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TE A VENEZIAThomas MannGustav Aschenbacho von Aschenbachil nome assunto dal cinquantesimo compleannoin un pomeriggio di primavera del 19...anno che rivolse a lungo un volto minaccioso al nostro continenteaveva intrapreso da solodalla sua abitazione nella Prinzregentstrassea Monacouna lunga passeggiata. Sovreccitato dal lavoro difficile e critico della mattinache proprio allora stava esigendo massima prudenzaaccorgimentoenergia e precisione della volontàlo scrittore non era riuscitoneppure dopo il pranzoa reprimere l'impulso del congegno creativo dell'intrinsecoquel« motus animicontinuus » in cuisecondo Ciceroneconsiste la natura dell'eloquenzanon avendo potuto conciliare quel sonnellino ristoratore cheuna volta il giornogli era tanto indispensabiledato il logorio crescente delle sue forze. Subito dopo il tèperciòse n'era uscito all'aperto nella speranza che aria e moto lo avrebbero riassestatoprocurandogli una serata fruttuosa. Era il principio di maggio edopo settimane di freddo e umidostava seguendo un'estate fittizia. Il Giardino Inglese benché appena teneramente fogliatoera umido in agosto evicino alla cittàgremito di carrozze e di gente a passeggio. Alla serradove era arrivato per viottoli sempre più solitariAschenbach aveva lasciato un po' indugiare lo sguardo nel giardino dell'osteriaanimato di popolaniattorno al quale sostavano fiaccheri e carrozze signorilie di làmentre il sole stava tramontandos'era avviato fuori del parcoper l'aperta campagnaverso casae dato che si sentiva stanco e da Föhring minacciava un temporalesi fermò ad aspettarepresso il cimitero nordil tram che lo avrebbe direttamente ricondotto in città. Per caso alla fermata e nelle vicinanze non c'era anima viva. Nessuna vettura in vistané sul selciato della Ungererstrassele cui rotaie tranviarie correvano luccicanti e solitarie verso Schwabingné sul viale di Föhring; dietro i recinti degli scalpellinidove crocilapidi e monumenti in venditaformavano un altro campo sepolcrale disabitatonon c'era segno di vitae la costruzione bizantina di fronte alla cappella stava silenziosamente immersa nel riflesso del giorno morente. Sulla facciata adorna di croci greche e fregi ieratici in colori chiaripresentava iscrizioni sceltea lettere d'orodisposte simmetricamenterelative alla vita nell'altro mondocome per esempio:« Vanno nel regno delcielo »oppure:« Che l'illumini la luceeterna »; e nell'attesaAschenbach aveva trovato una seria distrazione nel leggere per alcuni minuti quelle formulelasciando che il suo spirito si perdesse nella mistica che ne trasparivaquandodestatosi dalle sue fantasticherienotò nel porticosopra due figure di animali apocalittici a guardia della scaleaun uomo il cui aspettonon proprio normaleindirizzò i suoi pensieri in tutt'altro verso. Se l'uomo fosse uscito dall'interno della cappellaattraverso la porta bronzeao se fosse salito lassùinosservatodall'esternoera incerto. Aschenbachsenza aver troppo approfondito la questionepropendeva per la prima ipotesi. Di statura mediamagrosenza barba e vistosamente camusol'uomo era di tipo fulvo e ne aveva la pelle lattea e lentigginosa. Si vedeva bene che non era di sangue baiuvaro: del resto il cappello di rafiadalle tese larghe e diritteche gli copriva la testaconferiva al suo aspetto l'impronta dello straniero venuto da lontano. Però portavasecondo l'uso localelo zaino affibbiato alle spalleun vestito giallastro a cinturaforse di lodenun impermeabile sull'avambraccio sinistroappoggiato sul fiancoe nella destra un bastone con gorbia di ferro puntato obliquo a terrasulla cui mazzatenendo i piedi incrociatiaddossava l'anca. A capo erettodal collo scarno che spuntava dalla camicia sportiva apertasporgeva grosso e nudo il pomo d'Adamoguardava scrutando attento lontanocon occhi spentidalle ciglia fulvetra i quali si delineavano due rughe verticali e profondeattagliantesi in modo più che strano al suo corto naso tumido. Così il suo portamentoforse era il luogo elevato ed elevante a dare una tale impressioneaveva qualcosa di dominante alteroarditoaddirittura selvaggio; infattifosse il sole calante a suggerirgli una smorfiao si trattasse di una perenne deformazione dei lineamentile sue labbra sembravano troppo cortes'erano talmente ritirate dai dentiche questiscoperti fino alle gengivesbucavano fuori bianchi e lunghi. Può darsi che Aschenbachnell'ispezionare mezzo distratto e mezzo inquisitore lo stranieroavesse mancato di rispettoperché di colpo s'avvide che quello stava ricambiando il suo sguardo e per di più in modo tanto bellicosocon tanta fissità degli occhicon tale risolutezza a spingere la cosa all'estremo per costringere lo sguardo dell'altro a battere in ritiratache Aschenbachseccatosi voltòmettendosi a camminare lungo i recintipressappoco deciso a non curarsi più dell'uomo. Masia che avesse agito sulla sua immaginazione la peregrinità nella figura dello stranierosia che fosse in gioco un qualche altro influsso fisico o psichiconotòcon sorpresanel suo spirito una curiosa distensione: una specie di inquietudine erranteun assetato desiderio giovanile di paesi lontaniun sentimento tanto vivotanto nuovo o pure da tanto tempo inusitato o dimenticatoche si fermò avvintole mani incrociate sulla schiena e lo sguardo a terraper esaminare natura e scopo di quella sensazione. Era smania di viaggiarenon altro; ma in realtà presentatasi come attacco crescentepassionaleaddirittura allucinante. La brama diventò visionariala fantasianon ancora tranquillizzatasi dalle ore di lavoro del mattinodi tutte le meraviglie e gli orrori della svariata terra che di colpo s'era sforzata d'immaginarsise ne creò un prototipo: videvide un paesaggiouna paludosa regione tropicale sotto un cielo di caligineumidalussureggiante e mostruosauna specie di foresta vergine della preistoriadi isolebracci d'acqua formati di pozzanghere e fangovide ergersi vicino e lontanotra rigogliosi grovigli di felcida fondi di piante grasserigonfie e dalla fioritura fantasticapelosi fusti di palmevide alberi stranamente deformi sprofondare le radici dall'aria nella terra e in acque stagnanti dai riflessiverde- ombrosidove tra fiori galleggiantibiancolatte e grandi come scodellesul basso fondoerano posati uccelli stranialti di ali e dal becco deformeche immobili guardavano a latovide scintillare tra i nodosi bambù d'un cannetogli occhi d'una tigreaccovacciatae si sentì battere il cuore per la paura e per il misterioso struggimento. Poi la visione svanì; e crollando il capoAschenbach riprese la passeggiata lungo i recinti degli scalpellini. Perlomeno da quando aveva avuto le disponibilità per godersi a piacere i vantaggi del traffico internazionaleconsiderava il viaggiare nient'altro che una misura igienica da prendersi di tanto in tanto contro volontà e propositi. Troppo affaccendato dai problemi posti dal suo io e dall'anima europeatroppo soggetto al dovere della creazionetroppo avverso allo svago per poter amare il variopinto mondo esteriores'era sempre contentatosenza allontanarsi dal proprio ambitodell'idea che ognuno può formarsi della superficie terrestre e non aveva mai neppur provato la tentazione di lasciare l'Europa. In particolare da quando la sua vita andava pian piano accostandosi alla fineda quando temeva di non spuntarla come artistae l'apprensione che la sua ora potesse sonare prima che lui avesse compiuto tutto quanto stava in lui e dato tutto se stessonon gli appariva più ricusabile come puro capriccioaveva limitato la sua vita esteriore quasi esclusivamente alla bella città in cui aveva preso residenzae alla villetta che s'era fatta costruire in montagnaper trascorrervi estati piovose. Ma pure quanto gli stava andando incontrotanto tardi e improvvisofu ben presto contenuto e rassettato dalla ragione e dall'autodisciplina cui era stato educato da giovane. S'era proposto di mandare avanti fino a un certo puntoprima di trasferirsi in campagnal'opera scopo e della sua vitae il pensiero d'una scorribanda per il mondoche l'avrebbe rapito per mesi dal lavoronon lo poteva prendere seriamente in considerazionesembrandogli troppo licenzioso e sfavorevole ai suoi progetti. Eppure sapeva benissimo per quale motivo aveva sentito una tentazione tanto imprevista. Impulso alla fuga eradovette ammetterloquella nostalgia per lontananza e novitàquella smania di riscattosollievoobliol'impulso a piantare il lavoroad abbandonare il luogo consueto d'una soggezione caparbiafredda e intensa. Soggezione che in realtà amavacome quasi anche amava la lotta snervanteogni giorno daccapotra la spesso cimentata volontà tenace e orgogliosa e la stanchezza crescente di cui nessuno doveva sapere e che l'opera in nessun modocon nessun segno di fallimento e di stanchezza doveva tradire. Ma gli parve giudizioso non esagerare nel tendere l'arco e di non soffocare ostinato il manifestarsi tanto vivace di un'esigenza. Pensò al suo lavoropensò al passo in cui quel giornocome anche il giorno precedentel'aveva dovuto interromperee che sembrava non volersi subordinare né a una cura paziente né a un rapido attacco. Tornava a vagliarlotentava di vincere le inibizioni o di liberarseneabbandonando poi l'impresa con un brivido di raccapriccio. Non c'era nessuna difficoltà straordinariama quanto lo tarpava erano gli scrupoli della svogliatezza che si presentava in forma di un'incontentabilità da non potersi soddisfare con nulla. Certo che l'incontentabilità l'aveva già consideratada giovanecome essenza e natura intima dell'ingegnoe per amor suo aveva imbrigliato e raffreddato il sentimentoperché lo sapeva disposto a contentarsi d'un giulivo all'incirca e d'una semiperfezione. E ora il sentimento assoggettato si vendicavaabbandonandolo e rifiutando per l'avvenire sostegno e ali all'arte sua e portandosi via tutto il gusto e tutto il trasporto per forma ed espressione? Non che producesse cose scadenti: questo eraperlomenoil vantaggio della sua etàdi sentirsi cioè in ogni istante tranquillamente sicuro della propria maestria. Ma lui stessobenché la nazione l'onorassenon era contento del suo lavorogli sembrava che mancasse di quelle note di umore brillante focosole qualiprodotte dalla gioiacreano più di qualsiasi altro contenuto profondola gioia del mondo gaudente. Temeva l'estate in campagna: solonella villettacon la donna di servizio che gli preparava i pasti e con il cameriere che glieli serviva; temeva il cospetto familiare delle cime e delle pareti dei montiche avrebbero di nuovo contornato la sua pigrizia scontenta. E allora occorreva una parentesiun po' di vita improvvisata e di scioperatezzad'aria di paesi lontani e un porto di sangue fresco perché l'estate diventasse sopportabile e propizia. Viaggiare quindiera d'accordo. Non troppo lontanonon proprio fino alle tigri. Una notte in vagone letto e un riposino di tre o quattro settimane in un qualsiasi comunissimo luogo di villeggiatura del meraviglioso sud... Così stava pensandomentre il rumore del tramproveniente dalla Ungererstrasseandava avvicinandosie nel salire decise di dedicare la serata allo studio delle carte geografiche e dell'orario. Sulla piattaforma gli venne in mente di cercare l'uomo dal cappello di rafiail compagno di quella sosta senza dubbio ricca di conseguenze. Ma non riuscì a vedere dove fosse andato a finiredato che non era rintracciabile né in quel posto precedentené vicino alla fermata e neppure sul tram. L'autore della chiara epopea in prosa sulla vita di Federico di Prussia; il paziente artista che aveva intrecciato con moltissima cura la trama del romanzo Majadenso di figure e con destini umani d'ogni sorta raccolti all'ombra di un'idea; il creatore di quel vigoroso racconto dal titolo Uno sciaguratoche additò a tutta la gioventù riconoscente la possibilità di risolutezza morale oltre la coscienza più profonda; infine( per tratteggiare in breve le opere della sua maturità) l'autore dell'appassionato saggio su Intelletto e artela cui forza coordinante ed eloquenza antitetica aveva indotto critici severi a porlo immediatamente accanto al discorso di Schiller su poesia ingenua e sentimentale; Gustav Aschenbach era nato a L.capoluogo di circondario della Slesiafiglio d'un alto funzionario della magistratura. I suoi antenati erano stati ufficialigiudicifunzionari d'amministrazioneuomini che avevano trascorso vite rigideonestamente parcheal servizio del re e dello Stato. Una più profonda spiritualità s'era incarnata tra loro nella persona d'un predicatore; un sangue più impulsivo e più sensuale era stato trasmesso alla famiglianella generazione precedentedalla madre dello scrittorefiglia d'un maestro di cappella boemo. Da lei discendevanonel suo aspettoquei tratti di razza straniera. L'unione tra scrupolosità rispettosamente sobria e impulsi più oscuri e più focosi aveva generato un artistae proprio quello straordinario artista. Avendo tutta la sua natura mirato alla famaper il pubblico si mostrò prestoanche se non davvero con precocitàmaturo e ingegnosograzie alla risolutezza e alla concettosità personale dell'inflessione. Quasi ancora liceales'era già fatto un nome. Dieci anni più tardi aveva imparatodalla scrivaniaa rappresentare e amministrare la sua famaa dimostrarsi benevolo e significativo in una lettera che doveva essere breve( perché molti sono gli obblighi che incombono sulle persone di successo e stimate). A quarant'annispossato da strapazzi e peripezie dell'effettivo lavorogiornalmente aveva da sbrigare corrispondenza con i francobolli di tutti i paesi del mondo. Lontano tanto dal comune quanto dall'eccentricoil suo ingegno era fatto per accattivarsi la fiducia delle masse e nel medesimo tempo l'interesse ammirato ed esigente dei cavillosi. Quindi fin da giovane impegnato a fondo dal lavoroe cioè da quello straordinarionon aveva conosciuto né l'ozio né la spensierata sbadataggine della gioventù. Allorchésui trentacinque annis'ammalò a Viennaun acuto osservatore disse di lui in società:« Guardino: Aschenbach ha vissuto da semprecosì »chiudendo le dita della sinistra a pugno.« Maicosì »e lasciò comodamente ciondolare la mano aperta sul bracciolo della poltrona. Era verissimo: el'eroico- morale stava nel fatto che la sua natura di costituzione di nulla meno che robustaera solo attratta verso continue tensionisenza in realtà esservi nata. Un provvedimento medico aveva escluso il ragazzo dalla frequenza della scuolainsistendo perché studiasse a casa. Era cresciuto appartatosenza compagnie aveva dovuto riconoscere ben presto d'appartenere ad una stirpe in cui non l'ingegno era una raritàbensì la base fisica cui l'ingegno occorreva per integrarsi; una stirpe solita a dar presto il meglio di se stessain cui il sapere di rado giunge a una tarda età. Ma la sua parola preferita era«resistere »; non vedeva nel suo romanzo su Federico nient'altro che l'apoteosi di questo precetto da lui considerato il compendio d'una virtùsofferente- attiva. S'augurava anche con ardore di poter invecchiareperché da sempre aveva ritenuto che davvero grandecompletapersino davvero onorabile si potesse chiamare solo la vocazione artisticacui toccava d'essere tipicamente feconda in tutte le età della vita. Quindidato chesostenendo su spalle deboli i compiti con cui il suo ingegno l'oneravavoleva far stradagli occorreva una disciplina durae per fortuna la disciplina gli era innata per retaggio paterno. A quarantaa cinquant'anniin un'età in cui altri già sperperanofantasticanodifferendo tranquilli l'esecuzione di grandi progetticominciava la sua giornata prestissimocon getti d'acqua fredda sul petto e sulle spallee offriva poi all'artecon due lunghe torce di cera in candelabri d'argento poste in capo al manoscrittole energie accumulate nel sonnodue o tre ore intense e coscienziose. Era comprensibileanzi si poteva quasi considerare la vittoria del suo spiritoche gli inesperti considerassero il mondo di Maja o le masse epiche tra cui si spiegava l'eroica vita di Federicoil prodotto di una forza compatta e d'un lungo respiromentre al contrario erano assurti a grandezza in minuto lavoro quotidianoda cento e cento singole ispirazionirisultate eccellenti nel complesso e in ogni particolare solo perché il loro creatorecon perseveranza e tenacia simile a quelle dei conquistatori della sua provincia d'origineaveva resistito per anni alla tensione della medesima operadedicando alla vera stesura esclusivamente le ore più forti e migliori. Perché un'opera notevole dell'ingegno riesca a produrre lì per lì un effetto ampio e profondodeve esistere una affinità segretao persino una concordanzatra il destino personale del suo autore e quello comune della generazione contemporanea. Gli uomini non lo sanno perché attribuiscono fama a un'opera d'arte. Ben lontani dalla competenzacredono di scoprirvi cento virtùper giustificare tanto interesse; ma la ragione vera del loro plauso è una cosa imponderabileè simpatia. Aschenbach lo aveva direttamente espresso una volta in un brano poco evidenteche quasi tutto ciò che esisteesiste come dispettoed è stato realizzato nonostante dispiaceri e tribolazioniindigenzasolitudinedebolezza fisicavizitrasporto e mille altri ostacoli. Ma era qualcosa di più che una esperienzaera proprio la formula della sua vita e della sua famala chiave delle sue azioni; e c'è da meravigliarsi allora che pure l'indole morale fosse l'atteggiamento esteriore dei suoi personaggi singolarissimi? Sul nuovo tipo d'eroe preferito da quello scrittore e ripetentesi in figure dall'individualità svariatagià da tempo un recensore ragionevole aveva scritto che« è la concezione d'una virilità intellettuale e giovanilela qualecon pudore superbostringe i denti conservando la calma mentre spade e dardi le trafiggono ilcorpo ». Bello era questogeniale ed esattononostante un'apparente impronta troppo passiva. In quanto fermezza nella sortegrazia nel dolorenon significa soltanto soffrire; è un'opera attivaun trionfo reale e il personaggio di San Sebastiano è il più bel simbolo se non dell'arte in generalecerto però di quella di cui si tratta. Se si fosse gettato uno sguardo nella descrizione di quel mondo si sarebbe notato: l'elegante padronanza di se stesso che cela fino all'ultimo istante agli occhi del mondo un rovinio interioreil decadimento biologico; quella bruttezza giallasensualmente pregiudizievolecapace d'attizzare a pura fiamma il suo ardore covantepersino di risolversi a spadroneggiare nel segno della bellezzala pallida impotenzache dalle ardenti profondità dello spirito attinge la forza di gettare un intero popolo tracotante ai piedi della croceai propri piedila simpatica fermezza al servaggio inutile e duro della forma; la vita menzognera e pericolosala brama e arte presto debilitante del mistificatore nato: considerando questo destino e chissà quanti ancora similisi dovrebbe dubitare se soprattutto ci sia un altro eroismo oltre quello della debolezza. Ma qual eroismoin ogni casosarebbe stato adatto ai tempi che correvano? Gustav Aschenbach era lo scrittore di tutti coloro che lavorano al margine della prostrazionedegli oberatigià sconfitti ma che si reggono ancoradi tutti quei moralisti dell'azione i qualimingherlini nel fisico e fragili di mezzicon spasimi volitivi e saggia curaraggiungonoalmeno per un po' di tempol'impressione della grandezza. Ce ne sono moltisono gli eroi del tempo. E tutti si riconoscevano nelle sue operevi si trovavano confermaticantatigli erano gratirendendo noto il suo nome. Era stato giovane e brutale verso il tempoe n'era stato mal consigliatoaveva