. 'Anche troppatra un momento; la

marea risale.'

Risalì difattisommergendo gemiti e grida di dolore. L'alba era

vicina quando Brownseduto di fronte a Patusan col mento sul

palmo della manocome chi fissa il fianco di una montagna

inaccessibileudì il breve e secco latrato di un cannoncino di

bronzo da sei libbre laggiù lontanoda un punto del borgo. 'Che

è?' domandò a Cornelius che gli era sempre ai panni. Cornelius si

mise in ascolto. Un mugghìo di grida soffocate corse lungo il

fiume per tutta la città; un grande tamburo cominciò a rullare

altri risposeropulsando e ronfando. Minuscole luci cominciarono

a scintillare qua e là nella parte buia del paesementre dalla

parte illuminata dalla fila di fuochi saliva sempre il brusìo

profondo e prolungato. 'E' arrivato' fece Cornelius. 'Come? Già?

Sei certo?' domandò Brown. 'Sì! Sì! Certissimo. Senti questo

rumore.' 'Perché fanno tanto chiasso?' soggiunse Brown. 'Per la

gioia' stronfiò Cornelius; 'è un vero grand'uomomatutto

sommatoè anche un bamboccioe così fanno molto rumore per

dargli piacere perché sono degli stupidi.' 'Senti un po'' fece

Brown'come si fa per arrivare fino a lui?' 'Verrà lui a

parlarti' dichiarò Cornelius. 'Che vuoi dire? Che verrà a farsi

una passeggiatina per questi paraggi?' Cornelius annuì

vigorosamente col capo nel buio.

'Sì. Verrà qui dritto dritto a parlarti. E' proprio uno scemo.

Vedrai quant'è scemo.' Brown non ci poteva credere. 'Vedrai

vedrai' ripeteva Cornelius. 'Non ha paura - non ha paura di

nulla. Verrà a ordinarti di lasciar in pace la sua gente. Tutti

devono lasciar in pace la sua gente. E' un bamboccio. Verrà dritto

da te.' Ahimè! conosceva bene Jim - quel 'vigliacchetto' come lo

chiamò Brown parlando con me. 'Proprio così' soggiunse Cornelius

con ardore'e alloracapitanotu devi dire a quell'uomo alto

col fucile di sparargli addosso. Ammazzalo; e metterai addosso a

quelli là un tale spavento chedopopotrai fare quello che vuoi.

Ah! ah! ah! ah! Bello...' Stava quasi ballando per l'impazienza e

la smaniae Brownguardandolo di traversovedevaspietatamente

illuminati dall'albai suoi uomini fradici di guazzaseduti tra

le ceneri freddein mezzo al disordine dell'accampamento

stracciatismunti e avviliti".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 41.

"Fino all'ultimissimo momentofinché non li assalì d'un balzo il

giorno chiaroi fuochi sulla riva occidentale fiammeggiarono

lucidi e splendenti; e allora Brown vide in un gruppo di indigeni

immobili tra le case più vicineun uomo vestito all'europeacon

il cascotutto bianco dalla testa ai piedi. 'E' lui; guarda!

guarda!' fece Corneliuseccitato. Tutti gli uomini di Brown erano

saltati su e facevano ressa alle sue spalle con occhi spenti. Il

gruppo di vivaci colori e faccie scurecon la figura bianca nel

mezzostava osservando la collina. Brown vedeva braccia nude

alzate a far solecchioe altre braccia brune tese a indicare.

Cosa doveva fare? Si guardò intorno; le foreste di controda ogni

latosembravano le pareti di un'arena per un duello ineguale.

Guardò un'altra volta i suoi uomini. Gli si agitavano in petto

disprezzostanchezzadesiderio di viverevoglia di fare ancora

un tentativo per raggiungere con miglior fortuna una diversa

sepoltura. Dal modo come si profilava la figuragli sembrò che

l'uomo biancolaggiùspalleggiato da tutto il paese stesse

esaminando la sua posizione col binocolo. Brown salì in piedi su

un troncoalzando le braccia con le palme in fuori. Il gruppo di

colore si contrasse ed allargò due volte prima che l'uomo bianco

ne fosse fuori per avanzare lentamenteda solo. Brown rimase in

piedi sul tronco finché Jimapparendo e scomparendo tra gli

sterpetiebbe quasi raggiunto il ruscello; allora saltò giù e gli

andò incontro dalla parte sua.

S'incontrarono non molto lontanodirei - o forse proprio

esattamente - nel punto dove Jim aveva fatto il secondo salto

disperato della sua vita - quello che lo trapiantò nella vita di

Patusannella fedenell'amorenella fiducia del popolo. Si

guardarono in faccia dalle opposte rive del ruscello e con occhi

fermi cercarono di comprendersi a vicenda prima di aprire bocca.

Il loro antagonismo dovette risultare chiaro a colpo d'occhio: io

so che Brown odiò Jim al primo sguardo. Qualunque speranza avesse

concepitosvanì di colpo. Quello non era l'uomo che si aspettava.

Lo odiò per questo - enella sua camicia a quadretti dalle

maniche cortela barba grigiala faccia smunta e abbronzata

maledisse in cuor suo la gioventù e la sicurezza dell'altroi

suoi occhi limpidi e il suo portamento tranquillo. Quel ragazzo ne

aveva della strada davanti a sé! Non pareva il tipo proclive a

cedere qualche cosa per procacciarsi aiuti. Aveva tutti i vantaggi

per sé: possessosicurezzapotenza; stava col partito di gran

lunga dominante. Non era né alla fame né alla disperazionee non

sembrava avere minimamente paura. Perfino nella lindura degli

abiti di Jimdal casco bianco alle mollettiere di telaalle

scarpe pulite col bianchettoc'era qualcosa che agli occhi

torbidi e corrucciati di Brown sembrava appartenere a un mondo da

lui sempre vilipeso e sconfessato col tenore stesso della sua

vita.

'Chi sei?' domandò Jim alla finecol suo tono di voce naturale.

'Mi chiamo Brown' rispose l'altro a voce alta. 'Capitano Brown. E

tu?' Ma Jimdopo una breve pausaproseguì tranquillamentecome

se non avesse sentito. 'Che cosa ti ha condotto qui?' 'Vuoi

saperlo?' ribatté Brown amaramente. 'E' presto detto. La fame. E

tu?'

'Quell'individuo trasalì a questa domanda' mi diceva Brown

riferendomi quella strana conversazione tra due uomini separati

soltanto dal letto fangoso del torrentema ai poli opposti di

quel concetto della vita che include l'umanità tutta intera.

'L'individuo trasalì e si fece tutto rosso in faccia. Troppo in

alto per sopportar domandeimmagino. Gli dissi che se mi

considerava un uomo morto da pigliar sottogambalui in fondo non

si trovava affatto in acque migliori: che io avevo un tipo lassù

il quale non gli levava un momento la mira di dosso e aspettava

soltanto un segno da me. Non c'era niente di male in questo. Era

venuto lì di sua spontanea volontà. - Riconosciamo d'accordo -

gli dissi- che siamo due uomini mortie ragioniamo su questa

base da pari a pari. Non siamo tutti uguali davanti alla morte? -

dissi. Ammisi di essercilìcome un topo in trappolama ci

eravamo stati tirati per forzae anche un topo in trappola può

dare un morso. Mi ribatté subito: - No: se non ci si avvicina alla

trappola finché non è morto. - Gli dissi che un giochetto del

genere andava bene per quei suoi amici indigenima che lo credevo

troppo bianco per trattare a quel modo anche un topo. Sì

desideravo ragionare con lui. Non per pregarlo di salvarmi la

vitaperò. I miei compagni erano... beh!... quello che erano;

uomini come luiin ogni modo. Tutto quel che gli chiedevamo era

di farsi avantiaccidenti al diavoloe finirla. - Maledizione! -

dissimentre lui stava lì fermo impalato- non vorrai mica

venire quaggiù ogni giorno col cannocchiale a contare quanti di

noi sono ancora in piedi. Avanti. Scatenaci contro la tua

maledetta genteo lasciaci andare a morir di fame per il mare

apertoperdio! Sei stato biancouna voltacon tutte le tue

chiacchiere e che questo popolo è il tuoe che tu sei uno di

loro. Lo sei davvero? E che diavolo ne ricavi? Che hai trovato qui

così maledettamente prezioso? Eh? Non vuoi averci qui tra i piedi

eh? Siete duecento contro uno. Non vuoi che scendiamo in campo

aperto. Ah! parola mia che vi faremo divertire prima di finirla.

Mi parli di un assalto da vigliacco contro gente che non mi aveva

fatto nulla. Che me n'importa se non mi hanno fatto nullaquando

io muoio di fame senza aver fatto quasi nulla neanche io? Ma non

sono un vigliacco. Non esserlo neanche tu. Portali qui o se no

per tutti i diavoliti mandiamo in fumo e in cielo con noi metà

del tuo paese che non ha fatto nulla! -'

Era orrendoin questo suo raccontarequello scheletro torturato

e rattrappitocol viso sulle ginocchiasopra un letto squallido

in quell'orribile tugurioe che rialzava la testa per guardarmi

con aria di trionfo maligno.

'Ecco che cosa gli dissi - sapevo che cosa bisognava dire'

ripreseda prima fievolema eccitandosi via via con incredibile

crescendofino a uno scoppio focoso di disprezzo. '- Non vogliamo

mica cacciarci nella foresta a vagolare come una fila di scheletri

vivia cadere uno dopo l'altroe che le formiche ci vengano

addosso prima ancora d'esser morti del tutto. Eh no... - Non

meritate un destino migliore -fece. - E tu che cosa meriti? -

gli gridai- infrattato quia empirti la bocca con la tua

responsabilitàe le vite innocentie il tuo maledetto dovere?

