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LETTERA ENCICLICA VERITATIS SPLENDOR

LETTERA ENCICLICA
VERITATIS SPLENDOR
DEL SOMMO PONTEFICE
GIOVANNI PAOLO II
A TUTTI I VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA
CIRCA ALCUNE QUESTIONI FONDAMENTALI
DELL'INSEGNAMENTO MORALE DELLA CHIESA


Venerati Fratelli nell'Episcopato
salute e Apostolica Benedizione!

Lo splendore della verità rifulge in tutte le opere del Creatore ein modo particolarenell'uomo creato a immagine e somiglianza di Dio (cfGn 126): la verità illumina l'intelligenza e informa la libertà dell'uomoche in tal modo viene guidato a conoscere e ad amare il Signore. Per questoil salmista prega: « Risplenda su di noiSignorela luce del tuo volto» (Sal 47).


INTRODUZIONE

Gesù Cristoluce vera che illumina ogni uomo

1. Chiamati alla salvezza mediante la fede in Gesù Cristo« luce verache illumina ogni uomo » (Gv 19)gli uomini diventano « luce nelSignore » e « figli della luce » (Ef 58) e si santificano con «l'obbedienza alla verità » (1 Pt 122).

Questa obbedienza non è sempre facile. In seguito a quel misteriosopeccato d'originecommesso per istigazione di Satanache è « menzogneroe padre della menzogna » (Gv 844)l'uomo è permanentemente tentatodi distogliere il suo sguardo dal Dio vivo e vero per volgerlo agli idoli(cf 1 Ts 19)cambiando « la verità di Dio con la menzogna » (Rm125); viene allora offuscata anche la sua capacità di conoscere laverità e indebolita la sua volontà di sottomettersi ad essa. E cosìabbandonandosial relativismo e allo scetticismo (cf. Gv 1838)egli va allaricerca di una illusoria libertà al di fuori della stessa verità.

Ma nessuna tenebra di errore e di peccato può eliminare totalmente nell'uomola luce di Dio Creatore. Nella profondità del suo cuore permane semprela nostalgia della verità assoluta e la sete di giungere alla pienezzadella sua conoscenza. Ne è prova eloquente l'inesausta ricerca dell'uomoin ogni campo e in ogni settore. Lo prova ancor più la sua ricerca sulsenso della vita. Lo sviluppo della scienza e della tecnicasplendidatestimonianza delle capacità dell'intelligenza e della tenacia degli uomininon dispensa dagli interrogativi religiosi ultimi l'umanitàma piuttostola stimola ad affrontare le lotte più dolorose e decisivequelle del cuoree della coscienza morale.

2. Ogni uomo non può sfuggire alle domande fondamentali: Che cosadevo fare? Come discernere il bene dal male? La risposta è possibilesolo grazie allo splendore della verità che rifulge nell'intimo dello spiritoumanocome attesta il salmista: « Molti dicono: "Chi ci farà vedereil bene?". Risplenda su di noiSignorela luce del tuo volto » (Sal47).

La luce del volto di Dio splende in tutta la sua bellezza sul voltodi Gesù Cristo« immagine del Dio invisibile » (Col 115)« irradiazionedella sua gloria » (Eb 13)« pieno di grazia e di verità » (Gv114): Egli è « la viala verità e la vita » (Gv 146). Per questola risposta decisiva ad ogni interrogativo dell'uomoin particolare aisuoi interrogativi religiosi e moraliè data da Gesù Cristoanzi è GesùCristo stessocome ricorda il Concilio Vaticano II: « In realtàsolamentenel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo.Adamoinfattiil primo uomoera figura di quello futuroe cioè di CristoSignore. Cristoche è il nuovo Adamoproprio rivelando il mistero delPadre e del suo amoresvela anche pienamente l'uomo all'uomo e gli fanota la sua altissima vocazione ».1

Gesù Cristo« la luce delle genti »illumina il volto della sua Chiesache Egli manda in tutto il mondo ad annunciare il Vangelo ad ogni creatura(cf Mc 1615).2 Così la ChiesaPopolo di Dio in mezzo alle nazioni3mentre è attenta alle nuove sfide della storia e agli sforzi che gli uominicompiono nella ricerca del senso della vitaoffre a tutti la rispostache viene dalla verità di Gesù Cristo e del suo Vangelo. È sempre vivanella Chiesa la coscienza del suo « dovere permanente di scrutare i segnidei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelocosì chein un modoadatto a ciascuna generazionepossa rispondere ai perenni interrogatividegli uomini sul senso della vita presente e futura e sul loro reciprocorapporto ».4

3. I Pastori della Chiesain comunione col Successore di Pietrosonovicini ai fedeli in questo sforzoli accompagnano e li guidano con illoro magisterotrovando accenti sempre nuovi di amore e di misericordiaper rivolgersi non solo ai credentima a tutti gli uomini di buona volontà.Il Concilio Vaticano II rimane una testimonianza straordinaria di questoatteggiamento della Chiesa che« esperta in umanità »5 si pone al serviziodi ogni uomo e di tutto il mondo.6

La Chiesa sa che l'istanza morale raggiunge in profondità ogni uomocoinvolge tuttianche coloro che non conoscono Cristo e il suo Vangeloe neppure Dio. Sa che proprio sulla strada della vita morale è apertaa tutti la via della salvezzacome ha chiaramente ricordato il ConcilioVaticano IIche così scrive: « Quelli che senza colpa ignorano il Vangelodi Cristo e la sua Chiesae tuttavia cercano sinceramente Dioe sottol'influsso della grazia si sforzano di compiere con le opere la volontàdi Dioconosciuta attraverso il dettame della coscienzapossono conseguirela salvezza eterna ». Ed aggiunge: « Né la divina Provvidenza nega gliaiuti necessari alla salvezza a coloro che senza colpa da parte loro nonsono ancora arrivati a una conoscenza esplicita di Dioe si sforzanonon senza la grazia divinadi condurre una vita retta. Poiché tutto ciòche di buono e di vero si trova in loroè ritenuto dalla Chiesa come unapreparazione al Vangeloe come dato da Colui che illumina ogni uomoaffinchéabbia finalmente la vita ».7

L'oggetto della presente Enciclica

4. Semprema soprattutto nel corso degli ultimi due secolii SommiPontefici sia personalmente che insieme al Collegio episcopale hanno sviluppatoe proposto un insegnamento morale relativo ai molteplici e differentiambiti della vita umana. In nome e con l'autorità di Gesù Cristoessihanno esortatodenunciatospiegato; in fedeltà alla loro missionenellelotte in favore dell'uomohanno confermatosostenutoconsolato; conla garanzia dell'assistenza dello Spirito di verità hanno contribuito aduna migliore comprensione delle esigenze morali negli ambiti della sessualitàumanadella famigliadella vita socialeeconomica e politica. Il loroinsegnamento costituisceall'interno della tradizione della Chiesa e dellastoria dell'umanitàun continuo approfondimento della conoscenza morale.8

Oggiperòsembra necessario riflettere sull'insieme dell'insegnamentomorale della Chiesa con lo scopo preciso di richiamare alcune veritàfondamentali della dottrina cattolica che nell'attuale contesto rischianodi essere deformate o negate. Si è determinatainfattiuna nuova situazioneentro la stessa comunità cristianache ha conosciuto il diffondersidi molteplici dubbi ed obiezionidi ordine umano e psicologicosocialee culturalereligioso ed anche propriamente teologicoin merito agliinsegnamenti morali della Chiesa. Non si tratta più di contestazioni parzialie occasionalima di una messa in discussione globale e sistematica delpatrimonio moralebasata su determinate concezioni antropologiche ed etiche.Alla loro radice sta l'influsso più o meno nascosto di correnti di pensieroche finiscono per sradicare la libertà umana dal suo essenziale e costitutivorapporto con la verità. Così si respinge la dottrina tradizionale sullalegge naturalesull'universalità e sulla permanente validità dei suoiprecetti; si considerano semplicemente inaccettabili alcuni insegnamentimorali della Chiesa; si ritiene che lo stesso Magistero possa intervenirein materia morale solo per « esortare le coscienze » e per « proporre ivalori »ai quali ciascuno ispirerà poi autonomamente le decisioni e lescelte della vita.

È da rilevarein special modola dissonanza tra la risposta tradizionaledella Chiesa e alcune posizioni teologichediffuse anche in Seminarie Facoltà teologichecirca questioni della massima importanza perla Chiesa e la vita di fede dei cristianinonché per la stessa convivenzaumana. In particolare ci si chiede: i comandamenti di Dioche sono scrittinel cuore dell'uomo e fanno parte dell'Alleanzahanno davvero la capacitàdi illuminare le scelte quotidiane delle singole persone e delle societàintere? È possibile obbedire a Dio e quindi amare Dio e il prossimosenzarispettare in tutte le circostanze questi comandamenti? È anche diffusal'opinione che mette in dubbio il nesso intrinseco e inscindibile che uniscetra loro la fede e la moralequasi che solo in rapporto alla fede si debbanodecidere l'appartenenza alla Chiesa e la sua unità internamentre si potrebbetollerare nell'ambito morale un pluralismo di opinioni e di comportamentilasciati al giudizio della coscienza soggettiva individuale o alla diversitàdei contesti sociali e culturali.

5. In un tale contestotuttora attualeè maturata in me la decisionedi scrivere — come già annunciai nella Lettera apostolica Spiritus Dominipubblicata il 1o agosto 1987 in occasione del secondo centenario dellamorte di sant'Alfonso Maria de' Liguori — un'Enciclica destinata a trattare« più ampiamente e più profondamente le questioni riguardanti i fondamentistessi della teologia morale »9 fondamenti che vengono intaccati da alcunetendenze odierne.

Mi rivolgo a voivenerati Fratelli nell'Episcopatoche condividetecon me la responsabilità di custodire la « sana dottrina » (2 Tm 43)con l'intenzione di precisare taluni aspetti dottrinali che risultanodecisivi per far fronte a quella che è senza dubbio una vera crisitanto gravi sono le difficoltà che ne conseguono per la vita morale deifedeli e per la comunione nella Chiesacome pure per un'esistenza socialegiusta e solidale.

Se questa Enciclicada tanto tempo attesaviene pubblicata solo oralo è anche perché è apparso conveniente farla precedere dal Catechismodella Chiesa Cattolicail quale contiene un'esposizione completa esistematica della dottrina morale cristiana. Il Catechismo presenta lavita morale dei credenti nei suoi fondamenti e nei suoi molteplici contenuticome vita dei « figli di Dio »: « Riconoscendo nella fede la loro nuovadignitài cristiani sono chiamati a comportarsi ormai "da cittadinidegni del Vangelo" (Fil 127). Mediante i sacramenti e la preghieraessi ricevono la grazia di Cristo e i doni del suo Spiritoche li rendonocapaci di questa vita nuova ».10 Nel rimandare pertanto al Catechismo «come testo di riferimento sicuro ed autorevole per l'insegnamento delladottrina cattolica »11 l'Enciclica si limiterà ad affrontare alcunequestioni fondamentali dell'insegnamento morale della Chiesasottoforma di un necessario discernimento su problemi controversi tra gli studiosidell'etica e della teologia morale. È questo l'oggetto specifico dellapresente Enciclicache intende esporresui problemi discussile ragionidi un insegnamento morale fondato nella Sacra Scrittura e nella viva Tradizioneapostolica 12 mettendo in lucenello stesso tempoi presupposti e leconseguenze delle contestazioni di cui tale insegnamento è fatto segno.


CAPITOLO I

« MAESTROCHE COSA DEVO FARE DI BUONO...? »
(MT 1916)

Cristo e la risposta alla domanda di morale

« Un tale gli si avvicinò... » (Mt 1916)

6. Il dialogo di Gesù con il giovane ricco riferito nel capitolo19 del Vangelo di san Matteopuò costituire un'utile traccia per riascoltarein modo vivo e incisivo il suo insegnamento morale: « Ed eccoun tale gli si avvicinò e gli disse: "Maestroche cosa devo faredi buono per ottenere la vita eterna?". Egli rispose: "Perchémi interroghi su ciò che è buono? Uno solo è buono. Se vuoi entrare nellavitaosserva i comandamenti". Ed egli chiese: "Quali?".Gesù rispose: "Non ucciderenon commettere adulterionon rubarenon testimoniare il falsoonora il padre e la madreama il prossimo tuocome te stesso. Il giovane gli disse: "Ho sempre osservato tutte questecose; che mi manca ancora?". Gli disse Gesù: "Se vuoi essereperfettova'vendi quello che possiedidallo ai poveri e avrai un tesoronel cielo; poi vieni e seguimi" » (Mt 1916-21).13

7. « Ed ecco un tale... ». Nel giovaneche il Vangelo di Matteonon nominapossiamo riconoscere ogni uomo checoscientemente onosi avvicina a CristoRedentore dell'uomoe gli pone la domandamorale. Per il giovaneprima che una domanda sulle regole da osservareè una domanda di pienezza di significato per la vita. Ein effettiè questa l'aspirazione che sta al cuore di ogni decisione e di ogni azioneumanala segreta ricerca e l'intimo impulso che muove la libertà. Questadomanda è ultimamente un appello al Bene assoluto che ci attrae e ci chiamaa séè l'eco di una vocazione di Dioorigine e fine della vita dell'uomo.Proprio in questa prospettiva il Concilio Vaticano II ha invitato a perfezionarela teologia morale in modo che la sua esposizione illustri l'altissimavocazione che i fedeli hanno ricevuto in Cristo14 unica risposta che appagapienamente il desiderio del cuore umano.

Perché gli uomini possano realizzare questo « incontro » con CristoDio ha voluto la sua Chiesa. Essainfatti« desidera servire quest'unicofine: che ogni uomo possa ritrovare Cristoperché Cristo possacon ciascunopercorrere la strada della vita ».15

« Maestroche cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?» (Mt 1916)

8. Dalla profondità del cuore sorge la domanda che il giovane riccorivolge a Gesù di Nazaretuna domanda essenziale e ineludibile perla vita di ogni uomo: essa riguardainfattiil bene morale da praticaree la vita eterna. L'interlocutore di Gesù intuisce che esiste una connessionetra il bene morale e il pieno compimento del proprio destino. Egli è unpio israelitacresciuto per così dire all'ombra della Legge del Signore.Se pone questa domanda a Gesùpossiamo immaginare che non lo faccia perchéignora la risposta contenuta nella Legge. È più probabile che il fascinodella persona di Gesù abbia fatto sorgere in lui nuovi interrogativi intornoal bene morale. Egli sente l'esigenza di confrontarsi con Colui che avevainiziato la sua predicazione con questo nuovo e decisivo annuncio: « Iltempo è compiuto e il Regno di Dio è vicino; convertitevi e credete alVangelo » (Mc 115).

Occorre che l'uomo di oggi si volga nuovamente verso Cristo per avereda Lui la risposta su ciò che è bene e ciò che è male. Egli è il Maestroil Risorto che ha in sé la vita e che è sempre presente nella sua Chiesae nel mondo. È Lui che schiude ai fedeli il libro delle Scritture erivelandopienamente la volontà del Padreinsegna la verità sull'agire morale. Allasorgente e al vertice dell'economia della salvezzaAlfa e Omega dellastoria umana (cf Ap 18; 216; 2213)Cristo rivela la condizionedell'uomo e la sua vocazione integrale. Per questo« l'uomo che vuol comprenderese stesso fino in fondo non soltanto secondo immediatiparzialispessosuperficialie perfino apparenti criteri e misure del proprio essere devecon la sua inquietudine e incertezza ed anche con la sua debolezza e peccaminositàcon la sua vita e morteavvicinarsi a Cristo. Egli deveper così direentrare in Lui con tutto se stessodeve "appropriarsi" ed assimilaretutta la realtà dell'Incarnazione e della Redenzione per ritrovare se stesso.Se in lui si attua questo profondo processoallora egli produce fruttinon soltanto di adorazione di Dioma anche di profonda meraviglia di sestesso ».16

Se vogliamo dunque penetrare nel cuore della morale evangelica e coglierneil contenuto profondo e immutabiledobbiamo ricercare accuratamente ilsenso dell'interrogativo posto dal giovane ricco del Vangelo epiù ancorail senso della risposta di Gesùlasciandoci guidare da Lui. Gesùinfatticon delicata attenzione pedagogicarisponde conducendo il giovane quasiper manopasso dopo passoverso la verità piena.

« Uno solo è buono » (Mt 1917)

9. Gesù dice: « Perché mi interroghi su ciò che è buono? Uno solo èbuono. Se vuoi entrare nella vitaosserva i comandamenti » (Mt 1917). Nella versione degli evangelisti Marco e Luca la domanda viene cosìformulata: « Perché mi chiami buono? Nessuno è buonose non Dio solo »(Mc 1018; cf Lc 1819).

Prima di rispondere alla domandaGesù vuole che il giovane chiariscaa se stesso il motivo per cui lo interroga. Il « Maestro buono » indicaal suo interlocutore — e a tutti noi — che la risposta all'interrogativo:« Che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? »può esseretrovata soltanto rivolgendo la mente e il cuore a Colui che « solo è buono»: « Nessuno è buonose non Dio solo » (Mc 1018; cf Lc 1819).Solo Dio può rispondere alla domanda sul beneperché Egli è il Bene.

Interrogarsi sul bene in effettisignifica rivolgersi inultima analisi verso Diopienezza della bontà. Gesù mostra che ladomanda del giovane è in realtà una domanda religiosa e che la bontàche attrae e al tempo stesso vincola l'uomoha la sua fonte in Dioanziè Dio stessoColui che solo è degno di essere amato « con tutto il cuorecon tutta l'anima e con tutta la mente » (Mt 2237)Colui che èla sorgente della felicità dell'uomo. Gesù riporta la questione dell'azionemoralmente buona alle sue radici religioseal riconoscimento di Diounicabontàpienezza della vitatermine ultimo dell'agire umanofelicità perfetta.

10. La Chiesaistruita dalle parole del Maestrocrede che l'uomofatto a immagine del Creatoreredento con il sangue di Cristo e santificatodalla presenza dello Spirito Santoha come fine ultimo della suavita l'essere « a lode della gloria » di Dio (cf Ef 112)facendo sì che ognuna delle sue azioni ne rifletta lo splendore. « Conoscidunque te stessao anima bella: tu sei l'immagine di Dio — scrivesant'Ambrogio —. Conosci te stessoo uomo: tu sei la gloria di Dio(1 Cor 117). Ascolta in che modo ne sei la gloria. Dice il profeta:La tua scienza è divenuta mirabile provenendo da me (Sal 13816)cioè: nella mia opera la tua maestà è più ammirabilela tua sapienza vieneesaltata nella mente dell'uomo. Mentre considero me stessoche tu scrutinei segreti pensieri e negli intimi sentimentiio riconosco i misteridella tua scienza. Conosci dunque te stessoo uomoquanto grande tu seie vigila su di te... ».17

Ciò che l'uomo è e deve fare si manifesta nel momento in cui Diorivela se stesso. Il Decalogoinfattisi fonda su queste parole:« Io sono il Signoretuo Dioche ti ho fatto uscire dal paese d'Egittodalla condizione di schiavitù: non avrai altri dèi di fronte a me » (Es202-3). Nelle « dieci parole » dell'Alleanza con Israelee in tuttala LeggeDio si fa conoscere e riconoscere come Colui che « solo è buono»; come Colui chenonostante il peccato dell'uomocontinua a rimanereil « modello » dell'agire moralesecondo la sua stessa chiamata: « Siatesantiperché ioil SignoreDio vostrosono santo » (Lv 192);come Colui chefedele al suo amore per l'uomogli dona la sua Legge (cfEs 199-24 e 2018-21)per ristabilire l'originaria armonia colCreatore e con tutto il creatoed ancor più per introdurlo nel suo amore:« Camminerò in mezzo a voisarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo» (Lv 2612).

La vita morale si presenta come risposta dovuta alle iniziativegratuite che l'amore di Dio moltiplica nei confronti dell'uomo. È una rispostad'amoresecondo l'enunciato che del comandamento fondamentale fa ilDeuteronomio: « AscoltaIsraele: il Signore è il nostro DioilSignore è uno solo: Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuorecontutta l'anima e con tutte le forze. Questi precettiche oggi ti dotistiano fissi nel cuore; li ripeterai ai tuoi figli » (Dt 647).Cosìla vita moralecoinvolta nella gratuità dell'amore di Dioè chiamataa rifletterne la gloria: « Per chi ama Dio è sufficiente piacere a Coluiche egli ama: poiché non deve ricercarsi nessun'altra ricompensa maggioredello stesso amore; la caritàinfattiproviene da Dio in maniera taleche Dio stesso è carità ».18

11. L'affermazione che « uno solo è buono » ci rimanda così alla « primatavola » dei comandamentiche chiama a riconoscere Dio come Signore unicoe assoluto e a rendere culto a Lui solo a motivo della sua infinita santità(cf Es 202-11). Il bene è appartenere a Dioobbedire a Luicamminare umilmente con Lui praticando la giustizia e amando la pietà (cfMic 68). Riconoscere il Signore come Dio è il nucleo fondamentaleil cuore della Leggeda cui discendono e a cui sono ordinati i precettiparticolari. Mediante la morale dei comandamenti si manifesta l'appartenenzadel popolo di Israele al Signoreperché Dio solo è Colui che è buono.Questa è la testimonianza della Sacra Scritturain ogni sua pagina permeatadalla viva percezione dell'assoluta santità di Dio: « Santosantosantoè il Signore degli eserciti » (Is 63).

Ma se Dio solo è il Benenessuno sforzo umanoneppure l'osservanzapiù rigorosa dei comandamentiriesce a « compiere » la Leggecioè a riconoscereil Signore come Dio e a rendergli l'adorazione che a Lui solo è dovuta(cf Mt 410). Il « compimento » può venire solo da un dono diDio: è l'offerta di una partecipazione alla Bontà divina che si rivelae si comunica in Gesùcolui che il giovane ricco chiama con le parole« Maestro buono » (Mc 1017; Lc 1818). Ciò che ora il giovaneriesce forse solo a intuireverrà alla fine pienamente rivelato da Gesùstesso nell'invito: « Vieni e seguimi » (Mt 1921).

« Se vuoi entrare nella vitaosserva i comandamenti » (Mt1917)

12. Solo Dio può rispondere alla domanda sul beneperché Egli è ilBene. Ma Dio ha già dato risposta a questa domanda: lo ha fatto creandol'uomo e ordinandolo con sapienza e con amore al suo finemediantela legge inscritta nel suo cuore (cf Rm 215)la « legge naturale». Questa « altro non è che la luce dell'intelligenza infusa in noi daDio. Grazie ad essa conosciamo ciò che si deve compiere e ciò che si deveevitare. Questa luce e questa legge Dio l'ha donata nella creazione ».19Lo ha fatto poi nella storia di Israelein particolare con le «dieci parole »ossia con i comandamenti del Sinaimediante i qualiEgli ha fondato l'esistenza del popolo dell'Alleanza (cf Es 24)e l'ha chiamato ad essere la sua « proprietà tra tutti i popoli »« unanazione santa » (Es 1956)che facesse risplendere la sua santitàtra tutte le genti (cf Sap 184; Ez 2041). Il dono del Decalogoè promessa e segno dell'Alleanza Nuovaquando la legge sarà nuovamentee definitivamente scritta nel cuore dell'uomo (cf Ger 3131-34)sostituendosi alla legge del peccatoche quel cuore aveva deturpato (cfGer 171). Allora verrà donato « un cuore nuovo » perché in essoabiterà « uno spirito nuovo »lo Spirito di Dio (cf Ez 3624-28).20

Per questodopo l'importante precisazione: « Uno solo è buono »Gesùrisponde al giovane: « Se vuoi entrare nella vitaosserva i comandamenti» (Mt 1917). Viene in tal modo enunciato uno stretto legametra la vita eterna e l'obbedienza ai comandamenti di Dio: sono i comandamentidi Dio che indicano all'uomo la via della vita e ad essa conducono. Dallabocca stessa di Gesùnuovo Mosèvengono ridonati agli uomini i comandamentidel Decalogo; egli stesso li conferma definitivamente e li propone a noicome via e condizione di salvezza. Il comandamento si lega a una promessa:nella Alleanza Antica oggetto della promessa era il possesso di unaterra in cui il popolo avrebbe potuto condurre un'esistenza nella libertàe secondo giustizia (cf Dt 620-25); nella Alleanza Nuova oggettodella promessa è il « Regno dei cieli »come Gesù afferma all'inizio del« Discorso della Montagna » — discorso che contiene la formulazione piùampia e completa della Legge Nuova (cf Mt 5-7) —in evidente connessionecon il Decalogo affidato da Dio a Mosè sul monte Sinai. Alla medesima realtàdel Regno fa riferimento l'espressione « vita eterna »che è partecipazionealla vita stessa di Dio: essa si realizza nella sua perfezione solo dopola mortema nella fede è già fin d'ora luce di veritàsorgente di sensoper la vitaincipiente partecipazione ad una pienezza nella sequela diCristo. DiceinfattiGesù ai discepoli dopo l'incontro con il giovanericco: « Chiunque avrà lasciato caseo fratellio sorelleo padreomadreo figlio campi per il mio nomericeverà cento volte tanto e avràin eredità la vita eterna » (Mt 1929).

13. La risposta di Gesù non basta al giovaneche insiste interrogandoil Maestro circa i comandamenti da osservare: « Ed egli chiese: "Quali?"» (Mt 1918). Chiede che cosa deve fare nella vita per rendere manifestoil riconoscimento della santità di Dio. Dopo aver orientato lo sguardodel giovane verso DioGesù gli ricorda i comandamenti del Decalogo cheriguardano il prossimo: « Gesù rispose: "Non ucciderenon commettereadulterionon rubarenon testimoniare il falsoonora il padre e la madreama il prossimo tuo come te stesso » (Mt 1918-19).

Dal contesto del colloquio especialmentedal confronto del testodi Matteo con i passi paralleli di Marco e di Lucarisulta che Gesù nonintende elencare tutti e singoli i comandamenti necessari per « entrarenella vita »mapiuttostorimandare il giovane alla centralità delDecalogo rispetto ad ogni altro precettoquale interpretazione diciò che per l'uomo significa « Io sono il SignoreDio tuo ». Non può sfuggirecomunquealla nostra attenzione quali comandamenti della Legge il SignoreGesù ricorda al giovane: sono alcuni comandamenti che appartengono allacosiddetta « seconda tavola » del Decalogodi cui compendio (cf Rm138-10) e fondamento è il comandamento dell'amore del prossimo:« Ama il prossimo tuo come te stesso » (Mt 1919; cf Mc1231). In questo comandamento si esprime precisamente la singolaredignità della persona umana la quale è « la sola creatura che Dioabbia voluto per se stessa ».21 I diversi comandamenti del Decalogo nonsono in effetti che la rifrazione dell'unico comandamento riguardante ilbene della personaa livello dei molteplici beni che connotano la suaidentità di essere spirituale e corporeoin relazione con Diocol prossimoe col mondo delle cose. Come leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica« i dieci comandamenti appartengono alla rivelazione di Dio. Al tempostesso ci insegnano la vera umanità dell'uomo. Mettono in luce i doveriessenziali equindiindirettamentei diritti fondamentali inerenti allanatura della persona umana ».22

I comandamentiricordati da Gesù al giovane interlocutoresono destinatia tutelare il bene della personaimmagine di Diomediante la protezionedei suoi beni. « Non ucciderenon commettere adulterionon rubarenon testimoniare il falso » sono regole morali formulate in termini didivieto. I precetti negativi esprimono con particolare forza l'esigenzainsopprimibile di proteggere la vita umanala comunione delle personenel matrimoniola proprietà privatala veridicità e la buona fama.

I comandamenti rappresentanoquindila condizione di base per l'amoredel prossimo; essi ne sono al contempo la verifica. Sono la prima tappanecessaria nel cammino verso la libertàil suo inizio: « La primalibertà — scrive sant'Agostino — consiste nell'essere esenti da crimini...come sarebbero l'omicidiol'adulteriola fornicazioneil furtola frodeil sacrilegio e così via. Quando uno comincia a non avere questi crimini(e nessun cristiano deve averli)comincia a levare il capo verso la libertàma questo non è che l'inizio della libertànon la libertà perfetta...».23

14. Ciò non significacertoche Gesù intenda dare la precedenza all'amoredel prossimo o addirittura separarlo dall'amore di Dio. Lo testimonia ilsuo dialogo col dottore della Legge: questiche pone una domanda moltosimile a quella del giovanesi sente rimandato da Gesù ai due comandamentidell'amore di Dio e dell'amore del prossimo (cf Lc 1025-27)e invitato a ricordare che solo la loro osservanza conduce alla vita eterna:« Fa' questo e vivrai » (Lc 1028). È comunque significativo chesia proprio il secondo di questi comandamenti a suscitare la curiositàe l'interrogativo del dottore della Legge: « Chi è il mio prossimo? » (Lc1029). Il Maestro risponde con la parabola del buon Samaritanolaparabola-chiave per la piena comprensione del comandamento dell'amore delprossimo (cf Lc 1030-37).

I due comandamentidai quali « dipende tutta la Legge e i Profeti »(Mt 2240)sono profondamente uniti tra loro e si compenetranoreciprocamente. La loro unità inscindibile è testimoniata da Gesùcon le parole e con la vita: la sua missione culmina nella Croce che redime(cf Gv 314-15)segno del suo indivisibile amore al Padre e all'umanità(cf Gv 131).