pubblicamente incespicatofatto spropositis'era compromessoreso colpevole di mancanza di tatto con parole e fatti. Raggiungendo però la dignità verso cuiegli sostenevaogni grande ingegno ha innato un impulso e pungolo naturalesi può addirittura affermare che tutta la sua formazione era stata un'ascesa consapevole e caparbianegligente di tutti gli ostacoli del dubbio e dell'ironiaverso la dignità.Concretezza della strutturavivacenon impegnativa per l'intellettoè quanto forma il divago delle masse borghesimentre la gioventù passionalmente inflessibileviene incatenata solo da questioni problematiche: e Aschenbach era stato inflessibile e problematico come qualsiasi giovane. Era stato schiavo dello spiritoaveva sfruttato a fondo la conoscenzaaveva guastatomacinandolele sementisvelato segretisospettato dell'ingegnotradito l'arteanzimentre le sue opere divagavanoesaltavanoanimavano i creduli lettoriluiil giovane artistaaveva fatto trattenere il fiato ai ventenni con i suoi cinismi sulla discutibile natura dell'artedella stessa vocazione artistica. Ma sembra che contro nulla uno spirito nobile e capace si possa spuntare in modo più rapido e compiuto se non contro il fascino tagliente e amaro della conoscenza; è certo che la malinconica compiutezza scrupolosissima del giovane significa superficialitàa confronto con la risoluzione profonda dell'uomo divenuto maestro a negare il saperea rifiutarloa passarci sopra a capo eretto in quanto è fatto per atrofizzaresgomentareprofanare in minima parte la volontàl'azioneil sentimento e persino la passione. Come si potrebbe spiegare il famoso racconto Uno sciagurato altrimenti se non come accesso di nausea verso l'indecente psicologismo del tempoincarnato nel personaggio di quel mezzofurfante debole e sciocco che cerca di carpire il destinogettandoper impotenzaper depravazioneper velleità eticala propria donna nelle braccia d'un imberbe e dal profondo crede di poter commettere infamie? La violenza delle parole con cui la cosa abbietta veniva respintaannunziava l'alienamento da ogni dubbio moraleda ogni simpatia per l'abissoil recesso comodo dalla frase di compassione che dice: capire tutto è perdonare tuttoe ciò che là s'andava preparandoanzi stava già realizzandosiera quel« miracolo della rinataspregiudicatezza »su cuiun po' più avantiin uno dei dialoghi dell'autorecadeva il discorso chiaramente e non senza un accento misterioso. Che combinazioni strane! Era una conseguenza intellettuale di questa«rinascita »di questa nuova dignità rigorosa che si osservasse nel medesimo tempo un rinvigorirsi quasi misurato del suo senso esteticoquella nobile purezzasemplicità e simmetria della modellazione tale da conferire alle sue opereda quel momento in poiun'impronta così sensibileanzi manieratadi perfezione e di classicità? Peròrisoluzione morale oltre il sapereoltre la conoscenza sconcertante e inibitivanon significa daccapo una semplificazioneuno scempio morale del mondo e dell'animaquindi pure un rinvigorirsi alla malvagitàal proibitoal moralmente impossibile? E la forma non ha due facce? Non è al tempo stesso morale e immorale: morale quale risultato ed espressione della disciplinaimmorale invecee pure antimoralein quanto per natura racchiude in sé un'indifferenza eticain sostanza si sforza persino di assoggettare al suo scettro superbo e assoluto le cose morali? Comunque sial'evoluzione è destino! E come dovrebbe andare a finire quella che viene accompagnata dall'interessedalla fiducia globale di un ampio pubblicoaltrimenti da quella che si compie senza lo splendore e le relazioni della fama? Soltanto l'eterno stato zingaresco trova noiosoed è propenso a beffarese un gran genio vien su dal ceto libertino dei fantoccis'abitua a percepire piena d'espressione la dignità dello spirito e accetta le usanze regali d'una solitudinech'era sofferenza e lotta completamente sconsiderate e sempre solinghearrivando a potenza e onori tra gli uomini. Del resto quanto giocoostinazionegodimento c'è nell'autostruttura dell'ingegno! Con il tempo subentrò nelle opere di Gustav Aschenbach qualcosa diufficiale- educativoil suo stile poté fare a menonegli anni più avanzatidelle temerarietà direttedelle sfumature delicate e nuovesi mutònell'esemplare- solidoaffilato- convenzionaleconservatoformalepersino stereotipatoe come riporta la tradizione di Luigi XIVegli proscrisseavanzando in etàogni parola comune dal suo modo d'esprimersi. Allora accadde che le autorità preposte all'istruzione accettassero alcune pagine scelte delle sue operenei prescritti libri di lettura scolastici. Nell'intimo lo gradìlo scrittore del Federico non rifiutò il titolo nobiliare conferitogli per il suo cinquantesimo compleanno da un principe tedesco appena salito al trono. Dopo alcuni anni irrequietidopo soggiorni di prova qua e làben presto sceglieva Monaco come residenza fissavivendovi in quella condizione borghese onorevole che in singoli casi particolari tocca all'ingegno. Il matrimonio contrattoancora in giovane etàcon una ragazza di famiglia dottadopo un breve periodo felicefu infranto dalla morte. Gli era rimasta una figliagià sposata. Figli maschi non ne aveva avuti. Gustav von Aschenbach era di statura un po' sotto la mediabrunettosbarbato La testa sembrava un po' troppo grossa in confronto alla figura quasi gracile. I capelli pettinati indietropiù chiari alla scriminaturamolto folti e brizzolati alle tempieincorniciavano una fronte altagrinzosa quasi da parere piena di cicatrici. La molla degli occhiali d'orocon le lenti senza montaturaincideva alla radice il naso sporgente e aquilino. la bocca era grandeora carnosaora d'un tratto tesa e sottile; le guance magre e solcateil mento ben modellatoe con una piccola spaccatura. Sembrava che peripezie considerevoli fossero passate per quella testa perlopiù inclinata di fianco e sofferenteeppure era stata l'arte a conformare quei lineamentidi solito invece opera d'una vita dura e movimentata. Dietro quella fronte erano nate le battute fulminanti del dialogo sulla guerra tra Voltaire e il requegli occhiguardando stanchi e attraverso gli occhialiavevano visto l'inferno di sangue degli ospedali della guerra dei Sette Anni. Anche presa a sél'arte è persino un'elevazione della vita. Dà una felicità più profondae distrugge più in fretta. Scava sul volto del servo suo le tracce d'avventure chimeriche e incorporeeproducendo a lungo andareanche nel caso di tranquillità claustrale dell'esistenza esterioretraviamentoperspicaciastanchezza e curiosità dei nervitali che neppure una vita piena di trasporto e piaceri dissoluti riuscirebbe a creare. Parecchie occupazioni mondane e letterarie trattennero a Monaco lo smanioso turista per circa un paio di settimane ancoradopo quella passeggiata. Poi diede ordine di mettere la villetta in grado d'essere abitata entro quattro settimane ein un giorno tra la metà e la fine di maggiocon il treno della nottepartì per Triestesoggiornandovi solo ventiquattr'oree imbarcandosi la mattina seguente per Pola.Quanto andava cercando era l'eterogeneo e indipendenteda raggiungersi però in frettae così prese soggiorno in un'isola dell'Adriaticoda alcuni anni di modasituata non lontano dalla costa istrianacon popolazione cenciosa e variopinta e dalla parlata con suoni del tutto sconosciutie con scogliere belle e frastagliate là dove il mare si apriva. Solo la pioggia e l'atmosfera pesanteuna comitiva composta di borghesucci austriacie la mancanza di quel rapporto intimo e tranquillo con il maregarantito esclusivamente da una spiaggia soffice e sabbiosalo irritavanonon facendogli sentire la sensazione d'aver scelto il luogo adatto ai suoi scopi; un impulso dell'animo lo spingevalui stesso non sapeva doverendendolo irrequietofacendogli consultare le partenze delle naviguardare attorno cercandoe d'un tratto ebbe davanti agli occhi la metasorprendente e nel medesimo tempo implicita. Desiderando in una notte raggiungere l'incomparabileil dissimile favolosodove si doveva andare? Ma era chiaro. Che ci stava a fare lì? S'era smarrito. Avrebbe dovuto recarsi là. Non esitò a disdire quel soggiorno sbagliato. Una settimana e mezzo dopo il suo arrivo nell'isolaun veloce motoscafo lo riportòcon tutto il bagagliotra la foschia mattutina sull'acquanel porto militaredove scese a terra per subitopercorrendo uno scalandronemetter piede sulla coperta umida d'una navegià sotto pressionepronta a salpare per Venezia. Era uno scafo comododi nazionalità italianaantiquatofuligginoso e tetro. Sotto copertanella cabina a forma di cavernailluminata artificialmentedove Aschenbach subito dopo esser montato sulla nave fu costretto dalla sogghignante cortesia d'un marinaio gibboso e sudicioc'eraseduto a un tavolinoil cappello sulle ventitré e un mozzicone di sigaretta all'angolo della boccaun uomo dalla barba caprina e dall'aspetto d'un direttore di circo all'anticail qualecon maniere affaristichesmorfiosamente lesteregistrava le generalità dei viaggiatoririlasciando loro il biglietto di passaggio.«Venezia! » disse ripetendo la richiesta di Aschenbachesteso il braccioficcò la penna nel fondo poltiglioso d'un calamaio inclinato.« Veneziaprima classe: eccomi a leisignore!» E scrisse dei grossi scarabocchida un barattolo versò sugli sgorbi della sabbia azzurrafacendola poi scivolare in una scodellina di cretacon le dita gialle e ossute piegò il bigliettoe si rimise a scrivere.« Ha sceltobene!» andava dicendo.« Venezia! Una città meravigliosa! Una città dall'attrattiva irresistibile per le persone coltetanto per la sua storia quanto per il suo fascinoattuale! » La vivacità pronta dei suoi movimenti e i discorsi vani con cui li accompagnavaavevano qualcosa di sconcertante e sbalorditivoquasi temesse che il viaggiatore potesse ancora ripensarci prima di decidersi a partire per Venezia. Incassò frettolosofacendo cadere il resto con la destrezza d'un croupiersul panno sfrittellato del tavolino.« Buon divertimentosignore! » disseinchinandosi in modo teatrale.« È un onore per me aver loro come passeggeri...Signori! » gridò subito dopoalzando il braccio e comportandosi come fosse indaffaratissimosebbene nessun altro avesse chiesto il rilascio del biglietto. Aschenbach ritornò in coperta. Con un braccio appoggiato al parapettoguardò la gente oziosa che bighellonava sulla banchina per assistere alla partenza della navee i passeggeri a bordo. Quelli di secondauomini e donneerano sul ponte di pruaaccoccolati su casse e fagotti. Un gruppo di giovani formava la comitiva di prima classeprobabilmente commessi polani chein buona armonias'erano uniti per una gita in Italia. Facevano un gran parlare di se stessi e della loro iniziativachiacchieravanoridevanocompiacendosi dei propri gesti animati eappoggiati al parapettoschernivano con lazzi d'uso comune i compagni chela borsa sotto il bracciocamminavano affaccendati lungo la strada del porto minacciando con il bastoncino i gitanti. Uno di questiin abito estivo giallo chiaro dal taglio ultramodernocravatta rossa e un panama arditamente voltato in susi distingueva con voce stridula da tutti gli altri per l'allegria. Ma Aschenbach l'aveva appena fissato un po' più attentamentequando s'accorsecon una specie di orroreche si trattava d'un falso giovane. Vecchio eranon si poteva dubitarne. Il cremisi sbiadito delle guance era bellettoi capelli castanisotto il cappello di paglia dal nastro variopintoerano parruccail collo macilento e tendinosoi baffi posticci e la mosca sul mento tintila dentatura gialla e completache mostrava ridendoun surrogato scadentee le manicon anelli a sigillo in tutt'e due gli indicieran quelle d'un vegliardo. Inorridito Aschenbach osservava lui e la sua confidenza con gli amici. Ma non lo sapevanonon lo vedevano che era vecchioche ingiustamente portava un vestito sgargiante e da elegantone come il loroche ingiustamente si spacciava per uno di loro? Sembrava che lo tollerassero con disinvoltura e per abitudinelo trattavano come un lor pariricambiavano senza disgusto le sue maliziose pacche sui fianchi. Come mai? Aschenbach si coprì la fronte con la mano e chiuse gli occhi che gli bruciavano per aver riposato troppo poco. Si sentiva come se tutto stesse prendendo una brutta piegacome se cominciasse a toccare intorno a sé un'indifferenza trasognataun'alterazione del mondo nella stravaganzada potersi forse fermare oscurando un po' il viso e guardando nuovamente attorno. Ma in quell'istante ebbe la sensazione del galleggiamento elevando gli occhi con irragionevole spaventos'avvide che il corpo pesante e tetro della nave stava staccandosi lento dalla banchina. A pollice a pollicecon armeggi avanti e indietro delle macchinela striscia d'acqua iridescente sporca tra molo e scafo andava allargandosiedopo aver manovrato pigroil vapore volse la prua verso il mare aperto. Aschenbach si avviò verso tribordodove il gobbo aveva aperto una sedia a sdraioe uno steward in frac sporco s'informò sui suoi desideri. Il cielo era grigioil vento umido. Porto e isole erano rimasti indietroe rapidamente la terra scomparve nella foschia dell'orizzonte. Grumi di polvere di carbone pregni d'umiditàcadevano sul ponte appena lavato che non voleva asciugarsi. Appena dopo un'ora venne allargata una tenda perché cominciava a piovere. Avvolto nel cappottoun libro in gremboil viaggiatore riposavae le ore gli trascorsero inavvertitamente. Aveva cessato di piovere; la tenda venne riavvolta. L'orizzonte diventò completo. Sotto la fosca cappa del cielodappertutto s'estendeva l'immenso disco del mare deserto. E nello spazio vuoto e ininterrottomancando al nostri sensi anche la sensazione del tempovaghiamo nell'infinito. Strane figure confuseil vecchio bellimbustola barba caprina nell'interno della navepassavanocon gesti indefiniticon parole immaginarie e sconvoltenella mente dell'inoperoso viaggiatore che s'addormentò.A mezzogiorno lo chiamarono a colazionegiù nella sala da pranzoun corridoio su cui danno le porte delle cabinedove alla fine della lunga tavoladalla parte opposta alla suai commessicompreso il vecchiodalle dieci stavano trincando con il gioviale capitano. Il pasto era scarso e lui lo terminò presto. Si sentiva spinto all'apertoper guardare il cielo: se non volesse rasserenarsi su Venezia. Non ci aveva neppure pensato che potesse accadere altrimentiperché la città l'aveva sempre accolto raggiante di splendore. Ma cielo e mare restavano tetri e plumbeidi quando in quando cadeva una pioggerella nebbiosae così si rassegnò a raggiungere per mare una Venezia diversa da quella in cui s'era sempre imbattuto avvicinandosi per terra. Presso l'albero di trinchettolo sguardo volto lontanoaspettava di scorgere la costa. Si ricordò del poeta malinconicoesaltato che un tempo aveva visto sorgere da quei flutti le cupole e i campanili dei suoi sogniripeté in segreto qualcosa di quantoallorada rispettofelicità e tristezzaera diventato canto modestoe si sentìsenza faticaagitato da una sensazione già plasmataforse ancora serbata per l'ozioso viaggiatorenuova esaltazione o turbamentouna tarda avventura del cuore. Ed ecco emergere a destra la costa pianabarche da pesca animavano il marecomparve l'isola balneareil vapore se la lasciò a sinistrascivolò a velocità ridotta nello stretto porto dallo stesso nomee nella lagunadi fronte a povere casupole variopintesi fermò del tutto in attesa del battello sanitario. Ci volle un'oraprima che venisse. Arrivati s'erae pure no; non s'aveva premurae pure s'era presi dall'impazienza. I giovani polaniavvinti dal sentimento patriottico anche per gli squilli di trombe militariche dai dintornidai parchi pubblicirisonavano fino sull'acquaerano saliti in copertaeccitati dall'Astiscoppiando in evviva rivolti ai bersaglieri che dall'altra parte stavano facendo istruzione. Però era ripugnante vedere in che stato la confidenza con i giovani avesse ridotto il vecchio restaurato. La sua testa stanca non era riuscita a reggere il vino come i giovani robustiera ubriaco da far pietà. Lo sguardo incretinitouna sigaretta tra le dita tremantibarcollava sul postotenendosi a fatica in equilibriotirato avanti e indietro dalla sbornia. Dato che al primo passo sarebbe cadutonon s'azzardava a muoversimostrando però petulanza lamentosas'attaccava al bottone di tutti quelli che gli si avvicinavanobalbettavafaceva l'occhiettoridacchiavaalzava il rugoso indice inanellato per fare scherzi scemileccandosi in maniera schifosamente ambiguacon la punta della linguagli angoli della bocca. Aschenbach lo guardò accigliatoe di nuovo si sentì pervaso da una sensazione di stordimentocome se il mondo mostrasse una tendenza leggerama inarrestabilea sformarsi con stravaganza e smorfie: sensazione cui le circostanze gli impedirono d'abbandonarsiin quanto le macchine stavano ricominciando a fremere e la nave riprendevaper il canale di San Marcola navigazione interrotta tanto vicino alla meta. E così lo rivide un'altra voltalo scalo splendidoquella composizione affascinante di edifici fantastici che la Repubblica offriva ai rispettosi sguardi dei navigantinell'avvicinarsila grandiosità agile del Palazzo e il Ponte dei Sospirile colonne alla rivacon leone e santoil fianco sporgente sontuoso della chiesa fiabescala veduta dell'arco e l'orologio gigantee guardando lassù pensò che arrivare a Venezia per via di terra dalla stazionesignifica entrare in un palazzo dalla porta posterioree che non si dovrebbe raggiungere la più inverosimile delle città altrimenti che per navecome lui oradall'alto mare. Le macchine si fermaronopresero ad avvicinarsi le gondolefu calata la scala levatoiasalirono a bordo i doganieri per sbrigare in fretta le formalità; lo sbarco poteva cominciare. Aschenbach fece capire che desiderava una gondola per farsi portarecon il bagaglioal pontile d'imbarco di quei vaporetti che disimpegnano il servizio tra la città e il Lido; in quanto intendeva prendere alloggio nei pressi del mare. Il suo progetto incontrò approvazionecon un grido il suo desiderio fu lanciato alla superficie dell'acqualà dove i gondolieri stavano questionando tra loro in dialetto. Ma non può ancora scendereglielo impedisce il suo baule che appunto con difficoltà viene calato e trascinato giù per la stretta scala. E così per minuti si vede impossibilitato a sfuggire le sfrontatezze dell'orribile vecchioche l'ubriachezza spinge incerto a porgere un saluto di congedo allo straniero.« Le auguriamo un ottimosoggiorno» belainchinandosi molte volte.« La riveriamo sperando che lei si ricordi benevolmente di noi! Au revoirexcusez e bon joureccellenza! » Ha la bocca tutta bavosachiude gli occhisi lecca gli angoli delle labbrala mosca tintaappiccicata su quel labbro vecchios'arruffa.« I nostricomplimenti» balbettale punte di due dita alla bocca.« I nostri complimenti all'amicaalla carissimaalla bellissimaamica. » E d'un tratto dalla mascella gli cade sul labbro inferiore la parte superiore della dentiera. Aschenbach riuscì a svignarsela.