Che sai di me più di quanto io so di te? Io sono venuto qui a

cercar da mangiare. Capito? da riempirci la pancia. E tuche cosa

sei venuto a cercare? Che hai domandato arrivando qui? Non ti

chiediamo altro che di darci battaglia o via libera per tornare là

da dove siamo venuti... - Io la battaglia te la darei anche subito

-fa lui tirandosi i baffetti. - E io ti lascerei sparare su di

me e tanti saluti! ribattei. - Sarebbe per me un trampolino come

un altro. Sono stufo della mia maledetta scarogna. Ma sarebbe

troppo facile. Ci ho i miei uomini con me nella nassa - e perdio

non sono tipo da levarmi dagli impicci lasciandoci lorosangue di

Giuda! dissi. Rimase lì un momento sopra pensieroe poi volle

sapere cos'avessi fatto (- laggiù- dicecon un cenno del capo

al fiume a valle) per essere ridotto così. - Ci siamo forse dati

appuntamento per raccontarci la storia della nostra vita? - gli

domandai. - Comincia un po' tu. No? Behnon muoio certo io dalla

voglia di starla a sentire. Tientela per te. So che non vale più

della mia. Ho vissuto... come hai fatto tubenché tu parli come

uno di quelli che dovrebbero aver le ali per andare in giro senza

toccare questa sporca terra. Beh... sporca èe io non ho ali.

Sono qui perché una volta nella mia vita ho avuto paura. Vuoi

sapere di che? Della prigione. Quella mi spaventae non m'importa

di fartelo sapere - se ti serve. Io non voglio domandarti che

spavento ti ha cacciato in questo buco d'infernodove sembri aver

trovato da far bene. E' la tua sorte; la mia è questa: il

privilegio di chiedere come una grazia di essere ammazzato subito

o di esser cacciato a calci a morir di fame a modo mio... -'.

Il suo capo emaciato vibrava di un'esultanza veementesicura e

malignacome se avesse cacciato via la morte che lo aspettava in

quella catapecchia. Il cadavere del suo matto amor proprio si

sollevava da quegli stracci e da quella miseria come dal buio

orrore di una tomba. E' impossibile dire quanto avesse mentito con

Jim allorao quanto mentisse con me adesso - e con se stesso

sempre La vanità gioca dei tiri mancini alla nostra memoriae la

verità del sentimento vuol esser tenuta viva da un po' di

finzione. Già davanti alla porta dell'altro mondo in veste di

mendicanteaveva preso a schiaffi questo mondo quigli aveva

sputato in facciagli aveva scaricato addosso quel cumulo di

disprezzo e di rivolta che era al fondo delle sue malefatte. Li

aveva vinti tutti - uominidonneselvaggimercantimascalzoni

missionari... e Jimquello straccione dal viso di carne cruda. Io

non gli contrastavo quel suo trionfo 'in articulo mortis'

quell'illusione quasi postuma di essersi messo tutta la terra

sotto i piedi. Mentre si vantava con menella sua agonia sordida

e ripugnantenon potevo trattenermi dal pensare alle allegre

chiacchiere che circolavano sulla sua famosa avventura al tempo

del suo massimo splendore: quandoper un anno e più la nave di

Brown il Gentiluomo si vedevaper molti giorni di seguito

attardarsi nei dintorni di Erromangavicino a un'isoletta col suo

orlo verde in mezzo all'azzurroe il puntino nero della Missione

sulla spiaggia bianca; quando Brown il Gentiluomoa terra

stregava col luccichio della propria fama una giovane donna

romantica cui la Melanesia aveva già fatto girare il cervelloe

al marito di lei faceva balenare il miraggio di una conversione

strabiliante. Il pover'uomoqualche voltas'era fatto sentire a

esprimere la speranza di 'avviare il Capitano Brown per una strada

migliore nella vita...' 'Imbarcare il Gentiluomo Brown alla volta

della Gloria celeste' - come disse un giorno un vagabondo

dall'occhio maligno - 'se non altro per far vedere lassù com'è

fatto un capitano di lungo corso del Pacifico Occidentale.' E

questo era l'uomo - eccolo lì - che aveva rapito una moribondae

lagrimato sul suo cadavere.' 'Esaltato come un bambino' non si

stancava mai di raccontare il suo secondo di allora'e che gusto

ci trovassech'io possa essere ammazzato a calci da una carogna

di Kanaka se lo so. Signori miei! Era già troppo aggravata per

riconoscerloquando la portò a bordo; stava lì a pancia all'aria

nella cuccetta di Brown a fissare il trave con degli occhi

tremendamente lucidi... e poi morì. Qualche sorta di febbre

maligna direiaccidenti!...' Mi ritornavano a mente queste storie

mentreasciugandosi la massa incolta della barba con la mano

livida e ossutaBrowndal fondo del suo ripugnante giacigliomi

raccontava come s'era rigiratoincocciato e tirato a bordo quello

làquel tipo immacolato di santarellino. Dio lo fulmini! Ammise

che quello non era uomo da lasciarsi impressionarema che un modo

c'era'largo come una strada maestraper arrivargli al cuore e

rivoltargli quella sua anima da due soldidi dentro e di fuori

dall'alto e dal bassotutta sottosopraper Dio!'".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 42.

"Non credo che Brown fosse in grado di gettare più che uno sguardo

appena su quella 'via maestra.' Sembra tuttavia che quanto vi

aveva veduto lo avesse lasciato perplessoperché s'interruppe più

di una volta nel suo racconto per esclamare: 'Qui mi sfuggì quasi

di mano. Non riuscivo ad agganciarlo. Ma chi era dunque?' E dopo

avermi guardato con occhi stralunatiriprendeva a narrarecon

giubilo e scherno. A me la conversazione di quei due sulle sponde

opposte del ruscello fa l'effetto di uno dei duelli più mortali

che il Destino abbia mai contemplato con gli occhi gelidi della

sua prescienza finale. Nonon riuscì a voltar sottosopra l'anima

di Jimmase proprio non m'ingannodovette trasfondere in

quello spirito così fuori dalla sua portatal'amarezza di

quell'incontrotuttafino alla feccia. Questi erano gli emissari

con i quali il mondoa cui aveva rinunciatolo veniva a scovare

nel suo rifugio: i bianchiprovenienti da 'laggiù'dove non si

sentiva degno di vivere. Solo questo gli arrivava: minacciaurto

pericolo per il suo lavoro. Immagino che fosse questo senso di

tristezzatra il risentito e il rassegnatoche risalta nelle

poche sporadiche parole di Jima rendere Brown così per plesso di

fronte a quel carattere per lui indecifrabile. Certi grandi uomini

devono la maggior parte della loro grandezza al dono di saper

riconoscere in quelli che si scelgono a strumenti di lavorole

precise qualità che servono a loro; e Browncome se fosse stato

davvero grandeaveva il dono satanico di scoprire i lati migliori

e quelli peggiori delle sue vittime. Mi ammise che Jim non era di

quelli che si possono vincere umiliandosie quindi ebbe cura di

assumere l'aspetto di un uomo che affronta impavido fortuna

avversamala fama e rovine. Il contrabbando di pochi fucili -

fece ben notare - non era poi un gran delitto. Quanto alla sua

venuta a Patusanchi aveva il diritto di affermare che non era

venuto a elemosinare un pezzo di pane? Quel popolo maledetto gli

aveva sparato addosso dalle due rive senza neanche sapere chi era.

E qui spiegava tutta la sua sfacciataggineché in realtà l'azione

energica di Dain Waris aveva impedito calamità incalcolabili; e di

fatti proprio Brown mi aveva detto chiaro e tondo chevista la

estensione del paeseaveva deciso immediatamente in cuor suo

appena messovi piededi appiccare il fuoco a destra e a sinistra

ammazzandointantoqualunque essere vivente gli fosse venuto

sotto manoper incutere rispetto e terrore alla popolazione. Ché

data la sproporzione delle forzenon c'era altro modo di

assicurarsi appena una probabilità di riuscita: lo aveva detto

luia mein un accesso di tosse. Ma non lo disse a Jim. Che

aveva sofferto fame e privazioni era verissimo: bastava guardare

la sua banda. Con un fischio acuto aveva fatto mettere tutti i

suoi uomini in fila sui tronchiben esposti perché Jim li

vedesse. L'uccisione dell'indigeno c'era stata va bene - ma la

guerra è la guerrae senza sangue non si fa nulla a questo

mondo... E colui poi era stato ucciso in piena regola con una

palla nel pettonon massacrato come il suoquel poveraccio che

adesso giaceva nel ruscello. Per sei ore aveva dovuto starlo a

sentir morirecon le budella sbrindellate dai proiettili

deformanti. In ogni modouna vita per l'altra... E tutto questo

detto con la stanchezzail distaccodi un uomo cacciato avanti

dalla sfortunafinché non gli importa più di niente. Non un

raggio di lucenon un momento di respiro nella disgrazia. Quando

domandò a Jima bruciapelocon una specie di franchezza

disperatase davvero lui - cuore in mano - non capiva che 'quando

si tratta di salvare la pellaccia al buio non si bada a chi ci va

di mezzo: tretrentatrecento persone' fu come se questa frase

glie l'avesse soffiata all'orecchio un demonio. 'Lo feci diventar

bianco come la carta' si vantò Brown con me. 'Smise subito di

fare la perla di virtù. Rimase lì senza parolacon una faccia da

temporale; e senza guardare me: guardando per terra.' Domandò a

Jim se nella sua vita non ci aveva proprio nessun punto nero per

essere così maledettamente duro contro un disgraziato che cercava

di cavarsi da un tremendo impiccio col primo mezzo che gli era

capitato sotto mano - eccetera eccetera. E sotto tutto questo

rozzo discorso correva una vena di subdoli riferimenti alla loro

comunanza di sangueun assunto di comuni esperienze; un

disgustoso sottinteso di complicitàdi compartecipazione a uno

stesso segreto che li teneva legati insieme: cervello e cuore.