Sia l'Antico che il Nuovo Testamento sono espliciti nell'affermare chesenza l'amore per il prossimoche si concretizza nell'osservanzadei comandamentinon è possibile l'autentico amore per Dio. Loscrive con vigore straordinario san Giovanni: « Se uno dicesse: "Ioamo Dio"e odiasse il suo fratelloè un mentitore. Chiinfattinon ama il proprio fratello che vedenon può amare Dio che non vede »(1 Gv 420). L'evangelista fa eco alla predicazione morale di Cristoespressa in modo mirabile e inequivocabile nella parabola del buon Samaritano(cf Lc 1019-37) e nel « discorso » sul giudizio finale (cf Mt2531-46).

15. Nel « Discorso della Montagna »che costituisce la magna chartadella morale evangelica24 Gesù dice: « Non pensate che io sia venutoad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto per abolirema per darecompimento » (Mt 517). Cristo è la chiave delle Scritture: « Voiscrutate le Scritture: esse parlano di me » (cf Gv 539); è il centrodell'economia della salvezzala ricapitolazione dell'Antico e del NuovoTestamentodelle promesse della Legge e del loro compimento nel Vangelo;è il legame vivente ed eterno tra l'Antica e la Nuova Alleanza. Commentandol'affermazione di Paolo « Il termine della legge è Cristo » (Rm 104)sant'Ambrogio scrive: « Fine non in quanto mancanzama in quanto pienezzadella legge: questa si compie in Cristo (plenitudo legis in Christoest)dal momento che Egli è venuto non a dissolvere la leggema aportarla a compimento. Allo stesso modo in cui c'è un Testamento Anticoma ogni verità sta all'interno del Nuovo Testamentocosì avviene per lalegge: quella che è stata data per mezzo di Mosè è figura della vera legge.Dunquequella legge mosaica è copia della verità ».25

Gesù porta a compimento i comandamenti di Dioin particolareil comandamento dell'amore del prossimointeriorizzando e radicalizzandole sue esigenze: l'amore del prossimo scaturisce da un cuore cheamae cheproprio perché amaè disposto a vivere le esigenzepiù alte. Gesù mostra che i comandamenti non devono essere intesi comeun limite minimo da non oltrepassarema piuttosto come una strada apertaper un cammino morale e spirituale di perfezionela cui anima è l'amore(cf Col 314). Così il comandamento « Non uccidere » diventa l'appelload un amore sollecito che tutela e promuove la vita del prossimo; il precettoche vieta l'adulterio diventa l'invito ad uno sguardo purocapace di rispettareil significato sponsale del corpo: « Avete inteso che fu detto agli antichi:Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. Maio vi dico: chiunque si adira con il proprio fratellosarà sottopostoa giudizio... Avete inteso che fu detto: Non commettere adulterio;ma io vi dico: chiunque guarda ad una donna per desiderarlahagià commesso adulterio con lei nel suo cuore » (Mt 521-22.27-28).È Gesù stesso il « compimento » vivo della Legge in quanto egline realizza il significato autentico con il dono totale di sé: diventaLui stesso Legge vivente e personaleche invita alla sua sequeladà mediante lo Spirito la grazia di condividere la sua stessa vita e ilsuo stesso amore e offre l'energia per testimoniarlo nelle scelte e nelleopere (cf Gv 1334-35).

« Se vuoi essere perfetto » (Mt 1921)

16. La risposta sui comandamenti non soddisfa il giovaneche interrogaGesù: « Ho sempre osservato tutte queste cose; che cosa mi manca ancora?» (Mt 1920). Non è facile dire con buona coscienza: « ho sempreosservato tutte queste cose »se appena si comprende l'effettiva portatadelle esigenze racchiuse nella Legge di Dio. E tuttaviase anche gli èpossibile dare una simile rispostase anche ha seguito l'ideale moralecon serietà e generosità fin dalla fanciullezzail giovane ricco sa diessere ancora lontano dalla meta: davanti alla persona di Gesù avverteche qualcosa ancora gli manca. È alla consapevolezza di questa insufficienzache si rivolge Gesù nella sua ultima risposta: cogliendo la nostalgiaper una pienezza che superi l'interpretazione legalistica dei comandamentiil Maestro buono invita il giovane ad entrare nella strada dellaperfezione: « Se vuoi essere perfettova'vendi quello che possiedidallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi » (Mt1921).

Come già il precedente passo della risposta di Gesùcosì anche questodeve essere letto e interpretato nel contesto di tutto il messaggio moraledel Vangelo especialmentenel contesto del Discorso della Montagnadelle beatitudini (cf Mt 53-12)la prima delle quali è propriola beatitudine dei poveridei « poveri in spirito »come precisa sanMatteo (Mt 53)ossia degli umili. In tal senso si può dire cheanche le beatitudini rientrano nello spazio aperto dalla risposta che Gesùdà all'interrogativo del giovane: « Che cosa devo fare di buono per ottenerela vita eterna? ». Infattiogni beatitudine promettesecondo una particolareprospettivaproprio quel « bene » che apre l'uomo alla vita eternaanziche è la stessa vita eterna.

Le beatitudini non hanno propriamente come oggetto delle normeparticolari di comportamentoma parlano di atteggiamenti e di disposizionidi fondo dell'esistenza e quindi non coincidono esattamente con i comandamenti.D'altra partenon c'è separazione o estraneità tra le beatitudinie i comandamenti: ambedue si riferiscono al benealla vita eterna. IlDiscorso della Montagna inizia con l'annuncio delle beatitudinima contieneanche il riferimento ai comandamenti (cf Mt 520-48). Nello stessotempotale Discorso mostra l'apertura e l'orientamento dei comandamentialla prospettiva della perfezione che è propria delle beatitudini. Questesonoanzitutto promesseda cui derivano in forma indiretta ancheindicazioni normative per la vita morale. Nella loro profonditàoriginale sono una specie di autoritratto di Cristo eproprio perquestosono inviti alla sua sequela e alla comunione di vita con Lui.26

17. Non sappiamo quanto il giovane del Vangelo abbia compreso il profondoed esigente contenuto della prima risposta data da Gesù: « Se vuoi entrarenella vitaosserva i comandamenti »; è certoperòche l'impegno manifestatodal giovane nel rispetto di tutte le esigenze morali dei comandamenti costituiscel'indispensabile terreno sul quale può germogliare e maturare il desideriodella perfezionecioè della realizzazione del loro significato compiutonella sequela di Cristo. Il colloquio di Gesù con il giovane ci aiuta acogliere le condizioni per la crescita morale dell'uomo chiamato allaperfezione: il giovaneche ha osservato tutti i comandamentisi dimostraincapace con le sole sue forze di fare il passo successivo. Per farlo occorronouna libertà umana matura: « Se vuoi »e il dono divino della grazia: «Vieni e seguimi ».

La perfezione esige quella maturità nel dono di séa cui è chiamatala libertà dell'uomo. Gesù indica al giovane i comandamenti come laprima condizione irrinunciabile per avere la vita eterna; l'abbandono ditutto ciò che il giovane possiede e la sequela del Signore assumono inveceil carattere di una proposta: « Se vuoi... ». La parola di Gesù rivelala particolare dinamica della crescita della libertà verso la sua maturitàenello stesso tempoattesta il fondamentale rapporto della libertàcon la legge divina. La libertà dell'uomo e la legge di Dio non sioppongonomaal contrariosi richiamano a vicenda. Il discepolo di Cristosa che la sua è una vocazione alla libertà. « Voi infattifratellisietestati chiamati a libertà » (Gal 513)proclama con gioia e fierezzal'apostolo Paolo. Subito però precisa: « Purché questa libertà non divengapretesto per vivere secondo la carnema mediante la carità siate a serviziogli uni degli altri » (ibid.). La fermezza con la quale l'Apostolosi oppone a chi affida la propria giustificazione alla Leggenon ha nullada spartire con la « liberazione » dell'uomo dai precettii quali al contrariosono al servizio della pratica dell'amore: « Perché chi ama il suo simileha adempiuto la legge. Infatti il precetto: Non commettere adulterionon ucciderenon rubarenon desiderare e qualsiasi altro comandamentosi riassume in queste parole: Amerai il prossimo tuo come te stesso» (Rm 138-9). Lo stesso sant'Agostinodopo aver parlato dell'osservanzadei comandamenti come della prima imperfetta libertàcosì prosegue: «Perchédomanderà qualcunonon ancora perfetta? Perché "sento nellemie membra un'altra legge in conflitto con la legge della mia ragione"...Libertà parzialeparziale schiavitù: non ancora completanon ancora puranon ancora piena è la libertàperché ancora non siamo nell'eternità. Inparte conserviamo la debolezzae in parte abbiamo raggiunto la libertà.Tutti i nostri peccati nel battesimo sono stati distruttima è forse scomparsala debolezzadopo che è stata distrutta l'iniquità? Se essa fosse scomparsasi vivrebbe in terra senza peccato. Chi oserà affermare questo se non chiè superbose non chi è indegno della misericordia del liberatore?... Orasiccome è rimasta in noi qualche debolezzaoso dire che nella misura incui serviamo Dio siamo liberimentre nella misura in cui seguiamo la leggedel peccato siamo schiavi ».27

18. Chi vive « secondo la carne » sente la legge di Dio come un pesoanzi come una negazione o comunque una restrizione della propria libertà.Chiinveceè animato dall'amore e « cammi- na secondo lo Spirito » (Gal516) e desidera servire gli altri trova nella legge di Dio la viafondamentale e necessaria per praticare l'amore liberamente scelto e vissuto.Anziegli avverte l'urgenza interiore — una vera e propria « necessità»e non già una costrizione — di non fermarsi alle esigenze minime dellaleggema di viverle nella loro « pienezza ». È un cammino ancora incertoe fragile fin che siamo sulla terrama reso possibile dalla grazia checi dona di possedere la piena libertà dei figli di Dio (cf Rm 821) e quindi di rispondere nella vita morale alla sublime vocazione diessere « figli nel Figlio ».

Questa vocazione all'amore perfetto non è riservata solo ad una cerchiadi persone. L'invito « va'vendi quello che possiedidàllo aipoveri » con la promessa « avrai un tesoro nel cielo »riguarda tuttiperché è una radicalizzazione del comandamento dell'amore del prossimocome il successivo invito « vieni e seguimi » è la nuova forma concretadel comandamento dell'amore di Dio. I comandamenti e l'invito di Gesù algiovane ricco sono al servizio di un'unica e indivisibile caritàche spontaneamentetende alla perfezionela cui misura è Dio solo: « Siate voi dunque perfetticome è perfetto il Padre vostro celeste » (Mt 548). Nel Vangelodi Luca Gesù precisa ulteriormente il senso di questa perfezione: « Siatemisericordiosicome è misericordioso il Padre vostro » (Lc 636).

« Vieni e seguimi » (Mt 1921)

19. La via enello stesso tempoil contenuto di questa perfezioneconsiste nella sequela Christinel seguire Gesùdopo aver rinunciatoai propri beni e a se stessi. Proprio questa è la conclusione del colloquiodi Gesù con il giovane: « Poi vieni e seguimi » (Mt 1921). È uninvito la cui meravigliosa profondità sarà pienamente percepita dai discepolidopo la risurrezione di Cristoquando lo Spirito Santo li guiderà allaverità tutta intera (cf Gv 1613).

È Gesù stesso che prende l'iniziativa e chiama a seguirlo. L'appelloè rivolto innanzi tutto a coloro ai quali egli affida una particolare missionea cominciare dai Dodici; ma appare anche chiaro che essere discepoli diCristo è la condizione di ogni credente (cf At 61). Per questoseguire Cristo è il fondamento essenziale e originale della morale cristiana:come il popolo d'Israele seguiva Dio che lo conduceva nel deserto versola Terra promessa (cf Es 1321)così il discepolo deve seguireGesùverso il quale il Padre stesso lo attira (cf Gv 644).

Non si tratta qui soltanto di mettersi in ascolto di un insegnamentoe di accogliere nell'obbedienza un comandamento. Si trattapiù radicalmentedi aderire alla persona stessa di Gesù di condividere la sua vitae il suo destinodi partecipare alla sua obbedienza libera e amorosa allavolontà del Padre. Seguendomediante la risposta della fedecolui cheè la Sapienza incarnatail discepolo di Gesù diventa veramente discepolodi Dio (cf Gv 645). Gesùinfattiè la luce del mondolaluce della vita (cf Gv 812); è il pastore che guida e nutre lepecore (cf Gv 1011-16)è la viala verità e la vita (cf Gv146)è colui che conduce al Padreal punto che vedere luiil Figlioè vedere il Padre (cf Gv 146-10). Pertanto imitare il Figlio«l'immagine del Dio invisibile » (Col 115)significa imitare ilPadre.

20. Gesù chiede di seguirlo e di imitarlo sulla strada dell'amoredi un amore che si dona totalmente ai fratelli per amore di Dio: «Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altricomeio vi ho amati » (Gv 1512). Questo « come » esige l'imitazionedi Gesùdel suo amore di cui la lavanda dei piedi è segno: « Se dunqueioil Signore e il Maestroho lavato i vostri piedianche voi dovetelavarvi i piedi gli uni gli altri. Vi ho dato infatti l'esempioperchécome ho fatto iofacciate anche voi » (Gv 1314-15). L'agiredi Gesù e la sua parolale sue azioni e i suoi precetti costituisconola regola morale della vita cristiana. Infattiqueste sue azioni einmodo particolarela passione e la morte in crocesono la viva rivelazionedel suo amore per il Padre e per gli uomini. Proprio questo amore Gesùchiede che sia imitato da quanti lo seguono. Esso è il comandamento« nuovo »: « Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni glialtri; come io vi ho amatocosì amatevi anche voi gli uni gli altri.Da questo tutti sapranno che siete miei discepolise avrete amore gliuni per gli altri » (Gv 1334-35).

Questo « come » indica anche la misura con la quale Gesù ha amatoe con la quale devono amarsi tra loro i suoi discepoli. Dopo aver detto:« Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altricomeio vi ho amati » (Gv 1512)Gesù prosegue con le parole cheindicano il dono sacrificale della sua vita sulla crocequale testimonianzadi un amore « sino alla fine » (Gv 131): « Nessuno ha un amorepiù grande di questo: dare la vita per i propri amici » (Gv 1513).

Chiamando il giovane a seguirlo sulla strada della perfezioneGesùgli chiede di essere perfetto nel comandamento dell'amorenel « suo »comandamento: di inserirsi nel movimento della sua donazione totalediimitare e di rivivere l'amore stesso del Maestro « buono »di colui cheha amato « sino alla fine ». È quanto Gesù chiede ad ogni uomo che vuolemettersi alla sua sequela: « Se qualcuno vuol venire dietro a merinneghise stessoprenda la sua croce e mi segua » (Mt 1624).

21. Seguire Cristo non è una imitazione esterioreperché toccal'uomo nella sua profonda interiorità. Essere discepoli di Gesù significaessere resi conformi a Luiche si è fatto servo fino al dono disé sulla croce (cf Fil 25-8). Mediante la fedeCristo abita nelcuore del credente (cf Ef 317)e così il discepolo è assimilatoal suo Signore e a Lui configurato. Questo è frutto della graziadellapresenza operante dello Spirito Santo in noi.

Inserito in Cristoil cristiano diventa membro del suo Corpocheè la Chiesa (cf 1 Cor 1213.27). Sotto l'impulso dello Spiritoil Battesimo configura radicalmente il fedele a Cristo nel mistero pasqualedella morte e risurrezionelo « riveste » di Cristo (cf Gal 327):« Rallegriamoci e ringraziamo — esclama sant'Agostino rivolgendosi ai battezzati—: siamo diventati non solo cristianima Cristo (...). Stupite e gioite:Cristo siamo diventati! ».28 Morto al peccatoil battezzato riceve lavita nuova (cf Rm 63-11): vivente per Dio in Cristo Gesùè chiamatoa camminare secondo lo Spirito e a manifestarne nella vita i frutti (cfGal 516-25). La partecipazione poi all'Eucaristiasacramento dellaNuova Alleanza (cf 1 Cor 1123-29)è vertice dell'assimilazionea Cristofonte di « vita eterna » (cf Gv 651-58)principio eforza del dono totale di sédi cui Gesù secondo la testimonianza tramandatada Paolo comanda di far memoria nella celebrazione e nella vita: « Ognivolta che mangiate di questo pane e bevete di questo calicevoi annunziatela morte del Signore finché egli venga » (1 Cor 1126).

« A Dio tutto è possibile » (Mt 1926)

22. Amara è la conclusione del colloquio di Gesù con il giovane ricco:« Udito questoil giovane se ne andò triste; poiché aveva molte ricchezze» (Mt 1922). Non solo l'uomo riccoma anche gli stessi discepolisono spaventati dall'appello di Gesù alla sequelale cui esigenze superanole aspirazioni e le forze umane: « A queste parole i discepoli rimaserocosternati e chiesero: "Chi si potrà dunque salvare?" » (Mt1925). Ma il Maestro rimanda alla potenza di Dio: « Questoè impossibile agli uominima a Dio tutto è possibile » (Mt 1926).

Nel medesimo capitolo del Vangelo di Matteo (193-10)Gesùinterpretandola Legge mosaica sul matrimoniorifiuta il diritto al ripudiorichiamandoad un « principio » più originario e più autorevole rispetto alla Leggedi Mosè: il disegno nativo di Dio sull'uomoun disegno al quale l'uomodopo il peccato è diventato inadeguato: « Per la durezza del vostro cuoreMosè vi ha permesso di ripudiare le vostre moglima da principio non fucosì » (Mt 198). Il richiamo al « principio » sgomenta i discepoliche commentano con queste parole: « Se questa è la condizione dell'uomorispetto alla donnanon conviene sposarsi » (Mt 1910). E Gesùriferendosi in modo specifico al carisma del celibato « per il Regno deicieli » (Mt 1912)ma enunciando una regola generalerimanda allanuova e sorprendente possibilità aperta all'uomo dalla grazia di Dio: «Egli rispose loro: "Non tutti possono capirloma solo coloro ai qualiè stato concesso" » (Mt 1911).

Imitare e rivivere l'amore di Cristo non è possibile all'uomo con lesole sue forze. Egli diventa capace di questo amore soltanto in virtùdi un dono ricevuto. Come il Signore Gesù riceve l'amore del Padresuocosì egli a sua volta lo comunica gratuitamente ai discepoli: « Comeil Padre ha amato mecosì anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore» (Gv 159). Il dono di Cristo è il suo Spiritoil cui primo« frutto » (cf Gal 522) è la carità: « L'amore di Dio è stato riversatonei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santoche ci è stato dato » (Rm55). Sant'Agostino si chiede: « È l'amore che ci fa osservare i comandamentioppure è l'osservanza dei comandamenti che fa nascere l'amore? ». E risponde:« Ma chi può mettere in dubbio che l'amore precede l'osservanza? Chi infattinon ama è privo di motivazioni per osservare i comandamenti ».29

23. « La legge dello Spirito che dà vita in Cristo Gesù ti ha liberatodalla legge del peccato e della morte » (Rm 82). Con queste parolel'apostolo Paolo ci introduce a considerare nella prospettiva della storiadella Salvezza che si compie in Cristo il rapporto tra la Legge (antica)e la grazia (Legge nuova). Egli riconosce il ruolo pedagogico dellaLeggela qualepermettendo all'uomo peccatore di misurare la sua impotenzae togliendogli la presunzione dell'autosufficienzalo apre all'invocazionee all'accoglienza della « vita nello Spirito ». Solo in questa vita nuovaè possibile la pratica dei comandamenti di Dio. Infattiè per la fedein Cristo che noi siamo resi giusti (cf Rm 328): la « giustizia» che la Legge esigema non può dare a nessunoogni credente la trovamanifestata e concessa dal Signore Gesù. Così mirabilmente ancora sant'Agostinosintetizza la dialettica paolina di legge e grazia: « La leggeperciòè stata data perché si invocasse la grazia; la grazia è stata data perchési osservasse la legge ».30

L'amore e la vita secondo il Vangelo non possono essere pensati primadi tutto nella forma del precettoperché ciò che essi domandano va aldi là delle forze dell'uomo: essi sono possibili solo come frutto di undono di Dioche risana e guarisce e trasforma il cuore dell'uomo per mezzodella sua grazia: « Perché la legge fu data per mezzo di Mosèla graziae la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo » (Gv 117). Per questola promessa della vita eterna è legata al dono della graziae il donodello Spirito che abbiamo ricevuto è già « caparra della nostra eredità» (Ef 114).

24. Si rivela così il volto autentico e originale del comandamento dell'amoree della perfezione alla quale esso è ordinato: si tratta di una possibilitàaperta all'uomo esclusivamente dalla graziadal dono di Diodal suoamore. D'altra parteproprio la coscienza di aver ricevuto il donodipossedere in Gesù Cristo l'amore di Diogenera e sostiene la rispostaresponsabile di un amore pieno verso Dio e tra i fratellicome coninsistenza ricorda l'apostolo Giovanni nella sua prima Lettera: «Carissimiamiamoci gli uni gli altriperché l'amore è da Dio: chiunqueama è generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dioperché Dio è amore... Carissimise Dio ci ha amatoanche noi dobbiamoamarci gli uni gli altri... Noi amiamoperché egli ci ha amati per primo» (1 Gv 47-8.11.19).

Questa connessione inscindibile tra la grazia del Signore e la libertàdell'uomotra il dono e il compitoè stata espressa in termini semplicie profondi da sant'Agostinoche così prega: « Da quod iubes et iubequod vis » (dona ciò che comandi e comanda ciò che vuoi).31

Il dono non diminuiscema rafforza l'esigenza morale dell'amore:« Questo è il suo comandamento: che crediamo nel nome del Figlio suoGesù Cristo e ci amiamo gli uni gli altrisecondo il precetto che ci hadato » (1 Gv 323). Si può « rimanere » nell'amore solo a condizionedi osservare i comandamenticome afferma Gesù: « Se osserverete i mieicomandamentirimarrete nel mio amorecome io ho osservato i comandamentidel Padre mio e rimango nel suo amore » (Gv 1510).

Raccogliendo quanto è al cuore del messaggio morale di Gesù e dellapredicazione degli Apostolie riproponendo in una sintesi mirabile lagrande tradizione dei Padri d'Oriente e d'Occidente — in particolare disant'Agostino — 32 san Tommaso ha potuto scrivere che la Legge Nuovaè la grazia dello Spirito Santo donata mediante la fede in Cristo.33I precetti esternidi cui pure il Vangelo parladispongono a questa graziao ne dispiegano gli effetti nella vita. Infattila Legge Nuova non sicontenta di dire ciò che si deve farema dona anche la forza di « farela verità » (cf Gv 321). Nello stesso tempo san Giovanni Crisostomoha osservato che la Legge Nuova fu promulgata proprio quando lo SpiritoSanto discese dal cielo nel giorno di Pentecoste e che gli Apostoli « nondiscesero dal monte portandocome Mosèdelle tavole di pietra nelle loromani; ma se ne venivano portando lo Spirito Santo nei loro cuori...divenutimediante la sua grazia una legge vivaun libro animato ».34

« Eccoio sono con voi tutti i giornisino alla fine del mondo» (Mt 2820)

25. Il colloquio di Gesù con il giovane ricco continuain un certosensoin ogni epoca della storiaanche oggi. La domanda: « Maestroche cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? » sboccia nelcuore di ogni uomoed è sempre e solo Cristo a offrire la risposta pienae risolutiva. Il Maestroche insegna i comandamenti di Dioche invitaalla sequela e dà la grazia per una vita nuovaè sempre presente e operantein mezzo a noisecondo la promessa: « Eccoio sono con voi tutti i giornisino alla fine del mondo » (Mt 2820). La contemporaneità diCristo all'uomo di ogni tempo si realizza nel suo corpoche è la Chiesa.Per questo il Signore promise ai suoi discepoli lo Spirito Santocheavrebbe loro « ricordato » e fatto comprendere i suoi comandamenti (cfGv 1426) e sarebbe stato il principio sorgivo di una vita nuovanel mondo (cf Gv 35-8; Rm 81-13).

Le prescrizioni moraliimpartite da Dio nell'Antica Alleanza e giuntealla loro perfezione in quella Nuova ed Eterna nella persona stessa delFiglio di Dio fatto uomodevono essere fedelmente custodite e permanentementeattualizzate nelle differenti culture lungo il corso della storia.Il compito della loro interpretazione è stato affidato da Gesù agli Apostolie ai loro successoricon l'assistenza speciale dello Spirito di verità:« Chi ascolta voi ascolta me » (Lc 1016). Con la luce e la forzadi questo Spirito gli Apostoli hanno adempiuto la missione di predicareil Vangelo e di indicare la « via » del Signore (cf At 1825)insegnandoanzitutto la sequela e l'imitazione di Cristo: « Per me il vivere è Cristo» (Fil 121).

26. Nella catechesi morale degli Apostoli accanto ad esortazionie ad indicazioni legate al contesto storico e culturalec'è un insegnamentoetico con precise norme di comportamento. È quanto emerge nelle loro Lettereche contengono l'interpretazioneguidata dallo Spirito Santodeiprecetti del Signore da vivere nelle diverse circostanze culturali (cfRm 12-15; 1 Cor 11-14; Gal 5-6; Ef 4-6; Col3-4; 1 Pt e Gc). Incaricati di predicare il Vangelogli Apostoli fin dalle origini della Chiesain virtù della loro responsabilitàpastoralehanno vegliato sulla rettitudine della condotta dei cristiani35allo stesso modo in cui hanno vegliato sulla purezza della fede e sullatrasmissione dei doni divini mediante i Sacramenti.36 I primi cristianiprovenienti sia dal popolo giudaico sia dalle nazionidifferivano daipagani non solo per la loro fede e per la loro liturgiama anche per latestimonianza della loro condotta moraleispirata alla Legge Nuova.37La Chiesainfattiè insieme comunione di fede e di vita; la sua normaè « la fede che opera per mezzo della carità » (Gal 56).

Nessuna lacerazione deve attentare all'armonia tra la fede e la vita:l'unità della Chiesa è ferita non solo dai cristiani che rifiutanoo stravolgono le verità della fedema anche da quelli che misconosconogli obblighi morali a cui li chiama il Vangelo (cf 1 Cor 59-13).Con decisione gli Apostoli hanno rifiutato ogni dissociazione tra l'impegnodel cuore e i gesti che lo esprimono e verificano (cf 1 Gv 23-6).E fin dai tempi apostolici i Pastori della Chiesa hanno denunciato conchiarezza i modi di agire di coloro che erano fautori di divisione coni loro insegnamenti o con i loro comportamenti.38

27. Promuovere e custodirenell'unità della Chiesala fede e la vitamorale è il compito affidato da Gesù agli Apostoli (cf Mt 2819-20)che prosegue nel ministero dei loro successori. È quanto si ritrova nellaviva Tradizionemediante la quale — come insegna il Concilio VaticanoII — « la Chiesanella sua dottrinanella sua vita e nel suo cultoperpetuae trasmette a tutte le generazioni tutto ciò che essa ètutto ciò cheessa crede. Questa Tradizioneche trae origine dagli Apostoliprogrediscenella Chiesa sotto l'assistenza dello Spirito Santo ».39 Nello Spiritola Chiesa accoglie e trasmette la Scrittura come testimonianza delle «grandi cose » che Dio opera nella storia (cf Lc 149)confessaper bocca dei Padri e dei Dottori la verità del Verbo fatto carnene mettein pratica i precetti e la carità nella vita dei Santi e delle Sante enel sacrificio dei Martirine celebra la speranza nella Liturgia: mediantela stessa Tradizione i cristiani ricevono « la viva voce del Vangelo »40come espressione fedele della sapienza e della volontà divina.

All'interno della Tradizione si sviluppacon l'assistenza dello SpiritoSantol'interpretazione autentica della legge del Signore. Lo stessoSpiritoche è all'origine della Rivelazione dei comandamenti e degli insegnamentidi Gesùgarantisce che vengano santamente custoditifedelmente espostie correttamente applicati nel variare dei tempi e delle circostanze. Questa« attualizzazione » dei comandamenti è segno e frutto di una più profondapenetrazione della Rivelazione e di una comprensione alla luce della fededelle nuove situazioni storiche e culturali. Essatuttavianon può checonfermare la permanente validità della Rivelazione e inserirsi nel solcodell'interpretazione che ne dà la grande Tradizione di insegnamento e divita della Chiesadi cui sono testimoni la dottrina dei Padrila vitadei Santila liturgia della Chiesa e l'insegnamento del Magistero.

In particolarepoicome afferma il Concilio« l'ufficio d'interpretareautenticamente la parola di Dio scritta o trasmessa è stato affidato alsolo Magistero vivo della Chiesala cui autorità è esercitata nel nomedi Gesù Cristo ».41 In tal modo la Chiesanella sua vita e nel suoinsegnamentosi presenta come « colonna e sostegno della verità » (1Tm 315)anche della verità circa l'agire morale. Infatti« è compitodella Chiesa annunziare sempre e dovunque i principi morali anche circal'ordine socialee così pure pronunciare il giudizio su qualsiasi realtàumanain quanto lo esigano i diritti fondamentali della persona umanao la salvezza delle anime ».42

Proprio sulle domande che caratterizzano oggi la discussione moralee intorno alle quali si sono sviluppate nuove tendenze e teorieil Magisteroin fedeltà a Gesù Cristo e in continuità con la tradizione della Chiesasente più urgente il dovere di offrire il proprio discernimento e insegnamentoper aiutare l'uomo nel suo cammino verso la verità e la libertà.


CAPITOLO II

« NON CONFORMATEVI ALLA MENTALITÀ
DI QUESTO MONDO »
(Rm 122)

La chiesa e il discernimento di alcune tendenze della teologiamorale odierna

Insegnare ciò che è secondo la sana dottrina (cf Tt 21)

28. La meditazione del dialogo tra Gesù e il giovane ricco ci ha permessodi raccogliere i contenuti essenziali della Rivelazione dell'Antico e delNuovo Testamento circa l'agire morale. Essi sono: la subordinazionedell'uomo e del suo agire a DioColui che « solo è buono »; il rapportotra il bene morale degli atti umani e la vita eterna; la sequeladi Cristoche apre all'uomo la prospettiva dell'amore perfetto; edinfine il dono dello Spirito Santofonte e risorsa della vita moraledella « creatura nuova » (cf 2 Cor 517).