« All'amicaalla bellaamica» sentì dire alle sue spalle con voce languidacupa e impacciatamentrereggendosi al canaposcendeva la scala levatoia. Ma chi non ha mai avuto da reprimere un brivido passeggerouna misteriosa timidezzanel salire per la prima voltao dopo lunga dissuetudinein una gondola veneziana? Quella strana barcatramandata dai tempi delle ballate e tanto singolarmente neracome lo sono soltanto le casse da mortoricorda avventure silenziose e scellerate nello sciabordio della nottericorda forse di più la morte stessala barail tetro funerale e l'ultimotaciturno viaggio. E si è mai osservato che il sedile d'una tale barca verniciato in nero feretrola poltroncina imbottita in nero opacoè il sedile più sofficepiù voluttuosopiù prostrante del mondo? Aschenbach se ne rese conto quandoai piedi del gondolieredi fronte ai suoi bagagli raccolti in ordine a pruavi si accomodò sopra. I vogatori stavano ancora litigandorudiincomprensibiligesticolando minacciosi. Ma la calma particolare della città acquatica sembrava accogliere mitesmaterializzare e disperdere sui flutti le loro voci. Faceva caldo là nel porto. Sfiorato dall'alito tiepido dello sciroccosull'elemento cedevoleappoggiato al cuscinoil viaggiatore chiuse gli occhigodendo un'inerzia tanto inusitata quanto dolce. Il percorso sarà brevepensava; potesse durare sempre! Mentre oscillava leggero si sentiva allontanare dalla ressadal vociare confuso.Intorno tutto diventava sempre più silenzioso. Non si percepiva altro che la palata del remolo sciabordio cupo delle onde sulla prua ertaneradalla punta ad alabardadritta sull'acquae una terza cosa ancorail parlareil sussurrareil bisbigliare del gondoliere chetra i dentia intervallicon suoni soffocati dal lavoro delle bracciaparlava da solo. Aschenbach alzò gli occhie un po' sorpreso vide che attorno s'estendeva la lagunae la gondola stava dirigendosi verso il mare aperto. Di conseguenza gli parve di non potersene più stare a riposobensì di dover badare all'esecuzione dei suoi desideri.« Vada aivaporetti» disse compiendo una mezza conversione indietro.« Vada aivaporetti! » ripeté voltandosi completamente e guardando su verso la faccia del gondoliereche dietro di luiin piedi sul bordo altospiccava contro il cielo pallido. Era un uomo dall'aspetto sgradevolepersino brutalevestito di bluda marinaiouna sciarpa gialla alla vita e un cappello di paglia sformato il cui intreccio cominciava a disfarsimesso in testa di sbieco. I lineamentii baffi biondi e ricciuti sotto il naso tumido e cortolo facevano sembrare tutt'altro che di razza italiana. Sebbene piuttosto smilzo di corporaturatanto da non poterlo credere particolarmente adatto al suo mestieremanovrava il remomettendo in azione ad ogni palata tutto il corpocon grande energia. Un paio di volteper lo sforzotese le labbrascoprendo i denti bianchi. Le ciglia rossicce aggrottateguardò lontano oltre il passeggeromentre in tono fermoquasi ruderispose:« Lei va alLido. » Aschenbach ribatté:« Certo che ci vado. Ma la gondola l'ho presa solo per farmi traghettare a San Marco. Desidero servirmi delvaporetto. »« Del vaporetto non se ne può serviresignore. »« E perchéno? »« Perché sul vaporetto non accettanobagagli. » Era vero; Aschenbach se ne ricordava. Tacque. Ma i modi di quell'uomobruschiarroganticosì poco usuali nel paese verso uno stranierogli parevano insopportabili. Disse:« Questi sono affari miei. Può darsi ch'io voglia lasciare il bagaglio in deposito. Ritorniledico. » Seguì un silenzio. Sciabordare del remobattere cupo dell'acqua contro la prua. E il parlare e il mormorare ripresero: il gondolierefra i dentiparlottava da solo. Che fare? Solo sull'acqua con quell'uomo stranamente insubordinato e deciso da inquietareil viaggiatore non vide nessun mezzo per spuntarla. Del restocome si sarebbe potuto riposare se non si fosse indignato! Non lo aveva desiderato che potesse durare a lungoper sempre? La cosa più assennata era abbandonare la faccenda al suo corso. Sarebbe stato così piacevolesoprattutto. Gli sembrava che un incantesimo di oziosità si sprigionasse dal suo sedileda quella poltroncina bassa imbottita di nerotanto dolcemente era cullato dalle palate del dispotico gondoliere alle sue spalle. L'idea d'esser caduto nelle mani d'un delinquentesfiorò come un sogno la mente di Aschenbachincapace anche solo di destare i suoi pensieri a una difesa attiva. Più incresciosa gli pareva l'ipotesi che tutto mirasse soltanto a spillar soldi. Una specie di senso di dovere o di orgoglioquasi il ricordo di doverlo evitarelo indusse a scuotersi di nuovo. Domandò:« Quanto vuole per iltragitto? » Guardando lontano sopra di luiil gondoliere rispose:« Pagheràpagherà. » Era certo che cosa si dovesse replicare. Aschenbach disse meccanicamente:« Non pagherò un bel nienteproprio un bel nientese lei mi porta dove io non voglioandare. »« Lei vuole andare alLido. »« Ma non conlei. »« Io la conducobene. » È veropensò Aschenbache si rilassò. È verotu mi conduci bene. Anche se hai preso di mira la mia tasca e con un remoa tradimentomi mandi a quel paesemi avrai sempre condotto bene. Solo che non accadde nulla del genere. Anzi si presentò pure una compagniauna barca con banditi musicaliuomini e donne checon chitarra e mandolinocantavanopassarono importunando vicinissimi alla gondolariempiendo la quiete sulle acque con la loro interessata poesia a uso degli stranieri. Aschenbach gettò dei soldi nel cappello teso. Tacquero poie s'allontanarono. Si sentì di nuovo il bisbigliare del gondoliere che a intervalli e sconnesso parlava da solo. E finalmente s'arrivòdondolati dalla scia d'un vaporetto in viaggio verso la città. Due vigili urbanile mani dietro la schienail viso rivolto alla lagunaandavano su e giù per la riva. Aschenbach al pontile lasciò la gondolaaiutato da quel vecchio con un ronciglio che si trova a ogni approdo a Venezia; e non avendo spicciolisi recò dall'altra partenell'albergo accanto al pontileper cambiare e poter così pagare di testa sua il gondoliere. Nell'atrio gli cambianotorna indietro e trova il bagaglio su un carretto al moloe gondola e gondoliere sono spariti.« Se l'èbattuta» disse il vecchio con il ronciglio.« È una buona lanae senza licenzasignore. È l'unico gondoliere senza licenza. Gli altri hanno telefonato qui. Lui ha visto che l'aspettavano. Allora se l'èbattuta. » Aschenbach scrollò le spalle.« Il signore ha viaggiatogratis» disse il vecchio tendendo il cappello. Aschenbach vi gettò qualche moneta. Ordinò poi di portare il suo bagaglio al Grand Hotel des Bains e seguì il carretto lungo il vialeviale fiorito di biancoche fiancheggiato da tavernebazar e pensionitraversa l'isola e arriva fino alla spiaggia.Entrò nell'ampio albergo dal dietrodalgiardino- terrazzae per il grande atrio si recò alla ricezione. Avendo prenotatofu accolto con gentilezza premurosa. Il direttoreun uomo piccolosilenziosocorteseadulantedai baffi neriin finanziera dal taglio francesel'accompagnòin ascensoreal secondo piano e gli assegnò la cameradai mobili di ciliegioadorna di fiori molto profumatie le cui grandi finestre offrivano la vista sul mare aperto. Dopo che il direttore se ne fu andatosi avvicinò a una di essee mentre dietro di lui veniva portato e sistemato in camera il bagaglioosservò la semideserta spiaggia pomeridiana e l'acquanon rischiarata dal solegià in alta mareache mandava sulla riva onde basse e lunghe con un tranquillo moto uniforme. Le osservazioni e le vicende del solitario taciturno sono più confuse e al tempo stesso più penetranti di quelle del socievolei pensieri più gravi e strani e non senza un'ombra di tristezza. Figure e visioni che con uno sguardouna risatauno sfogo d'ideesi potrebbero sbrigare alla leggeralo impegnano oltre misurasi sprofondano nel silenziodiventano significativeeventoavventurasentimento. La solitudine fa maturare l'originaleil bello rischioso e sorprendentela poesia. La solitudine però fa maturare anche l'inversolo sconvenientel'assurdo e l'illecito. Così le figure del viaggiol'orribile vecchio bellimbusto con il suo vaniloquio sull'amicail gondoliere interdettodefraudato del compensoagitavano l'animo del viaggiatore. Senza offrire difficoltà alla ragionesenza fornire materia vera e propria da riflettereerano tuttavia di natura fondamentalmente stranae proprio per tale contraddizione gli sembravano inquietanti. Di quando in quando salutava il mare con gli occhie gioiva di saper Venezia così vicina da raggiungere. Infine si voltòsi lavò il visodiede ordini alla cameriera per completare le comoditàe si fece condurredallo svizzero vestito di verde che manovrava l'ascensoregiù al pianterreno. Prese il tè sulla terrazza a marepoi sceseseguendo un buon tratto la passeggiata verso l'Hotel Excelsior. Ritornatogli sembrò fosse già ora di cambiarsi per la cena. Lo fecelento e precisoa modo suodato che era abituato a pensare facendo toilettee ciò nonostante giunse un po' troppo presto nell'atriodove trovò riuniti molti degli ospiti dell'albergoestranei e volutamente indifferenti l'un l'altroin attesa della cena. Prese un giornale dalla tavolas'accomodò in una poltrona di pelleindugiando a osservare la gente che si distingueva in modo piacevole da quella del primo soggiorno. Si stava pazientemente aprendo un orizzonte ampio e vario. Smorzatisi mischiavano i suoni delle grandi lingue. L'abito da seraidentico in tutto il mondouniforme di buona creanzaracchiudeva in un unico stampo esteriore i più svariati tipi umani. Si vedevano le facce aride e lunghe degli americaniuna numerosa famiglia russasignore inglesiragazzi tedeschi con istitutrici francesi. Sembrava predominare l'ambiente slavo. Subito accanto si parlava polacco. Era un gruppo di mezzi adulti non ancora taliaffidati alle cure di una governante o dama di compagniaraccolto intorno a un tavolino di vimini: tre ragazzea occhio e croce tra i quindici e i diciassette annied un ragazzo dai capelli lunghidi forse quattordici anni. Con sorpresa Aschenbach notò che il ragazzo era bellissimo. Il grazioso volto pallido racchiuso tra i capelli color mieleil naso diritto e finela bocca graziosal'espressione di serietà incantevole e divinaricordava le statue greche dell'epoca più nobilee quella assoluta perfezione di forme era d'un tale fascino personaleche l'osservatore credette di non aver mai incontrato nulla di più felicené in naturané in arte figurativa. Quanto inoltre colpivaera un evidente contrasto fondamentale tra i punti di vista educativisecondo i quali sembravano vestirsi e comportarsi in generale i ragazzi. L'abbigliamento delle tre femminela maggiore delle quali si poteva considerare adultaera rigido e casto fino all'esagerazione. Il vestito conventuale e uniformecolor ardesiaa mezza gambadi taglio sobrio e intenzionalmente inelegantecon un colletto bianco rovesciato quale unica schiaritareprimeva e impediva qualsiasi avvenenza della figura. I capelli lisciappiattiti sul capodavano ai visi una monacale apparenza vuota e inespressiva. Certo era una madre a disporrenon pensando neppure d'applicare al ragazzo la stessa severità pedagogica ritenuta necessaria verso le figlie. In lui erano rilassatezza e premura a determinareera evidentel'esistenza. S'erano guardati bene dal dar di forbici ai suoi bei capelli; come spirali s'inanellavano sulla fronte; sugli orecchi e più lunghi alla nuca. Il vestito inglese alla marinarale cui maniche a sbuffostringendosi verso il bassoaderivano ai polsi esili delle mani ancora infantili ma affusolateconferivacon cordonifiocchi e ricamiqualcosa di ricco e di viziato alla figura delicata. Sedeva rivolto di tre quarti verso Aschenbachi piedicalzati in scarpe di copale nereuno sull'altroappoggiando un gomito sul bracciolo della poltrona di viminila guancia sostenuta sulla mano chiusain un atteggiamento di grazia stancae del tutto privo di quella rigidità subordinata alla quale parevano abituate le sue sorelle. Era malato forse? Perché la pelle del viso spiccava candida come avoriosullo scuro dorato della cornice di riccioli? O era solo un cocco di mammasostenuto da un amore parziale e capriccioso? Aschenbach propendeva per quest'ultima supposizione. In quasi ogni anima d'artista c'è innata una tendenza esuberante e perfida a riconoscere nella bellezza una certa ingiustizia operantee a mostrare interesse e omaggio alla preferenza aristocratica. Un cameriere andò attorno annunciando in inglese che la cena era servita. Pian piano gli ospiti si disperserooltre la porta a vetrinella sala da pranzo. Passarono dei ritardatariprovenienti dall'atrio o dall'ascensore. Dentro s'era cominciato a servirema i giovani polacchi restavano attorno al tavolino di viminie Aschenbachcomodamente sprofondato in una soffice poltronae inoltre con la bellezza davanti agli occhiattendeva con loro. La governanteuna mezza dama piccola e corpulentadal viso rossodiede finalmente il segno d'alzarsi. I sopraccigli corrugatispinse indietro la sedia e s'inchinòallorché una signora altavestita di grigio chiaro e adornata con molte perleentrò nell'atrio. Il portamento di questa signora era freddo e compassatoe tanto la pettinatura dei capelli un po' incipriatiquanto il taglio del vestito erano di quella semplicità che denota gusto ovunque la devozione abbia il valore d'un elemento di signorilità. Sarebbe potuta essere la moglie di un alto funzionario tedesco. Nell'aspetto aveva qualcosa di lussuosamente fantastico solo nei gioiellidavvero di valore incalcolabileconsistenti in orecchini e in una collana molto lunga di tre fili di perleleggermente cangiantigrosse come ciliegie. I ragazzi s'erano alzati in fretta. Si chinarono a baciare la mano della loro mamma checon il suo viso curatoun po' stancodal naso appuntitoguardò sopra quelle teste e rivolse alcune parole in francese all'istitutrice. Poi si diresse verso la vetrata. I figli la seguirono; le ragazze in ordine d'etàdietro la governanteultimo il maschio. Per chissà quale motivoquestiprima di oltrepassare la sogliasi volsee non essendoci nessun altro nell'atrioi suoi occhi d'un singolare grigio crepuscoloincontrarono gli occhi di Aschenbachcheun giornale sui ginocchisprofondato in contemplazioneseguiva con lo sguardo il gruppo. Quanto aveva veduto non era certo appariscente in alcun particolare. Non erano andati a tavola prima della madrel'avevano attesasalutata ossequiosamenterispettando nell'entrare in sala le regole usuali. Il tutto però aveva talmente mostrato disciplinadovere e stima di séche Aschenbach se ne sentì scosso in modo strano. Indugiò ancora qualche momentopoi anche lui entrò nella sala da pranzo e si fece indicare il suo tavolinomolto lontanolo notò con disappuntoda quello della famiglia polacca. Stanco e tuttavia spiritualmente eccitatos'occupòdurante la lunga cenadi cose astratte e trascendentalirimuginò sul misterioso legame che deve unire il legittimo con l'individuale perché sorga bellezza umanae passò ai problemi generali della forma e dell'artetrovando alla fine che le congetture e le trovate sue somigliavano a certe suggestioni apparentemente felici del sognole quali poia mente serenasi mostrano insulse e inutili. Dopo cena si trattennefumandosedendo e gironzolandonel parco profumato dalla serae andò a letto prestotrascorrendo poi la notte in un sonno ininterrotto e profondo ma animato da numerose e varie visioni. Il giorno seguente il tempo non prometteva bene. Soffiava vento di terra. Sotto uno scialbo cielo coperto si stendeva il mare torpidoquietopressappoco grinzosocon il limpido orizzonte vicinoe tanto ritirato dalla spiaggia da lasciar scoperte parecchie file di lunghi banchi di sabbia. Quando Aschenbach aprì la finestracredette di sentire l'odore di marcio della laguna. Lo prese il malumore. E in quell'istante pensò di ripartire. Una voltaanni primadopo settimane primaverili e sereneun tempo simile lo aveva colto lìdanneggiando in modo tale la sua saluteche era stato costretto ad abbandonare Venezia come un fuggiasco. Non si stavano ripresentando l'uggia febbrilela pressione alle tempiela pesantezza alle palpebre di allora? Cambiare di nuovo il soggiorno sarebbe stato fastidioso; ma se il vento non fosse giratolì non era possibile restarci. Per sicurezza non disfece del tutto i bagagli. Alle nove prese la colazione nella saletta appositamente riservatatra l'atrio e la sala da pranzo. Vi regnava quella quiete solenne che è l'ambizione dei grandi alberghi. I camerieri addetti al servizio si movevano con passi felpati. Il tintinnare delle stoviglie da tè e le parole semisussurrate era tutto quanto si poteva percepire. In un angoloobliquo rispetto alla porta e due tavolini distante dal suoAschenbach notò le ragazze polacche con l'istitutrice. In posizione molto erettai capelli biondo cenere pettinati di frescogli occhi arrossatiin rigidi vestiti di lino blucon colletto e polsini bianchise ne stavano sedute porgendosi l'un l'altra un vasetto di marmellata. Avevano quasi finito di far colazione. Il ragazzo non c'era. Aschenbach sorrise. Allorapiccolo feace!pensò. Pare che tu goda sulle tue sorelle il privilegio di dormirtela a piacere. Erasserenatosi di colporecitò tra sé il verso:« Mutevoli ornamentibagni tiepidi epace. » Fece colazione senza frettail portiereentrato nella sala con il berretto gallonato in manogli consegnò della posta che gli era stata rispedita e luifumandosi una sigarettaaprì alcune lettere. E così gli accadde di assistere anche all'entrata del dormiglioneatteso dall'altra parte. Entrò dalla porta a vetrie si diressenel silenziotraversando in diagonale la salettaverso la tavola delle sorelle. La sua andaturatanto nel portamento del bustoquanto nel moto dei ginocchinel posare i piedi con scarpe bianche straordinariamente belleera ad un tempo delicatasuperba e per giunta aggraziata dalla timidezza infantile con cuidue volte lungo il percorsovoltando il capo nella salaalzò e abbassò gli occhi. Sorridendocon una parola detta a mezza voce nella sua dolce lingua confusasi sedettee in quel momentotanto più che era girato verso chi l'osservava proprio di profiloquesti si sorprese di nuovoaddirittura si spaventò per la bellezza davvero divina del ragazzo. Indossava un leggero vestito a blusa di stoffa rigata in bianco e azzurrocravatta di seta rossa sul pettoe chiuso al collo con un semplice baverino rigido bianco. Sul baveroche neppure s'adattava con molta eleganza a quel tipo di vestitosi posava con incomparabile grazia il fior fiore della testail capo di Erosdella tinta giallina del marmo pariole ciglia fini e austerele tempie e gli orecchi ricoperti dai boccoli scuri e sofficirientranti ad angolo retto. Benebene! pensò Aschenbach con quella fredda approvazione professionale di cui gli artisti rivestono talvolta il loro rapimentola loro estasi di fronte a un capolavoro. E inoltre pensò: se non mi aspettassero mare e spiaggiadavvero me ne rimarrei quifinché rimanessi tu! E si avviòcircondato dalle attenzioni del personaleattraverso l'atriogiù verso la grande terrazza e poi diritto sul ponte di legnoverso la spiaggia riservata agli ospiti dell'albergo. Si fece indicaredal vecchio scalzocon calzoni di telablusa da marinaio e cappello di pagliache laggiù fungeva da bagninola cabina affittatafece mettere tavolino e sedia sulla piattaforma di assi insabbiatee s'accomodò sulla sedia a sdraioda lui avvicinata più verso il mare nella sabbia giallo cera. La spiaggiaquella veduta di civiltà spensieratasensuale e gaudente al margine dell'elementolo divertì e lo rallegrò come non mai prima d'allora. La superficie grigia del mare era già animata da bambini guazzantinuotatorifigure variopintechele mani incrociate dietro la testase ne stavano distese sui banchi di sabbia. Altri vogavano in barchette senza carenaverniciate in rosso e azzurroe le rovesciavano ridendo. Davanti alla lunga fila di cabinesulle cui piattaforme la gente stava seduta come in piccole verandec'era chi si muoveva giocandochi invece riposava pigramente sdraiatochi faceva visitae chi chiacchierava con accurata eleganza mattutina accanto a nuditàgodendosi tutti arditi e comodi la libertà del luogo. Più avantisulla sabbia umida e compattasingoli in accappatoi