Finalmente Brown si gettò lungo disteso per terra sbirciando Jim

con la coda dell'occhio. Jimdalla sua parte del ruscelloin

piedisopra pensierosi batteva la gamba col frustino. Le case

in vista erano silenziose come se fossero state completamente

svuotate di ogni alito di vita da una pestilenza; ma molti occhi

invisibilidall'internoosservavano i due uomini separati dal

ruscelloda una barca bianca arenata e dal cadavere di un terzo

uomo mezzo sprofondato nel fango. Sul fiume s'erano mosse di nuovo

le canoeperché Patusanda quando era tornato il Signore bianco

stava riprendendo la propria fiducia nella stabilità delle

istituzioni terrene. La riva destrale piattaforme delle casele

zattere ormeggiate lungo le spondeperfino i tetti delle capanne

da bagno eran gremiti di gente chenell'assoluta impossibilità di

udire e quasi di vedereaguzzava gli occhi verso l'altura oltre

la palizzata del Rajah. Dentro al vasto anello irregolare delle

forestespezzato in due punti dalla luminosità del fiumetutto

era silenzio. 'Mi prometti di lasciare la costa?' domandò Jim.

Brown sollevò un braccio e lo lasciò ricadereper far intendere

che si arrendeva all'inevitabile. 'E cederai le armi?' continuò

Jim. Brown si drizzò a sedere e lo guardò con occhi infocati.

'Cedere le armi? Maise non ce le verrete a levare dalle mani da

morti. Credi che la fifa mi abbia dato alla testa? No no! Quelle

e quei quattro stracci che ho addossosono tutto quanto possiedo

al mondooltre a qualche altro fucile a retrocarica che ho a

bordo; e intendo vendere ogni cosa al Madagascarse mai ci arrivo

- a forza d'elemosina da una nave all'altra.'

Jim non rispose. Alla finegettando via il frustino che teneva in

manodissequasi per sé: 'Non so se ne ho il potere...' 'Non lo

sai! E un momento fa volevi che cedessi le armi! Questa sì che è

bella' gridò Brown. 'E se a te dicono una cosa e con me ne fanno

un'altra?' Si calmò di molto. 'Immagino che il potere ce l'hai

altrimenti che sugo c'era a far tutti questi discorsi?' soggiunse.

'Cosa sei venuto a fare qui? Quattro chiacchiere?'

'Benissimo' fece Jimalzando a un tratto la testa dopo una lunga

pausa. 'Avrai via libera o aperta battaglia.' Girò le spalle e si

allontanò.

Brown balzò subito in piedima non salì sulla collina finché non

ebbe veduto Jim scomparire tra le prime case. Non doveva rivederlo

mai più. Rientrando incontrò Cornelius che scendeva curvocon la

testa incassata nelle spalle: si fermò davanti a Brown. 'Perché

non lo hai ucciso?' domandòcon voce acida e scontenta. 'Perché

ho di meglio' replicò Brown con un sorriso allegro. 'Niente!

Niente!' protestò Cornelius con energia. 'Impossibile. Io sono qui

da tanti anni.' Brown lo guardo con curiosità. C'erano molti

aspetti nella vita di quel paese in armi contro di luimolte cose

che non avrebbe mai compreso. Corneliusavvilito e strascicando

il passocontinuò la sua strada in direzione del fiume.

Abbandonava i suoi nuovi amici; accettava il corso desolato degli

avvenimenti con un'ostinazione arcigna che pareva rinsecchirgli

ancor più il suo viso di vecchiopiccolo e giallo; ora

scendendogettava occhiate bieche di qua e di làsenza mai

abbandonare la sua idea fissa.

D'ora in poi gli avvenimenti precipitarono velocisenza sosta

fluendo dai cuori stessi degli uomini come un fiume da una occulta

sorgentee vi troveremo in mezzo Jimvisto soprattutto

attraverso gli occhi di Tamb'Itam. Anche gli occhi della ragazza

lo avevano seguìtoma la sua vita è troppo intrecciata con quella

di lui; e sempre la sua passioneil suo stuporela sua collera

esoprattuttola sua paura e il suo amore implacabili. Del servo

fedelenon meno inadatto degli altri a comprenderela sola

fedeltà è in giuoco; una così piena fedeltà e fiducia nel suo

signore che perfino lo stupore si riduce in lui a una specie di

triste accettazione di un misterioso insuccesso. Non ha occhi che

per uno solo; e attraverso tutte le titubanze dello sbigottimento

egli conserva sempre il suo atteggiamento di guardianoobbediente

e solerte.

Il suo padrone tornò dal colloquio con gli uomini bianchi

avviandosi a passi lenti verso la palizzata sulla strada. Tutti si

rallegrarono a vederlo ritornare perché mentre era via ognuno

temeva non solo per la vita di luima anche per se stesso; per le

conseguenze. Jim entrò nella casa dove si era ritirato il vecchio

Doramin e rimase solo a lungo col capo dei Bugi; senza dubbio per

prendere accordi con lui sul da farsi; ma nessuno fu presente al

colloquio. Soltanto Tamb'Itamtenendosi il più vicino che poté

alla portasentì il suo padrone che diceva: 'Sì. Farò sapere a

tutto il popolo che tale è il mio desiderio; ma ho voluto parlare

a teo Doraminprima che a tutti gli altrie da solo a solo:

perché tu conosci il mio cuore come io conosco il tuoe il suo

più grande desiderio. Ma sai anche bene che non ho altro pensiero

che il bene del popolo.' Poi il suo padronesollevando la

portiera di stoffauscìe luiTamb'Itamebbe un'occhiata dal

vecchio Doraminseduto lì dentro nella sua poltrona con le mani

sulle ginocchiae gli occhi fissi a terra tra un piede e l'altro.

Doporaggiunse il suo padrone sulla via del fortedove tutti i

principali Bugi e i capi di Patusan erano stati convocati a

consiglio. Tamb'Itamper conto suosperava che ci sarebbe stata

battaglia. 'Non si trattava che di conquistare un'altra collina'

esclamò con aria malinconica. Tuttavia in paese molti speravano

che gli stranieri rapinatori si sarebbero decisi ad andarsene

alla vista di tanti valorosi pronti a combattere. Da quandoprima

dell'albail forte aveva annunciato con una cannonata e col rullo

del tamburo il ritorno di Jimla paura che incombeva su Patusan

si era spianata e frantumatacome un'onda su uno scoglio

lasciandosi dietro la schiuma e il ribollire dell'eccitazione

della curiosità e di interminabili dissertazioni. Metà della

popolazione era stata cacciata dalle case adibite alla difesae

viveva in mezzo alla via sulla riva sinistra del fiume

affollandosi intorno al fortecon la preoccupazione di veder

incendiare da un momento all'altro le loro case vuote sulla riva

minacciata. Desiderio generale era di vedere la faccenda sistemata

al più presto. Gioiello si era incaricata di far distribuire

viveri ai ricoverati. Nessuno sapeva che avrebbe fatto il loro

uomo bianco. Qualcuno osservò che questa volta era peggio della

guerra contro lo sceriffo Alì. Quellaper moltinon ebbe grande

importanza; adesso invece tutti avevano qualche cosa da perdere.

Era seguìto con interesse il movimento delle canoe che andavano

avanti e indietro tra le due parti del borgo. Un paio di barche da

guerra Bugi stavano all'àncora in mezzo alla corrente per

proteggere il fiume; un filo di fumo si alzava sulla prua di

ognuna: gli uomini a bordo stavano cuocendo il loro rancio di

mezzogiorno quando Jimfiniti i suoi colloqui con Brown e

Doraminattraversò l'acqua ed entrò nel forte dal cancello sul

fiume. Dentrola gente gli si affollò talmente intorno che durò

fatica ad aprirsi la strada fino a casa. Non lo avevano veduto

fino allora perchéarrivato di notteaveva scambiato appena due

parole con la ragazzascesagli incontro all'imbarcaderoe subito

si era affrettato a raggiungere i capi e i guerrieri sull'altra

riva. Il popolo lo salutava con acclamazioni. Una vecchia sollevò

uno scoppio di ilarità facendosi largo come una pazza fino in

prima filaper ingiungere a Jimcon voce minacciosadi badare

che ai suoi due figlidel seguito di Dorarninnon fosse torto un

capello per mano di quei ladroni. Parecchi degli astanti cercarono

di trascinarla viama lei gridava dibattendosi: 'Lasciatemi

stare! E cheoh Mussulmani! Che c'è da ridere? Sciagurati! Non

sono forse ladroni crudeliassetati di sanguee venuti per

sterminare?' 'Lasciatela' fece Jimenel silenzio che seguì

ìmmediatamentedisselento: 'Tutti saranno salvi.' E prima che

si fosse spento il grande sospiro e i forti mormorii di

soddisfazione che seguironoera già entrato in casa sua.

Era senza dubbio deciso a lasciare a Brown via libera al mare. Il

suo destino gli si rivoltava contro e gli forzava la mano. Per la

prima volta si trovava a dover affermare la propria volontà di

fronte a un'opposizione dichiarata. 'Ci fu un gran parlaree da

principio il mio padrone stava sempre zitto' disse Tamb'Itam. 'Si

fece buioe allora accesi le candele sul tavolo lungo. I capi

sedevano ai due lati e la signora rimase alla destra del mio

padrone.'

Quando cominciò a parlarel'insolita resistenza parve ottenere il

solo effetto di rinsaldarlo solidamente nel suo proposito. I

bianchi sulla collina aspettavano la sua risposta. Il loro

capitanoparlandogli col linguaggio del suo proprio popoloaveva

rese piane molte cose difficili da spiegarsi in altra lingua.