Nella sua riflessione morale la Chiesa ha sempre avuto presentile parole che Gesù ha rivolto al giovane ricco. La Sacra Scritturainfattirimane la sorgente viva e feconda della dottrina morale della Chiesacomeha ricordato il Concilio Vaticano II: « Il Vangelo 1... fonte di ogni veritàsalutare e di ogni regola morale ».43 Essa ha custodito fedelmente ciòche la parola di Dio insegnanon solo circa le verità da crederema anchecirca l'agire moralecioè l'agire che piace a Dio (cf 1 Ts 41)realizzando uno sviluppo dottrinale analogo a quello che si è avutonell'ambito delle verità della fede. Assistita dallo Spirito Santo chela guida alla verità tutta intera (cf Gv 1613)la Chiesa non hacessatoe non può mai cessaredi scrutare il « mistero del Verbo incarnato»nel quale « trova vera luce il mistero dell'uomo ».44

29. La riflessione morale della Chiesaoperata sempre nella luce diCristoil « Maestro buono »si è sviluppata anche nella forma specificadella scienza teologicadetta « teologia morale »una scienzache accoglie e interroga la rivelazione divina e insieme risponde alleesigenze della ragione umana. La teologia morale è una riflessione cheriguarda la « moralità »ossia il bene e il male degli atti umani e dellapersona che li compiee in tal senso è aperta a tutti gli uomini; ma èanche « teologia »in quanto riconosce il principio e il fine dell'agiremorale in Colui che « solo è buono » e chedonandosi all'uomo in Cristogli offre la beatitudine della vita divina.

Il Concilio Vaticano II ha invitato gli studiosi a porre « specialecura nel perfezionare la teologia morale in modo che la sua esposizionescientificamaggiormente fondata sulla Sacra Scritturaillustri l'altezzadella vocazione dei fedeli in Cristo e il loro obbligo di apportare fruttonella carità per la vita del mondo ».45 Lo stesso Concilio ha invitatoi teologi« nel rispetto dei metodi e delle esigenze proprie della scienzateologicaa ricercare modi sempre più adatti di comunicare la dottrinaagli uomini della loro epocaperché altro è il deposito o le verità dellafedealtro è il modo con cui vengono enunciaterimanendo pur sempre lostesso il significato e il senso profondo ».46 Di qui l'ulteriore invitoesteso a tutti i fedelima rivolto in particolare ai teologi: « I fedelidunque vivano in strettissima unione con gli uomini del loro tempoe sisforzino di penetrare perfettamente il loro modo di pensare e di sentiredi cui la cultura è espressione ».47

Lo sforzo di molti teologisostenuti dall'incoraggiamento del Concilioha già dato i suoi frutti con interessanti e utili riflessioni intornoalle verità della fede da credere e da applicare nella vitapresentatein forma più corrispondente alla sensibilità e agli interrogativi degliuomini del nostro tempo. La Chiesa ein particolarei Vescoviai qualiGesù Cristo ha affidato innanzitutto il servizio dell'insegnamentoaccolgonocon gratitudine tale sforzo ed incoraggiano i teologi a un ulteriore lavoroanimato da un profondo e autentico timore del Signoreche è il principiodella sapienza (cf Prv 17).

Nello stesso temponell'ambito delle discussioni teologiche postconciliarisi sono sviluppate però alcune interpretazioni della morale cristianache non sono compatibili con la « sana dottrina » (2 Tm 43).Certamente il Magistero della Chiesa non intende imporre ai fedeli nessunparticolare sistema teologico né tanto meno filosoficomaper « custodiresantamente ed esporre fedelmente » la Parola di Dio48 esso ha il doveredi dichiarare l'incompatibilità di certi orientamenti del pensiero teologicoo di talune affermazioni filosofiche con la verità rivelata.49

30. Rivolgendomi con questa Enciclica a voiConfratelli nell'Episcopatointendo enunciare i principi necessari per il discernimento di ciò cheè contrario alla « sana dottrina » richiamando quegli elementi dell'insegnamentomorale della Chiesa che sembrano oggi particolarmente esposti all'erroreall'ambiguità o alla dimenticanza. Sonoperaltrogli elementi dai qualidipende « la risposta agli oscuri enigmi della condizione umana che iericome oggi turbano profondamente il cuore dell'uomo: la natura dell'uomoil senso e il fine della nostra vitail bene e il peccatol'origine eil fine del dolorela via per raggiungere la vera felicitàla morteil giudizio e la sanzione dopo la morteinfine l'ultimo e ineffabile misteroche circonda la nostra esistenzadal quale noi traiamo origine e versoil quale tendiamo ».50

Questi e altri interrogativicome: cosa è la libertà e qual è la suarelazione con la verità contenuta nella legge di Dio? qual è il ruolo dellacoscienza nella formazione del profilo morale dell'uomo? come discernerein conformità con la verità sul benei diritti e i doveri concreti dellapersona umana?si possono riassumere nella fondamentale domanda cheil giovane del Vangelo pose a Gesù: « Maestroche cosa devo fare di buonoper ottenere la vita eterna? ». Inviata da Gesù a predicare il Vangeloe ad « ammae- strare tutte le nazioni...insegnando loro ad osservaretutto ciò » che egli ha comandato (cf Mt 2819-20)la Chiesariproponeancora oggila risposta del Maestro: questa possiede unaluce e una forza capaci di risolvere anche le questioni più discusse ecomplesse. Questa stessa luce e forza sollecitano la Chiesa a svilupparecostantemente la riflessione non solo dogmaticama anche morale in unambito interdisciplinarecosì com'è necessario specialmente per i nuoviproblemi.51

È sempre in questa medesima luce e forza che il Magistero della Chiesacompie la sua opera di discernimento accogliendo e rivivendo il monitoche l'apostolo Paolo rivolgeva a Timoteo: « Ti scongiuro davanti a Dioe a Cristo Gesù che verrà a giudicare i vivi e i mortiper la sua manifestazionee il suo regno: annunzia la parolainsisti in ogni occasione opportunae non opportunaammoniscirimproveraesorta con ogni magnanimità e dottrina.Verrà giornoinfattiin cui non si sopporterà più la sana dottrinamaper il prurito di udire qualcosagli uomini si circonderanno di maestrisecondo le proprie voglierifiutando di dare ascolto alla verità per volgersialle favole. Tu però vigila attentamentesappi sopportare le sofferenzecompi la tua opera di annunziatore del Vangeloadempi il tuo ministero» (2 Tm 41-5; cf Tt 110.13-14).

« Conoscerete la verità e la verità vi farà liberi » (Gv832)

31. I problemi umani più dibattuti e diversamente risolti nella riflessionemorale contemporanea si ricolleganosia pure in vari modiad un problemacruciale: quello della libertà dell'uomo.

Non c' è dubbio che il nostro tempo ha acquisito una percezione particolarmenteviva della libertà. « In questa nostra età gli uomini diventano semprepiù consapevoli della dignità della persona umana »come costatava giàla dichiarazione conciliareDignitatis humanae sulla libertà religiosa.52Da qui l'esigenza che « gli uomini nell'agire seguano la loro iniziativae godano di una libertà responsabilenon mossi da coercizione bensì guidatidalla coscienza del dovere ».53 In particolare il diritto alla libertàreligiosa e al rispetto della coscienza nel suo cammino verso la veritàè sentito sempre più come fondamento dei diritti della personaconsideratinel loro insieme.54

Cosìil senso più acuto della dignità della persona umana e della suaunicitàcome anche del rispetto dovuto al cammino della coscienzacostituiscecertamente un'acquisizione positiva della cultura moderna. Questa percezionein se stessa autenticaha trovato molteplici espressionipiù o meno adeguatedi cui alcune però si discostano dalla verità sull'uomo come creatura eimmagine di Dio ed esigono pertanto di essere corrette o purificate allaluce della fede.55

32. In alcune correnti del pensiero moderno si è giunti adesaltarela libertà al punto da farne un assolutoche sarebbe la sorgente dei valori.In questa direzione si muovono le dottrine che perdono il senso della trascendenzao quelle che sono esplicitamente atee. Si sono attribuite alla coscienzaindividuale le prerogative di un'istanza suprema del giudizio moralechedecide categoricamente e infallibilmente del bene e del male. All'affermazionedel dovere di seguire la propria coscienza si è indebitamente aggiuntal'affermazione che il giudizio morale è vero per il fatto stesso che provienedalla coscienza. Main tal modol'imprescindibile esigenza di veritàè scomparsain favore di un criterio di sinceritàdi autenticitàdi« accordo con se stessi »tanto che si è giunti ad una concezione radicalmentesoggettivista del giudizio morale.

Come si può immediatamente comprenderenon è estranea a questa evoluzionela crisi intorno alla verità. Persa l'idea di una verità universalesul beneconoscibile dalla ragione umanaè inevitabilmente cambiata anchela concezione della coscienza: questa non è più considerata nella sua realtàoriginariaossia un atto dell'intelligenza della personacui spetta diapplicare la conoscenza universale del bene in una determinata situazionee di esprimere così un giudizio sulla condotta giusta da scegliere quie ora; ci si è orientati a concedere alla coscienza dell'individuo il privilegiodi fissarein modo autonomoi criteri del bene e del male e agire diconseguenza. Tale visione fa tutt'uno con un'etica individualistaperla quale ciascuno si trova confrontato con la sua veritàdifferentedalla verità degli altri. Spinto alle estreme conseguenzel'individualismosfocia nella negazione dell'idea stessa di natura umana.

Queste differenti concezioni sono all'origine degli orientamenti dipensiero che sostengono l'antinomia tra legge morale e coscienzatra naturae libertà.

33. Parallelamente all'esaltazione della libertàe paradossalmentein contrasto con essala cultura moderna mette radicalmente in questionequesta medesima libertà. Un insieme di disciplineraggruppate sottoil nome di « scienze umane »hanno giustamente attirato l'attenzione suicondizionamenti di ordine psicologico e socialeche pesano sull'eserciziodella libertà umana. La conoscenza di tali condizionamenti e l'attenzioneche viene loro prestata sono acquisizioni importantiche hanno trovatoapplicazione in diversi ambiti dell'esistenzacome per esempio nella pedagogiao nell'amministrazione della giustizia. Ma alcunisuperando le conclusioniche si possono legittimamente trarre da queste osservazionisono arrivatial punto di mettere in dubbio o di negare la realtà stessa della libertàumana.

Si devono anche ricordare alcune interpretazioni abusive dell'indaginescientifica a livello antropologico. Traendo argomento dalla grande varietàdei costumidelle abitudini e delle istituzioni presenti nell'umanitàsi concludese non sempre con la negazione di valori umani universalialmeno con una concezione relativistica della morale.

34. « Maestroche cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?». La domanda moralealla quale Cristo rispondenon può prescinderedalla questione della libertàanzi la colloca al suo centroperchénon si dà morale senza libertà: « L'uomo può volgersi al bene soltantonella libertà ».56 Ma quale libertà? Il Conciliodi fronte ai nostricontemporanei che « tanto tengono » alla libertà e che la « cercano ardentemente» ma che « spesso la coltivano in malo modoquasi sia lecito tutto purchépiacciacompreso il male »presenta la « vera » libertà: « Lavera libertà è nell'uomo segno altissimo dell'immagine divina. Diovolleinfattilasciare l'uomo "in mano al suo consiglio" (cfSir 1514)così che esso cerchi spontaneamente il suo Creatoreegiunga liberamentecon la adesione a luialla piena e beata perfezione».57 Se esiste il diritto di essere rispettati nel proprio cammino di ricercadella veritàesiste ancor prima l'obbligo morale grave per ciascuno dicercare la verità e di aderirvi una volta conosciuta.58 In tal senso ilCard. J. H. Newmaneminente assertore dei diritti della coscienzaaffermavacon decisione: « La coscienza ha dei diritti perché ha dei doveri ».59

Alcune tendenze della teologia morale odiernasotto l'influsso dellecorrenti soggettiviste ed individualiste ora ricordateinterpretano inmodo nuovo il rapporto della libertà con la legge moralecon la naturaumana e con la coscienzae propongono criteri innovativi di valutazionemorale degli atti: sono tendenze chepur nella loro varietàsi ritrovanonel fatto di indebolire o addirittura di negare la dipendenza dellalibertà dalla verità.

Se vogliamo operare un discernimento critico di queste tendenzecapacedi riconoscere quanto in esse vi è di legittimoutile e prezioso e diindicarneal tempo stessole ambiguitài pericoli e gli erroridobbiamoesaminarle alla luce della fondamentale dipendenza della libertà dallaveritàdipendenza che è stata espressa nel modo più limpido e autorevoledalle parole di Cristo: « Conoscerete la veritàe la verità vi farà liberi» (Gv 832).

I. La libertà e la legge

« Dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare» (Gn 217)

35. Leggiamo nel libro della Genesi: « Il Signore Dio diede questocomando all'uomo: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardinoma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiareperchéquando tu ne mangiassicertamente moriresti" » (Gn 216-17).

Con questa immaginela Rivelazione insegna che il potere di decideredel bene e del male non appartiene all'uomoma a Dio solo. L'uomoè certamente liberodal momento che può comprendere ed accogliere i comandidi Dio. Ed è in possesso d'una libertà quanto mai ampiaperché può mangiare« di tutti gli alberi del giardino ». Ma questa libertà non è illimitata:deve arrestarsi di fronte all'« albero della conoscenza del bene e delmale »essendo chiamata ad accettare la legge morale che Dio dà all'uomo.In realtàproprio in questa accettazione la libertà dell'uomo trova lasua vera e piena realizzazione. Dioche solo è buonoconosce perfettamenteciò che è buono per l'uomoe in forza del suo stesso amore glielo proponenei comandamenti.

La legge di Diodunquenon attenua né tanto meno elimina la libertàdell'uomoal contrario la garantisce e la promuove. Ben diversamente peròalcune tendenze culturali odierne sono all'origine di non pochi orientamentietici che pongono al centro del loro pensiero un presunto conflittotra la libertà e la legge. Tali sono le dottrine che attribuisconoai singoli individui o ai gruppi sociali la facoltà di decidere delbene e del male: la libertà umana potrebbe « creare i valori » e godrebbedi un primato sulla veritàal punto che la verità stessa sarebbe consideratauna creazione della libertà. Questadunquerivendicherebbe una tale autonomiamorale che praticamente significherebbe la sua sovranità assoluta.

36. L'istanza moderna di autonomia non ha mancato di esercitare un suoinflusso anche nell'ambito della teologia morale cattolica. Se questacertamentenon ha mai inteso contrapporre la libertà umana alla leggedivinané mettere in questione l'esistenza di un fondamento religiosoultimo delle norme moraliè stata però provocata ad un profondo ripensamentodel ruolo della ragione e della fede nell'individuazione delle norme moraliche si riferiscono a specifici comportamenti « intramondani »ossia versose stessigli altri e il mondo delle cose.

Si deve riconoscere che all'origine di questo sforzo di ripensamentosi ritrovano alcune istanze positiveche peraltro appartengonoin buona partealla miglior tradizione del pensiero cattolico. Sollecitatidal Concilio Vaticano II60 si è voluto favorire il dialogo con la culturamodernamettendo in luce il carattere razionale — quindi universalmentecomprensibile e comunicabile — delle norme morali appartenenti all'ambitodella legge morale naturale.61 Si è intesoinoltreribadire il carattereinteriore delle esigenze etiche che da essa derivano e che non si impongonoalla volontà come un obbligose non in forza del riconoscimento previodella ragione umana ein concretodella coscienza personale.

Dimenticando però la dipendenza della ragione umana dalla Sapienza divinae la necessitànel presente stato di natura decadutanonché l'effettivarealtà della divina rivelazione per la conoscenza di verità morali anchedi ordine naturale62 alcuni sono giunti a teorizzare una completa sovranitàdella ragione nell'ambito delle norme morali relative al retto ordinamentodella vita in questo mondo: tali norme costituirebbero l'ambito di unamorale solamente « umana »sarebbero cioè l'espressione di una legge chel'uomo autonomamente dà a se stesso e che ha la sua sorgente esclusivamentenella ragione umana. Di questa legge Dio non potrebbe essere consideratoin nessun modo Autorese non nel senso che la ragione umana esercita lasua autonomia legislativa in forza di un originario e totale mandato diDio all'uomo. Ora queste tendenze di pensiero hanno condotto a negarecontro la Sacra Scrittura e la dottrina costante della Chiesache la leggemorale naturale abbia Dio come autore e che l'uomomediante la sua ragionepartecipi alla legge eternache non è lui a stabilire.

37. Volendo però mantenere la vita morale in un contesto cristianoè stata introdotta da alcuni teologi moralisti una netta distinzionecontrariaalla dottrina cattolica63 tra un ordine eticoche avrebbe origineumana e valore solo mondano e un ordine della salvezzaperil quale avrebbero rilevanza solo alcune intenzioni ed atteggiamenti interioricirca Dio e il prossimo. Si è giunti conseguentemente al punto di negarel'esistenzanella rivelazione divinadi un contenuto morale specificoe determinatouniversalmente valido e permanente: la Parola di Dio silimiterebbe a proporre un'esortazioneuna generica parenesiche poi solola ragione autonoma avrebbe il compito di riempire di determinazioni normativeveramente « oggettive »ossia adeguate alla situazione storica concreta.Naturalmente un'autonomia così concepita comporta anche la negazione diuna competenza dottrinale specifica da parte della Chiesa e del suo Magisterocirca norme morali determinate riguardanti il cosiddetto « bene umano »:esse non apparterrebbero al contenuto proprio della Rivelazione e non sarebberoin se stesse rilevanti in ordine alla salvezza.

Non vi è chi non veda che una simile interpretazione dell'autonomiadella ragione umana comporta tesi incompatibili con la dottrina cattolica.

In un tale contesto è assolutamente necessario chiarirealla luce dellaParola di Dio e della viva tradizione della Chiesale fondamentali nozionidella libertà umana e della legge moralenonché i loro profondi e interiorirapporti. Solo così sarà possibile corrispondere alle giuste istanze dellarazionalità umanaintegrando gli elementi validi di alcune correnti dell'odiernateologia moralesenza pregiudicare il patrimonio morale della Chiesa contesi derivanti da un erroneo concetto di autonomia.

Dio volle lasciare l'uomo « in mano al suo consiglio » (Sir1514)

38. Riprendendo le parole del Siracideil Concilio Vaticano II cosìspiega la « vera libertà » che nell'uomo è « segno altissimo dell'immaginedivina »: « Dio volle lasciare l'uomo "in mano al suo consiglio"così che egli cerchi spontaneamente il suo Creatoree giunga liberamentecon l'adesione a Luialla piena e beata perfezione ».64 Queste paroleindicano la meravigliosa profondità della partecipazione alla signoriadivinacui l'uomo è stato chiamato: indicano che il dominio dell'uomosi estendein un certo sensosull'uomo stesso. È questo un aspetto costantementeaccentuato nella riflessione teologica sulla libertà umanainterpretatanei termini di una forma di regalità. Scrivead esempiosan GregorioNisseno: « L'animo manifesta la sua regalità ed eccellenza... nel suo esseresenza padrone e liberogovernandosi autocraticamente con il suo volere.Di chi altro questo è propriose non del re?... Così la natura umanacreata per essere padrona delle altre creatureper la somiglianza conil sovrano dell'universo fu stabilita come una viva immaginepartecipedella dignità e del nome dell'Archetipo ».65

Già il governare il mondo costituisce per l'uomo un compito grandee colmo di responsabilitàche impegna la sua libertà in obbedienza alCreatore: « Riempite la terra; soggiogatela » (Gn 128). Sotto questoaspetto al singolo uomocome pure alla comunità umanaspetta una giustaautonomiaalla quale la Costituzione conciliare Gaudium et spes dedicauna speciale attenzione. È l'autonomia delle realtà terreneche significache « le cose create e le stesse società hanno leggi e valori proprichel'uomo gradatamente deve scoprireusare e ordinare ».66

39. Non solo il mondo peròma anche l'uomo stesso è stato affidatoalla sua propria cura e responsabilità. Dio l'ha lasciato « in manoal suo consiglio » (Sir 1514)perché cercasse il suo Creatoree giungesse liberamente alla perfezione. Giungere significa edificarepersonalmente in sé tale perfezione. Infatticome governando il mondol'uomo lo forma secondo la sua intelligenza e volontàcosì compiendo attimoralmente buoni l'uomo confermasviluppa e consolida in se stesso lasomiglianza di Dio.

Il Conciliotuttaviachiede vigilanza di fronte a un falso concettodell'autonomia delle realtà terrenequello di ritenere che « le cose createnon dipendono da Dioe che l'uomo può adoperarle senza riferirle al Creatore».67 Nei riguardi dell'uomo poi simile concetto di autonomia produce effettiparticolarmente dannosiassumendo in ultima istanza un carattere ateo:« La creaturainfattisenza il Creatore svanisce... Anzil'oblio diDio priva di luce la creatura stessa ».68

40. L'insegnamento del Concilio sottolineada un lato l'attivitàdella ragione umana nel rinvenimento e nella applicazione della leggemorale: la vita morale esige la creatività e l'ingegnosità proprie dellapersonasorgente e causa dei suoi atti deliberati. D'altro latola ragionetrae la sua verità e la sua autorità dalla legge eternache non è altroche la stessa sapienza divina.69 Alla base della vita morale sta dunqueil principio di una « giusta autonomia » 70 dell'uomosoggetto personaledei suoi atti. La legge morale proviene da Dio e trova sempre in luila sua sorgente: in forza della ragione naturaleche deriva dallasapienza divinaessa èal tempo stessola legge propria dell'uomo.La legge naturale infatticome si è visto« altro non è che la lucedell'intelligenza infusa in noi da Dio. Grazie ad essa conosciamo ciò chesi deve compiere e ciò che si deve evitare. Questa luce e questa leggeDio l'ha donata nella creazione ».71 La giusta autonomia della ragionepratica significa che l'uomo possiede in se stesso la propria leggericevutadal Creatore. Tuttavial'autonomia della ragione non può significarela creazioneda parte della stessa ragionedei valori e dellenorme morali.72 Se questa autonomia implicasse una negazione dellapartecipazione della ragione pratica alla sapienza del Creatore e Legislatoredivinooppure se suggerisse una libertà creatrice delle norme moralia seconda delle contingenze storiche o delle diverse società e cultureuna tale pretesa autonomia contraddirebbe l'insegnamento della Chiesa sullaverità dell'uomo.73 Sarebbe la morte della vera libertà: « Ma dell'alberodella conoscenza del bene e del male non devi mangiareperchéquandotu ne mangiassicertamente moriresti » (Gn 217).

41. La vera autonomia morale dell'uomo non significa affattoil rifiutobensì l'accoglienza della legge moraledel comando di Dio:« Il Signore Dio diede questo comando all'uomo... » (Gn 216). Lalibertà dell'uomo e la legge di Dio s'incontrano e sono chiamate a compenetrarsitra loronel senso della libera obbedienza dell'uomo a Dio e dellagratuita benevolenza di Dio all'uomo. E pertanto l'obbedienza a Dio nonècome taluni credonoun'eteronomiacome se la vita morale fossesottomessa alla volontà di un'onnipotenza assolutaesterna all'uomo econtraria all'affermazione della sua libertà. In realtàse eteronomiadella morale significasse negazione dell'autodeterminazione dell'uomo oimposizione di norme estranee al suo beneessa sarebbe in contraddizionecon la rivelazione dell'Alleanza e dell'Incarnazione redentrice. Una simileeteronomia non sarebbe che una forma di alienazionecontraria alla sapienzadivina ed alla dignità della persona umana.

Alcuni parlanoa giusto titolodi teonomiao di teonomiapartecipataperché la libera obbedienza dell'uomo alla legge di Dioimplica effettivamente la partecipazione della ragione e della volontàumane alla sapienza e alla provvidenza di Dio. Proibendo all'uomo di mangiare« dell'albero della conoscenza del bene e del male »Dio afferma che l'uomonon possiede originariamente in proprio questa « conoscenza »ma solamentevi partecipa mediante la luce della ragione naturale e della rivelazionedivinache gli manifestano le esigenze e gli appelli della sapienza eterna.La legge quindi deve dirsi un'espressione della sapienza divina: sottomettendosiad essala libertà si sottomette alla verità della creazione. Per questooccorre riconoscere nella libertà della persona umana l'immagine e la vicinanzadi Dioche è « presente in tutti » (cf Ef 46); allo stesso modobisogna confessare la maestà del Dio dell'universo e venerare la santitàdella legge di Dio infinitamente trascendente. Deus semper maior.74

Beato l'uomo che si compiace della legge del Signore (cf Sal11-2)

42. Modellata su quella di Diola libertà dell'uomo non solo non ènegata dalla sua obbedienza alla legge divinama soltanto mediante questaobbedienza essa permane nella verità ed è conforme alla dignità dell'uomocome scrive apertamente il Concilio: « La dignità dell'uomo richiede cheegli agisca secondo scelte consapevoli e liberemosso cioè e indotto daconvinzioni personali e non per un cieco impulso interno e per mera coazioneesterna. Ma tale dignità l'uomo la ottiene quandoliberandosi da ognischiavitù di passionitende al suo fine con scelta libera del beneesi procura da sé e con la sua diligente iniziativa i mezzi convenienti».75

Nel suo tendere a Dioa Colui che « solo è buono »l'uomo deve liberamentecompiere il bene ed evitare il male. Ma per questo l'uomo deve poterdistinguere il bene dal male. Ed è quanto avvieneanzituttograziealla luce della ragione naturaleriflesso nell'uomo dello splendore delvolto di Dio. In questo sensocommentando un versetto del Salmo 4sanTommaso scrive: « Dopo aver detto: Offrite sacrifici di giustizia (Sal46)come se alcuni gli chiedessero quali sono le opere della giustiziail Salmista soggiunge: Molti dicono: Chi ci farà vedere il bene? Erispondendo alla domandadice: La luce del tuo voltoSignoreè stataimpressa su di noi. Come se volesse dire che la luce della ragionenaturale con la quale distinguiamo il bene dal male — il che è di competenzadella legge naturale — non è altro che un'impronta in noi della luce divina».76 Da ciò segue anche per quale motivo questa legge è chiamata leggenaturale: viene detta così non in rapporto alla natura degli esseriirrazionalima perché la ragione che la promulga è propria della naturaumana.77

43. Il Concilio Vaticano II ricorda che « norma suprema della vita umanaè la legge divinaeternaoggettiva e universaleper mezzo della qualeDio con un disegno di sapienza e di amore ordinadirige e governa tuttoil mondo e le vie della comunità umana. E Dio rende partecipe l'uomo dellasua leggecosicché l'uomoper soave disposizione della provvidenza divinapossa sempre più conoscere l'immutabile verità ».78

Il Concilio rimanda alla dottrina classica sulla legge eterna diDio. Sant'Agostino la definisce come « la ragione o la volontà di Dioche comanda di conservare l'ordine naturale e proibisce di turbarlo »;79 san Tommaso la identifica con « la ragione della divina sapienza chemuove tutto al fine dovuto ».80 E la sapienza di Dio è provvidenzaamoreche si prende cura. È Dio stessodunquead amare e a prendersi curanel senso più letterale e fondamentaledi tutta la creazione (cf Sap722; 811). Ma Dio provvede agli uomini in modo diverso rispetto agliesseri che non sono persone: non « dall'esterno »attraverso le leggidella natura fisicama « dal di dentro »mediante la ragione checonoscendocol lume naturale la legge eterna di Dioè perciò stesso in grado di indicareall'uomo la giusta direzione del suo libero agire.81 In questo modo Diochiama l'uomo a partecipare alla sua provvidenzavolendo per mezzo dell'uomostessoossia attraverso la sua ragionevole e responsabile curaguidareil mondo: non soltanto il mondo della naturama anche quello delle personeumane. In questo contestocome espressione umana della legge eterna diDiosi pone la legge naturale: « Rispetto alle altre creature —scrive san Tommaso — la creatura razionale è soggetta in un modo più eccellentealla divina provvidenzain quanto anche essa diventa partecipe della provvidenzaprovvedendo a se stessa e agli altri: perciò si ha in essa una partecipazionedella ragione eternagrazie alla quale ha una naturale inclinazione all'attoed al fine dovuti: tale partecipazione della legge eterna nella creaturarazionale è chiamata legge naturale ».82

44. La Chiesa ha fatto spesso riferimento alla dottrina tomistica dilegge naturaleassumendola nel proprio insegnamento morale. Così il miovenerato predecessore Leone XIII ha sottolineato l'essenziale subordinazionedella ragione e della legge umana alla Sapienza di Dio e alla sua legge.Dopo aver detto che « la legge naturale è scritta e scolpita nell'animodi tutti e di ciascun uomopoiché essa non è altro che la stessa ragioneumana che ci comanda di fare il bene e ci intima di non peccare »LeoneXIII rimanda alla « ragione più alta » del Legislatore divino: « Ma taleprescrizione della ragione umana non potrebbe aver forza di leggese nonfosse la voce e l'interprete di una ragione più altaa cui il nostro spiritoe la nostra libertà devono essere sottomessi ». Infattila forza dellalegge risiede nella sua autorità di imporre dei doveridi conferire deidiritti e di dare la sanzione a certi comportamenti: « Ora tutto ciò nonpotrebbe esistere nell'uomose fosse egli stesso a darsiquale legislatoresupremola norma delle sue azioni ». E conclude: « Ne consegue che lalegge naturale è la stessa legge eternainsita negli esseri dotatidi ragioneche li inclina all'atto e al fine che loro convengono;essa è la stessa ragione eterna del Creatore e governatore dell'universo».83

L'uomo può riconoscere il bene e il male grazie a quel discernimentodel bene dal male che egli stesso opera mediante la sua ragionein particolaremediante la sua ragione illuminata dalla rivelazione divina e dallafedein forza della legge che Dio ha donato al popolo elettoa cominciaredai comandamenti del Sinai. Israele è stato chiamato a ricevere e a viverela legge di Dio come particolare dono e segno dell'elezione edell'Alleanza divinaed insieme come garanzia della benedizione diDio. Così Mosè poteva rivolgersi ai figli di Israele e chiedere loro: «Quale grande nazione ha la divinità così vicina a sécome il Signore nostroDio è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo? E quale grande nazioneha leggi e norme giustecome è tutta questa legislazione che io oggi viespongo? » (Dt 47-8). È nei Salmi che incontriamo i sentimentidi lodegratitudine e venerazione che il popolo eletto è chiamato a nutrireverso la legge di Dioinsieme all'esortazione a conoscerlameditarlae tradurla nella vita: « Beato l'uomo che non segue il consiglio degliempinon indugia nella via dei peccatori e non siede in compagnia deglistolti; ma si compiace della legge del Signorela sua legge medita giornoe notte » (Sal 11-2); « La legge del Signore è perfettarinfrancal'anima; la testimonianza del Signore è veracerende saggio il semplice.Gli ordini del Signore sono giustifanno gioire il cuore; i comandi delSignore sono limpididanno luce agli occhi » (Sal 1818-9).