bianchiin abiti da spiaggia dai colori accesipasseggiavano. Un complicato castello di sabbiaa destracostruito da bambiniera circondato da bandierine di tutte le nazioni. Venditori di conchigliefocacce e fruttastendevanoinginocchiatile proprie merci. A sinistradavanti a una delle cabine disposte in verticale rispetto alle altree che stavano vicino al mare formando una chiusura da quella parte della spiaggiaera accampata una famiglia russa: uomini barbuti e dai denti grossidonne frolle e lenteuna signorina baltica cheal cavallettotra disperate esclamazionidipinge il maredue bambini buoni e bruttiuna vecchia donna di servizio con fazzoletto in testa e dolci modi servili sottomessi. Se la godevano riconoscentivivevano làgridavano instancabili i nomi degli affaccendatissimi bambini disubbidientischerzavano a lungoaiutandosi con poche parole in italianocon il vecchio burlonedal quale compravano caramellesi baciavano l'un l'altro sulle guance senza curarsi degli spettatori delle loro confidenze. Allora restopensò Aschenbach. Ma dove mai potrebbe essere meglio? E con le mani incrociate in grembofece vagare gli occhi nella lontananza del marefece scivolaresvanirerinfrangersi lo sguardo nel monotono vapore tremolo di quel deserto. Il mare lo amava per ragioni profonde: per il desiderio di pace proprio dell'artista che lavori intensamenteil quale anela a proteggersi dagli esigenti aspetti proteiformi dell'esteriorità per rifugiarsi nel seno del semplicedell'immenso; per una tendenza proibitaperò seducenteproprio opposta al suo compitoverso l'indistintosmisuratoeternoverso il nulla. Riposare sulla completezzaè l'intenso desiderio di colui che s'affatica per la perfezione; e non èil nullauna forma di completezza? Mentre però sognava così sprofondato nel vuotola linea orizzontale sull'orlo della riva fu attraversata da una figura umanae quando distolse il suo sguardo dallo sconfinato e lo concentròecco il bel ragazzovenendo da destrapassargli davanti sulla sabbia. Era scalzopronto a sguazzarele gambe snelle scoperte fin sopra il ginocchiolentoma così leggero e superboquasi fosse abituato a camminar senza scarpee guardava verso le cabine poste di traverso. Aveva appena notato la famiglia russache in grata armonia si comportava liberamentequando un irato disprezzo gli passò sul viso come una bufera. La fronte gli si rabbuiò; la bocca sporgevale labbra ebbero uno spasimo che tirò di colpo la guanciae i sopraccigli erano tanto aggrottati da far assumeresotto lo sforzoagli occhi affossati e cattivi e scuril'espressione dell'odio. Guardò a terraguardò ancora una volta minaccioso indietroalzò le spalle in una mossa violenta di disprezzo e d'ostilitàlasciandosi i nemici alle spalle. Una specie di tenerezza o di spaventoqualcosa come rispetto o pudoreindussero Aschenbach a voltarsi come se non avesse veduto nulla; perché al primo spettatore casuale della passioneripugnava far usosia pure solo per se stessodi quel rilievo. Invece era rasserenato e nel medesimo tempo scossocioè: felice. Quel fanatismo infantile diretto contro il più bonario esemplare di vitaveniva a porre ildivino- insignificante in rapporti umanifacendo apparire una preziosa plastica della naturafatta soltanto per la delizia degli occhimeritevole d'un interesse più profondo; conferendo alla figura dell'adolescentegià di per sé significativa per la bellezzaun risalto che permetteva di considerarlo con serietà superiore ai suoi anni. Ancora voltatoAschenbach tese l'orecchio alla voce del ragazzochiaraun po' debolecon cui salutando cercava di farsi notare già da lontano dai compagni di gioco occupati intorno a un castello di sabbia. Gli risposero gridando più volte il suo nomee Aschenbach lo sentì con una certa curiositàsenza poter afferrare nulla di più preciso che due sillabe melodiose come«Aggio » o più spesso«Aggiu »con la u finale prolungata a richiamo. Il suono gli piacquetrovandolo nella sua armonia appropriato a chi lo portavae lo ripeté tra sévolgendo soddisfatto la sua attenzione a lettere e carte. La piccola cartella da viaggio sui ginocchicominciò a sbrigare con la stilografica un po' di corrispondenza. Ma dopo appena un quarto d'oratrovò che era un peccato abbandonare nello spirito la situazionela più gustosa che conoscesselasciandosela sfuggire per un'attività indifferente. Gettò da parte gli aggeggi per scriveretornando a dedicarsi al mare; e non molto dopodistratto dalle voci dei giovani alla costruzione di sabbiavoltò comodo la testasulla spalliera della sediaa destraper studiarsi vita e miracoli dell'ottimo Aggio. Lo trovò al primo sguardola cravatta rossa sul suo pettoera inconfondibile. Occupato con altri a porre una vecchia tavola come ponte sopra il fossato umido del castello di sabbiaimpartivagridando e facendo cenni con il capoi suoi ordini per tale lavoro. Erano con lui circa dieci compagniragazzi e ragazze dell'età sua ed alcuni più giovaniche cinguettavano confusamente in polaccoin francese e anche in lingue balcaniche. Ma il suo nome era quello che si sentiva più spesso. Evidentemente era desideratocorteggiatoammirato. In particolare un polacco come luiun ragazzo robustochiamato pressappoco«Jasciu »dai capelli neri e impomatati e vestito con un abito di tela a cinturasembrava il suo vassallo e amico più intimo. Quando il lavoro alla costruzione fuper il momentofinitose ne andarono abbracciati lungo la spiaggiae quello che veniva chiamato«Jasciu » baciò il bello. Aschenbach fu tentato di minacciarlo con il dito.« A teCritobulo» pensò sorridendo« consiglio d'andare in viaggio per un anno! Perché è il minimo che ti occorra perguarire. » E poi mangiò delle fragole grossemolto maturecomprate da un venditore. Faceva molto caldobenché il sole non riuscisse ad attraversare la coltre di foschia del cielo. La pigrizia incatenava lo spiritomentre i sensi godevano lo svago immenso e stordente della quiete del mare. Un compito e lavoro adatto ad assorbirlo completamenteall'uomo austero parve l'indovinarel'indagare quale fosse il nome che pressappoco sonava«Aggio ». E aiutandosi con alcune reminiscenze polacchestabilì che doveva essere inteso«Tazio »l'abbreviazione di«Taddeus » echiamando«Taziu ». Tazio stava facendo il bagno. Aschenbachche lo aveva perduto di vistane scorse il capo e il braccio alzato nuotando fuorilontanonel mare; perché probabilmente il mare era calmo fin laggiù. Ma si stavano già preoccupando per luidalle cabine voci di donna lo chiamavanogridavano a ripetizione quel nome che dominava la spiaggia come una parola d'ordine econ quelle consonanti tenuicon quell'u prolungata alla fineaveva in sé qualcosa di dolce e ad un tempo selvaggio.« TaziuTaziu! » Ritornòcorse battendo a schiuma con le gambe l'acqua che opponeva resistenzaattraverso i flutticon il capo buttato indietro; e vedere il suo corpo vivodall'adolescenza graziosa e acerbacon i riccioli grondantie bello come un dio proveniente dalla profondità del cielo e del maresalire e sgorgare dall'elementoquello spettacolo ispirava immagini misticheera come poesia dei tempi primitivisull'origine del mondo e sulla nascita degli dei. Aschenbachcon gli occhi chiusiascoltò nel suo intimo le armonie di quel canticoe di nuovo pensò che lì era bello e voleva restarci. Più tardi Tazioriposandosi dal bagnose ne stava sdraiato sulla sabbiaavvolto in un asciugatoio biancotirato sotto la spalla destrae appoggiando il capo sul braccio nudo; e Aschenbach pure quando non l'osservavaperché intento a leggere il libronon dimenticò quasi mai che quello se ne stava là sdraiatoe che gli bastava un leggero movimento del capoa destraper scorgere l'oggetto degno della sua ammirazione. Gli sembrava quasi d'esser seduto lì per proteggere quel dolce riposooccupandosi di alcune faccende e pure in costante premura per la nobile immagine umana là a destranon distante da lui. E un affetto paternola dedizione commossa di colui chesacrificandosicrea nello spirito il belloverso chi la bellezza possiedegli invasegli intenerì il cuore. Dopo mezzogiorno lasciò la spiaggiaritornò all'albergoe in ascensore salì in camera. Là dentro si trattenne lungo tempo davanti allo specchioosservandosi i capelli grigiil viso stanco e affilato. In quel momento pensò alla sua famapensò che molti per la strada lo conoscevano e lo guardavano reverenti per amore della sua parola felice e coronata di graziaconvocò tutti i successi visibili del suo ingegno che gli vennero in mentepensò addirittura alla sua nobilitazione. Poi scese giù in sala per il pranzoe mangiò al suo tavolino. Quandodopo aver finitosalì nell'ascensoredei giovani che ritornavano come lui dal pranzolo spinsero nella cabina sospesae anche Tazio vi entrò. Stava in piedi proprio vicinissimo ad Aschenbachper la prima volta tanto vicino che questi poté distinguere e riconoscerenon alla distanza di un quadrobensì precisamentei particolari della sua figura. Qualcuno rivolse la parola al ragazzo il qualementre con un sorriso dalla grazia indescrivibile stava rispondendouscì dall'ascensoreal primo pianoa ritrosocon gli occhi abbassati. La bellezza rende timidipensò Aschenbachmeditandone con energia il perché. Ma aveva osservato che i denti di Tazio non erano molto piacevoli: un po' seghettati e pallidisenza lo smalto della salute e di una singolare trasparenza fragilecome a volte nei clorotici. È molto delicatoè malaticciopensò Aschenbach. È probabile che non raggiunga la vecchiaia. E rinunciò a cercare il movente di quel senso di soddisfazione o di appagamento che accompagnava tali pensieri. Trascorse due ore in camera suama nel pomeriggio si recò in vaporetto a Veneziasulla laguna odorante di marcio. Scese a San Marcoandò a prendere il tè in piazzainiziando poisecondo il suo ordine del giorno localeuna passeggiata per le calli. E fu quella passeggiata a causare un completo mutamento del suo stato d'animo e delle sue decisioni. Un'afa insopportabile era per le strade; l'aria era così densache gli odori emanati da abitazioninegozi e bettolefumi oleosinuvole di profumo e di molte altre coserestavano sospesi nell'ariasenza disperdersi. Fumo di sigaretta si librava intorno a luie solo lento svaniva. La ressa di gente nelle vie anguste lo irritavaanziché divertirlo. Quanto più a lungo camminavatanto più molesto s'impadroniva di lui quello stato disgustoso che può esser provocato dall'aria di mare con lo scirocco e al tempo stesso eccita e snerva. Incominciò a sudare spiacevolmente. Gli occhi non volevano restare apertiil petto era oppressosi sentiva febbricitanteil sangue gli pulsava in testa. Fuggì dalle strade affollate piene di negozitraversando pontinei quartieri dei poveri. Dei mendicanti lo importunaronoe le nauseanti esalazioni dei canali gli facevano passare la voglia di respirare. In una piazza tranquillain uno di quei luoghi dimenticati e incantevoli che si trovano nel cuore di Veneziariposandosi sull'orlo d'un pozzoAschenbach s'asciugò la fronteconvenendo di dover partire. Per la seconda voltae ora definitivamenteera comprovato che quella cittàquel climagli erano molto nocivi. Una resistenza caparbia sembrava irragionevolela prospettiva di un mutar del vento era molto incerta. Bisognava decidersi presto. Ritornare subito a casa non poteva farlo. Né l'abitazione invernalené quella estiva erano pronte per accoglierlo. Però non solo lì c'erano mare e spiaggiama anche altrovee inoltre senza l'accessorio pernicioso della laguna con le sue esalazioni febbrili. Si ricordò d'una piccola stazione balneare non lontana da Triesteche gli era stata raccomandata. Perché non andarci? E senza indugio ancheperché valesse la pena cambiare di nuovo soggiorno. Era deciso e si alzò. Al più vicino posteggio di gondolene prese una eper il cupo labirinto di canalisotto graziosi balconi di marmo fiancheggiati da figure leoninegirando viscidi cantonidavanti a meste facciate di palazzi che riflettevano sui rifiuti dell'acqua ondeggiante grandi insegne commercialisi fece condurre a San Marco. Durò fatica ad arrivarciperché il gondolierein lega con le botteghe di pizzi e con le vetreriecercava dappertutto di farlo sbarcare per visite e comperee quando lo strano viaggio per Venezia cominciava a esercitare il suo fascinoallora lo spirito commerciale truffaldino della regina sommersafaceva del suo meglio per disincantare di nuovo la mente in maniera importuna. Rientrato in albergocomunicò prima di cena alla ricezione che circostanze impreviste lo costringevano a partire l'indomani mattina. Ci furono espressioni di rincrescimentofu saldato il conto. Mangiòpassando poi la serata tiepida sulla terrazza posteriorein una poltrona a dondolo a leggere giornali. Prima d'andare a lettocompletò la preparazione dei bagagli. Non dormì molto bene perché l'imminente e nuova partenza lo rendeva inquieto. Quando la mattina aprì le finestreil cielo era ancora copertoma l'aria già più frescae cominciarono pure i pentimenti. Quella rinunzia non era stata precipitosa e sbagliatal'iniziativa d'una crisi morbosa e anormale? Se l'avesse un po' repressae senza scoraggiarsi tanto in fretta si fosse abbandonato al tentativo di un adattamento all'aria veneziana o di una ripresa del tempoora l'aspetterebbe una mattinata sulla spiaggiasimile a quella del giorno precedenteinvece di fretta e cruccio. Troppo tardi. Allora doveva partire per volere quanto il giorno prima aveva voluto. Si vestìalle otto scese al pianterreno per la colazione. Nella salettaquando entròospiti non ce n'erano ancora. Ne venne qualcuno mentre lui già era seduto in attesa che gli portassero quanto aveva ordinato. La tazza di tè alle labbravide comparire le ragazze polacche con l'accompagnatrice: austerefreschecon gli occhi arrossatiandarono al loro tavolinonell'angolo della finestra. Subito dopo si avvicinò a lui il portierecon il berretto in manoper avvertirlo che doveva avviarsi. È già pronta l'auto per condurre lui e altri viaggiatori all'Hotel Excelsiorda dove il motoscafo porterà alla stazione i signoripassando per il canale privato della società. Il tempo stringe. Aschenbach trovò che non era affatto vero. Più di un'ora mancava alla partenza del suo treno. Si scandalizzò per l'abitudine degli alberghi di metter fuori di casa prima del necessario i partentie inoltre accennò al portiere il desiderio di far colazione in pace. L'uomo si ritirò esitanteper ricomparire dopo cinque minuti. È impossibile per la macchina aspettare ancora. E allora poteva pure andarsene e portare i suoi bagagli alla stazionerispose Aschenbach eccitato. Al momento opportuno prenderà il vaporettoe le faccende sue se le vuole sbrigare da solo. L'impiegato s'inchinò. Aschenbach contento d'esser riuscito a ovviare il noioso avvertimentoterminò senza fretta lo spuntinoanzi si fece addirittura portare un giornale dal cameriere. Il tempo stringeva davveroquando finalmente s'alzò. E nello stesso tempo accadde che dalla porta a vetri entrasse Tazio. Dirigendosi verso la tavola dei suoiincrociò il partentedavanti all'uomo dai capelli grigi e dalla fronte altaabbassò modesto gli occhiper rialzarli subitodolci e apertiin quella sua maniera gentileverso di luied era passato. AddioTazio! pensò Aschenbach. Ti ho veduto per poco. E mentrecontro la sua abitudineseguiva con il movimento delle labbra il pensieroparlando tra séaggiunse« Siibenedetto! » Poi s'avviò per partiredistribuì mancefu salutato dal direttore piccolo e silenzioso in finanziera francesee lasciò l'albergo a piedicom'era venutoseguito dal cameriere con le valigielungo il viale fiorito di biancotraversando l'isolagiunse al pontile. Raggiunse il vaporettosi sedettee quello che seguì fu un tragitto di tribolazionepenoso per il forte pentimento. Era il familiarissimo tragitto della lagunadavanti a San Marco e su per il Canal Grande. Aschenbach era seduto sulla panca rotonda di pruail braccio appoggiato alla ringhierae ombrava gli occhi con la mano. I giardini pubblici restarono indietrola piazzetta s'aprì ancora una volta in grazia principesca e poi fu abbandonatavenne la grande serie di palazzi ealla svolta del corso d'acquaapparve il magnifico arco marmoreo del Ponte di Rialto. Il viaggiatore guardavasentendosi strappare il cuore. L'atmosfera della cittàquell'odore un po' marcio di mare e di paludeche lo aveva tanto spinto a fuggirelo respirava ora a boccate profonde e dolcemente dolorose. Era possibile che non avesse capitonon avesse pensatoquanto il suo cuore era affezionato a tutte quelle cose? Ciò che la mattina era stato mezzo rammaricoun piccolo dubbio sulla esattezza del suo operatosi trasformava ora in mestiziain vero tormentoin un'angoscia tanto amara da fargli salire più volte le lacrime agli occhi. Ciò che sentiva così pesante da tollerarea volte persino insopportabileera certo il pensiero di non poter più rivedere Veneziadi darle l'addio per sempre. Perchéavendo appreso per la seconda volta che la città lo faceva ammalareessendo costretto per la seconda volta a lasciarla a rotta di colloda quel momento doveva considerarla soggiorno impossibile e proibito per il quale non era tagliato e dove sarebbe stato assurdo ritornare. Sentiva persino chese fosse partito oraglielo avrebbero impedito vergogna e dispetto di rivedere l'amata città in cui due volte aveva fallito fisicamente; e quella controversia tra tendenza psichica e forza fisica apparveall'uomo già avanti con gli annicosì dura e importantela sconfitta fisica così grave e da tenersi lontana a ogni costoche non comprese la capitolazione sconsiderata con cui il giorno primasenza resistenza seriaaveva deciso di sopportarla e riconoscerla. Frattanto il vaporetto si sta avvicinando alla stazionee dolore e sconforto si trasformano in confusione. La partenza pare al disperato impossibilenon meno del ritorno. Profondamente straziato entra nella stazione. È molto tardi e non ha un attimo da perdere se vuole raggiungere il treno. E lo vuole e non lo vuole. Ma il tempo stringe e lo frusta in avanti: s'affretta a procurarsi il biglietto e cercanel tramestio dell'atriol'addetto alla stazione della società alberghiera. L'uomo si fa vedere e gli annuncia che il baule è stato spedito. Già spedito? Sìin ordinea Como. A Como? E da un precipitoso tira e mollada domande furenti e risposte imbarazzate salta fuori che il baulegià dall'ufficio spedizioni bagagli dell'Hotel Excelsior era stato mandatocon i bagagli di altre personein direzione completamente sbagliata. Aschenbach durò fatica a conservare l'espressioneunica comprensibile in tali frangenti. Una gioia bizzarraun'incredibile allegria gli scossero quasi in modo convulso il petto. L'impiegato si precipitò via per cercare di trattenere il baulee ritornòcome era da prevedersicon un nulla di fatto. Allora Aschenbach dichiarò che non poteva partire senza bagagliobensì doveva tornare ad attendere la restituzione del baule all'Hotel des Bains. Domandò se il motoscafo della società fosse alla stazione. L'uomo assicurò che si trovava subito fuori. Poi indussecon loquacità all'italianal'impiegato dello sportello a riprendersi il biglietto già staccatogiurò che si sarebbe telegrafatoche non si sarebbe tralasciato né risparmiato nulla per riavere il baule al più prestoe la cosa straordinaria fu che il viaggiatoreventi minuti dopo il suo arrivo alla stazionesi rivide nel Canal Grande per ritornare al Lido. Strana avventuraincredibileumiliantecomico- fantastica: luoghi cui aveva detto addio per semprevoltato e respinto dal destino a rivederli nella stessa ora! Schiuma a pruabordeggiando buffo e agile tra gondole e vaporettiil piccolo scafo lesto filava verso la metamentreil suo unico passeggerosotto la maschera d'una sdegnata rassegnazionenascondeva l'eccitamentotimoroso- spavaldo d'un ragazzo in fuga. E di tanto in tanto il suo petto era mosso ancora dal riso su quella malasorte chelui si dicevanon avrebbe potuto colpire un nato con la camicia in modo più piacevole. C'erano da dare spiegazionida affrontare facce sorpresee poilui si dicevatutto sarà di nuovo a postopoi sarà stata impedita una disgraziarettificato un grave erroree tutto ciò che aveva creduto di lasciarsi alle spallesarà di nuovo suo a volontà. Era l'illusione della rapida corsaoppure soffiava davvero un vento fortee per di più dal mare? Le onde battevano contro le cementazioni ai fianchi dello stretto canale cheattraversando l'isolaconduce all'Hotel Excelsior. Un autobus attendeva il rincasante per portarloaccanto al mare increspatodirettamente all'Hotel des Bains. Il piccolo direttore baffutoin finanzierascese la scalinata per andare a salutarlo. In modo un po' strisciante deplorò l'incidentedisse che era incresciosissimo per lui e per la casaapprovando però convinto la decisione di Aschenbach di aspettare lì il baule. Certo la sua camera è occupatama ce n'è subito a disposizione un'altranon peggiore.