Erano dei traviati che i patimenti avevan fatto sordi al bene e al

male. E' vero che si erano già perdute delle vitema perché

perderne delle altre? Dichiaròa quel raduno di capipopolo che

l'ascoltavanoche il loro benessere era il suo; le perditele

sue; i loro luttii suoi. Volse intorno lo sguardo su quei visi

seri in ascolto e disse loro di ricordarsi che avevano combattuto

e lavorato a fianco a fianco. Conoscevano il suo coraggio... Qui

si levò un mormorìo... E che lui non li aveva mai ingannati. Da

molti anni vivevano insieme. Amava il paese e i suoi abitanti di

un grandissimo amore. Era pronto a rispondere con la vita di

qualsiasi eventuale danno fosse capitato a loro per aver

consentito agli uomini bianchi e barbuti di ritirarsi. Erano gente

malvagiama anche il destino era stato malvagio con loro. Aveva

egli mai dato un cattivo consiglio? Le sue parole avevano mai

portato danno al popolo? domandò. Era convinto che era meglio

lasciar che quei bianchi e i loro seguaci se ne andassero col dono

della vita. Un dono assai modesto. 'Ioche voi avete messo alla

prova e trovato sempre fedelevi chiedo di lasciarli andare.' Si

volse a Doramin. Il vecchio nakhoda non si mosse. 'Allora' disse

Jim'richiama Dain Waristuo figlio e mio amicoperché a capo

di questa impresa io non ci voglio essere'".

 

 

 

 

 

CAPITOLO 43.

"Tamb'Itam dietro alla sua seggiola rimase folgorato. La

dichiarazione destò un'impressione enorme. 'Se ne vadano pure: è

il meglio a quanto pare a meche non vi ho mai ingannati'

insisté Jim. Seguì un silenzio. Nel buio del cortile si sentiva il

mormorìo sommessolo stropiccìo dei piedi di una moltitudine.

Doramin sollevò la testa pesantee disse che leggere nei cuori è

impossibile quanto toccare il cielo con le dita - ma che

acconsentiva. Gli altri espressero a turno la loro opinione. 'E'

meglio' 'Lasciateli andare' e così via. Ma la maggior parte

disse semplicemente che 'credevano in Tuan Jim.'

In questa semplice formula di assenso è il nocciolo di tutta la

situazione; la loro fedela sua lealtà; e il riconoscimento di

quella onestà che lo poneva agli stessi suoi occhi nel novero

degli uomini senza macchia che s'innalzano sul gregge. Le parole

di Stein: 'Romantico!... romantico!' sembrano superare quelle

lontananze che ormai non lo restituiranno mai più né al mondo

indifferente alle sue debolezze e alle sue virtùné all'affetto

costante chenello sbigottimento di un grande dolore e di una

eterna separazionegli rifiuta l'elemosina delle lagrime. Dal

momento in cui la pura sincerità degli ultimi tre anni di vita

bastò a fargli riportare la vittoria sull'ignoranzala paura e la

collera degli uominiJim non mi appare più come lo vidi l'ultima

volta - una macchiolina bianca che assorbiva tutta la tenue luce

rimasta sulla costa buia e il mare scuro - ma più grande e

compassionevole nella solitudine di quella sua anima cheanche

per colei che lo amò più di tuttiresta un amaro e insolubile

mistero.

E' evidente che non negò fede alle parole di Brown; non c'era

motivo di mettere in dubbio la sua storiala cui autenticità

sembrava suffragata dalla sua rude franchezzada quella sincerità

così maschia nell'accettare le conseguenze e la morale dei suoi

atti. Ma Jim non aveva idea dell'egoismo quasi inconcepibile

dell'uomodi quell'egoismo chese avversato o deluso nelle sue

preteselo riduceva pazzo di rabbiosa indignazione e di vendetta

come un autocrate contrastato. Ma se Jim non sospettava di Brown

era però evidentemente preoccupato che non nascesse qualche

equivoco da portare a un urto e a spargimento di sangue. Per

questa ragioneappena partiti i capi malesipregò Gioiello di

dargli qualcosa da mangiare ché doveva uscire dal forte per andare

ad assumere il comando del borgo. All'obbiezione di lei che doveva

essere troppo stancoJim rispose che durante la sua assenza

poteva accadere qualcosa che non si sarebbe mai perdonato. 'Sono

responsabile di ogni vita nel paese' disse. Dapprima appariva un

po' triste; la ragazza lo servì con le proprie manifacendosi

dare da Tamb'Itam piatti e vassoi (del servizio che gli aveva

regalato Stein)ed egli finì per rianimarsi; le disse di tener

lei il comando ancora per una notte. 'Non possiamo pensare al

sonnofigliola' disse'finché la nostra gente è in pericolo.' E

poi soggiunse scherzando che lei era il miglior soldato di tutti.

'Se tu e Dain Waris aveste fatto a modo vostronon uno di quei

disgraziati oggi sarebbe vivo.' 'Sono molto cattivi?' domandò la

ragazzacurva sulla seggiola di lui. 'Certi uomini a volte

agiscono male senza essere molto peggiori degli altri' rispose

Jim dopo un momento di perplessità.

Tamb'Itam seguì il suo padrone fino all'imbarcadero fuori del

forte. Era una notte limpidama senza luna; e mentre il centro

del fiume era buiol'acqua sotto alle due rive rifletteva la luce

di molti fuochi 'come nella notte del Ramadan' disse l'indigeno.

Barche armate andavano chete chete alla deriva per il buio

sentiero dell'acquaoppureancoratefluttuavano con un forte

sciacquìo. Quella notte Tamb'Itam ebbe molto da pagaiare con la

canoae molto da camminare alle calcagna del padrone: misurarono

più di una volta la strada dove ardevano i fuochie il

retroterraal margine dell'abitatodove piccole pattuglie

montavan la guardia nei campi. Tuan Jim dava ordinied era

ubbidito. In ultimo si recarono alla palizzata del Rajahche

quella notte era difesa da un distaccamento degli uomini di Jim.

Il vecchio Rajah era fuggito quella mattina con la maggior parte

delle donnein una sua casetta vicino a un villaggio nella

giunglasu un affluente del fiume. Kassimrimasto lìaveva

partecipato all'assemblea per spiegare con la sua aria di

indaffarata diligenza la sua diplomazia del giorno avanti. Ebbe

molto fredde accoglienzema riuscì a conservare la sua vivacità

sorridente e serenae si dichiarò felicissimo quando Jim gli

disse secco secco che intendeva di guarnire quella notte la

palizzata coi suoi uomini. Allorché l'assemblea fu scioltalo si

sentì di fuori avvicinarsi a questo e a quel capo in procinto di

andarseneparlando con voce alta e soddisfatta del territorio del

Rajah così ben difeso durante la sua assenza.

Gli uomini di Jim arrivarono verso le dieci alla palizzatache

dominava la foce del ruscelloe Jim intendeva rimanerci finché

Brown venendo giù per il fiume non l'avesse oltrepassata. Accesero

un focherello sullo spiazzo liscioerbosofuori dalla cinta dei

palie Tamb'Itam posò a terra uno sgabello pieghevole per il suo

padrone. Jim gli disse di mettersi a dormire. Tamb'Itam si cercò

una stuoia e si distese poco distante; ma non gli riuscì di

chiuder occhiobenché sapesse di dover andare per una missione

importante prima dello spirar della notte Il suo padrone camminava

avanti e indietro davanti al fuocoa capo chino e con le mani

dietro la schiena. Aveva un viso triste. Ogni volta che gli

passava vicino Tamb'Itam fingeva di dormireperché il padrone non

si accorgesse che lui non lo perdeva di vista. Finalmente si

fermòguardandolo dall'alto lì distesoe disse piano: 'E'

l'ora.'

Tamb'Itam balzò in piedi e si mise a fare i preparativi. La sua

missione era di scendere lungo il fiumeprecedendo di un'ora o

più la barca di Browna dire a Dain Warisin modo formale e

perentorioche i bianchi si dovevano lasciar passare

indisturbati. Jim non si fidava di nessun altro per questo

servizio. Prima di muoversiTamb'Itam domando un segnopiù che

altro per formalitàgiacché la sua posizione presso Jim la

conoscevano tutti. 'PerchéTuan' disse'il messaggio è

importantee sono le tue precise parole quelle che porto.' Il suo

padrone si frugò prima in una tascapoi nell'altrae alla fine

si tolse dall'indice l'anello d'argento di Steinche portava

quasi sempree lo consegnò a Tamb'Itam. Quando Tamb'Itam partì

per la sua missioneil campo di Brown sull'altura era buiosalvo

un'unica piccola luce che splendeva attraverso i rami di uno degli

alberi che gli uomini bianchi avevano tagliato.

Sul far della sera Brown aveva ricevuto da Jim un pezzo di carta

piegato su cui era scritto: 'Hai via libera. Parti appena la tua

barca sarà rimessa a galla dal flusso della mattina. Bada che i

tuoi uomini facciano ben attenzioneperché i cespugli ai due lati

del ruscello e della palizzata alla sua confluenza col fiume sono

pieni di uomini bene armati. Non ve la cavereste; ma non credo che

tu voglia spargimenti di sangue.' Brown lessestrappò il foglio

in tanti pezzettievolgendosi a Corneliusche lo aveva

portatodisse con aria di motteggio: 'Addiomio eccellente

amico.' Cornelius quel pomeriggio era andato giù al forte e si era

aggirato di soppiatto intorno alla casa di Jim. Questi lo incaricò

di portare il bigliettoprima perché sapeva l'inglesee poi

perché Brown lo conosceva e non c era pericolo che i suoi uomini

eccitatilo ammazzassero per sbagliocome sarebbe potuto

capitare a un Malese che si fosse avvicinato alla collina nel

crepuscolo.