45. La Chiesa accoglie con riconoscenza e custodisce con amore l'interodeposito della Rivelazionetrattandolo con religioso rispetto e adempiendoalla sua missione di interpretare la legge di Dio in modo autentico allaluce del Vangelo. La Chiesainoltrericeve in dono la Legge nuovache è il « compimento » della legge di Dio in Gesù Cristo e nel suoSpirito: è una legge « interiore » (cf Ger 3131-33)« scrittanon con inchiostroma con lo Spirito del Dio viventenon su tavole dipietrama sulle tavole di carne dei vostri cuori » (2 Cor 33);una legge di perfezione e di libertà (cf 2 Cor 317); è « la leggedello Spirito che dà vita in Cristo Gesù » (Rm 82). Di questa leggescrive san Tommaso: « Questa può essere detta legge in un duplice senso.In un primo sensolegge dello spirito è lo Spirito Santo... cheinabitantenell'animanon solo insegna che cosa è necessario compiere illuminandol'intelletto sulle cose da farsima anche inclina ad agire con rettitudine...In un secondo sensolegge dello spirito può dirsi l'effetto proprio delloSpirito Santoe cioè la fede che opera per mezzo della carità (Gal56)la quale pertanto ammaestra interiormente circa le cose da farsi...e inclina l'affetto ad agire ».84

Anche se nella riflessione teologico-morale si è soliti distinguerela legge di Dio positiva o rivelata da quella naturalee nell'economiadella salvezza la legge « antica » da quella « nuova »non si può dimenticareche queste e altre utili distinzioni si riferiscono sempre alla legge ilcui autore è lo stesso unico Dioe il cui destinatario è l'uomo. I diversimodi secondo cui nella storia Dio ha cura del mondo e dell'uomonon solonon si escludono tra loroma al contrario si sostengono e si compenetranoa vicenda. Tutti scaturiscono e concludono all'eterno disegno sapientee amoroso con il quale Dio predestina gli uomini « ad essere conformi all'immaginedel Figlio suo » (Rm 829). In questo disegno non c'è nessuna minacciaper la vera libertà dell'uomo; al contrario l'accoglienza di questo disegnoè l'unica via per l'affermazione della libertà.

« Quanto la legge esige è scritto nei loro cuori » (Rm215)

46. Il presunto conflitto tra la libertà e la legge si ripropone oggicon una singolare forza in rapporto alla legge naturalee in particolarein rapporto alla natura. In realtà i dibattiti su natura e libertà hannosempre accompagnato la storia della riflessione moraleassumendo toniaccesi con il Rinascimento e la Riformacome si può rilevare dagli insegnamentidel Concilio di Trento.85 Di una tensione analoga resta segnataanchese in un senso differentel'epoca contemporanea: il gusto dell'osservazioneempiricai procedimenti dell'oggettivazione scientificail progressotecnicoalcune forme di liberalismo hanno portato a contrapporre i dueterminicome se la dialettica — se non addirittura il conflitto — tralibertà e natura fosse caratteristica strutturale della storia umana. Inaltre epocheè sembrato che la « natura » sottomettesse totalmente l'uomoai suoi dinamismi e persino ai suoi determinismi. Ancor oggi le coordinatespazio-temporali del mondo sensibilele costanti fisico-chimichei dinamismicorporeile pulsioni psichichei condizionamenti sociali appaiono a molticome gli unici fattori realmente decisivi delle realtà umane. In questocontestoanche i fatti moralia dispetto della loro specificitàsonospesso trattati come se fossero dati statisticamente accertabilicomecomportamenti osservabili o spiegabili solo con le categorie dei meccanismipsico-sociali. E così alcuni studiosi di eticatenuti per professionea esaminare i fatti e i gesti dell'uomopossono essere tentati di misurareil loro saperese non le loro prescrizionisulla base di un riscontrostatistico circa i comportamenti umani concreti e le opinioni morali dellamaggioranza.

Altri moralistiinvecepreoccupati di educare ai valorisimantengono sensibili al prestigio della libertàma spesso la concepisconoin opposizioneo in contrastocon la natura materiale e biologicasullaquale dovrebbe progressivamente affermarsi. A questo proposito differenticoncezioni convergono nel dimenticare la dimensione creaturale della naturae nel misconoscere la sua integralità. Per alcunila natura sitrova ridotta a materiale per l'agire umano e per il suo potere: essa dovrebbeessere profondamente trasformataanzi superata dalla libertàdal momentoche ne costituirebbe un limite e una negazione. Per altriè nellapromozione senza misura del potere dell'uomoo della sua libertàchesi costituiscono i valori economicisocialiculturali ed anche morali:la natura starebbe a significare tutto ciò che nell'uomo e nel mondo sicolloca al di fuori della libertà. Tale natura comprenderebbe in primoluogo il corpo umanola sua costituzione e i suoi dinamismi: a questodato fisico si opporrebbe quanto è « costruito » cioè la « cultura »qualeopera e prodotto della libertà. La natura umanacosì intesapotrebbeessere ridotta e trattata come materiale biologico o sociale sempre disponibile.Ciò significa ultimamente definire la libertà mediante se stessa e farneun'istanza creatrice di sé e dei suoi valori. È così che al limite l'uomonon avrebbe neppure naturae sarebbe per se stesso il proprio progettodi esistenza. L'uomo non sarebbe nient'altro che la sua libertà!

47. In questo contesto sono sorte le obiezioni di fisicismo e naturalismocontro la concezione tradizionale della legge naturale: questapresenterebbe come leggi morali quelle che in se stesse sarebbero sololeggi biologiche. Cosìtroppo superficialmentesi sarebbe attribuitoad alcuni comportamenti umani un carattere permanente ed immutabile ein base ad essosi sarebbe preteso di formulare norme morali universalmentevalide. Secondo alcuni teologiuna simile « argomen- tazione biologistao naturalista » sarebbe presente anche in taluni documenti del Magisterodella Chiesaspecialmente in quelli riguardanti l'ambito dell'etica sessualee matrimoniale. In base ad una concezione naturalistica dell'atto sessualesarebbero state condannate come moralmente inammissibili la contraccezionela sterilizzazione direttal'autoerotismoi rapporti prematrimonialile relazioni omosessualinonché la fecondazione artificiale. Orasecondoil parere di questi teologila valutazione moralmente negativa di taliatti non prenderebbe in adeguata considerazione il carattere razionalee libero dell'uomoné il condizionamento culturale di ogni norma morale.Essi dicono che l'uomocome essere razionalenon solo puòma addiritturadeve decidere liberamente il senso dei suoi comportamenti. Questo« decidere il senso » dovrà tener contoovviamentedei molteplici limitidell'essere umanoche ha una condizione corporea e storica. Dovràinoltreprendere in considerazione i modelli comportamentali ed i significati chequesti assumono in una determinata cultura. Esoprattuttodovrà rispettareil comandamento fondamentale dell'amore di Dio e del prossimo. Dio però— asseriscono poi — ha fatto l'uomo come essere razionalmente liberoloha lasciato « in mano al suo consiglio » e da lui attende una propriarazionale formazione della sua vita. L'amore del prossimo significherebbesoprattutto o esclusivamente rispetto per il suo libero decidere di sestesso. I meccanismi dei comportamenti propri dell'uomononché le cosiddette« inclinazioni naturali »stabilirebbero al massimo — come dicono — unorientamento generale del comportamento correttoma non potrebbero determinarela valutazione morale dei singoli atti umanitanto complessi dal puntodi vista delle situazioni.

48. Di fronte ad una tale interpretazione occorre considerare con attenzioneil retto rapporto che esiste tra la libertà e la natura umanae in particolareil posto che ha il corpo umano nelle questioni della legge naturale.

Una libertà che pretende di essere assoluta finisce per trattare ilcorpo umano come un dato brutosprovvisto di significati e di valori moralifinché essa non l'abbia investito del suo progetto. Di conseguenzalanatura umana e il corpo appaiono come dei presupposti o preliminarimaterialmente necessari alla scelta della libertàma estrinsecialla personaal soggetto e all'atto umano. I loro dinamismi non potrebberocostituire punti di riferimento per la scelta moraledal momento che lefinalità di queste inclinazioni sarebbero solo beni « fisici »detti da taluni « pre-morali ». Farvi riferimentoper cercarvi indicazionirazionali circa l'ordine della moralitàdovrebbe essere tacciato di fisicismoo di biologismo. In un simile contesto la tensione tra la libertà e unanatura concepita in senso riduttivo si risolve in una divisione nell'uomostesso.

Questa teoria morale non è conforme alla verità sull'uomo e sulla sualibertà. Essa contraddice agli insegnamenti della Chiesa sull'unitàdell'essere umanola cui anima razionale è per se et essentialiterla forma del corpo.86 L'anima spirituale e immortale è il principiodi unità dell'essere umanoè ciò per cui esso esiste come un tutto — «corpore et anima unus » 87 — in quanto persona. Queste definizioninon indicano solo che anche il corpoal quale è promessa la risurrezionesarà partecipe della gloria; esse ricordano altresì il legame della ragionee della libera volontà con tutte le facoltà corporee e sensibili. Lapersonaincluso il corpoè affidata interamente a se stessaed è nell'unitàdell'anima e del corpo che essa è il soggetto dei propri atti morali. Lapersonamediante la luce della ragione e il sostegno della virtùscoprenel suo corpo i segni anticipatoril'espressione e la promessa del donodi séin conformità con il sapiente disegno del Creatore. È alla lucedella dignità della persona umana — da affermarsi per se stessa — che laragione coglie il valore morale specifico di alcuni benicui la personaè naturalmente inclinata. E dal momento che la persona umana non è riducibilead una libertà che si autoprogettama comporta una struttura spiritualee corporea determinatal'esigenza morale originaria di amare e rispettarela persona come un fine e mai come un semplice mezzoimplica ancheintrinsecamenteil rispetto di alcuni beni fondamentalisenza del quale si cade nel relativismoe nell'arbitrio.

49. Una dottrina che dissoci l'atto morale dalle dimensioni corporeedel suo esercizio è contraria agli insegnamenti della Sacra Scrittura edella Tradizione: tale dottrina fa riviveresotto forme nuovealcunivecchi errori sempre combattuti dalla Chiesain quanto riducono la personaumana a una libertà « spirituale »puramente formale. Questa riduzionemisconosce il significato morale del corpo e dei comportamenti che ad essosi riferiscono (cf 1 Cor 619). L'apostolo Paolo dichiara esclusidal Regno dei cieli « immoraliidolatriadulterieffeminatisodomitiladriavariubriaconimaldicenti e rapaci » (cf 1 Cor 69-10).Tale condanna — fatta propria dal Concilio di Trento 88 — enumera come« peccati mortali »o « pratiche infami »alcuni comportamenti specificila cui volontaria accettazione impedisce ai credenti di avere parte all'ereditàpromessa. Infatticorpo e anima sono indissociabili: nella personanell'agente volontario e nell'atto deliberatoessi stanno o si perdonoinsieme.

50. Si può ora comprendere il vero significato della legge naturale:essa si riferisce alla natura propria e originale dell'uomoalla « naturadella persona umana »89 che è la persona stessa nell'unità di animae di corponell'unità delle sue inclinazioni di ordine sia spiritualeche biologico e di tutte le altre caratteristiche specifiche necessarieal perseguimento del suo fine. « La legge morale naturale esprime e prescrivele finalitài diritti e i doveri che si fondano sulla natura corporalee spirituale della persona umana. Pertanto essa non può essere concepitacome normatività semplicemente biologicama deve essere definita comel'ordine razionale secondo il quale l'uomo è chiamato dal Creatore a dirigeree a regolare la sua vita e i suoi atti ein particolarea usare e disporredel proprio corpo ».90 Ad esempiol'origine e il fondamento del doveredi rispettare assolutamente la vita umana sono da trovare nella dignitàpropria della persona e non semplicemente nell'inclinazione naturale aconservare la propria vita fisica. Così la vita umanapur essendo un benefondamentale dell'uomoacquista un significato morale in riferimento albene della persona che deve essere sempre affermata per se stessa: mentreè sempre moralmente illecito uccidere un essere umano innocentepuò esserelecitolodevole o persino doveroso dare la propria vita (cf Gv 1513) per amore del prossimo o per testimonianza verso la verità. In realtàsolo in riferimento alla persona umana nella sua « totalità unificata »cioè « anima che si esprime nel corpo e corpo informato da uno spiritoimmortale »91 si può leggere il significato specificamente umano del corpo.In effetti le inclinazioni naturali acquistano rilevanza morale solo inquanto esse si riferiscono alla persona umana e alla sua realizzazioneautenticala quale d'altra parte può verificarsi sempre e solo nella naturaumana. Rifiutando le manipolazioni della corporeità che ne alterano ilsignificato umanola Chiesa serve l'uomo e gli indica la via del veroamoresulla quale soltanto egli può trovare il vero Dio.

La legge naturale così intesa non lascia spazio alla divisione tra libertàe natura. Questeinfattisono armonicamente collegate tra loro e intimamentealleate l'una con l'altra.

« Ma da principio non fu così » (Mt 198)

51. Il presunto conflitto tra la libertà e la natura si ripercuote anchesull'interpretazione di alcuni aspetti specifici della legge naturalesoprattutto sulla sua universalità e immutabilità. « Dove dunquesono iscritte queste regole — si chiedeva sant'Agostino — se non nel librodi quella luce che si chiama verità? Di quidunqueè dettata ogni leggegiusta e si trasferisce retta nel cuore dell'uomo che opera la giustizianon emigrando in luima quasi imprimendosi in luicome l'immagine passadall'anello nella cerama senza abbandonare l'anello ».92

Proprio grazie a questa « verità » la legge naturale implica l'universalità.Essain quanto iscritta nella natura razionale della personasi imponead ogni essere dotato di ragione e vivente nella storia. Per perfezionarsinel suo ordine specificola persona deve compiere il bene ed evitare ilmalevegliare alla trasmissione e alla conservazione della vitaaffinaree sviluppare le ricchezze del mondo sensibilecoltivare la vita socialecercare il veropraticare il benecontemplare la bellezza.93

La scissione posta da alcuni tra la libertà degli individui e la naturacomune a tutticome emerge da alcune teorie filosofiche di grande risonanzanella cultura contemporaneaoscura la percezione dell'universalità dellalegge morale da parte della ragione. Main quanto esprime la dignità dellapersona umana e pone la base dei suoi diritti e doveri fondamentalilalegge naturale è universale nei suoi precetti e la sua autorità si estendea tutti gli uomini. Questa universalità non prescinde dalla singolaritàdegli esseri umani né si oppone all'unicità e all'irripetibilità diciascuna persona: al contrarioessa abbraccia in radice ciascuno dei suoiatti liberiche devono attestare l'universalità del vero bene. Sottomettendosialla legge comunei nostri atti edificano la vera comunione delle personeecon la grazia di Dioesercitano la carità« vincolo della perfezione» (Col 314). Quando invece misconoscono o anche solo ignorano laleggein maniera imputabile o noi nostri atti feriscono la comunionedelle personecon pregiudizio di ciascuno.

52. È giusto e buonosempre e per tuttiservire Diorendergli ilculto dovuto ed onorare secondo verità i genitori. Simili precetti positiviche prescrivono di compiere talune azioni e di coltivare certi atteggiamentiobbligano universalmente; essi sono immutabili; 94 uniscono nel medesimobene comune tutti gli uomini di ogni epoca della storiacreati per « lastessa vocazione e lo stesso destino divino ».95 Queste leggi universalie permanenti corrispondono a conoscenze della ragione pratica e vengonoapplicate agli atti particolari mediante il giudizio della coscienza. Ilsoggetto che agisce assimila personalmente la verità contenuta nella legge:egli si appropriafa sua questa verità del suo essere mediante gli attie le relative virtù. I precetti negativi della legge naturale sonouniversalmente validi: essi obbligano tutti e ciascunosempre e in ognicircostanza. Si tratta infatti di proibizioni che vietano una determinataazione semper et pro semper senza eccezioniperché la scelta diun tale comportamento non è in nessun caso compatibile con la bontà dellavolontà della persona che agiscecon la sua vocazione alla vita con Dioe alla comunione col prossimo. È proibito ad ognuno e sempre di infrangereprecetti che vincolanotutti e a qualunque costoa non offendere in alcunoeprima di tuttoin se stessi la dignità personale e comune a tutti.

D'altra parteil fatto che solo i comandamenti negativi obbligano sempree in ogni circostanzanon significa che nella vita morale le proibizionisiano più importanti dell'impegno a fare il bene indicato dai comandamentipositivi. Il motivo è piuttosto il seguente: il comandamento dell'amoredi Dio e del prossimo non ha nella sua dinamica positiva nessun limitesuperiorebensì ha un limite inferiorescendendo sotto il quale si violail comandamento. Inoltreciò che si deve fare in una determinata situazionedipende dalle circostanzeche non si possono tutte quante prevedere inanticipo; al contrario ci sono comportamenti che non possono mai esserein nessuna situazioneuna risposta adeguata — ossia conforme alla dignitàdella persona. Infineè sempre possibile che l'uomoin seguito a costrizioneo ad altre circostanzesia impedito di portare a termine determinate buoneazioni; mai però può essere impedito di non fare determinate azionisoprattuttose egli è disposto a morire piuttosto che a fare il male.

La Chiesa ha sempre insegnato che non si devono mai scegliere comportamentiproibiti dai comandamenti moraliespressi in forma negativa nell'Anticoe nel Nuovo Testamento. Come si è vistoGesù stesso ribadisce l'inderogabilitàdi queste proibizioni: « Se vuoi entrare nella vitaosserva i comandamenti...:non ucciderenon commettere adulterionon rubarenon testimoniare ilfalso » (Mt 1917-18).

53. La grande sensibilità che l'uomo contemporaneo testimonia per lastoricità e per la cultura conduce taluni a dubitare dell'immutabilitàdella stessa legge naturalee quindi dell'esistenza di « normeoggettive di moralità » 96 valide per tutti gli uomini del presente e delfuturocome già per quelli del passato: è mai possibile affermare comevalide universalmente per tutti e sempre permanenti certe determinazionirazionali stabilite nel passatoquando si ignorava il progresso che l'umanitàavrebbe fatto successivamente?

Non si può negare che l'uomo si dà sempre in una cultura particolarema pure non si può negare che l'uomo non si esaurisce in questa stessacultura. Del restoil progresso stesso delle culture dimostra che nell'uomoesiste qualcosa che trascende le culture. Questo « qualcosa » è precisamentela natura dell'uomo: proprio questa natura è la misura della culturaed è la condizione perché l'uomo non sia prigioniero di nessuna delle sueculturema affermi la sua dignità personale nel vivere conformemente allaverità profonda del suo essere. Mettere in discussione gli elementi strutturalipermanenti dell'uomoconnessi anche con la stessa dimensione corporeanon solo sarebbe in conflitto con l'esperienza comunema renderebbe incomprensibileil riferimento che Gesù ha fatto al « principio »proprio là doveil contesto sociale e culturale del tempo aveva deformato il senso originarioe il ruolo di alcune norme morali (cf Mt 191-9). In tal senso «la Chiesa afferma che al di sotto di tutti i mutamenti ci sono molte coseche non cambiano; esse trovano il loro ultimo fondamento in Cristoche è sempre lo stesso: ierioggi e nei secoli ».97 È lui il « Principio» cheavendo assunto la natura umanala illumina definitivamente neisuoi elementi costitutivi e nel suo dinamismo di carità verso Dio e ilprossimo.98

Certamente occorre cercare e trovare delle norme morali universali epermanenti la formulazione più adeguata ai diversi contesti culturalipiù capace di esprimerne incessantemente l'attualità storicadi farnecomprendere e interpretare autenticamente la verità. Questa verità dellalegge morale — come quella del « deposito della fede » — si dispiega attraversoi secoli: le norme che la esprimono restano valide nella loro sostanzama devono essere precisate e determinate « eodem sensu eademque sententia» 99 secondo le circostanze storiche dal Magistero della Chiesalacui decisione è preceduta e accompagnata dallo sforzo di lettura e di formulazioneproprio della ragione dei credenti e della riflessione teologica.100

II. La coscienza e la verità

Il sacrario dell'uomo

54. Il rapporto che esiste tra la libertà dell'uomo e la legge di Dioha la sua sede viva nel « cuore » della personaossia nella sua coscienzamorale: « Nell'intimo della coscienza — scrive il Concilio VaticanoII — l'uomo scopre una legge che non è lui a darsima alla quale invecedeve obbedire e la cui voce che lo chiama sempre ad amare e a fare il benee a fuggire il malequando occorrechiaramente dice alle orecchie delcuore: fa' questofuggi quest'altro. L'uomo ha in realtà una legge scrittada Dio dentro il suo cuore: obbedire ad essa è la dignità stessa dell'uomoe secondo questa egli sarà giudicato (cf Rm 214-16) ».101

Per questo il modo secondo cui si concepisce il rapporto tra la libertàe la legge si collega intimamente con l'interpretazione che viene riservataalla coscienza morale. In tal senso le tendenze culturali sopra ricordateche contrappongono e separano tra loro la libertà e la legge ed esaltanoin modo idolatrico la libertàconducono ad un'interpretazione « creativa» della coscienza moraleche si allontana dalla posizione della tradizionedella Chiesa e del suo Magistero.

55. Secondo l'opinione di diversi teologi la funzione della coscienzasarebbe stata ricondottaalmeno in un certo passatoad una semplice applicazionedi norme morali generali ai singoli casi di vita della persona. Ma similinorme — dicono — non possono essere in grado di accogliere e di rispettarel'intera irrepetibile specificità di tutti i singoli atti concreti dellepersone; possono anchein qualche modoaiutare a una giustavalutazionedella situazionema non possono sostituire le persone nel prendereuna decisione personale su come comportarsi nei determinati casiparticolari. Anzila predetta critica alla tradizionale interpretazionedella natura umana e della sua importanza per la vita morale induce alcuniautori ad affermare che queste norme non sono tanto un criterio oggettivovincolante per i giudizi della coscienzaquanto piuttosto una prospettivagenerale che aiuta in prima approssimazione l'uomo nel dare un'ordinatasistemazione alla sua vita personale e sociale. Essiinoltrerilevanola complessità tipica del fenomeno della coscienza: questa si rapportaprofondamente con tutta la sfera psicologica ed affettiva e con i moltepliciinflussi dell'ambiente sociale e culturale della persona. D'altra parteviene esaltato al massimo il valore della coscienzache il Concilio stessoha definito « il sacrario dell'uomodove egli si trova solo con Diolacui voce risuona nell'intimità propria ».102 Tale voce — si dice — inducel'uomo non tanto a una meticolosa osservanza delle norme universaliquantoa una creativa e responsabile assunzione dei compiti personali che Diogli affida.

Volendo mettere in risalto il carattere « creativo » della coscienzaalcuni autori chiamano i suoi attinon più con il nome di « giudizi »ma con quello di « decisioni »: solo prendendo « auto- nomamente » questedecisioni l'uomo potrebbe raggiungere la sua maturità morale. Né mancachi ritiene che questo processo di maturazione sarebbe ostacolato dallaposizione troppo categorica chein molte questioni moraliassume il Magisterodella Chiesai cui interventi sarebbero causapresso i fedelidell'insorgeredi inutili conflitti di coscienza.

56. Per giustificare simili posizionialcuni hanno proposto una sortadi duplice statuto della verità morale. Oltre al livello dottrinale e astrattooccorrerebbe riconoscere l'originalità di una certa considerazione esistenzialepiù concreta. Questatenendo conto delle circostanze e della situazionepotrebbe legittimamente fondare delle eccezioni alla regola generalee permettere così di compiere praticamentecon buona coscienzaciòche è qualificato come intrinsecamente cattivo dalla legge morale. In talmodo si instaura in alcuni casi una separazioneo anche un'opposizionetra la dottrina del precetto valido in generale e la norma della singolacoscienzache deciderebbe di fattoin ultima istanzadel bene e delmale. Su questa base si pretende di fondare la legittimità di soluzionicosiddette « pastorali » contrarie agli insegnamenti del Magistero e digiustificare un'ermeneutica « creatrice »secondo la quale la coscienzamorale non sarebbe affatto obbligatain tutti i casida un precetto negativoparticolare.

Non vi è chi non colga che con queste impostazioni si trova messa inquestione l'identità stessa della coscienza morale di fronte allalibertà dell'uomo e alla legge di Dio. Solo la chiarificazione precedentementefatta sul rapporto tra libertà e legge fondato sulla verità rende possibileil discernimento circa questa interpretazione « creativa » dellacoscienza.

Il giudizio della coscienza

57. Lo stesso testo della Lettera ai Romaniche ci ha fattocogliere l'essenza della legge naturaleindica anche il senso biblicodella coscienzaspecialmente nel suo specifico legame con la legge:« Quando i paganiche non hanno la leggeper natura agiscono secondola leggeessipur non avendo leggesono legge a se stessi; essi dimostranoche quanto la legge esige è scritto nei loro cuori come risulta dalla testimonianzadella loro coscienza e dai loro stessi ragionamentiche ora li accusanoora li difendono » (Rm 214-15).

Secondo le parole di san Paolola coscienzain un certo sensoponel'uomo di fronte alla leggediventando essa stessa « testimo- ne »per l'uomo: testimone della sua fedeltà o infedeltà nei riguardi dellaleggeossia della sua essenziale rettitudine o malvagità morale. La coscienzaè l'unico testimone: ciò che avviene nell'intimo della persona ècoperto agli occhi di chiunque dall'esterno. Essa rivolge la sua testimonianzasoltanto verso la persona stessa. Ea sua voltasoltanto la persona conoscela propria risposta alla voce della coscienza.

58. Non si apprezzerà mai adeguatamente l'importanza di questo intimodialogo dell'uomo con se stesso. Main realtàquesto è il dialogodell'uomo con Dioautore della leggeprimo modello e fine ultimodell'uomo. « La coscienza — scrive san Bonaventura — è come l'araldo diDio e il messaggeroe ciò che dice non lo comanda da se stessama locomanda come proveniente da Dioalla maniera di un araldo quando proclamal'editto del re. E da ciò deriva il fatto che la coscienza ha la forzadi obbligare ».103

Si può diredunqueche la coscienza dà la testimonianza della rettitudineo della malvagità dell'uomo all'uomo stessoma insiemeanzi prima ancoraessa è testimonianza di Dio stesso la cui voce e il cui giudiziopenetrano l'intimo dell'uomo fino alle radici della sua animachiamandolofortiter et suaviter all'obbedienza: « La coscienza morale non chiudel'uomo dentro una invalicabile e impenetrabile solitudinema lo apre allachiamataalla voce di Dio. In questonon in altrosta tutto il misteroe la dignità della coscienza morale: nell'essere cioè il luogolo spaziosanto nel quale Dio parla all'uomo ».104

59. San Paolo non si limita a riconoscere che la coscienza fa da « testimone»ma rivela anche il modo con cui essa compie una simile funzione. Sitratta di « ragionamenti »che accusano o difendono i pagani in rapportoai loro comportamenti (cf Rm 215). Il termine « ragionamenti »mette in luce il carattere proprio della coscienzaquello di essere ungiudizio morale sull'uomo e sui suoi atti: è un giudizio di assoluzioneo di condanna secondo che gli atti umani sono conformi o difformi dallalegge di Dio scritta nel cuore. E proprio del giudizio degli atti eallostesso tempodel loro autore e del momento del suo definitivo compimentoparla l'apostolo Paolo nello stesso testo: « Così avverrà nel giorno incui Dio giudicherà i segreti degli uomini per mezzo di Gesù Cristosecondoil mio Vangelo » (Rm 216).