« Pas de chancemonsieur» disse sorridendo il ragazzo svizzero addetto all'ascensorementre scivolavano in alto. E così il fuggiasco fu nuovamente sistemato in una cameraper esposizione e arredamento quasi identica all'altra. Stancostordito dalla vertigine della strana mattinatas'accomodòdopo aver distribuito nella stanza il contenuto della borsa da viaggioin una sedia a sdraioalla finestra aperta. Il mare aveva assunto un colore verde pallidol'aria sembrava più sottile e più tersala spiaggia con cabine e barchepiù vivacesebbene il cielo fosse ancora grigio. Aschenbach guardò fuoricon le mani giunte in grembocontento d'essere di nuovo lìcon una scrollata di caposcontento però di quella volubilitàdi quella ignoranza dei propri desideri. Rimase così un'ora buonariposandosi e sognando spensierato. A mezzogiorno vide Tazioin vestito di tela rigata e cravatta rossadal mareper gli sbarramenti della spiaggia e lungo gli assitiritornare all'albergo. Aschenbach da dove si trovavain altolo riconobbe subitoprima di averlo distinto chiaramentee pressappoco stava per pensare: vedi Tazioanche tu ci sei di nuovo! Ma nel medesimo istante sentì quel saluto fiacco svanire e ridursi al silenziodavanti alla veritàdel suo cuoresentì lo slancio del sanguela gioiail dolore dell'animoriconoscendo che per amor di Tazio il distacco gli era stato tanto penoso. Tranquillonon veduto nel posto alto in cui si trovavascrutò in se stesso. I lineamenti s'eran destatii sopraccigli s'alzaronoun sorriso attentocurioso e astrattogli increspò le labbra. Poi alzò il capoe con entrambe le manipendenti inerti dai braccioli della poltronadescrisse un movimento rotatoriolento e tendente in suvolgendo le palme in avanticosì come ad accennare un aprirsi e allargarsi delle braccia. Era un gesto che voleva esprimere benvenuto premurosoaccoglienza pacata. Ora il dio dalle guance ardenti guidava nudogiorno per giornoil suo tiro a quattrosprigionante fuocoper gli spazi del cieloe i riccioli gialli gli ondeggiavano al levante che in pari tempo turbinava. Serico splendore biancastro languiva sulle distese del ponte dalle onde lente. La sabbia coceva. Sotto l'azzurro scintillante argenteo dell'eteredavanti alle cabinec'erano stesi dei teli color rugginee sulle macchie d'ombra dai contorni netti da essi offertisi passavano le ore della mattina. Ma anche la sera era deliziosaquando le piante del parco esalavano il loro profumo balsamicole stelle lassù ballavano la loro riddae il mormorio del mare abbuiatoinsinuandosi lieveparlava al cuore. Tali sere portavano con sé un'altra bella giornata di soledi ozio dall'ordine frivoloe ornata da innumerevoli e frequenti possibilità di casi graziosi. L'ospitetrattenuto sul posto da un'avversità tanto dolceera ben lontano dal vedere un nuovo motivo di partenza nel ricupero del baule. Per due giorni aveva dovuto sopportare alcune rinunzie e presentarsi ai pastinella grande sala da pranzoin abito da viaggio. Poiquando finalmente il baule smarrito fu deposto in camera sualo vuotò a fondo riempiendo armadio e cassetti con la robadeciso a un soggiorno di durataper il momentoincalcolabilecontento di poter trascorrere le ore della spiaggia in pigiama di seta e mostrarsi a cenaal suo tavolinonell'adeguato abito da sera. L'uniformità piacevole di quella vita lo aveva già affascinatola mitezza dolce e splendente di quel modo di vivererapidamente sedotto. Quale altro soggiorno infatti unisce l'attrattiva di una curata vita balneare in una spiaggia del sudcon la vicinanza immediata di una città originale e meravigliosa? Aschenbach non amava i piaceri. Ogniqualvolta e dovunque volesse oziareriposarsifare un po' di vita buonalo richiamavanospecialmente negli anni precedenti era stato cosìcon inquietudine e avversione i duri stentila sacra e sobria fatica del suotran- tran quotidiano. Soltanto quel luogo lo incantavagli rilassava la volontàlo rendeva felice. A voltedi mattinasotto il telo della sua cabinafantasticando sull'azzurro del mare del sudo anche nelle notti tiepideadagiato sui cuscini d'una gondolache da Piazza San Marcodove s'era trattenuto a lungolo portavasotto il cielo pieno di grosse stelleverso casa al Lidomentre le luci variopinte e i suoni armoniosi delle serenate svanivanosi ricordava della sua villetta in montagnadimora delle lotte estivedove le nubi passavano basse per il giardinotemporali tremendi la sera spegnevano la luce in casa e i corvicui dava del becchimesi levavano nelle cime degli abeti. Allora gli sembrava d'essersi rifugiato proprio nei Campi Elisiai margini della terradove all'uomo tocca in sorte comodissima vitadove né inverno né neve ci sono e neppure tempeste e piogge torrenzialima sempre un dolce soffio rinfrescante che sale dall'oceanoe in ozio beato i giorni trascorronosenza faticasenza lotta e dedicati soltanto al sole e al firmamento. Moltoquasi di continuoAschenbach vedeva il giovane Tazio; l'area limitatala regola di vita uguale per tuttiavevano come conseguenza che il bello durante il giorno gli fossecon brevi intervallivicino. Lo vedevalo incontrava dappertutto: nelle sale a pianterrenoalle rinfrescanti scappate sull'acqua verso la città e di ritornoanche nello sfarzo della piazzae spessoin casi eccezionalianche per calli e ponti. Anzitutto peròcon la regolarità più felicela mattina gli offrivaalla spiaggianumerose occasioni per dedicare a quella figura incantevole attenzione e pensieri. Quel legame della sortequel favore di circostanze rinnovantesi regolarmente ogni giornoerano addirittura quanto gli ispirava soddisfazione e gioia di viverequanto gli rendeva caro il soggiornofacendo seguire l'una all'altrain piacevole rilassamentole giornate di sole. Si alzava prestocome di solito quando il lavoro l'assillava martellandoe si recava alla spiaggia prima di quasi tutti gli altrie il sole era ancora debole e il mare si estendeva bianco accecante nei sogni mattutini. Salutava affabile il guardiano dell'ingressosalutava pure amichevolmente l'uomo dalla barba bianca e scalzoche gli aveva preparato il postotirato il telo marronetrasportato le suppellettili della cabina fuori sulla piattaformae poi s'accomodava. Ed erano sue tre o quattro orein cui il sole si levava alto diventando sempre più fortein cui il mare diventava sempre più azzurroin cui poteva vedere Tazio. Lo vedeva arrivareda sinistrasull'orlo del marelo vedeva sbucar fuori da dietro tra le cabineo s'accorgevad'un tratto e non senza un dolce terroreche s'era lasciato sfuggire il suo arrivoche lui era già lìgià nel costume da bagno bianco e azzurrol'unico capo di vestiario sulla spiaggiae aveva ripreso l'abituale vita al sole e nella sabbiaquella vita dall'intimità soave e oziosamente instabilefatta di gioco e riposodi gironzolareguazzarescavareacchiapparsisdraiarsi e nuotaretenuto d'occhiochiamatoalle piattaformedalle donne che con voci in falsetto gridavano il suo nome:« Taziu!Taziu! » e lui accorreva per raccontarecon fervidi gestiquanto gli era accadutoper mostrare loro quanto aveva trovatopescato: conchigliecavallucci marinimedusegranchi dall'andatura laterale. Aschenbach non capiva neppure una parola di ciò che lui dicevafosse anche la cosa più comuneper il suo orecchio era un vago suono piacevole. Così l'incompetenza elevava a musica i discorsi del ragazzoun sole prepotente effondeva su di lui generoso splendoree la sublimeprofonda vista del mare era sempre rilievo e sfondo alla sua figura. L'osservatore conobbe presto ogni contorno e ogni atteggiamento di quel corpo altotanto liberamente delineatotornava a salutare con gioia ogni bellezza già familiaree l'ammirazione e la delicata voluttà non trovavano fine. Il ragazzo veniva chiamato per salutare un ospiteche presso la cabina rendeva gli omaggi alle signore; e lui accorrevaforse correva ancora bagnato dai fluttiscoteva i ricciolie porgendo la manosi sosteneva su una gamba sola e appoggiava l'altro piede sulle punteruotava e girava grazioso il corpo in leggiadra tensionetimido per gentilezzacivettuolo per dovere aristocratico. Distesocon l'asciugatoio avvolto al pettoil bracciodall'impronta esilepoggiato sulla sabbia e il mento nel cavo della mano; quello che veniva chiamato«Jasciu » gli stava accoccolato vicino e lo corteggiavae nulla poteva essere più incantevole del sorriso degli occhi e delle labbra con cui l'eccellente guardava l'insignificanteil servizievole. Stava sull'orlo del marelontano dal suoivicinissimo ad Aschenbacherettole mani incrociate alla nucadondolandosi sui polpastrelli dei piedie fantasticando nell'azzurromentre le piccole onde che s'avvicinavano correndo gli lambivano le punte dei piedi. I capelli color miele si ordinavano in boccoli alle tempie e sulla nucail sole illuminava la peluria dorata delle spalleil disegno fine delle costole e la proporzione del torace risaltavano dall'aderente costume sul troncole ascelle erano come in una statuai popliti rilucevano e le vene azzurre davano l'impressione che il suo corpo fosse formato di materia più trasparente. Che disciplina e precisione di pensiero erano espresse in quel corpo slanciato e giovanilmente perfetto! Ma la volontà seria e pura cheagendo furtivaera riuscita a portare alla luce quella divina opera scultoreanon era a luiall'artistanota e intima? Non agiva anche in luiquandosaturo di sobria passioneliberava dalla massa marmorea del linguaggio la forma snella già veduta in spirito e poi presentata agli uomini quale statua e specchio di bellezza spirituale? Statua e specchio! Gli occhi suoi abbracciavano la nobile figuralà sull'orlo dell'azzurroe nell'estasi infatuata credevacon quello sguardodi stringere la bellezza stessala forma come pensiero divinola perfezione unica e schietta che vive nello spirito e di cui la personificazione e immagine era stata eretta lìagile e soaveperché fosse adorata. Ecco l'ebbrezza: e senza esitareanzi bramosol'artista maturo le diede il benvenuto. Il suo spirito turbinavala sua cultura cominciava a vacillarela sua memoria rivangava vecchissimi pensieri tramandati dalla gioventùe fino a quel momento mai animati da un proprio fuoco. Non era provato che il sole volge la nostra attenzione dalle cose intellettuali a quelle sensuali? Stordisce e incantasi dicetalmente ragione e memoria che l'anima per il piaceredimentica le proprie tendenze intrinsecherestando attaccata al più bello degli oggetti irradiati dal solee proprio con l'aiuto d'un corpo riesce poi a elevarsi a contemplazioni più alte. Cupidoa dire il verouguaglia i matematiciche mostrano ai bambini ingenui figure tangibili di pura forma: e anche il dio si servedi buon gradoper renderci visibili le cose spiritualidi figura e colore della gioventùche lui ha ornato con tutto il riflesso della bellezza a strumento del ricordoe alla cui vista noi ci infiammiamo di dolore e speranza. Così pensava l'entusiasta; così era disposto a sentire. E gli si presentò un'incantevole visione dallo scroscio del mare e dal luccicore del cielo. C'era il vecchio platano non distante dalle mura di Atenein quel luogosacro- ombrosopieno del profumo d'agnocastoornato d'immagini divine e doni devoti in onore delle ninfe e dell'Acheloo. Limpidissimoil ruscello saltellava ai piedi dell'albero dai rami larghisu ciottoli levigati; i grilli cantavano. Ma sul pratoche dolcemente declinavapermettendosdraiatidi tener la testa altariposavano due uominirifugiatisi lì per la calura del giorno: un vecchio e un giovaneun brutto e un belloil saggio vicino all'avvenente. E tra cortesie e spiritosi scherzi seducentiSocrate andava istruendo Fedone su bramosia e virtù. Gli parlava del timore ardente che la creatura sensibile soffrequando il suo occhio scorge un modello d'eterna bellezza; gli parlava degli appetiti del disonesto e malvagio che non capisce la bellezzae vedendone l'immagine non è capace di rispetto; parlava della sacra paura che assale la creatura nobile quando gli appare un corpo divinoun corpo perfettoe come poi quella creatura sia tremante fuori di sée quasi non ardisca guardaree adori colui che ha la bellezzapersino sacrifizi gli offrirebbecome a una statuase non temesse d'apparir matto agli uomini. Perché la bellezzaFedone miosolo la bellezza è leggiadra e al tempo stesso visibile: èricordatelo !l'unica forma dell'incorporeo che possiamo ricevere sensualmente e sopportare sensualmente. Altrimentiche ne sarebbe di noise il divinose ragionevirtù e verità ci apparissero sensualmente? Non ci struggeremmo e non bruceremmo d'amorecome Semele per Giove? La bellezzaperciòè per la creatura sensibile la via allo spiritosolo la viasolo il mezzopiccolo Fedone... E poi l'arguto corteggiatore disse la cosa più profonda: chi ama è più divino dell'amatoperché in quello è il dioe non nell'altro; il pensiero più delicatoforse il più beffardo che mai sia stato concepitoda cui proviene ogni malizia e ogni più nascosta voluttà del desiderio. La felicità dello scrittore è il pensiero che riesca a diventare sentimento completoil sentimento che riesca a diventare pensiero completo. Alloraal solitarioapparteneva e ubbidiva un tale pensiero pulsanteun tale sentimento precisoche la naturacioèrabbrividisce per l'estasise lo spirito s'inchina ossequioso davanti alla bellezza. Improvvisamente sentì il desiderio di scrivere. È verodiconoche Eros ama l'ozio per il quale soltanto è creato. Ma a tale punto della crisil'eccitazione dell'afflitto era spinta a produrre. Quasi indifferente lo spunto. Il quesitolo stimolo era pervenuto nel suo mondo spiritualeconfluendo in luia confessare la propria opinione su un certo problema grande e scottante dell'educazione e del gusto. Il soggetto gli era consuetol'aveva vissuto; il capriccio di farlo risplendere alla luce della sua parolafu ad un tratto irresistibile. Anziil desiderio arrivò fino al punto di lavorare in presenza di Taziodi prendere a modelloscrivendola figura del ragazzodi far seguire allo stile le linee di quel corpo che gli sembrava divinoe di portare la bellezza all'astrazionecome l'aquila un tempo aveva portato nell'etere il pastore troiano. Mai aveva percepito più dolce la gioia della parolamai saputo che Eros fosse nella parolacome in quelle soavi ore pericolose in cuiseduto al suo rozzo tavolinosotto il teloal cospetto dell'idolo e la musica della sua voce all'orecchioplasmavaseguendo la bellezza di Tazioil breve saggioquella pagina e mezzo di scelta prosa la cui purezzanobiltà e vibrante tensione dell'animodovevapoco tempo doposuscitare l'ammirazione di molti. Certo è un bene che il mondo conosca soltanto la bella operae non anche le sue origininon le condizioni in cui venne formata; perché la conoscenza delle fonti da cui è scaturitaper l'artistal'ispirazionespesso sgomenterebberoconfonderebberoneutralizzando così gli effetti dell'eccellenza. Che ore singolari! Che singolare fatica snervante! Che strano rapporto creativo dello spirito con un corpo! Quando Aschenbachriposto il lavorose ne andava dalla spiaggiasi sentiva esaustoaddirittura disfattoe gli sembrava che la coscienza lo rimproverasse come dopo una dissolutezza. Fu la mattina seguente chein procinto di uscire dall'albergoper la scalinatavide Tazio già diretto al maresolosi stava appunto avvicinando all'ingresso della spiaggia. Ovvio e irresistibile sorse il desiderioil semplice pensierod'approfittare dell'occasione per stringere un facile e sereno rapporto con colui il qualeinconsapevolmentel'aveva tanto esaltato e agitatoper rivolgergli la parola e gustarsi la sua risposta e il suo sguardo. Il bello camminava senza frettasi poteva raggiungerloe Aschenbach accelerò il passo. E lo raggiunge sulla passerella dietro le cabinesta per posargli la mano sul caposulle spalledalle labbra gli pendono alcune paroleuna frase cordiale in francese: ed eccolo sentirsi il cuoreforse anche per l'andatura velocebattere come un martellocosì a corto di fiato che potrebbe parlare solo tremando e sforzandosi; esitacerca di dominarsid'un tratto teme di camminare da troppo tempo subito dietro il belloteme d'attirare l'attenzione di luiil suo voltarsi interrogantefa ancora un tentativofalliscerinuncia e passa avanti a capo chino. Troppo tardi! pensò in quell'istante. Troppo tardi! Era davvero troppo tardi? Il passo che aveva mancato di faremolto probabilmente avrebbe portato un risveglio salutarebeneleggerezza e gioia. Solo che l'uomo maturo il risveglio non lo voleval'ebbrezza gli era troppo cara. Ma chi riesce a spiegare essenza e indole dell'artista! Chi può comprendere la profonda fusione istintiva tra onestà e incontinenza su cui si basa! Perché non saper volere risveglio salutaresignifica incontinenza. Aschenbach non era più disposto all'autocritica; il gustol'abito intellettuale della sua etàla stima di se stessola maturità e la tarda modestia non lo rendevano disposto a sviscerare i moventi e a stabilire se non avesse attuato il suo proposito per coscienza o per incuria e debolezza. Era sconcertatotemeva che qualcunofosse pure solo il bagninopotesse aver osservato la sua corsala sua sconfittatemeva molto il ridicolo. Per il restoci scherzava su quella sua pauracomico- solenne.