Cornelius consegnò il bigliettoma non se ne andò subito. Brown

sedeva davanti a un po' di fuocotutti gli altri erano sdraiati

per terra. 'Potrei dirti qualcosa che ti piacerebbe sapere'

borbottò Cornelius di malumore. Brown non gli fece caso. 'Tu non

l'hai voluto ammazzare' riprese l'altro'e che te n'è venuto? Ci

avresti ricavato un po' di soldi da parte del Rajaholtre al

bottino di tutte le case Bugi; e così non prendi niente.' 'Faresti

meglio a levarti dai piedi' brontolò Brownsenza nemmeno

guardarlo. Ma Cornelius si lasciò cadere al suo fianco e cominciò

a parlargli in fretta in frettasottovocedandogli un colpetto

sul gomito di quando in quando. Quel che aveva da dire fece

drizzar la schiena a Brown che tirò giù una bestemmia: ché l'altro

lo aveva semplicemente informato della pattuglia di Dain Waris giù

per il fiume. Lì per li Brown si considerò venduto e tradito in

pienoma gli bastò un momento di riflessione per convincersi che

a un tradimento non c'era neanche da pensarci. Non disse nullae

dopo un poco Cornelius osservòcon aria d'assoluta indifferenza

che c'era un altra via d'acqua oltre al fiumee che lui la

conosceva benissimo. 'Buono a sapersi' fece Browndrizzando le

orecchie; e Cornelius cominciò a parlare di quel che succedeva nel

borgoe gli ripeteva tutto ciò che era stato detto in Consiglio

versando nell'orecchio di Brown un mormorìo monotonocome si fa

trovandosi in mezzo a gente addormentatache non vogliamo

svegliare. 'Crede di avermi tirato via i dentieh?' borbottò

Brown molto sottovoce... 'Sì. E' uno stupido. Un bamboccio. E'

venuto qui a portarmi via il mio' continuò a mormorare Cornelius.

'E l'ha data da bere a tutti. Ma se succede qualcosa per cui non

gli crederanno piùcome gli va a finirea quello lì? E il Bugi

Dain che ti aspetta in agguato lungo il fiumecapitanoè proprio

quello che ti assalì quando sei arrivato. Brown osservò con

disinvoltura che certo avrebbe preferito di non incontrarsi con

luie con la stessa aria distaccatadistrattaCornelius

dichiaro di conoscere una diramazione del fiume abbastanza larga

da passarci la barca di Brown fin oltre al campo di Dain Waris.

'Dovrete stare molto zittiperò' soggiunsecome se fosse un

ripensamento'perché in un punto passiamo vicino

all'accampamentoalle sue spalle. Molto vicino. Sono accampati

sulla riva con le barche tirate in secco.' 'Ohlo sappiamo come

si fa a star zitti come topinon aver paura.' Cornelius pattuì

chese doveva far da guida a Brownquesti gli avrebbe portato a

rimorchio la sua canoa. 'Bisognerà ch'io torni indietro in

fretta' spiegò.

Mancavano un paio d'ore all'alba quando le vedette passarono

parola alla palizzata che i pirati bianchi stavano scendendo alla

barca. In brevissimo tempo da un'estremità all'altra di Patusan

ogni uomo armato fu all'ertaeppure le rive del fiume rimasero

così silenziose chenon fossero stati i fuochi a ravvivarsi a

tratti con leggeri bagliori improvvisiil borgo poteva sembrare

addormentato come in tempo di pace. Una nebbia fitta stagnava

bassissima sull'acquacreando una specie di illusoria luce grigia

che non rischiarava niente. Quando la scialuppa di Brown scivolò

dal ruscello nel fiumeJim stava in piedi su un promontorio basso

davanti alla palizzata del Rajah proprio lì dove aveva messo piede

a Patusan la prima volta. Vide a un tratto un'ombratra quel

grigiore di nebbiascendere solitariamassicciaevasivaogni

momento sottratta alla vistacarica di un mormorìo di voci

represse. Brownal timoneudì la voce di Jim giungere calma:

'Via libera. Farete bene ad affidarvi alla corrente finché dura

questo nebbione; ma si alzerà presto.' 'Sìtra poco ci si vedrà

chiaro' rispose Brown.

I trenta o quaranta uomini che stavano pronti con i moschetti

imbracciati fuori della palizzata trattennero il respiro. Il

mercante Bugiche incontrai poi sulla veranda di Steine che si

trovava tra loromi disse che la scialuppapassando rasente al

promontoriosembrò per un momento ingigantirsi e dominarlo come

una montagna. 'Se potete aspettare un giorno alla fonda' gridò

Jim'cercherò di mandarvi qualcosa: un vitelloun po' di patate

dolci - quello che posso.' L'ombra alta veniva sempre più avanti.

'Sì. Bravo' disse una voce opaca e attutita dalla nebbia. Nessuno

dei difensori inorecchiti capì il significato di quelle parole;

poi la barca di Brown e i suoi uomini passarono oltrescomparendo

in silenzio come spettri.

E così Browninvisibile nella nebbiase ne andò da Patusan

gomito a gomito con Corneliusseduto a poppa della scialuppa.

'Forse ti darà un bel vitello' disse Cornelius. 'Già; un bel

vitello. E patate. Te li ha promessi e te li dà. E' di parola. Mi

ha rubato tutto il mio. Un bel vitello è meglio che il bottino di

molte case.' 'Ti consiglio di tener la lingua a postose non vuoi

che qualcuno ti butti fuori bordo in questa nebbia stramaledetta'

fece Brown. La barca sembrava immobile; non si vedeva niente

nemmeno il fiume sottobordosolo un pulviscolo umido volava e si

condensavagiù per le barbe e in faccia. Una fantasmagoriami

disse Brown. Ognuno di loroin sé e per sési sentiva come se

fosse stato soloalla deriva in una barcasotto l'incubo di

presenze spettrali sospirose e mormoranti. 'Buttarmi fuorieh? Ma

io saprei orientarmi' mormorò Corneliusimmusonito. 'Vivo qui da

molti anni.' 'Non tanti da vedere attraverso a una nebbia come

questa' ribatté Brownabbandonato all'indietro col braccio che

gli dondolava sulla barra inoperosa. 'Sì. Anche attraverso a

questa nebbia' ringhiò Cornelius. 'Molto bene' commentò Brown.

'Vuoi farmi credere che sapresti ritrovare così alla cieca quel

canale secondario di cui hai parlato?' Cornelius grugnì. 'Vi

farebbe troppa fatica remare?' domandò dopo un silenzio. 'No

perdio!' gridò Brown a un tratto. 'Fuori i remi laggiù.' Ci fu

nella nebbia un gran tramestìoche dopo un poco si mutò nel

raschio regolare di invisibili remi contro invisibili scalmiere.

Per il restotutto come prima; e non ci fosse stato un leggero

sciacquìo era come remare in mezzo a una nuvola dalla navicella di

un pallonemi disse Brown. Da lì in poi Cornelius non aprì bocca

se non per domandare lagnosamente che qualcuno gli aggottasse la

canoaa rimorchio della scialuppa. A poco a poco la nebbia si

sbiancò e da prua schiariva. A sinistra Brown vide una massa

scurache poteva sembrar la schiena della notte in fuga. A un

tratto un grande albero fronzuto gli fu sopra alla testae le

estremità di alcuni ramettigocciolanti e immobili s'incurvarono

sottilivicinissimi al bordo. Corneliussenza una parolagli

prese di mano la barra".

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 44.

"Non credo che si scambiassero più parola. La barca entrò nello

stretto canale secondario e la spinsero pontando i remi contro le

prode sfarinose; su cuiper la fitta oscuritàpareva che si

fossero tese due enormi ali nere dal fondo fino alla cima degli

alberi per tutto il suo spessore. Grandi goccie piovevano dal

fogliame dei rami attraverso la densità della nebbia. Cornelius

brontolò qualche cosa e Brown fece caricare le armi ai suoi

uomini. 'Vi darò il modo di far pari con loro prima di abbandonare

il campobranco di storpiati che siete' disse alla banda.

'Badate di non perdervi l'occasionerazza di cani.' Un ringhio

sordo rispose a quelle parole. Cornelius entrò in grande

agitazione per la sua malsicura canoa.

Intanto Tamb'Itam era arrivato a destinazione con un po' di

ritardo per la nebbia: ma aveva pagaiato regolarmentetenendosi a

contatto con la sponda meridionale. Alla fine la luce del giorno

si accese come una fiammella in un globo di vetro smerigliato. Ai

due lati del fiume le sponde mettevano una sbavatura caliginosa

in cui si delineavano accenni di forme un po' come colonne e

molto in altoombre di intrecci ramosi. La nebbiaa fior

d'acquaera ancora fitta; ma sull'accampamento si faceva buona

guardia. Infattiall'avvicinarsi di Tamb'Itamle sagome di due

uomini emersero dal vapore lattiginosoe lo investirono voci in

tono violento. Rispose; e subito una canoa essendoglisi messa di

fiancoscambiò le notizie con i pagaiatori. Tutto bene. Il

pericolo era passato. Allora gli uomini della canoa mollarono

presa dal bordo di Tamb'Itame immediatamente scomparvero. Egli

tirò innanzi finche non udì delle voci che gli arrivavano calme

sull'acqua; e ora videsotto la nebbia che si sollevava in

turbiniil chiarore di molti piccoli fuochi accesi su una

spiaggiola di renacontro uno sfondo di alberi alti e sottili e

di cespugli. Anche lì c'erano le sentinelle che gli diedero il chi

va là. Gridò il suo nomee con due colpi di pagaia azzuccò la sua

barca sulla rena. C'era un vasto accampamento: uomini accoccolati

in molti gruppetti nel mormorio ininterrotto delle conversazioni

mattutine. Molti fili sottili di fumo si avvitavano lenti nella

nebbia biancastra. Elevati sul terrenosporgevano i piccoli

rifugi dei capi. I moschetti erano raggruppati a fascie lunghe

lancie erano conficcateuna distante dall'altranella sabbia

vicino ai fuochi.