Il giudizio della coscienza è un giudizio praticoossia un giudizioche intima che cosa l'uomo deve fare o non fareoppure che valuta un attoda lui ormai compiuto. È un giudizio che applica a una situazione concretala convinzione razionale che si deve amare e fare il bene ed evitare ilmale. Questo primo principio della ragione pratica appartiene alla leggenaturaleanzi ne costituisce il fondamento stessoin quanto esprime quellaluce originaria sul bene e sul maleriflesso della sapienza creatricedi Diochecome una scintilla indistruttibile (scintilla animae)brilla nel cuore di ogni uomo. Mentre però la legge naturale mette in lucele esigenze oggettive e universali del bene moralela coscienza è l'applicazionedella legge al caso particolarela quale diventa così per l'uomo un interioredettameuna chiamata a compiere nella concretezza della situazione ilbene. La coscienza formula così l'obbligo morale alla luce dallalegge naturale: è l'obbligo di fare ciò che l'uomomediante l'atto dellasua coscienzaconosce come un bene che gli è assegnato qui e ora. Ilcarattere universale della legge e dell'obbligazione non è cancellatoma piuttosto riconosciutoquando la ragione ne determina le applicazioninell'attualità concreta. Il giudizio della coscienza afferma « ultimamente» la conformità di un certo comportamento concreto rispetto alla legge;esso formula la norma prossima della moralità di un atto volontariorealizzando« l'appli- cazione della legge oggettiva a un caso particolare ».105

60. Come la stessa legge naturale e ogni conoscenza praticaanche ilgiudizio della coscienza ha carattere imperativo: l'uomo deve agirein conformità ad esso. Se l'uomo agisce contro tale giudiziooppureanche in mancanza di certezza circa la correttezza e la bontà di un determinatoattolo compieegli è condannato dalla sua stessa coscienzanormaprossima della moralità personale. La dignità di questa istanza razionalee l'autorità della sua voce e dei suoi giudizi derivano dalla veritàsul bene e sul male moraleche essa è chiamata ad ascoltare e ad esprimere.Questa verità è indicata dalla « legge divina »norma universale eoggettiva della moralità. Il giudizio della coscienza non stabiliscela leggema attesta l'autorità della legge naturale e della ragione praticain riferimento al bene supremodi cui la persona umana accetta l'attrattivae accoglie i comandamenti: « La coscienza non è una fonte autonoma ed esclusivaper decidere ciò che è buono e ciò che è cattivo; invecein essa è inscrittoprofondamente un principio di obbedienza nei riguardi della norma oggettivache fonda e condiziona la corrispondenza delle sue decisioni con i comandie i divieti che sono alla base del comportamento umano ».106

61. La verità circa il bene moraledichiarata nella legge della ragioneè riconosciuta praticamente e concretamente dal giudizio della coscienzail quale porta ad assumere la responsabilità del bene compiuto e del malecommesso: se l'uomo commette il maleil giusto giudizio della sua coscienzarimane in lui testimone della verità universale del benecome della maliziadella sua scelta particolare. Ma il verdetto della coscienza permane inlui anche come un pegno di speranza e di misericordia: mentre attesta ilmale commessoricorda anche il perdono da chiedereil bene da praticaree la virtù da coltivare semprecon la grazia di Dio.

Così nel giudizio pratico della coscienzache impone alla personal'obbligo di compiere un determinato attosi rivela il vincolo dellalibertà con la verità. Proprio per questo la coscienza si esprime conatti di « giudizio » che riflettono la verità sul benee non come « decisioni» arbitrarie. E la maturità e la responsabilità di questi giudizi — ein definitivadell'uomoche ne è il soggetto — si misurano non con laliberazione della coscienza dalla verità oggettivain favore di una presuntaautonomia delle proprie decisionimaal contrariocon una pressantericerca della verità e con il farsi guidare da essa nell'agire.

Cercare la verità e il bene

62. La coscienzacome giudizio di un attonon è esente dalla possibilitàdi errore. « Succede non di rado — scrive il Concilio — che la coscienzasia erronea per ignoranza invincibilesenza che per questo essa perdala sua dignità. Ma ciò non si può dire quando l'uomo poco si cura di cercarela verità e il benee quando la coscienza diventa quasi cieca in seguitoall'abitudine del peccato ».107 Con queste brevi parole il Concilio offreuna sintesi della dottrina che la Chiesa nel corso dei secoli ha elaboratosulla coscienza erronea.

Certamenteper avere una « buona coscienza » (1 Tm 15)l'uomodeve cercare la verità e deve giudicare secondo questa stessa verità. Comedice l'apostolo Paolola coscienza deve essere illuminata dallo SpiritoSanto (cf Rm 91)deve essere « pura » (2 Tm 13)non devecon astuzia falsare la parola di Dio ma manifestare chiaramente la verità(cf 2 Cor 42). D'altra partelo stesso Apostolo ammonisce i cristianidicendo: « Non conformatevi alla mentalità di questo mondoma trasformatevirinnovando la vostra menteper poter discernere la volontà di Diociòche è buonoa lui gradito e perfetto » (Rm 122).

Il monito di Paolo ci sollecita alla vigilanzaavvertendoci che neigiudizi della nostra coscienza si annida sempre la possibilità dell'errore.Essa non è un giudice infallibile: può errare. Nondimeno l'erroredella coscienza può essere il frutto di una ignoranza invincibilecioèdi un'ignoranza di cui il soggetto non è consapevole e da cui non può uscireda solo.

Nel caso in cui tale ignoranza invincibile non sia colpevoleci ricordail Conciliola coscienza non perde la sua dignitàperché essapur orientandocidi fatto in modo difforme dall'ordine morale oggettivonon cessa di parlarein nome di quella verità sul bene che il soggetto è chiamato a ricercaresinceramente.

63. È comunque sempre dalla verità che deriva la dignità della coscienza:nel caso della coscienza retta si tratta della veritàoggettiva accoltadall'uomo; in quello della coscienza erronea si tratta di ciò che l'uomosbagliando ritiene soggettivamente vero. Non è mai accettabile confondereun errore « soggettivo » sul bene morale con la verità « oggettiva»razionalmente proposta all'uomo in virtù del suo finené equiparareil valore morale dell'atto compiuto con coscienza vera e retta con quellocompiuto seguendo il giudizio di una coscienza erronea.108 Il male commessoa causa di una ignoranza invincibileo di un errore di giudizio non colpevolepuò non essere imputabile alla persona che lo compie; ma anche in tal casoesso non cessa di essere un maleun disordine in relazione alla veritàsul bene. Inoltreil bene non riconosciuto non contribuisce alla crescitamorale della persona che lo compie: esso non la perfeziona e non giovaa disporla al bene supremo. Cosìprima di sentirci facilmente giustificatiin nome della nostra coscienzadovremmo meditare sulla parola del Salmo:« Le inavvertenze chi le discerne? Assolvimi dalle colpe che non vedo »(Sal 18113). Ci sono colpe che non riusciamo a vedere e che nondimenorimangono colpeperché ci siamo rifiutati di andare verso la luce (cfGv 939-41).

La coscienzacome giudizio ultimo concretocompromette la sua dignitàquando è colpevolmente erroneaossia « quando l'uomo non si curadi cercare la verità e il benee quando la coscienza diventa quasi ciecain seguito all'abitudine al peccato ».109 Ai pericoli della deformazionedella coscienza allude Gesùquando ammonisce: « La lucerna del corpo èl'occhio; se dunque il tuo occhio è chiarotutto il tuo corpo sarà nellaluce; ma se il tuo occhio è malatotutto il tuo corpo sarà tenebroso.Se dunque la luce che è in te è tenebraquanto grande sarà la tua tenebra!» (Mt 622-23).

64. Nelle parole di Gesù sopra riferite troviamo anche l'appello a formarela coscienzaa renderla oggetto di continua conversione alla veritàe al bene. Analoga è l'esortazione dell'Apostolo a non conformarsi allamentalità di questo mondoma a trasformarsi rinnovando la propria mente(cf Rm 122). Èin realtàil « cuore » convertito al Signore eall'amore del bene la sorgente dei giudizi veri della coscienza.Infatti« per poter discernere la volontà di Diociò che è buonoa luigradito e perfetto » (Rm 122) è sì necessaria la conoscenza dellalegge di Dio in generalema questa non è sufficiente: è indispensabileuna sorta di « connaturalità » tra l'uomo e il vero bene.110 Unasimile connaturalità si radica e si sviluppa negli atteggiamenti virtuosidell'uomo stesso: la prudenza e le altre virtù cardinalie prima ancorale virtù teologali della fededella speranza e della carità. In tal sensoGesù ha detto: « Chi opera la verità viene alla luce » (Gv 321).

Un grande aiuto per la formazione della coscienza i cristianil'hanno nella Chiesa e nel suo Magisterocome afferma il Concilio:« I cristiani... nella formazione della loro coscienza devono considerarediligentemente la dottrina sacra e certa della Chiesa. Infatti per volontàdi Cristo la Chiesa cattolica è maestra di veritàe il suo compito è diannunziare e di insegnare in modo autentico la verità che è Cristoe nellostesso tempo di dichiarare e di confermare con la sua autorità i principidell'ordine morale che scaturiscono dalla stessa natura umana ».111 Pertantol'autorità della Chiesache si pronuncia sulle questioni moralinon intaccain nessun modo la libertà di coscienza dei cristiani: non solo perché lalibertà della coscienza non è mai libertà « dalla » veritàma sempre esolo « nella » verità; ma anche perché il Magistero non porta alla coscienzacristiana verità ad essa estraneebensì manifesta le verità che dovrebbegià possedere sviluppandole a partire dall'atto originario della fede.La Chiesa si pone solo e sempre al servizio della coscienzaaiutandolaa non essere portata qua e là da qualsiasi vento di dottrina secondo l'ingannodegli uomini (cf Ef 414)a non sviarsi dalla verità circa il benedell'uomomaspecialmente nelle questioni più difficilia raggiungerecon sicurezza la verità e a rimanere in essa.

III. La scelta fondamentale e i componenti concreti

« Purché questa libertà non divenga pretestoper vivere secondola carne » (Gal 513)

65. L'interesseoggi particolarmente acutoper la libertà induce molticultori di scienze sia umane che teologiche a sviluppare un'analisi piùpenetrante della sua natura e dei suoi dinamismi. Giustamente si rilevache la libertà non è solo la scelta per questa o per quest'altra azioneparticolare; ma è anchedentro una simile sceltadecisione su di sée disposizione della propria vita pro o contro il Benepro o controla Veritàin ultima istanza pro o contro Dio. Giustamente si sottolineal'importanza eminente di alcune scelteche danno « forma » a tutta lavita morale di un uomoconfigurandosi come l'alveo entro cui potrannotrovare spazio e sviluppo anche altre scelte quotidiane particolari.

Alcuni autorituttaviapropongono una revisione ben più radicale delrapporto tra persona e atti. Essi parlano di una « libertà fondamentale»più profonda e diversa dalla libertà di sceltasenza la cui considerazionenon si potrebbero né comprendere né valutare correttamente gli atti umani.Secondo tali autoriil ruolo chiave nella vita morale sarebbe daattribuire ad una « opzione fondamentale »attuata da quella libertà fondamentalemediante la quale la persona decide globalmente di se stessanon attraversouna scelta determinata e consapevole a livello riflessoma in forma «trascen- dentale » e « atematica ». Gli atti particolari derivantida questa opzione costituirebbero soltanto dei tentativi parziali e mairisolutivi per esprimerlasarebbero solamente « segni » o sintomi di essa.Oggetto immediato di questi atti — si dice — non è il Bene assoluto (difronte al quale si esprimerebbe a livello trascendentale la libertà dellapersona)ma sono i beni particolari (detti anche « cate- goriali »). Orasecondo l'opinione di alcuni teologinessuno di questi beniper loronatura parzialipotrebbe determinare la libertà dell'uomo come personanella sua totalitàanche se solamente mediante la loro realizzazione oil loro rifiuto l'uomo potrebbe esprimere la propria opzione fondamentale.

Si giunge così ad introdurre una distinzione tra l'opzione fondamentalee le scelte deliberate di un comportamento concreto una distinzioneche in alcuni autori assume la forma di una dissociazioneallorchéessi riservano espressamente il « bene » e il « male » morale alla dimensionetrascendentale propria dell'opzione fondamentalequalificando come « giuste» o « sbagliate » le scelte di particolari comportamenti « intramondani»riguardanti cioè le relazioni dell'uomo con se stessocon gli altrie con il mondo delle cose. Sembra così delinearsi all'interno dell'agireumano una scissione tra due livelli di moralità: l'ordine del bene e delmaledipendente dalla volontàda una partee i comportamenti determinatidall'altrai quali vengono giudicati come moralmente giusti o sbagliatisolo in dipendenza da un calcolo tecnico della proporzione tra beni e mali« premorali » o « fisici »che effettivamente seguono all'azione. E ciòfino al punto che un comportamento concretoanche liberamente sceltoviene considerato come un processo semplicemente fisicoe non secondoi criteri propri di un atto umano. L'esito al quale si giunge è di riservarela qualifica propriamente morale della persona all'opzione fondamentalesottraendola in tutto o in parte alla scelta degli atti particolarideicomportamenti concreti.

66. Non c'è dubbio che la dottrina morale cristiananelle sue stesseradici biblichericonosce la specifica importanza di una scelta fondamentaleche qualifica la vita morale e che impegna la libertà a livello radicaledi fronte a Dio. Si tratta della scelta della fededell'obbedienzadella fede (cf Rm 1626)« con la quale l'uomo si abbandonatutto a Dio liberamenteprestando "il pieno ossequio dell'intellettoe della volontà" ».112 Questa fedeche « opera mediante la carità» (Gal 56)proviene dal centro dell'uomodal suo « cuore » (cfRm 1010)e da qui è chiamata a fruttificare nelle opere (cf Mt1233-35; Lc 643-45; Rm 85-8; Gal 522). NelDecalogo si trovain capo ai diversi comandamentila clausola fondamentale:« Io sono il Signoretuo Dio... » (Es 202) cheimprimendo ilsenso originale alle molteplici e varie prescrizioni particolariassicuraalla morale dell'Alleanza una fisionomia di globalitàdi unità e di profondità.La scelta fondamentale di Israele riguarda allora il comandamento fondamentale(cf Gs 2414-25; Es 193-8; Mic 68). Anche la moraledella Nuova Alleanza è dominata dall'appello fondamentale di Gesù allasua « sequela » — così anche al giovane egli dice: « Se vuoi essere perfetto...vieni e seguimi » (Mt 1921) —: a tale appello il discepolo rispondecon una decisione e scelta radicale. Le parabole evangeliche del tesoroe della perla preziosaper la quale si vende tutto ciò che si possiedesono immagini eloquenti ed efficaci del carattere radicale e incondizionatodella scelta che il Regno di Dio esige. La radicalità della scelta di seguireGesù è meravigliosamente espressa nelle sue parole: « Chi vorrà salvarela propria vitala perderà; ma chi perderà la propria vita per causa miae del vangelola salverà » (Mc 835).

L'appello di Gesù « vieni e seguimi » segna la massima esaltazione possibiledella libertà dell'uomo enello stesso tempoattesta la verità e l'obbligazionedi atti di fede e di decisioni che si possono dire di opzione fondamentale.Analoga esaltazione della libertà umana troviamo nelle parole di san Paolo:« Voifratellisiete stati chiamati a libertà » (Gal 513). Mal'Apostolo immediatamente aggiunge un grave monito: « Purché questa libertànon divenga un pretesto per vivere secondo la carne ». In questo monitoriecheggiano le sue precedenti parole: « Cristo ci ha liberati perché restassimoliberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo dellaschiavitù » (Gal 51). L'apostolo Paolo ci invita alla vigilanza:la libertà è sempre insidiata dalla schiavitù. Ed è proprio questo il casodi un atto di fede — nel senso di un'opzione fondamentale — che viene dissociatodalla scelta degli atti particolarisecondo le tendenze sopra ricordate.

67. Queste tendenze sono dunque contrarie allo stesso insegnamento biblicoche concepisce l'opzione fondamentale come una vera e propria scelta dellalibertà e collega profondamente tale scelta con gli atti particolari. Mediantela scelta fondamentale l'uomo è capace di orientare la sua vita e di tenderecon l'aiuto della graziaverso il suo fineseguendo l'appello divino.Ma questa capacità si esercita di fatto nelle scelte particolari di attideterminatimediante i quali l'uomo si conforma deliberatamente alla volontàalla sapienza e alla legge di Dio. Va pertanto affermato che la cosiddettaopzione fondamentalenella misura in cui si differenzia da un'intenzionegenerica e quindi non ancora determinatasi in una forma impegnativadella libertàsi attua sempre mediante scelte consapevoli e libere.Proprio per questoessa viene revocata quando l'uomo impegna lasua libertà in scelte consapevoli di senso contrariorelative a materiamorale grave.

Separare l'opzione fondamentale dai comportamenti concreti significacontraddire l'integrità sostanziale o l'unità personale dell'agente moralenel suo corpo e nella sua anima. Un'opzione fondamentaleintesa senzaconsiderare esplicitamente le potenzialità che mette in atto e le determinazioniche la esprimononon rende giustizia alla finalità razionale immanenteall'agire dell'uomo e a ciascuna delle sue scelte deliberate. In realtàla moralità degli atti umani non si evince solo dall'intenzionedall'orientazioneo opzione fondamentaleinterpretata nel senso di un'intenzione vuota dicontenuti impegnativi ben determinati o di un'intenzione alla quale noncorrisponde uno sforzo fattivo nei diversi obblighi della vita morale.La moralità non può essere giudicata se si prescinde dalla conformità odalla contrarietà della scelta deliberata di un comportamento concretorispetto alla dignità e alla vocazione integrale della persona umana. Ogniscelta implica sempre un riferimento della volontà deliberata ai beni eai maliindicati dalla legge naturale come beni da perseguire e mali daevitare.

Nel caso dei precetti morali positivila prudenza ha sempre il compitodi verificarne la pertinenza in una determinata situazioneper esempiotenendo conto di altri doveri forse più importanti o urgenti. Ma i precettimorali negativicioè quelli che proibiscono alcuni atti o comportamenticoncreti come intrinsecamente cattivinon ammettono alcuna legittima eccezione;essi non lasciano alcuno spazio moralmente accettabile per la « creatività» di una qualche determinazione contraria. Una volta riconosciuta in concretola specie morale di un'azione proibita da una regola universaleil soloatto moralmente buono è quello di obbedire alla legge morale e di astenersidall'azione che essa proibisce.

68. Occorre aggiungere una importante considerazione pastorale. Nellalogica delle posizioni sopra accennatel'uomo potrebbein virtù di un'opzionefondamentalerestare fedele a Dioindipendentemente dalla conformitào meno di alcune sue scelte e dei suoi atti determinati alle norme o regolemorali specifiche. In ragione di un'opzione originaria per la caritàl'uomopotrebbe mantenersi moralmente buonoperseverare nella grazia di Dioraggiungere la propria salvezzaanche se alcuni dei suoi comportamenticoncreti fossero deliberatamente e gravemente contrari ai comandamentidi Dioriproposti dalla Chiesa.

In realtàl'uomo non si perde solo per l'infedeltà a quella opzionefondamentalemediante la quale si è consegnato « tutto a Dio liberamente».113 Eglicon ogni peccato mortale commesso deliberatamenteoffendeDio che ha donato la legge e pertanto si rende colpevole verso tutta lalegge (cf Gc 28-11); pur conservandosi nella fedeegli perde la« grazia santificante »la « carità » e la « beatitudine eterna ».114« La grazia della giustificazione — insegna il Concilio di Trento —unavolta ricevutapuò essere perduta non solo per l'infedeltàche fa perderela stessa fedema anche per qualsiasi altro peccato mortale ».115

Peccato mortale e veniale

69. Le considerazioni intorno all'opzione fondamentale hanno indottocome abbiamo ora notatoalcuni teologi a sottoporre a profonda revisioneanche la distinzione tradizionale tra i peccati mortali e i peccativeniali. Essi sottolineano che l'opposizione alla legge di Dioche causa la perdita della grazia santificante — enel caso di morte inun simile stato di peccatol'eterna condanna —può essere soltanto ilfrutto di un atto che coinvolge la persona nella sua totalitàcioè unatto di opzione fondamentale. Secondo questi teologi il peccato mortaleche separa l'uomo da Diosi verificherebbe soltanto nel rifiuto di Diocompiuto ad un livello della libertà non identificabile con un atto discelta né attingibile con consapevolezza riflessa. In questo senso — aggiungono— è difficilealmeno psicologicamenteaccettare il fatto che un cristianoche vuole rimanere unito a Gesù Cristo e alla sua Chiesapossa così facilmentee ripetutamente commettere peccati mortalicome indicherebbea voltela « materia » stessa dei suoi atti. Parimenti sarebbe difficile accettareche l'uomo sia capacein un breve lasso di tempodi spezzare radicalmenteil legame di comunione con Dio esuccessivamentedi convertirsi a luimediante la sincera penitenza. Occorre dunque — si dice — misurare la gravitàdel peccato piuttosto dal grado di impegno della libertà della personache compie un atto che non dalla materia di tale atto.

70. L'Esortazione apostolica post-sinodale Reconciliatio et paenitentiaha ribadito l'importanza e la permanente attualità della distinzionetra peccati mortali e venialisecondo la tradizione della Chiesa. E ilSinodo dei Vescovi del 1983da cui è scaturita tale Esortazione« nonsoltanto ha riaffermato quanto è stato proclamato dal Concilio Tridentinosull'esistenza e la natura dei peccati mortali e venialima ha voluto ricordare che è peccato mortale quello che ha per oggettouna materia grave e cheinoltreviene commesso con piena consapevolezzae deliberato consenso ».116

Il pronunciamento del Concilio di Trento non considera soltanto la «materia grave » del peccato mortalema ricorda anchecome sua necessariacondizione« la piena avvertenza e il deliberato consenso ». Del restosia nella teologia morale che nella pratica pastoralesono ben conosciutii casi nei quali un atto gravea motivo della sua materianon costituiscepeccato mortale a motivo della non piena avvertenza o del non deliberatoconsenso di colui che lo compie. D'altra parte« si dovrà evitare di ridurreil peccato mortale ad un atto di "opzione fondamentale" —come oggi si suol dire — contro Dio »concepito sia come esplicito e formaledisprezzo di Dio e del prossimo sia come implicito e non riflesso rifiutodell'amore. « Si hainfattipeccato mortale anche quando l'uomosapendoe volendoper qualsiasi ragione sceglie qualcosa di gravemente disordinato.In effettiin una tale scelta è già contenuto un disprezzo del precettodivinoun rifiuto dell'amore di Dio verso l'umanità e tutta la creazione:l'uomo allontana se stesso da Dio e perde la carità. L'orientamentofondamentalequindipuò essere radicalmente modificato da attiparticolari. Senza dubbio si possono dare situazioni molto complessee oscure sotto l'aspetto psicologicoche influiscono sulla imputabilitàsoggettiva del peccatore. Ma dalla considerazione della sfera psicologicanon si può passare alla costituzione di una categoria teologicaqualeappunto l' "opzione fondamentale"intendendola in modo talechesul piano oggettivocambi o metta in dubbio la concezione tradizionaledi peccato mortale ».117

In tal modo la dissociazione tra opzione fondamentale e scelte deliberatedi comportamenti determinati — disordinati in se stessi o nelle circostanze— che non la metterebbero in causacomporta il misconoscimento della dottrinacattolica sul peccato mortale: « Con tutta la tradizione della Chiesa noichiamiamo peccato mortale questo attoper il quale un uomoconlibertà e consapevolezzarifiuta Diola sua leggel'alleanza di amoreche Dio gli proponepreferendo volgersi a se stessoa qualche realtàcreata e finitaa qualcosa di contrario al volere divino (conversioad creaturam). Il che può avvenire in modo diretto e formalecomenei peccati di idolatriadi apostasiadi ateismo; o in modo equivalentecome in tutte le disubbidienze ai comandamenti di Dio in materia grave».118

IV. L'atto morale

Teleologia e teleologismo

71. Il rapporto tra la libertà dell'uomo e la legge di Dioche trovala sua sede intima e viva nella coscienza moralesi manifesta e si realizzanegli atti umani. È proprio mediante i suoi atti che l'uomo si perfezionacome uomocome uomo chiamato a cercare spontaneamente il suo Creatoree a giungere liberamentecon l'adesione a luialla piena e beata perfezione.119

Gli atti umani sono atti moraliperché esprimono e decidonodella bontà o malizia dell'uomo stesso che compie quegli atti.120 Essinon producono solo un mutamento dello stato di cose esterne all'uomomain quanto scelte deliberatequalificano moralmente la persona stessa cheli compie e ne determinano la fisionomia spirituale profondacomerileva suggestivamente san Gregorio Nisseno: « Tutti gli esseri soggettial divenire non restano mai identici a se stessima passano continuamenteda uno stato ad un altro mediante un cambiamento che opera semprein beneo in male... Oraessere soggetto a cambiamento è nascere continuamente...Ma qui la nascita non avviene per un intervento estraneocom'è il casodegli esseri corporei... Essa è il risultato di una scelta libera e noisiamo cosìin certo modo i nostri stessi genitoricreandocicome vogliamoe con la nostra scelta dandoci la forma che vogliamo ».121

72. La moralità degli atti è definita dal rapporto della libertàdell'uomo col bene autentico. Tale bene è stabilitocome legge eternadalla Sapienza di Dio che ordina ogni essere al suo fine: questa leggeeterna è conosciuta tanto attraverso la ragione naturale dell'uomo (e cosìè « legge naturale »)quanto — in modo integrale e perfetto — attraversola rivelazione soprannaturale di Dio (e così è chiamata « legge divina»). L'agire è moralmente buono quando le scelte della libertà sono conformial vero bene dell'uomo ed esprimono così l'ordinazione volontaria dellapersona verso il suo fine ultimocioè Dio stesso: il bene supremo nelquale l'uomo trova la sua piena e perfetta felicità. La domanda inizialedel colloquio del giovane con Gesù: « Che cosa devo fare di buono per ottenerela vita eterna? » (Mt 1916) mette immediatamente in luce l'essenzialelegame tra il valore morale di un atto e il fine ultimo dell'uomo. Gesùnella sua rispostaconferma la convinzione del suo interlocutore: il compimentodi atti buonicomandati da Colui che « solo è buono »costituisce lacondizione indispensabile e la via per la beatitudine eterna: « Se vuoientrare nella vitaosserva i comandamenti » (Mt 1917). La rispostadi Gesù e il rimando ai comandamenti manifestano anche che la via al fineè segnata dal rispetto delle leggi divine che tutelano il bene umano. Solol'atto conforme al bene può essere via che conduce alla vita.

L'ordinazione razionale dell'atto umano al bene nella sua verità e ilperseguimento volontario di questo beneconosciuto dalla ragionecostituisconola moralità. Pertantol'agire umano non può essere valutato moralmentebuono solo perché funzionale a raggiungere questo o quello scopoche persegueo semplicemente perché l'intenzione del soggetto è buona.122 L'agire èmoralmente buono quando attesta ed esprime l'ordinazione volontaria dellapersona al fine ultimo e la conformità dell'azione concreta con il beneumano come viene riconosciuto nella sua verità dalla ragione. Se l'oggettodell'azione concreta non è in sintonia con il bene vero della personala scelta di tale azione rende la nostra volontà e noi stessi moralmentecattivi equindici mette in contrasto con il nostro fine ultimoilbene supremocioè Dio stesso.

73. Il cristianograzie alla rivelazione di Dio e alla fedeconoscela « novità » da cui è segnata la moralità dei suoi atti; questi sono chiamatiad esprimere la coerenza o meno con quella dignità e vocazione che glisono state donate dalla grazia: in Gesù Cristo e nel suo Spiritoil cristianoè « creatura nuova »figlio di Dioe mediante i suoi atti manifesta lasua conformità o difformità con l'immagine del Figlio che è il primogenitotra molti fratelli (cf Rm 829)vive la sua fedeltà o infedeltàal dono dello Spirito e si apre o si chiude alla vita eternaalla comunionedi visionedi amore e di beatitudine con Dio PadreFiglio e Spirito Santo.123Cristo « ci forma secondo la sua immagine — scrive san Cirillo Alessandrino—in modo che i lineamenti della sua divina natura risplendano in noiattraverso la santificazione e la giustizia e la vita buona e conformea virtù... La bellezza di questa immagine risplende in noi che siamo inCristoquando ci mostriamo uomini buoni nelle opere ».124

In questo senso la vita morale possiede un essenziale carattere «teleologico »perché consiste nella deliberata ordinazione degli attiumani a Diosommo bene e fine (telos) ultimo dell'uomo. Lo attestaancora una voltala domanda del giovane a Gesù: « Che cosa devo fare dibuono per ottenere la vita eterna? ». Ma questa ordinazione al fine ultimonon è una dimensione soggettivistica che dipende solo dall'intenzione.Essa presuppone che tali atti siano in se stessi ordinabili a questo finein quanto conformi all'autentico bene morale dell'uomotutelato dai comandamenti.È ciò che ricorda Gesù stesso nella risposta al giovane: « Se vuoi entrarenella vitaosserva i comandamenti » (Mt 1917).

Evidentemente dev'essere un'ordinazione razionale e liberacoscientee deliberatain forza della quale l'uomo è « responsabile » dei suoi attied è soggetto al giudizio di Diogiudice giusto e buono che premia ilbene e castiga il malecome ci ricorda l'apostolo Paolo: « Tutti infattidobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristociascuno per riceverela ricompensa delle opere compiute finché era nel corposia in bene chein male » (2 Cor 510).

74. Ma da che cosa dipende la qualificazione morale dell'agire liberodell'uomo? Da che cosa è assicurata questa ordinazione a Dio degli attiumani? Dall'intenzione del soggetto che agiscedalle circostanze— e in particolare dalle conseguenze — del suo agiredall'oggettostesso del suo atto?

È questo il problema tradizionalmente chiamato delle « fonti della moralità». Proprio a riguardo di tale problemain questi decenni si sono manifestatenuove — o ripristinate — tendenze culturali e teologiche che esigono unaccurato discernimento da parte del Magistero della Chiesa.