«Sgomento» pensò« sgomento come un gallo impaurito chenella lottaabbassi le ali. Dev'essere davvero la divinità chealla vista della bellezzaci fa perdere il coraggioprostrando del tutto il nostroorgoglio... » Lui invece si trastullavafantasticavaera troppo superbo per temere un sentimento. Non ci badava più che fosse già trascorso il periodo di riposo che s'era concesso; il pensiero del ritorno a casa non lo toccava neppure. Denaro ne aveva più che a sufficienza. La sua unica preoccupazione era la possibile partenza della famiglia polacca; di nascosto peròattraverso informazioni incidentali del parrucchiere dell'albergoera venuto a sapere che quei signori erano arrivati poco prima di lui. Il sole gli abbronzava il viso e le manil'eccitante aria salina gli rinforzava i sensi e mentre di solito era abituato a esaurire subito in un'opera ogni ristoro dispensatogli da sonnoda alimenti o dalla naturaora invece tutte le forze apportate giornalmente da sole e aria marina le sprecavageneroso e improduttivoin ebbrezza e sensibilità. Aveva il sonno fuggevole; le deliziose giornate uniformi erano disgiunte da notti brevicolme di felice ansietà. È vero che si ritirava prestoperché alle novequando Tazio era sparito dalla circolazioneil giorno per lui era finito. Ma sul far dell'albalo svegliava un penetrante timore delicatoil cuore gli ricordava l'avventura non permettendogli più di restarsene tra i cusciniallora si alzava eleggermente coperto per la frescura del mattinosi sedeva alla finestra aperta per aspettare il sorgere del sole. Lo spettacolo meraviglioso gli riempiva di raccoglimento l'anima purificata dal sonno. Cieloterra e mare erano ancora adagiati nello spettrale pallore vitreo del crepuscolo mattutino; una stella svanente galleggiava ancora nel nulla. Ma si levava un'auraun messaggio alato da dimore inaccessibili che Eros s'alzava dal fianco del consortee seguiva quel primodolce rossore dei più lontani lembi di terra e di marecon cui si rivela il sensualizzarsi della creazione. S'avvicinava la deala seduttrice di adolescenti che portò via Cleito e Cefalo esfidando l'invidia di tutti gli dei olimpicigodette l'amore del bellissimo Orione. Al margine del mondo cominciava uno spampanarsi di roseuno splendere e un fiorire di soavità indicibilenuvole candidetrasfiguratepiene di lucesi libravano come amorini serventi nella foschia rosea e azzurrinaporpora si riversava nel mare cheincrespandosisembrava spingerla in avantidardi dorati guizzavano dal basso alla sommità del cielolo splendore si trasformava in incendiosilenziosocon strapotenza divinasprigionava bragia e calore e fiamme avvampantimentre i corsieri sacri di Febosalivanosollevando gli zoccolisu per il mondo. Irradiato dal fasto del dioilsolitario- desto se ne stava sedutochiudeva gli occhi perché l'aureola gli baciasse le palpebre. Sentimenti di tempi lontanigiovanili e deliziose pene del cuoreche s'erano spenti nella dura difesa della sua vita e ora ritornavano trasformati in modo tanto inverosimileli riconoscevacon un sorriso perplesso e stupito. Meditavasognavale sue labbra pian piano formavano un nome esempre sorridendola faccia rivolta in avantile mani giunte in grembos'addormentava sulla poltrona. Ma il giorno iniziato tanto ardente e solennesi tramutava poi in stranamente mitico ed elevato. Da dove veniva e traeva origine quell'alito che di colpo gli sfiorava dolce ed espressivosimile a suggerimento superiorele tempie e l'orecchio? Piccoli cirri bianchi erano raccolti a frotte estesesimili a greggi pascolanti degli dei. Un vento più forte si levavae i destrieri di Poseidoneimpennandosis'avvicinavano di corsae pure toriappartenenti al chiomato d'azzurroche lanciati all'assaltomuggendoabbassavano le corna. Tra le scogliere della spiaggia più lontanaperòle onde schizzavano in altoquasi capre saltellanti. Un mondo solennemente sformatopieno di vita panicacircondava lo spettatore affascinatoe il suo cuore sognava favole delicate. Più voltequando dietro Venezia calava il solestette a guardareseduto su una panca del parcoTazio che si divertiva a giocare a palla sulla spianata ghiaiosaed era Giacinto colui che credeva di vedere e che doveva morire perché amato da due dei. Provava persino l'invidia dolorosa di Zefiro per il rivale che dimenticava l'oracolol'arco e la liraper giocare con il bello; vedeva il disco guidato da gelosia crudelecolpire la graziosa testaaccoglievaimpallidendo pure luiil corpo accasciatoe il fioregermoglio del dolce sangue portava scritto il suo pianto infinito... Nulla c'è di più strano e di più fragile del rapporto tra uomini che si conoscano solo con gli occhiche ogni giornopersino ogni oras'incontrinos'osservinocostrettiper etichetta o per capriccio personalea conservaresenza salutarsi e neppure parlarsil'apparenza d'indifferente freddezza. Tra loro c'è inquietudine e curiosità sovreccitatal'isterismo di un bisogno insoddisfattoinnaturalmente repressodi conoscenza ed espansivitàe in particolare anche una specie di tensione rispettosa. Perché l'uomo ama ed onora l'uomofinché non sia in grado di giudicarloe il desiderio è un prodotto di conoscenza imperfetta. Un rapporto qualsiasi di conoscenza doveva necessariamente formarsi tra Aschenbach e il giovane Taziocon gioia intensa l'anziano poté rilevare che interessamento ed attenzione non restavano del tutto incorrisposti. Che cosaper esempioaveva indotto il belloquando la mattina faceva la sua comparsa sulla spiaggiaa camminare pian piano verso la capanna dei suoinon più per l'assito dietro le cabinema esclusivamente per quello anterioreattraverso la sabbiaaccanto al posto di Aschenbache talvoltasenza necessitàvicinissimo a luisfiorando quasi la sua sedia e il suo tavolino? Su quell'oggetto fine e spensierato agiva davvero tanto l'attrazioneil fascino d'un sentimento superiore? Aschenbach aspettava ogni giorno la comparsa di Tazio e a voltefingeva d'essere occupatoquando avvenivae lasciava passare il bello apparentemente inosservato. Altre volte invece alzava gli occhie i loro sguardi s'incontravano. Posatissimi entrambi in quel momento. L'espressione colta e dignitosa del più anziano non tradiva nulla di un'ansia interiorema negli occhi di Tazio c'era un che di scrutanteun interrogare pensierosocamminava indecisoguardava a terra per sollevare poidolcelo sguardo edopo esser passatoqualcosa nel suo portamento esprimeva che solo l'educazione gl'impediva di voltarsi. Tuttavia una voltauna serafu diverso. I fraterni polacchi e la loro governante avevano disertato la cena nel salone. Aschenbach se n'era accorto con apprensione. Dopo cenamolto irrequieto non sapendo dove fosserostava passeggiandoin abito da sera e cappello di pagliadavanti all'albergoai piedi della terrazzaquando d'improvviso vide spuntarealla luce dei lampionile sorelle simili a suore con l'istitutrice ea quattro passi dietro di loroTazio. Evidentemente venivano dal pontile dei vaporettidopo aver cenatochissà per qual motivoin città. Sull'acqua doveva aver fatto fresco; Tazio portava un giaccone blu alla marinara con bottoni d'oro e in testa il relativo berretto. Sole e aria non l'avevano bruciatola pelle gli era rimasta giallino marmoreacome al principio; eppure quella sera sembrava più pallido del solitofosse a causa del fresco o dello smorto chiarore lunare delle lampade. I sopraccigli proporzionati si disegnavano più nettamentegli occhi s'eran fatti d'uno scuro profondo. Più bello di quanto sia possibile descriveree Aschenbach sentìcome già molte altre voltecon dolore che la parola riesce solo a esaltarla la bellezza sensualema non a ritrarla. Non se l'era attesa la cara apparizionegli arrivò insperatanon aveva avuto il tempo d'atteggiare il viso a calma e dignità. Gioiasorpresa e ammirazionevi si dipinsero forse con chiarezzaallorché il suo sguardo incontrò quello del ragazzoe in quel secondo accadde che Tazio sorrise: gli fece un sorriso parlantefiduciosoattraente e apertotendendo leggermentenel sorrisole labbra. Sorridente come Narciso che si china sullo specchio dell'acquasorride profondo e incantevoleindugiante tende le braccia al riflesso della propria bellezzaun sorriso poco poco stravoltostravolto per l'infruttuosità dei suoi sforzibaciare le graziose labbra della sua ombracivettuolocurioso e un po' crucciatosedotto e seducente. Quegli che aveva ricevuto il sorrisose n'andò sveltoquasi avesse un dono fatale. Era così impressionatoche fu costretto a fuggire la luce della terrazza e del giardinoper cercare con passo frettoloso l'oscurità del parco. Strane riprensioni indispettite e affettuose si sprigionarono in lui:« Non devi sorridere così! Ascoltacosì non si deve sorridere anessuno! » Si gettò su una pancafuori di sé respirò il profumo notturno delle piante. E appoggiato alla spallierale braccia penzolonischiacciato e rabbrividendosussurrò la rituale formula della bramosiaimpossibileassurdadepravataridicola eppure sacrosantaancora rispettabile:« Tiamo! » Nella quarta settimana di soggiorno al LidoGustav von Aschenbach feceper quanto riguardava il mondo esternoalcune constatazioni inquietanti. Anzitutto era come secon l'avanzare della stagionela frequenza nell'albergo fosse in calare piuttosto che in crescerecome se la lingua tedesca andasse scemando e tacendo intorno a luiperché a tavola e sulla spiaggia solo stranieri gli colpivano l'orecchio. Poiun giornodal parrucchieredove ora andava spessointercettò nella conversazione una parola che gli diede da pensare. L'uomo aveva menzionato una famiglia tedesca chedopo una breve permanenzaera appena ripartitae chiacchierando e lusingandosoggiunse:« Lei restasignore; non ha paura delguaio. » Aschenbach lo guardò:« Delguaio? » chiese. Il chiacchierone ammutolìfinse d'essere occupato e di non aver sentito la domanda. Equando gli venne ripetuta con più insistenzadichiarò di non saperne nullacercando con la parlantina imbarazzata di divagare. Accadde a mezzogiorno. Nel pomeriggioc'era bonaccia e il sole picchiavaAschenbach si recò a Venezia; vi era stato spinto dalla smania di seguire i fratelli polacchivisti avviarsi verso il pontile. Non lo trovòa San Marcoil suo idolo. Mentre prendeva il tèseduto a un tavolino rotondo di ferrodalla parte in ombra della piazzafiutò ad un tratto nell'aria un odore singolareche gli pareva avesse già sfiorato il suo olfattoda temposenza però rendersene coscienteun odore dolciastro medicinale che ricordava calamità e ferite e pulizia sospetta. Lo vagliò con apprensioneidentificandoloeterminato lo spuntinos'allontanò dalla piazza dalla parte opposta alla chiesa. Nello spazio ristrettol'odore cresceva d'intensità. Agli angoli delle calli erano affissi dei manifesti stampati con i quali le autorità comunalia causa di certe malattie dell'apparato digerenteall'ordine del giorno con simili temperaturemettevano in guardia gli abitanti contro l'ingestione di ostriche e telline e anche contro l'acqua dei canali. La natura palliativa della prescrizione era chiara. La gente faceva crocchio su ponti e piazze; e lo straniero vi si mischiòindagando e almanaccando. Pregò un negozianteappoggiato alla porta del suo fondacotra collane di corallo e monili di falsa ametistadi dargli informazioni sull'infausto odore. Quello lo squadrò con occhi pesanti e si rianimò frettoloso:« Una misura profilatticasignore! » rispose gesticolando.« Una disposizione della poliziache bisogna approvare. Questa temperatura opprimelo scirocco non è salutare. Insommalei mi capisceuna precauzione forseesagerata... » Aschenbachringraziatoloproseguì. Anche sul vaporetto che lo riconduceva al Lidosentiva ora l'odore del disinfettante. Ritornato all'albergosi recò subito alla tavola dei giornali e diede una scorsa ai quotidiani. In quelli stranieri non trovò nulla. Quelli del suo paese accennavano a notiziecitavano cifre incerteriportavano smentite ufficialimettendone in dubbio la veridicità. Ecco come si spiegava lo sgombro dei turisti tedeschi e austriaci. Quelli delle altre nazionalitàevidentementenon sapevano nullanon sospettavano nullanon erano ancora inquieti.« Si vuoletacere! » pensò Aschenbach eccitatomentre gettava i giornali sulla tavola.« La cosa si vuole passarla sottosilenzio! » Ma nello stesso tempo il suo cuore si riempì di soddisfazione per l'avventura in cui il mondo esterno stava andando a finire. In quanto alla passionecome alla scelleratezzanon si addicono la garanzia all'ordine e alla prosperità dell'uniforme trantran della vitamentre ogni allentamento della struttura civileogni disordine e disgrazia del mondo le giunge benvenuto perché può sperare di trovarvi assegnato il proprio tornaconto. Aschenbach però provava una tetra soddisfazione per il fatto ufficialmente mascherato delle sporche stradette di Veneziail doloroso segreto che si fondeva con il suo personalissimo segretola cui difesa anche a lui faceva tanto comodo. Perché l'innamorato non si preoccupava di nient'altro che della possibile partenza di Tazio riconoscendonon senza sgomentochequalora fosse avvenutalui non si sarebbe più sentito di vivere. Negli ultimi tempi non s'accontentava più d'esser grato alla regolarità quotidiana e alla fortuna di poter star vicino al bello e contemplarlo; lo seguivalo perseguitava. La domenicaper esempioi polacchi non andavano mai alla spiaggia; Aschenbach indovinò che si recavano a messa a San Marco; si avviò frettolosoe entrando dal caldo infuocato della piazza nella penombra dorata del santuariotrovò chi gli mancavain un inginocchiatoioa capo chinoper la funzione. Allora si tirò in dispartesullo screpolato pavimento di mosaicoin mezzo a gente inginocchiatache mormoravasi segnavae la grandezza tozza del tempio orientale s'aggravò sontuosa nella sua mente. Davanti si muovevagesticolava e cantava il pretecon paramenti pesantiscaturiva fumo d'incensoannebbiando le deboli fiammelle delle candele all'altaree le esalazioni sacrificali intanfite e dolcisembravano mischiarsi silenziosamente con l'odore della città malata. Ma tra vapori e scintilliiAschenbach vide Taziolà davantivoltarsicercarlo e guardarlo. Quando poi la folladal portali aperticominciò a defluire nella piazza luminosabrulicante di piccionil'infatuato si rincantucciò nel pronaoappostandosi nascosto. Vide i polacchi lasciare la chiesavide i fratelli congedarsi in maniera cerimoniosa dalla madre la quale si diresse verso la piazzettaper ritornare a casa; rilevò che il bellole sorelle simili a suore e la governante prendevano a destraper la porta della torre con l'orologiola via delle Merceriee dopo averli lasciati guadagnare un po' di vantaggioli seguìseguì furtivo la loro passeggiata per Venezia. Doveva fermarsise indugiavanodoveva sgusciare in bettole e cortili per lasciarli passarese ritornavano indietro; li perdevaaccaldato e sfinito li cercava per ponti e in ronchi luridipatendo minuti di angoscia mortale quandoimprovvisamentein un passaggio angusto dove non era possibile scansarlise li vedeva venire incontro. Ma non si può dire che soffrisse. Era ebbroin testa e in cuorei suoi passi seguivano gli ordini del demonio che ha la libidine di calpestare sotto i piedi ragione e dignità dell'uomo. Poiin un posto qualsiasiTazio e i suoi presero una gondolae Aschenbachtenuto nascostomentre salivanoda uno sporto o da un pozzofecepoco dopo il loro distacco dalla rivala stessa cosa. Parlò in fretta e a bassa voce nell'incaricare il vogatorepromettendogli una mancia generosadi seguiresenza dare nell'occhioa una certa distanzala gondola che proprio in quel momento stava scantonando; e rabbrividì quando l'uomocon la prontezza bricconesca del ruffianolo assicurònello stesso tonoche sarebbe stato servitoservito coscienziosamente. E cominciò a scivolareondeggiandoappoggiato su cuscini soffici e neridietro l'altra barcanera e dentataalla cui scia lo legava la passione. A volte gli spariva dalla vistaprovandone ansia e inquietudine. Ma il suo barcaioloquasi avesse pratica di tali incombenzeriusciva semprecon astute manovrerapide traversate e scorciatoiea riportare dinanzi agli occhi l'amato. L'aria era calma e fetidail sole scottava dietro la foschia che dava al cielo il color dell'ardesia. L'acqua batteva gorgogliando contro ormeggi e approdi. Al grido del gondolieremezzo richiamo e mezzo salutoseguiva da lontano una rispostanella pace di quel labirintosecondo una strana intesa. Da giardinetti pensili ricadevano su muri fracidiombrelle fioritebianche e purpureeprofumate di mandorla. Sagome di finestre arabe si disegnavano nella foschia. I gradini di marmo d'una chiesa scendevano nell'acqua; su di essi un mendicanteaccoccolatoprotestando la sua miseria e mostrando il bianco degli occhi come fosse ciecostendeva il cappello; un rigattieredavanti alla sua speloncainvitava il passantecon gesti servilia fermarsinella speranza di poterlo imbrogliare. Ecco com'era Veneziala bella lusinghiera e sospettala città mezza leggenda e mezza trappola per forestierinella cui aria putridaun tempoin bagordifiorì l'arteispirando ai musici melodie che cullano e avvolgono di lascivia. All'avventuroso sembrava come se i suoi occhi bevessero un simile rigogliocome se il suo orecchio fosse corteggiato da tali melodie; si ricordò pure che la città era malata eper sete di denarolo teneva segretoe con lo sguardo più licenzioso cercò la gondola ondeggiante più avanti. Sconvoltonon conosceva e non voleva nient'altro chesenza posaseguire l'oggetto causa del suo fervoresognarnequando non era presentee alla maniera degli amantidedicare alla sua mera ombra parole affettuose. La solitudineil paese straniero e la felicità di un'ebbrezza tarda e profondalo incoraggiavano e lo inducevano ad abbandonarsi anche alle cose più indisponentisenza timidezza e rossorecome era accaduto una sera in cuiritornato tardi da Venezias'era fermato al primo piano dell'albergoalla porta del belloaveva appoggiatoin preda al più completo stordimentola fronte alla fessuranon riuscendo a staccarsene per molto tempocon il pericolo di venir colto e sorpreso in un atteggiamento tanto pazzo. Tuttavia non mancavano istanti di ritegno e di semicoscienza. A che punto!pensava allora con sgomento. A che punto! Come ogni uomo cui i meriti naturali infondano un'importanza aristocratica alle proprie originiera abituatoin occasione di lavori o successi della sua vitaa pensare agli antenatiad assicurarsi nello spirito l'approvazioneil compiacimento e l'inevitabile stima loro. E ci pensava anche oraimpigliato in quella vicenda tanto inammissibileintento in dissolutezze tanto stravaganti dei sentimentipensava all'austerità contegnosaalla virilità onorata del loro caratteree sorrise malinconico. Che cosa direbbero? Ma certoche cosa avrebbero detto di tutta la sua vitadivergente dalla loro fino alla degenerazionedi quella vita in balia dell'artedi cui un tempo lui stessocon il civismo dei padriaveva lasciato trapelare giudizi giovanili tanto beffardie che in fondo era tanto simile alla loro! Anche lui aveva servitoanche lui era stato soldato e combattentecome molti di loroperché l'arte era una guerrauna lotta spossanteper la quale non più a lungo ci sarebbe stata attitudine. Una vita di autodominio e d'inflessibilitàuna vita duraperseverante e sobriada lui plasmata a simbolo d'un eroismo delicato e attualee poteva chiamarla virilepoteva chiamarla valorosa e gli sembrava che Erosil quale s'era impadronito della suafosse in una maniera qualsiasiparticolarmente propenso e conforme a una tale vita. Forse che non aveva goduto di stima eccellente presso i popoli più valorosinon si dice persino che proprio il valore lo abbia fatto prosperare nelle loro città? Numerosi eroi dell'antichità avevano portato volontariamente il suo giogoin quanto non erano umiliazioni quelle inflitte dal dioe gesta chese accadute per amor di altri scopisarebbero state condannate come segni di viltàinginocchiarsigiuraresupplicaresubordinarsinon gettavano onta sull'amantebensì gli raccoglievano lodi. Così si delineava la struttura mentale dell'infatuatocosì lui cercava di reggersidi salvare la dignità. Ma al tempo stesso rivolgeva persistente un'attenzione sensibile e caparbia agli eventi sudici nel cuore di Veneziaa quell'avventura del mondo esteriore che si univa tenebrosa a quella del suo cuore e gli alimentava la passione con imprecise e illecite speranze. Smanioso di sapere qualcosa di nuovo e di esatto sull'andamento e sui progressi della sciaguravagabondava in cercanei caffè della cittàdei giornali del suo paeseche erano da parecchi giorni scomparsi dalla tavola di lettura nell'atrio dell'albergo. Vi si alternavano affermazioni e smentite. Il numero dei casi di malattia e di morte pareva ammontasse a ventiquarantaaddirittura cento e piùma poi la comparsa dell'epidemia venivase non contestata in modo chiaro e precisotuttavia fatta risalire a casi isolatissimiimportati da fuori. Vi si leggevano pure moniti e proteste contro il gioco pericoloso delle autorità italianema certezza non se ne poteva raggiungere. Il solitario si sentiva però un particolare diritto a partecipare al segretoe sebbene ne fosse esclusoprovava una strana soddisfazione nel rivolgere ai conniventi domande capziosecostringendolidato che erano obbligati al silenzioa mentire deliberatamente. Un giornoa colazionenella grande sala da pranzoaffrontò il direttorequell'ometto silenzioso in finanziera franceseil quale salutando e controllandosi muoveva tra i commensali e si era fermato anche alla tavola di Aschenbach per scambiare qualche parola. Perchéchiese l'ospite in maniera apatica e incidentaleperché diavoloda qualche temposi disinfetta Venezia?