Tamb'Itamcon aria d'importanzavolle esser accompagnato da Dain

Waris. Trovò l'amico del suo padrone bianco disteso su un alto

giaciglio di bambùriparato da una specie di tettoia di stecchi

ricoperti di stuoie. Dain Waris era sveglioe un fuoco vivo

ardeva davanti al suo giaciglio che sembrava una specie di rozzo

altare. L'unico figlio del nakhoda Doramin rispose cortesemente al

saluto Tamb'Itam per prima cosa gli consegnò l'anellopegno di

fede del messaggio e della sua parola. Dain Warisappoggiato sul

gomitogli ordinò di parlare e di riferirgli le notizie. Dopo la

formula consacrata: 'Notiziebuone' Tamb'Itam cominciò a

riferire le parole precise di Jim. Gli uomini bianchipartiti con

il consenso di tutti i capidovevano aver passo libero giù per il

fiume. Rispondendo a una domanda o dueTamb'Itam riferì sullo

svolgimento dell'ultima assemblea. Dain Waris ascoltò attentamente

fino in fondogiocherellando con l'anello che alla fine si infilò

nell'indice della mano destra. Dopo aver ascoltato quanto aveva da

dire Tamb'Itamlo mise in libertà che andasse a mangiare e a

riposarsi. Furono immediatamente impartiti gli ordini per il

ritorno in Patusan nel pomeriggio. Poi Dain Waris si stese di

nuovoa occhi apertimentre i servi addetti alla sua persona gli

preparavano il rancio sul fuocovicino al quale anche Tamb'Itam

si era seduto a chiacchierare con gli uomini che si erano distesi

ad ascoltare le ultime notizie di Patusan. Il sole si andava

divorando la nebbia. Sul braccio principale de! fiume dove si

attendeva da un momento all'altro di veder apparire la barca dei

bianchigli uomini facevano buona guardia.

E qui Brown sì prese la sua rivalsa su quel mondo che dopo

vent'anni di bravacciate altezzose e temerarie gli rifiutava il

tributo di successo di ogni comune brigante. Fu un atto di ferocia

a sangue freddoche sul suo letto di morte lo sosteneva come il

ricordo di un'indomita sfida. Sbarcò i suoi uomini alla

chetichella dal lato esterno dell'isoladietro all'accampamento

Bugie glie la fece attraversare tutta. Dopo una brevema

silenziosissima discussioneCorneliusil quale aveva tentato di

sgattaiolarsela al momento dello sbarcosi rassegnò a indicare la

via per il sottobosco più rado. Brown gli teneva tutte e due le

mani magre strette nel suo grande pugno dietro la schiena

mandandolo avanti con un energico spintone. Cornelius restava muto

come un pesceabiettoma fedele al suo scopodi cui

intravvedeva il raggiungimento vagamentedavanti a sé. Al margine

del terreno boscosogli uomini di Brown si sparpagliarono al

copertoe aspettarono. L'accampamento era tutto scoperto da

un'estremità all'altrain piena luce ai loro occhie non c'era

una sentinella da quella parte. Nessuno si sognava nemmeno che i

bianchi potessero aver sentore dello stretto canale che passava

alle spalle dell'isola. Tutti e due i suoi imbocchi erano così

stretti e irti di vegetazione che gli stessi indigenipassando in

canoastentavano a trovarli. Quando credette venuto il buon

momentoBrown urlò: 'Addosso!' e quattordici colpi echeggiarono

come un colpo solo.

Tamb'Itam mi disse tanta essere stata la sorpresa chetranne i

caduti morti o feritidopo quella scaricae per un bel pezzetto

non si mosse un'anima. Poi un uomo gettò un gridoe dopo quel

gridosalì da tutte le gole un grande urlo di sorpresa e di

paura. Sotto l'impeto di un panico cieco quegli uomini si

precipitarono in follaondeggiando e fluttuandoavanti e

indietro per la rivacome una mandria di buoi spaventati

dall'acqua. Qualcuno saltò nel fiume subitoma i più si decisero

soltanto dopo la terza scarica. Tre volte gli uomini di Brown

spararono sulla massamentre Brownl'unico che si mostrasse allo

scopertobestemmiava e urlava: 'Mirate basso! Mirate basso!'

Tamb'Itam dice chequanto a luiquel che era successo lo capì

alla prima scarica. Benché illesocadde e si tenne appiattato a

terra come mortoma con gli occhi aperti. Ai primi colpiDain

Warisbalzando dal suo giacigliosaltò fuori e alla seconda

scarica corse sulla riva allo scopertoproprio in tempo per

prendersi una pallottola in fronte. Tamb'Itam lo vide spalancare

le braccia e cadere. Alloradicenon primasi sentì preso da

una grande paura. I bianchi si ritirarono com'erano venuti - non

visti.

Così Brown pareggiò il suo conto con la fortuna avversa. Nota che

perfino in questo orrendo misfatto si sente la superiorità

dell'uomo che porta in sé la realtà astratta del diritto

nell'involucro dei suoi comuni desideri. Non era un massacro da

volgare tradimentoquello; era una lezioneuna retribuzione una

dimostrazione di qualche attributo oscuro e spaventoso della

nostra naturail quale temo non sia così a fondo sotto la scorza

quanto ci fa comodo di credere.

Poi i bianchi si allontanarono non visti neanche da Tamb'Itame

sembrarono così svanire del tutto di sotto gli sguardi umani; e

anche lo schooner scomparve al modo della roba rubata. Si racconta

però di una scialuppa bianca raccolta un mese dopo nell'Oceano

Indiano da un vapore mercantile. C'erano dentro due scheletri

rinsecchitigiallicon gli occhi vitrei e con un fil di voce

sottomessi all'autorità di un terzo scheletro che dichiarò di

chiamarsi Brown. Il suo schoonerdissediretto al sud con un

carico di zucchero giavaneseaveva fatto una brutta avaria e gli

era affondato sotto i piedi. Lui e i suoi compagni erano i

superstiti di una ciurma di sei. Gli altri due morirono a bordo

del vapore che li aveva salvati. Non ha importanza. Brown visse

per farsi vedere da mee posso testimoniare che restò fedele a se

stesso fino all'ultimo.

Sembratuttaviachenell'andarseneavessero trascurato di

sganciare la canoa di Cornelius. LuiCorneliusBrown lo aveva

lasciato libero all'iniziò della sparatoriacon un calcio

d'estrema benedizione. Tamb'Itamsorto su di tra i mortivide il

Nazareno correre su e giù per la riva tra i cadaveri e i fuochi in

estinzionecon grida sottili. A un tratto si precipitò verso il

fiumee con sforzi frenetici tentò di varare una barca Bugi.

'Dopofinché non mi ebbe scorto' riferì Tamb'Itam'rimase lì in

piedi a guardare la pesante canoa grattandosi la testa.' 'Che ne è

stato di lui?' domandai. Tamb'Itamguardandomi fissofece un

gesto espressivo col braccio destro. 'Due volte l'ho colpito

Tuan' fece. 'Quando mi vide avvicinare si gettò a terra

scalciandoe gridando forte. Due volte l'ho colpito. Strillò come

una gallina spaventata finché non sentì la punta; poi tacquee

rimase steso lìa guardarmi fissomentre la vita gli usciva

dagli occhi.'

Tamb'Itam non si attardò oltre. Capì l'importanza di arrivar primo

con le orrende notizie al forte. C'eranonaturalmentemolti

superstiti della pattuglia di Dain Waris; ma nel furore del panico

qualcuno aveva attraversato il fiume a nuotoaltri erano fuggiti

nella macchia. In realtà nessuno sapeva precisamente chi avesse

fatto il colpo - e se non fossero in via altri predoni bianchie

se non avessero già dilagato per tutto il paese. Immaginavano

senz'altro di essere vittime di un tradimento in grandevotati

alla distruzione totale. Si dice che alcuni piccoli gruppi non

giunsero a casa che tre giorni dopo. Comunquepochi tentarono di

tornare subito a Patusan. Una delle canoe che quella mattina erano

di ronda sul fiumesi trovò in vista del campo proprio al momento

dell'assalto. E' vero che da principio gli uomini si buttarono di

sottoe nuotarono fino alla riva oppostama poi tornarono nella

barca e ripresero la rottaincerticontro corrente. Su costoro.

Tamb'Itam aveva un'ora di vantaggio".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

CAPITOLO 45.

"Quando Tamb'Itampagaiando come un mattoarrivò in vista del

paesele donne stavano affollate sulle piattaforme davanti alle

caseaspettando il ritorno della flottiglia di Dain Waris. Il

borgo aveva un'aria festosa; qua e là si vedevano gruppi di

uominiancora armati di lance e fucilimuoversi o star fermi a

capannelli lungo la riva. I negozi cinesi avevano aperto di

buon'ora; ma il mercato era vuotoe una sentinellaancora al suo

posto all'angolo del fortericonobbe Tamb'Itam e diede la voce a

quelli di dentro. Il cancello era spalancato. Tamb'Itam saltò a

terra e si precipitò dentro. La prima persona che incontrò fu la

ragazza che usciva di casa.

Tamb'Itamsconvoltoaffannatocon le labbra tremanti e gli

occhi stralunatirimase un momento davanti a lei come paralizzato

da un improvviso sortilegio. Poi disse a precipizio: 'Hanno ucciso

Dain Waris e molti altri.' La ragazza si torse le manie le sue

prime parole furono: 'Chiudi i cancelli.' La maggior parte degli

uomini del forte erano tornati alle loro casema Tamb'Itam

trasmise l'ordine immediato ai pochi rimasti per il turno di

guardia. La ragazza rimase immobile in mezzo al cortilementre

gli altri correvano qua e là 'Doramin' esclamò disperatamentre

Tamb'Itam le passava vicino. Quando ripassòrispose in fretta al

pensiero inespresso di lei. 'Sì. Ma noi abbiamo tutta la polvere

di Patusan.' Lo afferrò per un braccio eindicando la casa: 'Va'

a chiamare lui' mormoròtutta in tremito.