Alcune teorie etichedenominate « teleologiche »sipresentano attente alla conformità degli atti umani con i fini perseguitidall'agente e con i valori da lui intesi. I criteri per valutare la giustezzamorale di un'azione sono ricavati dalla ponderazione dei beni non-moralio pre-morali da conseguire e dei rispettivi valori non-morali o pre-moralida rispettare. Per taluni il comportamento concreto sarebbe giustoo sbagliatoa seconda che possao non possaprodurre uno stato di cose migliore pertutte le persone interessate: sarebbe giusto il comportamento in gradodi « massimizzare » i beni e di « minimizzare » i mali.

Molti dei moralisti cattoliciche seguono questo orientamentointendonoprendere le distanze dall'utilitarismo e dal pragmatismoper cui la moralitàdegli atti umani sarebbe giudicata senza far riferimento al vero fine ultimodell'uomo. Essi giustamente si rendono conto della necessità di trovareargomentazioni razionalisempre più consistentiper giustificare le esigenzee fondare le norme della vita morale. E tale ricerca è legittima e necessariadal momento che l'ordine moralestabilito dalla legge naturaleè in lineadi principio accessibile alla ragione umana. È ricercadel restochecorrisponde alle esigenze del dialogo e della collaborazione con i non-cattolicie i non-credentiparticolarmente nelle società pluralistiche.

75. Ma all'interno dello sforzo di elaborare una simile morale razionale— talvolta chiamata a questo titolo « morale autonoma » —esistono falsesoluzionilegate in particolare ad una inadeguata comprensione dell'oggettodell'agire morale. Alcuni non tengono in sufficiente considerazioneil fatto che la volontà è coinvolta nelle scelte concrete che essa opera:queste sono condizione della sua bontà morale e della sua ordinazione alfine ultimo della persona. Altri poi si ispirano ad una concezionedella libertà che prescinde dalle condizioni effettive del suo eserciziodal suo riferimento oggettivo alla verità sul benedalla sua determinazionemediante scelte di comportamenti concreti. Cosìsecondo queste teoriela volontà libera non sarebbe né moralmente sottomessa a obbligazioni determinatené informata dalle sue sceltepur rimanendo responsabile dei propri attie delle loro conseguenze. Questo « teleologismo »come metodo dirinvenimento della norma moralepuò allora — secondo terminologie e approccimutuati da differenti correnti di pensiero — chiamarsi « consequenzialismo» o « proporzionalismo ». Il primo pretende di ricavare i criteridella giustezza di un determinato agire solo dal calcolo delle conseguenzeche si prevedono derivare dall'esecuzione di una scelta. Il secondoponderandotra loro valori e beni perseguitisi focalizza piuttosto sulla proporzionericonosciuta tra gli effetti buoni e cattiviin vista del « più grandebene » o del « minor male » effettivamente possibili in una situazioneparticolare.

Le teorie etiche teleologiche (proporzionalismoconsequenzialismo)pur riconoscendo che i valori morali sono indicati dalla ragione edalla Rivelazioneritengono che non si possa mai formulare una proibizioneassoluta di determinati comportamentiche sarebbero contrastantiin ognicircostanza e in ogni culturacon quei valori. Il soggetto che agiscesarebbe sì responsabile del raggiungimento dei valori perseguitima secondoun duplice aspetto: infattii valori o beni coinvolti in un atto umanosarebberoper un aspettodi ordine morale (in rapporto a valoripropriamente moralicome l'amore di Diola benevolenza verso il prossimola giustiziaecc.) eper un altro aspettodi ordine pre-moraledettoanche non-morale o fisico o ontico (in rapporto ai vantaggi e svantaggirecati sia a colui che agisce che ad altre personeprima o poi coinvoltecomead esempiola salute o la sua lesionel'integrità fisicala vitala mortela perdita di beni materialiecc.). In un mondo in cui il benesarebbe sempre mescolato al male ed ogni effetto buono legato ad altrieffetti cattivila moralità dell'atto si giudicherebbe in modo differenziato:la sua « bontà » morale sulla base dell'intenzione del soggetto riferitaai beni morali e la sua « giustezza » sulla base della considerazione deglieffetti o conseguenze prevedibili e della loro proporzione. Di conseguenzai comportamenti concreti sarebbero da qualificarsi come « giusti » o «sbagliati »senza che per questo sia possibile valutare come moralmente« buona » o « cattiva » la volontà della persona che li sceglie. In questomodoun attoche ponendosi in contraddizione con una norma universalenegativa viola direttamente beni considerati come pre-moralipotrebbeessere qualificato come moralmente ammissibilese l'intenzione del soggettosi concentrasecondo una « responsabile » ponderazione dei beni coinvoltinell'azione concretasul valore morale giudicato decisivo nella circostanza.

La valutazione delle conseguenze dell'azionein base alla proporzionedell'atto con i suoi effetti e degli effetti tra di lororiguarderebbel'ordine solo pre-morale. Sulla specificità morale degli attiossia sullaloro bontà o maliziadeciderebbe esclusivamente la fedeltà della personaai valori più alti della carità e della prudenzasenza che questa fedeltàsia necessariamente incompatibile con scelte contrarie a certi precettimorali particolari. Anche in materia gravequesti ultimi dovrebbero essereconsiderati come norme operative sempre relative e suscettibili di eccezioni.

In questa prospettiva il consenso deliberato a certi comportamenti dichiaratiilleciti dalla morale tradizionale non implicherebbe una malizia moraleoggettiva.

L'oggetto dell'atto deliberato

76. Queste teorie possono acquistare una certa forza persuasiva dallaloro affinità con la mentalità scientificagiustamente preoccupata diordinare le attività tecniche ed economiche in base al calcolo delle risorsee dei profittidei procedimenti e degli effetti. Esse vogliono liberaredalle costrizioni di una morale dell'obbligazionevolontarista e arbitrariache si rivelerebbe disumana.

Siffatte teorie non sono però fedeli alla dottrina della Chiesaallorchécredono di poter giustificarecome moralmente buonescelte deliberatedi comportamenti contrari ai comandamenti della legge divina e naturale.Queste teorie non possono richiamarsi alla tradizione morale cattolica:se è vero che in quest'ultima si è sviluppata una casistica attenta a ponderarein alcune situazioni concrete le possibilità maggiori di beneè altrettantovero che ciò riguardava solo i casi in cui la legge era incerta epertantonon metteva in discussione la validità assoluta dei precetti morali negativiche obbliga senza eccezione. I fedeli sono tenuti a riconoscere e a rispettarei precetti morali specificidichiarati e insegnati dalla Chiesa in nomedi DioCreatore e Signore.125 Quando l'apostolo Paolo ricapitola nel precettodi amare il prossimo come se stessi il compimento della legge (cf Rm138-10)non attenua i comandamentima piuttosto li confermadalmomento che ne rivela le esigenze e la gravità. L'amore di Dio e l'amoredel prossimo sono inseparabili dall'osservanza dei comandamenti dell'Alleanzarinnovata nel sangue di Gesù Cristo e nel dono dello Spirito. È onore propriodei cristiani obbedire a Dio piuttosto che agli uomini (cf At 419;529) ed accettare per questo anche il martiriocome hanno fatto i santie le sante dell'Antico e del Nuovo Testamentoriconosciuti tali per averdato la loro vita piuttosto che compiere questo o quel gesto particolarecontrario alla fede o alla virtù.

77. Per offrire i criteri razionali di una giusta decisione moralele accennate teorie tengono conto dell'intenzione e delle conseguenzedell'azione umana. Sono certamente da prendere in grande considerazionesia l'intenzione — come insiste con una forza particolare Gesù in apertacontrapposizione agli scribi e fariseiche minuziosamente prescrivevanocerte opere esteriori senza badare al cuore (cf Mc 720-21; Mt1519) —sia i beni ottenuti e i mali evitatia seguito di un attoparticolare. Si tratta di un'esigenza di responsabilità. Ma la considerazionedi queste conseguenze — nonché delle intenzioni — non è sufficiente a valutarela qualità morale di una scelta concreta. La ponderazione dei beni e deimaliprevedibili in conseguenza di un'azionenon è un metodo adeguatoper determinare se la scelta di quel comportamento concreto è « secondola sua specie »o « in se stessa »moralmente buona o cattivalecitao illecita. Le conseguenze prevedibili appartengono a quelle circostanzedell'attochese possono modificare la gravità di un atto cattivononpossono però cambiarne la specie morale.

Ciascunodel restoconosce le difficoltà — o meglio l'impossibilità— di valutare tutte le conseguenze e tutti gli effetti buoni o cattivi— definiti pre-morali — dei propri atti: un calcolo razionale esaustivonon è possibile. Come fare allora per stabilire delle proporzioni che dipendonoda una valutazionei cui criteri restano oscuri? In che modo potrebbegiustificarsi un obbligo assoluto su calcoli tanto discutibili?

78. La moralità dell'atto umano dipende anzitutto e fondamentalmentedall'oggetto ragionevolmente scelto dalla volontà deliberatacomeprova anche la penetrante analisituttora validadi san Tommaso.126 Perpoter cogliere l'oggetto di un atto che lo specifica moralmente occorrequindi collocarsi nella prospettiva della persona che agisce. Infattil'oggetto dell'atto del volere è un comportamento liberamente scelto. Inquanto conforme all'ordine della ragioneesso è causa della bontà dellavolontàci perfeziona moralmente e ci dispone a riconoscere il nostrofine ultimo nel bene perfettol'amore originario. Per oggetto di un determinatoatto morale non si puòdunqueintendere un processo o un evento di ordinesolamente fisicoda valutare in quanto provoca un determinato stato dicose nel mondo esteriore. Esso è il fine prossimo di una scelta deliberatache determina l'atto del volere della persona che agisce. In tal sensocome insegna il Catechismo della Chiesa Cattolica« vi sono comportamenticoncreti che è sempre sbagliato scegliereperché la loro scelta comportaun disordine della volontàcioè un male morale ».127 « Spesso infatti— scrive l'Aquinate — qualcuno agisce con buona intenzionema inutilmentein quanto manca la buona volontà: come nel caso di uno che rubi per nutrireun poveroc'è sì la retta intenzionemanca tuttavia la rettitudine delladebita volontà. Di conseguenzanessun male compiuto con buona intenzionepuò essere scusato: "Come coloro che dicono: Facciamo il male perchévenga il bene; la condanna dei quali è giusta" (Rm 38) ».128

La ragione per cui non basta la buona intenzione ma occorre anche laretta scelta delle operesta nel fatto che l'atto umano dipende dal suooggettoossia se questo è ordinabile o meno a Dioa Colui che« solo è buono »e così realizza la perfezione della persona. L'atto èbuonoquindise il suo oggetto è conforme al bene della persona nel rispettodei beni per essa moralmente rilevanti. L'etica cristianache privilegial'attenzione all'oggetto moralenon rifiuta di considerare l'interiore« teleologia » dell'agirein quanto volto a promuovere il vero bene dellapersonama riconosce che esso viene realmente perseguito solo quando sirispettano gli elementi essenziali della natura umana. L'atto umanobuonosecondo il suo oggettoè anche ordinabile al fine ultimo. Lo stessoatto raggiunge poi la sua perfezione ultima e decisiva quando la volontàlo ordina effettivamente a Dio mediante la carità. In tal sensoil Patrono dei moralisti e dei confessori insegna: « Non basta fare operebuonema bisogna farle bene. Acciocché le opere nostre siano buone e perfetteè necessario farle col puro fine di piacere a Dio ».129

Il « male intrinseco »: non è lecito fare il male a scopo di bene(cf Rm 38)

79. È da respingere quindi la tesipropria delle teorie teleologichee proporzionalistesecondo cui sarebbe impossibile qualificare comemoralmente cattiva secondo la sua specie — il suo « oggetto » — lascelta deliberata di alcuni comportamenti o atti determinati prescindendodall'intenzione per cui la scelta viene fatta o dalla totalità delle conseguenzeprevedibili di quell'atto per tutte le persone interessate.

L'elemento primario e decisivo per il giudizio morale è l'oggetto dell'attoumanoil quale decide sulla sua ordinabilità al bene e al fine ultimoche è Dio. Tale ordinabilità viene colta dalla ragione nell'esserestesso dell'uomoconsiderato nella sua verità integraledunque nellesue inclinazioni naturalinei suoi dinamismi e nelle sue finalità chehanno sempre anche una dimensione spirituale: sono esattamente questi icontenuti della legge naturalee quindi il complesso ordinato dei « beniper la persona » che si pongono al servizio del « bene della persona »di quel bene che è essa stessa e la sua perfezione. Sono questi i benitutelati dai comandamentii qualisecondo san Tommasocontengono tuttala legge naturale.130

80. Ora la ragione attesta che si danno degli oggetti dell'atto umanoche si configurano come « non-ordinabili » a Dioperché contraddiconoradicalmente il bene della personafatta a sua immagine. Sono gli attichenella tradizione morale della Chiesasono stati denominati « intrinsecamentecattivi » (intrinsece malum): lo sono sempre e per séossia peril loro stesso oggettoindipendentemente dalle ulteriori intenzioni dichi agisce e dalle circostanze. Per questosenza minimamente negare l'influssoche sulla moralità hanno le circostanze e soprattutto le intenzionilaChiesa insegna che « esistono atti cheper se stessi e in se stessiindipendentementedalle circostanzesono sempre gravemente illecitiin ragione del lorooggetto ».131 Lo stesso Concilio Vaticano IInel contesto del dovuto rispettodella persona umanaoffre un'ampia esemplificazione di tali atti: « Tuttociò che è contro la vita stessacome ogni specie di omicidioil genocidiol'abortol'eutanasia e lo stesso suicidio volontario; tutto ciò che violal'integrità della persona umanacome le mutilazionile torture inflitteal corpo e alla mentegli sforzi per violentare l'intimo dello spirito;tutto ciò che offende la dignità umanacome le condizioni infraumane divitale incarcerazioni arbitrariele deportazionila schiavitùla prostituzioneil mercato delle donne e dei giovanio ancora le ignominiose condizionidel lavoro con le quali i lavoratori sono trattati come semplici strumentidi guadagnoe non come persone libere e responsabili; tutte queste cosee altre similisono certamente vergognose ementre guastano la civiltàumanaancor più inquinano coloro che così si comportanoche non quelliche le subisconoe ledono grandemente l'onore del Creatore ».132

Sugli atti intrinsecamente cattivie in riferimento alle pratiche contraccettivemediante le quali l'atto coniugale è reso intenzionalmente infecondoPaoloVI insegna: « In veritàse è lecitotalvoltatollerare un minor malemorale al fine di evitare un male maggiore o di promuovere un bene piùgrandenon è lecitoneppure per ragioni gravissimefare il maleaffinchéne venga il bene (cf Rm 38)cioè fare oggetto di un atto positivodi volontà ciò che è intrinsecamente disordine e quindi indegno della personaumanaanche se nell'intento di salvaguardare o promuovere beni individualifamiliari o sociali ».133

81. Insegnando l'esistenza di atti intrinsecamente cattivila Chiesaaccoglie la dottrina della Sacra Scrittura. L'apostolo Paolo afferma inmodo categorico: « Non illudetevi: né immoraliné idolatriné adulteriné effeminatiné sodomitiné ladriné ubriaconiné maldicentiné rapacierediteranno il Regno di Dio » (1 Cor 69-10).

Se gli atti sono intrinsecamente cattiviun'intenzione buona o circostanzeparticolari possono attenuarne la maliziama non possono sopprimerla:sono atti « irrimediabilmente » cattiviper se stessi e in se stessi nonsono ordinabili a Dio e al bene della persona: « Quanto agli atti che sonoper se stessi dei peccati (cum iam opera ipsa peccata sunt) — scrivesant'Agostino —come il furtola fornicazionela bestemmiao altriatti similichi oserebbe affermare checompiendoli per buoni motivi (causisbonis)non sarebbero più peccati oconclusione ancora più assurdache sarebbero peccati giustificati? ».134

Per questole circostanze o le intenzioni non potranno mai trasformareun atto intrinsecamente disonesto per il suo oggetto in un atto « soggettivamente» onesto o difendibile come scelta.

82. Del restol'intenzione è buona quando mira al vero bene della personain vista del suo fine ultimo. Ma gli attiil cui oggetto è « non-ordinabile» a Dio e « indegno della persona umana »si oppongono sempre e in ognicaso a questo bene. In tal senso il rispetto delle norme che proibisconotali atti e che obbligano semper et pro semperossia senza alcunaeccezionenon solo non limita la buona intenzionema costituisce addiritturala sua espressione fondamentale.

La dottrina dell'oggettoquale fonte della moralitàcostituisce un'esplicitazioneautentica della morale biblica dell'Alleanza e dei comandamentidellacarità e delle virtù. La qualità morale dell'agire umano dipende da questafedeltà ai comandamentiespressione di obbedienza e di amore. È per questo— lo ripetiamo — che è da respingere come erronea l'opinione che ritieneimpossibile qualificare moralmente come cattiva secondo la sua specie lascelta deliberata di alcuni comportamenti o atti determinatiprescindendodall'intenzione per cui la scelta viene fatta o dalla totalità delle conseguenzeprevedibili di quell'atto per tutte le persone interessate. Senza questadeterminazione razionale della moralità dell'agire umanosarebbe impossibileaffermare un « ordine morale oggettivo » 135 e stabilire una qualsiasinorma determinata dal punto di vista del contenutoche obblighi senzaeccezioni; e ciò a scapito della fraternità umana e della verità sul benee a detrimento altresì della comunione ecclesiale.

83. Come si vedenella questione della moralità degli atti umaniein particolare in quella dell'esistenza degli atti intrinsecamente cattivisi concentra in un certo senso la questione stessa dell'uomodellasua verità e delle conseguenze morali che ne derivano. Riconoscendoe insegnando l'esistenza del male intrinseco in determinati atti umanila Chiesa rimane fedele alla verità integrale dell'uomoe quindi lo rispettae lo promuove nella sua dignità e vocazione. Essadi conseguenzadeverespingere le teorie sopra esposte che si pongono in contrasto con questaverità.

Bisogna però che noiFratelli nell'Episcopatonon ci fermiamo soload ammonire i fedeli circa gli errori e i pericoli di alcune teorie etiche.Dobbiamoprima di tuttomostrare l'affascinante splendore di quella veritàche è Gesù Cristo stesso. In Luiche è la Verità (cf Gv 146)l'uomo può comprendere pienamente e vivere perfettamentemediante gliatti buonila sua vocazione alla libertà nell'obbedienza alla legge divinache si compendia nel comandamento dell'amore di Dio e del prossimo. Edè quanto avviene con il dono dello Spirito SantoSpirito di veritàdilibertà e di amore: in Lui ci è dato di interiorizzare la legge e di percepirlae viverla come il dinamismo della vera libertà personale: « la legge perfettala legge della libertà » (Gc 125).


CAPITOLO III

« PERCHÉ NON VENGA RESA VANA
LA CROCE DI CRISTO »
(1 Cor 117)

Il bene morale per la vita della chiesa e del mondo

« Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi » (Gal51)

84. La questione fondamentale che le teorie morali sopra ricordatepongono con particolare forza è quella del rapporto tra la libertà dell'uomoe la legge di Dioultimamente è la questione del rapporto tra la libertàe la verità.

Secondo la fede cristiana e la dottrina della Chiesa« solamente lalibertà che si sottomette alla Verità conduce la persona umana al suo verobene. Il bene della persona è di essere nella Verità e di fare laVerità ».136

Il confronto tra la posizione della Chiesa e la situazione sociale eculturale d'oggi mette immediatamente in luce l'urgenza che proprio sutale questione fondamentale si sviluppi un'intensa opera pastoraleda parte della Chiesa stessa: « Questo essenziale legame di Verità-Bene-Libertàè stato smarrito in larga parte dalla cultura contemporanea epertantoricondurre l'uomo a riscoprirlo è oggi una delle esigenze proprie dellamissione della Chiesaper la salvezza del mondo. La domanda di Pilato:"Che cosa è la verità?" emerge anche dalla sconsolata perplessitàdi un uomo che spesso non sa più chi èdonde viene e dove va.E così assistiamo non di rado al pauroso precipitare della persona umanain situazioni di autodistruzione progressiva. A voler ascoltare certe vocisembra di non doversi più riconoscere l'indistruttibile assolutezza dialcun valore morale. Sono sotto gli occhi di tutti il disprezzo della vitaumana già concepita e non ancora nata; la violazione permanente di fondamentalidiritti della persona; l'iniqua distruzione dei beni necessari per unavita semplicemente umana. Anziqualcosa di più grave è accaduto: l'uomonon è più convinto che solo nella verità può trovare la salvezza. La forzasalvifica del vero è contestataaffidando alla sola libertàsradicatada ogni obiettivitàil compito di decidere autonomamente ciò che è benee ciò che è male. Questo relativismo divienenel campo teologicosfiducianella sapienza di Dioche guida l'uomo con la legge morale. A ciò chela legge morale prescrive si contrappongono le cosiddette situazioni concretenon ritenendo piùin fondoche la legge di Dio sia sempre l'unicovero bene dell'uomo ».137

85. L'opera di discernimento di queste teorie etiche da parte dellaChiesa non si restringe alla loro denuncia e al loro rifiutoma mira positivamentea sostenere con grande amore tutti i fedeli nella formazione d'una coscienzamorale che giudichi e conduca a decisioni secondo veritàcome esorta l'apostoloPaolo: « Non conformatevi alla mentalità di questo secoloma trasformatevirinnovando la vostra menteper poter discernere la volontà di Diociòche è buonoa lui gradito e perfetto » (Rm 122). Quest'operadella Chiesa trova il suo punto di forza — il suo « segreto » formativo— non tanto negli enunciati dottrinali e negli appelli pastorali alla vigilanzaquanto nel tenere lo sguardo fisso sul Signore Gesù. La Chiesa ognigiorno guarda con instancabile amore a Cristopienamente consapevole chesolo in lui sta la risposta vera e definitiva al problema morale.

In particolarein Gesù crocifisso essa trova la rispostaalla questione che tormenta oggi tanti uomini: come può l'obbedienzaalle norme morali universali e immutabili rispettare l'unicità e l'irripetibilitàdella persona e non attentare alla sua libertà e dignità? La Chiesa fasua la coscienza che l'apostolo Paolo aveva della missione ricevuta: «Cristo... mi ha mandato... a predicare il vangelo; non però con un discorsosapienteperché non venga resa vana la croce di Cristo... Noi predichiamoCristo crocifissoscandalo per i Giudeistoltezza per i pagani; ma percoloro che sono chiamatisia Giudei che Grecipredichiamo Cristo potenzadi Dio e sapienza di Dio » (1 Cor 117.23-24).Cristo crocifissorivela il senso autentico della libertàlo vive in pienezza nel dono totaledi sé e chiama i discepoli a prendere parte alla sua stessa libertà.

86. La riflessione razionale e l'esperienza quotidiana dimostrano ladebolezzada cui è segnata la libertà dell'uomo. È libertà realema finita:non ha il suo punto di partenza assoluto e incondizionato in se stessama nell'esistenza dentro cui si trova e che rappresenta per essanellostesso tempoun limite e una possibilità. È la libertà di una creaturaossia una libertà donatada accogliere come un germe e da far maturarecon responsabilità. È parte costitutiva di quell'immagine creaturalechefonda la dignità della persona: in essa risuona la vocazione originariacon cui il Creatore chiama l'uomo al vero Benee ancora di piùcon larivelazione di Cristoa entrare in amicizia con luipartecipando allastessa vita divina. È insieme inalienabile autopossesso e apertura universalead ogni esistentenell'uscita da sé verso la conoscenza e l'amore dell'altro.138La libertà si radica dunque nella verità dell'uomo ed è finalizzata allacomunione.

Ragione ed esperienza dicono non solo la debolezza della libertà umanama anche il suo dramma. L'uomo scopre che la sua libertà è misteriosamenteinclinata a tradire questa apertura al Vero e al Bene e che troppo spessodi fattoegli preferisce scegliere beni finitilimitati ed effimeri.Ancor piùdentro gli errori e le scelte negativel'uomo avverte l'originedi una ribellione radicaleche lo porta a rifiutare la Verità e il Beneper erigersi a principio assoluto di se stesso: « Voi diventerete comeDio » (Gn 35). La libertàquindiha bisogno di essereliberata. Cristo ne è il liberatore: egli « ci ha liberati perché restassimoliberi » (Gal 51).

87. Cristo rivelaanzituttoche il riconoscimento onesto e apertodella verità è condizione di autentica libertà: « Conoscerete laverità e la verità vi farà liberi » (Gv 832).139 È la verità cherende liberi davanti al potere e dà la forza del martirio. Così è di Gesùdavanti a Pilato: « Per questo io sono nato e per questo sono venuto nelmondo: per rendere testimonianza alla verità » (Gv 1837). Cosìi veri adoratori di Dio devono adorarlo « in spirito e verità » (Gv423): in questa adorazione diventano liberi. Il legame con la veritàe l'adorazione di Dio si manifestano in Gesù Cristo come la più intimaradice della libertà.

Gesù rivelainoltrecon la sua stessa esistenza e non solo con leparoleche la libertà si realizza nell'amorecioè neldono disé. Lui che dice: « Nessuno ha un amore più grande di questo: darela vita per i propri amici » (Gv 1513)va incontro liberamentealla Passione (cf Mt 2646) e nella sua obbedienza al Padre sullaCroce dà la vita per tutti gli uomini (cf Fil 26-11). In tal modola contemplazione di Gesù crocifisso è la via maestra sulla quale la Chiesadeve camminare ogni giorno se vuole comprendere l'intero senso della libertà:il dono di sé nel servizio a Dio e ai fratelli. La comunione poicon il Signore crocifisso e risorto è la sorgente inesauribile alla qualela Chiesa attinge senza sosta per vivere nella libertàdonarsi e servire.Commentando il versetto del Salmo 99 (100) « Servite il Signore nella gioia»sant'Agostino dice: « Nella casa del Signore libera è la schiavitù.Liberapoiché il servizio non l'impone la necessitàma la carità... Lacarità ti renda servocome la verità ti ha fatto libero... Allo stessotempo tu sei servo e libero: servoperché ci diventasti; liberoperchései amato da Diotuo creatore; anzilibero anche perché ti è dato diamare il tuo creatore... Sei servo del Signore e sei libero del Signore.Non cercare una liberazione che ti porti lontano dalla casa del tuo liberatore!».140

In tal modo la Chiesae ciascun cristiano in essaè chiamata a partecipareal munus regale di Cristo in croce (cf Gv 1232)alla graziae alla responsabilità del Figlio dell'uomoche « non è venuto per essereservitoma per servire e dare la sua vita in riscatto per molti » (Mt2028).141

Gesùdunqueè la sintesi viva e personale della perfetta libertà nell'obbedienzatotale alla volontà di Dio. La sua carne crocifissa è la piena Rivelazionedel vincolo indissolubile tra libertà e veritàcosì come la sua risurrezioneda morte è l'esaltazione suprema della fecondità e della forza salvificadi una libertà vissuta nella verità.

Camminare nella luce (cf 1 Gv 17)

88. La contrapposizioneanzi la radicale dissociazione tra libertàe verità è conseguenzamanifestazione e compimento di un'altra piùgrave e deleteria dicotomiaquella che separa la fede dalla morale.

Questa separazione costituisce una delle più acute preoccupazioni pastoralidella Chiesa nell'attuale processo di secolarismonel quale tantitroppiuomini pensano e vivono « come se Dio non esistesse ». Siamo di frontead una mentalità che coinvolgespesso in modo profondovasto e capillaregli atteggiamenti e i comportamenti degli stessi cristianila cui fedeviene svigorita e perde la propria originalità di nuovo criterio interpretativoe operativo per l'esistenza personalefamiliare e sociale. In realtài criteri di giudizio e di scelta assunti dagli stessi credenti si presentanospessonel contesto di una cultura ampiamente scristianizzataestraneio persino contrapposti a quelli del Vangelo.

Urge allora che i cristiani riscoprano la novità della loro fedee la sua forza di giudizio di fronte alla cultura dominante e invadente:« Se un tempo eravate tenebra — ci ammonisce l'apostolo Paolo —ora sieteluce nel Signore. Comportatevi perciò come i figli della luce; il fruttodella luce consiste in ogni bontàgiustizia e verità. Cercate ciò cheè gradito al Signoree non partecipate alle opere infruttuose delle tenebrema piuttosto condannatele apertamente... Vigilate dunque attentamente sullavostra condottacomportandovi non da stoltima da uomini saggi; profittandodel tempo presenteperché i giorni sono cattivi » (Ef 58-11.15-16;cf 1 Ts 54-8).

Urge ricuperare e riproporre il vero volto della fede cristianachenon è semplicemente un insieme di proposizioni da accogliere e ratificarecon la mente. È invece una conoscenza vissuta di Cristouna memoria viventedei suoi comandamentiuna verità da vivere. Del restouna parolanon è veramente accolta se non quando passa negli attise non quando vienemessa in pratica. La fede è una decisione che impegna tutta l'esistenza.È incontrodialogocomunione di amore e di vita del credente con GesùCristoViaVerità e Vita (cf Gv 146). Comporta un atto di confidenzae di abbandono a Cristoe ci dona di vivere come lui ha vissuto (cf Gal220)ossia nel più grande amore a Dio e ai fratelli.

89. La fede possiede anche un contenuto morale: origina ed esige unimpegno coerente di vitacomporta e perfeziona l'accoglienza e l'osservanzadei comandamenti divini. Come scrive l'evangelista Giovanni« Dio è lucee in lui non ci sono tenebre. Se diciamo che siamo in comunione con luie camminiamo nelle tenebrementiamo e non mettiamo in pratica la verità...Da questo sappiamo d'averlo conosciuto: se osserviamo i suoi comandamenti.Chi dice: "Lo conosco" e non osserva i suoi comandamentiè bugiardoe la verità non è in lui; ma chi osserva la sua parolain lui l'amoredi Dio è veramente perfetto. Da questo conosciamo di essere in lui. Chidice di dimorare in Cristodeve comportarsi come lui si è comportato »(1 Gv 15-6; 23-6).