« Sitratta» rispose l'ipocrita« di una misura della poliziadestinata ad evitaredebitamente e a tempoogni tipo di insalubrità o disturbo della salute pubblicache potrebbe prodursi a causa della temperatura soffocante ecaldissima. »« È proprio da lodare lapolizia» rispose Aschenbach; escambiate alcune osservazioni sul tempoil direttore si congedò. In quello stesso giornodopo cenala seraaccadde che un piccolo gruppo di sonatori ambulanti della cittàsi fece sentire nel giardino dinanzi all'albergo. Due uomini e due donnein piedi al palo di ferro del lampionevolgevano il viso imbiancato dalla luce verso la grande terrazzadove gli ospitidavanti a caffè e bibite rinfrescantisi godevano l'esibizione popolaresca. Il personale dell'albergoragazzi dell'ascensorecamerieriaddetti all'officecomparve ad origliare alla porta sull'atrio. La famiglia russazelante e precisa nel piacereaveva fatto portare giù in giardino delle sedie di viminiper essere più vicina ai sonatorie se ne stava seduta làa semicerchiosoddisfatta. Dietro i signoriin piedicon in testa un fazzoletto a mo' di turbantela loro vecchia schiava. Le mani dei virtuosi mendici mettevano in azione mandolinochitarrafisarmonica e un violino gorgheggiante. Alle esecuzioni strumentali si alternavano numeri di canto quando la donna più giovanedalla voce acuta e lamentosas'univa al tenorein falsetto sdolcinatoper un duetto d'amore pieno di passione. Ma la vera autoritàil capo della compagniasi vedeva senza dubbio che era l'altro degli uominiquello con la chitarra e nell'indole una specie di baritono buffoquasi senza voceè veroma dotato di mimica e dagli effetti notevoli e comici. Spessoil grosso strumento in bracciosi staccava dal gruppospingendosi avanti e recitando verso la rampadove le sue buffonate venivano accolte con risa incoraggianti. In modo particolare i russidai loro posti in plateasi rivelavano affascinati da tanta vivacità meridionalee lo incoraggiavanocon applausi e acclamazioniad aprirsi sempre più audace e disinvolto. Aschenbach era seduto vicino alla balaustrata e si rinfrescava di tanto in tanto le labbra con una bibita di granatina con il selzche scintillava rossa come rubino nel bicchiere davanti a lui. I suoi nervi accoglievano avidi i suoni dolci e le melodie volgari e languideperché la passione tarpa il discernimento ed entra in rapporto serio con stimoli chedalla sobrietàsarebbero accolti ridendo o rifiutati con disgusto. I lineamentiper salti del mattacchionegli si erano contorti in un sorriso diventato immobile e già dolorante. Se ne stava seduto con trascuratezzamentre il suo intimo era teso da un'attenzione estremain quanto a sei passi da luiappoggiato alla balaustrata di pietrac'era Tazio. Vestito con l'abito bianco a cinturache indossava di tanto in tanto per la cenanella sua grazia immancabile e innatal'avambraccio sul parapettoi piedi incrociatila mano destra sul fianco portanteguardava giù verso i cantambanchi e nell'espressione non c'era sorrisoma solo una lontana curiositàuna compiacenza cortese. Talvolta però si drizzava edilatando il toracetirava giùda sotto la cintura di pellecon un bel movimento di tutte e due le bracciail camiciotto bianco. Altre volteinvecee l'anziano lo notava trionfantesi giravasia pure con una strana vertigine della ragione e pure con un po' di spaventoesitante e prudenteo rapido e improvviso quasi si trattasse di fare una sorpresail capo inclinato sulla spalla sinistraverso il posto del suo innamorato. Non incontrava i suoi occhi perché una vergognosa apprensione costringeva lo smarrito a frenare timido i propri sguardi. In fondo alla terrazza c'erano le donne intente a badare a Taziole cose erano giunte a un punto tale che l'innamorato doveva temere d'aver dato nell'occhio e d'essere sospettato. Con una specie di sbalordimento aveva dovuto più volte notaresulla spiaggianell'atrio dell'albergo e in piazza San Marcoche richiamavano Tazio se era vicino a luibadavano a tenerglielo lontanoe ne dedusse un'offesa tremenda per la quale il suo cuore si contorceva in tormenti sconosciutimentre la coscienza gli impediva di respingerla. Intanto il chitarrista aveva attaccatoaccompagnandosiun a solouna canzonetta di più strofe in voga in tutta Italiail cui ritornello era ripreso dagli altri con la voce e tutti gli strumentida lui interpretata in maniera plasticodrammatica. Mingherlinomagro e scarno anche in visoseparato dai compagniil feltro logoro buttato indietro così che uno sbuffo di capelli rossi gli spuntava sotto la testain un atteggiamento di bravura spavaldastava in piedi sulla ghiaia e lanciava verso la terrazzapizzicando lo strumentoi suoi lazzi in un recitativo stringentementre nello sforzo dell'esibizione le vene della gola gli si gonfiavano. Non pareva un tipo venezianobensì piuttosto uno di quei comici napoletaniper metà ruffianiper metà commediantibrutali e temeraripericolosi e divertenti. La canzonedal testo davvero stupidoacquistava sulla sua boccaper la mimicaper i movimenti del corpoper la maniera d'ammiccare allusiva e di far scorrere la lingua agli angoli della boccaun che di equivocod'indefinitamente scandaloso. Dal colletto floscio della camicia sportivaportata con un abito da cittàspuntava il collo smilzo dove il pomo d'Adamo appariva particolarmente grosso e nudo. Il viso pallidoil naso camusodai cui lineamentisenza baffi né barbaera difficile stabilire l'etàera scalfito da smorfie e vizie al ghigno di quella bocca mobiles'adattavano molto bene i due solchi dispettosiautoritariquasi selvaggitra i sopraccigli rossicci. Quanto però in realtà volgeva su di lui la profonda attenzione del solitario era il fatto che la figura sospetta sembrava portare in sé anche la sua atmosfera sospetta. Cioèogni voltaall'inizio del ritornelloil cantante s'impegnavatra buffonate e saluti con la manoin una grottesca marcia circolarepassando sotto il posto in cui si trovava Aschenbache ogni voltaspirava verso la terrazza un'esalazione dal forte odore di fenoloemanata dai vestiti e dal corpo suoi. Terminato il couplets'accinse a raccogliere soldi. Iniziò dai russiche furono visti elargire premurosie poi salì la scalinata. Tanto audace s'era comportato durante l'esibizionealtrettanto umile si mostrava lassù. Sprofondandosi in inchini e riverenzestrisciava tra le tavole ementre sorrideva con servilismo astutoscopriva i grossi dentie le due rughe continuavano a mostrarsi minacciose tra i sopraccigli. La gente squadrava incuriosita e un po' disgustata lo strano tipo alla questua dei suoi mezzi di sostentamentogettava con le punte delle dita le monete nel cappelloguardandosi bene dal toccarlo. L'annullarsi della distanza materiale tra l'istrione e i galantuominiper quanto grande sia stato il divertimentoproduce sempre un certo imbarazzo. E lui lo sentivacercando di scusarsene con maniere striscianti. S'avvicinò ad Aschenbache con lui l'odoredel quale nessuno attorno sembrava darsi pensiero.« Senti unpo'! » disse il solitario con voce soffocata e quasi meccanicamente.« Stanno disinfettando Venezia.Perché? » Il buffone con voce roca rispose:« Ordine della polizia! Si deve farlosignore miocon questo caldo e con lo scirocco. Lo scirocco opprime. Non fa bene allasalute... » Parlava come meravigliato che si potessero porre domande del genere e facendo vedere con la mano piatta quanto opprima lo scirocco.« Non c'è forse un guaioaVenezia? » chiese Aschenbach molto piano e tra i denti. I lineamenti muscolari del mattacchione piombarono in una smorfia di comica perplessità.« Un guaio? Ma che guaio? Forse che la nostra polizia è un guaio? Ma lei ha voglia di scherzare! Un guaio? Ma neanche per idea! Una misura transitoriacerchi di capirlo! Una disposizione improvvisa contro gli effetti dell'afa opprimente... » Gesticolava.« Hocapito» disse Aschenbach di nuovo breve e sottovoceaffrettandosi a gettare nel cappello una moneta di valore eccessivo. Poicon gli occhi fece cenno d'andarseneall'uomo. Il quale ubbidì tra smorfie e riverenze. Non aveva però ancora raggiunto la scalache due impiegati dell'albergo gli si gettarono addossole facce vicinissime alla sua; per fargli bisbigliando un interrogatorio. Alzò le spallediede assicurazionigiurò di non aver detto nulla; lo si era intuito. Lasciato liberoritornò in giardino edopo essersi brevemente consigliato con i suoisotto il lampionesi rifece avanti per una canzone di commiato. Era un motivo che il solitario non ricordava d'aver mai sentito; una canzone spigliatain dialetto incomprensibilee con un ritornello a risatain cui i componenti della banda entravano regolarmente a pieni polmoni. A questo punto cessarono tanto le parole quanto l'accompagnamento strumentalee veniva eseguitoregolato in una certa maniera ritmicama con molta naturalezzasolo una risatacuisoprattutto il solistariusciva a dare con molto gustouna somigliantissima vitalità. Essendosi ristabilita la distanza artistica tra lui e i signoriaveva ritrovato la sua completa disinvolturae quel riso artificiosorivolto insolente verso la terrazzaera una risata beffarda. Mentre stava terminando la parte articolata della strofasembrò lottare con un solletico irresistibile. Singhiozzavala voce divenne esitantepremendosi la mano sulla bocca contorceva le spallee al momento giusto proruppeurlando e schiantandoin una risata irrefrenabilecon tale naturalezza che diventò contagiosa comunicandosi agli spettatoriche anche sulla terrazza andò diffondendosi un'ilarità infondata e campata per aria. E proprio questo eraa raddoppiare l'incontinenza del cantante. Piegava i ginocchisi percuoteva le coscesi reggeva i fianchi quasi volesse sgangherarsinon ridendo piùgridando ora; puntava il dito in alto come se non ci fosse niente di più comico della gente che lassù ridevae finirono col ridere tuttiin giardinonella verandapersino i camerierii ragazzi dell'ascensorei domestici alle porte. Aschenbach non stava più rilassato sulla sedias'era rizzato come in un tentativo di difesa o di fuga. Ma le risatequell'aleggiante odore d'ospedalela vicinanza del bellogli s'intrecciavano in un incantesimo illacerabile e fataleche gli avvolgeva il capo e i sensi. Approfittando del movimento e della distrazione generaliosò guardare Tazioenel farlogli parve di notare il bello ricambiargli lo sguardoe restare pure serioquasi a uniformare contegno e sembianti propri a quelli dell'altrodare l'impressione di non sapersi risolvere per l'umore generaledato che l'altro vi si sottraeva. Questa docilità ingenua e riguardosa era tanto disarmantetravolgenteche l'anziano a stento si contenne dal celare il viso tra le mani. Gli era pure sembrato che il drizzarsi e il respirare profondo di Taziosignificasse un sospiroun'oppressione al petto.« È malatoprobabilmente non giungerà allavecchiaia» tornò a pensare con quell'obbiettività da cui talvolta si emancipano l'ebrezza e il desiderio; pura sollecitudine e soddisfazione licenziosa gli riempirono il cuore. Frattanto i veneziani avevano terminato e se ne stavano andando via. Li accompagnava l'applausoe il capo non tralasciò d'adornare la partenza con altre buffonate. Gli inchinii baciamani venivano accolti a suon di risae lui allora li raddoppiava. I suoi erano già usciti; indietreggiando finse ancora di sbattere forte contro il palo d'un lampiones'avviò verso il cancello apparentemente curvo per i dolori. Infine si decise a gettare la maschera dello iettato comicosi drizzòscattando addirittura come una mollafece con la lingua fuori uno sberleffo verso gli ospiti sulla terrazzadileguandosi poi nell'oscurità. Il gruppo di bagnanti andava diradandosi; Tazio già da un pezzo non era più alla balaustrata. Ma il solitario rimase seduto ancora a lungotra il disappunto dei camerieridavanti al resto della granatinaal tavolino. La notte stava cadendoil tempo si disintegrava. Nella casa dei suoi genitorimolti anni primac'era stata una clessidradi colpo rivide il congegnetto fragile e importante. Silenziosa la sabbia rosso ruggine correva per il forellino di vetro e nella cavità superioredato che si stava esaurendoaveva formato un piccolo gorgo rotante. Il giorno seguentenel pomeriggioil testardo fece un nuovo passo per mettere in tentazione il mondo esternoquesta volta però con pieno successo. Entròcioèda piazza San Marconell'agenzia inglese di viaggi edopo aver cambiato alla cassa un po' di denarorivolsecon la faccia dello straniero diffidenteall'impiegato che lo stava servendola fatale domanda. Era un inglese in abito di lanaancor giovanela scriminatura nel mezzogli occhi vicinissimi l'uno all'altroe con quella posata lealtà di carattere chenel sud dalla bricconeria lestafa un'impressione tanto strana e singolare. Cominciò:« Non c'è da preoccuparsisir. Una misura che non implica nulla di serio. Disposizioni del genere vengono prese soventeper prevenire le conseguenze insalubri del caldo e delloscirocco... » Ma alzando gli occhi azzurriincontrò lo sguardo dello stranierouno sguardo stancoun po' tristerivolto verso le sue labbra con un leggero disprezzo. L'inglese allora arrossì.«Questa» continuò a mezza voce e con una certa agitazione« questa è la versione ufficiale su cui si crede opportuno insisterequi. Le diròc'è ben altrodietro. » E poi con parole oneste e semplici raccontò la verità. Già da parecchi anni il colera indiano aveva manifestato maggiore tendenza a propagarsi e a migrare. Generata dai caldi terreni paludosi al delta del Gangeaumentata dalle esalazioni mefitiche di quel rigoglioso e inutile luogo selvaggio preistorico e insularedisertato dagli uomininei cui canneti si cela la tigrel'epidemia aveva imperversato con violenza continua e insolita in tutto l'Indostaninvadendo a levante la Cina e a ponente l'Afghanistan e la Persia e portandosulle piste delle principali carovaniereil terrore fino ad Astrakan e addirittura fino a Mosca. Mamentre l'Europa tremava nel timore che lo spettro potesse introdursi da laggiù via terraera comparsopropagato via mareda navi mercantili sirianequasi contemporaneamentein parecchi porti mediterraneisollevando la testa a Tolone e Malagamostrando la sua maschera più volte a Palermo e a Napolisembrando pure che non volesse più ritirarsi dalla Calabria e dalla Puglia. Il nord della penisola era stato risparmiato. Tuttavia alla metà di maggio di quell'annoa Venezia furono trovatinello stesso giornoi terribili vibrioni nei cadaveri consunti e nerastri d'un mozzo e d'una fruttivendola. I casi vennero taciuti. Ma dopo una settimana ce n'erano dieciventitrenta e pure in diversi sestieri. Un austriaco che per diporto s'era trattenuto qualche giorno a Veneziaritornato nella sua cittadinamorì con sintomi inequivocabilie il fatto causò la comparsa sui giornali tedeschi delle prime voci sulla disgrazia nella città lagunare. Le autorità veneziane fecero rispondere che le condizioni sanitarie della città non erano mai state migliorie presero le necessarie misure di sicurezza. Ma probabilmente generi alimentariverdurecarne e latte erano già infettiperchénonostante smentite e occultamentila morte si estese distruggendo nelle anguste callie il caldo estivosubentrato prematurointiepidendo l'acqua dei canalifavorì in modo particolare la diffusione. Sembrava addirittura che l'epidemia si fosse rinvigorita di forzeraddoppiata di tenacia e fertilità. I casi di guarigione erano rari; l'ottanta per cento dei colpiti morivae pure in modo orrendoperché il male insorgeva con estrema violenzapresentando spesso quella forma pericolosissima detta«asciutta ». In tale eventualità il corpo non riusciva neppure a espellere l'acqua secreta in abbondanza dai vasi sanguigni. In poche ore il malatoinsecchitosisoffocava per il sangue divenuto viscido come la pecetra crampi e lamenti rauchi. Era da reputarsi fortunato secome talvolta accadevaall'accesso seguivadopo un leggero malessereun deliquio profondo dal quale non si svegliava piùo quasi. Al principio di giugno furono riempiti tacitamente i padiglioni d'isolamento dell'ospedale civiconei due orfanotrofi cominciavano a mancare i postitra la riva delle Fondamenta Nuove e San Michelel'isola del cimiteroregnava un movimento d'intensità spaventosa. Ma il timore di una rovina troppo generaleil riguardo per l'esposizione di pittura recentemente aperta nel parco pubblicoper le enormi perdite chein caso di panico e proscrizioniavrebbero minacciato gli alberghii negozitutta la molteplice industria turisticasi mostrarono nella città più potenti dell'amore per la verità e del rispetto delle convenzioni internazionali; ebbero il potere di far persistere ostinate le autorità nella politica del silenzio e della smentita. Indignatoil più alto ufficiale sanitario di Venezia aveva rassegnato le dimissioni ed era stato sostituito alla chetichella da un uomo più arrendevole. La cittadinanza sapeva; ma la corruzione dei maggiorenti insieme con la regnante incertezza generalecon lo stato d'emergenza in cui la morte vagabonda aveva trasferito la cittàprodusse una certa depravazione degli strati inferioriun incoraggiamento a impulsi foschi e antisocialiche si manifestò con sfrenatezzaimpudicizia e crescente criminalità. Contro il solito la sera si notavano molti ubriachi; gentaglia malvagiadicevanorendeva di notte le strade malsicure; c'erano stati ripetuti casi di rapina e persino d'omicidioin quanto già due volte era stato scoperto che persone presunte vittime dell'epidemiaerano state invece eliminate con il veleno dai loro propri familiari; la sciatteria professionale assumeva forme sfacciate e dissoluteprima d'allora mai conosciute in quei postimentre erano state di casa nel sud del paese e in Oriente. L'inglese disse di tutto questo le cose essenziali.« Farebbe bene apartire» concluse.« Meglio oggi che domani. Non si può andare avanti più di due giornipoi verrà proclamato ilblocco. »« Laringrazio» disse Aschenbache uscì dall'ufficio. L'afa stagnava nella piazza senza sole. Stranieri ignari stavano seduti nei caffè o in pieditutti ricoperti di piccionidavanti alla chiesae guardavano gli animali che beccavanobrulicandobattendo le alispingendosii chicchi di granoturco offerti nei cavi delle mani. In preda a un'eccitazione febbriletrionfando per il possesso della veritàe pure con un senso di schifo sulla lingua e un raccapriccio esageratoil solitario passeggiava avanti e indietro sulle piastrelle della meravigliosa piazza. Stava riflettendo su un'azione purificatrice e onesta. Avrebbe potutola seradopo la cenaavvicinarsi alla signora adorna di perle e dirle quanto testualmente aveva delineato:« Signorapermetta allo straniero di esserle utile con un consigliocon un avvertimento che l'affarismo le nasconde. Parta subitocon Tazio e le sue figlie! Venezia èinfetta. » Poi avrebbe potuto posare una mano sulla testa dello strumento d'una divinità beffardaper salutarlo. E fuggire da quella palude. Ma al tempo stesso sentiva di essere infinitamente lontano dal volerloun tal passo. Lo avrebbe riportato indietrolo avrebbe fatto ritornare in se stesso; ma chi ormai è uscito di sénon aborrisce nulla più del ritorno in sé. Si ricordò d'un edificio candidoadorno d'iscrizioni luccicanti nel tramontonella cui mistica trasparente s'era smarrito l'occhio del suo spirito; e si ricordò pure di quella strana figura d'errabondo che aveva destatonell'anzianovagante desiderio giovanile di terre lontane e sconosciute; ed il pensiero del ritornodi posatezzasobrietàfatica e maestrialo disgustò in tal misura da fargli contrarre il viso in un'espressione di malessere fisico:« Bisognatacere! » bisbigliò con impeto.