Tamb'Itam corse su per i gradini. Il suo padrone dormiva. 'Sono

ioTamb'Itam' gridò alla porta: 'con notizie che non possono

aspettare.' Vide Jim rivoltarsi sul cuscino e aprire gli occhie

aggiunse subito: 'QuestoTuanè giorno di sventuragiorno

maledetto.' Il suo padrone si sollevò su un gomito per ascoltarlo

- proprio come aveva fatto Dain Waris. E allora Tamb'Itam cominciò

il suo raccontocercando di riferire i fatti per ordine

chiamando Dain Waris 'Panglima;' e stava dicendo:

'Allora il Panglima gridò al suo capo-voga: - Da' a Tamb'Itam

qualcosa da mangiare -'quando il suo padrone mise i piedi a

terra e lo guardò con un viso così sconvolto che gli chiuse le

parole in gola.

'Parla' fece Jim. 'E' morto?' 'Possa tu vivere a lungo' esclamò

Tamb'Itam. 'E' stato il più infame dei tradimenti. Corse fuori ai

primi colpie cadde...' Il suo padrone si avvicinò alla finestra

e con un pugno aprì le imposte. La stanza si illumino; e allora

con voce sicurama parlando rapidamentecominciò a dargli gli

ordini: radunare una flotta di barche per un immediato

inseguimento; andare da questo e da quello... mandare messaggeri;

e mentre parlava sedette sul lettochinandosi ad allacciarsi le

scarpe in fretta. A un tratto alzò gli occhi: 'Sei ancora lì?'

domandòacceso in volto. 'Non perdere tempo.' Tamb'Itam non si

mosse. 'PerdonamiTuanma... ma' cominciò a balbettare. 'Che

cosa?' gridò il suo padrone alzando la voceterribile

nell'aspettoe inclinato in avantistringendo con tutte e due le

mani l'orlo dei letto. 'Non è prudente per il tuo servo uscire in

mezzo al popolo' disse Tamb'Itam dopo un attimo di esitazione.

Allora Jim capì. Si era ritirato da un mondoper un incidente da

nulla: un salto istintivo; e ora quest'altro mondoche si era

costruito con le sue manigli era crollato addosso. Non era

prudente per il suo servo uscire in mezzo al suo popolo! Credo che

da quel preciso momento abbia deciso di sfidare il disastro

nell'unico modo in cui gli parve che un simile disastro si potesse

sfidare; questo soltanto sochesenza dir parolauscì dalla sua

stanza e sedette davanti alla lunga tavolain capo alla quale era

abituato a dirigere gli affari di questo suo mondoproclamando

quotidianamente la verità che gli viveva sicura in cuore. Ma era

romantico - romantico - e tuttavia leale. Le potenze oscure non

gli avrebbero rubata due volte la pace. Sedeva come una statua di

pietra. Tamb'Itamdeferenteaccennò ai preparativi di difesa. La

sua amata entrò a parlarglima Jim fece un cenno con la manoed

ella rimase atterrita a quel muto disperato invito al silenzio. La

ragazza uscì sulla veranda e sedette sulla sogliacome a

difenderlo con la sua persona dai pericoli esterni.

Quali pensieri gli passarono per il capo quali memorie? Chissà?

Tutto era finitoe lui che già una volta aveva mancato fede al

suo compito aveva perduto un'altra volta la fiducia degli uomini.

Fu alloracredoche tentò di scrivere - a qualcuno - e poi vi

rinunziò. La solitudine gli si stringeva addosso. Solo per questo

la gente gli aveva affidato la propria vita - e intanto nessuno

maicome aveva detto luimai sarebbe stato in grado di capirlo.

Quelli di fuori non gli udirono pronunciare parola. Più tardi

verso seracomparve sulla soglia a chiamare Tamb'Itam. 'Ebbene?'

domandò. 'C'è molto pianto. Anche molta collera' rispose

Tamb'Itam. Jim lo guardò. 'Tu sai' mormorò. 'SìTuan' disse

l'altro. 'Il tuo servo sae i cancelli sono chiusi.

Combatteremo.' 'Combattere? A che scopo?' domandò Jim. 'Per la

vita.' 'Io non ho vita' rispose. Tamb'Itam udì un grido della

ragazza che era sull'uscio. 'Chi sa?' disse Tamb'Itam. 'Con

audacia e accortezza potremmo forse fuggire. C'è anche molta Paura

nei cuori degli uomini.' Uscìpensando vagamente alle barche e al

mare apertoe lasciò Jim solo con la ragazza.

Non mi basta l'animo di riferire qui le brevi notazioni di

Gioiello sulla sua lotta di più d'un'ora per il possesso della

propria felicità. Se a lui restasse qualche speranza - se e cosa

aspettasseo immaginasse - è impossibile dire. Fu irremovibilee

nell'isolamento sempre più cupo della sua ostinazioneil suo

spirito sembrò sollevarsi al disopra delle rovine della sua

esistenza. Gli gridò nelle orecchie: 'Combatti!' Lei non capiva. A

che scopo combattere? Egli avrebbe dimostrato altrimenti la sua

forzavincendo la fatalità stessa del suo destino. Uscì in

cortile; la ragazza lo seguì barcollandocon i capelli sciolti

il viso sconvoltoansimantee si appoggiò allo stipite. 'Aprite

i cancelli' ordinò Jim. Poirivolto a quei suoi uomini che

stavano nel fortediede loro il permesso di tornare a casa. 'Per

quanto tempoTuan?' domandò timidamente uno di essi. 'Tutta la

vita' rispose con voce cupa.

Sul borgo era disceso il silenzio. Dopo un primo scoppio di gemiti

e lamentazioni che avevano spazzato il fiume come una raffica di

vento venuta dall'aperta dimora del doloresul borgo era disceso

il silenzio. Ma le dicerie si spandevano in labili mormorazionie

riempivano i cuori di atroci dubbi e di costernazione. I predoni

stavano per tornaree con loro ne avrebbero portati chi sa quanti

altri in una grande navee non ci sarebbe più stato scampo per

nessuno in paese. Un senso di totale sbigottimentocome durante

un terremotoempiva l'animo degli uomini che si mormoravano i

loro sospettiguardandosi l'un l'altro negli occhi come in

presenza di un pauroso presagio.

Il sole calava verso le foreste quando portarono il corpo di Dain

Waris nel campong di Doramin. Lo portarono quattro uominicoperto

pietosamente da un lenzuolo che la vecchia madre aveva mandato al

cancello incontro al figlio che le tornava. Lo posarono ai piedi

di Doramine il vecchio sedette a lungo immobilecon le mani

sulle ginocchiaguardando in terra. Le fronde delle palme

ondeggiavano dolcemente e sul suo capo palpitava il fogliame degli

alberi da frutto. Tutti gli uomini del suo popolo erano lìarmati

di tutto puntoquando il vecchio nakhoda alla fine alzò gli

occhi. Li volse lentamente sulla follaquasi cercando un viso che

mancava. Il mormorìo della moltitudine si mescolava al fruscìo

lieve delle foglie.

Era lì anche il Malese che portò poi Tamb'Itam e la ragazza a

Samarang. 'Non in rivolta come tanti altri' mi disse'ma colpito

da sgomento e stupore di fronte al destino subitaneo che pende sul

capo degli uomini come una nuvola carica di tuoni.' Mi disse che

quandoa un cenno di Doraminscopersero il corpo disteso di Dain

Wariscolui che usavano chiamare l'amico del Signore bianco

apparve immutatocon le palpebre socchiusecome sul punto di

svegliarsi. Doramin si inclinò un poco più in avantiquasi

cercasse qualche cosa caduta per terra. Percorse con gli occhi

tutto il corpo dai piedi alla testaforse per vedere dov'era

ferito. Il foro era nella frontee piccolo; nel più profondo

silenzio uno degli astantichinandosi sul cadaveresfilò

l'anello d'argento dalla mano freddarigidae in silenzio lo

mostrò a Doramin. Allora corse per la folla un mormorìo d'orrore e

di sgomento alla vista di quel pegno ben noto. Il vecchio nakhoda

lo fissò a occhi sbarratie ad un tratto lanciò un gran grido

selvaggiodal profondo del petto; un ruggito di dolore e di

rabbiapotente come il muglio di un toro feritoche mise un gran

timore nel cuore degli uomini per la smisurata forza della sua

collera e della sua penachiarissime cosìsenza parola. Seguì un

gran silenzio per qualche attimomentre quattro uomini

sollevavano il corpo espostandosi da un lato lo deponevano sotto

un albero. Immediatamentecon un solo lungo urlole donne della

casa cominciarono a far lamento tutte insiemepiangendo con acute

strida. Il sole volgeva al tramonto; nelle pause delle grida delle

lamentatrici si sentivanostaccatele voci alte a cantilena di

due vecchi che intonavano il Corano.

Press'a poco nello stesso momentoJimappoggiato a un affusto di

cannoneguardava il fiumevolgendo le spalle alla casa; e la

ragazzaansimante nel rettangolo della portacome se fosse

venuta di corsa a fermarsi lìlo guardava di là dal cortile.

Tamb'Itam in piedinon lontano dal suo padronestava in paziente

attesa degli avvenimenti. Ad un tratto Jimche sembrava immerso

in calmi pensierisi voltò verso di lui dicendo: 'E' ora di

finirla.'