Mediante la vita morale la fede diventa « confessione »non solo davantia Dioma anche davanti agli uomini: si fa testimonianza. « Voisiete la luce del mondo — ha detto Gesù —; non può restare nascosta unacittà collocata sopra un montené si accende una lucerna per metterlasotto il moggioma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelliche sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uominiperché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro cheè nei cieli » (Mt 514-16). Queste opere sono soprattutto quelledella carità (cf Mt 2531-46) e dell'autentica libertà che si manifestae vive nel dono di sé. Sino al dono totale di sécome ha fattoGesù che sulla croce « ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei »(Ef 525). La testimonianza di Cristo è fonteparadigma e risorsaper la testimonianza del discepolochiamato a porsi sulla stessa strada:« Se qualcuno vuole venire dietro a merinneghi se stessoprenda la suacroce ogni giorno e mi segua » (Lc 923). La caritàsecondo leesigenze del radicalismo evangelicopuò portare il credente alla testimonianzasuprema del martirio. Sempre sull'esempio di Gesù che muore in croce:« Fatevi dunque imitatori di Dioquali figli carissimi— scrive Paoloai cristiani di Efeso — e camminate nella caritànel modo che anche Cristoci ha amato e ha dato se stesso per noioffrendosi a Dio in sacrificiodi soave odore » (Ef 51-2).

Il martirioesaltazione della santità inviolabile della leggedi Dio

90. Il rapporto tra fede e morale splende in tutto il suo fulgore nelrispetto incondizionato che si deve alle esigenze insopprimibili delladignità personale di ogni uomoa quelle esigenze difese dalle normemorali che proibiscono senza eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi.L'universalità e l'immutabilità della norma morale manifestano enellostesso temposi pongono a tutela della dignità personaleossia dell'inviolabilitàdell'uomosul cui volto brilla lo splendore di Dio (cf Gn 95-6).

L'inaccettabilità delle teorie etiche « teleologiche »« consequenzia-liste » e « proporzionaliste »che negano l'esistenza di norme moralinegative riguardanti comportamenti determinati e valide senza eccezionitrova una conferma particolarmente eloquente nel fatto del martirio cristianoche ha sempre accompagnato e accompagna tuttora la vita della Chiesa.

91. Già nell'Antica Alleanza incontriamo ammirevoli testimonianze diuna fedeltà alla legge santa di Dio spinta fino alla volontaria accettazionedella morte. Emblematica è la storia di Susanna: ai due giudiciingiustiche minacciavano di farla morire se si fosse rifiutata di cederealla loro passione impuracosì rispose: « Sono alle strette da ogni parte.Se cedoè la morte per mese rifiutonon potrò scampare dalle vostremani. Meglio però per me cadere innocente nelle vostre mani che peccaredavanti al Signore! » (Dn 1322-23). Susannapreferendo « cadereinnocente » nelle mani dei giudicitestimonia non solo la sua fede e fiduciain Dioma anche la sua obbedienza alla verità e all'assolutezza dell'ordinemorale: con la sua disponibilità al martirioproclama che non è giustofare ciò che la legge di Dio qualifica come male per trarre da esso unqualche bene. Essa sceglie per sé la « parte migliore »: una limpidissimatestimonianzasenza nessun compromessoalla verità circa il bene e alDio di Israele; manifesta cosìnei suoi attila santità di Dio.

Alle soglie del Nuovo Testamento Giovanni Battista rifiutandosidi tacere la legge del Signore e di venire a compromesso col male« immolòla sua vita per la verità e la giustizia » 142 e fu così precursore delMessia anche nel martirio (cf Mc 617-29). Per questo« fu rinchiusonell'oscurità del carcere colui che venne a rendere testimonianza allaluce e che dalla stessa luceche è Cristomeritò di essere chiamato lampadache arde e illumina... E fu battezzato nel proprio sangue colui al qualeera stato concesso di battezzare il Redentore del mondo ».143

Nella Nuova Alleanza si incontrano numerose testimonianze di seguacidi Cristo — a cominciare dal diacono Stefano (cf At 68–760)e dall'apostolo Giacomo (cf At 121-2) — che sono morti martiriper confessare la loro fede e il loro amore al Maestro e per non rinnegarlo.In ciò essi hanno seguito il Signore Gesùche davanti a Caifa e a Pilato« ha dato la sua bella testimonianza » (1 Tm 613)confermandola verità del suo messaggio con il dono della vita. Innumerevoli altrimartiri accettarono le persecuzioni e la morte piuttosto che porre il gestoidolatrico di bruciare l'incenso davanti alla statua dell'Imperatore (cfAp 137-10). Rifiutarono persino di simulare un simile cultodandocosì l'esempio del dovere di astenersi anche da un solo comportamento concretocontrario all'amore di Dio e alla testimonianza della fede. Nell'obbedienzaessi affidarono e consegnaronocome Cristo stessola loro vita al Padrea colui che poteva liberarli dalla morte (cf Eb 57).

La Chiesa propone l'esempio di numerosi santi e santeche hannotestimoniato e difeso la verità morale fino al martirio o hanno preferitola morte ad un solo peccato mortale. Elevandoli all'onore degli altarila Chiesa ha canonizzato la loro testimonianza e dichiarato vero il lorogiudiziosecondo cui l'amore di Dio implica obbligatoriamente il rispettodei suoi comandamentianche nelle circostanze più gravie il rifiutodi tradirlianche con l'intenzione di salvare la propria vita.

92. Nel martirio come affermazione dell'inviolabilità dell'ordine moralerisplendono la santità della legge di Dio e insieme l'intangibilità delladignità personale dell'uomocreato a immagine e somiglianza di Dio: èuna dignità che non è mai permesso di svilire o di contrastaresia purecon buone intenzioniqualunque siano le difficoltà. Gesù ci ammoniscecon la massima severità: « Che giova all'uomo guadagnare il mondo interose poi perde la propria anima? » (Mc 836).

Il martirio sconfessa come illusorio e falso ogni « significato umano» che si pretendesse di attribuirepur in condizioni « eccezionali »all'atto in se stesso moralmente cattivo; ancor più ne rivela apertamenteil vero volto: quello di una violazione dell'« umanità » dell'uomoprima ancora in chi lo compie che non in chi lo subisce.144 Il martirioè quindi anche esaltazione della perfetta « umanità » e della vera « vita» della personacome testimonia sant'Ignazio di Antiochia rivolgendosiai cristiani di Romaluogo del suo martirio: « Abbiate compassione dimefratelli: non impeditemi di viverenon vogliate che io muoia... Lasciateche io raggiunga la pura luce; giunto làsarò veramente uomo. Lasciateche io imiti la passione del mio Dio ».145

93. Il martirio è infine un segno preclaro della santità della Chiesa:la fedeltà alla legge santa di Diotestimoniata con la morteè annunciosolenne e impegno missionario usque ad sanguinem perché lo splendoredella verità morale non sia offuscato nel costume e nella mentalità dellepersone e della società. Una simile testimonianza offre un contributo distraordinario valore perchénon solo nella società civile ma anche all'internodelle stesse comunità ecclesialinon si precipiti nella crisi più pericolosache può affliggere l'uomo: la confusione del bene e del malecherende impossibile costruire e conservare l'ordine morale dei singoli edelle comunità. I martirie più ampiamente tutti i santi nella Chiesacon l'esempio eloquente e affascinante di una vita totalmente trasfiguratadallo splendore della verità moraleilluminano ogni epoca della storiarisvegliandone il senso morale. Dando piena testimonianza al beneessisono un vivente rimprovero a quanti trasgrediscono la legge (cf Sap212) e fanno risuonare con permanente attualità le parole del profeta:« Guai a coloro che chiamano bene il male e male il beneche cambianole tenebre in luce e la luce in tenebreche cambiano l'amaro in dolcee il dolce in amaro » (Is 520).

Se il martirio rappresenta il vertice della testimonianza alla veritàmoralea cui relativamente pochi possono essere chiamativi è nondimentouna coerente testimonianza che tutti i cristiani devono esser pronti adare ogni giorno anche a costo di sofferenze e di gravi sacrifici. Infattidi fronte alle molteplici difficoltà che anche nelle circostanze più ordinariela fedeltà all'ordine morale può esigereil cristiano è chiamatoconla grazia di Dio invocata nella preghieraad un impegno talvolta eroicosostenuto dalla virtù della fortezzamediante la quale — come insegnasan Gregorio Magno — egli può perfino « amare le difficoltà di questo mondoin vista del premio eterno ».146

94. In questa testimonianza all'assolutezza del bene morale i cristianinon sono soli: essi trovano conferme nel senso morale dei popoli enelle grandi tradizioni religiose e sapienziali dell'Occidente e dell'Orientenon senza un'interiore e misteriosa azione dello Spirito di Dio. Valgaper tutti l'espressione del poeta latino Giovenale: « Considera il piùgrande dei crimini preferire la sopravvivenza all'onore eper amore dellavita fisicaperdere le ragioni del vivere ».147 La voce della coscienzaha sempre richiamato senza ambiguità che ci sono verità e valori moraliper i quali si deve essere disposti anche a dare la vita. Nella parolae soprattutto nel sacrificio della vita per il valore morale la Chiesariconosce la medesima testimonianza a quella verità chegià presente nellacreazionerisplende pienamente sul volto di Cristo: « Sappiamo — scrivesan Giustino — che i seguaci delle dottrine degli stoici sono stati odiatied uccisi quando hanno dato prova di saggezza nel loro discorso morale... a motivo del seme del Verbo insito in tutto il genere umano ».148

Le norme morali universali e immutabili al servizio della personae della società

95. La dottrina della Chiesa e in particolare la sua fermezza nel difenderela validità universale e permanente dei precetti che proibiscono gli attiintrinsecamente cattivi è giudicata non poche volte come il segno di un'intransigenzaintollerabilesoprattutto nelle situazioni enormemente complesse e conflittualidella vita morale dell'uomo e della società d'oggi: un'intransigenza checontrasterebbe col senso materno della Chiesa. Questasi dicemanca dicomprensione e di compassione. Main realtàla maternità della Chiesanon può mai essere separata dalla sua missione di insegnamentoche essadeve compiere sempre come Sposa fedele di Cristola Verità in persona:« Come Maestraessa non si stanca di proclamare la norma morale... Ditale norma la Chiesa non è affatto né l'autrice né l'arbitra. In obbedienzaalla veritàche è Cristola cui immagine si riflette nella natura e nelladignità della persona umanala Chiesa interpreta la norma morale e lapropone a tutti gli uomini di buona volontàsenza nasconderne le esigenzedi radicalità e di perfezione ».149

In realtàla vera comprensione e la genuina compassione devono significareamore alla personaal suo vero benealla sua libertà autentica. E questonon avvienecertonascondendo o indebolendo la verità moralebensì proponendolanel suo intimo significato di irradiazione della Sapienza eterna di Diogiunta a noi in Cristoe di servizio all'uomoalla crescita della sualibertà e al perseguimento della sua felicità.150

Nello stesso tempo la presentazione limpida e vigorosa della veritàmorale non può mai prescindere da un profondo e sincero rispettoanimatoda amore paziente e fiduciosodi cui ha sempre bisogno l'uomo nel suocammino moralespesso reso faticoso da difficoltàdebolezze e situazionidolorose. La Chiesa che non può mai rinunciare al « principio della veritàe della coerenzaper cui non accetta di chiamare bene il male e male ilbene »151 deve essere sempre attenta a non spezzare la canna incrinatae a non spegnere il lucignolo che fumiga ancora (cf Is 423). PaoloVI ha scritto: « Non sminuire in nulla la salutare dottrina di Cristo èeminente forma di carità verso le anime. Ma ciò deve sempre accompagnarsicon la pazienza e la bontà di cui il Signore stesso ha dato l'esempio neltrattare con gli uomini. Venuto non per giudicare ma per salvare (cf Gv317)Egli fu certo intransigente con il malema misericordioso versole persone ».152

96. La fermezza della Chiesanel difendere le norme morali universalie immutabilinon ha nulla di mortificante. È solo al servizio della veralibertà dell'uomo: dal momento che non c'è libertà al di fuori o controla veritàla difesa categoricaossia senza cedimenti e compromessidelleesigenze assolutamente irrinunciabili della dignità personale dell'uomodeve dirsi via e condizione per l'esistere stesso della libertà.

Questo servizio è rivolto a ogni uomoconsiderato nell'unicitàe nell'irripetibilità del suo essere ed esistere: solo nell'obbedienzaalle norme morali universali l'uomo trova piena conferma della sua unicitàdi persona e possibilità di vera crescita morale. Eproprio per questotale servizio è rivolto a tutti gli uomini: non solo ai singolima anche alla comunitàalla società come tale. Queste norme costituisconoinfattiil fondamento incrollabile e la solida garanzia di una giustae pacifica convivenza umanae quindi di una vera democraziache può nasceree crescere solo sull'uguaglianza di tutti i suoi membriaccomunati neidiritti e doveri. Di fronte alle norme morali che proibiscono il maleintrinseco non ci sono privilegi né eccezioni per nessuno. Essere ilpadrone del mondo o l'ultimo « miserabile » sulla faccia della terra nonfa alcuna differenza: davanti alle esigenze morali siamo tutti assolutamenteuguali.

97. Così le norme moralie in primo luogo quelle negative che proibisconoil malemanifestano il loro significato e la loro forza insiemepersonale e sociale: proteggendo l'inviolabile dignità personale diogni uomoesse servono alla conservazione stessa del tessuto sociale umanoe al suo retto e fecondo sviluppo. In particolarei comandamenti dellaseconda tavola del Decalogoricordati anche da Gesù al giovane del Vangelo(cf Mt 1918)costituiscono le regole primordiali di ogni vitasociale.

Questi comandamenti sono formulati in termini generali. Mail fattoche « principiosoggetto e fine di tutte le istituzioni sociali è e deveessere la persona umana »153 permette di precisarli e di esplicitarliin un codice di comportamento più dettagliato. In tal senso le regole moralifondamentali della vita sociale comportano delle esigenze determinatealle quali devono attenersi sia i poteri pubblici sia i cittadini.Al di là delle intenzionitalvolta buonee delle circostanzespessodifficilile autorità civili e i soggetti particolari non sono mai autorizzatia trasgredire i diritti fondamentali e inalienabili della persona umana.Cosìsolo una morale che riconosce delle norme valide sempre e per tuttisenza alcuna eccezionepuò garantire il fondamento etico della convivenzasocialesia nazionale che internazionale.

La morale e il rinnovamento della vita sociale e politica

98. Di fronte alle gravi forme di ingiustizia sociale ed economica edi corruzione politica di cui sono investiti interi popoli e nazionicrescel'indignata reazione di moltissime persone calpestate e umiliate nei lorofondamentali diritti umani e si fa sempre più diffuso e acuto il bisognodi un radicale rinnovamento personale e sociale capace di assicuraregiustiziasolidarietàonestàtrasparenza.

Certamente lunga e faticosa è la strada da percorrere; numerosi e ingentisono gli sforzi da compiere perché si possa attuare un simile rinnovamentoanche per la molteplicità e la gravità delle cause che generano e alimentanole situazioni di ingiustizia oggi presenti nel mondo. Macome la storiae l'esperienza di ciascuno insegnanonon è difficile ritrovare alla basedi queste situazioni cause propriamente « culturali »collegate cioè condeterminate visioni dell'uomodella società e del mondo. In realtàalcuore della questione culturale sta il senso morale chea sua volta si fonda e si compie nel senso religioso.154

99. Solo Dioil Bene supremocostituisce la base irremovibile e lacondizione insostituibile della moralitàdunque dei comandamentiin particolaredi quelli negativi che proibiscono sempre e in ogni caso il comportamentoe gli atti incompatibili con la dignità personale di ogni uomo. Così ilBene supremo e il bene morale si incontrano nella verità: la veritàdi Dio Creatore e Redentore e la verità dell'uomo da Lui creato e redento.Solo su questa verità è possibile costruire una società rinnovata e risolverei complessi e pesanti problemi che la scuotonoprimo fra tutti quellodi vincere le più diverse forme di totalitarismo per aprire la viaall'autentica libertà della persona. « Il totalitarismo nasce dallanegazione della verità in senso oggettivo: se non esiste una verità trascendenteobbedendo alla quale l'uomo acquista la sua piena identitàallora nonesiste nessun principio sicuro che garantisca giusti rapporti tra gli uomini.Il loro interesse di classedi gruppodi Nazione li oppone inevitabilmentegli uni agli altri. Se non si riconosce la verità trascendentealloratrionfa la forza del poteree ciascuno tende a realizzare fino in fondoi mezzi di cui dispone per imporre il proprio interesse o la propria opinionesenza riguardo ai diritti dell'altro... La radice del moderno totalitarismodunqueè da individuare nella negazione della trascendente dignità dellapersona umanaimmagine visibile del Dio invisibile eproprio per questoper sua natura stessasoggetto di diritti che nessuno può violare: nél'individuoné il grupponé la classené la Nazione o lo Stato. Nonpuò farlo nemmeno la maggioranza di un corpo socialeponendosi controla minoranzaemarginandolaopprimendolasfruttandola o tentando di annientarla».155

Per questo la connessione inscindibile tra verità e libertà — che esprimeil vincolo essenziale tra la sapienza e la volontà di Dio — possiede unsignificato d'estrema importanza per la vita delle persone nell'ambitosocio-economico e socio-politicocome emerge dalla dottrina sociale dellaChiesa — la quale « appartiene... al campo della teologia especialmentedella teologia morale »156 — e dalla sua presentazione di comandamentiche regolanoin riferimento non solo ad atteggiamenti generali ma anchea precisi e determinati comportamenti e atti concretila vita socialeeconomica e politica.

100. Così il Catechismo della Chiesa Cattolicadopo aver affermatoche « in materia economicail rispetto della dignità umana esige la praticadella virtù della temperanzaper moderare l'attaccamento ai benidi questo mondo; della virtù della giustiziaper rispettare i dirittidel prossimo e dargli ciò che gli è dovuto; e della solidarietàseguendola regola aurea e secondo la liberalità del Signoreil quale "daricco che erasi è fatto povero" per noiperché noi diventassimo"ricchi per mezzo della sua povertà" (2 Cor 89) »157presenta una serie di comportamenti e di atti che contrastano la dignitàumana: il furtoil tenere deliberatamente cose avute in prestito o oggettismarritila frode nel commercio (cf Dt 2513-16)i salari ingiusti(cf Dt 2414-15; Gc 54)il rialzo dei prezzi speculandosull'ignoranza e sul bisogno altrui (cf Am 84-6)l'appropriazionee l'uso privato dei beni sociali di un'impresai lavori eseguiti malela frode fiscalela contraffazione di assegni e di fatturele spese eccessivelo sperperoecc.158 Ed ancora: « Il settimo comandamento proibisce gliatti o le iniziative cheper qualsiasi ragioneegoistica o ideologicamercantile o totalitariaportano all'asservimento di esseri umania misconoscere la loro dignità personalead acquistarlia venderlie a scambiarli come fossero merci. Ridurre le personecon la violenzaad un valore d'uso oppure ad una fonte di guadagnoè un peccato controla loro dignità e i loro diritti fondamentali. San Paolo ordinava ad unpadrone cristiano di trattare il suo schiavo cristiano "non più comeuno schiavoma... come un fratello... come uomo...nel Signore"(Fm 16) ».159

101. Nell'ambito politico si deve rilevare che la veridicità nei rapportitra governanti e governatila trasparenza nella pubblica amministrazionel'imparzialità nel servizio della cosa pubblicail rispetto dei dirittidegli avversari politicila tutela dei diritti degli accusati contro processie condanne sommariel'uso giusto e onesto del pubblico denaroil rifiutodi mezzi equivoci o illeciti per conquistaremantenere e aumentare adogni costo il poteresono principi che trovano la loro radice prima —come pure la loro singolare urgenza — nel valore trascendente della personae nelle esigenze morali oggettive di funzionamento degli Stati.160 Quandoessi non vengono osservativiene meno il fondamento stesso della convivenzapolitica e tutta la vita sociale ne risulta progressivamente compromessaminacciata e votata alla sua dissoluzione (cf Sal 1313-4; Ap182-3.9-24). Dopo la cadutain molti Paesidelle ideologie che legavanola politica ad una concezione totalitaria del mondo — e prima fra esseil marxismo —si profila oggi un rischio non meno grave per la negazionedei fondamentali diritti della persona umana e per il riassorbimento nellapolitica della stessa domanda religiosa che abita nel cuore di ogni essereumano: è il rischio dell'alleanza fra democrazia e relativismo eticoche toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimentomorale e la privapiù radicalmentedel riconoscimento della verità. Infatti« se non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l'azionepoliticaallora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzateper fini di potere. Una democrazia senza valori si converte facilmentein un totalitarismo aperto oppure subdolocome dimostra la storia ».161

Così in ogni campo della vita personalefamiliaresociale e politicala morale — che si fonda sulla verità e che nella verità si apre all'autenticalibertà — rende un servizio originaleinsostituibile e di enorme valorenon solo per la singola persona e per la sua crescita nel benema ancheper la società e per il suo vero sviluppo.

Grazia e obbedienza alla legge di Dio

102. Anche nelle situazioni più difficili l'uomo deve osservare la normamorale per essere obbediente al santo comandamento di Dio e coerente conla propria dignità personale. Certamente l'armonia tra libertà e veritàdomandaalcune voltesacrifici non comuni e va conquistata ad alto prezzo:può comportare anche il martirio. Macome l'esperienza universale e quotidianamostral'uomo è tentato di rompere tale armonia: « Non quello che voglioio faccioma quello che detesto... Io non compio il bene che vogliomail male che non voglio » (Rm 715.19).

Donde derivaultimamentequesta scissione interiore dell'uomo? Egliincomincia la sua storia di peccato quando non riconosce più il Signorecome suo Creatoree vuole essere lui stesso a deciderein totale indipendenzaciò che è bene e ciò che è male. « Voi diventerete come Dioconoscendoil bene e il male » (Gn 35): questa è la prima tentazionea cuifanno eco tutte le altre tentazionialle quali l'uomo è più facilmenteinclinato a cedere per le ferite della caduta originale.

Ma le tentazioni si possono vincerei peccati si possono evitareperchécon i comandamenti il Signore ci dona la possibilità di osservarli: « Isuoi occhi su coloro che lo temonoegli conosce ogni azione degli uomini.Egli non ha comandato a nessuno di essere empio e non ha dato a nessunoil permesso di peccare » (Sir 1519-20). L'osservanza della leggedi Dioin determinate situazionipuò essere difficiledifficilissima:non è mai però impossibile. È questo un insegnamento costante della tradizionedella Chiesacosì espresso dal Concilio di Trento: « Nessuno poibenchégiustificatodeve ritenersi libero dall'osservanza dei comandamenti; nessunodeve far propria quell'espressione temeraria e condannata con la scomunicadei Padrisecondo la quale è impossibile all'uomo giustificato osservarei comandamenti di Dio. Dio infatti non comanda ciò che è impossibilemanel comandare ti esorta a fare tutto quello che puoia chiedere ciò chenon puoi e ti aiuta perché tu possa; infatti "i comandamenti di Dionon sono gravosi" (cf 1 Gv 53) e "il suo giogo è soavee il suo peso è leggero" (cf Mt 1130) ».162

103. All'uomo è sempre aperto lo spazio spirituale della speranzaconl'aiuto della grazia divina e con la collaborazione della libertàumana.

È nella Croce salvifica di Gesùnel dono dello Spirito Santonei Sacramentiche scaturiscono dal costato trafitto del Redentore (cf Gv 1934)che il credente trova la grazia e la forza per osservare sempre la leggesanta di Dioanche in mezzo alle difficoltà più gravi. Come dice sant'Andreadi Cretala legge stessa « fu vivificata dalla grazia e fu posta al suoservizio in una composizione armonica e feconda. Ognuna delle due conservòle sue caratteristiche senza alterazioni e confusioni. Tuttavia la leggeche prima costituiva un onere gravoso e una tiranniadiventò per operadi Dio peso leggero e fonte di libertà ».163

Solo nel mistero della Redenzione di Cristo stanno le « concrete» possibilità dell'uomo. « Sarebbe un errore gravissimo concludere...che la norma insegnata dalla Chiesa è in se stessa solo un "ideale"che deve poi essere adattatoproporzionatograduato allesi diceconcretepossibilità dell'uomo: secondo un "bilanciamento dei vari beni inquestione". Ma quali sono le "concrete possibilità dell'uomo"?E di quale uomo si parla? Dell'uomo dominato dalla concupiscenzao dell'uomo redento da Cristo? Poiché è di questo che si tratta:della realtà della redenzione di Cristo. Cristo ci ha redenti!Ciò significa: Egli ci ha donato la possibilità di realizzarel'intera verità del nostro essere; Egli ha liberato la nostra libertàdal dominio della concupiscenza. E se l'uomo redento ancora peccaciò non è dovuto all'imperfezione dell'atto redentore di Cristoma allavolontà dell'uomo di sottrarsi alla grazia che sgorga da quell'atto.Il comandamento di Dio è certamente proporzionato alle capacità dell'uomo:ma alle capacità dell'uomo a cui è donato lo Spirito Santo; dell'uomo chese caduto nel peccatopuò sempre ottenere il perdono e godere della presenzadello Spirito ».164

104. In questo contesto si apre il giusto spazio alla misericordiadi Dio per il peccato dell'uomo che si converte e alla comprensioneper l'umana debolezza. Questa comprensione non significa mai comprometteree falsificare la misura del bene e del male per adattarla alle circostanze.Mentre è umano che l'uomoavendo peccatoriconosca la sua debolezza echieda misericordia per la propria colpaè invece inaccettabile l'atteggiamentodi chi fa della propria debolezza il criterio della verità sul beneinmodo da potersi sentire giustificato da soloanche senza bisogno di ricorrerea Dio e alla sua misericordia. Un simile atteggiamento corrompe la moralitàdell'intera societàperché insegna a dubitare dell'oggettività della leggemorale in generale e a rifiutare l'assolutezza dei divieti morali circadeterminati atti umanie finisce con il confondere tutti i giudizi divalore.

Dobbiamoinveceraccogliere il messaggio che ci viene dalla parabolaevangelica del fariseo e del pubblicano (cf Lc 189-14). Ilpubblicano poteva forse avere qualche giustificazione per i peccati commessitale da diminuire la sua responsabilità. Non è però su queste giustificazioniche si sofferma la sua preghierama sulla propria indegnità davanti all'infinitasantità di Dio: « O Dioabbi pietà di me peccatore » (Lc 1813).Il fariseoinvecesi è giustificato da solotrovando forse per ognunadelle sue mancanze una scusa. Siamo così messi a confronto con due diversiatteggiamenti della coscienza morale dell'uomo di tutti i tempi. Il pubblicanoci presenta una coscienza « penitente »che è pienamente consapevole dellafragilità della propria natura e che vede nelle proprie mancanzequaliche ne siano le giustificazioni soggettiveuna conferma del proprio esserebisognoso di redenzione. Il fariseo ci presenta una coscienza « soddisfattadi se stessa »che si illude di poter osservare la legge senza l'aiutodella grazia ed è convinta di non aver bisogno della misericordia.

105. A tutti è chiesta grande vigilanza per non lasciarsi contagiaredall'atteggiamento farisaicoche pretende di eliminare la coscienza delproprio limite e del proprio peccatoe che oggi si esprime in particolarenel tentativo di adattare la norma morale alle proprie capacità e ai propriinteressi e persino nel rifiuto del concetto stesso di norma. Al contrarioaccettare la « sproporzione » tra la legge e la capacità umanaossia lacapacità delle sole forze morali dell'uomo lasciato a se stessoaccendeil desiderio della grazia e predispone a riceverla. « Chi mi libererà daquesto corpo votato alla morte? »si domanda l'apostolo Paolo. E con unaconfessione gioiosa e riconoscente risponde: « Siano rese grazie a Dioper mezzo di Gesù Cristo nostro Signore! » (Rm 724-25).

La stessa coscienza troviamo in questa preghiera di sant'Ambrogio diMilano: « Che cos'èinfattil'uomo se tu non lo visiti? Non dimenticarepertanto il debole. Ricordatio Signoreche mi hai fatto debolechemi hai plasmato di polvere. Come potrò stare rittose tu non ti volgicontinuamente per rendere salda questa argilladi modo che la mia soliditàpromani dal tuo volto? "Appena nascondi il visotutte le cose vengonomeno" (Sal 103229): se ti volgiguai a me! Non hai da guardarein me nient'altro che contagi di delitti: non è utile né essere abbandonatiné esser visti perchémentre siam vistiprovochiamo disgusto. Possiamotuttavia pensare che non respinge quelli che vedeperché purifica quelliche guarda. Lo divora un fuococapace di bruciare la colpa (cf Gl 23)».165

Morale e nuova evangelizzazione

106. L'evangelizzazione è la sfida più forte ed esaltante che la Chiesaè chiamata ad affrontare sin dalla sua origine. In realtàa porre questasfida non sono tanto le situazioni sociali e culturali che essa incontralungo la storiaquanto il mandato di Gesù Cristo risortoche definiscela ragione stessa dell'esistenza della Chiesa: « Andate in tutto il mondoe predicate il Vangelo ad ogni creatura » (Mc 1615).