« Etacerò! » La coscienza della consapevolezzadella complicità lo inebriavacome piccole quantità di vino inebriano un cervello affaticato. La visione della città colpita e trascuratalibrantesi confusa nel suo spiritoaccendeva in lui speranze inconcepibilioltre la ragione e immensamente dolci. Ma che poteva essere per lui la tenera felicità di cui primaper un momento aveva sognatoparagonata con tali lusinghe? Che gliene importava d'arte e di virtùdi fronte ai vantaggi del caos? Tacque e rimase. Quella notte fece un sogno terribilese sogno si può definire un evento corporeo spirituale capitato nel più profondo del sonno e nella più completa libertà e presenza sensualesenza però vedersi in giro e astantefuori degli avvenimentinello spazio; la loro scena era piuttosto la sua stessa animae v'irruppero dall'esterno abbattendo la sua resistenzauna resistenza profonda e spiritualepassarono lasciandosi dietro annientato il suo esseredevastata la cultura della sua vita. Paura fu il principiopaura e smania e una curiosità inorridita per quanto stava per accadere. Regnava la notte e i suoi sensi origliavano; perché da lontano andava avvicinandosi tumultofrastuonoun miscuglio di rumori: strepitosquilli e tuoni cupi e anche giubilo stridente e un certo urlo con una u prolungataframmisto tutto e coperto in modo orrendo e dolce da un suono di flauti dal sospiro profondodalla continuità perversache con penetrazione spudorata incantava le viscere. Una parola conoscevaoscuraperò in grado di definire quanto stava accadendo:« Il dioignoto. » Fioche risplendevano vampe caliginose: e riconobbe lande montanesimili a quelle attorno alla sua villetta. E nella luce straziata da alture boschivefra tronchi e muscose rovine rupestrisi rotolavanoprecipitando vorticosi: uominianimaliun brancouna frotta irruente e sommergevano il dirupo con fiammecorpitrambusto e ridda vorticante. Donneincespicanti su vesti di pelle troppo lunghependenti dalla loro cintolascuotevanosul capo gemente e rovesciato indietrodei tamburellisventolavano fuochi polverosi di fiaccole e pugnali nudistringevano in mezzo al corpo serpenti sibilanti ogridandoportavano il seno nelle due mani. Uominicorna sulla frontericoperti di pelli e dalla cute vellosacurvavano il dorso ealzando braccia e coscefacevano rimbombare piatti di ferro e battevano furenti su timpanimentre ragazzi imberbicon pertiche frondosepunzecchiavano caprioli alle cui corna s'aggrappavano e dai cui saltiesultandosi lasciavano trascinare. E gli infervorati urlavano il richiamo dalle consonanti tenui e dall'u prolungata alla finein modo dolce e furioso ad un tempocome mai altro n'era stato sentito: qui risonava gridato nell'ariaquasi bramito da cervilà si ripeteva a più vociin confuso trionfoe s'incitavano a danzare e ad agitare le membrasenza mai lasciarlo ammutolire. Ma il suono allettante e profondo dei flauti penetrava e dominava ogni cosa. Non allettava forse anche luisperimentatore avversocon ostinatezza sfrontataalla festa e all'abuso del sacrificio estremo? Grande era la sua ripugnanzagrande la pauraintegra la volontà di proteggere fino all'ultimo il proprio essere contro l'ignotoil nemico dello spirito riflessivo e dignitoso. Ma il fracassol'urliomoltiplicati dalla echeggiante parete del montecrescevanosi propagavanosi trasformavano in pazzia affascinante. Vapori opprimevano i sensil'odore mordente dei caprioliatmosfera di corpi ansanti e un alito come d'acqua imputriditae per giunta un altro ancoraconosciuto: di ferite e di malattia infettiva. Il cuore rintronava ai colpi di timpanoil cervello vorticavafu preso da irainfatuamentovoluttà stordentee l'anima sua desiderò con ardore d'unirsi alla ridda del dio. Il simbolo oscenogigantescodi legnofu scoperto e innalzato: e poi dissoluti urlarono la parola d'ordine. La schiuma alle labbrasmaniavanoa vicenda s'eccitavano con gesti lascivitra risa e gemiti s'infilzavano pungoli nella carneleccandosi il sangue delle membra. Ma con loroin loroanche il sognatore era in preda del dio ignoto. Anzi erano lui stessoquando irruendo e ammazzando si gettarono sulle bestieinghiottendo brandelli fumantiquandosullo sconvolto terreno muscosocominciò una promiscuità senza fine in sacrificio al dio. E l'anima sua assaporò lussuria e furore della perdizione. Da questo sogno l'afflitto si risvegliò snervatosfinitoimpotente in preda al demonio. Non temeva più gli sguardi indagatori delle persone; esporsi al loro sospetto non l'affliggeva. Anch'esse partivanofuggivano; numerose cabine alla spiaggia erano desertela sala da pranzo mostrava grandi vuotiin città solo di rado si vedeva ancora un forestiero. La verità sembrava fosse trapelatail panicononostante la congiura degli interessatinon poteva essere più a lungo tenuto a freno. Ma la signora con la collana di perle rimase con i suoio perché le voci non le erano pervenuteo perché aveva troppo orgogliotroppo coraggio per cedere: Tazio restò; e nell'altronel suo stordimentosembrava a volte che fuga e morte potessero allontanare di torno ogni ostacolo viventelasciando lui solo con il bello sull'isolae quando la mattina il suo sguardo si posava opprimenteirresponsabile e fisso sul desideratoquando al cadere del giorno lo seguiva in modo turpe per le calli in cui bazzicava furtiva la morte schifosala mostruosità gli pareva ricca di prospettivela legge morale inoperante. Come ogni amantedesiderava piaceretemendo amaramente di non riuscirci. Completava l'abbigliamento con particolari di serenità giovanileportava pietre prezioseusava profumipiù volte durante il giorno impiegava molto tempo per la tolettae andava a tavola ingioiellatoeccitato e ansioso. Al cospetto della dolce giovinezza che lo affascinavaprovava schifo per quel suo corpo invecchiato; la vista dei capelli grigidei lineamenti durilo precipitava in vergogna e in disperazione. Si sentiva spinto a ristorare e restaurare il fisico; e andò spesso dal parrucchiere dell'albergo. Avvolto nell'asciugamanoappoggiato alla sediasotto le mani esperte del blateronesi osservò tormentato nello specchio.«Grigio» disse storcendo la bocca.« Unpoco» rispose l'uomo.« E cioè soltanto per colpa d'una piccola trascuratezzad'una noncuranza per le cose esterioricomprensibile in persone importantima certo non affatto lodevolesenza contare che proprio tali persone non dovrebbero avere pregiudizi di naturalezza e artificiosità. Se il rigorismo di certa gente verso l'arte cosmeticasi estendesseper logicaanche ai dentilo scandalo non sarebbe poco. In fondo abbiamo l'età che spirito e cuore sentonoe i capelli grigi sonoin certe circostanzeun paradosso maggiore di quello che sarebbe il tanto disprezzato ritocco. Nel caso suosignoresi ha diritto al colore naturale dei capelli. Mi permette direstituirglielo? »« Ecome? » domandò Aschenbach. L'interrogato lavò i capelli del cliente con due tipi d'acquauno chiaro e l'altro scuroe tornarono neri come in gioventù. Poi con il ferro li ondulò mollementee si fece un po' indietro per squadrare il risultato delle sue cure.«Adesso» aggiunse« ci sarebbe ancora solo da rinfrescare un po' la pelle delviso. » E come uno che non riesca a smetterenon riesca ad appagarsipassò con operosità sempre ravvivata di frescoda una manipolazione all'altra. Aschenbachincapace di resistenzaanzi speranzoso ed eccitato da quanto stava accadendovide nello specchio i sopraccigli arcuarsi più decisipiù regolariil taglio degli occhi allungarsi e questi aumentare di lucentezza per un leggero rilievo alle palpebrevide più sottodove la pelle era stata marrone cuoioravvivarsi un carminio tenueapplicato con delicatezzale labbrapoco prima ancora esanguiinturgidirsi color lamponei solchi delle guancedella boccale rughe degli occhisparire sotto crema e alito di gioventùe scorsecon palpitazione di cuoreun giovane florido. Il cosmetista infine si dichiarò soddisfattoringraziando alla maniera di quella gentecon servile cortesiacolui che aveva servito.« Un favore di pocaimportanza» disse dando un ultimo tocco all'aspetto di Aschenbach.« Ora il signore può innamorarsi senzaesitazioni. » L'infatuato se ne andò feliceconfuso e timido. Aveva una cravatta rossaun largo cappello di paglia con nastro multicolore. S'era alzato un forte vento tiepido; pioveva di rado e pocoma l'aria era umida e densa. Buffi sbatacchiamenti e sibili avvolgevano l'uditoe al febbricitante sotto il cosmeticopareva agissero nello spazio spiriti del vento di specie malvagiaostili uccelli di mareche sconvolgevanorosicchiavano e lordavano il pasto del condannato. Perché l'afa arrestava l'appetitoirresistibile sorgeva l'idea che i cibi fossero avvelenati con elementi contagiosi. Sulle orme del belloAschenbachun pomeriggios'era smarrito nella confusione intensa della città malata. Non avendo senso d'orientamentoperché stradinecanaliponti e piazzette son troppo similiincerto pure sui punti cardinalisi preoccupava solo di non perder di vista la figura seguita con anelitoecostretto a vergognosa circospezioneschiacciato a muricercando protezione dietro la schiena di coloro che lo precedevanoper lungo tempo non s'era accorto della stanchezza e dello sfinimento arrecati al corpo e allo spirito da trasporto e continua tensione. Tazio camminava dietro i suoinei passaggi strettiin generalecedeva il passo alla governante e alle sorelle simili a suoree nel girellare solodi tanto in tantovoltava il capo per assicurarsicon uno sguardo dei suoi occhi d'un caratteristico grigio crepuscolose il suo amante lo seguisse. Lo vedeva e non lo tradiva. Inebriato da tale scopertaallettato in avanti da quegli occhimenato per il naso dalla passionel'innamorato inseguiva in segreto la sua sconveniente speranzaper vedersene infine pure frodato della semplice vista. I polacchi avevano traversato un ponte a volta strettal'altezza dell'estradosso li nascose all'inseguitore il qualea sua voltagiunto in cimanon li vide più. Li cercò in tre direzionidiritto e lungo le due parti della banchina stretta e sporcainvano. Snervamentodebolezza lo costrinsero infine a desistere dalle ricerche. Il capo bruciavail corpo era ricoperto di sudore appiccicosoil collo tremaval'affliggeva una sete insopportabilee cercò intorno un qualsiasi refrigerio momentaneo. Davanti a una botteguccia di verduracomprò un po' di fruttafragole maturissime e morbidee le mangiò camminando. Una piazzetta abbandonatadi bellezza incantevolegli s'apri davantila riconobbeera stato lì che alcune settimane prima aveva concepito il suo disperato piano di fuga. Sedutosi sui gradini del pozzoin mezzo alla piazzaappoggiò il capo al parapetto di pietra. C'era silenziotra i ciottoli del lastricato aveva attecchito dell'erbatutt'attorno immondizie. Tra le caseguastate dalle intemperiedi altezza difformein cerchiouna sembrava un palazzo con archi delle finestre a sesto acutodietro le quali regnava il vuotoe con balconcini a leone. Al pianterreno di un'altra si trovava una farmacia. Folate di vento caldo portavanodi tanto in tantoodore di fenolo. Seduto làil maestroil dignitoso artistal'autore di Uno sciaguratoche in pura forma così esemplare aveva rinnegato la vita zingaresca e l'abisso profondosfrattato la voragine della simpatia e respinto l'ignobileluil'arrivato chetrionfatore della sua scienza e venuto fuori dall'ironias'era abituato agli impegni della fiducia collettivaluila cui fama era legaleil cui nome era nobilitatoe sul cui stile i ragazzi eran tenuti a istruirsiera seduto làle palpebre abbassatesolo a volte vi spuntava sottonascondendosi di nuovo rapidouno sguardo laterale di derisione e perplessitàe le labbra cascanticon il rilievo cosmeticoformavano alcune parole da quanto il suo cervello semiassopito creava di stravagante logica chimerica.« In quanto la bellezzaFedonericordatelosolo la bellezza è divina e al tempo stesso visibileed è quindi la via del sensualeèpiccolo Fedonela via dell'artista verso lo spirito. Oracredi tumio caroche possa mai raggiungere la saggezza e la vera dignità virilecolui per il quale la via verso lo spirito passa per i sensi? Oppure credi invece( ti lascio libero di decidere) che questa sia una vianocivo- amenain realtà una via erronea e peccaminosala quale necessariamente conduce al fallo? Perchédevi sapere che noi poeti non possiamo seguire la via della bellezza senza che Eros vi s'accompagni erigendosi a guida; anzifossimo pure eroia modo nostroe modesti guerrierisiamo come donnein quanto passione è il nostro innalzamentoe il nostro desiderio deve restare amore. Questa è la nostra voluttà e la nostra vergogna. Vedi bene ora che noi poeti non possiamo essere né saggi né dignitosi? Che dobbiamo smarrircidobbiamo restare dissoluti e avventurieri del sentimento? La maestria dello stile nostro è menzogna e buffoneriala nostra fama e onorabilità una farsala fiducia della massa verso di noi è ridicolissimal'educazione del popolo e della gioventù per mezzo dell'arteun'impresa ardita da proibire. Perché come potrebbe essere adatto come educatore colui nel quale è innata una tendenza incorreggibile e ovvia per la voragine? Noi vorremmo rinnegarla e raggiungere la dignitàma comunque ci voltiamoci attira. Così rinunciamoper esempioalla conoscenza disgregantein quanto la conoscenzaFedonenon è né dignitosa né severa; è sapienteconcilianteremissivasenza ritegno né forma; ha simpatia per la voragineè la voragine stessa. Respingiamola allora con decisione e in seguito il nostro sforzo vada unicamente alla bellezzavale a direa semplicitàgrandezzanuovo rigore e anche alla seconda disinvoltura e alla forma. Ma forma e disinvolturaFedoneportano all'ebbrezza e alla bramosiaportano forse a un orrendo attentato del sentimentol'eletto che è ripudiato dalla sua propria bella severità quale infameportano alla voragineanche esse alla voragine. Noi poetidicosiamo portatiperché noi non sappiamo elevarcisappiamo soltanto darci alla dissolutezza. E ora me ne vadoFedonetu rimani qui; e solo quando non mi vedrai piùte ne potraiandare. » Alcuni giorni dopoGustav von Aschenbachsentendosi poco beneuscì dall'Hotel des Bains in un'ora del mattino più tarda del solito. Aveva avuto da lottare con certi accessi di vertiginisoltanto semisomaticheaccompagnate da una paura in continuo aumentoda una sensazione di mancanza di scampo e di prospettivedi cui non riusciva a capire se si riferisse al mondo esterno o alla sua propria vita. Notata nell'atrio una grande quantità di bagagli pronti per il trasportochiese a uno dei guardaporte chi fosse a partiree in risposta ebbe quel nome nobile polacco chein fondos'era aspettato. Lo ascoltòsenza che i suoi lineamenti deperiti si alterassero e con quella lieve alzata del capo con cui si dà incidentalmente atto di qualcosa che non era necessario conosceree chiese ancora:«Quando? » Gli fu risposto:« Dopo ilpranzo. » Annuì e si diresse verso il mare. L'atmosfera era inospitale. Sulla superficie ampia e piatta dell'acquache separava la spiaggia dal primo esteso banco di sabbiacorrevanodal mare verso terrabrividi increspanti. Autunnosopravvivenza sembravano essersi adagiati su quel luogo di spensieratezzaun tempo animato tanto policromo e ora quasi desertodove la sabbia non veniva più pulita. Una macchina fotograficaapparentemente senza padroneera sul treppiediall'orlo del maree un panno neroallargato soprasvolazzava schioccando al vento già più fresco. Taziocon due o tre compagniquelli che gli erano rimastisi muoveva a destradavanti alla cabina dei suoimentreuna coperta sui ginocchiquasi nel mezzo tra il mare e la fila delle cabineriposandosi su una sdraioAschenbach lo guardò ancora una volta. Il gioconon sorvegliato in quanto le donne forse erano occupate nei preparativi di viaggioprocedeva disordinato e stava degenerando. Quel robustone con il vestito a cintura e i capelli neri impomatatichiamato«Jasciu »irritato e accecato da un getto di sabbia in facciacostrinse Tazio alla lottache finì presto con la caduta del bellopiù debole. Maquasi nel momento della separazione il sentimento servile dell'inferiore si fosse tramutato in crudele brutalità per vendicarsi di una lunga schiavitùil vincitore non abbandonò il soccombentema premetteinginocchiandosi sulla sua schienail viso di lui tanto a lungo nella sabbiache Tazioin ogni caso già senza fiato per la lottaminacciava di soffocare. I suoi tentativi di disfarsi dell'oppressore erano spasmodiciper istanti cessarono del tuttoriprendendo poi solo come sussulti. InorriditoAschenbach voleva balzar su per salvarloquando il brutale abbandonò finalmente la vittima. Taziopallidissimosi alzò per metàrestandoappoggiato ad un braccioparecchi minuti immobilei capelli scompostigli occhi offuscati. Poialzatosi completamentes'allontanò pian piano. Lo richiamaronoprima vivacipoi inquieti e pregando: lui non ascoltava. Il brunoforse preso subito da pentimento per l'eccessolo raggiunse cercando di rappacificarlo. Un'alzata di spalle lo respinse. Tazio camminava di traverso giù in direzione del mare. Era a piedi nudi e portava quel vestito di tela rigata con la cravatta rossa. Sull'orlo dei fluttiil capo chinos'indugiò a disegnare con la punta del piedenella sabbia umidadelle figureinoltrandosi poi nell'acqua bassache nel punto più profondo non arrivava a bagnargli i ginocchil'attraversòcamminando fiacco fino al banco di sabbia. Là si fermò un momento con il viso rivolto lontanomettendosi poi a percorrere lentoa sinistrala lunga e stretta fascia di sabbia scoperta. Separato dalla terraferma da un largo specchio d'acquaseparato dai suoi compagni dal suo risentimento orgogliosofigura appartatissima e isolatai capelli svolazzantivagava laggiù fuorinel marenel ventodavanti all'infinito nebuloso. Un paio di volte si fermò a guardare. E improvvisamentequasi spinto da un ricordoda un impulsovolse il bustouna mano sul fiancomutando la sua posizione primitivae guardò oltre le spalleverso la spiaggia. Lo spettatore era seduto là come un tempoquando per la prima voltalanciato da quella sogliaquello sguardo grigio crepuscolo aveva incontrato il suo. La testaappoggiata allo schienaleaveva seguitolentai movimenti di quello che laggiù camminavapoi si alzòquasi a incontrare lo sguardoe ricadde sul petto così che gli occhi guardavano dal bassomentre il viso mostrava l'espressione floscia e intimamente abbandonata di un sonno profondo. Lui però si sentiva come se il pallido e amato psicagogo là fuori gli sorridesselo chiamasse; come setogliendo la mano dal fianco e additando un punto lontanosi librasse in avanti nell'immensità promessa. Ecome già altre voltesi accinse a seguirlo. Passarono minuti prima che accorressero in aiuto dell'uomo caduto sul fianconella poltrona. Lo portarono in camera sua. E il giorno stessoun mondo impressionato e deferente apprese la notizia della sua morte.