'Tuan?' disse Tamb'Itam con premura. Non capiva le intenzioni del

suo padronema al primo movimento di Jimanche la ragazza si era

mossauscendo all'aperto. Pare che nessun altro della casa fosse

in vista. Barcollava un pocoe circa a metà cammino chiamò Jim

che sembrava aver ripreso a contemplare tranquillamente il fiume.

Egli si voltòappoggiando la schiena al cannone. 'Combatterai?'

gli gridò. 'Non c'è ragione di combattere' le rispose; 'niente è

perduto.' Così dicendo fece un passo verso di lei. 'Fuggirai?'

gridò ancora la ragazza. 'Non c'è via di scampo' ribatté

fermandosi lì su due piedi; e anche lei si fermòin silenzio

fissandolo con occhi di fuoco. 'E andrai là?' disse lentamente.

Jim chinò la testa. 'Ah!' esclamò la fanciullafissandolo come a

scrutarlo. 'O sei pazzoo mancatore di parola. Ti ricordi la

notte che ti pregai di andartenee tu dicesti che non potevi? Che

era impossibile! Impossibile! Ti ricordi che dicesti che non mi

avresti mai lasciata? Perché? Io non ti domandavo nessuna

promessa. Me l'hai fatta tu spontaneamente - ricordatene.' 'Basta

poveretta' rispose. 'Che varrei ormaise restassi?'

Tamb'Itam disse che mentre parlavano la ragazza scoppiò a ridere

forte e senza sensocome una visitata da Diosicché il suo

padrone dovette chiudersi la testa tra le mani. Era vestito di

tutto punto come semprema senza cappello. A un tratto Gioiello

smise di ridere. 'Per l'ultima volta' gridò minacciosa'ti vuoi

difendere o no?' 'Niente può toccarmi' ribatté Jim con un ultimo

lampo di superbo egoismo. Tamb'Itam la vide curvarsi in avanti

aprire le braccia e correre veloce verso Jimabbattersi sul suo

petto e abbracciarlo al collo.

'Ah! ma io ti terrò così' gridò... 'Tu sei mio!'

Era scossa da singhiozzi violenti. Il cielo sopra Patusan era

sanguignoimmensocolava sangue come una vena aperta. Un sole

enormescarlattosi annidava tra le cime degli alberiesotto

la foresta aveva un volto nero e sinistro.

Tamb'Itam mi disse che quella sera l'aspetto del cielo era

crucciato e minaccioso. Posso ben crederloperché so che proprio

quel giorno un ciclone era passato entro il raggio di sessanta

miglia dalla costasebbene lì non spirasse che una languida

brezza.

A un tratto Tamb'Itam vide Jim afferrarle le braccianel

tentativo di staccarsi le mani di lei dal collo. Essa stava appesa

con la testa rovesciata all'indietro; i capelli toccavano terra.

'Vieni quitu!' gli gridò il padronee Tamb'Itam lo aiutò a

metterla giù. Fu difficile scioglierle le dita. Jimcurvo su lei

a terrala fissò a lungo nel visopoidi colposi slanciò

verso l'imbarcadero. Tamb'Itam lo seguìmavolgendo il capo

vide che la ragazza si era rimessa in piedi a fatica. Li rincorse

per qualche passoe ricadde pesantemente sulle ginocchia. 'Tuan!

Tuan!' chiamò Tamb'Itam; 'voltati e guarda!' Ma Jim stava già

nella canoain piedicon la pagaia in mano. Non si voltò.

Tamb'Itam ebbe appena il tempo di arrampicarsi a bordoche la

canoa prese il largo. La ragazza era sempre in ginocchio

torcendosi le manial cancello d'imbarco. Rimase così per un po'

in atto di implorazione prima di balzar su e a gridargli dietro:

'Traditore!' 'Perdonami!' rispose Jim. 'Mai! Mai!' ribatté.

Tamb'Itam tolse la pagaia di mano a Jim perché era indecoroso che

lui stesse a sedere mentre il suo signore remava. Quando toccarono

la riva oppostail suo padrone gli proibì di proseguire; ma

Tamb'Itam lo seguì a distanzasalendo l'erta fino al campong di

Doramin.

Cominciava a imbrunire. Torcie occhieggiavano qua e là. Quelli che

incontravano sembravano atterriti e si facevano subito da parte al

passaggio di Jim. Dall'alto scendeva il lamento delle donne. Il

cortile era pieno di Bugi armati con i loro seguacidi gente di

Patusan.

Non so precisamente che scopo avesse questa adunata. Erano

preparativi di guerrao di vendettao di difesa da una minaccia

d'invasione? Trascorsero molti giorni prima che la gente cessasse

di star in vedettatrepidanteper il ritorno degli uomini

bianchi dalle lunghe barbe e dagli abiti a brandellidi cui non

erano mai arrivati a capire gli esatti rapporti col loro uomo

bianco. Anche per quei semplici cervelli Jim rimane nell'ombra di

una nuvola.

Doramin soloimmenso e desolatosedeva nella sua poltronacon

le sue due pistole a pietra focaia sulle ginocchiadi fronte alla

folla armata. Quando comparve Jimsi levò qualche esclamazione

le teste si voltarono tutte insiemepoi la massa si aprì a destra

e a sinistrae lui avanzò lungo un sentiero di sguardi volti

altrove. Era seguito da sommessi mormorii; da sussurri: 'Tutto il

male ci viene da lui;' 'Possiede un sortilegio... '. Egliforse

li sentì.

Quando entrò nella zona di luce delle torcieil lamento delle

donne cessò tutt'a un tratto. Doramin non alzò il capoe Jim gli

stette fermo davanti per un po'in silenzio. Poi si guardò a

sinistra e si avviò in quella direzione a passi lenti. La madre di

Dain Waris stava accoccolata vicino alla testa del cadaverecon

la faccia coperta dai suoi capelli grigi in disordine. Jim si

avvicinò piano piano esollevato il lenzuologuardò il suo amico

morto; poi riabbassò il lenzuolo senza una parola. Lentamente

tornò indietro.

'E' venuto! E' venuto!' passava di bocca in boccaformando un

mormorìo che accompagnava i suoi passi. 'Ha preso tutto questo sul

suo capo' disse forte una voce. Jim sentì e si voltò verso la

folla. 'Sì. Sul mio capo.' Qualcuno si tirò indietro. Jim attese

un poco davanti a Doramine poi disse con dolcezza: 'Sono venuto

in tristezza.' Aspettò ancora. 'Sono venutopreparato e

senz'armi' ripeté.

Il pesante vecchioabbassando la fronte enorme come un bove sotto

al giogofece uno sforzo per alzarsiimpugnando le pistole che

teneva sulle ginocchia. Gli uscì dalla gola come un gorgoglio

soffocatodisumanoe i suoi due servi lo aiutarono sostenendolo

alle spalle. La gente osservò che l'anelloche si era lasciato

cadere sulle ginocchiaera rotolato fino ai piedi dell'uomo

biancoe che il povero Jim aveva abbassato un momento gli occhi

su quel talismano che gli aveva aperto la porta alla fama

all'amoreal successo entro muri di foreste orlati di schiuma

biancae la costa chea calasolesembra il baluardo stesso

della notte. Doraminrizzandosi faticosamente in piediformava

con i suoi due sostegni un gruppo instabile e barcollante; i suoi

piccoli occhi guardavano fissi con un'espressione di dolore pazzo

di rabbiae una luce selvaggia che non sfuggì agli astanti; poi

mentre Jim in piedi - rigido e a capo scoperto nella luce delle

torcielo fissava dritto in viso - si appoggiò pesantemente col

braccio sinistro al collo di uno dei giovanottiche piegò sotto

il pesoealzando deliberatamente la destrasparò a bruciapelo

contro il petto dell'amico di suo figlio.

La follache si era subito aperta alle spalle di Jim quando

Doramin alzò la mano armatasi precipitò in avanti tutta insieme

dopo il colpo. Si dice che l'uomo bianco lanciò a destra e a

sinistra su tutti quei volti uno sguardo fermo e superbo. Poiuna

mano sulle labbracadde in avantimorto.

Ed è finito. Egli se ne va nell'ombra di una nuvolacol suo cuore

imperscrutabile; dimenticatonon perdonato ed estremamente

romantico. Nemmeno le folli visioni dei più bei giorni della sua

infanzia avrebbero potuto creargli più attraente visione di uno

straordinario successo! Perché può ben darsi chenel breve attimo

del suo ultimo sguardo fermo e superboabbia veduto il volto di

quell'Occasione che gli si era messa al fianco tutta velata come

una sposa orientale.

Ma noi possiamo vederlooscuro conquistatore di rinomanza

strapparsi dalle braccia di un'innamorata gelosaal cennoalla

chiamata del suo esaltato egoismo. Egli se ne va lontano da una

donna viva per celebrare spietate nozze con una vaga idealità di

condotta. E' forse proprio del tutto soddisfatto adesso? Dovremmo

saperlo. E' uno di noi - non mi sono io fatto garanteuna volta

come uno spettro evocatodella sua eterna costanza? Edopo

tuttomi ero proprio sbagliato? Ora che lui non c'è piùcerti

giorni la realtà della sua esistenza mi viene incontro con una

forza immensasoverchiante; eppuresul mio onorevi sono anche

momenti in cui mi appare agli occhi della mente come uno spirito

disincarnato sperduto tra le passioni di questa terra - pronto a

rendersi puntualmente alla chiamata del suo mondo di ombre.

Chi sa? Se n'è andatocol suo imperscrutabile cuore e la povera

ragazza trascina una specie di vita inertesordanella casa di

Stein. Stein è invecchiato molto negli ultimi tempi. Lo sente da

sée dice spesso che si sta 'preparando a lasciare tutto questo;

si sta preparando a lasciare...' e triste accenna con la mano alle

sue farfalle".

Settembre 1899-luglio 1900.

 

 

FINE.