Il momento però che stiamo vivendoalmeno presso numerose popolazioniè piuttosto quello di una formidabile provocazione alla « nuova evangelizzazione»ossia all'annuncio del Vangelo sempre nuovo e sempre portatore di novitàuna evangelizzazione che dev'essere « nuova nel suo ardorenei suoi metodie nella sua espressione ».166 La scristianizzazioneche pesa su interipopoli e comunità un tempo già ricchi di fede e di vita cristianacomportanon solo la perdita della fede o comunque la sua insignificanza per lavitama anchee necessariamenteun declino o un oscuramento del sensomorale: e questo sia per il dissolversi della consapevolezza dell'originalitàdella morale evangelicasia per l'eclissi degli stessi principi e valorietici fondamentali. Le tendenze soggettivisterelativiste e utilitaristeoggi ampiamente diffusesi presentano non semplicemente come posizionipragmatichecome dati di costumema come concezioni consolidate dal puntodi vista teoretico che rivendicano una loro piena legittimità culturalee sociale.

107. L'evangelizzazione — e pertanto la « nuova evangelizzazione» — comporta anche l'annuncio e la proposta morale. Gesù stessoproprio predicando il Regno di Dio e il suo amore salvificoha rivoltol'appello alla fede e alla conversione (cf Mc 115). E Pietrocongli altri Apostoliannunciando la risurrezione di Gesù di Nazaret daimortipropone una vita nuova da vivereuna « via » da seguire per esserediscepoli del Risorto (cf At 237- 41; 317-20).

Come e ancor più che per le verità di fedela nuova evangelizzazioneche propone i fondamenti e i contenuti della morale cristiana manifestala sua autenticitàe nello stesso tempo sprigiona tutta la sua forza missionariaquando si compie attraverso il dono non solo della parola annunciatama anche di quella vissuta. In particolare è la vita di santitàche risplende in tanti membri del Popolo di Dioumili e spesso nascostiagli occhi degli uominia costituire la via più semplice e affascinantesulla quale è dato di percepire immediatamente la bellezza della veritàla forza liberante dell'amore di Dioil valore della fedeltà incondizionataa tutte le esigenze della legge del Signoreanche nelle circostanze piùdifficili. Per questo la Chiesanella sua sapiente pedagogia moralehasempre invitato i credenti a cercare e a trovare nei santi e nelle santee in primo luogo nella Vergine Madre di Dio « piena di grazia » e « tuttasanta »il modellola forza e la gioia per vivere una vita secondo icomandamenti di Dio e le Beatitudini del Vangelo.

La vita dei santiriflesso della bontà di Dio — di Colui che « soloè buono » —costituisce non solo una vera confessione di fede e un impulsoalla sua comunicazione agli altrima anche una glorificazione di Dio edella sua infinita santità. La vita santa porta così a pienezza di espressionee di attuazione il triplice e unitario munus propheticumsacerdotaleet regale che ogni cristiano riceve in dono nella rinascita battesimale« da acqua e da Spirito » (Gv 35). La sua vita morale possiedeil valore di un « culto spirituale » (Rm 121; cf Fil 33)attinto e alimentato da quella inesauribile sorgente di santità e di glorificazionedi Dio che sono i Sacramentiin specie l'Eucaristia: infattipartecipandoal sacrificio della Croceil cristiano comunica con l'amore di donazionedi Cristo ed è abilitato e impegnato a vivere questa stessa carità in tuttii suoi atteggiamenti e comportamenti di vita. Nell'esistenza morale sirivela e si attua anche il servizio regale del cristiano: quanto piùconl'aiuto della graziaegli obbedisce alla legge nuova dello Spirito Santotanto più cresce nella libertà alla quale è chiamato mediante il serviziodella veritàdella carità e della giustizia.

108. Alla radice della nuova evangelizzazione e della vita morale nuovache essa propone e suscita nei suoi frutti di santità e di missionarietàsta lo Spirito di Cristoprincipio e forza della fecondità dellasanta Madre Chiesacome ci ricorda Paolo VI: « L'evangelizzazione nonsarà mai possibile senza l'azione dello Spirito Santo ».167 Allo Spiritodi Gesùaccolto dal cuore umile e docile del credentesi devono dunqueil fiorire della vita morale cristiana e la testimonianza della santitànella grande varietà delle vocazionidei donidelle responsabilità edelle condizioni e situazioni di vita: è lo Spirito Santo — rilevava giàNovazianoin questo esprimendo l'autentica fede della Chiesa — « Coluiche ha dato fermezza agli animi ed alle menti dei discepoliche ha dischiusoi misteri evangeliciche ha illuminato in loro le cose divine; da Luirinvigoritiessi non ebbero timore né delle carceri né delle catene peril nome del Signore; anzi calpestarono gli stessi poteri e i tormenti delmondoarmati ormai e rafforzati per mezzo suoavendo in sé i doni chequesto stesso Spirito elargisce ed invia come gioielli alla Chiesa sposadi Cristo. È Luiinfattiche nella Chiesa suscita i profetiistruiscei maestriguida le linguecompie prodigi e guarigioniproduce operemirabiliconcede il discernimento degli spiritiassegna i compiti digovernosuggerisce i consigliripartisce ed armonizza ogni altro donocarismaticoe perciò rende dappertutto ed in tutto compiutamente perfettala Chiesa del Signore ».168

Nel contesto vivo di questa nuova evangelizzazionedestinata a generaree a nutrire « la fede che opera per mezzo della carità » (Gal 56)e in rapporto all'opera dello Spirito Santo possiamo ora comprendere ilposto che nella Chiesacomunità dei credentispetta alla riflessioneche la teologia deve sviluppare sulla vita moralecosì come possiamopresentare la missione e la responsabilità propria dei teologi moralisti.

Il servizio dei teologi moralisti

109. Chiamata all'evangelizzazione e alla testimonianza di una vitadi fede è tutta la Chiesaresa partecipe del munus propheticum delSignore Gesù mediante il dono del suo Spirito. Grazie alla presenza permanentein essa dello Spirito di verità (cf Gv 1416-17) « la totalità deifedeli che hanno ricevuto l'unzione dello Spirito Santo (cf 1 Gv 220.27) non può sbagliarsi nel crederee manifesta questa sua proprietà peculiaremediante il senso soprannaturale della fede di tutto il popoloquando"dai Vescovi fino agli ultimi fedeli laici" esprime l'universalesuo consenso in materia di fede e di costumi ».169

Per compiere la sua missione profeticala Chiesa deve continuamenterisvegliare o « ravvivare » la propria vita di fede (cf 2 Tm 16)in particolare mediante una riflessione sempre più approfonditasottola guida dello Spirito Santosul contenuto della fede stessa. È al serviziodi questa « ricerca credente dell'intelligenza della fede » che si ponein modo specificola « vocazione » del teologo nella Chiesa: «Fra le vocazioni suscitate dallo Spirito nella Chiesa — leggiamo nell'IstruzioneDonum veritatis — si distingue quella del teologoche in modo particolareha la funzione di acquisirein comunione con il Magisteroun'intelligenzasempre più profonda della Parola di Dio contenuta nella Scrittura ispiratae trasmessa dalla Tradizione viva della Chiesa. Di sua natura la fede faappello all'intelligenzaperché svela all'uomo la verità sul suo destinoe la via per raggiungerlo. Anche se la verità rivelata è superiore ad ogninostro dire ed i nostri concetti sono imperfetti di fronte alla sua grandezzaultimamente insondabile (cf Ef 319)essa invita tuttavia la ragione— dono di Dio fatto per cogliere la verità — ad entrare nella sua lucediventando così capace di comprendere in una certa misura quanto ha creduto.La scienza teologicacherispondendo all'invito della voce della veritàcerca l'intelligenza della fedeaiuta il Popolo di Diosecondo il comandamentodell'Apostolo (cf 1 Pt 315)a rendere conto della sua speranzaa coloro che lo richiedono ».170

È fondamentale per definire l'identità stessa edi conseguenzaperattuare la missione propria della teologia riconoscerne l'intimo e vivonesso con la Chiesail suo misterola sua vita e missione: « La teologiaè scienza ecclesialeperché cresce nella Chiesa e agisce sulla Chiesa...Essa è a servizio della Chiesa e deve quindi sentirsi dinamicamente inseritanella missione della Chiesaparticolarmente nella sua missione profetica».171 Per sua natura e dinamismo la teologia autentica può fiorire e svilupparsisolo mediante una convinta e responsabile partecipazione e « appartenenza» alla Chiesa quale « comunità di fede »così come a questa stessa Chiesae alla sua vita di fede torna il frutto della ricerca e dell'approfondimentoteologico.

110. Quanto si è detto circa la teologia in genere può e dev'essereriproposto per la teologia moralecolta nella sua specificità diriflessione scientifica sul Vangelo come dono e comandamento di vitanuovasulla vita « secondo la verità nella carità » (Ef 415)sulla vita di santità della Chiesanella quale risplende la verità delbene portato sino alla sua perfezione. Non solo nell'ambito della fedema anche e in modo indivisibile nell'ambito della moraleinterviene ilMagistero della Chiesail cui compito è « di discerneremediantegiudizi normativi per la coscienza dei fedeligli atti che sono in sestessi conformi alle esigenze della fede e ne promuovono l'espressionenella vitae quelli che al contrarioper la loro malizia intrinsecasono incompatibili con queste esigenze ».172 Predicando i comandamentidi Dio e la carità di Cristoil Magistero della Chiesa insegna ai fedelianche i precetti particolari e determinati e chiede loro di considerarliin coscienza come moralmente obbligatori. Svolgeinoltreun importantecompito di vigilanzaavvertendo i fedeli della presenza di eventuali errorianche solo implicitiquando la loro coscienza non giunge a riconoscerela giustezza e la verità delle regole morali che il Magistero insegna.

S'inserisce qui il compito specifico di quanti per mandato dei legittimiPastori insegnano teologia morale nei Seminari e nelle Facoltà Teologiche.Essi hanno il grave dovere di istruire i fedeli — specialmente i futuriPastori — su tutti i comandamenti e le norme pratiche che la Chiesa dichiaracon autorità.173 Nonostante gli eventuali limiti delle argomentazioni umanepresentate dal Magisteroi teologi moralisti sono chiamati ad approfondirele ragioni dei suoi insegnamentiad illustrare la fondatezza dei suoiprecetti e la loro obbligatorietàmostrandone la mutua connessione e ilrapporto con il fine ultimo dell'uomo.174 Spetta ai teologi moralisti esporrela dottrina della Chiesa e darenell'esercizio del loro ministerol'esempiodi un assenso lealeinterno ed esternoall'insegnamento del Magisterosia nel campo del dogma che in quello della morale.175 Unendo le loro forzeper collaborare col Magistero gerarchicoi teologi avranno a cuore dimettere sempre meglio in luce i fondamenti biblicile significazioni etichee le motivazioni antropologiche che sostengono la dottrina morale e lavisione dell'uomo proposte dalla Chiesa.

111. Il servizio che nell'ora attuale i teologi moralisti sono chiamatia dare è di primaria importanzanon solo per la vita e la missione dellaChiesama anche per la società e la cultura umana. Tocca a loroin intimae vitale connessione con la teologia biblica e dogmaticasottolinearenella riflessione scientifica « l'aspetto dinamico che fa risaltare larispostache l'uomo deve dare all'appello divino nel processo della suacrescita nell'amorenell'ambito di una comunità salvifica. In tal modola teologia morale acquisterà una dimensione spirituale internarispondendoalle esigenze di sviluppo pieno della imago Deiche è nell'uomoe alle leggi del processo spirituale descritto nell'ascetica e misticacristiane ».176

Certamente oggi la teologia morale e il suo insegnamento si trovanodi fronte a una particolare difficoltà. Poiché la morale della Chiesa implicanecessariamente una dimensione normativa la teologia morale nonpuò ridursi a un sapere elaborato solo nel contesto delle cosiddette scienzeumane. Mentre queste si occupano del fenomeno della moralità come fattostorico e socialela teologia moraleche pur deve servirsi delle scienzedell'uomo e della naturanon è però subordinata ai risultati dell'osservazioneempirico-formale o della comprensione fenomenologica. In realtàla pertinenzadelle scienze umane in teologia morale è sempre da commisurare alla domandaoriginaria: Che cosa è il bene o il male? Che cosa fare per ottenerela vita eterna?

112. Il teologo moralista deve pertanto esercitare un accurato discernimentonel contesto dell'odierna cultura prevalentemente scientifica e tecnicaesposta ai pericoli del relativismodel pragmatismo e del positivismo.Dal punto di vista teologicoi principi morali non sono dipendenti dalmomento storico nel quale sono scoperti. Il fatto poi che taluni credentiagiscano senza seguire gli insegnamenti del Magistero o considerino a tortocome moralmente giusta una condotta dichiarata dai loro Pastori come contrariaalla legge di Dionon può costituire argomento valido per rifiutare laverità delle norme morali insegnate dalla Chiesa. L'affermazione dei principimorali non è di competenza dei metodi empirico-formali. Senza negare lavalidità di tali metodima anche senza restringere ad essi la sua prospettivala teologia moralefedele al senso soprannaturale della fedeprende inconsiderazione soprattutto la dimensione spirituale del cuore umanoe la sua vocazione all'amore divino.

Infattimentre le scienze umanecome tutte le scienze sperimentalisviluppano un concetto empirico e statistico di « normalità »la fedeinsegna che una simile normalità porta in sé le tracce di una caduta dell'uomodalla sua situazione originariaossia è intaccata dal peccato. Solo lafede cristiana indica all'uomo la via del ritorno al « principio » (cfMt 198)una via che spesso è ben diversa da quella della normalitàempirica. In tal senso le scienze umanenonostante il grande valore delleconoscenze che offrononon possono essere assunte come indicatori decisividelle norme morali. È il Vangelo che svela la verità integrale sull'uomoe sul suo cammino moralee così illumina e ammonisce i peccatori annunciandoloro la misericordia di Dioil quale incessantemente opera per preservarlitanto dalla disperazione di non poter conoscere ed osservare la legge divinaquanto dalla presunzione di potersi salvare senza merito. Egli inoltrericorda loro la gioia del perdonoche solo concede la forza di riconoscerenella legge morale una verità liberatriceuna grazia di speranzaun camminodi vita.

113. L'insegnamento della dottrina morale implica l'assunzione consapevoledi queste responsabilità intellettualispirituali e pastorali. Perciòi teologi moralistiche accettano l'incarico di insegnare la dottrinadella Chiesahanno il grave dovere di educare i fedeli a questo discernimentomoraleall'impegno per il vero bene e al ricorso fiducioso alla graziadivina.

Se gli incontri e i conflitti di opinione possono costituire espressioninormali della vita pubblica nel contesto di una democrazia rappresentativala dottrina morale non può certo dipendere dal semplice rispetto di unaprocedura; essa infatti non viene minimamente stabilita seguendo le regolee le forme di una deliberazione di tipo democratico. Il dissensofattodi calcolate contestazioni e di polemiche attraverso i mezzi della comunicazionesocialeè contrario alla comunione ecclesiale e alla retta comprensionedella costituzione gerarchica del Popolo di Dio. Nell'opposizione all'insegnamentodei Pastori non si può riconoscere una legittima espressione né della libertàcristiana né delle diversità dei doni dello Spirito. In questo casoiPastori hanno il dovere di agire in conformità con la loro missione apostolicaesigendo che sia sempre rispettato il diritto dei fedeli a riceverela dottrina cattolica nella sua purezza e integrità: « Il teologonondimenticando mai di essere anch'egli membro del Popolo di Diodeve nutrirerispetto nei suoi confronti e impegnarsi nel dispensargli un insegnamentoche non leda in alcun modo la dottrina della fede ».177

Le nostre responsabilità di Pastori

114. La responsabilità verso la fede e la vita di fede del Popolo diDio grava in una forma peculiare e propria sui Pastoricome ci ricordail Concilio Vaticano II: « Tra le funzioni principali dei Vescovi eccellela predicazione del Vangelo. I Vescoviinfattisono gli araldi dellafedeche portano a Cristo nuovi discepolisono i Dottori autenticicioèrivestiti dell'autorità di Cristoche predicano al popolo loro affidatola fede da credere e da applicare nella pratica della vitache illustranoquesta fede alla luce dello Spirito Santotraendo fuori dal tesoro dellaRivelazione cose nuove e vecchie (cf Mt 1352)la fanno fruttificaree vegliano per tener lontano dal loro gregge gli errori che lo minacciano(cf 2 Tm 41-4) ».178

È nostro comune doveree prima ancora nostra comune graziainsegnareai fedeli come Pastori e Vescovi della Chiesaciò che li conduce sullavia di Diocosì come fece un giorno il Signore Gesù con il giovane delVangelo. Rispondendo alla sua domanda: « Che cosa devo fare di buono perottenere la vita eterna? »Gesù ha rimandato a DioSignore della creazionee dell'Alleanza; ha ricordato i comandamenti moraligià rivelati nell'AnticoTestamento; ne ha indicato lo spirito e la radicalità invitando alla suasequela nella povertànell'umiltà e nell'amore: « Vieni e seguimi! ».La verità di questa dottrina ha avuto il suo sigillo sulla Croce nel sanguedi Cristo: essa è divenutanello Spirito Santola legge nuova della Chiesae di ogni cristiano.

Questa « risposta » alla domanda morale è affidata da Gesù Cristo inun modo particolare a noi Pastori della Chiesachiamati a renderla oggettodel nostro insegnamentonell'adempimento dunque del nostro munus propheticum.Nello stesso tempo la nostra responsabilità di Pastorinei riguardidella dottrina morale cristianadeve attuarsi anche nella forma del munussacerdotale: ciò avviene quando dispensiamo ai fedeli i doni di graziae di santificazione come risorsa per obbedire alla legge santa di Dioe quando con la nostra costante e fiduciosa preghiera sosteniamo i credentiperché siano fedeli alle esigenze della fede e vivano secondo il Vangelo(cf Col 19-12). La dottrina morale cristiana deve costituireoggisoprattuttouno degli ambiti privilegiati della nostra vigilanza pastoraledell'esercizio del nostro munus regale.

115. È la prima voltainfattiche il Magistero della Chiesa esponecon una certa ampiezza gli elementi fondamentali di tale dottrinae presentale ragioni del discernimento pastorale necessario in situazioni pratichee culturali complesse e talvolta critiche.

Alla luce della Rivelazione e dell'insegnamento costante della Chiesae specialmente del Concilio Vaticano IIho brevemente richiamato i trattiessenziali della libertài valori fondamentali connessi con la dignitàdella persona e con la verità dei suoi atticosì da poter riconoscerenell'obbedienza alla legge moraleuna grazia e un segno della nostra adozionenel Figlio unico (cf Ef 14-6). In particolarecon questa Enciclicavengono proposte valutazioni su alcune tendenze attuali nella teologiamorale. Le comunico orain obbedienza alla parola del Signore che a Pietroha affidato l'incarico di confermare i suoi fratelli (cf Lc 2232)per illuminare e aiutare il nostro comune discernimento.

Ciascuno di noi conosce l'importanza della dottrina che rappresentail nucleo dell'insegnamento di questa Enciclica e che oggi viene richiamatacon l'autorità del successore di Pietro. Ciascuno di noi può avvertirela gravità di quanto è in causanon solo per le singole persone ma ancheper l'intera societàcon la riaffermazione dell'universalità e dellaimmutabilità dei comandamenti moralie in particolare di quelli cheproibiscono sempre e senza eccezioni gli atti intrinsecamente cattivi.

Nel riconoscere tali comandamenti il cuore cristiano e la nostra caritàpastorale ascoltano l'appello di Colui che « ci ha amati per primo » (1Gv 419). Dio ci chiede di essere santi come egli è santo (cf Lv192)di essere — in Cristo — perfetti come egli è perfetto (cf Mt548): l'esigente fermezza del comandamento si fonda sull'inesauribileamore misericordioso di Dio (cf Lc 636)e il fine del comandamentoè di condurcicon la grazia di Cristosulla via della pienezza dellavita propria dei figli di Dio.

116. Abbiamo il doverecome Vescovidi vigilare perché la Paroladi Dio sia fedelmente insegnata. Miei Confratelli nell'Episcopatofa parte del nostro ministero pastorale vegliare sulla trasmissione fedeledi questo insegnamento morale e ricorrere alle misure opportune perchéi fedeli siano custoditi da ogni dottrina e teoria ad esso contraria. Inquesto compito siamo tutti aiutati dai teologi; tuttaviale opinioni teologichenon costituiscono né la regola né la norma del nostro insegnamento. Lasua autorità derivacon l'assistenza dello Spirito Santo e nella comunionecum Petro et sub Petrodalla nostra fedeltà alla fede cattolicaricevuta dagli Apostoli. Come Vescoviabbiamo l'obbligo grave di vigilarepersonalmente perché la « sana dottrina » (1 Tm 110) dellafede e della morale sia insegnata nelle nostre diocesi.

Una particolare responsabilità si impone ai Vescovi per quanto riguardale istituzioni cattoliche. Si tratti di organismi per la pastoralefamiliare o socialeoppure di istituzioni dedicate all'insegnamento oalle cure sanitariei Vescovi possono erigere e riconoscere queste strutturee delegare loro alcune responsabilità; tuttavia non sono mai esoneratidai loro propri obblighi. Spetta a loroin comunione con la Santa Sedeil compito di riconoscereo di ritirare in casi di grave incoerenzal'appellativodi « cattolico » a scuole179 università180 cliniche e servizi socio-sanitariche si richiamano alla Chiesa.

117. Nel cuore del cristianonel nucleo più segreto del- l'uomorisuonasempre la domanda che un giorno il giovane del Vangelo rivolse a Gesù:« Maestroche cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna? » (Mt1916). Occorre però che ciascuno la rivolga al Maestro « buono »perché è l'unico che possa rispondere nella pienezza della veritàin ognisituazionenelle più diverse circostanze. E quando i cristiani gli rivolgonola domanda che sale dalla loro coscienzail Signore risponde con le paroledell'Alleanza Nuova affidate alla sua Chiesa. Oracome dice di sé l'Apostolonoi siamo mandati « a predicare il vangelo; non però con un discorso sapienteperché non sia resa vana la croce di Cristo » (1 Cor 117). Perquesto la risposta della Chiesa alla domanda dell'uomo ha la saggezza ela potenza di Cristo crocifissola Verità che si dona.

Quando gli uomini pongono alla Chiesa le domande della loro coscienzaquando nella Chiesa i fedeli si rivolgono ai Vescovi e ai Pastorinella risposta della Chiesa c'è la voce di Gesù Cristola voce dellaverità circa il bene e il male. Nella parola pronunciata dalla Chiesarisuonanell'intimo delle personela voce di Dioche « solo è buono» (Mt 1917)che solo « è amore » (1 Gv 48.16).

Nell'unzione dello Spirito questa parola dolce ed esigente sifa luce e vita per l'uomo. È ancora l'apostolo Paolo ad invitarci allafiduciaperché « la nostra capacità viene da Dioche ci ha resi ministriadatti di una Nuova Alleanzanon della lettera ma dello Spirito... IlSignore è lo Spirito e dove c'è lo Spirito del Signore c'è libertà. E noituttia viso scopertoriflettendo come in uno specchio la gloria delSignoreveniamo trasformati in quella medesima immaginedi gloria ingloriasecondo l'azione dello Spirito del Signore » (2 Cor 35-6.17-18).


CONCLUSIONE

Maria Madre di misericordia

118. Affidiamoal termine di queste considerazioninoi stessilesofferenze e le gioie della nostra esistenzala vita morale dei credentie degli uomini di buona volontàle ricerche degli studiosi di morale aMariaMadre di Dio e Madre di misericordia.

Maria è Madre di misericordia perché Gesù Cristosuo Figlioè mandatodal Padre come Rivelazione della misericordia di Dio (cf Gv 316-18).Egli è venuto non per condannare ma per perdonareper usare misericordia(cf Mt 913). E la misericordia più grande sta nel suo essere inmezzo a noi e nella chiamata che ci è rivolta ad incontrare Lui e a confessarloinsieme con Pietrocome « il Figlio del Dio vivente » (Mt 1616).Nessun peccato dell'uomo può cancellare la misericordia di Diopuò impedirledi sprigionare tutta la sua forza vittoriosase appena la invochiamo.Anzilo stesso peccato fa risplendere ancora di più l'amore del Padrecheper riscattare lo schiavoha sacrificato il suo Figlio: 181 la suamisericordia per noi è redenzione. Questa misericordia giunge a pienezzacon il dono dello Spiritoche genera ed esige la vita nuova. Per quantonumerosi e grandi siano gli ostacoli opposti dalla fragilità e dal peccatodell'uomolo Spiritoche rinnova la faccia della terra (cf Sal 103130)rende possibile il miracolo del compimento perfetto del bene. Questo rinnovamentoche dà la capacità di fare ciò che è buononobilebellogradito a Dioe conforme alla sua volontàè in un certo senso la fioritura del donodella misericordiache libera dalla schiavitù del male e dà la forza dinon peccare più. Attraverso il dono della vita nuova Gesù ci rende partecipidel suo amore e ci conduce al Padre nello Spirito.

119. È questa la consolante certezza della fede cristianaalla qualeessa deve la sua profonda umanità e la sua straordinaria semplicità.Talvoltanelle discussioni sui nuovi complessi problemi moralipuòsembrare che la morale cristiana sia in se stessa troppo difficilearduada comprendere e quasi impossibile da praticare. Ciò è falsoperché essaconsistein termini di semplicità evangelicanel seguire Gesù Cristonell'abbandonarsi a Luinel lasciarsi trasformare dalla sua graziae rinnovare dalla sua misericordiache ci raggiungono nella vita di comunionedella sua Chiesa. « Chi vuole vivere — ci ricorda sant'Agostino —ha dovevivereha donde vivere. Si avvicinicredasi lasci incorporare per esserevivificato. Non rifugga dalla compagine delle membra ».182 Può capire dunquel'essenza vitale della morale cristianacon la luce dello Spiritoogniuomoanche il meno dottoanzi soprattutto chi sa conservare un « cuoresemplice » (Sal 85211). D'altra partequesta semplicità evangelicanon esime dall'affrontare la complessità del realema può introdurre allasua più vera comprensioneperché la sequela di Cristo metterà progressivamentein luce i caratteri dell'autentica moralità cristiana e daràal tempostessol'energia di vita per la sua realizzazione. È compito del Magisterodella Chiesa vegliare perché il dinamismo della sequela di Cristo si sviluppiin modo organicosenza che ne vengano falsate o occultate le esigenzemoralicon tutte le loro conseguenze. Chi ama Cristo osserva i suoi comandamenti(cf Gv 1415).

120. Maria è Madre di misericordia anche perché a lei Gesù affida lasua Chiesa e l'intera umanità. Ai piedi della Crocequando accetta Giovannicome figlioquando chiedeinsieme con Cristoil perdono al Padre percoloro che non sanno quello che fanno (cf Lc 2334)Maria in perfettadocilità allo Spirito sperimenta la ricchezza e l'universalità dell'amoredi Dioche le dilata il cuore e la fa capace di abbracciare l'intero genereumano. È resain tal modoMadre di tutti noie di ciascuno di noiMadreche ci ottiene la misericordia divina.

Maria è segno luminoso ed esempio affascinante di vita morale: « lavita di lei sola è insegnamento per tutti »scrive sant'Ambrogio183 cherivolgendosi in particolare alle vergini ma in un orizzonte aperto a tutticosì afferma: « Il primo ardente desiderio di imparare lo dà la nobiltàdel maestro. E chi è più nobile della Madre di Dio? o più splendida diColei che fu eletta dallo stesso Splendore? ».184 Maria vive e realizzala propria libertà donando se stessa a Dio ed accogliendo in sé il donodi Dio. Custodisce nel suo grembo verginale il Figlio di Dio fatto uomofino al tempo della nascitalo allevalo fa crescere e lo accompagnain quel gesto supremo di libertàche è il sacrificio totale della propriavita. Con il dono di se stessaMaria entra pienamente nel disegno di Dioche si dona al mondo. Accogliendo e meditando nel suo cuore avvenimentiche non sempre comprende (cf Lc 219)diventa il modello di tutticoloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano (cf Lc 1128) e merita il titolo di « Sede della Sapienza ». Questa Sapienza è GesùCristo stessoil Verbo eterno di Dioche rivela e compie perfettamentela volontà del Padre (cf Eb 105-10). Maria invita ogni uomo adaccogliere questa Sapienza. Anche a noi rivolge l'ordine dato ai servia Cana in Galilea durante il banchetto di nozze: « Fate quello che eglivi dirà » (Gv 25).

Maria condivide la nostra condizione umanama in una totale trasparenzaalla grazia di Dio. Non avendo conosciuto il peccatoella è in grado dicompatire ogni debolezza. Comprende l'uomo peccatore e lo ama con amoredi Madre. Proprio per questo sta dalla parte della verità e condivide ilpeso della Chiesa nel richiamare a tutti e sempre le esigenze morali. Perlo stesso motivo non accetta che l'uomo peccatore venga ingannato da chipretenderebbe di amarlo giustificandone il peccatoperché sa che in talmodo sarebbe reso vano il sacrificio di Cristosuo Figlio. Nessuna assoluzioneofferta da compiacenti dottrine anche filosofiche o teologichepuò renderel'uomo veramente felice: solo la Croce e la gloria di Cristo risorto possonodonare pace alla sua coscienza e salvezza alla sua vita.

O Maria
Madre di misericordia
veglia su tutti
perché non venga resa vana la croce di Cristo
perché l'uomo non smarrisca la via del beneperché l'uomo non smarriscala via del bene
non perda la coscienza del peccatonon perda la coscienza del peccato
cresca nella speranza in Dio
« ricco di misericordia » (Ef 24)
compia liberamente le opere buone
da Lui predisposte (cf Ef 210)
e sia così con tutta la vita
« a lode della sua gloria » (Ef 112).

Dato a Romapresso San Pietroil 6 agostofesta della Trasfigurazionedel Signoredell'anno 1993decimoquinto del mio Pontificato.




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